PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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A TE CHE ASPIRI DIVENTARE MASSONE

A te che aspiri a divenire massone,

profano fratello mio

Prima di tatto, occorre che tu sappia che presso di noi tutto è simbolo.

Intendi questa apostrofe come esso va intesa e tu comprenderai che, se i Liberi Muratori sono uniti fra dì loro dai legami di una stretta fraternità, come certamente tu sai, essi  estendono questa fraternità alla umanità  intera.

Per questo io ti chiamo “’fratello” giù ora, in nome del sentimento che ci unirà forse presto, ma anche in nome della fratellanza  umana.

Che cosa è dunque questa  fratellanza massonica?

E’ in primo luogo l’amicizia per degli uomini che si sentono fondamentalmente simili a sé, sebbene essi siano sovente assai diversi per il carattere e per l’inclinazione spirituale – amicizia fatta di desiderio reciproco di essere compresi e graditi – amicizia che nasce anche dalla convinzione dell’uguaglianza fondamentale che regna  fra noi, quali possono essere le diffidenze di ogni natura, che inevitabilmente ci diversificano.

E’ la calda gioia di questa amicizia che io ho voluto simbolizzare dandoti del tu, profano fratello mio.

Tale amicizia tu la riceverai quindi da tutti, quali che siano.

Ma il modo potrà essere vario.

Presso alcuni essa nasce molto presto e si sviluppa assai agevolmente, dalla conoscenza o dalla sensazione di affinità intellettuali o caratteriali.

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LE PAROLE DEGLI ANIMALI

LE PAROLE DEGLI ANIMALI
di Carmine Rotondi, alias “Trovatore del Liri”, 1929)

Il cavallo e la cavalla
fanno sempre il cavalletto;
ma dal grillo saltellante
non t’aspetti che il grilletto.
Hai dal mulo il mulinello
che poi dicesi mulino,
mentre il piccolo del toro
certo nomasi Torino.
La cavalla quando nasce
va chiamata cavalletta;
tu nel nido della gazza
vedi sempre la gazzetta.
Della pulce sono figli
i pulcini e la pulcella;
e tra questi, indubbiamente,
va compreso Pulcinella.
Dalla mosca, è ben sicuro,
deve nascere il moschetto;
ed il merlo, è naturale,
non fa altro che il merletto.
E’ ben noto che dal becco
hanno origine i becchini;
e dal lupo, certamente
sempre nascono i lupini.
E dei cervi tra la prole
è il Cervino coi cervelli,
mentre i piccoli del verme
sono certo i vermicelli!

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MI’ PADRE ME DICEVA: FA’ ATTENZIONE… di ALDO FABRIZI

MI’ PADRE ME DICEVA: FA’ ATTENZIONE…, poesia di ALDO FABRIZI  
  MI’ PADRE ME DICEVA: FA’ ATTENZIONE…
Mi’ padre me diceva: fa’ attenzione
a chi chiacchiera troppo; a chi promette
a chi dopo èsse entrato, fa: ‘permette?’;
a chi aribbarta spesso l’opinione
e a quello, co’ la testa da cojone,
che nu’ la cambia mai; a chi scommette;
a chi le mano nu’ le strigne strette;
a quello che pìa ar volo ogni occasione
pe’ di’ de sì e offrisse come amico;
a chi te dice sempre ‘so’ d’accordo’;
a chi s’atteggia come er più ber fico;
a chi parla e se move sottotraccia;
ma soprattutto a quello – er più balordo –
che, quanno parla, nun te guarda in faccia.   

ALDO FABRIZI, ATTORE, Fratello Massone

Aldo Fabrizi ( Aldo Fabbrizi )(Roma, 1 novembre 1905 – Roma, 2 aprile 1990) è stato uno dei più famosi attori, regista e sceneggiatore italiano del dopoguerra.

Proveniva da umile famiglia (la madre gestiva un banco di frutta e verdura a Campo de’ Fiori) a undici anni rimase orfano del padre Giuseppe, morto in un grave incidente. Costretto ad abbandonare gli studi per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia, che comprendeva anche cinque sorelle – tra le quali Elena Fabrizi, (1915-1993) in seguito soprannominata sora Lella – si adattò a fare i lavori più disparati. Nonostante le difficoltà, la vocazione artistica di Fabrizi non rinunciò ad esprimersi: pubblicò nel 1928 nelle edizioni della Società poligrafica romana (non si sa se a proprie spese) un volumetto di poesie romanesche intitolato Lucciche ar sole, che riuscì a far recensire sul quotidiano Il Messaggero, e partecipò inoltre alla redazione del giornale dialettale Rugantino. Nello stesso periodo cominciò a calcare le scene, prima con la Filodrammatica Tata Giovanni, poi come dicitore in teatro delle sue stesse poesie, come era ancora uso in quegli anni.

