PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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PREGHIERA A DIO

PREGHIERA A DIO

(dal “Trattato della tolleranza”) di Voltaire

        Non più dunque agli uomini mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti tempi.

        Se è permesso a deboli creature, perdute nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osar domandare qualcosa a te, che hai dato tutto, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori legati alla nostra natura.

        Che questi errori non generino le nostre sventure.

        Tu non ci hai dato un cuore perché noi ci odiassimo, né delle mani perché ci strozzassimo.

        Fa che ci aiutiamo I’un l’altro a sopportare il fardello d’una esistenza penosa e passeggera;

        che le piccole diversità tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue insufficienti, fra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni ai nostri occhi così diverse I’un dall’altra, e così eguali davanti a te;

        che tutte le piccole sfumature che distinguono questi atomi chiamati uomini, non siano segnale di odio e di persecuzione;

        che coloro i quali accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrati sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;

        che coloro i quali coprono la veste loro d’una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa portando un mantello di lana nera;

        che sia uguale adorarti in un gergo proveniente da una lingua morta, o in un gergo più nuovo;

        che coloro il cui abito è tinto di rosso o di violetto, che dominano su una  piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo e che posseggono alcuni frammenti arrotondati di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò che essi chiamano grandezza e ricchezza, e che gli altri guardino a costoro senza invidia;

        poiché tu sai che nulla vi è in queste cose vane, né che sia da invidiare né che possa inorgoglire.

        Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli !

        Ch’essi abbiano in orrore la tirannide esercitata sugli animi, così come esecrano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’industria pacifica!

        Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci però, non laceriamoci a vicenda quando regna la pace, e impieghiamo I’istante della nostra esistenza per benedire egualmente, in mille lingue diverse, dal Siam sino alla California, la tua bontà che questo istante ci ha dato.

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SECONDO ME LA DONNA di G. GABER

                                 SECONDO ME LA DONNA  di G. GABER

Secondo me la donna, e l’uomo, sono destinati a diventare, uguali.

In questa nostra epoca, la civiltà si è data un gran da fare, per attenuare certe differenze che erano causa di profonda ingiustizia.

C’è stato un graduale avvicinamento, nel modo, di comportarsi, di sentire, di pensare.

Insomma, di vivere.

Fino alla tanto sospirata parità.

Però, secondo me all’inizio di tutto, c’è sempre una donna.

Secondo me, la donna è donna da subito.

Un uomo è uomo a volte prima, a volte dopo.

A volte mai.

Secondo me una donna è coinvolta sessualmente, in tutte le vicende della vita.

A volte persino nell’amore.

Secondo me, una donna innamorata imbellisce.

Un uomo… rincoglionisce.

Secondo me in un salotto, quando non c’è neanche una donna, è come recitare in un teatro vuoto.

Se invece non c’é neanche un uomo, tra le donne si crea una complice atmosfera di pace.

Appena arriva un uomo è la guerra.

Secondo me un uomo che dice di una donna, quella lì la dà via, meriterebbe che a lui le donne non gliela dessero proprio mai.

Secondo me una donna che dice ad un uomo con cui sta facendo l’amore, come con te con nessuno, andrebbe comunque arrestata per falsa testimonianza.

Secondo me per una donna che non ha fortuna in amore, non si può usare il termine sfigata.

Secondo me gli uomini, si sono sempre occupati del potere sulle cose, le donne, del potere sulle persone.

Ma questa è seria non c’entra niente.

Secondo me le donne, quando ci scelgono, non amano proprio noi, forse una proiezione un sogno, un’immagine che hanno dentro.

Ma quando ci lasciano, siamo proprio noi quelli che non amano più

Secondo me, una donna che si offre a un uomo sessualmente ed è respinta, rimane sconcertata.

Non ci può credere.

Il suo primo pensiero è che lui sia omosessuale, ma in genere questa versione non regge.

E allora pensa: “

E già, lui si difende… ha paura di essere troppo coinvolto emotivamente …  oppure si sente bloccato dall’eccessiva eccitazione”.

Il fatto che lei possa non piacere è un’ipotesi che non può assolutamente prendere in considerazione.

Donna: l’angelo ingannatore.

L’ha detto Baudelaire.

Donna: il più bel fiore del giardino.

L’ha detto Goethe.

Donna: femina maliarda.

L’ha detto Shakespeare.

Donna: sei tutta la mia vita.

L’ha detto un mio amico ginecologo.

Sì, secondo me la donna e l’uomo, sono destinati a rimanere assolutamente differenti.

E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze.

Perché proprio da questo scontro incontro, tra un uomo e una donna, che si muove l’universo intero.

All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni, l’universo sa soltanto che senza due corpi differenti, e due pensieri differenti, non c’è futuro.

Tutti i testi di Giorgio Gaber

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L’AMICIZIA di G.Malagnino

L’AMICIZIA

di

G.  Malagnino

“L’amicizia è una religione senza Dio né Giudizio Universale. E non c’è neppure il

diavolo. Una religione che non è estranea all’amore. Ma un amore dove Ia guerra e

 l”odio sono proscritti, dove il silenzio è possibile. Potrebbe essere lo stato ideale  dell’esistenza. Uno stato tranquillo: un legame necessario e raro. Non sopporta impurità alcuna. L’altro, di fronte, la persona che si ama, non è solamente uno specchio che riflette, è anche I’altro se stesso sognato”.

Con queste parole Tahar Ben Jelloun stabilisce il codice dell’amicizia,impregnato della presenza della Grande Madre Mediterranea, che ci accoglie tutti insieme sotto il suo manto protettivo ed unificante. Probabilmente è proprio la mediterraneità che ci consente di costellare i radicali più intimi dell’amicizia, ovverosia quell’amicizia che ci consente di accedere alle sfere della fratellanza prive di formalità, diversamente dai popoli nordici, più sincroni nel vivere il rapporto d’amicizia.

Se nelle parole di Ben Jelloun riecheggia il monito evangelico dell’amicizia, come specularità e reciprocità, evidenziata tra I’altro nella Regola Aurea di Matteo e Luca che recita testualmente”…non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, è pur vero però che durante il nostro cammino spirituale siamo soliti abituarci ad accedere a conoscenze più profonde: a sfiorare quella sfera archetipica che, nel nostro caso, è la luminosità dell’amicizia e della fratellanza. Forse, è per costellare un campo d’energia emozionale, non solo, per accogliere la molteplicità dei volti dell’amicizia e le incongruenze e le follie imposteci dal Dio dell’amicizia, che ci ritroviamo nei nostri templi.

Nell’ antica Grecia, era Zeus che presiedeva all’amicizia ed all’ospitalità. Viceversa, nella cultura ebraica era la Shekinah, laSephirot entro cui Dio concedeva lo stare insieme: Zeus, il principio maschile, e la Shekinah, quello femminile,integravano gli opposti di un ampio excursus di modi dell’amicizia. Se ai profani è concesso dr scegliere un modo o un altro d’essere amici, secondo la loro personale tipologia psicologica, la cosiddetta “equazione personale“, a noi, addetti ai lavori, non è consentita alcuna scelta selettiva: nel nostro cammino alchemico, fratturato tra oratorio e laboratorio, possiamo solo operare una “coniunctio”, una sigizia tra aspetti maschili e femminili dello “stare insieme“, e sperare così nella nascita dell’uomo nuovo.

“Senza Virtù non c’è amicizia possibile. in ogni occasione è impartente

riflettere su ciò che ci si aspetta da un amico e su quanto si à disposti a dargli

Particolare significato assumono i concetti espressi da Cicerone nel “De Amicitia”, un autentico capolavoro teorico dello “stare insieme”.

Ecco che involontariamente stiamo delineando I’itinerario dell’archetipo dell’amicizia: in primis lo “stare insieme”, poiché nella distanza e nel sonno non avviene comunicazione amicale; in secondo luogo “la virtù”, intesa non come retto agire (tra amici si può anche essere crudeli nel disvelamento della verità, pur continuando a volersi bene), bensì come capacità di discesa ai propri inferi, in una interiorità che disvela la natura e I’intensità della propria amicizia.

Il terzo tempo è il “vegliare“, nella duplicità di significato: pensare all’amico e fornirgli prova di costanza con parole e gesti, tenendo ben a mente il mistero che Alcesti invoca nel regime amicale.

Un ulteriore tassello c’è donato da Marguerite Yourcenar che dell’amicizia dice:

“Credo che I’amicizia, come I’amore, del quale ha un po’ la stessa natura,

richieda quasi altrettanta arte di una figura di danza ben riuscita.

Ci vuole molto slancio e molto controllo, molti scambi di parole e molti

silenzi. E soprattutto molto rispetto”.

ed ecco il quarto requisito: il “rispetto“!

Ancora la Yourcenar:

“Il sentimento della libertà degli altri, della dignità degli altri,

l’accettazione senza illusioni, ma anche senza la minima ostilità

o il minimo disprezzo di un essere così com’è; …ci vuole anche

una certa reciprocità” .

Quest’ultima è il nucleo, la cosiddetta “regola aurea”, propugnata da Cristo! Gli altri sono parte di noi e meritano ciò che noi stessi desideriamo e meritiamo, al fine di realizzare quell’Unus Mundus verso cui tendiamo, in un cammino lacerante di Verità.

“…Gli altri sono parte di noi…”. Non a caso queste parole sono pronunciate, non solo nel loro significato misterico, ma anche come indicatore di una follia insita nell’amicizia: nessuno può decidere d’essere amico di qualcun altro, né I’altro può accettare un’amicizia per il proprio diletto; I’amicizia è un dono, e come tale ci viene elargita a prescindere dalla nostra volontà.

L’amicizia è un dono che ci permea, e come tale assume il significato di benedizione, a patto che ci sia in noi la disponibilità ad essere permeati dagli accadimenti amicali.

“Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” dicevano gli antichi, velando proprio la discesa della “grazia” dello stare insieme, tanto che la Chiesa ha assunto ad epifenomeno dell’amicizia la Discesa dello Spirito nella Pentecoste: loro erano semplicemente riuniti e I’Armonia li imprigionò, “vocata atque non vocata”, in una catena d’anime diffusive di sé.

Lo Spirito della Pentecoste è il Paracleto, che nell’antica Grecia era uno strano personaggio che testimoniava e si rendere a garante di ciò che non poteva essere mostrato, cioè I’innocenza di un presunto colpevole; il Paracleto poteva fare ciò, salvare cioè un accusato, in virtù dell’amicizia e della Shekinah che lo dominava.

Il profano è convinto che l’amicizia scaturisce da equazioni personali; il mistico, di contro, dirà invece che si diventa amici per adempiere ad un Senso Arcano. L’iniziato viceversa, si sofferma a considerare l’amicizia come “uno stadio” dell’Opera, e non guarderà all’emozione amicale come una meta conseguita, rna come tappa necessaria di transizione nel cammino di trasformazione individuale e collettivo.

Ogni qualvolta viene evocato Zeus come demiurgo dell’amicizia, disveliamo il “maschile”, il Logos, la direzionalità e, di conseguenza,un inizio ed una fine. Se parliamo di cammino di trasformazione invece, evochiamo Lei, I’Eterno Femminino, la Grande Madre, Ecate, Giunone, le Moire o le Parche, ovverosia la Soror Mistica che nel suo utero conserva, e trasforma,la materia informe.

Se il “maschile” crea, il “femminile” genera. Nello spirito della “Grande Signora” noi ricerchiamo il senso dell’amicizia anche nelle incredibili alleanze che il “materno” sviluppa in un’armonia fusionale con il suo piccolo, ancora uterino, come la fame reciproca, il freddo reciproco, le malattie reciproche.

La Grande Madre Mediterranea, dunque, accoglie in sé i pellegrini e li indirizza verso un unico cammino, nell’attesa, come nei Misteri Eleusini, della rivelazione della Luce mistica…r

da Agorà gennaio – marzo 1999

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L’AMICIZIA

L’amicizia

L’amicizia è una fiamma che mai si spegnerà. essa è paragonabile al sole, alla luce che non si spegne mai. avere una vera amica è come possedere un tesoro che tu non vedi, ma che hai. a parole non si può dire che cos’è. è grande come l’infinito, vale più del bene che tu hai e che sogni di avere. Solo la vita può dire meglio di me, senza parole, cosa essa sia: se è illusione o se esiste… i valori basilari dell’amicizia sono la fiducia e l’onestà. Quando una persona, senza esitare, ti guarda negli occhi e può dire sì, di te mi fido!”, quella è vera amicizia. Penso che l’amica sia colei che ti sa capire, colei che se hai un problema ti aiuta, che crede in ciò che fai, dici e pensi, in ciò che sei, anche se tutto dimostra il contrario. Penso all’amicizia come ad un qualcosa di eterno, che non nasce e non muore, ma vive all’infinito dentro a ognuno di noi.

              Valentina Italia

Credo fermamente nell’amicizia. Ho molte amiche e amici perché penso che l’amicizia sia il valore più importante, persino dell’amore, in quanto l’amore non vede i difetti mentre l’amicizia li ama. A volte ci imbattiamo in un’amicizia che può sembrare sincera, ma ci accorgiamo, con grande rammarico, che non lo è e allora ci sembra che il mondo ci sia caduto addosso, cominciamo a diffidare di chiunque cerchi di avvicinarsi. altre volte, invece, crediamo  sia qualcosa da niente e ad un tratto si trasforma in qualcosa di magico, fantastico e divertente. l’amico è colui con il quale puoi stare in silenzio perché l’uno sa cosa pensa l’altro, senza bisogno di tante parole. Per me l’amicizia può essere paragonata anche ad un diamante: brillante e trasparente. C’è un consiglio che mi sento di dare: quando trovate quella giusta non lasciatevela sfuggire!

