PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».(ANSA). GAL 15-OTT-02 18:35 NNN
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LA NOTTE

“A proposito della Notte che scolpii per uno dei sepolcri della Famiglia Medici, voglio raccontarvi un piccolo particolare che provocò un po’ di stupore nei miei contemporanei.

Giovanni di Carlo Strozzi rimase tanto affascinato dalla figura che volle dedicare e me e a lei un paio di versi. Mica potevo star zitto e non replicare, ci mancherebbe altro. Tanto gli pareva viva la scultura che suggeriva di svegliarla a chi non avesse creduto alle sue parole:

la Notte che tu vedi in sì dolci atti

dormir,fu da un Angelo scolpita

in questo sasso e, perché dorme, ha vita:

destala, e se nol credi, e parleratti.

Scrisse Lo Strozzi tutto innamorato della Notte. Per inciso, l’angelo di cui fa menzione sarei io: Michelangelo. Replicai ai suoi versi con rime affilate come coltelli:

Caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso,

mentre che ‘l danno e la vergogna dura;

non veder, non sentir m’è gran ventura;

però non mi destar, deh, parla basso.” 

La Notte è una scultura in marmo (155×150 cm, lunghezza massima in obliquo 194 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 15261531 e facente parte della decorazione della Sagrestia Nuova in San Lorenzo a Firenze. In particolare è una delle quattro allegorie delle Parti della Giornata, e si trova a sinistra sul sarcofago della tomba di Giuliano de’ Medici duca di Nemours.

Storia

La Notte fu tra le prime sculture ad essere conclusa e godette di una straordinaria fama grazie anche a una nota quartina di elogio di Giovanni di Carlo Strozzi, in cui la statua veniva invitata a svegliarsi per farsi vedere animata

Michelangelo rispose nel 15451546 con alcuni versi, intitolati “Risposta del Buonarroto”, fatti “pronunciare” alla statua stessa, in cui indicava come il sonno, alla luce dei disordini che imperversavano a Firenze durante il governo di Cosimo I de’ Medici, fosse il motivo della serenità della Notte rispetto all’inquietudine delle altre statue.


Descrizione e stile

La Notte è rappresentata come una personificazione femminile, semidistesa e nuda, come le altre statue della serie. Essa ebbe come modello, forse, le rappresentazioni antiche della Leda o di Arianna dormiente: in effetti la posizione sdraiata, con la gamba sinistra piegata, la testa reclinata, ricordano da vicino la Leda e il cigno di un perduto cartone michelangiolesco del 1530 circa.

Il braccio sinistro sta piegato dietro la schiena e quello destro regge la testa appoggiandosi alla coscia sinistra. Ciò provoca una torsione che ruota il busto in favore dello spettatore. I capelli sono lunghi, raccolti in trecce e in testa indossa un diadema col crescente e una stella.

Tra le varie letture iconologiche proposte, si è vista la statua come emblema dell’Aria o dell’Acqua, del temperamento melanconico della teoria umorale, della fecondità della notte. Gli attributi sono sparsi attorno alla figura e non come di consueto impugnati. Essi sono la civetta (animale notturno), un mazzo di fiori che forse rappresentano papaveri (sia simbolo di fertilità che di sonnolenza in quanto oppiaceo), e la maschera, che può significare i sogni notturni o la morte, intesa come sonno del corpo in attesa della resurrezione.

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CONCORSO LETTERARIO R. LOGGIA “N. GUERRAZZI” ITALIA E’ …

PRIMO PREMIO

VITTORIA STACCHINI Istituto di Istruzione  Superiore

FOLLONICA

MOTIVAZIONE

UNA LUCIDA E APPROFONDITA ANALISI DELL’ITALIA COME APPARE OGGI AGLI OCCHI DI UN GIOVANE, UN PAESE AMATO E DEL QUALE CI SI SENTE ORGOGLIOSI, ANCHE SE RAZIONALMENTE SI RISCONTRANO ZONE D’OMBRA E SACCHE DI INEFFICIENZA DA SANARE.

LA STORIA DELLA NOSTRA NAZIONE E’ LUMINOSA, GLI ITALIANI SONO MOLTO APPREZZATI ALL’ESTERO PER I RISULTATI ECCELLENTI RAGGIUNTI NEI CAMPI DELL’ARTE, DELLA CULTURA, DELLA SCIENZA, DEL LAVORO, MA SONO ANCHE SOTTOPOSTI A CRITICHE PER ALCUNI DIFETTI CHE, SEPPURE TALVOLTA INGIGANTITI, APPARTENGONO AL NOSTRO MODO DI ESSERE.

LE COSE PERO’ POSSONO CAMBIARE, NON TUTTO E’ IMMUTABILE PER SEMPRE; OCCORRE CHE I GIOVANI ABBIANO LA VOLONTA’ DI AGIRE PERCHE’ “LE SPERANZE PIU’ LUMINOSE SONO AFFIDATE ALLE NUOVE GENERAZIONI”.

SVOLGIMENTO

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; così recita l’art.1  della nostra Carta Costituzionale.

Forse di questi tempi, in cui ogni occasione è giustamente buona per richiamare l’attenzione sulla Costituzione italiana, la prima definizione di Italia che viene in mente è proprio questa.

Ma basta davvero per dire cosa sia l’Italia e, soprattutto, cosa essa rappresenti per gli italiani?

Certamente no.

Del resto la Costituzione è relativamente giovane, ha “solo” 63 anni rispetto ai 150 di unità che si festeggiano proprio quest’anno e il suo può essere un possibile punto di partenza necessario ma non sufficiente.

Cambiamo per un attimo la prospettiva e immaginiamo, invece, che qualcuno dica ad un ipotetico Italiano Qualunque: “descrivi la tua Italia in poche parole”.

Quali termini userebbe questo Italiano Medio ideale?

Sicuramente, inevitabilmente, nel racconto che ne farebbe al suo interlocutore emergerebbe come la sua amata penisola,  il suo Stivale, sia in verità un paese pieno di contraddizioni sintetizzabili in un’infinità di luoghi comuni; come alcuni proverbi che a volte dicono la verità e a volte andrebbero sfatati con forza. E che, comunque, ci hanno resi famosi, in un modo o nell’altro, in tutto il mondo.

E’ innegabile, infatti, che l’Italia, per quanto geograficamente non rappresenti altro che una piccola appendice dell’Europa sul Mediterraneo, sia famosa in tutto il mondo per le caratteristiche proprie, prima di tutto, degli italiani. Senza gli italiani, infatti, non è affatto scontato che un paese geograficamente così piccolo avrebbe avuto nella storia dell’umanità l’importanza che ha avuto I’Italia.

Nel bene e nel male.

“Chi sono, allora, gli italiani?” domanderebbe l’interlocutore.

Sembra quasi di vederlo, questo Italiano Qualunque, che racconta di come il suo sia, prima di tutto, un popolo di scrittori e di poeti, di pittori e di scultori che hanno reso il nostro Paese un museo a cielo aperto famoso in tutto il mondo, con migliaia di turisti che ogni anno affollano le sue strade.

Un popolo di navigatori che hanno scoperto terre lontane che nessuno pensava potessero esistere davvero. Nel parlare, avrebbe negli occhi l’emozione di chi vive nel luogo che ha dato i natali a personaggi unici nella storia e che non hanno bisogno di troppe presentazioni: Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci; una lista troppo lunga per continuare.

Si sentirebbe orgoglioso per l’ingegno altrui e profondamente italiano al solo pensare che la Divina Commedia – che magari non ha mai letto nella sua vita! – o la Gioconda – di cui probabilmente non conosce l’enigmatica e misteriosa storia – sono solo due degli esempi infiniti di opere per cui i suo passati concittadini sono famosi nel mondo.

Si sprecherebbe nelle descrizioni dei paesaggi paradisiaci, perché in Italia c’è davvero tutto: c’è il mare, meraviglioso, ci sono le isole, ci sono le Alpi e le Dolomiti, ci sono i boschi, le pianure e le colline.

Le città italiane raccontano storie lontane secoli, dall’epoca greca a quella romana, passando per il Medioevo, prima, il Rinascimento, poi, fino agli stili barocchi e liberty dell’inizio del secolo scorso.

E poi? Che cosa racconterebbe, ancora, l’Italiano Qualunque?

Si farebbe vanto dello stile italiano, di quel “made in Italy” che tutti ci invidiano. Un “made  in Italy” che non riguarda solo la moda in senso stretto, ma che è divenuto un po’ il marchio di un vero e proprio modo di essere e di vivere.

“Gli stilisti famosi? Italiani, naturalmente!” esclamerebbe soddisfatto il nostro ipotetico Italiano Medio.

Racconterebbe, fiero, di quanto sia emozionante vivere nel paese della pasta e della pizza, della salsa di pomodoro e del vino. Perché come abbiamo già detto, alcuni luoghi comuni descrivono l’Italia meglio degli italiani stessi.

E poi il calcio!

L’Italiano Medio certo non dimenticherebbe di enfatizzare la sua nazionalità, sottolineando come l’Italia sia uno dei paesi del mondo più famosi per il gioco del pallone, con la straordinaria caratteristica unica nel suo genere di rendere italiani anche giocatori di altri paesi.

Perché l’Italia è anche un paese dove basta la bandiera appesa alla finestra di casa durante i mondiali di calcio, per far sentire tutti un po’ più italiani.

Se poi non si conosce l’inno, pazienza: tanto nemmeno i calciatori lo sanno…

Forse si fermerebbe qui, l’Italiano Qualunque,senza scendere troppo in dettagli meno belli, meno poetici, che ci fanno meno onore.

Ma se noi non siamo l’Italiano Qualunque – e non lo siamo – abbiamo il dovere di raccontare al nostro curioso interlocutore anche I’altra faccia della medaglia, anche l’altra Italia che spesso si vorrebbe non vedere, girando la testa dall’altra parte.

Purtroppo, è il caso di dirlo, la nostra fama va oltre le tante meraviglie che costellano da tutti i punti di vista il nostro Paese, e si estende ad aspetti non troppo positivi che spesso ci precedono all’estero.

La Mafia, per fare un esempio tristemente eccellente, che è stata esportata come un vero e proprio prodotto locale nel luoghi dove l’immigrazione italiana dell’inizio del Novecento ha avuto maggiore concentrazione, divenuta famosa con tratti a volte anche affascinanti e romantici nei film di grandi registi americani. Purtroppo la Mafia italiana non ha nulla di scenografico e nulla di romantico; non si può far finta che non esista e non si può negare che alla domanda “Italia è …” in molti rispondono “Mafia!”, prima ancora che spaghetti e mandolino.

Il dovere di cambiare questa situazione, che sembra a volte immutabile nei secoli, grava sulle nuove  generazioni di giovani italiani; perché se è vero che certi costumi sono radicati nella cultura della gente che li vive, è anche vero che non tutto è immodificabile per sempre.

