PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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LE RESPONSABILITÀ DEL R. S. A. A. NELLA SCISSIONE DEL 1908

LE RESPONSABILITÀ DEL R. S. A. A.

NELLA SCISSIONE DEL 1908

di

Anna Maria Isa.slia

Le vicende interne al R. S. A. A. hanno in passato, più di una volta, inciso in maniera significativa nella storia della massoneria italiana. Questo non tanto e non solo per il peso specifico del rito, quanto piuttosto come conseguenza di scontri e giochi di potere all’ interno del Supremo Consiglio. Penso alle lotte tra le logge torinesi del secolo scorso o a quelle tra Roma e Milano.

La crisi più grave e densa di conseguenze fu però quella che si consumò nel corso del 1908 e che diede origine alla scissione più duratura nella storia piuttosto complessa dell ‘Istituzione.

La ricostruzione a tutti nota tiene in scarsa considerazione le origini e le motivazioni lontane dello scontro, tutto interno al rito anche se esso ebbe poi gravi conseguenze soprattutto per I ‘Ordine.

Protagonisti dello scontro furono da una parte il Gran Maestro dell’epoca, il romano Ettore Ferrari; l ‘ ex Gran Maestro, l’ italo-inglese Ernesto Nathan; il pisano Achille Ballori: dall ‘altra Saverio Fera, nativo della provincia di Catanzaro e Giovanni Camera nato a Padula nel salernitano.

La diversa formazione culturale di questi uomini non fu forse secondaria nel determinare le motivazioni e la genesi dei contrasti che presero le mosse dalla ostilità manifestata da una parte della dirigenza scozzese nei confronti delle nuove costituzioni votate nel 1906.

Particolarmente contrario si mostrò il deputato giolittiano Giovanni Camera, Grande Oratore del Supremo Consiglio, che si era battuto per non fare approvare dal rito scozzese Ic nuove costituzioni. L’opposizione cadde in cambio della nomina a Grande Oratore anche del Grande Oriente d ‘ Italia. Le trattative furono condotte dal luogotenente Ballori che convinse alla fine il Supremo Consiglio a votare a favore’.

Superato questo scoglio, rimaneva però la questione di fondo. La formulazione degli articoli I e 23 delle nuove Costituzioni era stata imposta dai massoni di Milano, Torino e Genova e rispondeva alla volontà di impegnare l’ Istituzione nella società civile. I meridionali del Supremo Consiglio erano contrari.

Nel 19()7 Fera aprì una polemica con la loggia fiorentina “Lucifero” per l ‘ appoggio dato dai fratelli di questa officina alla formazione del Blocco popolare a Firenze che provocò pesanti tensioni tra i massoni della città medicea.

L’impegno assunto dai fratelli di dare vita ad amministrazioni popolari nei loro comuni, la guerra a colpi di processi massonici ed espulsioni fatta a tutti coloro che non aderivano alla linea politica democratica (si pensi al clamoroso caso di Torino), era destinata a radicalizzare le opposte posizioni. C’è da dire per la verità che la spinta che arrivava dalla base massonica era fortissima. come dimostrano ampiamente le tante denunce che arrivavano dagli Orienti e che la Giunta era costretta a prendere in considerazione. Era un meccanismo che si avvitava su se stesso, legittimato da quella modifica dell ‘art. I che. non a caso, Fera si affrettò ad abrogare nel 1908.

La Costituente del 1906 aveva anche approvato il progetto di unificare i riti affidandone l’ attuazione ad una commissione contro la quale si coalizzarono Camera e Fera. Lo scozzesismo infatti attraversava una fase di riorganizzazione a livello mondiale e Fera, che aveva rappresentato l’Italia a Bruxelles, alla prima conferenza internazionale dei Supremi Consigli del R. S. A. A. . nel 1907, insieme ad Alessandro Aleggiani, intendeva muoversi da protagonista-.

E’ in questo contesto di polemiche e contrapposizioni frontali tra massoni che avevano interessi diversi che vanno collocate le vicende del 1908.    Motivo occasionale dello scontro la scuola e l’educazione della gioventù. il lungo impegno a favore

della laicizzazione dell’insegnamento e la conseguente eliminazione dell ora di religione nella scuola primaria non da tutti condivisa.

Ettore Ferrari e la Giunta del Goi chiesero ai fratelli deputati di votare a favore della mozione Bissolati. Nel Supremo Consiglio del rito scozzese i primi mesi del 1908 erano stati contrassegnati da uno scontro frontale tra il S.G.C. Ballori che condivideva le posizioni della Giunta e il gruppo capitanato da Fera e Camera che fu tra coloro che espressero voto contrario alla mozione Bissolati.

Saverio Fera, come pastore evangelico, avrebbe dovuto manifestare interesse a circoscrivere i privilegi della chiesa cattolica. Invece nell ‘ ambito del Supremo Consiglio difese la posizione dei parlamentari che si preparavano ad accordi elettorali con i clericali, sostenendo che non si potevano ammettere limitazioni alla libertà dei massoni deputati e senatori.

Il giolittiano Giovanni Camera. dopo aver tentato di contrastare le decisioni della Giunta. lasciò la carica di Grande Oratore.

Un secondo motivo di contrasto tra Ordine e Rito era dato dai lavori della commissione per riunificazione dei riti votata dalla Costituente del 1906.

