PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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ALCUNE RIFLESSIONI SULLE FAVOLE INIZIATICHE

Riflessioni sulle favole iniziatiche di F. F.

Premessa

        La prospettiva più corretta per affrontare il tema del titolo è, ad avviso di chi scrive, quella di valutare se, comunque, le favole nella loro generalità contengano elementi iniziatici. Ci si propone di dimostrare che l’iniziazione ed il simbolismo iniziatico costituiscano un tratto essenziale delle  favole e delle fiabe.

Etimologia ed origini.

        I termini favola e fiaba, per tradizione, sono ricondotti etimologicamente dai linguisti ad una medesima voce verbale latina, fari, che significa parlare. Secondo altra tesi invece la parola fabula sarebbe un vezzeggiativo di faba, ossia “fava”, il legume col quale i romani si divertivano in un passatempo forse simile al gioco dei dadi. Esse hanno origine popolare e si informano ad una traditio orale.

        Ricercatori nel campo dell’antropologia culturale cominciarono, agli inizi del XIX sec., a trascrivere le tradizioni folkloriche fino ad allora orali, recuperando usanze, superstizioni, proverbi e fiabe.

        Tuttavia, l’interesse degli scrittori per i racconti popolari risale addirittura al XVI sec., come manifestamente attestato dalla raccolta di fiabe di Gian Francesco Straparola, “Le piacevoli notti”, che offrì, insieme alle opere di Giambattista Basile, “Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de ‘peccerille” (1634-36), una preziosa fonte d’ispirazione per il francese Charles Perrault, che, grazie agli autori italiani, rinvenne le trame di Cenerentola, della Bella addormentata nel bosco e del Gatto con gli stivali. A partire dall’800, l’interesse per la fiaba coinvolse tutte le nazioni europee, sancendo, più che una moda, un’esigenza culturale di riscoperta del sapere popolare.

        Elementi indispensabili, caratteristiche costanti e l’analisi di Propp Gioco fantastico e dimensione magica costituiscono la cornice in cui collocare le fiabe. Ma i tratti  comuni non si esauriscono con essi. La rottura della regola, come presupposto di una avventura e di una crescita personale, rappresenta un momento propedeutico ad una iniziazione.

        Pinocchio, il famoso burattino nato dalla penna dello scrittore, insegnante e massone risorgimentale, Carlo Lorenzini da Collodi (1820-90), disobbedendo al padre demiurgo (poiché marina la scuola), si trova a dover affrontare una serie di peripezie, che creeranno le basi per evolversi, migliorarsi ed ottenere un nuovo “passaggio”: da burattino a bambino in carne ed ossa. In precedenza, grazie alle capacità dell’artigiano – demiurgo – padre ed alla LUCE profusa dalla fata, si era già verificato il primo “passaggio” iniziatico: la trasformazione da “pezzo di legno – pietra grezza” in burattino animato .

1   Fiaba ha un’accezione più vasta, nel senso che concerne un racconto maggiormente articolato, rispetto alla favola.

2   Cfr. l’opera dei fratelli Grimm, di H. C. Andersen e di A. Afanasjev

3 La fiaba di Pinocchio sarà analizzata più avanti in modo più approfondito.

        Tre gradi iniziatici, quanti quelli che conducono il profano alla Maestranza massonica, simboleggiata dalla pietra cubica, perfettamente squadrata, da inserire nella edificazione del Tempio A\G\D\G\A\D\U\

        Anche il pesciolino Nemo, eroe della Disney-Pixar, trasgredisce ad un comando paterno, dando così l’abbrivio ad un percorso irto di pericoli, ma che consente una crescita personale ed una evoluzione di segno positivo del proprio rapporto con il papà apprensivo Marlin.

        Cappuccetto Rosso, dal proprio canto, non osserva i consigli materni nella scelta della strada da percorrere: anche in questo caso l’infrazione della regola è il preludio a disavventure, foriere di crescita.

        Per dirla con William Blacke, poeta ermetista, “la via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”.

        Il tema del percorso, del viaggio come iter di crescita, come via iniziativa da percorrere incessantemente, comincia a profilarsi come uno dei concetti portanti del presente lavoro.

        Pollicino e Hansel & Grethel, due fiabe pressoché identiche, contengono gli elementi dell’abbandono genitoriale; del percorso-cammino (il tracciamento con sassi, prima, e briciole di pane poi); del perdersi nel bosco, ove “passare la linea d’ombra”, quale passaggio iniziatico, che conduce dalla adolescenza alla maturità; dell’orco-strega, che vorrebbe mangiare la coppia o il gruppo di sette fratelli; dell’abilità con cui superare gli ostacoli; dell’oggetto magico (gli stivali delle sette leghe); della sconfitta dell’antagonista; del ritrovamento del tesoro, che consentirà ai poveri genitori o al padre indigente di mantenere nell’agiatezza la prole, che si è guadagnata sul campo il diritto di rimanere in vita e godersi una serenità precedentemente soltanto sognata.

        Spazio e tempo, il più delle volte, rimangono indeterminati. Anche i luoghi naturali, come il bosco iniziatico, acquistano i connotati degli ambienti magici, nei quali si svolgono avvenimenti prodigiosi e inaspettati.

        I personaggi sono facilmente riconducibili ai ruoli fondamentali dell’eroe, dell’aiutante e dell’antagonista, in virtù delle loro caratteristiche costanti, che determinano la netta contrapposizione tra buoni e cattivi. Per adempiere ai propri compiti soprannaturali, l’eroe protagonista si vale di oggetti magici, che trasmettono il potere, così come la spada fiammeggiante trasmette la Sapienza all’interno delle cerimonie lato mistiche.

        Il lieto fine inoltre sancisce l’epilogo o lo scioglimento della vicenda narrativa. Per dirla diversamente, la pietra si fa cubica.

        La presenza di elementi comuni a culture affatto diverse e distanti fra loro fa propendere per una definizione della favola come una sorta di sogno guidato, ad occhi aperti, in cui l’identificazione dei personaggi costituisce una sorta di addestramento simulato, per la fortificazione del carattere del fruitore.

        I temi della partenza, del viaggio alla scoperta di un luogo lontano, del superamento di un ostacolo e del ritorno rappresentano il brodo primordiale, in cui attingono tutti i narratori di fabulae.

        La partenza evoca, nel rituale di iniziazione, la dipartita del profano, che fa testamento, prima di rinascere libero muratore. Il viaggio, intrapreso dal protagonista, o eroe, da intendersi come processo di conoscenza di se stesso (alla stregua dell’iscrizione socratica, che intima a chi accede nel tempio: nosce te ipsum) e del mondo circostante, simboleggia il percorso di emancipazione, caratteristico del passaggio dalla fase adolescenziale alla realizzazione della personalità adulta, compiuto mediante il superamento di conflitti e prove: esso è un tratto comune a tutte le società iniziatiche, dove esso avviene per lo più attraverso i quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco.

        Lo studioso di folklore e filologo Vladimir Jakovlevic Propp, nel suo noto testo “Morfologia della fiaba” , mostra come le azioni poste in essere dai personaggi siano riconducibili ad elementi stabili: Propp le chiama “funzioni”, di cui ne individua 31. Non sempre tutte le funzioni sono riscontrabili nel medesimo testo, tuttavia esse ne tracciano l’andamento narrativo essenziale, cadenzato da alcune tematiche, che sono invece fisse: l’allontanamento dell’eroe da casa, le successive peripezie affrontate per superare gli inganni dell’antagonista, al fine di raggiungere il premio, che spesso consiste nozze con la figlia del re, ottenuto grazie al proprio coraggio, ma anche all’aiuto di un donatore che gli regala un mezzo magico.

        Nelle fabulae s’intrecciano tematiche antichissime e anche filoni narrativi d’origine colta e letteraria, che si prestano a diversificate interpretazioni, in chiave psicanalitica, sociologica ed alchemica. Nella fiaba riportata da VITTORIO IMBRIANI, “Il Mondo Sottoterra”, compare, ad esempio, la figura del gigante, quale personificazione della forza terrestre.

        I quattro elementi tornano come leit motiv delle fiabe e, segnatamente, di quelle con tratti esoterico-iniziatici più marcati.

        Benché J.R.R. Tolkien non è certamente appartenuto alla libera muratoria, non può negarsi che nella Trilogia del Signore degli Anelli, scritta negli anni ’50 del secolo XX, gli elementi simbolici ed iniziatici giocano un ruolo di non secondo momento. Nel primo tomo, Frodo Beggins, hobbit della Contea, lascia la propria casa ed una vita serena, chiamato a compiere una missione ardua, pressoché impossibile: riportare l’anello del potere nell’alveo del monte “Fato”, unico posto in cui

esso possa essere distrutto. L’anello, forgiato nella notte dei tempi da Sauron, signore, emblema e simbolo del Male, è quello che consente il dominio sul mondo: le terre di mezzo. Sauron è il convitato di pietra di ogni avventura: è un occhio posto verticalmente (ossia in senso opposto a

come è iscritto nel triangolo nella simbologia massonica), che vigila sul mondo da Mordor. Siamo al cospetto di un simbolo invertito, utilizzato, pertanto, in chiave negativa.

        Per portare a termine la propria missione Frodo si avvale di compagni di viaggio: un nobile ramingo Aragorn (futuro Re del mondo pacificato e sposo della Regina degli Elfi, che per lui rinuncia alla propria immortalità), un Elfo, altri tre hobbit, un nano, un cavaliere (Boromir) ed un mago: Gandalf il Grigio. Il quale, dopo la scomparsa alla fine del primo episodio, sprofondato nelle tenebre e negli abissi della terra unitamente ad un demone, tornerà ad aiutare Frodo e la Compagnia dell’Anello, essendo però diventato Gandalf il Bianco: riferimenti alchemici ed esoterici non sono, a modesto parere di chi scrive, casuali. La luce, contrapposta alle tenebre di Sauron e dell’apostata Saruman, ha fatto il suo vittorioso corso sul mago Gandalf, il quale ha avuto bisogno di sprofondare negli abissi, per rinascere migliore.

        La compagnia dell’anello è formata, in tutto, da nove membri. Il numero nove, unito al tre della trilogia, è ricorrente nella saga del professore di Oxford. Forse non costituisce un caso. E forse non è una casualità che il secondo tomo sia intitolato “le due torri”: l’analogia con le due colonne del Tempio di Re Salomone, Jakin e Boaz, erette da Hiram di Tiro, appare di solare evidenza.

        Per compiere il viaggio sino a Mordor, Frodo e compagni, debbono passare per il regno sotterraneo di Moria, il regno dei nani, appesantiti (in senso alchemico) estrattori e cercatori di “metalli”. Il viaggio si compie sottoterra: evoca quello del recipendario nel gabinetto di riflessione, il quale viene, per l’appunto, privato dei metalli. Pubblicato a Leningrado nel 1928 Tolkien potè insegnare ad Oxford, solo in  virtù del fatto che poco tempo prima era stato abolito il divieto per i non Anglicani (Tolkien era cattolico) di accedere all’insegnamento nel prestigioso Ateneo.  “La compagnia dell’anello”, “le due torri”, “il ritorno del Re”. L’elemento dell’aria è rappresentato dagli Elfi, forgiatori di armi magiche. L’acqua sarà il trait d’union fra i diversi episodi. Nel corso del primo tomo compare, ad esempio, per sconfiggere, temporaneamente, i nove cavalieri-spettri, che sono sul punto di catturare Frodo e riconquistare l’anello del potere, indispensabile al loro signore Sauron per la conquista del mondo; ovvero per condurre al temporaneo epilogo i nostri eroi.

        La saga si concluderà all’interno del monte Fato, dove Frodo, vincendo le tentazioni del potere, riuscirà a gettare l’anello del dominio all’interno del magma infuocato. In questo frangente è possibile scorgere alcuni elementi simbolici: il fuoco come elemento che completa l’iter dei viaggi iniziatici; la terra da cui tutto parte e tutto torna; i “metalli” (= passioni) quali componenti che appesantiscono il percorso di salvezza (Frodo definisce infatti l’anello “il mio fardello”); il monte Fato, come un Atanor alchemico, che trasforma ed influisce sul destino dell’Opera e sulle sorti del Gioco magico. All’epilogo, Aragorn erede di Aratorn (è un caso che tale nome abbia una assonanza, quasi anagrammatica, con l’ “Atanor” degli alchimisti?), tornerà a sedere sul regno di Gondor.         Indosserà una veste candida (piena di LUCE) e si appresterà a regnare con saggezza sul mondo pacificato e liberato da guerre millenarie. Abbandonati le armi e gli indumenti funerei,  finalmente rasserenato, il Re può tornare, dopo lungo peregrinare da cavaliere errante, alla sua vera casa. Contrariamente a quanto comunemente si ritiene, i valori esaltati da Tolkien non sono quelli della guerra e della forza, bensì l’amicizia, la lealtà, la perseveranza, la tolleranza: “Ci sono esseri che dovrebbero morire ed invece vivono, ed altri che muoiono ma meriterebbero di vivere: non sta a noi, Frodo, stabilire chi debba vivere o morire”, potremmo dire parafrasando il saggio Gandalf.

        Dalla saga di Tolkien alla notte dei Tempi. Nella epopea del Signore degli Anelli, come in quasi tutte le fiabe, vivono tutti gli elementi  simbolici tipici delle fiabe, che, Secondo Vladimir Propp, risalgono addirittura all’ epoca preistorica e si ricollegano agli usi ed alle credenze delle popolazioni primitive, legate alla cerimonia di  iniziazione, l’insieme di riti magici religiosi, cui venivano sottoposti i fanciulli nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

        Il giovane veniva condotto nella foresta dove doveva superare alcune prove per conquistare la maturità. Dopo le prove poteva tornare al villaggio, cacciare con gli uomini e sposarsi.

        Nelle fiabe si ritrovano molti elementi dell’antico rito: l’allontanamento, il bosco, la magia, le prove da superare, il ritorno, le nozze. Elementi peraltro già visti nei testi già analizzati.

        Da Pinocchio e Dante alle conclusioni. Nella storia di Pinocchio la madre non c’è: il succedaneo è rappresentato dalla Fata turchina.

        Alla stregua di Sara, che era morta per il dolore, mentre Isacco passava il suo rito iniziatico sulla montagna, così la madre-sorella di Pinocchio muore per il dolore per la morte del figlio – fratello. “… si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: “QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI – MORTA DI  DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO” Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto…… E piangendo diceva: “O Fatina mia, perché sei morta?”.

        La fiaba di Pinocchio non è l’unica saga iniziatica in cui muore la sorella, in luogo della madre. Anche ne “I dodici fratelli” dei Fratelli Grimm è la sorella che rimane muta (= morta) per sette anni, onde consentire ai fratelli di resuscitare. Così ne “I sei cigni” la sorella è quella che lotta per far resuscitare i fratelli.

        Dopo il dolore per la dipartita della madre–sorella, Pinocchio deve tornare ai fratelli. Trova un Colombo, che lo conduce al mare, onde poter andare in aiuto di Geppetto, che è nel ventre della balena.

        In gettarsi in mare equivale a riapprestarsi a morire e rinascere, questa volta dal padre invece che dalla madre. Il Colombo è equivalente al simbolo del genitale che appare nello stesso contesto di riti d’iniziazione puberale, come nel mito biblico di Noè, che manda la colomba dall’Arca, per vedere se sia già stato perdonato dal Padre.         Ugualmente lo stesso elemento uccello = genitale = rito iniziatico (circoncisione) = rinascita, appare nelle fiabe “Il brutto anatroccolo” e “I sette corvi”. Nell’incontro di Pinocchio con il serpente, il mostro fallico femminile, che gli eroi arcaici dovevano esorcizzare, come Mosè, Orfeo, Ercole, Perseo, l’Apollo di Ovidio, San Giorgio e Tamino del Flauto Magico di Mozart: “Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta… Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare. Che sia morto davvero?…— disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza… fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso, come una molla… e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra.        E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria”. Lo stesso fango della Madre Terra, da cui era emerso il Pitone che Apollo, il dio iniziatico, era stato costretto a trafiggere con mille frecce

        Il clou del rito si ha con la rinascita, e la piena identificazione con i padri torturatori. Per dirla con il Reik: “Riconosciamo in tutti questi riti la forte tendenza a distaccare i giovani dalle madri, a incatenarli più fermamente alla comunità degli uomini e a sanzionare più strettamente l’unione fra padre e figlio che era stata allentata dall’inconscia tendenza incestuosa del giovane”.

        Il teatro, la trasformazione in asino, l’entrata nel ventre della balena… sono i mezzi con cui Pinocchio riesce a superare gli ostacoli e le difficoltà fino a giungere ad una prima forma di maturità quale può essere la “vera vita”. Va, poi, considerato lo stretto rapporto che lega il racconto con la simbologia numerica, la quale, come nel “viaggio” dantesco (ad esempio, con i numeri 3 e 33), ne diventa una fondamentale parte costituente, utilizzata per meglio comprendere l’iter di formazione dell’eroe, quel ‘burattino’, già pezzodilegno-pitragrezza, che siamo ciascuno di noi.

        Pinocchio, nella sua ingenuità, evoca il formarsi dell’uomo secondo un metodico ritmo universale. Questo iter formativo trova conforto nei miti primitivi, in saghe e leggende, con la crescente coscienza della morte, con il senso della vita e gli usi iniziatici. Il racconto ha come elemento costante una immagine fondamentale: quella della strada.

        Le “Avventure” scorrono in un’atmosfera senza tempo. A far da cornice vi è la più umana delle avventure: quella dello sviluppo umano nella liberazione dall’istinto e dal caduco. In merito al (Cap.XXIII)  (Metamorfosi, I, 435-445) rito iniziatico, esso può essere posto in stretta analogia con Dante, anch’esso è protagonista di un’avventura e come tale viene presentato da Beatrice a Virgilio. Oltre a sperimentare certi stati fisici ed interiori, ascoltare giudizi e consigli, conoscere vicende ordinarie e straordinarie, subisce la prova, iniziatica per eccellenza, del passaggio attraverso il centro della terra per mezzo della sua”advenio” (venire verso, avvenire). La favola iniziatica per eccellenza è quella di Apuleio, Le Metamorfosi, nota altrimenti come l’asino d’oro. Scritta quasi 2000 anni fa, la vicenda narrata appare quale paradigma iniziatico. La curiosiotà dello sperimentare, la trasformazione in asino, la successiva nuova trasformazione in essere umano, sono le tappe di chi muore simbolicamente per rinascere migliore (v., tra l’altro, Biancaneve, e La Bella Addormentata nel Bosco). Nell’asino d’oro vi è un momento splendido, costituito dalla “favola di Amore e Psiche”. Si tratta di un lungo racconto che si sintetizza alla buona. L’ultima di tre figlie di Re, Psiche, è bellissima, tanto da suscitare la venerazione degli uomini e la gelosia di Venere, la quale prega Cupido, suo figlio e dio, di ispirare alla fanciulla una passione disonorevole per l’uomo più vile della terra.       Tuttavia, lo stesso Cupido, alias Amore, si invaghisce della ragazza, e la trasporta nel suo palazzo. Qui Psiche è servita e riverita come una regina da ancelle invisibili. Ogni notte, il dio, senza mai palesarsi, le procura amplessi inenarrabili.

        Psiche deve stare attenta a non vedere il viso del misterioso amante, a rischio di rompere l’incantesimo. Per combattere la solitudine, la giovane ottiene di far venire nel castello le sue due sorelle. Esse, vinte dall’invidia, insinuano che il suo amante sia in realtà un serpente mostruoso: allora, Psiche, armata di pugnale, si avvicina al suo amante.    Ma il dio Amore, che dorme, si rivela alla povera Psiche in tutto il suo fulgore: i capelli profumati di ambrosia e le ali rugiadose di luce, il candido collo e le guance di porpora. Dalla faretra del dio, Psiche trae una saetta, che la punge e la fa innamorare perdutamente dell’Amore stesso. Dalla lucerna di Psiche una stilla d’olio cade sul corpo di Amore, che si desta. Egli fugge da Psiche, che ha violato il patto.

        L’incantesimo è rotto e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell’amato. Vaga per le contrade dell’Ellade, passando di Polis in Polis.        Quindi, deve affrontare l’ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove, l’ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti e il farsi dare da Persefone un vasetto. Di ritorno dagli Inferi, Psiche dovrebbe consegnare il vaso a Venere senza aprirlo, ma la curiosità è invincibile. La fanciulla è allora avvolta in un sonno mortale, ma interviene Amore a salvarla. Per giunta, il dio farà sì che Giove le doni l’immortalità e la dia in sposa all’Amore stesso. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata Voluttà. La discesa agli Inferi è elemento costante, il viaggio nell’elemento terra, che evoca morte e rinascita.

        Gli elementi delineati nel corso di questa faticosa tavola ricorrono con puntualità estrema in tutte le favole seppur sommariamente analizzate. Con un pizzico di presunzione, possiamo affermare che la tesi del prologo appare confortata: ogni favola ed ogni fiaba contengono elementi inziatici, simbolici e tradizionali: passaggio della linea d’ombra, morte e rinascita, crescita e salvezza. Sono parte integrante del patrimonio culturale della società occidentale, cui l’associazionismo lato mistico fa riferimento ed ne è garanzia di ulteriore tradizione.

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UNITI NELLA MELOGRANA

Uniti nella Melagrana
Carissimi Fratelli, a tutti Voi che con Saggezza, Forza e Bellezza tenete alte le Colonne delle Logge del Grande Oriente d’Italia lavorando alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo e per il Bene supremo del nostro antico Ordine, mi rivolgo con affetto e gratitudine nel ricordare l’importanza dello stare insieme e di condividere con Amore fraterno le fatiche e le gioie della costruzione nel grande cantiere universale della Libera Muratoria.
C’è un simbolo fra i tanti sul quale vorrei invitarvi in modo particolare a riflettere per qualche minuto durante i vostri architettonici lavori in questa mia Balaustra del nuovo anno. Ed è quello della Melagrana.
Noi all’ingresso nel Tempio non vediamo immediatamente la colonna J sulla cui sommità troneggia la Melagrana, solo in seguito dopo un duro lavoro riusciamo pian piano a capirne sempre più la straordinaria grandezza e la sublime altezza.
Questo frutto, simbolo fin dalla notte dei tempi e in tante Civiltà d’Oriente e d’Occidente, di grande abbondanza, fertilità, può essere paragonato alla Massoneria tutta, ed i semi, ciascuno diviso dall’altro, possono rappresentare le molteplici Officine sparse per il globo ma che sono saldamente unite insieme da uno stesso ideale, da una stessa impegnativa ma sublime missione rivolta alla “Elevazione dell’Uomo e dell’Umana Famiglia”.
Nella Loggia ogni fratello si distingue dall’altro attraverso la propria identità, le diverse idee e ogni altra specificità ma, grazie al lavoro personale che realizza su se stesso, concorre alla solidità dell’Opera, all’unione ed alla forte coesione della Fratellanza Universale. È nella più totale pluralità che emerge la vera ricchezza interiore e i semi possono proliferare dando frutti copiosi al momento del raccolto. La forza che ci unisce la possiamo trovare continuando a condividere le diverse opinioni, comunicando attraverso il dialogo, senza ostilità di sorta, perché l’elevazione dell’Umanità è nella diversità e non nell’uniformità di un pensiero privato del suo valore umano.
La Melagrana, seme dei semi, deve rappresentare per i Fratelli un sapiente simbolo di umiltà e solidarietà; una fiaccola che deve restare sempre accesa per rendere luminoso il cammino iniziatico che porta ai valori di Uguaglianza e Fratellanza.
Nella nostra iconografia la Melagrana appare in parte sbucciata proprio per esaltare la meravigliosa bellezza della coesione interna fra i granuli. La parte di essa che resta coperta allo sguardo mostra invece la capacità e la forza di difendere i nostri ideali dalla profanità che potrebbe minacciarli. Sforziamoci, in tempi segnati da facili pregiudizi e condanne, di restare più coesi che mai e di lavorare con fertilità d’intenti per costruire il Tempio interiore e contribuire in tal modo all’elevazione morale e spirituale dell’Umanità. E’ questa la via per coltivare l’unione fraterna che è il fondamento principale della nostra antica Istituzione.
Carissimi Fratelli, guardiamo bene la colonna con la Melagrana. Fortifichiamone l’unione contro la divisione, l’amore contro l’odio, la costruzione contro la distruzione, custodendo nei nostri cuori i semi della Fratellanza. E andiamo avanti, orgogliosi e uniti nell’impiegare per una buona causa la nostra esistenza di Iniziati che hanno scelto di essere uomini differenti dagli altri per ricercare l’unità nella diversità delle idee.
“Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”, lo ha detto anche il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno. Solo noi possiamo comprendere la Bellezza di queste parole, perché abbiamo fatto della Tolleranza la più bella delle virtù. Continuiamo, dunque, a lavorare alla Grande Opera, uniti dall’Amore fraterno. Continuiamo a fare maturare all’interno dei nostri Templi, con il fuoco della passione, i semi meravigliosi della Melagrana.

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IL POTERE DELLO SPIRITO. INIZIAZIONE

IL POTERE DELLO SPIRITO

L’Iniziazione: l’inizio della fortificazione dell’anima

    di C. S.

In occasione dell’Iniziazione di C.  S. e S. B.,

Massa Marittima – Ghirlanda, 19 dicembre 2019

“Raccomandate ai Vostri figli di essere virtuosi, perché la virtù può rendere felici, non certo il denaro. Parlo per esperienza, E’ stat la virtù che mi ha sostenuto nella sofferenza , io debbo ad essa, oltre alla mia arte , se non ho messo fine alla mia vita con il suicidio”

Ludwig Van Beethoven (1802)

            Rispettabilissimo Maestro Venerabile, Carissimi Ospiti, Carissimi Fratelli all’Oriente,  Carissimi Fratelli tra le Colonne…desidero esprimere i miei rallegramenti ai due giovanissimi neofiti, giovani “millennials”, S. e C. per essere entrati a far parte del nostro Ordine Iniziatico. Sono orgoglioso perché mio figlio C., così come il figlio di G.  B., ovviamente per una propria predisposizione, è riuscito a interpretare e a interiorizzare i principi massonici, trasmessi indirettamente, a tal punto di desiderarne di farne parte.  Purtroppo io non ho avuto la gioia di avere accanto mio padre, nel momento della mia Iniziazione, anche se è sempre stato presente durante altri momenti …in altri “recinti sacri”, come nelle “Iniziazioni Cristiane”: battesimo, comunione e matrimonio. Mio padre, come faccio io in questo momento nei confronti di C., mi stava affidando, a qualcos’“Altro”…a qualcosa che sentiva più potente e più protettivo della se stesso, a qualcosa di “ Superiore”…a qualcosa d’impalpabile e di misterioso…a qualcosa che potenzialmente poteva migliorarmi e permettermi di conoscere nuovi e più potenti valori, di cui lui non poteva insegnarmi, a qualcosa che andava oltre se stesso, verso qualche cosa di Illimitato, Infinito, Eterno. Non so se lui se ne rendesse conto, ma in quei precisi istanti, così come il momento che sto vivendo, iniziava il nostro distacco.  L’iniziazione, in fondo, è un momento di allontanamento materiale dal padre biologico e contemporaneamente un ricongiungimento spirituale con un “Altro Padre”… con un Padre con la lettera maiuscola. (1). Noi Iniziati, ci caratterizziamo per un dialogo interiore e silenzioso tra noi (Ego) e l’altro (Alter) (2), dove l’“Altro” è rappresentato dalla nostra coscienza…l’altro siamo “noi stessi” …l’altro è il “nostro essere”: com’è ora… o come poteva essere e non lo è stato per i curiosi capricci del destino…o come sarà in futuro; oppure l’Altro è rappresentato da un “Fratello o più Fratelli – Maestri Liberi Muratori – ” che con le loro azioni e/o le loro parole…cioè con la loro testimonianza, incidono positivamente su di noi, sul nostro comportamento, sulle nostre scelte, essi possono rappresentare dei veri e propri “archetipi” (archè = originale / Tipos =modello); oppure l’Altro è rappresentato da qualcosa di più elevato…di trascendente…che si pone al di fuori della realtà oggettiva…che mi piace definire, in questo contesto: ’“Assoluto/Dio/, che noi lo identifichiamo con il “Grande Architetto dell’Universo”, che non è una figura identificabile con un Dio Religioso…un Dio Antropopatico ( che soffre per l’uomo) (3) ma è un “Ens Metafisico” ( metafisica= andare oltre la fisicità ) …è la “Legge Misteriosa  e Ineffabile”  (Ineffabile=qualcosa che non si può descrivere…esprimere …spiegare  con le parole) che regola in maniera armonica l’intero universo”. Quest’incontro, tra il nostro Ego e il Trascendente, stimola a una duplice conseguenza. La prima è l’acquisizione…l’intuizione del “senso del sacro”, e l’idea che ci creiamo è, può essere, solo nostra.  Dobbiamo ammettere che il senso del sacro o il senso religioso o il senso della religiosità può essere acquisito anche nel mondo profano, se un individuo ha la grazia di ricercarlo. Esso scaturisce, involontariamente, dalla paura della morte…dalla consapevolezza della finitezza e limitatezza umana e dal desiderio di superarla. “Nessuna società può vivere a lungo, essere felice e creativa senza la “spiritualitàsenza di essa la società è costretta a soffrire di una drammatica scarsità di amicizia e armonia dei suoi membri, nonché di un eccesso di odio mortale e contrapposizione “… sono parole di uno dei padri fondatori della sociologia, il russo Pitirim Sorokin , che nel 1940 fondò il primo dipartimento di sociologia all’Università di Harvald (4). La seconda invece è quella più rilevante ed è l’acquisizione di un vero e proprio “potere dello spirito o forza d’animo”       Esso può essere conquistato solo immergendosi nella filosofia dei vari Gradi Iniziatici….solo percorrendo lentamente , come viandanti, il proprio “Viaggio Iniziatico”… che a me piace chiamare: “itinerarium in mentis deum” …in cui abbiamo, durante questo lento cammino, un rapporto privilegiato con l’Assoluto. Nella Libera Muratoria, in poche parole, impariamo ad avere “stomaci forti e polmoni robusti”, come si dice, in senso simbolico, abbiano gli dei (5); i quali, per questo motivo, sono capaci di tollerare e di superare qualsiasi difficoltà….qualsiasi evento doloroso/negativo.  Noi, fortificando il nostro spirito, dobbiamo cercare di acquisire – come disse – con un’espressione molto efficace –  il Fratello Rudyard Kipling (6) – “la capacità a trattare le sconfitte come le vittorie”…solo così potremmo avvicinarsi, cosa estremamente difficile, alla “Saggezza Iniziatica” …e diventare in tal modo dei Liberi Muratori “Saggi”. Mi piace rilevare, a questo proposito, che l’“Uomo Nevrotico” non riesce a inglobare in sé gli aspetti negativi della vita…non è disposto a tollerare il dolore e per questo è sempre in conflitto con se stesso, disperato e in preda a crisi di panico (il nevrotico è l’uomo che ha perso l’”amor fati” (7) ) ; l’”Uomo Medio”, invece, riesce ad inglobare una quantità limitata di negatività; l’”Uomo Creativo”, come lo siamo noi Iniziati, allenati all’intuizione e all’interpretazione dei simboli, riesce ad inglobare una grande quantità; gli dei o Dio/l’Assoluto, riescono a inglobarla una quantità infinita, senza esserne abbattuti e per questo gli dei rappresentano la massima espressione della saggezza: “Saggezza divina”.

Ed è questo il mio auspicio ai neofiti, a S. e C., quello di immergervi fino a smarrirvi dolcemente nel Nostro Ordine Iniziatico, senza paura, con lo scopo di illuminarsi e di perfezionarsi (8) (9) (10)- fino a diventare degli “Uomini Saggi”…tale da vivere la propria vita con una “personalità altruista” – finoad diventare “eroi di altruismo”-  con equilibrio, con prudenza, con forza e dignità, riuscendo a sopportare l’imprevedibilità del destino. Acquisire questa “Forza o Potenza d’animo” vi renderà “virtuosi”  …e questa dovrebbe essere – secondo me-  la caratteristica della personalità di un “Iniziato Libero Muratore”. Solo con “Individui” così “Temperati” riusciremo a portare a buon fine il nostro alto compito: quello di “Lavorare” per migliorare il genere umano…per il bene dell’umanità.  

NOTE

(1) Questo concetto mi evoca il romanzo di Herman Hess (Nobel 1946) “ Siddharta”. Il giovane Siddharta lascia il padre per cercare se stesso…per migliorare se stesso…per cercare la conoscenza…per capire il senso del vivere e comprendere la verità…perchè si rendeva conto di vivere in una realtà che gli nascondeva la verità. . Anche qui il padre posò la mano sulla spalla di  Siddartha e disse : “ Andrai nella foresta …e se nella foresta troverai la beatitudine, ritorna e insegnami la beatitudine…se troverai la delusione ritorna  riprenderemo insieme a sacrificare agli dei”. Io credo che l’Iniziazione massonica rappresenti una metamorfosi della figura del Padre, verso un Padre ancora più grande… è questo il senso della metamorfosi padre/figlio…della trasformazione da “uomo materiale” a “uomo spirituale”.

(2) Dal libro “ Che cosa è il potere? Di Byung-Chu Han, Ed. Nottetempo, 2019). L’uomo non è libero finchè non si rapporta all’Altro, all’esterno, cioè finchè non ritorna a sé nell’Altro, finchè l’alterità dell’Altro non viene elevata nel sé.  È un gioco asimmetrico la relazione tra l’Ego e l’Alter, dove l’Alter si comporta come un oggetto passivo che subisce semplicemente la volontà dell’Ego …in tale rapporto l’Ego ravvisa in Alter la propria immagine, cioè se stesso, perché l’Alter rispecchia Ego, questi torna a se stesso. Ego, malgrado la presenza di Alter è a proprio agio. Il potere è la capacità di essere a proprio agio.  Hegel rappresenta il rapporta tra l’Ego e l’Altro …l’interiorizzazione tra l’ego e l’altro con un semplice metafora chiamata “ Interiorità digestiva”: l’altro entra in noi ( ego) come un cibo che mangiamo e lo digeriamo …lo interiorizziamo …l’esterno ( l’Altro) diventa interno all’ (Ego). In tal modo si rileva una affinità in termini di logica del potere tra digestione e attività spirituale)  .

 Il “potere” è un concetto flessibile capace di riunire in se tante idee divergenti. Comunque nel senso più ampi vuol dire: avere forza, facoltà, la capacità, diritto di poter fare qualcosa…disporre della facoltà  di fare qualcosa….libertà di fare qualcosa in assenza di ostacoli di ordine materiale o non materiale che lo impediscono.

(3) Max Scheler (1874-1928) (Max Scheler. L’eterno nell’uomo. Ed. Bompiani. 2009) scriveva che sentire o vedere una presenza di Dio nella creatura, analogamente al modo in cui l’artista può essere visto e sentito nell’opera d’arte, rappresenta un “atto religioso” e aggiungeva che: “Insegnare a trovare Dio, è qualcosa di più eccelso che provare la sua esistenza. Solo chi ha trovato Dio può sentire la necessità di dimostrarne l’esistenza. Ogni spirito finito crede o in Dio o in un idolo. Non c’è una terza possibilità…per i servitori di Mammona è il denaro, per i servitori dell’idolo dello stato assoluto è lo stato, per colui che fa delle nazioni il “sommo bene“ è la nazione e per il bambino è forse il suo pupazzo”. Secondo questo filosofo tedesco, esistono un Dio della Religione (Dio Antropopatico ) ed un Dio della Metafisica. Il Dio Religioso è oggetto intenzionale della religione: conosce la collera, la vendetta, l’amore. Il Dio Religioso – diceva Scheler– volge il suo sguardo su di me, su i popoli interi e più intensamente che mai nella preghiera; Egli è ora amorevole con me, ora in collera per i miei peccati…colpisce i peccatori con nuovi peccati, ripartisce le sue grazie e disgrazie secondo una misura libera, imperscrutabile. Il Dio Religioso è un “Dio vivo”. Il Dio della Metafisica è invece un“ ens” assolutamente immobile ed immutabile, nel quale tutto è eterno, sovra-temporale. Comunque, secondo il filosofo tedesco, noi uomini finiti non possiamo fare a meno di avere una rappresentazione inadeguata dell’Eterno…di Dio, agiamo in un’apparente contraddizione, perché non possiamo fare a meno di immaginare insieme/in un tutt’uno, il Dio della Religione (Antropopatico) ed il Dio Metafisico.  “Il vero Dio non è così vuoto e immobile come il Dio della Metafisica; il vero Dio non è così limitato e vivo come il Dio della mera fede”.

(4) Sorokin, se la sociologia scopre l’amore cristiano. Simone Pagliaca : Avvenire , 17 dicembre 2019.

“ Nessuna società può vivere a lungo, essere felice e creativa, senza gli eroi dell’amore e della siritualità”. E ancora i santi sono esperti produttori di “energia-amore”, che da essi è generata in grande quantità e della più pura qualità. Senza questi esperti nella produzione d’amore, la società è costretta a soffrire di una drammatica scarsità di amicizia e armonia, nonché di un eccesso di odio mortale e contrapposizione dei suoi membri. Egli ha studiato il ruolo dell’amore che gioca nella società (Altruistic Love). Il suo interesse si è concentrato sull’idea della “ Mobilità sociale e la dinamica sociale e culturale” La società non è vista come qualcosa di fisso, né in movimento dinamico verso un progresso indefinito e roseo. È invece caratterizzata da fluttuazioni socioculturali cicliche condizionate da specifiche mentalità culturali che agirebbero come fattori d’ integrazione tra i diversi ambiti della società e sono secondo lui : il fattore religioso o spirituale;  l’Economico; lo scientifico  e l’artistico ..i principali. Questi, pur essendo diversi tra loro, presentano dei tratti comuni dovuti alla mentalità culturale dominante, ispirata da una gerarchia di valori. Nel corso del divenire dei sistemi socioculturali all’alternarsi delle mentalità segue l’alternarsi di fasi ideazionali dei sistemi socio culturali, aperte al sovrasensibile e alla trascendenza, a fasi sensiste intrise di materialismo e immanenza (sensiste, contrario di sovrasensibile ; immanenza contrario di trascendenza) . Fanno capo, talvolta, delle fasi intermedie definite idealiste.  Sorokin, ha eseguito una ricerca sociologica su un campione di oltre tremila santi cattolici di tutti i tempi, ritenuti “eroi dell’altruismo”. Lo scopo della ricerca è di illustrare le caratteristiche della personalità altruistica perché “l’amor, non è solo una forza vivificante, ma anche il miglior modo terapeutico per assicurarsi una vera pace della mente, una significativa felicità, una effettiva libertà, forza e creatività. Dai “santi” occorre muovere per “ migliorare il genere umano. In caso contrario – dice Sorokin- l’odio , con tutti i suoi corollari, morte , distruzione, miseria , anarchia, continuerà a macchiere la storia e a spingere nel baratro”.

(5) John Banville (Teoria degli Infiniti. Ed. Quanda, 2009): si riportail dialogo tra il dio Hermes, figlio di Zeus e di Maia la donna nella caverna, e il protagonista del libro, Adam Godley, che ha passato la vita studiando l’infinito, e ora sta facendo i conti con la propria finitezza: << Capisco il vostro scetticismo. Perché in questi tempi gli dèi tornerebbero tra gli uomini? Ma il fatto è che non ce ne siamo andati…voi avete solo smesso di riceverci. E come avremmo fatto ad andarcene, noi che non possiamo essere che ovunque. Ci siamo limitati a fingere di esserci ritirati, per un decoroso intervallo di tempo , come a dire che sappiamo quando siamo indesiderati. Eppure non sappiamo resistere …in ragione del nostro amor di malizia o di quella persistente nostalgia che coviamo per questo accidentato mondo di nostra fattura; perché è ovvio che ne esistono infiniti altri come questo e che dobbiamo custodire sempre vigili con ogni cura….Tutto questo ovvio lo esprimo nella lingua degli umani, di necessità. Parlassi con la mia voce , vale a dire la voce della divinità, rimarreste sconcertati dal suono: di fatto , non sareste in grado di udirmi ,  tanto rarefatto è il nostro parlare celeste a paragone dei vostri grugniti a stento articolati . Noi ci rivolgiamo gli uni agli altri, per così dire, unicamente come aria, come luce, come qualcosa di simile alla qualità dell’azzurro più profondo e trasparente…E il paradiso: che cosa è? Per noi, gli immortali, non esiste e neppure l’Inferno, né alto né basso, solo l’infinito qui, che è una specie di non qui. Pensateci! ….L’incapacità dei mortali di immaginare le cose come sono veramente è ciò che consente loro di vivere, giacchè un fugace , incontrastato sguardo alla totalità della sofferenza del mondo li annichilirebbe sui due piedi, come una zaffata del più letale gas mefitico. Noi abbiamo stomaci più forti, polmoni più robusti, vediamo tutto in tutta la sua spaventosità in ogni momento e non ne siamo abbattuti; questa è la differenza e questo ci rende divini>>

(6) “ Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta , e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso”

(Joseph Rudyard Kipling: nato a Bombay in India nel 1865, da genitori Inglesi – anche il padre era massone-  , punto fermo della letteratura inglese, grande iniziato – Loggia “Hope and Perseverance “ n°782 a Lhaore- e punto fermo della Massoneria Universale moderna. Premio Nobel per la letteratura nel 1907. Morì nel 1936 in Inghilterra. I riferimenti Libero Muratori si ritrovano nei” libri della giungla”

(7) “ Solo il dolore fa crescere , ma il dolore va preso di petto , chi svicola o si compiange , è destinato a perdere. La vita non è un belvedere panoramico ma un cammino , e questo cammino presenta spesso dei punti in salita. Se percorrerai il cammino interiore , sarai comunque sempre solo . Non sarai in grado di di girarti verso qualcuno e dire : spianami l’onda o restituiscimi il sole. È quest’assoluta solitudine dell’uomo in ricerca – la totale mancanza di appigli di sostegni – che viene costantemente negata dal mondo che ci circonda . Il cammino spirituale autentico non conosce il conforto della compagnia nel tepore della consolazione . È nudità , solitudine, asprezza, , disperazione della tempesta , senza fari all’orizzonte Più lo affronterai , più scoprirai che è nutrimento , una roccia. Quella roccia che da tempo cercavi per edificare la tua casa…. Ogni trasformazione è un movimento che va dall’interno verso l’esterno . Se riesci a modificarti in profondità, cambia anche il mondo che ti circonda. I Santi non erano i primi della classe, in loro non c’era niente di molle o di svenevole; ma è una persona che lotta, una persona che va contro corrente, e dunque non è un debole…vive nella totale solitudine, nel più grande abbandono, sforzandosi nella lotta contro il male. Oggi viviamo in una società fragile,, inerme in profonda decadenza. Una civiltà che cede a tutte le tentazioni tranne a quella della fatica. Eppure la fatica è l’essenza stessa della nostra vita e di tutte le creature. Senza fatica non cè costruzion . Senza costruzione non c’è senso. Per evitare le inevitabili depressioni che ne conseguono, è necessario vivere secondo il principio della curiosità e della meraviglia. Curiosità per ciò che accade e che non è mai ovvio, meraviglia per la creatività di tutto ciò che ci circonda. Il cammino interiore è simile al lavoro che una volta facevano gli uomini per accendere il fuoco. Si batte e si ribatte una pietra contro l’altra, senza stancarsi, finchè scocca la scintilla. Per nascere il fuoco ha bisogno di legno, per divampare deve aspettare il vento. Cerca sempre il fuoco della tua vita, attendi il vento dello spirito” .  (La saggezza ( semi-iniziatica) di Susanna Tamaro , 2019).

(8) Attenzione! Questa “ricerca della perfezione” è un concetto ben diverso dalla “ricerca dell’eccellenza”…quell’asfissiante concetto di eccellenza che oggi rischia di annientare gli orizzonti di vita dei giovani…ricercare la perfezione non significa eccellere, non significa prevalere sugli altri, non significa essere eccellere per rispondere alle richieste di mercato.

(9) “La Santità Giovane”. Millennials veri e santi senza paura. (Matteo Liut 30 Ottobre 2019): si può raggiungere la perfezione interiore suonando il violino o dipingendo; si può afre esplodere di colori la propria vita anche mentre si lotta contro  problematiche avverse del vivere o mentre si lotta contro un tumore.  La santità è un orizzonte di vita che sa ancora affascinare (Cavaliere Kadosch / Santo – 30 Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato…è un percorso simile, anche se laico) che continua ad affascinare i giovani  e che muove verso ideali di vita controcorrente. (Vedi anche non i giovani non ci sono storie , o meglio , le uniche storie che sono disposti ad ascoltare sono quelle dei testimoni autentici , di coloro che si sono messi in gioco in prima persona. I giovani hanno dentro di se un sesto senso che li predispone ad accogliere solo ciò che comunica loro vitalità. Nel brusio del mondo contemporaneo…le continue novità degli strumenti tecnologici…tutto si riempie di parole di rumori, di piaceri superficiali e di rumori a velocità sempre crescente …lì non regna la gioia ma l’insoddisfazione di chi non sa per cosa vive…non c’è più tempo per riflettere …per mettersi in ascolto di quel silenzio in cui parla la tua coscienza …l’Infinito…il Trascendente. “ Non avere paura… La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia.” (“Gaudete et Exultate”  Papa Francesco. Esortazione Apostolica -2018-)

(10) “ Solo colui che non cerca più di vincere e di prevalere, ma repera il senso profondo di essere “forte”,  “Saggio” e “ Temperante” , può infine essere giusto , e fiorire in armonia con il mondo “ (Vito Mancuso. La forza di essere migliori . Garzanti ed. 2019)

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INIZIAZIONE DI 2 FIGLI

M.:V.:, Fr.: all’Or.:, Fr.: fra le Colonne

Questa è una serata speciale: i Fr.: I e II Sorvegliante accolgono i loro figli  che vanno ad arricchire  questa Loggia e l’Istituzione. Siete due perle che vanno a sommarsi al già ricco tesoro di questa Loggia.

Benvenuti in questo luogo senza tempo dove i Liberi Muratori si riuniscono per i loro lavori rituali. Oltrepassata la soglia del Tempio venendo dal presente , si viene catapultati nel passato per proiettarsi nel futuro con un bagaglio di insegnamenti ricevuti e arricchiti dalle proprie conquiste da trasmettere ai Fr.: che verranno.

Cosa dire a due Fr.: appena arrivati nel giorno della loro Iniziazione? Semplicemente , ascoltate. Voi dovrete osservare , nel vostro grado, un periodo di silenzio durante i lavori di Loggia, ma non sarà esso un silenzio punitivo, né passivo, esso dovrà essere un silenzio Attivo e Fattivo. Ascoltate quello che i vostri Fr.: diranno, anche se può sembrare incomprensibile , riflettete su quanto sentite. Nulla tra queste Colonne è per caso. Tutto ha un valore. Fatevi sostenere dai Fr.:, noi saremo sempre pronti a condividere il vostro peso. Non dovete avere timore, tutti siam passati attraverso: Incertezze, Titubanze, paura di sbagliare o di essere fuori luogo. Ricordatevi, “ad ogni errore c’è una conquista, anche se minima. Voi , per noi, siete come l’acqua per l’assetato. Voi siete il nostro futuro, coloro che consentiranno alla nostra Istituzione d’andare avanti”.Tra queste colonne c’è tutto quello che a voi interessa sapere, ma, lo dovete tradurre, interpretare. Questa è la bellezza della simbologia. L’interpretazione dei simboli è individuale, si avvale della vostra percezione, intuizione, sensibilità. Nulla vi sarà regalato, tutto dovrà essere conquistato.

Il lavoro di levigatura, della vostra pietra interiore, è un lavoro faticoso e incessante.

Mostrate Onore e Rispetto per il grembiule che indossate, simbolo di : Tolleranza, Amore, Uguaglianza, Fratellanza e Libertà.

Detto ciò vi auguro un incessante e proficuo lavoro . Cesare e Stefano Benvenuti.

A questo punto M.:V.:  consentitemi di raggiungere le colonne per un saluto di benvenuto da Padre al Figlio

    Stefano, non è facile trasferirti i sentimenti e le emozioni che in questo momento mi attanagliano. Ci provo ….In questi anni hai regalato alla famiglia tante soddisfazioni. I nostri rapporti,sono maturati,prima da padre e figlio, poi, da amici, e adesso Fratelli, credo di poter dire di aver raggiunto il culmine della gioia.

Sei venuto alla Luce  e ti ho tenuto fra le mie braccia, proteggendoti; hai chiesto  la Luce e ti è stata concessa; come vedi la Luce è il comune denominatore della tua vita, che sarà, sicuramente, radiosa.

La tua nascita si deve ad una volontà superiore. Quando ogni speranza era svanita e stavo realizzando che avrei perso te e la mamma ecco che viene avanti la tua determinazione. Sei venuto al mondo a dispetto di medici e infermieri e con la stessa determinazione hai raggiunto i traguardi che ti eri prefissato.

 Nelle nostre officine si opera per il bene dell’Umanità e quel bene , in parte, è nelle tue mani. E da questa sera inizia per te una nuova avventura.

Sei cresciuto bene, con sani principi e solidi valori. Sei un bravo figliolo. Grazie alle tue qualità sei stato apprezzato in Italia ed all’estero. Chi ti ha conosciuto è rimasto compiaciuto e si è ritenuto fortunato nell’averti incontrato.

Sei brillante, solare, radioso. Sensibilità ed empatia fanno parte di te e, sicuramente, ti aiuteranno a raggiungere la “conoscenza”.

Come disse Gustavo Adolfo Roll: “Nella Luce accenditi, nella Fiamma incendiati, ma soprattutto non spegnerti MAI”.

Questa sera molti Fr.: sono venuti per darvi il benvenuto, e tra questi, c’è il Fr.: che in tempi non sospetti ti disse “se un giorno ti troverai a firmare dei documenti importanti fammelo sapere”. Stasera è presente in questa giorno così importante. ma sono sicuro che fra noi accanto a te o come fece la sera della mia iniziazione, di fronte a te, c’è un altro Fr.: che ti accoglie, mio tramite con un Triplice Fraterno Abbraccio e ti da il benvenuto.                            

                                                                BENVENUTO FRATELLO

Voglio concludere con le parole di Franco Battiato:

Molte sono le vie ma una quella che conduce alla verità

Benvenuti S. e C.  

Grazie per l’attenzione    

G. B.                                         

19/12/2019

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INIZIAZIONE DI 2 FRATELLI

Iniziazione C. S. e S. B

R:.L:. Garibaldi 1436 Or:. Di Follonica

Tempio di Ghirlanda giovedì 19 Dicembre 2019

Venerabile Maestro in Cattedra

Rispettabilissimi Dignitari che sedete all’Oriente

Rispettabili Fratelli che ornate le colonne.

Ogni qual volta in una Loggia si procede ad una Iniziazione, per tutti i LL.·. MM.·. in generale e per quelli della Loggia in questione in particolare, vi è una grande emozione, una grande “festa” dell’animo, perché la Loggia stessa e tutta la Libera Muratoria si arricchisce del bagaglio umano e della ricchezza interiore del nuovo Entrato, questa sera assistiamo a qualcosa di unico ed eccezionale, innanzi tutto gli Iniziati sono due e poi sono i figli naturali dei Fratelli G. B. e  C.  S.

Ai nuovi entrati ( neofiti ), che ancora non sanno bene quali saranno gli impegni massonici che li attendono nella futura vita iniziatica, i fratelli più anziani porgono il benvenuto dandogli i primissimi stimoli e consigli per poter iniziare e proseguire al meglio la nuova vita massonica a cui i neofiti sono rinati nel giorno dell’Iniziazione ( Battesimo ).

“Carissimi Fratelli, dopo aver ripetuto la “promessa solenne” e dopo essere stati accompagnati all’Ara Sacra, il M.·. V.·., con la spada fiammeggiante appoggiata sulla vostra testa, ha pronunciato le seguenti, ritmate parole : “… io ti inizio, … ti costituisco, … ti creo, … Apprendista Libero Muratore.” Ora, se da un lato siete diventati “Massoni”, dall’altro avete ancora un lungo cammino da compiere per essere dei “buoni Massoni”.

Oggi infatti, siete stati introdotti a pieno titolo a far parte della nostra “Famiglia Universale” – c’è stato il consenso di tutto il Popolo Massonico – ma voi, da profani, vi siete dichiarati pronti e disponibili a percorrere la via iniziatica, ad assorbire i principi morali, spirituali, le virtù ed i misteri della Massoneria. Ma il cammino che vi attende è ancora tutto da compiere. Quali Iniziandi avete avuto varie e diverse motivazioni per accettare di far parte della nostra Grande Famiglia; le diversità

dipendono dalla sensibilità personale, dalla cultura e dalla predisposizione a servire e ad amare che ciascuno di voi ha; pertanto è soltanto con la vostra assidua partecipazione ai lavori di Loggia che potrete scorgere la Verità celata dietro i Riti ed i Simboli e potrete quindi, seppur lentamente, far parte attiva ed integrante della armonica e fraterna Catena d’Unione che tutti ci lega.

Naturalmente essere figli di Massone vi ha consentito di vivere in un ambiente  di profondi valori e, sono convinto, faciliterà il percorso che state per intraprendere.

Divenire un “vero Massone” dipende molto, oltre che dalla propria predisposizione, dalla personale determinata volontà a rinascere a nuova vita così come vi è stato simbolicamente richiesto in questa cerimonia di Iniziazione. Dovete essere in grado di rompere con lo schema mentale che vi ha sorretto nella precedente vita profana, vi dovete impegnare, con umiltà e continuità,  ad apprendere l'”Arte Reale”, sia con approfondimenti speculativi personali, sia con la costante presenza ai lavori di Loggia e ciò perché è nella Loggia, la nostra “officina”, che si compie il cammino sulla via che porta, per mezzo del perfezionamento interiore, alla “Vera Luce”. In Loggia riceverete insegnamenti, indicazioni, esempi, … la via da seguire ! E’ in Loggia che imparerete ad usare il martello e lo scalpello, strumenti indispensabili per sgrossare la pietra grezza e cioè voi stessi.

E’ soprattutto per il tramite dei lavori di Loggia che imparerete a spogliarvi delle scorie profane; è solamente in Loggia che potrete penetrare i misteri massonici sviluppando al massimo le vostre facoltà spirituali; è per questo che la Massoneria ricorre all’uso di simboli ed allegorie per insegnare verità e principi etici e morali.

Fratelli ! Partecipando quindi sempre ed attivamente ai lavori di Loggia diventerete parte viva, utile ed indispensabile di un unico organismo pulsante; potrete fruire dei risultati concreti ottenuti dalla Massoneria e potrete capire il significato di “Solidarietà ” così come quello di “Amore fraterno”. Quest’ultimo è reale ed ha il significato letterale che lo definisce : la Massoneria infatti può influire sul cuore degli Uomini.

In Massoneria si riceve l’amore fraterno soprattutto in quanto lo si è dato; è in Loggia che mirabilmente avviene questa osmosi che è necessariamente spirituale.

Nel grembiule da noi indossato, qualunque sia il grado da ciascuno ricoperto, ognuno di noi, in esso, deve riconoscere e quindi rispettare l’onore, la dirittura morale, la lealtà , il richiamo spirituale di tutto il mondo massonico e cioè l’esaltazione dell’unione e della solidarietà e quindi dell’amore di tutti i Fratelli della Comunione.

Carissimi Fratelli … non dimenticatelo mai: la Massoneria non esiste per darvi,  ma per ricevere, perché, tra di noi, non c’è nessuno che possa darvi qualcosa  in termini profani, ma tutti ci aspettiamo da voi di ricevere la vostra sincera,  profonda, onesta, disinteressata fraternità.

Desidero salutare il vostro ingresso con un Messaggio di Saggezza: “Vai serenamente in mezzo al rumore e alla fretta ma ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio. Finché è possibile, senza arrenderti, conserva i buoni rapporti con tutti. Dì la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche il noioso e l’ignorante: anch’essi hanno una loro storia da raccontare. Evita le persone prepotenti e aggressive; esse sono un tormento per lo spirito. Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro, perché sempre ci saranno persone superiori e inferiori a te. Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Mantieniti interessato alla tua professione, anche se umile; è un vero tesoro nelle vicende mutevoli del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo è pieno di inganno. Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c’è di buono. Molti lottano per alti ideali e dappertutto la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Non essere cinico, non fingere di amare, perché a dispetto di ogni disillusione l’amore è perenne come l’erba. Accetta di buon grado l’insegnamento degli anni; abbandonando riconoscente le cose della giovinezza. Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna. Ma non angosciarti con fantasie; molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Abbi rispetto di te stesso. Tu sei figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai un preciso diritto ad essere qui. Perciò stai in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca. Qualunque siano i tuoi travagli e le tue ispirazioni, nella rumorosa confusione della vita conserva la pace con la tua anima. Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti, questo è ancora un mondo meraviglioso. Fai di tutto per essere felice.”

(Da un manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell’antica Chiesa di San Paolo)

Un triplice fraterno abbraccio S. e C.

Benvenuti nella nostra Loggia Garibaldi 1436 all’Oriente di Follonica

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SI FA PRESTO A DIR TOSCANA

Data 03-08-2011    LE IDEE  di FRANCO CARDINI

SI FA PRESTO A DIR TOSCANA

Lo storico Franco Cardini interviene nel dibattito sulle sorti della toscanità aperto sulle pagine del nostro giornale. ( LA NAZIONE)

“La favella  toscana, chè si sciocca  nel toscanismo degli Stenterelli, canora discendea, col dolce accento della Versilia, che nel cor mi sta”. Forse ormai solo più anziani tra noi ricorderanno questi versi che, nelle scucile elementari e medie toscane di alcuni, decenni fa, era obbligatorio imparare a memoria. Appartengono e “Davanti San Guido” del versiliano Giosuè Carducci, a lungo trapiantato in Maremma e quindi a Firenze: un toscano che di Toscane ne conosciute parecchie.

(…) Poeta e filologo, il vecchio Carducci insegna qui parecchie cose da non dimenticare: che esiste una koiné dialettale toscana per quanto precise ragioni storiche l’abbiano imposta come modello per la lingua italiana il che le ha fatto smarrire alcuni connotati specificamente dialettali; che tale koiné – d’antichissima origine: si discute ancora sull’origine etrusca della “c” gutturale aspirata… – va distinta in vari, differenti variabili locali (gli “accenti”); che nel mondo regionale toscano le aree subregionali sono forti e dotate di un loro rispettivo carattere identitario; che la “toscanità”, espressa appunto dalla “favella” dal linguaggio, non può camuffare da “toscanismo”, caricaturale (e di Stenterelli soprattutto oggi, da quando si è sviluppata nel mondo dello spettacolo una “scuola comica toscana”. francamente ce ne sono in giro fin troppi…).

Dal momento che oggi si parla continuamente di memoria, di “dovere della memoria”, di “giorni della memoria”, ma quanto a memoria autentica ce n’è rimasta pochina, cerchiamo di rinfrescar la poca che ci rimane. Se così non fosse. tutti ricorderebbero non solo i versi del Carducci, ma anche quelli di Guido Cavalcanti che, esule nell’anno 1300 a Sarzana, ispirava “Perch’io non spero di tornar giammai – balla tetta, in Toscana…”: dimostrando che ai suoi tempi la toscanità di Lunigiana e Garfagnana, strette tra Tirreno e Apuane e tanto prossime all’Emilia e alla Liguria, non era poi troppo sentita. Ma il problema appartiene anche ad altre aree marginali della regione: si può forse negare che il Mugello risente del emiliano, il Casentino del romagnolo, la Valtiberina e la bassa Maremma del laziale, e che se Perugia è una città umbra che a molti (perugini compresi) sembra “quasi-toscana” Arezzo, Cortona e Sansepolcro hanno  spiccati caratteri “umbri”? Non è forse vero che all’Elba e nelle isole dell’Arcipelago toscano si respira aria di Corsica, come notava anche l’esule Napoleone nel 1814? E che Livorno, più che sorellaccia sboccata della vicina e detestata Pisa, è splendida figlia  del meticciato mediterraneo  e della lungimiranza medicea?  Ma la Toscana è tutto questo identità è assoluta, né questo, è queste differenze e queste sfumature, e anche queste rivalità e questi antichi rancori: guai a ridurla al “Triangolo d’Oro”  Firenze – Pisa – Siena: è guai proprio, e soprattutto, perchè tale Triangolo perdinci  é una realtà, ed è d’oro sul serio. Che poi l’unità d’Italia, inducendo a dimenticare l’esperienza granducale medicea e lorenese e magari provocando un riacutizzarsi delle rivalità cittadine e municipali, ci abbia fatto dimenticare  la “patria” toscana, è vero. Ma non si tratta affatto di un processo storico irreversibile. Insomma, è un po’ ozioso e un po’ ridicolo discutere se esista, o se  esista ancora, la “toscanità”: dal momento ché la nostra storia e la nostra parlata sono lì, pronte, a fornirci sicure risposte.

L’identità toscana fatta di mille città in storica lite tra loro, di un paesaggio vario. e complesso, di una ricchezza e di una varietà irriducibile. Si fa presto a dir Toscana. Capirla, è un altro discorso.

Ma non  ci sono “le Toscane” , come ci sono invece “le Puglie” “gli Abruzzi”  o “il Triveneto”. Attraverso mutamenti e perfino sconvolgimenti, l’identità geografica (la forte caratterizzazione dei  confini tra Tirreno, Appennino e valle del Tevere), quella etnodemografico – linguistica (le qualificanti presenze etrusca e longobarda, la forza dell’impianto romano)  e quella istituzionale – ambientale (la realtà unificante della Marca medievale, la tradizione urbana. la parcellizzazione della proprietà agricola) sono rimaste solide.  Tutto ciò può essere richiamato e valorizzato oppure dimenticato. Sta a noi scegliere. Nessuna identità è assoluta, né perfetta, né eterna. Si è comunità, soprattutto e anzitutto, se e nella misura in cui come tale ci si vuol riconoscere. Continueremo ad esser “toscani” – nomenclature geografiche o amministrative a parte – solo se vorremo esserlo.

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LA PAROLA

LA PAROLA

Carissimi fratelli,           nell’ultima Tornata dei Lavori i Frr. S. e L. hanno presentato due Tavole incentrate sullo stesso argomento: LA PAROLA, sviluppando su tale tema una serie di considerazioni molto interessanti anche se, come è logico, ognuno dei fratelli ha impostato il proprio Lavoro secondo personali e originali argomentazioni

           Come spesso succede ascoltando una Tavola in Loggia, ognuno di noi ha avvertito un immediato prurito intellettuale, ha percepito stimoli interessanti, ha afferrato aspetti sui quali forse non aveva riflettuto abbastanza, ha sentito un moto istintivo dell’animo che lo portava a chiedere la parola pur consapevole di non essere preparato in modo adeguato rispetto al tema trattato.

          Il più delle volte, dato il poco tempo che abbiamo per riflettere “a caldo” sui concetti esposti da un altro fratello, si finisce con il rimanere bloccati dalle nostre rapide analisi interiori, quasi paralizzati nel tentativo di costruire di getto una bozza di intervento; a quel punto ci ripromettiamo di approfondire in seguito, con la dovuta calma, l’argomento e di farne oggetto di un nostro intervento alla prossima Tornata in modo da contribuire, attraverso una meditata riflessione, al nostro perfezionamento e nel contempo rendere più ricchi e articolati i nostri architettonici Lavori.

           Credo che l’esperienza di ciascuno di noi sia ricca di questi eventi e di queste promesse di studio e di analisi, che purtroppo spesso rimangono solo delle promesse fatte a noi stessi e non riescono a concretizzarsi per una serie di motivi (problemi di lavoro, di famiglia, sociali, forse a volte anche un po’ di pigrizia).

           Sono convinto che l’impegno di ognuno di noi verso la ricerca interiore e verso il proprio miglioramento dovrebbe essere più forte, più determinato, più constante, più concreto e tale da produrre una serie di Lavori capaci di generare quel “brain storm” o tempesta di cervelli che si realizza quando i fratelli espongono le loro meditazioni producendo una sorta di reazione a catena di stimoli, di riflessioni, di analisi, etc.. e che è uno dei risultati più esaltanti dei Lavori di Loggia.    In questa circostanza ho cercato di superare ogni difficoltà e, sollecitato dagli argomenti esposti dai fratelli S. e L., ho tentato di allargare il campo di riflessione sul tema della parola.

          Per fare questo vorrei giungere al nostro presente (chi siamo ?) partendo da lontano (da dove veniamo ?) e più precisamente (e vi prego di non spaventarvi!) da circa 3 milioni di anni fa.

           E’ questa infatti, anno più anno meno, l’epoca nella quale dai primati, dalle scimmie allora esistenti, si cominciò a staccare una sottospecie che, ancora in modo incerto, camminava in posizione eretta e aveva un volume cerebrale leggermente più grosso: gli Ominidi. Da essi poi, nel corso di migliaia di anni, si sarebbero formati per evoluzioni e trasformazioni successive l’Homo Abilis, l’Homo Erectus e infine, circa 200.000 anni fa, l’Homo Sapiens.

           In questo lungo processo evolutivo un organo in modo particolare si modificava progressivamente, aumentando il suo volume e diventando sempre più complesso: il cervello, sede della intelligenza, della ragione, organo nobile per eccellenza per mezzo del quale l’uomo diventerà la specie dominante del nostro Pianeta.

           Un celebre antropologo e anatomista, alla domanda perché le scimmie, abitanti la Terra da molto tempo prima dell’uomo, non parlino rispose: “L’unica ragione per cui una scimmia non parla, è perché non ha niente da dire.”

           Può sembrare una risposta banale e invece queste parole esprimono una profonda verità sulle relazioni strettissime esistenti fra cervello e linguaggio parlato, peculiare della razza umana.

           Ebbene, l’Homo Abilis prima e l’Homo Erectus successivamente, al contrario delle scimmie, probabilmente avevano delle cose da dire, il loro cervello sempre più evoluto evidentemente elaborava in modo semplice ed elementare concetti che premevano per essere riprodotti attraverso i suoni, attraverso la parola.

           Purtroppo la loro laringe era posta molto in alto nel collo, come è ancora adesso nelle scimmie, e impediva loro di articolare i suoni in modo armonico e compiuto. Essi potevano bere e respirare nello stesso tempo, ma non potevano parlare se non emettendo pochi suoni, in quanto una laringe così alta riduceva lo spazio per la faringe che serve a modificare i suoni fondamentali prodotti dalle corde vocali.

           E’ lo stesso fenomeno che avviene nel bambino appena nato: egli riesce a bere e respirare con naturalezza, altrimenti non sarebbe in grado di poppare; proprio perché la sua laringe è in alto come nelle scimmie egli vocalizza come gli animali.

           Dopo il primo anno di vita la laringe comincia a scendere alterando in modo sostanziale il meccanismo con cui il bambino deglutisce, respira e vocalizza. Il processo appare ancora misterioso, ma alla fine un uomo adulto ha la laringe molto più in basso che alla nascita: egli ha perso la capacità di bere e respirare contemporaneamente ma ha acquistato una grande cavità faringea sopra le corde vocali, chiave indispensabile per una migliore articolazione e differenziazione dei suoni.

           Questo processo, che nei bambini avviene in un arco di tempo brevissimo, nel cammino evolutivo dell’uomo ha impiegato decine di migliaia di anni per realizzarsi. Ma il cervello, nella sua crescita imperiosa, spingeva perché l’uomo potesse parlare, potesse trasmettere agli altri uomini le sue esperienze, le sue riflessioni, i suoi pensieri, le sue piccole intuizioni, e piano piano l’anatomia del cranio e del collo si sono modificate per poter consentire l’emissione di  fonemi singoli che combinati opportunamente fra loro producono parole.

           Oggi noi sappiamo che le parole nascono come modello prefigurato nel cervello, per cui i muscoli preposti al linguaggio si predispongono in attesa di emettere un suono, in modo sempre diverso in funzione del fonema che precede e che segue quello da pronunciare. Il concetto, stimolato dal cervello, ha una sua corrispondenza nei muscoli che si preparano ad agire.

           Per ottenere questo effetto tutto l’apparato muscolare del collo dell’uomo ha dovuto subire nel tempo profonde modificazioni, senza le quali oggi noi vocalizzeremo come le scimmie.

           Ebbene, carissimi fratelli, dopo questo lungo e sofferto processo evolutivo che ha interessato il cranio, il collo, i muscoli, finalmente circa 200.000 anni fa l’uomo ha cominciato a parlare, realizzando l’evento più straordinario e importante della storia dell’Umanità: nasceva in tal modo la cultura, la capacità cioè di tramandare nel tempo le proprie esperienze, i propri pensieri, le proprie emozioni, attraverso la trasmissione orale agli altri e soprattutto alle nuove generazioni. Si ponevano le basi della vita di gruppo, dell’organizzazione sociale e utilizzando il formidabile strumento della parola, in tutte le sue manifestazioni, l’uomo ha accelerato in modo incredibile la sua evoluzione, fino a dominare incontrastato su tutta la Terra.

           Per noi il linguaggio, la parola, la possibilità di esprimersi e di comunicare con gli altri appaiono cose semplici, come il respirare o il camminare, quasi che il parlare fosse una cosa naturale e innata nell’uomo. Ma dobbiamo sapere che non è così, che l’uomo ha sempre posseduto tutta una serie di funzioni fondamentali, che ha conquistato la postura eretta e la camminata bipede e la capacità di opposizione del pollice già milioni di anni fa, mentre per appropriarsi dell’uso della parola ha dovuto lottare con fatica per circa 3 milioni di anni.

           E nel momento che si realizzava questo straordinario evento (o forse prima) nasceva e si sviluppava la parola interiore, quella capacità cioè di pensare (cogito, ergo sum; penso, quindi sono, esisto) di analizzare, di riflettere, di collegare gli eventi e i fatti, di meditare su se stessi e il mondo che ci circonda, di elaborare una serie di ragionamenti capaci di far emergere la nostra spiritualità, la nostra sensibilità, la nostra creatività, la nostra emotività.

           Vedete, carissimi fratelli, anche questo fenomeno a noi appare naturale e scontato: quando leggiamo sentiamo la nostra voce interiore che trasmette al cervello le frasi che scorrono sotto i nostri occhi, quando riflettiamo intensamente sentiamo la nostra voce interiore che elabora, razionalizza, confronta.

           Ma pensiamo ai nostri lontani antenati, nel buio delle caverne, sentire emergere nel silenzio una voce che veniva dal di dentro, che si interrogava, che ripercorreva gli avvenimenti della giornata, che si spingeva ad immaginare il futuro, che dava corpo e contenuto ai loro sentimenti, che meditava su tutto ciò che stava fuori dal loro io. Ci possiamo immaginare il loro stupore, il loro desiderio di fissare, magari  con pitture rupestri, i loro pensieri, di farne oggetto di confidenza con qualche altro uomo, di confrontare riflessioni, chissà, forse in modo molto riservato parlando solamente con colui o coloro che sentivano più vicini al loro modo di pensare per non essere fraintesi o derisi.

           In estrema sintesi, con la nascita della parola esteriore e di quella interiore iniziava il cammino intellettuale e spirituale dell’umanità, la sua spinta verso il trascendente, il suo travaglio fatto di interrogativi, di ansietà di sapere, di conoscere, di scoprire, di capire, un cammino che, pur cominciato circa 200.000 anni fa, si può considerare solo agli inizi.

          A questo punto, carissimi fratelli, interrompo le mie riflessioni, anche per non abusare oltre misura della vostra pazienza e attenzione; ma prima di concludere vorrei formalizzare un piccolo elenco di argomenti che hanno sfiorato il mio pensiero durante la stesura di questa Tavola e che potrebbero rappresentare, se opportunamente sviluppati, un ulteriore contributo al tema della Parola. E’ sicuramente un elenco non completo e che certamente ognuno di voi potrebbe ampliare aggiungendo altri elementi importanti.

a)    –   conosciamo qualcosa del nostro passato (da dove veniamo?) molto del nostro presente (chi siamo?), ma il futuro (dove andiamo?) si apre interamente alla nostra indagine intellettuale, così come ancora immensi sono i dubbi sui perché della vita. Gli scienzati sostengono che il processo evolutivo dell’uomo è tuttora in corso, non si arresta; anche in questo momento noi siamo sottoposti alle forze che per milioni di anni hanno contribuito alla formazione della nostra specie: verso quale direzione queste forze ci stanno spingendo?;

b)  –  oggi noi conosciamo, dopo studi e ricerche approfondite, con l’ausilio dell’archeologia, dell’antropologia, etc. la genesi della parola, sappiamo che l’uomo ha dovuto conquistare con grande fatica il privilegio del linguaggio orale. Giovanni Evangelista, che non aveva il supporto della scienza e quindi non conosceva queste cose, da quali filoni esoterici e iniziatici ricavava quelle stupende frasi sulla PAROLA nel prologo al suo Vangelo? I messaggi nascosti in quella sublime pagina, che noi ad ogni Tornata solennemente apriamo sovrapponendovi la Squadra e il Compasso, meritano certamente lo studio e l’approfondimento da parte dei Massoni, per scavare e trovare i significati esoterici che egli ha voluto probabilmente lasciare ai futuri iniziati;

c)  –  qual è il significato profondo del “silenzio” dell’Apprendista ? A lui noi impediamo di usare nel Tempio la parola esteriore e non certamente quella interiore, che anzi dovrebbe fortificarsi proprio nella riflessione durante i Lavori Rituali. Quale senso esoterico sottintende a questo atteggiamento imposto all’Apprendista ?;

d)   –   come dobbiamo interpretare il modo di trasmissione, bocca contro orecchio, della Parola Sacra, delle Parole di Passo, delle Parole semestrali ? Noi promettiamo solennemente di non rivelare ciò che vediamo e udiamo nel Tempio; allora potrebbe essere sufficiente che il M. V. annunciasse tali Parole ad alta voce, ben sapendo che ognuno le terrebbe gelosamente per sé, anche in forza della ripetuta promessa che alla fine dei Lavori ogni fratello ribadisce a se stesso e agli altri fratelli. A tali esigenze esoteriche risponde il nostro modo di agire ? A quali ancestrali bisogni di riservatezza i filoni iniziatici si richiamano ?

           Io spero di avere la capacità e la forza di approfondire ulteriormente ogni argomento e mi auguro che altre voci di fratelli si uniscano per arricchire ancora di più il tema.

           Vedete, carissimi fratelli, il Fr.S.  ha gettato un sasso nello stagno delle nostre riflessioni provocando una serie di onde circolari; il  Fr. L. ha fatto altrettanto e le sue onde si sono unite a quelle del Fr.S. aumentandone l’effetto; io stasera ho gettato il mio sasso e spero che le onde prodotte accentuino ulteriormente il movimento dei pensieri di tutti voi.

           Concludo pertanto invitandovi a produrre Tavole, riflessioni e contributi, in modo che le onde aumentino progressivamente di intensità producendo in ognuno di noi un vero arricchimento interiore, che è poi, in fondo, la principale via per il nostro concreto miglioramento spirituale e intellettuale, affinché la crescita massonica e il cammino iniziatico di ciascuno di noi procedano in maniera armonica e serena, verso quella Luce che aneliamo fortemente di raggiungere.

EROS ROSSI

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OH GRANDE SPIRITO

“Oh Grande Spirito,
concedimi la serenità di accettare

 le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare

le cose che posso cambiare,
e la saggezza di capirne la differenza”.

preghiera Cherokee

La vita offre tante cose da festeggiare:

le piccole  soddisfazioni quotidiane,

le  gioie dell’amicizia, il calore della famiglia.

Dividere questi attimi di felicità  con i Fratelli

è  il  massimo  desiderio di ogni Massone

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APPRENDISTA ISTRUZIONE

Apprendista  Istruzione 

Abbiamo un posto nella storia?

La nostra Istituzione è una scuola di esoterismo, filosofia, riflessione, ma la storia ci insegna e ci dona la memoria fisica degli eventi nel loro rapporto diacronico nel tempo e con il tempo.Quindi i nostri momenti di “istruzione” deve possono passare il primo filtro: quello della storia.

E la nostra ha un inizio nobile: il IV sec. A.C. a Crotone, Pitagora e la sua scuola esoterica. Questa era organizzata come una vera e propria società segreta, con i suoi riti ed il suo simbolismo. Era assai difficile essere scelti come iniziandi, ma quando l’aspirante finalmente veniva prescelto per essere iniziato doveva attraversare un percorso di riflessione che aveva un suo significato e che oggi riportiamo alla simbologia delle prime fasi del rito di iniziazione.

Ascoltate, fratelli: l’aspirante, per accedere al sodalizio doveva trascorrere un’intera notte in una caverna buia posta fuori dell’abitato; il profano trascorre un tempo all’interno del gabinetto di riflessione, antro simbolicamente buio ma fucina della nuova luce. Superata questa prima esperienza l’aspirante pitagorico veniva rinchiuso per un giorno in un ambiente, dove risolvere alcuni enigmi, e nel quale aveva solo il pane e l’acqua come nutrimento. Anche il profano deve rispondere a quesiti di carattere etico, il “testamento” che verrà poi letto ed approvato in officina, e, ricordiamo, sul tavolo del gabinetto di riflessione, alcuni oggetti dal profondo significato simbolico, compreso un tozzo di pane secco e l’acqua di fonte.

Infine i rumori dei metalli ed il clamore della vita profana che il profano, ancora bendato, ascolta all’inizio dei suoi viaggi nel tempio, erano simili alla simbolica ilarità cui l’aspirante era sottoposto al primo ingresso nell’aula dove i pitagorici già iniziati erano riuniti e lo accoglievano.
Ed allora, fratelli, diamo il giusto valore alla simbologia, quale contenitore di un messaggio e portatore di profondi significati, attraverso il tempo e la storia, sia nella verticale dei secoli e dei millenni, che nell’orizzontale dei popoli e delle culture, pur differenti fra di loro ma accomunati nel rispetto di valori dalle simbologie sovrapponibili.

Nella nostra Istituzione, in questo tempio, indosso ai nostri abiti profani, tutto è un simbolo. Ed attraverso questi simboli faremo insieme un percorso di informazione e di conoscenza.

Fratelli carissimi, l’occasione dell’iniziazione del Car.mo Fr. A. G., che mi ha visto direttamente coinvolto ed in qualche misura “responsabile”, sia come presentatore che come affezionato familiare del neofita, mi costringe, ancor più che ad una istruzione sui simboli o sul loro valore e significato esoterico, ad una riflessione, su quello che ritengo – e so di non essere solo in questo pensiero – il valore fondamentale che trascende dal rito di trasformazione del profano in neofita: il valore della coerenza.

Invito tutti a rileggere con attenzione il rituale, a fare scorrere il proprio pensiero e la propria attenta meditazione sulle parole, sui simboli, sulle contettualità che vengono espresse dalle sue fasi: il testamento, le prove, la promessa solenne.

E’ chiaro che non abbiamo inventato nulla! Questo simbolismo, variamente manifestato, questi concetti, sono propri di tutte le grandi filosofie, delle religioni, dei movimenti di pensiero, delle unioni di uomini: creare un uomo nuovo, rinnovato da un rito iniziatico, comunque lo si voglia chiamare, è un patrimonio comune delle religioni e delle culture universali.
Dov’è allora la differenza che rende il nostro rito unico e ambito? Quella differenza sottile che dovrebbe rendere il massone veramente un uomo nuovo e diverso in senso fisico e metafisico? Quella peculiarità che ci rende corpo iniziatico?

Le nostre risposte sono in effetti consuete e mi sembrano semplici, forse abitudinarie: la ricerca iniziatica, la costruzione del proprio tempio interiore, l’agire nel mondo profano seguendo principi e comportamenti appresi o approfonditi durante la vita massonica e la ritualità sacrale dei lavori di Officina.

Ma queste restano e sono solo vuote parole e concetti artificiosi se non si legano in maniera indissolubile al valore della coerenza. La coerenza intesa quindi come espressione esterna del proprio essere interno, come manifestazione visibile e tangibile della propria qualità di uomini, come comportamento sociale dell’uomo iniziato.

Un grande pensatore tedesco di questo secolo, di matrice cattolica, Bonhoeffer, ucciso nei campi di concentramento, scrisse pagine meravigliose che proverò in un prossimo futuro, se il M:.V:. è d’accordo, a commentarvi, sull’uomo di qualità e sulla sua solitudine: la solitudine del massone nella società, uomo controcorrente perché coerente nella vita con i principi che ispirano il suo essere iniziato. La nostra deve essere una vita di qualità, nella quale la coerenza fra i principi professati e le azioni nel mondo profano è la sua impalcatura. Credo che tanto maggiormente viviamo la coerenza fra valori iniziatici e le azioni operative nel mondo, tanto più costruiamo quel tempio interiore e diamo sostanza all’azione della nostra Officina.

Ed è questa la sede propria per rammentare questo valore: il rito di iniziazione, quando tutti sosteniamo di averlo rivissuto ciascuno un po’, ma che deve essere momento, sprone e pungolo soprattutto per verificare quanto mettiamo realmente in pratica proprio il valore della coerenza.

Fuori e dentro la nostra Istituzione.

Fr.·. L.L.

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AGAPE, PERCHE’

AGAPE    PERCHE’ 

“Perché”Agape“? Perché Amore!” esordisce il testo. Il Fratello continua spiegando che, molto significativamente, i greci di età classica distinguevano tre diverse idee, tre diverse tipologie di amore: Eros, Philia, Agape.

Il Fratello ritiene bellissimo che qualunque essere umano possa conoscere tutti e tre i volti di ciò che molto concisamente noi oggi definiamo con una sola parola.

– Eros è l’amore che ci infiamma  per un altro essere, per un’idea (pensiamo al Fratello Garibaldi o al mito dei giovani degli anni ’70 del secolo scorso, Che Guevara);

– Philia è l’amore che ci spinge a comprendere, a penetrare il significato profondo delle cose, che ci fa sentire parte del tutto e proprio per questo unici, originali, irripetibili, orgogliosi del nostro essere che tuttavia non può essere se non in comunione col tutto;

–  Agape è infine l’idea di amore che, partendo dalla consapevolezza di appartenenza al tutto, ci unisce in nozze alchemiche con quanti e quanto ci circonda, in un’osmosi che potrebbe essere definita “plastica”.

Agape, perché tutto quanto si fa o ci si accinge massonicamente a fare sarà comunque ” buono, utile e glorioso”,  perché le azioni del Massone  sono improntate all’idea di gloria per il Grande Architetto dell’Universo, dell’ineffabile pensiero che è all’origine di ogni cosa e di ogni tempo; perché la Conoscenza è una fase della creazione, e tutto quanto si crea (e non solo ciò che è materia ) è dettato da Agape, cioè dall’Amore, “…che tutto muove e motiva…“.

 L’atto simbolico che più  rende l’idea di Agape è allora il banchetto.

Non si deve confondere però l’Agape con un’allegra riunione conviviale, quasi un momento ricreativo tra “allegri compagni”; si tratta in realtà di una condivisione sacralizzata, in un tempo e in uno spazio anch’essi sacralizzati, si tratta di un pasto che più che saziare, ha il compito di porsi quale simbolo e momento di riflessione.

L’idea di “pasto sacro” è antica quanto l’uomo.

Si pensi all’antropofagismo rituale che si riteneva potesse di fatto trasmettere dall’estinto (fosse egli un valoroso nemico o un amato congiunto) ai suoi divoratori, la forza, il coraggio e i poteri e, quindi, tutte quelle qualità ritenute migliori o edificanti. Anche nei rituali mitriaci, la consumazione del pasto sacro costituiva un momento fondamentale del rito (il cospargersi e nutrirsi del sangue del toro). Per gli indiani d’America, consumare in condivisione alcune parti del bisonte cacciato assumeva il significato di affratellamento nell’arricchimento derivante dalla assimilazione delle migliori doti del gigantesco animale.

La storia è ricca di momenti di condivisione del cibo quale preludio o epilogo di eventi importanti.

Tuttavia, troppo spesso non si presta la dovuta attenzione a quanto si “mastica”, preferendo ora questo e ora quello, in dipendenza di gusti e mode.

Il pasto condiviso ritualmente non può soggiacere a queste variabili.

Ogni portata infatti ha il suo perché e la sua funzione in un dato momento; ogni gesto, ogni parola è motivato. L’assunzione del cibo è misurata, per far riflettere piuttosto che saziare.

Il rituale dell’agape massonica contiene dei momenti irripetibili e degli atti che possono indurre a profonda meditazione.

Innanzitutto il Fratello sottolinea l’importanza di nutrirsi degli stessi alimenti.

Egli invita a non tralasciare un particolare meraviglioso: mettendo da parte per un attimo le certezze di uomini dell’era atomica, e pensando in maniera un tantino più “romantica”, si arriva ad ignorare, volutamente, la diversità dei gruppi sanguigni.

Quale migliore rappresentazione vi può essere se non quella derivante dall’avere un sangue formatosi o alimentatosi  dalle medesime sostanze nutritive? E così, bevendo la stessa acqua che  beve contemporaneamente il vicino, mangiando dello stesso pane e della stessa carne, l’idealità di fratellanza diviene corpo e sostanza: si diventa sangue dello stesso sangue. E cosa ha unito col sangue i fratelli ?  Non certo il denaro o le ricche libagioni, ma la comune e parca consumazione di alimenti semplici, tanto semplici da non differire molto da come la Natura li mostra, appena elaborati unicamente allo scopo di favorirne la consumazione stessa.

La terminologia tuttora utilizzata durante le Agapi massoniche – talvolta curiosa, talvolta eccentrica – risente dell’influenza della formazione militare che per molto tempo ha caratterizzato la componente umana della Libera Muratoria.

Le Agapi sono espressamente prescritte dagli Statuti Generali massonici, almeno nelle ricorrenze dei due San Giovanni e in occasione dell’anniversario della fondazione della Loggia. Il  cibo è strettamente prescritto anch’esso dagli Statuti  e secondo alcuni esso è ripreso dalla tradizione ebraica. Secondo una prima e veloce semplificazione, il Fratello osserva che:

il pane azzimo è strettamente legato alla tradizione del culto solare e della sua iniziazione;

l’uovo sodo ricorda i quattro elementi;

il sale coi suoi cristalli riporta al cubo perfetto;

le olive, alla fabbricazione dell’olio che arde nei fuochi perenni dei luoghi sacri;

le verdure, funzionali alla purificazione;

l’agnello – in realtà l’ariete -, al primo simbolo zodiacale;

il vino, del colore del sangue, alle vigne da coltivare;

l’acqua, alle capacità di amalgamare i materiali e infine la frutta alla gioia.

L’Agape – ribadisce il Fratello – è un’esperienza che va vissuta intensamente e nella massima ritualità, nel rispetto e nel ricordo di quanti hanno tramandato questa specifica tradizione.

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