PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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VI AUGURO DI ESSERE ERETICI

Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce chi si mette in gioco in quello che fa chi crede che solo nel “noi” l’”io” possa trovare una realizzazione. Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca.

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HIBAKUJUMOKU

2020-06-26

HIBAKUJUMOKU

Hibakujumoku 被爆樹木, detto anche A-bombed tree in inglese è il termine giapponese per indicare un albero che è stato esposto al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 ed è sopravvissuto oppure ha rigermogliato dalle sue radici.

Il termine è composto da hibaku 被爆 che significa “bombardato, esposto a radiazione nucleare” e jumoku 樹木 con il significato di “albero” o “bosco”.

L’enorme calore rilasciato dall’esplosione nei primi tre secondi di impatto nel raggio di 3 chilometri dall’epicentro è stato circa 40 volte quello del sole. Il livello iniziale di radiazione all’epicentro è stato calcolato di circa 240 Gy.

Se all’epicentro e nelle aree limitrofe la distruzione è stata totale, ad alcune centinaia di metri alcune piante sono sopravvissute sebbene notevolmente danneggiate.

Secondo il rapporto Hiroshima and Nagasaki: The Physical, Medical, and Social Effects of the Atomic Bombings, le piante subirono danni prevalentemente nella porzione esposta al di sopra del terreno, mentre la parte sotterranea non è sempre stata completamente danneggiata in quanto protetta dallo strato di terreno; in alcuni casi anche il tronco non è andato completamente distrutto e la massa dello stesso tronco ha protetto la pianta che ha perso i rami e la corteccia nel lato verso l’esplosione mentre ha potuto mantenere viva una parte della corteccia sul lato non esposto.

Già a partire da alcuni mesi successivi alle esplosioni, alcuni alberi distanti a partire da circa 700 metri dall’epicentro cominciarono a germogliare dalle radici o a mettere nuove gemme dal tronco. Studi realizzati da ricercatori giapponesi negli anni immediatamente successivi ai bombardamenti atomici del 1945, hanno riscontrato numerosi casi di alberi ’’hibakujumoku’’ sia a Nagasaki che ad Hiroshima e hanno redatto una lista delle specie che sono risultate detenere un elevato livello di capacità di sopravvivenza e rigenerazione.

La capacità di sopravvivenza e rigenerazione delle piante e in particolare di sopravvivere agli incendi, capacità posseduta in misura superiore rispetto al mondo animale, è da porsi in relazione alla struttura modulare dei vegetali che distribuiscono sull’intero corpo o sue ampie porzioni le funzioni che nel mondo animale sono concentrate prevalentemente in organi specifici; questa struttura si è evoluta nel tempo per la necessità di sopravvivere non solo alle catastrofi ma soprattutto ai predatori.

Un carissimo amico mio nel febbraio scorso si e’ trovato a Hiroshima e qui ha raccolto alcuni semi di una pianta superstite , nel caso specifico e’ della MELIA Azerdach conosciuta anche come

” albero dei rosari ” , tornato a casa ha seminato questi semi che dopo aver germogliato hanno prodotto alcune piantine , oggi una di questi mi e’ stato regalata affinche’ la pianti in giardino , dono graditissimo per il suo significato , segnale della vita che rinasce dalla distruzione , segnale di pace e di monito contro tutte le guerre .

Grazie Mario

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Melìa Azedarach var

Questa pianta si chiama Melìa Azedarach var, Japonica, detta anche “Albero dei rosari” perché, prima dell’avvento della plastica, con i suoi semi venivano confezionati i rosari. E’ una specie frugale e rustica, resiste bene al freddo, all’inquinamento, al vento e tollera lunghi periodi di siccità. Non mostra particolari esigenze e si adatta bene anche a terreni poveri. Per le sue proprietà repellenti è praticamente immune da attacchi da parte dei fitofagi.

Non è una pianta rara, né è famosa per qualche virtù medicamentosa, anzi, è una pianta velenosa (sempre se venisse ingerita). Non è celebrata da artisti come la pianta di alloro o da poeti come l’olivo, non è possente come la quercia, il cipresso o il leccio. Tuttavia, pochi altri tipi di piante possono dire di poter resistere ad una esplosione atomica ravvicinatissima. Ebbene, questo è un Hibakujumoku, cioè un albero sopravvissuto, come dice la parola giapponese.

Il suo nome deriva da Melìadi che, nella mitologia greca, erano le ninfe del frassino. In greco il frassino si chiamava bumelìa, da “bu” che significa “grande” e melìa, l’albero propriamente detto. Senza il prefisso, il solo termine melìa indicava una specie ben precisa, l’orniello (Fraxinus ornio). Melìa ha la stessa radice di méli che significa “miele”

Erano considerate Melìadi anche le due nutrici Ida e Adrastea che accudirono il piccolo Zeus sul monte Ditte nell’isola di Creta, dove lo nutrirono con miele e latte munto dalla capra Amaltea, quando questi fu nascosto dalla madre Rea per salvarlo dal padre Crono. Secondo un’altra leggenda queste ninfe, proteggevano i bambini che venivano abbandonati sotto gli alberi.

L’accostamento tra miele e frassino non è casuale perché l’orniello è anche detto “albero della manna”, una linfa viscosa e zuccherina che i Greci chiamavano “il miele dell’aria” o il “miele di rugiada”.

Tutti sanno che IL 6 Agosto del 1945 l’aviazione americana sganciò una prima bomba atomica sulla città di Hiroschima. Gli effetti furono devastanti: morirono subito oltre 220.000 persone, alle quali vanno aggiunte altre 200.000 che morirono in conseguenza a malattie provocate dalle radiazioni. La cosa destò molta impressione, anche perché la guerra era oramai quasi finita e ha dato adito a riflessioni sulla pericolosità estrema di un tale gesto.

Nessuno avrebbe mai creduto che esseri viventi potessero resistere a tali temperature, e quando gli abitanti superstiti della città si resero conto che alcune piante erano sopravvissute allo scoppio e all’immenso calore di oltre 4000 gradi e che l’anno dopo avevano di nuovo germogliato, raccolsero i semi di queste piante e fecero nascere nuovi esemplari con i quali allestirono un grande parco verde nell’epicentro della scoppio. Lo chiamarono “parco della pace”. E’ una meravigliosa area verde dove si diceva che non sarebbe cresciuto nulla per 75 anni, eppure oggi il parco è un luogo ricco di vita, pieno di alberi, piante e fiori. Il parco è stato costruito come augurio di un mondo dove regni la pace. L’atmosfera è solenne e a tratti anche toccante.

Si tratta di 12 ettari di verde all’interno del quale c’è un museo a memoria di quanto accaduto. Nel parco non si respira aria triste o di rassegnazione, semplicemente sembra un monito costante al perenne ricordo di quel giorno per tutti gli uomini del mondo. Due cose a me personalmente hanno toccato il cuore: una è la visione di tante bottiglie d’acqua abbandonate, il che non significa noncuranza come si potrebbe immaginare, queste sono lasciate volutamente in memoria o, se vogliamo, quale testimonianza di tutti coloro che, subito dopo l’esplosione, cercavano disperatamente acqua da bere. L’altra è il monumento a Sadako Sasaki, una bambina che aveva 2 anni quando si salvò dalla esplosione e che a 12 anni si ritrovò affetta da leucemia. Sadako seguendo una leggenda secondo la quale se fosse riuscita a completare 1000 gru con gli origami avrebbe potuto esprimere un desiderio e sarebbe tornata a correre. Purtroppo non riuscì nel suo intento, ma ancora oggi tantissime ragazzi di ogni parte del mondo fanno le gru con gli origami, le lasciano ai piedi del suo monumento e un po’ in tutto il parco, quali simboli di pace. E’ certamente un’esperienza intensa ed emozionante.

Questi alberi, e lo stesso parco, sono simboli molto forti di speranza, di forza, di voglia di vivere, di tanto coraggio, di tenacia e di rigenerazione; della vita che vince sulla morte, che è più forte della stupidità umana e di chi ha “inventato” la guerra.

Le piante attualmente nel parco stanno producendo fiori, frutti e semi, come quelli che io stesso ho raccolto ai loro piedi. Possiamo quindi dire che quelle che ho fatto crescere io sono le nipoti delle Hibakujumoku del 1945.

Sul cenotafio che raccoglie quanto rimasto delle vittime, c’è riportata una frase in giapponese:”Riposate in pace, che noi (loro) non ripeteremo (ripeteranno) l’errore”.

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ANGOSCIA E PAURA

ANGOSCIA E PAURA


Il concetto di Angoscia si confonde facilmente con quello di Paura e i loro contorni non sempre sono bene identificabili.
Entrambi hanno alla base la sensazione e la certezza di non essere in grado di opporre una resistenza, idonea, alla difesa da ciò che appare come una minaccia. In entrambi i casi si crea un malessere fisico che coinvolge tutta la persona, ma non in modo identico. Infatti la paura insorge di fronte a pericoli concreti e consapevolmente identificati, per cui il soggetto minacciato, anche se riconosce le sue forze insufficienti a vincere lo scontro, almeno sa in quale direzione e con quali mezzi orientare la sua reazione. L’angoscia, invece, comporta un malessere fisico associato ad una apprensione che direi più vitale e più intima. L’individuo colto dall’angoscia si sente minacciato nella sua esistenza, ma senza conoscere le cause di questa minaccia e avverte l’incapacità ad una reazione proficua, proprio perché non ha la esatta identificazione della natura del pericolo. Questa sensazione di attentato alla propria entità può insorgere anche per la temuta perdita di persone care alle quali siamo attaccati per un amore possessivo, così come di cose o beni che sentiamo parte integrante della nostra persona e la cui perdita verrebbe interpretata come lesione della integrità personale.
Lo stato di angoscia può essere permanente o fluttuante, essere collegato ad un oggetto specifico, o variabile col passare del tempo. Si conoscono forme diverse di angoscia e alcune presentano delle connotazioni particolari. Le “fobie”, per esempio, sono costituite da idee ossessive con grave reazione emozionale di fronte a pericoli possibili ma inadeguati, di per sé, a creare simili risposte. Le più comuni sono l’agorafobia, la demofobia, l’acrofobia insorgenti, rispettivamente, per trovarsi in un grande spazio, o in mezzo alla folla, o su un’altura e altre consimili. Un altro tipo di angoscia è la “nevrosi” in cui troviamo alterazioni del sistema nervoso non organiche, ma funzionali, che nascono per reazioni emotive irregolari. Il nevrotico non sa trovare una soluzione, adatta alla sua personalità, nelle difficoltà della vita. Senza essere in stato di malattia mentale, la sua personalità è lontana dalle realtà quotidiane, non si sa adeguare ad esse e vive in uno stato di disadattamento. La nevrosi oltre che nel comportamento, si manifesta spesso con l’insorgenza di apparenti patologie interessanti svariati apparati dell’organismo umano. Sono le cosi dette “nevrosi d’organo” in cui il soma interessato è del tutto sano, ma funziona male solo per le interferenze psico-emotive del soggetto su di esso. Come esempi, si possono ricordare le nevrosi cardiache e digestive. Ci sono poi le angosce “morali”, in cui la persona è sofferente perché teme il suo degrado morale o addirittura la totale perdizione. Qui è chiara la base religiosa che crea coscienza di peccato e sensazione di rimorso, magari con la possibilità di una redenzione tramite un’angoscia anterimorso. In queste circostanze la psiche del soggetto avverte l’esistenza di principii superiori, trascendenti la sua individualità e chi riesce a parteciparne trova la beatitudine, altrimenti rimane nella sofferenza. Ripensando a quanto detto fino a questo punto e volendo trovare un quid comune a tutte le su ricordate evenienze, dobbiamo notare che esse sussistono perché coloro che ne soffrono credono, sentono che ciò che avvertono come minaccioso sia “possibile”. Perciò, si può ritenere, come pensò nell’Ottocento il filosofo Kierkegaard, che l’Angoscia sia creata dal “sentimento della possibilità”. È possibile e un fatto è possibile che accada, solo se si presentano le condizioni permettenti. Infatti io posso ritenere possibile andare da una località ad un’altra, dando per sicura la esistenza di un certo mezzo di trasporto, ma se questo viene a mancare la mia possibilità sparisce. Quindi la possibilità non è mai assoluta, ma sempre relativa al sussistere di certe condizioni. E stando così le cose, neppure esiste una impossibilità assoluta. Infatti l’impossibile è legato a certe condizioni che impediscano una precisa evenienza, ma se questi ostacoli scompaiono non esiste più l’impossibilità. Perciò, se si entra nella spirale ossessiva di una qualunque preoccupazione, non esiste, umanamente, speranza di salvezza, dato che non sarà possibile arrivare ad un punto ditale gravità che sia impossibile andare oltre. Kierkegaard, allora, visto questo effetto nullificante del concetto del possibile, che annulla ogni prospettiva umana, pensa che, in tali condizioni, l’Uomo non possa fare altro che appoggiarsi alla Fede e cercare “Colui a cui tutto è possibile”. In questo caso se le possibilità umane trovano un avallo in una Realtà assoluta, il possibile diventa una potenzialità destinata a realizzarsi sempre, perché ha una garanzia assoluta. Ma ci sono sempre gli insuccessi e i dolori, per cui bisogna ammettere che non tutte le possibilità sono effettivamente avallate da questo Valore o Essere Supremo.

