PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
Pubblicato in Pinocchio | Lascia un commento

LA NUDITA’ DELL’INIZIATO

LA NUDITA’ DELL’INIZIATO

La ricerca delle radici sollevando la polvere per trovare l’arché

di Mariano Bianca

Ogni cosa proviene da un’altra ed ogni cosa si proietta in un’altra: ognuna ha un’origine e Si muove verso una nuova forma che la trasforma lasciando inalterata la sua provenienza.

La sua origine si disperde lontano e ciò che sarà non è dato conoscere. Il luogo lontano dell’origine si avvicina e si confonde con quelli a cui ogni cosa si rivolge per cui origine e fine convergono e si uniscono per separarsi nuovamente.

L’origine è la radice, volta verso il basso o l’alto, che segna il fondamento che sorregge ogni cosa e fa sì che essa non si disperda per assumendo infinite forme correlate le une alle altre.

Ma non solo le cose dell’universo che si muovono in questo modo, ma anche ogni uomo che si rivolge alla ricerca dell’arché, delle origini che gli permettono di dare un fondamento e un senso al suo essere al mondo.

L’iniziato, diversamente da ogni altro uomo, fa sì che la sua ricerca dell’origine sia il centro della sua esistenza. Egli constata la sua presenza nel mondo, osserva gli affari umani e gli eventi del mondo, e da qui procede per accertare con la sua mente che lui stesso e il mondo che lo circonda si danno nella forma ignota che nasconde una lontana provenienza: una provenienza che affonda sempre più a fondo nell’essere, nella vastità del cosmo in cui tutto c’è e non c’è.

“LA PUREZZA”1893 – Magnus Enckell – Ateneumin Taidemuseo, Elsink

L’iniziato rivolge il suo sguardo non solo al cielo e alla terra, ma ad ogni angolo del mondo, perché è in ogni suo interstizio che si cela l’archè di ogni cosa. In ogni angolo del mondo, in ogni evento, in ogni essere vivente, in ogni uomo, in ogni parola e in ogni silenzio l’iniziato può scorgere quello che sta cercando e che non troverà mai nella completezza, certo che ogni sua attenzione gli permette di sentire la voce dell’essere, i1 soffio che genera ogni cosa e la fa restare al mondo nel tempo limitato e la trasporta lontano.

Questa è la radice che sottostà sempre a tutto ciò che accade, per questo è un substrato che si cela togliendo quella polvere che copre ogni cosa che appare allo sguardo. L’opera dell’iniziato, in tal senso, non è tanto e solo uno svelamento di qualcosa che sta al di sotto, ma consiste nel togliere la polvere che ricopre le cose e che le fa apparire diverse da quello che sono.

La vita, di per se stessa, è un processo che ricopre ogni cosa di polvere ed è questa che l’iniziato deve saper togliere, ma deve anche fare in modo di non accumularla in sé e nella sua mente. La polvere consiste delle scorie della nostra esistenza che è sempre sottostante, ma la si può cogliere ed osservare solo se ci adoperiamo per ripulire la nostra mente dalla polvere e se siamo in grado di non accumulare su ogni nostro essere al mondo una quantità illimitata di polvere che non ci permette di cogliere in alcun modo la forma delle cose e le loro relazioni.

L’iniziato deve porsi nella condizione di vedere ogni cosa al di sotto della polvere che è stata accumulata su di essa dal fare degli uomini e dall’azione dei fenomeni della natura. La sua mente in primo luogo deve poter essere priva di qualsiasi scoria perché è proprio questa che cela il suo sguardo, che annebbia la sua vista che offusca il suo pensiero e lo distoglie dalla sua méta mirata alla ricerca delle radici. Se egli intende muoversi verso le origini, ricercarle con continuità, non può lasciare impolverata la sua mente, ricoperta di scorie e di pulviscolo umano e del mondo, ma deve operare perché ogni pulviscolo sia allontanato per poter mettere a nudo la sua radice, o meglio la sua nudità di fronte a se stesso e al mondo: l’iniziato non può che porsi di fronte a se e al mondo nella sua mera nudità, che è quella condizione in cui egli è sollevato da ogni pulviscolo ed è così un soffio: lo pneuma che lo regge in vita e lo fa trascorrere da una forma a un’altra. Questa è la prima radice: la sua nudità che si presenta a se stesso per poter guardare il mondo e cogliere anch’esso nella sua nudità, nella sua trasparenza che permette di vedere oltre.

La nudità dell’iniziato è la sua cifra specifica che lo caratterizza: egli per poter scendere e salire, per poter sprofondare e perdersi, per allontanarsi e ritrovarsi deve porsi nello stato di essere solo e nudo di fronte a tutto e primariamente di fronte a se stesso; questa nudità è stata sempre quella che ha caratterizzato tutti quegli uomini che non hanno dimenticando il mondo ma si sono posti inerti di fronte ad esso: si sono spogliati, si sono ripuliti dalle scorie, hanno spazzato via la polvere che li copriva attenti a non appesantirsi ancora da essa.

Da qui anche i rituali sacri che servono proprio per ripulirsi e così affrontare se stessi, gli altri e il mondo con la mente e il corpo ripuliti dalle scorie che continuamente si apprestano a seppellirci.

Che cosa è allora questa polvere? Essa non è altro che ciò che copre l’arché, il nostro intimo essere, che soffoca gli ideali e la virtù, che appesantisce l’intelletto, che non permette di vedere con chiarezza, che ci lega ai meri interessi e fuorvia la nostra azione e così ostacola il cammino verso le radici. Questa polvere è il risultato dello stesso vivere quotidiano e si manifesta in ogni azione che non è libera ed è legata alla chiusura della nostra mente, a tutto ciò che non si muove verso l’ideale ma resta ancorato alla materia che spinge verso il basso, che non è la profondità bensì solo la superficie di ciò che sta sotto.

La nudità dell’iniziato è poi anche la sua disposizione ad essere un cratere, un recipendario, che può accogliere la saggezza senza timore di perdersi o di allontanarsi da quello che riteneva di essere e da ciò che reputava fosse il mondo.

La nudità è così anche la condizione del predisporsi a ricevere dimenticando quello che si è; ed in ciò consiste proprio ogni rito di iniziazione che, come sappiamo, è solo l’inizio del proprio camino. L’Iniziato si dispone ad essere nudo e a sollevare in ogni momento da sé la polvere che offusca la sua mente. Questo è il coraggio del vivere da iniziati senza nulla togliere al suo mondo interiore e al suo rapporto con il mondo. L’iniziato, inoltre, proprio per questa sua disposizione alla nudità, non è solo uno specchio del mondo, ma è primariamente una trasparenza che permette al mondo di entrare in lui così come è; se il mondo entra nell’iniziato allora egli si è reso trasparente all’essere e solo così può mirare alla ricerca delle origini, delle sue radici e delle radici di ogni cosa.

Cosa sono allora queste radici?

Le radici sono ciò che lega ogni cosa, e quindi anche ogni uomo, a una trama che investe tutta la realtà: le radici sono il legame ultimativo che permette di affermare la propria appartenenza a una dimensione che oltrepassa ogni condizione contingente: esse sono nell’uomo e oltre il singolo l’uomo.

Sono entro ed al di là di ogni cosa.

Con esse ogni iniziato trova le vie per entrare in se stesso e oltre se stesso, ma sempre aggrappandosi al filo di Arianna che permette di uscire ed entrare nella propria caverna e quindi anche nell’oscurità della realtà; nell’ignoto che appare lontano ma che è sempre raggiungibile ed irraggiungibile allo stesso tempo. Le radici non legano né verso l’alto né verso l’alto, ma in ogni direzione verso cui si pone il nostro sguardo: sono la fitta ragnatela che ci lega a ogni cosa del mondo; ciò non significa affatto che questi filamenti sottili siano la prigione del proprio essere, al contrario sono le direzioni invisibili verso cui ci rivolgiamo e con cui abbiamo intessuto dei legami che oggi possono esserci e domani possono scomparire.

Sono queste le radici che ricerca ogni iniziato, certo che la sua nudità e la sua solitudine gli permettono di sollevare la polvere e intravedere qualche arché; una ricerca che dà ragione del proprio essere al mondo e

che permette in ogni condizione di volgere lo sguardo oltre e non fermarsi né essere legato al contingente, al visibile, a ciò che appare.

Se il massone è un iniziato allora non può che seguire queste indicazioni e la sua vita nel tempio e nel mondo deve sempre essere ripulita dalle scorie e dalla polvere ed ogni suo incontro con il proprio fratello si deve caratterizzare dall’essere libero e ciò significa libero da scorie e polveri che offuscano il suo modo di essere. E’ proprio questo che dobbiamo imparare nel nostri templi perché e solo questo atteggiamento che ci può permettere di essere trasparenti, di accogliere gli altri ed il mondo senza alcun timore di non essere se stessi o di sperdersi. Un tale timore è solo il segno del nostro legame con i metalli, con il basso della superficie, solo con ciò che appare.

La ricerca delle radici verso cui tende ogni massone può svolgersi con l’acquisizione di conoscenze, di valori, di prospettive che permettono di trovare l’arché in ogni dove e in ogni alcunché che ci circonda; ma ciò non è possibile se la polvere ci ha sommersi e se siamo troppo pieni per poter ascoltare la voce e le parole che ci provengono da vicino o da lontano. Non si può allora che essere pieni e vuoti; pieni di ciò che abbiamo raggiunto e vuoti di fronte a ciò che possiamo raggiungere.