Nel 1931, a 26 anni, esordì come macchiettista nei piccoli teatri della capitale e in giro per l’Italia, insieme con la compagna “Reginella”, con il nome di “Fabrizio” comico grottesco romano, proponendo caricature dei tipi caratteristici romani: il vetturino, il conducente di tram e lo sciatore. Divenuto in breve tempo popolare, costituì una propria compagnia che, nel 1937, vide transitare per breve tempo un imberbe Alberto Sordi.

Nel 1942 fece il suo esordio sul grande schermo con un film diretto da Mario Bonnard, Avanti c’è posto. Anche nelle due pellicole seguenti, Campo de’ fiori, sempre diretto da Bonnard, e L’ultima carrozzella per la regia di Mario Mattòli, si limitò a riproporre le macchiette che aveva già interpretato a teatro – rispettivamente quelle del bigliettaio, del pescivendolo e del vetturino – accanto ad Anna Magnani, con la quale avrà un rapporto conflittuale.

In queste tre interessanti pellicole vi sono discorsi, battute e situazioni tipici di una Roma oramai sparita. Anche il dialetto romanesco usato da Fabrizi è, per certi versi, figlio di un modo di parlare ormai desueto. Nel film L’ultima carrozzella girato nell’estate del 1943, in piena seconda guerra mondiale, tra gli attori troviamo alcuni esponenti celebri del dialetto e della canzone romanesca del Novecento, quali Romolo Balzani, Gustavo Cacini, e Anita Durante, altra stella ormai dimenticata di quel variegato ed onesto firmamento di attori che recitavano in vernacolo romanesco.

Durante l’Anno Santo del 1925 a Roma Aldo Fabrizi, per un certo periodo, lavorò davvero come vetturino. Si dice che lo spolverino e il berretto indossati nella pellicola del 1943 fossero gli stessi da lui usati in quella precedente, giovanile esperienza. Anche Federico Fellini, all’epoca ancora giovane e sconosciuto, lo aiuterà nella sceneggiatura.

Storia diversa, invece, col film che apre ufficialmente la corrente neorealista, Roma città aperta di Roberto Rossellini, dove interpretò il ruolo più significativo ed intenso della sua carriera, ispirato alle figure dei sacerdoti romani don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo entrambi fucilati nel 1944, durante l’occupazione nazista della capitale, il primo a Forte Bravetta, il secondo alle Fosse Ardeatine. Da quel momento interpretò poco meno di settanta film, ottenendo spesso un buon successo, senza disdegnare ruoli drammatici, ma privilegiando sempre ruoli brillanti e comici, nei quali manifestò una naturale carica di bonaria umanità che lo accompagnerà durante tutta la sua carriera. Da ricordare in particolare i film interpretati con Totò (Guardie e ladri del 1951, I tartassati del 1959, Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi del 1960, Totò contro i quattro del 1963), e con Peppino De Filippo (Signori in carrozza del 1951, Accadde al penitenziario del 1955 e Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo del 1956), con i quali diventerà uno dei protagonisti più importanti della commedia all’italiana. Sul piccolo schermo esordì nel 1959, come interprete dello sceneggiato di Leopoldo Cuoco e Gianni Isidori “La voce nel bicchiere”, diretto da Anton Giulio Majano. Per molto tempo, preso da impegni cinematografici e teatrali, sarà questo il suo unico lavoro televisivo, fino al 1971, quando ottenne un altro grande trionfo nel varietà del sabato sera Speciale per noi diretto da Antonello Falqui, accanto ad Ave Ninchi, Paolo Panelli e Bice Valori, che è anche l’unica testimonianza visiva rimasta delle sue macchiette teatrali.

Fabrizi, sposato con Beatrice Rocchi, cantante di varietà molto nota negli anni venti col nome d’arte di Reginella, dalla quale ebbe due figli gemelli, rimase vedovo nell’estate del 1981. Abitava a Roma in via Ravenna, nel quartiere Nomentano, nello stesso edificio dell’amica Ave Ninchi. La sua ultima apparizione in tv è nel programma G.B.Show del 1988. Si spense nella primavera del 1990, a 84 anni, pochi giorni dopo aver ricevuto un David di Donatello alla carriera. Tre anni dopo lo seguì anche la popolarissima sorella, la Sora Lella, che aveva recitato nel cinema soprattutto con Alberto Sordi e Carlo Verdone.

Era iscritto alla Loggia massonica “Gustavo Modena” della Gran Loggia D’Italia degli ALAM, Piazza del Gesù,all’Oriente di Roma.. È sepolto al Cimitero Monumentale del Verano di Roma.Un fulgido esempio di Massone che ha trascorso la vita in nome e per il bene del prossimo

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A.G.D.G.A.D.U.