Basterebbe volerlo.

I mezzi ci sono tutti e sta solo a noi saperli usare con intelligenza: la cultura, il sapere, la curiosità di non fermarsi alla prima facciata delle cose, ma di andare oltre, di fare sempre una domanda in più.

Perché chiedere è l’unico modo per sapere.

Se dovessimo elencare ancora le caratteristiche negative che caratterizzano l’Italia, oltre al fatto che spesso siamo additati come un popolo di fannulloni che ama solo la bella vita senza sacrifici e fatica per ottenere i propri obiettivi, “tanto basta la spinta giusta data dalla persona giusta”, dobbiamo certamente dare atto di come l’attuale situazione politica italiana sia ormai allo sbando, fuori da ogni controllo.

Non vuole essere un discorso politico o un discorso moralista, sia chiaro.

Non vuole esserlo e non lo sarà perché il tema è un altro, ma al tempo stesso non possiamo fare come l’Italiano Qualunque e far finta che va tutto bene solo perché viviamo nel luogo dove si trova il Colosseo o la Torre di Pisa.

Come sfatare il mito dell’italiano fannullone che pensa solo alla bella vita e a trovarsi una buona raccomandazione per trovare lavoro, quando dalle più alte istituzioni dello Stato arrivano proprio questi  messaggi?  Come emanciparsi da una situazione politica che ormai è ristagnante su problematiche che non riguardano quasi mai i veri problemi dei cittadini italiani?

Sembra scontato dirlo, ma anche in questo caso le speranze più luminose sono affidate alle nuove generazioni.

In un’epoca storica in cui l’anniversario dell’Unità di Italia si festeggia all’interno del più ampio contesto europeo di cui facciamo parte, non possiamo più permetterci di essere considerati solo il paese delle meraviglie culinarie, storiche, architettoniche e artistiche.

Dobbiamo fare il salto di qualità che ci è da tempo richiesto da più fronti, dobbiamo imparare a trattenere i nostri tratti caratteristici unici nel loro genere per farne un punto di forza, non di scherno. Perché non viviamo più in un mondo dove basta improvvisarsi per ottenere risultati concreti ed importanti per tutti: serve  volontà, serve impegno, serve studio e disciplina.

Non tutti gli italiani sono i pasticcioni descritti con il sorriso sulle labbra dai nostri vicini di casa oltre confine.

Non è vero che l’Italia non può essere una meta dell’eccellenza e ci sono dimostrazioni concrete ogni giorno in tanti importanti settori, da quelli scientifici di ricerca a quelli lavorativi d’impresa.

Perché alla fine I’Italia è e resta una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, situata in luogo geograficamente privilegiato con un popolo composto da persone simpatiche, solari, a volte melodrammatiche a volte superficiali, ma sempre generose con il prossimo e che quando vogliono, sanno lasciare il segno.

Buon compleanno Italia.

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CONCORSO LETTERARIO R. LOGGIA “N. GUERRAZZI” MUSICA E’…

PRIMO PREMIO

NARRATIVA

MARTINA  RANDON

ISTITUTO D’ISTRUZIONE SUPERIORE

MASSA MARITTIMA

MOTRIVAZIONE

L’argomento proposto e’ stato sviluppato attraverso una sintetica ed efficace analisi storica dell’evoluzione della musica, dagli albori della vita dell’uomo  fino ai nostri giorni.

Il linguaggio musicale, nel tempo, ha conquistato  nuove  sonorita.  I  gusti  e  le abitudini d’ascolto sono cambiati ma la capacita’ della musica di suscitare emozioni e’ sempre molto elevata, specie tra i giovani.

“ci rifugiamo nella musica. Essa diventa una casa, la nostra casa… noi giovani non viviamo la musica, ma la abitiamo”.

SVOLGIMENTO

La musica ha proceduto sempre insieme all’uomo, accompagnando le sue azioni e i suoi sogni, fin dalle origini più lontane.

Un percorso lungo, durante il quale essa è cresciuta di pari passo con le conquiste tecniche, economiche e sociali. Così, al mutare dello stile di vita, ha sempre fatto riscontro l’apparizione di un nuovo e diverso stile musicale. I progressi scientifici e tecnologici hanno reso possibile la costruzione di strumenti musicali sempre più perfezionati, le crescenti risorse economiche hanno consentito la realizzazione di ambienti appositi per la musica, la trasformazione della società ha favorito la sua diffusione a tutti i livelli. Come tutte le arti, anche la musica non si è sviluppata in modo autonomo, ma ha preso parte alla storia dell’umanità: è stata in un certo senso la voce viva dei suoi sentimenti e dei suoi ideali.

Prima di scoprire la musica, l’uomo poteva udire solo il “grande concerto” della natura: il mare che batte le rive con il suo ritmico fragore, i ruscelli che gorgogliano tra l’erba, il vento che modula la sua voce tra le rocce e i rami degli alberi …

Sono occorsi centinaia di migliaia di anni di dura lotta per la sopravvivenza, prima che i nostri lontanissimi avi fossero in grado di inventare la musica. Le prime tracce della sua comparsa risalgono, infatti, a cinquantamila anni fa. La preistoria ci ha lasciato solo qualche rudimentale zufolo di osso e qualche vaga raffigurazione sulle pareti delle caverne. Per rintracciare le prime attendibili origini della nostra musica dobbiamo attendere l’affermarsi delle grandi civiltà antiche, intorno al 4000 a. C.

La musica medievale, come l’architettura, è prima di tutto un prodotto dello spirito. Basta entrare nel chiostro di un monastero, soffermarsi sotto le volte di una chiesa romanica o le navate di una cattedrale gotica per cogliere tutta l’anima mistica di un’epoca senza eguali, che ha avuto inizio nel 476 d.C. con la deposizione di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano. È un lungo millennio che va sotto il nome di Medioevo e la cultura, tutta la cultura, viene custodita nei conventi e nei monasteri.

Una nuova concezione della vita, della scienza e dell’arte si ha nel periodo rinascimentale e questo è il prodotto di un mondo completamente cambiato rispetto a quello del Medioevo. La cultura non è più quella chiusa, isolata dei conventi e dei monasteri: è quella aperta e innovatrice delle rinate città, dove le attività artigiane e commerciali creano le condizioni più favorevoli per continui scambi di idee tra gente di ogni ceto e provenienza. È abbandonata l’austera, statica monodia del canto gregoriano, le volte delle cattedrali risuonano di splendide composizioni a più parti, in cui tante voci diverse s’inseguono, s’intrecciano, dando l’impressione della moltitudine, del moto perenne e armonioso della vita stessa. È il trionfo della polifonia.

Tra la fine del 500 e l’inizio del 600 il linguaggio della musica si trasforma radicalmente, caratterizzato da un intenso fervore che ha posto le premesse di tutto il progresso successivo: a quel singolare periodo fu attribuito l’aggettivo “barocco”, che ha avuto per molto tempo un significato vagamente dispregiativo, volendo denotare null’altro che un’arte post-rinascimentale decadente e involgarita.

In realtà, i 750 anni che vanno dall’inizio del ‘600 alla metà del ‘700, sono tra i più ricchi della nostra storia. Oggi, a quel periodo, viene riconosciuto tutto il valore che merita, e la parola “barocco”, persa ogni sfumatura negativa, designa semplicemente uno stile, non diversamente da parole come “romantico”, “gotico” o “rinascimentale”.

L’aggettivo “classico”, che distingue la musica della seconda metà del secolo XVIII, indica uno stile ispirato agli ideali di perfezione e di bellezza dell’arte greca e romana, dell’”arte classica” insomma. Tutte le arti di questo periodo, dopo i pomposi manierismi dell’ultimo barocco, ritornano alla purezza di linee delle forme antiche, le più vicine allo spirito rigorosamente razionale del pensiero illuminista.

Anche la musica si volge alla nobile semplicità dell’arte classica. Lasciato il denso, complesso linguaggio polifonico e i lunghi ornati disegni della melodia barocca, la musica “classica” sceglie la strada della linearità, dando risalto a motivi semplici, cantabili, accompagnati da chiare e orecchiabili armonie.

“Stile classico viennese”, così è stato battezzato tutto ciò che d’innovativo e di grande ha prodotto la musica negli anni compresi tra il 1750 e il 1825 circa. Vienna fu la culla della sinfonia, del concerto, della musica da camera; qui la musica strumentale conobbe i giorni del suo massimo splendore, vissero e operarono i tre grandi “classici” della storia musicale: Haydn (1732-1809), Mozart (1756-1791) e Beethoven (1770-1827).

Quando si parla di Haydn come del ” padre della sinfonia”, si rende onore al genio che, per primo, ha saputo creare delle opere immortali, partendo però da premesse che erano già state poste prima di lui a Milano da L. Sammartini (1698-1775) e a Mannheim (Germania) da A. Stamitz (1717-1757).

Haydn, Mozart e Beethoven riflettono nel mondo della musica l’evoluzione della società durante gli anni della Rivoluzione Francese. Haydn è il tipico musicista del “vecchio regime”, al servizio di un principe che gli “commissiona” la musica. Anche Mozart inizia la sua carriera al servizio di un mecenate, ma a un dato momento si ribella e si avventura, purtroppo senza fortuna, nell’esercizio della libera professione.

       Beethoven è colui che inaugura definitivamente l’era dell’artista libero, padrone della propria opera, non soggetto all’autorità di nessuno, uguale per dignità anche all’Imperatore, che non crea per la gloria di un potente ma per cantare i grandi temi dell’umanità: il dolore, l’eroismo, la lotta contro il destino, l’amore per la natura, la gioia e la fratellanza tra i popoli. 

“Libertà, uguaglianza, fraternità”: gli ideali proclamati dalla Rivoluzione Francese, scuotono dalle sue fondamenta anche il mondo della musica che, da questo momento, si avvia verso la sua stagione più fantastica e grandiosa.

La musica, mai come nel periodo romantico ha conosciuto una stagione altrettanto feconda e mai è stata tanto libera! Il musicista può scrivere ciò che sente e far conoscere la propria opera a tutti. Egli riversa in essa tutto ciò che ha dentro: emozioni, idee, immagini, fantasie; quasi una confessione in musica del proprio mondo interiore.

Con l’inizio del 900 i tempi cambiano; il 900 lancia la sua sfida: nessun riguardo per la retorica carica di sentimento e di simboli dell’ultimo 800 romantico. Basta con il passato; le giovani leve vanno alla ricerca impaziente di un’arte originale e libera.

