PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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UN PROSELITISMO MIRATO

UN PROSELITISMO MIRATO

di Adele Menzio

Paragonare la Massoneria ad una azienda che cerca di espandere il proprio mercato e conquistare nuovi clienti potrebbe parere quasi sacrilego e certo poco elegante.

Tuttavia se pensiamo che i nostri princìpi, la nostra filosofia, il nostro stile di vita sono tra i migliori che si possano sperimentare nel mondo, non vedo perché essi non debbano essere propagandati non possano, nei giusti modi, essere estesi al maggior numero di persone che, pur avendo determinati requisiti essenziali, rischiano oggi di essere privati di una ricchezza spirituale inestimabile sol tanto perché un certo uso consolidato sembra imporre il proselitismo nell’ambito di cerchie ristrette.

Prima di avventurarmi in medias res vorrei chiarire quali sono i princìpi cui deve obbedire un massone, sia iniziato che in pectore.

Alcuni concetti della Massoneria sono comprensibili anche ai profani, sebbene alle volte con angolazioni diverse.

Libertà, tolleranza, fratellanza,  trascendenza. Si può dire che un uomo è libero solo se può scegliere i propri fini e le proprie azioni tra alternative diverse. Egli deve essere libero di ed esser libero da.

In senso massonico ed iniziatico la libertà ha un significato diverso indirizzandosi precipuamente alla liberazione da ogni condizionamento fisico e mentale che possa ostacolare la comprensione dell’uno.

Connesso con il principio della libertà è quello di tolleranza che, al contrario della libertà (che denota caratteristiche positive e moralmente approvabili) si riferisce generalmente a caratteristiche negative ed alle volte moralmente non commendevoli. Tanto che si potrebbe anche intendere la tolleranza come l’aspetto negativo della libertà.

È tollerante un atteggiamento che pur non condividendo un modo di agire e di pensare ritenuto erroneo, lo lascia sussistere per rispetto verso la altrui libertà.

La Fratellanza consente di cogliere le differenze che gli uomini che, sussistono tra se sono eguali di fronte ai diritti, sono diversi per le caratteristiche soggettive e queste diversità (anche nelle idee) non solo il Massone ammette ma rispetta perché provengono da esseri che gli sono simili e degni: cioè fratelli.

La Trascendenza è il presupposto per la levigazione della pietra grezza. Non si può perfezionare se stessi rimanendo abbarbicati all’immanenza.

II principio trascendente è per la Massoneria il G.A.D.U.,, intelligenza

suprema ed ideale regolativo.

Libertà, tolleranza, fratellanza e trascendenza configurano un particolare modello di uomo che si può trovare anche nel mondo pro- fano ed è proprio verso gli individui liberi, tolleranti, che sentono ogni uomo come fratello e che aspirano al trascendente che deve indirizzarsi il proselitismo.

Ciò che fa di un uomo (dotato delle peculiari caratteristiche di cui ho detto brevemente), un massone è il segreto iniziatico. L’iniziazione, come ben sappiamo, è una Luce che conferisce un senso più profondo e più vero alla libertà, alla tolleranza, alla fratellanza, alla trascendenza.

Sulla base di queste premesse mi sembra ovvio che per appartenere alla Massoneria non sono necessari né una laurea particolare, né un dato censo, né lo svolgimento di un determinato lavoro e nemmeno una età anagrafica matura o veneranda. Man mano che passano gli anni io mi convinco che la cultura ufficiale (quella dei pezzi di carta) è ben misera cosa di fronte alle qualità morali e di intelligenza di tante persone (per il volgo «ignoranti») così cariche di valori umani positivi, di comprensione, di altruismo, di bontà, di naturale predisposizione verso gli altri. E quante volte mi sono meravigliata nel constatare come un contadino spiegasse con parole semplici ed accessibili i misteri della vita e l’immanenza divina in ogni creatura; uomo, animale o vegetale che fosse.

Ho imparato molto sia dalle persone colte e raffinate che da quelle semplici ed illetterate.

E devo confessare che spesso la poesia di alcuni concetti è sgorgata spontanea proprio dal cuore e dalle parole di persone cosiddette

«semplici».

È indubitabile che un minimo di cultura sia necessaria al neofita per intendere i fondamenti della nostra filosofia. Dato che ci esprimiamo con parole occorre che il significato delle medesime sia chiaro a tutti.

Direi, tuttavia, che il senso univoco dei vocaboli sia necessario in fase di proselitismo e nel primo periodo di apprendistato. Noi, si sa, ci esprimiamo attraverso | simboli, eleviamo il silenzio ad alto valore di espressione, dirigiamo le nostre energie fraterne più al cuore che al cervello e la frequentazione consapevole dei lavori nel Tempio, se operata con la dovuta concentrazione, opera il miracolo della comprensione reciproca ad un livello che trascende il grado di cultura (inteso in senso profano) dei singoli.

È sempre sorprendente e bellissimo «sentire» ogni nostra facoltà acuta e tesa, capace di captare nozioni, sentimenti, intuizioni che solo tra le Colonne è possibile realizzare e soltanto se «tutti» partecipano all’unisono.

Quante volte quelli tra noi che, per ragioni diverse, sono abituati ad esercitare la loro intelligenza in una certa direzione, che tutto sanno e tutto leggono, si sono meravigliati ed hanno in cuor loro ringraziato il fratello «semplice» che con una sola frase non solo ha messo a fuoco un problema dibattuto con discorsi lunghi e complicati, ma ha colto la profonda essenzialità ed i misteriosi legami che uniscono ogni fenomeno al tutto.

Oggi, per fortuna, quasi tutti godono di quel minimo di istruzione necessario a capire il significato delle parole (la licenza media, la tanto vituperata televisione che ha unito il paese e familiarizzato con la lingua italiana, anche con gli orrori delle frasi pubblicitarie) e molti anelano ad una vita spirituale più intensa e, di fronte alla Grande Paura, desiderano sia la pace interiore che quella esterna.

Credo sia un imperdonabile errore, una forma di cieco egoismo non rivolgere la nostra attenzione verso classi e persone sino ad oggi del tutto ignorate dalla Massoneria che è sì una aristocrazia, ma non certo di censo.

Come potrebbe la Massoneria operare nell’ anelito mondo profano, nel suo al miglioramento, senza conoscere a fondo i problemi di tutte le classi sociali, senza sentite la voce diretta d’ogni ceto e senza valutare concretamente le istanze di ogni tipo di individuo? Quando si parla di proselitismo mirato questo si intende: completare, se possibile, nel microcosmo delle logge la composizione sociale del Paese senza trascurare nessuno e senza pregiudizi.

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LA MORTE NEL MEDIOEVO

LA MORTE NEL MEDIOEVO

di Giulio Ferratini

Ritengo che l’immagine che otteniamo della tradizionale iconografia  del Medioevo sia distorta e caricaturale: troppe epoche lo hanno riutilizzato deformandone l’assetto storico, dipingendolo spesso grottescamente, permeandolo di misticismo a volte, di romanticismo altre.

Le stesse Cronache del basso Medioevo già risentono pesantemente dei primi pedanti classicismi, in cui l’eloquenza aulica della tarda epoca altera già lo spirito ed il senso della Storia. Oggi, alcuni storiografi di grande rilievo, hanno riportato alla luce esatta lo scenario sociale, oltre che quello storico, del Medioevo, divulgando così una inedita fotografia. L’atmosfera, se così possiamo definirla, in cui si è svolta l’avventura dei secoli bui della nostra storia, è estremamente significativa ed indicativa di alcune profonde motivazioni e sensazioni che tutt’oggi agitano, sotto altre forme, il nostro pensiero.

La Morte ha un ruolo di rilievo nel pensiero medievale: per capire quanto essa sia compenetrata in ogni azione, in ogni aspetto interiore ed esteriore della vita dell’uomo di quel periodo, si devono fare alcune necessarie puntualizzazioni. La vita quotidiana era scandita da ore molto più pesanti delle nostre: la notte era completamente nera, come certamente poche volte a noi è capitato di vedere, l’inverno era spaventoso, il freddo un pericolo mortale, la violenza era brutale, la devastazione era totale, un bicchiere di vino era qualcosa di estremamente prezioso, le malattie una maledizione.

Non esiste nella realtà medievale che un’unica e piatta dimensione: una emotività esasperata dovuta ai fortissimi contrasti

che ne dominavano la scena. Il violentissimo pathos che ha caratterizzato la vita medievale ha lasciato traccia di sé nella musica, nella pittura, nella cronaca: la stessa storiografia si compiace nella descrizione di atrocità di ogni sorta come di episodi di tenerezza indicibile, di fedeltà amorevole, cieca ed assoluta. In questo quadro dobbiamo cercare di comprendere quale enorme importanza rivestisse la parola.

Essa è praticamente l’unico sistema di comunicazione, essendo la scrittura sconosciuta alle masse, la letteratura limitatissima e nota solo a una ristrettissima cerchia di nobili, religiosi o ricchi borghesi.

La parola, l’enfasi retorica, hanno un effetto enorme, ingigantito dall’arte figurativa, sempre delineata nei suoi aspetti marcatamente essenziali presenti tra le navate delle chiese, sotto le arcate dei cimiteri:

luoghi questi di comunicazione per eccellenza. Veicolo di diffusione della cultura del periodo sono essenzialmente le corti ed i centri di culto.

Ci interessa sottolineare, nella ricerca della cultura della Morte nel Medioevo, come il «memento mori» divenga uno dei punti centrali della coscienza popolare: «E quando si mette a letto, egli si ricordi che, come ora si corica da sé sul letto, presto il suo corpo sarà messo da altri nella tomba». È Dionigi il Certosino che in poche righe riassume una filosofia divenuta popolare e diffusa da un fenomeno peculiare del Medioevo: quello dei predicatori pellegrini.