Dio è la saggezza eterna, immutabile, intelligente,

tu l’onorerai con la pratica delle tue virtù …

Fai il bene per amore del bene …

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te stesso …

Onora i tuoi genitori …

Rispetta gli anziani …

Istruisci la gioventù, proteggi l’infanzia …

Ama la tua Patria e obbedisci alle sue leggi,

adoperandoti per il loro perfezionamento …

Fuggi le false amicizie,

ama i buoni,

compatisci i deboli,

fuggi i cattivi …

Non odiare nessuno …

Parla fermamente con i grandi,

sinceramente con gli amici,

dolcemente con gli inferiori,

teneramente con i poveri …

Cerca la verità, rispetta le credenze e le fedi sincere …

Rispetta la donna …

Non abusare mai della sua debolezza …

Sii per tuo figlio un protettore fedele …

Fa che fino a dieci anni ti creda,

che sino a venti ti ami,

che sino alla morte ti rispetti …

Sino a dieci anni sii per lui il maestro,

sino a venti il padre,

sino alla morte l’amico …

Sforzati di conoscere gli uomini per imparare a conoscere te stesso …

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STUDI DI ORDINAMENTI INIZIATICI-W.DISNEY

    STUDI DI ORDINAMENTI INIZIATICI

BIANCANEVE E I SETTE NANI, OVVERO UNA LETTURA IN CHIAVE ESOTERICA DELLE OPERE DEL FR.·. WALT DISNEY       La vita è sogno
(Calderòn de la Barca)

Il sogno è vita
(Luigi Pirandello)