Ed eccoci al 2000, epoca incredibilmente rumorosa: mai come negli ultimi decenni, l’umanità è stata sottoposta a un martellamento di suoni, rumori, ritmi pulsanti e frenetici come quello in cui oggi si svolge tanta parte della nostra vita quotidiana. A questa incessante “colonna sonora” contribuisce in buona misura anche la musica, che è ormai presente in ogni luogo e in ogni momento della giornata e accompagna le nostre attività, le nostre letture, i nostri pensieri. Musica per distrarci, musica per lavorare, musica al servizio della produzione, del commercio, dei consumi. La musica piace, diverte, fa sognare, conforta ed è una delle prime cose che impariamo ad apprezzare. Beethoven disse che la musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. La musica ci comunica messaggi, ci fa provare emozioni, ci coinvolge, ci aiuta quando ci sentiamo tristi e ci fa riflettere sulla vita, ma nello stesso tempo con note cariche di emozioni tristi ci può addolorare e richiamare ricordi spiacevoli. La musica è quello che noi vogliamo che sia: vita, amore, rabbia, forza, gioia, allegria … è tutto e niente. Per noi giovani è una medicina senza effetti collaterali, ci rilassa quando siamo in ansia e ci aiuta a concentrarci quando non riusciamo a studiare.

Cerchiamo nella musica un mondo irreale per sottrarci alle sofferenze, alle difficoltà e ai problemi. Ci rifugiamo nella musica. La musica diventa una casa, la nostra casa, in cui entriamo e usciamo liberamente. Infatti, noi non viviamo la musica ma la abitiamo. Negli ultimi anni il rapporto tra i giovani e la musica è diventato sempre più stretto, perché le canzoni riflettono in modo realistico la vita di tutti i giorni con i suoi problemi, delusioni e speranze. Ascoltandola troviamo dei punti in comune tra l’argomento del testo e la nostra esistenza e per questo ci sentiamo compresi. La musica, inoltre, attraverso le canzoni assolve un’importante funzione sociale, diventando messaggera di pace e sostenitrice d’iniziative umanitarie.

La musica è per tutti un’amica silenziosa, sempre pronta a darti una mano senza chiedere niente in cambio.

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CONCORSO LETTERARIO R. LOGGIA “N. GUERRAZZI” DONNA E’ …

Primo Premio

MARTINA GALLI

Liceo Scientifico “C. Cattaneo”

FOLLONICA

MOTIVAZIONE

L’elaborato affronta con lucida razionalità il tema assegnato attraverso un saggio ben articolato in cui viene analizzata la condizione della donna nella sua lenta e difficile emancipazione storica e nella variegata e complessa realtà delle società e culture della nostra epoca.

La rivoluzione incruenta che ha consentito alle   donne di essere finalmente considerate elemento fondamentale dell’umanità e valore aggiunto, indispensabile  nello sviluppo sociale e culturale delle nazioni, tinge sempre più di rosa il nostro mondo.

“La donna di oggi e’ meravigliosamente bambina, può avere tutto, tutte le porte sono spalancate”.

SVOLGIMENTO

Una rivelazione, da cui è fiorita una rivoluzione. La prima, forse, assolutamente incruenta, incubata all’ombra di un paese abbandonato, spogliato dei propri uomini, prosciugato delle più fresche energie. La prima forse a non avere imbracciato armi, a non essersi ammantata di un colore politico, a non riportare le macchie del reato, strumento tragicamente immancabile in ogni lotta sociale. Non programmaticamente organizzata, non ufficialmente rappresentata, ampiamente inconsapevole della propria portata. Nata piuttosto come misura di emergenza, come sussidio ai meccanismi stessi che sino a quel momento ne avevano ostacolato lo sviluppo.

        E’ la grande rivoluzione di quello che la storiografia indica sotto il nome di Secolo Breve, ai cui albori troviamo un conflitto senza precedenti: la Grande Guerra. E’ proprio negli anni della somma esaltazione della virilità al fronte, della massima valorizzazione della forza maschia, della retorica celebrazione dell’eroismo in termini di medagliette appuntate sulla divisa (enfasi destinata a declinare, fino all’eclisse totale, con la consapevolezza della futilità del massacro), che timidamente, silentemente, si innesca l’ordigno non-violento della partecipazione femminile. Sotto l’egida della salvaguardia del “focolare”, nella stessa morsa della necessità, in tutta Europa, concordemente ha inizio la marcia a passo di danza per risollevare le sorti dei paesi coinvolti nel conflitto. Era necessario continuare ad erogare i servizi, ricoprire cariche, svolgere i lavori (dalla burocrazia alla semina nei campi) un tempo appannaggio degli uomini. Un innesto quanto mai fruttifero: la sorprendente riuscita di quello che era un esperimento dall’esito incerto, rese poi impossibile il ritorno alle condizioni di partenza.

        La rivoluzione, che si è catalizzata nelle rivendicazioni del diritto al suffragio dei movimenti femministi (sulla scia dì Emmeline Pankhurst) non si esaurisce però nell’ufficializzazione della parità dei diritti civili, politici e sociali: la conquista si è compiuta infatti lontana dal clamore, nell’atmosfera dimessa dell’incubo della guerra, attuata da attrici ignare. Le grandi tappe su cui sventola il vessillo rosa, cioè le date delle prime elezioni in cui anche le donne ebbero accesso al voto (solamente dal 2005 in Iraq, nel giugno ‘46 in Italia e negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Urss e Germania), sono la testimonianza, il vestigio dei passi compiuti tuttavia nel silenzio. La raccolta in campi coltivati dal tempo.

        Tuttavia, il decollo del nuovo sistema non fu immediato e affatto indolore,  il riconoscimento dell’inestimabile valore aggiunto, l’accettazione della donna come parte irrinunciabile dell’ossatura della società e di una sua funzione attiva nell’universo lavorativo non solo fu intempestivo, ma mai completamente (senza scarti tra intenzione ed effettiva applicazione) attuato.

        E soprattutto frammentario, discontinuo, asimmetrico. Emisferico, direi. La vernice rosa che lentamente è affiorata dalla coltre incrostata di un maschilismo antico di millenni non si è affatto allargata a macchia d’olio, rimanendo piuttosto arginata entro i confini del mondo occidentale.

        Nei paesi  cosiddetti “islamici” (termine che dovrebbe essere tuttavia approfondito, date le peculiarità etniche che restituiscono un significato davvero polivalente) il “velo” è soltanto il termine esteriore di quella che è una concezione dalle radici profondissime. Soffermarsi a biasimare un costume quale il nascondere ogni possibile centimetro di pelle nuda significa rimanere ai margini della questione. La riflessione, dall’occultamento del corpo come mortificazione della bellezza femminile, dovrebbe spostarsi sul messaggio: assoggettamento.

        I dibattiti politici che infiammano in questi giorni la Francia circa il divieto per le donne islamiche di celarsi sotto il burka, incentrati su sottili questioni politico-diplomatiche, fomentati dal timore che sotto la “gonnella” possa celarsi il terrorista, sono solo vento sul problema più scottante. Non fanno altro che aggiungere strati di stoffa alla tunica, dimenticando chi vi respiri sotto. Non si tratta di sostenere il diritto ad osservare i dettami della propria religione, piuttosto che controbattere affermando l’inesistenza di un passo del Corano in cui venga imposto il velo integrale. Sostenere poi un’argomentazione a favore del velo basandosi sul fatto che non vi sia alcuna intenzione di smetterlo da parte della donna stessa, è un puro sofisma: una schiava felice (perché inconsapevole) non giustifica l’abominio ontologico della schiavitù. Il capo della fune per sciogliere il cappio che soffoca la figura femminile non è da ricercare tra le pagine di un testo sacro, bensì in un codice fisico, scritto, consultabile che traduca sotto forma di diritto civile il valore della dignità dell’essere umano, qualsiasi combinazione cromosomica lo abbia portato alla vita.

        Proseguendo verso est, la sepoltura della donna si fa ancora più profonda: non la si ricopre di tessuto, la si fa sparire ancora prima che possa mostrare un solo centimetro di pelle. Il genocidio chimico e chirurgico dell’aborto forzato si consuma nel più totale anonimato, all’ombra del sorriso di un padre soddisfatto della sua prole dal sesso forte. Soltanto le demografie coatte di Stato espongono poi lo scompenso alla comunità internazionale, presentando pubblicamente un’infamia legittimata. Tra India e Cina, negli ultimi decenni, duecento milioni di bambine non sono nate a causa della combinazione mefitica di un’usanza patriarcale brutale con una legge ufficiale malsana. E’ evidente come l’omicidio “casalingo” (perché non si pensi che sia data alcuna assistenza ospedaliera alle madri) sia duplice. Si può infatti immaginare quale sia l’esistenza di una donna costretta ad interrompere la maternità, con l’aggravante della motivazione: una società che disprezza e rigurgita gli esseri simili a lei. Se poi la “femmina” nasce, nel rispetto del rapporto proporzionale (la riproduzione deve essere d’altra parte garantita!), la si trasforma in ombra: nessuna traccia all’anagrafe, nessun diritto politico, rinuncia all’istruzione e a qualunque assistenza sanitaria. Nelle comunità dell’Africa poi, la femminilità è una concezione interna alla logica del baratto: non solo attraente merce nell’ambito della sessualità, ma anche grande potenziale di sfruttamento come forza-lavoro. Che siano proprio braccia di donne a sostenere l’economia familiare e della comunità non è in questo caso di certo segno di emancipazione, ma estremizzazione dello sfruttamento. Perché accanto alla carta non scritta dei doveri e responsabilità ben definite, non si trova neppure un accenno ai diritti.

        Una geografia alquanto tragica, in cui vige il principio di conservazione: delitto consuetudinario. Estirpare radici così tenaci e infestanti è la sfida del nuovo secolo. Da una serra insalubre di boccioli sgualciti, un tappeto di corolle magnificamente spiegate: questo l’obiettivo, prefisso a Vienna nel 1993 nella Conferenza Mondiale sui Diritti Umani.

        L’operazione, di dimensioni globali, deve partire proprio dal nostro giardino, il mondo occidentale. Qui la rappresentanza garantita dalle costituzioni, le quote stabilite, i pari diritti sono l’ufficializzazione del decadimento di un costume non ancora tuttavia di fatto pregresso. La piena concordanza tra il “de iure” e il “de facto” è ancora chimera.

        La donna non deve più far notizia. Se è vero che lentamente i pois rosa sul tessuto delle professioni di rilievo si vanno via via infittendo, resta come la percezione di una disomogeneità strutturale. La donna è ancora troppo legata al linguaggio del corpo, osservata nella sua gestualità, nella forma più che nei contenuti, troppo poco attentamente ascoltata, portata sul palmo della mano come vanto, orpello di una società che voglia presentarsi come paritaria. Ancora diverso il metro di giudizio e la bilancia con cui vengono pesate le sue parole, diversamente tarata. L’accusa di “carrierismo” di fronte ad un suo possibile successo, è il passo successivo.