In realtà tutti i vertici del rito scozzese, Ballori compreso, erano contrari e pensavano “che il progetto denaturasse il rito scozzese e mal dissimulasse concessioni irragionevoli al rito simbolico”. Fera e Camera si mossero però in modo tale da mettere il S.G.C. Ballori nelle condizioni di doversi dimettere insieme a tutti i grandi dignitari (soltanto Camera non si dimise) nella seduta del 17 febbraio 19084

Appare dunque chiaro che lo scontro interno ai vertici del rito preesisteva e venne ad incrociarsi con la vicenda della votazione alla Camera in cui i deputati si allinearono alle posizioni dei rispettivi gruppi politici ignorando le direttive del Goi.

Nella successiva seduta del 22 marzo Ballori fu riconfermato Sovrano, ma con Fera come luogotenente. Furono inoltre eletti dignitari tutti i fratelli che il mese precedente gli avevano votato contro: dunque “le

due tendenze al potere”. Ballori non accettò la carica che lo obbligava ad avere come stretti collaboratori proprio coloro che lo avevano costretto alle dimissioni. Fera invece accettò dandone notizia con una balaustra in data 23 marzo.

Intanto, su pressione della base, la Giunta. tra molte incertezze, decideva di deferire ai tribunali massonici i deputati che avevano votato contro la mozione Bissolati: tutti scozzesi destinati ad essere espulsi i .

Si trattava di mandare sotto processo alti dignitari del rito. Ci fu prima un tentativo di temporeggiare, poi ad aprile Fera decise di negare l’assenso al processo che vedeva invece favorevole il rito simbolico , affondando anche il progetto per l’unificazione dei riti che, secondo Pruneti sarebbe stato alla base delle dimissioni di Ballori-.

Gli eventi che seguirono sono stati ricostruiti in modo opposto dagli scozzesi rimasti fedeli a Ballori e da quelli che seguivano Fera. Di fatto la scissione all’interno del R. S. A. A. portò alla nascita di una seconda comunione massonica.

Quanto fosse strumentale il voto del 1908 lo dimostrano le critiche che Fera continuò a fare alla chiesa cattolica al potere dei gesuiti, al dogmatismo che ostacolava la libertà. il progresso, la costruzione di un mondo migliore.

La differenza tra le due Comunioni appare dunque fondamentalmente politica: governativo il gruppo di Fera, più a sinistra i seguaci di Ferrari. “I simbolici andavano dunque decisamente a sinistra” scrisse Michele Terzaghi nel 1950, “mentre gli Scozzesi, partendo dal presupposto che in Massoneria non si fa politica. mascheravano dietro questa affermazione di principio la loro tendenza decisamente di destra. E così venne fuori il palleggiamento, che dura ancora, secondo il quale i giustinianei accusano gli ortodossi scozzesi di reazionarismo e questi ultimi accusano i primi di demagogia.

Il trascorrere dei decenni non ha modificato l’animo della dirigenza scozzese che ha continuato ad incidere nella politica del Goi, spesso con risultati che lasciano perplessi.

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LA MASSONERIA DELL’ARCO REALE

LA MASSONERIA DELL’ARCO REALE

di

Ennio Manzo

Le Origini

Il problema preliminare che si pone a chiunque si accinga a narrare di vicende massoniche siano esse riferite all’Ordine o ai Riti – è quello delle origini.

La questione è stata risolta, per quanto riguarda l’Ordine, nel senso di fissare la nascita della Massoneria contemporanea nel 1717, data della costituzione della prima Gran Loggia Inglese; risolta pure, per quanto riguarda il Rito Scozzese Antico ed Accettato che, dopo alterne vicende, si diede una struttura definitiva con la creazione a Charleston, Sud Carolina (31 Maggio 1801) del primo Supremo Consiglio; risolta anche, in un certo senso, per quanto riguarda la Massoneria dell’Arco Reale se si fà riferimento alla creazione dei Grandi Capitoli degli Stati Uniti d’America (24 Ottobre 1797), Inghilterra (18 Marzo 1817), Scozia (28 Agosto 1817), Irlanda (Il Giugno 1829).

Si è detto “in un certo senso” perché, specie per quanto riguarda la Massoneria dell’Arco Reale, mentre le date costituiscono un punto di riferimento preciso relativamente alla organizzazione ed alla struttura materiale del Rito, che non è sostanzialmente mutata fino ai nostri giorni, almeno due “gradi” da esso praticati (quello del “Marchio” e quello dell’Arco Reale) hanno origini proprie e particolari e si sono inseriti nel contesto dei gradi “simbolici” (come si dirà in seguito) influenzandone direttamente il contenuto e la definizione del sistema delle Grandi Logge.

Le origini e l’evoluzione dei “gradi” praticati in Massoneria non sono da confondere con l’origine della Istituzione.