Pensiamo che la parola del predicatore è l’unica forma di comunicazione che raggiungesse gli strati più umili della popolazione dell’Europa nel Medioevo. Sono gli ordini mendicanti che spargono la cultura della morte: l’immagine che ne deriva è nitida, efficace, sanguinaria, cruda, tutta tesa ad ammonimento violento sulla caducità di tutte le cose.

Ne sono ancora oggi testimonianza pitture e sculture macabre nelle cattedrali e nei cimiteri: corpi putrefatti, scheletri avvinghiati a corpi femminili, visioni apocalittiche e spettrali di ogni tipo. Il monaco predicatore sembra aver elaborato nei secoli dell’Alto Medioevo, in piena solitudine, negli eremi, al sicuro da pestilenze e guerre che insanguinavano l’Europa, quanto nella Bassa Epoca viene poi diffuso a livello di predicazione alle masse, dagli ordini mendicanti: il Medioevo esprime il tema della morte solamente concentrandosi sul memento mori: è la caducità delle cose terrene la vera filosofia della morte medievale.

Questo concetto, il tema della caducità della vita, assolve a due ordini di funzioni: è un sistema primitivo di persuasione nei confronti delle masse ignoranti circa il bisogno immediato di un pentimento necessario alla redenzione, ed è un moderatore politico, utile all’alleanza del potere civile col potere ecclesiastico, teso alla eliminazione di ogni emotività sociale.

Ritornando alla tematica relativa al forte pathos di cui era impregnata

la vita nel Medioevo, accostiamola ora al pensiero vivo, immediato, lapidario della caducità della vita, così come tradotto in termini semplici e vigorosi dagli ordini mendicanti e da una iconografia variopinta: ne traiamo uno scenario semplicemente spaventoso. Il terrore della morte così si trasforma in paura della vita: negazione di ogni bellezza e felicità, come concetti temporali, caduchi, contrari all’etica religiosa quindi assimilabili al peccato. La vita è una prova tremenda a cui si viene sottoposti, il cedimento ai suoi piaceri comporta sicuramente una pena apocalittica nell’Aldilà, un mondo di morte che può essere vicinissimo. Non poteva che essere vissuto così il pensiero della morte, in considerazione proprio della violenta passionalità dell’ambiente sociale del Medioevo: è un vero e proprio compiacimento, da parte dell’espressione filosofica medievale, quel sottolineare l’orrore ed il ribrezzo verso le malattie, i vermi, le interiora, la paura. Citiamo:

«La bellezza del corpo si limita alla pelle… tutta quella grazia consiste

di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ciò che si nasconde nelle narici, nella gola o nel ventre, non si troverà che lordume… ». È Odone di Cluny. E ancora: «La donna concepisce con immondezza e fetore, partorisce con tristezza e dolore, nutre il figlio con peso ed angustia» è Innocenzo II.

Il concetto, così utile agli scopi del pensiero corrente, della dissoluzione

del corpo, si accompagna spesso con disgustoso e morboso compiacimento al corpo femminile, rappresentante una delle più tremende vie del demonio per trascinare il fedele nell’inferno: ne parlano non solo i moralisti, ma anche i letterati ed i poeti cosiddetti cortesi; fino a Villon che canta della bella Heaulmière, la cortigiana:

«che cosa è diventata quella fronte liscia, quei capelli biondi, le sopracciglia arcuate, l’ampio spazio fra gli occhi, il grazioso sguardo con cui mi prendevo i più furbi, quel bel naso diritto, né grande né piccolo, quegli orecchi piccolini, ben uniti, il mento forcuto il bel viso ovale c le labbra rosse? La fronte rugosa, i capelli grigi le sopracciglia cadute, gli occhi spenti… ».

Esiste in effetti una vera e propria familiarità quotidiana col cadavere,

oggi sconosciuta. Basti ricordare come spesso, per personaggi di riguardo morti lontano da casa, si usasse tagliarne a pezzi i cadaveri,

bollirli, dissecare accuratamente lo scheletro dalla carne e spedire poi colla dovuta pompa le ossa in una urna, a destinazione per una degna sepoltura.

La seconda funzione del concetto del Memento mori, il compito di moderatore sociale, non è di secondaria importanza: praticamente                     in tutta Europa, è presente il concetto della Morte come grande livellatrice, colei che fa giustizia, colei che riduce tutti al medesimo denominatore. Si compiace il popolo di vedersi accomunato nell’orrore al Principe. È la grande epopea iconografica del Totentanz,  la dance macabre, la danza della Morte. È definita un grande fatto culturale dagli storici del Medioevo. Dal punto di vista pittorico è un cedimento ad elementi popolareschi, in cui lo spettrale, la reminiscenza antica del phantasma, si fonde con  lo spirito religioso più «nero», del tardo Medioevo. Il Totentanz è presente in Francia, nel Nord Italia, in Germania ed in Spagna; rappresentazioni grafiche, in luoghi di culto (sono privilegiati i cimiteri), in cui si era soliti ascoltare le prediche dei monaci mendicanti: il cimitero degli Innocenti, a Parigi ospitava la                       Dance macabre forse più famosa del Medioevo.

Il Totentanz vedeva la Morte sotto le sembianze di scheletro paludato

di un sudario macchiato dalla sua carne sfatta. A dire il vero nelle rappresentazioni più antiche i versi che accompagnano il dipinto indicano il danzatore come «Le mort», il morto, non «La morte», come appare invece più tardi: è il morto che viene. Ad accogliere se stesso e si trascina danzando la propria copia ancora viva nell’inferno. La Danza era dunque sempre condotta dal cadavere che cantando tiene per mano se stesso Imperatore, che trascina se stesso Papa, Vescovo, Principe, nobile, banchiere, mercante, bambino, e via fino all’ultimo gradino della scala sociale: una catena umana che cantando e ballando viene trascinata dalla Morte verso la fine. «Yo so la muerte cierta a’ todas criaturas» — è l’inizio della ballata i cui versi sono dipinti in una danza della morte spagnola.

La morte danzante: uno spaventoso specchio dell’uomo vivente che vede se stesso già decomposto venire a prendersi e trascinarsi via: «Siete voi stesso» ammonisce in versi la pittura — mai come in questo concetto il Memento mori è così terrificante: tu sei già che tu sia l’Imperatore o l’ultimo dei sudditi, non ti servono a nulla; di fronte alla Morte si è tutti uguali. Non manca, in Germania una danza della morte tutta femminile, curiosa attenzione al sesso debole in un’epoca in cui godeva di scarso credito. Dice Huizinga «nella danza macabra femminile riappare l’elemento sensuale che attraversa anche il tema sulla bellezza trasformata in putredine»: da notare che in tutte le Dances macabres i personaggi sono sempre una quarantina; per questo motivo, nella espressione femminile, la Danza vede trascinate via, una avvinghiata al l’altra, oltre a poche figure di mestieranti, come l’Imperatrice, la badessa, la cortigiana, la monaca, la levatrice, anche gli stadi di vita della condizione femminile: la vergine, la gravida, la vecchia, la fidanzata, ecc. La cultura della morte non concede praticamente nulla alla delicatezza di un sentimento di vivo dolore per la scomparsa della

persona cara; mi piace riportare però due spunti che derivano sempre

dai versi dipinti che accompagnano la danza macabra che mi hanno colpito. È la morte che cerca  di consolare il contadino, spezzato da una vita di fatiche, che pur non vuole farsi trascinare verso la fine:

– O tu che hai lavorato con fatica e affanno, hai vissuto tutto il

ora devi. morire, è cosa certa; [tuo tempo;

tornare indietro non serve e non si può.

Della morte devi essere contento, poiché ti libero da un grande affanno».

Ancora, i versi fanno dire al bambino portato via dalla morte, alla madre — bada ai miei giocattoli, alla mia bambola ed al mio bel vestitino —. E ancora, l’invocazione del bambino morto alla madre, perché smetta di piangere, affinché il suo camicino si possa asciugare. Concludo con una osservazione: la Morte non è un fenomeno  osservabile dal punto di vista scientifico, un fatto naturale come un’eruzione, una malattia. La Morte è un concetto immanente che ha condizionato l’esistenza stessa dell’uomo in modo differente: in funzione della sua capacità di vivere la Morte l’uomo si è dotato in maggiore o minor misura di strumenti per sopportarne il pensiero.

Sulla tremenda esasperazione dell’angoscia per la fine, che il Medioevo ha costruito su di sé per esorcizzare la Morte, nasce  una forza nuova: una autocoscienza consapevole della possibilità di affrontare la fine più serenamente, non tanto fidando su di una resurrezione incerta e comunque spaventosa, quanto sulla certezza di aver vissuto in una società di uguali e collaborato a costruirne una migliore: quello che poi abbiamo chiamato Rinascimentale.

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TAUMATURGIA DANTESCA

Davide Riboli

TAUMATURGIA DANTESCA

OVVERO UNA RIFLESSIONE LAICA

poi tanto furo, che ciò che sentire

doveano a ragion senza veduta,

non conobber vedendo; onde dolenti

son li miei spirti per lo lor fallire,

e dico ben, se ’l voler non mi muta,

ch’eo stesso li uccidrò que’ scanoscenti!

