PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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LE CAPRE, L’ARTIGLIERE E LA BUROCRAZIA

LE CAPRE, L’ARTIGLIERE E LA BUROCRAZIA

di G. G.

Giorni fa mi sono imbattuto per caso in un episodio accaduto tanti anni fa in Russia ad un era artigliere nostro soldato. Si chiamava  Bruno Bellini ed nel 121° Rgt. Artiglieria, inquadrato nella gloriosa e sfortunata divisione « Ravenna », l’unità che sul finire del 1942 fu fortemente impegnata ad arginare nella grande ansa che compie il Don a Mamon, lo sfondamento delle linee alleate tedesche. Da lì, infatti, irruppero nella Steppa russa le colonne corazzate di Stalin. Leggendo

per caso e sfogliando quelle lettere, quegli appunti, quei verbali; osservando quei vecchi timbri di comandi militari, quelli con lo stemma sabaudo; toccando quelle veline, rese ancora più trasparenti dal tempo e stilate a mano perché non sempre in prima linea il furiere poteva adoperare la macchina da scrivere; riconoscendo quelle località indicate spazio, che la Giustizia dell’uomo è Spesso e soltanto pura velleità. La vera Giustizia ha la sua sede altrove, sicuramente in un altro mondo ©, certamente, è più giusta. di guerra.

La partecipazione dell’Italia al conflitto contro la Russia, come noto, fu voluta espressamente da Mussolini per coerenza alla propria ideologia.

Il suo sentimento antibolscevico e quindi, secondo lui, quello di tutti i fascisti, era da considerarsi «assoluto, granitico, inscindibile». In                                                                       effetti, anche se non tutti gli italiani erano fascisti, e quindi una buona

parte di essi non condividevano il suo pensiero, il Duce aveva buon gioco in quanto in quel periodo cavalcava un diffuso sentimento «anti»

nei confronti di Stalin perché gli italiani mal tolleravano l’invasione della Finlandia. Così la nostra partecipazione al conflitto fu agevolata e nel giugno del 41 fu deciso di far partire il CSIR, corpo di spedizione in Russia. L’esaltazione delle vittorie del momento                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              inebriarono un po’ tutti, non soltanto Mussolini, certamente il primo, ma non il solo responsabile del nostro disastro militare. E le facili vittorie iniziali illusero anche Hitler che non seppe valutare non solo le forze nemiche che aveva di fronte ma anche il fatto che la ritirata di Stalin era una mossa strategica in attesa di concentrare le proprie forze in determinati punti del territorio e quindi, logorati uomini e materiali del nemico, contrattaccare decisamente in profondità. Infatti, di li a pochi mesi, nella dura e spietata steppa russa verranno sacrificate le migliori forze operative germaniche e la migliore, in assoluto, nostra Armata in terra straniera. Premesso ciò, veniamo ai fatti. Il 25 settembre del 1942 (XX dell’Era Fascista, come si scriveva un tempo), in territorio russo, esattamente nella zona assegnata alla 8° Armata sul fronte del Don, il Generale Procuratore militare del Re Imperatore Vittorio Emanuele III (Dio guardi), Generale Leone Zingales, emetteva un ordine di comparizione per citazione diretta a carico di due artiglieri del 121° Rgt. A. della divisione «Ravenna», imputati del reato di BUSCA (art. 188 del Codice Penale militare di Pace e di Guerra), per essersi impossessati senza necessità od autorizzazione, 18 settembre 1942, di una capra mentre era al pascolo nelle campagne tra Gadiutschie e Filonovo, in danno della suddita russa Maria Petrovna, nonché di tre capre in danno di Oksarino MarKoma e di altre capre in danno di Poroskovie Martina. In tutto otto capre. Questi due artiglieri corrispondevano al nome di Bruno Bellini da Monzambano (Mp) e Carlo Roversi da Voghenza (Fe). Il primo classe 1921, il secondo classe 1919.

Sembrerà strano e fuori tempo leggere, oggi, questo fatto, dopo la fine della guerra, la ricostruzione dell’Italia, gli anni del boom, il 68 ed i falsi profeti di quell’anno che portò poi agli anni 70 ed al terrorismo, gli anni ’80 e la mafia con  il suo potere opposto a quello legale, il fatidico 1992. Inoltre, a pensare o cercare di immaginare ciò che accadrà di lì a pochi mesi, un paio di caprette forse sottratte a contadini evacuati per ricavarne latte fresco al mattino in prima linea, fa solo tenerezza: due mesi dopo, una marea di T34 sovietici spazzeranno per sempre dalla faccia della terra centinaia di migliaia di giovani vite. Ed i pochi sopravvissuti patiranno fame e freddo, pidocchi e malattie, congelamenti e continue diarree per circa tre mesi, prima di potersi considerare, si fa per dire, in salvo. Comunque la giustizia militare era severa in fatto di busca in territorio occupato, tanto da prevedere nel peggiore dei casi una reclusione militare fino ad otto anni. E, come vedremo, non serviranno la ritirata, la disfatta, la morte per lo meno di un imputato a fermare nel tempo la mano della legge, o comunque la burocrazia. La busca, in gergo giuridico militare, è quel reato in cui incorrono i militari che in guerra, senza necessità, ordine od autorizzazione, si impossessano di viveri, oggetti di vestiario od equipaggiamento. Chi non ha letto i libri di Rigoni Stern, di Bedeschi, di Franco La Guidara? Chi di noi non si è commosso leggendo dei nostri soldati nel gelo, nella neve, braccati come bestie dai carri armati e dai partigiani, alla continua ricerca per circa tre mesi, tanto durò la ritirata, di una qualsiasi cosa da mettere dentro lo stomaco; di una coperta o capanno con cui vestirsi e ripararsi dal freddo. E quando qualcuno era così fortunato da togliere ad un morto i «valienki», allora era sicuro di portare la pelle a casa perché non avrebbe subito il congelamento ai piedi. Con tutto ciò, dopo circa 47 anni, la giustizia dell’uomo mette in questi giorni la parola fine ai fatti svoltisi in quei giorni di fine estate del 1942, in una zona compresa fra Gadiutskie e Filonovo, poco più a sud di quella grande ansa che compie il placido Don, denominata Mamon.

L’ordine di comparizione era scaturito in seguito alla denunzia effettuata dalla proprietaria delle capre. Il 9 di settembre, di buon mattino, infatti, si presentò al Comando distaccamento della 7° sezione

mista rifornimenti, dislocata a G., una contadina di 52 anni, tale Maria

Petrovna, nativa di Kumenkin ma profuga in quel paesino, per denunciare la scomparsa delle sue capre. C’è da dire a tal proposito che presso la sezione mista rifornimenti divisionale vi era la sede dei carabinieri che, come noto, costituiscono da sempre la polizia militare.

Il Maresciallo comandante il distaccamento, accompagnato da un carabiniere, riuscì a rintracciare una capra della contadina presso le cucine della batteria contro-carro, reparto dei due giovanotti che verranno incriminati. Da sempre, e questo vale per tutti i reparti mobilitati, in pace ed in guerra, quando vi sono militari in giro per esercitazioni, sparisce regolarmente qualche pollo o coniglio, a volte anche un agnello o maiale e questo i contadini lo sanno benissimo come pure sanno bene che al termine delle esercitazioni verranno abbondantemente indennizzati. Ora, non intendo dire che esista una implicita autorizzazione a buscare, soltanto intendo dire che la giovinezza e la voglia di vivere, a quell’età, sono a volte incontenibili. E poi in quel periodo, in zona di operazioni, con i regolamenti e le spettanze viveri dell’epoca che consentivano di consumare il rancio quando era possibile, non mi sembra proprio il caso che una o due capre dovessero mettere in croce, militarmente parlando, non solo gli imputati ma anche i comandanti che per la verità cercarono di ridurre tutto ad un fatto puramente marginale e senza colpa alcuna peri diretti interessati.

Oltre a tutto si deve considerare che i civili con le loro cose erano stati evacuati dalla prima linea. Forse qualcuno di loro non aveva avuto il tempo di radunare tutto il bestiame ed era plausibile che parte di esso fosse sparpagliato per la steppa intento a pascolare. Comunque nessuno dei soldati presenti seppe dire a chi appartenesse la capra.

Dissero però che era stata condotta dall’a. Roversi, temporaneamente assente. La contadina riconobbe la sua capra e se la riprese. La cosa sembrava chiusa ma per il Maresciallo eravamo in odore di busca anche perché, tornato il pomeriggio dello stesso giorno per interrogare il Roversi, si imbatté in una seconda capra. Roversi nella dichiarazione disse che le due capre gli erano state consegnate dal commilitone Bellini per ricavarne latte dalla più vecchia ed un bell’abbacchio per la batteria dalla più giovane. Mentre il Maresciallo requisiva anche la seconda capra e la consegnava in affidamento allo starosta, ecco arrivare trafelata la Petrovna dicendo (tramite l’interprete) che anche quella capra era sua; anzi, il giorno prima verso le 13,00, mentre era intenta con una paesana a mungere le vacche, aveva visto un soldato che portava via sette capre. Si erano messe ad urlare dicendo al soldato di lasciare le capre, ma non era valso a nulla urlare. Evidentemente quel militare non conosceva il russo. Il Maresciallo Pala chiese spiegazioni di ciò al Roversi il quale confermò solamente che lui aveva avuto solo due capre da Bellini. Dalla versione di Bellini infine risultò quello che dovrebbe essere la verità e cioè: verso le ore 14,00 del giorno precedente, 1°8 di settembre, rientrava al mentre proprio reparto da G., trovò in aperta campagna sette capre incustodite, intente a pascolare. Credendo di fare cosa buona, pensò di portarle al proprio reparto per ricavarne latte e carne. Non pensò minimamente di commettere un reato anche perché era una cosa normale tenere caprette, tant’è che se ne trovavano tante presso altri reparti in linea. Infatti, vicino alla batteria, in un avvallamento del terreno, si trovavano già altre quaranta capre incustodite. Dello stesso parere fu il Col. Comandante del reggimento il quale, nella sua relazione alla Procura militare del Re Imperatore presso il Tribunale militare della 8° Armata – PM n.6 di Millerovo, così ricostruì i fatti, sentiti tutti i testimoni. Il giorno 8 di settembre l’a. Bellini, di ritorno alla propria batteria da G. ove aveva portato un plico al Comando di artiglieria divisionale, notò sette capre incustodite in un campo. Poiché in quei giorni le popolazioni dei paesi prossimi alle linee erano state sgombrate nelle retrovie, ritenne che le bestie si fossero smarrite durante l’operazione. Avendo già visto che presso le postazioni della propria batteria, in una grossa fenditura del terreno (attraversata anche da un ruscelletto) vi si erano rifugiate una quarantina di capre, pensò bene di condurvi anche quelle che lui aveva

trovate. Giunto nei pressi, incontrò il Roversi il quale gli chiese se poteva cedergli una capra. Bellini, naturalmente, gliela diede, tanto ce n’erano tante. E dichiarò di aver visto il giorno successivo Roversi tornare nella valletta per prendersi altre due capre. Di quanto si era svolto tra i due artiglieri non ebbero sentore, naturalmente, gli Ufficiali del reparto. Questi ultimi avevano notato la presenza di numerose capre in una valletta adiacente la linea pezzi, ma non vi avevano dato peso, ritenendo che le bestie visi fossero rifugiate provvisoriamente. Poiché in quei giorni si erano svolte delle azioni di guerra che avevano assorbito interamente il loro di pensiero, non ci avevano più pensato anche perché, dopo qualche giorno, le capre erano tutte sparite. Il Comandante concluse dicendo che «in mancanza di prove certe non sembra che nella fattispecie ricorrano gli estremi del reato di busca nei confronti dell’a. Bellini, ritenendosi per il momento prematuro pervenire a qualsiasi conclusione nei confronti dell’a. Roversi che, essendo assente per malattia, non era stato possibile interrogare». Elencava infine tutti i documenti che la burocrazia imponeva e cioè le dichiarazioni, i verbali di interrogatorio, estratti di punizioni e rapporti informativi. E cosa poteva fare di più il Comandante?