Annalisa Stranieri

L’amicizia è una delle esperienze più preziose che la vita ci offre. E’ bello condividere le gioie e le sofferenze con qualcuno che ti conosce molto bene e che si ritiene un amico. Tante persone confondono il vero significato dell’amicizia e pensano che anche una semplice conoscente, che ti sorride e ti saluta, sia un’amica. Personalmente non credo tanto al senso di amicizia, perché penso che le persone non sono mai del tutto oneste per essere sincere con gli altri. Vera amicizia è dire tutto ciò che nasce dal cuore e non provare neanche per un attimo invidia verso l’amico. Sono sicura, però, che tutti provano invidia per gli altri e tutti sono spinti dall’utile. Questo è il motivo per cui non credo nell’amicizia, perché penso che siano tutti disonesti e io non voglio amici…Mi piacerebbe tanto avere un’amica, però una “vera”, di quelle che esistono solo nei sogni. Il mio amico più fedele è il mio diario segreto, perché tiene in sè i miei pensieri e non li fa leggere a nessuno

Claudia Strangio

Penso che l’amicizia sia uno dei beni più preziosi che la vita ci offre. non c’è deserto peggiore di una vita senza di essa. l’amicizia moltiplica le gioie e ripartisce i dolori. E’ bellissimo sapere che vicino a te c’è una persona su cui poter contare, che ti ascolta, ti consiglia, sbaglia con te e rischia per te. Un vero amico non è colui che ti asciuga le lacrime, ma colui che non te le fa mai versare, che ti regala sempre un sorriso.

Giovanna Michelizzi

Esistono tantissime forme di amore: una di queste è l’amicizia. e’ uno dei sentimenti più belli e più rari che esistano. Si usa dire: chi trova un amico trova un tesoro. Condivido appieno questa espressione, perché non è affatto facile trovare la “vera” amicizia. Molte volte si confonde l’amicizia con la compassione oppure si cerca un appoggio per superare situazioni difficili. E’ normale che gli amici debbano aiutarsi nei momenti brutti; amicizia, però, è anche gioire insieme.

Non c’è, infatti, gioia più grande di quella condivisa con gli amici. Ogni momento trascorso con loro resterà per sempre nel cuore, non lo dimenticherai mai. Ovunque ci si volga, il “vero” amico è sempre disponibile, non è mai fuori tempo, non è mai noioso o pesante. Il vero amico è colui che ti dice sempre la verità, che corregge i tuoi difetti, ma nello stesso tempo apprezza i tuoi pregi.

Maria Gabriella Giorgi

L’amicizia è niente altro che un perfetto accordo nelle cose divine e umane, unito a un sentimento di benevolenza e di affetto. Un amico è colui che percepisce i nostri stati d’animo e che ci apprezza dicendo quel che è giusto per noi e quello che non lo è.

Bruno  Romeo

Molte volte ci siamo chiesti chi è davvero un amico e nessuno può negare di avere almeno una volta dubitato su ognuno di coloro che considera amici ed è piuttosto difficile poter colmare certi dubbi. L’amicizia, però, è anche un’arma a doppio taglio: quando un amico ci tradisce, ci abbandona o non ci aiuta, in quel momento l’amicizia svanisce. A volte si può perdonare e chiarire, ma, persa la fiducia, il rapporto non torna più come prima… Per quel poco che ho vissuto, posso affermare con sicurezza che l’amicizia è il valore più nobile che esista.

Niki Racco

L’amicizia è il filo conduttore della nostra vita che, senza di essa, rischierebbe di essere vuota e incolore. Non penso che sulla terra ci sia qualcuno che non abbia un amico; se ti capita  di sentirti solo, infatti, puoi sempre contare sulle persone che ti stanno accanto, sull’amicizia che riponi in loro e, improvvisamente, anche i problemi più insormontabili sembreranno una sciocchezza. Oggi molte persone non credono più nell’amicizia, affermando che non bisogna riporre la propria fiducia negli altri  perché si potrebbe restare delusi; io, invece, penso che, anche se si hanno delle delusioni, non bisogna mai disperarsi, ma credere che, prima o poi, si troverà il vero amico, colui che ti regalerà la usa amicizia..

La vera amicizia non chiede,. ma offre.

E’ un sentimento fragile: per rovinare un’amicizia basta una parola di troppo.

Valeria Eboli

Amicizia: uno degli infiniti modi di amare, una variante o, meglio, una componente dell’amore. Spesso mi sono trovata in situazioni imbarazzanti perché quando mi si domanda: “chi era quella persona in tua compagnia?”, sono tentata di dire “un amico”, la risposta esatta sarebbe “un conoscente”, ma siccome suona male o magari un po’ scortese, ecco catalogate tutte le persone. o quasi, che frequentiamo, come amici! vi starete chiedendo se credo o meno nella tanta nominata amicizia sulla bocca di tutti e nel cuore di pochi. Sì, credo nella sua esistenza, ma sono altrettanto convinta che sia presente solo nella vita di pochi “eletti”. E’ immensamente appagante sapere che al mondo esiste almeno una persona che corre da te per comunicarti le sue gioie e i suoi dolori, per chiederti un consiglio. E anche se vi potrebbe sembrare assurdo, le mie parole si tramutano in perle di saggezza se sono da dedicare ad una persona cara, ma non me ne viene nemmeno una da rivolgere a me stessa nei momenti tristi…

Credo che un sentimento come l’amicizia sia capace di renderci meno egoisti, più “docili.e in grado di convivere con gli esseri umani… Dobbiamo evitare la ricerca affannosa del “ricevere” perché sarà improbabile visto che c’è sempre molta meno gente capace di “donare”.

Jessica Stranieri

Molte volte mi sono soffermata a fare un’analisi di me stessa, dei valori in cui credo e delle cose più importanti per me. E’ strano, ma al primo posto ho sempre messo l’amicizia a pari merito con l’amore, forse perché sono l’uno la diretta conseguenza dell’altra. L’amicizia racchiude in sè tutti gli ideali per cui vale la pena di lottare… Il vero amico è colui che è contento per te nei momenti più belli e spensierati, senza secondi fini e avversità.

E’ in questi casi che l’amicizia ha la sua importanza, non è bello essere tristi e non avere nessuno con cui condividere il dolore, ma non è bello neanche essere felici e non avere nessuno a cui trasmettere tutta la tua carica, la tua voglia di vivere. Essere soli in questi momenti significa soprattutto escludere automaticamente questi stati d’animo, significa far prevalere la solitudine e il vuoto. Il vero amico è colui che capisce tutto questo, che ti legge nel pensiero e che,  dicendoti “ti voglio bene” con il cuore, riaccende in te una candela spenta da un gelido vento.

Daniela Cutrì

Sembra banale, ma solo pochi dei nostri “amici” si possono considerare tali. Molti ai nostri occhi potrebbero esserlo ma solo pochi lo sono realmente. Certo l’amico, come si dice, si riconosce nel momento del bisogno, ma secondo me il vero amico è quel qualcuno in grado anche di sgridarti, di tirarti uno schiaffo…L’amicizia o è sincera o non esiste

Gaetano Panuzzo

 L’amicizia vera, autentica, è la forza del bene per eccellenza.  E’ l’arma universale per distruggere l’aridità degli animi e far rifiorire i prati nei cuori bruciati dall’odio. Essere amico vuol dire amare…L’amore è la sorgente dell’amicizia. ma non è facile attingere a questa sorgente perchè gli ostacoli sono tanti quanto i piaceri e chi pensa che non ne valga la pena non si disseterà mai… Un amico è una dei tasselli essenziali del nostro puzzle di vita. E’ il confidente, il diario segreto “vivente”…

Cinzia Nobile

Sono seduta e ovunque i miei occhi guardano trovano gli occhi dei miei amici per guardare insieme al domani, nel ricordo del passato

Francesca Battaglia

L’amicizia è un legame sublime che va oltre le cose materiali e si poggia su sentimenti veri. quando essa ti attraversa il cuore nasce dentro un’emozione forte che ti lega ad una persona non “data”, ma scelta da te e scopri giorno per giorno di volerle sempre più bene, in quanto pensa e ama proprio come te. Forse un grande amore può finire, ma una grande amicizia no! e se perdi un amico ti senti solo, perché è come se perdi “te stesso”

Graziella Luciano

L’amicizia è tendere la mano verso l’altro. E’ il cominciare con gli occhi quello che non si piò esprimere solo con le parole… Sai che con l’amico puoi dividere tutto, a volte sembra che gli puoi affidare anche la tua anima, perché lui la custodirà caramente. L’amico è un tesoro prezioso nato in un deserto, cresciuto nel nostro cuore e si nutre di lealtà e comprensione. L’aver incontrato un amico è segno di vittoria, perché questo resterà sempre con noi, al contrario di tutto il resto che prima c’è e poi non c’è più. L’amico ti prende il cuore, ma solo per riempirlo d’amore.

Giusy Aiello

L’amicizia è asciugare una lacrima, appoggiarsi su di una spalla, dividere il peso di un segreto. Si inizia da piccoli, giocando con un pallone, magari bucato e cadendo graffiandosi le ginocchia, ed eccolo che ti dà una mano per aiutarti a rialzarti… Rubare i melograni da un orto e poi scappare perché sorpresi dal padrone e venire puniti restando chiusi in casa, ma l’amico è sempre là. Si ride, si litiga e poi si cresce. Le strade iniziano a dividersi e gli amici diventano come le stelle: non le vedi sempre, ma sai che esistono, pronti ad ascoltarti…

Un amico è una mano in più, è un fratello che non hai mai avuto

Francesco Violi

La vita è fatta di legami e sentimenti: fra i più importanti e i più forti abbiamo l’amicizia. Essa è qualcosa di spirituale, che non ha niente di materiale, perché animata da sentimenti come la sincerità e l’amore, quell’amore che non vuole niente in cambio. Purtroppo di vere amicizie ce ne sono poche. Infatti, molte volte, sotto un “amico” si cela un approfittatore che si serve di questo legame per arrivare ai suoi scopi. Negli alti e bassi della mia vita ho sempre avuto bisogno di un amico vicino; il gesto più bello è stato quando in un momento triste ha fatto sì che il mio volto non fosse segnato da lacrime.

Caterina Strangio

Quando hai bisogno di conforto, quando sei triste o felice, quando ti senti in colpa o stai male, quando sei arrabbiato e quando hai bisogno di affetto, quando ti manca la voglia di vivere e hai bisogno di sfogarti, in qualsiasi momento vi è l’amicizia.

Lino Pelle

L’amicizia è un qualcosa di profondo che va oltre ogni sentimento e che rompe ogni barriera dell’anima.

Può essere vera o apparente, ma sempre amicizia è. L’amicizia è l’affetto condiviso con un’altra persona, è un mezzo per confrontarsi e ricevere aiuto, è la gioia di sapere che c’è qualcuno con cui confidarti e condividere belle e brutte avventure, ma soprattutto l’amicizia è sinonimo di onestà.

Ettore Nicita

            Amicizia è condivisione di momenti gai e oscuri; è esigenza di avere ed essere un “alter ego; è sicurezza di essere capiti, letti nel pensiero, aiutati senza alcuna speranza o brama che l’aiuto sia reso. A volte è anche sacrificarsi.

Andrea  Romeo

L’amicizia è qualcosa di profondo, ma allo stesso tempo di molto raro. L’amicizia vera è un sentimento bellissimo, in grado di superare qualsiasi ostacolo, è un profondo affetto provato nei confronti di un’altra persone che ti sta sempre accanto. L’amico è qualcuno che ti fa parlare e che cerca in ogni modo di darti buoni consigli.

Antonio Fiorenza

Penso che nella vita di ognuno l’amicizia è la cosa più preziosa e importante che possa esistere. Essa va oltre l’amore più profondo, perché si tratta di un sentimento così nobile, onesto e virtuoso che supera ogni vincolo che si forma nel rapporto privato e si trasforma in un “amore” verso il prossimo, che sa vincere gli odi, gli egoismi, le mire utilitaristiche e disoneste e affratella gli uomini… Senza l’amicizia la vita sarebbe troppo vuota per essere vissuta..

Andrea Pipicelli

È sempre difficile trovare un’amicizia vera: troppi impegni, troppa voglia di primeggiare, troppo attaccamento al computer. Essa, però, quando è presente si può considerare come il bene più grande, il valore più alto. L’amicizia elimina pregiudizi, interessi personali, invidie… Non condivido l’atteggiamento di coloro che, sin da giovani, preferiscono stare con la propria ragazza piuttosto che con l’amico: sprecano gli anno migliori della loro vita rinchiusi nella prigione della formalità. Infine credo che l’amicizia tra un uomo e una donna può sfociare nell’amore, anzi penso che questo sia l’amore più bello. Bisogna, però, fare attenzione: con l’amicizia può iniziare l’amore, con l’amore può finire un’amicizia.