L’organizzazione della Massoneria speculativa, infatti, deve essere ricercata nelle antiche “Fratellanze” che a poco a poco si costituirono accano alle organizzazioni di mestiere; la stessa Gran Loggia di Londra era ancora caratterizzata in principio da elementi “operativi” alcuni dei quali erano suoi “Dignitari” e la sua trasformazione (e cioè la sostituzione di un legame di “mestiere” con un rapporto di “fratellanza” fra “persone oneste e sincere che altrimenti sarebbero rimaste a distanza perpetua”) fu il risultato di un processo graduale che richiese parecchio tempo. Agli inizi la Massoneria, in conformità con le antiche tradizione operative, prevedeva una sola iniziazione e conferiva un solo grado, quello di “Apprendista”; dopo la formazione della Gran Loggia del 1717 il grado di Apprendista fu riformato su nuove basi e fu creato il grado di “Compagno” (come il grado ultimo della Libera Muratoria); quello di “Maestro” era solo un “rango”, un “titolo” e rappresentava la “funzione” di quel Compagno che per particolari capacità era preposto alla direzione della Loggia; questo rango e questa funzione furono in seguito trasformati in un terzo “grado” che si introdusse gradatamente e si propagò nelle Logge a partire dal 1725 e che solo nel 1728 fu ufficialmente riconosciuto e sanzionato dalla Gran Loggia di Inghilterra (per quanto, ancora nella seconda metà del secolo scorso, non fosse universalmente accettato).

Per questo motivo assume una particolare e fondamentale importanza (come si vedrà più avanti) il Grado dell’Arco Reale che, già praticato in modo autonomo nelle Logge operative, fu introdotto verso il 1740 (e cioè subito dopo il riconoscimento ufficiale dei tre Gradi da parte della Gran Loggia) nel sistema della Massoneria Speculativa come complemento del Grado di Maestro. Il sistema dell’Arco Reale quindi non solo ha una propria origine ed una propria tradizione ma fu determinante negli eventi che concorsero a stabilire i principi ed i fondamenti della Libera Muratoria.

Il Sistema del “Rito di York

A questo punto è necessario soffermarci brevemente per chiarire perché si parla di “Massoneria dell’Arco Reale” e non di “Rito di York”.

La locuzione “Rito di York” se non arbitraria è perlomeno impropria in quanto non si tratta di un Rito quale comunemente si intende, cioè unico per organizzazione, successione di gradi, continuità di contenuto e di insegnamenti, ma di un “sistema” comprendente tre Ordini diversi: quello dell’Arco Reale, (che ha una origine ed una tradizione sua propria, strettamente legata all’Ordine ed al terzo Grado), l’Ordine Criptico dei Maestri Reali ed Eletti e l’Ordine Cavalleresco dei Cavalieri di Malta, della Croce Rossa del Tempio.

Queste tre organizzazione sono distinte, autonome e sovrane; fra di esse vi è una certa comunione per quanto riguarda il percorso iniziatico, ma nessuna gerarchia o collegamento amministrativo. La storia stessa dei tre organismi ci dà la prova di ciò in quanto le “Commanderie” dei Cavalieri del Tempio furono costituite prima dei “Council” dei Maestri Reali ed Eletti. I Gradi “Criptici” (Royal Master e Super Excellent Master) erano originariamente gradi marginali ed intermedi del Rito Scozzese. Vennero in seguito ripresi e praticati nel sistema del Royal Arch; quindi emendati e riformati dal Rito Scozzese ed infine abbandonati sia l’uno sia dall’altro Rito ed affidato a “Council” Indipendenti. Una volta resi autonomi, questi gradi “criptici” gravitarono vicino al Royal Arch ed ai Cavalieri Templari, dei quali divennero alleati e dove rimasero.

In generale, per essere ricevuti nel Council è richiesto il passaggio attraverso l’Arco Reale; non è invece sempre richiesto il passaggio attraverso l’Arco Reale; non è invece sempre richiesto il passaggio attraverso il Council per essere iniziati ai gradi templari: in molti Stati infatti i Mastri dell’Arco Reale vengono ricevuti direttamente nelle “Commanderie”.

Tempo addietro fu costituito in America uno speciale Comitato, composto da autorevoli membri del Gran Capitolo, del Grand Council e della Grand Commandery, incaricato di studiare la possibilità di fondere in uno solo i tre organismi. Esso non giunse però ad alcuna conclusione, perché appunto le origini, il sistema dei grandi conferiti, la diversità a volte sensibile del contenuto iniziatico, della filosofia dei gradi e degli impegni richiesti si appalesarono di evidente ostacolo al raggiungimento dello scopo desiderato.

Ciò non significa che fra i tre ordini vi sia assoluta separazione; al contrario esiste una alleanza ed una stretta e volontaria collaborazione; resta comunque il fatto che essi sono distinti ed indipendenti e che, tutti insieme, vengono riconosciuti ed indicati come il sistema del “Rito di York”, facendo con ciò riferimento alle antiche origini della Massoneria operativa che appunto nella città di York sembra abbia avuto le prime manifestazione di attività. I Fratelli di York rivendicavano infatti la loro supremazia in quanto ritenevano di poter dimostrare che fin dal 600 era operante presso di loro una Loggia di Liberi Muratori. Sempre a York fu creato, agli inizi del 18 0 Secolo.

I Gradi “Addizionali” in Massoneria

In questa breve e necessariamente sommaria esposizione ci limiteremo quindi alle vicende dei cosiddetti “gradi addizionali” che costituiscono il sistema dell’Arco Reale quale si è venuto delineando nel tempo e che è attualmente praticato nel mondo. Tali gradi, come vedremo, subirono mutamenti, alcuni furono conferiti poi vennero abbandonati ed in seguito ripresi; altri furono introdotti e creati ex novo; essi furono praticati nelle Logge, poi furono amministrati da corpi separati.