In occasione della presentazione delle principali iniziative organizzate per le celebrazioni dantesche di quest’anno, il ministro Franceschini ha rimarcato l’esistenza di un sentimento di identità nazionale, nato assai prima dello Stato Italiano. Non v’e dubbio che di quel sentimento, capace di aggregare gli individui in comunità e le comunità in nazione, Dante e la sua opera siano i simboli massimi, sebbene sia ancora molto il lavoro da compiere per diffonderne la conoscenza. Non è un caso che – sempre stando alle parole del ministro – il programma organizzato per le celebrazioni abbia come scopo principale quello di “avvicinare ancora di più Dante alla gente”. Non so se le celebrazioni riusciranno in questo scopo e non so neppure se sia cosi necessario, ma so che nei versi di Dante risiede il potere di avvicinare le persone tra loro, superando ogni distinzione politica per un bene comune. E lo so per esperienza diretta… 2 agosto 1980, ore 10:25. L’ala Ovest della stazione di Bologna Centrale esplode. Muoiono 85 persone e con loro si torce in agonia un paese tormentato da ferite che il tempo, invece di guarire, squarcia: piazza Fontana (1969), questura di Milano (1973), piazza della Loggia (1974), treno Italicus (1974). Bologna la governa un marziano: Renato Zangheri, riminese per nascita e professore per vocazione, iscritto al Partito Comunista dal 1944. E un uomo di cultura e la fiducia nella cultura ne guida le scelte che spesso lo fanno apparire un alieno tanto agli occhi dell’opposizione che a quelli della sua stessa maggioranza. Quando presenta il progetto di commemorare il primo anniversario dell’orrenda strage con una lettura pubblica di Dante, anziché in San Petronio, succede il putiferio. E non si tratta tanto del fatto che a dar voce alla Commedia sarai un personaggio discutibile come Bene. Ad apparire massimamente inopportuna e la scelta di sostituire le gramaglie del cordoglio con le luci dello spettacolo. E con Dante, per di più…

La maggioranza, composta da PCI, PSI e DC, rischia la crisi. Garofani e Scudocrociati gridano in coro allo scandalo. Qualcuno passa al gruppo di minoranza con l’intento di far cadere la giunta. Gli stessi compagni di partito di Zangheri si grattano la testa, perplessi. Fior di professori ricordano al Sindaco che Dante i bolognesi li piazza all’inferno perché bottegai, ipocriti e ruffiani. Il sonetto della Garisenda poi, nessuno ha mai capito cosa volesse dire davvero. E se quel matto si mette a recitare proprio i versi in cui Bologna e condannata? Ma Zangheri tira dritto e per un soffio riesce a far passare il progetto. Assessori e consiglieri di maggioranza critica e minoranza inferocita non si danno per vinti e qualcuno passa la notizia – che sarebbe dovuta rimanere riservata il più a lungo possibile – alla stampa.

E d’obbligo un florilegio composto dai migliori titoli dell’epoca: “Il programma uscirà indenne dalla bufera delle polemiche?”, Il Resto del Carlino, 8 luglio 1981; “Ma questi milioni sono per Bene?”, Il Corriere della Sera, 22 luglio 1981; “Alla vigilia della recita Bene polemizza su giovani e terrorismo”, Corriere della sera, 31 luglio 1981; “Celebrazioni Bolognesi – ‘La Merda’, poema di Carmelo Alighieri”, L’Espresso, 2 agosto 1981. La polemica monta al punto che la RAI ritira la diretta, rifiutando cosi di documentare uno dei momenti più alti della Cultura italiana.

Più tardi, ricordando quei giorni nell’autobiografico “Sono apparso alla Madonna”, Bene definirà quell’occasione come “uno dei più infernali casini del dopoguerra ma anche il più grande, irripetibile evento della mia vita”.

Come e nato davvero un casino tanto infernale? Nel solco della migliore tradizione di genere, da una passeggiata notturna, dopo teatro. Zangheri la butta li, quasi parlando d’altro: “Carmelo, perché non fai qualcosa che ricordi laicamente la strage alla stazione?”. La discussione che ne scaturisce s’incardina proprio sulla necessità d’una commemorazione che sia innanzitutto riflessione laica e civile. E’ in quella notte dopo teatro, un grande artista ed un politico colto e coraggioso convengono naturalmente che il solo ad avere il potere di risanare la ferita della città è Dante.

Per l’evento, serve un luogo che non abbia alcun connotato di parte, quindi niente chiese, niente piazze e, soprattutto, niente teatri o qualsiasi altro edificio possa anche solo rimandare al concetto di “spettacolo”. Alla Democrazia Cristiana che chiede quanto si spende per “ballare il rock sui morti”, il sindaco risponde d’aver scelto di celebrare i caduti della strage con l’arte, invece che con “riti vuoti e inutili”.

La Torre degli Asinelli e la scelta perfetta e quindi la sola possibile: l’altezza del cuore della città chiama (laicamente) gli occhi al cielo e al tempo stesso nega Bene alla vista degli astanti, perché il protagonista non è lui, ma lo sono Dante e Bologna. Un impianto di amplificazione titanico sonorizza tutto il centro storico e, sebbene persino le Brigate Rosse si prendano il disturbo di contrastare l’iniziativa invitando a non trascurare un’occasione di lotta armata, la presenza silente della città e sbalorditiva. Sotto la torre si sono radunate dalle cento alle centocinquantamila persone, in un silenzio raggelante che viene strappato dalle prime note delle musiche composte da Sciarrino. Poi Bologna prende a vibrare dei versi di Dante e al boato barbarico dell’anno precedente risponde il ruggito della vox civilitatis.

I versi di Dante giungono anche a chi non li aveva mai letti prima d’allora e forse mai li avrebbe letti poi e finiscono col comporre un’orazione civica commossa e commovente capace di processare un’intera classe politica, oggi come sette secoli fa.

Al termine, uno degli assessori più convinti dell’indecenza di quella operazione, s’arrampica sulla torre perché vuole essere il primo a manifestare il proprio entusiasmo a Bene. Ma sulla cima trova Bene con Zangheri. Per gli anni a venire, l’uno e l’altro si contenderanno la paternità della risposta alle felicitazioni: “Se non se ne va immediatamente, mi vedrò costretto a buttarla giù a calci in culo!”.

Non posso sapere se chi legge queste righe ha mai avuto il bene di ascoltare la registrazione di quella irripetibile lettura, ma chi scrive può assicurarvi che l’essenza del suo straordinario potere taumaturgico era distillata dall’assoluta mancanza d’ogni dimensione spettacolare. Lo stesso purtroppo non può essere detto delle molte (troppe?) letture a seguire che, più che avvicinare Dante alla gente, l’hanno avvicinato all’avanspettacolo.

HIRAM 2021/2

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LA TAVOLA SMERALDINA

LA TAVOLA SMERALDINA

di Adele Menzio

Nel 1978 una sonda spaziale americana ha scattato fotografie sul pianeta Marte.

Soltanto recentemente, dopo sviluppi ed ingrandimenti, gli studiosi hanno svelato quella che, senza dubbio, costituisce una delle più sensazionali e sconvolgenti scoperte. Le fotografie ritraggono piramidi e sfingi. Esattamente il doppio delle opere egizie.

Non vi paia strano od azzardato che io inizi questa breve nota sulla Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto con un collegamento tra il molto antico e l’avveniristico.

Se la «corrispondenza» tra Terra e Marte è addirittura identità ciò prova quanto tutti gli iniziati, fin dai primordi, hanno sempre intuito, saputo e predicato.

Che UNA è la cifra 0, se vogliamo, il Numero o Logos; che il Tempo non esiste; che alto e basso, grande e piccolo sono identici.

Potevano parere — queste affermazioni — ai profani increduli vuote formule, postulati azzardati e non verificabili. Oggi la scienza, e non soltanto per quanto riguarda le sfingi e le piramidi di Marte, sta verificando, passo per passo, la verità oggettiva delle antiche conoscenze ed induce ad un profondo ripensamento sulla natura dell’uomo e del cosmo.

Sul pensiero Ermetico del Trismegisto sono stati versati fiumi di inchiostro e si sono cimentati studiosi, filosofi, sapienti, illuminati ed ermetici.

Non pretendo quindi di dire cose nuove o strabilianti. Voglio invece confessarvi il metodo da me seguito. Se, in un primo momento, ebbi l’idea e l’intendimento di leggere il maggior numero di testi e di studi sull’argomento, in un secondo stadio ho invece pensato che avrei dovuto leggere e rileggere e ancora leggere il testo e lasciare che le parole antiche, una ad una, lentamente potessero penetrare in me, carica ciascuna di una sua verità intrinseca, quasi che il suono stesso e la morfologia d’ogni sostantivo, aggettivo e verbo dovessero in qualche modo svelarmi una loro verità.

E ancora. Che se fossi riuscita a «sentire» il legame tra l’una e l’altra parola, ma in un modo diverso da quello logico e forse consueto, una piccolissima, infinitesima parte del pensiero ermetico mi avrebbe in qualche modo misterioso raggiunta.

È estremamente difficile dire l’indicibile, parlare senza emettere suoni, farsi capire senza un gesto esplicativo, comunicare soltanto con il silenzio.

Quindi ci rinuncio anche perché non credo di essere depositaria di grandi verità.

Devo però dire che questo metodo ha funzionato.

Leggi e rileggi, medita ed assapora, ad un certo momento che non esito a definire magico, ho acquistato come una sorta di visione unitaria.

Ricorrerò ad una metafora.

Su una specie di grande schermo sul quale contemporaneamente ed esattamente collocate trovavano dimora tante cognizioni diverse ed apparentemente contrastanti, si snodava una storia infinita che cominciava là dove finiva e trovava nuovo inizio proprio nel punto che pareva d’arrivo.

E LEI, la Legge cosmica, era arcanamente immanente in ogni immagine che compariva; la si poteva sentir pulsare dentro l’infinitesima parte, percettibile e non, d’ogni cosa e, al tempo stesso, gigantesca ed ordinatrice, sovraintendeva al disegno generale dell’opera.