Bruno Federico

Ho sempre considerato l’amicizia come un momento fondamentale della mia vita, consapevole che è assurdo pretendere di ricevere dagli altri senza impegnarsi a dare tutto quanto ci è possibile per coloro che ci stanno accanto. e ho capito che alla base di ogni rapporto ci deve essere una reciproca stima, alimentata dalla certezza che solo dalla collaborazione fra tutti gli uomini può nascere un mondo migliore. Caro amico, ho bisogno di te come un cuore per battere ha bisogno dell’aorta. ho bisogno di parlare con te e sapere che è come se parlassi a me stesso, ho bisogno di sapere che ci sei in qualsiasi momento e che sei disposto a rispettarmi senza “sparare” giudizi  gratuiti

Marisa Mollica

Pennellate rapide e decise

dipingono scenari fiabeschi

mentre taglio ciocche di pensieri per te,

che inconsapevole diventi autore della stessa opera…

…Ovunque io vada, qualunque posto io visiti

ogni sorriso è un nuovo orizzonte,

in una terra che non ho mai visto.

Ci sono tante persone nel mondo, facce e nomi diversi, ma c’è un’emozione vera che ci ricorda che siamo uguali… L’AMICIZIA.

Arriviamo in solitudine su questo mondo e in ogni scelta della nostra vita dobbiamo sapere decidere da soli, entrando spesso in contrasto con gli altri, rimanendo coscienti che “mentre io mi spingo in avanti e tu nella direzione contraria, in qualche punto dovremo pur sempre incontrarci…” (radiohead)

Caterina Mammoliti

Non sempre si può parlare di amicizia. Alle volte ti sembra di aver trovato un amico, ma quando ti accorgi non è la persona che ti aspettavi, perché lui ti tratta da amico solo nel caso in cui ha bisogno di te, oppure per qualche motivo ben determinato.

Il vero amico è colui che in ogni momento è in grado di aiutarti sia fisicamente che moralmente.

I veri amici sono in grado di essere fedeli, mantenere il segreto su qualsiasi cosa tu gli confidi e non ti tradiranno mai.

Antonella Strangio

Le cose che si amano, si dice, non si posseggono mai veramente, ma si custodiscono e si preservano soltanto. L’Amicizia è fra queste; l’amicizia è Amore, deriva da esso…

E nei silenzi… pensare all’amicizia, che può sentire e comprendere, senza parole, captare un pallido grido, un timido pianto, la confessione delle gioie, dei dolori e di quanto la si possa amare. Chissà domani Lei come sarà, chissà se ancora crederà in un futuro da difendere o se anch’essa non avrà più certezze… Non osando ammettere, per il timore di non crederci, che sempre si ameranno le persone amiche e supponendo almeno che si frequenteranno gli stessi posti… Per il momento, mentre le si amano, credere che non si cesserà un sol giorno di vederle.

Maria Anna Scipione

Una ferita che non ho mai accettato e che è ancora sentita nella memoria come una piaga è quella dell’amicizia. Ci ho messo del tempo per capire che l’errore era il risultato della mia ingenuità. credevo fosse amicizia perché ero io ad agire con devozione e sincerità, ma la reciprocità non è sempre automatica. L’amico è un gioiello raro, ti fa sorridere e ti incoraggia. E’ sempre pronto ad ascoltarti quando ne hai bisogno, ti sostiene e ti apre il suo cuore. E’ la prima persona a cui si pensa quando si è in crisi, o felici o quando si ha bisogno di un consiglio sincero.

Vittoria Scalia

Spesso può capitare di fermarsi a riflettere. Ci sopraggiungeranno innumerevoli dubbi sulla nostra esistenza, sul nostro operato, sui nostri scopi. Acquista un valore inestimabile, quindi, l’amicizia sincera e disinteressata, un valore capace di sconvolgere completamente lo stato d’animo delle persone, da tramutarle da persone che esistono in persone che vivono.

Spesso, però, siamo più attratti da qualcosa di materiale e concreto, senza renderci conto che i beni materiali non li possederemo per sempre. Solo i sentimenti, quelli sinceri, sono cose che noi possederemo per sempre. ho notato comunque che di consueto uso è l’appellativo “amico”, ma è estremamente raro il sentimento dell’amicizia.

Italo Chianese

Amicizia: un legame autentico, uno sguardo intenso e profondo, un immenso affetto; ciò suggerisce alla mente, il cuore… L’amicizia è in grado di divenire il più profondo sentimento, un’immensa gioia, un po’ di gioia nelle grigie giornate di “crisi”… Una luce è precisamente l’amicizia… L’amico mi consiglia, mi indica la strada che potrebbe essere la migliore, ma mi lascia libera di scegliere… senza alcuna costrizione. L’amico è sempre presente, pronto ad aiutarmi e a consigliarmi e, se necessario, a consolarmi. L’amico non dice mai: “ora non posso, devo fare altro”. Il vero amico è sempre disponibile, in qualsiasi luogo o in qualsiasi ora. “Amici per sempre”: queste parole trasmettono un senso di serenità, di tranquillità e di protezione.

Filly Priolo

L’amicizia: nobile sentimento che governa il mondo. Nasce con noi e, se è vera, ci accompagnerà lungo tutta la vita, fino all’ultimo minuto, fino a morire con noi! Non tutti sanno custodirla, troppi la sprecano. Sembra essere niente, ma proprio nei momenti più difficili, quando ci sembra di non farcela, eccola lì, pronta ad aiutarci e a darci forza di realizzarci e di rialzarci e anche se si ricadrà lei sarà sempre lì, a porgerti la sua mano.

Francesca Viglianti

“Un amico è qualcuno che sa tutto di noi e ci ama ancora”                           

La forza dell’amicizia rende più sopportabili i dolori e più dolci le noie della vita!

Valeria Messina

Credo che l’amicizia significhi non buttare i sogni dell’altro, ma aiutarli a realizzarli. In fin dei conti sorreggere un amico nel momento in cui perde “lo” scopo della propria vita è importante. Aiutiamolo a ritrovarlo….

(Non so perchè questo non è possibile)

Angela Cutrì

Sembra strano che io parli di amicizia, io che ormai credevo che non esistesse più. Ma, come disse qualcuno, quello che ieri era presente divien passato e quel che ci pareva incredibile accade”. E finalmente sono passati quei brutti giorni in cui ci sembra di essere inutili, perché qualcuno che stava percorrendo la tua stessa strada ti porge una mano… E quando tutto va male c’è sempre quell’unica persona in grado di capirti, condivide i tuoi sogni, le tue speranze, ti fa sorridere e a volte anche piangere: è “un amico”

Katia Gerardi

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IERI E’ MORTO GARIBALDI: SAI CHI ERA COSTUI?

Fr. C. S.