        Ella immancabilmente si trova di fronte ad una scelta esclusiva: il lavoro o la famiglia. La terza via, quella della conciliazione è quanto mai impervia: è la scelta del sacrificio, del non riposo, del non respiro. La doppia elica del nostro DNA sociale è ancora imperfetta: l’imparità principale sta proprio nella diseguale distribuzione degli oneri. E’ importante in questo senso non confondere la parità con l’uniformità. Serve uno “statuto speciale” per situazioni “eccezionali”, norme per evitare la scissione psicologica di una donna tra desiderio di maternità e volontà di salvaguardare la propria funzione sociale, ad esempio, in modo che ogni possibile “dolcezza” della vita non si trasformi in vincolo e rinuncia. Serve soprattutto una vera collaborazione tra i due generi. E quest’ultima può nascere soltanto dalla consapevolezza delle proprie differenze, che a partire da peculiarità biologiche, scientificamente individuabili, sconfina sul piano comportamentale e psico­attitudinale. Competenze e predisposizioni, anche prima che venga proposto qualsiasi modello educativo o apparato culturale, non si corrispondono tra uomo e donna, ma si completano. Il fatto che la donna nella propria strategia del “pensare intelligente” prediliga l’aspetto emozionale, abbia migliore capacità di sintesi piuttosto che di analisi, maggiore fluidità espressiva, non si rileva soltanto dai risultati delle più avanzate ricerche neurologiche, ma è esperienza quotidiana. Se tuttavia il procedimento di pensiero femminile prende altre strade rispetto a quello maschile, il punto di arrivo, il risultato dell’attività astrattiva è potenzialmente lo stesso: la capacità intellettiva non ha genere. La complementarietà, nella reciproca valorizzazione, è alla base del principio di funzionamento di qualsiasi ingranaggio. In primis quello di una società valoriale democratica.

        La donna é naturalmente dotata di un pensiero orizzontale, capace di estendersi ed abbracciare chi le sta intorno perdendo spesso la cognizione del suo essere centro (in fondo lo spostamento di baricentro, come fine di ogni possibile egoismo, è un’operazione direttamente collegata all’istinto materno), che completa quello verticistico tipicamente maschile: trama e ordito.

        Sono questa profondità e ampiezza di sguardo che rendono la donna sempre più richiesta nel mondo della scienza: pare che siano proprio le ragazze, inaspettatamente forse, a poter dare il migliore contributo in uno dei principali campi di ricerca, quello della cibernetica e della robotica. La loro moderazione, meticolosità e capacità interattiva, la loro capacità di una competizione sana molto meno intaccata dalla frenesia dell’arrivismo, la loro naturale predisposizione alla solidarietà, sarebbero gli ingredienti principali per la realizzazione di robot che possano trovare un’applicazione realmente utile nei sistemi sociali (a partire dall’assistenza sanitaria fino all’educazione dei bambini). Purtroppo il contributo delle donne alla scienza è sempre stato raccontato in forma aneddotica, in termini di eccezionalità e marginalità, cosicché i nomi al femminile o sono emersi dalle pagine della storia, insieme allo scalpore suscitato, oppure sono rimasti sempre tra le righe: è invece importante livellare i numeri e portare la scienza ad avere due voci, con grande guadagno della stessa.

        Nel loro essere una fonte di energia nuova, così poco sino ad ora sfruttata, le donne sono detentrici di un enorme potenziale intellettivo. Stupisce infatti che molte ragazze, così brillanti nell’ambito scolastico, non riescano poi a sviluppare a pieno le proprie capacità una volta terminati gli studi.

        C’è chi addita, come causa della loro fioritura sterile, un’educazione sottilmente pestifera, in particolare quella proposta tra i banchi di scuola, che rende la donna insicura delle proprie capacità, svuotandola di ogni velleità di autodeterminazione. Proprio la letteratura sembra distillare il veleno più dannoso, proponendo costantemente un genio maschile che spoglia la donna dei propri connotati umani per ora angelicarla, ora demonizzarla, ora farne una musa, ora la causa della propria infelicità. Da impalpabile, eterea, fuggevole creatura avvolta in un alone di sacralità, dalla beatitudine di “Beatrice” e dall’aura di “Laura”, la donna può trasformarsi in una “Elena” (“élein” significa appunto distruzione) mefistofelica (sia essa la bionda della mitologia, o la moretta dannunziana), in una “Angelica” quanto mai terrena, in una “Fosca” mortifera. Se è vero che la più grande letteratura si è servita di eterni femminini dalla discutibile profondità psicologica, o abbassati al ruolo di amanti seducenti e oggetto di desiderio sensuale, o innalzati al di sopra di ogni limite umano spogliandoli di ogni diritto ad occuparsi di “cose terrene”, non è credibile che i testi di insegnamento siano la causa della “debolezza” femminile. Puntare il dito contro un’arte eccessivamente classista, piuttosto che contro il sistema sociale di cui essa era specchio, appare davvero limitativo.

        Ciò che sembra ostacolare maggiormente la donna, non sono nemici o impedimenti esterni. Non sono gli uomini, non sono le leggi. E’ soltanto la giovinezza della loro “coscienza di classe”, la timidezza dell’inesperienza, la difficoltà di adattamento ad un ambiente loro estremamente ostile. Ma è proprio l’assenza di una “tradizione”, di miti e percorsi già tracciati a fare della donna di oggi l’incarnazione dell’innovazione: il senso di “insicurezza” che è proprio del principiante, la coscienza della propria perfettibilità, l’anelito al miglioramento, l’inesausta voglia di fare, sono ciò che rendono la donna la zona di accrescimento della nostra società e non il ventre molle.

        L’umiliante eredità di un passato nell’ombra deve aiutare a comprendere la misura della conquista e rimanere ben presente come modello di esemplarità negativa. L’8 Marzo non è la celebrazione della figura femminile, ma un promemoria, è l’occasione per parlare, adempiere il dovere della testimonianza. Come scrive Oriana Fallaci in “La Rabbia e l’Orgoglio”, alzare la voce diviene “un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. La donna di oggi è meravigliosamente bambina, può ancora tutto, tutte le porte sono spalancate. Dispiegando la propria coscienza, deve iniziare a parlare di sé al fine di abrogare totalmente la primitiva legge di natura che concedeva diritto di cittadinanza alla sola forza bruta. Definire cosa la donna sia è riportarla dentro allo schema metrico da cui è riuscita a svincolarsi, dentro al quadro inespressivo da cui è riuscita a fuggire. E’ togliere di nuovo la “S” al grandioso affermarsi di un Soggetto. Oggi la donna sceglie chi essere.

        La musa prende in mano la penna: e scrive.

Martina  Galli

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CONCORSO LETTERARIO R. LOGGIA “N. GUERRAZZI” 2001 DIALOGO TRA LE CIVILTA’


LICEO CLASSICO DI GROSSETO

1° PREMIO

Riccardo  Capecchi

Motivazione:

L’incontro impossibile,  di pura fantasia, fra Ulisse e Sindbad, così diversi eppure così paradossalmente simili nella loro essenza, diviene lo strumento per  la realizzazione di un incontro sempre più necessario fra le diverse culture, che hanno fatto e stanno facendo, con le loro peculiarità spirituali e le loro ricchezze intellettuali, la Storia dell’Umanità.

Ne risulta un esame profondo ed approfondito delle tematiche legate al dialogo tra le civiltà, con riferimenti storici, filosofici e letterari pertinenti e appropriati; una personale,  razionale e lucida, ricerca di soluzioni possibili per una integrazione effettiva dei popoli, attraverso “lo scambio, la comprensione, la tolleranza”.

L’incontro

           Nel chiaro albeggiare di un nuovo giorno due sagome antiche di navi si stagliano lungo l’orizzonte di un mare, sospese al di fuori del tempo. Su una delle due, una solida trireme greca, un uomo dai capelli già canuti osserva, silenzioso e attento, la strana forma della nave che sta venendo incontro alla sua, mentre l’aletta vermiglia del pileo, mossa da vento leggero, gli palpita sulla guancia. Su l’altra nave, un dhow, veloce imbarcazione araba, un uomo dai tratti islamici scruta in silenzio le sagome sempre più vicine degli uomini sulla nave di fronte a lui, quella nave così diversa dalle solite dhows che aveva visto solcare le acque del Mar Rosso. L’equipaggio della nave araba è inquieto, ma nessuno osa comunicare al loro nakhoda, al comandante, i propri timori. Anche i marinai della trireme greca sono nervosi, ma lo sguardo e il volto del loro sire li rassicura.

           Basta poco, e le due navi si sono avvicinate tanto che le due prue sono separate da appena un passo di mare. I due marinai si fronteggiano, mentre i loro fedeli uomini rimangono in silenzio. Non una parola. Basta un solo sguardo. I due uomini, il greco e l’arabo, si sono compresi. Hanno riconosciuto se stessi negli occhi di un volto straniero.

           Sarebbe potuto andare così un ipotetico incontro tra Sindbad, il viaggiatore del Sind (questo vuoi dire il suo nome), il mitico marinaio protagonista di un ciclo di racconti de “Le mille e una notte“, ed Ulisse, l’uomo “dal multiforme ingegno”, l’eroe greco re di Itaca il cui sofferto ritorno a casa dopo la conquista di Troia ci è stato tramandato dall’Odissea di Omero. Sarebbe potuto andare così, con Ulisse alla ricerca, come gli aveva predetto l’ombra di Tiresia, di un luogo in cui fosse sconosciuto il mare dove offrire un’ecatombe a Poseidone, con Sindbad alla ricerca di nuovi mercati.., ma non avvenne, per il motivo (così banale!) che entrambi non sono altro che eroi mitici, prodotti di due civiltà diverse, e l’idea stessa di un loro incontro sarebbe stata assurda fino a poco tempo fa.

           La storia del loro incontro si scrive oggi, ed è la storia dell’incontro sempre più necessario tra le diverse culture.

           Globalizzazione. Questa parola viene ripetuta sempre più spesso dai giornali, dai mass- media, dalle persone; è oramai sulla bocca di tutti. E’ una parola, questa, che in alcuni suscita forti timori, anche di natura economica: basti pensare ai recenti episodi di forte protesta come quello avvenuto a Seattle nei confronti della globalizzazione dei mercati. Uno degli slogan usati era (parafrasando un vecchio slogan americano) “no globalization without representation”, no alla globalizzazione senza rappresentanza.

           Questi movimenti di protesta riflettono un disagio effettivo, realmente presente nella società. Da molto tempo, ormai, la storia è costretta a seguire l’impetuosa corsa dell’economia: negare questa evidenza ci priverebbe di un importante strumento di analisi del presente e di previsione del futuro.

