PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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IL MAGICO NUMERO 7

Il magico numero 7

“E avendo aperto il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo, quasi di mezz’ora. E vidi i sette angeli che stanno dinanzi a Dio; e furono date ad essi sette trombe”.

(Apocalisse, VIII – 1)

Nell’Apocalisse, è un numero ricorrente: in tutta la bibbia Bibbia compare 424 volte.

“E vidi nella destra di Lui che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, e segnato con 7sigilli”.

(Apocalisse, V – 1)

“Il mistero delle sette stelle che hai visto nella mia destra e i sette candelieri d’oro: le sette stelle sono i sette angeli della Chiesa e i sette candelieri sono le sette Chiese”.

(Apocalisse, I – 20)

“E vidi una bestia che saliva dal mare, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna dieci diademi e sopra le sue teste nomi di bestemmie”

(Apocalisse, XIII – 1)

E il Signore disse a Noè: “Di tutti gli animali mondi ne prenderai a sette a sette, e maschio, e femmina; e degli animali immondi a due a due, maschio, e femmina. E parimenti degli uccelli dell’aria a sette a sette, maschio e femmina: affinché se ne conservi la razza sopra la faccia della terra.

(Genesi, VII, 2-3)

E’ scritto nel Vangelo: “Perdona non 7 ma 77 volte 7 al tuo fratello”.

Ammonisce un antico proverbio arabo: “Prima di parlare gira sette volte la lingua in bocca”.

Sette è il numero da sempre ritenuto magico, misterioso, intriso di sacralità e con una ricchissima simbologia che lo connota fin dall’antichità.

E’ il primo più alto, divisibile solo per se stesso, il più attivo dei numeri dispari e rappresenta, dunque, l’azione per eccellenza, a tutti i livelli: su se stessi e sul mondo.

Il numero 7 era considerato già sacro dagli egizi che vi fondarono gli elementi di tutte le scienze; molte delle sue proprietà risalgono addirittura all’astrologia babilonese che riconosceva 7 pianeti e divideva il mese lunare in cicli di 7 giorni, da cui deriva l’origine della nostra settimana. A ciò è riconducibile molta della sacralità dei 7 che rappresentava, in quel tempo, il cosmo e la sua perfezione.

Secondo la scuola pitagorica il 7 era “amitor” (senza madre) in quanto non era un prodotto fattoriale ma generato solo dall’unità. Veniva considerato “Veicolo di Vita” in quanto formato dal quattro (azione, materia, femminile) più il tre (spirito, sapienza, maschile).

Tutte le civiltà antiche hanno sviluppato un simbolismo numerico ed in esse è infatti ricorrente l’interpretazione del 7 come numero sacro, unico e immobile.

I Cinesi veneravano 7 Spiriti Celesti; i Giapponesi i 7 Genii della Felicità; il Rig-Veda parla di 7 razze umane, di cui cinque già estinte e due future, chiamate allegoricamente le sette “correnti”.

Le civiltà della Mesopotamia attribuivano l’origine e il governo del mondo a 7 deità cosmogoniche.

7 sono gli Dei accostati ai sette saggi del Pantheon Babilonese, 7 sono i raggi di Bacco, 7 quelli del disco solare sulla testa di Thoth.

I Caldei innalzarono colossali torri a 7 piani.

Ugualmente importante fu il numero 7 presso gli Egizi e gli Ariani, lo testimoniano le piramidi a struttura tri-tetra settenarie.

Gli Egiziani contarono “sette braccia” del Nilo; 7 erano gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside ed in 7 gradi fu edificata la Piramide.

I Persiani credevano ai 7 Genii della Luce e cingevano le città con 7 cinta di mura.

I Greci associavano il 7 all’adorazione di Selene e di Apollo; 7 erano le corde della sua lira.

7 erano le vacche sacre del dio cantate da Omero, «All’isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingue grecci del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore…» Odissea, XII, 127-133

7 erano i fanciulli e 7 le fanciulle inviate a Creta come pasto per il Minotauro.

Nella cultura ellenica l’armonia tra pensiero ed azione veniva indicata nei 7 sapienti: Cleubulo con in mano la bilancia, Pittaco con un ramo d’ulivo, Solone con un teschio, Pariandro in posa calma e rassegnata, Talete colui che non sa ma che infinitamente sa, Chilone con in mano uno specchio, Biante che solleva una gabbia contenente un uccello.

7 erano le meraviglie del mondo: il colosso di Rodi, i giardini pensili di Babilonia, il mausoleo di Alicarnasso, il tempio di Diana in Efeso, il faro di Alessandria, il Giove olimpico di Fidia, le piramidi d’Egitto.

7 furono le Chiese del tempo: Efeso, Smirne, Sarsi, Tiati, Pergamo, Filadelfia e Maodicea.

7 erano gli Dèi di Abydos, 7 le dee Hator che stabilivano il destino di ogni neonato.

Ogni 7 giorni gli Spartani facevano sacrifici ad Apollo; il 7° giorno dalla nascita si dava il nome al nuovo nato.

I Fenici veneravano i 7 calici.

Che il 7 possa essere considerato l’emblema della pienezza spirituale e cosmica, il numero sacro per eccellenza, è confermato anche dalla forte carica simbolica conferitagli in molte religioni.

Nella Bibbia Dio impiegò 7 giorni per realizzare la sua creazione e 7 sono i giorni della settimana che lo ricordano all’uomo.

L’Antico Testamento utilizza 7 nomi per indicare la terra e altrettanti per il cielo.

Nel Nuovo Testamento, 7 sono i sacramenti (battesimo, eucarestia, penitenza, confermazione, matrimonio, ordine sacro, unzione degli infermi), 7 i doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio), 7 i peccati capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira) e 7 le virtù (forza, sapienza, giustizia temperanza, fede, speranza e carità).

7 sono le invocazioni contenute nel Padre Nostro. Da Pasqua a Pentecoste ci sono 7 settimane.

Nell’Apocalisse di San Giovanni il 7 vi ricorre cinquantaquat¬tro volte: la fine del mondo sarà annunciata dalla rottura dei 7 Sigilli, seguita dal suono di 7 trombe per bocca di 7 Angeli, quindi dai 7 Por¬tenti ed infine dal versamento delle 7 Coppe dell’ira di Dio. 7 sono gli arcangeli di cui si fa menzione.

Le mura di Gerico si sgretolarono quando, il settimo giorno che l’esercito di Israele, con l’arca dell’alleanza alla testa, compì per 7 volte il giro completo attorno alla città.

Nella tradizione ebraica il candelabro a 7 luci, detto Menorah, è il simbolo della fede eternamente accesa e fu fatto costruire da Mosè su ordine di Geova. Le sette luci ardevano per rappresentare simbolicamente la fede eternamente accesa.

Nella Cabala, l’uomo viene rappresentato in una triplice essenza ma la rappresentazione della sua evoluzione è settemplice (vegetativa, nutritiva, sensitiva, intellettiva, sociale, naturale, divina).

Il settimo giorno dalla nascita avveniva la circoncisione dei maschi; 7 volte venivano assolti i peccati e 7 era il simbolo della perfezione che contiene il loro simbolo etnico, la stella di David.

7 erano le corde della lira di Orfeo e 7 i cancelli di Shamballa . 7 erano le regioni della terra, 7 le razze umane, 7 le famiglie di Wotan , 7 le grotte degli antenati Nahual , 7 le città di Cibola , 7 le isole Antille dette “Sabain”di cui parlavano antichi viaggiatori arabi, nominando l’isola delle 7 città.

7 volte Ofione si arrotolò intorno all’uovo universale depositato da Eurinone, Dea di tutte le cose, creatrice delle 7 potenze planetarie (Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno).

Anche il sistema Tolemaico poneva al centro dell’Universo la terra, attorno a cui ruotavano, 7 sfere concentriche dette Cieli.

I buddisti definiscono, inoltre, l’uomo come Saptaparna, la “pianta a sette foglie” attribuendogli 7 principi.

Nella tradizione Islamica, dove il 7 è più volte ripetuto nel Corano, il Mondo è sorretto da 7 colonne poggianti sulle spalle di un gigante.

7 sono i giri che il musulmano deve fare, per conquistare il paradiso, intorno alla Kaaba, dove è sigillata la pietra che l’Arcangelo Gabriele inviò ad Abramo e Ismaele quando, sulla base dei disegni dati da Dio, costruirono il Tempio.

Nel Baghavad Gita, libro sacro dell’Induismo, 7 erano gli illuminati dei Veda dell’India e 7 sono i giri che induisti e buddisti fanno intorno al sacro monte Kailash per purificarsi dai peccati.

7 sono i tipi di oro, le stole di Iside, le gemme preziose.

Il Buddha Gauthama individuava 7 mondi o gradi di Maya, costituiti ciascuno da 7 cerchi di evoluzione di una catena planetaria formanti 49 (7×7) stazioni di esistenza attiva.

Nel Libro tibetano dei morti questi 49 (7×7) giorni sono rappresentati dal segno dello Swastika (7×7), sulle corone delle 7 teste del Serpente dell’Eternità dei misteri.

Nella mitologia indiana, al mistero dei 7 fuochi, si accompagnano in genere le 49 (7×7) suddivisioni o 49 (7×7) aspetti del fuoco.

Inoltre 7 è sinonimo di governo dei cicli e dei ritmi della vita umana.

Le uova di gallina si schiudono dopo 21 giorni (7×3); quelle di anatra si aprono dopo 28 giorni (7×4); quelle di struzzo dopo 56 giorni (7×8).

Le cagne generano dopo 63 giorni dalla fecondazione (7×9); le mucche dopo 280 giorni (7×40).

Il ciclo mestruale che regola le funzioni dell’apparato genitale femminile si ripete normalmente ogni 28 giorni (7×4).

Dopo il concepimento, infatti, l’embrione rimane tale per 7 settimane per poi trasformarsi in feto. Il movimento del feto umano prodotto da questo apparato, è seguito da un periodo di 126 giorni (7×18). Il periodo di variabilità è di 210 giorni (7×30). Quello della gestazione si conclude in 280 giorni (7×40) o, volendo usare un’ altra misura temporale, il parto avviene dopo 7 lune nuove.

Nell’ ambito dei processi patologici umani molte malattie si risolvono in 7 giorni.

In fase di sviluppo e crescita il bambino intorno ai 7 mesi pone i primi denti da latte.

Ogni 7 anni completa un ciclo fisico e psico-fisico.

Il fanciullo a 7 anni ottiene i denti definitivi, a 14 (7×2) annienta lo stadio della pubertà, a 21 (7×3) completa il suo sviluppo.

Nella natura, inoltre, il 7 denota la periodicità dei fenomeni.

Lo spettro luminoso viene diviso nei 7 colori di base che formano l’arcobaleno (rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto).

7 sono le note musicali e 7 i gradi della scala che producono l’armonia, 7 sono i diesis e 7 i bemolle. Sommando tutti i gradi della scala si ottiene 28 (7×3). 7 sono le chiavi musicali la cui differente posizione sul pentagramma va a costituire il setticlavio e 7 sono i registri vocali comprensivi di voci bianche.

Nella chimica, nella fisica e nella mineralogia il 7 è un numero fondamentale.

In astronomia risulta che la Luna è 49 (7×7) volte più piccola della Terra e compie i suoi cicli in un periodo di 28 (7×4) giorni.

7 sono i veli della danza, le chiavi dell’Universo, le porte del sogno, i gangli spinali, le ghiandole endocrine, i livelli degli elettroni attorno al nucleo.

I Romani nel recinto della città, che sarebbe diventata la capitale del mondo antico occidentale, non ammisero che 7 colline conosciute come i “Sette Colli” (Capitolino, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio e Aventino) e lasciando le altre fuori dalle mura. E’ stata governata da 7 re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tuillo e Tarquínio il Superbo). La leggenda vuole, poi, che la città divenne “eterna” per 7 oggetti ivi condotti perché di buon auspicio: l’ago di Cibele (una pietra nera adorata in Asia minore); la quadriga donata dalla città di Veio; le ceneri di Oreste, figlio di Agamennone; lo scettro di Priamo, re di Troia; il velo di Ilione; la statua di Atena Pallade; i dodici scudi Ancili. Roma è, inoltre, la città delle 7 Chiese (le 4 Basiliche maggiori: S. Pietro in Vaticano, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura – e le 3 Basiliche minori di S. Sebastiano sull’Appia, S. Croce in Gerusalemme e S. Lorenzo fuori le mura).

Costantinopoli, la seconda capitale dell’impero, quello d’Oriente, venne anch’essa costruita su 7 colline.

Secondo gli antichi misteri religiosi, le dolorose vicende dell’anima, al fine di sfuggire all’amplesso della materia e tornare a congiungersi e sommergersi nella plenitudine dell’Essere Sommo, si compivano per 7 gradi, dovevano risalire 7 sfere planetarie.

La lampada che brilla sulla tavola del tabernacolo è a 7 fiamme.

7 sono le Pleiadi, le costellazioni celesti che sono espressione di questi principi eterni. 7 sono anche le stelle che compongono l’Orsa Maggiore ed altrettante quelle che formano l’Orsa Minore.

Giuseppe, spiegando in Egitto i sogni del Faraone, parlò di 7 vacche grasse e di 7 vacche magre.

7 sono i dormienti; 7 i dolori di Maria Vergine con il cuore trafitto da 7 spade.

Nel Medioevo le Arti e le Scienze Muratorie venivano divise in due gruppi: un trivio, detto letterario, di tre “discipline propedeutiche” quali grammatica, logica, e retorica ed un quadrivio, detto scientifico, composto di quattro “scienze fondamentali” quali aritmetica, geometria, musica, astronomia. Queste 7 discipline venivano sintetizzate in sette parole: Lingua (Grammatica), Ratio (Logica), Tropus (Retorica), Numerus (Aritmetica), Angulus (Geometria), Tonus (Musica) e Astra (Astronomia).

7 sono le lettere dell’alchemico V I T R I O L: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra (il proprio intimo, la Psiche) e rettificando scoprirai la pietra nascosta (e indagando troverai la tua intima essenza o Vera Volontà).

Lascio a voi le riflessioni e le interpretazioni del caso.

L’unico spunto che mi permetto di proporre deriva dalla considerazione che se facciamo astrazione dai concetti matematici e di computo in generale, senza perdere di vista la “struttura matematica della realtà”, possiamo osservare come ciò per noi rappresenta fondamentalmente un valore, una misura o la combinazione di altri elementi, nella sua radice più intima e remota, esso appaia più come una forma di unità, di origine o derivazione fine a se stessa, manifestando un valore archetipico, da cui tutto scaturisce e attraverso il quale tutto “transita”; una “unità” estranea ai nostri concetti matematici, che non rappresenta il valore più basso di una data serie ma quello più rappresentativo e creativo!

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SEGRETO-SEGRETEZZA-RISERVATEZZA

Segreto – Segretezza – Riservatezza

Sin dai tempi più remoti vi sono stati Uomini che hanno indagato i misteri dell’Universo,che hanno avuto un rapporto abbastanza diretto con il sole ed i suoi movimenti, sforzandosi di scoprire le leggi che regolano la meccanica celeste ritenute il modo di esprimersi del disegno divino, che hanno cercato di rendersi conto del perché del loro essere e che hanno trasmesso le nozioni acquisite a pochi selezionati discepoli degni della conoscenza. Sorgevano così le scuole iniziatiche, dove i neofiti, nel silenzio e nella riflessione venivano portati ad assimilare studi teologici e scientifici, per pervenire, mediante l’uso della ragione, alla verità.
Queste Scuole diventarono così depositarie del patrimonio culturale e spirituale degli uomini delle generazioni precedenti, che avendo compreso come esorcizzare la Morte, tramandarono agli adepti attraverso una ininterrotta tradizione quei contenuti filosofici e scientifici, non svelabili, ma rivelabili attraverso il linguaggio simbolico. Secondo Guénon, la Tradizione è una dottrina di ordine intellettuale, riferibile ad un Principio o a dei Principi primi, che si trasmette iniziaticamente in forme diverse.
Gli antichi egizi veneravano il Dio Arpocrate figlio di Iside e Osiride che veniva rappresentato con sembianze giovanili,mentre teneva un dito sulle labbra ad intimare il silenzio. Plutarco nella sua opera “Iside e Osiride” ci fornisce alcune interessanti notizie su questo Dio mettendole in relazione con le fasi del moto apparente del sole. Infatti ci narra che Iside apprese di essere incinta nel mese di Faofi, cioè nel periodo dell’equinozio d’autunno, partorì in coincidenza del solstizio d’inverno, e che gli egiziani tenevano in gran conto Arpocrate festeggiandone i natali nell’equinozio di primavera e offrendo legumi nel mese di Mesore, dopo cioè, il solstizio d’estate.

Anche le tradizioni iniziatiche attuali tengono in grande considerazione le ricorrenti situazioni astronomiche ed astrologiche. La religione Cattolica, festeggia la nascita di Cristo nel periodo del solstizio d’inverno, indicando così, come gli Egizi fecero con Arpocrate, il simbolo della luce sorgente dalle tenebre. Lo stesso interesse viene manifestato per questo evento astronomico dai Liberi Muratori che annettono grande importanza all’alternarsi delle stagioni e dei cicli ai quali viene sottoposta la natura.

Il gesto del silenzio fatto da Arpocrate ha indotto Plutarco a ritenerlo Dio del Silenzio e custode delle espressioni di culto iniziatico dedicato ai vari Dei. Questi culti nel mondo classico erano molto diffusi e noti con il nome di Misteri, ricordiamo i Misteri Eleusini dedicati alle Dee Demetra e Core, i Misteri di Samotracia, di Iside, di Mithra, di Cibele, di Dioniso,di Attis; essi erano basati anche su tradizioni iraniche, portate a Roma da pirati della Cilicia,oltre a quelle egiziane, e trovarono ampia diffusione, all’epoca di Pompeo, tra i romani di alto lignaggio.