A parte di scagionare il povero Bellini, tentava una giustificazione, cercando di minimizzare il fatto, tutto qui.

Perché, secondo la logica, non era possibile che gli Ufficiali ignorassero

il vero motivo delle capre radunate nella valletta, vicino alla linea pezzi. Nessuno me lo toglie dalla testa, ma in quei giorni, sicuramente, nelle batterie e nel gruppo, al mattino, circolava latte fresco e, per lo meno la domenica, l’abbacchio in linea era di prammatica. Ma andiamo avanti. È interessante leggere le note caratteristiche dei due artiglieri protagonisti della vicenda, perché delineano perfettamente il carattere ed il modo di agire di due personalità diverse. Bellini, il maggiore indiziato, quello che in effetti condusse le sette capre ritenute abbandonate, veniva definito «un elemento che non ha mai brillato per qualità fisiche ed intellettuali, ma che non è mai stato sospettato di poca onestà». L’altro, il Roversi, «un elemento con forte volontà capace di assolvere qualsiasi incarico. Qualche volta prende iniziative che esorbitano le sue funzioni e bisogna fargli segnare il passo». Due giovani come tanti, diversi di carattere e personalità, uno intraprendente e l’altro sempliciotto. Nessuna punizione per tutti e due. E bisogna dire che tale fatto colpisce poiché quelli erano tempi in cui non si scherzava nel punire anche per futili motivi. Il giorno 16 ottobre, in Millerovo, presso il Tribunale di Guerra dell’Armata, veniva effettuato il processo verbale di interrogatorio del solo Bellini.

Roversi, il drittone, era da tempo degente in ospedale per malattia e si trovava nelle retrovie, ben lontano dal fronte. Fu deciso, quindi, che sarebbe stato sentito al suo rientro al reparto. Per quanto riguardava

Bellini, fu rispedito in prima linea in attesa del processo. Processo che non si celebrò mai perché, come sappiamo, Roversi non tornò mai più in prima linea; questa subì un arretramento di circa duecento chilometri in seguito alla caduta di Stalingrado e quindi allo sgretolamento del cardine sud del sistema difensivo alleato; molti reparti si immolarono inutilmente sul posto per cercare di contenere l’avanzata sovietica e di conseguenza Bellini, che faceva parte di un reparto di artiglieria contro-carro, sicuramente fu spazzato via nei primi

momenti dello sfondamento. Intanto le operazioni lungo la linea erano riprese con l’inizio precoce dell’inverno. Una cosa affliggeva soprattutto

inostri soldati: il freddo. Con la fine dell’autunno l’inverno russo si era fatto sentire con tutta la sua sinistra potenza. Il gelo aveva solidificato completamente la superficie del fiume, tanto da permettere ai mezzi pesanti di passarvi sopra.

I nostri comandanti avrebbero dovuto valutare con maggiore attenzione

questa nuova insidia perché la compattezza del ghiaccio sicuramente

avrebbe favorito l’attraversamento di mezzi pesanti. E da mesi alla parte opposta del grande fiume, veniva un sordo rumore di motori.

Puntualmente, dopo le azioni di logoramento che si protrassero dal 12 al 15 dicembre, i russi attaccarono in massa per cinque giorni: dal 16 al 21, i fronti della «Ravenna» e della «Cosseria». Investirono l’ala sinistra del XXXV Corpo d’Armata e quindi tutta l’ala destra dell’Armata italiana cioè la 298° tedesca, la «Pasubio», la «Torino», la «Celere» e la «Sforzesca». La tenaglia piano piano si chiuse ed a nulla valsero i pezzi da 47/32, i mortai e le mitragliatrici contro la marea dei T34. I carri, pur colpiti, continuavano a venire avanti, travolgendo pezzi e uomini e poi indugiavano nel «ballo della morte» cioè spianavano con i cingoli i poveri resti. Sin dalle prime ore del 16 dicembre la «Ravenna» frenò eroicamente l’offensiva nemica.

Sui capisaldi italiani il morale era alto ma le perdite furono del 75 per cento degli effettivi. In quel giorno la divisione evidenziò un coraggio ed eroismo che ha del disumano. Ogni uomo della divisione era assillato dal gelo, dalla fame (rancio freddo, quando c’era), dai compagni che cadevano morti ad uno ad uno, dal martellamento continuo, sistematico dei bolscevichi. Oggi noi sappiamo che anche se tutti fossero morti al loro posto (l’altro 25 per cento rimasto, si fa per dire, in vita), le posizioni sarebbero state tenute ancora per cinque ore. L’artigliere Bellini la notte del 16 dicembre era nell’ansa del Mamon, povero soldatino fessacchiotto e di cuore buono, messo ì a compiere il suo dovere di uomo e di soldato nel nome di quell’ideale di Patria che sin dall’infanzia gli avevano inculcato i suoi genitori analfabeti prima, ed il Re Imperatore ed il Duce del fascismo, poi.

Aveva fame e freddo, si capisce, come tutti del resto ed anche un po’ di paura, ma solo un po’. Solo gli incoscienti non hanno paura.

Davanti a sé aveva l’immensa distesa gelata del Don, il famoso fiume dei cosacchi. Ad un tratto sul fiume presero a brulicare enormi carri armati, grandi quanto una casa che lui non aveva mai visto. Venivano

dai fitti cespugli dell’altra sponda ed erano dipinti di bianco. Attorno a sé i pezzi della batteria sparavano e lui, assieme ai tanti altri compagni, prese la mira e cominciò a rispondere al fuoco, da buon soldato con il suo fido fucile mod. 91/38. Nelle giberne aveva ancora tre caricatori e nel cuore la certezza che ce l’avrebbero fatta perché erano nel giusto. Questo solo avevano nel cuore in quel momento i nostri ragazzi dell’ARMIR contro il nemico di allora: la certezza di essere nel giusto. Infatti, oltre alla inutilità dei mezzi e degli armamenti (basti pensare che la «Julia» un po’ più a nord effettuava azioni di tiro contro-carro con gli obici someggiati da 75/14 e spostava in epoca di guerra lampo, i materiali con i muli), i nostri erano scarsamente equipaggiati, poco vestiti e male armati. Le fanterie russe avevano tute bianche imbottite, valienki ai piedi e mitragliatori parabellum nelle mani. Inoltre, erano protetti dai T34 che creavano letteralmente il vuoto nelle nostre file. I nostri combattevano invece con normali divise grigio-verdi e cappotto di panno, visibilissimi nel biancore della neve; alle gambe ed ai piedi portavano fasce mollettiere e scarponi chiodati i cui chiodi favorivano la penetrazione del gelo attraverso il cuoio. In quei giorni la temperatura oscillava dai 37° ai 45° sotto zero ed il vento della steppa aumentava l’atroce disagio del freddo. E così, scarsamente armati ed equipaggiati, senza cibo od al tra assistenza, in un paese decisamente ostile, con la prospettiva di subire continue incursioni di piccoli nuclei di partigiani (quelli od i famigliari di quelli che fino alla settimana prima si erano rivolti ai nostri carabinieri per avere ragione di piccoli ed innocenti furtarelli), iniziò la notte del Natale del 1942, per i pochi superstiti che non rimasero per sempre laggiù, quella che viene ricordata come la più terribile ritirata militare di tutti i tempi. Poveri nostri soldati: ogni assente all’appello deve essere considerato, oggi, un eroe perché in terra straniera, in quelle terribili condizioni, dimostrarono al nemico ben armato, vestito ed equipaggiato, cosa vuol dire amor di Patria e spirito di corpo. L’ultimo loro pensiero fu quello di evitare che le bandiere dei reggimenti cadessero in mano nemica e se oggi, nei musei

di guerra di Mosca non si vede alcun vessillo tricolore, lo dobbiamo a loro. Per i denigratori di oggi sarà ben poca cosa, ma per la maggior parte degli italiani, la parte sana, l’onore significa ancora qualcosa.

A tal proposito occorre fare una considerazione. Nel periodo fra le due guerre, il regime fascista osannò l’ideale guerriero del popolo italiano come continuatore ed erede di quello «romano». Tuttavia l’addestramento e l’armamento delle Forze Armate non subiranno modificazioni.

Cosicché con l’inizio delle ostilità, nel giugno del ‘40, 1’Italia era ferma al 1920. Gli uomini ed i comandanti erano validi, i mezzi e la dottrina erano ancora quelli della 1° guerra mondiale.

Ma la giustizia faceva intanto il suo corso ed il 16 di marzo del ’43, ad una precisa richiesta del Procuratore militare, così scriveva il Comandante del reggimento in merito ai due artiglieri: PM  n.53 datato 16.03.43. «I militari in oggetto non possono presentarsi davanti a codesta procura perché:

– Carlo Roversi, si trova in licenza di convalescenza di gg. 90 in patria;

– Bruno Bellini, è assente dal reparto per fatto d’arme».

Dietro quelle due parole fatto d’arme c’era tutta l’amarezza di un comandante per la tragedia subita dal suo reparto. Il 24 marzo, implacabile, così rispondeva alla lettera del Colonnello il Generale Procuratore militare in zona di guerra: «Riferimento vostro foglio in data

16 marzo ‘43, prega si comunicare, appena possibile, se Roversi appena ultimata licenza di convalescenza debba ritornare al suo reparto se resta in Patria al deposito. Vorrete con l’occasione dare ulteriori ragguagli sul conto dell’a. Bellini».

Il 3 aprile, la risposta accorata del Comandante del reggimento: «Questo Comando non è in grado di precisare se allo scadere della licenza di convalescenza di 90 gg. l’a. Roversi rientrerà al reparto o resta in Patria. Date le vigenti disposizioni in corso si presume che il predetto militare resti in Patria. Sede del deposito il 21° Rgt. Art. moto- rizzato in Piacenza. L’a. Bellini risulta ancora assente. Appena si avranno notizie ecc…)». Finalmente la burocrazia (ancora più inesorabile dei T34) aveva recepito il messaggio ed il 22 aprile, ufficialmente, Bellini Bruno di Santo e di Natali Anna, nato a Monzambano (Mn) il 23.05.21, veniva dato disperso «per fatto d’arme» sul fronte russo, la notte del 16 dicembre 1942.

A questo punto la storia sembrerebbe finita, invece continua fino ai nostri giorni. Vediamo perché. È estremamente interessante, intanto constatare come quel fascicoletto giudiziario abbia seguito una sua strada attraverso la Russia in fiamme degli anni di guerra, i mille e mille avvenimenti storici che travolsero uomini e regimi politici, fino ad arrivare a noi in Torino. Milioni di uomini sono rimasti per sempre laggiù. Il fascicolo, no. C’è da dire, ad onor del vero, che la giustizia militare ha sempre funzionato alla perfezione, in pace ed in guerra, in qualsiasi condizione di tempo e di ambiente. E la dimostrazione sta in quelle paginette sbiadite dal tempo che narrano, nelle scarne e crude descrizioni burocratiche, quell’episodio di «naja» successo nel settembre del ’42. E l’evoluzione, se così possiamo definirla, dei documenti contenuti nel fascicolo sono un chiaro esempio delle difficoltà incontrate, e superate, dagli operatori della giustizia militare

dell’epoca (giudici e cancellieri), mano a mano chele cose prendevano una brutta piega al fronte e quindi anche la «giustizia» nel suo complesso era costretta a precedere nella ritirata l’Armata in ripiegamento. Infatti, i fogli su cui sono stati stilati i vari documenti sono in buone condizioni fino al dicembre ’42. Subito dopo, soprattutto nel periodo gennaio-aprile ’43, in piena crisi prima e nel caos delle retrovie poi, la carta è scadente, gli appunti sono frettolosi anche se precisi e le lettere, comprese quelle ufficiali, stilate a mano ed in buona calligrafia come si usava un tempo. Inesorabile, con il foglio n. 32 del fascicolo, nel 1943, quindi nell’anno in cui si compirà la tragedia politico-militare del popolo italiano, il Pubblico Ministero del Re Imperatore, quell’ottimo galantuomo che fu il Gen. Zingales, decideva di stralciare il procedimento a carico di Roversi in quanto questi, poteva essere regolarmente processato e disponeva la remissione degli atti alla Procura Generale di Roma affinché si procedesse.

