PINOCCHIO POLITICO 2

PINOCCHIO POLITICO 2 – La new-economy ed il paese dei balocchi

“Ma gli altri? Dico la folla silenziosa e smarrita che ogni mattina, da mesi, quando apre il computer sul sito “Campo dei Miracoli” non trova più i suoi zecchini, e bestemmia il giorno in cui ha creduto che davvero la vecchia economia, quella fondata sulla maledizione del lavoro e del sudore, fosse rimpiazzata da una nuova di zecca, nella quale dal denaro nasce il denaro, ininterrottamente, per naturale clonazione?… La moneta come un seme di cuccagna, da lanciare nel campo infinito della Chiocciola @ per vederlo germinare, e generare intere foreste di fronde tintinnati d’oro… E infatti Pinocchio esita, e si domanda, “a bocca aperta per lo stupore: ‘Ma com’è mai possibile che diventino tanti?’”
Michele Serra, da “Il Pinocchio delle Borse e il barbiere di Agnelli”, Repubblica 16.03.2001  http://www.rutelli2001.it/dalpaesedeibalocchi.php  

Se si rimane nell’ottica di comprendere la ragione della fortuna di Pinocchio, nessuna di queste potrebbe a buona ragione essere definita come un’interpretazione “classica”, ma solamente una delle tante possibili, distinguibile eventualmente dal grado di autorità conferitole dall’argomentazione o dall’autore.

Ma il numero e dalla varietà delle interpretazioni ci fanno azzardare a muovere noi un suggerimento per una risposta alla nostra questione: Pinocchio è senza dubbio una buona metafora, un buon modello per spostare un discorso più o meno complesso sul piano delle immagini, per aiutare a comprenderne il senso. Esistono però metafore create dalla letteratura che si prestano più di altre ad entrare nell’universo linguistico e culturale umano, perché possiedono alcune caratteristiche che le rendono archetipi, modi generali di vedere il mondo, strutture concettuali fondanti della natura e della cultura dell’uomo.  

Ci viene in aiuto un piccolo libro di Carlo Lapucci, “Il libro delle filastrocche (Domino Vallardi editore), dove si legge un parallelo tra la favola di Pinocchio ed i giochi della più antica tradizione: “Se si collegasse la storia di Collodi con i giochi popolari come quello dell’Oca, Pela il chiù, Carica l’asino (guarda caso Scaricalasino, con Bengodi e Cuccagna, è un paese citato nel libro), il Gioco del Barone, ecc., vi si riconoscerebbero immagini consuete, comuni al “Libro dei sogni”, come ai Tarocchi: il Bagatto, il Matto, l’Impiccato, la Pozza del Gambero, la Morte, la Prigione…”

Il gioco dell’Oca appartiene a quei giochi che sono una metafora del vivere sociale e della comunicazione narrativa: un inizio ed una fine, la presenza della natura e degli animali, l’impedimento al movimento (il carcere), i pericoli, il caso (i dadi), e soprattutto il viaggio labirintico dell’esistenza, con le sue imprevedibili direzioni.

L’idea di concepire Pinocchio come il percorso stabilito dal Gioco dell’Oca o come una narrazione determinata dalle carte dei Tarocchi, oltre a fare la felicità di Calvino e delle teorie strutturali sulla narrazione, ci porta su un piano interpretativo con cui abbiamo più confidenza: la dimensione narrativa del gioco (o l’essenza ludica delle storie), e il raccontare storie come attività fondante della natura umana.

Pinocchio è un libro scritto per essere raccontato, per la narrazione orale.

L’intersecarsi degli eventi di una favola, e di una storia in generale, è un vero e proprio labirinto, una rete di possibilità virtuali che ha bisogno, per esprimersi, del filo di Arianna, della guida di Virgilio, dell’opera del narratore. Inoltre, “la fantasia popolare reinventa liberamente poi queste immagini: il labirinto può diventare tanto una tela di ragno, quanto un serpente, giocando quindi una partita più con l’inconscio che con la razionalità che stenta a rintracciare l’identità delle immagini”.

 “Con lo smarrimento di Pinocchio davanti al serpente siamo arrivati alla spirale, il simbolo del labirinto che si trova verso la metà del libro, come verso la metà del gioco è appunto lo smarrimento di colui che segue il percorso paradigmatico: è la selva oscura dello smarrimento che si incontra nel “mezzo del cammin di nostra

vita”, smarrimento che l’eroe è destinato a superare in molti modi, poiché si tratta di una prova vinta a suo modo anche dal burattino. Il fatto che costituisca il centro è anche indice che il labirinto è l’elemento che riassume e condensa l’intero…” Le storie nascono da strutture di pensiero talmente conNATURAte al vivere umano che costituiscono il mezzo più efficace (e talvolta più scientifico) per conoscerne il produttore, l’uomo stesso. L’uomo vive di storie ed in esse vi si riconosce; in alcune di queste molto di più, per il fatto che vanno a pescare a fondo nella natura culturale dell’uomo, perché recuperano immagini che sono a fondamento della conoscenza che l’uomo ha del suo mondo: il senso di mancanza (sia esso povertà o solitudine o prigione), il nascere, il morire, il rapporto di comunicazione con la natura e gli animali, il perdersi, il pericolo, la pazzia, il desiderio,

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