Così che tutte le cose erano la stessa cosa: ogni apparenza era il suo esatto contrario; ogni molecola (l’infinitamente piccolo) si specchiava nell’infinità di una grandezza senza misura.

Mentre queste immagini continuavano a snodarsi ininterrotte a significazione dell’infinito, uno ad uno i misteriosi insegnamenti di Ermete mi giungevano all’orecchio interiore, sempre scanditi da un ritmo, sottolineati dalla magia della parola «OSA». Assistetti così alla creazione, alla nascita del Cosmo in un vortice abbagliante e coinvolgente che mi riportò, poco dopo, nella terra d’Egitto, tra gli adoratori del dio Sole, unico e solo, riconosciuto dalla intelligente e sintetica visione del più illuminato tra i faraoni.

Mi sentivo inondata di Sole, di luce, come folgorata dalla sia pure imperfetta percezione di una verità tanto intensamente bella e straordinaria da non poterla sopportare a lungo.

Ma quando, guidata dalle parole di Ermete, percepii che io stessa, solo che avessi osato, avrei potuto essere sole e luce, allora, dopo tanti anni, mi riuscì di ricompiere il viaggio astrale.

Credo sia opportuno che si mediti insieme sulle parole del Trismegisto.

«È vero senza menzogna, certo e certissimo che l’inferiore è come  il superiore ed il superiore è come l’inferiore.

Per compiere i miracoli di una cosa unica.

E come tutte le cose ebbero inizio a cominciare da uno per mediazione

dell’uno.

Così tutte le cose nacquero per adattamento di questo uno.

Suo padre è il sole. Sua madre la luna. Lo portò nel centro il Vento. Sua nutrice è la terra.

Questo è il padre di ogni talismano e consumazione del mondo intero.

La sua forza è perfetta se convertita in terra. Separerai la terra dal fuoco.

Il sottile dallo spesso soavemente. Con grande ingegno. Ascende di terra in cielo. Quindi cola di muovo in terra e riceve la forza dei superi e degli inferi. Così hai la gloria di tutto il mondo. Perciò fugge da te ogni oscurità.

Questa è la forza di ogni forza che vince ogni cosa sottile e penetra ogni cosa solida. Così fu creato il mondo. Di qui adattamenti meravigliosi dei quali questo è il modo. Così sono chiamato Ermete Trismegisto che ha le tre parti della filosofia di tutto il mondo».

Dalla tavola emergono sette fondamentali princìpi che vi enuncerò

brevissimamente.

Essi sono: mentalismo, corrispondenza, vibrazione, polarità, ritmo,

causa ed effetto e genere.

1. Tutto è mente.

L’universo è mentale. Infinito, eterno, immutabile. Secondo il pensiero ermetico qualsiasi cosa, ciò che noi chiamiamo reale, è nulla. Il TUTTO è spirito o Mente vivente infinita che l’uomo non può comprendere appieno. Il TUTTO crea mentalmente l’universo. La conseguenza? Tutto qui è illusione o, per dirla con Calderon, sogno.

2. Corrispondenza.

Tutto ciò che è nell’universo emana dalla stessa fonte. C’è dunque una armonia, o meglio, una corrispondenza tra i diversi piani di manifestazione dell’essere.

3. Vibrazione

Gli ermetici dividono l’universo in tre principali categorie fenomeniche.

Piano fisico, piano mentale, piano spirituale. Si tratta di tre diversi gradi della scala della vita che, partendo dalla materia grezza, giunge allo spirito. Come si differenziano i tre piani?

In base alla vibrazione, appunto. Tanto più intensa è la vibrazione, tanto più alto è il piano e tanto più elevato il fenomeno vitale che occupa quel dato piano.

Il principio della vibrazione evidenzia il concetto e la verità del movimento, che si manifesta in ogni aspetto del cosmo.

L’etere universale è la più alta manifestazione della materia, così come l’intensa vibrazione spirituale, quella che può condurre alla trasmutazione mentale, è uno dei capisaldi dell’arte ermetica.

4. Polarità. È il principio che mette in evidenza il duplice aspetto (positivo e negativo) d’ogni cosa ed insegna come la verità debba ricercarsi nella conciliazione degli opposti.

5. Ritmo

Qualsiasi fenomeno ed ogni nostro modo umano ed individuale oscilla da un polo all’altro.

Ad ogni azione corrisponde una reazione. Per quanto riguarda l’uomo il suo animo è continuamente preda di questa oscillazione che dal dolore lo porta al piacere e viceversa.

Insegnano i maestri ermetici che con la trasmutazione è possibile sottrarsi ad alcuna delle azioni ritmiche. Ciò in quanto spesse volte la oscillazione del pendolo avviene sul piano inconscio. Possiamo qui vedere anticipato il nucleo della teoria freudiana che risolve i malesseri della psiche invitando ad una presa di coscienza dei sussulti inconsci.

6. Causalità

Nel cosmo regna l’ordine. Non il caos. Nulla avviene per capriccio, ma tutto ha una causa derivante dalla mente.

7. Genere

Su ciascun piano sono presenti il principio maschile e quello femminile. (Il Sole e la Luna). Loro compito è quello di generare. Cioè produrre. Creare. Il principio maschile dirige una particolare energia verso il principio femminile che compie, a sua volta, il lavoro creativo.

Entrambi i princìpi soggiacciono alla legge di gravitazione in base alla quale, per attrazione misteriosa, tutte le particelle dell’universo tendono l’una verso l’altra per determinare ogni cosa.

Tra i mille e più pensieri che la tavola smeraldina può suscitare in ciascuno di noi, solo che la si compenetri quotidianamente, mi piace qui proporre un solo tema di meditazione.

Abbiamo parlato di ritmo.

Tutti noi portiamo dentro un ritmo che è quello del nostro respiro. Senza il quale non potremmo esistere come fenomeno. Ora tale nostro ritmo personale, che è parte del ritmo dell’armonia globale, deve necessariamente sintonizzarsi con il Verbo. Attraverso

un altro ritmo: quello del    cuore.

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NAPOLEONE SOTTO L’ACACIA

NAPOLEONE SOTTO L’ACACIA

di Aldo A. Mola

Ma davvero Napoleone fu iniziato massone? L’interrogativo è vecchio di secoli. Circolava già quando Napoleone era sul trono, al culmine della gloria. Continuò a serpeggiare perle corti e nei circoli dei vecchi «grognards» mentre l’Aquila era a Sant’Elena e tutti s’attendevano che prima o poi qualche strana congrega ripetesse l’impresa dell’Elba e gettasse nuovamente l’«uom fatale» sui campi di battaglia di un’Europa esangue e disposta a barattare la tranquillità col servaggio. Ne discussero infine storici illustri, sempre alla cerca — o in attesa — della «prova provata»: un verbale di loggia, una patente, qualche documento «segreto». Sarebbe però assurdo accreditare come massoni solo i Fratelli la cui iniziazione risultasse debitamente comprovata da inoppugnabile fonte documentaria.

Tanto per esemplificare, a tutt’oggi non sappiamo quando e dove abbia avuto luogo l’iniziazione di Carducci, né quando e dove il «33» Giuseppe Garibaldi, Gran Maestro effettivo e ad vitam, abbia raggiunto il grado di Maestro. Eppure nessuno dubita che l’uno e l’altro siano stati massoni a tutto tondo, se non altro perché professarono a lungo e pubblicamente la loro appartenenza all’Ordine.

Non troppo diverso, spiega Francois Collaveri, è il caso di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone. Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, poi di Napoli e di Spagna — ove fu re —, questi fu a lungo sospettato di non esser mai stato neppure iniziato. E lo si disse soprattutto da parte di certi bigotti della «regolarità», i quali speravano screditare Corpi massonici d’oggi gettando ombra sui loro antichi antenati. Ma poi venne casualmente ritrovato il verbale dell’iniziazione di Giuseppe Bonaparte e del suo amico Saliceti e anche i più astiosi negatori della sua documentata iniziazione dovettero acquetarsi. In attesa che da qualche fondo archivistico balzi fuori la «prova provata», Francois Collaveri ci spiega in termini quanto mai convincenti perché anche l’iniziazione massonica di Napoleone Bonaparte dev’essere accolta senza residue riserve da parte della storia”. A quest’opera, Napoleone imperatore e massone, l’ottantasettenne Collaveri — figlio e nipote di massoni insigni, egli pure da tanti decenni grande dignitario della Gran Loggia di Francia, alto funzionario dei ministeri della difesa e degli interni dopo la Liberazione e prefetto d’Algeri — s’è accinto sulla scorta della vasta preparazione già versata in La Franc-Maconnerie des Bonapartes (Paris, Payot, 1982), un «classico», che merita d’essere tradotto in Italia, frutto di decennali esplorazioni nel fondo massonico della Biblioteca Nazionale di Parigi e di sistematico scavo in cento e cento archivi di provincia.

Confutate le versioni leggendarie e romanzate sull’iniziazione (come anche certe interessate attribuzioni di spiriti antimassonici), sottoposte a severo vaglio quelle non adeguatamente documentate sul dove e sul quando (a Valence, a Nancy, a Malta o a Parigi), Collaveri conclude che Napoleone venne iniziato in una loggia militare «scozzese» durante la campagna d’Egitto, nel 1798-99.