INTRODUZIONE
Parlare di Giuseppe Garibaldi è facile… il suo nome è il più popolare di tutti… si può dire che non ci sia bambino in Italia che non conosca, già in tenera età, il nome di Garibaldi… non avrà ancora sentito parlare di Giulio Cesare, di Alessandro Magno, di Napoleone… ma il nome di Garibaldi gli suonerà già familiare… e lo collegherà, senza rendersene conto, al nome di una via o di una piazza o di un monumento del suo paese, grande o piccolo che sia. Dappertutto, per quanto è larga e lunga la nostra penisola, la Sua bionda chioma e il suo mantello, gettato senza cura sulle spalle, sembra avere sventolato. Stasera lo ricorderemo, leggendo le memorabili parole scritte da Edmondo De Amicis nel suo libro “Cuore”… e lo faremo con il massimo rispetto, perché l’ Eroe dei Due Mondi è il simbolo
di un uomo semplice, puro di animo, che ha dedicato -con coraggio e costanzatutta la sua vita, alla ricerca dell’uguaglianza e della libertà dei popoli… con lo sguardo rivolto in lontananza… verso un orizzonte infinito… di là del tempo e dello spazio. Egli è il simbolo del pensare e dell’agire tipico degli “Uomini Liberi”, che credono che tutto possa essere modificabile… che la realtà possa essere cambiata… ed è questo particolare modo d’intrepretare il mondo, che suscita nell’uomo il sentimento salvifico della “Speranza”. Sappiamo perfettamente che tutto ciò può essere una visione utopica, ma al tempo stesso, siamo consapevoli che l’“Utopia”, pur essendo una cosa apparentemente insensata, è stata… è … e sarà necessaria per l’uomo… altrimenti, senza il pensiero utopico, saremmo sempre al tempo della pietra. Giuseppe Garibaldi, secondo me, deve essere ricordato
e celebrato per ciò che rappresenta da un punto di “vista simbolico” e non tanto dal punto di “vista storico”. Sappiamo benissimo che il Risorgimento, da un punto di vista storico, è fatto di luci e di ombre e per questo motivo è un argomento, ancora oggi, ampiamente dibattuto.
La storia dell’“Unificazione d’Italia”, com’è stata definita, non fu solo lotta contro il dominio straniero, ma ebbe anche i caratteri di una guerra civile… di una guerra di conquista… condotta, come pongono l’accento alcuni storici, da uno stato Sovrano contro altri Stati Sovrani.
RELAZIONE .
Caprera, 2 Giugno 1882, venerdì. Ore 5 del mattino: Garibaldi si sveglia, cerca di muovere il braccio sinistro, ma un dolore intenso a livello del gomito gli impedisce di estenderlo. L’artrite reumatoide ormai l’ha sopraffatto. Gli esiti fastidiosi della vecchia cicatrice a livello della caviglia destra, non gli permettono neppure di spostare il piede. Quella “pallottola di Caino”, sparata da una carabina sull’Aspromonte, gli aveva mandato in frantumi la parte distale della tibia, il malleolo, l’astragalo e lo scafoide. Il Generale soffre il caldo, suda profusamente la sete lo assale. Vuole bere ma la paralisi faringea, comparsa pochi giorni prima, non gli permette di deglutire neppure un sorso d’acqua. Il respiro è affannoso, la tosse insistente. Apre con fatica gli occhi, cerca di guardare nell’oscurità,
attraverso la finestra socchiusa, per cercare di scorgere le stelle. La “luce”
invade la stanza e rapidamente l’“oscurità” fugge. I primi bagliori gli permettono di riconoscere il soffitto, i quadri attaccati alle pareti, i libri accatastati sul comodino… tutto, in successione, riprende a poco a poco il proprio colore. Prima ricompaiono i grigi, poi i gialli, i rosa, i celesti, i verdi, i marroni e infine le prime soffuse ombre. L’aria fresca e profumata del mattino lo inebria. Il rumore del mare in lontananza lo rasserena. A un tratto, Garibaldi ascolta attonito il canto di un usignolo e la sua mente comincia a volare verso lidi lontani, verso orizzonti
con bastimenti che vanno e che vengono, verso campi di battaglia, verso nuvole bianche alzate da colonne di soldati in marcia. Lente lacrime scendono sulle sue rugose guance, mescolandosi all’appiccicoso sudore. Con voce flebile il Generale implora l’usignolo a continuare a cantare… tu non sei nato per morire. Alle ore dieci, contro il parere dei familiari, vuole assolutamente che il suo freddo corpo sia lavato con acqua calda. Alle ore undici la vita comincia ad abbandonarlo e alle ore 6.20 del pomeriggio muore. La notizia è immediatamente diffusa, tramite il telegrafo, in tutto il mondo. La lettura della rassegna stampa mondiale, in occasione della morte, lascia trasparire chiaramente la storicizzazione del suo
mito. I giornali francesi scrivono: “Garibaldi era cittadino del mondo, un cavaliere errante, aveva tante patrie quante erano le razze oppresse” (La France);
“Una grande figura eroica” (Paris); “La posterità lo saluterà precursore di tutte le grandi idee di libertà” (La Republique Francaise); “L’Eroe cavalleresco, ispirato ed ingenuo” (Le Temps); “Ciò che non si può contestare in Garibaldi è la sua lealtà e il suo coraggio” (Le Nationale). I giornali tedeschi e austriaci, scrivono sull’avversario, parole di stima “La figura più ideale del nostro tempo” (Wiener Allgemeine Zeitung); “Un uomo che ha disprezzato tutto ciò che gli altri cercano ansiosamente” (Neue Freie Presse); “Un Eroe e un Fanciullo… che vivrà immortale nella storia” (Neue Freie Presse); “La Leggenda garibaldina è una leggenda della libertà” (Neues Wiener Tagblatt); “Un nuovo Omero dovrebbe sorgere per cantare degnamente l’Odissea della vita di Garibaldi” (Deutsche Zeitung). In Inghilterra, paese che più aveva amato Garibaldi, il “ The Times” esalta la sua figura di uomo libero. Nei giornali degli Stati Uniti Garibaldi
è paragonato a George Washington e ad Abramo Lincoln, per la sua immagine
di uomo comune, onesto e disinteressato (The New York Times). In Giappone il “Tokyo Nicinici Shinbun” racconta la sua vita in quattro puntate, esaltandone le imprese. Giosue Carducci, Professore Cattedratico di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, dopo due giorni dalla sua morte, fece al teatro Brunetti di Bologna, un discorso commemorativo “… Quella bionda testa con la chioma di leone e il fulgore d’arcangelo… Giuseppe Garibaldi giace sotto il fato supremo… la sua potenza si è dipartita da noi; e a noi non resta che la sua gloria e il sublime compiacimento di averlo avuto coetaneo”. Torino 3 giugno, 1882: in un
palazzo in Piazza S. Martino (oggi Piazza XVIII Dicembre) davanti alla vecchia
Stazione ferroviaria di Porta Susa, un giornalista-scrittore, Edmondo De Amicis
(1846-1908), intellettuale inquieto e libero, stava terminando la sua più importante
opera, il libro “Cuore”. Esso rappresentava una raccolta di episodi ambientati
tra i compagni di una classe elementare di Torino, sotto forma di un diario
scritto da un ipotetico ragazzo: Enrico Bottini. La notizia della morte di Giuseppe
Garibaldi, sconvolse l’Autore, a tal punto che scrisse e inserì nel libro una
pagina memorabile in onore dell’Eroe dei Due Mondi. La sua immagine è rappresentata
come se fosse un Santo: talvolta, adorata e acclamata come se fosse
Cristo Redentore. Garibaldi, infatti, rappresentava il Redentore dei popoli oppressi,
il Messia di una nuova religione, quella laica, basata sull’“Amor di Patria”.
Dal libro “Cuore”: 3 Giugno, 1882 (sabato). «Oggi è un lutto nazionale.
Ieri sera è morto Garibaldi. Sai chi era? È quello che affrancò dieci milioni
d’Italiani dalla tirannia dei Borboni. È morto a settantacinque anni. Era nato a
Nizza (4 luglio 1807), figliolo d’un capitano di bastimento. A otto anni salvò la
vita a una donna, a tredici, tirò a salvamento una barca piena di compagni che
naufragavano, a ventisette, trasse dall’acque di Marsiglia un giovanetto che
s’annegava, a quarantuno scampò un bastimento dall’incendio sull’Oceano. Egli
combatté dieci anni in America per la libertà d’un popolo straniero, combatté in
tre guerre contro gli Austriaci per la liberazione della Lombardia e del Trentino,
difese Roma dai Francesi nel 1849, liberò Palermo e Napoli nel 1860, ricombatté
per Roma nel ’67, lottò nel 1870 contro i Tedeschi in difesa della Francia. Egli
aveva la fiamma dell’eroismo e il genio della guerra. Combatté in quaranta combattimenti
e ne vinse trentasette. Quando non combatté, lavorò per vivere o si
chiuse in un’isola solitaria a coltivare la terra. Egli fu maestro marinaio, operaio,
negoziante, soldato, generale, dittatore. Era grande, semplice e buono. Odiava
tutti gli oppressori; amava tutti i popoli; proteggeva tutti i deboli; non aveva
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altra aspirazione che il bene, rifiutava gli onori; disprezzava la morte, adorava
l’Italia. Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano a lui
da ogni parte, signori lasciavano i palazzi, operai le officine, giovanetti le scuole
per andar a combattere al sole della sua gloria. In guerra portava una camicia
rossa. Era forte, biondo, bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli
affetti un fanciullo, nei dolori un Santo. Mille Italiani son morti per la patria,
felici morendo, di vederlo passar di lontano vittorioso, migliaia si sarebbero
fatti uccidere per lui; milioni lo benedissero e lo benediranno. È morto. Il mondo
intero lo piange. Tu non lo comprendi per ora. Ma leggerai le sue gesta, udrai
parlar di lui continuamente nella vita; e via via che crescerai, la sua immagine
crescerà pure davanti a te; quando sarai un uomo, lo vedrai gigante, e quando
non sarai più al mondo tu, quando non vivranno più i figli dei tuoi figli, e quelli
che saranno nati da loro, ancora le generazioni vedranno in alto la sua testa
luminosa di “Rendentore di Popoli” coronata dai nomi delle sue vittorie come
da un cerchio di stelle, e ad ogni italiano risplenderà la fronte e l’anima pronunziando
il suo nome». Il libro “Cuore” fu pubblicato nel 1886, come libro per ragazzi.
Esso ebbe rapidamente un grande successo. In pochi mesi furono superate
quaranta edizioni e fu tradotto in numerose lingue. Nel 1910 aveva già venduto
mezzo milione di copie. è il libro più popolare dopo “Le avventure di Pinocchio”,
pubblicato tre anni prima. Entrambi i testi fanno parte di un tipo particolare
di letteratura, inesistente fino allora, chiamata “narrativa per ragazzi”. Essa
aveva, nell’Italia post-unitaria, una valenza educativa di massa. De Amicis catturava
una fetta di lettori ampia, perché affrontava problematiche politiche popolari;
per questo motivo era considerato “scrittore popolare”. La sua produzione,
anche se faceva parte di una “letteratura minore”, era importante perché offriva
una precisa testimonianza degli aspetti della società, che non sempre la letteratura
“aulica” di quel periodo -tra fine ottocento e inizio del novecento- riusciva a
fare, come quella del Carducci prima, del Pascoli e del D’Annunzio dopo.
L’obiettivo dell’autore torinese era quello di valorizzare il ruolo della “Famiglia”,
della “Scuola”, della “Patria” (una specie di trinità laica) e di enfatizzare
l’“etica del sacrificio” e del “lavoro”. Questi principi avevano un ruolo
dominante nella formazione delle giovani generazioni nell’Italia post-unitaria,
caratterizzata da una profonda crisi politica ed economica. De Amicis, erede
diretto del Risorgimento, tentò, con il suo messaggio pedagogico, di prendere le
distanze dall’istituzione ecclesiastica anti-risorgimentale. La religione Cattolica
degli italiani, nel libro “Cuore”, sembra essere sostituita con quella laicistica
della Patria, la Chiesa con lo Stato, il fedele con il cittadino, i Comandamenti
con i codici, i martiri con gli eroi. In esso non sono menzionate le grandi festività
religiose, come il Natale e la Pasqua, eccetto la commemorazione dei defunti,
mentre vengono enfatizzate alcune date simboliche come, appunto, quella della
morte di Garibaldi o del quarto anniversario della morte di Vittorio Emanuele
II . Il messaggio di questo testo è, nonostante la sua forte laicità, in linea con il
messaggio morale della Chiesa e per questo motivo il libro è stato letto sia dai
cattolici, sia dai non cattolici. L’influenza pedagogica di questo testo sulle generazioni
di giovani, dalla fine dell’ottocento agli anni sessanta, è stata incisiva;
anche se non ha evitato agli italiani l’accettazione passiva delle guerre e delle
dittature. Edmondo De Amicis propone agli italiani un nuovo “credo laico”,
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basato sui principi risorgimentali democratici. Molti critici letterari sostengono
che il libro “Cuore“, considerato il testo risorgimentale per eccellenza, sia al pari
delle “Avventure di Pinocchio”, scritte dal fiorentino, Carlo Lorenzini (1826-
1890). Edmondo De Amicis, negli anni successivi alla pubblicazione del suo
libro principale, si avvicinò al socialismo, cui aderì pubblicamente nel 1896.
Nelle opere letterarie di questo periodo, infatti, pone una particolare attenzione
alle classi sociali più povere, riconoscendo le reali difficoltà che incontravano i
ceti più umili nell’integrarsi, a pieno titolo, nella vita pubblica dello Stato. In
realtà, come scrive anche Benedetto Croce, nella sua “Storia d’Italia dal 1871
al 1915”, questi sentimenti non erano nuovi, ma erano ereditati direttamente
dal Risorgimento… “dove sia i giovani, sia i vecchi nutrivano un forte senso
di compassione e d’indignazione di fronte agli oppressi”. La fede nella natura
umana, il rispetto della dignità di ciascuno, la solidarietà e l’altruismo dominavano
l’animo dell’uomo risorgimentale. Qualsiasi “motivazione egoistica” era
respinta, perché tendeva a dividere e non a unire. Il sentimento di giustizia, di
uguaglianza e di fraternità fra i popoli, è radicato saldamente nell’animo di Giuseppe
Garibaldi e per questo motivo egli è considerato un “Uomo di Pace”; pur
essendo stato costretto a fare la guerra, per la libertà e l’indipendenza dei popoli.
L’Eroe dei Due Mondi si pronunciava, in ogni occasione, contro ogni tirannia,
proponendo una democrazia parlamentare e presidenziale, con un presidente
eletto e una federazione dei popoli d’Europa, con un governo europeo… per
questo possiamo inquadrare Garibaldi come un “Uomo Europeo”.
RI FLESSI ONE FINA LE
Termino dicendo che l’“Umanità”, non ha mai avuto così tante risorse materiali
e competenze tecnico-scientifiche come oggi, ma nonostante questo, la “convivenza”
tra gli uomini sembra essere minacciata. Assistiamo quotidianamente a
una lotta di tutti contro tutti, all’interno di una logica di “avidità generalizzata”.
Il problema, comunque, è come gestire questa rivalità tra gli esseri umani?
Credo che noi tutti dovremmo valorizzare il “convivialismo” cioè la capacità
di con-vivere o vivere insieme con gli altri… valorizzando la cooperazione e la
solidarietà umana, cercando di costruire una società priva di conflitti tra gruppi
o individui, perché l’aspirazione di ogni essere umano è quella di vedersi riconosciuto
nella sua singolarità e nella sua dignità. è questo ciò che l’uomo ha
sempre cercato, dall’inizio della sua storia. Noi dobbiamo sforzarsi ad andare
verso una società diversa… dominata dal senso della “curam”, cura in senso latino
del termine, intesa come sollecitudine sia verso se stessi, sia verso gli altri,
specialmente verso chi è a noi più prossimo. Dobbiamo, in poche parole, inventare
un “nuovo umanesimo”… dobbiamo inventare altre maniere di vivere, di
produrre, di amare, di pensare e di insegnare… convivialmente senza odiarci e
senza distruggersi. Questo deve essere, secondo me, lo scopo dell’uomo di oggi.
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IL GRAN MAESTRO SCOMODO – GARIBALDI