Il comune denominatore di tutte le tradizioni iniziatiche era ed è l’esoterismo, cioè il complesso di miti, credenze, dottrine, riti, culti che non sono destinati al grande pubblico, ma solo ad un certo numero di adepti, ai quali si richiede di essere liberi da condizionamenti o imposizioni che li costringessero a svelare i segreti del culto religioso o sapienziale, e di applicarsi per arrivare a possedere quelle nascoste dinamiche della Legge Universale ed Eterna che permette la realizzazione della Grande Opera (la costruzione del Tempio Interiore),in altri termini, per pervenire alla comprensione del Segreto Iniziatico.
I Pitagorici obbligavano gli iniziati al rispetto più assoluto del Segreto e gravi sanzioni erano previste per chi lo violava. Si sa che Ippaco, Ipparco ed Empedocle di Agrigento furono esclusi dall’Ordine Pitagorico per non aver mantenuto l’impegno assunto.

Nella Tradizione Alchemico-Ermetica, il Segreto dei Segreti è nascosto nel motto: SOLVE ET COAGULA, per gli ebrei il segreto era la Rosa tra le spine che elevava il popolo ebraico a popolo eletto, e i primi nove Cavalieri Templari intrapresero il viaggio verso il Tempio di Gerusalemme per ricercare il segreto iniziatico ebraico.
Ed anche la Massoneria come le altre società iniziatiche, custodisce il Segreto che, purtroppo, ha prodotto diffidenze, sospetti e pregiudizi. I mass media, per loro natura, forniscono prodotti giornalistici capaci di provocare la curiosità dei lettori; e cosa c’è di meglio che parlare della segretezza della Massoneria relativa tanto ai suoi Membri, quanto alle attività, condizionando, così, l’opinione pubblica con campagne di spettacolarizzazione e di astiosità! Confondendo artatamente il Segreto massonico con la segretezza e con la riservatezza secondo l’equazione “Massoneria uguale segretezza”, si alimenta il sospetto che i massoni agirebbero per il proprio tornaconto ai danni della comunità, creando all’interno delle Logge, organizzazioni corruttrici ed affaristiche, lobbies economiche, poteri occulti così potenti da influire sulla vita politica, amministrativa e giuridica delle Istituzioni pubbliche. Malgrado lo sforzo del Grande Oriente d’Italia di promuovere convegni e pubblicazioni al fine di chiarire all’opinione pubblica che la Massoneria è un Ordine universale iniziatico la cui unica finalità è il perfezionamento dell’Uomo, e non i problemi connessi con l’organizzazione della Società che competono allo Stato e agli Enti dove si concentra il potere pubblico, ancora qualcuno continua a parlare di segretezza della Massoneria.

Ritengo pertanto opportuno, ritornare ancora una volta sulla differenza tra Segreto massonico, segretezza e riservatezza.
La Costituzione della Repubblica Italiana tratta il diritto di associazione con l’Art.18, che Alcide De Gasperi, pare, lo abbia inizialmente formulato contro la Massoneria e soltanto l’intervento di Fratelli americani lo indusse a modificarne le finalità; esso così recita: “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”. Mentre il primo comma sancisce il diritto di ogni cittadino alla libertà di associazione, senza autorizzazione alcuna, il secondo comma pone dei paletti a tale diritto, proibendo, tra l’altro, le associazioni segrete. La legge 25 gennaio 1982 n. 17, nota comunemente come legge Spadolini – Anselmi, all’art. 1 così recita: “Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall’art.18 della Costituzione, quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, ovvero rendendo sconosciuti, in tutto o in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”. Ciò significa che la segretezza di una associazione, perché possa provocare l’intervento dell’autorità giudiziaria deve tenere segrete finalità e attività sociali e deve perseguire il fine illecito di interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche. La libertà di associazione è, quindi, un diritto costituzionale che un soggetto privato può esercitare per realizzare sue finalità. In base a tale diritto sono sorte tante associazioni di categoria: l’ordine degli avvocati, dei medici, dei giornalisti, degli ingegneri ecc. ai cui soci spesso è fatto obbligo di mantenere il segreto. Appare, quindi, normale che un medico o un avvocato sia vincolato al segreto professionale, un sacerdote a quello del confessionale, un magistrato a quello istruttorio e così via. Non si capisce, allora, quali sospetti possa destare il Segreto massonico, a meno che lo si voglia far credere una specie di “omertà mafiosa” per poter così definire la Massoneria un’associazione segreta e pericolosa. In effetti la legge Spadolini – Anselmi non è sufficiente, manca ancora una chiara legislazione di attuazione dell’art.18 della Costituzione che regoli la natura,la vita e il ruolo delle associazioni non riconosciute.
Nell’ordinamento giuridico italiano hanno lo status di associazioni non riconosciute (art.36 C.C.), oltre alla Massoneria del G.O.I., tutti i partiti politici, le confederazioni sindacali, la Confcommercio, la Confindustria, i club service Rotary e Lions, l’Azione Cattolica, l’Opus Dei e le loro Costituzioni sono depositate presso i Tribunali,in particolare la Costituzione e gli altri documenti storici inerenti la funzione del G.O.I. sono depositati presso il Tribunale di Roma.

E’ vero che il Neofita presta una promessa solenne di mantenimento del silenzio più assoluto su tutti i particolari relativi alle prove subite durante l’Iniziazione e conferma questa promessa durante le cerimonie di passaggio al grado di Compagno d’Arte e al grado di Maestro impegnandosi, stavolta, a non rivelare i segreti che verranno confidati nemmeno ai Massoni di grado inferiore. E continua a fare promesse solenni di mantenimento dei Segreti quando viene ammesso nei Corpi Massonici Rituali. E sono tutte promesse prestate in forma solenne, alla presenza del Grande Architetto Dell’Universo, con la mano posta sul Libro della Legge Sacra, e sul proprio onore di uomo, senza equivoci e riserve mentali, né segreti pensieri, invocando pene severe qualora mancasse alla parola data. Ed ancora, promette di mantenere il segreto sui Lavori Rituali compiuti alla fine di ogni tornata di Loggia. E negli Antichi Doveri, al titolo sesto riguardante il comportamento, il paragrafo 4 (Comportamento in presenza di estranei non Massoni ) così recita: “Sarete cauti nelle vostre parole e nel vostro portamento affinché l’estraneo più accorto non possa scoprire o trovare quanto non è conveniente che apprenda…” e il paragrafo 5 ( Comportamento in casa e nelle vicinanze ) raccomanda di non lasciare che la famiglia, amici e vicini conoscano quanto riguarda la Loggia. Ma nessuna di queste promesse solenni contiene elementi che possano determinare conflitti con le leggi dello Stato Italiano o incompatibilità con il giuramento di fedeltà allo Stato che i pubblici dipendenti debbono prestare all’atto della loro assunzione in servizio.

Il Segreto Iniziatico non riguarda la Libera Muratoria, che non ha segreti, ma il Libero Muratore; esso è di natura spirituale, ed è dovuto all’energia che scaturisce dall’esercizio iniziatico che ogni Massone svolge in Loggia lavorando la sua pietra grezza, usando ed interpretando i simboli e con l’apporto degli altri Fratelli scopre quel “quid” che gli fa capire l’uomo, l’umanità, la natura, in altri termini trova la Luce sapienziale. Il fratello Giovanni Pascoli disse che l’unico fine che hanno i Massoni é “quello di promuovere l’umanità del genere umano”.

Questa esperienza sovrasensibile legata all’insorgere di emozioni e sentimenti destati da ricerca interiore, fatto intimo che deve restare circoscritto al campo dell’esoterismo, e quindi impossibile a trasmettere, è il Segreto che ogni Libero Muratore porta nella sua anima, e che, sconosciuto a tutti, diventa accessibile a chi riesce a scoprire la strada della propria elevazione mentale e spirituale. Il Fr. Giacomo Casanova a proposito del Segreto diceva: “Coloro che entrano nella Massoneria solo per carpirne il Segreto, possono ritrovarsi delusi: può infatti accadere loro di vivere per cinquant’anni come maestri massoni senza riuscirvi. Il mistero della Massoneria, é per sua natura inviolabile: il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso. Lo scopre a forza di frequentare la Loggia, di osservare, ragionare, dedurre. Quando lo ha conosciuto , si guarda bene dal far parte della scoperta a chicchessia, sia pure il migliore amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare il mistero, non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il mistero rimane sempre tale”. E il Fr. William G. Houck sulla rivista <The Royal Arch Mason> scriveva nel 1997: “La Libera Muratoria è un’organizzazione che presenta molti segreti in ogni aspetto del suo essere. Questi segreti si sono tramandati dall’antichità, e risalgono ad un’epoca che è conosciuta come il Periodo dei Re. Durante quel tempo, i grandi re del mondo antico possedevano tremendi poteri. Essi governavano per diritto divino, affermando che la propria sovranità era loro accordata direttamente da Dio stesso. Questi sovrani conoscevano e praticavano segreti che davano un grande potere, sufficiente a governare su regni e principati. Al giorno d’oggi, dopo tanti secoli, noi Liberi Muratori, allo stesso modo, conosciamo tali potenti segreti, ma non scegliamo di usarli per governare sui regni, ma piuttosto su noi stessi. Il primo segreto è quello relativo al Coraggio. Coraggio in tutto ciò che facciamo. Nel coraggio delle nostre convinzioni sta il valore. Mantenere sempre le nostre convinzioni, non esitare né tradire mai ciò in cui crediamo. Arrenderci a coloro che si oppongono a noi significa perdere la nostra identità. Il secondo segreto concerne l’Onore. Quando onori gli altri, tu rendi omaggio a te stesso. Se umili te stesso nel servire gli altri, allora grande sarà il rispetto che tu riceverai. La più grande funzione dell’onore è data dal guidare gli altri. Guidare gli altri è un onore verso tutto ciò in cui tu credi. Il terzo segreto è quello del Dovere. Dovere prima verso Dio, poi al tuo paese, alla tua famiglia, al tuo vicino e infine verso te stesso. Sii fedele al tuo dovere e non dimenticare l’obbligo verso la tua fede. Difendi la tua fede, pratica la tua fede, celebra la tua fede e sii sempre conscio del tuo dovere. Il quarto è quello della Dignità. In qualsiasi posto tu sia e qualsiasi cosa tu faccia, tieni sempre a mente ciò che rappresenti. Non abbassarti mai degradando la tua dignità. Tu sei uno strumento di comunicazione. Definisci tutto ciò in cui credi e battiti per esso. Non tradire mai in nessuna occasione ciò che tu rappresenti, così facendo perderai infatti la tua dignità. I grandi re del passato conoscevano tali segreti e li usarono con successo per governare sui loro regni. Tu puoi usare quei segreti per governare sul regno della tua propria vita. Se lo riuscirai a fare, allora avrai il diritto di essere il compagno di quei re”.

Sulla base di quanto detto, si deve escludere che la Massoneria possa essere qualificata come associazione segreta, perché, come ho già detto, sono note le sue finalità e attività sociali altamente umanitarie , la sua Costituzione vigente è depositata presso il Tribunale di Roma, é nota l’ubicazione delle Officine e perché è possibile consultare ,su richiesta motivata dall’autorità giudiziaria , gli elenchi nominativi dei “soci” , ai quali si richiede all’atto dell’ammissione l’impegno di essere sempre leali servitori dello Stato. Essa tuttavia, proprio perché associazione di uomini che esprimono comuni sentimenti di fratellanza, privilegia la riservatezza, diritto inalienabile di ogni uomo che vive in un paese libero a salvaguardare la sua vita privata da quella pubblica, sempre beninteso che nella sua sfera privata non persegua fini illeciti. L’art. 6 della già citata Legge Spadolini – Anselmi tutela la riservatezza delle associazioni e quella dei singoli soci abrogando gli articoli 209 e 212 del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza che facevano obbligo, il 209, alle associazioni di fornire, dietro richiesta, all’autorità di Pubblica Sicurezza gli atti relativi all’ordinamento interno e gli elenchi nominativi dei dirigenti e dei singoli soci, e il 212 ai funzionari e agli impiegati militari e civili dello Stato, qualora ne erano richiesti, di dichiarare la loro appartenenza ad associazioni o enti al Ministro competente per i dipendenti statali, al Prefetto per gli impiegati degli enti pubblici.
L’ ingerenza nella riservatezza delle associazioni o dei singoli soci, può avvenire non più ad opera dell’esecutivo, ma soltanto “per atto motivato dall’autorità giudiziaria”.

Sic stantibus rebus, in assenza di una chiara legge sulle associazioni, é rimasto nelle mani della magistratura il potere di dichiarare quali associazioni travalichino la Costituzione Italiana e vadano messe fuori legge. Così nel 1992 il procuratore della Repubblica di Palmi, sua sponte, ha avviato una mega inchiesta su tutte le massonerie italiane, e successivamente la Corte Suprema di Cassazione ha sentenziato la possibilità di ricusazione del giudice, se è massone.

Negli ultimi anni più volte il potere politico ha ignorato della Legge Spadolini – Anselmi:
1) 4 novembre 1992: il Consiglio Regionale della Sicilia, preoccupato dalle insidie tese dalla piovra Massoneria, approva la mozione “…che invita il Presidente della Regione a sottoscrivere e a far sottoscrivere ai deputati, ai membri della Giunta di Governo, ai dirigenti, ai funzionari dell’Assemblea Regionale Siciliana, nonché agli amministratori di enti dipendenti o sottoposti al controllo della medesima regione, dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà, attestanti la non appartenenza alla Massoneria, ovvero l’indicazione dell’obbedienza e della loggia di appartenenza, anche se coperta”.

2) 11 novembre 1993: il Consiglio Regionale della Sardegna assume la delibera di “ribadire immediatamente e formalmente l’invito agli Organi competenti del G.O.I. a rendere pubblici gli elenchi degli aderenti a qualunque Loggia essi appartengano….fermo restando che in difetto, trascorsi trenta giorni dal ricevimento dell’odierna nota, si procederà a richiedere gli elenchi stessi direttamente ai Presidenti dei due rami del parlamento”.

3) 24 gennaio 1994: entro questa data il Consiglio Provinciale di Firenze avrebbe proceduto alla revoca per i rappresentanti della provincia in Enti di secondo grado in caso di conclamata ed affermata appartenenza a Logge Massoniche.

4) 5 agosto 1996: pubblicazione della legge n. 34 emanata dalla Regione Marche che all’art. 5 comma 2 prescrive che “gli aspiranti candidati a nomine o designazioni in organi statutari o regionali delle Marche debbano dichiarare di non appartenere a logge massoniche”.

Allo stato attuale, è vigente anche la Legge 31 dicembre 1996, n. 675, per la “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, emanata per garantire che qualunque operazione concernente, tra l’altro, la comunicazione e la diffusione di informazioni relative a persona fisica o giuridica, enti, o associazioni, si svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e all’identità personale. L’art. 30 istituisce il Garante, un organo collegiale costituito da quattro membri, eletti due dalla Camera dei Deputati e due dal Senato, scelti tra persone che assicurino indipendenza e che siano esperti di riconosciuta competenza nel diritto e nell’informatica. L’art. 22 riguarda il trattamento dei dati sensibili e così recita: “I dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche, o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante. Tuttavia, per salvaguardare il diritto di cronaca, l’art. 25 precisa che le disposizioni relative al consenso dell’interessato e all’autorizzazione del Garante, non si applicano quando il trattamento dei dati sensibili è effettuato nell’esercizio della professione di giornalista e per l’esclusivo perseguimento delle relative finalità , purché vengano “rispettati i limiti del diritto di cronaca, e in particolare quello dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”. Al Garante il compito di promuovere l’adozione da parte del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti di un apposito codice di deontologia relativo al trattamento dei dati sensibili.


Nel recente passato in nome della “trasparenza”, violando il diritto alla riservatezza, sono stati perpetrati gravi attentati al diritto fondamentale della libertà di pensiero e di associazione. Con l’intento apparente di soddisfare la curiosità della pubblica opinione, la trasparenza è stata, in effetti, utilizzata per eliminare gli avversari politici, i colleghi che fossero di ostacolo alla propria carriera, i concorrenti ai posti di potere dei quali si conosceva l’appartenenza alla Libera Muratoria, fino alla menomazione della personalità dell’individuo massone, e ciò con buona pace della stessa libertà di pensiero e di associazione in un paese libero e democratico!


Auguriamoci che ciò non accada più.

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DEL SIMBOLO

Del Simbolo

Valle del Simeto – anno V_L_ 6005

 “Egli sa [ Dio onnipotente, n.d.r.] che non ho scritto le mie osservazioni né per

amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa temporale, che non ho

nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o gelosia, che non ho passato sotto

silenzio nessuna cosa, riservandola per me solo, ma per accrescere l’onore e la gloria del

Suo Nome ho voluto venire incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran

numero di uomini”.

TEOFILO, Traité de divers arts (sec. XII)

“Nihil sub sole novi!

In questi pensieri, dunque, non vi può essere nulla di nuovo… Essi sono un rosario

di cose eterne.

Se in questo rosario si trovano rose non mie, non sono state rubate, sono venute da

sé e qui riportate per forza analogica e non volutamente. Non ho avuto nessuna

preoccupazione per i pensieri già detti da altri, e ciò perché non esiste in questi scritti

alcuna vanità individuale”.

(ARA, Massime di scienza iniziatica)

“(…) conoscessi pur una volta ciò che più

intimamente feconda e tiene insieme questo

universo, le operose sue forze, e le sementi di

tutte le cose, e non facessi più un vergognoso

mercato di parole”.

J.W. GOETHE, Faust, p. I, scena ‘Notte’.

uando si comincia a muovere i primi passi sul cammino a cui si

è stati iniziati, ci si scontra, ex abrupto, con l’ostacolo primario:

il simbolo. Tale appare in quanto, al momento, incomprensibile,

sfuggente a qualsiasi logica ‘preordinata’, razionale. Il motivo è da

ricondursi al nostro modo di ragionare catalogante: ogni cosa al suo

posto, ogni cosa con la sua brava etichetta-significato. Il simbolo, per

definizione – o meglio, per sua natura – sfugge a tutto questo.

