PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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LA VALIDITÀ DEL PENSIERO DI ERICH FROMM

LA VALIDITÀ DEL PENSIERO DI ERICH FROMM

PER L’UOMO CONTEMPORANEO

L’uomo, nonostante il suo progresso intellettuale e tecnico, è tuttora prigioniero di emotività arcaiche. Viviamo nell’era atomica, ma siamo ancora succubi di idoli e di illusioni che hanno nomi nuovi ma possono corrispondere concettualmente a Baal ed Astarte.

 Il grande problema dei nostri tempi è l’indifferenza dell’uomo rispetto a se stesso. L’uomo deve liberarsi dai fattori emotivi che offuscano e deformano le sue capacità intellettive per incominciare a capire se stesso, la natura, la società e la cultura in cui vive.

                                                                            ERICH FROMM

LA LOGICA ARISTOTELICA

I princìpi logici della filosofia aristotelica, hanno avuto un’importanza fondamentale e decisiva sulla civiltà del mondo occidentale, durante tutto il suo sviluppo culturale, fino all’età moderna ed ancora oggi, in certe particolari manifestazioni di pensiero.

Questo tipo di logica è basato su tre postulati che la tradizione ha raccolto sotto il nome di leggi del pensiero.

            1) – PRI NCIPO D’IDENTITA’, il quale dichiara che A è A.

            2) – PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONE: A non è NON A.

3) – PRINCIPIO DEL TERZO ESCLUSO: dati A e NON A, non ci può essere X che sia contemporaneamente A e NON A.

Queste leggi del pensiero hanno influenzato così profondamente la nostra formazione mentale, che ci sembrano proposizioni naturali, tanto evidenti da non pensare nemmeno lontanamente di poterle mettere in discussione.

Questo dimostra quanto esse siano radicate nel nostro pensiero.

Bertrand Russell, nel suo saggio “I problemi della filosofia” dice. “Anche il nome leggi del pensiero crea disordine, ha creato confusione ed errori perché non si è compreso come, ciò che deve contare, non è che noi dobbiamo pensare in accordo con queste leggi, ma che le cose si comportino in accordo con esse; in altre parole, che quando pensiamo in accordo con esse ciò che pensiamo è vero”.

Nella sua “Storia della filosofia occidentale” poi, lo stesso Russell fa queste osservazioni:  L’influenza di Aristotele, che fu grandissima, nei campi più diversi, fu massima in quello logico. Nella tarda antichità, quando Platone era ancora insuperato nella metafisica, Aristotele era l’autorità riconosciuta per quanto riguardava la logica e conservò questa posizione per tutto il Medioevo.”

La sua supremazia in campo logico ha resistito, in certe correnti di pensiero, anche per molti nostri contemporanei.

“AI giorno d’oggi – prosegue Russell – gli insegnanti cattolici di filosofia e molti con loro, respingono ancora, ostinatamente, le scoperte della logica moderna, ed aderiscono, con strana tenacia, ad un sistema ormai antiquato almeno quanto l’astronomia tolemaica. Lo sviluppo odierno del pensiero aristotelico è così contrario alla chiarezza delle idee, che riesce difficile tenere presente quale gran passo in avanti egli abbia fatto, quando divenne noto, su tutti i suoi predecessori, compreso Platone, o quanto ammirevole sembrerebbe ancora il suo lavoro logico se avesse rappresentato lo stadio di un progresso continuo invece di essere, come in realtà fu, un termine ultimo, seguito da oltre due mila anni dì ristagno.”

“AI tempo in cui l’originalità ha tentato dì affermarsi, un regno, durato due mila anni, ha reso assai difficile detronizzare Aristotele. In tutta l’epoca moderna, quasi ogni nuovo progresso nella scienza, nella logica o nella filosofia, si è dovuto compiere sotto forma di opposizione alle teorie di Aristotele.”

Il pensiero aristotelico influenza profondamente la mentalità corrente. È sufficiente seguire un dibattito su dì un argomento qualunque, per rendersi conto di come le leggi del pensiero siano ancora usate, disinvoltamente, per sostenere punti di vista discutibili, imponendoli come verità assolute, solo perché confortati da stiracchiati argomenti logici.”

L’impostazione della cultura occidentale sulle leggi del pensiero ha avuto come conseguenza, la convinzione, fortemente radicata, che è possibile, con certezza, conoscere la verità per mezzo del giusto pensiero. L’esasperata esaltazione di questo tipo di logica e la conseguente idolatria delle parole, ha portato alla creazione dei dogmi, ad infiniti argomenti sulle formulazioni dogmatiche ed all’intolleranza più spietata in nome della verità.

La convinzione che il credere nel giusto pensiero fosse lo scopo principale e la capacità più elevata della mente umana, ha portato e porta, come conseguenza, ad una situazione non molto convincente e cioè: se un uomo dice di credere in Dio, anche se non vive in Dio, si sente ed è considerato superiore a quello che, pur vivendo secondo un Ideale, rispettando se stesso e gli altri, afferma che non crede in Dio.

A questo punto, è anche molto interessante notare come il linguaggio stesso, svolgendo, tra l’altro, la sua invisibile funzione di filtro, abbia avuto un’importanza non trascurabile insieme alla logica aristotelica, nell’accrescere la confusione che spesso si avverte di fronte a certe espressioni dogmatiche, proprio per l’incapacità strutturale di entrambe a fissare compiutamente, in genere, le esperienze esistenziali oppure i rapporti semantici fra le parole.

IL LINGUAGGIO    

Facciamo, ora, una digressione dal tema che stavamo trattando, interessante la logica, per soffermarci su certe curiosità riguardanti i linguaggi, curiosità insospettate che fanno, quanto meno, riflettere su quanta cautela si deve usare, sempre, quando ci troviamo di fronte a lingue non conosciute personalmente oppure a traduzioni disinvolte ed approssimative. Altra considerazione possibile è come le culture possano avere degli strumenti per difendersi da ciò che può turbare l’equilibrio culturale acquisito, e come questo sia un argomento al quale non è concessa molta attenzione.

In effetti, il linguaggio, insieme alla logica che è adottata da un determinato sistema culturale, costituiscono dei veri e propri filtri i quali lasciano giungere alla consapevolezza individuale solamente certe esperienze, mentre lo impediscono ad altre.

Vi sono, per esempio, in una data lingua, molte esperienze, specialmente nell’ambito affettivo, per le quali non esiste alcuna parola per comunicarle, mentre in un’altra, possiamo trovare più vocaboli per indicare vari momenti ed aspetti della stessa esperienza.

Le lingue moderne, tanto per fare riferimento a quanto dicevamo prima, tendono ad esprimere solo quei fatti e quei sentimenti che superano la prova del nostro tipo di logica, proprio quella aristotelica. La maggior parte delle persone presume che la propria lingua sia naturale e che le altre usino solo parole differenti per dire le stesse cose. In tal modo si presume, erroneamente, che le regole, quando si riferiscono ad un criterio accettato di pensare, siano naturali ed universali. Da ciò discende che quanto è illogico in un dato sistema culturale lo si debba ritenere altrettanto illogico anche in qualsiasi altra cultura, solo perché si ritiene che sia contrario alla logica naturale.

La lingua nel suo complesso, si può affermare che sia un vero e proprio atteggiamento di vita. La lingua è, in realtà, un’espressione compiuta di un certo modo di vedere, sentire e vivere la vita. Ecco perché il linguaggio ha pure, in certi casi, una notevole ed efficace importanza terapeutica.

Vi sono lingue, per esempio, in cui la forma verbale piove, è coniugata in modo diverso a seconda che si voglia intendere, che piove e l’ho costatato perché sono uscito e mi sono bagnato, oppure, perché vedo il fenomeno stando bene al coperto, o perché ne sono stato informato da qualcuno.

Nella nostra cultura, mettendo in evidenza l’aspetto puramente intellettuale della conoscenza, non è molto importante esprimere, concisamente, il modo in cui un fatto è sperimentato, se direttamente o indirettamente o per sentito dire. Nel caso si voglia proprio essere più precisi, si può o si deve ricorrere ad una circonlocuzione.

Un altro esempio delle limitazioni che s’incontrano quando si cerca di passare da una lingua ad un’altra, può essere il seguente. In ebraico, il criterio fondamentale che regola la coniugazione dei verbi, è quello di determinare se un’attività è completa (perfetta) o incompleta (imperfetta), mentre il tempo in cui si verifica (presente, passato o futuro) è espresso solamente come un accessorio secondario. Con i verbi che riguardano le azioni nel mondo fisico, il perfetto indica, necessariamente, il passato, ma con le attività di natura non fisica, come il conoscere, per esempio, la cosa è molto diversa. Se io ho finito di imparare, quest’evento non è necessariamente nel passato, infatti, il perfetto di conoscere può significare: conosco completamente, capisco fino in fondo, oppure ho capito, ho conosciuto. La stessa cosa vale per i verbi, come amare e simili. In ebraico non c’è differenza fra io amo completamente ed io amai.

Diventa di facile comprensione, quindi, come queste particolarità strutturali di una lingua, possano influenzare lo spirito, il contenuto, il senso o la lettera di una traduzione, non certo a favore della chiarezza e della precisione espressiva.

In latino, i due criteri, tempo e perfezione, sono sempre usati congiuntamente e con uguale importanza. In inglese, invece, si mette l’accento predominante sul tempo. Va da sé che questa diversità di coniugazione, si riflette in una diversa modalità nell’ambito dell’esperienza e dei significati.

In inglese, per esempio, la parola awe significa due cose diverse: awe è il sentimento d’intensa paura, come risulta anche dall’aggettivo awful (spaventoso), ma awe indica pure qualche cosa di simile alla profonda ammirazione, come possiamo trovare in awesome (grandioso, imponente), e in away by (messo in soggezione da). Dal punto di vista razionale e conscio, timore ed ammirazione, sono sentimenti distinti e quindi non dovrebbero essere confusi, ma se c’è una parola come awe, usata nell’uno o nell’altro senso, diventa alta la probabilità che si possa, in alcuni casi, congiungere in uno stesso sentire, come valori equivalenti: timore ed ammirazione. Anzi è facilmente comprensibile come possa accadere che, nell’esperienza corrente in una società, timore ed ammirazione non siano l’uno esclusivo dell’altra, anzi che siano convenzionalmente accettate come necessariamente coesistenti, con implicazioni considerevoli nei rapporti fra individui e, particolarmente, nei rapporti con l’autorità. Altro apprezzabile esempio, con uguale forte impatto nell’organizzazione sociale, è la parola aweless che significa: intrepido, senza timore, ma anche, senza rispetto.

La lingua dunque, con il suo lessico, la sua grammatica, la sua sintassi e con le sue espressioni accettate, determina, in modo notevole, quali esperienze possano essere percepite dalla nostra consapevolezza e quale debba essere la loro interpretazione emotiva.

Da quanto appena accennato, si può comprendere quali potenti filtri siano tanto la logica quanto la lingua e come non siano facili gli scambi, fra cultura e cultura, attraverso queste barriere invisibili, ma potentissime.

Soprattutto è importante rendersi conto di quanta cautela sia indispensabile, quando si tentano degli scambi o dei confronti, fra culture diverse.

LA LOGICA PARADOSSALE

Tornando al tema iniziale, dobbiamo dire che non possiamo misconoscere come la logica basata sulle leggi del pensiero aristoteliche, nell’ambito della nostra cultura e più precisamente nel campo scientifico, pur commettendo errori che non hanno consentito di abbracciare la realtà oltre una certa approssimazione, ci ha portati, fino all’età moderna, ad un grado di conoscenza che ha permesso uno sviluppo, tecnologico ed organizzativo, esaltante.   Questi risultati, infatti, sono diventati anche validi argomenti per quanti hanno avuto interesse a sostenere che proprio il corretto pensiero è ciò che maggiormente conta per il progresso dell’umanità. Questo però, non è il solo aspetto derivante dall’adozione della logica aristotelica da parte del mondo occidentale. La nostra cultura ha creato la scienza ed il dogma, ha portato alla Chiesa Cattolica ed alla scoperta dell’energia atomica, ha fatto un uso esaltato ed esaltante dell’intelligenza, escogitando, però, sistemi che non sono riusciti a dare, come invece era auspicabile, una valida soluzione globale, al problema uomo. Ogni tentativo di definire la natura e l’uomo, ha portato a concepire sistemi chiusi, deformanti la realtà, i quali ci hanno indirizzato più verso l’autodistruzione che verso la pacifica convivenza.

In contrapposto alla logica aristotelica, che è stata, come già detto, la struttura basilare della cultura occidentale, e che ha sempre fornito, un’immagine approssimativa ed incompleta della realtà, pur prospettandola, invece, come esatta e totale, nel mondo orientale si è affermata quella che viene chiamata la logica paradossale e che è stata predominante nella costruzione del pensiero cinese ed indiano. Proviamo a cercare di saperne di più, naturalmente, con la cautela del caso, cioè con la cautela che abbiamo constatato necessaria per tentare di capire come stanno veramente le cose.

Nell’approccio con una parte del pensiero di queste due cultura, la cinese e l’indiana, ci troviamo a dover affrontare proprio le difficoltà dovute all’interpretazione di quei filtri di cui abbiamo fatto cenno in precedenza e che per tanti secoli hanno funzionato egregiamente, impedendo scambi culturali travolgenti e profondi. Infatti, la logica ed i linguaggi delle culture di cui trattasi, diversi dai nostri occidentali, hanno sempre attivato tutta la loro potenza ostruzionistica, ed anche oggi gli sbarramenti sono tuttora solidi e resistenti.

Ci renderemo presto conto di come, costruire un modo di vivere e di pensare, avendo come base una logica piuttosto che un’altra, possa conseguire risultati incredibilmente lontani.

Potremo, invece, solo provare ad immaginare, le incertezze e le complicazioni che hanno dovuto superare i traduttori occidentali quando si sono immersi nei segni e negli ideogrammi di antichi testi che, pensate un po’, non sono ancora uniformemente letti ed interpretati nemmeno dagli studiosi orientali dei nostri giorni.

Non c’è alcun dubbio che l’impegno conoscitivo cui ci apprestiamo, si presenti interessante, quanto mai avvincente ma anche da esaminare con entusiasmo controllato.

Per essere sufficientemente circospetti, in quest’avventura, e per cercare di avvicinarci il più possibile a mondi culturali che difendono così bene il loro pensiero, si è ritenuto opportuno affidarci prevalentemente ad uno studioso occidentale il quale, non solo ha tradotto testi antichi e tradizionali ed ha interpretato comportamenti e leggende, ma ha vissuto direttamente, per anni, l’esperienza dottrinaria di cui ci parla. Mi riferisco allo scrittore Alan W. Watts che, insieme al professor D. T. Suzuki di Kyoto e pochi altri, sono riusciti a far conoscere all’occidente qualche cosa che si avvicina molto ad una buona interpretazione dello spirito della dottrina Zen.

Quanto segue è, molto sinteticamente e parzialmente, ciò che ci hanno trasmesso con le loro meravigliose opere di divulgazione.

* * *

I maestri della logica paradossale partono dal presupposto che l’uomo è incapace di afferrare l’unità del mondo. L’uomo può percepire la realtà solo nelle contraddizioni e non potrà mai percepire, nel pensiero, l’estrema realtà-unità: l’uno stesso.

I pensatori brahamani sostengono che i due opposti percepiti, non riflettono la natura delle cose bensì quelli della mente che percepisce. I contrapposti sono una parte della mente umana e quindi, in se stessi, non sono elementi di realtà. Dato che la mente umana conosce la realtà solo nelle contraddizioni, non può essere formulato alcun giudizio positivo sulla realtà stessa. Il pensiero può solo portarci alla convinzione che non è possibile avere una risposta universale. Il mondo del pensiero è impotente e resta prigioniero del paradosso.

La filosofia vedantica dice, drasticamente, che il pensiero, con tutta la sua fine capacità di fare distinzione, è solo un modo per allargare un orizzonte d’ignoranza, in effetti, è questo il sottile ed ingannevole capriccio di Maya, cioè dell’esteriore apparenza della realtà.