Solo così ci presentiamo a noi stessi e al mondo, nudi e trasparenti e ci possiamo aprire alla ricerca delle radici che possiamo trovare a fianco e lontano e non solo in ciò che riteniamo ce le possa palesare, bensì anche in quello che ci può apparire distante e incapace di fornirci qualche spunto per proseguire il nostro cammino: le radici non si cercano solo dove si pensa di poterle trovare, ma soprattutto là dove si pensa di non trovarle: è in questo ignoto che esse ci attendono e di fronte ad esse dobbiamo farci trovare nudi e trasparenti.

(tratto da Sixtrum – Anno 2001 – Numero 2 Equinozio d’autunno)

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

ANGOSCIA E PAURA

ANGOSCIA E PAURA


Il concetto di Angoscia si confonde facilmente con quello di Paura e i loro contorni non sempre sono bene identificabili.
Entrambi hanno alla base la sensazione e la certezza di non essere in grado di opporre una resistenza, idonea, alla difesa da ciò che appare come una minaccia. In entrambi i casi si crea un malessere fisico che coinvolge tutta la persona, ma non in modo identico. Infatti la paura insorge di fronte a pericoli concreti e consapevolmente identificati, per cui il soggetto minacciato, anche se riconosce le sue forze insufficienti a vincere lo scontro, almeno sa in quale direzione e con quali mezzi orientare la sua reazione. L’angoscia, invece, comporta un malessere fisico associato ad una apprensione che direi più vitale e più intima. L’individuo colto dall’angoscia si sente minacciato nella sua esistenza, ma senza conoscere le cause di questa minaccia e avverte l’incapacità ad una reazione proficua, proprio perché non ha la esatta identificazione della natura del pericolo. Questa sensazione di attentato alla propria entità può insorgere anche per la temuta perdita di persone care alle quali siamo attaccati per un amore possessivo, così come di cose o beni che sentiamo parte integrante della nostra persona e la cui perdita verrebbe interpretata come lesione della integrità personale.
Lo stato di angoscia può essere permanente o fluttuante, essere collegato ad un oggetto specifico, o variabile col passare del tempo. Si conoscono forme diverse di angoscia e alcune presentano delle connotazioni particolari. Le “fobie”, per esempio, sono costituite da idee ossessive con grave reazione emozionale di fronte a pericoli possibili ma inadeguati, di per sé, a creare simili risposte. Le più comuni sono l’agorafobia, la demofobia, l’acrofobia insorgenti, rispettivamente, per trovarsi in un grande spazio, o in mezzo alla folla, o su un’altura e altre consimili. Un altro tipo di angoscia è la “nevrosi” in cui troviamo alterazioni del sistema nervoso non organiche, ma funzionali, che nascono per reazioni emotive irregolari. Il nevrotico non sa trovare una soluzione, adatta alla sua personalità, nelle difficoltà della vita. Senza essere in stato di malattia mentale, la sua personalità è lontana dalle realtà quotidiane, non si sa adeguare ad esse e vive in uno stato di disadattamento. La nevrosi oltre che nel comportamento, si manifesta spesso con l’insorgenza di apparenti patologie interessanti svariati apparati dell’organismo umano. Sono le cosi dette “nevrosi d’organo” in cui il soma interessato è del tutto sano, ma funziona male solo per le interferenze psico-emotive del soggetto su di esso. Come esempi, si possono ricordare le nevrosi cardiache e digestive. Ci sono poi le angosce “morali”, in cui la persona è sofferente perché teme il suo degrado morale o addirittura la totale perdizione. Qui è chiara la base religiosa che crea coscienza di peccato e sensazione di rimorso, magari con la possibilità di una redenzione tramite un’angoscia anterimorso. In queste circostanze la psiche del soggetto avverte l’esistenza di principii superiori, trascendenti la sua individualità e chi riesce a parteciparne trova la beatitudine, altrimenti rimane nella sofferenza. Ripensando a quanto detto fino a questo punto e volendo trovare un quid comune a tutte le su ricordate evenienze, dobbiamo notare che esse sussistono perché coloro che ne soffrono credono, sentono che ciò che avvertono come minaccioso sia “possibile”. Perciò, si può ritenere, come pensò nell’Ottocento il filosofo Kierkegaard, che l’Angoscia sia creata dal “sentimento della possibilità”. È possibile e un fatto è possibile che accada, solo se si presentano le condizioni permettenti. Infatti io posso ritenere possibile andare da una località ad un’altra, dando per sicura la esistenza di un certo mezzo di trasporto, ma se questo viene a mancare la mia possibilità sparisce. Quindi la possibilità non è mai assoluta, ma sempre relativa al sussistere di certe condizioni. E stando così le cose, neppure esiste una impossibilità assoluta. Infatti l’impossibile è legato a certe condizioni che impediscano una precisa evenienza, ma se questi ostacoli scompaiono non esiste più l’impossibilità. Perciò, se si entra nella spirale ossessiva di una qualunque preoccupazione, non esiste, umanamente, speranza di salvezza, dato che non sarà possibile arrivare ad un punto ditale gravità che sia impossibile andare oltre. Kierkegaard, allora, visto questo effetto nullificante del concetto del possibile, che annulla ogni prospettiva umana, pensa che, in tali condizioni, l’Uomo non possa fare altro che appoggiarsi alla Fede e cercare “Colui a cui tutto è possibile”. In questo caso se le possibilità umane trovano un avallo in una Realtà assoluta, il possibile diventa una potenzialità destinata a realizzarsi sempre, perché ha una garanzia assoluta. Ma ci sono sempre gli insuccessi e i dolori, per cui bisogna ammettere che non tutte le possibilità sono effettivamente avallate da questo Valore o Essere Supremo.

Non accettando questa via, negando cioè l’alternativa religiosa, abbiamo veduti Sartre, Jaspers ed altri promuovere quella “filosofia dell’angoscia e dello scacco” che è stata identificata come la più discutibile e negativistica, ma anche come la più nota fra le correnti dell’Esistenzialismo. Ne è derivata una letteratura che ha sottolineato come nella vita manchi assolutamente ogni sicurezza e stabilità, lumeggiando invece gli aspetti più tristi e sconfortanti dell’esistenza umana uniti all’incertezza e all’ambiguità dello stesso “bene” che può sfociare nel suo contrario. Con questo movimento di pensiero sono caduti molti falsi miti indotti dal dogmatismo e dalla fittizia sicurezza dominanti nell’Ottocento, ma non ne è scaturita alcuna soluzione capace di indicare una qualche via di uscita dalle gravi difficoltà che affliggono il mondo.

Passando ad un esame più particolare delle diverse occasioni determinanti angoscia, vediamo che non sempre è facile separare i concetti di angoscia e di paura col criterio a cui si è accennato all’inizio. In molte situazioni, infatti, i due sentimenti sfumano l’uno nell’altro o sussistono contemporaneamente. Così nelle guerre, combattute con armi sempre più devastanti e capaci di creare danni duraturi e non conosciuti, almeno dall’uomo comune: dall’uso di energia nucleare, di mezzi elettromagnetici, di sostanze chimiche oltre che paura, non può non derivare anche angoscia. Altri fattori temibili, perché non sempre valutabili, sono di natura umana, come la comunicazione. In questa, infatti, predomina sempre più l’anonimato, si parla senza vedersi, né conoscersi e le notizie almeno mentre le riceviamo, non sono vagliabili dal filtro che ci darebbe il conoscere il comunicante e mentre, magari, ne gioiamo abbiamo anche il dubbio sull’attendibilità della fonte di informazione. Perciò eventuale gioia, ma anche incertezza e angoscia. D’altra parte, la comunicazione è sicuramente determinante per lo sviluppo psicologico e intellettivo dell’uomo. Certe reazioni automatiche e certe sensazioni che diciamo “istintive” , forse non sono altro che risposte abituali a comunicazioni ricevute in un tempo che non ricordiamo. La paura del buio, per esempio, è istintiva o legata a qualche “allarme” per un ipotetico pericolo datoci nell’infanzia, solo per non farci allontanare dal controllo visivo di chi ci doveva sorvegliare e del tipo “attento al buio perché c’è l’orco” ? Le angosce possono essere legate al presente, come al passato o al futuro e derivare da qualunque cosa o da qualunque fatto che ci coinvolga.
Un altro elemento angosciante è la Solitudine, di cui l’uomo contemporaneo soffre frequentemente, pur essendo circondato da una miriade di suoi simili in continuo accrescimento. Forse è proprio per questo che si sente solo, dato che la vicinanza degli altri è spesso avvertita come un pericolo e che nel prossimo non si trova facilmente né amicizia, né alleanza. In realtà, l’uomo, fin da l’origine, è stato un egoista, desideroso di avere tutto quello che vede o che gli piace ma che, spesso, non può ottenere perché “gli altri” glielo impediscono. Gli “altri” infatti, di fronte al pericolo del “più forte”, anche senza entusiasmo, si sono associati con chi è loro più simile, per evitare che “in tenzone” chi è più forte o più svelto possa prendere il sopravvento. Così, è nata la “società” dove, per convivere, è stato necessario stabilire alcune regole e, per farle rispettare, istituire dei mezzi coercitivi codificando leggi e pene. A questo punto l’individuo ha dovuto cominciare a scegliere la sua posizione.
Questo dilemma, di solito, è meno sofferto quando la comunità è piccola e costituita da persone che, almeno in gran parte, si conoscono fino dalla giovane età, perché in tale ambiente, viene quasi automatico che ciascuno trovi il suo ruolo sulla guida delle consuetudini del contesto in cui viene a nascere. Sarà, invece, più difficile e competitivo inserirsi in un ambiente più vasto, dove, magari si offrono opportunità numerose e varie, ma dove anche, necessariamente, affluiscono in maggior numero persone da vani luoghi con abitudini e mentalità diverse. E’ inevitabile la concorrenza, acuita dalle differenti origini dei contendenti. Col crescere ditali comunità, l’individuo trova più difficilmente alleati e amicizia, per cui sente crescere la sua solitudine. Può tentare di uscire da questo stato se riesce ad integrarsi in una fazione, per esempio, fra colleghi di lavoro con i quali ha maggiore affinità. Ma anche questo fino a quando arriva il momento di migliorare la propria situazione, salendo un gradino nella scala qualitativa o economica.
Quasi sempre non rimane che la propria famiglia, per chi ne ha una, ma anche questa è sempre meno stabile e la sua coesione sempre meno persistente. Infatti, i coniugi hanno ruoli che tendono ad uniformarsi, per cui si sentono meno dipendenti e ammirati l’uno dell’altro, se non arrivano addirittura all’invidia o all’insofferenza. I figli che, per legge generazionale, sono sempre stati su posizioni di valutazione, sia degli avvenimenti che delle decisioni, diverse da quelle dei genitori, mentre in anni addietro acquisivano questa coscienza più lentamente, oggi avvertono molto presto questa situazione ed essendo ancora meno maturi, reagiscono con minore prudenza e maggiore arroganza. Così, principii e abitudini che, per i padri, erano fondamentali, sono stati visti dissolversi quasi come in una fiammata di paglia ed essere sostituiti da costumi e sentimenti di non facile accettazione. Il modo di vivere si è fatto più frenetico e impersonale, con la necessità di mezzi di comunicazione sempre di più facile accesso (anche se più sofisticati) e più veloci. Perciò si preferisce telefonare anziché incontrarsi di persona e, piano piano, questa comunicazione diventa sempre più anonima, allenta i rapporti fra gli individui e crea essa stessa, come si è già visto, altre occasioni di angoscia.
Considerato quanto è stato detto fin qui, sembrerebbe che l’uomo dovesse essere condannato necessariamente all’angoscia e alla disperazione, non essendo capace, da solo, di risolvere i propri problemi. Ma non è così. L’Uomo ha delle potenzialità che non devono essere obbligatoriamente catalogate come o “impossibilità” o “possibilità” assoluta di realizzazione. L’uomo ben preparato moralmente e intellettualmente esamina, con distacco, senza passionalità, la situazione in cui si trova e intraprende una ricerca tendente a conoscere e stabilire i limiti di successo o di insuccesso: il risultato non deve indurre né all’esaltazione, né alla disperazione. Oltre tutto, la ricerca può riproporsi nel futuro, giovandosi delle nuove conoscenze che saranno acquisite nel tempo e col variare delle convinzioni e della mentalità che, giorno per giorno, anche se lentamente, sono destinate a mutare. In ultima analisi, è e sarà sempre l’uomo, educato alla ragione e all’autocontrollo, facente appello alla sua fede religiosa, alla sua formazione morale e alle sue risorse intellettuali, il padrone del suo “Io” se non fisico, almeno di quello morale e spirituale.