Non so se Roversi sia mai stato processato e condannato per quel fatto; credo, comunque, che, se vivo, non l’abbia sicuramente fatta franca. In ogni caso questa non è la sua storia e non me ne occuperò più.

Nel 1952, a dieci anni dai fatti narrati, esattamente il 20 aprile, il Giudice Istruttore, su richiesta del pubblico ministero del Tribunale militare di Torino (il Tribunale di Torino è competente per territorio in quanto Bellini era di Mantova), pronunciava un’ordinanza con la quale ordinava la sospensione del procedimento «insorgendo il fondato dubbio sull’esistenza in vita dell’a. Bellini». Oramai tanti reduci erano rientrati in Patria, compresi quelli non caduti in combatti mento ma catturati dal nemico durante il ripiegamento, si erano sciroppati anni ed anni di prigionia nei gulag siberiani. Quindi, se vivo, anche Bellini sarebbe dovuto rientrare, ma la vicenda non è ancora chiusa e questo a dimostrazione, sempre che ce ne sia bisogno, che la «giustizia» della neonata Repubblica non è da meno di quella che fu del Re Imperatore. Il 2 luglio del 1961 il comune di Monzambano rilasciava un certificato, sempre su richiesta del giudice istruttore dell’epoca, in cui si dichiarava ancora una volta che Bellini Bruno non si era più fatto vivo in paese e quindi esistevano fondati dubbi sulla sua esistenza in vita. D’altro canto la burocrazia è quella che è: per dichiarare decaduto un procedimento o chiuso un caso giudiziario, ci voleva la morte del reo. E questa arrivò, burocraticamente parlando, sul finire degli anni ‘80. Tuttavia, non soltanto perché il reo era morto. Infatti il 23 giugno 1989, il Giudice Istruttore militare presso il Tribunale militare di Torino, Dott. Mauro De Luca, emetteva la seguente sentenza, che cito abbreviandola: «Considerato che Bellini risulta disperso in Russia, ma il comune di Monzambano ha comunicato in data 13.06.89 che “a fianco dell’atto di nascita non risulta alcuna annotazione di morte”; che rimane pertanto il fondato dubbio sulla esistenza in vita; che dall’esame delle risultanze processuali appare non emergere a carico di Bellini nessuna circostanza che smentisca quanto dal predetto riferito al magistrato inquirente il 16.02.42 (f. 19 degli atti), ove aveva negato l’addebito affermando che si trattava di bestiame disperso che si era istintivamente rifugiato per sfuggire ai violenti bombardamenti in una fenditura del terreno esistente nei pressi la linea pezzi ove vi erano già una quarantina di capre; che pertanto non può condividere la richiesta del PM in sede che ha chiesto in data 29.01.87 dichiararsi non doversi procedere nei confronti del Bellini essendo il reato estinto per venuta prescrizione; che deve invece prosciogliersi il prevenuto con ampia formula, dichiara non doversi procedere nei confronti di Bruno Bellini

in ordine al reato di busca in rubrica ascrittogli perché il fatto non sussiste».

Sentenza esemplare, lodevole soprattutto per il senso di umanità che ispira perché, dopo 47 anni, finalmente la giustizia militare della Repubblica metteva la parola fine su tutto l’episodio e rendeva giustizia

alla memoria terrena di Bruno Bellini.

Povero artigliere italiano in terra di Russia, polvere nella steppa, che pur portando in cuore il dispiacere di essere incolpato di qualche cosa

che non avevi commesso, continuasti a sparare tranquillo contro i carri armati, quella notte di dicembre del 1942, riposa in pace.

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NEL NOME DELL’ARTE

NEL NOME DELL’ARTE

di Fabrizio Alfieri  Saggista

Graduali mutamenti nella percezione della realtà, talora svolte efficaci, inducono a rielaborare incessantemente il significato dell’esperienza

umana. Quantomeno, della nostra soggettiva esperienza. Verificare, apprendere, progredire: sono opzioni da cogliere in maniera dinamica,

alle quali è bene non esimersi mai dal fare ricorso, se vogliamo onorare l’impegno di lavorare incessantemente al nostro perfezionamento interiore e, di riflesso, al bene dell’umanità.

Esiste una continua rigenerazione, infatti, che scorre nel divenire in ogni forma di vita. E il suo esprimersi nella libera circolazione delle idee, nel connettere e nel condividere, pertiene alle risorse più elevate

del pensiero umano: l’elaborazione del linguaggio, la capacità d’astrazione e di calcolo, la comprensione di noi stessi e di tutto il mondo intorno.

Offrire una griglia interpretativa dell’esistenza, qual è l’occasione fornita dalla dottrina e dal metodo massonici, implica che ogni processo d’autocoscienza e, poi, di liberazione debba obbligatoriamente venir misurato attraverso di essa? Il vincolo racchiuso in quest’asserzione la rende ardua da sottoscrivere, pur tenendo conto del carattere di universalità della griglia. Tuttavia, l’impegnarsi a scoprire in prima persona le prerogative di un determinato strumento, affinandole tecniche per il suo impiego, favorisce le condizioni necessarie a trarne realmente profitto, a evitare facili illusioni in ordine ai risultati ottenuti, a gettare buone fondamenta su cui edificare, insieme ad altri, progetti illuminati da princìpi condivisi. Dobbiamo sforzarci d’imparare l’Arte,

dunque, con il fermo intento di non metterla da parte.

È noto che la via massonica s’è fatta tramite privilegiato d’importanti eredità. Affidatele come testimone, da parte di organizzazioni (e in forme) che non sempre hanno superato la prova del tempo, esse sono divenute elementi preziosi del patrimonio simbolico libero-muratorio.

Pensiamo subito, in omaggio alla loro evidenza, alle tradizioni ermetica,  pitagorica – ed ebraica: l’una, prodiga d’insegnamenti anzitutto – ma non esclusivamente – nell’«accoglimento» [Reception] dell’Apprendista

Libero Muratore; l’altra (diamo per intesa, anche in seguito, la ripetizione dell’inciso), nel «passaggio» [Passing] del

Compagno d’Arte; l’ultima, nell’«elevazione» [Raising] del Maestro Massone. E pensiamo alle tradizioni cavalleresche, il cui retaggio ha permesso la costituzione di molti Alti Gradi, in seno al Rito Scozzese Antico ed Accettato (e non solo).

Ora, il rintracciare i segni precursori della via muratoria nelle forme sapienziali dell’Occidente, magari lanciando uno sguardo a quel che l’Oriente tradizionale ci ha lasciato – e in alcuni casi conserva ancora,

pur sotto la scorza del merchandising esotico o, molto peggio, di fanatici integralismi -, richiede la particolare attitudine interiore dei Massoni che intendono retta- mente l’Arte: «essere uomini buoni e sinceri [to be good Men and true] o uomini di onore e di onestà [or Menof Honour and Honestly], quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere   [by whatever Denominations or Persuasion they

may be distinguish’d]». E il primo segno di onestà, in tale campo d’applicazione, è il riconoscimento delle caratteristiche specifiche della via muratoria: saper precisare l’approfondimento dei simboli, all’occorrenza, in un ambito strettamente massonico.

È assurdo, di fatto, negare gli apporti tradizionali che hanno offerto all’Arte un vero e proprio arricchimento dottrinale.

Ma il far sposare alla perfezione corpi differenti in nuova organica unità richiede un’eccelsa conoscenza delle loro prerogative. Non di rado si assiste, invece, a una sottovalutazione della via muratoria; a una semplicistica tendenza a farla «portatrice di senso» mediante la sovrapposizione superficiale di griglie interpretative ad essa estranee.

Si tratta di un fenomeno che rischia d’indurre al ripetersi meccanico dei singoli elementi simbolici e rituali, incompresi nella loro specificità e, quindi, a rischio d’alterazione. Forse, al fine di contenerne il pericolo, un gesto utile per la formazione dei nuovi iniziati può essere quello di lasciar loro, in grado d’Apprendista, il tempo di familiarizzare con un linguaggio e una «cosmologia» massonicamente circostanziati, filologicamente fondati; e questo, rimandando al momento opportuno le comparazioni utili all’indagine dei «profondi misteri della natura e della scienza [hidden mysteries of nature and science]» indicati

espressamente in alcune Istruzioni anglosassoni come «peculiari oggetti di ricerca» [peculiar oljects of research] del grado di Compagno; a maggior ragione, evitando una lettura soltanto «emozionale» dei simboli, surrogato di una penetrazione davvero «intuitiva» (nel senso elevato del termine) per la quale è necessario, invece, l’esercizio di una certa Maestria. Proviamo a considerare l’Arte, in un’accezione Non aliena all’intendimento liberomuratorio, come strumento volto ad

«appagare le esigenze dello spirito, ossia secondo Platone, accordare e intonare inostri modi distorti di pensiero alle armonie del cosmo, affinché, citando le sue stesse parole, “per l’assimilazione del conoscente con il conosciuto, cioè con la natura archetipica, noi si possa attingere a quel ‘meglio della vita’ concesso all’uomo dagli Dèi in

questo e nell’altro mondo”». Questa possibilità non esclude, certo, altre interpretazioni.

Ma cosa la rende interessante, applicata alla via massonica? Essa scioglie ogni riserva sulla necessità di prenderla in considerazione dal punto di vista simbolico.

Nulla di nuovo, diciamo: l’Arte concerne il perfezionamento di se stessi e, negli effetti, dell’ambiente circostante; gli utensili occorrenti al suo corretto esercizio, dispensati attraverso la ritualità, sono strumenti intellettuali, supporti sensibili a idee d’ordine universale. Veniamo al punto, allora: quale relazione intercorre fra tali strumenti e le realtà che essi rappresentano?

Ne costituiscono altrettanti simboli, a vari livelli di concezione ed espressione.

Come in qualsiasi altra forma tradizionale, si potrebbe aggiungere.

C’è un elemento, però, che conferisce una particolare efficacia proprio alla via massonica: il fatto di essere iniziazione di mestiere. Se la si medita e comprende in quanto tale, essa diviene irriducibile a ogni

deriva spiritualistica o misticheggiante: simbolismo, ritualità e metodo muratori, infatti, sono esplicitamente coordinati e finalizzati non a vane elucubrazioni, ma alla costruzione di se stessi,

Per questo è bene coltivare gli studi massonici e ragionarne anche a Loggia aperta, in maniera sobria e concisa, non dispersiva, ma sempre seria e documentata.

Perché un «vuoto semantico» lascia spazio non solo – com’è evidente – ai tentativi di colmarlo in maniera improvvisata e approssimativa, tentativi del resto agevoli da smascherare; un tale «vuoto» lascia spazio

anche ad apporti «esperienziali» presentati non come espressioni simboliche, ma come vere e proprie «realtà».