Non accettando questa via, negando cioè l’alternativa religiosa, abbiamo veduti Sartre, Jaspers ed altri promuovere quella “filosofia dell’angoscia e dello scacco” che è stata identificata come la più discutibile e negativistica, ma anche come la più nota fra le correnti dell’Esistenzialismo. Ne è derivata una letteratura che ha sottolineato come nella vita manchi assolutamente ogni sicurezza e stabilità, lumeggiando invece gli aspetti più tristi e sconfortanti dell’esistenza umana uniti all’incertezza e all’ambiguità dello stesso “bene” che può sfociare nel suo contrario. Con questo movimento di pensiero sono caduti molti falsi miti indotti dal dogmatismo e dalla fittizia sicurezza dominanti nell’Ottocento, ma non ne è scaturita alcuna soluzione capace di indicare una qualche via di uscita dalle gravi difficoltà che affliggono il mondo.

Passando ad un esame più particolare delle diverse occasioni determinanti angoscia, vediamo che non sempre è facile separare i concetti di angoscia e di paura col criterio a cui si è accennato all’inizio. In molte situazioni, infatti, i due sentimenti sfumano l’uno nell’altro o sussistono contemporaneamente. Così nelle guerre, combattute con armi sempre più devastanti e capaci di creare danni duraturi e non conosciuti, almeno dall’uomo comune: dall’uso di energia nucleare, di mezzi elettromagnetici, di sostanze chimiche oltre che paura, non può non derivare anche angoscia. Altri fattori temibili, perché non sempre valutabili, sono di natura umana, come la comunicazione. In questa, infatti, predomina sempre più l’anonimato, si parla senza vedersi, né conoscersi e le notizie almeno mentre le riceviamo, non sono vagliabili dal filtro che ci darebbe il conoscere il comunicante e mentre, magari, ne gioiamo abbiamo anche il dubbio sull’attendibilità della fonte di informazione. Perciò eventuale gioia, ma anche incertezza e angoscia. D’altra parte, la comunicazione è sicuramente determinante per lo sviluppo psicologico e intellettivo dell’uomo. Certe reazioni automatiche e certe sensazioni che diciamo “istintive” , forse non sono altro che risposte abituali a comunicazioni ricevute in un tempo che non ricordiamo. La paura del buio, per esempio, è istintiva o legata a qualche “allarme” per un ipotetico pericolo datoci nell’infanzia, solo per non farci allontanare dal controllo visivo di chi ci doveva sorvegliare e del tipo “attento al buio perché c’è l’orco” ? Le angosce possono essere legate al presente, come al passato o al futuro e derivare da qualunque cosa o da qualunque fatto che ci coinvolga.
Un altro elemento angosciante è la Solitudine, di cui l’uomo contemporaneo soffre frequentemente, pur essendo circondato da una miriade di suoi simili in continuo accrescimento. Forse è proprio per questo che si sente solo, dato che la vicinanza degli altri è spesso avvertita come un pericolo e che nel prossimo non si trova facilmente né amicizia, né alleanza. In realtà, l’uomo, fin da l’origine, è stato un egoista, desideroso di avere tutto quello che vede o che gli piace ma che, spesso, non può ottenere perché “gli altri” glielo impediscono. Gli “altri” infatti, di fronte al pericolo del “più forte”, anche senza entusiasmo, si sono associati con chi è loro più simile, per evitare che “in tenzone” chi è più forte o più svelto possa prendere il sopravvento. Così, è nata la “società” dove, per convivere, è stato necessario stabilire alcune regole e, per farle rispettare, istituire dei mezzi coercitivi codificando leggi e pene. A questo punto l’individuo ha dovuto cominciare a scegliere la sua posizione.
Questo dilemma, di solito, è meno sofferto quando la comunità è piccola e costituita da persone che, almeno in gran parte, si conoscono fino dalla giovane età, perché in tale ambiente, viene quasi automatico che ciascuno trovi il suo ruolo sulla guida delle consuetudini del contesto in cui viene a nascere. Sarà, invece, più difficile e competitivo inserirsi in un ambiente più vasto, dove, magari si offrono opportunità numerose e varie, ma dove anche, necessariamente, affluiscono in maggior numero persone da vani luoghi con abitudini e mentalità diverse. E’ inevitabile la concorrenza, acuita dalle differenti origini dei contendenti. Col crescere ditali comunità, l’individuo trova più difficilmente alleati e amicizia, per cui sente crescere la sua solitudine. Può tentare di uscire da questo stato se riesce ad integrarsi in una fazione, per esempio, fra colleghi di lavoro con i quali ha maggiore affinità. Ma anche questo fino a quando arriva il momento di migliorare la propria situazione, salendo un gradino nella scala qualitativa o economica.
Quasi sempre non rimane che la propria famiglia, per chi ne ha una, ma anche questa è sempre meno stabile e la sua coesione sempre meno persistente. Infatti, i coniugi hanno ruoli che tendono ad uniformarsi, per cui si sentono meno dipendenti e ammirati l’uno dell’altro, se non arrivano addirittura all’invidia o all’insofferenza. I figli che, per legge generazionale, sono sempre stati su posizioni di valutazione, sia degli avvenimenti che delle decisioni, diverse da quelle dei genitori, mentre in anni addietro acquisivano questa coscienza più lentamente, oggi avvertono molto presto questa situazione ed essendo ancora meno maturi, reagiscono con minore prudenza e maggiore arroganza. Così, principii e abitudini che, per i padri, erano fondamentali, sono stati visti dissolversi quasi come in una fiammata di paglia ed essere sostituiti da costumi e sentimenti di non facile accettazione. Il modo di vivere si è fatto più frenetico e impersonale, con la necessità di mezzi di comunicazione sempre di più facile accesso (anche se più sofisticati) e più veloci. Perciò si preferisce telefonare anziché incontrarsi di persona e, piano piano, questa comunicazione diventa sempre più anonima, allenta i rapporti fra gli individui e crea essa stessa, come si è già visto, altre occasioni di angoscia.
Considerato quanto è stato detto fin qui, sembrerebbe che l’uomo dovesse essere condannato necessariamente all’angoscia e alla disperazione, non essendo capace, da solo, di risolvere i propri problemi. Ma non è così. L’Uomo ha delle potenzialità che non devono essere obbligatoriamente catalogate come o “impossibilità” o “possibilità” assoluta di realizzazione. L’uomo ben preparato moralmente e intellettualmente esamina, con distacco, senza passionalità, la situazione in cui si trova e intraprende una ricerca tendente a conoscere e stabilire i limiti di successo o di insuccesso: il risultato non deve indurre né all’esaltazione, né alla disperazione. Oltre tutto, la ricerca può riproporsi nel futuro, giovandosi delle nuove conoscenze che saranno acquisite nel tempo e col variare delle convinzioni e della mentalità che, giorno per giorno, anche se lentamente, sono destinate a mutare. In ultima analisi, è e sarà sempre l’uomo, educato alla ragione e all’autocontrollo, facente appello alla sua fede religiosa, alla sua formazione morale e alle sue risorse intellettuali, il padrone del suo “Io” se non fisico, almeno di quello morale e spirituale.

Rolando Brogelli

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ESSERE FRATELLI

ESSERE FRATELLI

La Fratellanza, essa non significa legami con la parentela. Essa implica una scelta, razionale e consapevole di amore verso qualcuno. Non vi può essere fratellanza senza amore, senza la capacità di amare il prossimo e amarlo per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse. E’ l’amore che deve giudicare il nostro comportamento e le nostre azioni. L’amore però in certi casi si può trasformare, diventare odio, è un sentimento che al di fuori della ragione e della moralità, cose che invece devono essere presenti per guidare il Massone nel suo “Viaggio”.

