PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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FRAMMENTI DI LETTURE,PENSIERI E RIFLESSIONI

FRAMMENTI DI LETTURE,

PENSIERI E RIFLESSIONI

Giovanni Cecconi

Prendendo spunto da noi «Simbolici», da letture di tavole di fratelli (Peppino Capruzzi – Vinicio Serino e altri), da considerazioni ed altro, ascoltate durante i Lavori Rituali, mi permetto di porre all’attenzione, alcune mie riflessioni sul nostro status di Maestri Architetti. Io penso che l’habitus mentale di un fratello Maestro Architetto sia formato, essenzialmente, da due elementi: semplicità e sobrietà. Il primo rende possibile, nei comportamenti, l’affrancamento da ogni cosa esterna, relativa al mondo dei metalli, e il non ritenersi superiore ai suoi simili, ponendosi, quindi, agli altri, in modo umile e fattivo. La sobrietà lo rende gioioso, e pieno di letizia, così che il suo percorso, proteso in via ascensionale all’edificazione dell’armonia, gli è reso più agevole. Entrambi questi elementi fanno sì che egli non rincorra altri gradi oltre a quello di maestro, consapevole che la sovranità massonica risiede solo nel popolo dei Liberi Muratori e che gli uffici rituali sono elettivi e temporanei. Ma, l’avere queste due qualità, gli permette di liberarsi da quei comportamenti, che s’ispirano alle sordide contese, agli egoismi, ai personalismi e alle vanaglorie. Va da sé, allora, che un Simbolico non può che avere una dimensione di semplicità, di modestia e umiltà, che lo conduce ad essere sereno ed a realizzare l’arte del conoscere, attraverso l’armonia, sintesi dell’universo e massima espressione geometrica del Grande Architetto dell’Universo.

Un Maestro Architetto che, aldilà degli abbracci e dei richiami all’amore e al mondo degli affetti, praticasse l’odio e il rancore, i pettegolezzi e i risentimenti, che calpestasse la dignità e la figura di un suo simile, si porrebbe fuori, volontariamente, dalla propria via iniziatica. «Ama il prossimo tuo come te stesso», «Fai agli altri ciò che vorresti venisse fatto a te stesso, non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te stesso» sono massime all’apparenza, semplicissime, ma cardine della Massoneria e del Rito Simbolico Italiano.

 Ma, sappiamo, però, penetrarne il senso, viverne il contenuto e carpirne il significato vero?

Sì, perché non è, poi, così facile, sia sotto l’aspetto pratico che comportamentale. Ma, siccome, il mondo è lo specchio della vita ed il Rito Simbolico Italiano propugna un esoterismo, attivamente, fondato sulla centralità dell’uomo, dobbiamo provare a farlo. Oggi, nel mondo, assistiamo, ancora, a continue violazioni dei diritti umani, in ogni ambito; al tempo, solennemente, abbiamo promesso di tutelare e difendere la dignità umana …; il mondo di oggi dà continui segnali di oscurità, perché oppressione e violenza non sono, solo, un’eredità del passato …, ma un’oscurità che permea la vita del nostro tempo …

La lotta per garantire giustizia a tutti è lungi dall’essere conclusa, perché dolore, sofferenza, ingiustizia, sopraffazione e sperequazioni sono sotto gli occhi di tutti. Altre nostre massime recitano: «Propugna la libertà di coscienza ed il libero esame, vieta ogni discussione che possa turbare il lavoro e l’armonia, sii un microcosmo in un centro permanente di unione fraterna fra persone buone, leali e probe ed instaura legami con tutti coloro che sono animati da sincero amore per il vero, il bello ed il buono».

Sii UOMO, perché il mondo è lo specchio della vita e fa in modo che l’umanità possa godere di quella luce che oggi è offuscata…

«Scava oscure e profonde prigioni al vizio, lavora al bene e al progresso dell’umanità…».

La luce che noi abbiamo cercato deve risplendere nei nostri tempi e templi, per illuminare le speranze e le lotte di noi tutti. Luce ed oscurità convivono in conflitto tra loro, come, pure, quelle tra bene e male, amore e odio, come una spada di Damocle, che pende sull’eterno conflitto tra le forze dell’oscurità e quelle della luce, per il conseguimento di un nuovo ordine mondiale, basato su principi di giustizia, democrazia, uguaglianza fratellanza e tolleranza.

La struggente agonia di chi soffre e i milioni di vite sacrificate sull’altare degli interessi di parte sono un dolente appello ad operare per costruire una comunità mondiale, edificata sulla democrazia globale, che assicuri, a ciascuno, il meritato e giusto ruolo sulla scena mondiale; una comunità fondata sull’amore e sul rispetto, perché la lotta per la conquista dei diritti inviolabili, lascia, certamente, le vittime nel buio del dolore e dell’odio. Amore e odio … guidano e determinano i rapporti tra persone, famiglie, comunità, gruppi e persone; oggi, il mondo si è smarrito e, quindi, occorre attivare tre dimensioni dialogiche, una, tra la persona e il suo Dio (Ipsum tuum cognosce Deum, qui Dei filius est), una tra gli esseri umani, tra loro, e una di dialogo con se stessi.

Bellezza, forza e sapienza guidano il nostro cammino, ma oggi, partendo dal disastro del tempo presente è necessario ripensare alla bellezza, intesa non solo come ciò che è gradevole ed attraente, ma come qualcosa che, nella sua forza sensibile, ci consegna una profondità meravigliosa del suo mistero, in quanto interprete del simbolo del bene, anche metafisico, che in essa prende corpo. Del pari, anche, la forza, va riportata alla sua originaria essenza, intesa come graniticità interiore, come potenza e controllo di se stessi, per superare le asperità della vita ed approdare, con la sapienza, all’armonia del mondo intero, dell’universo. Oggi, la bellezza si è ridotta alla cute umana e alle sue forme, che si presentano come sua identità e che danno sostanza solo a narcisismo e seduzione. La cute e le sue forme hanno attivato tecniche di correzione e di perfezionamento, seguendo non certo, i principi della verità e della bontà, ma i modelli del consumismo edonistico e dell’apparire, come base del successo e del valore umano, tradotto in danaro.

Il tutto, come se l’uomo fosse solo la propria cute e risultasse, perfino, ridicola la proposizione che vedeva nella totalità della persona, l’insieme di una dimensione corporea, di una mentale (legata al pensiero, agli affetti e, perfino, al ruolo sociale) e di una terza, l’anima, intesa come entità – che, sfociando nella spiritualità (il Maestro Architetto), lega l’individuo storico all’eterno.

Nell’attuale percezione, con il suo significato strumentale, legato all’essere visti per sentirsi esistere, come espressione del bene ed in questa prospettiva, la bellezza non salverà, di sicuro, il mondo, ma, paradossalmente, lo distruggerà, perché il delirio sul corpo, sulla sua superficie, cancella ogni senso dell’uomo e dell’uomo nel mondo, facendone oggetto di consumo e di successo, all’insegna della sua mercificazione nel mercato delle superfici del piacere.

La bellezza, come espressione dei sensi e della materialità, senza potervi intravvedere il ritorno al suo più profondo significato, diventa espressione del non senso e ostacolo se legata all’educazione e, perché educare significa insegnare a vivere dentro il mondo, in quel mondo di oggi, che è preso da un’accelerazione che impedisce di meditare e chiedersi quale sia il suo senso e quello dell’uomo, nel mondo.

L’uomo massone segue la legge morale, cerca di dare regole e precetti di vita, riconosce e venera un Ente Supremo, propugna la libertà di coscienza, non pone limiti alla ricerca del vero e al progresso umano, lascia libertà d’azione nel mondo profano, secondo coscienza.

Le Logge e i Collegi sono luoghi dove si riuniscono i liberi muratori, nei quali essi imparano ad amare e servire la Patria, ad apprendere l’esercizio della loro arte che è quella della vita, a pensare, a volere e vivere, come uomini completamente formati e padroni di sé, nello spirito della Patria e dell’Umanità. Risvegliare e fortificare questo spirito contribuisce a perfezionare l’umanità, nella persona di ogni Fratello, a preparare e sostenere gli uomini nella loro ascensione, perché, tale è lo scopo dei nostri lavori. Solo così si realizza il simbolo, l’uomo! Sul piano formale esso rappresenta un’ulteriore conclusiva caduta verso la materialità della vita terrena; ma questa è soltanto un’apparenza, poiché l’ultimo incontro con la vita terrena avviene sotto l’illuminazione spirituale dell’intelletto umano, legando, così, semplicità e sobrietà alla grazia del vivere e convivere, con lo scopo di realizzare la suprema armonia. Solo così il Grande Architetto dell’Universo sarà realizzato nella sua completezza e, quindi, nella materia, come nelle più alte sfere celesti. Che la sapienza illumini i nostri lavori, che la bellezza li irradi e li compia, che la forza li renda saldi.

HIRAM

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DI QUALE MONDO VOGLIAMO TRATTARE

Di quale mondo vogliamo trattare: del mondo ini­ziatico o del mondo profano, del mondo politico o di quello spirituale, di quello individuale o di quello collettivo, di quello che è stato, di quello che è o di quello che sarà?

In questo contributo cercherò di percorrere “incessantemente” tutte queste vie sia come singoli individui all’interno di una comunità, sia come iniziati all’interno della nostra Istituzione  che nella Società Civile, camminando in una direzione e poi in un’altra, rivolti al passato, al presente e tracciando un’idea di sentiero per il futuro e soprattutto essendo cosciente che tutto ciò debba ricercarsi continuamente nella vita quotidiana di ognuno di noi.

Il mondo iniziatico coinvolge da sempre tutti i popoli della terra da quando l’Homo sapiens sapiens esiste. Per essere ac­cettato all’interno di una comunità, sia essa religiosa o laica, civile o militare, maschile o femminile, sono sempre esistite cerimonie d’iniziazione o comportamenti codificati per gli ini­ziati.

L’universo massonico è globale, e questo ha determinato un’omogeneità sostanziale nei propri riti d’iniziazione o di cre­scita a prescindere dalla latitudine o dalla cultura del popolo.

Certamente la Massoneria è frutto del pensiero occidentale, ma ha sincreticamente accolto simboli di altre culture che hanno segnato la vita anche dell’Occidente (intesa come cul­tura greco-romana): due su tutte, l’ebraismo e la cultura egi­zia.

Quando le potenze europee, Gran Bretagna e Francia in testa, hanno iniziato a conquistare il mondo, hanno diffuso anche nei Paesi dominati la propria cultura, compresa quella masso­nica con i propri principi, i propri valori ed i propri riti.

In tal modo la luce massonica si è diffusa nei cinque continenti, allargando sempre più i propri orizzonti e ricevendone in cam­bio, in qualche caso, contaminazioni culturali.

Quando la Massoneria, tramite l’Impero Britannico, sbarcò in India, si pose il problema, per ammettere Fratelli Indù al pro­prio interno, di come giustificare l’apparente politeismo in­diano con l’idea del G.A.D.U. Problema che fu superato in quanto la filosofia e la religione indù prevede, comunque, un’unità spirituale data da Brahama, spirito creatore di tutto e scintilla dell’universo.

Su questo aspetto è paradigmatica la poesia “Loggia Madre”di Kipling nel punto dove recita: “Ognuno rifacendosi al Dioche meglio conosceva. L’uno dopo l’altro si parlava … con Mao­metto, Dio e Shiva che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste”

In India la nostra Istituzione non aveva velleità rivoluzionarie, ma solo quella di far crescere il mondo interiore di ogni singolo Fratello.

Diversa è stata la percezione della Massoneria nelle Americhe, in quanto la nostra Istituzione ha avuto, in questi Paesi, la fun­zione di risvegliare le coscienze con uno spirito rivoluzionario, promuovendo e contribuendo all’indipendenza dal giogo delle potenze europee.

Da cui la domanda: la Massoneria se serve può essere consi­derata rivoluzionaria ed è stata rivoluzionaria?

Dipende dal significato che diamo a questa parola.

Se con “rivoluzionaria” intendiamo il rovesciamento dello sta­tus quo, in qualche modo la Massoneria potrebbe essere con­siderata tale, perché essa tende a non sopportare gli ambienti e le situazioni prevaricanti, costringenti, limitative della libertà di pensiero. Per cui, se il proprio seme germoglia in una realtà dove questi diritti vengono negati o limitati, la Massoneria, che propugna uno spirito libero (meglio, è essa stessa per de­finizione Libertà) nel pensiero, nelle idee, nel confronto, non può e, per me, non deve essere spettatrice, ma deve agire op­ponendosi anche al potere costituito, che opprime quel Paese, quella Società, quel gruppo di persone.