L’unico modo in cui il mondo può essere afferrato definitivamente, non sta nel pensiero ma negli atti, possibilmente nell’esperienza dell’unità. Tutto, nella vita, anche ogni piccola azione, può essere conoscenza, ma non si tratta di una conoscenza nel pensiero, logica ed intellettuale, bensì di una conoscenza nella giusta azione.

Per cercare di intuire il pensiero di questi maestri orientali, proviamo ad ascoltare cosa dicono ai loro discepoli.

Lao-Tze: “Le parole che sono strettamente vere, sembrano essere paradossali”

Chuang-Tzu: “Quello che è uno è uno. Quello che non è uno è pure uno”. Ed ancora: “Quello che sa, non si cura di parlare, colui che è pronto a parlare, non sa nulla”.

Notevolmente seducenti sono queste espressioni di un maestro buddista: “Quando ti interrogano curiosi, cercando di sapere cosa Esso sia, non affermare nulla, non negare nulla… Perché ogni cosa affermata non è vera… E ogni cosa negata non è vera… Come potrà qualcuno dire con verità che cosa può essere finché egli stesso non ha pienamente raggiunto ciò che è? E dopo che l’ha raggiunto, quale parola si può mandare da una regione dove il carro della parola non trova una via su cui correre? Dunque, alle loro domande, offri il silenzio soltanto: il silenzio ed un dito che indica la Via.”

Forse, per comprendere meglio gli scopi ed i risultati che si producono con l’applicazione della logica paradossale nell’esistenza giornaliera, sarà opportuno approfondire un poco la conoscenza del Buddismo – Zen.

Dice Alan W. Watts: “Descritto in parole, lo Zen ha molte cose in comune con altre religioni e filosofie; ciò che lo distingue da tutti gli altri sistemi di pensiero è il suo metodo. Mentre è destino di quasi tutte le ideologie o religioni, che nel tempo, si allontanino dallo spirito dei primi seguaci, lo Zen è riuscito a tener vivo questo spirito iniziale fino ad oggi. Dopo 1400 anni, non è degenerato in mero filosofismo, né in una formale osservanza di precetti, dei quali si sia perso il significato originario.”

“Di ciò vi è una duplice ragione: in primo luogo, il risultato dello Zen è un’esperienza spirituale così precisa da essere inconfondibile, in secondo luogo, i più antichi maestri escogitarono un metodo di insegnamento, così particolare che l’intelletto non può, in nessun modo alterare cercando di forzarlo. È un metodo che, se viene adottato, può avere un solo risultato e cioè quell’esperienza spirituale inconfondibile. I due elementi di questo metodo sono inseparabili: il primo è noto sotto il nome di Satori; il secondo sotto quello di Koan. Il Satori è un esperienza ben precisa, per quanto riguarda il modo del suo presentarsi e per i suoi effetti sul carattere, ma indefinibile, perché consiste nel rendersi improvvisamente conto della verità dello Zen. Il Satori è un esperienza istantanea ed è spesso descritta come un rovesciarsi della mente. Il Satori è un sollievo dall’abituale stato di tensione e dall’attaccamento a false idee di possesso. La rigida struttura in cui l’uomo vede di solito configurata la vita, cade improvvisamente in pezzi, e ne deriva un senso di sconfinata libertà. La prova del vero Satori sta in questo: chi lo sperimenta non ha il minimo dubbio sulla pienezza della sua liberazione. Se rimane la più leggera incertezza, il più vago senso che «è troppo bello per essere vero», allora il Satori è solo parziale, perché implica il desiderio di fermare quest’esperienza affinché non vada perduta e l’esperienza non può definirsi completa finché questo desiderio non sia superato. Il desiderio di fermare il Satori, di assicurasi di possederlo, lo uccide, come, d’altra parte, uccide ogni altra esperienza.”

“Mentre il Satori è «la misura dello Zen», perché senza di esso non può assolutamente esserci Zen, ma soltanto un cumulo dì assurdità, il Koan è «la misura del Satori».”

“Il Koan è un problema che non ammette soluzione intellettuale; la risposta non ha alcun rapporto logico con la domanda e la domanda è tale da mettere nel più grande imbarazzo l’intelletto. Eccone alcuni esempi: «Battendo le mani l’una contro l’altra, si produce un suono. Qual è il suono di una mano sola ?». «Un uomo teneva un’oca dentro una bottiglia; l’oca crebbe finché non poté più uscire dalla bottiglia; l’uomo non voleva rompere la bottiglia e neanche far male all’oca. Tu come te la saresti cavata ?»”

“Ogni Koan racchiude qualche cosa che somiglia ad un dilemma; alla mente si propone, in genere, la scelta fra due alternative ugualmente impossibili. Così, ogni Koan riflette il Koan gigantesco della vita, giacché per lo Zen, il problema della vita è quello di superare le due alternative, della negazione e dell’affermazione, che oscurano entrambe la verità.”

“Ogni Koan deve portare, alla fine, ad un’impasse risolutiva. Si comincia cercando di risolverlo intellettualmente e si scopre che contiene una serie di simboli e di analogie. Per esempio, nel racconto dell’oca, è chiaro che l’oca può rappresentare l’uomo, e la bottiglia, le circostanze della sua vita; l’uomo deve o abbandonare il mondo per liberarsene o lasciarsene schiacciare ma, entrambe queste alternative, sono forme di suicidio. Ecco il dilemma fondamentale che deve affrontare il discepolo Zen, e dal quale deve trovare una via d’uscita. Nel momento in cui la trova, lo colpisce il lampo del Satori: l’oca è fuori dalla bottiglia e la bottiglia è intatta perché il discepolo è uscito dalla rigida visione della vita che egli stesso aveva edificato sulle fondamenta deI suo desiderio dì possesso.

“Scrive un maestro sull’esperienza del Koan e del Satori: «Il discepolo, di fronte al suo Koan si accorge che in esso non vi è alcuna spiegazione intellettuale, che è completamente privo di senso, nel significato comune della parola. Si accorge che è insipido, non ha nulla di attraente e, quindi, comincia ad avvertire disagio ed impazienza insieme. Dopo qualche tempo, questi sentimenti si intensificano ed il Koan sembra così opprimente ed impenetrabile che il discepolo è paragonato ad una zanzara che cerchi di pungere un blocco di ferro, ma nel momento in cui il ferro respinge, nel modo più deciso, il fragile pungiglione, e sembra raggiunto un limite insuperabile della tensione mentale, per un attimo, il discepolo sente la sua mente ed il suo corpo cancellati dall’esistenza insieme con il suo Koan. Nell’istante dell’urto, ecco il lampo del Satori ed il discepolo comprende che è penetrato ed ha oltrepassato il ferro e che, dopo tutto, forse, là dove è arrivato non c’è nulla. In quel momento sentirà una gioia inesprimibile, come bere acqua e sapere, per lui solo, che è fresca…»’

“In una famosa parabola Zen, è detto che per coloro i quali non sanno nulla dello Zen, le montagne sono soltanto montagne, gli alberi soltanto alberi e gli uomini soltanto uomini. Dopo aver studiato lo Zen per qualche tempo, uno giunge a percepire la vanità e la fugacità di tutte le forme, e le montagne non sono più montagne, gli alberi non sono più alberi, gli uomini non sono più uomini, giacché mentre l’ignorante crede nella realtà oggettiva delle cose, chi è parzialmente illuminato vede già che esse sono soltanto apparenze che non hanno nessuna durevole realtà e trascorrono come nuvole in fuga. Ma, conclude la parabola, per colui che ha compreso pienamente lo Zen, le montagne sono di nuovo montagne, gli alberi sono alberi e gli uomini sono uomini…”

Questi pensieri, pur nella loro ostica formulazione paradossale, risvegliano, anche in noi occidentali, echi non insopportabili, non si può dire che abbiamo l’impressione di conoscere, ma si ha l’impressione di sentire, come con un senso diverso, un qualche cosa che, per un attimo, sembra più profondo, universale.

Nei dialoghi fra i maestri della scuola Zen ed i loro discepoli, ci troviamo di fronte all’illogica, dirompente ed illuminante compresenza ed identità, del punto geometrico con l’infinito. Sembra di abbracciare, contemporaneamente, tutta una serie d’interpretazioni, che vanno dalla banalità all’immensità inafferrabile.

Domanda il discepolo: «Cosa è il Budda ?»

Risponde il maestro:«Tre libbre di lino.»

Domanda il discepolo: «Se è vero che un uomo comune è come un Budda, perché, allora, non lo sento?»

Risponde il maestro: «Perché fai questa domanda? »

Le risposte sembrano insoddisfacenti, assurde ma, pensandoci, acquisiscono un loro significato. Per esempio, la risposta «Perché fai questa domanda ?» in realtà, pur sembrando paradossale, si può ben capire come possa essere una replica semplice ed esauriente.

Il buddismo Zen, che affonda le sue radici nei secoli, ed ha considerevolmente influenzate le culture cinese e giapponese, ha un atteggiamento che è considerato anti intellettualistico e, quindi, per noi occidentali sconcertante, ma in realtà è decisamente orientato verso un’elementare e completa accettazione della vita, nella sua immediatezza, senza tentare di sovraccaricarla con inutili spiegazioni che la irrigidirebbero, che la ucciderebbero, che impedirebbero di coglierla nel suo fluire libero, nel suo variare senza discontinuità.

Ed anche la posizione anti intellettualistica dello Zen è meno sconvolgente di quanto vogliano evidenziare certi denigratori occidentali, instancabili difensori della logica aristotelica. Questa precisazione di Alan W. Watts è molto interessante e può chiarire certe incomprensioni: “L’intelletto, per chi vive lo Zen, deve essere un buon servo perché altrimenti diventa un cattivo padrone. Mentre gli uomini, in genere, diventano schiavi dei loro moduli di pensiero intellettuale, lo Zen mira a controllare e sorpassare l’intelletto. Ma, come nel caso dell’oca nella bottiglia, l’intelletto, cioè la bottiglia, non è necessario che venga distrutto…”

E così pure quello che la filosofia taoista propone sull’esistenza e sull’umanità è francamente avvincente, ed anche se un po’ spigoloso, forse per la traduzione in un linguaggio che evidentemente non è il suo, riesce a prospettare qualche cosa di nuovo: orizzonti inesplorati nei quali, però, non si prova timore ad avventurarsi.

“La più alta forma di umanità è quella dell’uomo che è capace di adattarsi e tiene il passo con il movimento del Tao. Il fatto stesso che l’uomo si accorga del mutare delle cose e se ne rattristi, dimostra che egli non si muove con il ritmo della vita.”

“Ciò che è assolutamente immobile o perfetto, è assolutamente morto, perché senza la possibilità della crescita e del cambiamento non vi può essere Tao.”

Cerchiamo di capire un poco, almeno, cosa intendono dire questi maestri Zen quando parlano del Tao.

Il Tao è una parola intraducibile, è un concetto che esprime la crescita ed il movimento; in sintesi, è il corso della natura, è la natura stessa. Dice Lao-Tzu (600 a.C. circa): “Il Tao che si può definire a parole non è il vero Tao.”

“Per la filosofia Zen – scrive Watts nel suo libro «Lo Zen» – vivere è come ascoltare musica. Per sentire la sinfonia nel suo complesso, ci dobbiamo concentrare sullo scorrere delle note e delle armonie via via che nascono e si perdono, mantenendo sempre la nostra mente legata al ritmo ed alla melodia. Tutta l’attenzione deve essere diretta alla sinfonia e l’io deve essere dimenticato. Se uno tenta, consciamente, di concentrarsi, non segue più la musica.”

Altro punto molto importante, per completare questo quadro schematico del pensiero con base logica paradossale, è il valore che viene dato all’insegnamento.

Poche righe, forse, sono sufficienti per chiarire bene il concetto.

Il Budda paragonò il suo insegnamento ad una zattera, con cui attraversare il fiume, e che bisogna lasciarsi dietro quando si è giunti all’altra riva. Scritti e dottrine vanno bene fino a quando sono considerate solo come aiuti necessari per superare un momento evolutivo dell’esistenza; i maestri Zen paragonano gli scritti e le dottrine ad un dito puntato verso la luna: è un pazzo colui che scambia il dito che indica, per la luna.

COMPARAZIONE FRA CULTURE

Confrontando i risultati raggiunti, nel tempo storico, dall’Occidente e dall’Oriente, considerati come mondi culturali nel loro complesso, ci troviamo di fronte a situazioni veramente   paradossali.

Nel mondo occidentale, con la massima esaltazione ed affermazione delle possibilità della mente umana, abbiamo creato un mondo nuovo, trasformando e contagiando la natura tanto da essere giunti molto vicino a limiti pericolosi per tutta l’umanità. Si è cambiata la natura per dominarla, ma non si è riusciti a comprendere ed a soddisfare molte delle necessità umane fondamentali.

Nel mondo orientale, con l’esaltazione della giusta azione e della tolleranza ideologica, si è creato un mondo spirituale e di pensiero a totale detrimento della scienza, della tecnologia e del benessere materiale. Non si è contaminata la natura e si sono comprese le esigenze non animali dell’uomo, giungendo ad una certa padronanza psico-fisica del corpo umano

I risultati raggiunti dalle due parti, in senso globale, si possono definire obiettivamente, non soddisfacenti. Soltanto una mente superficiale o narcisista, può vedere in modo univoco gli errori di una sola delle due parti in esame.

Queste grandi culture, per secoli hanno progredito, lungo la loro strada, quasi senza conoscersi, senza influire profondamente l’una sull’altra. Certo, anche per la resistenza opposta dai filtri di cui abbiamo parlato: il linguaggio e la logica. Ma oggi, che il mondo è diventato estremamente piccolo e sono cadute le barriere che lo hanno tenuto diviso per tanto tempo, l’interscambio culturale, iniziato per osmosi naturale, progredisce sempre più, favorito anche dalla considerevole forza di penetrazione fornita dall’imponenza degli scambi commerciali.

Come si è sempre verificato nella storia, quando si ha l’incontro dì due civiltà, anche se questo avviene su di un piano di potere diverso (basti pensare alla Grecia ed a Roma), si sono attuate compenetrazioni tali che hanno, ogni volta, profondamente modificato quasi tutte le strutture culturali delle due contraenti, ad ogni livello di espressione.

Anche in questo caso, quindi, proprio perché oggi le idee circolano con più libertà, e i filtri hanno perso, in parte, la loro funzione difensiva e campanilistica, si può facilmente ipotizzare che la confluenza delle due correnti di pensiero, sommariamente ora tratteggiate, e che già dagli inizi del XX secolo ha maturato i primi frutti, porterà a profondi cambiamenti dell’una e dell’altra parte. La logica del paradosso, per esempio, è già entrata nell’uso delle scienze più avanzate, per formulare ipotesi di studio e per dare accettabilità alla spiegazione di eventi altrimenti inspiegabili.

In una nota: “Lo Zen e l’occidente” di Umberto Eco, si può leggere:

“L’uomo occidentale ha appreso dalla fisica moderna che il caso domina la vita del mondo subatomico, e che le leggi e le previsioni, da cui ci facciamo guidare, per comprendere i fenomeni della vita quotidiana, sono valide solo perché esprimono delle medie statistiche approssimative. L’incertezza è diventata il criterio essenziale per la comprensione del mondo. Sappiamo che non possiamo più dire: all’istante X l’elettrone A si troverà nel punto B, bensì, all’istante X vi sarà una certa probabilità che l’elettrone A si trovi nel punto B. Sappiamo che ogni nostra descrizione dei fenomeni atomici è complementare, che una descrizione può opporsi ad un’altra, senza che una sia vera e l’altra falsa. Pluralità ed equivalenza delle descrizioni del mondo sono accettabili. L’incertezza e l’indeterminazione sono un’oggettiva proprietà del mondo fisico.”

Il cambiamento che si sta producendo nel mondo occidentale, non potrà mai, certamente, concludersi con l’abbandono di tutto quanto è stato costruito, e della mentalità con cui è stato creato. Non ci potrà mai essere, ed anche storicamente è un fatto inaccettabile, una sostituzione totale di un modo di pensare, per quanto affascinante possa essere l’alternativa, non sarà mai possibile trapiantare in toto, in un altro mondo, ciò che è il risultato prodotto da secoli di vita, di creatività e di pensiero.