Quando ho appreso che anche il celebre Walt Disney apparteneva alla nostra Famiglia confesso di avere provato un senso di stupore e pure di gioia: avevo finalmente trovato la giustificazione del sentimento di gratificazione provata da ragazzo – e mai del tutto scomparsa – quando leggevo le sue storie, i cui personaggi ho sempre considerato come esseri veri, reali e a me vicini. Da adulto, in compagnia delle mie bambine, ho spesso rivisitato le sue opere cinematografiche più famose, che oggi considero a ragione vere e proprie “tavole architettoniche”, essendo peraltro del tutto accidentale, e d’importanza affatto secondaria, la circostanza che esse siano tramandate attraverso il linguaggio ‘mitico’ e mediante lo strumento del cartone animato.  
Di queste opere, la più famosa è senz’altro Biancaneve e i sette Nani, ma anche le altre, quali La Bella Addormentata nel Bosco, Cenerentola, Dumbo, La Sirenetta, per citare soltanto le più famose, si svolgono attraverso un comune filo conduttore: la sconfitta del Male e l’affermazione dell’Amore. A tanto il protagonista arriva attraverso una vera e propria iniziazione, nella duplice accezione di ingresso in una comunità esoterica, nonché di trasformazione dell’Io per effetto di una rinascita spirituale che si verifica a seguito di varie vicissitudini, o prove iniziatiche.
La vicenda di Biancaneve è paradigmatica: la ragazza è costretta dalla malvagia matrigna ad abbandonare la casa paterna, simbolo dei valori pertinenti alla vita vissuta fino ad allora, e a trovare rifugio in un bosco fitto ed oscuro, che ricorda così da vicino il gabinetto di riflessione. Dopo aver superato un corso d’acqua, resistito a un turbinìo di vento e vinta infine la paura suscitata dalla visione degli occhi degli animali, occhi fosforescenti simili a fiamme lampeggianti, la fanciulla giunge presso una capanna, la casa dei nani. Rammento che nella lingua tedesca hütte significa tanto capanna, rifugio, quanto loggia, e ciò non è casuale: invito voi tutti, carissimi Fratelli, a riflettere quante volte nella Storia la loggia massonica è stata l’ultimo rifugio per idealisti, eretici o scismatici, colti e incliti, disparati e disperati, accomunati tutti dall’essere perseguitati dal Potere. A costoro la Massoneria ha generosamente aperto le porte dei suoi templi, chiedendogli non già da dove venissero, ma piuttosto dove volessero andare.
In questa capanna accade un fatto apparentemente banale ma in realtà importante: Biancaneve, anziché lasciarsi sopraffare da un ambiente nuovo e, probabilmente, ostile, lo esplora e fa amicizia con gli animali del bosco, che vede adesso, alla luce del giorno, in una dimensione totalmente nuova da quella, erronea e terrifica, della sera precedente. Si parva licet… questo episodio mi fa venire in mente l’insegnamento di Platone, secondo il quale l’iniziato deve essere, anzitutto, “desideroso di conoscere”, e anche di Dante, esaltatore della curiosità di Ulisse, mosso a varcare i confini dell’ignoto per soddisfare il proprio desiderio di “virtude e conoscenza”. Ma non basta. In uno slancio di generosità la fanciulla decide di pulire la casa dei nani, mettendo al lavoro pure gli animaletti di cui è frattanto diventata amica. Sottolineo questo episodio perché esalta sia il valore dell’amicizia fra i diversi che l’importanza del lavoro in comune. Questi temi sono evidentemente cari al Fr. Disney, dal momento che li ritroviamo in quasi tutte le sue opere.  
Esemplare è, a tal riguardo, la vicenda dell’elefantino Dumbo, schernito dai suoi stessi consimili perché afflitto da due orecchie abnormi, mostruose: ebbene, sarà un topo – questa bestia, nella realtà, è invisa agli elefanti – a rassicurarlo e infondergli il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. E, guarda caso, le figure da cui il protagonista riceve aiuto sono quasi sempre le creature più umili, volendo così sottolineare la perenne antinomia fra Essere e Divenire: i valori del mondo della Manifestazione sono profondamente diversi da quelli del mondo dell’Essere e chi è ‘ultimo’ nell’uno sovente è ‘primo’ nell’altro. La disponibilità ad accettare il prossimo, ancorché diverso e quindi lontano dai propri modelli paradigmatici, a rimettersi in discussione, è condizione necessaria ma non ancora sufficiente perché l’opera di catarsi possa dirsi compiuta: occorre superare varie prove, che riecheggiano molto da vicino le “prove” iniziatiche che ciascuno di noi ha subito prima di essere proclamato “fratello”.   Sfacciatamente simili a quelle massoniche sono le prove che dovrà affrontare il giovane Artù nella Spada nella Roccia: accompagnato dal Mago Merlino, sarà trasformato dapprima in scoiattolo, poi in pesce, quindi in uccello. Supererà così la prova di terra, di acqua e di aria prima di affrontare l’ultima, la più impegnativa, quella del fuoco, nella fattispecie, tirare la spada magica fuori dalla roccia in cui era incagliata. Ci avevano provato in tanti, cavalieri e non, ed il suo cimentarsi è giudicato follia: ma, talvolta, solo un “puro folle” può arrivare ai recessi negati invece alla razionalità farisaica e conformista. La spada è un simbolo ‘assiale’, riecheggia cioè l’axis mundi, il filo a piombo del Grande Architetto che mette in comunicazione fra loro gli stati molteplici dell’Essere, microcosmo e macrocosmo, ma è anche un simbolo solare perché riflette la Luce: emblematica è a tal proposito la scena del combattimento fra il principe e il drago nella Bella Addormentata nel Bosco.
Le fate, tre come le Luci, hanno appena liberato dai ceppi il giovane principe, affinché a sua volta egli liberi Rosaspina dal sortilegio della strega. La quale, nel tentativo di fermare il giovane, si trasforma in un drago fiammeggiante. Per gli studiosi di psicoanalisi il riferimento è chiarissimo: “vincere il drago” è infatti l’equivalente di “scavare oscure e profonde prigioni al vizio”, lottare cioè contro noi stessi per liberare il proprio Io dalle tensioni e dalle passioni che lo ancorano alla materialità cagionandogli frustrazioni e sofferenze. Le fate non possono più aiutare attivamente il Nostro, ma solo assisterlo in forma totemica; tuttavia gli offrono, prima del combattimento, una “spada di verità” e uno “scudo di virtù”. Al momento di colpire la bestia la spada si illumina, riflettendo una luce abbagliante, quindi, vinto il drago, esaurisce la sua funzione e perde così tutto il suo splendore, ritornando ad essere un semplice oggetto privo di qualsivoglia valore. Personalmente ho ravvisato in questa scena anche un’esortazione a considerare i ‘metalli’ per quello che sono: uno strumento, un aiuto per l’uomo, del quale però egli può e deve fare a meno se realizza che gli sono d’intoppo per la sua crescita spirituale. Ricordate il Discorso della Montagna? Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Ma cosa vuol dire essere poveri di spirito? Difettare forse di spiritualità? Se però così fosse, come si potrebbe aspirare al Regno dei Cieli? Osservo che nel testo greco la locuzione di spirito è tradotta tò pnéumati, cioè è espressa con il caso del dativo-ablativo, che è, per antonomasia, il caso corrispondente al complemento di causa efficiente. Credo allora che si possa – e si debba – tradurre: beati coloro che, deliberatamente, hanno optato per la semplicità, che per libera scelta hanno privilegiato la dimensione dell’Essere piuttosto che quella dell’Avere, e ancora, che se chiamati a posizioni di responsabilità, si sforzano di lavorare per il perfezionamento che prelude all’elevazione di quella porzione di umanità, più o meno grande, destinataria del loro servizio.
Questo tema è sviluppato assai chiaramente nella Sirenetta. Il vecchio Re del Mare aveva ceduto alla strega il suo tridente d’oro – simbolo della regalità, del potere indissolubilmente legato alla saggezza, alla luce – barattandolo con la vita della figlia. In quel preciso istante tutte le creature marine sono trasformate in vermi. Dopo che la strega sarà stata uccisa dal principe Erik, l’umano innamoratosi della sirena Ariel, il tridente, lasciato cadere dalla strega moribonda, torna ai piedi del vecchio re che, impugnatolo, ritrova le antiche fattezze, e assieme a lui tutti i suoi sudditi. Se da ciò possiamo ricavare un insegnamento, mi pare che esso sia il seguente: la Luce, intesa anche come potestà di comando, non può essere affidata a mani che non sono degne di riceverla, e di tanto ognuno di noi dovrebbe ricordarsi in tutte le occasioni della vita, anche e soprattutto in quelle ‘profane’. Alla fine sarà poi proprio il re Tritone, dapprima così diffidente verso gli umani, a trasformare in donna la sirenetta sua figlia e concederla in sposa al principe, rammentandoci così che amare una creatura non significa tenerla perennemente legata a sé, bensì favorire l’armonioso sviluppo della sua personalità per metterla in condizione di scegliere con cognizione di causa.  
Ci sia infine permessa un’ultima considerazione, sulla magia. L’argomento meriterebbe uno studio più approfondito, ma non è questo il momento per una trattazione esauriente. Mi limiterò, perciò, a un breve accenno sul tema, sperando che le seguenti riflessioni siano di stimolo a chi voglia approfondirlo.
Dal latino magis – di più, maggiormente – magus è, in ambito esoterico, colui che lavora alla trasformazione del proprio io interiore, non già chi si avvale dei poteri segreti della Natura per trasformare bastoni in serpenti e suscitare ammirazione fra gli increduli, come faceva Simon Mago. Per gli alchimisti, la trasmutazione del piombo in oro era essenzialmente simbolica: in realtà essi miravano a un’altra metamorfosi, ben più impegnativa ma tanto più feconda: il disvelamento del divino che è in ciascuno di noi. Chi riesce in questa impresa consegue la Bellezza nell’accezione archetipa del termine. Così la Sirenetta, oppure la stessa Biancaneve, a trasformazione avvenuta, estasiate dalla bellezza che le circonda, provano una gioia prima sconosciuta, laddove Grimilde, la malvagia regina che, accecata dall’invidia, prepara la mela avvelenata con la quale uccidere Biancaneve, è costretta a perdere la propria bellezza esteriore e a diventare una vecchia deforme e ributtante sol per sperare di riuscire nell’impresa.
Siamo così giunti alla fine della pellicola e, con essa, delle nostre riflessioni. Resta da esaminare il tema della trasformazione, o meglio, più specificamente, della rinascita, eloquentemente descritto in Biancaneve. La fanciulla, in sonno, dunque in condizione di profanità, è adagiata in una bara di cristallo e di oro, simboli alchemici, rispettivamente, di purezza e di eternità. Nani e bestie la piangono, accomunati dal dolore. La risveglierà il Principe, con un bacio di Vero Amore, e insieme si dirigeranno a ‘oriente’ dove si staglia, confusa fra le nubi, una costruzione dai caratteri non ben definiti, dunque ‘imperfetta’, ma dalla quale ogni spettatore si sente nondimeno attratto, affascinato dal suo fulgore di Luce. Giovanni Lombardo    
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TRILUSSA E I NUMERI