Furono proprio gli «scozzesi» a rivendicare per primi e con precise indicazioni di tempo e di luogo l’appartenenza di Napoleone al loro rito, dichiarando altresì che i massoni francesi avevano pertanto diritto alla protezione del «trono». Proprio quando da console a vita ascese a imperatore, Napoleone volle però l’unificazione tra «scozzesi» e «fratelli» del Rito francese: e venne quindi celebrato come «Napoleone di tutti i riti». Non in una ma in centinaia di tenute di loggia, ora al riparo dei lavori rituali, ora in agapi aperte anche a profani o in cerimonie di quelle logge d’adozione cui presenziava la «sorella» imperatrice Giuseppina: la quale era in Massoneria non meno dei fratelli dell’imperatore (Luciano, Luigi, Giuseppe, Gerolamo), come dei cognati (Murat, Borghese, Baciocchi), dell’Arcicancelliere dell’Impero, principe Cambacérès, di quasi tutti i Marescialli e Grandi feudatari (Massena, Ney, Soult…), di circa 250 tra generali e ammiragli e di quasi tutti gli alti dignitari dell’Impero e di ecclesiastici quali Alès Bermond d’Anduze o del vescovo designato di Piacenza, Bernardo Marentini. Aquile sotto l’acacia, dunque? La Massoneria bonapartistica fu al lora davvero prona dinanzi all’Imperatore? Oppure — come un tempo si disse — la Massoneria liquidò Napoleone a Waterloo (una battaglia che vide in campo i «fratelli» duca di Wellington, Cambronne, Scharnhorst, Grouchy, von Bliicher: massoni, insomma, sul l’uno e sull’altro fronte) perché «traditore» dei princìpi inguaribilmente repubblicani e rivoluzionari dell’Ordine? La questione va posta — come fa Collaveri — in altri termini: si tratta di verificare quale ruolo abbia avuto il massonismo della dirigenza napoleonica come cemento della dirigenza rimasta «liberale» e «ugualitaria» anche durante l’Impero, e di capire come il «dispotismo» del grande uomo politico si sia positivamente conciliato con la modernizzazione della società francese e, suo tramite, europea.

Non si spiegherebbe, altrimenti, per quali motivi Napoleone avrebbe consentito che la sua appartenenza all’Ordine fosse ripetuta innumerevoli volte e che la nascita di suo figlio, il «re di Roma», venisse celebrata come quella d’un «Louveteau», cioè del figlio d’un massone regolare.

Il volume di Collaveri, arricchito da una pregevole appendice di documenti inediti o pressoché sconosciuti in Italia, è impreziosito da trenta illustrazioni, riprodotte su ottima carta patinata, che costituiscono un libro nel libro e ne rendono anche più gradevole la spedita lettura, incoraggiata dallo stile cartesiano dell’Autore, che libera una volta per tutte i massoni dal «complesso dell’imperatore».

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LAVORARE MASSONICAMENTE

VITA MASSONICA

LAVORARE MASSONICAMENTE

di Adele Menzio

Che cosa significa lavorare «massonicamente» in Loggia e nell’Ordine?

Significa tutti insieme aiutarci a ritrovare la vera natura dell’uomo nell’alveo della tradizione esoterica.

Siamo entrati in Massoneria per scoprire chi siamo veramente, qual è il nostro personale ruolo individuale e sociale, per far emergere dal profondo di noi stessi la parte migliore o, se volete, la nostra scintilla divina. Che c’è, esiste, ma spesso è ottenebrata e soffocata dalle preoccupazioni profane.

Mi direte che in Loggia si fanno discorsi sempre rivolti al passato, alla storia antica, mentre fuori nel mondo premono problemi importanti, drammatici, che non si possono rimandare ed alle volte nemmeno risolvere. In altri termini, che siamo anacronistici. Ebbene sono costretta a dire che la Massoneria come ente non può proprio far nulla nel mondo esterno e che non è suo compito agire in tal senso, anche se storicamente ciò è avvenuto, ma sempre a scapito del suo carattere iniziatico. Dirò di più. Proprio nelle epoche profanamente più violente, caotiche quando sembra che tutti gli eterni princìpi etici siano sconvolti e l’umanità destinata alla  distruzione o comunque ad un rivolgimento totale (e noi viviamo una di queste epoche di mutamenti radicali), proprio allora è indispensabile che un drappello di iniziati salvi i princìpi base, i pilastri su cui poggia la vita.

Depositari dei fondamenti dello spirito, assolutamente refrattari ad ogni dogmatismo, ad ogni parziale e fanatica visione della realtà, gli iniziati (e quindi noi massoni) hanno il compito non solo di portare avanti la ricerca, ma anche di conservare, evolvendoli, gli eterni princìpi che sono nascosti in ogni uomo e che devono essere risvegliati e compresi. – Questo è il compito della Massoneria e questo l’indirizzo fondamentale dei lavori di loggia.

È ovvio che la Massoneria ha una sua filosofia che trae le proprie origini dai primordi ma che, nel corso dei millenni, ha sempre dimostrato la sua validità,

Un esempio fra tutti.

Umanesimo e Rinascimento, questi movimenti che hanno riportato l’uomo, con tutte le sue meravigliose capacità, alla intelligenza delle cose, che hanno dato (e voglio citare solo un nome) un Leonardo, in tanto hanno potuto fiorire in quanto proprio in quel periodo esoterismo, Kabbala e Tradizione furono alla base degli studi e della ricerca degli intellettuali.

A coloro che rifiutano l’esame della storia del pensiero e che si annoiano nello studiare quali siano le costanti universali della storia dell’uomo, vorrei dire prima di tutto che sono sempre state le idee a governare il mondo e gli individui.

Verne, tra le molte altre cose, descrisse la T.V. molto prima che la tecnologia la realizzasse. Verne ebbe l’idea. Il nostro secolo è caratterizzato da uno sviluppo tecnologico straordinario e da un avanzamento scientifico quasi da capogiro. Tali da stravolgere il ritmo e le abitudini della vita di tutti. I futurologi prospettano un mondo ove la biogenetica applicata all’uomo (che pare potrà costruirsi persino un gemello di ricambio) condurrà ad una limitatissima attività lavorativa.

Che cosa farà l’uomo? Allungata la vita sino ai limiti di quella dei patriarchi biblici (e mi domando… ma allora dov’è la novità?) con la possibilità di viaggiare da un pianeta ad un altro, senza più il problema della fame e del freddo, con cuore, reni, stomaco, arterie e polmoni di ricambio, come passerà il tempo? Comunque decida o possa trascorrerlo, alla fine morirà. Quanto, mi domando, gli saranno servite le conquiste della scienza e della tecnologia, sfruttate massimamente per il progresso materiale, ad affrontare consapevolmente l’ultimo traguardo che tutte le macchine di questo mondo non saranno mai riuscite a spiegargli? E come vivrà, lui che ci tiene tanto a vivere, quando avrà ogni giorno 10 ore da trascorrere? Si drogherà di più, si darà ad atti di violenza più raffinatamente crudeli o penserà maggiormente al suo spirito?

Come lo guideranno i mass-media? Di quali occulte potenze profane sarà la preda? Sarà forte o fragilissimo?

L’esperienza mi dice — e me ne dispiace — che il benessere produce uomini fragili. Gli psicanalisti sono proporzionali al reddito. Allora, forse più di oggi, sarà necessario che gli iniziati anch’essi abbiano raggiunto una evoluzione spirituale superiore per soccorrere i deboli. I massoni saranno più che mai necessari. Veniamo ora al nostro lavorare. Ho parlato prima di filosofia della Massoneria.

Essa è fondamentalmente di marca platonica ed ha recepito i fondamenti dello gnosticismo.

Ma quanti tra di noi conoscono o ricordano queste correnti di pensiero?

Proporrei quindi di dedicare qualche tavola proprio ad un esame di certi princìpi. Fondamenti dello gnosticismo, ed argomenti di altrettante possibili tavole, sono:

— il mondo è il male ma nello gnostico vive un elemento divino che anela di tornare al Padre;

— stretto e soffocato nel corpo l’elemento umano ha perduto la nozione della sua origine divina. È come serrato in una tomba. È oro, ma nascosto nel fango. Di qui la necessità del risveglio, della purificazione;

— il risveglio è una operazione terribilmente difficile, forse superiore alle singole forze dell’uomo. È quindi necessario un aiuto, una chiamata;

— il percorso dello gnostico è questo: natura divina incarnata, oblio del divino, schiavitù nel corpo, chiamata, risveglio, presa di coscienza del suo vero essere;

— tradotte massonicamente queste tappe si possono esprimere così: attitudine ad apprendere da sé, con l’aiuto dei fratelli, le scienze che la massoneria offre. Morte nella profanità. Rinascita iniziatica. Cooptazione. Elevazione alla maestranza. . Altri punti gnostici che sonostati recepiti dalla Massoneria sono:

— la conoscenza è contrapposta alla fede. Tutte e due hanno il medesimo obiettivo: la ricerca della verità, ma le vie sono diverse;

— la ricerca soggettiva, con mezzi a misura d’uomo, della verità;

— il rigetto d’ogni dogmatismo;

— il tentativo di dare una spiegazione razionale ai fatti che le religioni

pongono sotto l’aspetto fideistico, trascurando il significato simbolico della tradizione;

— lo gnostico iniziato massonicamente è un individuo non certo  avulso ma immerso nella umanità per la quale opera. Libertà di pensiero assoluta, tenuto conto del fatto che la problematica delle origini e degli scopi dell’umanità è stata oggetto di intuizioni sorprendenti, ma sempre è stata violentata dalle varie ortodossie;

— la filosofia della conoscenza deve essere intesa come conquista dell’intelligenza che si alimenta ed approfondisce in se stessa;

— la liberazione dalla materia è un fatto elitario;

— il rapporto con Dio non è una questione di gruppo, ma un affare squisitamente privato;

— nessuno detiene la verità, alcuni detengono varie loro verità;

— non è la fede, ma la ragione il mezzo per l’identificazione dell’uomo. Ho voluto, brevemente, proporre e suggerire alcuni temi su cui lavorare e meditare col duplice fine di non abbandonare la nostra linea di pensiero tradizionale e di informare i neofiti e gli apprendisti su alcuni princìpi che, a mio parere, costituiscono i pilastri del pensiero massonico che — come ognuno di noi sa bene — deve continuamente evolversi ed aggiornarsi e che, pur innestandosi nel passato ha sempre — come finalità ultima — il progredire ed il migliorare dell’uomo. Tanto dal punto di vista materiale-sociale quanto e soprattutto da quello spirituale.