Dice, infatti, Umberto Eco: “Quanto a parlare della validità assoluta del messaggio Zen per l’uomo occidentale, avanzerei la mia più ampia riserva. Anche di fronte ad un buddismo che celebra l’accettazione positiva della vita, l’animo occidentale non potrà mai rinunciare al bisogno inalienabile di ricostruire questa vita, accettandola secondo una direzione voluta dall’intelligenza. L’occidente, anche quando accetta il mutevole e rifiuta le leggi causali che lo immobilizzano, non può rinunciare a ridefinirlo attraverso le idee provvisorie della probabilità e della statistica perché, sia pure in questa plastica accezione, l’ordine e l’intelligenza che distingue, sono la sua vocazione. Se lo Zen (e con esso tutta la filosofia del mondo orientale) ha riconfermato al pensiero occidentale, con la sua voce antichissima, che l’ordine eterno del mondo consiste nel suo fecondo disordine e che ogni tentativo di sistemare la vita in leggi unidirezionali è un modo di perdere il vero senso delle cose, l’uomo occidentale accetterà criticamente di riconoscere la relatività delle leggi, ma la reintrodurrà nella dialettica della conoscenza e dell’azione, sotto forma di ipotesi di lavoro.”

Ed è proprio per questo motivo che intendo proporre Erich Fromm , e che pongo la domanda sulla validità del suo pensiero per l’uomo contemporaneo. Perché ritengo che il risultato strutturale del lavoro di Fromm nasca, precisamente, dal tentativo dì sistemare il fenomeno vita partendo proprio dai presupposti del pensiero orientale, elaborandoli con l’intelletto, per giungere alla giusta azione, non per mezzo della volontà, intesa come imposizione razionale, ma come scelta, derivante dal raggiungimento di un orientamento del carattere; orientamento che viene a far parte della personalità dell’uomo, quando questi riesce a diventare libero.

Le proposte di Fromm, che partono dalle dicotomie esistenziali insite nella condizione umana, si applicano con un metodo empirico tendente a risolvere il conflitto degli opposti ed a padroneggiare i fenomeni da esso prodotti.

Queste proposte esprimono proprio quell’accettazione critica, preconizzata ed indicata da Umberto Eco, per cui la filosofia paradossale s’introduce nel problema della conoscenza, come ipotesi di lavoro, ma sono proposte che esprimono pure la fede nella ragione (continuità del pensiero squisitamente occidentale), come presupposto fondamentale del suo schema inteso a liberare l’uomo, rendendo conscio l’inconscio, sostituendo l’irrazionale con la consapevolezza. Esaminiamolo, dunque, questo schema dal quale potrebbe anche nascere l’uomo futuro, l’uomo generato dalla sintesi delle due maggiori correnti di pensiero del mondo.

Ritengo, comunque, questo tentativo un’esperienza conoscitiva interessante, e per qualcuno potrebbe essere proprio il dito che indica la via, di cui abbiamo parlato in precedenza. Ricordiamo però, come esortazione generale mai troppo richiamata, per evitare confusioni ingannevoli: ciò di cui parliamo è costituito solo da parole che sono una cosa ben diversa dalla realtà. Per muoverci con una consapevole programmazione sulla superficie terrestre, facciamo uso di carte geografiche, di paralleli e di meridiani come punti di riferimento. ben sapendo che non sono il territorio vero e proprio che vogliamo conoscere; i pensieri, le idee sono solo mezzi con i quali ci si può muovere verso lo scopo, senza essere loro stessi lo Scopo; come la zattera buddista, aiutano ad attraversare il fiume, ma per arrivare alla mèta c’è ancora tanta strada da percorrere, non dimentichiamolo mai.

IL PENSIERO DI ERICH FROMM

L’esame della situazione umana è la base da cui parte Erich Fromm per fondare il suo sistema aperto dell’uomo.

Il comportamento degli animali è determinato dagli istinti, cioè un complesso di scelte esistenziali dettate da strutture neurologiche ereditarie che in parte si modificano con l’esperienza. Per quanto riguarda il corpo e le funzioni fisiologiche, l’uomo, si può dire, appartiene al regno animale.

“L’uomo – dice Fromm – è un animale, però il suo apparato istintuale, in confronto a quello di tutti gli altri animali, è insufficiente ad assicurargli la sopravvivenza se egli non riuscisse a produrre i mezzi necessari per soddisfare i suoi bisogni materiali, e non riuscisse a sviluppare la favella ed a perfezionare gli utensili con i quali trasformare l’ambiente nel quale vive. L’uomo ha un’intelligenza, come gli altri animali, che gli consente di impiegare i processi del pensiero, per il raggiungimento degli scopi immediati, pratici. Ma l’uomo ha un altra qualità mentale che manca all’animale: egli è consapevole di sé, del suo futuro che è la morte, e delle sue modeste qualità fisiche; egli è consapevole degli altri, in quanto distinti da sé, come amici, nemici o stranieri. L’uomo trascende tutti gli altri esseri, perché egli è unico, perché è la vita consapevole di se stessa. Quando l’uomo nasce, sia come specie, sia come individuo, è estromesso da una situazione tranquilla e ben definita, ed è immesso in una situazione indefinita, incerta e sconfinata. L’uomo è messo di fronte al pauroso conflitto di essere limitato e prigioniero della natura, eppure dì essere libero nei suoi pensieri; di essere caduto fuori dalla natura e di esservi ancora dentro; di sentirsi in parte divino ed in parte animale, in parte finito ed in parte infinito; di sentirsi uno con l’umanità e, nello stesso tempo, solo come individuo; dì avere bisogno della libertà, e di non riuscire a liberarsi dal dubbio; di sentire, con paura, la contraddittoria necessità di sottomettersi completamente, per una sicurezza più completa; di conservare la fiducia nel proprio pensiero, per prendere delle decisioni, pur non avendo certezze sul risultato delle proprie decisioni. Però, il vero problema dell’uomo, anche se esso nasce dalle dicotomie ora accennate, non è nelle dicotomie come tali. Il vero conflitto dell’uomo è determinato dal fatto che, questa situazione umana esige una soluzione pratica ed immediata. La risposta che l’uomo deve dare agli interrogativi che gli si pongono, non è, e non può essere, solamente di ordine teoretico, ma deve essere una risposta utile all’intero suo essere, al suo sentire e soprattutto al suo agire. La risposta può essere migliore o peggiore, ma, perfino la risposta peggiore viene accettata purché sia una risposta; purché essa, in un qualunque modo, tradotta in azione, aiuti l’uomo a superare il senso di separazione, acquisendo un convincimento tranquillizzante di unicità e di appartenenza. Naturalmente, nessuna di queste risposte, come tale, indica l’essenza dell’uomo; quello che costituisce l’essenza, se così si può dire, è il bisogno di una risposta. Le varie forme di esistenza e di convivenza umana, sono solamente le risposte che l’uomo dà, tenendo conto delle sue personali possibilità socio-economiche e culturali, alle dicotomie esistenziali. Le idee religiose, le idee filosofiche e politiche tutte, hanno in comune l’intento di dare una loro soluzione, nell’ambito dello schema generale di riferimento fornito da una data cultura. Però, queste contraddizioni, che abbiamo veduto essere saldamente radicate proprio nelle condizioni naturali dell’esistenza umana, questi conflitti che, in sé richiedono soluzione immediata, lasciano, in realtà, all’uomo, due sole possibilità: regredire o progredire.”

“Quello che, talora, è apparso come un impulso, innato nell’uomo, al progresso, non è altro che la dinamica di una ricerca di sempre nuove soluzioni perché, a qualunque nuovo livello l’uomo arrivi, nasceranno sempre altre contraddizioni che lo costringeranno a portare avanti il compito di trovare, ancora e sempre, nuove soluzioni Questo processo, nel senso del progredire, tende ad una mèta: lo sviluppo dell’uomo, in un essere pienamente umano, ed il raggiungimento di una completa unione con il mondo. Una delle qualità peculiari della mente umana è che, quando si trova di fronte ad una contraddizione, non possa restare passiva; il sistema uomo ha bisogno di equilibrio e, quindi, si deve mettere in azione con lo scopo di risolverla. Sembra incredibile, ma tutto il progresso umano è dovuto a questo semplice meccanismo.”

“L’uomo può impedire, o cercare di impedire, alla sua mente di entrare in azione, quando è spinto a reagire alla consapevolezza di una contraddizione, e lo può fare in un solo modo: negare l’esistenza stessa di tale contraddizione. Armonizzare, e quindi negare le contraddizioni, è la complessa funzione delle così dette razionalizzazioni, a livello della vita individuale: invece, a livello della vita sociale, abbiamo delle razionalizzazioni con schemi più generali, ma con la stessa funzione di armonizzare e negare; esse prendono, comunemente, il nome di ideologie.”

“L’uomo ha la possibilità dì reagire in modi diversi alle contraddizioni che gli s’impongono; può cercare di armonizzarle, può tentare di negarle, ma le dicotomie esistenziali, non potrà mai annullarle. Può pacificare la propria mente, come abbiamo già detto, mediante ideologie tranquillizzanti. Può cercare di sfuggire alla sua intima inquietudine, mediante un’attività incessante, volta ai piaceri od agli affari. Può cercare di abrogare la propria libertà e di trasformarsi in uno strumento a disposizione di poteri a lui esterni, immergendo in essi il suo Sé: Ma resterà sempre insoddisfatto, ansioso ed inquieto. Non vi può essere che una soluzione al suo problema: guardare in faccia la verità; riconoscere la propria solitudine fondamentale, in un universo che è indifferente al suo destino; riconoscere che non esiste una potenza che lo trascenda e che possa risolvere per lui il suo problema. L’uomo deve accettare la responsabilità di se stesso, e deve rendersi conto che, solamente impiegando le proprie risorse umane, può conferire significato alla propria vita. Ma anche questo, deve essere vissuto senza l’illusione che ciò implichi l’eliminazione di ogni dubbio, perché il dubbio e l’incertezza, e la loro accettazione come sfida, è proprio la condizione indispensabile che porta l’uomo a sviluppare le proprie capacità. L’uomo non potrà mai cessare di essere perplesso, di meravigliarsi, di porsi nuove domande. Solo se, consapevolmente, si rende conto ed accetta la condizione umana, cioè le dicotomie inerenti alla propria esistenza e la propria capacità di svilupparsi come uomo, sarà in grado di riuscire ad essere se stesso, dalla parte di se stesso, e raggiungere quel senso di attiva serenità che nasce dalla realizzazione piena delle facoltà che sono le sue peculiari: la ragione, l’amore ed il lavoro produttivo.”      

“Anche se la fame, la sete e gli impulsi sessuali sono soddisfatti, l’uomo non  può  essere  completamente  soddisfatto; all’opposto dell’animale, i suoi problemi più cogenti, a questo punto, non sono stati ancora risolti, ma stanno, semplicemente, cominciando a porsi. La disarmonia, nell’esistenza umana, genera bisogni che trascendono, di gran lunga, quelli della sua origine animale. Tali bisogni sfociano in una tendenza imperativa a ricostituire un’unità ed un equilibrio. In primo luogo nel suo pensiero, costruendosi un quadro mentale del mondo, che serva da cornice sistematica di riferimento, dal quale poter trarre una risposta al problema derivante dalla situazione in cui si trova. Dal momento che è un’entità dotata di corpo, oltre che di mente, e deve reagire alle dicotomie della sua esistenza, nella globalità del processo vitale, cioè con il pensiero, con i suoi sentimenti e con le sue azioni, è costretto a sforzarsi di raggiungere l’esperienza dell’unità e dell’unicità in tutte le sfere del suo essere, per trovare un equilibrio nuovo. Pertanto, qualsiasi sistema di orientamento soddisfacente, implica, non solo elementi intellettuali, ma anche elementi di sentimento e di senso, da potersi realizzare nell’azione, in tutti i campi del comportamento umano. La dedizione ad uno scopo, per esempio, ad un ideale, oppure ad una potenza che trascenda l’uomo, come Dio, è l’espressione di questa necessità di completezza che è propria del processo di vivere.”

“L’uomo, quindi, per compiere come si è detto, il tentativo di restaurare l’unità e l’equilibrio tra se stesso ed il resto della natura, ha bisogno di costruirsi uno schema mentale che chiameremo di orientamento e di finalità ideale. Naturalmente, le risposte fornite al bisogno di orientamento e di finalità ideale, differiscono ampiamente, sia nel contenuto che nella forma, e quindi, il significato della vita, che ne consegue, varia in ogni individuo. Esistono sistemi primitivi, quali l’animismo ed il totemismo, nei quali l’oggetto naturale o gli antenati rappresentano risposte sufficienti all’esigenza di significato esistenziale insita nell’uomo appartenente a società che abbiano raggiunto un determinato stadio evolutivo, Esistono sistemi monoteistici, come il buddismo, che sono accettati da milioni di individui. Esistono sistemi filosofici, oppure altri sistemi religiosi monoteistici, che forniscono una risposta alla ricerca di significato da parte dell’uomo, ponendola in riferimento al concetto di una divinità trascendente.”

“Esistono, anche, sistemi che possiamo chiamare laici i quali si radicano, nondimeno, nella medesima necessità da cui scaturiscono sia i sistemi religiosi sia quelli filosofici. Ad esempio, nella nostra cultura, vediamo milioni di persone dedicarsi al raggiungimento del successo e del prestigio. Abbiamo visto, ed ancora vediamo in alcune società, la devozione fanatica di aderenti a sistemi dittatoriali, di conquista e di dominio. Ci stupiamo dell’intensità di tali passioni che riscontriamo essere, molto spesso, assai più forti perfino dell’impulso di autoconservazione.”

“Ma non è chiaro che il vigore ed il fanatismo, con cui tali mète laiche sono perseguite, sono gli stessi che troviamo nelle espressioni religiose ? Non è evidente che tutti questi sistemi di orientamento e di finalità ideale, differiscono tra loro solo nel contenuto, ma non nell’esigenza fondamentale alla quale tentano di dare una risposta?”

“Nella nostra società, che riteniamo a base religiosa, assistiamo a certe manifestazioni che sono in netto contrasto con le regole di vita dettate dalle varie Chiese, regole che non sono rispettate nemmeno dagli stessi osservanti. La situazione diventa comprensibile se ci si rende conto che la loro devozione autentica appartiene a sistemi i quali, per la verità, sono assai più vicini al totemismo ed all’idolatria che a qualsiasi forma di cristianesimo.”

“La capacità di intendere la forza e la natura religiosa di questi impulsi laici, culturalmente accettati, è la chiave per capire le nevrosi e le scelte razionalizzate. Queste due espressioni: le nevrosi e le razionalizzazioni, si possono spiegare come risposte individuali, come forme particolari di religione, tendenti a soddisfare l’esigenza umana di orientamento e di finalità ideale, differenziandosi da quelle che prima abbiamo chiamato ideologie, unicamente per le loro caratteristiche individuali, cioè prive delle schematizzazioni accettate dal gruppo.”

“La conclusione è che, mentre il bisogno di un sistema di orientamento e di finalità ideale è comune a tutti gli uomini, ciò che differisce, in genere, è il contenuto particolare del sistema che soddisfa tale bisogno. Queste differenze sono solo diversità di scopi da raggiungere. La persona matura, produttiva e razionale cercherà dì avere un sistema che gli consenta di agire in modo maturo, produttivo e razionale. La persona che è rimasta bloccata, durante il suo sviluppo naturale, adotterà sistemi primitivi ed irrazionali i quali accresceranno la sua dipendenza ed irrazionalità e rimarrà ad un livello evolutivo infantile, o che l’umanità, nei suoi migliori rappresentanti, ha già cercato di superare migliaia di anni fa.”