IL GRAN MAESTRO SCOMODO  

di Alessandro Mola

Contro quanto molti ritengono, la Massoneria italiana non ha mai fatto i conti con la figura storica di Giuseppe Garibaldi. La notizia della morte del nizzardo giunse al Grande Oriente d’Italia mentre era in corso l’Assemblea che elesse a Gran Maestro Aggiunto Adriano Lemmi, elevò da 5 a 10 lire la tassa per il diploma di maestro massone, ribadì il divieto dell’erezione di ‘logge operaie‘, propose di studiare il modo migliore di partecipazione della donna al «lavoro massonico» e ventilò la convocazione di un congresso massonico internazionale per la unificazione dei rituali e degli statuti delle logge: 1 groviglio degl’insoluti assilli che avrebbero travagliato la vita dell’Ordine sino alla sua temporanea eclissi, sotto la marca di persecuzioni e leggi speciali.
Pianto «come padre e come figliuolo» della Libera Muratoria 2 , dal 1883 Garibaldi cominciò a essere relegato nel reliquario dell’Istituzione, col solenne dono della sciarpa massonica cinta dal nizzardo a New York e recata da G.B. Fauché, 18°: l’uomo che aveva fornito i due vapori per l’imbarco dei Mille, la notte del 5 maggio 1860.
«La Massoneria – aveva ammonito la ‘Rivista Massonica‘ nella rievocazione dell’ex Gran Maestro all’indomani della morte – non si preoccupa delle piccole gare dei partiti, che se ne contendono le spoglie ed il nome per farsene bandiera».
Tracciare un profilo storico di Garibaldi avrebbe comportato, inevitabilmente, di definirne la parte avuta anche nella vita dell’Ordine, dalla sua tormentata ricostituzione all’elezione del nizzardo alla Gran Maestranza 3 e dalle sue repentine dimissioni agli anni in corso, segnati certo dall’intreccio tra Libera Muratoria e mondo politico – parlamentare e non – ma senza che nessuno s’azzardasse a trarre un pur provvisorio bilancio e a indicare il senso riposto e ultimo di quelle intersezioni.
Molti nomi rimbalzavano dal Comitato della Lega della Democrazia e dalla sua stessa Commissione esecutiva al Consiglio dell’Ordine e da questi ai direttivi d’organismi fiancheggiatori dell’uno e delle altre. Al contempo, tuttavia, rimaneva insoluto il quesito sulla più autentica vocazione della Massoneria italiana, nell’anno che vide taluni autorevoli esponenti della sua componente mazziniana – quale Ettore Ferrari – far ingresso nella Camera, elettiva e giurante e, al tempo stesso, consolidarsi al vertice dell’Istituzione uomini – come Adriano Lemmi – di cui nessuno sapeva dire con certezza sino a qual punto si ritenessero vincolati allo Statuto.
Garibaldi era pertanto destinato a una rapida assunzione nell’Olimpo politicamente indistinto di eroi al disopra della discussione ma, pertanto, sottratti a una proba valutazione storiografica: come di fatto presto accadde, anche per opera di suoi intimi compagni di lotta, le cui biografie garibaldine subito divennero canoniche non solo per la scelta dei momenti e dei temi da privilegiare nella ricostruzione del ‘personaggio‘, ma anche nella sproporzione tra il periodo antecedente e quello seguente Aspromonte e, in subordine, nel silenzio dal quale rimase quindi circondata l’intera partecipazione di Garibaldi alla vita della Massoneria italiana, infatti del tutto taciuta nelle pur corpose opere di Jessie White Mario, Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla… 4
La stretta correlazione tra le file dell’Ordine e quelle della militanza politica – del resto celebrata da Garibaldi stesso nella convocazione e nell’annunzio dell’esito, apparentemente positivo, del ‘Patto di Roma‘ del 21 aprile 1872 -, poiché avrebbero riverberato specularmente qualsiasi giudizio formulato sul Garibaldi massone o sul Garibaldi politico, scoraggiarono o consigliarono di rinviare un esame critico della figura e dell’opera del nizzardo al momento (mai raggiunto, invero) nel quale il ricordo e la discussione delle singole tappe della ‘Democrazia italiana‘ più non avessero rischiato di riaprire antiche e malsopite polemiche e di compromettere precari equilibri e instabili convergenze.
D’altra parte, mentre governo e parlamento attraversavano la complessa e controversa esperienza del ‘trasformismo‘, la Massoneria doveva fronteggiare la prima greve fase dell’offensiva clerico-reazionaria, già sospetta di connivenze con interessi d’Oltralpe, scandita dall’Enciclica Humanum genus e dalla bordata di ‘rivelazioni‘ dell’ex confrère Léo Taxil: proprio l’autore di libelli anticlericali che s’eran fregiati di calorose prefazioni firmate da Giuseppe Garibaldi. 5
Non solo per l’inconfrontabile rilievo nella storia del pensiero la Gran Maestranza Lemmi perseguì quindi, sopra ogni altra, l’evocazione di Giordano Bruno, assunta a terreno di coagulo tra laici e laicisti e quale asse capace di congiungere la cultura della Terza Italia con le sue remote radici rinascimentali e umanistiche, sì da affermare l’esistenza di una più grande Italia nel confronti della quale la dinastia sabauda non risultava affatto necessaria.
Perciò il Gran Maestro non prese personalmente parte al ‘Pellegrinaggio Nazionale a Caprera‘, guidato da Menotti Garibaldi, che pur aveva fatto parte del Gran Consiglio dell’Ordine. Parimenti non fu concessa alcuna patente di rappresentatività dell’Ordine ad Autori che negli stessi anni impugnavano questo o quell’aspetto del ‘massonismo garibaldino‘ per farne insegna e strumento anche di battaglie propugnate dal Grande Oriente: tra gli altri l’antroposofo e storico della filosofia della storia R. Escalona, il cui opuscolo Il rogo di Garibaldi 6 raccoglieva, tuttavia, anche nel sottotitolo (Il suo testamento – il rogo antico e l’ara crematoria di Campo Verano) uno dei punti programmatici della Gran Maestranza Lemmi, l’erezione di un famedio massonico a ridosso dell’inaugurazione del crematorio nel cimitero monumentale di Roma.
L’abbondanza di ‘numeri unici‘, ‘ricordi‘ e ‘discorsi‘ su Garibaldi nei primi dodici anni seguenti la sua morte fu icasticamente stigmatizzata il 12 maggio 1894 da Antonio Labriola, che ai ‘cari amici‘ promotori di un ennesimo fascicolo di Caprera (In Commemorazione di Giuseppe Garibaldi e di Alberto Mario) 7 scriveva: «I tempi che corrono sono poco lieti. Auguriamoci che l’Italia divenga degna di commemorare Garibaldi, non per lusso di vaniloquio, non a dileggio dell’immortale». Da Padova, Achille Loria a sua volta invocava «e sia fra breve… » «… un altro eroe della giustizia e della pace che adduca le falangi lavoratrici all’anelata redenzione».
Mentre il governo Crispi ordinava la repressione poliziesca dei ‘fasci siciliani‘ e del ribellismo endemico alimentato da profondo malessere economico, l’ombra di Garibaldi si proiettò sull’Ordine , quale spartiacque e causa di distinzione e persino di divisione, anziché come termine di riferimento unitario.
Già nella serie di discorsi pronunziati dal Gran Maestro Lemmi nei ricevimenti massonici nei principali centri della penisola (con omissione della Sardegna) 8 il nome di Garibaldi era ricorso meno di quello di Mazzini e persino di Carducci: esso era poi stato del tutto taciuto a Milano il 16 giugno 1892, come nel discorso conclusivo del periplo, a Roma nel gennaio 1893, sulla cui traccia Lemmi avrebbe infine svolto l’orazione introduttiva alla Conferenza massonica di Milano, il 20 settembre 1894 9: vero punto d’arrivo del dibattito sulla ‘questione sociale‘ in corso nell’Ordine dalla morte di Garibaldi alla crisi del progetto di ‘riforme dall’alto‘ espresso dai governi Crispi e, in larga misura, dal primo ministero Giolitti.
Eludere i nodi non significa però scioglierli. Se n’ebbe conferma poco appresso, quando proprio l’inaugurazione del monumento di Giuseppe Garibaldi in Roma divenne occasione della manifestazione di un dissidio che avrebbe lacerato per un decennio la Comunione massonica italiana.
L’art. 2 della legge 3 giugno 1882 n. 780 aveva stabilito l’erezione di un monumento garibaldino in Roma 10 . Solo un anno dopo, però, il progetto prese corpo, con un primo stanziamento pubblico, approvato dalla Camera al termine di un dibattito nel corso dei quale l’On. Ettore Pais-Serra aveva proposto Caprera quale ubicazione del monumento, contro l’avviso del presidente del consiglio, Depretis, e del relatore sul disegno di legge, Crispi, secondo i quali esso doveva sorgere in Roma e precisamente – come di fatto avvenne – sul Gianicolo: a memoria della difesa della Repubblica Romana, in linea, cioè, ancora una volta, con un asse storico che non conduceva necessariamente a Casa Savoia. Perciò, in Senato, il relatore Caracciolo di Bella aveva avanzato una trasparente riserva: la subordinazione dei lavori per il monumento di Garibaldi all’assicurazione che anche quello di Vittorio Emanuele II sarebbe stato realizzato a tempi brevi, quale sede definitiva delle ‘auguste ceneri‘ del Gran Re, solo provvisoriamente tumulate al Pantheon.
Negli anni seguenti, il Grande Oriente d’Italia aveva seguito con vigile assiduità i lavori della commissione reale incaricata di seguire il progetto (e folta di uomini intrinseci all’Ordine: da Ferdinando Martini a Giuseppe Fiorelli) e massone era risultato anche il vincitore del concorso, Emilio Gallori. Il Governo dell’Ordine – riformato nel 1893, con l’istituzione della Giunta, che di lì innanzi ne sarebbe stato l’organo decisionale supremo, accanto al Gran Maestro – puntò sull’inaugurazione del monumento garibaldino al Gianicolo, quale momento qualificante a solenne sanzione dell’identità tra l’Ordine liberomuratorio e l’ordine del Regno.
A render più solenne l’evento il parlamento proclamò il XX settembre festa nazionale, con una schiacciante maggioranza e il voto contrario di una pattuglia di uomini nei quali l’acuto notaio dell’Italia di fine secolo, Domenico Farini, antivide i lineamenti di un ‘partito cattolico‘, peraltro non privo di suggestioni su certi ‘democratici‘, quali Imbriani 11 . Ma all’approssimarsi della data fatidica – 20 settembre 1895 – anche un osservatore niente affatto tiepido nel confronti del presidente del consiglio, il sen. Alessandro Rossi, in una lettera da S. Orso (4 marzo 1895) riprendeva la parola d’ordine lanciata da mons. Carini a Guido Fusinato: «disfarsi della Massoneria» e notava compiaciuto che «se non di nome, di fatto Crispi si è staccato dalla massoneria», commentando: «ecco un altro dei suoi intuiti d’uomo superiore di Stato» e contrapponendo al siciliano la pervicacia anticlericale del Gran Maestro in carica.
Lemmi, in effetti, da mesi era in posizione quanto mai imbarazzata: non tanto per le bordate d’accuse scandalistiche che continuavano a piovergli addosso da varie parti 12, quanto per l’ormai palese divaricazione tra la condotta di Crispi e le attese di tanta parte della Famiglia liberomuratoria, il cui governo era quotidianamente tempestato da richieste ultimative di energico intervento sul presidente del consiglio o, quanto meno, della sua sconfessione, senza mezzi termini, da parte del Grande Oriente, che, diversamente, rischiava di rimanere implicato nell’odiosità delle misure repressive adottate da Crispi non solo contro gli anarchici, bensì, in genere, contro tutte le opposizioni: radicali, repubblicane, democratiche avanzate, tutt’insieme eredi e continuatrici di quel Garibaldi che il secondo dei Mille s’apprestava a evocare sul Gianicolo per il 25° di Porta Pia.
Il 20 settembre 1895, venerdì, Crispi pronunziò in effetti il discorso d’inaugurazione «per la sostanza canonica e chiesastica, per la forma polemica e piuttosto volgaruccia non conveniente all’occasione», a giudizio di Domenico Farini 13 .
La Massoneria s’era preparata alla manifestazione di Roma con tutt’altro slancio. Le Logge erano state invitate a farsi rappresentare dalle bandiere , venne progettata una lapide da apporre nel Palazzo Senatorio in Campidoglio per ricordare i Fratelli «che cospirarono , soffersero e morirono per la liberazione di Roma» 14 e uno speciale comitato fu incaricato di approntare adeguati ricevimenti per i delegati delle Comunioni straniere e delle Officine italiane. Ma quale bilancio fu poi tratto dalla manifestazione? La prima riunione della Giunta di governo della Massoneria italiana successiva alla solenne festa garibaldina (21 ottobre 1895) non dedicò neppure un istante a compiacimenti retrospettivi. Bisognava infatti rispondere alle Logge milanesi Cisalpina Carlo Cattaneo e La Ragione che chiedevano se il Gran Maestro avesse continuato a incalzare per condurre a buon porto l’iter parlamentare del disegno di legge a tutela degl’infortuni sul lavoro e, soprattutto, venne sul tappeto il fermo rifiuto di Ernesto Nathan di prender parte ai lavori massonici sino a quando l’Ordine non avesse «veduto chiaro nelle accuse mosse contro il F. Francesco Crispi» 15 .
In effetti da mesi Nathan aveva invitato il Gran Maestro ad affrontare di petto la ‘questione Crispi‘ : che non era, ben inteso, un corollario dello ‘scandalo della Banca Romana‘, un brandello della lotta per il potere, né un duello tra l’anziano statista e Cavallotti o Giolitti, bensì chiamava in causa i rapporti tra la Massoneria e il governo, mentre questo, presieduto da un massone, anziché col paese – cioè con la dinamica sociale – s’identificava strettamente con lo Stato cioè con istituzioni contro le quali non solo si stavano schierando molti ‘fratelli‘ ma era proceduto a lungo il Risorgimento stesso, compreso quel Giuseppe Garibaldi che dopo trentadue anni di elezioni alla Camera se n’era dimesso con una motivazione lapidaria – «… non posso più contare tra legislatori in un paese ove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia…» , 16 – che s’attagliava a Crispi e a chi gli stava dietro non meno che all’incipiente trasformismo del 1880.
La manifestazione garibaldina di Roma – presenti il re , la regina , i presidenti dei due rami del parlamento – costituì tuttavia il momento di massimo accostamento tra la cometa massonica e il sistema monarchico : con i labari delle Logge italiane schierati a ridosso del monumento , ornato di simboli liberomuratori e oratore ufficiale un presidente del consiglio notoriamente in odore di Grande Oriente.
Tutt’altro fu invece l’esito della partecipazione massonica alla celebrazione delle Cinque giornate di Milano, sullo scorcio dell’anno precedente. Infatti, come deprecò il Potentissimo in Giunta, il 12 novembre 1894, «… fino da quell’epoca si manifestavano in molti FF. di Milano (le tendenze) di trascinare la Massoneria in mezzo alle lotte della politica militante». 17
L’ala massonica – decisamente schierata per le riforme sociali – nel 1893-95 dette battaglia per portare il Grande Oriente a fianco dei partiti di sinistra.
A fine 1893 il Gran Maestro aveva fatto rispondere da Nathan a incalzanti appelli di logge attestate a favore dei fasci siciliani che «… non tutto ciò che si domanda da quelle organizzazioni è giusto e possibile». Parallelamente era stata sottoposta a censura grave l’iniziativa di alcune Officine che avevano discusso pubblicamente intorno alla compatibilità con l’Ordine di personaggi del mondo bancario e politico implicati nello scandalo della Banca Romana, in tal modo mettendone a nudo la qualità massonica. La tendenza a propalare i nomi degli iniziati dilagava tuttavia dal sud al nord, se Lemmi dovette intervenire anche nei confronti della Loggia La Cisalpina Carlo Cattaneo, diffidandola dal render noti i nomi dei relatori impegnati nel dibattito sulla politica sociale propugnata dall’Ordine. Quelle insistenze erano però difficili da contenere giacché non erano dettate solo da una voglia di sfida dinanzi alle sortite dei clericali, indirettamente incoraggiati dalle roventi polemiche di certe frange democratiche contro Crispi (e Lemmi), bensì dall’orgoglio di chi, dall’interno delle Officine, si sentiva (e si credeva) tutt’uno col governo del paese e s’arrogava pertanto poteri che il Gran Maestro dichiarava invece insussistenti: come a proposito dei provvedimenti governativi nei confronti dei fasci: «… il Grande Oriente ha fatto e fa quanto gli è stato possibile per i condannati dai Tribunali Militari della Lunigiana e nella Sicilia, ma, non essendo esso al governo dello Stato, non può che limitarsi ad un’azione consigliatrice. Poichè l’ha fatta e la fa ha compiuto e compie il proprio dovere». Era poco: ma era anche tutto ciò che in effetti il Grande Oriente potesse fare.
Anche nell’ambito della Giunta dell’Ordine dilagavano ormai opinioni difformi se a Ernesto Nathan pareva che i suoi membri potessero «… prendere pubblicamente questo o quell’atteggiamento nella lotta dei partiti e in ragione della loro rappresentanza massonica, comportandosi come cittadini, a norma dei convincimenti loro e della loro coscienza» senza recar nocumento all’Istituzione.
Come far intendere – in tale situazione – che in mancanza di precise imputazioni massoniche Francesco Crispi non poteva essere sottoposto ad alcuna pubblica sentenza (misura del resto eccezionale per l’Ordine) e neppure a procedimento formale?
Al rigoroso rispetto delle Costituzioni dell’Ordine da parte degli uomini di vertice della Comunione molte Officine risposero tuttavia con atteggiamenti d’aperta ribellione mentre già taluno propendeva per adattar le norme alla realtà invece di sforzarsi di estrarre l’ordine dal caos. Caso emblematico, clamoroso nei riflessi pubblici e rovinoso per gli effetti interni, fu la decisione della loggia La Ragione di Milano di guidare un manipolo di Officine lombarde, a bandiere spiegate, alla manifestazione celebrativa delle Cinque giornate, che voleva far da monito nei confronti di un’amministrazione che le sinistre giudicavano ormai più vicina a Radetszky che alla tradizione liberale e garibaldina.
In tale condizione – che di seduta in seduta vedeva il Gran Maestro impegnato a respingere pressioni, appelli, rimbrotti delle Officine più disparate – non v’era spazio propizio per dibattiti storiografici che entrassero nel merito del ruolo svolto da Giuseppe Garibaldi nella travagliata vicenda della democrazia italiana. Perciò le manifestazioni che di quando in quando riproponevano il nome del Primo Libero Muratore d’Italia erano, per quanto possibile, avviate sui binari morti della pura e semplice celebrazione di un nome senza soggetto, di una formula astratta, ridondante di formule enfatiche, quanto privo di connotati storici documentati. Su quei binari Garibaldi rimase – carro da parata, da mettere in circolazione di quando in quando, ma sempre più stinto, con palesi i segni del tempo – per i decenni seguenti.
Il centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi – salutato nel paese dal discorso detto in Campidoglio da G.C. Abba e da una messe di robusti studi storici, già in vista del cinquantenario della spedizione dei Mille e della proclamazione del regno – fu anno di lutto per la Comunione italiana, abbrunata l’anno prima dalla morte di Adriano Lemmi. Passò infatti all’Oriente Eterno il fratello Giosuè Carducci, che non fece in tempo a ricevere dall’Istituzione la statua d’argento della Poesia, fusa da Ettore Ferrari su mandato dalla Massoneria italiana.
Per contro scialba e quasi imbarazzante fu la presenza – o piuttosto l’assenza – di Giuseppe Garibaldi nell’attenzione di una Comunione pur intenta a procacciar le fortune di quei “blocchi popolari” la cui remota origine risaliva appunto a ‘patti‘, ‘leghe‘ e altrettali ‘fasci‘ a suo tempo raccolti da Garibaldi tra le diverse componenti della democrazia italiana.
A Milano a tutto giugno del 1907 si doveva convenire che «Per le onoranze a Garibaldi… si è forse al punto di prima se non si è fatto un passo indietro» 18 . A Palermo la celebrazione garibaldina si risolse in un’agape fraterna in onore non tanto del duce dei Mille bensì di quel R. Vittorio Palermi, che sarebbe poi stato navarca di tutt’altre venture. Per Roma, un Comitato appositamente creato presso il Grande Oriente giunse a proporre «un grande corteo massonico verso le 5 pomeridiane del 3 luglio» al monumento del Gianicolo, con deposizione di corona bronzea modellata dall’instancabile Gran Maestro, Ettore Ferrari, esecuzione degl’inni garibaldini con ‘appositi cori‘ e lettura di versi patriottici. Un grande banchetto avrebbe concluso la manifestazione, per la cui riuscita sottoscrissero fratelli e Logge italiane e straniere: 124 lire l’Ausonia di Torino (qualcosa come 150-200 mila lire di oggi), 50 la Cavour dello stesso capoluogo subalpino, 135 l’Aurora Risorta di Genova (altra Officina ‘storica‘), 122 la Concordia di Firenze, 160 la Lirae Spada di Roma, 200 la XX settembre di Firenze, 100 la Michelangelo della stessa città, e via discendendo, sino alle 40 de La Terza Italia di Palermo, che da sola versò quanto le emblematiche Giuseppe Mazzini di Livorno e Giuseppe Garibaldi di Porto Maurizio: ventimila lire d’oggi per Loggia (cinquecento ogni ‘Fratello‘, in media) per ricordare la nascita del Primo Libero Muratore d’Italia, Gran Maestro effettivo nel 1864 e Gran Maestro Onorario ad vitam.
In un tripudio di manifesti dal testo già allora improponibile 19 – pel ritardo culturale anche nei confronti dell’allineamento operato con le modifiche alle Costituzioni dell’Ordine – cadde la commemorazione di Garibaldi, pronunziata da Ulisse Bacci al Teatro di Sansepolcro il 20 settembre 1907 20 . L’unico esplicito cenno al rapporto tra il nizzardo e la Massoneria propostovi dal Gran Segretario della Comunione peninsulare – il cui Libro del Massone italiano dall’anno seguente avrebbe fatto testo – anziché sciogliere interrogativi, ne apriva di nuovi: e soprattutto sull’attendibilità di un metodo che certo non confortava quanti identificavano Massoneria e positivismo, quanto meno sul versante del positivismo storiografico, fondato sulla rigorosa documentazione d’ogni asserto. Diceva infatti Bacci che Garibaldi «… forse in quel tempo (1834 circa), ma non può asseverarsi con certezza assoluta, chiese ed ottenne la iniziazione nell’Ordine Massonico, che di concerto coi Mazziniani, nelle Logge segretissime allora, cospirava per la redenzione e l’unità d’Italia»: affermazioni che costituiscono un arco voltaico tra Taxil e Luzio, ma poco hanno a che fare con la storia.
Peraltro – in forza di non si comprende qual riserbo – nessun cenno vi veniva fatto ai rapporti corsi tra Garibaldi e le Officine di Montevideo , New York, Londra, né, del resto, alla parte avuta dal nizzardo nell’Istituzione – Grande Oriente e Riti – prima e dopo la fuggevole assunzione della Gran Maestranza.
Il cinquantenario della morte del nizzardo (1932) vide la Massoneria italiana in una posizione anche meno favorevole per ‘fare i conti‘ con Garibaldi. L’anno prima il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia in esilio, Alessandro Tedeschi, dette mandato alle sparute Logge alla sua obbedienza di rievocare Mazzini e il XX settembre. Il 1932 21 trascorse tra difficoltà e amarezze: su quanto rimaneva dell’Ordine scese l’ombra di Domizio Torrigiani, spentosi nella terra di Tommaso Crudeli duecent’anni dopo l’iniziazione di Antonio Cocchi nella prima loggia inglese in terra toscana. Il pegno alla Massoneria nei confronti di Garibaldi rimase da riscattare: esso venne lasciato in deposito ai posteri, per quando si fosse fatto appello al senso della storia per trovar le ragioni dei travagli antichi e nuovi della Libera Muratoria nella penisola. 1 U. BACCI, Il libro del massone italiano, Roma, 1911, vol. 2, p. 360. La mattina del 3 giugno 1882 la ripresa dei lavori assembleari fu preceduta da una seduta funebre in onore di Garibaldi.