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CAMMINO VERSO LA PACE

CAMMINO VERSO LA PACE

di Adele Menzio

Nessuna istituzione, meglio della Massoneria, è più adatta ad indicare

ai popoli il cammino verso la pace.

Un cammino duro, faticoso, irto di difficoltà apparentemente insormontabili, il più delle volte deludente e frustrato frequentemente

dall’insania dei governanti, dall’egoismo di complicati ed aggrovigliati interessi, dalla poca lungimiranza di una massa di individui condizionati da mille pastoie materiali.

Tuttavia, consci dell’utilità dell’opera, i Massoni da sempre vanno indicando all’umanità la strada da percorrere e non cesseranno mai di farlo. Oggi, a differenza di altre epoche storiche (ma forse non per la prima volta se si crede all’esistenza di popoli quali i Lemuri e gli Atlantidi) la guerra, quella che incombe e giustamente spaventa, si intende non solo totale, ma atomica, se non addirittura stellare. Una guerra dalla quale minime sono le speranze per l’umanità di sopravvivere.

L’angoscia ed il terrore (se pure si tenta di rimuoverli con un comprensibile meccanismo mentale singolo e collettivo) non cessano di preoccupare ogni individuo che, in varia misura e con diverse soluzioni, tenta di superare giorno per giorno uno stato di grave e tragica incertezza.

Si può arrivare al suicidio, alla droga, alle stragi senza costrutto o finalità, alla frenetica attività volta alla idealizzazione di « non valori ».

In fondo alla coscienza dei più v’è la certezza che queste sono. strade sbagliate e non soccorrono. Oggi l’umanità è in attesa di una parola nuova, di un (diciamolo pure) Messia che indichi una scala di valori certa, alla quale aggrapparsi ed in cui credere. Tramontate le filosofie positivistiche e materialiste, svelate a tutti le leggi della scienza (in ciò consiste la grande differenza tra l’epoca nostra e quelle passate nelle quali la conoscenza della Legge Cosmica era appannaggio di una élite), oggi la salvezza è demandata alla riscoperta di valori spirituali tanto assoluti e certi e veri da travolgere con la loro chiarezza e la loro potenza le ingannevoli apparenze del Male, e di suoi sottili e tentatori suggerimenti.

La scienza, in sé, non è male. Il dominio della natura da parte dell’uomo

non è male. La guida dei popoli non è male. Malevolo è l’uso che se ne può fare.

Male è l’orgoglio smisurato dell’uomo che si identifica con Dio e crede di poter governare in maniera indipendente ed indirizzando verso mete non trascendenti i risultati delle sue conoscenze. Male è non apprezzare, non capire, non rispettare la sacralità della vita.

Male è prevaricare, obbligare, decidere della sorte altrui senza tener

conto delle altrui istanze, speranze e sensibilità.

Male, in una parola, è «non amore».

Il fulcro della Massoneria è proprio l’amore. Un amore tanto grande ed assoluto e trascendente da manifestarsi quotidianamente nel rispetto e nella tolleranza.

Non è chi non veda come il termine amore sia inconciliabile con il concetto di guerra e non sarebbe necessario aggiungere altro per chiarire come il Massone, per sua stessa definizione, sia vettore di pace.

Come, praticamente, nel mondo odierno il Massone può e deve operare per infondere negli altri la consapevolezza e la certezza della indispensabilità dell’amore?

Non certo, come si va facendo nel mondo profano, con il terrore. Films (valga per tutti « The day after »), canzoni, romanzi di fantascienza e fantapolitica, discorsi a tutti i livelli ed ancora di più l’immediatezza dell’immagine (il mezzo di comunicazione più in voga) sono diretti ad incutere nell’uomo la paura. Non si accorgono questi falsi profeti che, bombardando quotidianamente l’umanità di immagini agghiaccianti e truculente essi abituano i destinatari dei loro messaggi (nei quali molte volte si legge il compiacimento dell’orrido) alla violenza e rendono «normale» ed «abituale» la lotta indiscriminata ed il sangue. Faccia ciascuno in segreto un esame di coscienza e paragoni ad esempio lo sdegno provato alla notizia del primo sequestro di persona a quello di oggi, alla breve notizia di un cronista del Telegiornale che ci porge il fatto tra quello di una inaugurazione di un tratto di autostrada ed una vincita al Totocalcio. Ci si abitua.

È evidente che non è la via della paura quella giusta. Ma esattamente la via contraria. Essa deve essere preceduta, se si vuole che il messaggio venga recepito, da una lenta preparazione dell’anima ad accoglierlo. Soltanto un animo volto alla spiritualità, soltanto una coscienza del fine ultimo dell’uomo possono accogliere in sé un discorso

difficile come quello dell’Amore. Bisogna operare una rivoluzione negli animi di tutti: occorre insegnare un discorso antiutilitarista, sconvolgere ab imis una scala di valori consolidata da millenni, anteporre ai risultati materiali i tentativi spirituali, condurre lentamente l’uomo alla riscoperta del Cosmo, non già in termini di orgogliosa possibilità di possederlo e piegarlo al proprio indiscriminato volere, ma al solo fine di percepirne la perfezione divina e di intuire e godere, in un impeto meraviglioso e poetico, la propria identificazione con il tutto.

Occorre considerare l’avventura terrena come un breve, brevissimo attimo, una fugace apparizione che ha il valore di una «dove l’individuo prova», non deve mai dimenticare da dove viene e pensare sempre dove andrà.

Bisogna ricordare che dipenderà dalle sue azioni la sua collocazione eterno. Ci rendiamo conto che tutto ciò è arduo e che il mondo profano non è affatto preparato ad un discorso che, sempre, profeti, illuminati ed iniziati hanno tentato con alterni risultati. Tuttavia se oggi la conoscenza di alcune fondamentali leggi dell’universo è stata svelata a tutti, ciò significa che nella evoluzione dell’uomo (per imperscrutabili disegni) i tempi si vanno avvicinando. Tempi della distruzione totale o dell’ascesa di un ulteriore gradino progrediente. Non sappiamo. Preferiamo credere che dipenda da noi progredire piuttosto che finire.

L’ingresso nell’era dell’Acquario, con le implicazioni positive che preannuncia questo segno, può costituire un auspicio e un incitamento. Ma dipende proprio da noi Massoni che, vinte le sciocche ed umanissime (poniamo l’accento sulle debolezze e le piccinerie dalle quali non siamo esenti) ragioni delle nostre divisioni territoriali, dobbiamo unirci nel nome della nostra Tradizione che ci indica l’univocità sia delle basi di partenza che delle finalità.

Dipende da noi Massoni, che dobbiamo operare per creare nel mondo profano un modo nuovo (ma antichissimo) di concepire la vita.

Poniamo a ragion veduta l’accento sulla vita. Vita che è mistero meraviglioso, magico, arcano ed ineffabile.

Vita che è dono inimitabile e prezioso. Vita che è materializzazione del sacro. Che proviene dall’Uno e all’Uno è destinata. A differenza del mondo profano che, non solo mostra di disprezzare la vita (si veda il disastro ecologico che trae la sua causa maggiore proprio dalla indifferenza verso la vita in ogni suo aspetto) ma, vinto dalla paura, predica la pace basandosi sul negativo. Riteniamo che il Massone debba invece farsi promotore di una campagna sul positivo.

Non la messa a fuoco del male, ma l’esaltazione e illuminazione del bene. Non la descrizione terrificante delle conseguenze del cattivo uso delle conquiste scientifiche, quanto invece la proiezione in futuro delle risultanze di un corretto uso della scienza e delle tecnologie. Il terrorizzare l’uomo con la paura è in fondo considerare lo stesso uno schiavo, incapace di ragionare e tanto debole e condizionato da non avere nemmeno la possibilità di affrancarsi.

Non è una vieta formula quella che si legge nelle Logge: libertà. Il Massone si rivolge ai propri Fratelli profani con rispetto, considerandoli

uomini liberi e conseguentemente capaci di apprezzare il ragionamento basato sui valori positivi.

Vogliamo insistere su questo ribaltamento dei metodi, su questo sistema che riteniamo l’unico possibile per la salvezza di tutti e di Occorre che l’uomo capisca quanto ineffabili siano le gioie dello spirito e come queste non possano nemmeno essere avvicinate da chi nel proprio cuore alberghi odio, rancore e desiderio di guerra.

Allora soltanto si potrà iniziare un proficuo discorso di pace tra

i popoli. Preparare l’animo dell’uomo ad accogliere la verità è uno dei compiti demandati al Massone di oggi e di domani.

Un’utopia?

Ma non sono state proprio le utopie, anche parzialmente realizzate, a segnare le grandi tappe del cammino dell’Uomo?