           Il disagio della società nasce dal fatto che certi meccanismi economici appaiono incomprensibili o peggio ancora indifferenti all’uomo che li ha originati e ai suoi reali bisogni. C’è, in sostanza, il timore di perdere il controllo della situazione, sovrastati da strutture che noi stessi abbiamo creato. Dal timore scaturiscono il rifiuto e la protesta. Credo che tale atteggiamento sia inutile. Il gigante dell’economia non può essere fermato semplicemente chiudendo gli occhi.

           La globalizzazione è inevitabile. Nel 1929 si ebbe una prova eclatante della forte interdipendenza dei mercati: il crollo della Borsa di Wall Street si ripercosse sull’economia mondiale portando un generale periodo di crisi. Certamente il processo di globalizzazione nasconde dei pericoli, ma non credo che il modo migliore di risolverli sia ignorarli. Inoltre, se in un tale processo si annidano pericoli, vi trovano pure alimento opportunità che potrebbero far ben sperare per il destino del nostro pianeta. Certo, i problemi sono molti. Prima di tutto c’è quello dell’integrazione tra “razze” e culture diverse, che non è affatto un problema da poco. Il professor Samuel Huntington dell’Università di Harvard ha scritto un saggio di successo sul presunto “clash of civilizations” (scontro tra civiltà) di dimensione mondiale che incomberebbe su di noi in un futuro imminente. In pratica egli teorizza un inevitabile scontro tra le diverse culture, tra i diversi sistemi filosofici dell’umanità, puntando soprattutto l’attenzione sullo scontro che ci dovrebbe essere tra l’Occidente e l’Islam.

           Oggi nel mondo ci sono più di un miliardo di musulmani e più di un miliardo di cristiani. A questi devono essere aggiunti almeno mezzo miliardo di individui fortemente plasmati dal confucianesimo e un po’ meno di un miliardo di indù, oltre ai buddisti e a molti altri ancora. Il pericolo di scontri tra i fondamentalismi di ispirazione religiosa è innegabile. Questo pericolo è particolarmente grande nell’Asia centrale, nel Caucaso meridionale, in Asia sud-occidentale, nel Medio Oriente inclusa la Turchia, in molte regioni dell’Africa, dall’Algeria fino alla Somalia o alla Nigeria.

           Ma tale pericolo è tangibile anche nei paesi europei. E’ necessario però sottolineare che questo è un pericolo, non un esito inevitabile. E’ un pericolo da prendere in considerazione con attenzione e molta cautela, ma non per questo va considerato come la predizione esatta di quello che sicuramente accadrà. Chiunque si sia interessato ad altre religioni ha trovato sicuramente (forse con sua grande sorpresa) che, assieme alle più vistose divergenze, esistono numerose concordanze sul piano etico tra le diverse religioni. Basti citare la cosiddetta “regola aurea” dei teologi: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che essi facciano a te”. Questa regola è l’equivalente dell’imperativo categorico (laicissimo e assolutamente razionale) formulato dal filosofo Immanuel Kant; in principio si tratta dello stesso comandamento morale che si trova nell’Islam, nell’Induismo così come nell’Occidente cristiano.

           Chi scava ancora più profondamente troverà ulteriori concordanze tra queste dottrine: il rispetto della vita, il principio fondamentale della non-violenza (con l’eccezione dell’autodifesa), il principio di solidarietà nei confronti del vicino (equivalente a l’amore per il prossimo proprio dei cristiani). Variano semmai le scale di valori: le democrazie occidentali pongono sul più alto gradino i diritti e le libertà del singolo, mentre le culture orientali vi pongono piuttosto i doveri verso la famiglia e la società.

           Ci sono comunque delle buone basi di partenza per un fruttuoso dialogo tra culture: dunque è davvero possibile una convivenza pacifica tra i popoli. Si potrebbe obiettare che una cultura come quella islamica, che predica la diffusione delle dottrine di Maometto tramite ogni mezzo, sembra difficilmente integrabile con quella occidentale. Ma se nel XII secolo d.C. a Cordoba, nella Spagna mussulmana, un filosofo come Averroé ha potuto sviluppare le sue idee in un clima di relativa tolleranza, è possibile sperare che certe forme di tolleranza ideologica possano ripetersi al di là di ogni contrasto religioso. Certamente occorre mettere da parte i fondamentalismi, ma il fondamentalismo non può e non deve identificarsi con la religione. Tolleranza, dunque. Ma la tolleranza da auspicare, necessaria nel processo di globalizzazione (pena il clash of civilizations), non deve nascere dall’indifferenza, bensì dal rispetto attivo e concreto, dalla stima verso le altre convinzioni fondamentali maturate nel corso della storia. In pratica, non passività e accettazione, ma tolleranza “alla Voltaire”, una casa comune dei valori dell’uomo. Non ci può essere tolleranza senza comprensione.

           Questa è la lezione, assai amara, che ricaviamo da un libro di Tzvetan Todorov, “La conquista dell’America”, dove è reso evidente come lo sterminio delle popolazioni dell’America Centrale da parte degli Spagnoli guidati da Cortés derivi proprio dall’incomprensione della cultura degli Aztechi e dei Maya da parte dei “civilizzati” Europei, dal rifiuto dell’Altro. Non a caso, il libro di Todorov reca come sottotitolo: “Il problema dell’Altro”.

           In fondo, lo scontro tra civiltà nasce proprio dal rifiuto dell’altro da noi, del diverso, dalla paura di perdere di fronte a l’altro la propria identità. L’identità originaria di ciascuna cultura non va cancellata, sarebbe una perdita. La lingua di ciascun popolo va mantenuta. La lingua di un popolo riflette la sua storia, la sua mentalità, la sua energia. Non è giusto che tale patrimonio si disperda. “Tolleranza” e “convivenza comune” non significano affatto “mescolanza omogenea di culture”.

           Occorre fare attenzione, quindi, perché, se le culture non mantengono la loro individualità nel dialogo, rischiano di alimentare inutili timori tipici degli integralismi. Non ci può essere comprensione senza scambio, senza dialogo. Per questo sono molto importanti i nuovi strumenti di comunicazione, primo fra tutti Internet, che consente uno scambio immediato tra più culture. Proprio sul Web si misura con mano la forza della globalizzazione: tramite Internet noi possiamo dialogare con qualunque angolo del pianeta e ricevere notizie in tempo reale. Impensabile, fino a poco tempo fa.

           Scambio, comprensione, tolleranza. È esemplare in questo la figura di Sindbad, l’eroe-simbolo dello scambio tra culture. Nel suo primo viaggio Sindbad instaura subito un dialogo con l’altro, con lo straniero: «Stavo anche in compagnia dei sapienti delle Indie, e li ascoltavo […] io facevo loro domande, e loro le facevano a me, e tutti imparavamo cose piacevoli e nuove.” (dal racconto del primo viaggio di Sindbad). Non è l’unico esempio riportato nei racconti. Sindbad è il viaggiatore che porta con sé merci e cultura, è un mercante spinto dal guadagno ma è anche attento al dialogo con l’altro, sempre pronto ad imparare dal proprio interlocutore.

           La figura di Ulisse è più complessa. Levinas, nel libro “Humanisme de l’autre homme”, definisce Ulisse come un uomo che vive il ritorno alla sua isola come compiacimento di sé, conferma dei propri saperi e misconoscimento dell’altro. In effetti, se guardiamo bene, Ulisse nell’incontro con l’altro è sempre estremamente sospettoso e diffidente (anche con la graziosa Nausicaa); inoltre la maggior parte degli incontri fatti da Ulisse nell’Odissea sono incontri pericolosi, violenti, risolti nello scontro o nella fuga.

           Lo stesso incontro col Ciclope si risolve in stratagemma: in pratica, Ulisse sembra davvero affermare il proprio “io” in opposizione a l’altro bestiale incontrato; lo stesso succede con la maga Circe, quando l’eroe sconfigge (e per questo seduce) la maga con la spada e l’aiuto degli dei. Vi è poco dialogo, qui, in effetti… Non bisogna però dimenticare l’episodio (importante) della narrazione da parte di Ulisse delle proprie vicende ad Alcinoo, re dei Feaci (nel libro IX dell’Odissea): innegabile momento di scambio e di comunicazione tra Ulisse e l’Altro. Tuttavia, nel complesso, l’immagine di un Ulisse sospettoso, tormentato dagli dei, accerchiato dai pericoli, rappresenta più, forse, l’uomo moderno spaventato dai “misteriosi” corsi dell’economia, l’uomo che cerca di mantenere la propria integrità, la propria individualità in mezzo a un turbine di eventi (la globalizzazione) che non comprende e che sente come una punizione divina per qualcosa che ha commesso (quasi la persecuzione di Poseidone contro Ulisse).

           Ed in effetti la guerra di Troia, da cui Ulisse fa ritorno, si può spiegare come la trasposizione mitica di una guerra realmente avvenuta in tempi molto remoti tra i greci e le popolazioni “troiane” per il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, importanti snodi strategici ma soprattutto  economici..; certamente, però, non è stata l’economia a dare origine al lunghissimo peregrinare di Ulisse verso casa: sembra essere, questa, semplicemente una curiosa coincidenza, che bene si adatta alla nostra situazione. Non dimentichiamo che Ulisse è un simbolo complesso, ambiguo, multiforme (eroe “dal multiforme ingegno”) , che possiede in sé anche la figura dell’uomo temerario, desideroso di conoscere, che affronta impavido il canto delle Sirene.

           Grazie soprattutto a quest’ultimo aspetto, la figura di Ulisse ha avuto molta fortuna nei secoli successivi, da Dante fino al Novecento, divenendo un simbolo non più soltanto greco, ma europeo, il simbolo dell’uomo che è spinto a soddisfare la sua inesauribile sete di conoscenza andando oltre le Colonne d’Ercole, anche se questo significa morire (come dice di lui Dante nell’Inferno, canto XXVI, vv.85-142). Proprio l’Ulisse dantesco dichiara di aver desiderato di “divenir del mondo esperto, e delli vizi umani e del valore»: forse è proprio lui il simbolo che più si avvicina al desiderio di conoscenza di Sindbad.

           Nonostante tutto, Ulisse va considerato nella sua interezza, con tutte le contraddizioni che lo contraddistinguono e che lo rendono, nel bene o nel male, così vicino a noi. Ulisse ci riflette, riflette l’ambiguità di noi europei in declino, rappresenta la nostra forza assieme alle nostre paure. Dobbiamo fare i conti anche con lui e con i suoi lati oscuri, oltre che con un personaggio ben più «solare» come quello di Sindbad. Sembra quindi che i nostri due eroi-guida non siano poi così simili. Certamente no, eppure (paradossalmente, quasi) Ulisse e Sindbad sono la stessa cosa. Ulisse è un personaggio peculiare, diverso dai tipici eroi greci, dai Greci stessi guardato con diffidenza, per la sua caratteristica di utilizzare l’astuzia e non la forza. Ulisse è, in effetti, un personaggio “orientale”, poiché somiglia molto agli eroi di “Le mille e una notte” (per esempio) per questa sua propensione ad usare l’intelletto. È molto probabile che il personaggio sia di effettiva origine orientale, poi integrato tra gli altri eroi greci.