È vero che l’Arte non va considerata con mentalità esclusivistica, anzi: gli elementi costitutivi delle varie forme tradizionali sono sviluppati con maggiore o minore ampiezza in rapporto a esigenze differenti; eun lavoro comparativo può rivelarsi molto fruttuoso al fine di sceverarne, tra i possibili, il corretto e pieno significato. Ma è pur vero che alcune «interpretazioni del sacro» non di rado inducono a immaginarle secondo

le modalità descritte. Ripetiamo: non come espressioni simboliche, alternative o complementari a quelle massoniche, ma come «realtà», indiscutibili nel senso deleterio del termine. Quest’approccio è condivisibile da un uomo del dubbio? Per quanto ci è dato di capire, v’è una debita corrispondenza tra i simboli e ciò di cui costituiscono un’espressione figurativa, sonora o motoria (allorché, messi in azione,

divengono rito). Non è una convenzione arbitraria a legare «rappresentante» e «rappresentato». È la partecipazione reciproca, a un certo livello, della loro rispettiva natura.

Ma, detto questo, sembra ragionevole affermare che i simboli non sono ciò cui alludono; non possono esserlo, a meno di appiattirli in una prospettiva del tutto letteralistica.

Questa considerazione, se valida, ha per il Massone una gravità enorme, perché invita a restringere drasticamente la pretesa di vivere la dimensione rituale in funzione d’indeterminati misteri ultramondani; al tempo stesso, porta a maturazione la consapevolezza del lavoro da fare (e da subito) sulla propria pietra per eliminarne tutte le asperità, senza affidarsi a chimerici interventi «dall’esterno».

Un po’ di sano pragmatismo, insomma, ci vuole. Anche a costo di apparire dissacranti.

Per questo, pur auspicando sempre che i Fratelli perseverino a livello personale nel seguire la propria ricerca della verità, ovvero «lasciando ad essi le loro particolariopinioni [leaving their particular Opinions to

themselves]», non mancano i buoni motiviper mettere in risalto soprattutto la tradizione massonica durante i Lavori, non solo nelle «tornate d’istruzione».

Anzitutto, si tratta di evitare un impoverimento del simbolismo libero-muratorio: ancora nel secolo scorso, la commistione tra forme tradizionali (e tendenze occultistiche) si è spinta fino a consentire revisioni pressappochistiche dei rituali, ivi compresi quelli in uso presso le principali Obbedienze.

In secondo luogo, il marcare puntualmente la dimensione operativa dell’Arte – pochi dati, ma espliciti e argomentati – predispone la ragione, chiarificata, a ricevere e promuovere quelle intuizioni che hanno fatto dell’ambiente iniziatico in genere, e anche di quello massonico, un vero

e proprio laboratorio intellettuale nella storia dell’umanità: non dimentichiamo, infatti, che un altro elemento privilegiato dell’appartenenza all’Ordine, oltre al metodo di perfezionamento interiore, è quello riguardante la connessione d’intelligenze e la condivisione delle idee.

Da una parte, quindi, occorre insistere pervicacemente nel lavoro sulla pietra individuale; dall’altra, è necessario esercitarsi, attraverso il confronto con gli altri, nel tentativo di ampliare i propri orizzonti.

Naturalmente, i due momenti sono inseparabili, e anzi il primo sembra precedere – in senso logico – il secondo: non è possibile aprire la mente, finché la si mantiene schiava di affanni e pregiudizi.

Per concludere, non rimane che porre l’accento su un’ultima questione, anch’essa in rapporto con le considerazioni di carattere generale espresse sinora: agli occhi del Massone, l’aspetto interessante dell’iniziazione muratoria – anzi, di ogni iniziazione, a qualsiasi grado – è la qualità del lavoro svolto ispirandosi ai suoi princìpi, la cui misura

è assegnata dagli esiti ai quali ha saputo dare luogo.

Fermo restando il beneficio interiore che ne può risultare per coloro che vi abbiano preso parte (ciò che li riguarda in maniera del tutto personale ed essenzialmente inesprimibile), non sono le singole individualità a dover esser «glorificate».

Ma l’opera in sé.

È questo, forse, il più puro significato di un lavoro svolto nel nome dell’Arte.

 HIRAM  2-2013

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ISTRUZIONE PER APPRENDISTI

ISTRUZIONE PER APPRENDISTI

Tra i vari compiti istituzionali del Secondo Sorvegliante vi è anche l’istruzione degli apprendisti.

Istruzione è una parola importante, prevede che l’istruttore abbia delle conoscenze da estendere agli “allievi”.

In questo caso, purtroppo, le conoscenze sono piuttosto complesse da esprimere.

Si tratta, infatti, di acquisizioni molto personali, pertanto poco trasmissibili ad altri.

La Massoneria, si sente dire spesso anche in questa Officina, non è una religione (non ha dogmi), né un sistema filosofico (non ha una dottrina). Esistono molte definizioni di questa Istituzione.

Come altri, credo sia corretto considerarla una Scuola Iniziatica deputata ad insegnare un metodo.

E’ un metodo di ricerca che utilizza i Simboli, il Rito, ed il dialogo con i fratelli; serve ad indagare se stessi e il mondo esterno attraverso queste nuove tecniche.

Per rappresentare tale ricerca si usa sovente il simbolo del viaggio. Così sono infatti chiamate le quattro prove dell’Iniziazione.

Percorrere la Via provoca una profonda, graduale trasformazione nel viaggiatore tale da sciogliere la benda che gli copre gli occhi.

È un viaggio di gruppo insieme agli altri fratelli della Loggia, senza guide spirituali o guru, che richiede volontà, impegno personale e disciplina; attraverso varie tappe intermedie la Via dovrebbe portare a quell’obbiettivo che abbiamo richiesto il giorno dell’Iniziazione.

M.’. VEN.’. Che cosa volete da noi?

Profano: La Luce.

M.’. VEN.’. Dichiarate sul vostro onore di chiedere la Luce Massonica liberamente e spontaneamente con disinteresse e spirito di sacrificio per il vostro ed il nostro perfezionamento?

Profano: Lo dichiaro sul mio onore.

Per il vostro ed il nostro perfezionamento. Dunque uno dei motivi più comuni che spinge un individuo a bussare alle porte del Tempio è il desiderio di crescere. Tale desiderio, sovente, si associa ad una sensazione di insoddisfazione per ciò che ci può ancora offrire il mondo profano.

In un particolare momento della nostra vita abbiamo parlato con un fratello che ci ha vagamente accennato all’esistenza della Massoneria. Dopo un periodo di tempo più o meno lungo abbiamo effettuato la scelta. Domandina burocratica, tegolatura, ed una sera ci siamo ritrovati in una stanzetta buia in compagnia di simboli poco comprensibili; subito dopo siamo stati iniziati.

Anche i più cinici e disincantati di noi conservano il ricordo di quella sera.

La sera che viene tradizionalmente associata alla morte del profano che rinasce a nuova vita come Iniziato.

Un neonato.

L’Iniziato dovrebbe essere davvero così, come una tabula rasa.

Invece, essendo uomo adulto, ha una sua storia personale, di idee, concetti, giudizi.

Per questo motivo il primo simbolo che ci insegnano ad utilizzare è il martello.

M.’. VEN.’. “Fr.’. Esperto, mostrate al Fr.’. Apprendista la pietra grezza e insegnategli a compiere il suo Lavoro di Apprendista”.

(L’Esperto conduce l’Apprendista accanto all’Altare e, col martello, gli fa battere tre colpi sulla pietra grezza…).

Il Massone è chiamato anche Libero Muratore; tradizionalmente, infatti, è considerato discendente degli antichi costruttori di cattedrali; per questo molti nostri simboli si rifanno alle tecniche costruttive.

Il compito dell’Apprendista Libero Muratore è di “squadrare la pietra grezza” a colpi di martello così da trasformarla in pietra squadrata adatta alla costruzione del Tempio.

In questo caso, il martello rappresenta la volontà, lo sforzo di cambiare, di imparare, di pensare, di perfezionarsi.

“Squadrare la pietra” oltre all’evidente e fondamentale significato morale, è simbolo di un’azione molto più ampia: l’abbandono di pregiudizi, di abitudini radicate, di false costruzioni intellettuali.

Si dovrebbe realizzare che tutto ciò che abbiamo capito fino al giorno dell’Iniziazione non conta più.

Ovviamente non tutto è da eliminare, ma da rivalutare alla luce delle nuove esperienze e conoscenze.

Si deve “riordinare” il modo di organizzarsi la vita, le amicizie, la scala dei valori, la priorità delle scelte. In pratica rimettere in discussione il nostro modo di vivere con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

La volontà di migliorarsi, il desiderio di conoscenza, una certa disponibilità ad ascoltare, ad apprendere, ed a correggersi sono le doti principali di chi vuole entrare in Massoneria ed anche la dote migliore di chi ne fa parte.

La nuova situazione di Iniziato dovrebbe gradatamente diventare il fulcro centrale su cui ruota tutta la nostra vita.

L’iniziazione così, da virtuale potrà progressivamente trasformarsi in reale.

Dunque il Massone è sì, un uomo che ricerca, ma è soprattutto un uomo di volontà. Squadrare la propria pietra, quindi essere contemporaneamente martello e pietra, è un compito non semplice, talora anche sgradevole; tuttavia indispensabile.

Ci troviamo di fronte ad uno dei primi esempi di “metodo massonico”: i simboli sono entità che vanno studiate € meditate, ma anche strumenti che si devono utilizzare.

In questo ambito rientra un’altra caratteristica peculiare dell’Apprendista:

IL SILENZIO

Perché il silenzio? Le risposte sono numerose.

L’Apprendista si ritrova con molte aspettative ed altrettante perplessità come un bambino di tre anni che non sa né leggere né scrivere ma solo compitare.

Pertanto è indispensabile che abbia un periodo di adattamento, di ascolto, di comprensione.

Bisogna inoltre valutare la differenza tra il rimanere muto e rimanere in silenzio.

Il silenzio nel nostro caso è qualcosa di più del non parlare.

E’ un silenzio interiore; si può intuire in particolari momenti di massima concentrazione. Ma non basta ancora. Non si tratta solo di una situazione psicologica di grande attenzione su un problema, ma va oltre e coinvolge la capacità di svuotare la nostra mente per renderla il più possibile ricettiva.

Questo tipo di Silenzio è considerato fondamentale in tutte le vie di “perfezionamento”.

In Silenzio dobbiamo eseguire il rituale.

In Silenzio dobbiamo ascoltare i fratelli che scolpiscono una tavola ed i

commenti successivi.

L’ascolto infatti, è indispensabile; il Fratello che parla esprime una verità parziale, incompleta, minima, ma in ogni caso quello che per lui, in quel momento, è la Verità. La fratellanza ci porta ad ascoltare con affetto e benevolenza. Ma non basta pensare che quella sia la “sua verità”. Quell’aggettivo “sua” mi distacca e mi allontana.

Il riuscire a pensare, anche solo per un momento, che quello che dice sia “vero” in assoluto rende le parole espresse in Tempio molto più dense di significato.

In Silenzio dobbiamo cercare di capire, il linguaggio dei simboli (non sappiamo infatti né leggere né scrivere).

In Silenzio dobbiamo squadrare la pietra.

Ovviamente tutto questo rappresenta una meta da raggiungere anche per molti che come me, sono chiamati “maestri”.

Dunque, imparare a squadrare la pietra, riuscire gradualmente a creare il Silenzio, sono le condizioni fondamentali per poter “lavorare”.

La partecipazione attiva ai riti, la meditazione sui simboli, il dialogo con i fratelli permetterebbero il lento progresso lungo la Via.