“Dunque, si può dedurre da quanto premesso, che l’uomo non è libero tra avere o non avere ideali ma è costretto per necessità, per vivere, a scegliere fra diversi tipi di ideali, a seconda del suo sviluppo psichico e cioè della sua libertà interiore. Spinto da forze inconsce, intimamente convinto di fare scelte razionali, sarà portato ad orientarsi verso il culto della potenza e della distruzione, oppure, verso la ragione e l’amore, oppure ancora, combattuto, tenuto e tormentato da forze contraddittorie, di volta in volta, sceglierà in modo diverso e solo apparentemente sarà un uomo libero.”

Dopo questa lunghissima citazione del pensiero di Erich Fromm, è indispensabile, ora per capire meglio, soffermarci un poco sul suo concetto di libertà.

Dice Fromm: “È un grave errore parlare della libertà dell’uomo in generale, invece della libertà del singolo individuo, perché impostare un discorso sulla libertà dell’uomo non può che avvenire in modo astratto e ciò rende il problema decisamente insolubile. Questo accade perché, nella realtà, ci può essere chi ha una certa libertà di scegliere, ma c’è anche chi, questa libertà, l’ha perduta. Quindi, se si cerca di definire la libertà come un qualche cosa da applicarsi a tutti gli uomini, o si ha un’astrazione, oppure un mero postulato morale che, poi, è la stessa cosa. La libertà non è un attributo costante che abbiamo o non abbiamo.”

“Anche spostando l’analisi sul concetto di libertà di scelta, in senso universale, la cosa non è di facile soluzione, infatti, per il singolo individuo, non esiste nulla di simile alla scelta fra bene e male in senso astratto, ma esistono solamente azioni specifiche, concrete, che sono mezzi verso ciò che è bene ed altre che sono mezzi verso ciò che è male, purché bene e male, meglio o peggio, s’intendano sempre in riferimento alla questione morale di fondo, cioè alla vita. Quindi, e questo è un fatto di basilare importanza, le azioni di cui trattasi, possono essere giudicate, hanno un valore, come mezzi verso il progredire o verso il regredire, verso l’amore o l’odio, verso l’indipendenza o verso la sottomissione. Anche la libertà di scelta, quindi, non è una facoltà normale che l’uomo in generale ha o non ha, ma è, piuttosto, una funzione che fa parte della struttura del carattere di una persona.”

“Alcuni, per esempio, non hanno più la libertà di scegliere il bene perché la struttura del loro carattere non è più in grado di agire in armonia con il bene. Alcuni hanno perduto la capacità di scegliere il male, proprio perché la struttura del loro carattere ha perduto la disposizione verso il male. In questi due casi estremi, possiamo dire che ambedue gli individui sono determinati ad agire come agiscono, perché la risultante delle forze, nel loro carattere, non gli lascia alcuna possibilità di scelta. Nella maggior parte degli uomini, invece, ci sono inclinazioni contraddittorie le quali si bilanciano, in modo tale che si ha, apparentemente, la possibilità di fare una scelta. L’atto che ne consegue è il risultato de­gli sforzi compiuti, dalle varie inclinazioni in conflitto nell’inconscio della persona. E quello che, talvolta, è chiamato atto di volontà, non è che un’inconsapevole razionalizzazione di copertura.”

“Il concetto di libertà può essere usato, secondo i casi, con due significati diversi.”

“Il primo significato è che la libertà va intesa come un atteggiamento, un orientamento, una risultante della struttura del carattere maturo, completamente evoluto e creativo. L’individuo che ha questo orientamento è da considerarsi una persona libera. La libertà non si riferisce ad una particolare scelta fra due possibili azioni, ma alla struttura del carattere in questione. In tal modo, è possibile giungere all’affermazione paradossale che proprio la persona la quale non è libera di scegliere il male, è quella che si può definire completamente libera.”

“Il secondo significato di libertà è quello che indica la facoltà di fare una scelta fra alternative opposte, quindi è una capacità di scegliere, a livello esistenziale, fra quelle che sono le alternative essenziali per l’essere umano e si esplicano nel prendere posizione pro o contro la vita, e cioè favorire la crescita dell’individuo oppure bloccarsi nel ristagno atrofizzante.”

“L’uomo migliore ed il peggiore, come si è già detto, non hanno libertà di scelta. È, invece, per l’uomo che si trova in una posizione intermedia che esiste il problema della scelta. Ma, da quali fattori dipende questa possibilità di optare fra le inclinazioni contraddittorie? Il fattore decisivo, per incominciare a scegliere fra il meglio ed il peggio della vita, è lo sviluppo del discernimento necessario, per agire sulla base della consapevolezza delle alternative e delle loro conseguenze.”

“Sarà necessario prima, fare alcune semplici considerazioni sulla differenza fra consapevolezza e conoscenza, per evitare malintesi interpretativi e di valutazione.”

“Mentre la conoscenza si può considerare come il prodotto dell’apprendimento dall’autorità, cioè dall’insegnamento convenzionale ed alieno, e viene accettata e considerata vera solo perché proviene da fonti gestire dal potere, la consapevolezza è il risultato della scelta razionale di vivere, che una persona fa quando agisce secondo quello che impara da sé, sperimentandolo, provando da sé, osservando criticamente gli altri, superando le illusioni che si è creato o che gli hanno propinato, ed alla fine, conquistando una convinzione, invece di avere un’opinione la quale deriva solo dalla conoscenza.”

“Lo sviluppo della consapevolezza comporta la modifica spontanea dello schema di orientamento e di finalità ideale adottato e, naturalmente, il nascere di nuove contraddizioni, però, in una successione dinamica, positiva e liberante. Al di là di questi risultati già considerevoli, per il raggiungimento di una piena consapevolezza, rimane da compiere l’operazione veramente più importante, al fine di indurre una duratura modificazione del carattere. Si debbono, cioè, acquisire alla coscienza le forze positive ed inconsce che sono dentro di noi e smascherare le razionalizzazioni che, insieme ai preconcetti, limitano ed imbrigliano la libera e ragionevole capacità di criticare. Solo agendo sul razionale e sull’irrazionale che è dentro di noi, è possibile produrre quelle modificazioni nella struttura del carattere per cui, rotto l’equilibrio fra le inclinazioni contraddittorie, l’uomo incomincia ad accrescere e poi ad acquisire l’impossibilità di fare scelte regressive.”

Per tentare di arrivare alla comprensione, anche se parziale, della psiche umana come appare nel pensiero di Fromm, è necessario, ora, considerare sia pure brevemente, anche il concetto di personalità.

La personalità è la totalità delle qualità psichiche ereditarie e di quelle acquisite che, insieme, determinano un individuo e lo rendono unico. Specificatamente, le qualità ereditarie sono tutte le doti psichiche biologicamente date e costituiscono il temperamento. Le qualità acquisite sono quelle risultanti dalle esperienze vissute da una persona, durante la sua esistenza; questo insieme di qualità acquisite costituisce il carattere

Il temperamento si riferisce alle modalità di reazione ed è, come abbiamo detto, costituzionale ed immutabile. Se, ad esempio, un individuo possiede un temperamento sanguigno – dice Fromm – la sua modalità di reazione è rapida ed energica. Ma in che cosa egli sia rapido ed energico, dipende dal suo modo di ‘essere in rapporto’, dal suo carattere. Se è una persona con un carattere produttivo, reagirà in modo rapido ed energico, quando ama, quando s’indigna per un’ingiustizia, quando è colpito da un’idea nuova. Se è un carattere distruttivo e sadico, sarà rapido ed energico nella distruttività o nella crudeltà.”

Il carattere, questo è un fatto importante e fondamentale, muta ed è mutabile in qualche misura, come conseguenza, sia delle normali esperienze emotivamente importanti, le quali se reiterate possono modificare le qualità esistenti, sia dei nuovi tipi di esperienza derivanti dall’accresciuta comprensione e consapevolezza del mondo esterno ed interno dell’individuo, e cioè, si può dire, come conseguenza delle modificazioni intervenute a livello di sistema di orientamento e di finalità ideale.”

PROCESSO DI CRESCITA SEGUENDO FROMM

Da quanto abbiamo appreso fino ad ora del pensiero di Erich Fromm, appare evidente che il punto chiave, per una proficua utilizzazione delle considerazioni proposte, è l’assunto che una parte della personalità umana, e più precisamente il carattere, muti e sia mutabile.

Come si è potuto capire, due sono i tempi del processo nei quali si può impostare l’operazione liberante dell’individuo. In tutti e due i casi, si perviene certamente ad un apprezzabile accrescimento dalla coscienza.

1) Arricchire la conoscenza del mondo interno ed esterno, ed avere la consapevole aspirazione ad impostare la propria vita secondo un sistema di orientamento e di finalità ideale che sia maturo, produttivo e razionale.

2) Scoprire gli impulsi inconsci che l’individuo razionalizza, e portare a livello di coscienza le varie motivazioni inconsce di atti apparentemente ragionevoli.

Questo è lo sforzo che spetta alla parte conscia, deve penetrare, e cioè deve farsi accettare da quel mondo sconosciuto nel quale vengono realmente dettate le motivazioni e vengono decise tutte nostre azioni.

Solo con questa operazione, la parte conscia può pervenire alla consapevolezza della realtà. E per far questo, è necessario che impari ad ascoltare l’inconscio ed a lasciarlo libero di palesarsi senza alcuna interferenza intellettuale, seguendone il ritmo, nello stesso modo che la filosofia Zen propone di ascoltare la musica, per poi portare a livello di coscienza i risultati che, in tal modo, sono acquisiti e vanno ad integrare il sistema di orientamento e di finalità ideale.

Il modo con cui favorire le sopra citate modificazioni interiori può apparire molto semplicistico e, forse, troppo facile da sperimentare. Certamente questo può dipendere anche dall’eccessiva schematicità dell’esposizione, ma in realtà, l’operazione risulta poi essere un processo piuttosto articolato e complesso.

In genere, anche il minimo cambiamento del carattere incontra resistenze di vario tipo, i risultati positivi, faticosamente conseguiti, possono essere considerati, come tutte le modificazioni importanti, una vera e propria nuova rinascita.

Tutto questo perché, la maggior parte delle persone accetta con difficoltà l’idea di essere dominata da forze interne che agiscono anche senza il suo consenso. Poi, anche accettando questo ipotetico stato di fatto, rimane forte il timore che questa operazione di scavo possa rivelargli che, in realtà, dentro è molto diverso da quello che si crede dì essere, ed allora si fanno avanti seri dubbi su cosa potrà diventare il suo Io dopo. C’è chi, pure, non osa affrontare le illusioni che sono dentro di lui, e nel timore di smascherarle e doverle accettare per quello che sono, si crea quelle resistenze razionali che il suo inconscio gli fornisce pur di non trovarsi di fronte ad insopportabili realtà.

Ogni trasformazione, verso una nuova esistenza umana è un parto travagliato. Essa significa, sempre, lasciare una situazione sicura ed apparentemente nota, per una situazione del tutto sconosciuta. Ogni passo avanti nella vita genera paura e dolore, fino a quando viene raggiunto un punto dopo il quale, timore ed incertezza sono dominati e vinti da un sufficiente grado di sicurezza interiore, che prelude ad una vitalità e ad un entusiasmo rintracciabili solo in coloro per i quali vivere significa qualche cosa di più che attenuare stati di tensione, od evitare, ad ogni costo, le sofferenze conflittuali della vita di tutti i giorni. Torneremo in altra occasione ad approfondire i meccanismi psichici e le tematiche con le quali è possibile ottenere i mutamenti di cui si è parlato.

Erich Fromm, nell’esposizione del suo pensiero, non si arresta certo a questo punto. Ho cercato di sintetizzare le sue idee, per stimolare la curiosità ad una sua più approfondita conoscenza ma, nei suoi scritti, egli, usando il suo schema, come strumento e come riferimento, per sceverare i problemi che riguardano l’uomo, sviluppa una precisa disamina dei vari tipi di carattere, evidenzia per esempio, come il comportamento esteriore, apparentemente uguale di due persone, può avere motivazioni psicologiche diverse, descrive le tappe di un processo regressivo, culminante in una vera e propria sindrome di decadimento; in contrapposto, puntualizza una sindrome di crescita delle personalità umane attraverso vari livelli progressivi; studia l’uomo in rapporto con la società, nelle situazioni storiche  passate, ipotizzando  gli orientamenti ottimali per il futuro.

Anche se incompleta, ora, ci siamo formati una certa idea sul pensiero di Erich Fromm, tale da stimolare, certamente, la curiosità di chi voglia saperne di più, ma anche tale da tentare di esprimere un parere sulla validità della sua opera, per l’uomo contemporaneo e per la preparazione di un futuro migliore per l’umanità.

ERICH FROMM NEL FUTURO DELL’UMANITÀ

Dunque, poniamoci ancora l’interrogativo iniziale: che valore può avere, per la soluzione delle difficoltà esistenziali dell’uomo di oggi, l’opera di Erich Fromm?

Ritengo si possa, tranquillamente, rispondere che la tesi contenuta nel pensiero di Fromm ha di certo aperta una via che l’umanità, nella sua evoluzione, non potrà fare a meno di prendere in considerazione e percorrere.

            Sono convinto che le sue idee possano costituire uno strumento, più che efficace necessario. Utilissimo, a noi uomini appartenenti alla cultura occidentale, tanto a livello individuale quanto collettivo, per tentare di sperimentare la logica paradossale come ipotesi di lavoro nell’arte di vivere, senza dover gettare alle ortiche la razionalità della nostra impostazione cosciente, ma portando l’intelletto ad essere un umile servo, invece che un padrone dispotico.

            Alla base del pensiero orientale, come abbiano constatato, c’è il drastico presupposto che afferma l’incapacità della mente umana di afferrare la realtà se non nei suoi aspetti contrapposti e, di conseguenza, il rifiuto ad usare la mente come strumento utile per risolvere i problemi esistenziali.

            In Fromm, invece, pur accettando il principio paradossale delle dicotomie, per spiegare la difficile condizione umana, introduce la consapevolezza con la quale orientare l’individuo verso la giusta azione ed ottenere la modificazione, in senso liberante, del sistema di orientamento e di finalità ideale il quale è un prodotto, anzi una sintesi prettamente intellettuale.

Tuttavia, Fromm accetta il principio che l’intelletto non deve essere il nostro padrone onnipotente, infatti, non può essere utilizzato nel dare la caccia ai nostri legami irrazionali e nella scoperta del nostro mondo subconscio. In questa ricerca, nelle profondità della nostra realtà interna, viene escluso l’intelletto, inaffidabile perché irretito dalle sue ingannevoli razionalizzazioni.

Anche per quanto riguarda le finalità, tanto la filosofia orientale quanto il pensiero di Fromm hanno precisamente lo stesso scopo: l’uomo e la sua salute mentale

C’è, in tutti e due, la vitale importanza che ha la natura, nell’esistenza umana, ed anche la precisa convinzione che i mezzi usati per il raggiungimento dello scopo sopra indicato, gli insegnamenti, le idee, le schematizzazioni non debbono essere fine a se stessi, sono solamente dei veicoli. Come la filosofia buddista dice che la zattera diventa inutile, quando si è raggiunta la riva opposta ed importante è proseguire il cammino, così il pensiero di Fromm non si esaurisce con la definizione dalla condizione umana e le possibili scelte che l’uomo può fare o no.

Il fine delle argomentazioni di Fromm, vera sintesi empirica del pensiero orientale con il razionalismo occidentale, è che l’uomo diventi libero dai legami interiori e viva in modo liberato, per comprendere meglio questa società di uomini nella quale conduce la sua esistenza, per modificarla, facendola diventare una società per gli uomini. La voce di Fromm , ne sono pienamente convinto, è di una validità eccezionale, anche perché, invece di essere come quella di tanti falsi profeti, è una voce di speranza, senza essere una fuga dalle realtà esistenziali.

Termino questo mio collage di pensieri, questo mosaico di idee, con la speranza che il lavoro fatto e le conclusioni raggiunte possano essere utili ad altri come lo sono state per me. La chiusura, l’affido ad uno scritto di Fromm del 1947.