2 Rivista Massonica, 1882.

3 A tale proposito rimandiamo a ALDO A. MOLA, LUIGI POLO FRIZ, I primi vent’anni di G. G. in Massoneria (1844-1864). Da Apprendista a Gran Maestro., Nuova Antologia, Firenze, f. 2143, luglio-settembre 1982.

4 Vedansi, per es., G. GUERZONI, G., Firenze, Barbera, 1882, voll. 2; L. PALOMBA, Vita di G. G., Roma, Perino, 1882 J. LABOLINA(A. Vecchi), G. Vita e gesta, Bologna, Zanichelli, 1882; J.WHITE MARIO, G. e i suoi tempi, Milano, Treves, 1884 (ora in ed. anastatica, con pref. di G. Spadolini, Napoli, De Dominicis, 1982). La stessa sproporzione ha del resto continuato a caratterizzare (condizionandone quindi i risultati) le biografie successive: comprese quelle, recenti, di RIDLEY, G., Milano, Mondadori, 1975 (che dedica meno di cinquanta pagine al quindicennio successivo a Mentana sulle oltre settecento del volume), M. MILANI, G. G.: biografia critica, Milano, Mursia, 1982 (con 50 pp. su oltre 500) e M. GALLO, G.: la forza di un destino, Milano, Rusconi, 1982, (70 pp. su quasi 500). Superfluo ricordare che in tutte queste opere è sistematicamente taciuta o appena accennata – senza tentativi di approfondimenti critici – l’appartenenza di Garibaldi alla Massoneria: tema che, eluso per ragioni politiche sulla fine dell’Ottocento, viene ora ‘dimenticato‘ o troppo sbrigativamente liquidato con approssimazioni ferme alle viete argomentazioni di A. Luzio. Così il citato M. Milani afferma: «G. ha della M. un’idea strumentale in senso politico», aggiungendo che G. si «mostrò massone piuttosto distratto». Per un aggiornamento sul tema rinviamo a C. GENTILE, G. G., il gran maestro dell’Umanità, Foggia, Bastogi, 1981 e ad A.A MOLA, Garibaldi vivo: antologia degli scritti con documenti inediti, pref. di Lelio Lagorio, Mazzotta, 1982, sezz. VI-VII.

5 TAXIL, Le fils du Jèsuite, précedé de pensées anticléricales, intr. par le Général G. Garibaldi, Paris, Strauss, 1879; ID., Les jocrisses de sacristie, pref. Lettre de Garibaldi sur le cléricalisme, Civitavecchia, 27 aoút 1879, Paris, Librairie National, 1879. Taxil invelenì poi anche su Garibaldi in I misteri della massoneria svelati, (trad. L. Matteucci), Genova, Fassicorno, 1888, alle pp. 830-97.

6 Roma, Agenzia giornalistico-libraria E. Perino, 1883. Escalona era altresì autore di un saggio su G. e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, e di libelli antipapali.

7 Sassari, Stabilimento grafico Dessi, 1894, con testi di Gabriele Rosa, Giuseppe Sergi, Arturo Graf, Stefano Canzio, Achille Loria, Giuseppe Mazzoni, Giovanni Bovio, Alfonso Aroca, Giuseppe Castiglia, Antonio Labriola e inediti di Garibaldi e di Mazzini.

8 Lemmi accennò a Garibaldi nel discorso di Genova (dopo la celebre evocazione di Mazzini: «E tu Grandissimo Maestro, che solitario riposi a Staglieno… ») e in quello di Torino (ove Garibaldi fu definito espressione del «genio democratico e laico ( .. ) custode incorrotto deli diritto e della dignità nazionale» e invocato quale incitamento alla difesa della patria: cioè, in quel momento, in funzione antifrancese, in linea con l’atteggiamento di Crispi).

9 Atti Ufficiali della Conferenza massonica di Milano, a cura del Grande Oriente d’Italia, Roma, 1895, pp. 9-16: per un’analisi del pensiero di Lemmi negli anni Novanta rinviamo ad A. A. MOLA, La risposta della Massoneria alla “Rerum Novarum”, in Storia della Massoneria: studi e testi, Torino, Centro di documentazione massonica, 2, 1982, in corso di stampa. 10 D. FARINI, Diario di fine secolo, a cura di Emilia Morelli, Roma, Bardi, 1961, p. 650.

11 Garibaldi in Parlamento, a cura di S. Furlani, Camera dei Deputati, Segreteria Generale, Ufficio stampa e pubblicazioni, 1982, vol. 2, pp. 735 e ss..

12 La campagna scandalistica contro Lemmi (a tacere degli anni 1860-70, durante i quali presero a circolare in Italia i famosi estratti di sentenze pronunziate a Marsiglia nel 1844 contro un Adriano Lemmi di Firenze di anni 22, poi utilizzati negli Anni Novanta) seguì un complesso sviluppo: le accuse contro Lemmi provenivano da un’unica fucina francese (quel Léo Taxil che sicuramente aveva avuto rapporti con elementi dell’estrema frangia democratica italiana negli anni durante i quali era famoso libellista anticlericale) e da Oltralpe venivano riciclati sulla stampa italiana. Essa, cioè, rispondeva contemporaneamente agl’interessi di quanti in Italia consideravano Lemmi il principale appoggio di Crispi, ‘traditore‘ della democrazia, e di quanti, Oltralpe, vedevano nello statista siciliano un pericolo per la sicurezza francese. Perciò i vari Taxil, Margiotta, Diana Vaughan, Docteur Bataille e simili scagliarono le loro frecce alternativamente ora contro Lemmi, ora contro Crispi. Taxil – assai significativamente – uscì dal gioco quand’ormai da un anno Crispi era stato travolto da Adua, Lemmi s’era dimesso da Gran Maestro e la tensione franco-britannica per la gara coloniale sconsigliava Parigi d’inasprire i paesi. Sulla letteratura antimassonica rinviamo all’eccellente J. A. FERRER BENIMELI, El contubernio judeo-maçonico comunista, Madrid, Editorial Istmo, 1982. Il versante italiano del tema meriterà tuttavia una specifica ricerca, che prevediamo ricca di sorprese.