D’altra parte, la Massoneria non è rivoluzionaria senza se e senza ma, per partito preso, movimentista e contro il potere costituito, e ne è un esempio il fatto che, al momento della no­stra Iniziazione, dichiariamo fedeltà alla Repubblica Italiana ed alle sue leggi ed in primo luogo alla Costituzione.

Per cui vedo con grande difficoltà la possibilità che un anar­chico possa condividere un’esperienza in Massoneria, come, in senso regolare, non è accettata una Massoneria che non crede nel G.A.D.U.

Nella storia della nostra Istituzione si sono avute parecchie te­stimonianze in tal senso. Si pensi a quando i Massoni hanno non solo appoggiato teoricamente le idee illuministe, ma le hanno praticate partecipando alla Rivoluzione delle Colonie Americane contro la                       Bretagna, alla Rivoluzione francese nelle cui fila hanno militato tanti Fratelli, alla carboneria ita­liana, ai movimenti indipendentisti ottocenteschi in America Centrale e Meridionale.

Tra i Padri Fondatori degli USA figurano vari Fratelli Massoni, a partire da Giorgio Washington e Beniamino Franklin, men­tre Simon Bolivar fu l’eroe dell’indipendenza di Bolivia, Co­lombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela e Benito Juarez, primo presidente indio del Messico liberale si oppose alla dittatura di Antonio Lopez de Sant’Anna.

Tutti questi furono Fratelli Massoni.

Universalismo e Massoneria, Diritti dell’Uomo e Massoneria, Società delle Nazioni e Massoneria, ONU e Massoneria, Croce Rossa e Massoneria. La nostra Istituzione viene da lontano, ha percorso molta strada e molta strada ancora l’aspetta.

La diffusione del pensiero massonico, i valori ed i caposaldi della Massoneria sono oramai patrimonio del sentire co­mune e sono diffusi in tutto il mondo, le dittature e gli stati autoritari non li amano, invece i giovani Stati e le giovani de­mocrazie sono attratti da essi: si pensi, negli anni venti del secolo scorso, cosa avvenne in Turchia con il movimento dei “giovani Turchi” capeggiato da Mustafà Kemal detto Ataturke la “rivoluzione” laico-massonica che fece uscire quel Paese da secoli di arretratezza e chiusura culturale.

In tutto il continente africano la Massoneria si sta diffon­dendo sempre più a macchia d’olio, anche se originaria­mente ispirata e portata dai colonizzatori europei.

In Cina, partendo da Hong Kong e Taiwan, sta riprendendo qualche vigore anche nella Cina popolare.

Nell’Est Europa la rinascita delle Logge è coincisa con la ri­nascita della democrazia.

In URSS esistette fino al 1922, anche se pure durante l’im­pero zarista fu ostacolata, ora dal 1992 con la Loggia Armonia sta di nuovo rifiorendo: il libero pensiero ha bisogno di pra­terie sconfinate.

Particolare è la situazione di Cuba, in quanto il Castrismo non l’ha mai osteggiata: anzi è stata ed è una convivenza ben riu­scita, determinata dal fatto che la Massoneria cubana si è sempre professata apolitica: vivi e lascia vivere.

Spesso si sente dire che la Massoneria governa il Mondo: direi che in modo più credibile la Massoneria semplice­mente cammina per le strade del mondo. L’ecumenismo massonico tramite i propri ideali permette ai Massoni di sen­tirsi tutti Fratelli.

Tra la simbologia massonica c’è il disegno di un cerchio con un punto nel mezzo: ciò significa che il punto centrale è il massone e la circonferenza è il mondo che lo circonda e di cui è parte.

Nel 1926 Mussolini sciolse tutte le Logge e così fece anche la Spagna franchista. Più recentemente nell’Iraq di Saddam Hussein era addirittura prevista la pena di morte per chi si dichiarava Massone.

Ho detto all’inizio di questo mio scritto che il Mondo è da in­tendersi sia come iniziatico, sia come profano.

Nel mondo profano la credibilità che nella società civile un’idea massonica possa costituire la strada maestra per te­stimoniare la positività del pensiero Massonico spesso, in passato, ma anche ora, dipende dalla misura in cui i suoi lea­der testimoniano la sua validità.

In passato anche le religioni si trasmettevano in tal modo :per esempio, tra i non Cristiani la diffusione della religione cristiana spesso derivava dal fatto che il re o il principe di un popolo accogliesse questo nuovo credo; ne sono testimo­nianza la conversione dei popoli germanici (per esempio Clo­doveo per i Franchi) e della Russia con il principe Vladimir.

In Massoneria, il fatto che a capo di essa, in alcuni Paesi (si pensi ad esempio alla Gran Bretagna, alla Svezia, agli USA) ci siano o ci siano stati capi di Stato o personaggi di spicco del potere costituito, certamente ha influenzato positiva­mente la diffusione dei valori massonici in quel territorio (nella metà del ’700 non essere massone tra i nobili o i po­tenti significava non “essere alla moda”).

Anche in Italia, alla fine dell’800 – primi del ’900, il fatto che molti uomini di governo fossero Massoni, nonostante l’av­versione della Chiesa Cattolica, contribuiva non solo alla dif­fusione della Massoneria, ma ne esaltava la sua credibilità anche nel mondo profano.

Interessante è rilevare come la Massoneria non solo in India, come ho detto prima, è stata di ampie vedute, ma anche in altri Paesi ha assorbito la cultura locale se è vero, come è vero, che addirittura in Zaire, pur mantenendo intatti i propri prin­cipi, ha dato vita ad un particolare rito detto appunto “zairese”. In tale variante locale, gli appellativi di alcuni gradi fuoriescono dalla terminologia tradizionale per assorbire, al proprio in­terno, le tradizioni iniziatiche africane, in particolare bantu. Per esempio, tra i sette gradi di cui si compone è stata introdottala figura del “Maestro della Foresta” giustificata dal fatto che, nel continente africano, molte iniziazioni, per esempio l’entrata nella pubertà per i maschi, sono contrassegnate dalla sfida del­l’uomo con le forze della natura, e tra queste c’è la foresta nel suo insieme.

Questo sincretismo è forse molto distante dal nostro modo di sentire la ritualità come un caposaldo della tradizione, ma anche questo significa che la Massoneria è alla ricerca anche di sé stessa e delle proprie tradizioni sulle strade del mondo.

La Massoneria è certamente tradizione ed i propri riti non sono fini a sé stessi, bensì sono parte dell’amalgama che ci fa sentire tutti Fratelli; da ciò penso potrebbe discendere che il solo cam­biamento di un nome, però mantenendo la sostanza e la ritua­lità tradizionale, non svuoti la nostra Istituzione anzi la arric­chisca, come lo è per il rito zairese su citato.

Per esempio, se si osserva l’iconografia cristiana a seconda delle latitudini, anche la nostra europea, Gesù, La Madonna e San Giuseppe prendono le sembianze Nord Europee, Sud Eu­ropee, Sud Americane, Africane, Orientali. I vari modi di rap­presentare le statuette del presepe ne sono la prova visibile e tangibile, raffigurando i vari personaggi con le caratteristi che somatiche e culturali (abbigliamento, cibo ecc.) dei vari Paesi.

Certamente questa diversità iconografica non solo non ha stra­volto la Chiesa, ma nemmeno i suoi riti; anzi l’ha portata con vigore sulle strade del mondo: anche questo è ecumenismo.

Pensiamo anche alla lingua utilizzata durante il rito, ad esem­pio, nel Cattolicesimo la Messa: il Concilio Vaticano Secondo ha abbandonato la liturgia in latino anche se, in teoria, il fatto che a tutte le latitudini si utilizzasse una sola lingua avrebbe dovuto dare un’omogeneità. Ho detto in teoria, in quanto la lingua latina non era compresa dalla maggioranza della popo­lazione, per cui quello che poteva essere inteso come un punto di forza, l’omogeneità linguistica, era finito per diventare un punto di debolezza ed un freno per la diffusione del pensiero cristiano ed un allontanamento dalla spiritualità religiosa.

È come se i nostri rituali fossero solo in inglese o francese: chi li  seguirebbe? Solo pochi poliglotti.

Per noi massoni è fondamentale ritrovarci nel Tempio ed è in quel frangente, con grande libertà intellettuale che ognuno di noi esprime i propri pensieri di fronte ai Fratelli, non dando luogo ad un dibattito, ma ad un insieme di pensieri unici che mirano a far riflettere tutti gli astanti affinché ciascuno dei pre­senti possa trarre giovamento dalle opinioni degli altri.

In questi nostri lavori, ascoltando i Fratelli, ognuno di noi deve scavare dentro di sé per capire se il proprio modo di essere nella società e nel mondo a cui appartiene sia coerente con ciò che sente di condividere e che in quel momento condivide.

Contrariamente a quanto accade nella Camera dei Gradi Azzurri durante i lavori del Rito non è vietato parlare di Politica e di Re­ligione, ma non nel senso che si debba fare politica o si debba disquisire di temi dogmatici (anche se non ci vedrei nulla di strano nel farlo), ma Politica e Religione in un senso immanente, costruttivo, contribuendo con idee anche nuove al migliora­mento del vivere comune contestualizzando la situazione per poi propugnare con i propri comportamenti tutto ciò sulle strade del mondo.

Pensate a che dibattito si sta facendo sulla “questione morale” in politica e nella società civile e quanta incoerenza più o meno accentuata vediamo sia in noi che fuori di noi.

Siamo esseri umani e come tali fallaci altrimenti saremmo il G.A.D.U. che come Entità ideale ed astratta non erra per defini­zione.

Mi sta sempre più stretta questa “paura” che, noi Massoni, ab­biamo di manifestarci nel mondo profano, di dichiararci aperta­mente in esso, a causa dei pregiudizi sulla nostra Istituzione (in parte dipesi, almeno per l’Italia, da errori compiuti da nostri Fra­telli o sedicenti tali: si pensi alla P2; ma esistenti anche in Stati imbevuti di principi massonici come gli USA, che nell’’800 die­dero i natali ad un discusso massone statunitense, Albert Pike, in odore di razzismo).

In fondo lavoriamo per accrescere noi stessi, ma anche e soprat­tutto per il bene dell’Umanità e certamente questo non può es­sere considerato da nessuno un fine esecrabile.

Poi, capire cosa significhi esattamente lavorare per il bene ed il progresso dell’Umanità è tutta un’altra cosa.

Penso che tutti noi si abbia delle priorità nel nostro cuore permettere in pratica questo enunciato che, ripeto, in senso teorico, nessuno può mettere in dubbio.

Modernamente, vedo e vorrei sempre più una Massoneria par­tecipe alla vita civile, compresa quella politica, ma non con il Par­tito dei Massoni (fantomatico partito della Borghesia come, in modo errato, la definì Gramsci nel suo famoso discorso alla Ca­mera del 16 maggio 1925), bensì come un Istituzione composta da uomini che, come tanti infiniti rivoli, si inseriscano, non in modo carsico, ma palese, schioppettante, prorompente, con ca­scatelle anche un po’ rumorose, in ogni anfratto della società ci­vile e nel mondo intero e pulsante, almeno con un’onestà d’intenti ed un’apertura mentale che il nostro essere ci insegna, senza pregiudizi di sorta, con la vitalità del rinnovarsi continua­mente proprio dell’acqua che scorre.

Ripeto: bene le nostre “idee universali”, ma lasciandole “troppo universali” si finisce per teorizzarle troppo e per renderle prati­camente inapplicabili: ecco la necessità dell’adattamento al luogo ed alla cultura, al tempo ed allo spazio, di cui ho detto al­l’inizio di questo scritto (il rito “zairese” ci deve fare riflettere).

Ciò non deve essere visto come la volontà da parte dei Massoni di conquistare il Potere sul mondo, diventando una sorta di Pro­teus del pensiero laico, come vorrebbe dipingere la nostra Isti­tuzione quell’abominevole falso costituito dai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, bensì ognuno esponendo le proprie convin­zioni, proprio come si fa durante i lavori nel Tempio, avere la di­sponibilità di ascoltare gli altri, coloro che la pensano in modo differente da te, provando a spiegare ognuno le proprie idee agli altri e se, per caso, nell’immediato, quelle idee dovessero essere messe in minoranza, con correttezza accettare che, chi ha vinto, decida ciò che deve decidere mentre, chi ha perso, cerchi di ana­lizzare, dentro se stesso e con i propri collaboratori, cosa non è stato all’altezza delle proprie idee e cosa, invece, lo è stato, de­terminando il successo degli uni e l’insuccesso degli altri.

Questa eticità di comportamento e di senso di coerenza nel comportamento, penso che i Massoni la possano irradiare sulle strade del mondo.