           Dunque Ulisse e Sindbad avrebbero un’origine comune, proverrebbero entrambi dallo stesso archetipo. Questo, però, non vanifica l’idea e la validità di un loro incontro: infatti Ulisse è stato accolto ed elaborato dal mondo greco secondo i suoi canoni e i suoi valori; si propone ancora, quindi, come un ideale personaggio di confronto con Sindbad, il mercante arabo.

           Il poeta americano T.S.Eliot scrisse un poema intitolato “La terra desolata” (“The waste land”).Il tema fondamentale di questo complesso poema, vero leitmotiv dell’opera, è la contrapposizione sterilità/fertilità che porta il poeta ad auspicare una rinascita, un nuovo ciclo di fertilità che risollevi la «terra desolata» e sterile dei tempi moderni.

           Ma la sterilità è data, in fin dei conti, dall’incomunicabilità, dall’estrema e irragionevole chiusura nell’individualismo, da l’incomprensione dell’Altro da noi: basti pensare a quanto detto finora. La fertilità è quindi comunicazione e scambio. Il poeta stesso ci indica la strada da seguire, la stessa che ci suggerisce l’incontro tra Ulisse e Sindbad.

           Egli scrive negli ultimi versi del suo poema tre parole indiane, riprese dall’Upanishad, un testo sacro Indù. Le tre parole sono: “Datta, dayadhvam, damyata”. Sono tre imperativi che la Voce del Tuono rivolge agli uomini: “DA’, COMPATISCI, RAFFRENA». Ma potremmo anche dire, in altre parole: «SCAMBIA, COMPRENDI, TOLLERA”. Questo è ciò che può portare alla fertilità, ad una globalizzazione vera, sostanziale, ad un reale scambio tra culture.

           È questo il messaggio ultimo dell’incontro tra Ulisse e Sindbad.

           Scambio, comprensione, tolleranza.

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CONCORSO LETTERARIO R.LOGGIA “N. GUERRAZZI” LIBERTA’ E’ …


Primo Premio

Maria Carmela Biancastro

Liceo Scientifico – Follonica

MOTIVAZIONE

La Libertà intesa come stato interiore dell’anima, come ricerca costante e faticosa per “…divincolarsi dalle catene delle costrizioni…”, come liberazione dalle incrostazioni che nel tempo si sono sedimentate dentro di noi rendendo opaco il diamante che giace nel profondo di ogni essere umano.

Se l’individuo sarà capace di percorrere per intero il personalissimo e difficile cammino di liberazione, unendo i suoi sforzi a quelli di tutta l’Umanità, potrà dirsi finalmente libero, assaporerà il gusto sublime della Libertà e, uscendo dal buio profondo della miniera, risplenderà in tutta la sua stupenda bellezza.

SVOLGIMENTO

          Ho pensato a lungo a come sviluppare quest’argomento, forse troppo, ho cercato, nei testi dei maggiori filosofi, come un tema così universale veniva trattato da diversi punti di vista; avrei potuto fare una qualsiasi relazione sul pensiero della libertà dalla civiltà greca ai giorni nostri, ma questa la si poteva trovare anche su una comunissima enciclopedia, e cosi ho provato ad elaborare, tra mille difficoltà, un pensiero autonomo che, seppure suggestionato dalle letture fatte, sentissi veramente mio.

          Il concetto, così importante e apparentemente semplice, sembra sempre più complesso man mano che la riflessione procede, e estremamente travolgente, che uscirne diventa quasi impossibile.

          Sono inizialmente partita da una posizione definita: la libertà non esiste, in quanto ognuno di noi è vittima di mille condizionamenti : l’esperienza che crea a suo modo una prigionia dal passato; le leggi, necessarie per la convivenza, che indiscutibilmente “sacrificano” la nostra libertà per il giusto rispetto delle altre ; le relazioni con gli altri, che anche senza accorgercene ci spingono ad intraprendere certe strade piuttosto che altre ; la coerenza verso noi stessi, e verso l’idea che gli altri hanno di noi, che ci impone scelte su cui poi non siamo del tutto sicuri; i bisogni che guidano la nostra vita, a partire da quello di nutrirsi.

          Intesa come lo stato in cui un soggetto possa agire senza costrizioni mi sembra assurdo cercare di convincermi della sua legittimità, né tantomeno ho la fede necessaria per credere che la libertà si risolva in una cristiana speranza ultraterrena, poiché non mi sento portatrice di nessun peccato originale né penso che la libertà si  possa raggiungere, paradossalmente, quando sottostiamo al giudizio di un ente superiore.

          Chiedendomi se in qualche modo avessi fatto esperienza di qualcosa che avesse a che vedere con la libertà mi sono venuti alla mente dei momenti particolari, in cui la gioia annebbia la vista e sembra tutto pervaso da una luminosità incontrollata, senti su di te la possibilità e ti accorgi che ciò che fai è in perfetta assonanza con ciò che vuoi, un piccolo attimo di realizzazione totale, armonia con ciò che ti è intorno. Allora la libertà esiste ?

          La libertà non esiste come dato, come staticità, ma esiste come ricerca.

Bisogna parlare di liberazione. La ricerca presuppone dal mio punto di vista una totale dedizione e inclinazione alla libertà come atto del possibile, come azione che crea possibilità. La liberazione è dunque tendere verso qualcosa che non si raggiungerà mai in quanto non esistente. Non credo sia importante; lo scopo della liberazione è la liberazione stessa.

          Per liberazione si intende l’azione del divincolarsi dalle catene delle costrizioni, tutte quelle che abbiamo accumulato anno dopo anno e che si sono sedimentate sopra di noi, “come il diamante nella miniera” dobbiamo essere sempre sotto sforzo per risalire verso la luce, che ci apparirà rapida da qualche fessura per poi svanire, poiché nell’acquisizione, nel dato, c’è la fine della lotta che è il fondamento dell’azione.

          Tendere a far si che ciò che è si manifesti come ciò che è: necessità.

          È la necessità di liberare il nostro essere da tutto ciò che non gli appartiene di per sé, ma è frutto di pesanti e inutili sovraccarichi di preoccupazioni, di problemi costruiti artificiosamente, di sofferenze e di dolore, verso la piena accettazione del nostro compito, del progetto di cui facciano parte.

          Il concetto di liberazione è estremamente rivoluzionario, fa dell’impegno costante una delle sue caratteristiche, ed è ciò verso cui noi dovremmo tendere per il nostro futuro. Indispensabile è l’altro inteso come comunità, come genere umano, senza il quale non avrebbe senso essere liberi, l’altro da intendersi come il luogo e il fine della nostra liberazione, con il quale e verso il quale siamo spinti a realizzarci in quanto membri dello stesso genere umano. E proprio a questo che dobbiamo pensare insieme per il futuro, con la memoria delle passate esperienze di totalitarismi disastrosi (quando la libertà di uno soggioga le altrui) e dell’insufficienza del liberismo in senso lato (poiché quando la liberazione è programma perde la sua forza dirompente).

          A un certo punto le catene cedono e sembra di vederla questa luce, e di assaporarlo questo gusto, e per un attimo tutto sembra intero e perfetto, per poi tornare nel buio della miniera, condizione necessaria per lo sforzo di liberazione al quale noi diamanti siamo sottesi.

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DUE CULI DI CAVALLO

DUE CULI DI CAVALLO

Ammiriando uno Space Shuttle sulla sua rampa di lancio, tra le sue caratteristiche principali possiamo notare i due motori attaccati al serbatoio principale.

Questi due propulsori sono, in realtà, razzi a combustibile solido, costruiti in uno speciale stabilimento nello Utah.

Gli ingegneri avrebbero voluto costruirli più grandi, ma i razzi dovevano essere trasportati in treno dalla fabbrica fino in Florida, per cui, visto che la linea ferroviaria che collega lo Utah alla base di lancio attraversa alcune gallerie, i razzi dovevano essere costruiti più piccoli di queste.

Ovviamente, i tunnels sono poco più larghi di una carrozza ferroviaria, per cui i progettisti furono costretti ad adeguarsi allo scartamento ferroviario (distanza tra le due rotaie) americano, ovvero 4 piedi e 8,5 pollici: una misura stranissima. E’ stata scelta perché era quella già utilizzata in Inghilterra e, dal momento che le ferrovie americane sono state costruite da progettisti inglesi, ecco spiegato il motivo di tale scelta.

Gli Inglesi, tuttavia, non avevano inventato nulla di nuovo, ma si erano semplicemente limitati ad utilizzare lo scartamento allora in uso per le rotaie del tram, prima dell’avvento della ferrovia.

Ci si chiederà, comunque, perché mai i tram avessero adottato quella misura: ebbene, bisogna pensare che, a quel tempo, le carrozze dei tram erano costruite ad imitazione delle carrozze a cavalli, i cui assali avevano la stessa larghezza e lo stesso scartamento.

Le carrozze a cavalli erano state a loro volta costrette ad adattare le loro dimensioni alle vecchie strade inglesi (inizialmente costruite dall’Impero Romano per le proprie legioni) che erano sempre piene di solchi scavati dal continuo passaggio delle ruote sul fondo stradale.

I primi solchi furono tracciati proprio dai carri militari romani, i quali dovevano trasportare cavalli da guerra, che venivano disposti affiancati, a coppie.

In conclusione, possiamo dire che lo scartamento ferroviario di 4 piedi e 8,5 pollici deriva dalle specifiche originarie degli antichi carri romani, costruiti proprio con le misure necessarie a contenere i sederi di due cavalli, una misura alla quale, in seguito, tutti gli altri veicoli finirono per adeguarsi.

Ecco dunque che lo Shuttle, il più avanzato mezzo di trasporto mai progettato, ha dimensioni basate su delle unità di misura risalenti ad oltre due millenni or sono: in pratica la larghezza di due culi di cavallo.

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BIANCO E NERO

Bianco e nero

Il nostro pavimento è Bianco e Nero: luce e ombra. Le colonne sono a settentrione (Nadir) e meridione (Zenit). Il M.·.V.·. è ad Oriente (Nascita). Il primo sorvegliante è ad Occidente (Morte). Sole – Luna e tutti i simboli del Tempio stanno ad invocare il dualismo.Ma l’uomo com’è, bianco o nero?