Ma allora cos’è il simbolo?

Parafrasando l’antico detto Taoista “Tutto ciò che chiami ‘simbolo’

non è il simbolo”.

Possiamo solo tentare – questo è lo scopo di questo scritto – di dare

un’idea, un suggerimento, una ipotesi di lavoro su quello che si indica

‘simbolo’, soprattutto dal punto di vista della Tradizione.

Il ‘simbolo’ deriva dal greco �úµ����� (symbolon), che risulta

composto dal prefisso �� (syn) insieme e dal verbo ����� (ballo) getto,

cado, quindi gettare insieme, mettere insieme, riunire, raccogliere.

Il termine in oggetto assume così un significato UNITIVO. Tale

significato viene rafforzato anche dal fatto che �úµ����� (symbolon)

denotava nell’antichità il segno di riconoscimento e/o di controllo

ottenuto spezzando in due un oggetto: il possessore di una delle due

parti poteva farsi riconoscere dal possessore dell’altra, mostrando come

tutte e due combaciassero.

Già da questo riscontriamo le prime – apparenti – contraddizioni.

Come detto, l’etimologia suggerisce qualcosa che tende all’unità, alla

completezza, ma allo stesso tempo sottolinea il suo carattere di

incompletezza. Infatti, in quanto parte di un intero, ha bisogno dell’altra

parte per completarsi: deve diventare uno da due1. Possiamo quindi

affermare che il concetto di ‘simbolo’ indica sì qualcosa di unitario, ma

che nasce dalla concorrenza di due elementi.

 Riflettiamo sul fatto che non esiste amore senza amante, conoscenza senza

conoscente, pensiero senza pensante. etc.

Un altro aspetto evidente del simbolo è la sua dinamicità. Il fatto di

essere ‘parte staccata’ di quell’unica realtà, costringe alla cherche per

operare il congiungimento con l’altra parte2, pervenendo così ad una

visione totalizzante, una sintesi tra oggetto e soggetto.

“La funzione del simbolo è quella di collegare l’alto e il basso e

di creare tra il divino e l’umano una comunicazione tali da farli

congiungere l’uno all’altro”.

“Lo studio del simbolismo non è semplice erudizione, poiché

permette all’uomo di conoscere sé stesso. Il simbolismo è uno

strumento di conoscenza e il più antico e fondamentale metodo di

espressione; rivela aspetti della realtà che sfuggono ad altre

modalità espressive. […] Inoltre, mentre è impossibile circoscrivere

un simbolo entro i limiti del suo significato e della sua definizione, è

possibile fornire, o indicare, un punto di partenza per un viaggio di

esplorazione, una ricerca intellettuale e spirituale nelle profondità

interiori e nelle altezze esteriori, nell’immanente e nel trascendente,

sul piano orizzontale e su quello verticale. L’uso dei simboli, di per

sé mediato può condurre all’apprendimento immediato e diretto”.

L’obiezione più comune è che tutto può essere considerato

‘simbolo’, in quanto dipende dal significato che gli si attribuisce. Quello

che prima era semplicemente un segno, nell’ambito di una struttura

organizzata, diventa ‘simbolo’, la rappresentazione dell’idea di tale

aggregazione umana.

“[…] un simbolo può essere definito come qualcosa il cui valore

o significato è conferibile allo stesso da coloro che ne fanno uso”.

E se ciò può avere una qualche valenza negli usi comuni della

comunicazione profana, non possiamo dire lo stesso nel mondo della

Tradizione.

“Il simbolismo, cioè l’uso dei simboli, non è un processo

concettuale e non gli si possono dunque applicare i nostri criteri di

pertinenza e di razionalità. Un simbolo non significa qualcosa di

predeterminato a qualcuno: è al tempo stesso un fulcro di

accumulazione e di concentrazione delle immagini e delle loro

‘cariche’ affettive ed emozionali, un vettore d’orientamento analogico

dell’intuizione, un campo di magnetizzazione delle similitudini

antropologiche, cosmologiche e teologiche evocate”.

2 Ci preme sottolineare come per i più, il simbolo non rappresenti nulla in quanto

viene visto così come appare: un coccio spezzato, non un congiungimento a qualcosa,

ma il suo contrario ��à����� (diàbolon) separazione da ��� ����� (dia ballo) disgiungere.

 “[Il simbolo è, n.d.r.] un dato immediato della coscienza totale,

vale a dire dell’uomo che scopre di essere uomo, che prende

coscienza della propria posizione nell’Universo; queste scoperte

primordiali sono legate al suo dramma in modo tanto organico che

lo stesso simbolismo determina sia l’attività del suo subcosciente,

sia le più nobili espressioni della sua vita spirituale”.

“Un simbolo rappresenta la realtà che vive dietro le

rappresentazioni esteriori. Dietro ogni fenomeno, apparenza o forma

si trova un principio universale creatore per quanto invisibile e

intangibile sensoriamente. Così una realtà trascendente può

manifestarsi in modo immanente tramite un simbolo. Il simbolo non

si identifica con il principio che esprime, quindi per carpire il

principio occorre fare uso dell’intuizione”.

La ragione si scontra – in modo oseremmo dire conflittuale – con

l’apparente irrazionalità del simbolo e col suo mutismo, possiamo allora

comunicare con esso solo attraverso l’intuizione.

“La radice ra indica, e non solo nelle lingue indoeuropee,

‘raggio’. Ecco già il limite della ratio: la sua linearità. Come il raggio

tocca un sol punto della circonferenza, così la ragione è limitata a

un singolo ed eccentrico punto della realtà. L’intuizione, invece, è

essenzialmente circolare e concentrica. Donde viene il termine

intuizione? Già in designa qualcosa che sta dentro. Ora in-tueor

significa, sì, guardar dentro: ma tutor e tutus indicano anche

protezione, certezza, sicurezza. La traduzione più esatta di

intuizione non è dunque guardare dentro, ma star dentro con

sicurezza. L’anima, donandosi alla verità interiore, vi sta e vi riposa

dentro. (Si osservi il capo di Giovanni reclinato sul cuore di Gesù, in

ascolto). L’intuizione è dunque al centro delle cose, mentre la

ragione si trova alla periferia”.

“(…) il simbolo è concepito come l’immagine peculiare ed

esclusiva di una realtà spirituale, superindividuale, investente una

moltitudine di piani, di dimensioni e di stati di coscienza. Ogni vero

simbolo è l’espressione univoca di un ente trascendentale: non la

mera sigla destinata ad una classificazione o ad un riconoscimento

di quell’ente, ma la forma ‘unica’ che esso può assumere.

L’immagine simbolica, più esattamente, è una modalità essenziale,

una parte integrante e una rivelazione della realtà significata; una

vera e propria condensazione dell’archetipo spirituale”.

“Il simbolismo tradizionale si basa sull’assunto che il celestiale

è primordiale, mentre il terrestre è soltanto un riflesso o una

immagine di esso: la sfera superiore racchiude il significato di quella

inferiore. Oltre ad essere primordiale, il celestiale è eterno, e

conferisce al simbolo quel potere immortale che è rimasto efficace

nel corso delle ere e continua ad esserlo nella misura in cui evoca il

senso del sacro e rivela un potere superiore a se stesso”.

Quest’ultima citazione sembrerebbe relegare il simbolo solo in una

dimensione mistica: ricordiamo però che ‘mistico’ viene da

µù���� (mùstes) iniziato N µ�� (mùo) mi chiudo, silenzioso N

µù��� (mùein) divenire muti.

Il simbolo ci suggerisce una miriade di interpretazioni a seconda

del livello spirituale raggiunto, ma non per questo è mutevole, anzi:

siamo noi che mutando atteggiamento nei suoi confronti, acquisiamo di

volta in volta insegnamenti diversi.

Il simbolo aiuta ad attuare, solo se lo si vuole e ci si applica con

costanza, una

conversio mentis, il riacquisto di una intelligenza spirituale, per cui,

dalla molteplicità delle parole, si passa all’unità del silenzio e,

dall’indiretto leggere, si passa al diretto e immediato vedere”.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. GIOVANNI  GIGLIUTO

BIBLIOGRAFIA MINIMA

ALLEAU R., La scienza dei simboli, Firenze 1983;

BENOIST L., Segni simboli e miti, Milano 1976;

BIEDERMANN H., Enciclopedia dei simboli, Milano 1991;

CARDULLO L., Il linguaggio del Simbolo in Proclo, Catania 1985;

COOPER J.C., Enciclopedia illustrata dei simboli, Padova 1987;

GUÉNON R., Simboli dellaScienza Sacra, Milano 1975;

JUNG C. G., L’uomo e i suoi simboli, Milano 1983;

M.-M. DAVY, Il simbolismo medievale, Roma 1988;

PANUNZIO S., Contemplazione e simbolo, vol. I e II, Roma 1975;

REGHINI A., con lo pseudonimo di Pietro Negri, Conoscenza e simbolo, in

‘Introduzione alla Magia’, Gruppo di UR, vol. I, Roma 1971.

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PAVIMENTO A SCACCHI

Il Pavimento a Scacchi

come immagine del Labirinto

UNA IPOTESI DI LAVORO

Valle del Simeto – anno V_L_ 6005

 “Egli sa [ Dio onnipotente, n.d.r.] che non ho scritto le mie osservazioni né

per amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa

temporale, che non ho nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o

gelosia, che non ho passato sotto silenzio nessuna cosa, riservandola per me

solo, ma per accrescere l’onore e la gloria del Suo Nome ho voluto venire

incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran numero di uomini”

Nihil sub sole novi!

In questi pensieri, dunque, non vi può essere nulla di nuovo… Essi sono un

rosario di cose eterne.

Se in questo rosario si trovano rose non mie, non sono state rubate, sono

venute da sé e qui riportate per forza analogica e non volutamente. Non ho

avuto nessuna preoccupazione per i pensieri già detti da altri, e ciò perché

non esiste in questi scritti alcuna vanità individuale”.

I costruttori medievali con le loro opere grandiose – le Cattedrali –

hanno dato prova di conoscenze che vanno ben oltre il periodo storico a

cui appartennero.

E’ evidente che questo sapere non era appannaggio di tutti membri

delle Fratrie, bensì di pochi, i quali frammentavano tali conoscenze

impartendole a diversi soggetti: i capomastri. Infatti nei cantieri

esistevano diverse specializzazioni: dai lapicidi agli scalpellini, dai

falegnami ai carpentieri, dai muratori veri e propri ai vetrai, etc.

Le conoscenza che questi ‘pochi’ – che per comodità d’ora innanzi

chiameremo Maestri Architetti1 – detenevano, non era solo di carattere

tecnico, materiale, ma solidamente spirituale.

Noi crediamo che questa sapientia sia stata tramandata, scritta –

consapevolmente – nelle sacre Cattedrali, veri e propri libri di pietra

immensi3, da loro realizzate.

E forse la massoneria4 moderna pur inconsapevolmente – la

conserva ancora tra le pieghe della sua simbologia e dei suoi rituali.

 “[…]è stato Agostino a tener viva la definizione classica di architetto. La distinzione

da lui operata tra semplice artigiano e architetto vero e proprio, il quale applica con

consapevolezza principi scientifici, ricorre in almeno tre suoi diversi trattati, studiati e

ammirati per tutto il medioevo. Se questa definizione permetteva l’applicazione

medievale del termine ‘architetto’ anche al semplice artigiano, non c’è dubbio che solo

lo ‘scienziato’ che padroneggiava le arti liberali aveva davvero diritto al titolo”. O. VON

SIMSON, La cattedrale gotica. Il concetto medievale di ordine, Bologna 1988, p. 43.

Che per il suo carattere di segretezza chiameremo esoterico.

 Immensi sia dal punto di vista architettonico che per gli insegnamenti simbolici.

 Nonostante lo svilimento modernista operato da varie ‘primavere’.

“… i contadini dello spirito da sempre

seminano dogmi, ma ogni qualvolta la

terra si inaridisce sempre di nuovo

l’aratro del dubbio porterà fertilità e

ricchezza alla terra della conoscenza”.

E. FRANZ, Noumenologia

“In una società profana, le lettere del libro sacro sono

talmente disperse che il libro diventa inintelligibile. Invece nella

cattedrale tutto è ordinato per consentirci di vedere, leggere,

comprendere. In questo mondo armonioso, ogni cosa si trova al

proprio posto, ogni stato dell’essere è collocato in base al giusto

valore sulla scala che conduce dalla terra al cielo. La lettera nuova,

la pietra inedita, è il pellegrino che entra nel santuario con il

desiderio di conoscenza. A sua volta, egli penetra nel cuore del

Libro, lo completa con la propria coscienza”.

La visione di una Cattedrale gotica6 lascia lo spettatore senza fiato,

e non tanto per la sua maestosità quanto per il suo verticalismo7: uno

slancio, forse una fuga, dalla terra verso il cielo.

Al suo interno notiamo vere e proprie pareti di vetro, colorate con

una maestria ancor oggi difficilmente raggiunta; si rimane come

ammaliati dalla intensità della luce: intensità intesa non come quantità

bensì come qualità.

“[le vetrate, ndr] sia strutturalmente che esteticamente esse

non sono delle aperture praticate nelle pareti per consentire alla

luce di entrare, ma pareti trasparenti. Se il verticalismo gotico

sembra ribaltare il movimento di gravità, la finestra a vetrate

colorate, dal canto suo, per analogo paradosso estetico, nega in

apparenza la impenetrabilità della materia, traendo la sua esistenza

visiva da un’energia che la trascende. La luce, che di solito è

nascosta dalla materia, appare come suo principio attivo; e la

 C. JACQ, Il segreto della cattedrale, Milano 1999, p. 121.

Il termine ‘gotico’ “è stato coniato nel Rinascimento e usato, ad esempio da architetti

come il Filerete e Antonio Manetti nei loro trattati, per esprimere un giudizio negativo

su un’arte ritenuta barbarica. Per loro, e per Vasari, l’aggettivo gotico era un

dispregiativo (potrebbe avere lo stesso peso dell’attuale ‘vandalico’, richiamando le

invasioni avvenute nel medioevo) con cui indicare ciò che non era in sintonia con la

tradizione antica”, R. MARINI, Architettura Gotica. Luce e struttura

Questo avviene grazie all’impiego dell’arco a sesto acuto, perché in tal modo le spinte

laterali sono minori; così ciò che si vede all’interno non è tutto quello che regge la

chiesa, all’esterno, gli archi rampanti, consentono di sostenere i carichi degli archi

interni. Per similitudine potremmo affermare che in ambito iniziatico – ma anche in

quello sociale – senza il supporto, il sostegno dei Fratelli, il massone non potrà

assurgere a grandi altezze senza il pericolo – certo – di una rovinosa caduta.

materia è esteticamente reale solo perché è partecipe della qualità

luminosa della luce e viene da essa definita”.

Allora la Cattedrale rappresenta non la materia inerte, ma un

corpo vivo, vivificato dalla luce – che pur penetrando dall’alto

contenuta in essa.

“[…] la luce è il più nobile dei fenomeni naturali, il meno

materiale, l’approssimazione maggiore alla forma pura. […] La luce,

inoltre, è il principio creativo presente in tutte le cose, attivo in

massimo grado nelle sfere celesti, da cui deriva la facoltà di

sviluppare la crescita di tutti gli organismi qui sulla terra, e in

minimo grado nelle sostanze terrene. Ma essa vi è comunque

presente, perché, come chiede S. Bonaventura, metalli e pietre

preziose non cominciano forse a brillare se li lucidiamo, le lastre

trasparenti delle finestre non sono fatte di sabbia e cenere, il fuoco

non è alimentato dal nero carbone e la qualità luminosa delle cose

non è prova dell’esistenza di luce in esse? Per gli autori medievali la

luce è principio d’ordine e di valore. Il valore intrinseco di un oggetto

è determinato dal grado di partecipazione che esso ha alla luce”.

Un altro aspetto non trascurabile è la funzione pedagogica della

Cattedrale:

“Veri e propri libri di pietra e di vetro, le cattedrali supplirono

all’analfabetismo di massa sottoponendo ai fedeli la summa del

sapere del tempo sotto forma diimmagini. […] Così gli scultori e i

maestri vetrai le tradussero in un linguaggio a tutti accessibile,

illustrando la storia sacra, la ricchezza di forme vegetali e animali

della natura, miracolo della Creazione, la presenza dell’uomo sulla

terra, nella laboriosa attesa del Giudizio Universale”.

Bisogna innanzitutto ricordare che, le piante delle Cattedrali

medievali richiamavano la croce latina e che, anche quando si preferì

una pianta rettangolare, si provvide in seguito ad aggiungere i due

bracci del transett

Ogni Cattedrale inoltre, aveva una cripta – una grotta – che di solito

era posta sotto lo chevet (capocroce). L’altare era posto ad est cosicché il

fedele, provenendo da ovest – dove tramonta il sole, dalle tenebre –

andava là dove sorge la luce, ad illuminarsi. E nel punto d’intersezione

della navata col transetto era tracciato sul suolo il labirinto.

Quest’ultimo rappresenta forse il più famoso mistero della cattedrale:

era la raffigurazione del pellegrinaggio a Gerusalemme, ma anche – e

non solo – simbolo dell’iniziazione, della via iniziatica e alchemica.

“Nelle cattedrali gotiche, come quella di Chartres, il labirinto è

posto nell’asse della navata orientata verso il levar del sole nel

giorno santo che ha dato il nome all’edificio. Se consideriamo la

pianta della cattedrale come una rappresentazione del Cristo in

croce, è situato a livello delle cosce, governate dal sagittario segno

del viaggio e dei pellegrini”.

Nella cultura occidentale il simbolo del labirinto è stato legato a

pratiche religiose. E’ presente in tutto il bacino mediterraneo e nella

Mesopotamia, nelle sue varie forme: a spirale o nella sua variante a

meandro angolato.