Rolando Brogelli

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

RESPIRO, ADESSO RESPIRO

“Respiro, adesso respiro!”. di C.S. Apprendista

Questa è stata la prima frase di Mattia, il 38enne di Codogno divenuto celebre, suo malgrado, come il paziente 1 di questa epidemia di Covid-19. La sua frase mi ha fatto riflette e mi ha riportato di fronte alla semplice e pura bellezza del respiro.

“Breathe in the air”, cantavano i Pink Floyd in quello che forse è il loro brano più iconico, assieme a Another Brick in the Wall, della band. Breathe è il pezzo d’apertura dell’album che ha fissato per sempre i Pink Floyd nell’impero del rock, The Dark Side of the Moon, un lavoro che Roger Waters, vero leader del gruppo, immaginò come un album dedicato alla follia generata dalle costrizioni, cioè, in fondo, dalla mancanza di respiro.

Respirare, per i Pink Floyd significava in un certo senso iniziare – o tornare – a vivere. In questo modo, oltre che alle basi naturali della fisiologia, il gruppo inglese si legava ad una tradizione millenaria che per quanto riguarda l’Occidente affonda le sue radici nell’intuizione di Anassimene. Attingendo alla memoria del liceo ci ricorderemo probabilmente il terzetto dei cosiddetti primi filosofi, ricompresi nel più vasto gruppo dei presocratici, che avevano scelto ognuno un diverso principio per tutte le cose: i tre amici della scuola ionica, vissuti nel sesto secolo avanti Cristo, avevano scelto l’acqua, nel caso di Talete, l’infinito, nel caso di Anassimandro e l’aria, nel caso delgiovane Anassimene.

Per un sedicenne del XXI secolo, a cui basta aver visto qualche puntata di SuperQuark o ascoltato su YouTube un paio di Ted Talk per saperne un po’ sulla misteriosa origine dell’universo, queste ipotesi devono sembrare quantomeno bizzarre e anacronistiche. Ma se se si ha la fortuna di incontrare un professore motivato e attento, magari si può comprendere che l’importanza dei tre “amigos” non sta tanto nel principio che hanno scelto ma nel modo in cui ci sono arrivati: l’origine del mondo per la prima volta, non è spiegata con un mito, affascinante e inverosimile, ma con un ragionamento. E quello di Anassimene, che si spingeva a parlare di rarefazione e condensazione, era follemente semplice e, oggi verrebbe definito, sperimentale: tutto ciò che vive, respira.

Da qui il pensiero si innalza e perpassare all’anima come psychè di Platone e Aristotele il passo era stato relativamente breve: all’origine di questa parola c’è una radice che significa appunto alito, respiro. D’altra parte la traduzione greca della Bibbia sceglie proprio psychè per il sostantivo ebraico nefesh che è connesso alla respirazione e agli organi che la rendono possibile. E il latino spiritus ha la stessa radice di respiro. La cui origine etimologia risiede nella parola respirium da respirare che altro non significa: soffiare dentro, soffiare indietro.Dunque ciò che ci fa vivere, l’anima o lo spirito, è legato al respiro.

E infatti tutte le espressioni negative che fanno riferimento a questa parola rimandano ad una piccola morte o al timore che essa possa sopraggiungere: togliere il respiro, senza respiro, non dare respiro, respiro mozzato o anche solo corto, e al contrario respiro di sollievo, trovare respiro… Per non parlare dei danni che, da questo punto di vista, può fare l’amore. Ultimamente mi sono trovato a dire: “Se mi guardi così non riesco a respirare” oppure “Basta pensarti che già mi manca il respiro”. I Pink Floyd poi sono andati un po’ più in là – non è un caso se “The Dark side” è stato uno degli album più venduti della storia – e hanno cantato ‘respira nell’aria e non aver paura di prenderti cura di qualcosa’.

La musica, per esempio quella italiana,per così dire, è piena di respiri: sono respiri che sembrano semplici, come per Battisti e Mogol in Amarsi un po’, di complicità, come per Renato Zero in Amico (‘io e te lo stesso respiro’), di sentimento per Gianna Nannini in Sei nell’anima (‘ti sento scendere fra respiro e battito’) di libertà come quello di Loredana Berté in In alto mare (‘Sull’onda che ti butta giù e poi ti scaglia verso il blu e respirare). Ma il respirare e il prendersi cura, cioè il respirare come empatia, cui sembrano accennare i Pink Floyd in Breathe, ci porta in una dimensione diversa, che poi è quella in cui forse siamo precipitati tutti, anche contro la nostra volontà, in queste ultime settimane.

La saggezza antica aveva provato a spiegarcelo: dallo yoga che ci induce a regolare il respiro per incidere anche sul nostro comportamento, e dunque non tenere separati corpo e mente, al discorso del Budda sulla consapevolezza del respiro che parla, similmente, di ‘presenza mentale del respiro’, al respiro nella meditazione zen che è abbandono e ascolto puro, fino al respiro diaframmatico consigliato ormai in qualunque ginnastica posturale, anche in virtù della estrema attenzione al diaframma considerato ormai uno dei muscoli più importanti del nostro corpo.

E’ quel respiro, atto fisiologico involontario, a cui non facciamo mai abbastanza caso, che diamo per scontatoe che invece ci tiene vivi. Quel respiro che il virus vuole toglierci ma che, paradossalmente, la quarantena può spingerci a reimparare. Perché come spiega nel finale di Castaway Tom Hanks, il respiro è legato alla speranza e all’ostinazione di vivere. E noi vogliamo vivere.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

LA PARTENZA ED IL LUOGO CHE NON C’E’

LA PARTENZA ED IL LUOGO CHE NON C’E’

   di  C.  S.

…E le navi vanno e vengono sull’orizzonte e in questa forma durano un giorno o due.

-Dai Canterbury Tales di Chaucer-

  Sono orgoglioso e profondamente onorato di appartenere a questa Nuova Loggia. Oggi per noi è iniziato un nuovo viaggio, in realtà abbiamo intrapreso la navigazione, in questo misterioso e affascinante “mare della Libera Muratoria ” già da molto tempo…dalla nostra “Iniziazione”. Oggi siamo ripartiti di nuovo, da un altro porto e con un’altra nave.

Pensare alle navi…al loro andare e venire… mi ricorda una frase di un racconto trecentesco dell’Allodiere di Chaucer :<< E le navi vanno e vengono sull’orizzonte e durano in questa forma una o due giorni>>. Esse sono l’immagine del tempo nel suo divenire; simbolo di ogni umana cosa che oscilla continuamente fra allontanamento e avvicinamento, tra venire e andare, tra partire e arrivare, fra presenza e assenza, tra visibile e invisibile, tra illusione e disillusione, tra speranza e delusione. Il tutto è espressione della transitorietà della nostra esistenza; rappresentazione del nostro meraviglioso e stupefacente viaggio nel “mare della vita.”