“Finché c’è chi ritiene che il suo ideale o la sua finalità siano posti al di fuori di lui, vale a dire, al di sopra delle nuvole, nel passato o nel futuro, uscirà da se stesso e cercherà adempimento proprio dove non lo potrà trovare. Cercherà soluzioni e risposte in qualsiasi punto, salvo che dove può veramente rinvenirle: in se stesso.”

“Sono in molti i quali propongono che il nostro futuro, personale e sociale, sia garantito solamente dalla nostra materiale efficienza. Ma, palesemente, ignorano certi fatti incontrovertibili. Non vedono che il vuoto e la piattezza della vita individuale, che la mancanza di creatività e la conseguente mancanza di fede in se stessi e nell’umanità, se continueranno ancora, sfoceranno in disturbi emotivi e mentali che renderanno l’uomo incapace persino di soddisfare le proprie finalità materiali. Si odono, oggi, sempre più spesso, profezie funeste che traggono origine da interpretazioni pessimistiche della situazione attuale, che peraltro non è certo esaltante.”

“Ma, queste profezie, non valutano, nei giusti termini, la promessa implicita nelle titaniche conquiste compiute dall’uomo, in tutti i campi dello scibile e dell’arte. In realtà, tali conquiste denunciano, senza tema di smentite, l’inesauribile presenza di forze produttive vive, che non sono compatibili con il quadro di una specie umana in decadenza.”

“La nostra è, indubbiamente, un’epoca di transizione. Il Medio Evo non terminò nel quindicesimo secolo, e l’era moderna non incominciò immediatamente dopo. Fine e principio  hanno  richiesto, per manifestarsi, un periodo che è durato quattrocento anni. Un tempo, in verità, estremamente breve, se lo misuriamo in termini storici e non con il metro dell’esistenza individuale. La nostra epoca è un fine ed un principio, la fase attuale è pregna di possibilità.”

“A questo punto, l’uomo, il quale si sta rendendo conto che mentre cresce il suo potere sulla materia, cresce anche la sua impotenza nella vita individuale e nella società, può sperare nel futuro? può fidare in se stesso e nell’umanità? ha le capacità necessarie per affrontare e vincere questa sfida estrema?”

“Ritengo che la risposta possa essere potenzialmente affermativa, ma con una precisazione fondamentale: per farcela, per avere delle ragionevoli speranze, non possono più essere nutrire né illusioni, nè preconcetti; nè l’esito buono, nè quello cattivo sono automatici e preordinati dal fato. La decisione, ora, spetta solo all’uomo.”

“Spetta alla sua capacità di prendere sul serio se stesso, la sua vita e la sua felicità. Spetta alla sua volontà di affrontare il suo problema morale ed il problema morale delle sue società. Spetta al suo coraggio di essere se stesso e di stare, con ragionevole consapevolezza, dalla parte di se stesso.”

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COS’E’ LA LIBERTA’

La libertà non è una cosa che si possa ricevere in regalo […]

Si può vivere in paese di dittatura ed essere libero; ad una condizione, basta lottare contro la dittatura.

L’uomo che pensa con la propria testa è un uomolibero.

L’uomo che lotta per ciò che ritiene giusto è un uomo libero.

Per contro, si può vivere nel paese più libero della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, devoti, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione si è schiavi.

No, non bisogna implorare la propria libertà da altri.

La libertà bisogna prendersela.»

(Ignazio Silone

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LA LIBERA MURATORIA

La Libera Muratoria, istituzione tradizionale, filantropica e progressiva, basata sull’accettazione del principio che tutti gli uomini sono fratelli, ha per oggetto la ricerca della verità, lo studio e la pratica della morale e della solidarietà. Essa lavora così al miglioramento morale come al perfezionamento intellettuale e sociale dell’umanità. Essa ha come principio la tolleranza reciproca, il rispetto degli altri e di se stessa, la libertà di coscienza. Essa ha come dovere quello di estendere a tutti i membri dell’Umanità i legami fraterni che uniscono i Liberi Muratori su tutta la superficie del Globo.

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LA FESTA ESOTERICA DEL SOLSTIZIO D’ESTATE

La Festa Esoterica del Solstizio d’Estate, ovvero del Giorno di San Giovanni, rappresenta il momento dell’acquisizione del potere occulto supremo, con la consacrazione personale del PUGNALE DELL’ARTE, vero strumento di comando sulle forze dell’invisibile. Esiste una lunghissima e ubiquitaria tradizione su questo momento fondamentale dell’Anno Magico, che introduce l’operatore al culmine della “Fase al Rosso” degli antichi filosofi, cioé alla formazione di quel nucleo personale di forze spirituali che prende il nome di “Pietra” o “Elixir” e che porta alla più alta Realizzazione. Dice Eudossio [Limojon de Saint Disdier – Il Trionfo Ermetico] «… (il) grande Elixir è il più reale di tutti i beni di questo mondo, il più stimabile ed il più grande di cui l’uomo possa essere felice. In effetti le ricchezze immense, le dignità sovrane e tutti i vanti della terra non sono assolutamente da paragonare a questo prezioso tesoro che è il solo dei beni temporali capaci di riempire il cuore dell’uomo. Dà a colui che lo possiede una lunga vita … e mette in suo potere più oro e argento di quanto non ne abbiano assieme i più potenti Monarchi». I Filosofi non confondevamo mai l’oro volgare con quello filosofale, quindi facciano attenzione anche i lettori; è pur sempre vero però che l’azione esoterica non è mai tutta spirituale o tutta materiale, ma investe entrambi i settori, quindi grandi vantaggi si avranno sia dal lato materiale, sia da quello spirituale. Questo Festival è molto atteso da tutti coloro che si interessano, in diversa misura e per diverse finalità, di esoterismo, in quanto comporta l’acquisizione diretta di un grande potere occulto. Tutti coloro che eseguiranno questo Festival potranno infatti consacrare in modo semplice ma molto efficace, il loro personale PUGNALE SUPREMO DEL COMANDO. Questo Pugnale consentirà loro, per UN ANNO INTERO di porre precise richieste riguardo innumerevoli azioni propiziatorie, divenendo un TRAMITE CON LE FORZE DELL’INVISIBILE. Il Giorno di San Giovanni è il Festival dell’Iniziazione Esoterica per eccellenza: delle magiche virtù di questa notte si ha eco in tutte le mitologie e scuole di pensiero esoterico del mondo. Nella tradizione popolare è rimasta viva la convinzione che per San Giovanni il mosto discenda nell’uva, e che la rugiada abbia virtù di panacea e apotropaiche (ossia possa tenere lontane le sventure e le malattie e scacciare le forze negative). Questa rugiada ci introduce nel Regno delle Acque Superiori, che hanno la loro massima celebrazione e potenza proprio in questo giorno. L’inizio del declino del Sole, che dal Solstizio in poi accorcerà il suo arco diurno, fino all’altro Solstizio, quello Invernale (Festival dei Saturnali), coincide con il massimo della potenza delle Forze Lunari, anche lo Zodiaco indica questo fatto ponendo nel Cancro (segno d’Acqua) il domicilio della Luna. Ecco come descrive l’Evento l’emblematico Parmenide della Turba (Il Maestro di tutti i filosofi) «… fate bianca la natura e così tutto diverrà bianco. Cocendo ulteriormente, sorgerà il rosso, l’Acqua del Mare diverrà rosso sangue – segno, questo, del tempo di Dio, segno finale del Suo avvento, di Lui che viene per glorificare i buoni. Ma prima, il Sole perderà la Sua Luce e la Luna assumerà la funzione del Sole; poi la stessa Luna si ottenebrerà e si convertirà in sangue, e Mare e Terra si apriranno, e i Corpi che erano morti sorgeranno dalle tombe e saranno glorificati, e avranno un volto più glorioso e splendente di mille Soli. E il Corpo, lo Spirito e l’Anima saranno glorificati in unità, e renderanno grazie a Dio perché, dopo tanti tormenti, pene e tribolazioni, sono giunti a un tal bene e ad una tale perfezione, da non essere più soggetti a separazione e a corruzione. Se voi non mi capite, non studiate più e non cercate di mischiarvi a noi poiché siete fuori dal numero dei Sapienti.» Cerchiamo allora di capire. Siamo al Solstizio d’estate, 6 mesi esatti dal Solstizio d’Inverno (I Saturnali), se ben ricordate, nei Saturnali succedeva il contrario di quanto viene qui descritto: «Mettete l’Uomo rosso insieme alla Femmina bianca in una casa rotonda circondata da un calore lento e continuo, e lasciateli là sinché tutto sia convertito in Acqua, non volgare ma filosofica, ben presto vedrete una negrezza nella parte superiore, che è segno di putrefazione, la quale dura quaranta o quarantadue giorni. Lasciateli là tutti e due a lungo, finché non vi sia più nerezza, e alla fine fate come al principio». Ovvero unite (ad Halloween) la parte Solare (divina, superiore, volatile), con quella Lunare (passiva, più bassa, fissa), avverrà (con l’Arte del Festival dei Saturnali) la loro fusione da cui la nerezza per la momentanea mescolanza, dopo 40 o 42 giorni (ossia alla Candelora) compare il Bianco, ossia si ha la purificazione. In altre parole, ai Saturnali lo “Zolfo” ovvero il principio maschile che viene identificato con la parte razionale dell’Io (con l’emisfero sinistro in termini anatomici), viene mescolato (nella substantia nigra) con il suo opposto cioé il “Mercurio” che rappresenta la parte femmile, lunare, incoscia e istintiva (anatomicamente l’emisfero cerebrale destro) affinché il primo (l’intelletto razionale) possa conoscere i segreti e i poteri del secondo e viceversa, questo detto in modo semplicistico. La loro fusione necessita di una terza componente (la “Scintilla divina”, il simbolico “Ramo d’Oro) che discende ad Halloween. Abbiamo dunque: Calcinatio (Halloween) l’inizio del processo e prima trasmutazione, Putrefatio (Saturnali) la prima fusione degli opposti, Solutio (Candelora) la purificazione, Distillatio (Equinozio) in cui si separano le 4 sostanze o funzioni, Coniunctio (Calendimaggio) in cui si apre la Via dell’Albero e si ha la moltiplicazione, Sublimatio (Giorno di San Giovanni) dove si completa il Frutto dell’Opera e si realizza il primo potere (conoscenza e potere non sono mai disgiunti), Coagulatio (Il Raccolto) dove il Frutto si matura in Oro e si assimila e infine Tinctur (Michael Superno) dove l’Opera è completa e può “tingere” gli altri “metalli” e dove la Fenice risorge più splendente per iniziare un nuovo ciclo. Ecco dunque che adesso possiamo dare un senso alle parole della Turba. La fase al bianco (Albedo) comprende la Candelora e l’Equinozio di primavera, fase di purificazione e di differenziazione, proseguendo inizia con Calendimaggio la fase al Rosso, dove l’Acqua del Mare diverrà rosso sangue. Il Mare rappresenta la trasformazione del Serpente dopo la purificazione, ossia quella fonte inesauribile di energia vitale, quell’abisso inconscio che deve essere sottomesso, solarizzato e governato per impadronirsi dei suoi grandi poteri. Rappresenta il mondo Lunare, il Regno delle Acque in cui si celano tesori sommersi ma anche insidie e pericoli da dominare. Il fatto che si tinga di rosso sta ad indicare che quest’Acqua si fa positiva (il rosso è sinonimo di alto rango, si pensi alle gerarchie ecclesiastiche o agli antichi romani), passa sotto il controllo della parte solare, della ragione cosciente, diventa cioè strumento di potere, e segno tangibile di questa acquisizione di potere è il Pugnale di San Giovanni, mediante il quale la volontà può iniziare a comandare sulle forze dell’invisibile. Il Rosso prelude all’Oro, cioè al pieno trionfo dell’iniziato, che secondo i Filosofi, riacquisiva in questo modo la propria dignità divina (da cui l’avvento del tempo di Dio). Prima però il Sole deve perdere la sua Luce e la Luna assumere la funzione del Sole. Siamo appunto al Solstizio, dove il Sole inizia ad accorciare il suo arco diurno (il giorno si fa più breve), nel segno del Cancro domicilio della Luna. Siamo nel Regno delle Acque, non era forse il Battista colui che “battezzava con l’acqua”, e dopo di lui qualcun altro avrebbe battezzato con il “Fuoco”, simbolismo che troviamo nel Festival del Raccolto, posto sotto il segno del Leone, domicilio del Sole e inizio della fase “all’Oro”, cioè la fase solare per eccellenza. Prima di giungere all’Oro, l’Iniziato deve però passare per il Regno della Luna (rossa, ovvero di elevata nobiltà e potenza) e sviluppare al massimo le proprie facoltà intuitive, la veggenza, la sensitività e comandarle a piacere. In ogni percorso iniziatico dall’Orfismo allo Sciamanesimo, dall’Alchimia allo Yoga, esiste una simbolica “morte in vita” a cui segue una “resurrezione” alla nuova condizione di sapiente, di “oculatus” (dotato di nuovi occhi), il paragone più noto che sempre si fa è quello del seme, che deve morire per rinascere come nuova pianta. Si può dire che i Misteri vanno prima intuiti e poi capiti. I “morti che risorgono”, sono quelle parti che si erano “mescolate” all’altro Soltizio, che ora sorgono più splendenti e rafforzate e non più disgiunte tra di loro. Ossia, secondo i Filosofi, l’uomo possiede in sé delle forze nascoste, dei grandi poteri, che sono simboleggiati dal Drago ovvero dal Serpente, la Kundalini dello Yoga, che deve imparare a dominare e a porre sotto il controllo della sua parte cosciente, per poi poterli usare a piacimento: questo è in sintesi il segreto dell’Arte. Tutto questo però fa parte di un percorso iniziatico, che si snoda nei Festival dell’Anno Magico e che prevede tappe successive di maturazione e di trasformazione, ricche di un simbolismo che aiuta l’iniziato ad elevarsi ed a intuire ciò che la ragione non può sempre comprendere. Alla fine si realizza quell’unità che è chiamata anche Pietra, o, altrove, Loto dai Mille Petali. Ecco dunque chiarite le parole del Filosofo, e quindi ci sarà di nuovo permesso di “mischiarci” a loro, ciò di iniziare un nuovo ciclo partendo dalla “nigredo”.
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LA DOVE SFAVILLA LA LUCE DEL VERO

La dove sfavilla – la luce del vero

volgiam la pupilla – volgiam il pensiero

E andando ben saldi – l’Oriente per guida

ai vili, ai ribaldi – lanciamo la sfida.

D’ove s’incurvano – le genti grame

sotto il ludibrio – d’ingorde brame,

dove trionfano – menzogne antiche

e nuove ai liberi – ire nemiche:

dov’è una lacrima – dov’è un dolore

splende ivi il raggio – del nostro amore:

ivi e pei tramiti – del mondo intero

va il nostro simbolo – bello e severo:

e va senz’odio – e va senz’armi

forte dell’impeto – de la virtù.

Non vanti, non glorie, – non sogni d’eroi:

le nostre vittorie – stan chiuse tra noi.

Fidenti prudenti – ne l’opre e nel dir

guardiam gli eventi, – guardiam l’avvenir

“Palmiro Premoli” [Crediti: autorizzazione “Sixtrum” anno 2002 numero

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IL MISTERO DELLA MASSONERIA

Il Mistero della Massoneria è per sua natura inviolabile;

il Massone lo conosce solo per intuizione,

non per averlo appreso.

Lo scopre a forza di frequentare la Loggia,

di osservare, di ragionare e dedurre.

Quando lo ha conosciuto

 si guarda bene dal far parte della scoperta a chiccessia,

sia pure il migliore amico massone,

perché, se costui non è stato capace di penetrare il Mistero,

non sarà nemmeno capace di approfittarne se lo apprenderà da altri.

Il Mistero rimarrà sempre tale.

Fratello Giacomo Casanova

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DIALOGO TRA SCIENZA E FEDE

Dialogo fra Scienza e Fede

di Saverio Mitidieri
Primo Gran Sorvegliante del G.O.I.