L’etimologia – soprattutto dopo la decifrazione del ‘lineare B’ – fa

derivare il vocabolo da ‘laura’, ‘labiro’, ‘labirinde’, tutti termini che

rimandano al concetto di miniera e dei suoi cunicoli. E’ singolare che

Virgilio, nel IV libro dell’Eneide, riporta che sull’antro della Sibilla

Cumana era raffigurato il labirinto cretese. La caverna e il labirinto sono

sempre stati accomunati in tutti i riti di passaggio da uno stato ad un

altro – iniziazioni -, forse perché tali cambiamenti si effettuavano

nell’oscurità.

Il labirinto come simbolo dell’iniziazione dunque. Come

superamento di ‘prove’ fino al raggiungimento del centro ed affrontare la

prova finale: l’uccisione del Minotauro.

“[…] se il Minotauro è il disvalore della personalità, i rami

ciechi del dedalo sono l’errare incosciente del ‘Matto’ dei tarocchi e i

giri viziosi il fardello degli affanni. L’unico percorso esatto è quello

che conduce al centro, è la via del ‘filo d’Arianna’, del giusto fine,

supportato da forte volere ed esatta cognizione”.12 Ricordiamo che le cattedrali gotiche erano anche nomate cattedrali di luce, per

loro grandi vetrate, che alleggerendo la costruzione stessa, la illuminavano.

 Partizione interna delle chiese in senso longitudinale, delimitata da colonnati.

Tre scritture di tipo sillabico sono nate e si sono sviluppate nell’isola di Creta, nelle

Cicladi Le prime due, la scrittura geroglifica e la ‘lineare A’ non sono state ancora

decifrate, mentre la terza, la ‘lineare B’, è stata oggetto della geniale decifrazione di

Michael Ventris.

 La caverna è anche associata al simbolo, precipuamente iniziatico, della morterinascita,

un regressus ad uterum.

Certo, visto dall’esterno, dall’alto, la struttura del labirinto può

farci sorridere, non è poi così complesso! Ma dimentichiamo che chi si

trova all’interno lo scopre a poco a poco, passo dopo passo, poiché

ignorandone la complessità ne ha una visione confusa. Quindi esso è

inganno, malizia, ma anche esercizio per la logica: estenderla fino ai

limiti del possibile e forse più oltre – superare il mundus, come Ulisse e

Gilgamesh – su cui poggia il pensiero.

“Il tracciato di un labirinto deve essere percorso per intero

prima di raggiungere la meta ed è da qui che si riparte per

percorrere il cammino inverso. Ad esempio, seguendo il tracciato del

labirinto disegnato sul pavimento della cattedrale di Chartres, più di

una volta ci si avvicina al centro fino a lambirlo per poi trovarsi

all’estrema periferia e di qui riprende la strada verso la meta”.

“Il labirinto dal punto di vista simbolico è una figura che

richiama il viaggio, il cammino attraverso le difficoltà della vita.

Si tratta infatti di un simbolo profondamente radicato nella

coscienza umana: dal ‘viaggio iniziatico’, tipico dei popoli primitivi,

al ‘cammino della salvezza’ dei Cristiani, attraversando una serie di

miti e metafore quali la ‘discesa agli inferi’, la ‘peregrinazione

impedita’ e la ‘ricerca della conoscenza’.

Percorrendo la figura dal suo ingresso fino al centro

incontriamo, nella tipologia classica, sette volute sinistrose e sette

destrorse; un percorso che predispone ad abbandonare la materialità

terrena.

Al centro del percorso labirintico ci attende la nostra parte

buia e, come Teseo uccise il Minotauro per tornare finalmente alla

luce, così questo cammino ci offre la possibilità di ‘uccidere’ la

nostra bestia interiore”.

Ora, tralasciando volontariamente tutti i significati, le valenze

mistiche e religiose, gli insegnamenti salvifici e quant’altro inerente al

campo precipuo della fede, si traccerà – molto superficialmente, quasi in

punta di matita – una similitudine con il Tempio della Loggia massonica.

Soventemente per pigrizia intellettuale – quando non è ignoranza

crassa et supina – si identifica il Tempio con la Loggia. Occorre quindi

precisare – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che il Tempio è parte

della Loggia; è un luogo sacro ove si celebrano misteri, ove si officiano

riti iniziatici e trasmutatori, dove si lavora ‘Alla Gloria Del Grande

Architetto Dell’Universo’.

La porta del Tempio è situata ad ovest, mentre al lato opposto – ad

est – è situato lo scanno del Maestro Venerabile il quale “illumina la

loggia con la propria scienza muratoria”; anche in questo caso

l’iniziando – o l’iniziato – provenendo da ovest si ritrovava ad avere di

fronte la sorgente di luce per essere da questa illuminato.

Notiamo che la posizione dell’Oratore e del Segretario forma una

specie di transetto; la navata è qui delimitata dalle colonne (o

colonnati?) degli Apprendisti e dai Compagni, mentre il labirinto è

rappresentato dal pavimento a scacchi. La cripta (la caverna) non

essendo più possibile situarla sotto lo chevet, viene spostata nei pressi

del Tempio: il Gabinetto di Riflessione.

“La lega di Gerusalemme [il labirinto, ndr] della collegiata di San Quentin,

costruita nel XIII secolo, è descritta da un cronista dell’epoca come «fatta di

due specie di mattonelle (bianche e nere), con giri e rigiri, rispettose a tal

punto della proporzione e dell’ingegno che essa serviva spesso per esercitare

gli spiriti dei curiosi, quando era permesso camminare in quella chiesa»”.

Labirinto di Saint Quentin Per ovvi motivi logistici.

Evidentemente, tutto ciò è bisognevole di una disamina molto più

approfondita che richiederebbe tempo e spazio non indifferenti, ma che

per il momento – e solo per il momento – esula dal nostro lavoro.

Questa breve, ma necessaria, istantanea è propedeutica al tema

che stiamo qui per affrontare.

“Nell’iniziazione dei costruttori, l’impiantito ‘a mosaico’, a

riquadri neri e bianchi, richiama la dualità del nostro mondo che

spesso sconfina nel conflitto e che l’iniziato, in quanto terzo

termine, deve conciliare”.

Il significato più immediato del pavimento a scacchi è la

contrapposizione del bianco e il nero, rappresentazione naturale d’ogni

coppia d’opposti: la luce e le tenebre, il giorno e la notte, il male e il

bene, etc.

“Tenebre e Luce sono intrecciate sul Pavimento a Mosaico;

esse sono tessute insieme, se consideriamo le file delle piastrelle”.

Se il pavimento a scacchi rappresentasse solo la dualità, il binario,

le varie coppie d’opposti – bene-male, giorno-notte, etc. – basterebbe

mettere insieme solo due ‘caselle’, due quadrati: l’uno bianco e l’altro

nero. Il fatto che ce ne siano molti, ci indica invece che si tratta di un

cammino labirintico verso la ricerca del centro.

Non è un caso che il candidus, dopo l’uscita dalla caverna-cripta (il

Gabinetto di Riflessione), affronti le prove-viaggi ‘deambulando’ sul (e in

senso simbolico, nel) pavimento a scacchi.

L’alternarsi del bianco e del nero è simile al cammino dentro il

labirinto: l’avvicinarsi verso il centro, esserne quasi ad un passo e

l’allontanarsene per poi riavvicinarsi fino a raggiungerlo.

Qui, in questo luogo, al centro del mondo e, allo stesso tempo,

fuori dal mondo, dopo aver ingaggiato e vinto la lotta contro il

Se prestiamo un minimo d’attenzione, noteremo che camminare

sul pavimento a scacchi diventa difficoltoso: ogni ‘casella’ è circondata

da altre dell’altro colore; bisogna forse muoversi in diagonale? Ma così

facendo si passerà sulle caselle di un solo colore tralasciando le altre. E

questo non è il modo di superare la dualità.

Se per uscire dal labirinto il segreto sta nel non staccare mai una

mano dalla parete appena si è entrati, nel pavimento a scacchi esiste

una linea chiamata, e non a caso, a tutt’oggi – nel gergo degli operativi –

‘via di fuga’: “Un cammino che passa fra due colonne e finisce al centro

della croce”.

Che poi è il centro di noi stessi.

Sarebbe curioso scoprire se il Minotauro ha il nostro stesso viso…

Ma questa è un’altra storia…

“L’immagine del labirinto ci si offre dunque come emblema

dell’intero lavoro dell’Opera, con le sue maggiori difficoltà: quello

della strada da seguire per raggiungere il centro, – nel quale si

scatena il duro duello delle due nature, – l’altra quella della strada

che l’Artista deve seguire per uscirne. A questo punto ha bisogno

del filo d’Arianna se non vuole vagare tra i meandri dell’opera senza

riuscire a scoprire l’uscita”.

La parte più difficile sta proprio nell’uscire dal labirinto, nel portare

‘fuori’ l’occultum lapidem. Poiché una delle trappole del labirinto è quello

di sentirsi soddisfatti, appagati del ‘risultato’ raggiunto e rimanerne

imprigionati.

Finché l’iniziato non riesce a trasmutarsi, malgrado abbia

compiuto ‘avanzamenti’ nel cammino massonico – riti compresi –

passerà da una casella all’altra a cercare la parola perduta che,

inconsapevole, ha tra le mani.

“Le linee divisorie non appaiono agli occhi dei profani: essi non

vedono che le lastre bianche e nere e, seguendo la via ‘larga’, la ‘via

exoterica’, passano alternativamente dal bianco al nero: Essi hanno

allora, a destra e a sinistra, davanti e dietro, un colore opposto a

quello della piastrella su cui si trovano: vengono così mostrate le

molteplici opposizioni che si formano sotto i loro passi.

L’iniziato, al contrario, segue la ‘via esoterica’, la ‘via stretta’,

‘più sottile del filo del rasoio’, passa tra il bianco e il nero, che non

ostacolano il suo cammino. La strettezza dela via indica con

sufficiente chiarezza di per se stessa che tale cammino non può

essere quello del profano”.

“La via di mezzo cerca anzitutto di risvegliare l’essere cosciente

che dorme nell’Automa, quindi di mettergli in mano le due chiavi

del regno: la padronanza dei suoi tre stati inferiori e la loro

sottomissione alla sua Coscienza spirituale. L’una non deve essere

acquisita a scapito dell’altra[…]”.

“La soddisfazione è la compensazione di un desiderio, di un dolore o di un rimorso:

è sempre l’attenuazione di una tensione”,

 In ambito massonico lo vediamo, purtroppo spesso: gradi, cariche, incarichi e

prebende varie.