Partire talvolta… è come morire, perché lasciamo sempre un po’ di noi stessi in ogni luogo, in ogni porto…ma dobbiamo obbligatoriamente andare avanti, senza conservare una particolare memoria del tempo trascorso…sforzandoci di “ circoscrivere il presente” per liberarci dal rimpianto e dalle inquietudini del passato. Adesso, noi tutti, dobbiamo concentrarsi sul momento presente, sia per goderne, sia per agire.) La partenza, di una nave verso il mare aperto, in fondo è sempre buona… sono le nebbie, le tempeste, incontrate per malasorte, le vere nemiche del viaggio; sono loro che mettono alla prova, la forza, il coraggio e la capacità dell’equipaggio. In realtà ciò che conta, come ha scritto il poeta Kostantinos Kavafis, è partire:

<<…quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze…nei porti che con gioia toccherai …acquista madreperle coralli ebano e ambre, tutta merce fina anche profumi d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi…senza Itaca tu non saresti mai partito… >>.

E’ importante ricordare che tutti quelli che navigano in questo “magico mare della Libera Muratoria”, se non vogliono essere spazzati via, devono attenersi scrupolosamente alle sue regole, ai suoi principi, con religioso “rispetto”, dall’inizio alla fine del proprio viaggio. L’Ordine Massonico, nonostante il suo dolce e irresistibile fascino, non deve mai essere sottovalutato … può essere “ feroce come il mare” … non è generoso con chi cerca di sfidarlo… è sempre pronto a reagire, a inghiottire navi e uomini senza che il suo risentimento sia saziato… stolto è chi trascura la sua forza; esso è troppo grande, troppo potente, troppo misterioso di difficile comprensione anche per le nostre menti da “Iniziati”. 

La ricerca personale di gloria, di potere, di dominio, di favori, non lascia alcun segno in massoneria, tutto passa rapidamente, come immagini riflesse sulla superficie dell’acqua che prontamente si dissolvono. Comunque non dobbiamo meravigliarci mai sul comportamento degli uomini. Perché in ciascuno di noi, in tutti gli uomini, compresi i più saggi, si trovano contemporaneamente il bene e il male. “ Solo Dio è buono “ (Mc 10,18). E’ per questo che Emanuel Kant ha definito l’uomo: un “legno storto, una miscela di bene e di male” e evidenzia che “dal momento che abbiamo a che fare con persone che agiscono liberamente, non possiamo predire il loro agire”. Purtroppo le vicende umane dalla antichità greco-romana a oggi, passando attraverso duemilacinquecento anni di storia, sembrano confermare l’“immutabilità della natura umana”. In ogni epoca ci sono stati numerosi tentativi per raddrizzare il “legno storto dell’umanità” ma i risultati sono sempre stati scarsi e a volte tragici.

 La metafora del viaggio, l’irrequietezza di mettersi in cammino, di lasciare porti sicuri per spingere lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte, è una delle caratteristiche più affascinanti del “pensiero Libero Muratorio” che possiamo definirlo “utopico” proprio per questo particolare modo di essere . Tutta la storia dell’uomo – nei suoi vari aspetti sia umanistici (politici, artistici, letterali, filosofici) sia scientifici – deve molto al pensiero utopico.  “Utopia” significa “ senza luogo” ( ou “non” e topos “ luogo “, cioè  luogo che non c’è ) e senza luogo sono le idee, i sogni, le speranze, i desideri, le fantasie, la ricerca, lo stimolo ad andare “oltre”, la forza di perseguire la propria idea di felicità, l’agire per il bene degli altri e dell’umanità intera. L’utopia è una cosa apparentemente illogica ma necessaria per superare le difficoltà o le miserie del presente. Essa ci permette di ridisegnare un “orizzonte più colorato” capace di dare un maggior valore alla nostra vita, consentendoci una “libertà individuale” assoluta.

Anche se il termine “utopia” fu coniato dal filosofo Tommaso Moro intorno al 1500, immaginando un modello di paese ideale (Utopia), le sue radici si affondano nella “filosofia antica”, nelle diverse scuole filosofiche – socratica, platonica, aristotelica, epicurea, stoica – compresa quella cristiana. Utopisti furono anche alcuni importanti filosofi e scrittori tra sei e settecento. Tra questo dobbiamo ricordare Tommaso Campanella che scrisse “La città del Sole”. Questo testo rappresenta la proiezione di un modello di società pacifica, in un luogo immaginario dove vi è una grande pianura in mezzo alla quale sorge il tempio del Sole. L’organizzazione della città è del tutto razionale, ordinata e rigorosa. Gli abitanti della città, hanno in comune i beni e le donne (secondo il modello di Platone) e tutto è perfettamente ordinato e predisposto dagli «offiziali» i quali vigilano affinché nessuno possa all’altro far torto nella fratellanza. Una società perfetta di giustizia e uguaglianza, dove l’individualismo scompare, dove non esistono egoismi, dove non c’è la guerra perché non ha ragione di esserci, dove il male è cancellato dalla solidarietà, dalla fratellanza e dall’amore.Francesco Bacone ( 1561-1626) che scrisse “Nuova Atlantide”. Un gruppo di 50 viaggiatori arrivano   nell’isola di Bensalem , dove gli abitanti, in grado di parlare molte lingue, vivono in pace  fra loro, coltivando la sapienza. L’istituzione più importante dell’isola è la casa di Salomone.  Miguel Cervantes (1547-1616) con il suo Don Chisciotte della Mancia. Il “folle” cavaliere mostra al lettore il problema di fondo dell’esistenza, cioè la delusione che l’uomo subisce di fronte alla realtà, la quale annulla l’immaginazione, la fantasia, la speranze e qualsiasi aspettativa. Il filosofo e giurista Jeremy  Benthan scrisse nel 1791 “Panopticon ; la storia di un particolare edificio, un carcere ideale,  che permette ad un solo guardiano di controllare un tutte le celle . I prigionieri sentendosi continuamente osservati , si sarebbero comportati bene. Il libro rappresenta la metafora del potere invisibile “un nuovo modo per ottenere il controllo totale della mente umana”. Non possiamo non citare, infine, il grande scrittore  del novecento George Orwell (1903-1950) e i suoi due più noti romanzi: La “fattoria degli animali” e “1984”. Il primo ironico romanzo è ambientato in una fattoria, dove gli animali si ribellano all’uomo, al loro padrone, convinti di agire in modo più giusto essendo tutti uguali. Il loro sogno utopico però rapidamente finisce perché i maiali, che erano stati gli ideatori della rivoluzione o dell’ammutinamento – rimanendo in tema marinaresco – si sentirono “più uguali” degli altri animali e presero il possesso della fattoria, diventando progressivamente simili all’uomo/padrone. Persino il loro aspetto subirà una metamorfosi di tipo antropomorfo, a tal punto che : << …Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l’uno e chi l’altro>> . Il secondo romanzo dal titolo “1984” invece è una terrificante previsione della società futura, dove la Terra è suddivisa in tre grandi potenze in guerra fra loro e governate da tre regimi totalitari: Oceania, Eurasia ed Estasia, il cui capo supremo è il Grande Fratello, un personaggio misterioso di cui nessuno conosce la vera identità e che osserva, spia e controlla, la vita di ogni singolo cittadino. Il controllo avviene attraverso delle telecamere che osservano ovunque gli individui: nelle loro case, per strada, negli uffici, nei trasporti, nelle scuole. Assistiamo alla scomparsa sia della privacy sia della libertà individuale. 

Io penso che questi autori non credessero fino in fondo alle loro città ideali, ai loro modelli utopici. Anche noi Liberi Muratori, di fronte ai nostri “grandi ideali ”, ci poniamo con uno stato d’animo duplice, da una parte siamo affascinati e attratti, ma dall’altra siamo scettici, disincantati, dubbiosi, consci dell’impossibilità della loro realizzazione. Comunque nella Libera Muratoria lo scetticismo non muta l’efficacia del pensiero utopico, che, come nella filosofia antica (anch’essa era praticata in gruppo), ha un ruolo straordinariamente importante: il pensiero utopico, infatti, tende a migliorare la vita dei propri adepti, a fargli apprezzare il piacere di esistere; a dilatare l’ “Io”   ( l’“anima , la “coscienza”) nell’infinità della natura, a catapultarlo oltre il tempo e lo spazio, a transitare cioè da una visione “sub specie finiti”, tipica dell’uomo che vive con il senso della fine, della morte, a quella “sub specie aeternitatis”  ( pensare in termini eterni)  fino all’acquisizione della così detta “coscienza cosmica”; passando, grazie a questo percorso, che è un cammino di purificazione e spogliazione progressiva, da un piano materiale ( fisico) ad uno spirituale (metafisico). L’Ordine Massonico, infatti, “ non è una dottrina ” ma un “ metodo ” che l’adepto deve perseguire nei suoi pensieri e nelle sue azioni, basato fondamentalmente su due pilastri il “Rispetto della dignità umana”, che deve essere “assoluto” verso chi è “ più prossimo (vicino) “, cioè verso i Fratelli e la propria “Coscienza Morale” che grazie al “Lavoro Massonico”, (espressione di un continuo e ripetitivo, “esercizio del pensiero” che lo definirei di tipo “spirituale”) viene auto-educata, forgiata, perfezionata e nobilitata. Possiamo fare un curioso parallelismo tra l’esercizio fisico e il lavoro massonico. Con l’esercizio fisico, l’atleta dà al suo corpo una forma e una forza nuova; con il lavoro massonico, il Libero Muratore trasforma la sua interiorità (atmosfera interiore), la sua visione del mondo e sviluppa la sua forza d’animo; impara a non lasciarsi accecare dalle passioni, dalle ire, dai rancori e dai pregiudizi; a essere “responsabile” solo di se stesso, a non rispondere agli altri contro la propria coscienza; a non avere paura, e se necessario, a “disubbidire” o – usando un termine più attuale – ad  “andare controcorrente” , per non essere come i cani che si sottomettono (rispondono), con una totale obbedienza (perinde ac cadaverem) alla chiamata del padrone.