NUMMERI

– Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.

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TRILUSSA E LA GIOVENTU’

Pe’ conto mio la favola più corta
è quella che se chiama Gioventù:
perché… c’era una vorta…
e adesso non c’è più.

E la più lunga? E’ quella de la Vita:
la sento raccontà da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascherò dar sonno
prima che sia finita…

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TRILUSSA E IL PAPPAGALLO

Loreto, pappagallo ammaestrato,
doppo trent’anni ritornò ner bosco
propio dov’era nato.
Er padre disse: – Come sei cambiato! –
La madre disse: – Nun te riconosco!
So’ diventato ‘na celebbrità!
rispose er Pappagallo co’ la boria
d’un professore d’università. –
Ho imparato a memoria
una dozzina de parole belle…
Dodici sole?…- Sì, però so’ quelle
che l’ommini ce formeno la Storia
e che so’, su per giù, le litanie
de li discorsi e de le poesie:
Iddio, Patria, Famija, Fratellanza,
Onore, Gloria, Libbertà, Doveri,
Fede, Giustizzia, Civirtà, Uguajanza…-
La madre disse: – Fijo, parla piano:
nojantri nun volemo dispiaceri…

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TRILUSSA -LI FRAMMASSONI

LI FRAMMASSONI DE OGGI

LI FRAMMASSONI DE JERI

Che credi tu? Ch’a le rivoluzioni
fussero carbonari per davero,
cór sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! È lo stesso de li frammassoni.
So’ muratori, sì, ma mica è vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so’ muratori d’opinioni,
cianno la puzzolana1  ner pensiero.
Tutta la mano d’opera se basa
ner demolì li preti, cór proggetto
de fabricaje sopra un’antra casa.
Pe’ questo so’ chiamati muratori
e er loro Dio lo chiamano Architetto…
Ma poco più j’assiste a li lavori!
1) La pozzolana

Er frammassone d’oggi, s’è prudente,

pe’ sta tranquillo e fa’ la vita quieta,

invece del giochetto de la deta

s’adatta a salutà romanamente.