Ammesso e non concesso che si possano tracciare delle conclu­sioni a di questo mio scritto, direi che se la Massoneria vorrà pro­cedere incessantemente a percorrere le strade del mondo per lavorare per il progresso ed il bene dell’Umanità, promuovendo i propri valori, dovrà mantenere rigorosamente la sostanza dei propri rituali, dei propri principi, dei propri atteggiamenti, ma di volta in volta, qualora occorra, calibrarli se ciò viene vissuto come una contingenza necessaria e positiva rispetto al luogo di riferimento ed al tempo in cui si vive ed opera.

HIRAM

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LA NUOVA CITTADINANZA RESPONSABILE

LA NUOVA CITTADINANZA RESPONSABILE

di Pietro F. Bayeli

Università degli Studi di Siena

Premessa

La Loggia è una Palestra di Pensiero, quindi di “Dialogo” di “Discussione”. Che tipo di Pensiero? Pensiero, pensieri eterei, puri, evanescenti, fini a se stessi? Voli pindarici, ragionamenti per massimi sistemi? Giochi utopici come i dialoghi sulla purezza, la perfezione, la bellezza, il sospiro dell’universo, il sesso degli angeli?

Talvolta piacevoli divagazioni, talora attrazioni suggestive.

Ma, per favore, qualche volta voliamo basso, scendiamo a terra. Parliamo di ciò che ogni giorno ci affligge (molto) o ci rallegra (poco).

Indagare, sceverare i motivi e la natura delle cose che ci circondano può oltretutto alleggerire le afflizioni, accentuare le rare soavità. Parlandone ci chiariamo gli aspetti, i problemi, conosciamo meglio l’essenza di queste espressioni dell’umana attività e così, forse così, solo così, possiamo trarne un qualche profitto, un qualche vantaggio, un tentativo per migliorare la vita nostra e dei nostri simili.

È l’accettazione dei problemi e il tentativo di risolverli che allevia l’irritazione, l’insofferenza, la ribellione, mentre è il contrasto, la ricusa che li accentua e li aggrava.

Compenetrare le ragioni di un evento, di una azione, capire le motivazioni di un sentimento, di una convinzione, siano queste di tipo letterario, scientifico, storico, politico, sociale o filosofico, ce le avvicina, ce le fa sentire nostre, ci rivelano e ci conducono ad uno stato o di piena partecipazione oppure di completo distacco, di grande rifiuto, ma comunque sicuramente in entrambe i casi ci poniamo in una definitiva,

compiuta, serena decisione, liberi dalle incertezze e dalle ansie di una scelta dubbiosa. Prima, inesplorati, ci trovavamo nel dubbio e nel relativismo di una incertezza sofferta, dopo, conosciuti, nella pacata sicurezza di una accettazione o di un rifiuto. Tranquillità di una convinta decisione. Nascono così temi di studio strettamente attinenti al quotidiano della nostra vita, ai nostri tempi, ai nostri luoghi, alle nostre problematiche come ad esempio: immigrazioni, tasse, incidenti, accidenti, patologie, economia, scienza, storia, cultura, letteratura, arte … Basta sfogliare una enciclopedia per trovare mille motivi di reali, sentite e partecipate argomentazioni. Qui ora proponiamo un tema.

La Cittadinanza

Cosa e? Burocraticamente è l’insieme degli abitanti di una città, ai quali il Comune di residenza rilascia, dall’ufficio di stato civile, il Certificato di Cittadinanza, la Carta d’Identità. Ma, come è misera questa definizione, insoddisfacente, deludente. In senso lato e molto più profondo la Cittadinanza è il vincolo di appartenenza, di affinità, di un individuo ad una città, ad una regione, ad uno stato, ad una etnia con

i suoi usi, costumi, consumi, abitudini, lingua e cultura. Oltre a tutto questo, insito nell’intimo di ogni persona, la Cittadinanza è anche diritto politico di voto, diritto civile di istruzione e di aiuto-assistenza sicurezza sociale (welfare), ma è anche un dovere etico di responsabilità e di osservanza di leggi, civili, penali, economiche. Insomma una Cittadinanza completa si identifica nella percezione della propria identità, cioè nella consapevolezza e nell’orgoglio delle proprie radici, del proprio passato, della propria storia, della cultura, della lingua e nel rispetto delle norme e delle leggi. È vero che la Cittadinanza ha acquistato oggi un carattere antropologico dinamico a causa della globalizzazione (comunicazioni in tempo reale, rapidi viaggi, scambi culturali) e delle intense immigrazioni che stanno investendo l’Europa, il sud dell’Europa, l’Italia in particolare, sicuramente mal regolate o respinte dai paesi di arrivo. La Cittadinanza tende idealmente ad uscire dai confini di un paese, di uno stato, di una nazione e presenta quindi una complessità di significati che vanno dal giuridico, al legale, al sociale, al politico, all’etico, al morale. Il nucleo centrale del problema della Cittadinanza, in questa intensa fase migratoria e globalizzante, sta comunque nel a chi concederla e nel come darla.

Non esiste discussione per lo Ius Sanguinis valevole e tipico delle popolazioni stanziali anche se l’idea di nazione etnica e chiusa sta in verità tramontando. L’aspetto giuridico dello Ius Sanguinis trova la soluzione nella propria definizione: chi nasce da genitori italiani in territorio italiano è, una volta denunciato all’Ufficio di Stato Civile, automaticamente cittadino italiano. È lo Ius Soli con i suoi aspetti giuridici e legali il vero motivo del contendere. Esiste infatti il timore che lo Ius Soli, non opportunamente regolamentato, snaturi l’identità Italiana, soprattutto se, come ora, porte e finestre sono aperte a tutti in un paese già sovrappopolato come il nostro, in profonda crisi politica, economica, sociale, morale, ed afflitto da altissima disoccupazione giovanile. Secondo la legge 91/1992, attualmente in vigore, chi nasce in Italia da genitori immigrati (stranieri) acquisisce il diritto di Cittadinanza dopo la maggiore età, quando cioè, dopo i 18 anni, generalmente si ritiene che sia sufficientemente maturo e omologato per cultura, per patente di guida, per diritto di voto e soprattutto per una libera ed oculata scelta della propria identità di cittadino. I due adulti, suoi genitori, avranno invece acquisito il diritto di cittadinanza dopo 10 anni di stabile e proficua residenza sul territorio nazionale. Ma

lo Ius Soli non è poi così rigido poiché permette la cittadinanza ai nati in Italia, figli di genitori sconosciuti, oppure nati anche all’estero purché apolidi. Gli aspetti legali si estendono anche per eventi successivi alla nascita come il matrimonio, l’adozione, il servizio militare, il pubblico impiego, oppure per eminenti servizi resi all’Italia.

Vi è, tuttavia, anche chi vorrebbe aprire il diritto di cittadinanza a chiunque nasca nel territorio nazionale, sbilanciandosi, noncurante dei problemi degli autoctoni,

verso una totale perdita di identità da parte dei cittadini del paese ospite. Questa radicale presa di posizione solleva il problema politico del diritto di voto e può introdurre anche il velato sospetto del voto di scambio. Naturalmente per quegli immigrati, dal casellario giudiziario intonso, che lavorano nel territorio nazionale e partecipano fiscalmente alla economia del paese, il godimento dei benefici sociali (welfare) viene

a costituire un diritto. Logicamente lo Ius soli, senza restrizione alcuna, trova la sua più razionale giustificazione nei paesi con vaste aree a bassa densità abitativa per cui il processo immigratorio si tramuta in una fortunata opportunità sia per il migrante che per il paese ospite. Invece i paesi Europei tendono a privilegiare lo Ius Sanguinis soprattutto a causa dell’alta densità abitativa dei propri cittadini autoctoni per i quali gli spazi risultano assai limitati.

Lo straniero, l’immigrato che vive in un nuovo paese se non si amalgama con gli autoctoni che sono in maggioranza e vivono di abitudini, costumi e rapporti interpersonali ormai codificati, storicizzati, secolarizzati, finirà per vivere e far vivere male e con sospetto, lui e gli abitanti del posto. È una legge naturale e lapalissiana: il branco non può sottostare al singolo o a pochi a meno ché questi ultimi non assumano una posizione di guida, di comando, di leader. È, bensì, il singolo, i pochi che devono uguagliarsi al branco se desiderano convivervi e, essendo venuti da fuori, appare evidente  che lo desiderino. È l’ospite che si omogeneizza con la famiglia, è il filo dell’olio

che nella maionese si amalgama con il tuorlo d’uovo, altrimenti la famiglia lo rifiuta, la maionese impazzisce. Il dinamismo imposto dalla globalizzazione determina un rimescolamento della società ed è qui il precario punto di equilibrio che si vorrebbe e dovrebbe raggiungere tra

popolazione stanziale ed immigrati: un rimescolamento ed una reciproca accettazione di culture, usanze, costumi diversi ma nella responsabile consapevolezza che ciascuna delle due parti dovrà abbandonare qualcosa del suo passato ed accettare almeno parzialmente nuove visioni future. Così è accaduto in passato (le invasioni barbariche), così avviene nel presente ed avverrà nel futuro. Con i suoi lunghi tempi di maturazione, si crea così una Nuova Cittadinanza responsabile.

Nuova in quanto multiculturale: alla antica cultura ed alle radici religiose del posto si aggiungono nuove schegge di cultura e di fede religiosa; Cittadinanza è assumere una nuova identità sia per lo straniero che non deve essere più tale, sia per l’autoctono che non deve

perdere la propria identità ma solo arricchirla, ampliarla, proiettarla nel futuro, così come tante volte è già avvenuto nel passato. Tutto questo nel pubblico senza necessariamente ledere nel privato le libertà

individuali. Ciascuno può esprimere nel proprio intimo, nella privacy della propria famiglia o del proprio clan, gli usi i costumi le abitudini che si è portato dietro e con i quali desidera e necessita convivere per non soffrirne la mancanza, per non subire una languorosa sensazione di vuoto o soccombere alla mestizia di un melanconico ricordo. A tale proposito rammento le comunità russe presenti negli Stati Uniti che, seppure socialmente aperte e perfettamente amalgamate con il quotidiano statunitense, mantengono vivi i loro usi e i loro costumi, festeggiano nei propri incontri le loro ricorrenze, le loro feste senza per

questo chiudersi al mondo esterno. Saranno le generazioni future, nate, allevate nel paese di arrivo ad anestetizzare la memoria del passato, ad amalgamare le tendenze del futuro.

Responsabile: inutile combattersi, contrapporre con più o meno dispregio le rispettive culture. l’immigrazione è ormai avvenuta, il fenomeno esiste e non è sopprimibile, va invece regolato, articolato secondo un criterio razionale e responsabile di cessioni e di acquisizioni da entrambe le parti.

Per una Nuova Cittadinanza responsabile occorre una cessione etnica sicuramente maggiore per la parte ospitata, migratoria, minore per la parte ospitante, stanziale. Il multiculturalismo se accettato con equanimità da entrambe le parti, seppure con la prevalenza etnica degli stanziali porterà, come per il passato, una visione culturalmente allargata, una maturità intellettuale capaci nel complesso di far progredire l’umanità. Uno sguardo al passato, seppure per lotte e contrapposizioni a volte feroci, sia per alti e bassi nella etica storica dell’uomo, ci conferma quanto andiamo affermando.

Si giunge ad un riequilibrio solo dopo estremismi più o meno violenti, quasi necessiti una sofferenza maturativa, una catarsi purificatrice.

Le due identità devono fondersi, pubblicamente e col tempo anche privatamente, stabilito che le migrazioni sono un fenomeno antropologico inarrestabile: ma inarrestabile non vuol dire non regolabile, non governabile, altrimenti si torna indietro nei secoli, alle invasioni barbariche, dove la fusione avveniva a fil di spada. La civiltà attuale deve essere in grado di mitigare le asperità del fenomeno, valutando le opportunità di una immigrazione, ma nel contempo

sostenendo le prerogative ed il benessere dei propri concittadini.