TAVOLASCOLPITA DAL FR.’. GIOVANNI GIGLIUTO


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LA PIETRA D’ANGOLO

   
Lo scritto che presentiamo ai nostri Ospiti, è opera d’ingegno del Fratello Moreno Neri ed è presente nel sito ufficiale del Rito Simbolico Italiano all’indirizzo Web: http://www.ritosimbolico.net Il Web Maestro, contattato, ha con squisito gesto di generosità autorizzato Montesion a riproporre il documento. A Lui i nostri più sinceri ringraziamenti.            
Gesù disse: “Indicami la pietra respinta dagli edificatori! Essa è la pietra d’angolo”.   Questo è uno dei detti del Vangelo di Tomaso, uno dei codici in lingua copta contenenti i testi gnostici noti come i Testi di Nag Hammadi – circa una cinquantina – scoperti nel 1945 e cominciati ad essere pubblicati e diffusi solo nel 1972. La figura dell’apostolo Tomaso è estremamente interessante dal punto di vista della simbologia massonica. Innanzitutto il suo nome completo, riportato nella titolatura del testo, Didimo Giuda Tomaso, e “didimo” in greco ha il significato di “doppio, gemello”, così come Tomaso in aramaico significa “fratello gemello”. Tomaso è anche, come viene ripetutamente affermato nel vangelo gnostico e in tutti i testi apocrifi a lui attribuiti, il depositario di segreti e misteri, proprio grazie a questa fraternità perfetta, che gli ha permesso di conoscere la divinità e quindi se stesso, come ci spiega il testo di Nag Hammadi. E infine le leggende narrano che Gesù risorto gli ricordò la fratellanza e lo vendette per trenta denari come architetto a un ricco indiano. Non c’è dubbio che questi elementi, contenuti in uno scritto dichiaratamente esoterico e nelle connesse leggende, e che sono, fra l’altro, la pietra d’angolo, la fraternità perfetta, il segreto, l’architettura, creino in noi Massoni particolari risonanze. Tanto che qualche Fratello come Bernard E. Jones in Guida e Compendio per i Liberi Muratori ha sostenuto che San Tomaso avrebbe più diritto dei due San Giovanni di essere considerato il patrono dei muratori e degli architetti, sulla base non del testo gnostico, reso noto – come si ricordava -solo di recente, ma perché l’apostolo, nelle sue rappresentazioni iconografiche medioevali, ha come insegne la squadra o il regolo o, talvolta, la stessa pietra. Tant’è che in sede ecclesiastica è il patrono dei geometri, dei muratori e dei tagliapietre. Va anche osservato che in alcune località l’apostolo viene venerato il 21 dicembre, nel solstizio d’inverno. Tornando alla pietra d’angolo, diciamo che si tratta di un’espressione storicamente d’origine ebraica (Isaia, 28,16-17): Pertanto, così parla il Signore Jahve: “Eccomi, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento; chi vi crede non vacillerà. Io dispongo il diritto come misura e la giustizia come livella.   Dunque, uno, tra gli altri, dei suoi originari significati è l’immagine applicata al capo, al condottiero che tiene insieme un popolo. Ma ancor più suggestiva è la cabalistica Zohar, che citando i Salmi (118, 22) che sono il testo più antico nel quale rinveniamo il detto di Tomaso, così lo commenta: La pietra scartata (cioè quella che si è staccata dal trono di Dio ed è precipitata nell’abisso) dai costruttori (e cioè dalle Sefirot dell’edificio cosmico) è diventata pietra d’angolo (cioè fondamento del mondo). Il medesimo concetto, ricordato dal Cristo, ritroviamo anche nei Vangeli canonici del Nuovo Testamento (Matteo, 21,42): La pietra che hanno scartato i costruttori, questa è diventata capo d’angolo. Questa è l’opera del Signore, ed è meravigliosa agli occhi nostri.   Come pure, con analoghe parole, in Marco (12, 10), Luca (20, 17) e negli Atti (4,11): Egli è la pietra, disprezzata da voi costruttori, diventata capo d’angolo.   Ancora in San Paolo (Epistola agli Efesini, 2, 20) in cui Cristo è la pietra angolare su cui si fondano apostoli e profeti e su tale fondamento s’inseriscono come pietre vive i cristiani in una costruzione ben allestita che cresce come un tempio santo.   Ma solo nel Vangelo di Tomaso,- un vangelo apocrifo ritenuto scomparso fino al rinvenimento nel 1945 della giara in un sepolcro di una località dell’Egitto in cui era contenuto assieme a una raccolta di papiri gnostici , nascosti nel IV sec. d.C. (ma il cui originale testo risale allo stesso periodo dei vangeli canonici e cioè il 70-90 d. C.), perché condannati come “eretici” e quindi sistematicamente eliminati come se racchiudessero segreti potenzialmente pericolosi per la Chiesa costituita – solo in esso il Maestro chiede che la pietra d’angolo gli venga mostrata. Allo stesso modo, nel rituale d’iniziazione, il Maestro Venerabile chiede al Fratello Esperto di mostrare la pietra grezza al Neofita e di insegnargli il suo lavoro di Apprendista. Forse, a dimostrazione che, nonostante la devastazione sistematica di un esoterismo – esseno e di probabile origine egiziana -, echi di questa tradizione sono stati conservati e trasmessi dalle società iniziatiche. Già Eugène Canseliet, l’allievo di Fulcanelli, nel suo L’Alchimia parla, non a torto, di una precisa eredità magico – alchemica nel simbolismo rituale del protocristianesimo. Del resto lo stesso Talmud – come ci riferisce Ėliphas Lèvi – racconta che Gesù Ben-Sabta (che significa Figlio della Separata,. o della Vedova, e quindi Figlio di Iside, la vedova o separata per antonomasia intenta alla ricerca delle parti del corpo smembrato del suo sposo Osiride), dopo aver studiato i misteri in Egitto, “innalzò in Israele una falsa pietra angolare e trascinò il popolo nell’idolatria”. L’espressione simbolica della pietra d’angolo ha comunque un duplice significato: è la pietra posta a fondamento di una costruzione, che unisce e rende stabili due muri al loro punto d’incontro, ma è anche la pietra angolare che non sta nelle fondamenta, ma, al contrario, sulla sommità dove completa l’edificio e al contempo lo tiene unito. E’, analogicamente, l’alfa e l’omega, il principio e la fine, la pietra grezza e la pietra digrossata, l’apprendista e la pietra cubica, l’Uomo che aspira a trasformarsi ritualmente in Tempio, proiezione su scala microcosmica dell’Universale Tempio. Il medesimo concetto esprime San Pietro nella Prima Epistola (2, 5):   E voi stessi come pietre vive costruitevi a somiglianza di un tempio spirituale, così da formare un santo sacerdozio e per mezzo di esso offrire sacrifici spirituali.   Ma ancora più vicine al linguaggio adoperato da noi Massoni sono le parole di Sant’Agostino:   Le pietre vengono estratte dalla montagna dai predicatori della verità per venire poi squadrate, affinché possano inserirsi nel Tempio eterno. Al momento molte pietre sono nelle mani dell’Artefice; voglia il cielo che nessuna di esse cada dalle sue mani, affinché ciascuna acquisisca il giusto formato che le consentirà d’integrarsi nella costruzione del celeste edificio.   O quelle del poeta latino Prudenzio, che la leggenda vuole iniziato alla Libera Muratoria, e che asserisce che il fatto immortale è la Pietra:   Sí, l’angolo edificato con questa pietra, tanto dispregiata dai costruttori, permarrà nei secoli dei secoli. Oggi è la chiave di volta del Tempio. Ed è essa che mantiene la coesione delle pietre nuove.   Ancor più vicino a noi Fulcanelli che nei suoi testi ci spiega che uno dei significati della pietra angolare è la Prima pietra, la materia iniziale della Grande Opera. Umanizzata a Notre Dame di Parigi sotto le spoglie di Lucifero ( il portatore di Luce, la stella del mattino), la statua veniva popolarmente chiamata “Mastro Pietro del Cantone”, appunto la pietra maestra del cantone, la pietra d’angolo. Quella materia come ci spiega un testo alchimistico del 1526 che:   “è familiare a tutti gli uomini, giovani e vecchi, la si trova nelle campagne, nel villaggi, in città, in tutte le cose create; eppure tutti la disprezzano. Ricchi e poveri l’hanno per le mani tutti i giorni. Le donne di faccenda la gettano tutti i giorni per strada. I bambini ci giocano. Eppure nessuno dà valore ad essa, che nondimeno è molto vicina all’animo umano, è la cosa più bella e ricca che ci sia sulla terra ed ha il potere di abbattere re e principi. Eppure di tutte le cose della terra è stimata la più bassa e la più spregevole”.   E, poi, non possiamo non menzionare le pagine, numerose e profonde, che alla pietra angolare ha dedicato René Guénon. In esse si osserva quella applicazione dell’analogia fra il principio e la fine, fra il primo e l’ultimo, tra microcosmo e macrocosmo, e che lo portano a concludere che:   “la costruzione rappresenta la manifestazione nella quale il principio appare solo come il compimento finale; e proprio in virtù di questa analogia la ‘prima pietra’, o la ‘pietra fondamentale’ può essere considerata come un ‘riflesso’ dell’‘ultima’ pietra, che è la vera pietra angolare”.   Questa pietra inoltre viene disprezzata e gettata tra i rifiuti perché per così dire simbolicamente non si è ancora passati dalla squadra al compasso. Ulteriori speculazioni possono sorgere dal fatto che     forma quadrata corrisponde alla terra e quella circolare al cielo e che nel nostro simbolico edificio avremo quattro pietre d’angolo squadrate a fondamento e una pietra circolare o semi circolare che sarà la chiave della cupola o della volta. La figura geometrica ottenuta sarà quella della piramide, nella quale i quattro spigoli laterali procedono verso il vertice e viceversa emanano da esso. Chi come noi Massoni è addestrato alle correlazioni architettoniche con quelle alchimistiche vi vedrà immediatamente la corrispondenza tra i quattro elementi e la “quintessenza”, per cui in architettura il compimento dell’opera è la “pietra angolare”, in alchimia è la “pietra filosofale”. O anche vi vedrà, avvicinandosi alle antiche cosmogonie,come nella mitologia greca, le pietre gettate dietro il capo, e cioè le ossa dell’Antica e Grande Madre, della Madre Terra, da Deucalione e Pirra, unici superstiti scampati sull’arca dal diluvio universale che annientò la stirpe dell’età del bronzo. Pietre che si tramutarono in uomini e donne e per questa ragione, come ci narrano Apollodoro e Ovidio nelle Metamorfosi, gli uomini vennero metaforicamente chiamati popoli (laoì) dalla parola làas, pietra, perché il genere umano è duro ed “esperto” nelle faticose opere. O, ancora, la pietra occulta della formula iniziatica esoterica V.I.T.R.I.O.L. del Gabinetto di Riflessione, già presente nei testi alchemici di Basilio Valentino. Ricordiamo l’alchimista Angelus Silesius che nel 1657 assicurava:   “La tua pietra, o chimico, è nulla; io possiedo la pietra angolare, la mia tintura aurea, pietra di tutti i savi”.   Infine come dimenticare che questa pietra disprezzata, è in realtà preziosa e rammenta quindi la pietra del Graal del Parzival di Wolfram von Eschenbach: il lapsit exillis, interpretabile come la pietra discesa dal cielo – lo smeraldo caduto in terra dalla corona di Lucifero -, custodita da templari eletti. Per quelle coincidenze che possono apparire strane solo al mondo profano, anche Parzival è “il figlio della signora rimasta vedova”, come il Gesù, prima ricordato, del Talmud, e, soprattutto, come Hiram Abiff, architetto del Tempio di Salomone, “figlio di una vedova”(Re, 7, 14). D’altronde, secondo i più recenti studi letterari e antropologici, il testo di Wolfram, tra i vari dedicati al Graal, è quello che più risente di influssi orientali e gnostici, ed è il primo che descrive il Graal come una pietra. L’origine gnostica del Parzival era stata individuata da diversi studiosi di esoterismo già nell’Ottocento e, dal Settecento fino ai giorni nostri, ritorna continuamente l’ipotesi, sotto varie congetture, che i Templari fossero venuti a contatto con forme superstiti della Tradizione, divenendo detentori di una dottrina che si era dovuta soffocare, attraverso il processo all’Ordine, per non mettere a repentaglio la sopravvivenza della fede cattolica. Ma qui cerchiamo di fermarci, anche perché come rileva Guénon, quello della pietra d’angolo è un argomento veramente inesauribile, e anche, aggiungerei, perenne fonte di accostamenti, risonanze e intuizioni in chi sta compiendo un architettonico lavoro interiore di individuazione e trasmutazione. Oggi ancor più inesauribile, considerato che uno dei doni dei nostri tempi, assieme a tanti segni nefasti, è la possibilità di conoscere altre Tradizioni e di accostarle alla nostra Tradizione occidentale, basata sulla simbologia dei costruttori. Trovando, quindi, quelle corrispondenze che confermano l’unicità della Tradizione indipendentemente dalle forme da Essa assunte in diversi punti storici e geografici. A me dà un particolare senso, di maggiore energia nel mio lavoro di elaborazione, scoprire che il Tao, nato sotto il cielo dell’Estremo Oriente e, storicamente, diversi secoli prima di Cristo e duemila anni prima degli alchimisti del XVI e XVII secolo, corrisponde alla nostra pietra d’angolo e alla nostra Prima Materia. E’ infatti comune tradurre Tao con le parole “via, sentiero”. Ma più precisamente l’ideogramma cinese, che ha sempre un significato simbolico, è composto dal segno di “andare” e da quello di “capo, punto elevato”, cioè la nostra pietra d’angolo, nascosta e perciò non riconosciuta, ma che, correttamente percorsa la via, diverrà la pietra chiave di volta. Una fra le descrizioni del Tao infatti somiglia, con grande suggestione, alla nostra pietra; le sue parole che lascio alla meditazione dei Fratelli sono queste:   Il grande Tao arriva alla sua meta in silenzio e senza fare rumore. Nutre diecimila esseri eppure non è il sovrano. Non ha scopo; è molto piccolo. I diecimila esseri tornano ad esso eppure non è il sovrano. E’ molto grande. Non manifesta la sua grandezza e per questo motivo è veramente grande.   Possiamo convenientemente accostare l’ideogramma cinese alle più antiche raffigurazioni di Ermes, la divinità accompagnatrice delle anime, una pietra quadrata sormontata da un fallo agli angoli delle strade, nei crocicchi, ad indicare la via, e che ritroviamo nella civiltà indù come linga, pilastro di forma fallica, simbolo di Shiva, qui nella funzione di generatore di vita, e che simboleggia la forza creatrice divina e maschile e anche l’asse del mondo, che collega il cielo e la terra, il sostegno supremo di tutte le cose dell’universo.   Avvicinarlo al lapis niger, che i Romani ponevano all’inizio della Via Sacra; ancora alla Haggiad-el- essored, la pietra nera dell’Islam, probabilmente un meteorite, incastonata nell’angolo orientale della Ka’ba o Beit-Allah, la Casa di Dio, alla Mecca, il cui pellegrinaggio, nel profondo significato arabo, indica “aspirazione” ed è il simbolo del passaggio alla vita immortale. L’arabo Beit-Allah traduce l’ebraico Beet-El, il betilo di Giacobbe, la pietra del fulmine, anch’esso luogo d’incontro tra cielo e terra, il potere di ciò che frantuma e spacca. Correlarla, ancora, a Notre Dame, alla Madonna Nera, cui erano particolarmente devoti i Templari, e che è tra i nomi metaforici dati alla prima materia alchemica, che opportunamente trattata diverrà materia prima. Oggi, per quel grande dono già ricordato che la nostra epoca ci dà per chi lo sa cogliere, possiamo conoscere anche la Tradizione dei Sioux, o meglio dei Lakota, un popolo che ha saputo vivere in un mondo di simboli e in cui la spiritualità e la vita quotidiana erano un tutt’uno. Si pensi solo che Tradizione si traduce con lakol wico’han, che significa “la vita / rito di tutti giorni”, dove quindi Uomo e Cosmo non sono differenti tra loro, dove la Natura non è una cosa o un dio, ma spirito ed energia, e quindi la via Sioux, lakol wico’han, è anche definita wico’han wakan, un opera sacra, misterica, nel senso di ciò che è incomunicabile con la parola. Il Sioux considerava il mondo un mistero e se stesso un mistero nel mistero. Il mistero è Wakan, lo Spirito, o meglio un Energia – Mistero. Wakan Tanka è, appunto, il Grande Mistero, ma è anche “il centro di tutto” ed è simboleggiato dalla corda che lega tra loro i pali del tipì, della tenda, pari perciò per funzione alla nostra pietra di volta qui adattata alla loro pratica edificatoria, ma è anche tutto e dappertutto. In principio il Grande Mistero, Wakan Tanka, era Inyan, la cui traduzione (immagino che non sia difficile indovinarla) è la pietra, la nostra pietra di fondamento. Inyan è la pietra di fondamento e Tunka è l’avo di tutte le cose; Wakan Tanka, è tunkasili, l’uomo primigenio; identico quindi all’Adam Kadmon della Cabala e al Vero Antenato del Taoismo. Inyan, sotto forma di Tunka, era il fondamento dei più importanti riti degli indiani delle Grandi Pianure. Naturalmente Tunka è la pietra caduta dal cielo, la pietra del fulmine. Qui dipinta di rosso e sacralmente orientata a Occidente, mentre i riti iniziatici erano tenuti dalla Società della Pietra, perché ogni via sacra è comunitaria, e, grazie ai riti, la pietra veniva permeata da un grande potere, cioè da uno spirito: il cielo è scaturito dalla pietra (inyan) e la pietra (tunka) ritorna al cielo.   Ci tramandano i Lakota:   “Tunka, lo spirito della pietra, è lo spirito più antico in assoluto, poiché è il più duro e incarna la creazione, poiché simboleggia la virilità… i nostri antenati hanno sempre considerato tunka, inyan, cioè pietra, wakan, cioè sacro – misterico”.   La pietra è dunque l’essere antico, è senza forma e costituisce il principio degli esseri, il loro archetipo, ma è anche l’energia che trasforma, ciò che è potenza e ciò in cui l’uomo può trasformarsi, il trascendente, la gnosi che tutto ciò che esiste è spirito e che ne riconosce l’essenza onnipresente. Ne conserva un’eco, a ulteriore riprova dell’unitarietà universale e principiale della Tradizione, un inno medioevale dell’XI secolo: Alfa e Omega, o grande Dio, Tu dirigi tutto dall’alto, Tu sostieni tutto dal basso, Tu abbracci tutto dal di fuori, Tu riempi tutto dal di dentro.   In realtà questo nostro breve studio sul simbolismo della pietra in saperi lontani nel tempo e nello spazio dal nostro asfittico Occidente, dove unica a pulsare è la nostra Istituzione, e sulla necessaria identità tra pietra d’angolo e pietra di volta, è incomparabilmente riassunto nella Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto:   “Ciò che sta in basso è simile in tutto a ciò che sta in alto e ciò che sta in alto è simile in tutto a ciò che sta in basso e questo perché si compiano i miracoli di un’unica cosa”. TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’.  MORENO NERI      
   
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TUBALCAIN

Orvieto, Exterior of the Duomo: The Bible Relief: Boy reading, bellringer

Tubalcain

SULLA STORIA E SIGNIFICATO

DI ALCUNI SIMBOLI MASSONICI

NEL QUADRO DELLA SIMBOLOGIA UNIVERSALE

Si considera comunemente il 25 Giugno 1717 come la data di nascita della Massoneria Moderna, quando Anderson e Desaguliers ridiedero vigore a quattro vecchie Logge londinesi, formando una Gran Loggia che fu contestata per alcuni decenni dalle preesistenti Gran Logge inglesi, scozzesi ed irlandesi.

La Massoneria inglese, pur avendo nel tempo effettuato notevoli ricerche sulle origini dell’antica Massoneria operativa, tende a considerare comunque il 1717 come effettiva data di nascita della Massoneria, o perlomeno del loro specifico modo di considerare la Massoneria.

È uso comune definire la più antica Massoneria come “operativa” e quella più attuale come “speculativa”, considerando la prima come pura organizzazione di mestiere, la seconda come una sorta di evoluzione simbolica della prima, in cui non era più esercitata l’arte del costruire, se non quella della costruzione ideale della società.

Se la definizione della attuale Massoneria si può ritenere relativamente esatta, restringere quella dei nostri antenati ad esclusiva confraternita di mestiere è  un errore da lungo tempo corretto sul piano storico come sul piano filosofico, ma che permane nell’opinione di molti fratelli.

La dimostrazione dell’esistenza della concezione speculativa nella Massoneria operativa è  lo scopo di questa ricerca.

Prima della creazione della Gran Loggia di Londra la Massoneria aveva già fatto molta strada ed  necessario dare alcuni cenni storici oggettivi, senza dimenticare i miti e le leggende collegate alla nascita ed all’esistenza del nostro Ordine, in quanto l’esistenza stessa di tali miti e leggende, al di là della loro veridicità, è un’importante traccia

dell’essenzialità della Massoneria, che, come tutte le istituzioni dell’intelletto umano, comporta connessioni e radici, nascoste o visibili, con tutta la storia dell’evoluzione umana. Organizzazioni di mestiere sono esistite fin dalla più remota antichità, e, in secoli in cui gli aspetti scientifici non erano ancora scissi da quelli mitico-religiosi, è ovvio teorizzare che tali organizzazioni avessero una componente speculativa che organizzava analogicamente l’arte specifica con i suoi aspetti metafisici corrispondenti.

Una vasta bibliografia, soprattutto nel campo antropologico, etnologico, mitologico etc., sviluppatasi in modo particolare dopo la pubblicazione del Ramo d’oro di Fraser, opera fondamentale nel campo etnologico, potrebbe darci le pietre miliari di questa ricerca, le cui basi sono stupefacentemente simili in ogni tempo ed in ogni luogo, senza peraltro dimenticare che uniformità non significa affatto unicità, e che gli attuali aspetti residui di questa organizzazione ontologica del cosmo, in relazione a quella della società umana, rappresentano piuttosto una degenerazione che una evoluzione.

Basti, nel limitato ambito di questa ricerca, citare le attribuzioni mitiche che si ritrovano, sin dalla più lontana antichità, all’arte del fabbro, che appariva misteriosa e soggetta a sospettoso timore per le società umane agli inizi dell’età del bronzo.

Vulcano, che appare miticamente zoppo, non è l’archetipo di questo mitologhema, ma piuttosto una sua tarda rappresentazione. Alcuni etnologi, alla fine del XIX° secolo, notarono come in alcune società primitive l’arte dei metalli era considerata così preziosa, da un punto di vista sociale, da render difficile ai suoi artefici l’allontanarsi dalla tribù attraverso la recisione di un tendine del tallone, e ciò produsse notevole attenzione fra gli antropologi ed i mitologi, per le interconnessioni analogiche con i miti dell’antichità.

Il fabbro era, per i suddetti motivi, intangibile, portatore di mana e soggetto a tabù, attivo e passivo, da parte del gruppo sociale, esclusa, naturalmente, la pratica della recisione rituale del tendine del piede sinistro. Tracce di questa stessa menomazione fisica rituale, indotta traumaticamente, la ritroviamo in molte saghe ed epiche antiche di diversissima origine geografica e storica (Giacobbe, Sigfrido, Achille, Giasone, le Roi pecheur dei miti graalici, lo stesso Vulcano citato, Teseo, etc..) così come lo zoppicamento rituale

danzante, (i sacerdoti dei Dattili del Monte Ida e dell’Egeo, i Cureti ed i Salii romani, i Coribanti, le danze ioniche e falische, etc.) che potrebbero essere anche origine del particolare “passo” massonico in grado di Apprendista.

Ai segni esteriori delle prove iniziatiche, (come, ad esempio, la circoncisione, il tatuaggio, la deformazione cranica, etc.) era connessa una valenza magica, un segno o marchio di potere. Questa componente di sovrannaturalità connessa al segno iniziatico di mestiere, di cui esamineremo più profondamente gli aspetti, fu trasmessa dall’arte del fabbro a quella del muratore, forse per l’ affinità “misterica” che agli occhi del volgo potevano avere queste due arti.

La più antica testimonianza di questo passaggio di simbologia la ritroviamo in un libretto di alchimia del XIV° secolo, appartenente all’ Archivio di Stato di Firenze e che fu collazionato, all’atto del suo ritrovamento, da Gino Testi ed Arturo Reghini. Questo libretto ha la caratteristica di riportare solo incisioni grafiche su lamine di piombo ed il suo maggior interesse, nel nostro ambito, consiste nel fatto che in una di queste iscrizioni ritroviamo Tubalcain, che nel mito biblico è  il prototipo del fabbro, con in mano gli strumenti dell’arte muratoria, squadra e compasso.

Tubalcain fa parte anche del patrimonio mitologico della Massoneria inglese perlomeno dal XVII° secolo ed   tuttora una parola di passo massonica. Questo passaggio analogico fra differenti contesti iniziatici connessi al mestiere ha forse origine da quello esistente fra la cosiddetta “solidificazione” delle varie tecniche costruttive ed i primitivi “tabù” rituali ad esso connessi.