13 D. FARINI, Op. cit., p. 776.. Farini notò anche che Crispi, in pratica, non aveva quasi parlato di Garibaldi, nè di Cavour, insistendo, invece sull’opera del governo in carica.

14 Verbali della Giunta del Grande Oriente d’Italia, istituita dall’Assemblea Costituente Massonica del Maggio 1893, seduta del 25 giugno 1895 (che fu l’ultima prima delle manifestazioni del 20 settembre).

15 Ivi, seduta del 21 ottobre 1895. Alla seduta, presieduta da Lemmi, presenziarono Ballori, Sani e Meyer. Il verbale della seduta risulta però firmato anche da Ettore Ferrari, Luciano Morpurgo e Ulisse Bacci (verbalizzante). Dai Verbali risulta in modo inconfutabile che Crispi – benchè non quotizzante, nè, per quanto si sa, assiduo alle sedute di Loggia (del resto egli era stato da tempo iscritto alla Loggia Propaganda Massonica) – era considerato a tutti gli effetti ‘Fratello‘ e come tale sempre annotato.

16 Garibaldi in Parlamento, op. cit., vol. 2°, p . 816.

17 Verbali, cit., alla data.

18 Rivista Massonica, 1907, 15 giugno, p. 254. Per contro una solenne celebrazione rituale massonica di Garibaldi ebbe luogo presso la Gran Loggia di Francia, sotto la presidenza del Potentissimo Gran Maestro, Mesureur. Ma nelle stesse settimane le file dei massoni di Roma erano impegnate per assicurare la vittoria del ‘blocco popolare‘ di Nathan nelle elezioni supplettive per la conquista dell’amministrazione capitolina.

19 Per alcune esemplificazioni rinviamo a Rivista Massonica, 1907-1908.

20 Ivi 1907, 30 novembre, pp. 386-97.

21 Seduta del Governo dell’Ordine, 5 giugno 1932 (Parigi), presenti A. Tedeschi, Giuseppe Leti, Giacomo Carasso, Ettore Zanellini, Alberto Giannini, Francesco F. Nitti. Accanto a Chiesa fu rievocato Filippo Turati, «soldato valoroso della nostra comune battaglia».


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LA BELLEZZA DEI SOGNI

“La bellezza dei sogni”

Carissimi Fratelli

Voglio dedicare queste considerazioni ad Antonio Megalizzi, il giovane giornalista partito dalla Calabria per coltivare il sogno europeo.

Non aveva dimenticato le sue radici ma le aveva onorate per guardare oltre i confini della propria terra di origine e della sua patria. Era italiano ed europeo. Un cittadino del mondo come dovrebbe sentirsi ogni uomo.

Un sognatore, come era Nelson Mandela, il paladino dei diritti umani. Diceva che un vincitore è un soqnatore che non si è mai arreso. È Antonio Megalizzi non si era arreso. Amava l’Europa. ll suo sogno continua.

E tra coloro che non si arrendono ci sono i liberi muratori del Grande 0riente d’Italia. Da sempre in prima fila per difendere le libertà di tutti. Non si arresero i massoni toscani che nell’83 dovettero fare i conti con uria legge regionale, tuttora in vigore, che voleva scovare i massoni eletti nelle amministrazioni locali. Non ci fanno paura oggi coloro che vorrebbero mandarci in giro con una fascia al braccio per meglio riconoscerci. Non ci fanno paura loro che sono perfetti, manichini di ghiaccio e vampiri di emozioni. Hanno partorito un’idea in Sicilia che e diventata legge regionale. Forse l’hanno voluta approvare per farci fare la fine di Giovanni Becciolini trucidato dai fascisti?

Abbiamo combattuto e combatteremo per la nostra e l’altrui libertà. Lo ribadiamo con forza nel settantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che ci ricorda che ” tutti gli esseri umani  nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Sono valori a cui i liberi muratori sono fedeli da sempre. Ci siano e ci saremo perché la luce del nostro cuore è sempre accesa. Siamo sognatori e i sogni li alimentiamo ogni giorno con le nostre azioni, ispirati dal pensiero  nobile di Eleonore Roosevelt: ” ll futuro appartiene a chi crede alla bellezza dei propri sogni”. E noi ci crediamo.

Stefano Bisi

Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Palazzo Giustiniani

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FASCISMO E ANTIFASCISMO

Fascismo e Antifascismo

dopo 63 anni dalla caduta del Fascismo e la fine della guerra mondiale ancora esistono “tifoserie”, in alcuni casi pure violente, e sempre pronte ad utilizzarle per fini speculativi politici. E’ possibile giustificare quando questo è avvenuto negli anni del primo dopo guerra. Gli animi portavano ancora le ferite, da ambo le parti, ferite che difficilmente potevano guarire in breve tempo, ma anche in questo caso ci doveva essere maggiore impegno per pacificare le parti. Chi non ha voluto questo significa che aveva altri interessi con fini politici molto equivoci e lavorava addirittura per altri paesi, per esempio URSS e USA. Anche molti governi in Italia hanno lavorato in modo equivoco avendo interesse a tenere il popolo in “padella” e manovrando la temperatura a secondo della necessità, utilizzando certe “teste calde” che si trovano da ambo le parti, al pari di quelle attuali dell’Islam fondamentalista che utilizza addirittura bambini per atti suicidi terroristici. Come dimenticare le numerose stragi avvenute senza trovare mai i mandanti e esecutori, fatte poche eccezioni per gli esecutori che erano sempre “teste calde rosse” o “teste calde nere” e mai assolutamente riconducibili ai mandanti. Sicuramente gli esecutori, grandi “teste calde” con il proprio colore di appartenenza, non hanno mai conosciuto i veri mandanti. Per alcuni decenni abbiamo assistito ad ogni votazione elettorale politica lo scatenarsi di alcuni “gruppi di teste calde”, rosse o nere, che provocavano attentati con feriti e morti, e difficilmente gli inquirenti riuscivano a catturarli, ma anche quando sono stati presi non riuscivamo mai a risalire per trovare i mandanti. Praticamente ci trovavamo sempre con personaggi equivoci che qualcuno aveva armato senza fare lavaggi di cervello in quanto questi individui non ne avevano necessità essendo delle “teste calde” in proprio. Particolare non di poco conto quanto avvenuto nei processi ai pochi esecutori catturati. Si cercava di dare un colore, o rosso, o nero, probabilmente a secondo della necessità politica del momento e questo farebbe pensare ad un solo mandante – “stragi di stato”.
Fortunatamente negli ultimi anni il fenomeno si è molto affievolito e adesso è superato dalle tifoserie del calcio, seppure anche qui ritroviamo le “teste calde” rosse o nere, e se a questi qualcuno mette nelle loro mani armamenti saranno certamente subito utilizzati con conseguenti sciagure e al massimo riusciremo a prenderne alcuni senza arrivare mai ai mandanti.

E’ scoraggiante vedere ancora oggi il problema del Fascismo o Antifascismo, che non è, e non dovrebbe essere un “problema”, essendo scomparsa quasi completamente tutta la generazione che ha vissuto quel periodo, quindi è molto ridicolo parlare con “tifoseria” dell’argomento, anche perchè si tratta di una esperienza non ripetibile e non proposta da nessuno. Ormai fa parte della storia e solo con questo animo possiamo parlarne, anche perchè molti storici hanno scritto il periodo e continueranno a scrivere.

Per gli “appassionati” che non ne possono fare a meno potrebbero preoccuparsi di Napoleone, o di Re Riccardo, oppure di Cesare governatore di Roma, e perchè no! anche Nerone che incendiò Roma per ricostruirla nuova. Considerazioni viste dalle parti.

Intanto necessiterebbe sapere se l’Italia ha vinto o perso la guerra. I danni avuti, materiali e morali, sono immensi. E’ l’unico paese ad avere subito sul proprio territorio 2 occupazioni contemporaneamente, 2 eserciti stranieri che si combattevano senza risparmio, creando lutti e distruzione in tutto il territorio italiano. A questo si è aggiunto anche la guerra civile, la più grave follia commessa dall’uomo – sparare al vicino di casa.

Per il Fascista.L’odio e la sete di “giustizia” esplosa dopo il 24/7/1943 avrebbe dovuto essere gestita più civilmente e mai ad uccidere altri italiani. Pure ammettendo che le guerre sono fatte da eserciti con regolare mandato della Nazione di appartenenza, e ogni soldato veste la propria divisa permettendo di farsi riconoscere da tutti, come dettato dalle convenzioni internazionali, sarebbe stato meglio non sparare su uomini che combattevano senza divisa, ma si poteva facilmente supporre la nazionalità italiana.     Per l’Antifascista Intanto in democrazia si può cambiare idee, ma quelli che sono stati fascisti, magari pure prepotenti, avrebbero dovuto starsene in disparte e non inveire prepotentemente contro quelli con cui avevano condiviso ideali. Molto sbagliato praticare l’Antifascismo violento, non era e non è necessario in quanto è un nemico battuto. Si voleva sovvertire la politica della Nazione scambiandola con altra, e con questo fine si è imposto e ucciso anche alcuni che combattevano dalla stessa parte.

Per entrambi.
E’ facile parlare con il senno di poi, mentre è altra cosa quando accadono nel presente, ma questo non può giustificare la tragedia Italiana.
 
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INIZIAZIONE DEL PROFANO M.R

Iniziazione del Profano M.R.

26 Settembre 2019

Privato della percezione e dell’intelligenza, l’uomo diventa simile a una pianta, se gli si sottrae solo l’intelligenza si trasforma in animale, se è liberato, invece, dall’irrazionale, ma persiste nell’intelletto, diventa simile a DIO .   ( Protrerpico )

Venerabile Maestro

Ffrr. che sedete all’Oriente

Ffrr. che sedete fra le colonne .

Carissimo Fr. M.

Voglio esprimerti la mia grande soddisfazione e insieme i rallegramenti per essere entrato a far parte della nostra Istituzione: il Grande Oriente d’Italia. Sono molti anni che ci conosciamo e ci frequentiamo, abbiamo iniziato con un rapporto professionale che si è evoluto verso un rapporto di amicizia grazie a una reciproca stima che è andata crescendo nel corso degli anni.

Ora sei qui, all’interno di questo Tempio, in cui sei entrato titubante,  con passo incerto e con gli occhi bendati, ma fiducioso in chi ti guidava, ora con gli occhi finalmente liberi dalla benda ti rendi conto che i viaggi da te compiuti sono stati brevi sul piano fisico, ma ti posso assicurare che hai intrapreso un viaggio lunghissimo sul piano spirituale, hai varcato la soglia che divide il mondo profano da quello iniziatico, hai iniziato un cammino del quale non saprai mai la durata e non potrai mai, raggiunto un certo punto, considerare questo una meta.

Carissimo Fr. M. stasera dopo che hai ripetuto la Promessa Solenne e dopo che, accompagnato all’Ara Sacra, il Maestro Venerabile ti ha appoggiato sulla testa la spada fiammeggiante e ha pronunciato le parole: Io ti inizio … ti costituisco … ti creo … Apprendista Libero Muratore, sei diventato Massone, ma ti avverto che hai ancora da percorrere un lungo cammino per essere un buon Massone.

Oggi infatti sei stato introdotto a pieno titolo a far parte della nostra Famiglia Universale, ma il camino che ti attende è tutto da percorrere e tu da profano ti sei dichiarato pronto e disponibile a percorrere la via Iniziatica. Divenire Massone dipende molto , oltre che dalla propria predisposizione, dalla personale determinata volontà a rinascere a nuova vita così come ti è  stato simbolicamente richiesto in questa cerimonia di Iniziazione, dovrai essere in grado di rompere con lo schema mentale che ti ha sorretto finora nella vita profana, ti dovrai impegnare con umiltà e continuità ad apprendere l’Arte Reale, sia con approfondimenti personali sia e soprattutto con la costante presenza ai Lavori di Loggia , perché  è in Loggia che riceverai indicazioni, esempi e soprattutto stimoli al tuo perfezionamento interiore, è in Loggia che imparerai a usare il martello e lo scalpello, strumenti indispensabili per sgrossare la pietra grezza cioè te stesso. Massimo, sappi che questa sera sei entrato a far parte di un Ordine, non sei entrato in un club e nemmeno puoi pensare di avere trovato persone che possono servirti nella vita profana, sei entrato in un Corpo Iniziatico rispondendo a una tua esigenza interiore di rinnovamento, Corpo Iniziatico che persegue il miglioramento dell’Uomo e della Società  Civile.

Oggi, anno 2019, ha ancora senso parlare di Massoneria !! Non stiamo qui solo a celebrare con nostalgia i fasti di un passato glorioso o a rispolverare capitoli di storia o di scienza quali le arti alchemiche, le gesta templari o altro.

Sentirai spesso parlare di queste cose. ma non perchè noi siamo rimasti con la mente e con lo spirito ancorati ai secoli andati.

Massoneria non è sinonimo di folklore e non è neanche gestione del potere come certa stampa profana vuole fare credere.

La Massoneria è letteralmente COSTRUZIONE, perchè il traguardo dei Massoni è la costruzione del Tempio dell’Umanità, dobbiamo costruire una Cattedrale Laica della Fraternità che dovrà essere  frutto di un impegno collettivo e sinergico che presuppone da parte di ogni Fratello l’avvenuta costruzione del proprio piccolo o grande tempio interiore .