La Massoneria non si occupa di fede, perché questa è di pertinenza delle religioni e – ormai è ben noto a tutti – la Massoneria non si esprime sulle questioni teologiche. Parimenti la Massoneria non si occupa di scienza in senso stretto, quando per scienza si voglia intendere la ricerca accademica di laboratorio o lo studio specifico delle leggi che regolano la vita materiale dell’universo. Quando però per scienza si intenda la ricerca del vero, ovunque esso si trovi, e della conoscenza in senso lato, allora la Massoneria rientra a buon diritto nel novero delle discipline scientifiche, appoggiandosi alla ragione per i propri studi, ma non rinnegando la fede di ogni suo singolo adepto.

Pur se scienza e fede, come ha dimostrato la storia, sono due categorie disomogenee, ciò non toglie che talvolta esse abbiano preteso di invadere il campo di competenza altrui. Questo è avvenuto, specie nelle religioni, quando si è cercato di disegnare un cosmo conforme al proprio credo e alle proprie sacre scritture, e, a volte nelle scienze, quando si è preteso di negare risolutamente tutto quello che non era riproducibile in laboratorio e misurabile con i criteri delle leggi naturali conosciute – e ciò si è verificato specialmente presso taluni regimi politici che hanno imbrigliato gli scienziati nelle loro dottrine materialistiche.

Da qualche tempo si assiste oggi al tentativo di conciliare l’inconciliabile, in particolare nelle questioni di bioetica, che si tenta di risolvere tramite comitati misti di scienziati e religiosi. In tal modo si verifica la situazione paradossale in cui religiosi si esprimono sulla scienza, tentando di delinearne confini e limiti d’intervento, e gli scienziati a opporsi alla pretesa di essere posti sotto la tutela dell’etica religiosa. Di qui, ovviamente, la rottura del patto di non belligeranza che tacitamente si era stabilito nel corso di questi ultimi secoli, che hanno visto crescere prepotentemente il progresso scientifico ed hanno testimoniato molte scuse da parte della Chiesa.

Quello che nel diritto è il metodo principe – e non soggetto a discussione – che nessuno debba ragionevolmente giudicare imputati o situazioni in qualche modo legati alla propria persona o ai propri interessi, viene irragionevolmente messo da parte quando sub judice ci siano problematiche connesse alla bioetica. E non basta certamente, per risolvere le controversie, la presenza di scienziati (che siano anche credenti) o di religiosi che siano addentro ai problemi della scienza. Non basta perché, nella realtà delle proprie coscienze, a decidere ed esprimere giudizi è quella parte – o scientifica o religiosa – che è preponderante nella mente di chi giudica. Questo perché le due grandezze, scienza e fede, essendo disomogenee e non facilmente conciliabili tra loro, tendono a sopraffarsi l’un l’altra, così che l’una, la più forte in quel dato individuo e in quel momento particolare, diventa leader e relega l’altra parte in un angolo, salvo poi a cedere il posto all’altra quando il “pericolo” (tra virgolette) sia passato. L’inconciliabilità degli opposti, potrebbe essere il titolo di questo psicodramma personale.

Per fortuna non sempre è così! A volte capita che, non la ragione, ma la ragionevolezza prenda il campo nella disputa tra le due rivali. E ciò avviene solo e soltanto quando né scienza né fede siano gli ideali prevalenti in una singola persona. Requisito è che questa debba possedere in eguale misura il rispetto per la scienza e la tolleranza per la fede, ma non essere paladina dell’una o dell’altra parte. Condizione rara, ma non impossibile, essa si verifica in prevalenza tra gli uomini che, pur avendo in sé patrimoni di scienza e sentimenti di fede, promuovano un’etica laica della vita, equidistante ed imparziale nei confronti dell’una e dell’altra concezione.

Evidentemente questa rara e fortunata combinazione si stabilisce proprio tra le persone che, ricche della propria fede personale, hanno coltivato in sé il senso della ragione e della ragionevolezza, incapaci di ledere l’uno e l’altro diritto, quello di ragionare in libertà e quello della libertà nella propria fede. Questo avviene così tanto di frequente nel massone e nelle logge massoniche da poter identificare proprio nella Massoneria il giudice naturale nelle controversie di ordine etico, il baluardo contro il dogmatismo fideistico – che talvolta è cieco, come ha dimostrato la storia (vedi Galileo e tanti altri) -, ma anche contro l’arroganza della scienza – che non tutto è in grado di conoscere e valutare, a causa della propria congenita limitatezza.

Per concludere la Massoneria ribadisce il suo messaggio di speranza: è possibile conciliare l’inconciliabile, per gli uomini di buona volontà, quando si sappia cercare in sé le ragioni della vita, si sappia riconoscere ed apprezzare le leggi materiali del creato, e si voglia percorrere il sentiero infinito della Luce, che porta inevitabilmente alla conoscenza dell’unico Vero.

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AVEVO SENTITO PARLARE DI LEI

Avevo sentito parlare di lei per la prima volta dalla moglie di un  amico, stupita che ci fossero donne così spregiudicate da prestarsi ai  desideri più estremi dei loro amanti. Il caso m’era sembrato curioso  anche se venato di banalità, come tutti quelli in cui Eros si unisce in  qualche modo a Thanatos, e quando don Alvaro cominciò il suo racconto la  vicenda conosciuta a Venezia mi tornò subito in mente.


Alvaro Queimado era un uomo di circa quarant’anni, non bello, ma dotato  di un fascino flebile, di un atteggiamento cortese, quasi molle, venato  di entusiasmi e attacchi di malinconia silenziosa, repentini e fugaci.  La sua conversazione era un avventura pericolosa per un interlocutore  sprovveduto: in lui, come spesso succede, il difetto di essere quasi  incapace di ascoltare e di intendere si univa a quello di un egotismo  triste e in un certo modo rassegnato. L’ interlocutore si trovava  intriso di un disagio malevolo, rendendosi conto che la sua presenza non  era per i racconti di Don Alvaro niente più che un pretesto, e cercava  in qualche modo di sottrarsi a un confronto così sgradevole. Don Alvaro lo sapeva. Il genere in cui eccelleva era dunque il racconto, tanto da
avere sempre a disposizione, nella sua capace memoria, storie diverse,  in modo da riconciliarsi con i suoi scarsi ascoltatori e avvincere  progressivamente la loro attenzione arricchendo il suo parlare ora con  vocaboli ricercati, ora con figure retoriche, ora con considerazioni  filosofiche e morali, che sembravano tratte da vicende passate secoli
prima… Accortosi che io invece ricercavo la sua compagnia e sedevo  volentieri al suo tavolo, mi ringraziava aprendo gli occhi leggermente  più del necessario, quando arrivavo, in un’espressione di gratitudine. A me, che amo il silenzio più che le parole sprecate per riempirlo, questo suo modo di esprimersi, così meditato e artefatto, piaceva. Lo
consideravo un lato caratteristico e un poco triste di un tipico abitante del Portogallo, questa terra un tempo ricchissima e ora così povera, che la fortuna mi aveva fatto conoscere.
Lo trovai, come quasi tutte le sere, fra le sette e la scomparsa del  sole dietro il Mar della Paglia, seduto a un tavolino del nostro caffé di Lisbona, in un largo vestito di lino color tabacco, assorto sul suo boccale di birra. Dopo una mezz’ora passata in quel silenzio interrotto da rare parole, che a tutti e due noi piaceva creare, si chinò verso di
me e mi chiese a bassa voce se avevo mai letto o sentito parlare di una donna chiamata Saervia, specificandomi la grafìa latina del nome: caso inconsueto, diceva, di prostituta per aspiranti suicidi.

Ignoravo il nome, ma gli raccontai la strana storia che avevo saputo a Venezia. Lui annuì e sorrise, come faceva sempre quando stava per cominciare uno dei suoi “numeri”, cosí li chiamava. Lui Alvaro la storia l’ aveva saputa per frammenti, la prima volta dalle labbra di una donna che veniva a rassettargli la casa e che parlava ininterrottamente e tanto volentieri da mettere -anche lei, come me, sorrideva don Alvaro- l’interlocutore in una condizione difficile, quasi nel timore di farle uno sgarbo sottraendosi alle sue parole, di fronte alle quali non c’era gran differenza fra una scusa o per un impegno reale. E ricordava la storia della “puttana che ammazza”, fra le tante raccontate, come una diquelle che servivano, nella costellazione narrativa della stiratrice, a dimostrare fra esclamazioni e scuotimenti di testa il punto a cui era arrivata la società di oggi. Donna ferita dal suo stesso racconto di un caso di depravazione di donna, essa la gratificava generosamente di insulti: una ladra, una lesbica, una donnaccia. “Rimasi colpito da questa storia -disse Don Alvaro- e mi tornò in mente quando, ritornando da una notte di alcolici e sigarette a casa di un conoscente, e sveglio per l’ora ormai prossima alla mattina, chiesi al mio tassista di  possibili case d’appuntamenti aperte, e quello si dimostrò informatissimo su luoghi, prezzi e qualità dei servizi. Aveva la disposizione a chiacchierare che si può provare talvolta, se si è svegli verso le quattro, le cinque della mattina, quando tutti gli altri dormono.

Gli chiesi allora, come poco fa ho chiesto a lei, se aveva mai sentito parlare di una particolare prostituta, che accoglieva gli uomini a morire presso di lei. Mi disse che era un poco fuori Lisbona, se quella di cui aveva sentito parlare lui era la stessa alla quale mi riferivo io. E che se mi interessava mi poteva portare da lei, come aveva fatto diverse volte con altri “clienti”. Rimasi un po’ sorpreso della naturalezza con cui mi fece questa proposta.
“Ma non le sembra un po’ strana, questa ‘signora’, e non ha paura di noie con la polizia? chiesi.- Strana, signore? -esclamò, quasi stizzito- forse mi sembrerebbe strana se non facessi il tassista, se non vedessi ogni giorno la gente andare a perdersi per le più insignificanti sciocchezze. Sul sedile dov’è lei ora ci sono passati tanti che ora sono morti, alla guerra, alle colonie, all’ospedale, o in modi ancor più banali. Strani a me sembrano invece tutti quelli che vanno in giro senza scopo. E ce ne sono certi che passano tutta la giornata cosí: mi dicono vai di qua e poi vai di là, si capisce che non sanno nemmeno loro bene dove vogliono che li porti, poi scendono, risalgono, danno un altro indirizzo, alla fine mi pagano conti salati e hanno buttato via due ore. Questi sì, mi sembrano strani, a
volte mi fanno paura e quando mi accorgo di averne uno a bordo mi aspetto qualunque cosa. Ma uno che voglia farla finita e si rivolga per questo a una bella donna mi pare quasi normale. Non sembra anche a lei una bella morte? E si dice che sia davvero bellissima, questa Saervia, che abbia i capelli castani, lunghi e ondulati e non una voce, ma due: quella di una bambina e quella di una donna adulta, e che t’incanti prima di ucciderti, passando dall’una all’altra”. Dicono che ti uccida senza dolore, proprio quando… Be”, nessuno è mai tornato a raccontarlo, ma una volta dicono che due gemelli, di quelli identici, andarono da lei, perché uno di loro era malato e voleva farla finita. Il fratello lo accompagnò e volle essere presente”. Dicendo così l’autista accelerò e mi diede un’occhiata nello specchietto retrovisore, alle prime luci dell’alba. Mi lasciai portare a casa, anche se avevo concepito il desiderio di passare quell’ora di luce grigia a girovagare con lui attorno alla casa di quella donna; e forse il suo era stato un modo garbato di pregarmi di non farlo”. Don Alvaro rimase per un momento sospeso, poi si girò verso la vetrata alle sue spalle. “Laggiù”, disse indicando la periferia settentrionale della città, ormai avvolta nella notte. Tacque e quella volta non mi squadrò soddisfatto come era solito fare quando terminava uno dei suoi “numeri”, e voleva verificare l’effetto prodotto sull’uditorio. Rimase a guardare nel suo bicchiere lo spirito della birra che se ne andava in bollicine. “Saervia, disse dopo un poco. E lei lo sa come si chiama questa, in portoghese? Cerveja. Ha un suono simile, non le pare?”. Alzò gli occhi dal bicchiere e mi guardò, in modo così strano che avvertii il desiderio di sottrarmi subito, per quel giorno, alla magia malinconica del mio amico. Lui capì, come capiva sempre, sorrise e con la mano mi fece un segno di commiato.
Uscii dal locale che era ormai notte e m’ incamminai nella direzione del mio albergo, l’unico trovato libero in quei giorni di festa. Avevo fatto amicizia col portiere, un meticcio angolano dalle maniere raffinate e fuori atmosfera, nel vecchio albergo coloniale che doveva averne viste di tutti i colori. Più volte gli avevo visto mettere una chiave in mano alle donne illegittime che gliene facevano richiesta, mentre il cliente aspettava un po’ discosto. Lo faceva con una delicatezza che si sposava bene con la mezza voce con cui la donna chiedeva la stanza, e si voltava subito dall’altra parte, con un sorriso discreto. “Non chiedo mai i loro nomi e quando vengono qui dicono pochissime parole a voce bassa. Ma di questa che lei dice ho sentito parlare anch’io. Certo, è curioso. Dovrebbe saperne qualcosa la moglie di Aimaro, il benzinaio della strada maestra, che è morto l’anno scorso. Qualche anno fa un tale lasciò la macchina, una grossa macchina che sarebbe stata adatta per un matrimonio, al distributore e non tornò più. L’ultima volta che lo videro aveva un mazzo di rose gialle e stava seduto in strada, all’angolo fra la calle degli Angeli e la banchina del porto. La polizia non fece ricerche e la macchina restò al benzinaio. La moglie forse saprà cosa ci hanno trovato dentro. Ci vada a nome mio, è mia amica. Ma
poi torni, per raccontarmi la storia. Non si faccia ammazzare prima”, concluse ridendo, come se lui stesso non credesse all’ esistenza della donna, che aveva suscitato in me qualcosa di più che una semplice curiosità. “La gente di qui è povera, non ha niente, e per questo ha fantasia. Come i bambini”. Vidi che stava infilando uno spillone di
ferro in un pupazzetto di pelouche che rappresentava un porcospino. “E’ per il figlio di mia sorella -spiegò, come per sfollare qualunque sospetto- devo riattaccargli la testa”.
Avevo una traccia. La moglie del benzinaio mi ricevette con gentilezza e
mi aprì davanti agli occhi un cassetto del mobile del soggiorno. Cavò fuori un fagotto e ne sparse il contenuto sul tavolino. “Ecco che c’era nella macchina. Lei è un parente?”. “No, sono uno scrittore. M’ interessa questa storia”. Lei mi guardò come se non mi credesse, poi accese la luce e cominciò a disporre sulla tovaglia, davanti ai miei occhi, gli oggetti ammucchiati al centro della tavola. Ricordo un vecchio orologio da taschino, un notes con alcune cifre scritte a matita, un oggetto teatrale che colpì la mia immaginazione, una specie di fuoco d’artificio finto, fatto con un tubo di cartone dipinto di rosso. Poi un temperino con il manico d’osso e due conchigliette colorate, molto graziose. E lo scheletro di un riccio di mare. Oggetti che potevano appartenere a un adolescente. Ma la signora non ricordava la persona “Mio marito lo vide, non io. Ricordo che alla polizia disse  che era un tipo normale, vestito in modo normale, gentile e sgarbato in  modo normale. Ah, nel portabagagli c’era questa -disse come se si fosse ricordata qualcosa che per lei non aveva nessuna importanza, ma poteva averne per me, e scomparve dietro una porta tornando poi con una tuta blù- Se le interessa…” e stese la tuta su una poltrona. Rimanemmo un pò in silenzio, come se dovessimo lasciar dire qualcosa a quella costellazione di oggetti, ai quali la tuta aveva fornito una sorta di animazione. “Be’, se scrive qualcosa, signor scrittore, dica qualcosa di mio marito. Era una buona persona, un uomo giusto, e ora nessuno si ricorda più di lui. E’ lui che mi ha raccomandato di conservare questi
oggetti, se qualcuno fosse venuto a cercarli. E teneva benissimo la macchina di quel tale, diceva che non era sua e che in questo modo lo ripagava del noleggio. Ne dica due parole, se questa visita le è servita per la sua storia”. Uscii nella notte illuminata dalle luci che venivano dalle finestre basse di quelle case, dove la gente stava cenando, e scesi verso il porto, lungo la strada che mi aveva indicato il portiere del mio
albergo. Mi sedetti dove immaginavo si sarebbe potuto sedere lo sconosciuto, sul muretto d’angolo del giardino dell’ultima casa abitata prima di silenziosi magazzini atlantici, uno di quei posti dove pare che si possa impunemente soffrire. C’era un grosso uomo in canottiera, seduto nel suo giardino a prendere il fresco. Mi fece un cenno con la
mano, come per dichiararmi di essere disponibile a una tranquilla conversazione con uno straniero, quale io ero, in tutta evidenza. Ma non sembrò utile quel poco di portoghese che ero riuscito ad imparare nel mio soggiorno a Lisbona. Credette di cogliere “cerveja” quando cercai notizie di Saervia. Rise e andò in casa a prendere una lattina di birra
e due bicchieri. “Cerveja, cerveja”, ripeté ammiccando, sicuro di essere in grado di darmi quello che avevo chiesto.