Questo è il compito di noi Massoni.

Gli Apprendesti devono iniziare su questa strada, ascoltando i Fratelli più anziani con una certa benevolenza, cercando di cogliere i loro lati positivi, sorvolando su quelli meno luminosi, giudicando i Maestri non per quello che dovrebbero essere, ma per quello che sono in realtà: allievi solo un po’ più vecchi.

TAVOLA SOLPITA DAL FR.’. S. CInn,  

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STORIA del “IL GABINETTO DI RIFLESSIONE

STORIA del “IL GABINETTO DI RIFLESSIONE”

Premesso che, almeno per quanto mi risulta, il Gabinetto di Riflessione non ha nessun rapporto o legame con la tradizione muratoria corporativa, se ne deve dedurre che esso è un’aggiunta al rito dell’iniziazione posteriore al 1717. Non so per certo quando ciò sia accaduto, ritengo però che esso sia uno dei meriti diretti o indiretti del

Cavaliere di Ramsay, l’ideatore della Massoneria cavalleresca dotata di gradi superiori, oltre a quelli della tradizione corporativa.

Il Gabinetto di Riflessione nasce in Francia unitamente alle varie forme pseudo o meta massoniche in un secolo in cui massima è la richiesta di misticismo e di occultismo.

Questo secolo, il XVII, è il secolo dei lumi, dell’inizio della rivoluzione

industriale e della rivoluzione francese, ma è anche il secolo di Cagliostro e dei Chassidim, cioè di una nuova ricerca di certezze morali, spirituali e sociali.

Nonostante la Riforma e la Controriforma, le Chiese non riescono a dare risposte a tutte le nuove domande che i tempi pongono all’Umanità. In questa grande crisi si trova coinvolta anche la Massoneria che si muta, da assonnata corporazione di mestiere, in una nuova famiglia speculativa di tipo laico che cerca nella reciproca tolleranza ideologica la risposta alle lotte religiose, politiche e sociali.

La nuova Massoneria inglese è fiera delle sue ascendenze operaie, consapevole che solo il diuturno lavoro creativo dell’uomo può trovare il suo perfezionamento, ed annovera tra i suoi membri accettati, oltre che muratori professionali, anche commercianti, artigiani e molti intellettuali.

Sul continente, e specificatamente in Francia ove per prima attecchì la Massoneria speculativa, le condizioni sociali erano ben differenti. Nella società umana è ancora ben radicata la suddivisione nei tre stati di nobiltà, clero e borghesia, ben distinti dal popolo minuto, ancora privo di emancipazione, spesso privo dei diritti civili, sempre privo dei diritti politici. L’organizzazione sociale era piramidale; tutta la sovranità ed il potere erano al vertice, il depositario poteva però benignamente elargire ai gradi inferiori. Era anche convinzione comune che tale suddivisione fosse di scelta e per volontà divina.

La nuova Massoneria speculativa poteva estrarre i suoi adepti quasi

esclusivamente da uno di questi tre stati e, per svariati motivi, ne restavano esclusi i commercianti, gli artigiani e, naturalmente, gli operai anche se muratori professionali.

Ai nobili, borghesi e clerici di Francia entrati a far parte della famiglia massonica non poteva piacere l’ascendenza plebea della Libera Muratoria, anche se si riannodava misticamente ai grandi costruttori del passato. Ed ecco che nel 1738 il Cavaliere di Ramsay, di origine scozzese, ma esule a Parigi al seguito del pretendente al trono inglese, “trova” che in effetti la corporazione dei muratori altro non era che lo

scheletro portante ed apparente di una associazione di uomini che conoscevano i segreti della vita che avevano appreso molti secoli addietro, quando andarono come Crociati in Terra Santa. Costoro avevano imparato tutto dai sapienti arabi e, mentre l’Europa intera si crogiolava nelle barbarie e nell’ignoranza, essi si tramandavano di generazione in generazione tutto lo scibile dell’antico Egitto e tutti i segreti ed i misteri dell’alchimia araba; ma, essendo perseguitati dal potere politico e dal potere religioso, si confusero tra i membri della corporazione muratoria nei lontani monti di Scozia. Tra questi solidali, i migliori e più meritevoli maestri muratori venivano scelti onde iniziarli ai loro sublimi misteri affinché, per gradi, giungessero, al tempo opportuno, alla conoscenza del segreto massonico.

Con simili ascendenti, chiaramente di origine nobiliare in quanto cavalieri crociati, la Massoneria era certamente più presentabile, specie nei migliori salotti. Nascono allora le tante e diverse forme di massoneria cavalleresca, con i vari gradi che dovevano significare i passi compiuti nell’avvicinamento al supremo, sublime segreto.

Nel 1805, al seguito delle truppe napoleoniche, giunge in Italia, assieme alla Massoneria del R.S.A.A., anche il Gabinetto di Riflessione e naturalmente esso è importato con tutte le sue implicazioni occultistico-ermetico alchemiche.

Poiché ormai esso fa chiaramente parte della tradizione italiana, non potremmo immaginarci una Iniziazione senza far passare il profano, innanzi tutto, attraverso il Gabinetto di Riflessione, anche se a me personalmente piacerebbe che la sua simbologia fosse più strettamente correlata a quella massonico operativa.

Tutto ciò premesso, passiamo ora all’esame di quanto si trova nel Gabinetto di Riflessione, con l’avvertenza che le indicazioni che seguono devono essere intese solo come una base di partenza per l’interpretazione di tanto complessa simbologia.

È il momento di mettere in evidenza la connessione che esiste tra il Gabinetto di Riflessione e il Rito vero e proprio dell’Iniziazione: il passaggio attraverso il Gabinetto di Riflessione è una fase complementare di quelle ulteriori fasi altrettanto rituali che si svolgono nel Tempio, che si chiamano “viaggi”, e che precedono il momento culminante dell’Iniziazione. Questa, attingendo alle più antiche forme tradizionali misteriche, prevede dei “passaggi-viaggi” attraverso i quattro elementi primordiali:

Terra – Acqua – Aria – Fuoco.

Il primo significato che si può attribuire a questi viaggi è collegato all’esigenza di purificazione sentita preliminarmente (in limine – sulla soglia del Tempio) dagli antichi quando si avvicinavano ai sacri riti.

Il Gabinetto di Riflessione rappresenta allora la Terra nel suo significato di Elemento primordiale; la presenza in esso del Candidato determina la realizzazione del primo viaggio, fase iniziale del complesso processo di catarsi indispensabile per poter giungere all’Iniziazione.

Secondo il Rituale tali fasi sono le seguenti:

= la deposizione di tutte le scorie materiali, rappresentate dai metalli che vengono tolti al Candidato prima che questi sia introdotto nel Gabinetto di Riflessione;

= il viaggio attraverso l’Elemento Terra che si svolge nel Gabinetto di Riflessione; i successivi viaggi negli Elementi Acqua, Aria e Fuoco che si svolgono nel Tempio.

AI significato elementare di Terra si ricollegano i simboli funebri presenti nel Gabinetto di Riflessione, essi ribadiscono il concetto della caducità della vita umana.

La presenza del teschio e dello scheletro ricorda al Candidato la meta ultima del suo corpo. Anche la cosiddetta “discesa agli inferi”, di cui è traccia in numerosi riti antichi, nonché in opere dell’epoca storica (Odissea, Eneide, Divina Commedia, ecc.) si rifà ad antiche forme tradizionali misteriche.

La Ruota a quattro raggi, simbolo della Legge universale cosmica, è il

presupposto emblematico da cui prendono necessariamente maggior risalto gli altri emblemi.

Clessidra rappresenta l’imperturbabile scorrere del tempo, ma anche la sua brevità in relazione alla vita umana. In questo contesto di precarietà è necessaria la Vigilanza sulle proprie azioni e la Perseveranza nel bene, essendo le ore contate.

La Falce, nella sue espressiva brutale strumentalità, conferma il destino caduco della vita e delle ambizioni degli uomini.

Mentre i simboli fin ora esaminati rappresentano quasi i punti focali della strategia generale nel Disegno Supremo, quelli del Pane e dell’Acqua ci mostrano, invece, i mezzi di sussistenza di colui che cerca di sopravvivere nel quadro di una così ferrea economia generale in cui viene a ritrovarsi.

Il simbolismo del Pane e dell’Acqua dovrebbe insegnare al saggio di accontentarsi del necessario, senza rendersi schiavo del superfluo’. Esso è l’ammonimento che la nutrizione del corpo è indispensabile, ma che non deve rappresentare il fine della vita. Il Pane e l’Acqua possono anche simboleggiare il nutrimento spirituale e quello materiale, entrambi necessari all’uomo.

Non a caso sul tavolo, accanto al Pane e all’ Acqua, ci sono due coppe contenenti rispettivamente lo Zolfo ed il Sale, comunemente significanti l’ Ardore e la Sapienza, e una Lucerna, simbolo della Fede.

Il Gallo, infine, per le sue peculiari caratteristiche naturali, “allude chiaramente al risveglio delle forze assopite: esso annuncia la fine della notte ed il prossimo trionfo della Luce sulle Tenebre”.

Questo significato che si dà al Gallo si inserisce come la chiave del quadro interpretativo fin qui presentato. Infatti, di fronte alla legge cosmica, con tutte le sue conseguenze, non sta più l’uomo comune, ma sta l’uomo iniziando, ricco di Pane e di Acqua, illuminato da una Lucerna, accorto custode di Zolfo e di Sale in cospetto di un Gallo.

In termini simbolici tutto ciò significa che quell’uomo illuminato, cioè sorretto da fede (Lucerna) nello spirito (Pane), vivo e vitale (Acqua) e pieno d’ardore (Zolfo) nel cercare la sapienza (Saie), nutre una sicura e serena speranza nel suo prossimo futuro (iniziazione) che vedrà il trionfo della luce sulle tenebre (Gallo).

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. G.  BItt,  

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ALCHIMIA

ALCHIMIA

“Sii Tu stesso la Via”…

Fra le Colonne si è detto di Alchimia. Chi ha nei modi più diversi. voluto o potuto, ha apportato la propria esperienza personale od operativa e l’ha comunicata ai Fratelli con l’obiettivo di renderli partecipi e tentare di trasmettere loro gli echi di una disciplina molto diversa fra tutte quelle più comuni, usando un linguaggio comprensibile.

Chi Io ha fatto ha trovato sul suo cammino non pochi ostacoli. Sarà stato ben conscio che le difficoltà per spiegare una materia come questa, sono soprattutto dovute al fatto che in Alchimia non esiste un supporto teorico preciso, non esiste un modello del mondo e dell’uomo univoco, ma esistono tanti modelli del mondo e dell’uomo quanti sono coloro che si avvicinano a questo argomento, Anche se volessi sovrappormi, con questa tavola, alle esperienze, al pensiero, alle conoscenze altrui, non potrei in ogni modo arrivare a delle enunciazioni o conclusioni certe, univoche.

È impossibile,

A quanto mi risulta nessuno c’è mai riuscito. Ma intanto, si può definire, Alchimia? Od essa è “anche” indefinibile? Alcuni autori (ne cito due) dicono: “È l’arte della trasformazione. Il lavoro dell’Alchimista consiste nel produrre, materiale su cui Sta operando, una serie successiva di mutamenti per condurlo, a partire da uno stato grezzo, ad uno stato perfetto e purificato.” … . “L’Alchimia è una Via di ricerca spirituale. Il suo oggetto è la creazione del rapporto col Divino, come per le religioni, con la differenza che il suo rapporto Operativo non è la fede, ma l’Arte”…

Quale di queste definizioni (potrei citarne altre, ma non serve) corrisponde meglio a quella che universalmente è chiamata Ars Regia? Vediamo intanto di conoscere meglio la Tradizione Alchemica così come ci è stata tramandata.