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A MASSONERIA IN CECHIA TRA PASSATO E PRESENTE

LA MASSONERIA IN CECHIA TRA PASSATO E PRESENTE

di Mauro Ruggiero

Università Carlo IV di Praga

Le origini e il periodo asburgico

La Massoneria vanta nella regione dell’attuale Repubblica Ceca un’antica e ricca tradizione. Pare che la prima Loggia sul territorio dell’allora Sacro Romano Impero sia stata fondata proprio a Praga il 26/6/1726 dal Conte F.A. Špork ma, ad oggi, a testimonianza di tale evento, resta solo una medaglia. La Loggia si chiamava Zum Drei Sterne (Alle Tre Stelle) e sorgeva nell’attuale sede delle Poste Centrali

di Praga non lontano dalla Piazza di San Venceslao. Intorno al 1741, sempre a Praga, vennero fondate altre due Logge:  una ad opera di alcuni ufficiali francesi sull’isola di Kampa vicino al Ponte Carlo, chiamata Les trois cannons (I tre cannoni), e un’altra, successivamente, dal generale sassone Rutowsky. Molte altre Logge innalzarono le colonne nel corso del XVIII sec. considerato il periodo di massimo splendore per la Massoneria in Boemia grazie all’appoggio

dei sovrani Giuseppe II d’Asburgo e di suo fratello Leopoldo Granduca di Toscana. Giuseppe, sovrano illuminato, nel 1781 abolì le discriminazioni religiose e razziali tra protestanti e cattolici e promosse l’emancipazione della nutrita comunità ebraica presente a Praga. Con l’ascesa al trono di Francesco II, nel 1794 la Massoneria venne messa fuori legge dagli Asburgo preoccupati dagli ideali di libertà e dai venti di cambiamento che spiravano dalla Francia postrivoluzionaria. Dopo la chiusura delle Logge, in ben due occasioni si tentò la rinascita: per la prima volta nel 1811 e successivamente nel 1848 in seguito all’ondata dei moti rivoluzionari che avevano sconvolto l’Europa della Restaurazione ricordati come “Primavera dei popoli”, ma in entrambi i casi senza successo. Dal 1867, nonostante la proibizione degli Asburgo, la Massoneria era fiorente in Ungheria così come in Germania. Si vennero in questo modo a creare in Austria e sul territorio ceco le cosiddette Logge di frontiera sotto il controllo della Gran Loggia Simbolica d’Ungheria. L’amministrazione austriaca,

pur essendone a conoscenza, non ne ostacolò lo sviluppo, visti gli scopi prevalentemente filantropici delle Logge. Queste Officine erano di lingua tedesca così come la maggior parte dei membri, ma faceva parte di esse anche una minoranza ceca che sarebbe stata in seguito l’artefice della rinascita della Massoneria cecoslovacca.

Fin dalla sua origine il movimento massonico in questa Regione si distinse soprattutto per il suo carattere fortemente sovranazionale. Tra i Massoni dell’epoca spiccavano il fisiologo e biologo Jan Evangelista Purkyně e Ignaz Born che insieme ad altri nomi illustri attivi in Logge di diversi Paesi, contribuirono al processo di rinascita nazionale di stati come l’Austria, la Cechia e l’Ungheria. Membri importanti furono anche gli storici Ignaz Cornova, Rafael Ungar, bibliotecario della Biblioteca Universitaria, e lo storiografo moravo Otto Steinbach che contribuirono alla presa di coscienza e alla formazione di un’identità nazionale ceca, nonché al sorgere di una nuova scienza letteraria e storiografica nel Paese. Il maggior contributo dei Massoni alla società dell’epoca fu l’aver favorito la nascita di gran parte delle istituzioni scientifiche e culturali della Nazione quali: l’Accademia delle Scienze, il Museo Nazionale di Praga, la Galleria Nazionale, il Museo di Brno, il Teatro degli Stati e la Biblioteca Nazionale. Ma gli esempi più concreti, fiore all’occhiello dell’attività filantropica della Massoneria, furono l’orfanotrofio praghese di San Giovanni Battista, creato dalla Loggia  Alle Tre Stelle Coronate nel 1773 e l’Istituto per sordomuti fondato dalla Loggia Alle Nove Stelle nel 1756, tra i primi al mondo e ancora attivo nell’edificio neorinascimentale ai piedi della collina di Petřin.

La nascita della Repubblica Cecoslovacca Lo Stato Cecoslovacco, nato il 28 ottobre del 1918 alla fine della Prima Guerra Mondiale dalla dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico, consisteva negli attuali territori della Repubblica Ceca e della  Slovacchia, ma comprendeva diversi gruppi etnici costituiti da Slovacchi, Polacchi, Ungheresi e Tedeschi, oltre che dai Cechi. Questo periodo che va dal 1918 al 1939, viene ricordato come “Prima Repubblica”, momento felice della storia cecoslovacca in cui gli ideali massonici coincisero pienamente con quelli democratici della neonata Nazione. I Massoni giocarono un

ruolo fondamentale nell’integrazione dei diversi gruppi etnici che formavano la nuova Repubblica Cecoslovacca e nella pacifica risoluzione dei contrasti creatisi in seguito ad un’unificazione tutt’altro che facile. Testimonianza di tale impegno volto a consolidare la tolleranza etnica e religiosa è un documento basato sul codice etico

massonico che sancisce la cooperazione tra Logge di lingua ceca e tedesca presenti sul territorio. La nascita della Cecoslovacchia nel 1918 segnò per la Massoneria il risveglio da un lungo sonno durato 120 anni. Inebriati dalla conquistata indipendenza, i Massoni cecoslovacchi si impegnarono a servire la patria, e la Repubblica vide in loro una avanguardia elitaria della società nuovamente costituita. Più che dalla ricca tradizione del XVIII sec., i fratelli cecoslovacchi furono influenzati dalle Logge francesi, inglesi e italiane, e videro le proprie fila accrescersi sempre più di scienziati, diplomatici, medici, artisti e personaggi illustri dell’epoca. Particolarmente rilevante in questo periodo fu la figura di Alfons Mucha, pittore e scultore ceco tra i maggiori artisti dell’Art Nouveau e Gran Maestro della Massoneria cecoslovacca, i cui ideali massonici influenzarono molto anche la sua arte. Nonostante la rapida crescita delle Logge, nel periodo considerato, mantenne la prevalenza numerica la Gran Loggia tedesca Lessing zu den drei Ringen rappresentata da circa 30 Logge di tedeschi cecoslovacchi presenti in molte città della Cechia.

Il 28 marzo del 1919, all’obbedienza della Serenissima Gran Loggia Nazionale d’Italia, nasceva la Loggia Narod il cui Maestro Venerabile veniva insignito del 33° già nel giugno dello stesso anno. La Loggia Narod, insieme alla Loggia 28. řijen (anch’essa fondata dalla Gran Loggia italiana) e altre logge minori: Dilo, Fugner, Dobrovsky, Šafařik, Tyn, ottenuta l’indipendenza dalla Gran Loggia italiana e in seguito

alla creazione di un Supremo Consiglio dei 33°, formarono il 29 dicembre 1919 la Gran Loggia della Cecoslovacchia, riconosciuta dalla UGLE. Fino al 1921 la Grande Loggia della Cecoslovacchia e la Loggia Jan Amos Komensky, fondata sotto il patrocinio del Grande Oriente di Francia, lavorarono in piena autonomia e senza alcun tipo di contatto ufficiale. Solo nel 1922 si decise che entrambe le Obbedienze avrebbero dovuto unirsi, insieme ad altre Logge fino ad allora considerate irregolari. A questo punto il maggior problema consisteva nella mancanza di esperienza massonica. I membri fondatori della Loggia erano stati accettati per meriti storici e senza una vera e propria cerimonia d’iniziazione regolare e, come se non bastasse, la Loggia Jan Amos Komensky non era di Rito Scozzese e si avevano non poche difficoltà con la traduzione dei riti. Mancavano una conoscenza del vocabolario massonico, una rigorosa tradizione e una dettagliata conoscenza delle cerimonie. I lavori di Loggia venivano effettuati secondo  i rituali italiani in seguito sostituiti da altri in lingua francese e ungherese e, solo agli inizi degli anni ’30, si cominciò a lavorare secondo i rituali inglesi estesi successivamente

a tutte le Logge. La situazione si chiarì il 28/05/1922 a Losanna. Il Consiglio Supremo di Svizzera rinnovò la Gran Loggia della Cecoslovacchia creata il 29/12/1919 in modo tale che in essa potessero essere rappresentate sia l’obbedienza italiana che quella francese e riunì tutte le altre Logge che avevano aderito precedentemente sotto la sua obbedienza. Nel 1923, della rinnovata Gran Loggia di Cecoslovacchia, facevano parte le Logge: J. A. Komensky, Narod, Josef Dobrovsky di Plzen, 28. řijen e Dilo. Cessarono i lavori delle Logge Dobrovsky di Praga, Tyn e Fugner. Intanto la Gran Loggia italiana aveva  in patria problemi più urgenti da risolvere a causa dell’avvento del fascismo e i contatti con la Cecoslovacchia si affievolivano sempre di più. La fusione dei due rami massonici giovò molto alla GLCs; i membri dei diversi riti seppero fondere le diverse tradizioni per costruire una stabile struttura interna e per una futura espansione della Gran Loggia.

Fuori dalla Gran Loggia Cecoslovacca rimanevano le Logge tedesche di cui una parte riunita nella Gran Loggia Lessing e altre irregolari che negli anni ‘30 crearono la Loggia Most, esempio dell’interessante fenomeno delle Logge linguisticamente miste nelle quali si lavorava alternando il ceco ed il tedesco. La Loggia Most venne fondata il 29 novembre 1925 da sette Maestri della Gran Loggia Lessing zu den drei Ringen. Tale Loggia nasceva con lo scopo di superare le restrizioni di lingua e nazionalità applicate dalle due Gran Logge esistenti sul territorio. Da qui il nome Most, in italiano “ponte”. Le Logge Most di Brno (1927), Bratislava (1930), Tabor (1932) e successivamente la Baruch Spinoza di Praga (1933), formavano la cosiddetta Unione dei Ponti che verrà trasformata nel 1933 nel Grande Oriente di Cecoslovacchia creato sulla scia del Grande Oriente di Francia. Le Logge erano multietniche con rituali in ceco e tedesco in Boemia, e in slovacco, tedesco e ungherese in Slovacchia. Nel 1947 anche la Loggia

Most passava all’obbedienza della Gran Loggia della Cecoslovacchia.

L’occupazione nazista e il comunismo Anche sotto la pressione del pericolo nazista alla vigilia degli Accordi di Monaco, le Logge cecoslovacche e tedesche mantennero relazioni fraterne molto strette

fino alla decisione, nel 1939, di entrare in sonno perché impossibilitate dagli eventi a mantenere fede al principio di lealtà alle

leggi dello Stato. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale l’attività massonica fu discontinua a causa del fatto che molti Massoni erano impegnati nella resistenza e sui fronti stranieri dove in molti persero la vita. I nazisti perseguitarono, torturarono, arrestarono e uccisero molti di essi. I lavori della Gran Loggia Cecoslovacca ripresero il 26 ottobre del 1947, ma la rinascita fu molto breve. Nel febbraio del 1948

l’allora massone e Presidente della Repubblica Edvard Beneš si dimise in seguito alla presa di potere dei comunisti. Da questo momento in poi la posizione della Massoneria nel Paese si fece sempre più difficile tanto che la Gran Loggia decise di sospendere i lavori delle 15 Logge ed entrare nuovamente in sonno l’1 di aprile del 1951. Per molti Massoni significò l’esilio. Oltre 300 fuggirono all’estero e diedero vita a Logge in Germania, USA, Francia e Inghilterra. Gli altri, rimasti in patria, dovettero aspettare altri 40 anni, prima di vedere risorgere nella propria terra la fenice massonica, nel 1990, in seguito al crollo del comunismo.