Ma per meglio poter comprendere le vicende esposte e poter valutare più esattamente le diverse situazioni, che per certi periodi storici anche ampi potrebbero sembrare contraddittorie ed incomprensibili, occorre tener presente un dato fondamentale. La Massoneria, fondata sul sistema delle Grandi Logge e corpi dipendenti si formò nel 700 in Inghilterra, Scozia ed Irlanda. Essa però non trovò, né creò ad un tratto, il suo sistema organizzativo, costituzionale, rituale . Dovette per contro affrontare gravi e successivi problemi (quale la disputa, in Inghilterra, tra i “Moderni” e gli “Antichi”) e fu necessario quasi un secolo perché si desse quella che è la sua fisionomia attuale e definitiva. Nonostante i problemi, ed i contrasti a volte aspri, essa prosperò e si diffuse, specie nelle “Colonie” e cioè nel continente americano. Qui vennero create Logge per iniziativa inglese, scozzese, irlandese, francese, quindi con statuti e fondamenti diversi. Venivano altresì praticati “Riti” o “gradi addizionali”, quasi sempre nelle logge stesse; ma si verificava anche il caso che nello stesso Stato operassero Logge sotto una giurisdizione e corpi rituali sotto un’altra (ad esempio Logge create per iniziativa inglese e Capitoli “chartered” dalla Scozia o Irlanda). La definitiva sistemazione della Massoneria in Europa, l’indipendenza dell’America, la raggiunta separazione tra i “gradi” governati dalle Logge e dalle Grandi Logge e quelli amministrati dai Corpi Rituali contribuì a dare ai Riti quella che è la loro attuale sistemazione.

Sarà perciò necessario compiere rapidamente un passo indietro e rifarsi al sorgere della Massoneria dei tempi moderni.•

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‘Si discorre e si disputa tanto di metodi educativi e di riforme e di programmi scolastici; e io non dirò certamente che queste discussioni o discettazioni siano inutili. Ma dico che il punto essenziale così nella vita di un individuo come in quella di un popolo è poi sempre questo: se vi sia o non vi sia l’anelito all’universale, la disposizione a considerare trattare noi stessi come strumenti di un’opera che va oltre di noi, il pungolo interiore del dover, lo scrupolo di coscienza che ci chiede conto del modo in cui adoperiamo il nostro tempo e ci fa arrossire quando lo spendiamo in vili pensieri e vili azioni, o quando lo guardiamo scorrere davanti a noi come se non fosse nostro.

E solo chi ha dato se stesso a questa disciplina, solo chi è pieno di questo fervore di spirito, ama davvero la patria, o solo esso è degno di amarla; perché la patria non è altro che una delle forme nelle quali la coscienza morale tesse la sua tela, ed ha valore per questo suo contenuto morale, e non già per le linee dei suoi monti, pel corso dei suoi fiumi, o per fulgore della cupola celeste che la ricopre. E chi ama la patria, la farà amare, appunto perché, avendo primamente educato se stesso, non può non spargere intorno a sé. di continuo, germi di educazione per altrui. Alla borghesia, alla classe colta e intelligente delle nostre provincie, spetta il prossimo dovere di amare e di far amare la patria, come non fu amata nei secoli passati, quando una patria veramente non c’era, appunto perché non c’era stata nelle nostre provincie, fuori della cerchia familiare e talvolta municipale, vita morale e politica: non sforzi comuni, non comuni travagli, non glorie comuni.

BENEDETTO CROCE – Il dovere della borghesia nelle provincie napoletane-

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BREVI CENNI SUI TEMPLARI

BREVI CENNI SUI TEMPLARI

di

Angelo Scrimieri

Condurre uno studio sui Templari è una impresa soprattutto per la mancanza quasi totale di un corpo fondamentale di documenti andati distrutti unitamente all’ archivio dell ‘Ordine in Oriente.

Si dice che la distruzione dei suddetti avvenne per mano dei Turchi Ottomani quando conquistarono Cipro, nel 1571. Pur tuttavia. la letteratura templaristica annovera centinaia di testi scritti in varie lingue.

Le notizie più attendibili sono state ricavate da documenti rintracciati presso altre istituzioni che ebbero rapporti con il Tempio, come per esempio gli Ospitalieri, le Compagnie di commercio italiane, i Canonici del Santo Sepolcro.

Ciò, non ha impedito ai ricercatori di instaurare un dialogo con gli appassionati e gli studiosi, attraverso una nutrita letteratura, con l’intento di rispondere all’esigenza di conoscere, il più dettagliatamente possibile, la storia dell’ordine del Tempio.

Tale Ordine fu fondato nel 1119 con l’intento di proteggere, dalle scorribande dei Saraceni, i pellegrini che si recavano a Gerusalemme e ad Hebron, dove si trovano le tombe dei Patriarchi. Col trascorrere degli anni esso si sviluppò, diventando una potente corporazione del mondo medievale, tanto che rimase in vita per quasi due secoli. La sua soppressione coincise con la tragica morte sul rogo di Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, nel 1314.

La drammatica soppressione dei Templari scatenò tutta una serie di fantasticherie che fecero presa sull ‘ immaginario a tal punto da rendere presente, quasi a livello evocativo, I ‘ Ordine Templare ogni qualvolta venivano evidenziate cospirazioni massoniche a danno della “Sacra Sindone”.

Si dice che nel XIII secolo I ‘Ordine disponeva di oltre settemila uomini, tra cavalieri, frati e cappellani, che sommati agli associati, pensionati e servi, raggiungevano un imprecisato numero, di gran lunga superiore.

Un’ altra verità, ampiamente documentata, riguarda le ricchezze accumulate dall’Ordine e le risorse economiche incalcolabili di cui disponeva.