Così che ce capischi? Un accidente.

Finché l’associazione era segreta

se sapeva dall’a fino a la zeta,

nome e cognome d’ogni componente.

Invece mò, che non è più un mistero,

chi riconosce er frammassone puro?

Chi riconosce er frammassone vero?

Chi riconosce er frammassone esperto

che, nun potenno lavorà a lo scuro,

te dà le fregarure a lo scoperto?

Un anno fa, quann’ero frammassone,

se strignevo la mano d’un fratello

me ricordavo der tinticarello,

ma Io facevo senza convinzione.

Annavo in Loggia pe’ giocà a scopone,

a sett’e mezzo, a briscola, a piattello,

con uno scopo solo, ch’era quello

de poté mijorà la condizione.

Ma da quanno ce chiusero la Loggia

nun trovi più nessuno che ce crede,

nun trovi più nessuno che t’appoggia.

Perché la Fratellanza Universale

che ce riuniva tutti in una fede

finì co’ la chiusura del locale.

La Libbertà

La Libbertà, sicura e persuasa
  d’esse’ stata capita veramente,
  una matina se n’uscì da casa:
  ma se trovò con un fottìo de gente
  maligna, dispettosa e ficcanasa
  che j’impedì d’annà’ libberamente.

E tutti je chiedeveno: – Che fai? –
  E tutti je chiedeveno: – Chi sei?
  Esci sola? a quest’ora? e come mai?…
  – Io so’ la Libbertà! – rispose lei –
  Per esse’ vostra ciò sudato assai,
  e mò che je l’ho fatta spererei…

– Dunque potemo fa’ quer che ce pare… –
  fece allora un ometto: e ner di’ questo
  volle attastalla in un particolare…
  Però la Libbertà che vidde er gesto
  scappò strillanno: – Ancora nun è affare,
  se vede che so’ uscita troppo presto!

L’Uguaglianza

Fissato ne l’idea de l’uguajanza
  un Gallo scrisse all’Aquila: – Compagna,
  siccome te ne stai su la montagna
  bisogna che abbolimo ‘sta distanza:
  perchè nun è nè giusto nè civile
  ch’io stia fra la monnezza d’un cortile,
  ma sarebbe più commodo e più bello
  de vive’ ner medesimo livello. –

L’Aquila je rispose: – Caro mio,
  accetto volentieri la proposta:
  volemo fa’ amicizzia? So’ disposta:
  ma nun pretenne’ che m’abbassi io.
  Se te senti la forza necessaria
  spalanca l’ale e viettene per aria:
  se nun t’abbasta l’anima de fallo
  io seguito a fa’ l’Aquila e tu er Gallo.

– Che superbia che cià! Chi sarà mai!
  – disse er Gallo seccato de la cosa –
  Lei nun se vô abbassà’! Brutt’ambizziosa!
  L’ommini, in questo qui, so’ mejo assai.
  Conosco, infatti, un nobbile romano
  che a casa se dà l’aria d’un sovrano:
  ma se je serve la democrazzia
  lassa er palazzo e corre all’osteria.

 

La Fratellanza

Un certo amico mio conserva un callo
  riposto in un astuccio de velluto
  sotto una scatoletta de cristallo.
  – E che robb’è? – je chiesi una matina. –
  Dice: – È un ricordo! – Dico: – Ma te pare
  che sia un affare da tenè’ in vetrina?
  Se fusse robba mia
  la frullerebbe via!… –

Lui me rispose subbito: – Ar contrario!
  ‘Sto callo rappresenta l’ideale
  d’un programma sociale-umanitario
  d’un omo che insegnò per cinquant’anni
  la vera fratellanza universale!

Era un brav’omo, credi. Un vero specchio:
  bono, sincero, onesto… Se chiamava
  Pasquale Chissenè. Povero vecchio!
  Passava l’ore e l’ore
  davanti ar tavolino der caffè
  pe’ fa’ la propaganda de l’amore…
  Povero Chissenè!
  Qual’era er sogno suo? Quello de vede’
  l’ommini abbraccicati fra de loro
  uniti ne la pace e ner lavoro,
  immassimati ne la stessa fede…
  Ma pe’ convince’ er popolo sovrano
  de quello che diceva, ogni tantino
  dava un cazzotto in mezzo ar tavolino…
  finchè je venne er callo ne la mano.
  Ecco perchè lo tengo! Ecco perchè
  quanno sento parlà’ de fratellanza
  ripenso ar callo e sento in lontananza
  una voce che dice: Chissenè…

Da qui a cent’anni, quanno

ritroveranno, ner zappà la terra

li resti de li poveri sordati

morti ammazzati in guerra,

pensate un po’ che montarozzo d’ossa

che fricandò de teschi

scapperà fora da la terra smossa!