L’Alchimia non è mai stata una scienza, né l’alchimista si è mai fregiato del titolo di scienziato in quanto la sua operatività è un’Arte. Mai ha preteso di essere a conoscenza di un processo ripetibile e dimostrabile, ma ha sempre evidenziato che le caratteristiche dell’Opera, sono strettamente connesse al valore del suo creatore,

La difficoltà (una delle difficoltà) di penetrare nella operatività Alchemica è proprio questo suo relativismo.

Ogni autore ha il suo modello, il suo schema di riferimento. Trattandosi inoltre di stati dell’essere, l’Alchimista si esprime usando un linguaggio metaforico, anagogico, analogico, che aumenta le difficoltà di comprensione dell’ Alchimia. Vorrei citare Dante (Convivio 2, 1) il quale afferma che “.. le scritture si possono intendere e debbonsi sponere” per i quattro sensi: il senso letterale, il senso allegorico “… verità ascosa sotto bella menzogna” il senso morale e quello anagogico” -. “quando spiritualmente Si pone una scrittura, la quale, ancora nel senso letterale, eziandio per le cose significate, significa delle superne cose dell’eternale gloria”. Avvicinarsi all’Alchimia, quindi è impresa non da” poco, non solo per la comprensione dei termini di gergo, ma, in particolar modo, per la “voluta” equivocità

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di tali termini.

Solo l’ideatore, l’artefice può esprimere la genesi, l’angolatura da cui li ha creati e solo un altro operatore mosso dalle identiche istanze, dalla medesima ricerca di quel particolare stato dell’essere può coglierne l’intimo significato.

Non ho ancora provato, però, a delineare, a cercare di definire chi è dentro, al centro di tutto questo: 1’ Alchimista.

Sostanzialmente è un artista, il quale, attraverso una sua metodica, tenta di raggiungere un risultato che si è intimamente posto e la cui dimostrazione non deve essere fatta a nessuno se nona se stesso.

L’iter di realizzazione è un’autocreazione, la sua materia prima è la materia mercuriale che egli tenta di far divenire corpo.

Certo, potrebbe dedicare una vita intera all’ Alchimia raccogliendo pochissimo e, spesso, nulla.

Un grande Alchimista, Basilio Valentino, meditò trent’anni sul significato di una parola …

Ma il fatto è che, per il suo modo di ricercare, può darsi delle risposte sulla vita e sulla morte.

Egli è preso dalle proprie immagini, nel proprio mondo, che è altrove da questo mondo, ma è sempre pronto a modificarsi perché in lui tutto è movimento, tutto è in continuo mutamento.

Personalmente, forse romanticamente, ho sempre prediletto come immagine dell’Alchimista, la figura del cavaliere errante, del solitario in eterna cerca.

Non sono mai mancati contatti fra Alchimisti, sanno riconoscersi, ma sono sempre stati di tipo individuale.

La continuità della tradizione non è legata ad atti ufficiali. I messaggi degli Alchimisti, più che con le parole, possono essere colti … “in modo più libero, chiaro ed evidente per mezzo di un discorso muto, o, in assenza di discorso, nella raffigurazione dei segreti o laddove gli enigmi sono rappresentati in immagine …” (Horlacher 1707).

Ed avvertono .. “laddove abbiamo parlato apertamente, in realtà non abbiamo detto nulla. Laddove, invece, abbiamo scritto in modo cifrato o figurato, abbiamo nascosto la verità …” (Rosarium Philosophorum).

Tutto questo, come già detto, non può avere conclusioni, ma lasciatemi ancora affermare che tutto questo ci viene dalla notte dei tempi, senza alcuna certezza del luogo di origine, eppure, ancora attrae, in modo definitivo, colui che in tutta umiltà si avvicina alla Ars Regia. La Via è stata seguita, nei secoli, da uomini conosciuti e sconosciuti, alcuni screditati, tacciati di stregoneria, di magia, ma animati da fuoco interiore, dotati di una profondità di pensiero non comune, capaci di operatività immane, forti di una dedizione senza pari.Il loro posto è e sarà sempre accanto ad ogni uomo che desidera trovare.

TAVOLA DEL FR.’. C. A. Cst,  

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LAVORI E NON SUCCEDE NIENTE

LAVORI E NON SUCCEDE NIENTE

sandro bonvissuto

21 Novembre 2021

Il lavoro ha perso di dignità e denaro, quindi si torna a emigrare, ricominciando da dove avevamo finito; è un cerchio che si chiude. Era già successo a chi ci ha preceduti, ci si mette in viaggio per cercare qualcosa che qui non c’è o non c’è più. Credo sia la felicità. Come famiglia discendiamo da emigrati (mio nonno italiano è morto ed è sepolto in Sud America), e i figli di questi hanno poi a loro volta avuto modo di tornare in Italia. I figli loro, nipoti dei primi espatriati, fra cui io, sono riusciti infine a restarci. Ma i figli nostri ora, proprio come avevano fatto i loro bisnonni, prendono di nuovo le valigie, le riempiono con quello che possono, e vanno via. Non sono più bagagli di cartone legati con lo spago, ma il concetto è lo stesso: puoi portarti dietro solo una parte dei tuoi affetti. Ogni trasloco è una perdita, ogni addio una mutilazione, ogni partenza ha un fardello fatto di oblio, e la zavorra più pesante è sempre quella invisibile. Si tratta della storia di molte famiglie come la mia, e me ne ricordo perché è da stolti restare nella propria vita personale e basta, credere come solo all’interno di questa debba compiersi per intero il nostro destino. Bisogna affacciarsi alla storia, abbracciare almeno le epoche che corrispondono alle generazioni con le quali siamo ci siamo sovrapposti, accavallati. Le facce delle quali si ha ricordo e sentimento, persone da cui si può avere una narrazione incarnata di ciò che è accaduto. Parlare del passato, all’interno della propria comunità familiare costituisce la più antica e nobile forma di cultura mai sperimentata dalla specie umana, e questa verte da sempre sul racconto orale. Se solo voi capiste la differenza tra la testimonianza che i nostri nonni possono farci della loro vita, e le notizie che del medesimo arco storico sono riportate in un documentario televisivo, scoprireste di trovarvi di fronte a due categorie completamente diverse del sapere: una è conoscenza, l’altra informazione. Quando mia nonna mi racconta della guerra o dell’emigrazione quello è un processo morale che attraverso una colleganza affettiva con chi narra fonda l’etica di chi ascolta, mentre quando leggi un articolo come questo ti limiti ad avere un semplice ragguaglio su certe cose, nozioni che dimenticherai al primo starnuto.

Nel racconto di un anziano c’è conoscenza principalmente perché chi trasferisce sa quello che dice, cioè la conoscenza ce la deve avere prima di tutto chi parla perché la si possa poi far transitare a chi ascolta. I veterani delle nostre comunità sono quindi un patrimonio vivente, e parlare con loro è avere accesso a l’unica forma di cultura ancora libera, non assoggettata a concetti strumentali di produttività, fatturato, prodotto interno lordo: «Voi vivete per acquistare, a noi non ci serve niente». La sera cenano con un piatto di verdura e un bicchiere di vino. Il racconto di questa gente recuperabile direttamente all’interno delle nostre famiglie dentro casa nostra, è avulso da ogni tipo di propaganda e di interesse, libero dal politicamente corretto, dalla menzogna degli ideali meritocratici del tipo: «Se ti impegni puoi farcela», ascoltati anche per bocca di presidenti americani insigniti col premio Nobel. Certo che se mi impegno ce la faccio, solo che non ho capito a fare che cosa. Si tratta di slogan al servizio della moderna disciplina del lavoro, fatti a sua stessa immagine, somiglianza e utilità. Ma adesso lavori lavori lavori e non succede niente.

Una volta i giovani si chiamavano come i loro nonni, proprio per creare a priori la possibilità che venisse mantenuto un legame fra queste due generazioni, fra le quali ce n’è una terza. E poi perché trionfasse l’individualismo è bastato smettere di mangiare insieme, di raccontarsi a vicenda, parlare senza fini di lucro, cose che da questo progresso sono considerate inutili. Per la società contemporanea tutto quello che sembra trascendente deve essere rinnegato perché incerto, e le tradizioni consolidate ignorate perché a matrice collettiva anziché privata. È la morte del sacro di cui parlava qualcuno. Gli antenati vedono con chiarezza la definitiva eclissi di ogni valore e speranza nelle moderne società industriali, votate al tornaconto, all’arricchimento, schiave del guadagno e del profitto. L’idea di paese sovrano è tramontata, traslata nel concetto di mercato, e nessuna nazione governa più a casa sua, il mondo globale è un’azienda acefala, i cui destini sono in mano a capitali senza bandiera. Che cosa sia stato dei nostri avi ancora precedenti non lo so, perché degli antenati di prima non è rimasta traccia, due guerre mondiali hanno provveduto a cancellare tutto. In mezzo a queste quattro generazioni, circa cento anni a oggi, non c’è stata solo la guerra però, c’è stata pure la Liberazione, la pace, la Costituzione. E proprio in questa c’è scritto che l’Italia avrebbe dovuto essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro. E invece ha finito per essere fondata sullo sfruttamento del lavoro; l’era contemporanea del nostro paese vive sotto lo scacco dell’ennesimo tradimento. Mio nonno lavorava in fabbrica, ci andava col tram e faceva il gelataio, mia nonna stava a casa, hanno avuto sei figli e pagato sempre l’affitto: «Ma non lo capisci che oggi vai a lavorare, per comprarti la macchina, per andare a lavorare?». Parlano dall’alto di un sapere che è stato capace di salvare loro la vita, e che gli era stato insegnato dalla vita stessa, alla quale preme più di tutto di autoconservarsi. Di fronte ai processi disumani della società capitalistica, di fronte allo sviluppo tecnologico che ha creato il mito della rapidità e dell’efficienza, mi ricordo dei pensionati che avevano la senile abitudine di dormire con la valigia sotto al letto, perché può sempre succedere di doversi rimettere in cammino nella vita. Anzi sbaglia chi ha creduto di potersi fermare. L’esistenza ribolle di continuo, la storia è spesso violenta nelle sue maniere. L’uomo è nomade, la donna pure, altrimenti saremmo nati con le radici come gli ulivi. Per l’ennesima volta avevano ragione i vecchi: non è mai vero che la felicità ci viene incontro, siamo noi che dobbiamo inseguirla.

ARTICOLO SEGBALATO DEL FR.’. A. F.

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UN SOGNO

Spiritual journey as a highway to heaven faith concept or spirituality salvation freedom symbol as a road transforming into flying birds with 3D illustration elements.

UN SOGNO

Sono comodamente seduto in chiudo una comoda poltrona. In un silenzio da apprendista gli occhi. Entro virtualmente in una stanza senza pareti. Mi appare un tavolo da disegno sul quale, come in un fotomontaggio animato, si materializzano, in ordine sparso, dei simboli.