Si contavano circa mille castelli e palazzi ausiliari, dislocati su tutto il territorio dalla cristianità occidentale. Essi disponevano, inoltre, di flotte capaci di raggiungere l’Italia, la Spagna ed il Peloponneso.

Durante la guerra Santa, per proteggere le guarnigioni, costruirono in Siria, nella Palestina, a Cipro, e nella penisola Iberica, castelli straordinariamente fortificati ed imponenti.

I Templari furono, senza ombra di dubbio, degli eccellenti soldati: vestivano bianche clamidi su cui spiccava una croce rossa, e, quando si recavano in battaglia, procedevano in silenzio tenendo alto dinanzi a se uno stendardo di due colori detto “baussant’ .

La vita avventurosa di questi leggendari monaci guerrieri, che dal 1119 al 1314 furono, a torto o a ragione, difensori della cristianità contro la minaccia musulmana, ancor ‘oggi è avvolta dal mistero e spesso si accompagna a leggende arcane.

L’ascesa inarrestabile, ma più ancora, la gloria, le ricchezze e gli intrighi, decimarono fatalmente l’Ordine templare al punto che, quasi per incanto, scomparve nel nulla.

Dopo questo breve excursus sui Templari, si rende necessario fare qualche accenno alla Massoneria Templare che si suddivideva in tre diversi livelli: l’Ordine di Malta, l’ Ordine dei Cavalieri del Tempio,

l’ Ordine della Croce Rossa.

 Il templarismo si diffuse in America, ed in particolare a Boston, grazie a Logge militari irlandesi giunte nel 1760 e fece presto presa presso gli organismi militari. Inevitabile, però, è la conseguente affermazione, con certezza quasi matematica, che Massoneria e Cavalleria sono fenomeni differenti. Ciò che hanno in comune è l’uso iniziatico di una attività primaria: per i Massoni quella edificatoria in comune con la Cavalleria Templare e per quest’ultima in aggiunta e in maniera esclusiva, quella militare.

Col tempo, sono certo, e con mezzi tecnicamente perfetti, grazie anche all’informatica, riusciremo a ricostruire, in un prossimo futuro, questo affascinante periodo storico.

Un posto a parte, ad onor del vero, occupa la “Gerusalemme Liberata”, di delicata e profonda tristezza, dove i sentimenti vengono delineati nelle loro più sottili sfumature, facendo apparire il “capolavoro” di Torquato Tasso una miracolosa anticipazione del romanzo psicologico.

Il mondo della cavalleria, con i suoi problemi e i suoi ideali, è ormai scomparso. Rimane, pur tuttavia, il fascino di quel mondo generoso, brulicante di fantastiche leggende.’

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ETICA POLITICA E ETICA MASSONICA

Etica politica ed Etica massonica di A. R.

Etica è la scienza morale o del dovere. Ha significato vasto e vario rispondente ai diversi sistemi filosofici dai quali viene derivata ma fa sempre riferimento alla condotta umana ed ha inoltre carattere normativo. Spesso è sinonimo di morale: l’etimologia è comune. Con significato di «costume», però, «etica» indica di preferenza la teoria e «morale» la pratica. Più avanti, si vedrà questa distinzione in modo approfondito, specie in relazione alla dottrina che nel periodo medioevale si sviluppò e che ancora oggi nel linguaggio comune e nel linguaggio filosofico ne connota le differenze. Secondo la natura e il fine attribuiti alla vita umana si sono avute varie dottrine etiche. Etica politica è quella parte dell’etica che riguarda il comportamento umano nell’affrontare i problemi politici, legislativi, giuridici o dello Stato. Ho avvicinato il problema da uomo che vive quotidianamente questi risvolti senza essere politico in prima persona. Chi può stabilire inappellabilmente se una scelta politica è giusta o no; se essa corrisponde o no ai dettami della ragione?

I mali politici del nostro tempo talora ci inducono a qualche riflessione. Forse che oggi manchi al mondo occidentale una serie di valori positivi, di fini da perseguire che accomunino gli sforzi dei popoli liberi in una direzione ideale? Qualche volta ci viene da chiederci se gli ideali della dignità della persona umana e dei diritti dell’uomo vengano rispettati. Talora crediamo, forse perché queste espressioni — diritti dell’uomo e dignità della persona umana – sono cariche di equivoci, che questi due ideali siano incapaci, da soli di sostenere il peso di una filosofia politica e di una pace universale.

L’uomo, il singolo individuo, è portatore di valori interiori. Di qui la sua dignità e la sua libertà. Ma la natura umana è tale che il singolo individuo è necessitato e obbligato a vivere in società proprio per sviluppare e realizzare concretamente la sua dignità e i suoi fini. Occorre notare come questa condizione non sia qualcosa di aggiunto alla natura umana, così da dovere considerare la necessità della vita associata come una situazione dolorosa ma storicamente inevitabile, in cui l’individuo è venuto a trovarsi. E invece che nasce, per così dire, insieme all’individuo. Non si può perciò parlare di una priorità dei diritti soggettivi dell’individuo rispetto al complesso di doveri che regolano il suo vivere sociale. Non si può perciò pensare al diritto oggettivo come qualcosa che purtroppo inevitabilmente viene a limitare i diritti naturali del singolo e che va considerata come il minor male, da rendere più esiguo che sia possibile. Qualche volta poi pensando politicamente al nostro Stato ci viene da chiederci: Ma che cosa si intende per Stato? Il sovrano? Cioè nella fattispecie contemporanea il popolo sovrano oppure gli organi che esercitano i poteri dello Stato? Non dovrebbero i poteri dello Stato, opportunamente separati, essere esercitati nei modi e nei limiti segnati dalla legge, che è l’espressione della volontà sovrana? E in suo nome, infatti, che gli organi esercitano i loro poteri. E ancora qualche volta ci viene da chiederci: la volontà della maggioranza, che viene considerata espressione della volontà generale del corpo sociale, è arbitra del diritto o trova anch’essa dei suoi limiti? E ancora, il popolo sovrano (ovvero, in democrazia, la sua rappresentanza qualificata, anche se pur più ristretta numericamente) nel darsi leggi o nel cambiarle trova degli impedimenti? E perché?

Il mio pensiero è ritornato dal vivere quotidiano al paragone col pensiero di chi nel passato ha già affrontato e vissuto il problema. Perché non ripercorrere assieme alcune tappe fondamentali nella storia dell’etica, costituite da uomini, filosofi e no, che si sono avvicinati col loro pensare a questo problema?

Eraclito di Efeso (500 a. C.), meglio conosciuto per il suo insegnamento cosmologico (il «continuo fluire»), è filosofo nel cui insegnamento le idee morali hanno una posizione centrale. Egli concepiva la legge come principio di regolarità presente nei processi naturali, ma era anche cosciente dell’importanza della legge (nomos) in senso politico. Era inoltre convinto che la lotta fra gli opposti (es. amore e odio) dovesse risolversi in conformità ad una misura (metron). Posizione diversa è quella dei sofisti; per essi i principi della giustizia non esistono affatto in natura: essi affermano che il maggior diritto è la forza.

Tra gli altri sofisti Trasimaco di Calcedonia (quinto secolo a. C.) è noto per aver insegnato che «la forza è il diritto». Nel primo libro della Repubblica, Platone presenta Trasimaco come un personaggio che sostiene la tesi secondo cui «giusto o retto significa solo ciò che è nell’interesse del gruppo più forte Callicle di Acarne (fine del quinto secolo a. C.) è presentato da Platone come sostenitore di un’altra versione della teoria secondo cui «da forza è il diritto». Callicle argomentava dicendo che le leggi sono fatte da moltitudini di uomini deboli, allo scopo di controllare e dominare i pochi che sono forti. Il retto ed il giusto sono quindi mere convenzioni imposte dalla maggioranza popolare, Viene citato il poeta Pindaro, che avrebbe detto che secondo «la giustizia naturale», se non intervenissero le legislazioni popolari, la forza sarebbe il diritto, perché i più forti vorrebbero fare il comodo loro senza impedimenti.

Anche Platone in un gruppo di dialoghi, che vanno dalla metà della vita dello scrittore alla sua vecchiaia, delinea il suo pensiero personale sulla natura e sui problemi dell’etica, ad esempio nel Politico (sulla divisione delle scienze in pratiche e teoriche, sui problemi delle leggi politiche, sulla dottrina del medio, sull’origine delle leggi dello Stato e sull’importanza della ragione in tutti i campi della virtù). Il più lungo e forse l’ultimo dei dialoghi di Platone sono le Leggi, che presentano una considerazione meno idealistica e più pratica della maggioranza delle questioni poste nella Repubblica. Qui la politica (Leggi, I, 650 B) viene identificata con l’arte di trattare le nature e le attitudini degli animi umani. Questo dialogo, scritto negli ultimi anni della vita di Platone, mantiene il parallelismo fra la bontà morale personate ed il buon ordine politico, ma insiste continuamente sulla superiorità della virtù politica su ciò che può essere realizzato individualmente. Nella Repubblica Platone aveva insegnato che i governanti possono mentire, se questo è per il bene dello Stato nel suo insieme. Questo forse è uno degli aspetti meno attraenti dell’etica sociale di Platone. Anche Aristotele affronta più volte il problema di poter sapere che cosa è moralmente buono. Egli non è convinto che il bene sia una realtà unitaria di cui si abbia scienza unitaria o saggezza. Egli costruisce una teoria dell’uomo saggio o prudente quale misura della moralità: la teoria della medietà (mesotés): non un punto preciso a mezza strada fra gli estremi, ma un punto intermedio, a secônda delle persone e delle circostanze, determina la medietà morale.

Alcuni esempi: vergognosità-sfrontatezza-modestia irascibilità-impassibilità-gentilezza

Aristotele usò la stessa nozione di medietà quando trattò la virtù morale della giustizia. Poiché questa virtù riguarda i rapporti fra gli uomini, essa è l’abitudine di fare volontariamente ciò che è bene per gli altri e di evitare atti dannosi per essi (Etica Nicomachea, 1129 a 1/1138 b 12). La giustizia è l’inclinazione ad agire in accordo con le leggi riconosciute: essa mira al bene degli uomini nella loro vita di gruppo. La legge morale altro non è che l’espressione di ciò che si adatta agli agenti umani in funzione delle loro relazioni significative con gli altri esseri. La retta ragione (orthos logos che diventerà poi perno dell’etica medievale) è la maniera retta con cui l’uomo buono procede nei riguardi delle attività che si propone, avendo come fine il giovamento da portare in generale alla natura umana.

Molti riferimenti nella tradizione cristiana e nella filosofia medioevale partono proprio da Aristotele: influenze anche importanti derivano da altre correnti di pensiero. Basti pensare alla scuola stoica ed al termine synderesis, forse corruzione della parola stoica syneidesis che indica l’intuizione. Per la prima volta usata in latino da San Gerolamo (340-420), in un commento biblico, ebbe il significato di scintilla della coscienza (conscientiae scintilla). All’inizio del tredicesimo secolo questa terminologia fu raccolta dai teologi e sviluppata in una speciale dottrina. Parlando in generale, la sinderesi finì per essere la capacità umana (variamente interpretata) di distinguere in maniera generale il bene dal male morale, mentre la coscienza era intesa come la discriminazione personale fra il beng ed il male nelle azioni singole. In altre parole la sinderesi ha riferimenti universali, mentre la «conscientia» si riferisce ad un ambito più particolare e individuale. Distinzione quindi tra scientia moralis e conscientia. Il processo attraverso il quale con un ragionamento pratico si giunge a decisioni individuali (non universali) su problemi morali non rientra nell’etica; ma, quando è eseguito correttamente, viene chiamato retta ragione (recta ratio). La virtù della prudenza o saggezza pratica (prudentia), è l’abito buono del ragionare correttamente fino a giungere a giudizi pratici buoni su azioni individuali. Questa virtù termina nelle buqne azioni. Scienza morale è ben altra: si tratta di regole, giudizi o leggi generali, colte mediante la sinderesi, che concernono tipi di azioni giuste o ingiuste in generale.

Le influenze di questo procedere? L’etica nicomachea di Aristotele veniva conosciuta nel tredicesimo secolo attraverso le traduzioni di Roberto Grossatesta (1168-1253) che dapprima insegnò teologia ed etica ad Oxford e poi divenne vescovo di Lincoln. E gli sviluppi? Pensiamo a Ruggero Bacone (1214-1292) allievo del Grossatesta. Affrontando la discussione sulla politica, egli, partendo da una tripartizione dei rapporti morali dell’uomo (considerato in relazione a Dio, poi in relazione al suo prossimo, ed infine in relazione a se stesso), applicava lo stesso metodo alla scienza della vita civile (politica) che egli intendeva come parte della filosofia morale: in relazione a ciascuno dei 3 gradi Bacone attribuiva all’uomo livelli diversi di responsabilità e di diritti.

Non mancano altre voci nel tredicesimo secolo ad occuparsi di politica. Per esempio Enrico di Gandt (1217-1293), professore di arti e teologia a Parigi, insegnò che la volonta dell’uomo è, sotto tutti gli aspetti, la facoltà più caratterizzante dell’uomo. Come conseguenza di questa concezione Enrico riteneva che la legge e il dovere morale nascessero direttamente dalla volontà del legislatore. Mentre ancora parlava in termini di «retta ragione», Enrico imziava a collocarsi in una differente concezione dell’obbligazione morale e legale. Comandare diventa ora una funzione di una volontà che è autonoma e non determinata dai giudizi esterni dell’intelletto. Ciò che il legislatore vuole che si faccia è giusto e non occorre nessun’ altra giustificazione. Giungiamo al Rinascimento e l’uomo diventa punto centrale di riferimento, non solo nelle arti ma anche nella filosofia. Etica quindi antropocentrica: non intendiamo con ciò dire che fu un’età irreligiosa o atea, tuttavia i filosofi concentravano il loro interesse sulla persona umana individuale.

Uno degli umanisti più originali del rinascimento inglese fu Thomas More (1478-1535). Era un cattolico, un laico, e divenne lord cancelliere d’Inghilterra; fu condannato a morte perché si rifiutò di riconoscere Enrico VIII come capo della Chiesa d’Inghilterra. L ‘Utopia di More fu scritta in latino e pubblicata sul Continente quarantacinque anni prima che comparisse postuma in Inghilterra ad opera di un editore londinese. L’opera rivela una ovvia influenza della Repubblica di Platone. Chi di noi non rammenta la vita degli abitanti di questa città ideale dai ricordi scolastici? Può sembrare che intendesse essere una reazione al Principe (1513) di Machiavelli; ma il fatto è che il More non conosceva quest’opera. More procede a proporre una teoria dell’edonismo psicologico limitato solo da una ragionevole preoccupazione per il benessere sociale. Ricordiamo che siamo alla fine del ‘400, ben 100 anni prima di Hobbes!

Vale la pena in questo periodo esaminare anche la figura di Francisco da Vitoria (1480-1546), professore all’Università di Salamanca, non tanto quale espressione di scolasticismo cattolico (il suo Commento alla Seconda Parte della Summa Thoelogiae, mostra una buona conoscenza della dottrina morale di Tomaso d’Aquino), quanto maggiormente per le idee personali e rinnovate sulla vita politica e internazionale esposte nel suo trattato «sul diritto di guerra» (1532). Nel tredicesimo secolo Tomaso aveva stabilito tre condizioni, che dovevano essere soddisfatte prima che un popolo entrasse giustificatamente in guerra: 1) che la guerra sia dichiarata dall’autorità di uno stato sovrano; 2) che sia dichiarata per una causa giusta; 3) che sia dichiarata per promuovere un bene ed evitare un male. Vitoria discusse queste condizioni una per una con notevole ampiezza. Per quanto riguarda la buona ragione per fare guerra, negò che la differenza di religione, l’estensione di territorio o la gloria del principe fossero cause giuste per far guerra. Concluse allora che «c’è solo una causa giusta per cominciare una guerra, cioè un torto ricevuto. ». Allo stesso modo vengono chiarite da Vitoria le altre due condizioni. Oggi è assai importante il fatto che egli aggiunse una quarta condizione: la guerra giusta deve essere condotta in maniera ragionevole e moderata. Così sollevò l’importante questione etica dell’uso dei mezzi adeguati. In particolare Vitoria insiste che i buoni risultati di una guerra devono essere maggiori dei mali che essa produce. Come conseguenza di con-