Da un punto di vista cultuale è  noto che nell’ambito religioso vi   è tendenza alla conservazione di elementi cultuali arcaici. La primitiva arte edificativa era basata sull’impiego del legno, ma già le più antiche prescrizioni imponevano l’erezioni di altari solo con zolle di terra.

Le regole levitiche dell’ Antico Testamento permisero (Deuterenomio,XVII°,5-6) la costruzione in pietra solo in particolari casi, come l’erezione di altari, specificando però che le pietre “non dovevano esser toccate da ferro”. Quando Israele cessò il nomadismo, cessò anche l’ interdizione dell’uso dei metalli, escluso quella rituale, per cui il Tempio di Gerusalemme, che aveva necessità di pietre squadrate, fu precostruito con pietre tagliate altrove.

Comunque il Tempio aveva numerosi accessori in metallo fra cui il famoso “mare” di bronzo. Risulta evidente quindi il compromesso e la variazione cultuale attraverso i tempi, in cui al culto privato del “Pater familiae” espresso con semplicità di mezzi e con materiali transeunti si sostituisce il culto pubblico.

Avendo questo una nozione involuta dello spazio-tempo in termini di “eternità” e “statiticità” e non di “ciclicità” e quindi ” provvisorietà”, come nel mitico tempo tradizionale, solidifica gradualmente i mezzi tradizionali del costruire, dalla terra e dal legno alla pietra e da queste ai metalli.

L’ arte metallica di Tubalcain viene così attraverso i tempi ammessa a quella edificatoria ed il suo simbolismo a quello dei costruttori.

Sarebbe comunque interessante stabilire una comparazione torica fra due caratteristiche costanti della mentalità profana nei confronti dell’iniziazione di mestiere, che si ritramanda, con le stesse motivazioni profonde, attraverso i secoli .

La diffidenza, sia della massa sia delle sue organizzazioni cultuali, sociali, culturali e politiche nei confronti dell’Artista sembra quasi un archetipo, e si accompagna ad una incomprensione (quasi un odio) per il “segreto” che questi afferma e tramanda.

Fondamentalmente l’artigiano, cominciando dallo scheggiatore di selci dell’ età della pietra, ha carattere di “individualità” e “libertà” che gli provengano dalle sue particolari qualificazioni di abilità, dal non aver necessità di collaborazione sociale diretta nell’esercizio del suo lavoro, dalla caratteristica solitudine nel suo impiego; dal libero contrattare della sua propria opera che, dal punto di vista del gruppo dei cacciatori, ad esempio, o dei coltivatori, assume caratteri di sfruttamento dell’unico lavoro considerato tale, quello in comune; che, d’altro canto, è quello che forma e costruisce effettivamente la comunità.

L’asocialità e la diversità dell’Artista , (Tubalcain era figlio di Caino) era ancor più messa in evidenza dalla troppa familiarità con una materia considerata al tempo stesso “sacra” ed “esecrata”, psicologicamente portatrice di “mana” e quindi di “tabù” sociale e cultuale. E’ stato notato dai paleontologi come la mancanza di affumicazione nelle caverne preistoriche dotate di affreschi ne possa comprovare l’uso rituale e non

domestico da parte dei contemporanei e, nel contempo, come l’attività cultuale e rituale abbia sempre avuto un aspetto interiore e nascosto, nelle caverne, nelle cripte, nelle radune solitarie nei boschi, di fronte a quella pubblico ed esteriore..

L’ esecrazione della pietra e dei metalli nella religione primitiva ne prova ancor più la separazione originaria fra la sua cultura di fronte a quella cosiddetta “magica”. Lo scavare degli artigiani fra le vene minerali, per rintracciare selci adatte, e più tardi metalli, ne connotava il carattere infero e ctonico, quasi una domestichezza con il mondo delle ombre e del “fuoco segreto” e nel contempo quello di detentori dei “tesori” del mondo sotterraneo, di cui sono i temuti custodi.

Tutte le leggende affermano la pericolosità connessa ai tesori nascosti e alle influenze sottili dei loro guardiani (che sono entità psichiche da cui guardarsi) senza le necessarie qualificazioni.

In termini più attuali, la diffidenza nei confronti dell’iniziazione artigiana  è di per se un archetipo psicologico di ogni tempo e paese, sfruttato in Occidente sia dalla religione cattolica, contraria al contesto iniziatico per logici motivi di concorrenza metafisica e cultuale, sia, per diversi motivi, dalle sette protestanti.

La notevole diffusione della Massoneria nei paesi anglosassoni riformati non deve trarci in inganno, in quanto l’Ordine ha dovuto per questo pagare lo scotto di un appoggio totale alla casta politica dominante, assumendo deteriori caratteri conservatori che sono la parodia e nel contempo l’esatto contrario della mentalità tradizionale.

Più o meno gli stessi motivi stanno alla base per l’odio per il “segreto” che   caratterizza qualsiasi organismo sociale di massa. Innanzitutto è  necessario distinguere che vi  è una netta differenza fra i termini “segreto” e “Mistero”.

Il “Mistero” è  stato accettato socialmente e politicamente sin dall’età classica, in quanto ad un certo punto della storia  è stato cooptato dalla casta dominante e gestito attraverso l’ intermediazione della casta ecclesiastica . L’apertura dei Misteri Eleusini a tutti gli uomini liberi (ne erano esclusi solo gli schiavi e le donne) fu un avvenimento determinante nella storia dell’ umanità, secondo solo a quello della religione cristiana, che apriva definitivamente a tutti l’accesso ai Misteri.

Questa democratizzazione del piano metafisico, apparentemente liberatoria, rappresenta in realtà una vera involuzione del principio misterico. In origine il Mistero, come reintegratore nell’uomo delle qualità divine o comunque superumane, era aperto a TUTTI coloro che avessero delle qualificazioni individuali atti a riceverlo, indipendentemente dalle condizioni sociali in cui si trovassero. L’attuazione tradizionale era quindi effettiva ed operante in quanto vi era affinità fra iniziatori ed iniziati.

L’apertura politica dei Misteri Eleusini rendeva questa attuazione solo virtuale in quanto non richiedeva più delle qualificazioni individuali, ma una sorta di fideismo collettivo, selezionato fra l’altro da una condizione sociale o biologica, determinata dai pregiudizi politici dominanti. Con l’avvento del Cristianesimo si introduce un’altra illusoria apertura collettivistica. Chiunque, per solo mezzo della fede in una verità rivelata, poteva accedere ai Misteri. Questi non sono più, però, un superamento ed un’illuminazione indotti da un’ascesi e da un intelletto qualificato alla loro gnosi, ma una inaccessibile incomprensibilità da accettare attraverso un’umiltà indotta più dalla realtà dei fatti che da un’atteggiamento interiore.

D’altro canto, è inconfutabile che una nozione posta alla “portata di tutti” non possa che essere una volgarizzazione portata al livello dell’ intelligenza minima. L’inganno progressista “dell’innalzamento del livello medio di cultura” ha prodotto danni incalcolabili, producendo strumenti utili non alla comunità in senso generale, ma alla casta dominante, massificando e quindi annullando le qualità e qualificazioni individuali. Ciò ha prodotto la scomparsa di civilissime espressioni di cultura, come quella contadina ad esempio, che di ogni umilissimo oggetto della natura e con strumenti semplicissimi aveva il genio di produrre manufatti di nessun costo sociale e soprattutto individuale.

I Misteri, nei mutati tempi, hanno potuto esser inglobati nella visione collettivistica della società perché l’iniziazione sacerdotale, che da privata era divenuta collettiva, divenne affine ed alleata, quindi, del potere temporale. Il “Segreto” altresì, essendo espressione specificatamente e squisitamente individuale, e per sua natura inesprimibile ed ineffabile, ha potuto mantenere integra la sua valenza metafisica.

Dobbiamo qui notare come l’ iniziazione cavalleresca, pur libera ed “errante” nei suoi voti sacrificali, abbia dovuto soccombere alla sua successiva sottomissione al potere civile ed ecclesiastico, la cui unione

è  sempre stata nefasta sia in termini sociali che in termini metafisici. La primitiva iniziazione sacerdotale è  decaduta in un concetto sacramentale derivante da grazia e fede, e non da ciò che rende specifica l’ iniziazione stessa, cioé  a qualificazione personale e l’acquisizione per ascesi e gnosi, (o conoscenza) assieme.

Fra le iniziazioni artigianali, quella massonica  è l’unica che sia rimasta sul piano storico.

.Questa permanenza è  certamente dovuta alla sua essenziale “franchigia”, alla sua concezione che dopo il Grande Architetto dell’Universo l’uomo è  il solo signore di se stesso e nessuno può ledere la sua individuale libertà e dignità.

Ma per ottenere questa liberazione l’uomo ha necessità di un “Segreto” che  è sempre stato l’oggetto di una inutile quanto livida e meschina investigazione da parte di ogni tipo di organizzazione sociale, che nella sua progressiva ed insaziabile fame di un potere sempre più assoluto non comprende e non consente spazi non controllabili e sfruttabili.

Anche nella sua versione più materiale e banale di riservatezza ed intimità questo “Segreto” viene sempre più oppresso e negato. Caratteristico questo della nostra attuale società, che impone sempre di più il “fare insieme” contro la volontà , considerata eccentrica e asociale, di chi sta e vuole stare da solo; o quantomeno vuole scegliersi le sue limitate amicizie secondo criteri personali ed individuali e non secondo la casualità collettivistica.

L’odio per il “Segreto” diviene così, da necessario strumento del potere, mentalità collettiva di massa che deride e nega ciò che non può capire. Tuttavia, essendo la natura stessa di questo “Segreto” intangibile, l’organismo élitario (se così oggi si può dire) che da esso deriva, permane, nonostante la pesante opposizione dei tempi e degli uomini.

Questa breve digressione nelle ere più antiche era necessaria per far notare come il mito rappresenti comunque una realtà, storica o simbolica che sia, la cui evoluzione ne rende a volte incomprensibile, in termini attuali, l’origine.

Così è  per la mitica tradizione massonica delle sue antichissime origini e connessioni, la cui “improbabilità” necessita comunque di un approfondimento storico ancora non effettuato. Possiamo comunque intravedere, con oggettività scientifica, le origini più recenti della Massoneria nel Medioevo, in cui fra le corporazioni di mestiere più estese ed importanti vi era quella dei costruttori. La più famosa di queste organizzazioni, e la prima di cui si abbia una storiografia precisa, fu quella dei Maestri Comacini, sulle cui costruzioni vediamo la stessa simbologia degli attuali Templi massonici, e, in essa, una valenza metafisica certamente più sentita ed amata di quella dei nostri tempi. Lo studio e la meditazione su tali valenze, sempre vive ed attuali, può donare al Massone il sentimento vivo dell’unione, attraverso i secoli, con chi prima di noi ha operato e pensato, per la propria realizzazione interiore e conseguentemente per quella di tutta l’umanità.

Per far parte di tali compagnie, costituite in “Ordini” era necessario possedere specifici requisiti, fisici e morali, e sottoscrivere a precisi impegni giuridico-finanziari, come a tassativi obblighi disciplinari. Molte di tali compagnie di capimastri ed operai erano dirette, dal IX° al XIII° secolo da architetti provenienti da Ordini religiosi, per lo più benedettini, cluniacensi e cistercensi, e che erano perciò “Maestri” in quanto possessori dell’Arte, e “Venerabili” per la loro veste sacerdotale.

In tale periodo l’improvvisa fioritura dello stile gotico, travolse ogni precedente concezione architettonica di tipo romanico. Ciò comportò una stupefacente necessità di calcolo geometrico-matematico di cui, comunque, non è  rimasto traccia nei testi dell’epoca e che è  ancor oggi un’ irrisolto problema storico e tecnico.

Tali conoscenze, trasmesse oralmente ed esotericamente, erano indispensabili per il nuovo impulso costruttivo della società civile e religiosa. La necessaria concentrazione di uomini, mezzi, conoscenze per le grandi costruzioni fecero dell’Arte edificatoria una potente organizzazione internazionale e le comportarono franchige e privilegi, tanto che i suoi artefici furono chiamati “Franchi o “Liberi” muratori, con dei diritti inconsueti di relativa indipendenza dalle caste dominanti.

Verso la fine del XIII° secolo i laici si erano ormai resi tecnicamente indipendenti dagli architetti religiosi, e questo comportò un’ulteriore affrancamento di fatto, anche se l’ortodossia religiosa e l’obbedienza

alle leggi dello stato rappresentavano (e rappresentano tutt’oggi) alcuni fra gli obblighi fondamentali per un Libero Muratore. Una sopravvivenza attuale della dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche si perpetua ancora nella Massoneria inglese, in cui l’Oratore (o Jachin) è  sempre un pastore, anglicano o comunque riformato..

L’affrancamento parziale dell’Ordine fu forse l’origine diretta della “tegolatura”, che permetteva di controllare i membri di ogni paese e provenienza, sia per la salvaguardia dei segreti di mestiere che per quella politica delle stesse franchige ottenute.

Il “Segreto” massonico, era dunque articolato su vari livelli. Il primo, di motivazione eminentemente pragmatistica, consisteva nella trasmissione graduale, élitaria, ed orale (già quindi, nella metodica, eminentemente esoterica) dei segreti dell’Arte operativa. Il secondo, di motivazione corporativa, consisteva nella trasmissione di segni e parole di “passo” che permettessero di poter riconoscere un membro dell’Ordine ed il suo grado immediatamente, quantunque per il resto fosse molto spesso uno straniero sconosciuto.

Il terzo, di carattere squisitamente iniziatico, consisteva nell’analogia dell’atto fisico del costruire con quello metafisico, compartecipando così alla cosmogonia o creazione e costruzione dell’ universo secondo i piani divini del Grande Architetto dell’Universo. La cosciente operatività contemporanea del lavoro su questi tre diversi livelli o piani dell’essere costituiva la Maestria Massonica, il cui raggiungimento “operativo” sul piano fisico della costruzione non era comunque segno di raggiungimento “speculativo” sui piani superiori.

Comunque, nonostante i livelli diversi di comprensione che ognuno può raggiungere secondo i suoi “talenti” personali, il segreto massonico, che veniva gradualmente svelato dai Maestri agli Operai, gli accumunava fraternamente tutti, facendoli compagni nei comuni lavori.

L’ammissione dell’ Apprendista nella compagnia o “Loggia” costituiva una cerimonia solenne ed una vera iniziazione, secondo canoni oggi scientificamente determinati. L’Apprendista giurava sulla Bibbia di non rivelare i segreti dell’Arte ad alcuno che non appartenesse ai Liberi Muratori, l’obbedienza ed il rispetto ai suoi superiori, il rispetto delle leggi e delle finalità etiche dell’associazione. Segni, toccamenti, parole di passo, colloqui tegolatori si sono mantenuti pressoché integralmente, e venivano insegnati e rammentati in particolari riunioni, perlomeno mensili.

Il luogo di tali riunioni era una baracca appoggiata al corpo di fabbrica, quando questa già esistesse, e che veniva denominata “Loggia”. Nella assoluta mancanza del corpo di fabbrica, le riunioni venivano tenute all’aperto, ed il luogo della riunione veniva marcato da una corta tesa, che delimitava un’area rettangolare, con un’apertura ad occidente. Ai due lati sedevano i Sorveglianti, che lasciavano passare gli Operai solo dopo la “tegolatura” . Essendo le tornate tenute dopo la fine nei lavori, circa due ore prima del tramonto del Sole ( Vespero ) il M.V. sedeva ad Oriente, per poter osservare in piena luce le “Colonne” dei Compagni e degli Apprendisti. Questa primitiva e semplice tornata massonica potrebbe contrastare con l’attuale senso della riservatezza che si attribuisce tradizionalmente alla Massoneria. E’ da notare, fra l’altro, che il termine “Loggia” come elemento architettonico ha sempre significato di spazio coperto verticalmente solo da un lato o, al massimo, da tre.

Le Logge antiche rimasteci hanno questa precisa caratteristica. La Loggia dei Maestri Comacini a Gubbio, ad esempio, la Loggia Rucellai e quella dei Lanzi a Firenze, e tante altre testimonianze di questo importante “spazio” della storia dell’uomo.

Per comprendere lo iato originario fra riservatezza e spazio aperto è  necessario portarsi idealmente nelle condizioni sociali e politiche del Medioevo.

Il “Capitolo” chiuso come riunione riservata era concesso solo al potere politico ed a quello ecclesiastico. Ne alle confraternite laiche, ne tantomeno ai privati era permesse riunioni private. La “Loggia” nella storia civile era centro di convegno privato, ma comunque sempre esposto al pubblico, e soprattutto all’occhio del potere.

Nei primitivi rituali la cerimonia consisteva soltanto nel giuramento sulla Bibbia e sulla trasmissione “da bocca ad orecchio”, (bisbigliata) delle parole di passo. Gli insegnamenti operativi venivano impartiti sul cantiere e solo l’insegnamento esoterico più riservato veniva trasmesso, in segreto, nella cosiddetta “Camera di Mezzo”, chiusa da ogni lato.

Il simbolismo attribuito nei secoli seguenti a questa dizione ha un notevole valore iniziatico, anche per gli innumeri riferimenti ad analoghe simbologie in ogni tempo e luogo, (nel più importante testo gnostico valentiniano del III° secolo, la “Pistis Sophia”, viene nominato il “Luogo” o “Camera” di Mezzo).

La “Camera di Mezzo”, come loghema ormai universale, nasce nell’ambito massonico per il fatto che nel corpo di fabbrica, per lo più grande opera civile o religiosa, non vi erano spazi chiusi, se non la rimessa degli attrezzi tecnici comuni, di grande valore per quei tempi, e che per motivi di maggior sicurezza veniva situata all’interno delle costruzioni, costituendone l’unico spazio veramente privato e chiuso.