Per parlare di fratellanza massonica, basterebbe rifarsi alle corporazioni di mestiere dove il valore dei segreti tecnici che esse conservavano costituiva il patrimonio di una grande famiglia, “la corporazione”; tale valore era a disposizione soltanto di coloro che dalla corporazione erano accettati come membri, ossia come fratelli di una stessa famiglia. Con quella fratellanza che è la radice della Massoneria speculativa, che si presentò all’umanità adulta quale metodo per ricostruire una base morale valida per tutti, per avvicinare fra loro gli uomini, fatti estranei l’uno dall’altro. Pertanto quando parliamo di fratellanza massonica possiamo intendere unicamente fratellanza umana; al di fuori di questa può esserci solidarietà, comunanza di interessi, può esservi comunanza di beni, di strumenti di lavoro, ma non “Fratellanza”, perché la Massoneria è la prefigurazione etica della comunità umana. Il nostro concetto di fratellanza deve essere di più che semplice amore, deve comprendere anche il concetto di tolleranza e di amicizia. Solo conoscendo pregi e difetti di qualcuno possiamo definirlo amico e lo possiamo considerare come uguale, desiderarne di farne un fratello. Non dobbiamo cercare qualcuno che ci sia simpatico, o con cui si abbiano interessi in comune, dobbiamo cercare una persona con cui si possa davvero essere fratello, con cui si possano condividere i nostri ideali e il nostro modo di essere. Il Massone si differenzia da un profano solo perché il Massone è posto in grado di avere coscienza.
Dal giorno della mia “Iniziazione” ad oggi molte cose sono cambiate, soprattutto io, sono cambiato, devo ammettere che il mio cambiamento e avvenuto nel “carattere” e modo di “pensare” (tolleranza-riflessione). Le due “Virtù” acquisite mi aiutano molto nel rapporto con i Fratelli, riesco a controllare quella parte di “profanità” che mi rimane da sconfiggere, da diverso tempo mi chiedevo; a cosa è dovuto questo mio cambiamento?. La risposta che oggi posso darmi è che il “tempo” trascorso con i “Fratelli” è stato fondamentale al mio cambiamento, in me e in noi è nato non solo amicizia ma “Amore di Fratellanza”.
La Fratellanza è un’unione di Uomini Liberi e di Buoni Costumi, affratellati da sentimenti di vera e profonda amicizia, ha per massime “conosci te stesso , ama il prossimo tuo come te stesso”, il rispetto delle opinioni altrui e vieta ogni discussione che possa turbare il lavoro della Loggia, la quale deve essere il Centro permanente di Unione Fraterna.

“Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”.

Carissimi Fratelli, sono venuto tra voi con “amore profano” e ho trovato “Amore Fraterno”, per questo mio cambiamento, devo ringraziarvi tutti augurando anche a voi il solito mio risultato.

Fr.·. B.L.

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OBLIO E RICORDO

OBLIO E RICORDO

di  ADRIANO  ORLANDO

Maestro Venerabile, Fratelli carissimi,

si è talvolta accennato in questa Officina al rischio che una aspirazione verso la ricerca del Vero possa in qualche modo essere soffocata o inibita qualora una certa tendenza alla abitudinarietà e alla “divagazione” cominciasse a prevalere in modo rilevante sulla tensione verso il conseguimento di finalità propriamente iniziatiche o, in altre parole, si “dimenticasse” lo scopo dell’iniziazione.

Sul tema dell’oblio è forse interessante notare come in Poemi dell’antichità si riscontri  sovente il caso di un eroe che, nel corso dei suoi viaggi simboleggianti le tappe del cammino iniziatico, incappa in qualche potenza malefica e seduttrice la quale lo distoglie, per un tempo più o meno lungo, dalla propria missione. Omero nell’Odissea narra come Ulisse e i suoi compagni vennero ammaliati dalla maga Circe e si trattennero a lungo presso quest’ultima del tutto dimentichi della terra natale. Così, Virgilio, nell’Eneide racconta che Enea, innamorato di Didone, si scorda del proprio dovere, sancito dall’Oracolo di Apollo, di condurre il suo popolo al “grembo della madre antica”. In entrambi questi esempi si osservai che gli eroi sono infine risvegliati dal loro torpore grazie all’intervento di influenze celesti e, fatto notevole cui varrebbe la pena di riflettere, il loro risveglio prelude alla discesa nel l’Averno ove le finalità da conseguire e le difficoltà da superare sono esplicitamente rivelate.

Nel nostro rituale di iniziazione al primo grado troviamo d’altronde un simbolo che, anche se in una applicazione limitata, si riferisce direttamente al concetto di oblio e ricordo. Questo simbolo e la coppa della bevanda dolce-amara la quale non è altro che l’acqua dei fiumi Leté ed Eunoé le cui sorgenti, non a caso, sono situate da Dante nel Paradiso terrestre, secondo un ottica propriamente “centrale”. Prima di salire ai Cieli, Dante dovrà. immergersi nella fonte Leté per “dimenticare” gli attaccamenti umani e poi nella fonte Eunoé per “ricordarsi” della vera natura dell’Uomo.

Considerando tuttavia la questione ad un livello meno elevato, mentre le acque del fiume Eunoé, o Mnemosine (Memoria) come lo chiamavano gli antichi, si riferiscono sempre al ricordo del fine spirituale da raggiungere, quelle del fiume Leté assumono, sempre nel nostro rituale, un carattere malefico; esse diventano un veleno mortale che annebbia totalmente il cuore e l’anima di quanti, per indolenza o incomprensione, tradiscono l’impegno iniziatico di dedicarsi alla ricerca della Verità; non per nulla quest’ultima parola si dice in greco “aleteia” ove lo a privativo nega il senso di morte e oblio implicito nel termine leté.

Si può dire in sintesi, visto quanto sopra, che il “ricordo”, generato dalla bevanda dolce nel cuore dell’iniziato, porta allo sforzo costante verso la perfezione e la conoscenza del Vero, mentre l’oblio, conseguenza della bevanda amara, induce inizialmente ad un rilassamento nell’impegno iniziatico per poi condurre alla dispersione nel molteplice ed al desiderio di perseguire finalità esclusivamente individuali e puramente esteriori. Sono la “via stretta” che conduce al “Pardes” ovvero alla dimora degli Immortali o Terra dei Viventi, secondo diverse denominazioni simboliche dello stato di cui si tratta, e la “via larga” che conduce agli Inferi, intendendo con questa parola in modo del tutto generale uno stato di tenebra e di allontanamento dal Principio.

Tutto questo deve indurci a riflettere e ad essere vigilanti poiché l’acqua de Leté viene sempre somministrata con l’inganno e la frode. Fra i vari modi secondo cui forze antitradizionali, entro e fuori di noi, insinuano idee atte a distogliere dalla retta via, ve ne sono de che mi sembra utile mettere in evidenza. Una  tecnica è quella di indurre a credere che il termine ultimo del cammino iniziatico è talmente lontano da essere praticamente fuori di portata e scoraggiare così coloro che si impegnano in questo senso a perseverare nello sforzo; l’altra, opposta solo in apparenza, consiste nell’illudere che la Verità sia a portata di mano e che qualunque via uno scelga, sulla base delle proprie preferenze e propensioni individuali, sia ugualmente atta a raggiungere lo scopo.

Va da sé che questi due errori sono perfettamente assimilabili giacché perseguendo la ricerca iniziatica nel modo sbagliato si constata, prima o poi, la totale inefficienza dei propri sforzi a conseguire il benché minimo risultato, reale dal punto di vista della conoscenza del Vero e da qui a concludere che il fine stesso della ricerca è irraggiungibile se non addirittura inesistente il passo è assai più breve di quanto non sembri a prima vista.

È evidente che in casi di questo genere o ci si convince che si sta perdendo del tempo inutilmente (il che beninteso è rigorosamente vero in presenza di tali pregiudizi) e ci si mette in “sonno”, espressione alquanto significativa in relazione al simbolismo cui si e fatto cenno in precedenza, o ci si accontenta di “consolazioni” moralistico – sociali che, grazie alla introduzione di punti di vista totalmente profani, trovano fin troppo di che alimentarsi nella Massoneria attuale.

Queste brevi considerazioni non tendono tanto a dare delle risposte quanto a fornire Spunti di riflessione, poiché in un contesto come il nostro, è solo l’apporto di tutti che aiuta a definire “positivamente” le corrette modalità di ricerca, questo beninteso a condizione che i pregiudizi profani e le considerazioni di ordine sentimentale non siano tali da oscurare totalmente il discernimento collettivo o, simbolicamente, che le acque del Leté non abbiano superato i livelli di guardia.

Ritengo comunque indispensabile ricordare che, qualunque siano gli orientamenti dei lavori, solo l’approccio esoterico, cioè la concentrazione e lo studio sui simboli, sui riti e sulla dottrina, può nel nostro ambito assicurare una qualche efficacia agli sforzi che si compiono, giacché la “Luce” non è certamente pane per le sottigliezze degli psicologi, né per la morale degli exoteristi, né per il velleitarismo sociale dei politici.

Del resto tutte le Tradizioni insegnano che, anche per quanto concerne l’azione sul piano esteriore, la conoscenza dei Principi consente di ottenere risultati enormemente più validi dal punto di vista spirituale di quanto non facciano le azioni incontrollate di coloro che si limitano ad analizzare l’esteriorità del mondo fenomenici. A questo allude fra l’altro il detto contenuto del Libro della Conoscenza Sacra “cercate innanzitutto il Regno dei Cieli e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù ” ed è forse anche possibile che, una volta gustato anche poco di quanto è implicito nella espressione di Regno dei Cieli, “tutto il resto”perda molto del suo interesse.

A… G… D… G… A.’. D.’. U.’.

12 novembre l98l dell’e.’.v.’.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ADRIANO ORLANDI

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MANGIARE E’MOLTO PIU’ CHE MUTRIRSI

Mangiare è molto piú che nutrirsi, così come bere è molto più che dissetarsi, e I’arte del vive re, la sapienza del vivere, può essere simboleggiata dall’ arte del mangiare e del bere. E se mangiare è un’azione al contempo naturale e culturale,l’azione del nutrirsi viene ad assumere un valore simbolico e un carattere sacro. Mangiare ritma il tempo, la giornata,la settimana. Di  più, mangiare celebra il tempo: la nascita,l’entrata nell’età adulta, l’epifania delle storie d’amore, la morte.

Tra le tante rivoluzioni fatte da Gesú, ci dice Enzo Bianchi, c’è anche quella di aver rivoluzionato il modo di concepire il cibo. Anche a tavola Gesú ci ha insegnato a vivere in questo mondo e ci ha raccontato storie e parabole che parlano di cibo e tavola. Nella Bibbia la pienezza della vita è spesso espressa con il racconto di un banchetto, ricco o povero, comunque Gesú amava la tavola come luogo di incontro con gli uomini e con le donne, amava la tavola come occasione di lode, benedizione e ringraziamento a Dio. E soprattutto amava la tavola come promessa di vita e di pace per tutti. C’è un insegnamento di Gesú a tavola che dobbiamo conoscere per scoprire, o riscoprire, la sapienza e la gioia del vivere e del convivere. E per diventare piú umani.