Vedo il sale, il mercurio, lo zolfo, una squadra un compasso e tanti altri. All’improvviso la tavola da disegno si trasforma in una tavola da pranzo. I simboli fanno adesso da corona ad una bellissima ceramica di Faenza, grande, con colori accattivanti ed ad un Piccolo fIùte di cristallo purissimo che riesce a Vibrare anche solo quando lo guardo,

Nella ceramica c’è il mio ego, nel flùte il mio sé. Una parete con uno schermo si materializza di fronte al desco. Vedo scorrere a ripetizione delle frasi che le mie orecchie avevano già sentito: Chi sono, da dove vengo, dove vado? Conosci te Stesso! Ama il prossimo tuo come te stesso! Lo sguardo scende dalla parete al tavolo e l’occhio scorre su quello che c’è sopra. Sono belli i simboli, sono accattivanti, mi viene voglia di perdermi dentro in una meravigliosa quanto, qualche volta, inutile ricerca dialettica. Vuol dire questo, no … quello, lo vedo così, un altro lo vede in una maniera differente. E il simbolo, perfettamente indifferente a me, rimane lì a guardarmi con un’aria di commiserazione mista a tristezza perché sa che il giorno in cui io lo capissi, lui, in quel momento, diverrebbe perfettamente inutile. Poi c’è la bellissima ceramica di Faenza. Il mio ego, compresso e straboccante è lì, in bella Vista, ed io mici affondo dentro, mi ci sguazzo come se fosse una piscina di acqua stagnante, me lo spalmo addosso come se fosse una vernice opaca assolutamente impermeabile alla luce. Non ho voglia di vedere altro che lui. Quasi tutto quello che faccio, lo faccio in nome e sotto gli auspici suoi, anche quando non me ne accorgo. È il regno dell’io, del mio, del mi. Mi piace, mi da fastidio, sono orgoglioso di quello che faccio, anche quello che sembra un bene, mi piaccio nel compiacimento di me stesso, delle mie abitudini, del mio orgoglio e di ciò che è più subdolo, e cioè dell’attaccamento ai metalli. Anche la carne, anche i desideri, anche gli affetti, sono metalli, sono piombo e non oro. Poi guardo meglio e vede che, sovente, anche quello che credo oro è un metallo. Dice un saggio proverbio “non è tutt’oro quel che luccica”. Mi sento offeso se sono ignorato, mi sento lusingato se sono lodato. Vedo tutto in chiave personale, egoica, come se fossi il centro dell’universo, senza sapere, solo perché non ne ho la consapevolezza, che in realtà sono il centro dell’universo. La soluzione del problema sarebbe, molto semplicemente, una lettura in chiave del se e non dell’io. Non ho mai provato, quando mi guardo allo specchio, di andare al di là di quello che guardo, perché mi sono sempre compiaciuto o dispiaciuto solo di quello che lo specchio rifletteva. Non ho mai avuto il coraggio di guardare dentro, oltre. Molti sono i chiamati, pochi gli eletti e quei pochi sono quelli a cui non importa nulla di essere chiamati, perché avendo la consapevolezza di arrivare, non hanno il bisogno di scegliere sul “dove andare”. Il “da dove vengo” equivale al “dove andare»,

Andare, andare, andare. Cercare sempre altrove quello che con estrema facilità potrei trovare dentro di me, nel mio sé, senza muovermi. Cerco purtroppo sempre la strada più difficile nella convinzione che questi mi porti, più facilmente, al punto di partenza.

Beati quelli che crederanno e non hanno visto. Non c’è bisogno di andare. La Divinità è dentro di me. Basta che io chiuda gli occhi al mondo e il divino mi appare.

Il mondo è l’ego, la divinità il sé. Riuscire a capire questo vuoi dire fare sacrificio che, secondo l’accezione originale del termine, non vuoi dire rinuncia, sofferenza, ma molto più semplicemente fare qualcosa di sacro.

Sacrificare significa dare un significato sacro  a tutte le meravigliose, apparentemente inutili, banalità della vita. Non è vivere il giorno da leoni, ma fare sacri i 100 giorni da pecora.

Non possa amare me stesso se non visto il se che è dentro di me. Non posso non amare gli altri se non ho visto in loro il mio stesso sé.

Quando privilegio il bisogno di un altro rispetto al mio, ho fatto un sacrificio, ho fatto un gesto di amore Verso quest’altro.

Smetto di pensare. Sulla parete dinanzi a me la virtuale maschera informatica si è modificata e mi sono apparse alla vista delle parole dette da Alessio un giovane brillante nel fiore degli anni che un incidente di macchina ha costretto alla carrozzella: “Non sono un corpo che ha un’anima. Sono un’anima che ha un corpo”.

Apro gli occhi. Tutto si è dissolto. Intorno a me non ci sono più pareti. Solo uno specchio di fronte. Guardo e vede il mio corpo con dentro l’anima. Fratelli come è lungo il percorso.

 TAVOLA DEL FR.’.  R. Scld. 

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PENSIERI DEL MAESTRO VENERABILE

Pensieri del MAESTRO VENARABILE

Fratelli carissimi,

Come dicevo in occasione della prima tornata del 2° semestre di quest’anno, dopo il momento di profanità estiva i lavori sono ripresi.

Mi sembra giusto, dopo questa pausa, rinnovare il mio tentativo di un

riavvicinamento alla consapevolezza e ricominciare a guardarmi nel profondo.

Si è sovente parlato di specchio. Questo è uno di quei momenti in cui ritengo giusto e doveroso pormi, per una analisi critica, di fronte a questo per fare il punto.

«Ama il prossimo tuo come te stesso” mi sono molto sovente sentito ripetere.

L’unità nella differenza, l’unità nella dualità.

Chi sono io e perché mi devo amare?

Chi è il mio prossimo e perché io devo amare?

Qualche corrente religiosa mi dice: tu sei Dio ma te ne manca la consapevolezza.

Tante altre mi dicono: sei figlio di Dio.

Se così è, anche il mio prossimo è figlio di Dio: di conseguenza io sono SUO fratello, unito a lui nella divinità.

II mio corpo e quello del mio fratello sono i contenitori del divino. Il corpo è il tempio di Dio raccontano gli antichi testi, e come tale Io devo rispettare ed usare nel modo giusto e perfetto.

Nel corpo è racchiusa anche una parte non materiale che è altrettanto se non di più, sensibile ai colpi che possono essere inferti.

Posso infliggere al mio fratello delle ferite di carattere materiale che fisicamente, possono o meno lasciare un segno, Ma che, quando entrano dentro, possono anche lasciare delle tracce che marcano e  marchiano nel profondo.

Riemerge la dualità: io, la mia azione,

il mio fratello, la sua reazione.

Suggerisce un saggio: è proibito offendere e offendersi perché, in tutti e due i casi. ad esserne coinvolto è solo e sempre l’ego e non il sé.

È proibito offendere.

Devo ricordarmi di parlare: solo se ho qualcosa da dire,

— se non faccio male a chi mi ascolta,

— se ciò che devo dire è utile.

Allora ho l’obbligo di dirlo, ma con dolcezza.

Devo ricordarmi che:

= raramente è importante quello che dico.

= Importante è l’intenzione.

= Importante è il come lo dico.

= Importante è prevedere come il mio prossimo recepirà il mio modo di esprimermi.

Mi permetterà di modulare la modalità del mio linguaggio sulla lunghezza d’onda degli altri.

È proibito offendermi.

Quando il mio prossimo esprime una sua opinione, specie se non gradevole, su di me o sul mio comportamento dovrei ringraziarlo perché questo mi dovrebbe permettere di fare una verifica e una eventuale autocritica.

Devo ricordarmi che io sono una trinità illusoria.

Ciò che credo di essere.

Ciò che gli altri credono che io sia.

Ciò che sono realmente.

L’ascoltare ciò che gli altri pensano di me deve permettermi di verificare con serenità ciò che credo di essere.

Ma ambedue sono illusioni dell’ego Devo dimenticarle entrambe per cercare di avvicinarmi al mio sé, quello che sono realmente, e ciò mi permetterà comportarmi di conseguenza.

Sono sempre più convinto che l’amore verso il prossimo consista nel anteporre i suoi bisogni ai miei. Ci riesco poche volte; quando non ci riesco, come troppo  frequentemente accade, ho almeno la magra consolazione di incominciare ad accorgermene per cercare di farne tesoro.

“Ama il prossimo tuo”. L’amore verso il Prossimo si traduce in fase pratica come un servizio.

Tutto ciò che io faccio per l prossimo deve essere visto in questa ottica.

Se riesco a rendere operativo questa voglia di fare, anche il mio più piccolo gesto verso il fratello può diventare un servizio. E un tendere la mano con il palmo allargato anziché chiuso a pugno.

Il gesto della mano si trasformerà sempre in una carezza anche quando sarà costretta a dare uno schiaffo.

Con un fraterno triplice abbraccio, pace e bene a tutti.

Il vostro Maestro Venerabile

LAVOLA DEL FR.’. E. Seld.

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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL CONCETTO DI INIZIAZIONE

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL CONCETTO DI INIZIAZIONE

Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,

essendo il termine “iniziazione” abbastanza poco compreso nel mondo profano, vorrei cogliere l’occasione della acquisizione di un nuovo Fratello da parte della nostra Loggia, per fare alcune considerazioni che spero possano portare qualche contributo in vista di un approfondimento del suo significato.

Come indica la parola stessa, trattasi qui dell’inizio di un qualcosa; il problema sta nel capire con una certa precisione ciò a cui, lo strano ed inconsueto rito che conferisce appunto la qualità di “iniziato”, dà l’accesso. È necessario, a tal fine, premettere qualche annotazione sulle modalità dei processi conoscitivi propri all’essere umano.

Il grado di consapevolezza dell’uomo ordinario gli permette di accedere a tre livelli di conoscenza:

° il piano corporeo o  sensoriale, cui corrispondono, come strumento conoscitivo, i cinque sensi;

° il piano emozionale, dove la percezione avviene mediante dei particolari “centri psichici” situati a livello animico, il cui insieme funzionale può essere genericamente definito come “sensibilità”;

° il piano mentale, riguardante i processi del pensiero razionale (deduttivo o induttivo) e situato anch’esso a livello psichico.

Quest’ultimo piano è, a torto, sovente percepito come corrispondente al livello più alto delle facoltà conoscitive dell’uomo, tanto che, quanto non rientra nella sua sfera, viene definito con il termine irrazionale” e relegato, per ciò stesso, in una posizione di inferiorità; questo perché il punto di vista profano non concepisce la possibilità di una conoscenza “sovrarazionale”, pertinente cioè ad un livello di consapevolezza definibile come “superconscio” in contrapposizione al livello “subconscio” (peraltro assai noto in psicologia) che corrisponde, dal canto suo, all’insieme delle pulsioni “veramente” irrazionali presenti nell’uomo.

Essendo i tre livelli appena menzionati oggetto di comune esperienza, non è certamente a questi che l’iniziazione può riferirsi in senso stretto giacche non si deve certo fare ricorso a stranezze quali riti e simboli per sviluppare o perfezionare alcuno di essi, laddove i riti e i simboli sono invece rigorosamente indispensabili sia per conferire l’iniziazione in quanto tale, sia per lavorare in vista della trasformazione della stessa da virtuale ad effettiva cosa quest’ultima che corrisponde al passaggio da una condizione puramente “germinale” ad uno stato di pieno sviluppo.

Come già osservato, il livello dei sensi da un lato e quello psichico o animico dall’altro, riguardano due piani di consapevolezza: quello delle realtà corporee o sensibili e quello della realtà “sottili” (altrimenti anche detto “piano Intermediario”) nel quale si colloca l’insieme delle emozioni e dei pensieri organizzati; per comprendere ciò a cui dà adito il rito di iniziazione, bisogna però salire ad un livello conoscitivo superiore inerente ad una facoltà che nell’uomo ordinario è presente solo in modo latente; è questo il livello dello Spirito o Intelletto (“pneuma” nel mondo greco-romano, “buddhi” nel mondo indù). Alle due dimensioni orizzontali del corpo € dell’anima, che si identificano con il piano della coscienza ordinaria, si ne aggiunge così una terza, questa volta “verticale”, che permette simbolicamente al cerchio di realizzarsi in sfera.