Saranno eroi tedeschi,

francesi, russi, ingresi,

de tutti li paesi.

O gialla o rossa o nera

ognuno avrà difeso una bandiera;

qualunque sia la patria, o brutta o bella,

sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno

tutti compagni, senza

nessuna diferenza.

 Nell’occhio voto e fonno

 non ce sara né l’odio nè l’amore

 pe’  le cose der monno.

 Ne la bocca scarnita

non resterà che l’ urtima risata

 a la minchionatura della vita.

 E diranno fra loro: – Solo adesso,

 ciavemo pe lo meno la speranza

 de godesse la pace e l’uguajanza

 che cianno predicato tanto spesso.

 

La verità

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: – Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! –
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
– Prima de falla uscì – dice – bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi…

– M’assoccio volentieri a la proposta
– Disse un Ministro ch’approvò l’idea. –
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. –

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: – Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!

 

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INIZIAZIONE DUE FR.

Un saluto a tutti i Fr\ tra le Colonne

Carissimi Neofiti, vi porgo il Benvenuto ed il mio Triplice abbraccio e gioisco nel vedervi seduti, in questo momento, sotto la colonna del Meridione.

Ho usato il termine Neofita, perché ritengo che tale definizione rispecchi perfettamenteil significato simbolico che noi diamo ai nuovi iniziati, forze giovani e, pertanto , energie giovani che porteranno nuova linfa e nuovo vigore all’Istituzione Massonica e a questa Loggia.

Il termine Neofita deriva dal greco ed è composta da : NEO = Nuovo e FITON = Virgulto o Germoglio, che insieme formano NUOVO NATO.

Con l’Iniziazione avete intrapreso un nuovo cammino, un cammino iniziatico del quale nulla o quasi conoscevate. L’iniziato viene messo a conoscenza di indizi che mai dovrà rivelare ad alcuno. L’iniziato l’Uomo nuovo che, come la pianta che germoglia svetta verso la Luce, verso il Cielo, verso il Sole.

Immagino lo stupore che avete provato, vivendo in prima persona, il  Rito di iniziazione. Questa cerimonia potrebbe sembrare anacronistica con i tempi moderni. Per colui che, provenendo dal mondo profano, ha ancora negli orecchi i rumori e le passioni di quella profanità e non conosce ancora l’Etica massonica che, ”Rectificando” la coscienza dell’Uomo, dovrà condurlo verso una perfezione umana così particolare e peculiare e, nello stesso tempo, così universale ed inequivocabile, da essere compresa solo da iniziati.

Solo chi riuscirà a viverla con l’animo predisposto, potrà capire che questa cerimonia, vecchia di secoli, ma ancora oggi viva e giovane, offre quanto di più bello si può offrire alla mente e all’animo umano e lascia un segno indelebile in colui che la vive la prima volta, per cui si può arguire che l’Etica  e la Ritualità Massonica è di una sconcertante attualità e verità e non è affatto anacronistica con i tempi moderni.

Nel Gabinetto di Riflessione, volontariamente avete abbandonato i Metalli che simboleggiano il mondo materiale e profano, elementi che impediscono di elevarvi verso l’alto, verso la Luce.

Voi Fr\ Neofiti avete notato, nel percorrere i 4 viaggi  simbolici che avete percorso in Loggia, i rumori molto intensi e scoordinati all’inizio fino a scomparire nell’ultimo viaggio. I rumori simboleggiano le diatribe, le gelosie, le invidie, le prevaricazioni, le insofferenze e gli odi del mondo profano.

Man mano vi addentravate nella ritualità della cerimonia e vi avvicinavate così all’Oriente, Regno della Luce, e nello stesso tempo allontanandovi  dall’Occidente, Regno dell’Oscurità, simbolo del mondo profano dal quale voi provenite, i rumori  andavano affievolendosi fino a scomparire. Quel silenzio ha una valenza molto importante nell’esoterismo massonico, esso fa parte integrante del vostro grado, è il silenzio dell’iniziato che fa parte del silenzio che precede l’Apprendimento. Voi dovrete osservare, nel vostro grado, un periodo di silenzio durante i lavori di Loggia, ma non sarà esso un silenzio né punitivo, né passivo, esso dovrà essere un silenzio Attivo e Fattivo.

Voi siete neonati in Massoneria, come tali potete solo balbettare e compitare non conoscendo ancora il linguaggio né l’etica né il comportamento da tenere in Loggia, ove tutto è regolato secondo ritualità.