Solo rispettando questo “metodo” possiamo essere dei veri “ Uomini Liberi ”; uniti dal vincolo della “Conoscenza Libero Muratoria” e da questa peculiare “ Nobiltà di Spirito” che ci deve caratterizzare e differenziare nettamente dal mondo profano.

In occasione dell’Innalzamento delle Colonne:

R. L. Giuseppe Garibaldi n°1436 all’Oriente di Follonica

Massa Marittima, domenica 5 maggio 2013.

Key Words: mare, nave, partenza, viaggio, Ordine Massonico, visibile, invisibile, illusione, disillusione, speranza, delusione, transitorietà rappresentazione, memoria, circoscrivere il presente, rimpianto, inquietudine del passato, equipaggio, Itaca, malasorte, utopia, sogni, speranze, idee, fantasie, andare oltre, orizzonte colorato, transitorietà, marginalità, filosofia antica, pensiero filosofico cristiano, scetticismo, disincanto, dubbio, angoscia, vivere, morire, piacere di esistere, bene, male, bontà, uomo, legno storto, rispetto, coscienza morale, obbedienza, perinde ac cadaverem, disubbedienza, eternità, sub-specie finiti, sub specie- aeternitatis, coscienza cosmica. conoscenza Libero Muratoria, nobiltà di spirito, responsabilità.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

LA MENTE LIBERA E CURIOSA

  La mente libera e curiosa può trovare stimoli alla riflessione in quasi ogni libro, e spesso buoni spunti. Capita così che si getti lo sguardo su una bancarella e, tra i libri a basso prezzo, si scorga qualcosa che ci attrae e ci riguarda.
    A me è accaduto di comperare in questo modo Il libro del vero massone di Ulisse Bacci.
    Leggendolo, la mia attenzione si e’ soffermata al punto in cui l’autore scrive: «I Massoni dettero da parecchi secoli, e danno ancora, il nome di ” Loggia ” tanto al corpo massonico, che raccoglie Apprendisti, Compagni, Maestri, quanto al recinto in cui quel corpo si riunisce ed esercita nei propri lavori. Però, se il nome di Loggia è proprio la vera ed autentica significazione del corpo massonico, composto dai Fratelli dei gradi simbolici, è assolutamente inadatto a significare il luogo in cui il corpo si aduna e che è meglio indicato, anche pel carattere dell’istituzione, dalla parola ” tempio”, pure essa usata, e di preferenza, dagli antichi massoni>>.
    Sono perplesso. La Loggia è l’insieme dei Fratelli, su questo non ci sono dubbi. E, la parte essenziale della Massoneria, senza Fratelli non si può nulla. Ovviamente devono essere effettivamente Fratelli (come già affrontato in un precedente lavoro). Ma quando così è, il più è fatto, anzi si potrebbe dire che è stato fatto tutto quello che era necessario. Tanto è vero che la prima Massoneria speculativa si trovava ad operare nelle osterie, e la stessa fondazione della G.L. d’Inghilterra è raccontata storicamente come l’incontro di alcuni uomini ad un tavolo di un locale (quattro locande: “Oca e graticoia”, “Alla corona”, “Al melo”, “Al bicchiere e all’uva”). 
    E il Tempio? E’ sicuramente venuta dopo la necessità di una struttura specifica in cui ritrovarsi. Una evoluzione giustificabilissima. E’ il naturale, ed umano, desiderio di migliorare, di onorare, di rendere sacro. Fare un Tempio, un luogo, oltre che un tempo in cui operare, per semplificare quella altrimenti difficilissima opera di alternativa (altra nascita appunto) al mondo profano. Ma non deve essere il nostro prenúnente desiderio. 
    Mi spiego meglio. Il Santo non ha bisogno della cattedrale, ma non tutti i monaci sono santi, non tutti i soldati eroi. Ed allora ci vuole la maestosità della cattedrale, l’ordine perentorio del comandante, per aiutare il credente un po’ pigro o il cavaliere indeciso. Certo se fossimo tutti senza macchia, basterebbe uno schiocco delle dita del M.V. e lì sarebbe il Tempio, anche in assenza di arredi, come sarebbero altrettanto inutili i grembiuli e i guanti, perché innocenza e purezza non avrebbero bisogno di essere confermate o rappresentate. Perché allora questa involontaria confusione tra i due termini, cui sembra voler accennare l’autore dei libro? E’cosa dì non poco conto, giacché una errata visione del problema potrebbe creare il rischio che il Tempio sovrasti la Loggia. Che la forma sovrasti la sostanza. Dovremmo allora ridurre tutto all’osso? Trovarci sotto i ponti? Certo che no. E’ un problema, come dicevo, di priorità.
    Ma proviamo a rivolgerci, per ampliare e approfondire, ad un autore più noto, J. Boucher e vedere cosa ci propone nel suo libro “La simbologia massonica”.
    «Gli autori massonici discutono ancora sugli appellativi rispettivi di Tempio e di Loggia. Per alcuni la Loggia è il Tempio stesso; per gli altri, è solo un gruppo di Massoni, per altri ancora, la Loggia non esiste che nel momento in cui i Massoni sono riuniti e si annulla dopo. In realtà la Loggia è un gruppo di Massoni, una entità collettiva, definita, che possiede una propria vitalità, uno spirito particolare. Un Massone “visitatore”, cioè colui che si reca occasionalmente in una Loggia diversa da quella a cui appartiene, sente nettamente la differenza di “spirito” tra questa Loggia e la sua. Al contrario, il locale è indifferente, una Loggia può riunirsi in tale o talaltro Tempio senza che il suo carattere venga alterato». 
    Anche Boucher si pone in qualche modo il problema o per meglio dire ammette che il problema esiste, ed evidenze tre scuole di pensiero. Una minimalista (la Loggia è solo un gruppo di Massoni) che non credo meriti commenti. Una che riconosce un legame di identità tra Loggia e Tempio e che andrebbe valutata comprendendo su quale dei due termini l’Autore ponga l’accento. Cioè ogni volta che una Loggia si riunisce abbiamo un Tempio, ma potrebbe anche sottintendere che ogni volta che un qualsiasi Gruppo di Massoni si riunisce in Tempio si ottiene la Loggia. E una scuola di pensiero, infine, che identifica la Loggia con i Lavori, finiti i quali la Loggìa sparisce.    
    Sin qui nulla di speciale. Nella spiegazione, però, Boucher presenta una quarta possibilità, certamente più completa e attendibile, almeno riguardo la definizione di Loggia, introducendo il concetto di spirito di Loggia. Credo che su questo argomento meriti spendere alcune parole.
    Abbiamo spesso parlato tra Maestri della opportunità o meno di fare riunioni congiunte, e alcuni di noi hanno espresso l’opinione che in ciò non avvertivano imbarazzo o difficoltà di sorta. Affermazione in qualche modo smentita dai fatti (scarso gradimento di queste tornate) ma anche dalla tradizione stessa che definisce i Fratelli di altre Logge come visitatori, che, anche se conosciuti, devono essere invitati (aspetto in realtà solo teorico, per taluni, e va bene così). Eppure la ritualità è quella, i ruoli anche. Cambiano solo i Fratelli. 
    Non si parla di sovranità della Loggia, che è altra cosa, solo di qualcosa di impalpabile, di non spiegabile, che si avverte o non si avverte – e non saprei dire chi è nel giusto e neppure se c’è un atteggiamento giusto – ma piuttosto il riconoscimento di diversi modi di vivere e percepire la stessa realtà. Ma certamente la conseguenza più importante dell’accettazione di questa quarta possibilità, è che lo spirito di Loggia sopravvive alla apertura e chiusura dei lavori della Loggia stessa, indipendentemente non solo dall’esistenza dei Tempio, ma anche dal fatto che la Loggia si riunisca, che i suoi Membri si ritrovino, cambino. Muore solo con lo smantellamento della Loggia o con la caduta dei valori che assieme definiscono il suo Spirito.
    Credo che molti siano gli spunti che nascono da queste semplici considerazioni. Non c’è il tempo, e non è neppure il momento, di esaminarli tutti. Mi Limiterò a citare un classico dell’aneddotica massonica, in cui si racconta di un Presidente degli Stati Uniti, Massone, che stimolava un suo consigliere anch’esso Massone ma di Loggia, a frequentare i lavori, e cercava di convincerlo a chiedere un trasferimento per stare assieme, facendogli presente che il M.V. della sua Loggia era uno veramente bravo e preparato, e che tutti e due ben conoscevano giacché era … il Giardiniere della Casa Bianca. 
    Vero o falso che sia il racconto vuole sottolineare come tra i Massoni veri: 
– è l’uomo privo dei suoi metalli che conta, non il suo ceto o la sua posizione economica
– non tutte le Logge sono eguali. 
    Prendiamo allora insegnamento da questo e siamo pure tolleranti, ma solo sul Tempio, sulla forma, diventando intransigenti solo quando siamo certissimi della sostanza.
    