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ALCHIMISTI

Zosimo, grande alchimista dell’epoca ellenistica, racconta un suo so­gno: un personaggio gli apparve all’improvviso e gli raccontò di esse­re stato trafitto da una spada, tagliato a pezzi, scorticato e decapita­to e poi bruciato sul fuoco. Gli disse di aver sopportato tutto ciò per veder trasformato il suo corpo in spirito. Zosimo interpretò il suo sogno come la rivelazione di un processo alchemico. Gli spiritualisti hanno sempre trovato difficoltà nell’esprimere a parole le loro espe­rienze spirituali. Le conoscenze, durante l’estasi mistica, possono non passare attraverso il normale processo della conoscenza per immagi­ni, per cui cercate di rendere a parole quanto si è provato, sarebbe una trasposizione indebita.

I mistici hanno cercato di tradurre la loro esperienza con la termino­logia dell’esperienza umana dell’amore e sono stati troppo spesso equi­vocati; lo stesso era successo per l’iconografia tantrica. Alla difficol­tà di espressione si aggiunge l’inconfessato proposito di mantenere, sotto un velo di segretezza, quei rituali iniziatici che portano all’e­sperienza mistica, quelle prove che gli inesperti giudicherebbero «stra­ne». Niente di più naturale quindi che si sia cercato un modo di par­lare di questi argomenti con parabole significative. Lo studio dei me­talli e delle trasformazioni della materia ha fatto trovare una di que­ste parabole, per descrivere le trasformazioni che l’anima umana su­bisce nel passaggio da un livello di coscienza a un altro. Anche le so­stanze minerali soffrono, muoiono e rinascono sotto altra forma, ve­nendo trasformate a prezzo di profondi cambiamenti. In questo mo­do e sotto questo segreto, l’alchimia ci ha conservato e trasmesso le dottrine ermetiche della tarda antichità e ha prolungato in Europa alcuni scenari iniziatici, di struttura arcaica, fino all’alba dei tempi moderni. In epoche in cui le esperienze mistiche erano malviste o ad­dirittura perseguitate (perché si sottraggono per la loro natura al con­trollo delle autorità) è naturale che gli adepti comunicassero tra loro attraverso una terminologia cifrata.

Vennero così favorite certe immagini emblematiche: antri semibui po­polati di polverosi mortai, gufi e alambicchi attorno alla grande bocca del forno magico, che rischiara i volti demoniaci dei vecchi ricer­catori.

El-Kimia (letteralmente «terra nera») è una scienza che dobbiamo alla civiltà araba. Secondo la definizione di Bacon, essa insegna a pre­parare una certa medicina o elisir che, proiettato sui metalli imper­fetti, comunica loro immediatamente la perfezione. E, in altre paro­le, la scienza della preparazione della polvere di proiezione che, con la Pietra Filosofale, trasforma tutto in oro. E naturalmente scienza sacra, intuitiva e soprasensibile, basata sulla nostra affinità con la na­tura chimica delle cose e il suo comportamento.

Le infinite possibilità della natura umana sono un mistero che si apre solo a chi accetta la vita come una lenta maturazione verso mete in­credibilmente alte. Tale capacità di maturazione la si riscontra, come in segreta parabola, nei metalli. Si parla quindi di materia trasmuta­bile, per intendere capacità evolutiva dell’uomo.

Gli elementi dell’alchimia segreta sono tre: anzitutto la materia pri­ma, la cosa più segreta: è un minerale metallico povero (per alcuni è il solfuro di metallo) e va ricercato nel segreto della miniera. Il se­condo elemento è il fuoco, o piuttosto la luce polarizzata, fuoco che lava con procedimento fisico e non chimico. Terzo elemento è il tem­po: si può lavare soltanto tra il 21 marzo e il 20 maggio, giorni in cui si può raccogliere la rugiada. Per l’operazione si possono seguire tre vie: quella umida che dura tre anni, quella secca per cui basta qual­che settimana, quella ad altissima temperatura per cui bastano tre o quattro giorni. Il calore è l’energia che congiunge ciò che è congiun­gibile, mentre il gelo può unire anche ciò che è eterogeneo.

Partendo dalla concezione che tutte le cose provengono dallo stesso seme (Omnia in urntm — di Raimondo Lullo), c’è nella materia que­sta possibilità di trasformazione indefinita; i metalli sono elementi sessuati che si attraggono e si respingono in un continuo matrimo­nio. La terra è il ventre di cui le miniere sono l’utero. I minerali sono i suoi embrioni che maturano lentamente e, se l’estrazione avviene anzitempo, si può maturarli artificialmente per mezzo della Pietra. Mercurio è l’elemento femminile, umido, freddo e incolore; lo zolfo è l’elemento maschile, secco, caldo e colorato; il loro connubio gene­ra il cinabro, che è l’oro vivo. Ogni metallo è composto, in proporzione diversa, dai tre elementi: zolfo, mercurio e sale, che sono tre qualità della materia; il sale è l’elemento di unione e di relazione tra gli altri due.

Per distinguerli dallo zolfo, mercurio e sale comuni, sono detti «dei filosofi». Oggi la teoria scientifica dei quarks ritorna praticamente sulla concezione che la materia è frutto della combinazione di soli tre elementi. La materia prima, in molti casi, si identifica con il mer­curio che può essere definito quello stato oscuro della coscienza, mal­leabile e senza irrigidimenti razionali, che può essere preso come ba­se della creazione: albero della vita, energia potenziale delle cose, forza motrice di tutti i movimenti, simboleggiato nella Vergine Madre, tutta piena di grazia. Per uscire di metafora, la nostra trasformazione av­viene soltanto se sappiamo ridurci a materia prima, sciogliendoci nel mercurio, l’acqua vitale che ringiovanisce. Dobbiamo dissolverci per presentarci allo zolfo come materiale nuovo, ricettivo. L’ostacolo piò grave è il nostro io: dobbiamo sacrificare la nostra mente individuale per aprirci alla coscienza universale. L’alchimia, quindi, con tutto il suo apparato tecnico, insegna all’uomo il «lavoro» religioso che deve eliminare gli ostacoli perché la luce si manifesti e maturi l’esperienza religiosa, fino allo stato beatificante. Nel lavoro alchemico, l’anima si congela, si ritrae verso l’interno, si scioglie al calore centrale, per poi cristallizzare diventando fissa e permeata di luce divina.

Il maestro, che ha il compito di accelerare il processo, sostituisce il tempo.

L’operazione alchemica si riduce al detto: «Solve et coagula». Biso­gna prima saper portare tutto allo stato fluido, lo stato primordiale, che è uno stato confuso, ma genuino, in cui la materia è malleabile, priva di rigidezza o di chiusure: regressus ad uterum; si può poi proce­dere o volatilizzando i minerali volatilizzabili raccogliendone il vapo­re allo stato puro, o distillando le sostanze solubili, o calcinando le sostanze insolubili per separarle dal magma; bisogna perciò sottopor­si ai quattro seguenti passaggi:

Nigtedo, significa morte, discesa agli inferi, notte profonda; viene visualizzata da Saturno in melanconica meditazione di fronte al te­schio e alla bilancia.

Albedo, cioè la resurrezione che valorizza gli aspetti positivi della realtà e fa capire quanto erano necessarie le rinunce per valorizzare la parte buona.

Citrinitas, quando la luce riveste di splendore il cristallo fissato nel­l’immobilità.

Rubedo, in cui il cristallo acquista il colore dell’oro.

Questi quattro passaggi rispecchiano quelli di una creazione a rove­scio, in cui la volontà ritorna a Dio per la stessa strada per cui Dio si è donato all’uomo. Per questa operazione è necessario il corpo uma­no, corrispondente al sale che fissa l’operazione. E necessario il reci­piente, o Athanor, la fornace in cui si prepara l’elisir; esso corrispon­de alla coscienza interiore che contiene la materia da trasmutare, ma deve essere chiuso in modo speciale: chiusura ermetica, degna dei se­greti di Ermes, chiusura segreta, iniziatica. Athanor ha tre involucri protettivi: il forno in terracotta che deve reggere il calore, il bagno di cenere che conserva il calore e infine il recipiente vitreo che con­serva il liquido. Deve essere immerso nel fuoco, forza vitale che va attizzata e nel contempo domata. Il mantice è la regolazione del respiro. La Pietra Filosofale decuplica le possibilità di purificazione. Non ha in sé il potere trasmutatorio, ma serve a preparare la polvere di proie­zione e anche l’oro potabile che è l’elisir di lunga vita. Talvolta la Pietra Filosofale è definita urina di fanciullo, spruzzo vitalizzante, per cui il «puer mingens» è fontana di giovinezza. L’adepto stesso deve trasformarsi in Pietra Filosofale. Il suo lavoro sui minerali serve alla sua purificazione. Questo diuturno lavoro deve fargli imparare quanto sia lunga la fatica per far sì che la sua coscienza acquisti la dimensione della coscienza cosmica, perché la forza divina che vuole agire su di lui possa trovare la via libera indispensabile per purificar­lo dalla ganga che lo oscura, per farla trasformare in oro puro.

L’alchimia conserva un fondamentale segreto. E sovrarazionale, spe­rimentabile, ma non dimostrabile. È facilmente equivocata: va pre­dicata con immagini, con similitudini, perché chi non afferra il se­greto profondo possa rimanere appagato dalla razionalità dell’esposto. Il sogno di ogni uomo è quello di cambiare natura, di poter volare in mondi sconosciuti, padroneggiando i vari livelli di coscienza. L’al Albedo, cioè la resurrezione che valorizza gli aspetti positivi della realtà e fa capire quanto erano necessarie le rinunce per valorizzare la parte buona.

Citrinitas, quando la luce riveste di splendore il cristallo fissato nel­l’immobilità.

Rubedo, in cui il cristallo acquista il colore dell’oro.

Questi quattro passaggi rispecchiano quelli di una creazione a rove­scio, in cui la volontà ritorna a Dio per la stessa strada per cui Dio si è donato all’uomo. Per questa operazione è necessario il corpo uma­no, corrispondente al sale che fissa l’operazione. E necessario il reci­piente, o Athanor, la fornace in cui si prepara l’elisir; esso corrispon­de alla coscienza interiore che contiene la materia da trasmutare, ma deve essere chiuso in modo speciale: chiusura ermetica, degna dei se­greti di Ermes, chiusura segreta, iniziatica. Athanor ha tre involucri protettivi: il forno in terracotta che deve reggere il calore, il bagno di cenere che conserva il calore e infine il recipiente vitreo che con­serva il liquido. Deve essere immerso nel fuoco, forza vitale che va attizzata e nel contempo domata. Il mantice è la regolazione del respiro. La Pietra Filosofale decuplica le possibilità di purificazione. Non ha in sé il potere trasmutatorio, ma serve a preparare la polvere di proie­zione e anche l’oro potabile che è l’elisir di lunga vita. Talvolta la Pietra Filosofale è definita urina di fanciullo, spruzzo vitalizzante, per cui il «puer mingens» è fontana di giovinezza. L’adepto stesso deve trasformarsi in Pietra Fiosofale. Il suo lavoro sui minerali serve alla sua purificazione. Questo diuturno lavoro deve fargli imparare quanto sia lunga la fatica per far sì che la sua coscienza acquisti la dimensione della coscienza cosmica, perché la forza divina che vuole agire su di lui possa trovare la via libera indispensabile per purificar­lo dalla ganga che lo oscura, per farla trasformare in oro puro.

L’alchimia conserva un fondamentale segreto. E sovrarazionale, spe­rimentabile, ma non dimostrabile. È facilmente equivocata: va pre­dicata con immagini, con similitudini, perché chi non afferra il se­greto profondo possa rimanere appagato dalla razionalità dell’esposto. Il sogno di ogni uomo è quello di cambiare natura, di poter volare in mondi sconosciuti, padroneggiando i vari livelli di coscienza. L’al-

Albedo, cioè la resurrezione che valorizza gli aspetti positivi della realtà e fa capire quanto erano necessarie le rinunce per valorizzare la parte buona.

Citrinitas, quando la luce riveste di splendore il cristallo fissato nel­l’immobilità.

Rubedo, in cui il cristallo acquista il colore dell’oro.

Questi quattro passaggi rispecchiano quelli di una creazione a rove­scio, in cui la volontà ritorna a Dio per la stessa strada per cui Dio si è donato all’uomo. Per questa operazione è necessario il corpo uma­no, corrispondente al sale che fissa l’operazione. E necessario il reci­piente, o Athanor, la fornace in cui si prepara l’elisir; esso corrispon­de alla coscienza interiore che contiene la materia da trasmutare, ma deve essere chiuso in modo speciale: chiusura ermetica, degna dei se­greti di Ermes, chiusura segreta, iniziatica. Athanor ha tre involucri protettivi: il forno in terracotta che deve reggere il calore, il bagno di cenere che conserva il calore e infine il recipiente vitreo che con­serva il liquido. Deve essere immerso nel fuoco, forza vitale che va attizzata e nel contempo domata. Il mantice è la regolazione del respiro. La Pietra Filosofale decuplica le possibilità di purificazione. Non ha in sé il potere trasmutatorio, ma serve a preparare la polvere di proie­zione e anche l’oro potabile che è l’elisir di lunga vita. Talvolta la Pietra Filosofale è definita urina di fanciullo, spruzzo vitalizzante, per cui il «puer mingens» è fontana di giovinezza. L’adepto stesso deve trasformarsi in Pietra Fiosofale. Il suo lavoro sui minerali serve alla sua purificazione. Questo diuturno lavoro deve fargli imparare quanto sia lunga la fatica per far sì che la sua coscienza acquisti la dimensione della coscienza cosmica, perché la forza divina che vuole agire su di lui possa trovare la via libera indispensabile per purificar­lo dalla ganga che lo oscura, per farla trasformare in oro puro.

L’alchimia conserva un fondamentale segreto. E sovrarazionale, spe­rimentabile, ma non dimostrabile. È facilmente equivocata: va pre­dicata con immagini, con similitudini, perché chi non afferra il se­greto profondo possa rimanere appagato dalla razionalità dell’esposto. Il sogno di ogni uomo è quello di cambiare natura, di poter volare in mondi sconosciuti, padroneggiando i vari livelli di coscienza. L’al chimia soddisfa questo bisogno di metamorfosi psichica e spirituale, ma richiede un lungo lavoro, fatto di preghiere, di digiuni, di segrete dottrine e soprattutto di solitudine. Deve essere protetta dalle virtù che sono simboleggiate dagli involucri di Athanor: umiltà, ascetica e obbedienza.