Voi dovete solo ascoltare, osservare, ragionare con tutte le forze. Potete parlare solo se interrogati, vi dovete guardare intorno e osserverete allora una Loggia piena di simboli e di allegorie di cui dovrete comprendere e dare un significato. Dando a tutto ciò, un vostro giusto valore; nulla è lasciato al caso in Loggia, tutto ha, in essa, una precisa ubicazione, razionalità e significato. Nessuno vi insegnerà a valutare questi simboli, voi stessi dovrete dare loro la giusta valenza traendone il più ampio insegnamento, interpretandoli e raffrontandoli. Ci vorrà molto tempo per fare ciò, ma se riuscirete a comprendere il vero significato, il vostro iter massonico verso la conoscenza, sarà facile e privo di ostacoli; se voi non doveste riuscire in questo intento, non dovete avere paura di cadere, avrete sempre al vostro fianco un Fratello che vi sorreggerà.

Giunti a questo punto forse vi domanderete: quale è allora l’interpretazione che dovrò dare all’Istituzione massonica? Io personalmente, ma questo riflette solo il mio pensiero,la definirei: il “Nosce te Ipsum” socratico. Essa ha come base etica la conoscenza di se stessi, e la sua impalcatura costruita a tale scopo. La conoscenza interiore dell’uomo si evolve attraverso una catarsi spirituale tale da modificare e forgiare, in maniera nuova, il carattere dell’Iniziato, il suo modo di parlare, il suo comportamento, la sua individualità, saranno cambiate in modo tale da far sì che esso vi distingua dagli altri profani.

L’Etica massonica, se compresa nella sua giusta misura e nella sua esternazione, conduce l’uomo ad un livello di coscienza e di conoscenza tali che non ha eguali nelle altre istituzioni. La massoneria non è una filosofia, non ne possiede i caratteri, non ricerca la verità attraverso la dialettica né la vuole dimostrare, solo la enuncia e ne indica la strada per raggiungerla, sta poi alla coscienza ed all’intelligenza dell’individuo valutarla, elaborarla e farla propria, guardando dentro se stesso ricercando i propri difetti e cancellandoli dalla propria memoria. La Massoneria non è una religione, in quanto non prega Dio, non ha santi, né si basa su dogmatismi imposti o rivelati. Lavora in nome G\A\D\U\ e rispetta tutte le religioni, senza abbracciarne una in particolare, per cui potrete sedervi, in Loggia, accanto ad un Fr\ islamico o induista o ebreo o buddista, cattolico o luterano, salvo che non professi il fondamentalismo né fanatismo. Al centro della Loggia vedete il Libro Sacro: la Bibbia, che per noi rappresenta la materializzazione della Divinità, scacciando così il dubbio che il massone professi l’ateismo. La Massoneria non è un partito, in quanto in Loggia è proibito parlare o fare politica. Non è una Istituzione di massa né ricerca, per questo motivo, il potere, essa accoglie nel suo seno chiunque professi il concetto di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, Tolleranza, escludendo, di conseguenza, qualsiasi fanatismo politico, ogni totalitarismo, ogni dittatura. La Massoneria è una fratellanza, è una elite di uomini che ricercano la conoscenza allo scopo di migliorarsi, ricercando una perfezione umana universale per se stessi e con lo scopo di diffonderla nell’Umanità. Io definirei la massoneria una scuola di vita ove ognuno può ricercare in essa ciò che lui vorrebbe ricercare in se stesso e negli altri. “In massoneria non è possibile trovare se non quello che si è capaci di scoprire da sé stessi”. In massoneria deve prevalere il concetto di giustizia sociale e morale. La rettitudine  deve essere la bandiera del vero massone, solo così l’Istituzione potrà continuare a vivere nei secoli avvenire sempre con la stessa etica che l’ha contraddistinta fino ad oggi e che ci è stata tramandata da tanti nostri Illustri Fratelli che hanno creduto in questo nostro Ordine. Detto ciò, non voglio gravare sulla pazienza e sulla tolleranza dei neofiti e mi avvio alla conclusione di questa orazione di benvenuto per i nuovi fratelli ai quali auguro uno stimolante iter massonico, gioioso e realizzatore.

Cito i versi che il Divino Poeta, a noi molto vicino concettualmente ma non fratello, Dante Alighieri allorquando, nell’ottavo girone infernale, fa dire a Ulisse, simbolo di ricerca ossessiva della conoscenza, che, giunto presso le colonne d’Ercole. Arringa i propri marinai i quali , paralizzati dalla paura di varcare quelle  colonne, oltre le quali c’era l’ignoto, non lo volevano più seguire né sapere che cosa ci fosse al di là di esse, dicendo loro:”Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude e conoscenza”. A voi Fr\……… il mio Triplice Fraterno Abbraccio e con la speranza di avervi aperto una finestra dalla quale voi possiate vedere con serenità l’ampio orizzonte che la Massoneria potrà offrire ai vostri occhi.      

Ricordatevi che siete dei privilegiati!

 l’oratore G\ B\

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