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PICCOLO DIZIONARIO DEI SIMBOLI UTILI AL PROGETTO

Piccolo dizionario dei simboli utili al progetto  
 
   
Il punto simbolizza lo stato limite dell’astrazione del volume, il Centro, l’origine, il focolare, il principio di emanazione e del termine del ritorno. Designa la potenza creatrice e la fine di ogni cosa. La manifestazione è l’estensione del punto secondo le direzioni dello spazio, principio di quest’estensione è lui stesso senza dimensioni, non sottomesso alle condizioni spaziali. Il punto contiene il cerchio. Rappresenta inoltre l’equilibrio, l’armonia e l’origine della meditazione.
Il cerchio, punto esteso, simbolizza perfezione, omogeneità. Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza variazioni come il tempo. Il cerchio è anche il cielo, il mondo dell’invisibile, la figura dei cicli celesti, delle rivoluzioni planetarie, del ciclo annuale raffigurato dallo Zodiaco. É il segno dell’armonia e delle norme architettoniche stabilite sulla divisione del cerchio. Nel mondo celtico il cerchio simbolizza un limite magico invalicabile, cordone di difesa attorno alle città, ai templi, alle tombe, per impedire ai nemici, alle anime erranti, ai demoni di penetrarvi. Il cerchio protettore prende la forma, per l’individuo, dell’anello, del bracciale, della collana, della cintura, della corona. Questi cerchi avevano il ruolo di stabilizzatori, mantenendo la coesione tra anima e corpo…
Il triangolo equilatero simbolizza la divinità, il numero 3, l’armonia, la proporzione. Il triangolo è il glifo del raggio solare, presso gli antichi Maya, abbinato al sole e al mais diventa un simbolo di fecondità. Il triangolo con la punta in alto simbolizza il fuoco e il sesso maschile, con la punta in basso l’acqua e il sesso femminile. Il sigillo di Salomone è composto dai due triangoli sovrapposti che rappresentano la saggezza umana. Nella Massoneria ogni triangolo corrisponde a un elemento: equilatero alla terra, rettangolo all’acqua, scaleno all’aria, isoscele al fuoco.
Simbolo femminile. Dei rombi ornano alcune volte dei  serpenti in immagini amerindie. Vi si attribuisce un significato erotico dove la losanga rappresenta il sesso femminile e il serpente il fallo, esprimendo così una filosofia dualista. Dal periodo preistorico il rombo rappresenta la vulva e quindi la matrice della vita. Per estensione significa anche la porta dei mondi sotterranei, il passaggio iniziatico nel ventre del mondo, l’ingresso nella residenza delle forze ctonie. In Cina è uno degli otto emblemi principali e simbolo della vittoria.
Figura antidinamica ancorata a quattro lati, simbolizza l’arresto o l’istante fermato, la stagnazione, la solidificazione, la stabilità: gli accampamenti e le tende dei popoli nomadi hanno invece figura circolare. Molti spazi sacri adottano una forma quadrangolare: altari, templi, città, campi militari. Il quadrato è la figura di base dello spazio, il cerchio, e in particolare la spirale, quella del tempo. Il quadrato magico data le origini della scienza, evoca il senso del segreto e del potere occulto, è un mezzo di captare e immobilizzare virtualmente un potere. Esiste un grande amuleto a sette quadrati di sette, collegati ai differenti giorni della settimana e da qui ai pianeti e ai metalli: Luna all’argento, Marte al ferro, Mercurio ad una lega con l’argento, Giove allo stagno, Venere al rame, Saturno al piombo, Sole all’oro.
La figura del trapezio è stata comparata al fronte di una testa di toro, da qui la sua evocazione dell’idea di sacrificio. Se la si considera come un triangolo tronco, il trapezio esprime incompiutezza, irregolarità, insuccesso. Questo può provenire dal fatto che la figura è in divenire, che è stata deviata, che è stata bloccata nel corso del suo sviluppo o che è stata mutilata. Queste osservazioni possono essere trasferite, simbolicamente, dal piano fisico al piano psichico e riassumersi nella manifestazione di una certa difficoltà al dinamismo.

Testo dei simboli:  “Dictionnaire des symboles”  Jean Chevalier

 



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I PUNTI DI RIUNIONE

 PUNTI D’UNIONE

Non so quali domande abbia evocato, e quali riflessioni indotto, sapere che la loggia si è riunita nel punto X, Y, Z. Col tempo, ciascuno ha capito che il significante “punto” ha più di un significato, sotteso all’aggettivo; qualcuno ha anche intuito quasi la rarefazione della materialità se non la trasmutazione dal fisico al metafisico. Se il punto geografico è connesso alla topografia di un luogo abitato, le cose cambiano col punto geometrico: esso non è più “ciò che non ha parti” di Euclide, ma è divenuto un “oggetto” come la retta e il piano, definizione nata dalle speculazioni matematiche seguite alla crisi dell’evidenza geometrica. Questa è valida per la geometria euclidea, limitata alla misurazione di modeste zone di territorio e al calcolo delle loro superfici; quando si passò a vaste aree di territorio non pianeggiante ma accidentato da monti e valli, da mari e profondità marine e poi all’intero globo terracqueo furono necessarie altre geometrie, non euclidee. Le cui particolarità esemplifico dicendo che se la somma degli angoli di un triangolo euclideo è 180, è minore per la geometria iperbolica, e maggiore per l’ellittica: la comprensione di questa e altre particolarità richiede applicazione di conoscenze teoriche e filosofiche non facili per tutti; che divengono escludenti con la geodesia, oggi implicata anche nei calcoli per il lancio e le orbite dei satelliti artificiali e per i viaggi delle sonde spaziali.

A noi però del punto geodetico può bastare ciò che è limitato alla Terra, rilevabile col riferimento al piano orizzontale di una livella a bolla e alla direzione della Stella Polare; le geodetiche-linee di minima resistenza rappresentanti la distanza più breve fra due punti di una superficie curva sono necessarie anche per comprendere la (teoria della) relatività. Credo però che fra di noi, in senso esoterico, coi diversi aggettivi si vogliano introdurre concetti metaforico-allegorici indicanti differenze operative: nel punto geografico si compiono lavori preparatori e di servizio al cantiere, nel punto geometrico si realizzano i piani particolari, nel punto geodetico si studiano e preparano i progetti e le operazioni esecutive per ubicare la costruzione “universale” da erigere per il bene e il progresso dell’Umanità. Nel punto geografico non occorrono geometrie, negli altri si opera con geometrie diverse, l’euclidea per i particolari, le non euclidee per le vaste superfici; qui è insostituibile il calcolo delle geodetiche per la stabilità dello spazio e nel tempo delle grandi opere progettate dai terricoli riferendoci alla Stella Polare dello spazio extraterrestre. Se esso è detto finito o infinito, la diversità può essere dovuta al punto di vista dell’osservatore, se interno o esterno a ciò che viene osservato. Comunque, le due geometrie sono funzionali alle necessità diverse del nostro “territorio” di ricerca e conoscenza, valutando anche – con e per la relatività che ci avvolge e coinvolge – che ciò che non vediamo neppure con gli occhi della mente

può esistere o esiste ugualmente, celato dalla capacità visiva su cui interferiscono la rifrazione atmosferica e la curvatura dello spazio tempo. Forse sul nostro cercare e operare influiscono energie anche umane ancora ignote o non rilevabili coi mezzi che oggi possediamo, con noi e su noi operanti. Parrebbe che più ci limita la nostra finitezza, più siamo spinti, “gettati” (Heidegger) verso una dimensione non euclidea che non comprendiamo ma a cui non possiamo resistere o sottrarci: abbiamo bisogno di qualcosa fuori di noi per capire chi siamo? Mi piace credere che per il punto geodetico dove ci riuniamo passino le linee geodetiche emananti dal contatto binario

di ciascuno dei cinque punti della Maestria, che hanno reso possibile – nonostante le resistenze della nostra non euclidea corporeità e personalità – l’instaurarsi della Fraternità. L’ascesa da formule mute a parlanti sussidi esoterici può aversi con l’ampliamento operativo della “geodeticità”; allo scopo propongo di mettere insieme il punto geodetico coi cinque punti della Maestria, in un grafico psicagogico. Esso sarebbe disegnato con la stella pitagorica iscritta nel pentagono; da ciascun doppio vertice sorgono linee che armonicamente intersecate riproducono al centro un piccolo pentagono inverso con un cerchio puntato (eco del punto geodetico esterno alla figura). Il modello è il mandala buddhista: le sue implicazioni religiose o archetipali secondo Jung ciascuno può condividere e seguire o no. In questo disegno, tecnicamente Yantra, le figure del fiore di loto e delle divinità (il tutto colorato con vivaci colori) sono sostituite da linee rette, angolate, curve, intersecate o no; esterno al disegno un punto raggiante quale Stella Polare: questo insieme può essere usato per pause di concentrazione e meditazione con cui introiettare la spiritualità dell’elevazione a Maestro. Il complesso, costellazione-simbolo operativo dei Maestri, denominabile Aquilone, adoperato a fine psicagogico, tende a indurre un comportamento quasi automatico,  involontario, di vero Maestro: se lo scopo trasmutasse in fine conseguito, sarà  A.G.D.G.A.D.U

HIRAM 2008/2

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MASSONI PER IL BENE COMUNE

MASSONI PER IL BENE COMUNE

 Aldo Belli – direttore Toscana Today

di ALDO BELLI – All’incontro pubblico annuale  a Villa Borbone il richiamo agli Antichi Doveri della Libera Muratoria.

Oltre cento fratelli provenienti da tutta la Toscana si sono ritrovati nel verde di Villa Borbone. E’ l’appuntamento pubblico annuale delle logge all’Oriente di Viareggio, la Felice Orsini 134 e la Dante Alighieri 932, che si ripete da sedici anni per ricordare il concittadino Roberto Mei scegliendo un tema legato al territorio: stavolta si trattava del bicentenario dell’elevazione di Viareggio a Città. A mantenere vivo questo appuntamento è Ivano Nocetti, al quale si è aggiunto negli anni il più giovane Stefano Barsella, entrambi Maestri Venerabili. Il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro ha portato il saluto ufficiale. L’evento merita una riflessione.

