PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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SIMBOLO E PAROLA

SIMBOLO E PAROLA

La mappa non è il territorio. l simboli non sono la realtà,

Le parole non sono il significato.

Concetto Zen

Probabilmente fu la cultura Sumerica, oltre 3500 anni fa, a donare all’umanità l’ideazione della scrittura, facendo compiere alla civiltà un enorme, epocale salto di qualità, perché consentì di fissare su un supporto fisico stabile e durevole quei concetti € quelle idee che fino ad allora erano affidati solamente all’immediata ma effimera comunicazione dovuta alla percezione della voce umana, ed alla labile conservazione nella non sempre affidabile memoria dell’uomo. La prima modalità di fissazione su un supporto fisico di un’idea fu un’immagine, il disegno, l’ideogramma appunto, la cui rappresentazione esprimeva un intero concetto, un’azione, un’impressione, di cui costituiva sinteticamente un efficace simbolo; da esso progressivamente si sviluppò la scrittura alfabetica, legata anche all’evoluzione dell’espressione linguistica verso contenuti più astratti. Quindi dalla più remota antichità, pa- . role ed immagini sono il – veicolo di trasmissione ed apprendimento che l’uomo adopera per comunicare, ma anche per conoscere; in particolare nel campo della conoscenza iniziatica le parole assumono un valore peculiare, che orientano la comunicazione ben al di 1à del loro significato immediato, proprio perché profondamente connotate simbolicamente. In campo iniziatico simboli e parole non sono infatti separabili ma risultano indissolubilmente congiunti e reciprocamente attinenti; entrambi cooperano alla conoscenza ed avviano sinergicamente alla sempre maggiore comprensione e maturazione dei temi proposti dalla Tradizione. In prima, grossolana approssimazione, possiamo considerare il linguaggio come un sub-insieme dai limiti scarsamente definibili, ma sicuramente assai vasti, forse addirittura infiniti, indicabili solo dalle possibili capacità del pensiero umano, della logica razionale dell’uomo e della sua capacità di comprensione. Nella lingua italiana, il vocabolo “parola” si fa derivare da paraula, lemma della tarda latinità, conservato fino ai giorni nostri in romancio ed in sardo, che significava parabola, fiaba; ma anche insegnamento, discorso, che poi, col sopravvenire del Cristianesimo, passò decisamente ad indicare la Parabola del Vangelo che si legge la domenica a Messa; poi per progressiva attenuazione del senso primitivo passò a significare detto, motto e dunque per estensione anche qualunque voce articolata foneticamente che esprimesse un concetto, in pratica andando verbum; quindi già di per sé, la mera considerazione etimologica della parola ci porta ad evidenziarne una prima, immediata struttura simbolica, capace di collegare il significato immediato e superficiale dovuto alla successione articolata dei fonemi con un senso più profondo ed articolato, legato ad una personale elaborazione mentale, cerebrale ed insieme di coscienza. Collegato alla parola è il vocabolo greco Lagos, che indica sia il discorso che la ragione, da cui non a caso quindi deriva la Logica, ad indicare che l’attività fonetica del discorso parlato e quella razionale sono, o dovrebbero, essere tutt’uno, andare di pari passo, almeno stando alle radici semiologiche del termine. “Verbo” invece, deriva da una radice *yer attestata in area indo-iranica, slava e greca; tale radice appare anche nella forma tematica *yerdho-/uordho– presente, ad esempio nel tedesco da cui anche Wort che già dalle origini sembra aver contenuto la nozione di insegnare, di annunciare, nel senso di parola che indica, che dà un senso a qualcosa; nella Sacra Scrittura cristiana infatti questa parola è usata nel senso di saggezza, che precede quello di Parola e Ragionamento, da cui riduttivamente deriva, in quanto originariamente applicata a designare la Divinità stessa, la Saggezza Eterna.  Nella Tradizione cristiana notoriamente sia la Genesi che il Vangelo di Giovanni mettono all’inizio dell’intera cosmogonia il Verbo, quasi un suono primordiale e primigenio, una altrimenti indefinibile vibrazione di cui si è servita l’Energia del Creatore per far passare il non ancora manifestato alla realtà effettiva del manifestato:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio Vangelo di Giovanni, 1,1

 Con queste parole Giovanni comincia il suo Vangelo; sono parole semplici, ma di una profondità immensa, con le quali si fa risalire il lettore al di là dell’inizio del tempo, fino all’oscurità atemporale della dimensione eterna di Dio; quell’espressione In principio… indica proprio l’inizio assoluto, l’inizio senza inizio, l’eternità appunto, attributo peculiare del mistero della preesistenza Divina: il Verbo possiede un’esistenza eterna, e perciò un’origine che risale ben al di là della nascita del tempo. Prima di qualunque altra cosa, il Verbo era già:… era il Verbo, la Parola (Lògos in greco) era già stata pensata e pronunciata, ma queste attività non erano umane: … il Verbo era presso Dio; questa Parola non era un suono che passa appena pronunciato: … il Verbo era Dio; esiste prima di tutte le cose create, e rimane dopo la loro fine: la Parola, che è Dio, è eterna. Questo versetto che in molte delle nostre Officine il Primo Sorvegliante legge all’apertura dei lavori di Loggia, oltre ad un significato religioso, contiene dunque un messaggio esoterico rilevante, portandoci a considerare il valore della Parola nella complessità delle sue implicazioni. Nell’attuale mondo tecnologico, tanto frettoloso e disincantato, quanto distratto e superficiale, dove tutto sembra perdere senso, recuperare il senso della Parola e non semplicemente il suo aspetto fonico, la sua notazione più immediata, la sua vibrazione più epidermica, ritengo sia una imprescindibile premessa per un qualsiasi progetto di effettivo recupero ed autentica rivisitazione della Tradizione che la renda viva, effettiva, compresa proprio perché attualizzata e storicizzata nel contesto contemporaneo. Gli antichi avevano indubbiamente compreso l’importanza delle parole in un modo assai più profondo e consapevole di quanto siamo abituati a percepire oggi: nell’antico aramaico l’espressione abraq ad habra (parola tradizionalmente considerata “magica” per eccellenza) significa “creo quello che dico”, e d’altra parte la stessa Genesi narra che Dio ha creato il mondo semplicemente pronunciando le parole: Sia fatta la Luce (Genesi, 1,1-5);,. dopo la necessaria rifles-” sione che quest’espressione evoca, la frase: … In principio era il Verbo assume un senso già diverso, ulteriore e vertiginosamente profondo, ‘ Tutta la Tradizione riconosce il potere della Parola, caratteristica ben nota anche nel mondo profano: si pensi ai canti vedici della tradizione indiana, ed all’uso dei mantra, cioè una sillaba, un gruppo di lettere, una frase, che vengono ripetute, anche a livello solamente mentale, e che attraverso la corretta ed appropriata modulazione della vibrazione emessa sono ritenute in grado di liberare la mente dalla realtà illusoria e dalle inclinazioni materiali, favorire la concentrazione ed ottenere effetti benefici a livello fisico e psicologico; il mantra più conosciuto è il famoso Om. Nel processo evolutivo (o forse involutivo), man mano che l’uomo si separa dall’Origine tende così a perdere progressivamente le parole di contatto o i suoni in grado di comunicare con lo Spirito, con il mondo dei Princìpi, ed anche per questo in molti contesti tradizionali si dà ancora un’enorme importanza alla conservazione delle cosiddette lingue sacre, soprattutto durante le celebrazioni liturgiche e rituali. Pitagora approfondì la scienza della Parola, intuendo e studiando il potere del suono, come vibrazione che emana dall’Ente supremo con caratteristiche metafisiche che pur tuttavia operano anche nel sottostante mondo fisico materiale. Lo stesso Platone, che nei suoi Dialoghi ha più volte evidenziato la sostanziale difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di rendere le idee attraverso il linguaggio comune, sentì il bisogno di recarsi in Egitto, seguendo l’esempio di Pitagora, per acquisire un maggiore contatto con la realtà dei Misteri attraverso lo studio e la contemplazione della scrittura geroglifica, che più si avvicinava alla scrittura simbolo propria del linguaggio degli Dei, da cui l’uomo era stato progressivamente separato dal passaggio della scrittura ideogrammatica a quella alfabetica. Molte delle prerogative di ritmo, accento, musicalità e prosodia possedute dagli idiomi primitivi, assai più vicini al Divino si sono snaturate; per questo il simbolo e la parola simbolica, foneticamente e musicalmente ancorati al suono archetipale e cioè alla lingua sacra, diventano gli elementi maggiormente in grado di creare un ponte con l’ineffabile, con l’incommensurabile. È sul valore sacrale assunto dalla parola che Papato ed Impero costruirono il loro potere nel Medioevo, tramite l’emissione di solenni bolle ed ordinanze, in cui la legittimazione stessa di ogni forma di potere era data dalla stessa parola, nei suoi aspetti più squisitamente ontologici e sacrali, che esplicitamente rimandavano all’evangelico … verbum caro factum est; la parola quindi come parte intima € costitutiva del Potere, che veniva plasmato e conservato attraverso documenti in cui la parola, accessibile all’epoca solo a pochissimi, proprio per la sua inaccessibile ermeticità si prestava bene a simboleggiare e conservare un’autorità assoluta, una potestà indiscussa ed indiscutibile. Quindi parola come vibrazione, come avviamento alla comprensione della Trascendenza, ed insieme come accesso al potere di intervenire e modificare il reale, a partire dall’individuo, ovviamente iniziato € consapevole: questa è l’impostazione che troviamo nella Tradizione, mentre assai diversa è la percezione della Parola nell’attuale quotidianità, in cui la Parola è ormai limitata a mero veicolo di informazioni tra le persone, finalizzando e subordinando la comunicazione a scopi quasi esclusivamente utilitaristici, di mantenimento di condizioni legate all’occupazione lavorativa ed alla conservazione dell’attuale modello culturale ormai prevalente. La cultura diventa di massa parcellizzandosi in microsegmenti settoriali con propri linguaggi gergali, spesso esclusivi perché semanticamente significativi solo per una ristretta cerchia di addetti ai lavori, di fatto unici fruitori di quello specifico vocabolario, ed in generale il linguaggio parlato al di fuori delle ristrette aree “tecniche” evidenzia una scoraggiante povertà terminologica, che va di pari passo con il consensuale impoverimento della comunicazione verbale, ormai superata definitivamente dall’immediatezza e dalla capacità aggressiva della comunicazione visiva dei sempre più invadenti mezzi telematici, e dall’inarrestabile quanto definitiva avanzata nella comunicazione scritta di nuove modalità sintetiche, quasi stenografiche, ma sempre più lontane dal “normale” linguaggio: basta pensare al gergo dei messaggi SMS dei giovani, di solito impenetrabile a chi non lo è più. Le parole servono ormai quasi esclusivamente ad esprimere bisogni immediati e concreti, e sempre meno riescono a veicolare sentimenti, aspirazioni, sogni, idee, perché manca il tempo,e forse anche la voglia, di fermarsi a dedicare le nostre sempre minori energie a – tali attività, di cui  l’uomo contemporaneo non sembra più capace di apprezzare il significato, visto che non ne vede l’utilità immediata. In fondo la materializzazione della società è drammaticamente esposta proprio dalla pressoché totale assenza nella nostra giornata di ogni elaborazione mentale che non sia direttamente rivolta ad un aspetto concreto, tangibile ed immediato della nostra esistenza: questa è la riflessione forse tra le più inquietanti che possiamo concepire e valutare, La parola, che trae la sua stessa origine dall’incontenibile necessità di esprimere contenuti comunicativi e relazionali, ma soprattutto dall’interiore bisogno di dare forma all’interiore mondo spirituale dell’Uomo, è quindi sostanzialmente ridotta a strumento di scambio dati, espressiva prevalentemente di rapporti, situazioni e concetti legati al mondo materiale ed incombente. E quindi se ciò che si comunica è prevalentemente, se non esclusivamente, riferito alla materialità del mondo tangibile, ne discende direttamente l’impoverimento, l’appiattimento e la ipersemplificazione dell’apparato verbale, in verità molto limitato, che risulta sufficiente allo scopo; non a caso praticamente nessuna delle parole oggi comunemente usate riesce a comunicare qualcosa di più di una sensazione, di un’emozione, di un’impressione: nessuna poi tra le parole di uso comune riesce realmente a far riflettere, ad innescare qualcosa che non sia destinato a restare irrimediabilmente relegato allo stato più superficiale della nostra coscienza. Credo che questa elementare considerazione che ho sinteticamente tentato di esporre possa dare ragione di una delle tante difficoltà che nel mondo moderno incontra la conservazione dell’autentica continuità della Tradizione Esoterica, che parla un linguaggio assai diverso da quello così immediato, diretto e spiritualmente così poco impegnativo come quello che siamo abituati ad usare nella società profana contemporanea, che sembra avere tempo ed attenzione solo per ciò che si può toccare, comprare e vendere; ma questa è contemporaneamente anche una delle principali ragioni per cui ritengo sia addirittura indispensabile tentare con tutte le nostre forze di ristabilire il valore della parola come elemento costitutivo dell’intero patrimonio esoterico che ci viene dalla Tradizione, e che nel nostro Ordine ha ormai da secoli potuto ritrovare opportuna sistemazione ed adeguata tutela. Il mondo di valori di cui la Libera Muratoria è testimone e portatrice è tanto più necessario oggi di quanto forse non lo sia mai stato nella storia, perché mai come adesso l’umanità sembra così perversamente attratta e conquistata solo dagli elementi materiali ed effimeri, mostrando indifferenza, se non addirittura ostentando derisione, verso l’intera esperienza iniziatica. Noi che abbiamo superato un’iniziazione, e che abbiamo ’ in qualche modo intrapreso la personale via verso la luce, sappiamo che questa esperienza ha profondamente segnato la nostra esistenza, facendo cambiare radicalmente il nostro modo di vedere la vita e l’esperienza umana, e portandoci ad un grado decisamente più consapevole di conoscenza e di apprezzamento della vita, dei rapporti tra le persone, dei sentimenti e delle passioni; siamo insomma diventati uomini capaci di riflettere, di soffermarci su dati meno immediati e sensibili di quelli cui eravamo abituati, di chiederci il “perché” delle cose e di coltivare la saggezza del dubbio quando tutto il mondo sembra non averne affatto, o viceversa averne troppi. Siamo diventati uomini che l’esperienza iniziatica ha plasmato con il suo messaggio costruttivo e tollerante, rendendoci differenti da ciò che eravamo prima nel mondo profano, nel quale continuiamo ovviamente a vivere, a lavorare, ad interagire, ma con consapevolezza, sensibilità e capacità nuove, tanto che, senza alcuna presunzione, non mi sembra affatto eccessivo dire che adesso, quando ci troviamo tra i nostri simili, siamo uomini migliori; e lo siamo anche perché abbiamo appreso dai Testi, dai Rituali, dalle‘ Parole dei Fratelli nelle tornate di Loggia, a ponderare il valore della parola e cogliere un senso più  profondo dalle espressioni verbali che diversamente, restando profani, avremmo continuato a percepire come sonorità espressive di situazioni meramente materiali, e non come elementi capaci di veicolare sensi ulteriori e di stimolare progressi spirituali.   Nel mondo profano le persone usano le parole senza porre troppa attenzione a ciò che viene detto, senza preoccuparsi troppo delle possibili conseguenze provocate dal proprio parlare; nel mondo iniziatico invece l’uso esoterico della parola comporta sia il trasferimento di una “conoscenza”, cioè dell’informazione semantica connessa, ma anche la trasmissione di una qualità intrinseca al carisma iniziatico stesso, che conferisce al suono della parola quel potere che le è peculiare in quel contesto; ciò naturalmente non può che derivare dal conseguimento di un adeguato controllo della parola nell’ambito di una Tornata Rituale, sia da parte di chi la pronuncia, che da parte di chi l’ascolta. In conclusione, per noi Massoni la parola non è solo uno strumento di comunicazione e di scambio di informazioni, ma è soprattutto veicolo di conoscenza interiore e di progresso iniziatico, da usare con prudenza e ponderazione, studiandone e comprendendone appieno il senso, il valore, il potere, così da farne quel buon uso che la Tradizione esige da un iniziato, come chiunque di noi ha potuto sperimentare al conseguimento del Grado di Compagno, quando gli è stato conferito il permesso di poter usare la parola nel Tempio, scoprendone così tutto il valore liberatorio ed insieme sacrale, che viene sempre percepito ogni volta che ci : Viene concessa la parola, per dare il nostro piccolo, personale contributo all’azione esoterica comune.

 TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARISTIDE PELLEGRINI

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C’È POCO DA RIDERE…

C’È POCO DA RIDERE

Presentato il libro di Roberto Vaccari dedicato alla figura del fratello, umorista ed editore antifascista Angelo Fortunato Formiggini che scelse il suicidio ome forma di protesta radicale contro le leggi razziali

Sala gremita, sabato 8 dicembre presso la Galleria Europa al le piano terra del Palazzo Comunale di Modena, per la presentazione del volume a firma di Roberto Vaccari “C’è poco da te ridere” (Elis Colombini Editor) dedicato al massone ed editore Angelo Fortunato Formiggini, il fratello e intellettuale che scelse il suicidio come Roberto Vaccari forma di protesta radicale contro le leggi razziali. Formaggini si tolse clamorosamente la vita il 29 novembre di 81 anni fa, lanciandosi giù dalla Ghirlandina, il campanile del Duomo, simbolo della città.. Un gesto che non fu di follia, come spiega Vaccari nella biografia. Ma un’azione da eroe, da eretico e da libero pensatore…consapevole che sarebbe stato impossibile reagire alla macchina devastante e possente del regime… che liquidò la notizia con un atroce battuta del segretario del partito fascista Achille Starace. “È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”, disse il mastino del duce…per poi far calare con ogni mezzo il silenzio più totale su quel tragico fatto, per svuotarlo di senso, spogliarlo di quella forte carica di denuncia per la quale era stato pianificato dall’acuto, brillante teorico della filosofia del ridere. Formiggini aveva scritto lettere agli ebrei, alla moglie e anche a Benito – Mussolini. Ed era morto riempiendosi le tasche di denaro, una cifra importante, perché nessuno credesse che lo aveva fatto per difficoltà economiche. Il suo atto è un atto contro il fascismo, è il suicidio più clamoroso del Ventennio. E il regime ne coglie subito il potenziale pericolo e cerca di mettere in moto i suoi potenti strumenti di censura. “Si fa sparire il cadavere e il funerale — ha raccontato Vaccari – si svolge al mattino presto. La notizia non viene data…ma riverbera comunque in Italia e in tutto il mondo. Ho trovato tracce in Brasile, Stati Uniti, Svizzera”, Angelo Fortunato ha una ricostruzione, spiegato interessantissima l’autore scritta in della e chiave approfondita biografia, divulgativa e che si occupa di  aspetti che di Formiggini sono stati spesso trascurati, come  appunto la sua appartenenza alla Libera Moratoria. Per lui la Massoneria — ha raccontato Vaccari intervistato dalla Gazzetta di Modena – è stata una tappa importante, perché metteva insieme gli ideali positivisti, risorgimentali, nazionali con la modernità. La mia tesi è che Formiggini sia Una cartina di tornasole di tutto il ‘900, con le sue contraddizioni. Gli aspetti di fondo della sua ideologia sono il positivismo, il laicismo, talvolta esasperato, il suo ebraismo e la sua italianità. Il ‘900 ha spaccato la sua personalità in due: seguire l’affermazione del fascismo fino a capire che il fascismo non rappresentava i suoi ideali. Ciò accade già dal 1923, quando viene messa fuori legge la Massoneria, allora una delle poche associazioni libere nel Paese”. “Formiggini — ha sottolineato il biografo — è un uomo di grandi passioni e interessi. Ho cercato di indagare l’editore, con i suoi interessi molteplici per la scienza, la matematica, le infinite biografie, le collane, come ‘profili’, ‘i classici del ridere’, e poi la raccolta di oggetti, la rivista L’Italia che scrive. È lui a rivolgersi agli altri editori per un percorso culturale da costruire insieme. Un uomo che non si ferma mai”… Ma pure uno spirito allegro. “Per Formiggini — ha spiegato l’autore del volume — l’uomo Formiggini deve saper sorridere delle cose che succedono a sé e agli altri. Si laurea in filosofia morale — ha raccontato — con la tesi Filosofia del ridere confrontandosi anche con Benedetto Croce”. “Per lui — ha detto Vaccari — esiste una cultura del ridere più alta che è quella dei classici, ma c’è pure un riso amaro, che deriva dalla considerazione sulla condizione umana: le debolezze, il dover soffrire, morire. E questo in anni in cui ‘c’e poco da ridere’ (che è il titolo del mio libro) per lui, per gli ebrei, e per una generazione di italiani che ha subito la dittatura”. Forte il legame che aveva anche con la sua città. Modena per Formiggini, secondo lo scrittore, “è la sua coscienza, il suo salvavita”. “Parla il dialetto correttamente, scrivendo anche versi, ha amici di tutti i ceti, torna a Modena ogni volta che può. Anche per morire. Non avrebbe avuto senso, per lui, suicidarsi a Roma o in un’altra città”.  Nato il 21 giugno 1878 figlio di una famiglia ebraica con antenati originari di Formigine, da cui presero il cognome, un tempo gioiellieri degli Estensi e poi finanzieri, frequentò il Liceo Galvani di Bologna ma ne venne espulso nel 1896 per aver scritto un poemetto dal titolo “La divina farsa. Ovvero la descensione ad inferos di Formaggino da Modena”, da lui fatto stampare e distribuito all’interno della scuola, nel quale, sulle orme di Dante, satireggiava professori e compagni. Frequentò la facoltà di Giurisprudenza, laureandosi con lode nel 1901. Si trasferì a Roma nel 1902 e si iscrisse alla facoltà di Lettere e filosofia, seguendo le lezioni di Antonio Labriola, aderì all’associazione studentesca Corda Fratres, e nel 1903 fu iniziato in Massoneria nella loggia Lira e  Spada e nel 1904 divenne maestro. Conobbe la pedagogista Emilia Santamaria, autrice di diverse opere e collaboratrice del periodico L’Italia che scrive, che sposò nel 1906. Tornato l’anno dopo a Bologna, conseguì la sua seconda laurea in filosofia morale con la tesi Filosofia del ridere, in cui af- I ferma che “Ridere rende fraternamente solidali gli uomini” e che l’umorismo è “la massima manifestazione del pensiero filosofico”. L’esordio di Formiggini come editore risale al 31 maggio 1908, quando pubblicò due volumi ispirati ad Alessandro Tassoni (1565-1635), autore nel 1614 de La secchia rapita, di cui il secondo riportava la prefazione del suo amico Giovanni Pascoli.). Interventista, partì ufficiale volontario per il fronte di guerra nel 1915 ma fu presto congedato. Nel 1916 trasferì la Casa editrice a Roma, città di origine della moglie, trovando sede nei pressi di piazza Venezia. Nel 1918 ebbe un’iniziativa particolarmente moderna e originale per il tempo: quella di segnalare le novità librarie accompagnandole con i profili degli autori. Fondò L’Italia che scrive, un periodico mensile d’informazione libraria che, nei suoi intenti, doveva occuparsi di “tutte le principali questioni inerenti alla vita del libro italiano in quanto esse sono essenziali alla vita spirituale della nazione”. Contemporaneamente costituì una biblioteca dell’umorismo, battezzata la “Casa del Ridere”, raccogliendo qualunque materiale fosse attinente, dai libri alle riviste, alle stampe, ai quadri. Nel 1921 Formiggini fondò l’“Istituto per la Propaganda della Cultura Italiana” (IPG), società della quale egli fu eletto amministratore dal consiglio direttivo formato da eminenti uomini di cultura. Il governo Mussolini trasformò l’Ipci con il Regio Decreto del 21 novembre 1921, in Ente Morale, e successivamente lo rinominò Fondazione Leonardo per la Cultura Italiana su proposta di Giovanni Gentile, ministro della Pubblica Istruzione. Fu in questo ambito che Formiggini propose di dar vita a una Grande Enciclopedia Italica in 18 volumi, un’iniziativa che fu bloccata da Gentile che costrinse Formiggini a dimettersi dalla Fondazione, rinunciando anche al controllo del suo periodico L’Italia che scrive. Il brillante editore modenese non si diede per vinto e nel 1923 pubblicò La  ficozza, in dialetto romanesco, è il bernoccolo che spunta sulla testa in conseguenza di un colpo ricevuto: per lui, Gentile era il colpo e l’escrescenza cresciuta sulla testa del fascismo.  Il libro fu insieme un bilancio della sua attività, una satira anti-gentiliana e uno  sfogo, ironico è amaro, per la prepotenza subita. Continuò a produrre nuove collane: nel 1923 fu la volta delle Apologie, profili di dottrine filosofiche e religiose, nelle quali uscirono il Cattolicismo di Ernesto Buonaiuti, il Taoismo di Giuseppe Tucci, l’Ebraismo di Dante Lattes, l’Islamismo di Laura Veccia Vaglieri, l’Ateismo di Giuseppe Rensi e altri otto titoli. L’anno dopo fu la volta delle Medaglie, monografie di personaggi contemporanei: le pubblicazioni furono travagliate in quanto ebbero come oggetto personalità sgradite al regime, come Luigi Albertini, Giovanni Amendola, Filippo Turati e Luigi Sturzo che dovettero essere ritirate dalle librerie. Fra le Medaglie, il Mussolini di Giuseppe Prezzolini non ebbe invece problemi. Nel 1926 apparvero le Cartoline parlanti, vere e proprie cartoline con fotografie di personaggi della cultura accompagnate da un motto. Formiggini fu un vulcano d’idee: nuove collane furono le Lettere d’amore, le Polemiche, le Guide radio-liriche (12 numeri), 1’ Aneddotica (21 volumi) e il Chi è? Dizionario degli italiani d’oggi (1928-31), schede biografiche di noti personaggi viventi, che ebbero molto successo. Scritto da lui stesso fu invece il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani, pubblicato da Mondadori e ristampato da Formiggini in una seconda edizione ampliata nel 1928. Gli anni trenta segnano per la sua azienda di Formiggini un momento di rapido declino. La casa editrice viene trasformata nella Società Anonima Formiggini. Nel 1937, il regime gli confisca la casa éhe aveva nei pressi del Campidoglio a Roma. Il 1938 è l’anno del Manifesto della Razza e delle leggi razziali, un anno di disillusione per l’intellettuale modenese, la cui vicenda umana s’interrompe in modo tragico, dopo il volo dalla torre della cattedrale di Modena.

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ODE ALLA GIOIA

ODE ALLA GIOIA

Gioia figlia della luce, Dea dei carmi, Dea dei fior!

Il tuo genio ci conduce per sentieri di splendor.

Il tuo raggio asciuga il pianto, sperde lira e fuga il duol!

Vien! sorridi a noi d’accanto Primogenita del Sol!

Qual nell’arnia armoniosa già s’inserte il suono al suon,

e la voce della sposa già s’unisce alla canzon.

Ma da noi ritorca il viso chi la gioia in cor non ha,

l’uom che mai non ha sorriso certo in Ciel non salirà.

Dea dei palpiti giocondi gioia sacra ed immortal,

tu sei l’anima dei mondi, sei l’ebbrezza celestial:

sei la pace e la speranza, sei dei pampini l’umor,

sul tuo metro eterna danza move il mar e l’astro d’or

L’ “An die Freude” è l’ode composta Friederich Schiller (1759-1805) poeta e drammaturgo tedesco nell’estate del 1785 conosciuta in tutto il mondo per essere stata usata da Ludwig van Beethoven come testo della parte corale del quarto e ultimo movimento della sua Nona Sinfonia, diventata inno ufficiale dell’Europa. In Italia viene oggi il più delle volte cantata usando l’adattamento del testo fatto da Arrigo Boito (1842-1918) sopra riportato

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CHIESA E MASSONERIA: UN VALORE MASSONICO

 UN VALORE MASSONICO

Nella sua ultima enciclica Frates Omnes, Papa Bergoglio affronta il tema della Fratellanza e dell’amicizia sociale in una nuova ed inedita dimensione e non sono poche le analogie con i principi e la visione massonica

Nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”, pubblicata il 3 ottobre, Papa Francesco ha espresso apertis verbis in chiave assolutamente inedita un’idea di fratellanza universale, come legame che unisce tutti gli esseri umani, al di là della loro fede, ideologia, colore della pelle, estrazione sociale, lingua, cultura e nazione. Si tratta di un pensiero che è vicino agli ideali ” che costituiscono fin dalle origini le fondamenta stesse della Massoneria. Da oltre 300 anni il principio di Fratellanza è scritto in maniera indelebile nel trinomio massonico posto all’Oriente nei templi insieme a quelli di Libertà e Uguaglianza. Ela realizzazione di una Fratellanza universale, è dalle origini la grande missione e il grande sogno della Libera Muratoria. È lo hanno sottolineato nei loro commenti alcuni ‘ filosofi, giornalisti e anche qualche alto prelato di Santa Roma Chiesa, esprimendosi senza riserve nei confronti del messaggio venuto fuori dall’Enciclica Bergogliana. Un limite teologico che evidentemente il Papa ha ritenuto di superare, scegliendo ancora una volta di ispirarsi a San Francesco d’Assisi, che “si sentiva fratello del sole, del mare e del vento” che “sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne”, e che “dappertutto seminò pace” e che “camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi”. Del santo poverello, il Papa tiene anche a ricordare un episodio della vita “che ci mostra — spiega- il suo cuore senza confini, capace di andare al di là delle distanze dovute all’origine, alla nazionalità, al colore o alla religione”: la sua visita al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto.

Apertura all’Islam

E non è tutto. Bergoglio nell’enciclica non esita a riconoscere di essersi sentito stimolato in modo speciale nelle sue riflessioni dal Grande Imam della Moschea di Al Azhar Ahmad Al-Tayyeb, insieme al quale nel 2019 ad Abu Dhabi firmò il Documento sulla Fratellanza Universale in cui si premetteva – ha tenuto a ricordare-, che Dio “ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace”.

Le parole del Gran Maestro

 “Nasciamo e siamo liberi e uguali ma allo stesso tempo restiamo anche diversi. Siamo diversi l’uno dall’altro per cultura, carattere, ingegno, predisposizioni ed attitudini. Sono queste differenze l’espressione più chiara della nostra uguaglianza che vive e si fortifica nelle diversità. Pertanto nell’Uguaglianza dobbiamo andare alla ricerca di tutti i valori; non solo di quelli condivisi, ma anche trovare la saggia e fertile convivenza con quelli che ci permettono di stare insieme con tutte le nostre reciproche e molteplici diversità. Siamo uguali perché diversi e possiamo e dobbiamo restare uniti per dare il meglio di noi e contribuire a una società e un mondo migliore. Bisogna essere consapevoli the serve nutrirsi nell’altrui diversità, per creare una vicendevole ricchezza che può abbattere le diseguaglianze e costruire ponti di coesione per camminarvi sopra insieme pacificamente. Siamo tutti fratelli, siamo tutti sotto lo stesso cielo”. “Tutti fratelli”, parole a sua volta pronunciate dal Gran Maestro Stefano Bisi nell’allocuzione tenuta l’11 settembre scorso a Rimini durante la Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani,

Le parole del Papa

E queste sono anche le parole che ha profferito il Papa nell’Enciclica, che, dopo aver premesso che nasciamo e siamo tutti uguali dinanzi a Dio, si è soffermato sul valore delle diversità: “C’è un modello di globalizzazione che ‘mira consapevolmente a un’uniformità unidimensionale e cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità. […] Se una globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, questa globalizzazione distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo. Questo falso sogno universalistico finisce per privare il mondo della varietà dei suoi colori, della sua bellezza e in definiti

va della sua umanità. Perché ‘il futuro non è monocromatico, ma, se ne abbiamo il coraggio, è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!”, E ancora: “Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: ‘Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avatiti. Com’è importante sognare insième! […] Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme’. Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”

1l trinomio massonico

 Il Gran Maestro nel suo intervento spiegava che la fratellanza è presupposto di libertà e uguaglianza: “AI di là della famiglia di appartenenza, al di là dell’etnia, della religione, degli orientamenti sessuali e del ceto sociale, siamo tutti uguali con pari dignità e pari opportunità. Senza distinzioni. E a tutti vanno date le stesse possibilità. L’uguaglianza non guarda al colore della pelle o degli occhi. La razza umana è una soltanto. Noi del Grande Oriente d’Italia da qualche anno abbiamo tolto dalla nostra Costituzione la parola razza, aspettiamo che l’Italia e tutti lo facciano. Sono questi i principi che la Libera Moratoria persegue e custodisce da sempre per l’elevazione dell’Umanità. Uguaglianza, libertà, sono come parole d’ordine, sono inviti a lavorare per raggiungere questi obiettivi ma è possibile farlo se c’è la fratellanza. È questa che fa sentire gli esseri umani parte di una comunità che vuole, appunto, libertà e uguaglianza”.

Il trinomio di Bergoglio

 Bergoglio nella sua Lettera ha osservato: “ La Fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore”. Le paure dei nostri tempi TI Papa si è soffermato anche sulle paure dei nostri tempi, sulla necessità di “recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà”; sul mondo digitale, il cui funzionamento favorisce circuiti chiusi di persone che la pensano allo stesso modoe facilita la diffusione di notizie false che incoraggiano pregiudizi e odi; sui fanatismi che allignano anche tra i cristiani e in ambienti cattolici; si scaglia poi contro la pena di morte e contro l’ergastolo, che definisce una “pena di morte nascosta”, Ha affrontato inoltre la questione degli immigrati, definendola “una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere” e la questione della diversità come valore. Temi tutti che sono argomento quotidiano di riflessione per i fratelli del Grande Oriente d’Italia, tra le colonne del tempio e fuori. Per realizzare il grande sogno di una vera Fratellanza globale.

DA “ERAMO” anno V n° 9

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GARIBALDI MASSONE

-Il 13 marzo 1848, all’atto di abbandonare quell’America Latina che lo aveva visto per quindici anni protagonista delle lotte per la libertà, l’ultimo saluto di Garibaldi fu per i Fratelli della Loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo.

Mio caro fratello — scrisse ad Adolphe Vaillant — poiché i miei impegni m’impediscono di soddisfare il desiderio di andarmi a congedare di persona dai miei carissimi fratelli della loggia, vi prego di voler avere la bontà di presentare voi stesso al loro rispettabile consesso i miei addii, i miei auguri per la loro felicità e la mia speranza di conservarmi, in qualunque parte del mondo io mi trovi, loro devoto fratello e sempre pronto a dedicarmi al sacro rito, al quale ho l’onore di appartenere.

Mai parole potevano essere più rivelatrici e profetiche; poiché l’adesione alla Massoneria fu per Garibaldi non certo un episodio casuale ed effimero ma una scelta meditata e vincolante, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo consapevole fino alla morte. Sfrondata di taluni orpelli esoterici e rituali, che egli mostrò di non tenere in grande considerazione, la Massoneria fu per Garibaldi, specie dopo il 1860, un luogo di aggregazione e uno strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per realizzare i propri progetti politici è culturali.

L’organizzazione massonica — ha scritto Mola -fu dunque pensata da Garibaldi quale rete atta a ricondurre all’unità le altrimenti disperse forze del rinnovamento italiano: all’interno, con la formazione di una dirigenza nuova, capace di guarda – re agli sconfinati orizzonti aperti dallo sviluppo delle scienze (medicina, chimica, fisica, antropologia, etc.), invece di rimpicciolirsi nelle meschine gare per il potere; verso l’esterno, con l’inserimento di quella dirigenza in un circuito intellettuale le cui colonne d’Ercole, unificata l’Italia, erano la federazione d’Europa, la formazione dei grandi sistemi etnico-linguistici (slavi, anglosassoni, latinità affratellata da un empito costruttivo.

E la Massoneria a sua volta — vale la pena sottolinearlo — utilizzò Garibaldi, sia prima che dopo la sua morte, come straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali. Garibaldi — come ricorda Fulvio Conti in un articolo apparso su Hiram nel 2002, in occasione del centoventesimo anniversario della morte — venne iniziato alla Massoneria nel 1844, all’età di trentasette anni, nella Loggia “L’Asil de la Vertud” di Montevideo, una Loggia irregolare; emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali Obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 egli regolarizzò tuttavia la sua posizione presso la Loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo posta all’obbedienza del Grande Oriente di Parigi. Anch’egli entrò quindi in Massoneria durante l’esperienza dell’esilio, profittando dell’asilo che trovarono nelle Logge tutti quei rifugiati politici dei paesi europei governati da regimi dispotici e ostili a ogni apertura in direzione democratica e nazionalistica. Garibaldi frequentò poi le Logge massoniche di New York nel 1850 e quelle di Londra intorno al 1853-’54, dove entrò in contatto con alcuni esponenti dell’internazionalismo democratico aperti ai contributi del pensiero socialista e inclini a collocare la Massoneria su posizioni fortemente antipapiste. Soltanto nel giugno 1860; nella Palermo appena conquistata, Garibaldi venne elevato al grado di Maestro Massone e sempre a Palermo, nel 1862, il Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato, luogo di raccolta di Massoni italiani di fede repubblicana e radicale, gli affidò il titolo di Gran Maestro. Il Grande Oriente Italiano, ricostituito a Torino nel 1859 e inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, affidò invece la carica di Gran Maestro a Costantino Nigra e conferì a Garibaldi soltanto il titolo onorifico di “primo Libero Muratore italiano”. Accettando il titolo di Gran Maestro dell’obbedienza siciliana Garibaldi scrisse:

Assumo di gran cuore il supremo ufficio di capo della Massoneria Italiana costituita secondo il Rito Scozzese Riformato ed Accettato. Lo assumo perché mi viene conferito dal libero voto di uomini liberi, a cui devo la mia gratitudine non solamente per l’espressione della loro fiducia in me nello avermi elevato a così altissimo posto, quanto per l’appoggio che essi mi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali. Codesta nomina a Gran Maestro è la più solenne interpretazione delle tendenze dell’animo mio, de’ miei voti; dello scopo cui ho mirato in tutta la mia vita. Ed io vi do sicurtà che mercé vostra e col – la cooperazione di tutti i nostri fratelli, la bandiera d’1talia, ch’è quella dell’umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la luce del Vero progresso.

Si stava preparando, in quello scorcio del 1862, la spedizione per la liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta il 29 agosto dalle fucilate di Aspromonte. Garibaldi, accettando la carica offertagli dall’obbedienza scozzesista siciliana, dimostrò che in quella fase egli identificava la Massoneria con il programma nazionale e intendeva avvalersi di essa quale strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche. Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all’iniziazione del figlio Menotti (il 1 luglio) e firmò egli stesso (il 3 luglio) la proposta di affiliazione dell’intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla e gli altri). In prospettiva, una volta completata la lotta per l’indipendenza nazionale, il progetto politico della Massoneria doveva però identificarsi con un disegno più ampio e più ambizioso, quello del riscatto e dell’emancipazione dell’intera umanità

Fu il fallimento dell’impresa dell’agosto 1862 — ha osservato Aldo Alessandro Mola — a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalisimo intransigente. In effetti, da quel momento in poi il generale manifestò una sempre più convinta adesione alle posizioni della Massoneria, che fu la principale sostenitrice nella penisola di un laicismo inflessibile e di una guerra a oltranza contro la Chiesa cattolica. L’obiettivo politico della liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava evidentemente con l’obiettivo di dar vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere temporale dei papi e fosse soltanto un ricordo. D’altro canto — come scrive Fulvio Conti —

 anche dentro il Grande Oriente d’Italia la componente democratica di provenienza garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza è a imporre le proprie scelte politiche e ideologiche. Non stupisce perciò che la prima vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel maggio 1864 con la partecipazione di 72 delegati, riuscisse finalmente a eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo gran maestro.

 Come è noto, egli detenne questa carica solo per pochi mesi, Troppo vivaci erano gli scontri in atto proprio in quel periodo fra i vari gruppi della sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership unificante di Garibaldi, come era accaduto nel recente passato. Il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli vide nella nomina di Garibaldi un passo indietro rispetto al progetto di depoliticizzazione della Massoneria che tanto gli stava a cuore, un progetto che mirava a impiantare anche in Italia una Massoneria di modello anglosassone, estranea alle beghe di partito.

È già una fatalità — scrisse Frapolli a Mordini, commentando l’elezione di Garibaldi — chele circostanze ci abbiano forzati a scegliere per l’Italia, a gran maestro, un uomo politico. Inconveniente che non può essere tollerato, se non ammettendo la funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incarnato dell’umanitarismo, mentre d’altronde, se quel nome è da tutti accettato, egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo ròle eccezionale e non se He mescoli altrimenti.

In realtà Garibaldi, come si è già detto, non pensava affatto che la Massoneria dovesse estraniarsi dalle vicende politiche nazionali, almeno fino a quando Roma fosse rimasta sotto la dominazione dei papi. Così nel maggio 1867, alla vigilia della . Costituente Massonica di Napoli, egli lanciò un celebre appello a tutti i “fratelli” della penisola:

Come non abbiamo ancora patria per – ché non abbiamo Roma, così non abbiamo Massoneria perché divisi, […] Io sono di parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia. Facciasi in masso – neria quel fascio Roma – no che ad onta di tanti sforzi non si è potuto ancora ottenere in politica. lo reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell’alta missione che dalla nobile istituzione mas – sonica gli è affidata, creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la massoneria faccia questa, e quella l’unità della nazione sarà subito fatta. […] L’astensione è inerzia, è morte, Urge l’intendersi, e nell’unità degli intendimenti avremo l’unità di azione.

La Costituente napoletana del 1867 elesse Garibaldi Gran Maestro Onorario del Grande Oriente d’Italia, obbedienza ormai conquistata dagli esponenti della sinistra di orientamento democratico. Il legame con l’istituzione liberomuratoria divenne quindi saldissimo,e altrettanto profonda fu l’identificazione con gli ideali e 1 valori culturali di cui essa si faceva portavoce. È non incrinarono questo rapporto neppure i dissapori manifestatisi in occasione dell’Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui egli aderì con grande entusiasmo e dal quale la Massoneria, per volere di Frapolli, rimase invece sostanzialmente estranea. Nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e Sa il avrebbe italiana testamento lasciato post-risorgimentale: ideale alla che sinistra egli n l’idea cioè — rileva ancora Conti — di riunire in un fascio comune tutte le correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo che accettava di muoversi all’interno del quadro istituzionale vigente pur non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano futuro. La Massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere coronato dal successo.

Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene — si domandava nel 1873 — non si affratellano e non si pongono per amore d’indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria; non darà essa l’esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, etc. non portano esse Hel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio, adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma.

Nell’ultimo scorcio della vita la coincidenza fra le sue posizioni e quelle della Massoneria fu pressoché totale. Basterà ricordare il suo impegno nelle file del movimento pacifista e la battaglia, che vide ovunque i Massoni in prima fila, per promuovere la costituzione di aganismi di arbitrato a livello internazionale che scongiurassero il ricorso alle guerre. Oppure le sue battaglie per il suffragio universale, per l’emancipazione femminile, per la diffusione dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e decise di sostenere con le modalità più diverse. Quanto alla questione dell’emancipazione della donna, egli dimostrò di darne un’interpretazione molto concreta e spregiudicata anche all’interno del mondo massonico: nell’archivio storico del Grande Oriente d’Italia si conservano documenti del 1867 con i quali egli conferiva i gradi massonici anche alle donne. Un tema, allora come oggi, oggetto di accesi dibattiti e di contrastanti visioni all’interno delle varie obbedienze liberomuratorie. Ma si pensi, per avere una conferma della forte consonanza di vedute che vi fu anche sul versante del razionalismo positivistico e della militanza anticlericale, all’adesione che Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia l’idea e la pratica della cremazione: movimento che fu direttamente promosso dalle Logge massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. È molto fece discutere in Italia, dopo la morte di Garibaldi, il mancato rispetto delle sue ultime volontà, che erano quelle appunto di vedere il suo corpo ritornare cenere. Quando Garibaldi morì la Massoneria fu tra le forze politiche e sociali italiane quella che più di altre si incaricò di conservarne la memoria e di alimentarne il mito. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all’epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo notevolissimo nel favorire la riuscita dell’operazione. “Garibaldi” fu il nome di gran lunga più diffuso fra quelli dati alle Logge della penisola o alle Logge italiane d’oltremare (in America Latina, in Africa del Nord, etc.); altre denominazioni, come “Caprera”, “Luce di Caprera”, “Leone di Caprera”, erano ispirate dalla medesima volontà di rendere omaggio all’eroe nizzardo. La Massoneria promosse inoltre innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, quando quella data memorabile venne per la prima volta celebrata come festa civile della nazione italiana. Una ricorrenza che solo il patto scellerato fra fascismo e Chiesa cattolica del 1929 avrebbe cancellato dal calendario delle festività nazionali, simbolo di una patria finalmente costruita nel segno della democrazia e della laicità, alla quale sia Garibaldi che la Massoneria avevano dato 1n contributo determinante.

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FRAMMENTI DI MUSICA E MASSONERIA

Brevi spunti di musica e massoneria non possono non partire dal silenzio primordiale, quello assoluto e pre-esistente alle forme di vita dall’uomo conosciute. Italo Calvino, in “Palomar”, sostiene che tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. Nell’istante in cui un dio manifesta la volontà di dare vita a se stesso o a un altro dio, di far apparire il cielo e la terra oppure l’uomo, egli emette un suono. Si pone così il dualismo rumore/silenzio, dualità che interessa l’intera storia dell’Umanità; se il suono è vita, esso si oppone con forza al silenzio, ma è pur vero che quest’ultimo rappresenta la base su cui esso si stratifica, | Nel suo saggio dal titolo “La grammatica della musica”, Otto Kàrolyi affermache in principio è lecito supporre era il silenzio. Era silenzio perché non c’era moto alcuno e di conseguenza nessuna vibrazione poteva mettere l’aria in movimento, feno-

meno questo di importanza decisiva per la produzione del suono. La creazione del mondo, in qualunque modo sia avvenuta, deve essere stata accompagnata dal moto e pertanto dal suono. Forse è questa la ragione per cui la musica, presso i popoli primitivi, ha tale magica importanza da essere spesso connessa asignificati di vita e di morte. Proprio la sua storia, in ogni varia forma, insegna che là musica ha mantenuto il suo significato trascendentale. Le Parole di Kàrolvyi, in principio era il silenzio, mi ripropongono le parole del prologo del Vangelo di Giovanni su cui si aprono i lavori di loggia. Introducendo il termine Logos, che viene tradotto come Verbo o Parola, è presentato un concetto ancora più vasto; il termine Logos è tradotto sulla scorta della tradizione illuministica come Verbo o Parola, manei secoli precedenti il ‘700 si intendeva più genericamente come “suono”. Quindi parola e suono, ancora un dualismo. Così simili tra loro, entrambi suoni in ultima analisi, molto spesso integrati tra loro, ma nello stesso tempo così diversi. Daranno infatti origine a due modalità di espressione e di comunicazione entrambe straordinarie, ma solo la musica assumerà il carattere dellinguaggio veramente universale, uno dei pochi capaci di parlare ai cuori e allementi di tutti gli uomini in qualunque epoca o continente essi siano vissuti, a qualunque religione, lingua o razza essi siano appartenuti. Penso che proprio questa universalità del linguaggio musicale, sia la vera e profonda motivazione per spiegare l’importanza che da sempre la musica detiene in massoneria. Non casualmente alcuni grandi direttori d’orchestra, sostenevano che è molto più semplice suonare le note, mentre appare più difficile suonare le

pause; appunto i silenzi. E’ il silenzio i vero collante dei suoni e dona ad essi il loro vero significato. Il silenzio è parte integrante del mondo dei suoni costituendo due facce della stessa medaglia. Non di rado alcuni compositori hanno cercato di dar voce al silenzio, come nel famoso caso del “Coro a bocca chiusa” della Madama Butterfly di Giacomo Puccini o alcuni pezzi di musica da camera di Mozart. Non dimentichiamo, fra gli altri, “Cantare in silenzio” di Salvatore Sciarrino e “ Le pause del silenzio” di Gian Francesco Malipiero del 1917, e per giungerfino alla canzone di Simon & Garfunkel ‘il suono del silenzio”, canzone scritta subito dopo l’assassinio di John Kennedy, nel 1963. Inoltre Daniele Donini, artista e musicologo, ama ricordare come, sinanco nella trasposizione cinematografica del Flauto Magico, la vigile partecipata silente attenzione rappresenti una fase ben definita del percorso massonico: “Forse anche con il senso profetico e utopistico che alle inquadratureiniziali del Flauto magico diretto da Ingmar Bergman, dove l’umanità/pubblico nella sua diversità di razze, lingue e religioni, trova piena espressione simbolica nel viso di una bambina che durante la sinfonia iniziale, muta come un apprendista, si prepara quasi come in un gabinetto di riflessione ad affrontare una esperienza iniziatica.” Il lavoro compiuto dall’uomo nel corso dei secoli, è, nel campodei suoni, una sorta di “ordo ab chao”: ha cercato di sviluppare strumenti che gli permettessero di imitare i suoni che la natura gli offriva e di elaborare teorie dando adesse valenze che variavano con le diverse culture che le esprimevano. Nel V secolo a.C. Pitagora, elaborandola sua teoria dell’armonia delle sfere, scoprì che in una scala’ musicale i suoni stavano tra loro in una precisa relazione matematica. 1 numeri definiscono quindi i canoni di proporzione e di armonia; il fine è quello di raggiungere la migliore rappresentazione dell’armonia universale, intesa come unificazione ed

equilibrio di elementi opposti. Uno stretto rapporto avvicina il suono con le sue geometrie, onde e vibrazioni, alla numerologia: la musica diviene non solo strumento di rappresentazioni simboliche, ma nella sua essenza assume una forte connotazione matematica. Col suo monocordo Pitagora dettò alcuni principi morfologici che divennero presto i principi di ogni arte. In particolare i rapporti armonici vennero usati per costruire gli edifici sacri in modo che i numeri definissero i canoni di proporzione e di armonia. La Musica rappresenta il tramite per eccellenza tra la terra e il cielo, tra il materiale e – lo spirituale; con le sue misure, le sue metriche, i ritmi, i simbolismi ci permette di percepire, più che con altri mezzi, l’essenza stessa del Grande Architetto Dell’Universo. Findalle origini della odierna massoneria, la musica era tenuta in gran conto. Nel 1725 a Londra venne fondata una società musicale “Philomusicae et architecturae societas apollinis” da parte della loggia Queen’s Head; l’unione di musica e architettura era tra quelle che la Massoneria, nata dai costruttori di Cattedrali, indicava tra le più adatte alla sua ideologia. La Società sì proponevadi diffondere la musica da camera ed offriva i suoi concerti in abbonamento e fu questala prima volta di una scelta che avrà grande successo e che ancor oggi è di largo impiego. Direttore artistico fu nominato Francesco Saverio Geminiani, violinista che fu pure il primo italiano iniziato alla Massoneria londinese. Questi concerti ebbero il grande merito di eseguire musica laica in contrapposizione alla musica religiosa e a quella delle corti; fino adallora, infatti, la musica era di esclusiva pertinenza di chiese e di corti nobiliari. Vale la pena a questo punto ricordare alcuni dei grandi musicisti di appartenenza massonica, che con le loro musiche, i simbolismi in essa contenuti, i richiami rituali e liturgici hanno nobilitato nei secoli l’Istituzione di appartenenza. Geminiani, certo, ma anche Spontini e Cherubini, Salieri,

Haydn, Mozart, Viotti, Mendelssohn, Sibelius, Satie le musiche dei quali accompagnano ancor oggi | momenti salienti dei nostri incontri. Concludo con unpensiero deferente a Richard Wagner e al suo interesse per la Massoneria principalmente teso ad acquisire informazioni sui meccanismi ermetici per entrare in possesso delle conoscenze esoteriche massoniche, della sua gerarchia, dei segni e dei simboli, delle allegorie e delle prove simboliche di cui laMassoneria è da sempre attenta custode. Nella sua ultima fatica, il Parsifal, rappresentata in Italia per la prima volta a Bologna il primo gennaio di 1914, non si possono ignorare gli aspetti simbolici, esoterici, rituali, gerarchici, alchemici che da essa promanano e che inducono alla riflessione e al silenzio questo, in ultima analisi, il vero fine della musica.

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IL CERVELLO

IL CERVELLO

 di Ezio Bruna

 Il cervello è un organo misterioso. Già gli Egizi ne parlavano nel XVII secolo a.C. descrivendo come si comporta il corpo dopo una ferita alla testa. Nel passato furono soprattutto le ricerche anatomiche a far luce sulla essenza del cervello. Golgi sfruttando una speciale colorazione riuscì a evidenziare la sua struttura cellulare. Queste ricerche vengono però effettuate su cadavere, quindi poco ci dicono sul reale funzionamento dell‟organo studiato. Esse hanno fatto comunque comprendere che il cervello umano si è costruito fino ad accumulare tutte le tre espressioni evolutive del mondo animale. Un cervello rettiliano che soprassiede all‟istinto, sormontato da un paleo mammaliano che regola la nostra capacità di affrontare l‟ambiente, l‟emotività e la ricerca del rapporto causa effetto. Ultimo arrivato è il cervello neomammaliano che ci permette la funzione cerebrale superiore come il pensiero cosciente; Tutti e tre sono collegati, dal basso in alto e viceversa. È per esempio nel cervello rettiliano che possediamo i meccanismi che regolano lo stress. L’evoluzione del cervello ha dato un vantaggio alle specie, la consapevolezza del mondo La psicologia ha tentato di fare luce sulle funzioni cerebrali. Essa però non è considerata una scienza vera € propria, poiché le sue affermazioni non sono “falsificabili”. Dopo gli anni settanta però si è sviluppata una sperimentazione non basata sulla semplice “interpretazione”. Sono però le neuroscienze che hanno infine dato la possibilità di studiare le funzioni del cervello “in vivo”. Tanti sono stati i metodi di analisi di queste funzioni e della attività elettrica collegata ma il grande passo in avanti è stato l‟utilizzo della “imaging”. Essa ci permette di studiare il cervello evidenziando, in modo non invasivo, i cambiamenti delle sue aree -durante il funzionamento. Molti anni fa assistemmo per la prima volta, alla Spezia, Piergiorgio Strata descrivere, mostrandoci delle immagini ottenute con la RMN, cosa avviene nel cervello di un musicista rispetto a un non esperto durante l‟audizione di musica classica. Il cervello è costituito da cellule che si connettono in modo da passare l‟una all‟altra degli stimoli elettrici. Questo passaggio non è diretto come in un interruttore ma avviene tramite sostanze chiamate “neuro trasmettitori”, di varia composizione chimica. Ognuna di esse determina effetti e produce stati d‟animo e idee. Il numero di queste differenti sostanze è cresciuto da poche unità a più di cinquanta e la loro identificazione non è certo finita. La maggior parte di esse è prodotta dall‟organismo e quindi sulla base del codice genetico contenuto nel DNA. Detto così ci farebbe pensare che sia quest‟ultimo a regolare i nostri pensieri, costruttivi o distruttivi. In realtà il nostro DNA è una molecola lunghissima in cui sono contenuti i codici che ci plasmano. Essi sono attivi solo in parte poiché il maggiore numero è coperto è compresso da proteine, come la plastica che avvolge un cavo elettrico. Gli stimoli esterni portano alla liberazione dei codici, quando presenti, che permettono l‟adattamento e quindi la possibilità di sopravvivere. Noi siamo espressione del nostro codice genetico influenzato, con questo meccanismo, dall‟ambiente esterno o, come si dice, una “espressione fenotipica”. Nessuno è in assoluto predestinato, anche se esistono geni che, se presenti e liberati, portano a particolari attitudini come la tendenza al misticismo. La conclusione è che il cervello è un organo plastico, si adatta alle situazioni, creando nuove cellule, nuove unioni tra di loro e con nuovi neurotrasmettitori. È inoltre immerso nel liquido cefalo rachidiano e irrorato dal sangue che contengono molte delle sostanze che possono influenzarlo, come gli ormoni. È così che organizzazioni sempre più complesse soprassiedono ai nostri pensieri. Alcuni di essi potrebbero essere quindi solo reazioni date dagli automatismi creati dai circuiti cerebrali formati dalla influenza esterna. Il fenomeno non agisce solo sulla vita del singolo individuo ma ha plasmato le funzioni del cervello, inteso come coscienza comune, per milioni di anni tanto che in esso esiste una specie di storia della vita sulla terra. In essa si trovano alcune caratteristiche. Il nostro cervello è finalistico ed è programmato per cercare uno scopo, anche se non esiste. Altrettanto vale per la ricerca delle cause che producono un fenomeno. Per questo non c‟è bisogno della neocorteccia, bastano le . funzioni acquisite che comunque, di conseguenza, la influenzano. Se vedi un ramo spezzato nella foresta e la causa che t‟immagini, un predatore, non è vera, nulla succede. Se non ti chiedi qual è la causa, che invece esiste, potresti diventare la sua cena. Sono quindi le influenze esterne che plasmano il nostro cervello, come dice Gurdijeff, sviluppando le diverse personalità. Le neuroscienze però mettono in dubbio la possibilità di uscire completamente dal loro condizionamento. La trasformazione alchemica per diventare farfalla, di cui lui parla, è un evento di non facile realizzazione. Forse è possibile solo simulando la nostra morte e rinascendo con una nuova organizzazione del nostro pensiero. Le neuroscienze mettono anche in forte dubbio la possibilità di esercitare realmente il “Libero Arbitrio”. Uno dei motivi addotti è che le nostre sensazioni, cioè la percezione della realtà avvertita dai sensi, sono filtrate dalla organizzazione cerebrale, che interpreta il mondo e le nostre risposte sono automatismi ma su questa ultima asserzione i dubbi sono doverosi. Come scrive Oscar Wilde in “Dorian Gray”, i grandi peccati vengono consumati nel cervello. Noi sappiamo, ora, che non vediamo con gli occhi, né udiamo con le orecchie. È nel cervello che il papavero è rosso, che la mela ha profumo, che l‟allodola canta. Questa interpretazione ha un‟assonanza con quella che ci dà la fisica quantistica del mondo. La realtà, così come lo scorrere del tempo esiste solo nella nostra immaginazione, nel momento in cui li interpretiamo pie e con il nostro cervello, come nel paradosso di Erwin Schròdinger. Mettiamo un gatto in una scatola con un marchingegno che lo possa uccidere. Tale apparato ha un funzionamento basato sul decadimento radioattivo che, come tutti i fenomeni della fisica quantistica, è probabilistico. Non sapendo se il decadimento è avvenuto, con la scatola chiusa, il gatto è sia vivo che morto. Solo alla sua apertura e quindi con l‟osservazione, che la realtà prenderà forma anche se, parafrasando Einstein, la luna è lì anche se non la osservo. La realtà è comunque interpretata in base agli stimoli a accumulati. Le “madeleine” per Marcel Proust non sono solo dei biscotti da assaporare ma il ricordo del tempo perduto. Cartesio potrebbe aver sbagliato nel dividere il corpo dalla mente. Il famoso “penso dunque sono” dovrebbe essere riformulato in “sono un cervello dunque penso”. È curioso come tutti consideriamo noi stessi non come corpi ma come entità astratte. Questi “spiriti” non sono solo una caratteristica delle cose animate, come il cuore dei trapiantati, ma anche di quelle non animate in senso biologico. Gli esperimenti‟ hanno dimostrato perché un bambino cui si vorrebbe sostituire il suo orsacchiotto con‟uno perfettamente identico si rifiuta di cederlo. Ha regalato un‟anima al suo giocattolo.’ Anche gli insegnamenti così come le esperienze condizionano, attraverso una risposta basata su meccanismi biochimici, il nostro modo di pensare. Molti aspetti della capacità di rapportarci con gli altri e il senso morale sono però innati e non saranno né il maestro né il curato a inculcarceli, potranno solo influenzarli. Tutte le società iniziatiche hanno usato nel loro esoterismo i simboli. Essi sono stati uno strumento potente nel tramandarci dei concetti o, come direbbe il neuroscienziato, per l‟organizzazione del nostro pensiero. Possiamo forse capire come i circuiti neuronali ancestrali abbiano fatto sì che civiltà non in contatto sviluppassero dei e simboli che si assomigliano, in grado di aiutarli nelle avversità della vita. Forse l‟esoterismo fa attivare dei circuiti di coscienza estranei ai non iniziati. Tempo fa parlando di questo argomento mi chiedevo quanto fosse consistente l‟insegnamento esoterico che ho ricevuto. Mi è capitato, nelle scuole che ho frequentato nella mia vita, di accorgermi come non bastasse sedersi sui loro banchi per ottenere la conoscenza. Venivi invece, quando ne eri capace, sia tu sia il tuo insegnante, portato a voler apprendere studiando. Oggi nella Loggia, così come allora, mi sono accorto che l‟insegnamento esoterico non è stato solo ciò che ho ascoltato ma, soprattutto, l‟orientamento che seguo nel cercare una verità che mi sfugge. Secondo le conoscenze attuali della funzione cerebrale tutto questo non dipende dal mio spirito ma dalle reazioni biochimiche che si accumulano nel mio cervello. Esse influenzano la funzione cerebrale superiore, quella del cervello neomammaliano, permettendoci il pensiero evoluto. Sapere che le note e i versi dell‟Inno alla Gioia siano nati non da un‟anima eccelsa ma da reazioni biochimiche che, uscendo dagli schemi, abbiano creato la genialità non mi rende felice e questo, umanamente, costa. i Ricordo però che un insegnante soleva aprire l‟anno accademico dicendo “se pensate che la conoscenza sia troppo costosa (in tutti i sensi) provate con l‟ignoranza

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IL SILENZIO: LA VOCE DELLA PAROLA NEGATA.

IL SILENZIO: LA VOCE DELLA PAROLA NEGATA.

Riflessioni di un Apprendista Libero Muratore

 M. FE. – R.’.L.’. Antonio Jorio 1042 Or.’. di Pesaro

  “Ad un operaio inesperto non può essere affidato un lavoro di precisione. Al fine di poter acquisire la “Luce Massonica” è interesse quindi per ogni Apprendista la disposizione ad apprendere (in silenzio) ciò che gli è indispensabile per poter passare al grado di Compagno d’Arte”. Del resto, anche se ci venisse commissionato un lavoro, l’onestà intellettuale di ognuno dovrebbe spingere ad accettare di eseguirlo, solo quando interiormente esso è “già stato fatto proprio. Ciò che è stato scritto non è un lavoro, ma il principio, l’idea di quello che dovrà essere il costante lavoro da compiere sulla “Pietra”, che non potrà mai dirsi compiuto.  L’intento è stato quello di mettere in parola alcune riflessioni, ripercorrendo a ritroso questo anno di frequentazione in Loggia, riportando la mia esperienza personale del Cammino Iniziatico intrapreso, dal Gabinetto di Riflessione al rituale nel Tempio, riascoltando il Silenzio al quale sono stato per cosìdire “obbligato”, traendo spunto da letture e discorsi di Loggia,sui quali ho avuto modo di poter riflettere.  Mi scuso sin da ora con i Fratelli, se i temi trattati saranno per Loro per così dire ripetitivi, con l’auspicio che questa mia testimonianza possa far ricordare ad ognuno, ripercorrendo il cammino personale, che cosa siamo stati, cosa siamo diventati, e quanto ancora si possa e si debba fare spinti dal perpetuo desiderio di miglioramento. Vorrei in primo luogo riflettere sul Viaggio di Iniziazione, durante il quale entriamo per la prima volta in contatto con il silenzio, identificato come Silenzio Iniziatico. Essendo il Viaggio stesso, un Mistero Iniziatico, inteso come “forma metafisica” che si svela mediante simboli, esso per Sua natura non può essere compiutamente svelato/compreso, se non deformandolo ed impoverendolo; pertanto l’interpretazione che ne viene data, potrà costituire solo un mattone della Grande Costruzione che esso rappresenta. Tale Viaggio viene simbolicamente compiuto nei quattro elementi, (Terra, Acqua, Aria e Fuoco), che compongono il cosmo. Rappresenta l’evoluzione dell’uomo,il quale, attraverso stadi superiori di purificazione e trasformazione nei quattro elementi, muore nel suo corpo profano, materia prima, per rinascere nella Luce, unica e divina essenza spirituale. E’ all’interno del Gabinetto di Riflessione, primo viaggio nell’elemento “Terra”, che viene avviato il processo di trasformazione su se stessi, attraverso la meditazione, in silenziosa solitudine; esso rappresenta il primo vero contatto con il Silenzio che caratterizza i primi passi dell’Apprendista in Loggia. Il primo viaggio rappresenta l’atto dell’uomo che entra in se stesso, nella profondità del proprio lo, guardandosi dentro con estrema sincerità, sperimentando l’isolamento dal mondo circostante. Si tratta di domandarsi: chi sono veramente? Perché sono qui? Cosa miè richiesto? A questo allude la parola V.I.T.R.I.O.L., “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem”, ovvero “Visita le viscere della terra, e seguendo la retta via scoprirai la pietra nascosta”. Si tratta della “Pietra” che, celata nell’intimo più profondo di se stessi, può essere scoperta perseguendo la via della virtù, e che attraverso un lavoro di affinamento costante, di incessante levigatura, consolida, trasforma e riapre il cammino verso la Conoscenza. Questo è il primo passo, il momento in cui nell’uomo, ridotto a materia prima, prende forma “l’Intuizione del sé”, intesa come percezione di se stesso, della propria interiorità, in grado di potersi manifestare e sviluppare; il cui fine ultimo è quello di arrivare alla coscienza del proprio essere. Sempre in silenzio e bendati, in una condizione di tenebra interiore, ci si affida nelle mani del Fratello Esperto, che come Virgilio per Dante, diviene nostra guida affidabile, il primo contatto da profani con il concetto di fratellanza e di catena d’unione. “Coraggio e fiducia” sono condizioni indispensabili per essere pronti ad affrontare i doveri da osservare: “percorrere incessantemente la Via iniziatica tradizionale per il nostro perfezionamento interiore, praticare la Virtù, conformarci alle Leggi dell’Ordine dei Liberi Muratori ed ai regolamenti della Loggia”. Dalla compressione silenziosa del primo viaggio, introdotti nel Tempio, compiamo il secondo viaggio nell’“Acqua” dal valore salvifico e purificatore, elemento con il quale si compie il battesimo cristiano, definito anche come il “solvente universale”. Si avanza tra rumori assordanti ed ostacoli, che sarebbero insuperabili senza l’aiuto di una guida esperta che ci sostiene. L’uomo, sviluppando la parte individualista e materialista della propria crescita interiore, acquisisce una coscienza fondata sul riconoscimento di sé come individuo, quale entità separata dal resto della specie umana. Di fatto, egli resta fondamentalmente ancora separato da se stesso, dalla propria vera interiorità. I suoi impulsi sono governati da una coscienza istintiva, del “sé inferiore”, dalla quale nascono e prendono forma passioni irrazionali, conflitti di interesse, che non consentono di operare con le giuste azioni e che conducono, il più delle volte, all’isolamento ed a rovinosi destini. Il terzo viaggio, nell’“Aria”, avviene in un tintinnio di armi, simbolo delle lotte interiori.  La Conoscenza dell’intelletto, che si è evoluta attraverso un  processo logico-cognitivo unito all’esercizio del Silenzio meditativo in cui l’uomo ha sviluppato capacità di analisi, senso critico e intuizione, ha aumentato la percezione di se stesso in rapporto con gli altri. Egli ha sviluppato impulsi governati da una coscienza egocentrica, che pongono il “sé superiore” sopra il “sé inferiore”. Questa “elevazione”, tuttavia, non è sufficiente da sola per resistere alle influenze corruttrici che tentano di dominarlo, attraverso la promessa di una povera elevazione materialistica, distogliendolo dalla ricerca della Verità. Occorre unirla alla determinazione a voler praticare un cammino di vita morale e virtuosa, ancorandosi alle certezze dei propri valori, impegnandosi a gettare alle spalle i vizi ed i pregiudizi del mondo materiale, che tanto ostano al raggiungimento della Luce. La Statua del Silenzio, scolpita da Augustus Saint-Gaudens (1848-1907). Nel 1922, venne spostata dalla New York City Lodge alla Masonic Care Community of New York. 68 È quindi indispensabile affrontare il quarto ed ultimo viaggio all’interno dell’elemento “Fuoco”, attraverso il quale si completa il processo di purificazione morale ed intellettuale, in cui viene distrutto l’uomo-materia, della psiche, dominato dall’“Ego”, dall’“Io” e dal “Mio”, per far posto all’uomo-spirito, dell’anima. L’ultimo viaggio è privo di ostacoli. Si cammina senza incontrare difficoltà, nell’assoluto Silenzio; tale viaggio segna l’inizio della maturità interiore, della saggezza, in cui il “pellegrino” si incammina verso l’Oriente interiore, alla ricerca della Luce della Conoscenza. L’ardore della fiamma, ora governato dalla saggezza acquisita, ci conduce verso tutto ciò che è nobile e generoso. Spetta a noi, mantenere vivo il desiderio di conoscenza e di perfezionamento, cercando in ogni cosa la misura e l’equità. Perseverando con rettitudine, riusciamo a ricavare conforto dal calore del fuoco; così come esso ci riscalda e ci illumina, altrettanto però può portarci alla distruzione. Tale ultimo viaggio, simbolicamente, consegna alla morte il nostro Ego profano, elevando il sé spirituale. “… L’ignoranza, è quindi oscurità e tenebra e la Conoscenza è Luce, Divina Saggezza, la Luce spirituale ed interiore che emana dalla vera, sempre eterna e profonda Conoscenza, ed ove qualcuno porta la Luce… semplicemente e naturalmente la tenebra svanisce… l’errore si corregge… lo Spirito evolve…”. Il Rito di Iniziazione è pertanto la trasfigurazione del viaggio della vita alla ricerca della perfezione, durante il quale si tenta di smussare la Pietra Grezza: questo è il primo dovere di ogni Apprendista Libero Muratore. La sua grezza ruvidità simboleggia i le imperfezioni del cuore e dello spirito che occorre sforzarsi di correggere. Tale perfezionamento morale e spirituale, inteso come evoluzione di uno stato interiore, dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza, dall’egoismo alla carità, dalla materia allo spirito, è difficile da realizzare dalla mente del singolo. Nel Tempio, il singolo massone leviga la sua Pietra in collaborazione con gli altri Fratelli. Ogni massone è, perciò, un anello della catena della fratellanza: come la catena non può esistere senza i singoli anelli, così gli anelli, presi singolarmente, non sono una catena. La frequentazione in Loggia è quindi indispensabile per poter raggiungere tale condizione. Vorrei tornare sul significato del Silenzio dell’Apprendista. Come ad ogni Apprendista, partecipando alle tornate rituali mi è stata negata la facoltà di prendere parola, cioè miè stato volutamente imposto il Silenzio. Sono stato spogliato di ogni “forma di potere”, in quanto la parola è potere (sull’ara massonica la Bibbia è aperta in corrispondenza del Vangelo di S. Giovanni proprio alla prima pagina, e recita: “in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”). Il Silenzio, come regola di Loggia, potrebbe sembrare avere una ragione di ordine pratico: in effetti logico è che, chi deve apprendere, deve ascoltare in silenzio, anche perché come cita un proverbio “A forza di tenere aperta la bocca, sì sono chiuse le orecchie”. E’ una regola, insomma, che può considerarsi valida anche per l’ambito profano. Il silenzio non è quindi, una Verità massonica: sui banchi di scuola sì ascolta in silenzio, in Chiesa si ascolta la predica in silenzio, il silenzio veniva prescritto anche un tempo ai discepoli della scuola pitagorica significando che “…il Mistero stesso, nella sua più intima natura è ciò che sì deve ricevere in silenzio e su cui non è conveniente discutere. Esso dunque ammette la sola contemplazione silenziosa”.  In realtà il silenzio è ben di più che una semplice regola di Loggia. Il silenzio dell’Apprendista deve essere visto e vissuto come forma di meditazione, volta all’acquisizione della capacità di ascolto. L’ascolto silenzioso, oltre costituire un canone di contegno, di rispetto verso i Fratelli in Loggia, per l’Apprendista diviene un atto di umiltà intellettuale, inteso come esercizio di base per poter esercitare in maniera produttiva l’attività del pensiero. L’esercizio del silenzio è il primo grande sforzo quindi, per giungere alla conoscenza di se stessi, ovvero della assoluta illuminazione. Questo desiderio di conoscenza e di perfezionamento, può nascere solo da una predisposizione naturale, geneticamente innata, che non è il risultato di una decisione improvvisata, ma il frutto di un lungo travaglio interiore di profonda meditazione, in silenziosa solitudine; per questo, prima del Rito di Iniziazione è necessario che si rifletta a lungo sulla propria decisione. Ecco allora che, la stessa sosta nel Gabinetto di Riflessione, è emblema trasfigurato dell’esigenzadi ricerca e maturazione interiore; essa riflette il cammino percorso da ognuno nella vita profana, attraverso il quale, in silenziosa sofferenza, si è consolidata la consapevolezza della propria vocazione, consapevolezza che ci porterà ad affrontare i viaggi successivi. La capacità del silenzio, non inteso in forma sterile, ma nella sua accezione più grande di forma meditativa, è la condizione senza la quale è impossibile varcare il limite delle colonne, limite inteso come confine spirituale che segna la fine del mondo profano ed inizio del mondo simbolico; essa contempla il raggiungimento dell’umiltà intellettuale. Occorre “…ascoltare in silenzio la voce del silenzio”, senza paura, con umiltà. A contrario di alcuni ordini monastici per l’Apprendista Libero Muratore il silenzio non è una regola, ma una condizione temporanea: rappresenta il periodo nel quale è obbligatorio che avvenga lo sgonfiamento dell’Ego con

l’annullamento dell’Io. E’ il cordone ombelicale che lo tiene in qualche modo, ancora legato al mondo profano se non nella forma (egli, di fatto, è ora un fratello Libero Muratore), di certo nella piena sostanza; è, infatti, attraverso il silenzio che occorre armonizzare il lavoro di iniziati con il lavoro profano. Questo Silenzio interiore è, per certi versi, “intellettualmente obbligato” in quanto l’Apprendista, non ha la capacità o la qualifica ad esprimersi nel linguaggio iniziatico, dei simboli: egli può solo compitare. Il Silenzio è dunque una fase transitoria, di depurazione dalla mentalità profana, che costituisce l’ostacolo all’ integrazione tra i Fratelli; occorre esercitare il silenzio meditativo per poter arrivare a comprendere quel linguaggio più completo, che è il linguaggio dei simboli, attraverso il quale si manifesta la pienezza del Verbo, che risulta essere allora contrapposto al Silenzio. Siamo in un dominio nel quale, solo l’intuizione, intesa come percezione inconscia dell’intelletto, che scaturisce dall’esercizio della meditazione sul Simbolo, inteso come Mistero, dal fatto di poterlo ancor prima riconoscere piuttosto che capire, può permettere di attingere alla vera Conoscenza Iniziatica. Tale Conoscenza, figlia del Silenzio, risulta allora essere di ordine sovrarazionale se non persino sovrannaturale. Del resto, essendo il Mistero, in quanto forma “non manifestata”, essenzialmente inesprimibile, evidentemente solo attraverso il Silenzio, come Principio del “non manifesto”, esso potrebbe essere svelato/compreso pienamente, senza il rischio di incorrere in una costrizione intellettuale, che di certo lo avvicinerebbe di più alle nostre facoltà umane, finendo però con impoverirlo. È chiaro allora, a questo punto, che il termine “svelato/compreso” non può che essere unicamente riferito “a se stessi”, in quanto il Mistero è, per sua stessa natura, incomunicabile ad altri, ammettendovi per esso la sola contemplazione silenziosa. Sicché l’Apprendista, privato del Verbo, viene aiutato dai Fratelli di Loggia, ad esercitare il Silenzio interiore, che costituisce la preparazione indispensabile per conseguire un nuovo, più completo livello di Conoscenza. “… Il silenzio apre una Via”, esso ci spinge con forza a diventare muti per correggere, ascoltando se stessi, la miopia della propria mente. Regalare il silenzio all’Apprendista è quindi un atto di amore da parte dei Fratelli di Loggia; è nel contempo per l’Apprendista stesso, la richiesta del sacrificio intellettuale, come rinunzia alla parola, finalizzato alla sua crescita spirituale. “…Esercitarsi al Silenzio è dunque fondamentale per l’apprendimento del Verbo. Il Profano-Apprendista viene da subito votato al silenzio come forma di imposizione e chiamato a pensare sulla dualità del concetto di silenzio: che cosa è il silenzio se non l’assenza del suono,il vuoto che si contrappone al Verbo come pienezza della manifestazione?”. Allora il Silenzio è proprio la prima delle espressioni simboliche (una sorta di Vuoto) su cui ciascun Apprendista Libero Muratore è chiamato da subito a riflettere. Lo spirito evolve con la meditazione silenziosa, un dialogo con se stessi, che riempie il vuoto lasciato dalla parola negata.

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IL TEMPIO DELLA PAROLA, GIOVANNI PASCOLI ESOTERICO

IL TEMPIO DELLA PAROLA, GIOVANNI  PASCOLI  ESOTERICO

Un poeta di schegge e pietre, alle  porte del Novecento. Giovanni Pascoli fu socialista, massone e patriota, La sua mano, un giorno, bussò alle porte del Tempio, Una mano piena di terra, di radici e popolo, dolore e ricerca. La traccia ignota è la parola, il pensiero-luce su sentieri di dubbio e “nuove spoglie di granturco”, la speranza. Un suo verso dice: — La nube del giorno più nera è quella che vedo più rosa sul far della sera. Il 6 aprile 2012 ricorreva il centenario della morte del poeta. “Pascoli ci appare sempre più magnetico. Più vorticoso. E sfuggente”, ha scritto Davide Rondoni, direttore del Centro di Poesia contemporanea all’Università di Bologna.1) “Ormai è finalmente uscito dalle cantine del patetico in cui una critica scolastica voleva relegarlo per paura delle ombre che vi si agitano. Poeta del dettaglio e di cosmogonie, curvo sulle Myricae e attonito spettatore d’un misterioso nulla universale”.  Si racconta che nel suo studio il poeta avesse tre scrivanie: una per le sue poesie, la seconda per le traduzioni, una peri suoi saggi di critica dantesca. Per un occhio addestrato sarà facile scorgervi l’analogia con  i tre seggi del Tempio massonico e con le tre Luci sacre: la Forza (poesia), la Bellezza (le sue traduzioni), la Sapienza (il lavoro su Dante). Ma Pascoli fu anche un iniziato. Le sue opere sono disseminate di rimandi e riferimenti alla sapienza esoterica. Dopo il nullaosta del Gran Maestro n. 2145, del 16 gennaio 1882, Pascoli fu iniziato e divenne Libero Muratore nella Loggia ‘Rizzoli’ di Bologna il 22 settembre 18222) Un documento autografo, unico per originalità e preziosità storica, è il segno visivo della scelta iniziatica compiuta dal poeta: è il testamento massonico che Pascoli ha scritto su un triangolo e reca oltre la firma e la data la risposta a tre domande poste negli angoli: “Che cosa deve l’uomo alla Patria? La vita”. La seconda domanda è: “Quali sono i doveri dell’Uomo verso Y’Umanità? D’amarla”. La terza: “Quali sono i doveri dell’ Uomo verso Se stesso? Di rispettarsi”. redatto su foglio di carta a forma triangolare, richiama uno dei simboli più importanti della Libera Muratoria; è autografo e presenta ai vertici del triangolo le risposte di Pascoli alle tre domande poste per tradizione al “profano”, prima dell’iniziazione e al centro la sottoscrizione del poeta. Il testamento massonico, di cui si conosceva l’esistenza, è di proprietà del Grande Oriente d’Italia – Palazzo Giustiniani, che lo ha acquistato a Roma il 20 giugno 2007, all’asta indetta dalla Casa Bloomsbury. Negli archivi della Biblioteca di villa il vascello, sede del Grande Oriente d’Italia, sono custoditi altri documenti sul poeta. Anzitutto la lettera di Luigi Castellazzo, Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia, al Fratello Dalmazzoni, Segretario della R.’.L.’. ‘Rizzoli’ all’Oriente di Bologna con la quale si esplicita il nullaosta per l’iniziazione di alcuni profani, tra i quali Giovanni Pascoli. In realtà il Pascoli fu iniziato il 22 settembre 1882 come risulta dal suo testamento massonico prima ancora che arrivasse il nullaosta formale dal Grande Oriente (Roma, 18 gennaio 1883)3). E ancora, come mostra Bernardino Fioravanti, Gran Bibliotecario del Grande Oriente d’Italia, una lettera manoscritta con firma autografa di Giovanni Pascoli ai “giovani” nella quale si parla dell’opera di Alessandro D’Ancona, scrittore, critico letterario e poeta (s.1.,18 marzo 1907).4) Il testo dice:

Gentili giovani,

aveste un nobilissimo pensiero nel voler coronare il Poeta in Campidoglio. L’incoronazione è postuma … Meglio così! E più e meglio coronar l’ombra che l’uomo, onorar la memoria che la presenza, adorar l’oltre                                                                                                                                                                                                        vita che la vita. Il Poeta canta alteri saeculo. La lampada egli accende per il suo sepolcro. E bene adoperaste nel chiamare a dir le lodi – del Poeta uno dei suoi grandi eguali, narratore di vita, indagatore di miti, esploratore dj-pensieri, dotto eloquente puro. Alessandro D’Ancona ha, sopra tutti isuoi meriti, questo, d’avere raccolti sceverati ragionati i canti del popol nostro, e sì difesa consolata esaltata la memoria dei nostri eroi e martiri. Egli sa come niun altro l’anima dell’Italia. E perciò è del Poeta italiano l’interprete più sicuro più fedele più ardente. Di voi, gentili giovani

Vostro aff.mo

Giovanni Pascoli

18 marzo 1907

L’appartenenza di Pascoli alla cordata dei liberi muratori è stata a lungo “schermata”. Annota Antonio Piromalli5).  Nel volume di Maria Pascoli Lungo la via di Giovanni Pascoli (memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, Mondadori 1961), la sorella scrive che quando Giovanni morì, alcuni giornalisti asserirono che egli era massone dal 1878 o dal 1879 o dal 1882: “Poteva bastare la diversità di quelle date per mettere almeno in dubbio la veridicità di quelle asserzioni”, scrive Maria sostenendo che si tratta di una “insinuazione malvagia, perché vorrebbe far credere che Giovannino fosse stato portato in alto dalla Massoneria, da quella setta da cui si tenne sempre lontano, soprattutto perché sapeva che essa proteggeva i suoi affiliati, che li aiutava, e così li teneva stretti a sé, senza più volontà propria e senza libertà. È evidente che con quelle asserzioni del tutto false si voleva e si vuole insinuare che egli fosse giunto a occupare un posto universitario dei più in vista, non per merito suo ma per essere massone […] Giovannino non fu mai massone, La notizia di Maria – rimarca Piromalli – non è veritiera e nasce dalla volgare opinione della Massoneria come società di interessi egoistici”. Forse c’era in Maria “la prevenzione (lo scrisse il Vicinelli) che la Massoneria favorisse Carducci e perfino D’Annunzio contro di lui”.

 Lo stesso Piromalli sottolinea:

 Per quanto riguarda i rapporti di Pascoli con altri massoni, si devono compiere ricerche nell’ambito di Bologna (a Bologna viveva Ugo Lenzi che deteneva la domanda di iscrizione di Pascoli alla Massoneria), a Savignano di Romagna dove viveva Gino Vendemini, garibaldino, massone, uomo politico e deputato, che aveva seguito Garibaldi a Bezzecca, Monterotondo, Mentana. Fu Vendemini colui che vide, davanti alla villa Rasponi, dalla parte del Còmpito, la vettura che “a sghimbescio e descrivendo una biscia, quasi che il cavallo fosse stato abbandonato o non ubbidisse più al conduttore”, nel tardo pomeriggio del 10 agosto 1867, trasportava il corpo di Ruggero Pascoli.

 E ancora altre piste portano a Livorno dove Pascoli visse dal 1887 al 1895, durante la Gran Maestranza del livornese Adriano Lemmi. Quando Pascoli indossa il grembiule da Apprendista, nel 1882, ha alle spalle la partecipazione all’Internazionale dei lavoratori con Andrea Costa, e ha conosciuto le sbarre del carcere.

L’umanitarismo sociale non è stato nella sua vita una parentesi ma un indirizzo della personalità che si identifica con l’evoluzione della Massoneria – scrive ancora Piromalli -. L’iscrizione alla Massoneria – spiega – aveva radici politiche e sociali: anzitutto il repubblicanesimo in cui convergevano elementi del classicismo eroico e libertario fondato sul valore dell’individuo che aveva fatto avvicinare Pascoli adolescente ad Andrea Costa e a Bakunin […] Ma anche altri motivi avevano indotto Pascoli a far parte della Massoneria: le lotte dei partiti, l’assunzione del grande liberalismo da parte della Massoneria, la proclamazione degli ideali umani, la lotta anticlericale intesa come lotta per la tolleranza, l’umanitarismo.

In Iniziazione massonica e poetica risorgimentale, Carlo Gentile6) annota:

possiamo serenamente constatare, come Giovanni Pascoli abbia camminato verso il mistero della iniziazione suprema con l’intento preciso di lasciare il saggio di una poesia dell’iniziazione.

In Minerva oscura, ad esempio, Pascoli scrive:

Il viaggio pare uno di quelli che possiamo ricordare d’aver fatti da fanciulli (Dante è come un fanciullo vicino a Virgilio), un poco a piedi, poi portati di peso in carrozza, poi discesi senza averne coscienza intera, balzati di qua e di là, tra cigolii e schiocchi e scricchiolii e tonfi, con qualche carezzevole parola mormorata all’orecchio in mezzo a un rotolare continuamente e sordamente fragoroso.

 In una recente intervista,7) Umberto Sereni, docente di Storia Contemporanea all’Università di Udine, già sindaco di Barga per dieci anni, spiega il ruolo che Pascoli ebbe nella memoria del Risorgimento:

Fu uno dei sacerdoti della religione della Patria – fa notare lo studioso – lo dimostrano il suo impegno e i numerosi discorsi che tenne anche in Valle del Serchio uno su tutti quello a Antonio Mordini. Va ricordato inoltre che la sua ultima opera furono i Poemi del Risorgimento realizzati nel 50° anniversario dell’Unità d’Italia e pubblicati postumi. Pochi giorni prima di morire volle iniziare un nuovo poema, Il Tricolore, ma la malattia non gli permise di andare oltre il titolo.

 A chi gli chiedeva quale fu il rapporto di Pascoli con la Massoneria, Sereni replicava:

È accertato che ne faceva parte. Era un affiliato alla Loggia ‘Rizzoli’ di Bologna dal settembre 1882, quando era studente a Bologna ma era una cosa abbastanza normale per quel tempo e sopratutto per l’ambiente frequentato. Bisogna dire che l’affiliazione non comportava la rinuncia a un sentimento religioso. Nei suoi ultimi giorni fu vegliato dai fratelli massonici che lo accompagnavano nel “Viaggio eterno”. La sua appartenenza fu però cancellata del tutto dalle memorie della sorella Mariù che, da fervente cattolica, voleva far apparire il fratello alla stregua di un santo quando invece non era né un acceso credente ma nemmeno un anticattolico. Anzi, la sua poesia è piena di senso di mistero e di sacro.

Il sacro è l’umanità, il primo sacramento della vita. È il volto dell’altro. In L’eroe italico (1901), il poeta mostra simpatia per “il grande scalpitio sordo dell’universale esercito degli scalzi”, per coloro che lottano per verità e diritti sociali. Laicità e umanesimo le colonne del Tempio poetico. Non va dimenticato poi il poema Il ciocco, con quei versi che dicono:

Errerà forse, in quell’eremitaggio del Cosmo, alcuno in cerca del mistero; e nello spettro ammirerà d’un raggio la traccia ignota dell’uman pensiero.

 Si vedano anche gli appunti sul Tricolore, nella nota preliminare di Maria Pascoli ai Poemi del Risorgimento. Inno a Roma. Inno a Torino (Mondadori, 1938). Scriveva il poeta:

O pianura del Po! O neve dell’Alpi! O rosso dei vulcani! O veste di Beatrice! Per te quanto di morrà! Quanti saranno avvolti nelle tue pieghe! Quanti ti avranno sul loro feretro! In quante battaglie … in quante tempeste! Avanti contro gli stranieri! Contro i crocifissori di Prometeo … O città nata nell’Aprile come Roma! O nata di profughi come Roma! O subito in guerra come Roma! Non è dei boschi di carbone la bandiera che tu innalzi, essa viene da più profonde lontananze ….

 Il Pascoli, dantista esoterico, vedeva in Beatrice la Gnosi e in Dante la Libertà. Nelle sue opere sono molteplici i simboli (come in Conviviali) e i rimandi a una realtà esoterica. Versi che sono eco di una luce iniziatica conosciuta e voluta dal poeta del fanciullino, eterno Apprendista tra i sentieri del tempo. Come ha scritto Antonio Piromalli:

introspezione, miti, svelamento della parola, crittografie, abolizione delle scorie ideologiche, ritorno a modelli originari riscoperti nel pozzo di un passato mistico-religioso sono da vedere come gli approdi storico-culturali dei motivi esoterici fondamentali che si incontrano nei temi della pace, della fratellanza, del mistero, della morte.8)

E altrove:

la poesia astrale del Pascoli è un allargamento della vita, dove il motivo della fratellanza si dispiega in una rete di simboli e di essoterismi a base di sonni, sogni, apparizioni, messaggi di morte, stelle cadenti che indicano la dislocazione o il transito delle anime nell’incognita e misteriosa geometria dell’universo, di segni, visioni, cifre legate alla realizzazione dell’Umanità all’alba del congiungimento con il Principio eterno.9)

 “Aspettiamo, non oso dire speriamo”, aveva detto il poeta concludendo un suo discorso intitolato L’Era Nuova, letto a Messina sul finire del 1899, Poesia e coscienza, scelte da compiere su “questo mondo odorato di mistero”, Catena di fraternità che leghi gli italiani, perché “dolce è l’ombra – del comun destino …”, aveva scritto ne Il Fo- ‘colare. Michelangelo Raitano,10) nel discorso pronunciato nel Teatro comunale di San Mauro Pascoli, il 20 maggio 1962, per ricordare a nome del Grande Oriente d’Italia il poeta nel cinquantesimo anniversario della sua morte, ricordando il Pascoli massone ribadiva l’orgoglio dell’appartenenza del poeta agli uomini del dubbio di Palazzo Giustiniani, affermando:

 Noi non possiamo abbandonare certe tombe agli scavatori clandestini, specializzati nel contrabbando di reliquie e di oggetti funerari ed è per questo che siamo e saremo sempre alla ricerca dei resti del grande che onoriamo e che altri ha manomesso e disperso ai quattro venti: li ritroveremo nei luoghi in cui visse e soffrì, amò e pianse, sanguinò e cantò, lottò e cadde; li ritroveremo per ridonargli il suo vero volto umano e per ricomporre, in unità armoniosa, la sua complessa personalità. Quella mano bussò alla porta del Tempio.11)

Una ricerca di luce che durò tutta la vita, Non a caso Pascoli aveva raccontato di Ulisse in uno dei suoi più struggenti Poemi conviviali. Odisseo, con la sua nave nera giunge all’isola dei fiori dove incontra le sirene: “le sentì cantare senza potervi sostare”, Carlo Gentile,’12) ci fa riflettere sulla “Poesia esoterica ed esistenziale di Odisseo”: Itaca è casa e ricerca, Calypso vuol dire occultare. Nella sua sete di conoscenza, chiede a due Sirene che lo spiano immobili: “Ditemi almeno chi sono io, chi ero”. L’Ulisse del secondo viaggio non può turarsi le orecchie, affronta il vento e la voce delle Sirene. Ma le sirene sono due scogli, “e fra i due scogli si spezzò la nave” in prossimità del gruppo di ossame. Il mare sospinge l’uomo per nove giorni e nove notti (il numero 9 è lo sviluppo perfetto del Ternario, e per 9 anni “al focolar sedeva di sua casa l’Eroe navigatore …’) fino all’isola di Calypso, che lo trova “nudo e tremante nella morte ancora”. Ed ella “avvolse l’uomo nella nube dei suoi capelli”, Calypso lavora con una spola d’oro, conosce le arti di Minerva, le leggi dell’armonia. Odisseo prende la vela per il suo “nuovo” mare, insieme a un gruppo di compagni, che per anni hanno montato la guardia alla nave, tendendola pronta per prendere il largo. Sono “vecchi fanciulli”, anche se sono stati tutti ingoiati dall’Ade durante il primo viaggio. Il viaggio è un altro tema o proprio del rituale di iniziazione, Il viaggio di dubbio e di morte è migliore del sonno. Un itinerario verso “l’Oriente del pensiero” per dirla con Kant. Nel centenario della sua morte, anche questo è un tassello che si aggiunge ad altre pietre, a formare il volto di un uomo che scelse una strada di sapienza. Considerare Pascoli senza cesure è affare serio, che ripropone il “bel rischio”, il kalòs kindynos, come scriveva Platone nel Fedone, perché tocca la critica letteraria come capacità di leggere una storia intera e la sua brace, pensieri di lungo periodo, Le i pagine esoteriche della sua opera sono perciò un invito a riscoprire radici e storie profonde. Fanno tremare quelle parole di Albert Camus, nei Suoi Saggi letterari:

Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essi presero le armi …

C’è bisogno di riscoprire anche la bellezza di un poeta che scriveva:

È l’Universo un tempio: il tempio di Dodona. / Pendono bronzei vasi ad una selva immensa. / Uno ne tocchi, vibra ogni altro, Il cielo pensa e la terra lontana a quel pensier risuona, Amore, sei tu, Dio! Ma solo ti riveli / pensiero e forza: l’occhio e la possente mano. / O nuovo Adamo ed Eva, o ri- principio umano,/ ti sia, qual è la Terra, una stella dei cieli!

NOTE

1)Davide Rondoni, Giovanni Pascoli, poeta del dettaglio e di cosmogonie, nel trimestrale Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, p. 105.

2) Cfr. sea Gamberini, G. (1975) Mille volti di massoni, Roma, p. 181. Scrive Carlo Gentile, in Giovanni Pascoli. Saggi massonici di poesia (1976, Bastogi Editore, p. 8): “Il verbale della cerimonia fu redatto da Arturo Dalmazzoni, La povertà e le traversie dovettero certo incidere sull’assiduità di quel neofita, ma le esequie massoniche e civili conchiusero non solo le testimonianze di personali convinzioni, ma pureil ciclo di un contributo muratorio essenziale, spesso trasparente, oltre che dalla vita, dalla poesia”.

3) Tratto dal volume Memoria di Giovanni Pascoli di Michelangelo Raitano, Biblioteca G.O.I.

4) Archivio Storico del G.0.I. – Collezione Agostino Lattanzi.

5) Piromalli, A. (1987) Giovanni Pascoli e la Massoneria, in AA. VV., Massoneria e letteratura attraverso poeti e scrittori italiani, Atti del Convegno di Pugnochiuso 9-11 maggio 1986, a cura di A.A. Mola, Foggia, Bastogi, pp. 201-210

6) Carlo Gentile, cit., dae p. 43.

7) Intervista a Umberto Sereni, Pascoli poeta moderno e attuale, del 10-08-2012, sul quotidiano online lo schermo.it.

8) Piromalli, cit., p. 205.

9) Ib. Pp. 205-206.

10) Raitano, M. (1962) Memoria di Giovanni Pascoli, ed. Erretre, Città di Castello, prefazione del Gran Maestro Giordano Gamberini.

11) “Ma perché mai, ci si contesterà, perché mai tutto questo vostro eccesso di zelo pascoliano,se il poeta diffidò di quello che chiamava il triangolo massonico e, ad’un certo momento,se ne sentì perfino perseguitato, al punto da non risparmiargli qualche frecciata? Se avessimo tempo e voglia di istituire un bilancio, contabilizzando le frecce ch’egli lanciò contro il triangolo e i durissimi colpi inferti a coloro che si dichiarano e si considerano – essi – i naturali avversari di quella che, con ostentato dispregio, chiamano setta, la partita non si chiuderebbe davvero col passivo a carico della setta […] Resta ad ogni modo ben fermo che Giovanni Pascoli, grande poeta, ricevette, piaccia o no,il crisma muratorio ed egli fu e resterà sempre un nostro fratello, un grande fratello, per il quale non riteniamo di dover adoperare un comune metro di giudizio […] Prima e dopo la sua iniziazione, Pascoli ben sapeva di aver scelto una famiglia di spirito alla quale erano appartenuti uomini, per citarne solo alcuni, come Montesquieu e Voltaire, Goethe e Schiller, Fichte e Lessing, Giuseppe Garibaldi e Giosuè Carducci, Leone Tolstoi, Edmondo De Amicis e Andrea Costa” (1b., p. 6-7).

12) Carlo Gentile, Giovanni Pascoli. Saggi massonici di poesia, cit

TRATTO DA “HIRAM” n° 1(2013

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BUFFALO BILL E JOHN WAYNE

BUFFALO  BILL E JOHN WAYNE

Ideali massonici in due figure simbolo dll’immaginario hollywoodiano

di Pietro Piro

Prima che una storiografia più attenta ai diritti negati degli indiani d’America ribaltasse l’approccio tradizionale ai temi della conquista del West, figure come quella di Buffalo Bill (pseudonimo di William Frederick Cody, 1846- 1917) nutrirono per moltissimi anni l’immaginario collettivo americano ed europeo incarnando ideali di coraggio, di avventura, di civiltà. La figura del soldato bianco e coraggioso che lotta contro i “selvaggi”, ha costituito un punto di riferimento essenziale per narrazioni romanzesche, filmiche e fumettistiche. Il mito del selvaggio West come luogo privilegiato dell’eroismo, dell’affermazione della volontà di potenza dell’uomo civilizzato, contrapposta alla “selvaggia arretratezza” dei “pellerossa” è stato costruito anche grazie allo spettacolo circense ideato e diretto da Cody il Buffalo Bill’s Wild West, American’s National Entertainment che – a ragione – può essere considerato un esempio di spettacolo di massa moderno, per la capacità di legare insieme forza delle immagini, narrazione socio-identitaria, grande mobilitazione di mezzi tecnici, messaggi pubblicitari finalizzati a identificare il prodotto con uno stile di vita (eroico). Il Wild West Show fu una vera e propria “industria culturale”. Si pensi che per trasferire lo spettacolo da una tappa all’altra fossero necessari diciotto vagoni di treno per attori (molti indiani delle riserve furono coinvolti direttamente), tecnici, animali, attrezzature. Circa seicento persone si spostavano attraversando l’America (e in seguito anche in Europa) trasportando con sé tutto il necessario per il proprio sostentamento. Buffalo Bill incarnò molte anime contemporaneamente. Cacciatore di bisonti, soldato, esploratore, impresario teatrale, uomo di spettacolo e fine comunicatore. Tuttavia, quello che c’interessa più da vicino fu la sua appartenenza alla Massoneria. I suoi primi contatti con la Massoneria risalgono al 1869 quando si trovava al servizio del generale Phil Sheridan con incarichi di esploratore e procacciatore di bestiame per le truppe. A FortMcPherson dove le truppe risiedevano, il capitano W.B. Browndi cui Cody fu grande amico — organizzò nel suo alloggio la loggia N. 32 Plalte Valley Lodge sotto la giurisdizione della Gran Loggia del Nebrasca. È molto probabile che la sua prima richiesta d’affiliazione sia databile in quello stesso anno. Fu iniziato il 6 marzo del 1870 come Entered Apprentice. Durante quell’anno fu intensamente coinvolto nella vita militare con funzione di esploratore, guida e giudice di pace (fu scelto per la sua grande dote di equità). Il dieci gennaio del 1871, Cody è elevato al rango di Master Mason. Ha venticinque anni. Cody si distingue per il coraggio in battaglia, per l’affidabilità, il rispetto degli ordini impartiti, la lungimiranza nell’organizzazione personale. Nell’aprile del 1872 per il suo coraggio in battaglia riceverà la medaglia d’onore del 3° Cavalleria. Nel 1883 fonda il Wild West Show e già nel 1887 è in Europa in occasione del Victoria ’s Golden Jubilee. Col passare degli anni, la sua appartenenza alla famiglia massonica si fa sempre piùintensa. Infatti, anche se si trovava in Inghilterra, sottoscrisse la petizione – grazie al servizio postale di cui fu uno dei grandi promotori – dell’Euphrates Chapter No. 15, Royal Arch Masons of North Platte, in Nebrasca. Avanza a livello di Mark Master, inserito nella Cattedra Orientale e il 14 Novembre del 1888 è riconosciuto come Most Excellent Master. Nell’Aprile del 1889 riceve l’ordinazione all’Ordine della Croce Rossa di Malta e l’Ordine di Malta, divenendo un Cavaliere Templare. Cody divenne membro del Rito Scozzese Antico e Accettato nella Northern Jurisdiction of New York City nell’Aprile del 1894. La Northern Jurisdiction in segno di massimo rispetto e ammirazione giorno 4 aprile 1894, onorò Buffalo Bill coni gradi di Lodge of Perfection (40-140), Council of Princes (150160), Chapter of Rose Croix (170-180), Consistory (190-329). Alla sua morte {10 gennaio 1917) Cody ricevette un funerale massonico. Dopo la sua morte fu fondato il Buffalo Bill Historical Center che preserva tutt’oggi la memoria di Cody e contiene numerosi reperti (fotografie, abiti, lettere) in grado di testimoniare la sua appartenenza e la sua fede massonica. Cody in tenera età subì il trauma della morte del padre brutalmente pugnalato nel 1957 dopo aver tenuto un discorso contro lo schiavismo. Oggi sappiamo quanto le esperienze infantili e gli esempi dei genitori possano condizionare la vita adulta. Cody fu un uomo coraggioso ma non avventato, passionale ma non vittima delle passioni, fedele ma non asservito. Nonostante gran parte della sua vita sia trascorsa ‘nella guerra e nella lotta per la sopravvivenza egli colse tutte le occasioni per esercitare un’attività di mediazione e di pace. È evidente che oggi, con una mutata sensibilità sui temi legati agli indiani d’America, il suo Wild West Show cì appare come un esempio di “imperialismo culturale”. Tuttavia, va ricordato che esso ha contribuito enormemente a rinsaldare lo spirito nazionale americano e ha svolto una funzione pedagogica – che oggi appare superata – che ha permesso a una nazione frammentata e segnata dal conflitto di riconoscersi in un ideale di virtù cavalleresco improntato al coraggio e alla lealtà. Quando Cody morì, Marion Mitchell Morrison (il nome di battesimo di John Wayne) aveva appena otto anni. Non sappiamo quanto la figura di Buffalo Bill possa aver influenzato i sogni del bambino Marion e quanto quest’ideale di uomo sia penetrato nell’intimo della sua coscienza. Sappiamo però, che sarà proprio John Wayne (1907-1979) a raccogliere parte dell’eredità ideale di Buffalo Bill nei suoi numerosissimi film western. Wayne che raggiunse una fama planetaria, incarnava l’ideale di un eroismo schietto e diretto, un uomo coraggioso e incorruttibile dal carattere spesso spigoloso ma sempre pronto a un sacrificio generoso. Se Buffalo Bill però fu un vero combattente, Wayne al contrario, fu prevalentemente uneroe di celluloide. La sua vera battaglia fu combattuta in ambito culturale e comunicativo. Insieme all’amico Ward Bond – caratterista nei film western del regista John Fordcon il quale condivideva ideali conservatori e patriottici, fece parte della Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals (MPAPAI anche MPA) un’associazione formata del 1944 da membri dell’Hollywood film industry per difendere l’industria cinematografica e la nazione americana da infiltrazione comuniste e fasciste. Lo scopo iniziale dell’associazione era di garantire la presenza di personaggi molto conosciuti nel mondo dello spettacolo per testimoniare davanti al Congresso in occasione di processi contro gli impiegati nell’industria cinematografica accusati di diffondere idee comuniste. Tuttavia, in seguito, consapevoli di quanto il mondo del media rappresentasse il più potente strumento di comunicazione di massa disponibile all’epoca, s’impegnarono a diffondere gli ideali di vita americani in tutte le produzioni cinematografiche che riuscirono a indirizzare e controllare. Questi ideali da difendere e per cui valeva la pena “guerreggiare” erano sintetizzati nello Statuto dell’associazione:

 la libertà di parlare, di pensare, di vivere, di culto, di lavorare, di governare sé stessi come individui, come uomini liberi; il diritto di avere successo o fallire come uomini liberi, secondo la misura della propria capacità e della propria forza.

 Durante tutta la sua vita pubblica e privata, Wayne cercò d’incarnare l’ideale di un’America conservatrice, liberale, repubblicana e anticomunista. Il suo film del 1968 – uno dei pochi come regista – Berretti verdi (The Green Berets) ambientato nella guerra del Vietname palesemente dalla parte dell’esercito americano – accusato, dall’ambiente di sinistra di essere guerrafondaio e reazionario – va letto e collocato in un più ampio tentativo dell’attore-regista di utilizzare il cinema come “arma” nella battaglia culturale. Wayne a differenza di Buffalo Bill, si trova ad agire in un ambiente culturale più tecnologicamente sviluppato e più consapevole delle possibilità offerte dal mezzo cinematografico. Se in Buffalo Bill il legame con il West era ancora profondo e vissuto, in Wayne e nella generazione degli attori del suo periodo, questo legame è molto indebolito e comunque filtrato dall’ideologia. Nel West di Buffalo Bill c’è ancora qualcosa di selvaggio e naturale, in quello di Wayne, tutto appare già addomesticato e funzionale alla diffusione di una gerarchia di valori da diffondere. Anche il padre di Wayne influì molto sulla vita del proprio figlio. Egli aderì alla Massoneria e anche il figlio fuiniziato nel luglio del 1970 nella Loggia Marion McDaniel, No. 56, a Tucson, in Arizona. Nel 1970 ricevette la Legion of Honor dall’Order of DeMolay (organizzazione giovanile il cui nome deriva da Jacques de Molay, l’ultimo Gran Mestro dell’Ordine dei Templari, fondata a Kansas City, nel Missouri, nel 1919. La pedagogia dell’organizzazione si fonda susette Virtù Cardinali, che costituiscono gli ideali di base e gli insegnamenti essenziali dell’organizzazione che sono: l’amore filiale, il rispetto per il sacro, la cortesia, la fraternità, la fedeltà, la pulizia e il patriottismo). Nel dicembre del 1970 Wayne è iniziato al “York Rite” o “American Rite” in California e diviene uno “Shriner” nel Tempio: Al Malaikah Shrine Temple (ordine massonico di origini americane che adotta segni Orientali come il Fez e gli abiti-“gioiello, particolarmente attivo nell’ambito della medicina e dell’assistenza dei bambini). ‘Nella vita private Wayne si caratterizzava per un forte legame con la propria famiglia. Fu padre di sette figli che spesso coinvolgeva come attori è come membri della produzione dei propri film. Ammalatosi di cancro ai polmoni, fu uno dei primi a dichiarare pubblicamente la propria malattia, incurante delle conseguenze sulla sua carriera di attore. Divenne un appassionato difensore della causa dei controlli preventivi appoggiando pubblicamente l’azione dell‘American Cancer Society. Appassionato della natura e degli animali, amava trascorrere molto tempo in spazi aperti e silenziosi. L’amore profondo per la propria nazione fu anche testimoniato da un album con una poesia che ricevette anche una “Grammy nomination” dal titolo: America Why 1 Love Her (Perché amo l’America). Opera caratterizzata dall’esaltazione delle bellezze naturali del paese: beneath God’s wide, wide sky (poste sotto il grande, grande cielo di Dio). Wayne morì all’età di 72 anni 1’11 giugno 1979. Oggi la John Wayne Cancer Foundation, il Team Duke e il John Wayne Cancer Institute conducono ricerche per la lotta contro i tumori. Se compariamo questi due personaggi dal punto di vista della loro aderenza agli ideali massonici, possiamo osservare come abbiano cercato di applicare un mondo d’ideali eterni e immutabili alle proprie circostanze storiche. Cody visse in un’epoca ancora caratterizzata da ideali cavallereschi, guerrieri, patriottici. Un’epoca in cui lo scontro fisico era diretto e decisivo. Un’epoca di terre immense e incontaminate, una terra ancora selvaggia e dominata dai ritmi della natura. Un’epoca in cui la virtù era vincolata alla capacità di sopravvivere in un ambiente spesso ostile. Wayne visse in un’epoca diversa, erede della precedente ma che in brevissimo tempo avrebbe trasformato radicalmente il volto dell’America e del mondo. ; Un tempo segnato dall’industrializzazione e dalla mobilitazione totale. La seconda Guerra Mondiale e successiva Guerra Fredda segneranno totalmente lo stile di vita americano e tutti quelli che si trovarono a ricoprire incarichi di grandi responsabilità e visibilità pubblica dovettero necessariamente intervenire e schierarsi dalla parte della nazione, oppure, subire il carcere e l’esclusione sociale. Impegnarsi significava agire in ambito culturale e lottare per la conquista dell’egemonia americana sul resto del pianeta. In questa prospettiva, Wayne incarnò perfettamente gli ideali dell’americano medio che si sentiva ben rappresentato e protetto da un uomoche nei suoi film lottava senza riserve contro “tutti j nemici” della nazione. Buffalo Bill e John Wayne furono due massoni impegnati nella difesa dei valori tradizionali della propria nazione. Valori che sono cambiati nel corso del tempo ma che hanno richiesto per essere sostenuti un impegno costante nella vita pubblica e privata. Sì può non essere d’accordo sui valori difesi da questi due miti americani ma, di certo, se ne ricava una lezione profonda: i valori non camminano da soli, hanno bisogno testimoni in grado di agire coerentemente con i propri ideali.

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