Il nuovo corso Nel 1990, dopo 41 anni di sonno, sono state gettate le fondamenta dell’attuale struttura della Massoneria in Cechia. Anche se un primo tentativo di creare delle Logge illegali era già avvenuto nel 1988 durante il comunismo, solo dopo il 1989 si assiste ad una rinascita delle Logge con il ritorno dei Massoni dall’esilio. A causa della diversa provenienza di questi ultimi e della disomogeneità con la quale tale processo è avvenuto, oggi esistono in Repubblica Ceca varie obbedienze massoniche attive contemporaneamente di cui 3 hanno il carattere di Gran Loggia. Alcune di queste Logge rientrano nelle giurisdizioni massoniche superiori internazionali, altre, invece, funzionano su princìpi nazionali. Anche queste ultime però, nate agli inizi del ’90 grazie all’efficace aiuto di Massoni stranieri, prima di svilupparsi e consolidarsi autonomamente, facevano capo a Gran Logge con sede in altri Paesi europei. La Gran Loggia della Repubblica Ceca

(VLČR) è riconosciuta dalla UGLE e   mantiene rapporti di amicizia con tutte le 156 Gran Logge regolari della Terra. La Loggia non ammette le donne e si serve del Libro della Legge Sacra. All’obbedienza della GLRC vi sono circa 600 membri (la cui età media si aggira intorno ai 45 anni). Le 24 Logge che la compongono sono quattordici nella città di Praga (Santini; Alfons Mucha; Dilo; Hiram; La Sincerite; Most; Narod; U tři hvězd; Quatuor Coronati; Petra Solaris; Dilna lidskosti; Jan Kollar; Comenius 17.11.1989; Sibi et Posteris) una a Plzen (Josef Dobrovsky);

una a Marianske Lazne (Goethe v udoli miru); due a Brno (U vychazejiciho Slunce; Cestou světla); una a Ostrava (Lux in tenebris). Di esse una è francofona (Alfons Mucha), una anglofona (Hiram), una tedescofona (La Sincerite)  e una italofona (Santini); le altre lavorano

in lingua ceca. A Bratislava, in Slovacchia vi sono tre Officine (Kosmopolis; Libertas; Humanizmus). La Loggia Kosmopolis è una Loggia multilingue e venne fondata per lavorare in cinque lingue: ceco, slovacco, tedesco, inglese e francese. Gli Slovacchi anche dopo il 1 gennaio 1993, anno in cui la Cecoslovacchia si è divisa nelle Repubbliche indipendenti ceca e slovacca, sono rimasti a lungo sotto la Gran Loggia della Cecoslovacchia che nel frattempo prende il nome di Gran Loggia della Repubblica Ceca, perché non raggiungevano le tre

Logge necessarie per creare una propria    Gran Loggia che è stata creata successivamente il 21 marzo del 2009. Importante sottolineare la presenza nella GLRC di molti Massoni stranieri. La seconda giurisdizione per numero di affiliati in RP era quella del Grande Oriente

Ceco, più piccola della prima, con all’obbedienza poco più di 120 membri. Il GOC nasce nel 1993 quando tre Logge all’obbedienza del Grande Oriente di Francia, si dividono da questo riunendosi però sotto il suo patrocinio, creando così un’obbedienza autonoma costituita da sei Logge di cui una in sonno. Due di queste Logge si trovano a Praga (Comenius 17.11.1989; Dilna lidskosti); una a Brno (Cestou světla); una ad Ostrava (Lux in tenebris); una a Horomerice (Slunečni kamen) e una a Podivin (Bratrstvi). Le donne non sono ammesse. Il Grande Oriente Ceco era riconosciuto dal Grande Oriente di Francia e dagli altri Grandi Orienti da quest’ultimo riconosciuti. L’8 marzo 2008, il Grande Oriente Ceco si è unito, ad esclusione di due Logge, alla Gran Loggia della Repubblica Ceca. Alla celebrazione dell’evento erano presenti rappresentanti delle maggiori Grandi Logge europee e Massoni di vari paesi del mondo. Vi sono poi altre 4 obbedienze, rispettivamente: Humanitas Bohemia, con circa 50 iscritti operanti in quattro Logge (due a Praga, una a Ceske Budejovice, e una a Litomerice) di cui tre miste e una maschile. La Humanitas Bohemia è stata fondata dalla Gran Loggia d’Italia e oggi fa parte dell’unione internazionale massonica Catena. La Gran Loggia dei Paesi Cechi conta 100 membri circa distribuiti in tre Logge a Praga (2) e a Brno (1), non ammette le

donne ed è riconosciuta dalla Gran Loggia di Francia.

La Loggia Catena d’Unione con 56 membri di cui il 70% donne e un’unica officina a Praga. Riconosciuta dal Droit humaine con sede a Parigi. La Gran Loggia Nazionale Ceca con circa 40  membri, creatasi nel 2011 in seguito ad una scissione della Gran Loggia della Repubblica

Ceca (VLČR) non riconosciuta. Dai dati raccolti emerge che il numero

totale dei Massoni nella Repubblica Ceca si aggira intorno agli 850-900 ma, ogni mese, avvengono nuove iniziazioni. Essi provengono dalle classi sociali medio-alte e hanno    mediamente un elevato grado d’istruzione. Molti i liberi professionisti tra cui uomini d’affari, architetti, medici e un’alta percentuale di farmacisti. Forte anche la presenza di diplomatici, sopratutto stranieri. Fanno parte delle Logge anche alcuni importanti personaggi politici del passato e del presente  tra cui vari ministri e almeno un ex presidente della Repubblica.

L’attuale Massoneria ricostituita negli anni ’90 dopo il grande sonno nel periodo comunista, cerca di riallacciarsi alle gloriose tradizioni storiche ma soprattutto cerca il suo posto nella società moderna. Dopo vent’anni dalla rinascita, le diverse obbedienze iniziano a collaborare grazie all’aiuto esterno. Di grande importanza è stato l’aiuto delle Logge ceche in esilio e soprattutto l’aiuto prestato dalle Logge inglesi, francesi, italiane, belghe e tedesche. In una fase di grandi cambiamenti per un Paese, la Repubblica Ceca, in fortissimo sviluppo economico e sociale, oggi, i Massoni cechi, affrontano la questione fondamentale della loro ragion d’essere lavorando in modo consapevole e responsabile e perseguendo, proiettati verso il futuro, il perfezionamento morale dell’uomo e il progresso dell’umanità rimanendo però fedeli alle antiche regole e nel rispetto delle secolari tradizioni.

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L’UTOPIA MASSONICA

L’UTOPIA MASSONICA

di Santi Fedele

Università degli Studi di Messina

La cultura che ci consente di interpretare il mondo in cui viviamo e possibilmente di trasformarlo è anche consapevolezza delle nostre radici, di un patrimonio ideale che, depurato dagli elementi contingenti e caduchi, può essere ancor oggi utilmente riproposto come fonte d’ispirazione per affrontare problematiche quanto mai attuali.

Pensiamo ad esempio alla stringente attualità che gli avvenimenti degli ultimi anni, col riproporsi virulento degli integralismi religiosi, hanno conferito all’ideale massonico della tolleranza. Nell’Inghilterra di inizio Settecento, in un paese ancor dilaniato dalle lotte di religione tra protestanti e cattolici si produce un evento straordinario: uomini che pur appartenenti a differenti partiti politici e credi religiosi s’incontrano nelle Logge massoniche, superano attraverso il dialogo steccati paralizzanti, si riconoscono reciprocamente come fratelli.

È un esempio sublime di tolleranza che deve essere richiamato alla memoria e riproposto con forza in tutta la sua pregnante attualità. I massoni praticano la tolleranza come componente intrinseca alla fratellanza. Poche settimane fa a Vibo Valenzia, in Calabria, ho partecipato alla tornata rituale di una Loggia il cui Maestro Venerabile, di origine iraniana, e di fede musulmana.

Sull’altare con la squadra e il compasso erano presenti non uno ma due libri della Legge: La Bibbia e il Corano. E stata un’esperienza meravigliosa. La tolleranza e del resto componente basilare di quella vocazione cosmopolita e umanitaria della Libera Muratoria Universale

che si esalta nella concezione massonica della società aperta, in cui il

pluralismo non viene inteso come statica separatezza di diverse comunità nazionali o religiose ma come convivenza e dialogo di più posizioni: uno spazio condiviso in cui gli uomini possano vivere in armonia e collaborare al miglioramento dell’umana famiglia.

Ma la società aperta per essere autenticamente tale presuppone la laicità dello Stato, la cui neutralità nei confronti delle diverse credenze religiose costituisce strumento di salvaguardia per tutti contro ogni forma di prevaricazione, allo stesso modo in cui la scuola pubblica e per i massoni il luogo deputato a garantire il contemperamento di lealismo costituzionale e integrazione rispettosa delle culture di  stati storicamente i massoni francesi, cui si deve se nel 1905 la Terza Repubblica, la Repubblica massonica come e stata non a torto da taluni definita, perviene all’affermazione della separazione assoluta tra Stato e Chiesa e quindi alla piena e integrale laicità dello Stato, da cui scaturisce il primato attribuito alla scuola pubblica. Se ci riflettiamo per un istante, ci rendiamo conto che l’integrale laicità dello Stato e quindi la parità di diritti riconosciuti a tutti gli uomini indipendentemente dal loro credo politico o religioso e ciò che ha fatto si che la Francia, erede e custode gelosa degli immortali principi dell’89, sia stata per larga parte del Novecento la patria d’elezione di perseguitati politici d’ogni parte del mondo, compresi i massoni italiani andati esuli in Francia per sfuggire alla persecuzione fascista.

La tolleranza, la laicità, vorrei quantomeno accennare ad altri due concetti cardine del contributo che dalla Massoneria e venuto al progredire del mondo in cui viviamo: la virtù e l’armonia. Virtù e armonia per come massonicamente intese sono al sorgere della Massoneria speculativa mirabilmente raffigurati non tanto in trattati filosofici quanto nell’opera musicale di un gigante del Settecento: Mozart. La virtù e intesa da Mozart nel senso di forza interiore, non più determinata dal privilegio della nascita ma dall’esercizio di una pratica di vita virtuosa e dal riconoscimento reciproco tra i giusti. L’armonia come una prospettiva di sviluppo delle potenzialità di ognuno nel rispetto degli equilibri naturali e dei diritti degli altri, come l’ideale di una parabola esistenziale che l’individuo possa percorrere e concludere in pace con se stesso, con gli altri e con il contesto naturale che lo circonda. Mi sia consentito un azzardo: vi e forse un filo che lega questi concetti di virtù e di armonia per come emergono dall’opera del Fratello Mozart e quell’articolo della Costituzione americana, Costituzione anche materialmente redatta da padri costituenti con comprovata appartenenza massonica, in cui si afferma il diritto alla ricerca della felicita: dove ovviamente la felicita non e edonismo, egoistica soddisfazione degli appetiti individuali ma l’esatto contrario: l’appagamento interiore che scaturisce dalla consapevolezza di una pratica di vita virtuosa, di una autorealizzazione rispettosa dei diritti dei propri simili.

Cos’è la Fratellanza per un massone I Massoni praticano quotidianamente la Fratellanza all’interno delle loro Logge m sono animati al tempo stesso da una pulsione costante: allargare la pratica della fratellanza a tutti gli uomini e a tutte le genti, e adoperarsi perché le Colonne del Tempio progressivamente si dilatino sino ad abbracciare l’intera umanità. Vi e un paradosso nell’operare del massone: il massone lavora per la fine della Libera Muratoria, cioè per un futuro, per un tempo ultimo in cui l’affermazione dei principi massonici avrà pervaso il mondo sino al punto da rendere superflua l’esistenza della massoneria come istituzione separata rispetto al resto del mondo profano, pervaso dai nostri ideali. E’ utopia? Certamente. Ma l’utopia e il sale della storia, il fuoco interiore che riscalda i nostri cuori. Quando ero giovane, negli anni che precedettero e seguirono l’esplosione sessantottesca, i rivoluzionari d’allora eravamo soliti dire che ci consideravamo ‘Cittadini d’Utopia’, la citta degli uomini liberi perché eguali ed eguali perché liberi. Oggi, alla luce della maturazione che mi e derivata dall’esperienza di vita massonica, mi sentirei di dire che Utopia e la citta degli uomini liberi ed eguali, perché Fratelli.

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SHOAH E PAROLA

SHOAH E PAROLA

Tonino Nocera

Perché – dopo settanta anni – parliamo ancora di Shoah?

Perché quel passato non deve passare. Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo. Come scrive Eduardo De Filippo in “Napoli milionaria”:«Nun ce penso cchiu? E’ na parola.

E chi po’ scurda!…» Poichè «Un’umanità che dimenticasse Buchenwald, Auschwitz, io non posso accettarla. Scrivo perché ci se ne ricordi» diceva Giorgio Bassani. Non per un rancoroso attaccamento a quanto accadde ma perché quanto accadde è – sinora – un unicum nella storia dell’Umanità. Non sono mancati altri orrori e, purtroppo, altri ne seguiranno sulla Terra. Ma la Shoah non ha eguali: si organizzò e si pose in essere lo sterminio di un popolo e di tanti altri individui: colpevoli solo di essere. Con feroce determinazione e con un metodo industriale. Pertanto, pur potendo (e dovendo) effettuare legittime comparazioni: dobbiamo evitare le semplici analogie.

Ma qual è stato il ruolo della parola nella Shoah? E prima ancora: cos’è la parola, a cosa serve? Nella vita quotidiana ci lega al resto del mondo. Attenti, però, perché con le stesse parole si può dire quello che si vuole, anche cose diverse: come insegna il dispaccio di Ems. Pensate alla parola Massoneria: cos’è realmente e cosa scrivono e pensano tanti profani. O a un articolo di cronaca giudiziaria su un processo con dieci imputati. La sentenza è: cinque assolti e cinque condannati. Un giornale titola: Processo X: 5 condanne; un altro, invece, processo X: 5 assoluzioni.

Entrambi dicono la stessa cosa: raccontano quanto accaduto.