Nel parco della villa non c’è traccia di grembiuli o compassi. Il clima è sobrio, il tavolo degli oratori all’essenziale. Non è una festa, anche se l’aria è festosa, nel senso che scorrono sorridenti i minuti in attesa che la conferenza abbia inizio. Considerando il periodo – siamo a cavallo della settimana di Ferragosto e sotto la cappa del Covid – la partecipazione è di buon auspicio. L’aria è pulita, rinfrescata da un vento leggero che si alza con il calare del sole.

Un uomo alla finestra guarda la scena dall’alto. Chissà cosa pensa. Non capita tutti i giorni di vedere tanti massoni insieme all’aria aperta. Magari è rimasto deluso pensando di trovare i Cavalieri dell’Apocalisse, facce tristi e tirate. Non ci sono telecamere, probabilmente i massoni all’aria aperta non fanno notizia. Tra i fratelli presenti nel pubblico è difficile capire se siano persone importanti, nel senso che ricoprano cariche e incarichi pubblici e privati di un certo livello nella società, sono vestiti come i comuni mortali molti dei quali in camicia e scarpe leggere. Strani massoni avrà pensato l’uomo alla finestra, che dopo un po’ si ritira chiudendo le ante per il mancato spettacolo.

A rendere l’aria pulita non è solo la brezza di mare e il profumo della pineta. Per quel poco o tanto che ci è dato conoscere della Versilia e della Lucchesia, brilla l’assenza dei notabili degli affari, delle professioni e delle istituzioni: massoni (indipendentemente dall’Obbedienza) o profani (abitualmente sensibili alle stanze buie e alle amicizie incappucciate). La risposta potrebbe essere quasi banale: gli affari non si fanno di certo all’ombra dei pini. Io propendo, invece, per queste conclusioni: ci sono in giro troppi massoni che preferiscono indossare il cappuccio fuori anziché dentro la loggia; e ci sono in giro troppi falsi massoni o che ai fratelli si dichiarano intimi, continuando a pensare che le Colonne del Tempio siano il sinonimo del tempio di Gerusalemme dove si vendevano buoi, pecore e colombe, e seduti i cambiamonete.

Ma siamo solo all’inizio delle sorprese. La professoressa Anna Vittoria Bertuccelli Migliorini suscita qualche imbarazzo nell’uditorio: non per la sua miseria, ma per essere stato preso in contropiede. Il taglio della sua relazione è molto alto: la riflessione inedita per molti aspetti, incornicia Viareggio tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, intreccia le guerre napoleoniche con la secolare autonomia della Repubblica Lucchese, ovvero colloca la nascita civile della città in un contesto storico assai più solido, rigoroso. Spunta fuori, così, la figura di Francesco Belluomini insieme alla grande tela “Retrato de la familia Belluomini de la ciudad de Viareggio”, opera di Stefano Tofanelli esposta al Museo Nacional de Bellas Artes di Santigao del Cile. Anna Vittoria ci conduce, di fatto, da Viareggio in America Latina, passando per Lucca e Parigi. Solo ripensandoci dopo, appare evidente il messaggio: la crisi di identità delle nostre città impone di tornare a guardare più in grande, si deve tornare a scavare negli strati geologici della nostra appartenenza per riannodare il filo che unisce presente e passato, scoprire e riscoprire anche il gusto della noia di attardarci sulla pagina che nasconde a prima vista ciò che cerchiamo, per levigare la pietra del mondo che ci circonda.

Non saprei dire se l’orgoglio costituisca un “peccato massonico”. Certo è che l’illustrazione a braccio di Antonio Dalle Mura di tutte le parti salienti dell’evoluzione di Viareggio con il nome e cognome di avi massoni suona come la rivendicazione di una verità storica. Non di meno il regista Adolfo Lippi – pur approfittando come sempre della sua amabile oratoria rischiando di far passare in secondo piano il concetto centrale – rivendica il contesto storico della insorgente liberazione del corpo che accompagna la nascita dei bagni sul mare.

Il dubbio mi viene spontaneo, a questo punto, ma non fa in tempo a comporsi perché un altro vento si abbatte sul parco: ha l’impeto del libeccio quando spazza il porto di Livorno, e al tempo stesso la quiete che riordina le banchine quando il vento si cheta. Il Gran Maestro Onorario Massimo Bianchi cita l’unghero d’oro – la moneta livornese – che nel 1655 il granduca di Toscana Ferdinando II dei Medici fece coniare: DIVERSIS GENTIBUS UNA. Da molti, uno soltanto. E per evitare qualsiasi falsa interpretazione ricorda la Sinagoga di Livorno in piazza Benamozegh costruita nel centro della città. Bene – dice dunque il Bianchi – abbiamo fatto questo, siamo stati, abbiamo dato, i nostri sindaci fratelli hanno amministrato città rimanendo nelle loro più alte memorie, e allora? Il giuramento massonico non è l’impegno del conservatore di un museo, è la libera decisione di migliorare se stessi per contribuire a migliorare il prossimo: qui ed ora. Migliorare se stessi, levigare la pietra grezza, non è facile: ma esistere ed operare per il bene e il progresso dell’uomo e dell’umanità, secondo libertà, uguaglianza, e fraternità, è un dovere senza il quale viene meno il nostro giuramento. Un dovere radicato nell’esempio.

Ubaldo Vanni, vicepresidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Toscana, nel suo saluto iniziale aveva richiamato l’attuale discussione sul rapporto tra il Grande Oriente d’Italia e i social media, le nuove forme di comunicazione. A quanto pare, una riflessione ancora aperta. Massimo Bianchi aveva colto il primo aspetto essenziale della comunicazione per la massoneria: l’esempio personale in mezzo agli altri (non è sfuggito il suo passaggio, da intellettuale onesto quale è, sulle pietre grezze: ci sono anche pietre grezze che nonostante tutti gli sforzi non si levigano).

Può darsi che le parole di venerdì, nel silenzio magico del parco tirrenico,rappresentino una semplice occasione di confronto, oppure che rivelino qualcosa di più sostanzioso in movimento nel Grande Oriente d’Italia. Perché il solo sentire pronunciare quella parola – comunicazione – fa un po’ strano: almeno per chi è abituato a cogliere il permanere di una ossessione fuori tempo che caratterizza la massoneria italiana. Nella storia non esistono istituzioni indenni allo scorrere del tempo: neppure le più grandi e secolarizzate come la Chiesa Cattolica. Galileo Galilei sosteneva – e fu questo il vero motivo della sua condanna da parte del Santo Officio – che il Libro della Natura e le Sacra Scrittura erano entrambi inscindibilmente il Verbo di Dio. Laddove il Potere vedeva la contraddizione della lettera con la teoria copernicana, o altri l’aperta negazione, Galileo indicava la immutabilità dei principi nel tempo insieme all’evoluzione della capacità di lettura dei suoi interpreti.

Il punto, dunque, non è quello di replicare la futile distinzione tra massoni buoni e massoni cattivi, i Padri della Chiesa ci hanno insegnato che anche nella casa di Dio alberga il demonio. E non è neppure quello sorretto dai folcloristi alla Dan Brown sulla pubblicità degli iscritti alle logge massoniche. Il punto vero, nell’Italia del XXI secolo, è la visibilità concreta del pensiero e dell’azione nella vita concreta dei cittadini, un pensiero visibile in carne ed ossa. I nomi e i cognomi che danno luce al progresso e al bene comune non possono essere solo quelli presenti nell’albero del passato. E allora, quel dovere radicato nell’esempio, di cui parlava il Gran Maestro Onorario Massimo Bianchi, non capirei perché dovrebbe ignorare il mezzo di comunicazione più potente della nostra epoca: il web e i social media. Sarebbe un po’ come se Andersen o Paine o Voltaire o Enrico Fermi o l’Alfieri avessero ignorato l’invenzione di Gutenberg.

Il Gran Segretario GOI Francesco Borgognoni, al quale spettava chiudere il pomeriggio (Stefano Bisi è stato trattenuto per un sopravvenuto impegno istituzionale), è un fiorentino dalla mole massiccia, nell’espressione ricorda la Fortezza o un dipinto dei Medici. Per chi non lo conosce, potrebbe essere uscito da Il nome della rosa nel ruolo di Bernardo Gui, l’inquisitore dell’ordine domenicano. Mi pare di avere letto da qualche parte che sia uno scacchista appassionato, e pure di un certo valore. E’ sufficiente l’attacco del suo discorso per intuire che non ha deciso di muovere il pedone o l’alfiere, e che sicuramente se fosse entrato nel romanzo di Umberto Eco non avrebbe esitato un solo secondo nel difendere Guglielmo da Baskerville dalla violenza e dall’intolleranza dell’Inquisizione. L’espressione severa del volto si scioglie raccogliendo dal vissuto massonico il valore essenziale e concreto dell’iniziazione, per far salire – vorrei dire quasi con la dolcezza propria del sereno ragionare su cose profonde – l’appello ai fratelli, questo sì rigoroso, “a fare”. Le logge devono fare, ripete più volte. E affermandolo nel contesto storico di un paese, l’Italia attuale, nel quale il declino morale costituisce la prima causa di degrado della vita pubblica e privata, come dovremmo interpretare quel “fare” aggiunto a “per il bene comune”? Borgognoni riannoda tutti i precedenti interventi, e li riassume con quella frase che forse sorprende anche i fratelli che lo stanno ascoltando. Per il modo in cui lo dice, e per come lasci intendere che quel “le nostre logge devono fare” rivolto all’esterno altro non è dalla costruzione di un tempio interiore e morale.


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