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GARIBALDI…CHI ERA COSTUI

“Quello del monumento”, mi rispose laconicamente un giovane studente di tanti anni fa a Roma, senza aggiungere altro. Oggi sarà anche lui anziano e sovvenendomi la banalità della frase, trovo significati e sfumature che invece la qualificano. Per gli Italiani Garibaldi è nato a cavallo. Si può
discutere sulla preferibile identificazione, se in bronzo o nel bianco marmo del Gianicolo, ma la sua dimensione, da sempre, è monumentale: monumentale e astratta. Quasi riduttivo anteporre il nome, Giuseppe, al peso specifico del cognome, perché facendolo si corre il rischio di umanizzarlo.
Può sembrare un’affermazione ad effetto ma, a ripercorrere il suo tempo, ci fu un’omissione generale sulla sua persona, sicuramente leggendaria, ma confinata in alto, nell’Olimpo dei Grandi, sacralizzata come una reliquia. Delle reliquie non si parla e da queste ci si aspetta il miracolo.
Finalità opposte e comunque convergenti, dal Patto di Roma del 21 aprile 1872, apparentemente positivo, suggerirono di sorvolare sull’esame critico del Garibaldi politico, Massone, idealista e libertario, protettore dei deboli, in un mosaico preoccupante di interventi, da Montevideo a Cuba e dopo la spedizione dei Mille, l‘incontro con Bakunin, fuggiasco dall’isolamento siberiano, dove anche lì era atteso il “grande Capo, l’Amico della povera gente: Garibaldov, il liberatore”.

E l’amicizia fra loro e l’intesa di un’Internazionale dei popoli, da entrambi condivisa e partecipata, diversa e lontana da quella preconizzata da Marx nel Capitale, anticipatrice del bagno di sangue dell’assolutismo sovietico.Troppi gli interessi contrastanti, inevitabili i rischi per l’aristocrazia
al potere da parte del nuovo, coraggioso Tribuno del Popolo, Garibaldi, cittadino del Mondo, condottiero degli umili, la cui idea di Libertà si identificava con l’applicazione della giustizia. Figura preoccupante e scomoda per l’ordine costituito, quanto risolutiva se ben giocata al tavolo dei rapporti d’Oltralpe, da un Cavour avvezzo al servilismo sabaudo.
Se il Parlamento viveva le prime fasi vulcaniche dei tentativi di accesso di una qualche forma di democrazia, imbavagliata da una retorica governativa palesemente dinastica, la Massoneria si trovò a dover arginare la massiccia offensiva clerico-reazionaria, all’insegna dell’Enciclica Humanum genus, fiancheggiata dalle false rivelazioni dell’infame Léo Taxil. Le lotte sociali acquisivano priorità, aggravate dalla forzosa annessione di un Sud impoverito ed oltraggiato che indussero lo stesso Garibaldi, e poi Nino Bixio, ad urlare in Parlamento la loro condanna della barbarie perpetrata dai generali dell’esercito piemontese.
Per questo Giuseppe Garibaldi fu più osannato che capito, più acclamato che ascoltato, più usato che rispettato.
Amareggiato, dopo 32 anni di permanenza alla Camera decise di dimettersi, con la seguente dichiarazione: “Non posso più contare tra legislatori in un paese ove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia…”
Il suo impegno politico attivo durò otto legislature. Ricordando che la prima Legge Agraria del Regno reca la firma di Giuseppe Garibaldi, si ha memoria di suoi importanti interventi, nell’ambito militare: sostituzione dell’esercito permanente con una milizia popolare.
L’abolizione della pena di morte. L’abolizione dei fondi dello Stato a favore del clero, con obbligo di lavoro dei religiosi. Abolizione delle prefetture ed ampliamento del suffragio elettorale. Bonifica del territorio della Gallura in Sardegna ed analogo intervento nell’Agro Pontino. Ammodernamento tecnico e navigabilità del Tevere.
Molteplice, complessa e nel contempo semplice, la sua concezione etica del dovere: “L’Umiltà, patrimonio vero dei grandi uomini”. Le sue vicende meritano d’essere raccontate e conosciute senza alcun tipo di belletto e lo si farà in seguito, entrando nel merito di fatti anche poco conosciuti che tracciano con sobrietà la grandezza del suo animo. Penso che convenga, per completezza d’argomento, chiudere con l’ultima fase dell’ambito politico e la fulminea ripresa della spada, fortemente indicativa della variabilità del vento…
Dopo la caduta della Repubblica Romana del 1849, i suoi Valori dolevano nel cuore di tanti Italiani. Proclamato il Regno d’Italia a Torino nel 1861 lo stesso Francesco Crispi, Presidente del Consiglio, dichiarò un equivoco la delibera su Roma Capitale previa consenso sia del Papa che dei Francesi, votata con entusiasmo per acclamazione all’unanimità in Parlamento… Garibaldi seguiva i fatti a distanza, dalla Sardegna, determinato a rimettersi generosamente in gioco, intuendo la fatalità dell’epilogo che ormai si presentava nitido, costasse anche la vita. Mi sia consentito il “presente”, brevemente, per meglio scolpire la gravita dei fatti e l’indegnità dei mandanti…
Si imbarca nel 1862 per la Sicilia ed a Palermo afferma, fra
l’entusiasmo del popolo: “…Bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro!”.
Dalla Sicilia alla Calabria parte l’iniziativa. Ad Aspromonte si oppongono ai pochi volontari Garibaldini, i soldati dell’esercito italiano, con l’ordine di bloccare la marcia verso Roma e di aprire il fuoco anche contro il Generale Garibaldi, che fu gravemente ferito. Garibaldi fu diffamato come “Nemico della Patria”. Un certo Generale Malla arringò la truppa con termini dispregiativi, fino al punto di proporre al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, il processo contro Garibaldi. Ma fu davvero battaglia di popolo, una delle pagine più sublimi del nostro Risorgimento, di cui i posteri dovrebbero sforzarsi d’essere degni… Il 20 settembre 1870 nasce la Terza Roma, auspicata sia da Dante che da Mazzini e realizzata da Giuseppe Garibaldi, che sancisce la caduta del potere temporale dei Papi e la consegna alla Storia nella sua pienezza di Tempio dell’Arte, Faro del Diritto, Strada Maestra verso la Libertà.
Da ricordare che con Roma Capitale l’Italia stabilì la sua unione, libera finalmente dai lacci stranieri e clericali, ma non di costruire i propri destini Repubblicani e civili, secondo gli ideali Mazziniani, Garibaldini e Massonici…Ideali che apparentemente nulla poterono in precedenza, a salvaguardia della stupenda e brevissima pagina eroica scritta dalla Repubblica Romana, ma divamparono e infiammarono “dentro” il cuore degli Italiani di allora: proseguirono come un fiume carsico incurante della distanza dal Mare e del tempo, consegnandoci intatto lo Spirito Laico che fu alla base dell’apporto Massonico in Epoca Risorgimentale.
Questo è il Testimone che ci chiama a raccolta, in virtù non di una rimembranza confinata e lontana, ma di un continuum spaziotemporale, di quella Progressione Esponenziale che ci accomuna e ci nutre, data dalla nostra capacità di entrare in Risonanza. 10 III 19 Fr. Gian Carlo Lucchi

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I VEGETALI NELLA MASSONERIA

I SIMBOLI VEGETALI NELLA MASONERIA

Ricerca di MARCO ROCCHI

Introduzione

Introduzione

Il mondo massonico presenta numerosi simboli di ispirazione vegetale;  alcuni traggono la loro origine dalla cultura dei liberi muratori medievali, altri attingono dalla tradizione di altre istituzioni esoteriche, altri infine sono di moderna creazione,  ma  hanno già assunto un ruolo importante nel deposito simbolico della moderna Massoneria. Di tutti questi simboli, e del loro significato, si tratterà in questo lavoro.

Ancora, verrà affrontato il tema dei cosiddetti giardini massonici e quello di istituzioni esoteriche molto vicine alla Massoneria che hanno altri precisi riferimenti vegetali.

Infine, verranno citati alcuni Massoni che si sono distinti nell’ambito della Botanica.

2. Simboli vegetali nell’universo massonico

L’acacia

È doveroso iniziare dall’acacia, simbolo massonico che si riferisce, in particolare , al terzo grado. Nel rituale di elevazione a questo grado, il Compagno d’Arte che ha meritato l’aumento di salario al grado di Maestro rivive la leggenda di Hiram Abiff. Era costui I’architetto incaricato da re Salomone di costruire il Tempio di Gerusalemme. La leggenda narra che Hiram detentore dei segreti delle costruzioni

architettoniche venne ucciso da tre Compagni infedeli che volevano carpirgli questo segreto. Dopo averlo ucciso, lo seppellirono, ma una pianticella di acacia rivelò agli uomini inviati da Salomone il luogo  della sepoltura.1)

Il Compagno che vive il rituale di elevazione al terzo grado viene deposto in una bara (in un chiaro processo di identificazione con l’eroe del mito)2) dalla quale risorge come nuovo Maestro. In Massoneria, lnfatti, I’espressione “conoscere l’acacia” indica 1’avvenuta elevazione al grado di Maestro.

L’acacia, dunque, è simbolo per eccellenza del processo di morte  dell’uomo vecchio e rinascita nell’uomo nuovo, punto cardine della filosofia massonica.

L’acacia è anche presente, all’interno di una fortezza che rappresenta la  Gerusalemme Celeste, nell’emblema del XIX grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, ossia quello di Gran Pontefice.3)

Nella simbologia biblica, l’acacia è riservata alla costruzione di quanto di più sacro e previsto per il culto a Javhé. È lui stesso a indicare che siano di questo legno prezioso l’Arca dell’Alleanza, la Mensa, l’ossatura della Dimora, le colonne che reggono il Velo e quelle che reggono la Cortina, l’Altare degli olocausti e quello dei profumi.4) Dunque, nella simbologia biblica, 1’acacia è legno che indica il legame tra l’Uomo e il Sacro.

C’è, infine, un interessante riferimento letterario all’ acacia nell’Eugenio Onegin, opera del massone Aleksandr S. Pu5kin,    in cui si legge il verso:

Come dicevo, il mio Zareckij, all’ombra delle

amarasche e delle acacie, aveva alfine trovato

rifugio dalle tempeste e viveva come un autentico

saggio.6)

In questi versi, l’acacia è dunque associata ad una vita saggia, vissuta lontano dalle tempeste del mondo profano.

La melagrana

Questo frutto, che al giorno d’oggi orna una delle due colonne d’ingresso ai templi massonici,7) nella Bibbia orna entrambe le colonne d’ingresso al Tempio di Salomone 8) ,come riferito sia nel Primo Libro dei Re, ove si legge che Hiram fece melagrane su due file intorno al reticolato per coprire i capitelli sopra le colonne; allo stesso modo fece per il secondo capitello9), e che nel Secondo Libro delle Cronache, in cui si afferma che il Maestro architetto fece ghirlande e le pose sulla cima delle colonne. Fece anche cento melagrane e le collocò fra le ghirlande.l0)

Sul significato simbolico della melagrana in Massoneria si è detto e scritto molto. Come sempre capita parlando di simboli, tuttavia, è evidente che il significato non può essere cristallizzato in un solo aspetto, e che nessuno può vantare il possesso della verità. Detto questo, due sono le interpretazioni più accreditate: la prima è che simboleggi l’unità nella diversità (l’unità del frutto nella diversità dei chicchi; e quindi, per analogia, l’unità della Massoneria nella diversità dei Fratelli massoni); la seconda è che stia a indicare la difficoltà di penetrare il mistero massonico, ma insieme la piacevolezza del risultato quando questo sia raggiunto (la scorza coriacea, difficile da aprire, contrapposta al sapore gradevole dei chicchi).