Entrambi, perché dentro ognuno di noi c’è il bianco e c’è il nero: su questo credo che potremmo trovare l’accordo di tutti i Fratelli. Dunque, mi e vi chiedo: l’uomo può essere grigio?Di bianco ne esiste uno solo, di nero uno solo, di grigio infiniti, tutti diversi gli uni dagli altri. L’uomo è variegato, differenziato, mobile, non deve essere un’entità statica, ma un divenire, un continuo contrapporsi a sé stesso: tesi-antitesi-sintesi, bianco-nero-grigio.I fratelli come sono? Tutti bianchi, tutti neri? Non sarebbero fratelli, non sarebbero uomini, sono grigi! Ognuno è a suo modo grigio diverso, contraddittorio con altri; può essere affine, ma non uguale. Cos’è che deve accomunare i fratelli? La libertà, la percezione del bianco e del nero, la consapevolezza di non essere soltanto l’uno o l’altro, ma entrambi.

V.·. I.·. T.·. R.·. I.·. O.·. L.·. : la ricerca del bianco e del nero con la consapevolezza del grigio.Ma questo bianco e questo nero sono immobili? Secondo me no, ma dalla loro mescolanza può nascere sempre lo stesso grigio pur essendo diversi i punti di partenza. Noi camminiamo, squadriamo i nostri quadrati bianchi e neri, che non sono mai gli stessi, almeno individualmente, ma nella collettività dell’officina sono un’entità univoca tesa al lavoro collettivo; ognuno portando il suo grigio, rappresenta un progetto mutevole che si porta sempre dentro due simboli fondamentali: il bianco ed il nero.Noi lavoriamo per distinguere il bianco dal nero, ci scontriamo continuamente con la realtà materiale fuori del Tempio e cerchiamo dentro di esso di innalzarci, di staccarci dalla materia, di discriminare i due elementi e portare nel mondo profano i frutti del lavoro svolto per il bene della Fratellanza e dell’Umana Famiglia.

Usiamo dei simboli, lasciamo i metalli fuori del Tempio, ci riuniamo in un punto geografico, geometrico, geodetico noto solo a Noi, in grazia dell’ora e dell’età. Siamo fuori del materiale, siamo fuori del tempo e dello spazio profano. E’ qui che lavoriamo! Lavoriamo per essere meno grigi, per cercare di essere, se non bianchi, almeno sempre più chiari.

Arriveremo ad essere bianchi? Non credo, ma la nostra tendenza è questa, ci proviamo, ci impegniamo, utilizzando le forza collettiva dell’Officina, gli strumenti e le conoscenze che di volta in volta assimiliamo e coaguliamo all’interno di Noi stessi. Questo è il nostro volere collettivo, questa è la nostra volontà.

Un Fratello

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LA SIMBOLOGIA DEI COLORI

  La simbologia dei colori

di L. Alari

La Massoneria si base su simboli e, i colori ne fanno parte, per cui, penso sia importante conoscerne le  origini e il loro significato.

Quando da neofiti varchiamo la soglia del Tempio, il primo colore che vediamo è il NERO. I nostri occhi vengono bendati all’ingresso per non vedere niente di quello che c’è dietro la porta, e per non scoprire anticipatamente quello che in futuro con pazienza e dedizione dovremo apprendere. Boucher dice: “soppressa la vista, gli altri sensi acquistano acutezza; l’udito soprattutto, si affina.”

I nostri occhi saranno bendati fino a quando non avremo superato tre prove per poter chiedere di vedere la luce

Al momento del giuramento il Maestro Venerabile chiede al Maestro Esperto: “che cosa domandate allora per il profano?”.  L’Esperto risponde: “La piena luce dell’Oriente”.

Ecco che, tolta la benda veniamo accecati da una forte luce bianca. Ci guardiamo intorno perché dobbiamo piano, piano adeguarci alla luce ed ai colori, e subito ci sentiamo  timorosi di quello che ci circonda. Forse abbiamo paura, forse siamo emozionati, cerchiamo subito di fissare nella nostra mente ciò che più ci colpisce, un pavimento a scacchi Bianco e Nero. Alzando poi gli occhi, vediamo persone abbigliate in modo diverso, ed ancora non sappiamo il perchè. Alcune di loro indossano un grembiule Bianco ornato di Nero, altre, invece lo hanno ornato di Rosso e portano fasce Azzurre ornate sempre di Rosso con scritte in Oro.

Non è facile per il neofita dare un significato a  tutto ciò. Nemmeno un Apprendista è in grado di farlo. Forse dal grado di Compagno uno riesce a comprendere appieno il significato dei colori.

Io personalmente mi sono chiesta: “Perché questi colori e non altri?”. Forse, sono giunta ad una spiegazione, ma non so se è quella giusta.

La Scuola Pitagorica ha tenuto sempre in grande considerazione i propri antenati. L’uomo primitivo delle caverne aveva a sua disposizione pochi colori:

–      il Nero ottenuto dal carbone

–      il Rosso ottenuto dal sangue degli animali, 

–      l’Ocra  ottenuto da particolari terre.

Egizi, popoli orientali, Greci e Romani usarono successivamente colori minerali, ottenuti in vario modo.

Di conseguenza, i colori principali dell’antichità che non subirono mutamenti fino al ‘500 furono:

–      il BIANCO: ottenuto dalla calce diluita,

–      il GIALLO: ottenuto dalle ocre cioè terre speciali,

–     l’AZZURRO: ottenuto con miscugli vari in cui predominava il rame, oppure i lapislazzuli,

–      il VERDE: ottenuto sfruttando ossidi naturali di rame, in particolar modo il verderame,

–      il ROSSO: ricavato dai solfuri come il cinabro, oppure da resine vegetali, oppure dalle ghiandole di un mollusco marino il Murice,

–      il NERO: ottenuto con corpi carbonizzati.

Forse, proprio perché la Massoneria come scuola iniziatica ha preso molto dalla Scuola Pitagorica, ha assunto come colori quelli appena detti.

Vediamo il loro significato in Massoneria dettagliatamente.

BIANCO: può essere considerato come il non colore oppure la completa unificazione di tutti i colori dello spettro solare per la sua capacità di riflessione. E’ simbolo di purezza e di verità in senso positivo, oppure del pallore della morte in senso negativo. Infatti in Cina il bianco è il colore del lutto anche se con esso intendono il non colore della morte.

Il grembiule del Massone è bianco, simbolo di innocenza e di purezza, doti indispensabili per essere ammessi alla “Loggia Celeste presieduta dal Grande Architetto dell’Universo”. Orlato in colori diversi per distinguere i FF\ Apprendisti e Compagni dai Maestri nel Rito Scozzese Antico ed Accettato.

In un antico rituale massonico si legge: “Userete il grembiule per tutta la vita e, alla vostra morte, esso sarà deposto sulla bara destinata a conservare i vostri resti e con essi rimarrà sotto immote zolle della terra. Fate che il suo candore vi esorti sempre a quella purezza di costumi e a quella rettitudine morale che ispirarono nobili azioni, alti pensieri e grandi realizzazioni”.

Bianchi sono i guanti, indice anche quindi di purezza e di nobiltà.

L’Apprendista al momento della sua iniziazione, tempo addietro riceveva due paia di guanti bianchi: uno per sé e l’altro per donare alla “donna che stimava di più”, non necessariamente la moglie.

I guanti bianchi spiega Wirth, ricevuti nel giorno dell’iniziazione evocano per il Massone il ricordo dei suoi impegni. La donna che glieli mostrerà allorché sarà sul punto di mancare gli apparirà come la coscienza vivente, come la guardiana del suo onore. Quale più alta missione si potrebbe affidare alla donna che “si stima di più?”. Poiché l’amore spesso è cieco, può ingannarsi sul valore morale di colei che deve essere l’ispiratrice di tutte le opere grandi e generose.

I guanti bianchi del Massone significano che le sue mani sono pure perché non hanno preso parte all’assassinio di Hiram. L’indossare i guanti bianchi alle riunioni provoca a  mio avviso un’atmosfera particolare di pace e di serenità.

Durante l’iniziazione, quando il Maestro Venerabile consegna al neofita i guanti dice:

“Questi significano dovere…..Non offuscatene mai il candore. Le mani del Libero Muratore devono restare sempre pure”.

Bianchi sono i grembiuli dell’Apprendista e del Compagno,  Per il Porciatti il bianco indica Fermentazione cioè sviluppo, elevamento, opera del lievito nella fattura del pane; è il frutto del Sole, della Luce, dai tanti colori che sono uno e Uno solo.

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Plantagenet ricorda che originariamente il grembiule era fatto di pelle di agnello per ricordare la  pelle con la quale la leggenda  biblica riveste Adamo ed Eva costretti ad abbandonare il Paradiso e votati al dolore. Il dolore osserva, “non è una maledizione per l’uomo, è la causa generatrice della sua felicità; colui che scoprirà il mistero delle due colonne non potrà dubitarne. Imparerà pure che il lavoro è un castigo solo se si persegue a fini egoistici; affinché sia una sorgente inesauribile di gioia, occorre che sia amato per se stesso, occorre che non sia in funzione unica di moventi degradanti, ed ecco che il Grembiule è bianco, immacolato e puro. Conservandolo così, ciascuno può, sul suo piano, realizzare quella perfezione a cui aspira ogni iniziato.

NERO: Posto in naturale relazione col bianco, inteso come il suo opposto.

Il Pavimento della Loggia è a scacchi bianchi e neri, simbolo della dualità. Attivo e passivo.

Osserva Ragon “Emblema della varietà del suolo terrestre, formato da pietre bianche e nere, unite da uno stesso cemento, simboleggia l’unione di tutti i massoni del globo, malgrado la differenza di colori, di climi e di opinioni politiche e religiose; è un’immagine del bene e del male di cui è seminato il cammino della vita”.

Il pavimento a scacchi, secondo Plantagenet, “ha per significato, secondo gli antichi rituali, la stretta unione che deve regnare fra i Massoni legati tra di loro dalla verità. Questa verità, tuttavia, non ci appare qui uniforme, poiché essa simboleggiata da una alternanza regolare di bianco e  di nero…..”

Il simbolismo del Pavimento a Mosaico,  è in effetti quello del Bene e del Male inerenti all’esistenza terrena, ma si riferisce    pure al Corpo e allo Spirito, materialità e spiritualità,  uniti ma non confusi. Per “materialità” è inteso tutto ciò che avvicina l’uomo all’animale, cioè una vita puramente fisiologica e per “spiritualità” tutto ciò che tende a liberare l’uomo dai legami della materia. Ogni azione chiama una reazione che ristabilisce l’equilibrio.

Corrisponde alle Tenebre, alla Morte spirituale, all’affondare nell’oscurità, nel lutto, nel buio. Il nero del lutto e della penitenza è contemporaneamente la promessa della futura resurrezione, della rinascita, nel corso della quale si trasforma prima in grigio e poi in bianco. Nell’alchimia NIGREDO è il nome della pietra filosofale in grado di trasformare la materia primordiale, il presupposto della futura ascesa spirituale.