Suscitando diverse reazioni nel lettore. Quindi, fondamentale è il controllo della lingua. Perché la lingua appiattisce, leviga, dà forma alle cose ed è performativa: crea comportamenti.

George Orwell in “1984” parla della “neolingua”, lingua ufficiale di Oceania, creata per ridurre le capacità speculative e impedire le eresie: ossia – etimologicamente – compiere la propria scelta. Nella “neolingua” è possibile usare la parola libero: solo i n frasi come «Questo cane è libero dalle pulci».

Sulla Shoah la domanda più diffusa è: come è potuto accadere? All’inizio fu la Shoah della parola. Il tedesco – la lingua di Goethe e Kant – fu prostituito agli interessi nazisti. La lingua nazista era semplice. Victor Klemperer la chiamò “LTI (Lingua Tertii Imperii)”. I nazisti ripetevano pochi concetti: all’infinito e in maniera martellante. Senza sosta. Senza esitazione. Con determinazione. Parole formalmente innocue: terribili nella sostanza. Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei. Pezzi: i deportati. Sottu omini: gli interna ti. Le parole usate non erano molte; il nazismo non creò nuove parole: usò quelle già in essere.

Mutando il loro significato. Furono aghi che inocularono i germi dell’intolleranza. L’obiettivo? Ridurre lo spazi o per i pensieri e la coscienza. Tutto questo accadde nel cuore dell’Europa, nella civile e avanzata Germania: pochi decenni fa. “LTI” divenne l ’arsenico quoti diano che lenta men te corrose e inquinò la coscienza dei tedeschi. I discorsi erano semplici, chiari: dovevano colpire immediatamente la pancia e non il cuore: men che mai la mente. Infine, come diceva Goebbels, ripetete una bugia all’infinito diverrà una verità.

E la parola delle vittime? Intanto, vi era la difficoltà di narrare quanto accaduto. L’incomunicabilità di Auschwitz. E a chi? A chi non voleva sentire? Come insegna la bocciatura editoriale di “Se questo è un uomo” appena scritto da Primo Levi. O come scrive Eduardo De Filippo in “Napoli milionaria”. Gennaro Iovine, il protagonista, tornato a casa dopo la fuga da un campo di concentramento tedesco, vuole raccontare ai familiari la sua odissea e quella del suo compagno di viaggio: «Il povero cristiano era ebreo!». Ma il figlio Amedeo: «Va buo’ papà, ll’e’ passata brutta, ma mo’ sì’ turnato!». E il suo amico Settebellizzi: «Nun date retta, don Genna’, non ci pensate più!». Don Gennaro tenta di proseguire: «Miezo a ‘na campagna, annascunnuto in to a ‘ nu fuosso, ment rattuorno cadevano granate e cannunate…» E la moglie Amalia: «Aggiu pacienza, Genna’, ce lo racconti più tardi, mo’ ci avimmo mettere a tavola!».

Tutto ciò generò, per molti anni, silenzio ben rappresentato da

Hurbinek: un bimbo nato ad Auschwitz. Lo racconta Primo Levi ne “La Tregua”. Nessuno sapeva chi fosse e come fosse nato. Era paralizzato dalla vita in giù e non parlava: come se volesse rappresentare l’incomunicabilità di Auschwitz e l’impossibilità di fuggire. Primo Levi si assunse il compito di testimoniare e parlare per chi non aveva più voce: i sommersi. Coloro che, entrando nelle camere a gas, aveva no visto gli occhi della Medusa. Ma quale fu il prezzo pagato da Levi per le sue parole?

Una costante e continua pressione che culminerà con il suicidio l’11 Apri le 1987. I demoni evocati avevano preso il sopravvento: travolgendolo. Perché chi è stato ad Auschwitz non è mai uscito. Le parole ascoltate, gli eventi vissuti rimasero nella mente e nel cuore: come una immedicabile ferita mai rimarginata. Il suicidio di Primo Levi rappresentò l’ultima sua definitiva parola; come il gorgo che inghiottendo il naufrago lo trascina nell’abisso chiudendosi su di lui. Poi…. solo silenzio.

E noi, Liberi Muratori? Siamo uomini di parola e della parola.

La parola non detta: il silenzio dell’apprendista. La parola sacra e di passo. La parola data: la promessa solenne. E, soprattutto, il rituale perché lavoriamo con la parola e attraverso la parola.

Ma fra tante parole: quale o quali sono il fondamento del nostro Ordine Iniziatico? Quali non dobbiamo, non possiamo e non vogliamo dimenticare? Ventisette parole appena (come il 27 Gennaio), da ricordare sempre perché sono un baluardo verso l’intolleranza e il fanatismo: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e fa’ agli altri tutto il bene che vorresti che gli altri facessero a te”.

HIRAM  2/2019

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MODESTO ELOGIO DELLA SANTA SEMPLICITÀ

MODESTO ELOGIO DELLA SANTA SEMPLICITÀ

Giovanni Greco

Semplicità e brevità vanno di pari passo, perciò sarò breve; come diceva san Bartolomeo da San Concordio nel 1300, è meglio lo parlar brieve che lo parlar lungo, perché lo parlar brieve fa desiderio, mentre lo parlar lungo fa rincrescimento.

siamo in tempi in cui assistiamo ogni giorno alla morte del prossimo, in cui le moderne tecniche di comunicazione avvicinano i lontani, ma allontanano i vicini, in tempi in cui ci rechiamo presso Mac Donalds, luoghi senza storia e senza memoria, tutti i sabato incolonnati nelle auto sulle autostrade per andare ai centri commerciali, dove abbiamo persino imparato a fare i cassieri di noi stessi e dove la carta di credito ha soppiantato la carta d’identità, in tempi in cui certi bimbi non possono essere allattati dalla mamma perché sono allergici al silicone.

In questo quadro come dimenticare il monito di padre Pio che raccomandava vivamente la santa semplicità: «camminate con semplicità nelle vie e non tormentate troppo il vostro spirito», dato che complicare è facile, semplificare è difficile e che quindi «il semplice è

complicatissimo» (Longanesi). Già ai tempi di Ovidiosi segnalava che «la semplicità è cosa rarissima ai nostri tempi». Allora come ora “che fine ha fatto la semplicità?”

Sia voi che io invece vogliamo certamente adoperare gli occhiali di casa, quelli più vecchi e comodi, quelli che ci han servito da gran tempo, per cercare di seguire i sassolini dimenticati, le mollichine abbandonate, le orme sulla sabbia, le tracce sul terreno e i ramoscelli spezzati sul sentiero e per cercare magari di cogliere fatue schegge di luce, cercando di abbattere la rigidità cadaverica di quelle conoscenze che sono invecchiate senza avere la dignità dell’antico, cercando di seguire la strada dei nostri maestri, autentici pellegrini dei saperi.

Perciò dobbiamo generare tavole come le camice dei nostri nonni contadini: una tunica semplice senza particolari decori, facile da indossare, comoda per lavorare. Semplice non significa semplicistico, semplice non significa immaginare di essere sul palco della vita per dare spettacolo, semplice significa che nella nostra casa, per dirla con i cinesi, le semplici stoviglie di ceramica, risplendono più della giada.

La semplicità è essenzialità, è leggerezza, è eleganza, è naturalezza, è armonia, è creatività, è profondità, spazza via la confusione e il caos, è bellezza allo stato puro, è aprirsi completamente agli altri, è aver cura di loro, è un modo per cogliere il senso più alto della vita, è uno scudo contro l’arroganza e la superbia. Del resto per non avere una vita vuota, secondo Lao Tzu, bisogna  essere semplici nelle azioni e nei comportamenti, «così tu torni alla fonte dell’essere, perciò sii semplice come la pietra».

Semplicità è accendere un camino, ammirare un panorama, sprofondare nelle gioie della natura, è formaggio e miele, è pane, burro e marmellata: «si può essere felici anche mangiando un cibo molto semplice, bevendo acqua pura e avendo come cuscino il proprio braccio ripiegato» (Confucio). Non è però taverneggiando  o con una certa clownerie intellettuale che ciò sarà possibile.

Semplicità è fare il viaggio della propria vita con un solo bagaglio, o magari pur avendone molti, sapersi acconciare ad averne uno solo ed essere mentalmente e praticamente pronti a questa evenienza.

Semplicità è tra due ipotesi scegliere la più chiara, tra due forme quella più semplice, tra due parole la più breve, tra due frasi quella essenziale.

A volte può bastare uno sciocco qualsiasi per imboccare la via della complessità, mentre forse serve un genio per fare la cosa più semplice (P. Seeger), perciò è corretto pensare che la semplicità è la suprema eccellenza. Non casualmente Giacomo Leopardi sosteneva che «gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito».

Maniere semplici e parole semplici. Parole semplici, parole rasoterra, come un pescatore che lancia un piccolo verme per prendere un bel pesce, per prendere la verità che è sul fondo. Raymon Queneau che aveva una sua ricetta cultural-culinaria: «prendete una parola, prendetene due, scaldatele a fuoco lento, versate la salsa enigmatica, spolverate con qualche stella, mettete pepe e sale andare a vela».

Parole semplici, a maggior ragione che sempre più spesso si adoperano vocaboli vuoti, astratti, cadaverici, parole che non aderiscono alla realtà, alla conoscenza, al sapere, all’anima: sì perché le parole hanno un’anima e noi dobbiamo darle da mangiare nell’incavo della mano. Nel suo memorabile Capodanno d’un prigioniero (1961), dopo 27 anni di prigione nell’inferno del famigerato Hanoi Hilton, una delle prigioni al mondo dove la tortura è stata più praticata, il poeta vietnamita Nguyen Chi Thien, così ricorda:

Notte nella giungla,

continua a piovere

i tetti gocciolano,

tremando di freddo

ci abbracciamo le ginocchia,

il punto azzurro

di una lampada ad olio,

il secchio dell’urina

quello degli escrementi,

il letto pieno di insetti

che mordono.

Parole semplici per formare una lingua magica, parole semplici che si rifiutano di farsi mettere in riga, parole ribelli come quei bambini che scappano a piedi nudi e sono quasi imprendibili. Parole semplici che devono essere usate come i pezzi di un immenso lego, montate e rimontate, in maniera che l’artigiano della parola le possa allineare e far convergere. D’altronde la vera eloquenza consiste, con parole semplici, nel dire il necessario e soltanto il necessario.

Parole semplici, parole appassionate, parole misurate: la perfezione di un orologio non è nella rapidità del suo moto, ma nella sua esattezza. È con parole semplici, grazie ad una chimica singolare dell’intelligenza, cercando di mescolare poesia, sensibilità, nostalgia e speranza che si possono forse presagire con lucidità i tratti del nostro confuso e desolato paesaggio spirituale.

La semplicità si accompagna, e non solo per gli apprendisti, con l’umiltà, l’umiltà nei comportamenti, nelle azioni di ogni giorno, l’umiltà del dubbio, non la vanità del dubbio: il dubbio è quella cosa che quando la si ha, si pensa di non averla. Umiltà e semplicità sono due fonti della stessa sorgente e non casualmente Alda Merini aveva sposato il connubio semplicità umiltà:

«Mi piacciono quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è amore».

Credo che la semplicità si accompagni anche con la curiosità, con l’atteggiamento di chi non ha paura dei mari più vasti. Einstein diceva di sé: «Io non sono un genio, sono solo curioso. Faccio molte domande, e quando la risposta è semplice, allora vuol dire che Dio sta rispondendo». La curiosità è una dote grande, e bisogna sempre avere in tasca la bussola della curiosità per rubare granelli di sabbia alla furia del vento, e per conferire un senso alla nostra vita instancabilmente curiosa e aperta. Non sono forse le piccole cose, gli sguardi, i volti, i sorrisi, le carezze, non è forse accordando la storia di un paese con la p minuscola con la storia del paese con la P maiuscola, non sono forse le lectiones minimales, non sono forse queste cose che fanno una rivoluzione e cambiano il mondo?

Per chi si fonda sulle sottigliezze della mente e sulle intuizioni del cuore, compiacersi del semplice è di anime grandi, e la santa semplicità è un punto di partenza e di arrivo unitamente alla buona fede e alla dignità, e cercare di mostrarsi, e cercare di esserlo davvero, sereni e semplici, «è l’arte suprema del mondo» (S. Esenin).

In effetti le rivoluzioni più sovversive sono quelle delle piccole cose che poi sono quelle che cambiano tutto.