Bruno Poggi, di recente, ha invece così sintetizzato il simbolismo della melagrana nel mondo muratorio:

L’immagine simbolica si commenta da sola se mentalmente si trasferiscono le componenti del frutto a realtà umane. Il frutto, nel suo insieme:

“Unum ad Omnes” (Una realtà unica per tutti). La scorza coriacea, tossica e amara: il potere di isolamento e di difesa da agenti esterni con intenzioni aggressive o distruttive. All’interno del frutto la sepimentazione in loculi: si riferisce alle tante distinte sedi dell’Istituzione.11) La pelle (arillo) che ricopre ogni chicco: è la coscienza

autonoma del singolo. La comune dolce e rossa sostanza che dà il

colore: è il simbolo delle Virtù teologali che uniscono tutti i componenti (Fede, Speranza e Amore). 12)

Il nontiscordardime

Questo fiore è entrato solo nell’ultimo secolo nel deposito simbolico della Libera Muratoria, ma è subito diventato una delle immagini più amate dai Massoni di tutto il mondo.

L’origine del nome di questo fiore è raccontato in una antica leggenda austriaca: due giovani innamorati si stavano scambiando, lungo le rive del Danubio, una promessa d’amore, e il giovane stava donando un mazzolino di questo fiore alla fanciulla, quando improvvisamente scivolò nel fiume e fece in tempo soltanto a gridare alla sua amata:  “Non ti scordar di me!”. Sin dal tardo medio evo, in Austria, il fiore assunse il simbolo di memoria di chi non c’è più. Non stupisce, quindi, che durante il nazismo – prima in Austria, poi in Germania il nontiscordardime sia stato assunto come simbolo della Massoneria, svolgendo un duplice ruolo: quello di memoria dei tanti Massoni perseguitati, internati e uccisi dal regime di Hitler e, insieme, quello di segno di riconoscimento tra gli appartenenti all’Istituzione, laddove il canonico simbolo di squadra e compasso sovrapposti era diventato troppo pericoloso. Quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, la storia fu risaputa, i Massoni di tutto il mondo adottarono, in un moto spontaneo, questo simbolo.

La spiga di grano

La spiga di grano è da sempre simbolo di abbondanza, ma non è forse per questo che entra a far parte della tradizione massonica, quanto piuttosto per le caratteristiche della parola ebraica che la indica.

Infatti, l’ebraico per “spiga di grano” è shibboleth, una parola di difficilissima pronuncia, 13) poiché la coppia di lettere sh andrebbe pronunciata, stando ai manuali, come un suono aspirato simile a quello di un respiro difficoltoso.

Narra la Bibbia che i Galaaditi la richiedessero come parola di passo a chi voleva attraversare il fiume Giordano; poiché gli Efraimiti (nemici dei Galaaditi) la pronunciavano con un suono sibilante, essi venivano costantemente respinti o uccisi:

I Galaaditi intercettarono agli Efraimiti i guadi del Giordano; quando uno dei fuggiaschi di Efraim diceva: “Lasciatemi passare”, gli uomini di Galaad gli chiedevano: “Sei un Efraimita?”. Se quegli rispondeva: “No”, i Galaaditi gli dicevano: “Ebbene, di’ Shibboleth”, e quegli diceva Sibbolet, non sapendo pronunciare bene. Allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano.14)

In effetti, con ogni probabilità, in questo caso la parola shibboleth assumeva un altro significato (più consono al contesto), e precisamente quello di “acqua corrente“; la tradizione massonica, tuttavia, preferisce quest’ultimo il significato già descritto di “spiga di grano“.

E facile in ogni caso, dal racconto biblico, comprendere perché la Massoneria ne abbia fatto una  “parola di passo” per accedere da una camera all’altra.

Il lauro e l’ulivo

Trattiamo insieme questi due simboli vegetali poiché è insieme che essi compaiono nei rituali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, e precisamente al IV grado, quello di Maestro Segreto, ove – nella fase di apertura dei lavori il Potentissimo Re Salomone chiede ad Adonhiram dove questi sia stato ricevuto Maestro Segreto, ed egli risponde: “Sotto il lauro e l’ulivo”. Un ramoscello d’ulivo e uno di alloro ornano, insieme ad altri simboli, il grembiule di questo grado e, intrecciati a formare una corona, sono posti sull’ara.

Il lauro, o alloro, era pianta sacra ad Apollo, divinità legata al Sole è quindi indirettamente simbolo, in Massoneria, del Maestro Venerabile.

Nell’antichità, come ben noto, le corone di lauro erano poste sul capo dei saggi, dei campioni, dei condottieri vittoriosi.

L’ulivo era invece pianta sacra a Minerva (dea che accompagna simbolicamente le virtù del Maestro Venerabile); nella tradizione giudaico-cristiana, invece, il ramoscello di ulivo è simbolo di pace e di rinnovato equilibrio.

Sintetizzando il simbolismo delle due piante, dunque, si può pensare che esse riassumano le doti di saggezza, illuminazione, equilibrio interiore che si riconoscono al Maestro Venerabile, per estensione, ai Maestri in generale.

Non è dunque strano che sia sotto questi simboli che avviene il “passaggio” al grado immediatamente successivo a quello di Maestro, ovvero quello di Maestro Segreto.

Cosi Giordano Gamberini, già Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, commenta la presenza di questi due simboli nell’emblema araldico del Grado di Maestro Perfetto:

Sull’altare, una corona di alloro, simbolo della vittoria da riportare su se stessi ed una di olivo, simbolo della fecondità della pace che segue la vittoria. 15)

La rosa

La rosa, nel variegato simbolismo massonico, compare associata alla croce, in modo particolare in alcuni alti gradi dei Riti di Perfezionamento (XVIII grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato: Principe Rosa+Croce, Cavaliere dell’Aquila e del Pellicano; XI grado dell’Antico e Primitivo Rito di Memphis e Misraim: Cavaliere dell’Aquila e del Pellicano, Principe Rosa+Croce).16)

Dunque, è nel contesto dell’eredità rosacrociana che va studiato il simbolismo di questo fiore nella Libera Muratoria.

La rosa simboleggia la bellezza, la dolcezza, la purezza, l’amore spirituale; in particolare, poi, per il modo in cui petali e sepali si stringono tra loro, può anche rappresentare la concordia e l’amore fraterno.

La croce è invece alchemicamente considerata l’incontro fra i quattro elementi (acqua e aria sul piano orizzontale, terra e fuoco su quello verticale); il centro rappresenta quindi il perfetto equilibrio tra questi elementi alchemici.

Ma la croce è anche fusione della materialità (sul piano orizzontale) e della spiritualità (su quello orizzontale).

Nel simbolo rosacrociano, quindi, la rosa è situata al centro dei due bracci della croce, perfetto equilibrio tra la materialità e la spiritualità, dunque simbolo di amore e fratellanza che nasce nel punto d’incontro tra grandi diversità.

Ma, nella versione originaria del rosacrocianesimo – una delle forme più alte di esoterismo cristiano, da cui la Massoneria ha attinto copiosamente la rosa che fiorisce dalla croce indica anche la possibilità di rinascita di un patto tra Uomo e Dio in forza della crocifissione di Gesù. Infatti, almeno in origine, le rose erano cinque: le prime quattro erano poste all’estremità della croce (e il quattro è numerologicamente simbolo di compiutezza), mentre la quinta, posta al centro, rappresenta una nuova possibilità, la riapertura di ciò che pareva compiuto.

Un’ altra interpretazione è che la rosa fiorita sulla croce indichi che il mistero della crocifissione deve ancora essere rivelato; infatti la croce risulta simbolicamente sub rosa, espressione che indica un segreto. Un’altra interpretazione – e per di più proprio nell’ambito massonico – è stata infine fornita da Carl Gustav Jung:

La croce e la rosa rappresentano il problema degli opposti dei Rosacroce (per crucem et rosam), e cioè degli elementi cristiano e dionisiaco.l7)

Va altresì ricordato che le Obbedienze massoniche nordiche (e sempre più spesso anche le altre Obbedienze, incluse quelle italiane) celebrano, nel giorno del Solstizio d’Estate, la Festa delle Rose, cui possono accedere anche i profani. Durante il suo svolgimento, tutti i presenti posano una rosa rossa sull’ara del Tempio. Il significato è riportato in un passo del rituale, in cui è presente la seguente invocazione al Grande Architetto Dell’Universo :

Abbiamo adornato di rose rosse l’Ara a te edificata, e bruceremo la pergamena con i nostri nomi. Attraverso questi atti simbolici noi manifestiamo l intenzione di bruciare ogni errore profano commesso in passato. Dalla fragranza delle rose ricaveremo Saggezza, Bellezza e Forza, le grandi Virtù che ci proponiamo di mantenere nei nostri cuori,  onde meglio servire in Tuo nome l’Umanità. Incidi nella nostra coscienza le massime sublimi che ci insegnano: “Prima che la tua Rosa possa restare alla presenza del Grande Architetto Dell’Universo, essa deve essere intrisa nel sangue dei sacrifici del Tuo cuore”.18)

La spiegazione del simbolismo delle rose è approfondita in un passo

successivo: Diffondete sempre più lontano la fragranza della pura Saggezza, o Rose, simbolo dell’Io superiore, nella Sua veste di Luce iniziale fecondata dallo Spirito.

Voi, diventate rosse, foste bagnate dal sangue del sacrificio dei nostri cuori. Voi, simbolo di Bellezza, di Riservatezza e d’Amore. l9)

3. I giardini massonici

Negli ultimi anni, diversi ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sui cosiddetti giardini massonici, che nel settecento iniziarono ad ornare ville e parchi cittadini introducendovi chiare simbologie esoteriche e, più specificamente, libero muratorie.