Per il Porciatti indica la Putrefazione, che è la Chiave, la Grande chiave che discopre l’interiore del mistero e rende l’occulto manifesto, la morte delle accidentalità, il primo passo verso la Generazione, il mezzo fra il Non Essere e l’Essere. È decomposizione, corruzione, il nero principio del mangiamento delle forme.

AZZURRO: simboleggia lo spirituale perché dispone gli uomini alla meditazione. E’ il colore del cielo, della volta del Tempio perché è il simbolo del cosmo. L’azzurro è il colore del firmamento, è il più profondo, il più immateriale (il colore dell’acqua, del vuoto presente nell’aria, del cristallo, del diamante).

I primi tre gradi della Massoneria sono detti azzurri.

Azzurra è la volta del Tempio.

Azzurra è la fascia del Maestro.

Azzurri sono i Collari dei Dignitari di Loggia.

Azzurri sono i Labari.

Secondo Steiner, l’immedesimazione con il colore azzurro consentirebbe di passare “…..attraverso il mondo sentendo il bisogno continuo di progredire con esso, di vincere l’egoismo in noi, di diventare macrocosmici e di sviluppare la dedizione”.

Nella sua “Teoria dei colori” il Fr\ Goethe stabiliva un nesso, altamente significativo per i Maestri Massoni, tra l’azzurro e il nero. Steiner semplifica ciò dicendo: “…Fuori, nel lontano spazio cosmico, vi è oscurità. Cosicchè, quando qui è giorno, si guarda in alto verso l’oscurità, e si dovrebbe propriamente vedere nero. Ma non appare il nero. Si vede azzurro perché tutto intorno a noi è illuminato dal Sole. Aria ed Acqua vengono illuminate. E’ chiaro dunque che si vede le tenebre attraverso la luce”.

Sul soffitto del Tempio è dipinta la volta stellata: essa rappresenta il cielo, la notte, con una moltitudine di stelle visibili. “La volta del Tempio” spiega Ragon, è “azzurra e stellata come quella del cielo perché, come essa, ripara tutti gli uomini, senza distinzioni di condizioni e di colore”. La contemplazione di un cielo stellato dà un senso di quiete e una notevole serenità di spirito, e ispira non al sogno ma alla meditazione. La volta stellata dei Templi massonici è oltre al simbolo della sua universalità, quella della sua vera trascendenza.

Per il Porciatti indica Calcinazione, riduzione del corpo in calce, cenere, terra; è la morte. Filosoficamente è l’estrazione della sostanza; suo agente è l’acqua, l’acqua azzurra. È un assioma ermetico: i Chimici brucian col Fuoco, i Filosofi con l’Acqua.

ROSSO: Simbolo del fuoco che accende l’animo e lo purifica: Appartiene alla sfera dello spirito. Esso è legato al fuoco e all’amore, ma anche alla lotta per la vita.

Ricorda la Fenice, l’uccello che esce dalle fiamme per ricominciare una nuova vita.

Nell’alchimia il rosso, insieme al bianco costituisce un sistema dualistico e simboleggia il principio originario dello zolfo, il “FIAMMEGGIANTE”. Questa polarità potrebbe dipendere dall’antica opinione che quando il sangue (mestruale) si incontri con il bianco (lo sperma), possa nascere una nuova vita; per questo motivo il rosso unito al bianco sono simboli della creazione.

Per il Porciatti indica la Soluzione, che nella chimica ordinaria è attenuazione o liquefazione, in quella trascendentale è riduzione alla sua prima materia, al seme, seme di vita di cui si anima il rosso sangue.

Per i Massoni il rosso indica il grado supremo del “Rito Scozzese Antico ed Accettato”. Infatti i gradi dal quarto in poi vengono detti “Massoneria Rossa”.

GIALLO-ORO: E’ il colore principale della passamaneria e delle frangiture presenti negli arredi e nelle insegne della Massoneria. Conferisce quindi un carattere radiante ed espansivo. Si tratta simbolicamente del colore dell’Intelletto creatore.

VERDE: E’ un colore legato prevalentemente al mondo vegetale, in Massoneria è legato all’Acacia, al sempre verde, simbolo dell’immortalità in grado di Maestro.

Durante la cerimonia del Solstizio d’inverno vengono donati a tutti i FF\ presenti rametti verdi (cedro, abete ecc.) segno di pace e prosperità.

Il  verde è il colore dello smeraldo e di conseguenza del Graal. E’ il colore della speranza.

Nella simbologia astrologica il verde si riferisce all’acqua, il rosso al fuoco, il blu all’aria e il nero alla terra. Nei tre regni il verde corrisponde ai Vegetali, il rosso agli animali e il nero ai Minerali.

Il verde è complementare del rosso e, in Magia il verde è il colore attribuito al piano astrale o intermedio tra il piano fisico e i piani superiori.

Il verde glauco fu considerato colore nefasto e ancora oggi molte persone temono di indossare un verde che, secondo loro, porta disgrazia. Sotto questo punto di vista il verde è considerato il colore dei corpi in decomposizione ma, nello stesso tempo è anche simbolo di rigenerazione poiché la Vita nasce dalla Morte.

Nei racconti popolari il verde era il colore delle fate e, si dice, che queste si irritavano quando qualcuno portava il loro colore. Nella liturgia cattolica, il verde è usato nei paramenti sacerdotali nelle domeniche precedenti le due feste più importanti il Natale e la Pasqua, in segno di attesa, di speranza.

Per concludere vorrei  farvi notare i colori di due bandiere nate negli ultimi anni. La bandiera dell’O.N.U. e quella degli Stati Europei. Tutte e due hanno lo sfondo azzurro, colore dei nostri Labari ed in più quella Europea è punteggiata di stelle color oro disposte in cerchio. Sarà un caso?

Ho detto

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I 3 PUNTI

I tre puntini; quale significato e quale origine?

di Ernesto Enrico Tauber

I  tre puntini disposti a delimitare un triangolo isoscele, a volte equi­latero, sono di uso diffuso presso di noi (ma non nella Massoneria inglese) e vengono adoperati, come segno di abbreviazione, a volte anche in modo eccessivo, senza remore e senza problemi, quale parte di quell’arredamento della avita casa paterna di cui parla, a pro­posito di simboli, uno dei nostri rituali.

Il grande ciurmadore Léo Taxil (Gabriel Antoine Jougand-Pagès, 1854-1907) intitolò la prima delle sue opere antimassoniche, nel 1886, Les Frères Trois Points, accreditando così una del tutto arbitraria interpretazione profana che venne attribuendo al segno grafico ar­cane valenze esoteriche che noi stessi abbiamo finito per accettare, pur senza saperle spiegare. Per la verità ne tratta brevemente Jules Boucher nella sua Simbologia massonica, ma non può neanch’esso che riportare delle opinioni più o meno fantasiose e più o meno filologicamente esatte (per esempio viene esposta e subito confutata e dismessa come cervellotica l’opinione che il segno derivi dall’anti­co egizio). Altri vogliono farli risalire al Compagnonnage — anzi,ad un preciso tipo di questo: i Compagni di Libertà o del Dove­re di Libertà — dove avrebbero significato il triangolo o anche il triscele.

Il che, di per sé, non significa nulla: il triangolo è configurato dalla posizione dei punti, ma sarebbe ben azzardato affermare che que­sto è un simbolo il cui significato, per definizione, sta al di là del­l’apparenza.

Se vogliamo cercare di andare oltre, conviene partire da un ovvio punto fermo: i tre puntini sono innanzitutto un segno di abbrevia­zione. Vengono posti dopo la prima lettera, maiuscola, della parola che si desidera abbreviare o, in caso di possibilità di equivoci, dopo la prima sillaba. Se la sillaba termina con una vocale, occorre ag­giungere la prima consonante della sillaba seguente, perché il segno non può seguire, per tradizione, una vocale. Per esempio: F T fra­tello, ma Seg T o, più comunemente Segr T  per segretario, O T per Oriente; Obb T per  Obbedienza; A TL T  o A TV TL T anno di vera luce; Orat T oratore; Prof T profano.

Al plurale si ha MM T  VV T Maestri Venerabili;  RR T LL T Rispet­tabili Logge. In casi particolari si triplicano le iniziali: III T FFF T Illustrissimi Fratelli.

Il secondo punto fermo appare non meno importante: il segno di abbreviazione non ha valore esoterico. La sua origine è precisabile: è nota persino la sua data di nascita. La storia dei 3 punti inizia il 3 dicembre 1764, giorno sotto il quale comparvero per la prima volta in un documento, ovviamente manoscritto, della Loggia La Sincérité all’Oriente di Besancon. La prima volta che le troviamo a stampa e invece in una circolare del Grande Oriente di Francia del 12 agosto 1774 in cui abbiamo un “G T O T  de France”.

“Fino ad allora si scrive, per esempio nei verbali delle riunioni del 1772-73 e nei documenti che ne derivano — o le parole intere o, quando una parola deve rimanere segreta, la sua iniziale in maiu­scolo, seguita da un punto o da più punti di sospensione. La sola parola che faccia eccezione è quella di fratello nei manoscritti (ma mai dei documenti a stampa) che si scrive con tre punti a triangolo T o, altre volte, a triangolo rovescio  U” (Ligou).

Appare perciò ben chiarita la comparsa e l’evoluzione dell’uso dei 3 puntini. E’ chiaro pure che si tratta di un puro segno grafico di abbreviazione, senza valore simbolico. Ma ci si deve comunque chie­dere se un segno così originale, nato in un ambiente dove la simbologia, come linguaggio esoterico, ha la sua importanza fonda­mentale sia un fatto puramente casuale e senza alcun significato massonico.

In Massoneria è nota l’importanza del triangolo che contiene il tetragramma Jod He Wau He: jahveh* — e quello che contiene l’oc­chio di Dio: si può dire, anzi, che essi sono i due simboli fonda­mentali presenti nel tempio che forse, concettualmente, precedono anche il Libro Sacro, la squadra ed il compasso, cioè i tre Lumina­ri, rappresentando il G T A T D T U T I tre punti ne potrebbero es­sere un’astrazione simbolica, un’abbreviazione già in sé e significare l’essenza della Massoneria stessa: il fratello viene caratterizzato come Fratello massone — precisamente e sinteticamente come F T

 E dal F T al G T O T la caratterizzazione è quella: “massonico, proprio del­la Massoneria”.

Forse, senza astrusi stiracchiamenti simbolistici è accaduto ed è pro­prio e solamente così.

Nulla di esoterico, ma neppure alcunché di casuale o di banale.

* Si legge Adonai.

Ottobre 1996

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