«Bisogna che tu abbia imparato da altri o scoperto da te stesso le cose di cui eri ignorante. Ciò che tu apprendi, dunque, lo ricevi da altri in modo non autonomo, ciò che invece scopri, lo hai in modo autonomo e personale, ma scoprire senza cercare è cosa assurda e rara, mentre scoprire cercando è cosa accessibile e facile, d’altra parte è impossibile cercare senza sapere cosa cercare» 

(Archita di Taranto)

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

INGRESSO RITUALE NEL TEMPIO

INGRESSO  RITUALE NEL TEMPIO

L’ingresso Rituale nel Tempio

Le motivazioni che mi hanno portato a scegliere tale argomento possono essere ricondotte sostanzialmente a due: una prima, di carattere personale, nata dal ricordo di un momento dell’iniziazione ed un’altra connessa al desiderio di approfondimento del rituale in virtù di quanto osservato durante le tornate.

La prima, almeno secondo le mie sensazioni, concerne il fatto che la procedura di ingresso rituale rappresenta il primo momento di “vita ordinaria”che un iniziato si trova ad affrontare: ricordo infatti il momento dell’istruzione nella sala dei passi perduti ed il rientro nel tempio.

La seconda, come detto, nasce da quanto osservato durante le tornate sia quelle ordinarie con la presenza di soli fratelli della 1191 che di straordinarie con fratelli provenienti da altre Logge e, di conseguenza, cercare di capire i motivi delle diverse situazioni osservate.

Fatta questa premessa osserveremo prima la procedura dell’ingresso rituale di inizio lavori e successivamente dell’ingresso nel tempio a lavori iniziati.

Possiamo osservare come il Rituale dell’Apprendista Libero Muratore stabilisce che “i fratelli prima dell’ingresso nel tempio, debbono sostare per qualche minuto in silenzio e meditazione nella sala dei passi perduti che deve essere opportunamente oscurata.

Il M. d. C. invita i fratelli Apprendisti, fratelli Compagni e fratelli Maestri a prendere posto nel Tempio.

Si esegue secondo l’ordine di chiamata i fratelli si recano ai loro posti, rimanendovi in piedi ed in silenzio, mentre il M. V., i Dignitari e gli Ufficiali rimangono alla porta del tempio.

A questo punto il M. d. C., seguito nell’ordine dal M. V., 1° e 2° Sorveglianti, Oratore, Segretario, Tesoriere, ex M. V., 1° e 2° diaconi, Copritore Interno, inizia la squadratura partendo da ovest, per maggior precisione – possibilmente – dal punto nord-ovest.

Procedendo in senso orario destro-centrico, soffermandosi un istante ai punti successivi – angoli nord-est, sud-est, sud-ovest – che vengono superati ad angolo retto, il corteo torna al punto di partenza – conclusione della squadratura – sorpassato il quale, la marcia continua ed il M. V., i Dignitari e gli Ufficiali, via via che ne provengono all’altezza, occupano i loro posti, rimanendovi in piedi.

Quando tutti i fratelli hanno raggiunto il loro posto, il M. V. indossa il collare contemporaneamente ai Dignitari ed agli Ufficiali di loggia.

Eventuali fratelli visitatori, purché non destinati all’Oriente, possono, a giudizio del M. V., essere introdotti nel tempio, sia insieme ai fratelli in piè di lista, sia insieme ai fratelli destinati all’Oriente, i quali devono comunque essere introdotti ritualmente al termine dell’apertura dei lavori.

Nel caso in cui l’Officina disponga di locali sufficientemente ampli, l’ingresso nel tempio avverrà nell’ordine seguente: M. d. C., M. V., 1° e 2° Sorveglianti, Oratore, Segretario, Tesoriere, ex M. V., 1° e 2° Diaconi, Maestri, Compagni d’Arte, Apprendisti e Copritore Interno.”

Questo cita il Libro del Rituale, dove però nulla dice ad esempio su quale ordine di ingresso debbano osservare, tra di loro, i diversi Maestri, Compagni d’Arte o Apprendisti.

Dall’esame anche di altri testi relativi alla simbologia e rituale massonici non ho riscontrato particolare attenzione al rito dell’ingresso; forse maggiore enfasi è riservata alla circolazione – destrocentrica o sinistrocentrica – oppure all’ingresso rituale a lavori iniziati.

In ogni caso ne “L’Apprendista Libero Muratore” di Luigi Troisi vi è un riferimento all’apertura dei lavori: “I fratelli entrano nel tempio, in fila, con alla testa il M.d.C.. Seguono nell’ordine: gli Apprendisti, i Compagni d’arte, i Maestri, gli Ufficiali (preceduti dal 1° e 2° Diacono e seguiti dal Copritore Interno), i Dignitari (Tesoriere, Segretario, Oratore), l’ex M. V. e le tre luci 2° e 1° Sorvegliante e M. V.). L’ingresso viene effettuato facendo la squadratura del Tempio che consiste nel procedere ritmicamente, in linea retta secondo i lati del tempio, con conversione a squadra in due tempi, in corrispondenza degli angoli.

Dopo aver compiuto un giro, deambulando in senso orario, passando da Settentrione ed Oriente, di poi a Meridione e, infine, a Occidente, prendono posto prima gli Apprendisti nella colonna del settentrione, poi i Compagni, nella colonna del meridione, quindi, nelle due colonne (in modo che accolgano possibilmente lo stesso numero di fratelli), i Maestri, infine gli Ufficiali ed i Dignitari. Indistintamente tutti i fratelli restano in piedi, non all’ordine, fino a quando il M. V., una volta raggiunto il suo posto dice: fratelli sedete.”

Questo per quanto riguarda l’ingresso nel Tempio ma, come dicevo, maggiori riscontri si ottengono sull’argomento circolazione nel Tempio durante la fase di ingresso: infatti il nostro Libro del Rituale si esprime chiaramente sia per quanto riguarda il numero di squadrature da effettuare (una) – e così dice anche Troisi nel testo appena citato – sia per quanto riguarda la circolazione destrorsa o destrocentrica da tenere – anche in questo caso il testo succitato conferma tale impostazione -. Ma informazioni più interessanti si ritrovano ne “La simbologia Massonica” di J. Boucher dove l’autore dice: “ … Il moto reale del sistema solare è sinistrocentrico, Per conseguenza, dato che la loggia rappresenta l’Universo e gli ufficiali, i pianeti, sembra logico far circolare questi in senso reale. Ma in tal caso, si urta con la tradizione che vuole che ogni movimento sinistrocentrico sia malefico.” … “Il Tempio è orientato verso est e la luce o il sole si leva ad oriente, passa a mezzogiorno e tramonta ad occidente, la circolazione sinistrocentrica va dunque incontro al sole. In questa deambulazione si entra da destra e si esce da sinistra; si va verso oriente passando per il mezzogiorno e si esce dall’occidente passando per il nord.

Simbolicamente e logicamente questa deambulazione dovrebbe essere la sola possibile in Massoneria: il Massone va verso la luce entrando nel tempio e ritorna nelle tenebre – il mondo profano – uscendo.”

“Preconizziamo la circolazione sinistrocentrica ma non ci opporremo al fatto che una Loggia ammetta la circolazione inversa, a condizione che essa voglia esporre i suoi motivi e che questi siano validi.

A ogni modo, bisogna adottare l’uno dei due sensi e imporlo. E’ inammissibile che la circolazione si faccia indifferentemente in un senso o nell’altro. Si deve necessariamente adottare un senso rituale di circolazione”.

Questo quanto dice il Boucher che sembra scontrarsi con la nostra impostazione sebbene anche lui preveda la possibilità di circolazione destrorsa. Un ulteriore contributo, forse anche per capire l’impostazione di Boucher, ci arriva da Guenon, citato in “Simbologia massonica del terzo millennio” di Irene Mainguy, il quale osserva che “in Massoneria, nella sua forma attuale il senso della circumambulazione è solare, ma in origine, nell’antico rituale operativo, esso era probabilmente polare, quindi sinistrorso; ciò in base al fatto che il trono di Salomone era posto ad occidente e non ad oriente, così da permettere a colui che lo occupava di contemplare il sole al suo sorgere”.

Per quanto riguarda l’ingresso rituale nel tempio dopo l’apertura dei lavori, mi sembra che vi sia una certa condivisione nell’azione da compiere. Infatti, come il nostro Libro del Rituale stabilisce in merito “Compiuti i tre passi dell’Apprendista, dare tre volte il segno di riconoscimento; il primo verso il M. V., il secondo verso il 1° sorvegliante, il terzo verso il 2° sorvegliante. Il segno è ricambiato” così anche il succitato libro della Mainguy sottolinea come la marcia del Massone “non sia molto antica” e che i passi rituali corrispondono “al modo di avanzare verso oriente per adempiere ai propri obblighi”. Quest’ultima, sempre nel testo prima citato, evidenzia comunque la differenza sostanziale tra il Rito Scozzese Antico e Accettato e quello Francese: il primo si effettua con tre passi scivolati rasoterra, tracciando una linea retta, con i piedi a squadra e partendo col piede sinistro; nel rito francese il piede di avvio è il destro invece del sinistro di nostra tradizione.

Concludo queste pagine con un dubbio che mi è venuto procedendo nelle letture prima ricordate e a cui spero qualche fratello riuscirà a chiarirmi: se non si rispetta nell’ambito di una tornata la procedura di ingresso e deambulazione interna al tempio, si indebolisce la “forza” del gruppo e del suo lavoro? O meglio, venendo meno il rispetto delle procedure succitate – ma anche di altre -, che dovrebbero rappresentare un insieme di azioni necessarie a creare ed accrescere l’energia necessaria a rendere i pensieri, il ragionamento, la speculazione ed il risultato dei lavori così incisivi e perfetti nei risultati, non si rischia di vanificare in tutto o in parte il lavoro stesso?