Se è vero ciò che sostiene Corrado Alvaro, che il calabrese vuole essere parlato, allora vuole essere parlato anche l’emiliano-romagnolo, e vuol essere parlato col cuore: «solo così potremo trovare consolazione alla nostra solitudine» (Liu Changyuan). La semplicità ricca di densità è uno dei modi per toccare con mano che noi siamo un’élite della sensibilità, come ha di recente sottolineato il Gran Maestro Stefano Bisi. Il nostro è un laboratorio dove si cesellano le opinioni e i racconti, fino a farli diventare semplici, limpidi, condivisi, amati, come il pensiero del poeta e monaco buddista vietnamita Thich Nhat Hanh:

com’è fresco il soffio del vento,

la pace è ogni passo,

e fa gioioso il sentiero senza fine.

Sorridi, respira e vai piano.

Noi ora siamo in un’antica società segreta senza segreti in una casa di vetro fra le più trasparenti al mondo: e questa è una straordinaria innovazione! Non è forse vero, come dicevano i nostri nonni contadini, che il seme deve sentire il suono delle campane? Perciò i nostri nemici non riusciranno mai più a rimettere il genio nella lampada.

Tutto ciò accade in un’Europa che mostra costantemente il suo vuoto spirituale, la sua progressiva perdita di identità. A tutti coloro che intendono negarci, per dirla con Giorgio Bertani, «il titolo di esseri umani per legittimare la distruzione della cultura occidentale, per velare col drappo nero della morte, finalità economiche e geopolitiche», allora forse è opportuno – col metron che ci pertiene come persone allevate dalla cultura della Grecia classica – ricordare l’aforisma di Chesterton: «Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono: essi lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi».

 HIRAM  1/2016

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MASSONERIA E QUALIFICAZIONI INIZIATICHE

Hiram 2/2018 web

Massoneria e

qualificazioni iniziatiche

Raffaele K. Salinari

L’argomento che proponiamo in questo bre­vissimo studio è, apparentemente, tra i più classici e documentati della tradizione massonica, e non solo: le qualificazioni iniziati­che. Eppure, come spesso accade, forse queste fondamentali condizioni per l’ammissione al percorso libero muratorio, riassunte nella nota for­mula rituale «libero e di buoni costumi», rischiano, se non richiamate nella loro centralità originaria alla luce del presente, di apparire appannate dallo spirito dei tempi, come fossero un semplice formalismo, se non addirittura un anacronismo; questo darebbe un esito infausto, non solo per il singolo che deve possederle per essere iniziato fattivamente, ma per tutta l’Istitu­zione di cui entra a far parte. Già la verifica di una vera e propria precondizione formata dal binomio «libertà e buoni costumi» del bussante, significa assumere che il soggetto persegue nel mondo profano uno stile di vita che, indipendentemente dall’entrata in Massoneria, esprime delle potenzialità positivamente evo­lutive. Considerando che la libertà è una delle componenti del Trinomio e che i buoni costumi indicano moralità, e dunque la formula rituale si configura come una vera e propria verifica di predisposizioni necessarie, ma non sufficienti. un comportamento aperto all’egualitarismo ed alla fratellanza.

Per questo, una riflessione sulla ragion d’essere delle qualifi­cazioni iniziatiche stricto sensu appare dunque opportuna, come pure sull’altra questione, strettamente correlata, cioè quella della verifica di tali qualificazioni, non meno importante per la scelta dell’ammissibilità o meno del bussante. Nello spe­cifico della nostra Comunione Universale tutto ciò avviene no­toriamente attraverso le «tegolature», che servono appunto a tale scopo. Ora, senza la minima pretesa di essere esaustivi, ma solo per richiamare gli elementi fondamentali della pro­spettiva tradizionale entro cui situare le conclusioni che pro­porremo in merito ad un argomento così evocativo, cerchiamo di riassumere schematicamente le ascendenze storico dottri­nali di questo aspetto iniziatico.

L’iniziazione

Come ogni Libero Muratore sa bene, i procedimenti fonda­mentali dei riti iniziatici, cioè i dispositivi attraverso i quali ha luogo la morte dell’uomo vecchio, del profano, e si accede alla rinascita di quello nuovo, il neofita, sono da sempre simili in ogni tempo ed in ogni cultura, essendo la catena di trasmis­sione dell’influsso spirituale derivante della Tradizione, per de­finizione permanente ed immutabile. Lo scopo del cammino iniziatico è, come ci ricorda Renè Guénon nei suoi Studi sulla Massoneria, quello di «sviluppare pienamente le possibilità propriamente inerenti allo stato umano».

In questo senso l’avventura iniziatica è classicamente parago­nata ad una rammemorazione, vale a dire ad un ritorno verso quel Centro, non alterabile e primordiale, preesistente alla ma­nifestazione ed immutabile, raggiunto il quale ogni individuo è in grado di partecipare all’Onniscienza del Principio spirituale immanente, che rappresenta, di fatto, il punto di scaturigine e, al tempo stesso, la meta di ogni percorso tradizionale. I Liberi Muratori lo trovano, riassunto in acronimo, quando vengono ammessi nel Gabinetto di Riflessione e lo sguardo del recipien­dario, un poco sperduto e timoroso, si poggia sulla scritta V.I.T.R.I.O.L.: la nota formula, mutuata dai testi ermetici del XVI secolo, che epitomizza magistralmente sia il metodo della ri­cerca, sia il suo fine.

Anche l’adepto Dante, il Fedele d’Amore che costella la Com­media di rimandi esoterici posti «sotto il velame de li versi strani», interpretabili solo da coloro che hanno «li intelletti sani», cioè gli iniziati, muove il suo cammino di liberazione ascensionale, verso il Principio, avendo smarrito quella «retta via» che il viaggio attraverso le varie regioni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, servirà appunto a rettificare, per ri­trovare, alla fine, il ricongiungimento con l’Origine. Squadrare la pietra, utilizzare in maniera rituale e simbolica, speculativa, gli stessi strumenti ereditati dai Liberi Muratori operativi, è in­vece la nostra modalità per arrivare al Lapis.

Ma, in ogni caso, e qui sta la caratteristica che distingue lo stu­dio esoterico da quelli essoterici, non tutti gli individui possono divenire degli iniziati: sono necessarie, infatti, proprio quelle qualificazioni che li rendono potenzialmente tali, e che vanno dunque preventivamente verificate. In altre parole l’iniziato appartiene ad una élite. E, per essere chiari, qui naturalmente stiamo coerentemente applicando questo concetto al percorso esoterico, per cui esso non ha nulla a che vedere con le defi­nizioni, sul piano profano, che lo mettono in contrapposizione  all’egualitarismo o, peggio, configurano una casta a difesa dei propri privilegi. Al contrario, lo spirito di servizio che contrad­distingue la Libera Muratoria, ne chiarisce il senso autentico. E allora, se le vie per accedere ai penetralia condividono da sempre un’essenza comune, questo vale anche per le qualifi­cazioni iniziatiche.

A questo proposito Ananada K. Coomaraswamy, nel suo La te­nebra divina, cita Firmico Materno che, trattando l’argomento, nel suo De errore profanarum religionum, ci  ricorda che «esi­stono risposte giuste a domande giuste (habent enim propria

signa propria responsa), e che la risposta giusta (proprium re­sponsum) è data dall’iniziando (homo moriturus), come prova della sua qualificazione iniziatica ad essere ammesso (ut passitad mitti)».

Lo studioso indiano, peraltro amico e sodale di Guénon stesso,col quale ha intrattenuto per anni una profonda relazione in­tellettuale proprio sui temi dell’esoterismo indiano e delle sue influenze su quello occidentale, richiama opportunamente un esempio di questo signum trovato nel Jaiminiya Upanishad Brahamana quando, al defunto che giunge alla Porta del Sole, viene posta la domanda: «Chi sei tu?». Se egli risponde con il suo nome rientra nella ruota del Samsara, se invece si identi­fica con il Principio rispondendo: «Chi io sono è la Luce che sei tu. Come tale sono venuto a te, alla Luce celeste», può entrare nel Nirvana, cioè nello stadio di Liberazione dalla legge di ne­cessità legata al nesso causa-effetto.

Non sfugge ad un Massone l’analogia metaforica tra Luce e Li­berazione. Diventare quella stessa Luce che all’inizio del nostro percorso abbiamo solennemente promesso di cercare, inces­santemente praticando la via iniziatica libero muratoria, di­viene qui il compimento stesso del percorso, il suo tèlos, com’è giusto che sia.

Anche restando nel campo dell’esoterismo occidentale, e più in particolare seguendo il motto delfico «Conosci te stesso», è chiaro che la simbolica entrata nel Tempio di Apollo, divinità solare per eccellenza, dunque legata alla Luce della conoscenza, esige una risposta da colui che la agisce. Platone, nel Carmide(164 D), quando Crizia, incalzato da Socrate, precisala definizione di sophrosyne, gli fa dire che l’iscrizione posta sul Tempio «sia lì incisa come un saluto del dio ai visitatori […] il dio si rivolge a coloro che entrano nel Tempio con parole di migliore augurio rispetto a quelle che gli uomini si scambiano tra loro […]. e ad ogni visitatore dice sii temperante (sophrosyne), ma lo fa in modo enigmatico, da indovino».

La formula augurale, dunque, va intesa come un enigmatico   saluto del dio a chi entra, perché dovremmo augurarci di avere quella «conoscenza di sé» che è la sophrosyne. Platone, a que­sto riguardo, ci fa riflettere sul fatto che, naturalmente, le frasi di un dio come Apollo, dio della mantica, devono avere neces­sariamente anche un risvolto nascosto, enigmatico appunto, come nella natura stessa del dio che le pronuncia «con parole di migliore augurio rispetto a quelle che gli uomini si scam­biano tra loro», e dunque che in questa sentenza augurale si cela, in realtà, l’invito a conoscere la parte più nascosta del pro­prio essere, quella legata al Principio Universale appunto, l’og­getto della conoscenza iniziatica.

Forse ancora più chiara, a questo proposito, la posizione pla­tonica espressa nell’Alcibiade maggiore(131 A), quando So­crate afferma che è «l’anima, dunque, ad ordinarci di conoscere colui che comanda di conoscere sé stessi». È allora il Principio stesso, qui ipostatizzato in Apollo come dio solare, a chiederci di conoscerlo. La riflessione è importante rispetto all’oggetto della conoscenza, o del suo riconoscimento se si vuole, poiché spesso, senza questa chiarezza dottrinale, si può correre il ri­schio di fermarsi al soma del simbolo tralasciando di indagare il suo sema, limitarsi all’atto trascurando di comprendere la po­tenza che lo esprime, fermarsi cioè alla conoscenza formale delle cose, dei fenomeni, e non della loro Causa Prima. Errore comune da sempre, e forse oggi, nel Regno della Quantità, come direbbe Guénon, ancora più comune. Errore che anche Platone indica quando, nelle Leggi(898 D) ci ricorda che «non c’è uomo che non veda il corpo del Sole, ma nessuno ne vedel’anima».

Ecco, dunque, che le qualificazioni iniziatiche sono importanti per accedere al cammino verso la Pietra Occulta, o verso l’anima del Sole. E allora cerchiamo di definirle un poco meglio per potercene servire altrettanto bene nel nostro lavoro quoti­diano verso la conoscenza del sé ed il cambiamento del mondo profano lavorando al bene ed al progresso dell’umanità.

Nel capitolo dedicato alle condizioni per l’iniziazione delle sue Considerazioni sull’iniziazione, Guénon chiarisce da subito che deve esistere, affinché l’iniziazione possa aver luogo, una certa «disposizione naturale»; in altre parole l’individuo deve risul­tare «iniziabile». Ma, prima di precisare ulteriormente questo concetto, alquanto generico, egli introduce un’altra precondi­zione che mette al centro del processo iniziatico, e cioè il «ri­collegamento ad una organizzazione tradizionale regolare».

Ora non è certo questa la sede per discutere la vexata quaestio della regolarità, che ci porterebbe lontano dal nostro tema; tut­tavia ci pare importante il richiamo poiché implica, da parte dell’Organizzazione, non solo il costante mantenimento della catena iniziatica, ma anche la sua, diciamo così, manutenzione, nel senso, appunto, della verifica per quanto concerne la pre­senza delle qualificazioni iniziatiche nei recipiendari.

In altri termini, appare chiaro come il cerchio tra regolarità della trasmissione e qualificazioni iniziatiche sia perfetto: man­cando una parte finisce per mancare l’altra. Non a caso Guénon, Libero Muratore anch’esso, mette in parallelo, per distinguerle chiaramente, due forme di accostamento allo Spirito: il misti­cismo ed il cammino esoterico regolare. Mentre il primo è del tutto personale ed irregolare per sua stessa natura, il secondo, come abbiamo visto, necessita di una trasmissione regolare ri­gorosa, pena la sua stessa invalidità. Ma, a questo punto, ciò che forse a noi interessa di più, è la differenza tra passività ed attività che caratterizza le due forme di accostamento all’Essere del Vero. Il misticismo è pura passività, mentre il cammino ini­ziatico ha bisogno di un continuo sforzo attivo, dello studio, del superamento di sé stessi, poiché il suo scopo è quella «rea­lizzazione» – la squadratura della pietra grezza – che ci viene proposta all’inizio del nostro percorso massonico.