D’altro canto anche le valenze metafisiche più specifiche o esoteriche non esulavano, ne lo avrebbero potuto, dall’ortodossia civile o religiosa dei loro tempi, in quanto non era ancora completamente avvenuta la dicotomia occidentale fra “exoterismo”ed “esoterismo”. Anche il simbolismo espresso dalle raffigurazioni interne od esterne delle cattedrali veniva rigidamente imposto e controllato dagli ecclesiastici, e lasciava solo spazi marginali alla fantasia dei costruttori.

Importanti ricerche di autori specializzati, fra cui possiamo indicare Schneider e Charbonnau-Lassay, hanno stabilito che l’arte del simbolismo religioso era di assoluta pertinenza degli ecclesiastici e che la fantasia dei Liberi Muratori doveva limitarsi alle “marche” sulle pietre da costruzione od ai ritratti degli operai che si notano spesso all’esterno delle grandi cattedrali.

I simboli di pertinenza specifica dei Maestri dell’Arte erano perlopiù gli strumenti del mestiere, squadra e compasso, archipenzolo, livella e cazzuola per gli architetti e gli edificatori; maglietto, scalpello e squadra per i tagliatori di pietra, ascia per i carpentieri, utensile simbolico usato in quanto una buona parte delle costruzioni civili era ancora in legno, e, d’altro canto, anche le grandi edificazioni avevano necessità di strutture di sostegno e sovrastrutture lignee.

Anche nel tardo medioevo e nel XVI° e XVII° secolo sopravviveva il simbolo dell’ascia, come, ad esempio, negli stemmi dei Massoni di varie città inglesi, e nell’Arte fiorentina (XIII° sec.) dei Maestri di Pietra e di Legname. Attualmente il simbolo dell’ascia in Massoneria permane solo nel Quadro di Loggia in grado di Compagno, in cui la pietra cubica cuspidata o piramidale è sormontata dall’ascia piantata alla sommità, e nel grado Scozzese di Ascia Reale del Libano.

Inoltre, la secolare frequentazione fra laici e religiosi nel contesto massonico avrà certamente influito sullo sviluppo del pensiero simbolico, determinando ulteriormente l’importanza della semiologia nella formazione e nello sviluppo dell’intelletto e nella ricerca degli aspetti fisici e metafisici dell’ universo. Attualmente la chiesa cattolica, fin dal 1965, ha dichiarato di aver abbandonato la simbologia nella decorazione delle chiese, con la stupefacente motivazione “di aver perduto le chiavi del simbolismo”.

Se non vi fosse, da parte della chiesa romana, un’evidente prevenzione nei confronti della Massoneria, forse questa potrebbe rifornirgli quelle chiavi ormai perdute, perché le ha più gelosamente custodite e conservate fino ad oggi.

L’attuale patrimonio simbolico della Massoneria, che avendo conservato integralmente quello delle sue origini storiche, ed avendo poi assorbito quello di svariatissime tradizioni esoteriche nel XV°, XVI°, XVII° secolo, studiandone e commentandone l’essenza negli ultimi due secoli, è di una complessità e di una vastità che non ha uguali. Si potrebbe affermare, con giusta motivazione, che la Massoneria sia l’unica organizzazione contemporanea che sia tramite, ed in realtà unisca, le età più antiche con quella attuale e con quella futura, in quanto ha conservato in se  una gnosi che fu rifiutata e distrutta dal positivismo e dal materialismo del XIX° secolo. Nel contempo è l’unica che abbia nel contempo, quei termini di ragione laica e tolleranza civile e religiosa trasmessele dal secolo dei lumi.

Questi saranno i germi ideali di una organizzazione sociale futura, non compromessa intimamente, per sua natura e vocazione, da ideologie politico-sociali al loro tramonto e che, basandosi sull’evoluzione etica e spirituale dell’uomo come indispensabile propedeutica a quella sociale, abbia quindi un futuro e lungo cammino da percorrere assieme all’umanità.

Nell’attuale Massoneria permangono purtroppo sorpassati atteggiamenti ottocenteschi di rifiuto dell’esoterismo e del simbolismo, perché  visti da un’angolatura di sospettoso antimisticismo tipica dell’anticlericalismo alla Podrecca e retaggio di tempi passati. Ancor peggio, da una visione cosiddetta “operativa”, (ma in realtà banalmente affaristica) che ha i suoi reali motivi di opposizione verso chi persegue l’etica esoterica ed iniziatica della Massoneria e che non potrà, conseguentemente e coerentemente, che denunciare e combattere certe degenerazioni dell’Ordine.

Un’altra falsa credenza, a volte accreditata nell’ambito massonico, è quella della valenza conservatrice o anche reazionaria dell’esoterismo. Per quanto non si possa provare con pieno rigore la partecipazione massonica alla Rivoluzione francese, si può comunque affermare che i personaggi principali di tale grandissimo momento evolutivo della storia umana hanno tratto proprio dalla loro formazione esoterica le motivazioni fondamentali dell’idea che si trasforma in atto, del piano ideale che diventa azione e storia, del mito e dell’utopia che diventano realtà.

I limiti di questa ricerca non permettono purtroppo l’analisi approfondita di quanto sopra espresso, ma si può forse enunciare il paradigma (di fronte alle accuse di “rivoluzione” o “conservazione” che ci provengono da vari ed opposti punti di vista) che la Massoneria, essendo nella sua essenzialità un importante fattore di evoluzione umana globale, è nel contempo rivoluzionaria e conservatrice.

Rivoluzionaria quando la società necessita di un fattore evolutivo traumatico, conservatrice quando le conseguenze di questo trauma danneggiano l’equilibrio evolutivo e producano nuova oppressione.

Il trinomio che rappresenta al mondo profano la Massoneria è quello espresso da Libertà – Uguaglianza – Fratellanza ed il suo apparire sul piano storico è la vera data di nascita della attuale Massoneria.

La Massoneria inglese constesta il trinomio inscritto nel Tempio, affermando, forse con ragione, che non è un simbolo; ma è comunque la voce oracolare che dai simboli ci perviene, dogma massonico né rivelato né imposto, ma scaturito dal pensiero, dal sacrificio e dalla sofferenza secolare dei popoli, il necessario tramite attuale all’arcaicità dei simboli che ci circondano.

L’analisi e lo studio del simbolismo, essenzialità della Massoneria ed obbligo costituzionale per il Massone, non presenta in se particolari difficoltà, anche per l’enorme bibliografia esistente.

La difficoltà reale di tali fini consiste nella realizzazione di una mentalità tradizionale, che si basa su presupposti più olistici i e meno specializzati di quella odierna. Nei suoi rituali d’iniziazione, la Massoneria offre più volte al candidato la possibilità di ritirarsi, la libera scelta di morire al mondo profano e di rinascere in un’ istituzione che ha le sue leggi, le sue finalità, oppure di rinunciare ad essa.

Il Maestro Venerabile, ponendo la spada sulla testa e sulle spalle del candidato, e battendovi sopra con il maglietto i colpi rituali, afferma simbolicamente il ternario e risveglia virtualmente le facoltà dormienti del neofita. Gli dona inoltre ogni potenzialità di integrazione della sua razionalità attuale all intelletto tradizionale, per la realizzazione di una sua più completa e vera umanità.

Quando un profano chiede la Luce Massonica, qualunque siano le sue personali opinioni e conoscenze, ammette di essere al buio della profanità,affermando sapere niente della Luce della Libera Muratoria.

Da ciò si dovrebbe trarre delle logiche conseguenze, fra le quali quella di usare la virile coerenza di tentare di capire, attraverso quella simbolica luce , ciò che si è accettato nel buio.

I fari accecanti dell’illusione di un progresso ed un’evoluzione continua, insita fatalmente nella storia e non nell’uomo, impediscono, a volte, di scorgere l’esile luce del lume eterno dei Rosacroce, che non si spegne ai venti incostanti del contingente, poiché si pone al di sopra della cronaca e della storia. Questa lampada ha illuminato ere oscure, ma forse non più oscure della nostra, che ha estrema necessità di un pensiero diverso, e più rivolto verso l’essenza umana che verso la creazione velleitaria di una società materializzata e disumanizzante.

Il simbolismo e l’esoterismo della nostra istituzione non sono fini a se stessi, vuote esercitazioni per eruditi ed eccentrici, ma fonti e strumenti vivificanti dell’insegnamento massonico.

Quando si varca per la prima volta la soglia del Tempio, pur esser giusto domandarsi se il pensiero esoterico sia uno strumento per pesare i sugheri, friggere gli elzeviri o alzare le gonne agli angeli, se l’apparato scenico della Loggia non sia il residuo di un teatrino barocco, o la solita calce di menzogna con cui si cerca di imbiancare certi eterni sepolcri.

Se un Massone non ricerca la comprensione e l’uso dei simboli di cui si circonda e di cui si veste, si rende simile un piatto ed ottuso conformista, o ad un colorato pagliaccio in pista, molto meno dignitoso delle stregone di un villaggio africano, che usa con convinzione ed utilità sociale le zampe e le penne di gallina che la sua cultura rituale gli ha trasmesso.

La prima domanda dell’Apprendista ai suoi Maestri deve vertere, al di là ed al di sopra della sua cultura profana, sull’essenza del simbolismo e dei suoi scopi, essendo in questo la specificità dell’organismo al quale appartiene per sempre e il carattere stesso della Massoneria. La risposta, certamente non facile, può anche comportare il riferimento a piani culturali più conosciuti ed accettati, la semiologia, ad esempio, come segnacolo ontologico universale, l’analisi del profondo e dei suoi archetipi, la sociologia e la storia delle religioni, la mitologia, la teologia, tutte le cognizioni, insomma, del comportamento sociale ed individuale dell’umanità.

In ciò vi  è una parte della verità che, sia pur irraggiungibile ed inafferrabile, è  comunque intuibile e rappresenta la più importante meta interiore dell’ uomo e soprattutto del Massone.

Ma la risposta globale, quella che non può essere indotta dalla cultura, o dal pensiero filosofico o scientifico, è di esclusiva pertinenza soggettiva, anche se i suoi risultati non possano poi che essere oggettivi sui vari livelli a cui la personale qualificazione può portare.

La Massoneria, che vive nel presente perché formata da uomini che non possono che vivere nel presente, conserva e tramanda il suo simbolismo e le sue tradizioni iniziatiche come un tesoro di cui forse non conosce più il valore, in un forziere di cui forse non ha più la chiave, ma che consegnerà integro ad un futuro che forse potrà meglio usufruirne.

Qualcuno ha detto che il simbolismo, come forma di pensiero,  è simile a quella che ha prodotto ed apprezzato l’arte. In effetti, si può descrivere minutamente un capolavoro, criticarne lo stile e la tecnica in rapporto ai suoi tempi e secondo la visione estetica dei nostri, misurarne le dimensioni ed i volumi, analizzarne la composizione chimica dei colori etc.

Ma, come in un simbolo, è indescrivibile in un’opera d’arte quel rapporto fra ideatore, idea espressa e spettatore, di cui la forma estetica è  soltanto un mezzo e che rimane affidato alla sensibilità , alla vibrazione, all’affinità sottile fra i vari agenti

. Così non si potrà mai razionalizzare e chiarificare, se non con un pensiero e una mentalità tradizionali, quell’identificazione assoluta fra uomo e simbolo visivo, gestuale, verbale, che è una delle tecniche iniziatiche fondamentali dell’esoterismo Massonico.

Questa tecnica, antichissima e futuribile assioma, può portare a quella gnosi in se sufficiente all’analisi fisica e metafisica dell’ universo, all’unificazione con quel Tutto e quell’Uno che è  lo scopo ultimo di tutti coloro che perseguono il cammino dell’iniziazione e la sola e vera evoluzione effettiva ogni società.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. VITTORIO VANNI

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HITLER E LE SOCIETÀ SEGRETE

 Thule-Gesellschaft

HITLER E LE SOCIETÀ SEGRETE

 

 

Julius Evola

(1898-1974)

 È singolare che in Francia diversi autori si sono dati alla ricerca delle relazioni del nazionalsocialismo tedesco con società segrete e organizzazioni iniziatiche, che di esso sarebbero state le ispiratrici, tanto da supporre dei «retroscena occulti» del movimento hitleriano. È nel noto libro, ricco di divagazioni, di Pauwels e Bergier Il mattino dei maghi, che, per primo, si è affacciata tale tesi. In esso il nazionalsocialismo veniva definito nei termini di una unione del «pensiero magico» con scienza tecnica, giungendo a dare per esso la formula «divisioni corazzate + Rene Guénon», formula che deve aver fatto sobbalzare per indignazione nella tomba le ossa di questo eminente esponente del pensiero tradizionale e delle discipline esoteriche.


Vi è già da accusare un equivoco, nel fatto che qui spesso l’elemento magico viene scambiato con quello mitico, il quale col primo può non aver nulla a che fare. È incontestabile la parte che nel nazionalsocialismo hanno avuto «miti», come quelli del Grande Reich, del Capo carismatico, della razza e del sangue, ecc., ma a tale riguardo è il caso di dare al termine «mito» il semplice senso sorelliano di «idea-forza motrice», di idea dotata di un particolare potere suggestivo (come, in genere, lo sono quelle usate dalla demagogia), senza nessuna implicazione «magica». Così, ad esempio, nessuno penserà sensatamente ad attribuire una componente «magica» a miti usati dal fascismo, quali quelli di Roma e del Capo, o a quelli della Rivoluzione Francese e dello stesso comunismo.
Il discorso sarebbe diverso nel caso di una ricerca delle influenze d’ordine non semplicemente umano a cui possono aver obbedito, senza rendersene conto, certi movimenti. Ma negli autori francesi a cui si è accennato non si tratta di questo; non si pensa ad influenze di tale genere, ma di quelle concrete esercitate da organizzazioni reali, seppure, in vario grado, «segrete». Si è parlato anche di «Superiori Sconosciuti» i quali avrebbero suscitato il movimento nazista e si sarebbero serviti di Hitler come di un loro medium. Non è chiaro, tuttavia, per quali fini essi lo avrebbero fatto; a giudicare dai risultati, ossia dalle conseguenze catastrofiche che ha avuto, sia pure indirettamente, il nazionalsocialismo per l’Europa, si dovrebbe pensare a fini oscuri e distruttivi, il che andrebbe incontro alla tesi di coloro che vorrebbero riportare il lato occulto di tutto quel movimento a ciò che il Guénon chiamerebbe la «contro-iniziazione». Ma dagli autori francesi a cui si è accennato è stata avanzata anche un’altra tesi, cioè che il medium Hitler ad un dato momento si sarebbe emancipato dai «Superiori Sconosciuti», quasi come un Golem, e che da allora il movimento avrebbe preso una direzione fatale. Ma allora bisognerebbe dire che cedesti Superiori occulti avevano invero scarse facoltà di preveggenza e poteri ben limitati, per non saper bloccare colui che essi avevano usato come un loro medium.
Su di un piano più concreto, si è fantasticato molto sull’origine dei temi e dei simboli essenziali del nazionalsocialismo, riferendosi ad organizzazioni preesistenti a cui però difficilmente si potrebbe attribuire un autentico e regolare carattere iniziatico. Indubbiamente non è stato Hitler a inventare l’ideologia germanica razzista, il simbolo della croce uncinata, l’antisemitismo ariano. Tutto ciò esisteva da tempo in Germania. Un libro intitolato Colui che diede idee a Hitler parla di Lanz von Biberfeld (il titolo nobiliare egli se lo era autoattribuito), già circerstense, che aveva fondato un Ordine cui era già propria la croce uncinata, e che fin dal 1905 aveva pubblicato una rivista, Ostara, da Hitler certamente conosciuta, dove erano già chiaramente enunciate le tesi razziste ariane e antisemite.
Ma assai più rilevante, per i retroscena occulti del nazionalsocialismo, è la parte che si vuol attribuire alla Thule-Gesellschaft («Società Thule»). Qui le cose si presentano in modo più complesso. Questa società fu la promanazione di un preesistente Germanenorden («Ordine dei Germani») fondato nel 1912, e faceva capo a Rudolf von Sebottendorff. Von Sebottendorff era stato in Oriente e nel 1924 aveva pubblicato uno strano volumetto sulle Pratiche operative dell’antica massoneria turca, nel quale sono descritti procedimenti, basati sulla ripetizione di sillabe, su simboli, gesti e «passi», il fine dei quali era la stessa trasformazione iniziatica dell’essere umano perseguita anche dall’alchimia. Non è chiaro con quali organizzazioni «massoniche» turche von Sebottendorff sia stato in contatto, né se egli, oltre che riferire quei rituali, li abbia anche praticati.


Nemmeno è accertabile se nella Thule-Gesellschaft, da lui diretta, essi venissero messi regolarmente in opera: cosa che sarebbe invece molto importante per valutare il fatto che a quell’organizzazione fecero parte, o con essa ebbero contatti, molte personalità di primo piano del nazionalsocialismo, a partire da Hitler e da Hess. Vien dato senz’altro come scontato che Hess si sarebbe formato in essa, e che egli a sua volta avrebbe in un certo modo «iniziato» Hitler già quando si trovava con lui in carcere dopo il fallito Putsch di Monaco.