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

IL TEMPIO

IL TEMPIO


Maestro Venerabile, Fratelli questa tavola, poco esoterica, l’ho pensata come propedeutica verso una conoscenza, uno studio, un approfondimento della simbologia presente nel tempio.
Qualche volta capita di confondere il temine Tempio con il termine Loggia.
I due termini hanno un significato filosofico ed anche simbolico differente: la loggia ha attinenza con il tempo; è il primo ed il più importante nucleo massonico. E’ dalla loggia che deriva ogni gerarchia ed ogni regolarità massonica, anche semplicemente da un punto di vista amministrativo.
Il tempio è uno spazio.
Il termine Tempio deriva dalla radice indoeuropea tem che significa dividere, delimitare.
Gli Indovini etruschi delimitavano un’area sacra dividevano il cielo in quattro sezioni ed attraverso due linee immaginarie che si intersecavano sopra la loro testa individuavano il centro.
Anche presso i Romani con il termine Templum si indicava, all’inizio, uno spazio del cielo di forma circolare o rettangolare, la cui delimitazione avveniva ritualmente, eseguendo alla lettera le prescrizioni degli àuguri. Questo spazio veniva delimitato con un bastone, dall’àugure che si posizionava rivolgendo il volto verso mezzogiorno ed anche qui il centro di questo spazio risultava sopra la sua testa ed era il punto di intersecazione di due linee immaginarie.
Entro questo spazio, così consacrato, l’àugure prediceva il futuro traendo indizi dal volo degli uccelli e da fenomeni atmosferici.
Da queste operazioni rituali derivano i termini con-templare ed in-augurare che in latino significava consacrare con gli àuguri.
Il Tempio è quindi lo spazio dove avviene una ierofania o discesa di una influenza spirituale. Il rituale è il modo o il mezzo con il quale questa ierofania avviene.
Il movimento, il deambulare all’interno del Tempio marca il Tempio stesso rendendolo uno spazio sacro.
Il Guénon scrive che nella massoneria operativa l’ubicazione di un edificio era determinata, ancora prima di intraprenderne la costruzione, usando il metodo dei cinque punti, che consisteva nel fissare i quattro angoli (la costruzione era spesso di base quadrata o rettangolare) e si deponevano le prime quattro pietra, quindi si determinava il centro che era il punto d’incontro delle diagonali.
Queste pietre che determinavano i primi punti erano chiamati LANDMARKS pietre termini.
Il Tempio come luogo di culto specificamente costruito inizia ad esistere dal 5° millennio a.c., dapprima come costruzione rudimentale, poi sempre più complessa sino ad arrivare ai grandi templi sumerici.
I templi erano di forma rettangolare, a gradini, a simboleggiare una montagna, la residenza della divinità.
Nel tempo e nei diversi luoghi, i templi sono via via architettonicamente migliorati.
Il Tempio più famoso, quello al quale noi Massoni siamo legati è il Tempio di Salomone che si iniziò a costruire nel X° secolo a.c..
Re Salomone regno dopo re David, tra il 974 ed il 932 a.c. (42 anni); la costruzione del Tempio iniziò quattro anni dopo l’incoronazione.
Nel Primo libro dei Re è descritto com’era il Tempio che Salomone edificò al Signore.
La casa che il re Salomone costruì per Ievè avea sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza e trenta di altezza. Un cubito è uguale a 0.55 m.
Il portico sul davanti del luogo santo della casa aveva 20 cubiti di lunghezza rispondenti alla larghezza della casa e dieci cubiti di larghezza sulla fronte della casa.
E il re fece alla casa delle finestre a reticolato fisso. Egli costruì, a ridosso del muro, tutt’intorno dei piani che circondavano i muri della casa: del luogo santo e del luogo santissimo; e fece delle camere laterali tutt’intorno.
Il piano inferiore era largo cinque cubiti; quello di mezzo sei cubiti ed il terzo sette cubiti; perch’egli avea fatto delle sporgenze tutt’intorno ai muri esterni della casa, affinché le travi non fossero incastrate nei muri delle casa.
Per la costruzione si servirono di pietre già approntate alla cava; in guisa che nella casa durante la sua costruzione, non s’udì mai rumore di martello, d’ascia o d’altro strumento di ferro.
L’ingresso del piano di mezzo si trovava al lato destro della casa e per una scala a chiocciola si saliva al piano di mezzo, e dal piano di mezzo al terzo.
Dopo aver finito di costruire la casa, Salomone la coperse di travi e di assi di legno di cedro.
“Salomone né rivestì le pareti interne di tavole di cedro; dal pavimento fino alla travatura del tetto; rivestì così di legno l’interno e coperse il pavimento della casa di tavole di cipresso.
Rivestì di tavole di cipresso uno spazio di venti cubiti in fondo alla casa, dal pavimento al soffitto; e riserbò uno spazio interno per farne un santuario, il luogo del santissimo (qodesch o qodaschim).
I quaranta cubiti sul davanti formavano la casa, vale a dire il tempio.
Il legno di cedro, nell’interno della casa presentava delle sculture, tutto era di cedro e non si vedeva pietra.
Salomone stabilì il santuario nell’interno, in fondo alla casa, per collocarvi l’arca dell’alleanza di Ievè.
Il santuario avea venti cubiti di lunghezza, venti cubiti di larghezza e venti cubiti d’altezza. Salomone lo rivestì d’oro finissimo e davanti al santuario fece un altare di cedro e lo ricoprì d’oro.
Rivestì d’oro tutta la casa e ricoprì d’oro tutto l’altare che apparteneva al santuario.
Il Tempio era, abbiamo visto, diviso in tre aree che rappresentavano i tre regni della natura: l’ATRIO il mare; il SANTO la terra ed il SANTISSIMO il cielo.
Nel 587 a.c. l’esercito babilonese di Nabucodonosor distrusse il Tempio.
Ciro di Persia lo fece ricostruire nel 538 a.c.. Per questa ricostruzione venne impiegato molto tempo a causa anche di una interruzione di 17 anni. Il risultato fu, comunque, enormemente inferiore nelle ricchezze delle decorazioni , degli ornamenti e degli arredi.
Nel 63 a.c. Pompeo occupò Gerusalemme ed invase il Tempio penetrandolo anche in quelle parti segrete dove solamente un sacerdote poteva entrare – una sola volta all’anno per pronunciare il nome di dio, mentre tutt’intorno si levavano forti rumori affinché nessuno, al di fuori del locale, potesse sentirne il nome inoltre vi entrava legato perché qualora morisse poteva venire tratto fuori senza che alcun’altro penetrasse in quell’area.
Nel 19 a.c. Erode il Grande intraprese la costruzione di un nuovo Tempio al quale lavorarono 100.000 operai e 1000 muratori-sacerdoti, esperti nel campo dell’architettura sacra. Questo Tempio aveva otto porte monumentali ed oggi di questo Tempio restano soltanto alcuni ruderi ed un muro – il muro del pianto.
Salomone in ebraico significa “uomo pacifico” – il tempio di Salomone è quello della pace verso la quale tendono tutti i massoni sinceri che guardano con distacco l’agitazione del mondo profano.
Il Tempio di Salomone fu costruito in sette anni e sette è l’età simbolica del maestro massone.
Il Tempio di Salomone era costruito in pietra che è la stabilità, in legno che è la vitalità e in oro che è la spiritualità.
Il Tempio di Salomone va considerato non nella sua realtà storica, seppure qui è la parte alla quale ho dedicato più tempo, annoiandovi forse, ma nel suo significato esoterico.
Il Tempio massonico è uno dei tre appartamenti che costituiscono la Loggia; gli altri due sono Il gabinetto di Riflessione, dove ognuno di noi ha avuto per la prima volta conoscenza della simbologia massonica, e La Sala dei Passi Perduti, che equivale al Peripato-peripatos, punto dove si passeggiava, si perdevano i passi e dove si indossano i vestiti adatti ai lavori sacri, abbandonando ogni consuetudine profana.
Il tempio massonico è di forma rettangolare con un’unica porta orientata ad Occidente. Il Tempio quindi va da occidente ad oriente, verso la luce.
Al Tempio si accede passando attraverso due colonne.
Queste colonne sono identificate, una con la lettera J (Jod) lettera che in ebraico rappresenta la mascolinità, e l’altra con la lettera B (Beth) seconda lettera dell’alfabeto ebraico con un significato essenzialmente femminile.
Queste sono le colonne di rame che Hiram di Tiro, figlio di una vedova della tribù di Nneftali, fece costruire nel portico del Tempio di Salomone, sollevando con la mano destra quella che chiamò Jachin e con la mano sinistra quella che chiamò Boaz. Queste colonne erano alte 18 cubiti, cioè 9.90 metri.
Jachin, significa Egli stabilirà e Boaz significa Forza. Insieme, significano “Dio stabilirà nella forza, solidamente, il Tempio e la religione di cui Egli è il centro.”
La sala ha una volta azzurra cosparsa di stelle e rappresenta il firmamento.
La volta è sostenuta, simbolicamente, da 12 colonne; sei a settentrione e sei a mezzogiorno. La volta azzurra è l’altezza del tempio che va dal Nadir allo Zenit ed è il cielo che protegge gli uomini di ogni ceto e di ogni colore, purché desiderosi di luce e disposti a costruire il Tempio universale.
Il Tempio è l’immagine del Cosmo e per questo motivo le sue dimensioni non sono definite.
Intorno alle pareti corre un cordone di colore rosso con sette nodi d’amore, immagine che rappresenta la catena che unisce tutti i massoni.
Una delle pareti appare incompleta alla sommità, ad indicare che il Tempio che ognuno di noi deve costruire non è mai finito/completo.
La parte più sacra del Tempio quella corrispondente al santuario del santissimo nel Tempio di Salomone è denominata Oriente, qui c’è un podio sopraelevato di quattro gradini che dovrebbe essere delimitato da una balaustra oltre la quale si erge il trono del Maestro Venerabile sul cui altare vi è un candeliere a tre luci ed una colonnina ionica mobile.
Davanti al trono del M.·.V.·. vi è un’ara sulla quale sono collocati: una lampada a sette bracci ed un compasso. Dietro il trono, in alto, c’è il delta trasparente e luminoso – un triangolo equilatero nel quale è dipinto un occhio destro.
La parete dell’oriente è dominata da una iscrizione a grandi lettere che significa Alla Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo. Ai due lati, verso settentrione, il Sole e verso mezzodì la Luna crescente, in posizione diversa da quella astronomica. Sempre sulla parete dell’oriente sono poste le parole libertà – uguaglianza – fratellanza.
Alle estremità del podio vi sono due tavoli, uno per l’oratore (settentrione) ed uno per il segretario (meridione).
In terra, vicino all’ara, sono collocati, dalla parte degli Apprendisti e siamo ancora a settentrione, una pietra grezza, un filo a piombo,un maglietto ed uno scalpello; dall’altro lato (meridione) siamo nella zona dei Compagni d’Arte ci sono una pietra cubica sormontata da una piramide, una livella, un regolo ed una leva. Verso il centro sono collocati una tavola da tracciare, una cazzuola ed una squadra.
Sopra una pedana a due gradini vi è il tronetto del 1° sorvegliante. Sull’ara vi sono un candeliere a due luci ed una colonnina dorica mobile.
Su un altro seggio, uguale a quello del 1° sorvegliante ma posizionato sopra una pedana ad un solo gradino si siede il 2° sorvegliante e sull’ara vi sono un candeliere ad una luce ed una colonnina corinzia mobile.
Il pavimento, al di fuori del podio, è a grosse piastrelle bianche e nere posizionate a scacchiera.
Le colonnine delle tre luci, M.·.V.·., 1° e 2° sorvegliante, rappresentano le tre virtù, la colonna dorica (1° sorvegliante) la forza per dirigere, quella jonica (M.·.V.·.) la saggezza per inventare e la corinzia (2° sorvegliante) la grazia, la bellezza per ornare.
Nelle pareti, presso il 1° sorvegliante, c’è la statua di Ercole, presso il 2° sorvegliante la statua di Venere e ad Oriente la statua di Minerva.
Quanto contenuto nel Tempio massonico è riportato nel quadro di loggia.
Tornando alla questione iniziale, la Loggia è diversa dal Tempio. Una Loggia può infatti riunirsi in uno od in un altro Tempio senza che il suo carattere venga alterato.