Come ha sottolineato Agostinetti, tre sono i fattori che possono far classificare come massonico un giardino settecentesco: la presenza di simboli inequivocabili come squadra e compasso, le due colonne contrassegnate da J e B, la stella fiammeggiante (per citare i più comuni e caratterizzanti) o, in assenza di questi, ma  in presenza di altri simboli a potenziale lettura esoterica (le grotte, le piante, i colori, i ponti), l’identificazione del committente o dell’architetto come un affiliato alla Massoneria.20)

Come sempre, lo scopo era di velare valori dietro i simboli, a volte direttamente massonici, molte altre mutuandoli dal deposito simbolico dell’alchimia (cui, peraltro, la simbologia massonica deve molto). Cosi, non è difficile trovare giardini organizzati in quattro zone (corrispondenti ad aria, acqua, terra e fuoco) o in tre livelli, corrispondenti alle tre fasi dell’opera alchemica (opera al nero o nigredo, opera al bianco o albedo, opera al rosso o rubedo): qualcosa di simile si trova a Pesaro, a Villa Caprile, residenza estiva della famiglia Mosca-Barzi, che annoverò alcuni massoni tra suoi membri.21)

Più in generale, per capire i1 significato del giardino massonico, riportiamo le esaurienti parole di Agostinetti:

un’arcana unione di elementi, talvolta tra loro contrastanti: fonte e montagna, acqua e ponte, montagna e caverna, grotta ed alberi. ( . . .) Era però un ritorno alla natura, alle radici dove, ad  esempio, la nuda montagnola o la neo-gotica torre potevano corrispondere all’ascesa ai gradi massonici. Naturalmente tutto dipendeva dalla sensibilità e dalle possibilità economiche del committente, signore e padrone della villa o del palazzo, dovendo in ogni caso il giardino corrispondere ad alcuni canoni di costruzione che, spesso, corrispondevano a precisi simboli massonici. Il nuovo giardino poteva essere visto come ideale immaginazione di riferimenti prospettici, di luce-ombra, di interpretazione tra paesaggio e santuario e dove i Fratelli potevano spaziare nel classico dualismo massonico tra ragione e mito; 22)

e, ancora, quelle dí Biedermann:

il percorso dalla foresta selvaggia attraverso il boschetto sacro conduce al giardino, cioè è ad una porzione di natura organizzata e curata in modo artificiale, a cui il simbolismo tradizionale assegna un ruolo positivo… Il Giardino del Paradiso rimanda al Creatore, che assegno ai primi esseri umani un luogo ben curato e dal quale erano esenti i pericoli. (…)

Nell’iconografia alchimistica un giardino di questo genere rappresenta una contrada a cui è possibile accedere attraverso una stretta porta e soltanto a condizione di aver superato grandi fatiche e difficoltà.23)

Dunque il giardino massonico è la rappresentazione simbolica del percorso di liberazione che l’Uomo compie all’ interno dell’istituzione libero muratoria, non tuttavia in senso celebrativo, quanto piuttosto come ulteriore stimolo alla riflessione.24)

In questo senso va anche interpretato il celebre Parc Guell di Barcellona, progettato da Antoni Gaudi, esoterista cristiano molto vicino alla Massoneria.25)

Una annotazione a parte merita infine Leon Dufourtry, architetto francese affiliato alla Massoneria, che progettò e realizzò l’Orto Botanico di Palermo con simbologie egizie – secondo il gusto massonico dell’epoca – ed altre più distintamente libero muratorie.

4. Le massonerie vegetali

Nel corso degli ultimi tre secoli, dalla fondazione della Massoneria moderna (intesa in senso speculativo) convenzionalmente fissata il 24 giugno 1717 con la costituzione della Gran Loggia di Londra, numerose Istituzioni, di tipo massonico o paramassonico, si sono ispirate per il loro simbolismo al mondo vegetale, piuttosto che fare riferimento al simbolismo della pietra, materia prima dei costruttori di cattedrali, ai quali si rifà invece la Massoneria intesa in senso stretto. Analizzeremo, di seguito, alcune di, queste Istituzioni.

La Massoneria Noachita

Questo ordine massonico (rappresentato in Italia dall’Antico Rito Noachita, che gode del riconoscimento del Grande Oriente d’Italia) è spesso definito come Massoneria del Legno, poiché si rifà al simbolismo della costruzione dell’Arca di Noè. Dunque, mentre i Massoni di norma costruiscono un Tempio utilizzando la pietra, i Noachiti sono simbolicamente chiamati a costruire l’Arca utilizzando il legno. Si tratta di un rito fortemente ispirato a un’ideale riconciliazione del trinomio Uomo-Natura-Dio.

La tradizione noachita ha un corrispettivo inglese nel grado di Royal Ark Mariner.

Carboneria, Charbonnerie, Ordre des Fendeurs, Sorelle Giardiniere

Anche la Carboneria è spesso stata indicata come Massoneria del Legno, per via del suo riferimento al carbone. Si tratta senza dubbio della più nota e più importante società segreta con fini politici e rivoluzionari dell’Ottocento. Le sue origini vanno con ogni probabilità ricercate nell’Ordre des Fendeurs (ossia dei Taglialegna), che fu fondato a Parigi nel 1747 dal Massone Cavaliere di Beauchaine con l’intento di costituire una società segreta con un simbolismo simile a quello massonico (tuttavia di stampo vegetale), che fosse però aperta anche alle donne.26)

Un ruolo ha senza dubbio avuto, nella sua costituzione, anche la Charbonnerie francese, società segreta che sosteneva di discendere direttamente dalla corporazione dei carbonai medievali; quel che è certo, è che fu proprio un membro della Charbonnerie, Joseph Briot, a fondare a Napoli, nel 1808, la Carboneria quale ci è pervenuta nei pochi documenti giunti sino a noi, quella cioè che ha poi partecipato ai moti indipendentisti italiani. Fu lo stesso Briot a dotarla di rituali che combinavano quelli della Massoneria e quelli della Charbonnerie.

La Carboneria non ebbe carattere di unitarietà e, da nazione a nazione (talvolta da città a città), potevano svolgersi rituali abbastanza differentitra loro, anche se tutti di chiara impronta massonica.27)

In Carboneria, infine, erano ammesse anche le donne, seppure con un ruolo subordinato, identificato dall’appellativo di Sorelle Giardiniere.

Order of Free Gardeners

Si tratta di una società fraterna paramassonica, nata in Scozia – secondo la tradizione – nel XVII secolo, ossia in contemporanea alle prime Logge massoniche a carattere speculativo.

I1 forte legame, anche simbolico, con la Massoneria, si evince anche dall’emblema dei Free Gardeners che aggiunge, ai tradizionali squadra e compasso, un coltello da giardiniere aperto in modo da sovrapporsi alla squadra.

Il richiamo simbolico è quello della costruzione di un nuovo giardino dell’Eden; torna quindi l’idea – già vista per i Massoni noachiti – della riconciliazione del trinomio Uomo – Natura – Dio.28)

Si tratta, anche in questo caso, di una società fraterna paramassonica, il cui primo meeting ufficiale avvenne a Leeds nel 1834. Tuttavia, la tradizione attesta la presenza di questo ordine (sotto il nome di Royal Foresters) già nel 1745.

Si tratta di una società di fraterno e mutuo soccorso, che simbolicamente richiama l’idea di viandanti che si assistono l’un l’altro durante il lungo percorso entro la foresta della vita. Nota oggi con il nome di Foresters Friendly Society, è una associazione con chiare finalità filantropiche.

Tall Cedars of Lebanon

Si tratta, in questo caso, di un ordine paramassonico in senso stretto; ossia, vi possono aderire soltanto Maestri Massoni e i loro rituali si svolgono, in genere, presso il locale Tempio Massonico.

Il richiamo è ai cedri del Libano, uno dei materiali di costruzione utilizzati, secondo le fonti bibliche, per la costruzione del Tempio di Salomone:

Hiram 29) fornì a Salomone legname di cedro e

legname di abete, quanto ne volle.30)

fa esattamente riferimento alla figura di Noè, mentre il primo è ispirato a quella di Adamo e il terzo a quella di Salomone.

Lo scopo degli Alti Cedri del Libano è essenzialmente filantropico e supportano coi loro finanziamenti la ricerca medica, specie nell’ambito delle distrofie muscolari.

8.5. I botanici massoni

Vogliamo ricordare, per concludere, alcune figure di botanici, senza alcuna pretesa di completezza che hanno aderito alla Massoneria.

Botanici italiani

Ricordiamo anzitutto Antonio Cocchi, il primo italiano ad essere iniziato alla Massoneria in una Loggia in territorio italiano 3l) (si trattava di una Loggia innalzata a Firenze, di obbedienza inglese), il 4 agosto 1732. Era un medico e un naturalista nato a Benevento nel 1695. Lo ricordiamo qui in quanto membro della Società Botanica 32) e di un’opera d,i interesse botanico sulla pianta di cacao e sul suo uso alimentare, dal titolo “Discorso sopra la cioccolata“. 33) Fu inoltre autore del trattato Del vitto pitagorico per uso della medicina, concernente i benefici dell’alimentazione vegetariana.34)   Infine, nel 1737 fu incaricato di tenere, î Palazzo Vecchio in Firenze, l’elogio funebre di Pietro Antonio  Micheli botanico del Granduca di Toscana e fondatore della Società Botanica Fiorentina.

Domenico Cirillo, medico e botanico napoletano, patriota della Repubblica Napoletana del 1799, fu affiliato alla Massoneria a Napoli presso la Loggia Les Zèles di obbedienza olandese nel 1770, e in seguito alla Loggia La Zelée et la Sécrète, passata dall’obbedienza olandese a quella inglese. Per l’adesione alla Repubblica, fu condannato a morte; la sentenza fu eseguita il 29 ottobre 1799. Botanico di grande valore, fu autore di svariate opere riferibili a questa disciplina. Ne ricordiamo: Plantarum rariorum regni Neapolitani,35) Fundamenta botanica sive Phitosophiae botanicae expticatio,36) Ad botanicas Institutiones introductio,37) Tabulae botanica elementares quatuor priores sive Icones partium qua in fundamentis botanicis describuntur.38)

Pietro Petruccio marchese pesarese, nacque nel 1777. Aderì alla Carboneria e alla Massoneria. Per la sua partecipazione ai moti che nel 1831 cacciarono da Pesaro il Legato pontificio, fu esiliato e si trasferì a Marsiglia. Rientrato a Pesaro solo nel 1847 o vi rimase fino alla morte, sopravvenuta nel 1863 . Professore presso l’Accademia Agraria di Pesaro, fu autore di un prezioso erbario o purtroppo ridotto ormai in pessime condizioni ed oggi conservato presso il Centro Ricerche Floristiche Marche della Provincia di Pesaro e Urbino; fu inoltre in contatto coi maggiori botanici dell’epoca, che 1o citano sovente nelle loro opere. Lodovico Calvesi, esule con lui a Marsiglia, gli dedicò una pianta, la Sphaeria petrucciana.39)

Botanici stranieri

Partiamo senz’altro da Elias Ashmole (1617-1692), uno dei primissimi massoni speculativi accettati da una Loggia operativa nel XVII secolo; antiquario, alchimista, collezionista d’arte, storico, astrologo, egli fu anche un valente botanico. Eredito la ricca collezione botanica di John Tradescant e ne finanziò la pubblicazione del catalogo, il cosiddetto Musaeum Tradescantiam .40)

Ricordiamo ancora il portoghese Jose Correia da Serra (17 5 1- 1823), che ebbe un ruolo importante nel trasferire al chiuso ambiente portoghese i metodi più avanzati raggiunti dagli specialisti europei nell’ambito della classificazione botanica. 41)

Robert Kaye Greville (1794-1 866) fu membro della Royal Society of Edinburgh e presidente della locale Botanical Society. Fu apprezzato autore di numerosi saggi, in particolare sulle piante crittogame. Massone è anche ricordato per aver partecipato in qualità di vicepresidente alla Convention Mondiale anti-Schlavista, che si tenne presso la Freemasons’ Hall di Londra nel 1840.42)

William James Tutcher ( 1867 -1920) fece la sua carriera botanica in Hong Kong dove arrivò a coprire il ruolo di Sovrintendente del locale Dipartimento Botanico. Fu a Hong Kong che egli divenne Massone, e arrivò a ricoprire la carica di Deputy Dirtrict -Grand Master of Hong Kong and South China.43)  Gli fu dedicato il genere Tutcheria da Stephen Troyte Dunn.