Devo altresì avvisarti che siccome l’iniziazione è la porta d’ingresso a un mondo dove la perfezione è la prima virtù, tu non riceverai alcun insegnamento nel senso comune profano del termine, ma nello stesso

tempo dovrai imparare a migliorare te stesso con gli strumenti che ti verranno indicati, riceverai un “avviamento alla conoscenza iniziatica” ti potrà essere indicata la strada da seguire, sarai assistito e stimolato, ma nessun altro può fare il lavoro tuo.

Intraprendere la via iniziatica è un passo importante, va compiuto con consapevolezza; colui che sceglie di percorrere questa via deve essere consapevole che le conoscenze di tipo iniziatico sono conoscenze non uniformate, diciamo meglio “non standardizzate“ e per questo non alla portata di tutti . D’altra parte non potrebbero essere trasmesse a tutti

se non in un modo che le rendesse facili , degradate e profetizzate.

In Massoneria, ed è questa la sua autentica base culturale, tutto è simbolo e riflessione sui singoli simboli .

E’ la capacità maggiore o minore di penetrarli insieme alla volontà che distingue un Iniziato da un altro con una differenza che sia qualitativa che quantitativa e sta al Massone il sapere trasformare l’Iniziazione da virtuale ad effettiva.

Nel nostro Ordine l’assimilazione della Ritualità e la corretta interpretazione dei simboli sono principi di armonia tra i Fratelli e sono indispensabili in Loggia per il perfetto isolamento dal mondo profano.

L’Iniziazione non e’ solo una forma o un indirizzo di apprendimento, ma è una concreta esperienza di vita.

Il Massone è anzitutto un alchimista nel più puro senso simbolico del termine: lui cerca infaticabilmente di trasformare un metallo vile ( che

è l’originaria condizione profana ) nell’oro della sapienza iniziatica.

Il Massone si autotrascende per far trascendere in prospettiva l’intera Umanità.

Mi avvio alla conclusione facendo mie le ultime parole di una canzone di Franco Battiato :

Prospettiva Nevski

…e quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere e il mio Maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Il Fr. Oratore

L.  M.

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CERIMONI DI ELEVAZIONE AL GRADO DI MAESTRO

Cerimonia di elevazione al grado di maestro di C. S. e A. A.

Venerabilissimo,

rispettabili Maestri e soprattutto

neo Maestri C. e A.

con la cerimonia di questa nostra tornata avete raggiunto il grado più alto del nostro ordine; da questa sera il lavoro della nostra officina sarà e dovrà essere per voi più impegnato, più carico di responsabilità nei confronti della loggia e di voi stessi.

      Questa sera è stata raggiunta l’iniziazione integrale, è stata acquisita la pienezza dei diritti massonici; ora forti del solido e proficuo lavoro compiuto nei due gradi precedenti potete veramente portare a compimento la costruzione del tempio interiore.

      Tutto il simbolismo della iniziazione al grado di maestro gravita attorno alla leggenda di Hiram o, più esattamente, all’assassinio di Hiram.

      E’ questo un dramma simbolico che fa della massoneria attuale non una sopravvivenza dei misteri dell’antichità, ma una continuazione degli stessi.

      Apuleio, che nel libro XI delle Metamorfosi sembra descrivere la propria iniziazione, dice: “Il sacerdote, allontanati i profani, mi fa indossare una candida veste di lino e, prendendomi per mano, mi guida nella parte più intima del santuario… Sono giunto al limite della morte; il mio piede si è posato sulla soglia di Proserpina. Al ritorno ho attraversato gli elementi. Finalmente nella notte ho visto il sole irradiare”.

      Va detto anche che la morte simbolica si ritrova non solo nei misteri dell’antichità, ma pure nei riti di iniziazione dei primitivi. In tutte le parti del mondo (Nuovo Galles del Sud, Isole Figi, Congo in Africa, Pellerossa in America ecc.) i popoli non civili celebrano vari misteri ai quali si è ammessi soltanto con l’iniziazione. Quasi sempre contengono scene mimate, che rappresentano delle avventure nel paese delle anime.

      L’elemento drammatico più frequente è dato dalla simulazione di una morte seguita da una resurrezione.

      Qualche volta il trapasso è rappresentato da una inumazione; altre volte con una discesa al paese delle ombre, seguita dal ritorno sulla terra o dall’ammissione nel paese degli dei.

      Il simbolismo poi dell’acacia e dei fiori fa della mimosa l’emblema della sicurezza, cioè in senso più largo, della certezza. Certezza che la morte simbolica di Hiram, come quella di Osiride, come quella di Cristo, annuncia non già una totale distruzione dell’Essere, ma un rinnovo, una metamorfosi.

      Uscendo dalla tomba, uscendo dalla bara, l’Iniziato che prima era il bruco o il verme strisciante sulla terra e nell’oscurità, diventa, uscendo dalla crisalide, la farfalla variopinta che si slancia nell’aria verso il Sole e verso la Luce.

      Questo Sole, questa Luce sono annunciati dalla mimosa, dai fiori gialli dorati, simbolo di magnificenza e di potenza.

      E’ nato un maestro, che da ora in avanti si troverà sempre fra la squadra e il compasso, cioè nel luogo medesimo in cui si iscrive la Stella Fiammeggiante e che è propriamente l’Invariabile Mezzo. Dunque non senza ragione la loggia dei maestri è chiamata “Camera di Mezzo”: il maestro è assimilata con ciò all’uomo vero, posto fra la terra e il cielo ed esercitante la funzione di mediatore. Hiram risuscitato è il Maestro individuato, è l’uomo vero.

       Così se da un lato la Massoneria è una comunione che riunisce degli uomini con una stessa liturgia, cioè per mezzo di riticomuni, da un altro lato essa tende a creare degli uomini, degli individui, ciascuno avente coscienza del proprio valore.

      E questo spiega la difficoltà incontrata dalla Massoneria nella storia recente e passata da parte della Chiesa e dei governi dittatoriali. Questi non possono ammettere che un solo individuo si distingua dal resto del gregge. Invece l’attenzione verso l’individuo è propria della Massoneria: se ogni Loggia, e noi della Guerrazzi lo sappiamo bene, ha il suo spirito speciale, ogni massone deve conservare e sviluppare le sue qualità innate.

      La Loggia è per il massone una scuola dove può esprimersi liberamente dinanzi ad un uditorio attento e benevolo. Il confronto delle idee vi avviene senza urti e con cortesia.

      L’apprendista (pietra grezza), dopo una fase durante la quale si sgrossa, acquista delle facce uniformi e diventa compagno. Queste facce (pietra cubica) si levigheranno e perderanno poco a poco la loro rugosità.

      Infine il Maestro, nella pienezza dei suoi diritti massonici e dei suoi doveri, individuato veramente, sarà nella Loggia un elemento, una pietra perfetta, indispensabile all’esistenza della Loggia. Indispensabile anche, mi si permetta fratelli carissimi, nella vita profana e nella società cosiddetta civile.

      Quanto c’è bisogno in essa di uomini veri, quanto c’è bisogno di regolamenti e di comportamenti che si ispirino a quei superiori livelli fissati dalla nostra disciplina etica! Eppure con estrema naturalezza gruppi di uomini faziosi e non veri non si sono fatti scrupolo a fissare, anche con apposite leggi, il diritto di indagare, interferire e quindi discriminare, sul nostro essere Liberi Muratori.

      E tutto ciò in palese contrasto non solo con la norma morale, ma, se si vuole, con gli stessi principi fissati dal dettato costituzionale che pure si ispira ai grandi valori della libertà individuale e della non discriminazione dei cittadini.

      Verità, ragione, giustizia… Quante parole, quante energie, quanta passione, ma anche quanto dolore sono stati spesi per la affermazione nel mondo di questi tre fari, di questi tre fini ideali !

      Amaramente, molto amaramente, noi massoni dobbiamo riconoscere che siamo molto lontani oggi dall’aver accolto e assimilato i tre famosi valori, come d’altra parte ci insegna il nostro Rituale del passaggio al terzo grado, appunto il grado di Maestro.

      Furono i tre cattivi compagni ad uccidere Hiram, che non voleva rivelare il segreto, perché ancora impreparati a raggiungere la completezza della formazione massonica. E quei tre compagni rappresentano allora altrettanti disvalori, valori diversi e opposti rispetto a quei tre famosi della verità, della ragione e della giustizia.

      Furono proprio loro, fanatismo, ignoranza e ambizione, che condussero i tre sciagurati a scagliarsi contro il saggio maestro, a colpirlo con quelli che avrebbero dovuto essere solo strumenti dell’arte, a provocarne la morte ad Occidente del tempio, là dove il sole tramonta per lasciare l’universo, non più rischiarato, nel buio delle tenebre. Appunto delle tenebre del fanatismo, dell‘ignoranza, dell‘ambizione.

      Il fanatismo. Uno dei mali più terribili del nostro tempo che, a dispetto della nostra società civile e tollerante, è ben lontano dall’essere sconfitto e ricacciato. E’ il figlio prediletto della menzogna e nel nostro XX° secolo le vittime innocenti di guerre religiose e di forme più o meno velate di razzismo, stanno a dimostrare quanto la mala pianta del fanatismo sia ancora radicata intorno a noi.

      L’ignoranza non è da meno. I cattivi compagni uccisero il loro buon maestro perché ignoranti, ossia non ancora in grado di conoscere e quindi comprendere l’essenza stessa dell’arte, i suoi segreti più riposti. La scienza moderna è talvolta una scienza ignorante, ha la colpa di aver condotto il mondo sull’orlo del baratro, perché irrispettosa delle leggi eterne come quella inerente per esempio i rapporti uomo-natura.

      Infine l’ambizione. Una delle molle, forse quella più potente e insidiosa, che spinge i cattivi compagni al loro orrendo misfatto. Dal terreno fertile dell’ambizione quanti uomini hanno calpestato altri uomini, quante rivoluzioni tradite, quante atroci tirannidi sorte !

      Noi massoni dobbiamo lavorare sull’uomo, trasformarlo, perfezionarlo per poterlo impiegare nell’edificazione del tempio. Allora la nostra funzione sarà soprattutto una funzione educativa. Educativa sul singolo adepto, come pure su tutti gli altri, sui tanti che non hanno superato né supereranno mai la porta del Tempio. Occorre quindi che il massone trasformi se stesso e contemporaneamente funga da esempio, da stimolo e da modello di comportamento ideale.

      Sul finire del 1700 la Massoneria fornì all’uomo quei formidabili strumenti per dare al proprio pensiero il prezioso orizzonte delle libertà e le conseguenze sono sfociate in quel portentoso e sconvolgente rinnovamento i cui frutti ricadono ancora oggi.

      Alle soglie del 2000 saprà la Massoneria fornire identici contributi all’umanità, offrendole altrettanti straordinari strumenti?

      Il  tempo che stiamo vivendo è un tempo difficile, ma è anche il tempo in cui molte cose si rinnoveranno.

      Il vecchio mondo dei pregiudizi, delle esclusività e del materialismo sta per finire, mentre deve fiorire una nuova era di illuminazione spirituale e scientifica.

      La Massoneria non solo deve contribuire a questo rinnovamento, ma deve offrire all’umanità il maggior numero possibile di uomini che abbiano raggiunto la condizione di Uomo. E questo perché la Massoneria da una parte custodisce le tradizioni e i riti che la legano ai secoli, dall’altra perché si pone all’avanguardia del mondo.

      E quando la Massoneria produce i suoi uomini, cioè i suoi Maestri d’Arte che hanno ruolo d’avanguardia, sforna i suoi pezzi migliori. Questi Maestri avranno la nuova fisionomia dell’uomo rigenerato!

      Siamo di fronte ad uomini che hanno scelto non già la libertà di fare qualunque cosa, ma di fare solo quelle cose che sono compatibili con la scelta, assorbente, di essere massoni, da loro stessi consapevolmente compiuta. E, a scanso di equivoci, è bene ricordare che si tratta di scelte di carattere esclusivamente etico, prima fra tutte la scelta severamente condizionata di essere uomini di “buoni costumi” estesa ad ogni possibile manifestazione del loro agire.  Altri condizionamenti non esistono.       Non nella religione per la quale al massone viene unicamente richiesto il requisito minimale della credenza dell’Essere Supremo, simbolicamente indicato nel G. A. D. U.

      Non nella politica, non nella scienza, non nella filosofia, ritenuti, come effettivamente sono, strumenti del vivere e del conoscere.

      Fratelli Massoni, come facciamo a ritenerci buoni Massoni se ci ritireremo indietro in questo alto compito? Non dobbiamo essere proprio noi i protagonisti della grande e indispensabile riconciliazione fra uomo e uomo, fra uomo e natura, fra uomo e morale?

      Se non risponderemo all’appello del nostro presente, come faremo poi a lagnarci di nuove crociate o delle denigrazioni dei nostri avversari di sempre? Incamminiamoci pure e i compagni di viaggio non tarderanno a seguirci !

      Sforziamoci a divenire modelli di vita e i sorrisi di intesa si moltiplicheranno ad ogni passo. Termino citando una quartina di un  celebre sonetto di Baudelaire, poeta ottocentesco del simbolismo francese, intitolato “Corrispondenze”:

E’ la Natura un Tempio che a volte ribisbiglia,

dai Vivi plinti formule d’arcana risonanza,

l’Uomo in questa foresta di simboli s’avanza

fra sguardi che l’osservano con aria di famiglia.

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