L’alchimia sembra una scienza appartenuta a una razza scomparsa, che insegnava a usare l’anima per riconciliare lo spirito con il corpo. I testi alchemici sembrano diari di poesia di uno che tenta di narrare la strada percorsa per raggiungere e partecipare alla coscienza cosmica. La strada è irta di ostacoli che si superano soltanto con l’aiuto della bacchetta magica: la grazia di Dio. L’ostacolo più grave è l’avarizia:

bisogna essere disposti alla completa povertà di chi rinuncia a tutto l’oro del mondo per possedere il segreto della fabbrica. Bisogna poi conservare gelosamente il segreto per evitare l’esibizionismo e il pe­ricolo di mettere in crisi chi non è ancora arrivato. Non può intra­prendere il lavoro chi teme la paura della morte, chi teme la perdita della propria integrità, chi non sa rischiare tutto. Per poter raggiun­gere una meta così alta bisogna rinunciare, almeno per un po’ di tem­po, ai rapporti sociali, per ritirarsi nel segreto di una grotta e matura­re nel silenzio quell’oro che solo in un secondo tempo potrà giovare al bene degli altri.

La storia dell’alchimia accompagna la storia dell’umanità; il fondato­re mitico sembra essere stato Ermete Trismegisto (cioè tre volte po­tente), supposto autore delle tavole smeraldine, citate in un antico papiro egiziano. Si dice che siano state trovate da Alessandro Magno nella Grande Piramide, ritenuta la tomba di Ermete, incise con pun­ta di diamante su lastra di smeraldo. Di certo sappiamo che Zòsimo Panapoletano fondò una scuola ermetica ad Alessandria, nel iv seco­lo dopo Cristo. La scuola ermetica si trasferì a Costantinopoli nel se­colo v e di là si diffuse, nel secolo vui, nelle scuole arabe.

Djabis Ibn-Hajjan parla già di acido nitrico, acqua regia e altro. Si incomincia a insegnare alchimia nelle università arabe spagnole e di là l’insegnamento entra anche nell’università di Montpellier dove èstudiata da Sant’Alberto Magno, da Bacone, da Raimondo Lullo, da Erasmo da Rotterdam e da tanti altri.

L’alchimia ha anche beneficiato dell’antica sacralità dei metalli. Non dimentichiamo che per molto tempo la lavorazione dei metalli venne accompagnata da una sorta di rituale sacro. Sacra era la scoperta di una miniera, per la quale occorreva l’indicazione di un mago o di una fata; sacra era considerata la fusione dei metalli e la costruzione di una fornace: erano operazioni rituali. Dovevano essere preparate da riti propiziatori, da digiuni e astinenze e talvolta da sacrifici umani. La fucina è luogo sacro perché vi si lavora il corpo di un dio che si immola per il bene dell’umanità. I meteoriti sono carichi di sacralità, sono le pietre del cielo, simboli dei messaggeri divini, i profeti, e l’a­scia è il simbolo dell’unione tra cielo e terra. Molto spesso la fucina è il luogo sacro, luogo dove si va a pregare. Il fabbro ne è il sacerdote che conosce i misteri dei metalli e i loro rituali, per cui diventa divul­gatore di mitologie e delle poesie epiche che ne sono il supporto na­turale. Il fabbro è anche il padrone del fuoco, il mago sciamanico che fornisce le armi degli dèi e il fulmine di Giove, anzi aiuta Dio nell’o­pera della creazione. È spesso zoppo perché deve portare nella sua carne il segno di una vocazione divina. Conosce i mantra segreti, le parole che posseggono la forza creatrice e che vanno cantate per por­tare a termine la fabbricazione di un oggetto importante.

Per questo è aureolato di magia, temuto e venerato e nei momenti difficili può essere eletto re, come successe a Sargon e a Gengis-Rhan che erano fabbri.

La scienza alchetnica non rimase prerogativa dell’occidente, anzi sem­bra abbia avuto cultori anche in India, prima della conquista araba. L’alchimia indiana tende a fornire e liberare il corpo divino, cioè Ji­vanmukta e per solidarietà tra materie e forze psichiche, interioriz­zando le operazioni che i chimici fanno sulla materia, si ottengono gli stessi risultati nello spirito.

Purusa e Prakriti sono comprincìpi di tutto l’essere, sia materiale che psichico. Il cambiare metalli in oro, il rendersi invisibili, il prolunga­re la vita sono alcune delle classiche buddhis yogiche per cui il Ra­sayana o scienza alchemica è praticamente una branca dello yoga, che insegna la liberazione dello spirito attraverso la scienza del cor­po. Lo yogi come l’alchimista tende a conquistare la libertà assoluta decondizionando l’esistenza dal tempo. Ridurre la fluidità del mer­curio è simbolo del bloccare la vivacità della coscienza, del «citta vritti­ nirodhà». Per entrambi si richiede padronanza di sé, dieta, controllo delle passioni e amore della verità.

Anche lo stesso Taoismo, che ha raccolto e rivalutato molte tradizio­ni spirituali antichissime, tra tecniche dietetiche, ginniche, respira­torie ed estatiche, fa stretto riferimento all’alchimia. Rientravano in­fatti nell’alchimia i principi della cosmologia tradizionale, le tecni­che per prolungare la vita (l’uso del cinabro, dei funghi e dell’elisir) e la ricerca della spontaneità spirituale. L’alchimista taoista è il suc­cessore del primitivo che andava in montagna, con una lunga zucca, a cercare le erbe salutari, gli gnomi e le piante magiche.

L’uso che i cinesi facevano dell’oro e della giada per le suppellettili funerarie prova che credevano alle facoltà dell’oro e della giada di favorire la longevità e la conservazione del corpo.

L’esoterismo alchemico taoista insegnava che il corpo ha il ruolo del piombo, il cuore ha il ruolo del mercurio, i campi del cinabro si trovano nelle parti più segrete del cervello e del ventre e bisogna penetrare nel cervello in cui c’è la montagna di mare in quello stato caotico o embrio­nale (precedente alla creazione) che è possibile ottenere solo nella me­ditazione. E la meditazione accompagnata dal controllo del respiro, a fornire il liquido necessario alla trasformazione, mentre l’intelligenza, con le sue scintille, fornisce il fuoco necessario. Il tempo della trasfor­mazione è di quaranta settimane, come per una normale gestazione. In Europa si continuà a parlare di alchimia ancora per secoli e nei modi più svariati. Persone tra le meno influenzabili da suggestioni magiche ci parlano delle strane «proiezioni trasmutatorie». L’impe­ratore Massimiliano Il ne vide una a Praga nel 1585, fatta da Ed­ward Relly. Sappiamo che il Cosmopolita fece strabiliare il medico van der Linden nel 1602 con una trasmutazione che ripeté davanti allo scienziato Wolfang Dienheim a Basilea e lo stesso fece nel 1600 a Strasburgo, Francoforte e Colonia. Finì in carcere perché non volle rivelare il segreto a re Cristiano Il di Sassonia. Trasmutazioni celebri sono attestate dal chimico van Helmont nel 1618, dal filosofo Spino­za nel 1666 e dal celebre chimico irlandese Robert Boyle nel 1660. Vogliamo concludere ricordando due celebri alchimisti che stimola­no ancora oggi la nostra curiosità e che da questa scienza seppero trarre tanta luce per la loro vita.

Teofrasto Bombasto von Hol-ìenheim (1493-1~41) detto Paracelso. Lavorò come alchimista nelle miniere Fugger del Tirolo e dopo la laurea in medicina continuò i suoi studi alchemici nelle miniere inglesi. E considerato il «Lutero della medicina» forse perché ha fatto bru­ciare gli antichi testi latini su cui si insegnava medicina e ha comin­ciato a insegnarla in tedesco. Dall’approfondito studio dell’alchimia ricavò luce per mettere la medicina sui binari di una vera metodolo­gia scientifica e per arricchirla con gli afrporti di una seria dietetica e addirittura di una certa omeopatia. Le sue fughe, per timore del­l’Inquisizione, i suoi nascondigli e la fama dell’assistenza demoniaca ne fecero un modello che Goethe terrà certamente presente per il Doc­tor Faust.

Michel de N6tre-Dame (1503-1566) detto Nostradamus. Nipote di due medici astrologi fu educato all’erboristeria, all’alchi­mia e a tutta quella scienza esoterica a cui poteva attingere con la conoscenza della lingua latina, greca ed ebraica. Studiò nelle varie universidì del sud della Francia e lì si rese celebre nella cura della peste. Accanto a questa autentica scienza medica coltivò anche l’al­èhimia per maturare il suo spirito profetico; ciò lo portò alla pubbli­cazione nel 1555 delle celebri «Centurie». Come profeta predisse a Caterina de’ Medici che tutti i suoi tre figli sarebbero diventati re e i fatti gli diedero ragione. Leggendo le celebri quartine ci sorpren­de la perfetta previsione della morte di Enrico Il di cui descrisse la ferita della lancia che gli trapassò il capo (1-35). Sorprendente la pre­visione della fuga di Luigi XIV e del suo arresto con i particolari del luogo e del travestimento (IX-209). Previde la decapitazione di Car­lo I d’Inghilterra (IV-39) e la morte violenta di Mussolini (IV-47). Sembra evidente che abbia potuto prevedere il moderno sommergi­bile (111-8), la locomotiva (IV-85), lo Spitfire (V-100), l’automobile (IX-25) e addirittura il missile (11-46) e la bomba atomica (V-8). Si possono leggere anche le previsioni della SocieTh delle Nazioni (1-47) e forse anche la morte di Kennedy a Dallas (1-52). Nostradamus sapeva concentrarsi guardando il riflesso di una cande­la su un ampio catino di rame, posto di sera tra il letto e la scrivania. Fissando la luce dorata e tremolante egli scorgeva una qualche scena Teofrasto Bombasto von Hol-ìenheim (1493-1~41) detto Paracelso. Lavorò come alchimista nelle miniere Fugger del Tirolo e dopo la laurea in medicina continuò i suoi studi alchemici nelle miniere inglesi. E considerato il «Lutero della medicina» forse perché ha fatto bru­ciare gli antichi testi latini su cui si insegnava medicina e ha comin­ciato a insegnarla in tedesco. Dall’approfondito studio dell’alchimia ricavò luce per mettere la medicina sui binari di una vera metodolo­gia scientifica e per arricchirla con gli afrporti di una seria dietetica e addirittura di una certa omeopatia. Le sue fughe, per timore del­l’Inquisizione, i suoi nascondigli e la fama dell’assistenza demoniaca ne fecero un modello che Goethe terrà certamente presente per il Doc­tor Faust.

Michel de N6tre-Dame (1503-1566) detto Nostradamus. Nipote di due medici astrologi fu educato all’erboristeria, all’alchi­mia e a tutta quella scienza esoterica a cui poteva attingere con la conoscenza della lingua latina, greca ed ebraica. Studiò nelle varie universidì del sud della Francia e lì si rese celebre nella cura della peste. Accanto a questa autentica scienza medica coltivò anche l’al­èhimia per maturare il suo spirito profetico; ciò lo portò alla pubbli­cazione nel 1555 delle celebri «Centurie». Come profeta predisse a Caterina de’ Medici che tutti i suoi tre figli sarebbero diventati re e i fatti gli diedero ragione. Leggendo le celebri quartine ci sorpren­de la perfetta previsione della morte di Enrico Il di cui descrisse la ferita della lancia che gli trapassò il capo (1-35). Sorprendente la pre­visione della fuga di Luigi XIV e del suo arresto con i particolari del luogo e del travestimento (IX-209). Previde la decapitazione di Car­lo I d’Inghilterra (IV-39) e la morte violenta di Mussolini (IV-47). Sembra evidente che abbia potuto prevedere il moderno sommergi­bile (111-8), la locomotiva (IV-85), lo Spitfire (V-100), l’automobile (IX-25) e addirittura il missile (11-46) e la bomba atomica (V-8). Si possono leggere anche le previsioni della SocieTh delle Nazioni (1-47) e forse anche la morte di Kennedy a Dallas (1-52). Nostradamus sapeva concentrarsi guardando il riflesso di una cande­la su un ampio catino di rame, posto di sera tra il letto e la scrivania. Fissando la luce dorata e tremolante egli scorgeva una qualche scen che poi descriveva in quella forma enigmatica e strana sulle sue cele­bri quartine.

Come ogni buon profeta l’avvenimento non gli veniva sempre rivela­to nel tempo relativo. Da qui la genericità di alcune previsioni, ma post-factum, soprattutto se i termini sono generici, ognuno può rico­noscervi episodi eccezionali della cronaca nera, anche dei nostri tempi. Ma fra tante previsioni oscure e incerte è indubitabile che egli abbia avuto effettivamente qualche previsione chiara e irrefutabile.

Certamente previde la sua morte e la predisse con un’approssimazio­ne di pochi mesi. Predisse anche la violazione della sua tomba e la terribile punizione che avrebbero avuto i malcapitati soldati. Sappia­mo che perirono il giorno dopo in un’imboscata.

Il  resto fa parte di quei diversivi che l’alchimia ci ha lasciato in eredità.

Bibliografia

T. BIJRCKHARDT, L’alchimia, Boringhieri, Torino 1961.

iVI.      ELiADE, Il mito dell’alchimia, Avanzini e Torraca, Roma 1968.

E. ZOLLA, Le meraviglie della natura, Bompiani, Milano 1973.

R. LULLO, Trattato della quinta essenza, Athanor, Roma 1972.

LU KUAN Yu, Lo yoga del Tao, Mediterranee, Roma 1976.

nuv MINGUZZI, Alchimia, in Il cammino della potenza, Armenia 1976.

E. J. HOL1vIYARIJ, Storia dell’aichimia, Sansoni 1972.

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PREMESSA DELLA REDAZIONE DI VITRIOL

PREMESSA DELLA REDAZIONE DI VITRIOL

Il documento che presentiamo qui di seguito ci è pervenuto da un Fratello colombiano di Bogotà che non conoscevamo precedentemente.

Non avendo la nostra Istituzione rapporti ufficiali con la gran Loggia di Colombia non abbiamo potuto controllarne l’appartenenza.

Sappiamo inoltre che la Colombia è tuttora funestata da una guerriglia sanguinosa di cui non conosciamo le ragioni. D’altra parte, pur essendone addolorati, per principio non è nostro compito entrare nelle

contingenze politiche (o religiose) né del Paese in cui viviamo nè tanto meno in quelle di altri nostri Fratelli, sparsi sulla superficie della Terra.

D’altra parte questo Sito Regionale VITRIOL (organo non ufficiale dell’Istituzione ma da essa riconosciuto), sul quale viene pubblicata corrispondenza sia di Fratelli toscani, come di altri, viene letto, come qualsiasi sull’importanza di “globalizzare” una volta tanto il nostro dialogare, in particolare quando si tratta di etica e morale.

Sì, proprio di dialoghi di etica e morale come strada maestra che è nostro dovere indicare ai fini della più alta globalizzazione desiderabile: quella di una uguale giustizia per tutti gli esseri umani.

Il riconoscere questa comune fede nel pensiero di chi ci ha scritto ci ha portato immediatamente nel Tempio della comune Fratellanza: ma ciò che soprattutto ci ha convinto, nonostante tutto e sopra di tutto,

a pubblicare, è stata la chiarissima e forte presa di posizione di un uomo politico, impegnato magistralmente sino al suo sacrificio personale, nella relazione troppe volte difficile e contraddittoria tra  ‘essere massone e l’agire politico. Relazione che non può essere altro che analogica e tale deve sempre rimanere.

Che l’abbia detto il Fr.’.  S.Allende, o non l’abbia detto effettivamente, non importa, perché comunque andrebbe detto; anche qui nel nostro Paese, dove l’essere massoni significa subire ancora un’intollerabile discriminazione nell’esercizio delle libertà e delle necessità civili, politiche e religiose proprie di ogni cittadino.

Per noi S. Allende, marxista o non marxista, eroe politico o no, lo prendiamo a simbolo di una forza interiore del massone che, nell’esigenza di affermare la propria fede, deve comunque battersi contro l’intolleranza, da qualsiasi parte essa venga.

Per far risaltare questo senso interpretativo, abbiamo omesso di pubblicare quelle parti del suo discorso nelle quali viene fatto cenno alle situazioni prettamente politiche (anche se idealizzate come farebbe

qualsiasi massone) relative al suo Paese di appartenenza, dove, nel ’71, le lotte politiche si andavano macchiando sempre più di sangue.

La redazione.

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