Per concludere, segnaliamo che in un saggio del 2010 è riportato l’elenco completo dei Massoni membri  della Royal Society, in cui figurano i seguenti botanici (in ordine alfabetico): 44)

Joseph Banks (1743 – 1820): sotto la  sua guida (virtuale, poiché non assunse mai il ruolo ufficiale di Direttore, pur svolgendone le mansioni) il Kew Royal Botanic  Garden divenne  il principale Orto Botanico a livello mondiale.

Charles Dubois (1656-1740): il suo erbario di oltre 13.000 esemplari è oggi conservato all’oxford Botanic Garden.

Naphtali Franks (1714-1796): fu un collezionista di semi e piante provenienti da tutto il mondo.

Joseph Reynolds Green (1S48-1914): fu docente di Botanica e membro della Società Farmaceutica della Gran Bretagna.

George Hibbert  (1757-1837) collezionò numerosi reperti botanici

John Martyn (1699-1768): medico, applicò le sue conoscenze botaniche alla cura di diverse patologie. Pubblicò un volume dal titolo Historia plantarum rariorum nel 1728.

Richard Richardson ( 1663 -174l): fu un assiduo viaggiatore e raccoglitore di campioni botanici e, con le sue ricerche, ampliò considerevolmente la lista delle piante del territorio Britannico.

Philip Barker Webb (1793 – 1854): grande viaggiatore, costituì un ricco erbario che lasciò poi in eredità al Museo di Storia Naturale di Firenze. L’Università di Firenze gli ha dedicato la rivista botanica Webbia tutt’ ora attiva.

William Whitering (1741-1799): medico, applicò le proprie competenze botaniche alle terapie cliniche. Fu l’autore di un testo botanico di riferimento, The botanical arrangement of att the vegetables naturally growing in G. Britain, che conobbe diverse edizioni.

NOTE

1) Del personaggio di Hiram si riferisce nella Bibbia, e precisamente in I Re, 7: 13-14 e 2  Cronache, 12-13; tuttavia la leggenda del suo omicidio da parte dei compagni infedeli è una leggenda squisitamente massonica.

2) A proposito dell’identificazione, nei riti di iniziazione, con l?eroe del mito, Jung afferma: “Un’altra identificazione importante per l’esperienza di trasformazione è quella col dio o con I’eroe che si trasforma nella cerimonia sacra. Molte cerimonie cultuali hanno come scopo la creazione di questa identità” (C.G. Jung, “Sul rinascere”, in Anima e morte; Sul rinascere) Bollati Boringhieri, Torino 1978,p.61

3) Si tratta di un cosiddetto grado desueto – ossia, non più praticato – del sistema rituale del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

4)Esodo 25: 10 – 30:1.

5) Il poeta fu membro della Loggia Ovidio all’Oriente di Ki5injov.

6) A.S.Pu5kin, Eugenio Onegin, Milano, Rizzoli 1999, p. 301.

7) Per la precisione, la colonna Jachin.

8) quindi sia la colonna Boazc he la colonna Jachin.

9) 1 Re, 7: 18.

10) 2 Cronache,3: 16.

11) Ovvero alle Logge.

12) B. Poggi, Symbola, simbologia alchemica araldica e muratoria, Pescara, Ianieri Editore 2007, p. 146.

13) In sociolinguistica, addirittura, il termine shíbboleth sta proprio ad indicare una parola di non sia madrelingua.

 14) Giudici; 12 5-6

15) G. Gamberini, Gli emblemi araldici della Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato, Firenze, Convivio/Nardini Editore 1988, p. 89.

16) È del tutto evidente la corrispondenza dei gradi nei due sistemi rituali.

17) C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Rizzoli 1998, p.285.

l18) R. Chissotti, Moderno Dizionario Massonicoo Foggia, Bastogi 2001,p.496.

19)  lbidem.

20) N. Agostinetti, Giardini massonici dell’Ottocento veneto,Padova, La Garangola 2006,pp. 7-8.

21)Francesco Mosca Barzi, in particolare, è ricordato da Carlo Porta nella poesia Ona vision, che ne

fa esplicito riferimento in quanto Massone: “Hoo vist Bovara, hoo vist Battaja…el dis, / Mosca…

Pensa… Vian… Ohíbò, ohibò, ohibò! / Anch de sta sort de robba in Paradis? /No sal che son de quej

che l’ha daa in lista / el Devecc per Massoni a noi Sussista?”.

22) lvi,pp. I l-12.

23)H. Biederm ann, Enciclopedia dei simboli,Milano, Garzanti 1991, pp.226-228.

24) Pe, una ricca disamina sui giardini massonici in particolare ed esoterici in generale, si veda B. Mazza Boccazzi, “Esoterismo nei giardini veneti”, in G.M. Cazzaniga (a cura di), Storia d’Italia, Annali 25, Esoterismo, Torino, Einaudi 2010, pp. 405-429.

25) M. Rocchi, “L’esoterismo senza tempo di Barcellona, dai costruttori di cattedrali a Gaudi”o in

Secreta l: 46-60,2011.

26) J.M. Greer, Dizionario enciclopedico dei Misteri e dei Segreti,Milano, Mondadori 2008, pp. 438- 439.

27) M. Rocchi, Rinato nella pietra, Catania, Tipheret 2014, p. 88.

28) Peraltro, il secondo dei tre gradi dell’Ordine dei Free Gardeners.

29) Si tratta in questo caso di Hiram re di Tiro, da non confondersi dunque con l’architetto Hiram Abiff, che progettò il Tempio di Salomone.

30) I Re 5:24.

31) La  precisazione è d’obbligo, poiché il primo Massone italiano fu il musicista Francesco Xaverio Geminiani, che venne però iniziato nella Loggia londinese Queen’s Head, il  1° febbraio 1725.

32) Presso la quale tenne nel 1734 un discorso dal titolo Dei vermi cucurbitini detl’ttomo.

33) A. Cocchi, Discorso sopra la cioccolata, Firenze, Polistampa2005.

34) A. Cocchi, Del vitto pitagorico per uso della medicina, Venezia, Simone Occhi 1744.

35) D.. Cirillo, Plantarum rariorum regni Neapolitani, Napoli, Pironti 2005.

36) D.Cirillo, Fundamenta botanica sive Philosophiae bòtanicae explicalio, Napoli, s.e. 1785-1787.

37) D. Cirillo, Ad botanicas Institutiones introduilro, Napoli, Donatl Campi 1771.

38) D. Cirillo, Tabulae botanica elementares quatuor priores sive lcones partium qua infundamentis botanicis describuntur,Napoli, s.e. I 790.

39) M. Rocchi, Naturalisti pesaresi dett’Ottocento: Pietro Petrucci, Domenico Paoli, Francesco Baldassini, in Pesaro tra Risorgimento e Regno unitario,Venezia, Marsilio 2013, pp. 3ll-320.

40) J. Tradescant, Musaeum Tràdescantianum, or A Collection of Rarities, London,John Grismond 1656.

41)M.P..Diogo, A.Carneiro, A.Simoes, The Portuguese naturalist Correia da Serya (ITSI-1523) and his impact on early nineteenth-century botany,ln Journal of the History of BiolòSy 34: 353-3g3, 2001.

42) Obituary. Dr.Robert Kaye Greville, in Quarterly Journal of Microscopical Science s2-6: lgg- 200, I 966.

43) B. Coak, Wlliam James Tutcher 1867-1g20 Botanist & Freemoson. consultabi le al sito web : http ://www.kernowkid.com/uploads/ ?P!l/2/29l2680llbro.-williamjamesJutcher-hk-botanist_. pdf [ultimo accesso 26/lt/20t4].

44)  Freemasons and The Royal Society: Alphabetical List of Fellows of the Royal Society who were Freemason.  Consultabile al sito: http://www.freemasonry.london.musseum/os/wp-content/reources/frs   freemason_complete_jasn2010.pdf(ultimo accesso 26/11/2014

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IL MAESTRO VENERABILE

Il Maestro venerabile:

di Athos A. Altomonte

«Cosa differenza un iniziato dalla generalità profana? Una mente rischiarata da una coscienza ridesta.»   Al vertice d’ogni Loggia siede un Maestro per dirigerne i Lavori. Come segno distintivo, dagli altri Maestri egli è designato: venerabile. Di regola è un iniziato, e come tale segue delle prassi che infonde alla propria Loggia per renderla “giusta e perfetta” La morale del Maestro venerabile Il pavimento del Tempio massonico è rivestito da un mosaico bianco e nero. Tra i due opposti passa una linea, un filo che li separa ma al contempo li unisce. Questa è la rappresentazione della condizione umana in bilico tra bene e male, e tra luce ed ombra. E’ il chiaroscuro della mente che separa la negritudine di una parte della condizione umana dal biancore del lato spirituale ed iniziatico. Nell’ombra della coscienza fisica, la ragione è un elemento semicosciente che tende a riprodurre una visione della realtà che identifica con se stessa, con ciò che capisce, con ciò che pensa e quindi, con ciò che essa crede. Allora, la percezione finisce per costituire un punto di coscienza egocentrico che, focalizzato su se stesso, del reale, si limita ad accettare solo le apparenze che si confanno ai propri contorni individuali. Una percezione mentale, quindi, mono-tona, conforme e ripetitiva, che solo estroiettandosi dal proprio egocentrismo potrà svilupparsi in facoltà intellettuale. Solo un libero intelletto può pervenire all’intuitività, come solo una mente intuitiva diviene conscia d’ogni particella bianca o nera, che intreccia in ogni circostanza della condizione umana, ogni sua azione ed ogni sua proposizione. Ed anche se non tutte le motivazioni sono condivisibili, possono sempre essere distinte in ogni singola parte, scegliendo di volta in volta l’atteggiamento più consono ai valori della propria coscienza. Una mente intuitiva è libera di ricevere ma anche di dare, per questo è paragonata ad un brillante, le cui sfaccettature attraggono e riflettono ogni raggio di comprensione, senza ridurne la luminosità, ma rispettando la purezza dei suoi barbagli. Questo è l’altruismo intellettuale che contraddistingue una mente evoluta. Ma cosa fa una mente brillante delle idee incerte o scomposte assorbite attraverso i sensi, se non ordinarle o liberarsene? Nello stesso modo, un Maestro venerabile istruirà i propri lavori ordinando i ranghi degli Operai che affollano il Tempio, liberandosi di chi perdura nella negligenza o di non seguirà le Regole dell’Arte *. * i significati di Ars Muratoria, A. Regia e A. Pontificia saranno discussi più avanti.   La visione del progetto L’evolversi di un progetto iniziatico può apparire confuso, e l’edificazione di un Tempio interiore potrà apparire oscura a chi ignora le Regole dell’Arte. Ma l’apparente disordine scompare appena i suoi segreti vengono trasmessi all’Operaio e la loro chiarezza si rispecchierà nella compiutezza dell’Opera. Il metodo La prassi operativa di un Costruttore di idee si fonda sull’osservazione, la progettualità, sulla riflessione, la risoluzione e l’attuazione di un’Opera iniziatica. Così, anche il Maestro venerabile avrà una visione generale del piano, definendone i singoli progetti che lo compongono, che affida ad altri Fratelli costruttori secondo una graduazione di capacità e di predisposizioni verso i compiti da assegnare. E per non disperdere la sua visione d’insieme, il Maestro venerabile non partecipa ad alcun Lavoro particolare, ma sarà accanto ad ogni singolo Operaio nella sua opera particolare.   Costituzione dell’amalgama per un efficace Lavoro Rituale L’Ordine genera la coesistenza, la coesistenza genera la comprensione, la comprensione genera la tolleranza, la tolleranza genera la fratellanza e la fratellanza è di nuovo l’Ordine composto di una Catena di cuori (Corda Fratres). Quando la Catena è coesa dall’amalgama della consapevolezza, il Maestro venerabile potrà proiettare al suo centro un primo modello di Lavoro Rituale.   Della mancanza d’armonia e di comunicazione La Loggia è il singolo nucleo di una Comunione maggiore detta Ordine. La Massoneria è un Ordine mentre la Loggia rappresenta una singola pietra del Tempio comune da edificare. E peccherebbe di negligenza il Costruttore che non la squadrasse a dovere, armonizzandone i bordi perché combacino con quelli delle altre pietre. Infrangere questa Regola d’Arte porterà all’insuccesso l’Opera particolare ed alla perdita di quanto vi è stato investito in forza, intelligenza, tempo e fatica .   I doveri nell’Opera  Il dovere d’un Maestro venerabile è quello di vivificare il segmento di trasmissione iniziatica che gli compete per volontà dei propri Fratelli. Perciò, egli avrà la responsabilità di riconoscere chi sarà introdotto nella struttura che gli è stata affidata, consentendone l’accesso ad elementi coerenti al proprio risveglio interiore, in mente e spirito. Alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo Tra quanti concepiscono un Ente supremo quale generatore di ogni causa visibile, molti finiscono per rivestirne l’idea sotto molteplici maschere umane credendo, così, di facilitare l’approccio sentimentale. Da qui l’assioma: il profano riduce Dio a propria immagine e somiglianza. L’immaginazione ha fatto una Divinità di ogni fenomeno esistente nella condizione umana. Un Dio per la caccia e per la battaglia; per la punizione e per la vendetta; per la passione e per la pace; per l’amore e per la saggezza e sino ad un Dio dai giudizi inflessibili e spietati. Ma per l’iniziato, il sentiero spirituale è solo la via che dal cuore raggiunge la testa, e per esprimersi non ha bisogno di culti esteriori. Perciò, abbandonata ogni concettualità religiosa s’indirizza verso il puro ideale spirituale: che intende raggiungere attraverso i lampi dell’intuizione che rivela ed Libero Arbitrio. L’iniziato distingue il valore spirituale dalle ideologie devozionali. Per questo è sempre stato distante da ogni religione antropomorfa fatta da adoratori d’immagini e di statue di pietra. La spiritualità è una dote interiore che non può essere raggiunta con mezzi esteriori. Per questo, al culto viene attribuito il significato di rappresentazione exoterica di una realtà metafisica. La Massoneria non affida il senso del sacro a culti esteriori ma ne racchiude il concetto in un termine astratto, asessuato ed imperturbabile chiamato: Grande Architetto dell’Universo. Questo termine non oppone fede personale a fede personale, e se di fede sente il bisogno il massone è libero di orientarsi, in cuor suo, alla rappresentazione che preferisce, senza arrecare “torto” alle altrui sensibilità.Quindi, nel rispetto di ciascun sentimento particolare, ogni cerimoniale, gesto rituale ed ogni atto amministrativo vengono posti ed enunciati dal Maestro venerabile: alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo. Questo non sarà mai un enunciato religioso ma solo un attenersi al principio spirituale, creativo e costruttivo dell’universo. Insegnamento ed esoterismo L’insegnamento iniziatico è la concezione astratta di realtà dimostrabili. In quanto tale, l’insegnamento iniziatico è sapere cristallizzato in cui, l’energia dell’idea è in stato di morte apparente (fissità spirituale). La fusione tra la volontà personale (generata dallo sforzo di chi applica la regola in ogni sua parte) ed il moto discendente dell’Ego renderà nuova vita all’insegnamento. L’insegnamento vivente è  «sapere creativo». Un sapere vitale che, al contrario dell’immobilismo della cultura nozionistica, agisce sulla coscienza individuale impressionandola. L’impronta influenza, modifica e rettifica ogni fenomeno fisico, comprese le personalità degli esseri che, delle proprie condizioni mentali ed emotive, sono la causa dei modi e degli aspetti in cui si riproducono.   Visualizzazione ed evocazione della conoscenza Il Costruttore d’idee è capace di evocare sullo schermo della propria mente ogni stato di coscienza che intende studiare. Questi, se vengono riflessi nella sfera percettiva della ragione fisica sono capaci di generare i toni di pensiero che danno vita a tutte le manifestazioni emotive d’ordine soggettivo. Questo processo, di fatto, può essere dominato, controllato ed usato creativamente per generare volontariamente stati di tensione mentale, la cui emulazione sarà assai vicina a quella reale. Ma prima di muoversi in quella direzione si dovrà comprendere come il suo utilizzo sia sottoposto a quell’evento psichico chiamato distacco. Distacco significa il non-coinvolgimento emotivo, ed è la chiave di volta per l’indirizzo mentale: evocativo della conoscenza.   Costruttore di pensieri Come l’occhio della mente ordina i pensieri e crea le forme che lo esprimeranno all’esterno, così il Maestro venerabile muove gli Operai all’interno come Forme pensanti per definire il Tempio ideale che s’intende erigere, secondo la Tradizione iniziatica, e nella comprensione delle Regole poste dal Gran Architetto dell’Universo . Gli Operai sono forme pensiero selezionate ma non qualificate. Che vengono specializzate dagli strumenti del proprio Lavoro, con l’esperienza iniziatica e la comprensione esoterica. In altre parole, approfondendo tutti gli elementi del Sapere universale. L’occhio del Costruttore, allora, compreso il sistema, comincia a porre ordine anche nella propria mente (il Tempio interiore) armonizzandone i pensieri (gli Operai del proprio microcosmo interiore) che daranno nuova forma e sacralità al proprio “ essere “ . La metafora iniziatica della Massoneria Anche nella Massoneria ogni regola d’insegnamento è proposta in chiave ermetica e sotto forma simbolica. Di particolare consistenza iniziatica è la genesi della sua maestranza, incentrata sulla leggenda del Maestro Hiram in cui è stata racchiusa la metafora dell’Iniziato che risorge attraverso la rigenerazione spirituale costituendo, così, le prerogative del pontifex. Da qui la frase ermetica: l’immortalità mi è nota!   Tre Arti e Tre gradi dell’iniziazione massonica In qualsiasi modo venga poi suddivisa la Piramide iniziatica, l’Iniziazione reale è sempre suddivisa in tre fasi. Le tre fasi iniziatiche sono la descrizione di tre diversi stadi dello sviluppo mentale che, attraverso una graduale espansione di coscienza (simbolizzata dalla divaricazione graduale del Compasso), raggiungono la sommità di altrettante Arti iniziatiche. Allora, Tre Arti corrispondono a tre gradi iniziatici e questi a tre colori dell’Opera alchemica.   La valenza esoterica del grado d’Apprendista Introdotto è data dalla Massoneria Azzurra. Questa corrisponde all’Ars Muratoria. L’Ars Muratoria evidenzia il piano della memoria, della ragione e della teoresi. Con un insegnamento ancora puramente teorico delle prassi iniziatiche tradizionali, il massone può riconoscere i significati dell’iniziazione sul piano delle intenzioni, morali e speculative. Nella sua connotazione esoterica, l’Ars Muratoria conduce alla comprensione del Tempio ideale (corpo e mente fisica) dove risiede l’Operaio divino (la coscienza spirituale).   La valenza esoterica del grado di Compagno d’Arte è data dalla Massoneria Rossa. Questa corrisponde all’Ars Regia. L’Ars Regia  evidenzia il piano della mente astratta che protrae lo sviluppo intellettuale con la logica, l’esperienza empirica sino a raggiungere l’intuito. Qui, l’arte della memoria diventa anamnesi e riconoscimento del vero. Si apprende la correlazione tra i significati di forma, colore e suono. La verità ad esempio è correlata al colore bianco, allora, il colore bianco diventa il colore dell’iniziazione. Nella sua connotazione esoterica, l’Ars Regia porta a sviluppare propriamente le potenzialità della mente, attraverso cui s’apprenderà l’analogia tra le immagini macrocosmiche del Tempio celeste e quelle microcosmiche del Maestro massone. Tra il livello precedente e quello successivo viene inserita la Massoneria Nera. Questa fase ricorda come nell’Opera alchemica la Putrefazione e la Trasmutazione sono le condizioni essenziali per trasformare ogni “materia pesante” in elemento sottile (v. la Trasmutazione metallica). L’Opera in Nero non poteva avere altra posizione che questa. Infatti, la metamorfosi iniziatica non può disattendere ad uno stato di conoscenza e d’illuminazione che, precedendola, ne siano causa e stimolo vitale. La valenza esoterica del grado d’Apprendista è data dalla Massoneria Azzurra. Questa corrisponde all’Ars Muratoria.   La valenza esoterica del grado di Maestro Massone è data dalla Massoneria Bianca. Questa corrisponde all’Ars Pontificia (da cui il Pontifex, costruttore di ponti tra cielo e terra).   L’Ars Pontificia: introduce all’uso Operativo della Dottrina segreta corrispondente alla teurgia interiore, che comprende l’uso esoterico del cerimoniale e del ponte coscienziale che unisce l’entità fisica alla sua controparte metafisica. Nella sua connotazione esoterica, l’Ars Pontificia contempla la redenzione della materia individuale, la trasfigurazione dell’io inferiore attraverso nell’adombramento con la “Luce” dell’Ego sup. La luce iniziatica è quella dell’anima (che infiamma il Triangolo che rappresenta l’essenza fisica), che ingenera la luce “di conoscenza e comprensione” che distingue l’Iniziato maggiore dall’aspirante.   Lo sviluppo di tutto questo è la sfera di conoscenza iniziatica in cui opera il Maestro venerabile, Iniziato.  
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