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La simbologia tradizionale attribuisce abitualmente la forma quadrata al mondo corporeo (base e fondamento «stabile”) e quella circolare al mondo dello Spirito; per tale motivo, nella Libera Muratoria, quando si desidera fare riferimento a tali piani, vengono utilizzati la Squadra ed il Compasso così come si può agevolmente notare e lavori di Loggia aperti, ove , sul Libro della Sacra Legge (simbolo della Conoscenza Universale), sono posti appunto questi due strumenti di lavoro.

Deve comunque essere rilevato che, nella camera di Apprendista, la Squadra è sovrapposta al Compasso, ad indicare che la “corporeità” ancora prevale sulla “spiritualità”. In effetti, lo sviluppo della capacità intuitiva, capace di percepire in modo diretto l’essenza delle cose, è un fatto tutt’altro che immediato e  richiede, come lavoro preliminare, la capacità di controllare le interferenze dovute ai messaggi provenienti dal mondo dei sensi e da quello della psiche, fino al punto di poterli “sospendere” a piacimento e poter così orientare tutte le potenze dell’essere, non più disperse in indefinite direzioni, Verso il proprio Centro che, in diverse culture, è simbolicamente localizzato nel “cuore”.

Questo “Centro” è la sorgente di quella che, in Massoneria, viene definita come “La Luce”, ovvero quella cosa che il Candidato alla iniziazione, dietro indicazione del Fratello Esperto, dichiara essere la sua aspirazione. È peraltro opportuno notare che il recipiendario è in quel momento pressoché del tutto inconsapevole della portata di ciò che sta richiedendo ed una ulteriore conferma di questa sua ignoranza circa il fine dell’iniziazione è data dalla particolare risposta che, sempre il Fratello Esperto, gli suggerisce quando, nel corso del rito, viene posta al Candidato la domanda «che cosa sapete voi della Libera Muratoria?», ove la risposta tradizionale è: Nulla».

Bisogna notare, a quest’ultimo riguardo, che tale risposta sarebbe evidentemente assurda se fosse qui da intendersi in senso letterale in quanto è fin troppo chiaro che nessuna persona di buon senso si accosterebbe alla Libera Muratoria senza avere di questa almeno una qualche idea, anche se superficiale. Per poter correttamente interpretare questa apparente incongruenza, è necessario tenere conto del fatto che, così come quando si accompagna un cieco gli si presta in qualche modo il senso della vista, il Fratello Esperto, nel guidare l’aspirante alla iniziazione, in quel momento totalmente immerso nelle tenebre dell’ignoranza (la benda), attraverso la porzione più oscura del cammino, presta al Candidato una conoscenza di cui questi non può per definizione disporre (l’iniziazione non è ancora stata conferita); egli infatti, indicando di volta in volta al Candidato le risposte “giuste e perfette” che deve dare, consente a quest’ultimo di procedere lungo il cammino senza  correre il rischio di essere bloccato lungo il percorso da qualcuno dei vari “Guardiani della soglia”. Esempi del tutto analoghi sono facilmente riscontrabili in tutti quei testi tradizionali che descrivono simbolicamente l’iter della “morte iniziatica”. È opportuno aggiungere che, in questo contesto, non importa minimamente sapere cose che riguardano la natura individuale del Candidato (come ad esempio se sa tanto o poco della Massoneria, cosa del resto abitualmente già appurata nell’ambito della Tegolatura), ma solo interessa il conferimento, attraverso riti e simboli appropriati, di impressioni” o “vibrazioni” idonee a risvegliare l’essere dal suo “sonno dello Spirito” cosa, quest’ultima, che non potrà avvenire compiutamente se non molto più avanti nel cammino iniziatico.

Proprio al fine di favorire il processo di autoconsapevolezza, viene imposta all’Apprendista, quale prima “tecnica” di apprendimento iniziatico, quella del “silenzio” e, proprio perché di tecnica qui si tratta, questa esperienza, per essere   profittevole, deve essere vissuta in modo attivo e non subita come una costrizione. A questo riguardo è forse opportuno aggiungere qualche considerazione. Viene sovente affermato che il “silenzio” serve per imparare ad ascoltare gli altri, e questo è, per certi versi, certamente vero, ma non sufficiente in quanto vi sono motivi, forse anche più importanti, che sottendono a questa pratica iniziatica. Si è detto in precedenza che, per imparare a percepire le operazioni dell’Intelletto puro, è indispensabile “far tacere” il mondo dei sensi e quello della psiche; ebbene il silenzio dell’Apprendista è innanzitutto un simbolo di questa cosa con più particolare riferimento ai piani del corpo sensoriale e dell’anima emozionale (al “silenzio” della mente, di alquanto più difficile attuazione, viene fatto preciso riferimento nel “rito di passaggio” al Secondo Grado per cui non mi dilungo sull’argomento in questa camera).

Come osservato, per poter arrivare a realizzare compiutamente il silenzio dell’Apprendista, bisogna fare un uso attivo di tale tecnica ed indagare con cura gli effetti interiori indotti dalla pratica della stessa. Si noterà così come l’anima reagisce in qualche modo agli stimoli che riceve dall’esterno presentando alla coscienza diverse emozioni che, attraverso tutta una gamma di “risonanze” interiori, inducono a provare talvolta compiacimento, talvolta irritazione e, a volte, di fronte ad affermazioni tali da scontrarsi con quanto, a torto o a ragione, si è ritenuto fino a quel momento essere giusto ed incontrovertibile, persino collera.

Ebbene, è proprio in questi casi che, come Ercole con l’Idra di Lerna, bisogna combattere e tagliare ad una ad una tutte le teste del mostro, ma poiché ciò non è ancora sufficiente, in quanto queste poi puntualmente ricrescono, bisogna anche cauterizzare i colli mozzati onde evitare che quei particolari tipi di illusioni, di cui “le teste” sono simbolo, possano in futuro ripresentarsi.

È possibile “cauterizzare i colli dell’Idra” solo a condizione di risalire all’origine profonda di quel che si sta affrontando; non basta pertanto limitarsi a prendere atto dell’esistenza di un certo tipo di reazione impropria (questo è solo un sintomo, non il male vero e proprio), ma è indispensabile andare oltre, ponendosi continui “perché” fino a quando non si arriva a comprendere la natura della stessa scoprendo sovente, alla radice, la presenza di qualche, a volte insospettata, carenza individuale.

Aggiungo, senza dilungarmi, che alla operazione di “purificazione dell’anima”, necessaria per poter procedere lungo il cammino iniziatico, fanno anche riferimento i “viaggi degli elementi” (di cui il primo, quello della Terra, è rappresentato dal Gabinetto delle Riflessioni).

Non sarà forse inutile osservare che l’operazione di liberare la psiche dalle scorie delle emozioni incongrue e dei pensieri superflui, ben lungi dall’esaurirsi con il solo lavoro nel Tempio, deve essere portata avanti di continuo in tutti i momenti della vita: in famiglia, sul lavoro e, soprattutto, quando si è soli con se stessi. È importante ricordare che la piantina, germogliata con il seme dell’iniziazione, non potrà mai svilupparsi senza questo preventivo lavoro di “bonifica” e, pensare il contrario, significa andare incontro a pesanti disillusioni circa il risultato della ricerca iniziatica. La “Luce massonica” non è certo qualcosa alla portata di chi non vuole compiere sforzi proporzionali all’entità del bene da conseguire.

Quanto fin qui detto apre soltanto un piccolo scorcio su ciò che è l’oggetto di questo lavoro, molte altre cose ci sarebbero in effetti ancora da dire addentrandosi in temi come quello delle origini in temporali e sovra-umane dell’iniziazione, della natura del tipo di influenza spirituale che viene trasmesso, delle condizioni per la sua  efficacia, della varietà dei tipi di iniziazione a seconda delle epoche, delle culture o  della natura dei soggetti umani a cui sono destinati e molte altre cose ancora, Ma tutto questo va ben al di là dei limiti di una semplice Tavola e del resto vi sono Autori, di gran lunga meglio qualificati di me, che hanno trattato compiutamente tali argomenti ed ai quali, con un po’ di impegno e buona volontà, ci sì può proficuamente riferire.

Lungi pertanto dal voler esaurire un argomento di tale vastità e portata, l’intenzione che mi ha guidato nel tracciare queste poche righe, è stata quella di fornire al nostro nuovo Apprendista ed a noi tutti, me compreso, alcuni spunti di riflessione su di un argomento a cui forse non si pensa Con la frequenza che, vistane l’importanza, sarebbe auspicabile.

Detto ciò, vorrei concludere facendo al nuovo Fratello, oltre alle solite

felicitazioni per essere diventato un nuovo anello della nostra catena, anche l’augurio di poter scoprire di persona il valore inestimabile di quella che, solo pochi giorni orsono, deve essergli apparsa come un’oscura pantomima, ma che in realtà è una “sacra epifania” compiuta, “from immemori al time”, per permettere all’uomo, mediante il ricollegamento con la sua obliata origine divina, di ritrovare il proprio Sé.

TAVOLA DEL FR,’, A. OrInd,  

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COSA E’ LA MASSONERIA ?

(Per gentile concessione del Fratello Canino)R:.L:.Giordano Bruno
.
Desidero rivolgere oggi la mia attenzione ai non-Massoni ed alle famiglie dei Massoni poiché è mio
proposito cercare di spiegare il nostro Ordine in modo da rendere chiari i nostri scopi e la ragione
d’essere della nostra organizzazione.
La Massoneria è un sistema di morale che cerca di insegnare agli uomini come vivere una vita retta.
La Massoneria antica legava con un contratto, o metteva a far pratica, un uomo per un termine di
anni, durante i quali gli erano insegnati i principi base di un lavoro che ci si attendeva dovesse
compiere per tutta la sua vita.
Quando aveva completato il suo apprendistato, egli veniva promosso e diventava Compagno
dell’Ordine. Questo gli dava il privilegio di cercar lavoro dovunque e di viaggiare in altri paesi dove
lavorare e godere i frutti del suo lavoro. Per il fatto di essere un Compagno dell’Ordine egli era
riconosciuto, anche in periodi in cui i viaggi erano molto difficili e gli stranieri venivano guardati
con sospetto.
Il Maestro era una persona che aveva una conoscenza superiore e un talento particolare che lo
qualificava a livellare – a disegnare, a sovrintendere e dirigere il lavoro dei compagni dell’Ordine.
Le tracce di questa organizzazione sono andate perdute negli oscuri periodi dell’antichità e non è
possibile fissare una data d’inizio dell’Ordine. E’ noto tuttavia che la squadra, il compasso, il regolo
ed altri arnesi del lavoro muratorio comparivano sopra costruzioni e fabbricati che furono fatti
duemila anni prima di Cristo.
Questi simboli avevano lo stesso significato che hanno oggi per noi. Abbiamo pure accertato che
queste antiche organizzazioni avevano un preciso codice morale, cui ogni membro era strettamente
legato. Questo codice è, in fondo, lo stesso che governa oggi il nostro Ordine. Esso è quello
dell’amore fraterno, del soccorso e della verità e si fonda sulla fratellanza umana.
La Massoneria Operativa fiorì dall’inizio della storia registrata ininterrottamente attraverso il Medio
Evo e il compimento della costruzione di cattedrali in Europa. Alla fine di questa era, uomini che
non erano artigiani, ma che avevano gli stessi ideali e le stesse aspirazioni, furono ammessi
nell’Ordine per cui i Massoni operativi gradualmente diventarono una minoranza. A mano a mano
che i massoni non operativi diventavano maggioranza, la Massoneria diventava speculativa, e i suoi
insegnamenti, pur essendo ancora esattamente gli stessi, erano diretti sempre più verso il lato
morale ed etico dell’uomo.

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