La volontà di realizzarsi, dunque, è una delle qualificazioni ini­ziatiche fondamentali; perché? La spiegazione è data dal pe­riodo spirituale nel quale viviamo, quello che nella visione in­duista viene definito lo Yuga di Kali, la divinità oscura che pre­cede la rinascita palingenetica di un nuovo Kalpa. Questo significa che, in un’epoca in cui lo Spirito si è come ritirato dal mondo, o meglio si è nascosto, la sua ricerca, al contrario di epoche più luminose, va praticata attivamente, con intento. Senza limitarsi all’Oriente, ma in continuità con esso data la coerenza della Tradizione, Arturo Reghini, nel suo Sulla Tradi­zione Occidentale, parla diffusamente delle quattro Età legate rispettivamente all’Oro, all’Argento, al Bronzo ed infine al Ferro. Egli arriva alle stesse conclusioni, quando dice che Saturno aveva la sua profonda ragion d’essere nella comune connes­sione con il Satya-Yuga, lo Yuga in cui domina il Dharma, e nel quale gli iniziati orfici avevano il diritto di bere alla fonte di Mnemosine, superare quella del Lete, e da mortali divenire per tal mezzo immortali. Non essendo noi uomini dell’aurea età saturnina, la prima, ma appartenendo a quella del Ferro, lo sforzo di volizione verso la meta iniziatica risulta dunque fondativo delle qualificazioni.

Una seconda qualificazione, che a nostro avviso, e vedremo perché, assume oggi un’importanza forse maggiore che nelle epoche storiche immediatamente passate, è quella che Gué­non chiama «orizzonte intellettuale». Certo, una definizione che va precisata poiché è esattamente questa apertura del «compasso mentale» che va verificata, oltre alla volontà dell’ol­tre passamento del sé pur rimanendo ad operare nel mondo.

Ora, adottando un metodo apofatico, quello che nella logica aristotelica viene riferito al giudizio che «nega l’appartenenza di un predicato a un soggetto», possiamo anche citare alcuni impedimenti all’iniziazione. Se, infatti, le qualificazioni sono costituite da determinate caratteristiche inerenti all’individuo– nel nostro caso la natura della pietra grezza che ci si accinge a squadrare – non tutte le pietre possono essere egualmente sottoposte al processo. È allora chiaro, ad esempio, che molto conta l’approccio del bussante alla Comunione. Se, ad esem­pio, per un senso di proselitismo, o per far numero, si spinge qualcuno ad entrare, spesso si corre il rischio di forzare un in­dividuo che, sua sponte, non avrebbe pensato di accostarsi al percorso iniziatico. Guénon mette in guardia da queste ten­denze che, lo sappiamo, aleggiano permanentemente all’in­terno delle Comunioni massoniche, quando dice che «ciò è di fatto una delle cause più sicure e più irrimediabili di degene­razione per un’organizzazione iniziatica».

In coerenza con questo, altro aspetto da verificare con chiarezza è quello della tendenza del bussante verso lo studio esoterico. Non esiste «iniziabilità» possibile, senza la tendenza verso il percorso simbolico-rituale proprio alla Comunione nella quale si vuole entrare. Quest’ultimo aspetto ci porta verso un altro ordine di problemi, che ineriscono comunque le qualificazioni iniziatiche, cioè il fatto che non tutti gli iniziati saranno auto­maticamente in grado di percorrere i gradi iniziatici previsti, o almeno che questa progressione debba essere accuratamente verificata esattamente come le qualificazioni atte all’entrata.

A questo punto è importante ribadire come – certo per la Mas­soneria, ma più in generale per tutte le scuole tradizionali – le qualificazioni debbano essere coerenti con l’apparato simbo­lico che le ispira. Ebbene, oggi, in quest’epoca travagliata da una relazione oltremodo insana tra l’umanità ed il resto della manifestazione, nell’epoca definita Antropocene, possiamo tra­lasciare di verificare se il recipiendario, il futuro iniziato, non includa nel suo orizzonte intellettuale la sensibilità, non solo di oltrepassare il suo stadio contingente, ma di costruire il suo tempio interiore nel rispetto, ed anche con l’aiuto, delle altre forme manifestate?

Ed è proprio quest’ultimo aspetto che vogliamo trattare in con­clusione, poiché esso rappresenta un punto delle qualificazioni iniziatiche che dovrebbe essere maggiormente sviluppato e tenuto in considerazione: la convinzione cioè che senza una sostenibilità ambientale, cioè un equilibrio tra i cicli di vita di tutte le forme della manifestazione, non esiste nessuna possi­bilità di edificare alcunché, né a livello personale né, tanto­meno, collettivo. In altri termini, mantenendo strettamente il punto di vista tradizionale, come espressione al tempo stesso sia dell’universalità che dell’unicità della Vita, possiamo citare, ad esempio, la potenza simbolica di una formula come Ab uno, proposta dal Filotete nei suoi Symbola Christianaper signifi­care che tutto discende dallo stesso Principio, dove il ricono­scimento fattivo della pluralità delle varie forme della manifestazione, e non solo la nostra singola vita individuale, caratterizzata, diviene la qualificazione iniziatica per eccellenza, quella che situa consapevolmente il recipiendario all’incrocio tra il piano analogico orizzontale, di relazione tra il sé ed il mondo, e quello anagogico verticale.

È proprio questa consapevolezza delle interrelazioni che esi­stono tra le varie forme del vivente che dovrebbe, dunque, es­sere verificata poiché, in coerenza con un nostro ruolo nel mondo profano, di trasformazione delle sue contingenze ma­teriali, come abbiamo sempre cercato di fare costruendo le con­dizioni per l’attuazione del Trinomio nell’epoca contemporanea, oggi è compito precipuo della Libera Mura­toria fondare una visione che renda armonica al resto del vi­vente la nostra stessa ricerca interiore dato che, alla fine, sarà proprio questo senso profondo, iniziatico, di comune prove­nienza, e dunque di destino, a darci una visione del mondo dentro e fuori di noi che può farci vivere, sia nel secolo, sia nel­l’intimo della nostra vita spirituale, l’esperienza della comu­nione con il Principio, con il Grande Architetto dell’Universo, l’Essere regolativo alla cui gloria dedichiamo i nostri lavori.

«Ciò che ascende converge», dice la Tradizione; ed è esatta­mente questo spirito di comunione con tutto il vivente, e non solo tra gli uomini, che cementa la possibilità di costruire il Tempio, non solo per e della nostra specie, ma la vera casa co­mune che non potrebbe essere ciò che vorremmo, o a cui aspi­riamo, se qualcosa creata ne resta

HIRAM 3/2019

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IL MANIFESTO DEL XX SETTEMBRE 2021

Il Manifesto del XX Settembre 2021. “Libertà è responsabilità”

XX SETTEMBRE 2021

Libertà è responsabilità

Stiamo vivendo una fase molto delicata dell’esistenza umana a tanti livelli. L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia ha reso ancora più complicata la situazione nel mondo aggravando la crisi di un sistema politico ed economico di cui nessuno al momento può ancora valutarne appieno gli effetti e quali cambiamenti avverranno per il lavoro dell’Uomo sempre più soggetto agli sviluppi dell’innovazione scientifica e tecnologica.

Inoltre ci stiamo sempre più accorgendo di quanto sia ormai necessario e urgente e indifferibile salvaguardare e proteggere la nostra madre terra con progetti ambientali ecosostenibili. Senza dimenticare che bisogna riportare l’attuale società alla riscoperta di quei valori etici che pian piano sono stati smarriti e anche abbandonati.

Servono più che mai uomini liberi e responsabili per evitare che le lunghe, faticose e drammatiche  battaglie per l’affermazione delle democrazie, dei diritti umani, passate anche attraverso due sanguinose guerre mondiali, siano sepolte dall’ oblìo della storia. Noi massoni del Grande Oriente d’Italia, da sempre impegnati per costruire uomini migliori per una società che viva e prosperi all’insegna della fratellanza e dell’uguaglianza, siamo pronti a farci carico con libertà e responsabilità di partecipare all’edificazione di un nuovo modello comunitario per il bene e il progresso di tutti gli uomini senza distinzioni.

La Libertà, primo valore ineludibile del nostro trinomio, non può esistere senza che sia accompagnata dalla responsabilità. Le due facce della medaglia devono diventare una sola. Bisogna capire che essere liberi è bello e giusto, un dono al quale non si può rinunciare. Essere liberi di conoscere, di esprimere il proprio punto di vista, di confrontare le diverse visioni attraverso il dialogo e la ragione. Essere liberi di fare delle scelte. Ma nello stesso tempo bisogna essere consapevoli che le nostre azioni, le nostre parole, possono produrre effetti positivi o negativi anche sugli altri. “Essere uomo è precisamente essere responsabile” affermò lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry.

Continuiamo quindi, da massoni, ad essere orgogliosamente liberi ma convinti di essere responsabili, da iniziati, di dover dare l’esempio per migliorare gli altri e costruire, mattone su mattone, un pianeta migliore.

Roma Il Vascello, 20 Settembre 2021

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MASSONERIA E COVID: GRANDE ORIENTE E GRAN LOGGIA…

Massoneria e Covid: Grande Oriente e Gran Loggia, “avanti con vaccini e green pass”

09 settembre 2021 | 18.37

Interviste ai gran maestri Stefano Bisi e Luciano Romoli

Avanti con i vaccini e con l’obbligo di green pass. E’ questa la posizione, sulla lotta al Covid, che accomuna la massoneria italiana, dal Grande Oriente alla Gran Loggia d’Italia.

 Si entra in loggia solo con il green pass, che noi abbiamo stabilito come obbligatorio; la stessa prescrizione varrà ovviamente per l’evento che terremo nei giorni 1 e 2 ottobre al PalaCongressi di Rimini per il tradizionale raduno annuale della gran loggia, cui parteciperanno circa 2.500 persone”. E’ quanto riferisce all’AdnKronos il gran maestro Stefano Bisi alla guida del Grande Oriente d’Italia, l’organizzazione della massoneria più rappresentativa.

“Per cui – spiega ancora Bisi – da noi si entra solo se si è vaccinati, o con il tampone nelle 48 ore precedenti o se si è guariti dal Covid. E per entrare si dovranno superare tre passaggi per tre controlli: fuori dalla sede per mostrare il green pass con il documento di identità personale, all’ingresso per la misurazione della temperatura corporea, al varco con la lettura ottica del QrCode specifico per l’evento. E l’intero staff addetto all’organizzazione e all’accoglienza degli accreditati è vaccinato con doppia dose”.

Evento che avrà per titolo ‘Fratelli in viaggio per riveder le stelle’, preceduto dalle celebrazioni del 20 settembre, ricorrenza della breccia di Porta Pia con la presa di Roma e la fine dello Stato Pontificio, il cui manifesto recita ‘Libertà è responsabilità’, dove “la parola da sottolineare è il verbo, perché la libertà presuppone appunto che sia affiancata dalla responsabilità. Anche in questa epoca contrassegnata dalla pandemia per il Covid: io sono vaccinato e come me lo è la gran parte dei miei fratelli massonici”, sottolinea il gran maestro del Grande Oriente.

“Il vaccino è l’unica arma che possa riuscire, se non a debellare, quanto meno a contenere il Covid e la diffusione di eventuali e successive varianti del virus: non vedo altre strade percorribili, almeno al momento, per poter tornare a quella che ora possiamo definire come vita normale”. E’ quanto afferma all’Adnkronos Luciano Romoli gran maestro venerabile della Gran Loggia d’Italia.

“La Gran Loggia si muove nel perimetro della norma, che tutti noi presumiamo nasca da considerazioni di carattere medico e scientifico. Tutte le nostre riunioni e cerimonie vengono fatte con obbligo di green pass o di tampone e nel pieno e convinto rispetto di ogni prescrizione”, tiene a sottolineare Romoli, ricordando che le attività delle logge massoniche “rientrano in quelle dei centri culturali”.

Con l’equinozio di autunno del 18 settembre, inizieranno contemporaneamente le cerimonie ufficiali in ambito regionale della Gran Loggia, “che terremo nel totale rispetto di tutte le leggi e anche dei consigli dei bravi medici. E fra i nostri affiliati – riferisce il gran maestro venerabile – prevalgono di gran lunga i vaccinati, nella convinzione che più ci si vaccina più si restringe l’area di rischio”.

(di Enzo Bonaiuto)

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