Fonti:
Dizionario Massonico – Troisi ed. Sugarco
La simbologia massonica – Boucher ed. Atanor
La bibbia
Hiram n° 10/1987 Fr.·. R.G.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

IL PAVIMENTO DEL TEMPIO

Il pavimento del Tempio

Il pavimento del Tempio Massonico è a mosaico bianco e nero e si dice che rappresenti il pavimento del porticato del Tempio di Salomone.
Samuel Hemming, Fr e studioso della ritualità massonica, diceva che la Massoneria è un sistema di regole morali velato in allegorie e illustrato da simboli. Tutto dentro il Tempio ha una valenza simbolica.
Il pavimento è a mosaico, a scacchiera, bianco e nero, e non tutto bianco o tutto nero o di qualsivoglia colore. Esso infatti è l’espressione di una logica binaria: si-no, luce-tenebre, bene-male, gioia-dolore, vita-morte, materia-spirito.
La prima riflessione che ne deriva è quella della contrapposizione, espressione della varietà del mondo. Ma da questa prima riflessione, se riusciamo ad andare oltre il dato fenomenico della contrapposizione, bianco-nero, possiamo cogliere l’unità. Dal punto di vista massonico il due è il simbolo del pavimento (ma anche della squadra, del compasso).
I Taoisti usano il concetto di complementarietà degli opposti (Yin intuitivo, Yiang razionale). Nel Buddismo Zen uno dei temi centrali è il problema della simultanea presenza di aspetti contrapposti. E per quanto riguarda la cultura occidentale, tali aspetti sono stati studiati da Eraclito, Plotino, Leibniz ed Hegel, per citarne alcuni.
Come si può quindi osservare il nucleo centrale della condizione umana sembra essere la contrapposizione e d’altro canto la realtà immediatamente percettibile, fenomenica, è il risultato di contrasti.
La Massoneria, nel lungo e faticoso percorso che propone, ci può fornire i mezzi per andare oltre la contrapposizione, per arrivare all’unità. Ci permette di poter arrivare a dare un ordine a ciò che appare antitetico, inconciliabile.
Ho detto.
Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

IL SILENZIO

IL SILENZIO

(Principi necessari per tacere)

In Massoneria, come nella vita

non si finisce mai di imparare

non si finisce mai  di sbagliare

non si finisce  mai di correggersi e di ricominciare.  

In una parola non si finisce mai di Costruire

  1. E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.
  2. Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.
  3. Nell’ordine d’importanza, il momento di tacere deve venire sempre prima; solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.
  4. Tacere quando si é obbligati a parlare é segno di debolezza, ma parlare quando si dovrebbe tacere é segno di leggerezza e scarsa discrezione.
  5. Mai l’uomo é padrone di sé come quando tace; quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, come se in quel momento appartenesse meno a se stesso e più agli altri.
  6. Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti; é buona norma e precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripeterla, per non doversi poi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.
  7. Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo; in questi casi l’ultima cosa da temere é saper conservare il silenzio.
  8. Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio, nelle situazioni consuete della vita, non é virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene. Non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che non conosciamo profondamente; talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo.
  9. E’ proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; é proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.
  10. Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, é bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa può essere spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.
  11. Il silenzio é necessario in molte occasioni, ma la sincerità lo é sempre. Si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare.
  12. Vi é un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna di mantenere il segreto senza apparire superbi.

(di autore sconosciuto)

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

I 5 PUNTI DELLA FRATELLANZA

I 5 punti della fralellanza

I.
La Società dei Liberi Muratori è un’unione di Uomini Liberi e di buoni costumi, affratellati da sentimenti di mutua stima ed amicizia, e diretti da principi velati da Simboli ed illustrati da Allegorie. Gli insegnamenti di questi principi e l’educazione particolare che ne scaturisce vengono compiuti nelle Logge con lo studio degli emblemi, delle tradizioni e con la pratica delle Cerimonie proprie dell’Arte Reale. 

II.
La Libera Muratoria riconosce e venera un Essere Supremo sotto il nome di Grande Architetto dell’Universo; ha per massime fondamentali: Conosci te stesso; Ama il prossimo tuo come te stesso.
Essa propugna la Libertà di Coscienza ed il Libero Esame, e perciò richiede da tutti i suoi Adepti il rispetto delle opinioni altrui, e vieta loro ogni discussione, che possa turbare il lavoro e l’armonia delle Logge, le quali debbono essere un Centro permanente di Unione Fraterna tra persone buone, leali e probe, un Legame Segreto fra tutti coloro che sono animati da sincero amore per il Vero, il Bello ed il Buono. 

III.
La Libera Muratoria ha per scopo il perfezionamento morale dell’Umanità, e per mezzo la diffusione e la pratica di una vera filantropia; l’elevazione morale, intellettuale e materiale di tutti gli Uomini ai quali Essa aspira di estendere i legami d’Amore e di Solidarietà fraterni che uniscono tutti i Liberi Muratori sulla superficie della Terra.Il Libero Muratore ha per divisa: Fa agli altri ciò che vorresti che da altri fosse fatto a te.
Tenendo in più gran conto i valori morali, la Libera Muratoria non ammette privilegi di classi sociali, ed onora il Lavoro in tutte le sue forme; riconosce in ogni Uomo il diritto di esercitare senza ostacoli e senza restrizioni le facoltà sue purché non violi quelle degli altri, e sia in armonia coi supremi interessi della Patria e dell’Umanità.

Essa crede che i Doveri ed i Diritti debbano essere uniformi per tutti, affinché nessuno si sottragga all’azione della Legge che li definisce; e che ogni Uomo debba partecipare, in ragione del proprio lavoro, al godimento dei prodotti, risultato di tutte le forze sociali in attività.


IV.

La Libera Muratoria non riconosce alcun limite alla ricerca del Vero ed al Progresso Umano; essa ritiene che i sistemi etici, filosofici e politici non siano che delle manifestazioni e dei metodi differenti, ma pur concorrenti ad uno stesso fine, della Legge universale che presiede a tutte le sfere dell’esistenza.

Perciò s’interdice ogni politica d’azione esterna effettuata da Essa come corpo, ma lascia ai suoi Adepti ampia libertà d’azione nel mondo profano, secondo la loro coscienza, sul terreno religioso, filosofico e politico, senza dar loro alcuna parola d’ordine.

V.
Le Logge sono i luoghi particolari dove si riuniscono i Liberi Muratori e nei quali essi apprendono ad amare ed a servire la Patria e l’esercizio della loro Arte, che è l’arte della vita; ed a pensare, a volere ed a vivere come Uomini completamente formati e padroni di sé, nello spirito della Patria e dell’Umanità. Risvegliare e fortificare questo spirito, contribuire con esso a perfezionare l’Umanità nella persona di ogni Fratello, preparare e sostenere gli Uomini nella loro ascensione, tale è lo scopo dei lavori delle Logge.

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento