PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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GIUSEPPE GARIBALDI NELLE DUE AMERICHE

Giuseppe Garibaldi nelle Americhe e i suoi legami massonici:

 appunti per una ricerca di Pietro Rinaldo Fanesi

Università di Camerino

La sterminata bibliografia garibaldina ha affrontato il tema dell’affiliazione massonica di Garibaldi e del suo legame con i “fratelli” d’oltreoceano – che durò per tutta la vita – sovente in maniera superficiale, se non addirittura in termini scettici, quasi a rimarcare una ininfluenza dell’appartenenza alla Libero muratoria da parte del nizzardo in relazione alla sua biografia politico-militare. La stessa convegnistica, nonché la produzione storiografica seguita alle celebrazioni del 2007 in occasione del bicentenario della nascita di Garibaldi, hanno dato poco risalto a questo aspetto biografico, così, risulta importante il breve ma significativo pamphlet del Gran Maestro Gustavo Raffi edito nell’occasione delle celebrazioni garibaldine. L’affiliazione massonica di Garibaldi presenta un incipit ufficialmente non documentato. Infatti, come noto, quando egli giunge a Rio de Janeiro, sul finire del 1835 in seguito al fallimento dei moti insurrezionali di Genova e della sua condanna, tenta subito di collegarsi con il mondo degli esuli risorgimentali; in modo particolare il suo primo contatto “politico” sarà con Giuseppe Stefano Grondona, ligure, giunto a Rio già nel 1815, estimatore del pensiero mazziniano ed in qualche modo collegato con gli ambienti di Marsiglia, porto dal quale si imbarca Garibaldi per il Brasile, ed aveva fatto arrivare qui il desiderio di ricevere le pubblicazioni più recenti. Il nizzardo gli porta le “Istruzioni generali” della Giovine Europa e l’ultimo fascicolo della “Giovine Italia”. Sembra che Grondona accolga bene Garibaldi a Rio e che sia lui il tramite per l’iniziazione massonica dell’eroe dei due mondi in una loggia locale, “Asil de la Vertud”, una loggia in verità “irregolare” e non riconosciuta dagli Orienti europei. Questo momento iniziatico di Garibaldi viene riportato in diverse biografie , ma non esiste una documentazione che attesti l’affiliazione e forse si tratta di un equivoco, poiché la stessa denominazione della loggia (né in portoghese né in spagnolo) sottintende una ricostruzione bibliografica e non documentaria e probabilmente non si tratterebbe di una loggia di Rio, ma di una loggia uruguaiana che esistevano già da tempo,

Asilo de la Virtud”, e nella quale risultano affiliati sin dal 1831 degli italiani. È invece documentata (e ufficialmente riconosciuta) la sua regolarizzazione nella loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo all’obbedienza del Grande Oriente di Francia, il 18 agosto del 1844, in occasione della sua presenza nel territorio uruguaiano durante il movimento indipendentista nei confronti della dittatura argentina di Juan Manuel de Rosas. Da notare che l’anno successivo verrà iniziato nella stessa loggia di Garibaldi, Bartolomeo Odicini, il medico della leggendaria Legione italiana di Montevideo. Come si può vedere da questi primi accenni, il legame massonico inizia a rappresentare una trama rilevante nelle relazioni dell’esule con il mondo locale dove egli approda dopo le vicende genovesi. Ma ciò che risulta di un certo interesse è il rapporto che Garibaldi tenne a costruire con i principali esponenti delle “rivoluzioni” alle quali partecipò, ossia quella dei “farroupilhas” nel Rio Grande do sul e la liberazione di Montevideo e dell’Uruguay. Le vicende dei due movimenti insurrezionali sono note e hanno contribuito in modo sostanziale e duraturo alla costruzione del mito garibaldino, ma meno nota è forse la sua capacità di relazionarsi con i “fratelli”, sia locali che italiani in esilio, durante la prima epopea americana. In Brasile Garibaldi trova sin dal suo arrivo esuli come Livio Zambeccari, Luigi Rossetti, Francesco Anzani e Giovan Battista Cuneo; il ruolo di Zambeccari nella rivoluzione riograndense fu di primo piano e altrettanto nota è l’importanza successiva di questi per la Massoneria italiana, dove giunse a reggere l’interim della Gran Maestranza del Grande Oriente Italiano sedente a Torino verso la fine del 1860. Meno noto e studiato è il legame di Garibaldi con Bento Gonçalves, il capo della “rivoluzione farroupilhas” riograndese che rese indipendente, su base repubblicana, il Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, e massone anche lui. Come si vede, si comincia a delineare un interessante intreccio massonico-cospirativo che univa esuli italiani come Garibaldi, Grondona e Zambeccari allo stesso Bento Gonçalves e che forniva un sicuro anello di congiunzione con la classe dirigente di Rio de Janeiro e del Rio Grande do Sul. Poco si sa di questa attività massonica mossa da idealità umanitarie di carattere internazionalista e decisamente repubblicane, ma essa potrebbe spiegare bene la persistenza e la valorizzazione, ad esempio, del mito garibaldino nei decenni successivi, al di là, dunque della retorica sulla partecipazione del nizzardo alla rivoluzione riograndese. È stato ben osservato che “L’inserimento [di Garibaldi] in Massoneria, in altre parole, preservò il patriottismo garibaldino dall’irrigidimento strettamente nazionale (a differenza di quanto accadde per la maggior parte degli altri protagonisti del Risorgimento, Mazzini in testa, il termine stesso di ‘nazione’ rimase infatti pressoché estraneo alla sua prosa, ove invece ricorre quello di ‘popolo’) e gli offrì l’immediata percezione, anche sul piano pratico, operativo, dell’universalità degli obiettivi ch’egli s’era prescelti e andava perseguendo”. È poi interessante notare come i legami massonici di Garibaldi con i “fratelli” latinoamericani non si consolidarono solo nei paesi in cui egli visse e lottò, come il Brasile e l’Uruguay, ma si svilupparono anche in paesi del continente americano dove egli non fu presente come, ad esempio, in Argentina. Qui e a Buenos Aires in particolare, si segnalano consistenti presenze di esuli risorgimentali, a partire dai moti del 1820-21. Molti marinai e mercanti si stabiliscono nel porto del Plata e, sicuramente, contribuiscono ad alimentare le idealità risorgimentali tra i primi nuclei di immigrati italiani e la stessa società bonaerense. Tra l’altro, questi personaggi, la cui cultura politica è intrisa di “carboneria” e insurrezionalismo, giungevano non a caso nei porti latinoamericani considerando che proprio in quei primi decenni dell’Ottocento prendevano vita e forma le prime esperienze repubblicane rivoluzionarie e, sovente, non si limitavano ad operare nei ristretti ambiti di un trapianto passivo, ma interagivano con la già numerosa colonia italiana emigrata per motivi di lavoro e la società locale, gettando così i primi semi di un fervente attivismo politico che si svilupperà più tardi, a cavallo di fine secolo, su filoni fortemente ideologizzati e caratterizzati da un militante repubblicanesimo, socialismo ed anche anarchismo, con la partecipazione attiva di diversi massoni. Certo, la realtà argentina non è quella dell’Uruguay o del Rio Grande do Sul, poiché non può contare sulla presenza di Garibaldi, ma ciononostante l’influenza del pensiero mazziniano è forte ed essenzialmente dovuta a Giovan Battista Cuneo, probabilmente colui che, più di ogni altro, contribuirà ad esaltare la figura di Garibaldi e a costruire il suo mito, tanto da far notare che: “Notevole fu la sua influenza sugli stessi liberali latinoamericani della cosiddetta Generazione dei proscritti e della Joven Generacion Argentina (altrimenti nota come la Asocacion de Mayo e punto di raccolta, dal 1837, di un gruppo di cui erano membri Esteban Echeverria, Juan Batista Alberdi, Miguel Irigoyen e Bartolomé Mitre, vale a dire il fior fiore della futura classe dirigente pratense negli anni della grande alluvisione immigratoria)”. Si riporta quanto sopra, poiché risulta determinante per l’affermazione del mito garibaldino, lo stretto legame fraterno, ovviamente massonico, tra Giuseppe Garibaldi e Bartolomé Mitre; quest’ultimo diverrà in seguito Presidente della repubblica argentina in concomitanza con il processo unitario italiano (1862-1868) e non perderà mai l’occasione di ricordare il legame con l’eroe della “Difesa di Montevideo”, essendo tra l’altro, anche lui un acerrimo nemico di Juan Manuel de Rosas. Sarebbe di un certo interesse avviare uno studio sulla consistenza massonica italiana in Argentina sin dalla prima metà dell’Ottocento, per vedere gli incunaboli di una presenza dei massoni italiani e italoargentini già visibile, ad esempio in occasione della commemorazione della morte dell’eroe a Buenos Aires dove i massoni italiani partecipano ai funerali massonici di Garibaldi il 25 giugno del 1882 assieme ad oltre 80 rappresentanze di loggia e società mutualistiche in qualche modo legate alla Massoneria locale. Ora, dopo aver descritto brevemente i links che uniscono Garibaldi alle presenze massoniche in America latina si vuole qui dar conto di alcuni rapporti di carattere massonico intessuti dal nizzardo negli Stati Uniti nel periodo della sua permanenza in terra nordamericana e in particolare a New York, ossia nella città-simbolo dell’immigrazione non solo italiana. Come noto, Garibaldi giunge per la prima volta a New York nel 1850 come rifugiato politico dopo la caduta della Repubblica Romana alla quale aveva partecipato lasciando dopo 14 anni il Sudamerica assieme alla “brasiliana” Anita. Garibaldi non arriva per caso a New York, difatti la stessa diplomazia americana a Roma gli aveva offerto (come del resto allo stesso Mazzini) assistenza per la fuga già nell’estate del 1849. L’esule giunge a New York il 30 luglio del 1850 dopo essere salpato da Liverpool a bordo di una nave americana un mese prima. Appena sbarcato si sistema in casa di Michele Pastacaldi, uno dei più importanti membri della colonia italiana a New York, sostenitore della causa italiana e probabilmente massone anche lui. Garibaldi approda negli Stati Uniti in un ambiente favorevole agli esuli del Risorgimento italiano, tanto che negli anni precedenti diverse decine di protagonisti dei moti del ’20-’21, nonché degli anni ’30 e ’40, sbarcano sulle rive dell’Hudson per trovare asilo, all’interno di una prima corrente migratoria italiana di carattere economico. Per quanto riguarda l’emigrazione politica propriamente detta è utile, ai fini del presente lavoro, segnalare l’arrivo negli Stati Uniti di personaggi di rilievo del Risorgimento e affiliati alla Massoneria come nel caso di Piero Maroncelli che giunge già nel 1833 (che non incontrerà però Garibaldi in America spegnendosi a New York nel 1846), di Federico Confalonieri, arrivato nel 1837 e di Giuseppe Avezzana che sbarca a New York all’indomani della caduta della Repubblica Romana, come Garibaldi. Questi patrioti giungono in terra nordamericana assieme (in varie date naturalmente) a circa 50 esuli di una certa importanza, tanto da essere studiati e biografati, seppur per linee generali, ma, oltre ai tre personaggi citati poc’anzi, non si sa quanti di questi esuli appartenessero alla Massoneria. Non è un caso, quindi, che quando Garibaldi arriva a New York nell’estate del 1850 venga accolto con grande entusiasmo e anche con una certa solennità. Dopo il suo arrivo è ospite in alcune residenze di amici per due mesi, poi si trasferisce a Staten Island in casa di Antonio Meucci, amico di vecchia data e, tra l’altro, massone come lui, lavorando nella piccola fabbrica di candele che questi aveva in Bleeker Street a New York City. Con Meucci l’eroe stringerà un forte rapporto fraterno e non a caso la comunità degli italoamericani e la stessa Massoneria newyorkese renderà omaggio a questa fratellanza e ai due illustri italiani trasformando la casa in un museo, il “Memorial Garibaldi-Meucci”. Il periodo che Garibaldi trascorse a casa di Meucci e di sua moglie Ester fu di grande tranquillità e gli consentì di stringere numerosi rapporti con gli italiani di New York e con i “fratelli”, che si ricorderanno poi di Garibaldi in varie occasioni quando lui rientrerà in Italia e che contribuiranno a radicare negli Stati Uniti il mito garibaldino con la sua incredibile eco che si produrrà – nei decenni a venire – in occasione degli anniversari della sua nascita, il 4 luglio, data di eccezionale importanza per la comunità italoamericana, la quale non perdeva naturalmente l’occasione di cogliere l’opportunità “politica” della contestuale ricorrenza dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Significativa, per lo studio dei legami con i massoni newyorkesi, è la frequenza di Garibaldi ai lavori della Loggia “Tompkins n. 471” di Stapleton nel 1851. Interessante si presenta, tra l’altro, l’episodio che vede Garibaldi lasciare una sorta di eredità massonica allorquando salpa da New York per l’Inghilterra e dona “al massone e amico Francesco Lavarello le sue insegne massoniche, usate nella Loggia newyorchese, che furono da questi successivamente donate a Livorno nel 1864 a Giovan Battista Fauchè [procuratore di Rubattino, consegnò a Garibaldi i due vapori Piemonte e Lombardo con i quali i Mille partirono da Quarto il 5 maggio e da Garibaldi si vide poi assegnare la direzione della marina da guerra in Sicilia] che, a sua volta, le donò alla Massoneria ligure il 24 gennaio 1883 in seduta solenne”. Garibaldi lascerà negli Stati Uniti un’indelebile impronta della sua presenza e dieci anni dopo la sua partenza due episodi testimonieranno la stima degli americani per l’eroe dei due mondi; essi sono noti ma vale la pena ricordarli: il primo riguarda l’offerta di Abramo Lincoln di affidare a Garibaldi il comando di un corpo d’armata dell’esercito unionista (anche se si sa che i garibaldini combatterono anche nelle fila confederate), il secondo è la generosa partecipazione di americani alla spedizione dei Mille, sia in termini di presenza di volontari che di giornalisti al seguito, ma anche con un notevole contributo finanziario tanto che solo a New York vennero raccolti in due anni (1859-60) oltre 100.000 dollari Probabilmente si potrebbero citare tanti episodi e ricostruzioni biografiche che possano meglio mettere in luce i legami massonici di Garibaldi nelle Americhe, in particolare nella fase preunitaria italiana, ma questo breve lavoro non ha la pretesa di essere una ricerca esaustiva sul tema trattato, quanto piuttosto rappresentare uno stimolo ad avviare uno studio organico e comparato sulla questione che, come accennato in precedenza, sembra risentire di una sorta di sottovalutazione del fenomeno tanto da assumere quasi i contorni di una “distrazione” storiografica.

DA  “HIRAM “ 2/2008

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LA SOLIDARIETA’

La solidarietà

di Bent Parodi di Belsito Giornalista

’apocalittico maremoto del 26 dicembre 2004 non ha solo causato una delle più disastrose sciagure della storia portando morte e distruzione nel Sud-Est asiatico (ad oggi si contano circa 400mila vittime); avendo colpito poverissime ma dignitose popolazioni esso ha riproposto con forza nelle coscienze più sensibili l’antico problema della teodicea. In altri termini, che giustizia divina è mai quella che consente alla sventura di infierire sui più deboli, sugli oppressi, sugli emarginati? L’interrogativo è spontaneo, si dirà, ma pure impone qualche riflessione di merito. V’è almeno un aspetto consolatorio: la tragedia ha indubbiamente risvegliato il senso della solidarietà più autentica in tutto il mondo, in una comunità internazionale per troppo tempo resa apatica da violenze senza fine, rassegnata ai furori più biechi del terrorismo contemporaneo. Sembrerebbe quasi che la Provvidenza abbia voluto offrire l’ennesima opportunità al genere umano di riscoprire la sua originaria bontà ontologica. E dunque è saggio ricordare il senso fondativo dello spirito solidale, troppo spesso frainteso oppure oggetto di erronee interpretazioni. Esso è per sua natura universale e, perciò, transconfessionale; si rivolge allo zoccolo duro dell’essere uomini, si estende a tutta la realtà piuttosto che a singole persone. È un approccio olistico e spontaneo alla vita che non dovrebbe mai prestarsi a superficiali interpretazioni riduttive e fuorvianti. In un epoca, come quella nostra, segnata da profonde lacerazioni ed incomprensioni su scala planetaria, è certamente fondamentale capire la reale natura della solidarietà, a partire da un’analisi storica e comparativa. Dal punto di vista linguistico basti qui ricordare che il termine italiano solidale è derivato dall’espressione latina in solidum, un’antica formula giuridica che significava “obbligato con gli altri per l’intero”. All’approccio semantico, pur nella sua definizione elementare, la nozione implica di per sé la comprensione, da cum- e prehendere, dunque “prendere tutto insieme”, un “abbracciare (la collegialità dell’esistente)”. Di più, la solidarietà discende da una profonda simpatia, nel senso greco della sympátheia, da syn- e patheîn, “sentire insieme”, dunque “vibrare all’unisono”. La vera solidarietà è dunque quella che consente di stabilire un rapporto intimistico con l’altro, la capacità di farsene carico in ogni frangente, il sentire tutti nel segno della comune ed universale fratellanza. Si potrebbe obiettare che questa è una interpretazione esoterica dello spirito solidale. Nulla di più inappropriato. Nella visione banale e corrente in voga nella cosiddetta società civile si accosta per lo più il concetto di esoterismo a ciò che è misterioso o, addirittura, losco. E, invece, il senso è trasparente, luminoso: si tratta dell’aspetto profondo della realtà, di ogni realtà, totale o parziale, del cuore di tutto ciò che vive. A far difetto è solo l’incapacità prevalente degli uomini che non sanno osservare e considerare le cose, ogni cosa, col necessario atteggiamento di partecipazione simpatetica al gioco cosmico del reale. E, infatti, già Aristotele in un celebre frammento conservatoci dall’erudito Stobeo (V secolo d.C.) ci ricorda che l’iniziazione non è “una forma di apprendimento” (men che mai libresca), essa consiste piuttosto in una “emozione”; meglio sarebbe oggi precisare: non solo il pathos di un istante cruciale, la qualificazione naturale, la predisposizione comportano la “capacità di provare emozioni sentite”, da quelle naturalistiche (la visione di un’alba, ad esempio) a quelle umane (l’amore, il dolore, ecc.). Qualcuno potrebbe obiettare: è l’uovo di Colombo. Ma non è così ed in realtà nulla è più visibile di ciò che alla massa appare invisibile, l’aspetto interiore delle cose. Così quando in Massoneria si parla di solidarietà, questo grande plusvalore umano nulla ha a che vedere col favoritismo di giornata o con l’interesse corporativo. Ed anche la glorificazione del lavoro che nella tradizione muratoria ha ben altro di un senso superficiale, legato all’attività pura e semplice di un dato momento, o giorno. Quel che conta, anzitutto, è la sensibilità senza la quale non siamo in grado di dare un senso alle cose. Si consideri la solidarietà com’essa è intesa dal Buddhismo; i seguaci del dharma la chiamano karun≥˝, “compassione” o, piuttosto, mah˝karun≥˝, ovvero “grande compassione”. E qui le distinzioni linguistiche hanno estrema importanza giacché comportano oscillazioni evidenti nello spettro semantico: passione va nettamente distinta da compassione, nozione esattamente corrispondente al sympatheîn dei Greci. Dunque essere compassionevole non significa “provare pietà, commiserazione”, piuttosto vuol dire “vibrare all’unisono con l’altro”. Mutuando il linguaggio dalla nuova fisica, si potrebbe dire “essere sulla stessa lunghezza d’onda, sulla medesima frequenza”. E si tratta, a ben vedere, di nozioni che si prestano ad una indubbia cifra di comprension esoterica. E, mentre la Tradizione occidentale ha una preoccupazione esclusivamente antropocentrica (l’uomo al centro del mondo), il dharma buddhista va oltre il segno: il Bodhisattva (incarnazione del Buddha, l’Illuminato per antonomasia) tornerà sulla Terra fin quando non sarà fatto salvo l’ultimo filo d’erba dell’universo … Ma questa è vera solidarietà, in senso universale, l’unica a cui ragionevolmente in ogni tempo dovrebbe legittimamente tendere ogni iniziato che voglia realmente considerarsi Iniziato. Il problema, come può vedersi, è tutt’altro che semplice, eppure semplicissimo a condizione che ci si ponga da un punto di vista essoterico oppure esoterico: il grande equivoco del mondo profano. La verità è che l’approccio iniziatico segna una rottura di livello o, per dirla con lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986), una vera e propria “modificazione ontologica del regime esistenziale”. Come ricordava il grande studioso rumeno, il Sacro non è un momento nella storia della coscienza bensì un suo elemento strutturale. Esso si radica naturalmente alle nozioni di Essere, significato e verità.

La solidarietà massonica ha un senso esoterico di primaria rilevanza. La karun≥a ovvero il concetto di “compassione” induista e buddhista ha il valore radicale del “fare” , della “magia del fare”, sottintendendo che l’idea della solidarietà discenda dall’azione concreta (così come nel karma yoga della Bhagavad˝, il “Canto del beato”). L’analisi comparatistica e semantica conferma che la Massoneria universale si lega ad una antichissima Tradizione che, perciò stesso, non può non dirsi anche attuale e moderna nell’anima. Anzi, per dirla con la psicanalisi junghiana e quella archetipica di James Hillman, essa “fa anima”, è “magia del fare”, nel senso simbolico e realissimo del ciclo arturiano.

DA “HIRAM” 2/2008

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GALILEO GALILEI

GALILEO GALILEI:

una lettura originale del personaggio quale metafora della crisi dell’uomo e del senso della sua difficile ricerca della Verità di Salvatore Sansone Avvocato

GALILEO : Se domani, poniamo, sulla via delle stelle, un tribunale mi imporrà ancora di rinnegare la mia verità […] perché altri dommi, altre scritture più o meno sacre, avranno riservato quei mondi a pochi eletti e sbarreranno il passo alla grande maggioranza degli uomini. Che farò allora? Avrò il coraggio di smascherare la legge? 0 piegherò novamente il capo […]e quanti mi avranno sino a quel momento seguito […]con la fiducia nel cuore […] precipiteranno tutti negli spazi cosmici […] nella più gelida mortale oppressione? Ecco il mio rovello, ma una cosa posso almeno dirvi: non temete domani di calpestarmi se cadrò in ginocchio, non vi fermate, ma correte avanti, spezzate le tavole della legge […] finché non l’avrete letta direttamente, la legge, con i vostri occhi, negli astri. Da Partanna, 1974

A cavallo tra il XVI e il XVII secolo, Galileo irrompe sulla scena scientifico–filosofica scardinando l’integralismo della Chiesa nella sua concezione e nel suo rapporto con la natura. Per Galileo fonte autentica di conoscenza scientifica è la sola natura, cosicché la maniera più sicura per cercare la verità è fare esperienza e osservazione dei fenomeni e delle cose. Tutto “principia” dall’esperienza nelle indagini scientifiche. Tuttavia l’esperienza non basta, perché i sensi molte volte ci ingannano e per di più, l’inganno la maggior parte delle volte è consensuale. Per Galileo (Saggiatore), colori, odori, sapori e altre qualità secondarie non risiedono negli oggetti, perché sono qualità situate negli organi di senso dell’osservatore. Le qualità che non possiamo scindere dagli oggetti, sono le qualità primarie: forma geometrica, numero e spazio occupato. Per questo Galileo parla di sensate esperienze o manifeste esperienze e di necessarie dimostrazioni o chiare dimostrazioni. Con queste espressioni Galileo intende che lo scienziato “intuendo” (esperienza manifesta) e “ragionando” (logica e matematica), può pervenire a delle ipotesi mediante cui deduce e verifica il comportamento probabile dei “fatti”. Ed è proprio nell’armonia dei due momenti (induttivo e deduttivo) che il metodo sperimentale di Galileo presenta le sue novità. In buona sostanza il compito dello scienziato è di salvare i fenomeni, e non di cogliere la verità assoluta con speculazioni meramente logiche. La scienza si configura quindi come un sapere ipotetico deduttivo sempre in via di “sperimentazione”. Non per questo la scienza rinuncia alla verità, ma vede in questo metodo l’unico modo per procedere nella conoscenza del mondo e delle sue “cose”. Si apre dunque, un’era nel segno della “logica della scoperta”, dove ogni progetto deve passare sotto il vaglio del metodo sperimentale e della tecnica. Grazie a questa rivoluzione metodologica, la scienza proclama finalmente — anche se con molte difficoltà — la propria autonomia da ogni intromissione esterna (politica, religiosa e filosofica). Ma fino a dove si può spingere la conoscenza dell’uomo? Galileo prova a rispondere a questo interrogativo epistemologico e teologico, sostenendo che esiste un conoscere intensive, che è la conoscenza graduale dell’uomo-matematico, e un conoscere extensive, che è il sommo sapere immediato di Dio. Tuttavia, lo scienziato quando afferra una verità geometrica, si fa simile a Dio (l’uomo è creato a Sua immagine e somiglianza, quindi in relazione al Sommo); quindi l’abisso che separa Dio e l’uomo è di tipo quantitativo. Ed è per questo che Galileo invita i filosofi a rivolgere la loro curiositas verso il libro infinito della natura (una natura che non si diletta di poesia), invece di rinchiuderla nelle biblioteche a ricercare “cause” (aitia) ed “essenze” (ousia-substantia) nei mondi di carta. Invero la grande originalità di Galileo non risiede tanto in questo metodo — che già veniva insegnato e diffuso, e che Galileo stesso apprese dal maestro Buonamici, scrittore del De motu — ma si estrinseca nelle scoperte scientifiche e filosofiche alle quali egli giunse grazie a questo metodo. In particolare, le scoperte del Sidereus nuncius sono molto importanti, in quanto capovolgono e frantumano alcune credenze radicate nella scienza aristotelica. Galileo supera le spiegazioni teleologiche o finalistiche di Aristotele sostenendo che esistono le “leggi” della natura ma non esiste una sua “intelligenza” (Nous). Le leggi di natura sono meccaniche, necessarie, universali, ma valide entro limiti ben più stretti di quelli nei quali può muoversi l’intelligenza umana libera e volitiva. La conoscenza non è frutto del processo logico del sillogismo: è l’indagine, l’osservazione e l’esperimento della natura. L’impatto delle teorie Galileiane, sebbene a lungo duramente contrastate, fu inarrestabile e coinvolse irreversibilmente ogni campo della cultura e della società, minando il primato di chiunque ritenesse di avere o si accreditasse come depositario della “verità ufficiale”. Ma tutto ciò non è nuovo …., parliamo di Galileo come del grande uomo di scienza, del grande innovatore del “metodo”. Il rigore della scienza e la logica coerenza dello sviluppo del pensiero filosofico ce lo consegnano in una dimensione di straordinaria grandezza: ma proprio questa grandezza è limitativa; Galileo può essere di più. È certamente di più. La novità del suo metodo conoscitivo, accompagnato dalla singolarità dolorosa della sua vicenda umana, fatta di carcere ed abiura, trasfigurandolo, danno modo di pensare a Galileo quale simbolo eroico dell’eterna lotta dell’uomo per la ricerca della verità. Può esserci, in buona sostanza, una lettura diversa. Senza voler compromettere la grandezza storica di Galileo, del suo pensiero e delle sue scoperte, possiamo prendere in “prestito” il Pisano per valor di metafora: Galileo è l’uomo che affannosamente cerca il senso della vita, il senso di tutto. Un’opera teatrale del 1974 Il Galileo (ed. Centro Culturale Pitrè), invero poco conosciuta, intensa ma non pretenziosa, ci aiuta nella riflessione. L’autore è Bruno da Partanna al secolo Domenico Vittorio Bruno, medico, classe 1923, nato a Partanna di Trapani in Sicilia. Egli dedica a Galileo un atto unico di straordinaria profondità che consente di sottolineare un aspetto originalmente inedito del personaggio e della sua condizione di uomo e di scienziato, un aspetto che incarna il travaglio tutto umano di questa ricerca. Nella rappresentazione, dopo la sua morte avvenuta nel 1642, Galileo, o meglio la sua “ombra”, ritorna sulla terra accompagnato dai fantasmi di alcuni familiari che si ostinano a seguirlo e che lo affliggono con le loro miserie umane. La moglie Marina Gamba che gli rinfaccia la scarsezza delle finanze familiari e le spese sopportate per accasare la di lui sorella. Il fratello Michelangelo, musicista squattrinato e fannullone, che batte sempre cassa e tutto un contesto di fastidiose quotidianità. Nel suo viaggio sulla terra Galileo si imbatte in Tommaso Campanella, il frate filosofo autore della “Città del Sole”, che insieme al pisano sostiene come la verità non vada ricercata nei sillogismi aristotelici ma nella natura. Dai dialoghi dei diversi personaggi emerge una dimensione drammatica della condizione umana del grande scienziato. In questo contesto l’uomo Galileo con le sue debolezze, le sue passioni, le sue miserie dibatte con la sua coscienza, si contorce nei suoi sensi di colpa per non essere stato coerente con la missione che il destino gli aveva riservato: essere il rigoroso scienziato che guida l’umanità verso la luce, la verità. Il grande scienziato destinato ad aprire una nuova era della conoscenza e della cultura universale è anche uomo con famiglia, con problemi economici e di piccolo interesse, esemplificativi di un “giogo” quotidiano cui nessuno può sottrarsi, nemmeno i “più grandi”. Ecco allora Galileo quale metafora della condizione umana eternamente sospesa e combattuta tra gli alti e nobili princìpi da onorare, promuovere, difendere a fronte degli opportunismi, delle convenzioni, dei poteri forti e oscuri, delle miserie del quotidiano con cui confrontarsi. Galileo è cosciente di possedere una verità ma le circostanze e la sua condizione di uomo gli impediscono di testimoniarla. Il dramma che lo consuma, il suo processo, il tormento della reclusione e l’abiura assumono in questo modo un significato umano nuovo e se vogliamo più profondo sotto questa luce. Il tema non è più quello storico dello scienziato che conquista una nuova frontiera della conoscenza ma è vessato dall’Autorità costituita, piuttosto emerge il profilo fragilissimo dell’uomo con i propri travagli quotidiani, le proprie convenienze. Galileo siamo Noi umanità, non necessariamente eroi ma semplicemente uomini. Galileo uomo trascende lo scienziato divenendo espressione e modello delle nostre crisi. La crisi degli intellettuali asserviti al potere; dei giornalisti non liberi; dei professionisti al soldo dei poteri forti. La crisi portata dal relativismo morale e ognuno aggiunga ciò che di altro ritiene. Ecco allora la domanda che offre il senso alla nostra riflessione: siamo sicuri che Noi, pur consapevoli di una qualunque verità, avremmo il coraggio di sostenerla e propugnarla contro ogni convenzione, contro ogni opportunismo o contro ogni potere ufficiale? Ovvero, più comodamente, piegando la testa e sopraffatti dalle nostre miserie, saremmo pronti a rinnegare la verità conquistata? Nell’opera di Bruno da Partanna, fa sperare l’invocazione finale di Galileo che invita a fuggire da ogni convenzione, da ogni opportunismo per cercare nelle realtà della natura, con il suo metodo della sperimentazione e dell’osservazione, la verità. È un’invocazione che esorta a non smettere mai di cercare!

DA “HIRAM”  2/2008

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TU SEI MIO FRATELLO

TU SEI  MIO FRATELLO

Come da consolidata tradizione, il Grande Oriente d’Italia raduna i Liberi Muratori italiani in una Gran Loggia. Il suo format, straordinariamente ricco di eventi culturali e sociali aperti al pubblico, mostra quanto sia forte la volontà di trasparenza e di dialogo interculturale, maturati dalla più antica e importante Obbedienza massonica presente e operante in Italia. Con questo chiaro presupposto il Gran Maestro svolge una funzione di carattere pubblico. Essa è quella di tenere una allocuzione rivolta sia ai Fratelli, sia alla società civile di cui i Massoni del Grande Oriente sono parte integrante e fattiva. I manifesti e le locandine che annunciano il programma di questi tre giorni riminesi sottolineano il tema centrale che intendiamo trattare: quello della Fratellanza. Si tratta di un argomento fondamentale per la Libera Muratoria, un argomento che però si presta ad ambiguità e fraintendimenti. Pertanto, lo abbiamo scelto con la ferma volontà di proseguire nell’opera con cui, in questi anni, abbiamo ridato chiarezza e importanza ai valori e ai princìpi che contraddistinguono la Libera Muratoria universale. Non è stato facile. Ma è una scelta di stile e comportamento che, per il Grande Oriente, è irreversibile. La Libera Muratoria è un Ordine Iniziatico che propone un cammino spirituale difficile e impegnativo. Non è una religione. E non vuole esserlo. Infatti non si oppone né si contrappone a nessuna confessione, malgrado alcuni superficiali denigratori ne asseriscano il contrario. E neppure pretende di rivelare mirabolanti segreti. Il nostro percorso, individuale e collettivo allo stesso tempo, ci insegna, mediante la ritualità e l’attenzione ai simboli su cui meditiamo, a porci in discussione. Il Libero Muratore che segue la via iniziatica è un uomo del dubbio. È un uomo che ricerca la conoscenza. È un uomo che si pone continui interrogativi. Non nega la verità, ma la sottopone a una critica attenta e aperta, perché vuole cogliere quanto c’è di provvisorio, di parziale, di unilaterale, nella sua visione del mondo. E quando ha colto tutto ciò, è pronto a rimettere tutto, nuovamente, in discussione. Convinto com’è che non ci può essere nulla né di assoluto né di immutabile nella sua conoscenza, fuorché l’amore per il conoscere e l’anelito ad un mondo migliore e più giusto. Non vuole sostituirsi al Grande Architetto dell’Universo, ma vuole essere, semplicemente, un Uomo degno di questo nome. In questo senso, il percorso massonico richiede ai singoli iniziati una sorta di scomposizione alchemica. Li vuol mettere davanti ad uno specchio. Li invita a guardarsi dentro, così da ritrovare un dialogo con il proprio sé interiore, ricostruendo un’armonia che la quotidianità, la profanità, i “metalli”, nel lessico muratorio”, tendono a farci smarrire. I Liberi Muratori hanno fondato la loro Fratellanza perché sapevano di essere imperfetti. Lo hanno fatto, agli inizi del XVIII secolo, sulla scia di diverse tradizioni operative e simboliche, dopo la devastante esperienza delle guerre di religione. Lo hanno fatto dopo aver sperimentato l’assurdità di imporre agli altri scelte umane spacciate per volontà divine. E dopo aver maturato la convinzione che il volere divino non è mai sorretto da roghi e da baionette, ma dall’amore, dalla tolleranza e dall’equità. Erano uomini straordinari, di fedi e di idee diverse, animati da una profonda umanità, unita al sospetto che ogni rigido paradigma di pensiero fosse il frutto di una demoniaca volontà di potenza più che il prodotto di una divina ispirazione. Per questo, diedero vita ad una Fratellanza che, se si ispirava al retroterra delle logge dei costruttori ed al loro linguaggio architettonico, fondava la modernità attraverso il libero esame, il confronto democratico, la libertà delle opinioni. Era il sogno di una novella scuola filosofico-iniziatica, che, estranea all’azione  politica e religiosa, si ponesse come suo fine ultimo la conquista della conoscenza interiore. Senza amicizia e senso di Fratellanza tale sfida sarebbe stata subito perduta. È il motivo per cui la Fratellanza costituisce il vero cemento della Libera Muratoria. Una Fratellanza frutto di libera scelta, di adesione a princìpi comuni e della volontà di mettersi in discussione, nonostante le differenze di censo, cultura, religione, etnia. Il particolare status di “Fratello”, proprio del Libero Muratore, conferisce così la possibilità di sviluppare un sentimento di consonanza con gli altri iniziati, pur lasciando al singolo massone la sua piena autonomia di giudizio e le sue idee. È un’opportunità nuova e rivoluzionaria che coloro i quali conoscono bene l’arte, sanno pienamente cogliere, in quanto scoprono di condividere con molti altri esseri umani una predisposizione critica e libera verso la ricerca del vero: all’insegna della tolleranza, del rispetto e della prudenza. È la predisposizione critica che nasce dal dubbio e non dalla certezza di possedere una verità univoca e indiscutibile. Con ciò la Fratellanza non vuole essere una fratria nel senso deleterio di una consorteria più o meno affaristica, (o) una sorta di club raffinato in grembiule, poco accessibile, ma atto a promuovere alcuni favoriti o a spianare illegittimamente carriere. Per quanto il termine “Fratellanza” possa purtroppo essere utilizzato in diversi e deleteri contesti, per i Liberi Muratori esso dovrebbe, invece, significare che, al di là delle inevitabili differenze, i Fratelli operano per costruire e cementare non solo valori altamente sociali, ma anche spirituali. Sono quelli del dialogo multiculturale, della pace sociale, della ricerca critica della verità, nella difesa dei diritti umani e dei valori laici della convivenza civile. Anche se vi è stato – e forse vi è ancora – chi vorrebbe una Massoneria meno visibile, meno impegnata sul versante pubblico e delle idee, più introflessa, privata e soprattutto riservatissima: al limite della segretezza. E questo nel nome di un supposto e improbabile esoterismo. Su questi temi, la nostra Gran Maestranza è stata inflessibile e coerente e continuerà ad esserlo. La Fratellanza massonica è aperta, non ha una doppia contabilità con un lato pubblico in cui si predica in un certo modo, e un coté riservato, dove invece si fanno gli affari. La nostra Fratellanza si muove a partire da idee-guida che reputano il messaggio interculturale ed esoterico della ricerca spirituale proposto dalla Massoneria come una vincente formula educativa, come uno strumento costruttivo del vivere civile e della società contemporanea, sempre più travagliata da problemi e drammi legati alla mancanza di contenuti, di valori e di forme di sociabilità non conformiste. L’esoterismo non coincide con la segretezza, ma con la profondità con cui si affrontano i lavori di loggia e con la capacità di trasferire i valori maturati, grazie al comune esame dei simboli e dei riti, in un contributo costruttivo e dialogante con la società che ci circonda. Le più grandi figure dell’esoterismo, da Buddha a Giordano Bruno, per menzionarne solo due diverse e lontane nello spazio e nel tempo, non si sono nascoste nell’ombra, pur avendo raggiunto le sublimi vette di conoscenza e di profondità spirituale. Il loro praticare un sapere spirituale, religioso, filosofico, esoterico, non li ha isolati dal mondo come un corpo estraneo che si deve nascondere al contempo esaltandosi o autocelebrandosi in un delirio di onnipotenza. Questi saggi hanno praticato forme rigorosissime di disciplina interiore e allo stesso tempo hanno aperto con la loro parola i cuori di milioni di persone, cambiato idee, smosso montagne. L’esoterismo che costituisce il legame della nostra Fratellanza non è, né può essere, un alibi per celare pochezza di idee e di contenuti: una lampada smorzata per nascondere le macchie sui muri, una tenda o un tappeto funzionale a coprire lo sporco. La nostra essenza è quella di essere Liberi Muratori e allo stesso tempo Muratori liberi. Cioè liberi cittadini, animati da una particolare missione, da un’identità spirituale e culturale, senza per questo essere additati come soggetti pericolosi o antisociali, o come un gruppo di intrallazzatori e malfattori. Questa nostra essenza nasce da un modo preciso di coniugare l’identità muratoria, un’identità vissuta a viso aperto, con franchezza, con il proprio agire e le proprie idee senza nascondersi dietro ad un cappuccio. Essere Fratelli significa, anche, essere aperti al mondo, vivere la contemporaneità con il cuore in sofferta sintonia con i drammi del nostro secolo, con le ansie della nostra società, senza aristocratica estraneità e superiorità. Per quanto il nostro compito non sia politico e non debba essere tale, sentiamo l’obbligo di mantenere alta la sensibilità fraterna al fine di offrire un contributo costruttivo alla società civile. Affinché essa trovi risposte positive dinanzi alle nuove povertà, alla crisi della libertà della ricerca scientifica nel nostro paese, quasi infibulato da diktat di ordine teologico, all’indigenza in cui versa la scuola pubblica e tutto il sistema educativo. Ciò non costituisce un intervento a gamba tesa nella politica, poiché noi non siamo mai scesi nel merito delle leggi e delle soluzioni, ma abbiamo agitato problemi reali, che riguardano i nostri figli, la nostra vita, anche quella spirituale. Anzi, ricordiamo che “quella pseudo-Massoneria” – perché tale non era di certo – che non agitava mai questioni sociali e non toccava alcun tema connesso ai grandi problemi della contemporaneità, era poi la stessa che cercava e prometteva appoggi politici. Era quella che millantava poteri e scimmiottava il ruolo di agenzie governative per accreditarsi in ambiti affaristici o peggio ancora. E se qualcuno, ciononostante, si fosse avvicinato al Grande Oriente d’Italia, nella speranza di trovare quella pseudo-massoneria, resterà certamente deluso. Noi ci possiamo solo augurare o che cambi o che se ne vada. Dal nostro canto saremo vigili e intransigenti. La nostra Fratellanza ha conseguito piena cittadinanza nella società civile proprio per il suo stile e per il suo linguaggio. Non è un caso che le nostre logge si stiano riempiendo di giovani e che l’età media, in controtendenza rispetto alle altre Massonerie del mondo occidentale, si stia abbassando sempre di più. Quando si diventa punto di riferimento per i giovani, almeno per una parte di essi, ciò significa che si sono trovati i linguaggi e i contenuti che ci permettono di sottolineare il ruolo educativo delle logge. Non smetteremo mai di insistere su questo punto. La Libera Muratoria, proprio in quanto Fratellanza esoterica, svolge un profondo ruolo educativo, grazie agli strumenti rituali e simbolici che strutturano e armonizzano i suoi lavori. Ma rituali privi di contenuti, privi di idee, di valori, di spirito, rischiano di tramutarsi in vuota liturgia e di lasciar spazio a non-valori: al conformismo (o peggio). Cosa questa che è la morte dell’esoterismo e della Fratellanza. Voglio, per amore di chiarezza, ricordare a tutti che nella Libera Muratoria non è lecito scambiare il mutuo soccorso con il favoritismo e che nessun Fratello può e deve chiedere ad un altro Fratello ciò che è illecito chiedere: ciò che contrasta con le leggi, con l’etica, con il buon senso e con la correttezza. Il vero Libero Muratore è trasparente come l’acqua e questa trasparenza rende grande la nostra Istituzione. Questo è ciò che ci ha insegnato l’esempio di tanti Fratelli che hanno testimoniato tale trasparenza nella vita professionale, in quella famigliare e in quella politica. Ad essi va tutta la nostra sincera, profonda riconoscenza. Per il loro esempio, per il loro rigore, per il loro coraggio, la Libera Muratoria si è imposta come una vera e propria Scuola di vita, una delle poche in Occidente, in cui si formano uomini e cittadini liberi e tolleranti, devoti allo Stato e alla sua Carta Costituzionale. Chiudo questa allocuzione, sottoponendo un ultimo punto alla vostra riflessione. I Padri Fondatori della Libera Muratoria, i nostri Padri, sapevano di avere alle spalle un secolo di orrori, ma erano saldamente convinti che servisse uno strumento spirituale, esoterico, rituale e simbolico-filosofico per invertire il corso della storia. Erano convinti che fosse necessaria una Grande Idea che unificasse, in una catena fraterna, uomini diversi ma liberi nel cuore e nell’animo: quindi né conformisti, né fatti con lo stampino. Oggi non è tanto diverso da allora. Oggi, forse molto di più che nel XVIII secolo, c’è bisogno di una Grande Idea, di un’istituzione che educhi al dialogo, che faccia parlare tra loro uomini di culture e religioni diverse, che si opponga ai fondamentalismi senza diventare a sua volta fondamentalista, che mantenga aperte le porte del dubbio e che non sia mai pronta a chiudersi nel dogmatismo. Questa Grande Idea è ancora la Libera Muratoria. La nostra Fratellanza, in questo secolo di angoscia, di spaesamento, di incertezze, di dubbi, di catastrofi identitarie, dove anche gli archetipi fondamentali del maschile e del femminile sono entrati in una crisi profonda, si propone come il vero, unico, fondamentale Tempio dell’uomo. Si propone come un luogo di unione, come un crogiolo di nuove idee e una fucina di nuove, profonde, sentite amicizie, in nome e in virtù della libertà e della tolleranza. Ma soprattutto in nome e in virtù della fiducia nel dono più grande che un essere umano può avere e può dare: quello di rivolgersi ad un altro uomo che mai ha visto prima, dicendogli, allo stesso modo, con lo stesso spirito e con lo stesso sentimento dei nostri rituali:

TU SEI MIO FRATELLO

TAVOLA SCOLPITA DA FR.’. GUSTAVO RAFFI  

EX GRAN MARSTRO DEL G.O.I.

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MASSONERIA E MATERIALISMO

La Massoneria ed i limiti del materialismo

«La scienza è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono». Con questa parafrasi del celebre motto protagoreo il filosofo Wilfrid Sellars riassume l’idea centrale del moderno materialismo. Cercheremo di mostrare la ragione principale per la quale questo programma si rivela problematico, soprattutto quando si tratta di naturalizzare l’uomo.

Il materialista dei giorni nostri sostiene fondamentalmente che le entità presupposte dalle spiegazioni scientifiche accettate sono le sole entità autentiche che ci siano. E che solo seguendo i metodi delle scienze naturali si arriva ad una conoscenza autentica. Quindi secondo questa forma estrema di materialismo la realtà può essere compresa esclusivamente attraverso le leggi naturali, senza ricorrere a principi di ordine trascendente.

Genesi del materialismo moderno

La forma più radicale di materialismo, quello eliminativista, sostiene addirittura che gli stati mentali dell’individuo, così come caratterizzati dal senso comune, non esistano. Parlare di desideri, credenze, intenzioni sarebbe come parlare di entità come il «calorico» o il «flogisto» cioè usare etichette vuote, prive di riferimento. L’approdo a questo naturalismo materialistico si presenta come il frutto di un processo che ha avuto inizio con la fondazione rinascimentale della scienza moderna. L’itinerario concettuale implicito è ancora prevalentemente quello di tipo positivistico secondo il quale, una volta lasciatici alle spalle la visione «teologica » della cultura medievale (nella quale all’uomo spettava una posizione separata e superiore rispetto alla natura, in forza della sua partecipazione all’ordine soprannaturale), e superata la visione metafisica delle varie filosofie – che avevano pur sempre riconosciuto all’uomo un tratto specifico, distintivo e irriducibile alla pura naturalità, nella sfera dello spirito – si è finalmente giunti ad una visione «positiva», ossia scientifica, nella quale anche l’uomo viene indagato e compreso utilizzando le categorie della conoscenza scientifico-sperimentale, col risultato di farne un essere totalmente immerso nel mondo naturale e contraddistinto in esso, al massimo, da un grado particolarmente elevato di complessità. L’inserimento totale dell’uomo nell’alveo della natura sarebbe dunque il punto di arrivo, la matura consapevolezza di un progresso plurisecolare, che ci ha guarito da alcune orgogliose illusioni infantili.

La difficile conciliazione tra Massoneria e materialismo.

Risulta abbastanza evidente che la Massoneria può difficilmente convivere con una forma di materialismo estremo. Da sempre essa si propone di indagare uno spazio concettuale metafisico. I suoi insegnamenti, derivanti da tradizioni esoteriche ed iniziatiche, non possono certo essere riconducibili ad analisi puramente sperimentali ed oggettive. La maturazione spirituale dell’individuo che essa persegue non sembra al momento assolutamente alla portata delle neuroscienze contemporanee. Lo splendido patrimonio simbolico ed allegorico che la caratterizza risulta intraducibile in semplici meccanismi neuronali e sinaptici. A dire il vero l’effetto della contemplazione dei simboli non sembra traducibile neppure nei termini di un linguaggio comune, figuriamoci come possa essere restituito in codici biochimici. Anche se molti libri pretendono di aver rivelato il «segreto» dei Liberi Muratori, in realtà solo chi ha vissuto in prima persona l’iniziazione e ed ha potuto meditare profondamente sui venerandi significati dei suoi simboli può dirsi di aver veramente recepito il messaggio. Questo genere di esperienze sono impermeabili e quindi inaccessibili ad una interpretazione puramente intellettualistica e ci sembrano parimenti incommensurabili con i programmi riduzionistici di un pretenzioso materialismo che pensa di poterli dissolvere per lasciar spazio unicamente ad asettiche spiegazioni neurologiche.

I limiti delle scienze sperimentali

Il materialista dei giorni nostri sostiene che le entità presupposte dalle spiegazioni scientifiche accettate sono le sole entità autentiche.

Ma quali sono gli argomenti in favore dell’esistenza di un territorio della trascendenza impermeabile a metodi empirici? Il principale argomento a nostro parere risiede in una presa di coscienza storica del modo in cui la scienza è giunta a considerarsi il solo discorso legittimo in grado di stabilire ciò che esiste o meno. Con l’avvento dell’epoca moderna, l’Occidente ha scoperto un metodo particolarmente efficace e fecondo per far avanzare la conoscenza, specialmente per quanto riguarda il mondo naturale. Questo metodo è la scienza sperimentale che si è rivelato fecondo non solo nelle indagini sulla natura ma anche nella ricerca sull’uomo, dando così origine alle cosiddette scienze umane. Davanti alla quantità impressionante di risultati acquisiti grazie alla sua adozione, esso ha esercitato un’attrattiva tale da far credere che potesse, o addirittura dovesse, rimpiazzare tutti gli altri strumenti di conoscenza. La conseguenza è stata che gli ambiti del reale, o anche semplicemente le dimensioni e gli aspetti della realtà che non si prestano ad essere indagati o inquadrati attraverso questo metodo sono stati surrettiziamente trascurati, sono apparsi inintelligibili alla conoscenza scientifica e persino irrazionali per cui sono stati poco alla volta emarginati. Per qualche tempo essi hanno continuato ad essere oggetto della riflessione filosofica, ma ormai ritenuta, in generale, come impresa non genuinamente conoscitiva; poi è venuta rafforzandosi la tendenza a ritenere che essi, più che inconoscibili, fossero addirittura inesistenti.

La scienza moderna, costituendosi con ben precise limitazioni metodologiche, in un primo momento sembrò accontentarsi di definire gli aspetti della realtà dei quali essa decise di occuparsi, ma ben presto tali aspetti condussero la maggior parte degli esponenti della comunità scientifica ad affermare che la realtà si ridurrebbe unicamente ad essi. Da notare che non è tanto la portata conoscitiva della scienza moderna che ha negato uno spazio per la trascendenza all’uomo, bensì la pretesa riduzionista che molto spesso ha accompagnato l’entusiasmo e la fede assoluta verso questo tipo di conoscenza. Come abbiamo visto la proposta di naturalizzazione dell’uomo intende ricondurlo alla sfera della pura natura fisico materiale e sottintende quindi l’adesione ad una metafisica materialista la cui validità tuttavia non viene tematizzata e discussa, ma semplicemente data per scontata. Quindi dal punto di vista metodologico ci sembra erroneo presupporre che la natura umana sia fatta solo di ciò che le scienze naturali possono considerare. L’atteggiamento metodologicamente corretto, per contro, ci pare piuttosto quello di una disponibilità a non chiudere l’orizzonte del nostro pensiero a tutte quelle dimensioni che in qualche modo ci appaiono attestate da qualche forma di esperienza, come per esempio quella Massonica. Nel caso dell’uomo esistono alcune caratteristiche che appaiono irriducibili a quanto le scienze sono in grado di spiegare e ciò non già perché queste sono intrinsecamente fallibili ma semplicemente perché non rientrano nel campo di oggetti circoscritto dalle scienze, per le quali hanno elaborato concetti e metodi di indagine specifici

D. B. aprile 2016 GLSA

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MASSONERIA E RELIGIONE

Dossier

Spiritualità senza religione

Come conciliare l’antidogmatismo massonico, la libertà del dubbio, il rifiuto di verità assolute con il concetto di Grande Architetto dell’Universo, uno dei capisaldi del nostro Ordine? Le seguenti riflessioni cercheranno di mostrare come la categoria del GADU non sia in contraddizione con i principali valori della Libera Muratoria.

In un documento del 1985 approvato dalla Gran Loggia di Inghilterra, intitolato Massoneria e religione, si afferma: «La massoneria non è una religione, né un sostituto della religione. Essa richiede ai suoi adepti di credere in un Essere Supremo del quale, tuttavia, non offre una dottrina di fede. La Massoneria è aperta agli uomini di tutte le fedi religiose. Nei lavori di Loggia è vietato discutere di religione.» Questo passaggio potrebbe, a prima vista, sembrare contraddittorio. Da una parte si specifica che la Libera Muratoria non è una religione, ma allo stesso tempo si sostiene e si richiede che i suoi adepti credano in un Essere Supremo. In realtà alcune puntualizzazioni di carattere logico e filosofico permettono di rendersi agevolmente conto che non sussiste alcuna aporia interna nel summenzionato passaggio.

La Massoneria è aperta agli uomini di tutte le fedi religiose.

Le critiche alla metafisica

Nel XVIII° secolo l’Illuminismo aveva spesso criticato le religioni secolari tacciandole di pura e semplice superstizione. Esso esaltava la ragione – ma non quella metafisica tipica del medioevo, bensì quella uscita trionfale dalla Rivoluzione scientifica e cioè una ragione limitata e controllata dall’esperienza. Benché il nostro Ordine sia in molti punti in sintonia con il pensiero illuminista, esso non si è mai spinto a simili attacchi. Anche per Kant la metafisica non è possibile come scienza. La ragione possiede principi indipendenti dall’esperienza; questi principi, di per sé semplicemente formali, danno luogo a conoscenza obbiettiva solo quando ricevono un contenuto dalla materia dell’intuizione sensibile; la conoscenza obbiettiva così ottenuta è sempre conoscenza di fenomeni e non di cose in sé; quando la ragione, sotto la spinta del bisogno metafisico, estende l’uso dei principi a priori al di là del dato dell’ esperienza, fallisce ogni tentativo di conoscenza obbiettiva. La conclusione finale della critica è dunque: esiste un mondo di cose in sé al di là del mondo dei fenomeni, ma esso è inattingibile dalla conoscenza umana; la metafisica come scienza non è possibile. Anche il padre del positivismo, Auguste Comte, considerava la religione e la metafisica come degli stadi preparatori e senz’altro inferiori a quello maturo della scienza basata sui fatti. Lo stadio teologico e quello metafisico rappresentavano ai suoi occhi rispettivamente lo stadio della fanciullezza, dominato dall’immaginazione fantastica e quello adolescenziale, ancorato a speculazioni metafisiche, lontane dai fatti e dalle sperimentazioni. Tra le due guerre un movimento filosofico particolarmente agguerrito contro la metafisica – il neopositivismo logico o empirismo logico – sosteneva non solo che la metafisica era inconcludente e intrisa di errori, ma che essa addirittura non avesse senso. Ebbene tale movimento filosofico non seppe respingere critiche circostanziate che minavano le sue fondamenta. Karl Popper presentò una serie di obiezioni al principio di verificazione, al metodo induttivo, alla demarcazione tra proposizioni dotate di senso e sprovviste di significato. D’altra parte Willard Van Orman Quine evidenziò i «due dogmi dell’empirismo» e cioè il riduzionismo e la separazione tra proposizioni sintetiche ed analitiche. Da queste devastanti obiezioni il neopositivismo non si risollevò più e oggi tale corrente filosofica riveste un valore più che altro di tipo storico. Con l’eclissi del «Circolo di Vienna» e dei suoi seguaci, la metafisica riprese legittimità e fiducia nei suoi mezzi.

Uno spazio concettuale per la trascendenza

Dopo essere riusciti a difendere la metafisica dagli innumerevoli attacchi che periodicamente si sono ripetuti nel coso dei secoli, i filosofi si trovarono di fronte al problema di saper come edificare discorsi in grado di acquisire autentica conoscenza in tale campo. L’impresa apparve subito estremamente difficile. Le differenti teologie continuarono ad argomentare in difesa dei loro valori ma partendo tutte da principi dogmatici. Diverse e pur interessantissime dottrine metafisiche finirono per trasformarsi in pericolose ideologie onnicomprensive. La Massoneria ha saputo invece restare prudente e lungimirante a proposito di questo spazio concettuale nuovamente disponibile. Essa lo ha sempre considerato legittimo ed in effetti essa ha sempre manifestato un profondo rispetto per le molteplici religioni esistenti. Ogni Massone può interpretare il GADU come meglio crede ma non può imporre a nessuno la sua particolare interpretazione.

Considerando la trascendenza un campo di possibilità indeterminato ha potuto preservare alcuni valori per lei non negoziabili come la tolleranza, il dubbio, il libero pensiero. Il simbolismo di cui essa si serve risulta uno strumento che ben si adatta a questo spazio aperto, indeterminato e libero; esso evoca principi etici che non urtano nessuna religione. Ogni Massone meditando sui simboli gode di un ampio spettro di possibilità di lettura per cui non viene costretto ad accettare passivamente verità assolute. Come si vede la Libera Muratoria, pur sottolineando l’estraneità a qualsiasi religione, non permette di arroccarsi su posizioni immanentistiche che spesso scivolano facilmente nell’ateismo materialista. Una tale tentazione può sembrare quasi spontanea ma non resiste ad una rigorosa ed oggettiva analisi dei documenti ufficiali della Massoneria. L’affermazione che essa non è una religione ha favorito l’equivoco di vederla come una concezione dell’uomo sostanzialmente atea e materialista. Non è un caso se il Grande Oriente di Francia ad un certo punto aveva eliminato dai propri rituali la formula del GADU. Come abbiamo visto tuttavia la dichiarazione che la Massoneria non è una religione non implica in alcun modo che essa debba tradursi nella negazione della trascendenza ed in ultima analisi del GADU.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. D. B.

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LA LOGGE MILITARI

Le Logge militari
(Alpina 05/2017)

La Massoneria e il militare: una contraddizione? No – si tratta piuttosto di una combinazione con una ricca tradizione ed una filosofia sempre attuale. Il nostro Fr Daniele Bui mostra che la virtù dei guerrieri nell’Atene classica valorizza, come la Massoneria, non solamente il coraggio dell’individuo ma anche l’equilibrio tra gli interessi dell’uomo e quelli della comunità. Essa postula anche, come l’Arte Reale, la libertà degli uomini che si rispettano gli uni e gli altri. Il Fr. Didier Planche schizza la storia delle Logge militari e sottolinea che queste organizzazioni hanno permesso ai FFrr di continuare il loro lavoro massonico anche in tempi di massacri nella campagna. Il Fr tedesco Franck Eckart Krauss è membro della Loggia militare e di campagna «Henning von Tresckow», egli ci fornisce informazioni da fonti primarie. Parla di una grande coscienza etica. Nel suo secondo testo il nostro Fr Didier Planche presenta le Logge dei prigionieri che hanno aiutato a sopportare delle dure e a volte disumane condizioni. L’autore dell’editoriale parla del codice d’onore che unisce i FFrr, anche i FFrr che si trovano su fronti avversi. Mostra anche che le Logge militari hanno contribuito a diffondere il pensiero massonico all’estero e che, inversamente, dei FFrr hanno fatto conoscenza della Massoneria all’estero e l’hanno importata nella loro patria, anche in Svizzera.

Uno storico della Massoneria parla di un umanesimo militare nel XVIII° secolo. Sottolinea che i FFrr all’epoca hanno provato a combinare la filantropia e un’attitudine cavalleresca nella loro lotta contro il male. Certo non è facile praticare questa filosofia. Ma è un tentativo di vivere con dei dilemmi umani che, forse, non cambieranno mai.

Thomas Müller
(Traduzione Daniele Bui)

Dossier

Ordine massonico e Ordine militare

La Massoneria e l’esercito sono ambedue degli Ordini. In effetti l’una e l’altro si fondano sul rispetto della gerarchia, su alcuni valori condivisi come la lealtà, l’onore, l’ubbidienza, l’aiuto reciproco…Tuttavia esistono anche differenze significative. Per coglierle può essere utile pensare all’analogia tra Ordini massonici e militari e le educazioni spartana e ateniese.

Le più antiche testimonianze scritte di un ideale educativo presso la civiltà greca si trovano nei poemi omerici, che descrivono il mondo ellenico compreso fra la metà del IX e la metà dell’VIII secolo a.c. Infatti l’Iliade e l’Odissea costituirono per molto tempo il compendio della saggezza e lo specchio dei costumi di quell’epoca.

Il modello dell’Iliade

Nell’Iliade viene proposto l’ideale umano del guerriero aristocratico, spesso di origine divina, il cui animo è forte in guerra, giusto ed inflessibile in pace. La forza fisica, la destrezza, la resistenza alla fatica e la prontezza nell’interpretare la volontà degli dei sono le qualità essenziali dell’eroe. Il giovane di nobile nascita viene allevato per la lotta, per affrontare a viso aperto un nemico degno di lui; egli deve saper essere violento, pur nel rispetto delle regole dell’onore sul campo, ove sarà bello morire gloriosamente, quando il fato avrà deciso questo per lui.

L’Ordine marziale spartano, a differenza di quello massonico, non educa principalmente alla libertà.

Il giovane nobile si sente realizzato, contento di sé quando ha dalla sua il giudizio positivo del suo popolo. La civiltà omerica non conosce il concetto di soddisfazione morale intima, implicita nella propria dirittura interiore, perciò la valutazione è sempre fornita dagli altri, così come dagli altri sono venuti gli insegnamenti fondamentali: rispetto degli anziani, ospitalità, dovere di onorare gli dei, disprezzo del pericolo e della viltà, disprezzo del nemico, impegno a compiere sempre più nobili e sempre più difficili imprese. L’onore si collega alla virtù; la ricerca del meritato onore è doverosa. II fine dell’educazione è rendere l’uomo capace di gesta che onorino lui ed il suo popolo; vi è quindi sempre una mira sociale, o almeno collettiva da tenere ben presente.

L’Educazione spartana, che assimila fondamentalmente il modello dell’Iliade, è divenuta sinonimo di educazione rigida, che nulla concede ai piaceri del corpo, che non ammette rilassatezze e abbandoni sentimentali di nessuna specie e che tempra al sacrificio e ad accettare senza battere ciglio la morte in guerra. Poiché lo Stato subordina l’individuo all’interesse collettivo, e questo, per ragioni geografiche e storiche è fatto consistere nell’uso delle armi per la difesa del territorio e delle sue colonie, l’intera formazione mira alla cultura fisica, alla creazione di un carattere indomito, alla disciplina militare.

L’ideale dell’Odissea

Come si vede l’Ordine spartano, a differenza di quello massonico, non educa principalmente alla libertà. In ogni caso quel che si deve soprattutto lamentare nell’educazione spartana è l’unilateralità dei fini. Infatti il giovane non poteva coltivare lo spirito con le lettere e con la musica, né le scienze o la filosofia. Di ciò risentì Sparta stessa, che malgrado la sua potenza militare, non poté apportare altro contributo essenziale alla civiltà ellenica. Inoltre Il fatto che il fine dell’educazione non fosse tanto l’uomo ma piuttosto gli interessi dell’oligarchia conservatrice e militare al potere non può che suscitare legittime perplessità. Come dimostra lo storico Tucidide nel celebre Encomio di Pericle, il concetto di educazione riveste nell’Atene classica un significato più ampio rispetto a quello spartano, in quanto concerne la formazione “civile” e integrale, piuttosto che solo quella del “cittadino guerriero”. Questo deriva da una nuova definizione dei valori sociali da parte della civiltà ellenica, che si riscontra a partire dal VI secolo a.C. In essa sono comprese le idee di dovere e lavoro, celebrate dal poeta Esiodo con Le opere e i giorni, alle quali Viene affiancata soprattutto l’importanza del diritto come supremo principio regolatore della pôlis. Diviene così necessario lo sviluppo di una areté civile, per la formazione del cittadino anche in tempo di pace. L’ideale umano dell’Odissea che funge da modello di quello ateniese quindi è ben diverso da quello che si ricava dall’ Illiade poiché si tratta di un poema scritto qualche secolo più tardi, quando le condizioni di vita delle comunità elleniche sono mutate: la guerra non ha più il primato fra le attività umane, ma la vita domestica, l’abilità nel condurre i propri affari, la sagacia, acquistano in importanza.

Odisseo è astuto non tanto a danno del nemico quanto a vantaggio delle proprie nobili imprese; sa parlare con senno e con efficacia, si mostra in possesso di elevati sentimenti. Suo figlio Telemaco sviluppa mente e cuore a contatto con i suoi sapienti maestri e per effetto dei molti viaggi che ne maturano la personalità.

La virtù ateniese, come quella massonica, non è fatta quindi consistere solo nel coraggio, ma soprattutto nella retta coscienza di chi sa armonizzare gli interessi individuali e familiari con quelli della comunità di uomini liberi che si rispettano reciprocamente.

In sintesi una formazione pratica e spirituale insieme quindi, più completa di quella spartana. Il bene della città-stato restava l’ideale supremo, ma la personalità dell’allievo non ne veniva compressa e si mirava a svilupparne le doti particolari. Il regime di Atene è democratico e l’educazione corrisponde a questa prospettiva politica. Pericle afferma, nell’Epitaffio per i caduti della guerra del Peloponneso, che i costumi ateniesi possono servire da modello per tutte le città greche. L’ateniese deve essere forte in guerra ma anche bravo nei traffici; deve saper distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto e deve apportare nelle pubbliche discussioni un contributo di saggezza personale. La virtú ateniese, come quella massonica, non è fatta quindi consistere solo nel coraggio, ma soprattutto nella retta coscienza di chi sa armonizzare gli interessi individuali e familiari con quelli della comunità di uomini liberi che si rispettano reciprocamente. TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. D. B.

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SCIENZA DELLA MENTE E NATURA DELL’IO

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Scienze della mente e natura dell’io

L’ideale greco del «conosci te stesso» è realmente perseguibile? Lo sviluppo delle scienze cognitive mette in discussione su basi nuove alcune tra le più «evidenti» convinzioni a proposito della natura della soggettività e dell’io. In questa Tavola cercheremo di fare il punto della questione mostrando come la formazione dell’io propria alla Libera Muratoria possa ancora essere considerata legittima perché in perfetto accordo con i risultati di questi moderni studi.

Tradizionalmente si intende per soggetto l’essere autonomo e cosciente, sovrano nella misura in cui esso si pensa e si percepisce libero e capace di rispondere dei suoi atti, indipendentemente dalle condizioni naturali, psicologiche, socio-politiche, storiche che costituiscono la sua singolare situazione individuale.

L’io evidente a sé stesso

Già con Agostino il vero grande problema non è più quello del cosmo ma dell’uomo. Non il problema dell’uomo in astratto, ossia il problema dell’essenza dell’uomo – questo già sollevato da Socrate – ma il problema concreto della natura dell’io, dell’uomo come individuo irripetibile, come persona, come singolo. Agostino si scopre così il protagonista della sua filosofia: osservante ed osservato. Nelle Confessioni mette a nudo il suo animo in tutte le più riposte pieghe e in tutte le intime tensioni della sua volontà. E proprio nelle intime tensioni e lacerazioni della sua volontà, messa a confronto con la volontà di Dio, Agostino scopre l«’io», la personalità umana in senso inedito. L’argomento del cogito con cui Cartesio inaugura la filosofia moderna, pone l’io al centro della scena. Interrogandosi su quale conoscenza potesse essere posta a fondamento di tutte le altre nella sua ricerca di una base certa dell’edificio del sapere, Cartesio, nella seconda delle Meditazioni metafisiche, giunge alla conclusione che l’affermazione «io sono, io esisto» è necessariamente vera. A questo punto la questione essenziale diventa la natura e le proprietà essenziali dell’«io». Cartesio si chiede quindi che cosa sia l’«io». Come noto per l’autore del Discorso sul metodo la risposta esclude l’identificazione tra l’io e il corpo umano che lo ospita. Infatti adottando l’ipotesi del genio maligno che può ingannarmi in tutte le mie convinzioni appare chiaro che «tutta questa macchina composta di ossa e carne che io designavo col nome di corpo» non coincide con me stesso. Come sappiamo l’unico attributo che per Cartesio non può essere sottratto al soggetto è il pensiero. Con ciò si deduce che Cartesio identifica il referente dell’«io» con il soggetto dell’attività psichica, come essa si rivela all’introspezione, attribuisce a questo soggetto la proprietà essenziale del pensiero ed esclude che il possesso del corpo sia condizione necessaria dell’essenza dell’io. Tuttavia già David Hume nega che noi abbiamo un’impressione di un ego permanente ed unitario: «Quando mi addentro più profondamente in ciò che chiamo me stesso m’imbatto sempre in una particolare percezione […] non riesco mai a trovare me stesso senza una percezione e a cogliervi altro che la percezione.» Per Hume le «percezioni particolari» che cogliamo nella nostra mente non richiedono l’ipotesi di un io che le coordini o le raccolga. La tesi secondo cui le percezioni sono entità che possono esistere senza «appartenere» ad un io giustifica la tesi humeana secondo cui l’io altro non è che un fascio di percezioni. Kant concorda con Hume sul fatto che l’esperienza non ci rivela un soggetto sostanziale immutabile nel tempo; ma obietta che non per questo la mente può essere considerata come un aggregato di percezioni distinte; al contrario ciascuna sarebbe unita alle altre dalla funzione unificatrice dell’«io penso» trascendentale. L’«io penso» trascendentale di Kant non è un ente del mondo spazio-temporale in cui viviamo. Esso ha una natura formale: esprime delle condizioni necessarie perché sia possibile il tipo di esperienza soggettiva in cui si articola la nostra mente.

L’io illusorio delle scienze cognitive

Dall’interiorità dell’anima agostiniana al cogito di Cartesio, dall’io trascendentale di Kant allo spirito hegeliano, la tradizione della metafisica moderna ci ha proposto una concezione ottimistica del soggetto. Si parte dall’alto, dall’autocoscienza introspettiva del soggetto per poi assimilare tutto il resto. Il soggetto è trasparente a sé stesso, e la consapevolezza riflessiva che la mente ha della sua struttura e dei suoi contenuti produce una conoscenza dotata di un particolare stato di certezza indubitabile, che si contrapporrebbe alla conoscenza del mondo materiale. Tuttavia questa concezione ottimistica dell’io è da tempo messa in discussione. Psicoanalisi, decostruzionismo, antropologia culturale ed ermeneutica non sono che alcuni dei settori di indagine in cui la diffidenza nei confronti dell’io si è confermata in modo sorprendente. Di recente inoltre è emersa un’altra e forse più insidiosa minaccia della nostra ingenua idea di essere o di avere un «io»; una minaccia che proviene dalle scienze della mente. Psicologia sperimentale, scienze cognitive, e neuroscienze sollevano una nuova serie di dubbi. Siamo incrollabilmente convinti di essere entità unitarie; è però sufficiente uno sguardo anche sommario alla letteratura della neuroscienza e della psicologia per rendersi conto che la tendenza prevalente è oggi di abbandonare l’assunto del carattere unitario della mente per affermarne la sua natura eterogenea. Secondo uno dei più autorevoli filosofi della mente, Daniel Dennett, l’idea che esista, in qualche zona del cervello, un luogo dove tutto converge – un sistema esecutivo centrale che coordina tutte le varie operazioni cognitive – è un mito, il mito del teatro cartesiano. Non esiste alcuna reale identità che permane nel tempo e che potremmo definire «io», di reale potrebbe esserci tutt’al più un io biologico minimale. Tuttavia per il filosofo americano gli esseri umani hanno qualcosa in più. Possiedono il linguaggio. Lungi dall’essere una realtà sostanziale, l’io si rivela come processo, costruzione costante di sé nel tempo. La scienza ci conferma che non possiamo che costituire il nostro «io» attraverso le mediazioni laboriose del linguaggio, dell’educazione, del lavoro su noi stessi. Queste verità sono alla base della formazione massonica da sempre. Essa ci insegna che il nostro «io» si costituisce attraverso la meditazione dei simboli, dei rituali, del paziente e costante lavoro sulla pietra grezza.

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MASSONERIA E CHIESA

Verso una possibile coabitazione costruttiva?

I rapporti tra Massoneria e Chiesa cattolica sono piuttosto complessi e poco conosciuti. La confusione che regna attorno a questo tema è a volte sconcertante. Affinché si possa comprendere chiaramente le divergenze di fondo di queste Istituzioni e delineare un possibile terreno per una convivenza costruttiva è necessario ricordare alcuni momenti determinanti del confronto.

Daniele Bui

Già sin dalla fondazione della moderna Massoneria nel 1917 e dopo la pubblicazione delle costituzioni dei Liberi Muratori del 1923, la Chiesa cattolica ha percepito nel nostro Ordine un pericolo, una minaccia insidiosa per la propria egemonia. Da allora le critiche, gli anatemi, gli improperi contro I Massoni sono continuati, con intensità variabile, fino ai giorni nostri.

I Codici di Diritto Canonico del 1917 e del 1983

Vale la pena soffermarsi su due momenti cruciali di tale itinerario. I Codici di Diritto Canonico del 1917 e quello del 1983. Il primo documento pontificio è intransigente e categorico con i Massoni in quanto vengono addirittura scomunicati: “Chi si iscrive alla setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere, che macchinano contro la Chiesa o le legittime autorità civili incorrono ipso facto nella scomunica riservata simpliciter alla Santa Sede”. Come si può constatare il summenzionato Codice che praticamente si rifà a tutte le condanne papali da Clemente XII a Leone XIII menziona in modo esplicito la Libera Muratoria. Affinché questo clima ostile al nostro Ordine cominci mostrare dei segnali di cambiamento bisognerà attendere Il Concilio Vaticano II che ha intrapreso una revisione del comportamento dei fedeli nei confronti del mondo contemporaneo. Si abbandona ormai la caccia agli errori e la conseguente chiusura isolazionista dei credenti dalla società a favore di un confronto aperto in vista di una promozione dei valori, dei diritti e della dignità dell’uomo. L’apertura della Chiesa non è preclusa a nessuno. Tutti gli uomini di buona volontà intenzionati a promuovere una società più giusta e fraterna sono invitati al dialogo con i cattolici. I venti di cambiamento che iniziano ad aleggiare in quegli anni condurranno i vertici della Chiesa cattolica a redigere il nuovo Codice del 1983, che sostituisce quello del 1917, in termini più generici nel senso che non menziona più in modo  inequivocabile la Massoneria. Il documento si esprime in questi termini: “Chi dà il nome ad un’associazione, che cospira contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto”. Gli aspetti significativi e rilevanti del nuovo Codice sono in primo luogo la scomparsa della scomunica da comminarsi ipso facto a coloro che si iscrivono alla “setta massonica” ma soprattutto non si menziona più a chiare lettere la Massoneria. Punire con “una giusta pena” significa che la scomunica non è più comminata automaticamente ma richiede un’analisi circostanziata da infliggere dopo attenta analisi di ogni caso particolare. Inoltre il canone fa una distinzione tra coloro che danno il nome a tali associazioni e coloro che le promuovono e le dirigono. La posizione di un dirigente è senz’altro più grave di quella di un semplice affiliato. Se i dirigenti sono puniti con l’interdetto, che è una pena meno severa della scomunica, pare logico pensare che i semplici membri di queste associazioni difficilmente possano incorrere nella scomunica. Da più parti l’autorevole passaggio è stato interpretato grosso modo in questi termini: se la condanna esplicita della Massoneria viene abolita, si può pensare che la Massoneria non è più condannata e dunque è consentito aderirvi. Oppure, non essendo la Massoneria un’associazione che complotta contro la Chiesa, essa non è proibita. A smorzare l’ottimismo ci pensò il cardinale Ratzinger quando fu nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il 26 novembre 1983, alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo Codice, rilasciò la seguente Dichiarazione sulla Massoneria: “È stato chiesto se sia mutato il giudizio della Chiesa nei confronti della Massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore. Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta ad un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie. Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.[…] Il sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione”. La puntualizzazione del cardinal Ratzinger conferma quindi che la posizione della Chiesa cattolica è rimasta sostanzialmente immutata in due secoli e mezzo nei confronti dei Liberi Muratori.

Un’epoca più conciliante

Tuttavia ciò che da più patri si lascia intendere è che dietro ai più recenti e rivoluzionari avvenimenti vaticani a partire dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI ci sia un disegno massonico. Si mormora che persino l’elezione del nuovo Papa sia opera delle logge. Dopo un papato di chiusura come quello di Ratzinger è probabile che siano in molti tra gli affiliati a sperare nell’avvento di un’epoca più conciliante grazie al gesuita Bergoglio. Questa è almeno la tesi di Giacomo Galeazzi, vaticanista della Stampa e Ferruccio Pinotti, giornalista e scrittore da tempo interessato alla Massoneria, nel loro recente libro Vaticano Massone. Logge, denaro e poteri occulti: il segreto della Chiesa di Papa Francesco, recentemente pubblicato da Piemme. Gli autori esibiscono una quantità ragguardevole di documenti in ordine sparso, senz’altro utili per farsi un’idea delle molteplici opinioni che circolano in relazione al problema dei rapporti tra Chiesa cattolica e Massoneria, ma che a nostro parere sorvolano sulle condizioni di possibilità filosofiche per una eventuale conciliazione tra principi e valori massonici e cattolici. A tale proposito è necessario ribadire che è probabilmente illusorio sperare di conciliare posizioni non solo distanti e differenti ma persino contraddittorie. Ne ricordiamo qui alcune tra le più significative: i Massoni sono seguaci dell’Illuminismo e portatori di una visione del mondo laica e razionale in opposizione alle religioni dogmatiche. I Massoni sono gli uomini del dubbio mentre i Cattolici credono in verità assolute. In particolare, secondo la Massoneria, la Chiesa cattolica non è detentrice della verità assoluta, oggettiva e rivelata. La Massoneria difende una concezione relativistica della verità secondo la quale tutte le religioni, e quindi anche quella cattolica, esprimono una verità relativa al loro proprio punto di vista. Negando alle religioni il possesso della verità assoluta, la Massoneria considera tutte le religioni come tentativi concorrenti di esprimere la verità divina che in ultima analisi è solo avvicinabile asintoticamente. Per i Liberi Muratori Il Grande Architetto dell’Universo è un essere neutro, indefinito e aperto ad ogni possibile interpretazione. Ognuno può immettervi la propria concezione di Dio, il cristiano come il musulmano, il confuciano come l’induista o l’appartenente a qualsiasi religione. È evidente che questa concezione del Grande Architetto dell’Universo non è congruente con quella della Chiesa cattolica. Inoltre il supporto filosofico del pluralismo non esclusivista è forse l’unica prospettiva teorica che veicola uno dei capisaldi del pensiero massonico e cioè quello della tolleranza: lasciare a tutti la libertà di credere a ciò che desiderano e non imporre un credo o dei comandamenti se non quelli comuni a tutte le religioni. L’unica intolleranza è quella verso gli intolleranti, i fondamentalisti e integralisti di ogni religione che pretendono che la loro è l’unica religione vera. Da queste fondamentali divergenze non si capisce come si possa amalgamare coerentemente un sistema di pensiero unitario. Ma incompatibilità dottrinale non significa preclusione ad un dialogo o ad una collaborazione proficua. Si può innescare una collaborazione senza per forza rinunciare alle proprie convinzioni. Concretamente penso che si possano ottenere assieme ai cattolici risultati positivi soprattutto nel campo della promozione e difesa dei diritti umani. In molti paesi del mondo non vengono ancora riconosciuti i diritti fondamentali alla vita, alle libertà di parola, di pensiero, di religione, di partecipazione alla vita politico-sociale dello Stato. Il pianeta è ancora abitato da moltissime persone vittime di abusi, soprusi, violenze e persecuzioni di ogni genere. All’alba del nuovo millennio alcuni diritti umani vengono ancora costantemente violati. È il caso del diritto al lavoro, un diritto contemplato in molte costituzioni, che dovrebbe essere garantito a tutti ed invece permane una questione irrisolta in troppi Paesi. Chi è costretto ad emigrare è inoltre spesso vittima di xenofobia, razzismo, discriminazioni da parte delle popolazioni locali. Il mondo è ancora pervaso da guerre che insanguinano molti innocenti. L’uso disumano e incivile della tortura resta purtroppo una realtà vergognosa da sconfiggere. Ovunque servono ospedali, scuole, case, ospizi, mense … Come si vede il lavoro per una collaborazione veramente utile non manca. C’è ora da sperare che le sottili dispute dottrinali vengano finalmente accantonate per concentrare i propri sforzi e le proprie energie su problemi più urgenti.

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POVERTA’, SOTTOSVILUPPO E IMMIGRAZIONE

  Povertà, sottosviluppo e immigrazione   Gli imponenti flussi migratori di cui siamo spettatori attoniti in questi ultimi tempi trovano la loro origine in un divario economico e tecnologico sempre più profondo tra paesi poveri, in gran parte del sud del mondo e i paesi ricchi, situati prevalentemente nel nord del pianeta. Chi pensava che lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe ridotto il divario tra paesi ricchi e poveri non può che ricredersi davanti all’evidenza dei fatti. Non solo non ha saputo assottigliarlo, ma lo ha notevolmente ampliato. Basti pensare che l’80% delle risorse del mondo sono controllate da appena il 20% della popolazione che è concentrata nei paesi dell’Occidente, mentre appena l’1% delle risorse è a disposizione del 25% della popolazione, che è ammassata, in condizioni di vita precarie e disagiate, nei paesi più poveri. Mentre nelle zone ricche ed industrializzate dell’Occidente il progresso scientifico e tecnologico avanza senza sosta, soprattutto nel campo medico sanitario ed in campo digitale apportando notevoli benefici ai suoi fruitori in termini di allungamento e miglioramento della vita, in alcune aree del Terzo Mondo, in particolar modo dell’Africa, si continua a morire a causa della fame e della mancanza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie. L’emigrazione come conseguenza del divario tra paesi ricchi e poveri Un effetto di tale divario è il recente esodo dai paesi colpiti dalla miseria e sovente anche devastati da conflitti etnici e religiosi, verso i paesi ricchi alla ricerca di condizioni di vita più umane e dignitose. Questa massa di disperati che ha perso tutto approda in luoghi che hanno poco della «Terra promessa». Diffidenza, pregiudizi, discriminazioni e ostilità sono spesso gli ingredienti dell’« accoglienza». E la situazione, come detto, tende a peggiorare progressivamente. Per rendersene conto basta soffermarsi su alcuni dati demografici inconfutabili. Nelle aree del Nord del pianeta si assiste ad un vistoso calo delle nascite ed ad un invecchiamento della popolazione, al contrario nei paesi in via di sviluppo si constata degli incrementi demografici inquietanti. Nel Terzo Mondo infatti aumenta vertiginosamente la popolazione che tende ad accalcarsi nelle grandi metropoli che si estendono in periferie sovraffollate sprovviste di qualsiasi servizio e tutela igienico-sanitaria. Megalopoli come Calcutta, Bombay, Nuova Delhy, Giacarta, Rio, San Paolo, Città del Messico… superano notevolmente i 10 milioni di abitanti. Le loro periferie sono ridotte a vere e proprie «bidonvilles», sprovviste di servizi pubblici e strutture sociali elementari. Ancora oggi oltre un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso ad impianti di acqua potabile e 2 miliardi non dispongono di impianti fognari. Allucinante è soprattutto che ben 13 milioni di bambini muoiono ogni anno nei paesi del Terzo Mondo prima di aver raggiunto il quinto anno di età. Tale mortalità infantile è dovuta soprattutto alla mancanza di vaccini, dato che le vaccinazioni di massa programmate dall’O.M.S. non raggiungono il 70% della popolazione mondiale. Inoltre una quantità incredibile di bambini muore per dissenteria, affezioni alle vie respiratorie, paludismo, malaria. Sarebbe sufficiente una vaccinazione su larga scala di queste popolazioni per ridurre drasticamente il fenomeno. Non parliamo poi del problema dell’AIDS che in queste regioni è lungi dall’essere risolto. A questa situazione già di per sé critica bisogna aggiungere le piaghe dell’analfabetismo e della descolarizzazione. Cosa può fare la Massoneria? Non si può agire se prima non si è compreso la dimensione del problema. È difficile pensare di poter risolvere la questione chiudendo le frontiere e trincerandosi dietro barriere artificiali e sistemi di polizia rafforzati. Le improvvise e virulente epidemie che negli ultimi anni sono emerse nei paesi in via di sviluppo possono evolversi in modo incontrollabile e non si arrestano certo davanti a muraglie militarizzate o a riduzioni drastiche delle concessioni di permessi di soggiorno. Personalmente ritengo che la scienza al giorno d’oggi possa disporre di strumenti efficacissimi per far fronte a molti dei problemi summenzionati. Purtroppo di questi progressi ne beneficia unicamente una fetta molto ristretta della popolazione del pianeta e cioè, inutile dirlo, quella più ricca. La Libera Muratoria, come istanza internazionale, dovrebbe far pressione sui governi affinché si coordino investimenti in campagne sanitarie di massa per la prevenzione delle epidemie; mobilizzare persone e mezzi per l’istruzione e l’apprendimento, fattore necessario per ogni progresso significativo e duraturo. Ma soprattutto è necessario rendersi conto che le politiche di indebitamento e degli scambi ineguali nel mercato mondiale attuate dai paesi benestanti nei confronti di ampie regioni dei paesi sottosviluppati – che si traduce in un imponente ed inarrestabile processo di trasferimento di risorse dal Sud povero al ricco Nord – costituiscono le premesse che impediscono qualsiasi miglioramento dei paesi più poveri. La corda sempre più tesa tra un mondo supertecnologico ipnotizzato dal mito del consumismo e un mondo che non ce la fa più e che sta precipitando nel baratro del caos e della disperazione rischia oggi più che mai di spezzarsi con conseguenze tragiche. I fattori del sottosviluppo sono conosciuti. Come già accennato il colonialismo nella forma di una dipendenza politica e militare prima e nella veste economico commerciale negli ultimi decenni. Esso blocca ogni possibile tentativo di porre le basi per un autonomo processo d’industrializzazione e potrebbe alleviarsi solo nel caso di una rinuncia dei creditori occidentali ad una parte del debito, almeno quella relativa agli interessi. Un secondo fattore concerne l’incapacità di molti governi di dotarsi di istituzioni democratiche. Riconquistata l’indipendenza diversi paesi sono degenerati in regimi dittatoriali i quali hanno preso le difese di ristrette cerchie oligarchiche piuttosto che quelle della popolazione. Costretta al margine del progresso tecnologico ed industriale a causa di decisioni poco oculate dei governanti che hanno preferito investire nell’acquisto di armi piuttosto che in programmi di sviluppo tecnologico e industriale, essa non ha potuto sfuggire alla miseria. Per sperare di rilanciare l’economia dei paesi in via di sviluppo servirebbe in primo luogo ridurre la spirale dell’indebitamento e cercare di tener sotto controllo l’esplosione demografica che ha causato una sovrappopolazione rispetto alla scarsità dei mezzi di sussistenza disponibili con conseguente esodo massiccio verso i paesi industrializzati. La Massoneria si dimostra lungimirante sottolineando come la conquista della pace nel mondo passa anche attraverso una più equa distribuzione delle risorse.
TAVOLA SCOLPITA DAL FR .’. D.B.

 
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