Comunque, si deve rilevare che assai più che non un lato esoterico, nella Thule-Gesellschaft attraeva l’aspetto di una società relativamente segreta, che per emblema aveva già la croce uncinata, e che era caratterizzata da un deciso antisemitismo e da un razzismo germanizzante. Si deve mettere sotto cauzione la supposizione che il nome prescelto da quella organizzazione, Thule, attesti un serio e cosciente riferimento ad un simbolismo nordico polare e l’ambizione di un collegamento con le origini iperboree delle genti indogermaniche, dato che Thule è valso come il centro sacro o l’isola sacra, situata nell’estremo settentrione, della Tradizione primordiale. È stata anzi rilevata la possibilità di un’origine assai più profana, perché Thule può essere la deformazione di «Thale», nome di una località dell’Harz nella quale l’«Ordine dei Germani» nel 1914 aveva organizzato un convegno avente come ordine del giorno la formazione di una organizzazione segreta razzista per combattere quella che si supponeva esistere dietro all’ebraismo internazionale. Soprattutto questo ordine di idee Sebottendorff, capo della Thule-Gesellschaft, mise in rilievo in un suo libro uscito a Monaco nel 1933 e intitolato Bevor Hitler kam («Prima che Hitler venisse») per indicare quel che già esisteva, prima di Hitler, come miti e ideologia.
Cosi una ricerca seria sui collegamenti iniziatici di Hitler con società segrete non conduce troppo lontano. Quanto a Hitler medium e alla sua forza magnetica, sono necessarie alcune precisazioni. Che il Führer dovesse questa forza a pratiche iniziatiche, ci sembra una fantasia; altrimenti ci si dovrebbe mettere a supporre assurdamente qualcosa di simile anche nei riguardi dell’uguale forza psichica suggestiva posseduta da altri capi, da Mussolini, ad esempio, o da Napoleone. Piuttosto si deve ritenere che una volta destato a vita un movimento collettivo si crea una specie di vortice psichico il quale si raccoglie in chi ne è il centro tanto da conferirgli una particolare aureola, percepibile soprattutto da chi sia suggestionabile. Quanto alla qualità di medium (che, sia detto per inciso, è opposta a quella di una qualificazione iniziatica), essa può venire riconosciuta, con certe riserve, a Hitler, in quanto egli sotto più di un riguardo ci si presenta come un invasato (è il tratto che lo distingue, ad esempio, da Mussolini). Proprio quando egli fanatizzava le folle, dava l’impressione che un’altra forza lo trasportasse avendolo, appunto, come un medium, anche se di un genere tutto particolare ed eccezionalmente dotato. Chi ha udito parlare Hitler a folle deliranti non può non aver avuto questa impressione. Date le riserve da noi espresse nei riguardi di supposti «Superiori Sconosciuti», non è agevole stabilire la natura di tale forza superpersonale.


Quanto alla «gnosi» nazionalsocialista, ossia ad una presunta dimensione quasi mistica e metafisica, bisogna ricordare il singolare coesistere, in tale movimento e nel Terzo Reich, degli aspetti «mitici» con aspetti apertamente illuministici e perfino scientisti. In Hitler si possono trovare numerosi riferimenti ad una visione del mondo spiccatamente «moderna», epperò, in fondo, profana, naturalista e materialista, mentre egli simultaneamente aveva fede in una Provvidenza, della quale credeva essere uno strumento, specie per quel che riguardava le sorti della nazione tedesca (così egli vide, ad esempio, un segno della Provvidenza nel suo essere scampato di stretta misura all’attentato di cui fu l’oggetto al suo Quartier generale). Alfred Rosenberg, ideologo del movimento, bandiva bensì il mito del sangue, parlava di un «mistero» del sangue nordico che avrebbe avuto un valore sacramentale, ma era anche colui che quando si trattava di cattolicesimo accusava come mistificazioni ogni rito e sacramento, che si schierava, proprio come un illuminista, contro gli «oscurantisti del nostro tempo» ed ascriveva a vanto dell’uomo ario l’aver inventato la scienza moderna. In base a tutto ciò, si spiega che se l’attenzione si portò sulle rune, sugli antichi segni nordico-germanici, esse furono riesumate su un piano puramente emblematico, quasi come nel fascismo si fece con certi simboli romani, senza nessuna assunzione esoterica. Il programma nazista di creare un uomo superiore risente di una «mistica della biologia», di nuovo, di un orientamento prevalentemente scientista: poteva trattarsi al massimo di un «uomo superiore» nel senso nietzschiano, per nulla nel senso iniziatico.


Il progetto della «creazione di un ordine razzista religioso e militare di iniziati riuniti intorno ad una Guida divinificata» non può essere considerato come quello del nazismo ufficiale, come vuole l’Alleau il quale, come antecedenti si è riferito, fra l’altro, perfino agli Ismaeliti islamici. È piuttosto nel quadro della SS, la quale, si badi, si costituì in un secondo tempo nel Terzo Reich e che in esso aveva una posizione, che si affacciò qualche motivo di un piano superiore.


Anzitutto nell’organizzatore della SS, Heinrich Himmler, era chiaro l’intento di creare un Ordine comprendente elementi da formare secondo l’etica prussiana e quella degli antichi Ordini cavallereschi, segnatamente dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Per una tale organizzazione egli cercava una legittimazione o crisma, che però non poteva trarre, come quegli antichi Ordini, dal cattolicesimo, apertamente avversato dalla corrente radicalista nazista. Anche senza la possibilità di un qualsiasi collegamento tradizionale, Himmler si riferì al retaggio e al simbolismo nordico-iperboreo (Thule), senza che ciò fosse comunque dovuto a quelle «società segrete» di cui si è detto, portando invece l’attenzione (come fece anche Rosenberg) alle ricerche di un olandese, Herman Wirth, sulla tradizione nordico-atlantica (per cui il Wirth ebbe delle sovvenzioni da un ufficio appositamente creato da Himmler, Ahnenerbe). Ciò non è privo di interesse, ma dei «retroscena occulti» sono del tutto inesistenti.
Così il bilancio complessivo è negativo. Il limite delle divagazioni di autori francesi è costituito dal libro Hitler et la tradition cathare di J.M. Angebert (uscito a Parigi nel 1970). Qui sono di scena gli Albigesi (o Catari), setta di eretici diffusasi fra il X e il XII secolo soprattutto nella Francia meridionale, avente per centro la roccaforte di Montségur. Essa fu distrutta, nell’idea di Otto Rahn, in una «crociata contro il Graal» (è il titolo di un suo libro: Kreuzzuggegen den Gral). Che cosa abbia a che fare il Graal coi suoi templari con quella setta caratterizzata da una specie di manicheismo fanatico che rifuggiva dal mondo ed era avverso all’esistenza terrena nella carne e nella materia, al segno che talvolta i suoi seguaci si lasciavano morire di fame o si uccidevano con altri mezzi, è del tutto oscuro. Ebbene, viene avanzato che il Rahn (col quale fummo a suo tempo in corrispondenza e al quale cercammo di mostrare l’arbitrarietà delle sue tesi) fosse una SS e che una spedizione tedesca sarebbe stata mandata a ritrovare l’oggetto mitico messo in salvo, si suppone, al momento della distruzione della roccaforte catara di Montségur. L’oggetto sarebbe stato custodito segretamente nel Terzo Reich. Dopo la caduta di Berlino una truppa si sarebbe aperta la via fino allo Zillermal, presso il confine italiano, portando con sé quell’oggetto per nasconderlo ai piedi di un ghiacciaio, in attesa di una èra nuova.
In realtà, si è parlato di un commando che però sembra avesse una missione meno mistica, quella di salvare e nascondere il tesoro del Reich. Due altri esempi di ciò a cui può condurre la fantasia quando le si lascino le redini libere soggiacendo ad idee fisse: da parte della SS (la quale non comprendeva soltanto formazioni militanti ma anche studiosi specialisti, ecc.) fu organizzata una spedizione nel Tibet, a fini alpinistici ed etnologici e un’altra spedizione nell’Artide, sembra con fini esplorativi ed anche per eventuale creazione di basi militari. Ebbene, secondo queste interpretazioni fantasiose la prima spedizione avrebbe cercato invece un collegamento con un centro segreto della Tradizione, l’altra avrebbe mirato ad un contatto con la Thule iperborea occulta…

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SOLSTIZIO DI INVERNO

SOLSTIZIO DI INVERNO

Per Solstizio s’indicano i 2 movimenti dell’anno, nei quali il sole viene a trovarsi nella declinazione massima (estate) e minima (in inverno).
Solstizio deriva dal latino “solis statio” poiché il sole pare arrestare il proprio movimento di declinazione.
Nel Solstizio d’inverno i raggi solari sono perpendicolari al Tropico del Capricorno.
La calotta polare artica si trova nell’ombra, mentre quella antartica è completamente in luce. Nel nostro emisfero il giorno ha la minima durata. Il sole è più basso e più debole, ma già da ora comincia a crescere giorno dopo giorno, fino il giorno del massimo trionfo del solstizio d’estate.
In questo giorno tutto ci richiama alla morte. Il Capricorno corrisponde alla x° fatica d’Ercole la discesa all’Ade. Tutti i grandi uomini hanno visitato il regno dei morti da Ulisse a Dante. Anche il profano muore nel Gabinetto di Riflessione, la sua tomba, per poter iniziare la sua trasmutazione e ricevere la luce iniziatica.
Ma se il solstizio d’inverno corrisponde al regno dei morti, è anche la “porta degli dei” dove si celebra la risalita al cielo, la rinascita.
Nel solstizio d’inverno si festeggia San Giovanni Evangelista che ritenuto donatore di luce, rappresenta il perfetto iniziato.
In quanto donatore di luce, viene considerato patrono dei fabbricanti di candele, dei teologi, degli gnostici, dei templari e dei rosa-croce.
Ma San Giovanni Evangelista è importante soprattutto perché ci ha lasciato col prologo del suo vangelo, un meraviglioso monumento esoterico che noi usiamo aprire prima di iniziare i nostri architettonici lavori.
Desidero dedicare questa festa solstiziale ad una fondamentale virtù: l’umiltà. Perche?
Perché ritengo che nel solstizio d’inverno, il maestoso sole, cedendo alle tenebre per soddisfare l’armonia della natura, pur nella consapevolezza che risorgerà con rinnovato vigore, compie una grande prova di umiltà.
E’ quello che dobbiamo imparare un po’ tutti, c’è un tempo per ridere ed uno per piangere, uno per stare ritti ed uno per piegarsi.
Dobbiamo avere sempre presente che siamo stati creati dal fango, che siamo polvere e polvere torneremo.
Umiltà da humus vuol dire, schiacciare la superbia e sapersi piegare docilmente.
Significa saper scendere dal piedistallo della boria e della presunzione dove spesso saliamo per celare e/o giustificare le nostre incapacità.
Spesso, molto spesso, le nostre azioni non sono volte a bandire le scorie di profanità, ma ricalcano, più o meno palesemente i vizi profani.
Spesso, molto spesso, riscontriamo fratelli che anche dopo tanti anni di militanza massonica, non sono riusciti a scrollarsi di dosso la presunzione di sentirsi “uomini di pregio” a tutti i costi. Questi fratelli non sono mai divenuti uomini veri né tanto meno massoni.
Solamente quando siamo pronti ad ascoltare la voce degli altri, a far nostre le esperienze di chi sta davanti a noi, a non perdere l’occasione di stare zitti, saremo diventati umili, e solo in tale momento, cadranno le scorie profane (boria, esibizionismo, presunzione, prevaricazione ed altro ancora) e saremo pronti a relazionarci col mondo esterno, per dare ma anche per ricevere.
Solo allora finiremo di imporre e far tollerare agli altri le nostre sciocchezze profuse come saggezze.
Solo allora la via della conoscenza, del progresso e della libertà sarà agevole e giammai per rimanere ritti, passeremo dall’umiltà alla viltà.

  TAVOLA SCOLPITADAL FR.·. R.M.

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SEGRETARIATO INTERNAZIONALE MASSONICO

Segretariato Internazionale Massonico

delle Potenze Adogmatiche

S.I.M.P.A.

(Secrétariat International Maçonnique des Puissances Adogmatiques)

CONVENZIONE

Le Potenze Massoniche sotto indicate convengono di comune accordo di coordinare i loro sforzi di comunicazione attraverso una cooperazione permanente e fraterna in seno ad un Segretariato centrale.

Esse rigettano ogni affermazione a carattere dogmatico. I principi che le uniscono sono la libertà di coscienza, la tolleranza reciproca, la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.

SEGRETARIATO INTERNAZIONALE MASSONICO DELLE POTENZE ADOGMATICHE

LA MASSONERIA:

La Massoneria è un’alleanza universale i cui fini sono la fratellanza fra tutti gli uomini, il perfezionamento dell’essere umano e il progresso dell’umanità.

Essa si basa sul simbolismo della costruzione, di cui ha adottato il linguaggio, ha un carattere essenzialmente iniziatico, ossia possiede la capacità di trasformare e migliorare l’essere umano, e consente con discrezione, nel rispetto delle esigenze di ognuno, di avvicinarsi alla conoscenza, di imparare ad imparare, di imparare a sentire, di imparare a condividere, di imparare ad ascoltare.

Non essendo né una chiesa, né una scuola, la Massoneria non sostiene alcuna dottrina né alcun dogma. Essa raccomanda la tolleranza e contribuisce alla elevazione dell’uomo, la cui più eroica impresa è proprio quella di diventare un uomo.

IL/LA MASSONE:

Essere Massone significa essere iniziato/a in una Loggia giusta e perfetta ed essere riconosciuto/a come tale dai propri Fratelli e dalle proprie Sorelle, mantenendosi probo/a e libero/a di pensare e di dire, ed anche di compiere quello che ciascuno/a intenda singolarmente conseguire a titolo puramente individuale.

Essere iniziato/a significa essere cittadino/a del mondo, nel quale si costruisce la morale universale.

LA LOGGIA:

Il lavoro di Loggia consiste nel conciliare il sapere e la conoscenza, la tradizione e la modernità, e nel partecipare alla crescita spirituale ed umana del nostro tempo.

Di conseguenza, le Obbedienze firmatarie:

– si dichiarano fondamentalmente rispettose del principio della libertà assoluta di coscienza;

– si dichiarano persuase che l’affrancamento (specialmente sociale) dell’uomo e della donna avvenga attraverso una lotta senza tregua nei confronti delle chiusure dogmatiche, delle derive settarie e delle ideologie contrarie alla dignità umana;

– si dichiarano legate indefettibilmente al principio di uguaglianza;

– si dichiarano coscienti che la democrazia e il principio di laicità costituiscano i pilastri portanti nell’organizzazione di una società.

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PICCOLO DIZIONARIO DEI SIMBOLI…

Piccolo dizionario dei simboli utili al progetto

Il punto simbolizza lo stato limite dell’astrazione del volume, il Centro, l’origine, il focolare, il principio di emanazione e del termine del ritorno. Designa la potenza creatrice e la fine di ogni cosa. La manifestazione è l’estensione del punto secondo le direzioni dello spazio, principio di quest’estensione è lui stesso senza dimensioni, non sottomesso alle condizioni spaziali. Il punto contiene il cerchio. Rappresenta inoltre l’equilibrio, l’armonia e l’origine della meditazione.  

Il cerchio, punto esteso, simbolizza perfezione, omogeneità. Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza variazioni come il tempo. Il cerchio è anche il cielo, il mondo dell’invisibile, la figura dei cicli celesti, delle rivoluzioni planetarie, del ciclo annuale raffigurato dallo Zodiaco. É il segno dell’armonia e delle norme architettoniche stabilite sulla divisione del cerchio. Nel mondo celtico il cerchio simbolizza un limite magico invalicabile, cordone di difesa attorno alle città, ai templi, alle tombe, per impedire ai nemici, alle anime erranti, ai demoni di penetrarvi. Il cerchio protettore prende la forma, per l’individuo, dell’anello, del bracciale, della collana, della cintura, della corona. Questi cerchi avevano il ruolo di stabilizzatori, mantenendo la coesione tra anima e corpo…

Il triangolo equilatero simbolizza la divinità, il numero 3, l’armonia, la proporzione. Il triangolo è il glifo del raggio solare, presso gli antichi Maya, abbinato al sole e al mais diventa un simbolo di fecondità. Il triangolo con la punta in alto simbolizza il fuoco e il sesso maschile, con la punta in basso l’acqua e il sesso femminile. Il sigillo di Salomone è composto dai due triangoli sovrapposti che rappresentano la saggezza umana. Nella Massoneria ogni triangolo corrisponde a un elemento: equilatero alla terra, rettangolo all’acqua, scaleno all’aria, isoscele al fuoco.     

Simbolo femminile. Dei rombi ornano alcune volte dei  serpenti in immagini amerindie. Vi si attribuisce un significato erotico dove la losanga rappresenta il sesso femminile e il serpente il fallo, esprimendo così una filosofia dualista. Dal periodo preistorico il rombo rappresenta la vulva e quindi la matrice della vita. Per estensione significa anche la porta dei mondi sotterranei, il passaggio iniziatico nel ventre del mondo, l’ingresso nella residenza delle forze ctonie. In Cina è uno degli otto emblemi principali e simbolo della vittoria.

Figura antidinamica ancorata a quattro lati, simbolizza l’arresto o l’istante fermato, la stagnazione, la solidificazione, la stabilità: gli accampamenti e le tende dei popoli nomadi hanno invece figura circolare. Molti spazi sacri adottano una forma quadrangolare: altari, templi, città, campi militari. Il quadrato è la figura di base dello spazio, il cerchio, e in particolare la spirale, quella del tempo. Il quadrato magico data le origini della scienza, evoca il senso del segreto e del potere occulto, è un mezzo di captare e immobilizzare virtualmente un potere. Esiste un grande amuleto a sette quadrati di sette, collegati ai differenti giorni della settimana e da qui ai pianeti e ai metalli: Luna all’argento, Marte al ferro, Mercurio ad una lega con l’argento, Giove allo stagno, Venere al rame, Saturno al piombo, Sole all’oro.    

La figura del trapezio è stata comparata al fronte di una testa di toro, da qui la sua evocazione dell’idea di sacrificio. Se la si considera come un triangolo tronco, il trapezio esprime incompiutezza, irregolarità, insuccesso. Questo può provenire dal fatto che la figura è in divenire, che è stata deviata, che è stata bloccata nel corso del suo sviluppo o che è stata mutilata. Queste osservazioni possono essere trasferite, simbolicamente, dal piano fisico al piano psichico e riassumersi nella manifestazione di una certa difficoltà al dinamismo.

Testo dei simboli:  “Dictionnaire des symboles”  Jean Chevalier – Laffont Editore, Paris

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