More (1478-1535). Era un cattolico, un laico, e divenne lord cancelliere d’Inghilterra; fu condannato a morte perché si rifiutò di riconoscere Enrico VIII come capo della Chiesa d’Inghilterra. L’Utopia di More fu scritta in latino e pubblicata sul Continente quarantacinque anni prima che comparisse postuma in Inghilterra ad opera di un editore londinese. L’opera rivela una ovvia influenza della Repubblica di Platone. Chi di noi non rammenta la vita degli abitanti di questa città ideale dai ricordi scolastici? Può sembrare che intendesse essere una reazione al Principe (1513) di Machiavelli; ma il fatto è che il More non conosceva quest’opera. More procede a proporre una teoria dell’edonismo psicologico limitato solo da una ragionevole preoccupazione per il benessere sociale. Ricordiamo che siamo alla fine del ‘400, ben 100 anni prima di Hobbes!

Vale la pena in questo periodo esaminare anche la figura di Francisco da Vitoria (1480-1546), professore all’Università di Salamanca, non tanto quale espressione di scolasticismo cattolico (il suo Commento alla Seconda Parte della Summa Thoelogiae, mostra una buona conoscenza della dottrina morale di Tomaso d’Aquino), quanto maggiormente per le idee personali e rinnovate sulla vita politica e internazionale esposte nel suo trattato «sul diritto di guerra» (1532). Nel tredicesimo secolo Tomaso aveva stabilito tre condizioni, che dovevano essere soddisfatte prima che un popolo entrasse giustificatamente in guerra: 1) che la guerra sia dichiarata dall’autorità di uno stato sovrano; 2) che sia dichiarata per una causa giusta; 3) che sia dichiarata per promuovere un bene ed evitare un male. Vitoria discusse queste condizioni una per una con notevole ampiezza. Per quanto riguarda la buona ragione per fare guerra, negò che la differenza di religione, l’estensione di territorio o la gloria del principe fossero cause giuste per far guerra. Concluse allora che «c’è solo una causa giusta per cominciare una guerra, cioè un torto ricevuto. .. Allo stesso modo vengono chiarite da Vitoria le altre due condizioni. Oggi è assai importante il fatto che egli aggiunse una quarta condizione: la guerra giusta deve essere condotta in maniera ragionevole e moderata. Così sollevò l’importante questione etica dell’uso dei mezzi adeguati. In particolare Vitoria insiste che i buoni risultati di una guerra devono essere maggiori dei mali che essa produce. Come conseguenza di con46

cezioni come questa Vitoria viene considerato da molti come il fondatore della teoria del diritto internazionale. Egli visse in un tempo in cui lo spirito nazionale e la teoria dell’autorità raggiungevano le forme più spinte; nonostante ciò, egli propose l’idea di uno stato mondiale e di un diritto internazionale. Un tale stato ed un tale diritto furono considerati dal Vitoria non come semplici espedienti politici, ma come qualcosa che avesse una portata morale. Egli esprimeva chiaramente la condanna morale per chi si rifiutasse di cooperare ad una organizzazione della vita mondiale secondo regole.

Per contro, nel Rinascimento molti sono gli uomini per i quali non aveva senso cercare di distinguere il bene dal male morale. Nicolò Machiavelli (1469-1527) è uno dei primi nomi che vengono in mente. Il suo trattato «il Principe» (1513) ed i suoi «Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio» (1517) sono esempi classici della concezione che, se uno vuol fare qualcosa di molto cattivo, può fare qualsiasi cosa, per ottenerla. Egli era suggestionato dal problema del potere politico: la soluzione che dava a questo problema è francamente discutibile come risulta da queste idee. «Per un principe che vuole mantenersi al potere, è necessario che impari a non essere buono e ad usare questa conoscenza o non usarla secondo la necessità dei casi… Alcune cose che sembrano virtù, qualora fossero seguite, porterebbero alla rovina ed altre che sembrano vizi producono sicurezza e benessere». Questo cinismo politico sembra fondato su di uno scetticismo etico completo. Le azioni umane sono buone o cattive solo per quanto sono mezzi per raggiungere un dato fine, che in questo caso, è la conservazione del potere politico. Si può pensare che qui si tratti di una anticipazione di uno speciale utilitarismo: il criterio cui bisogna riferirsi è il vantaggio dell’individuo, che riesce ad avere nelle mani il potere civile. Qui non abbiamo un’etica formale, ma forse piuttosto una posizione etica, che non ha mancato di simpatizzanti. In questo periodo Tommaso Hobbes e Giovanni Locke sono due nomi che devono essere tenuti presenti nell’affrontare questioni politiche: solo una loro diretta conoscenza permette di cogliere il pensiero politico moderno nell’atto stesso di scaturire dai suoi presupposti filosofici e teologici. In essi si trova per la prima volta teorizzato a sistema politico e condotto alle sue estreme conseguenze pratiche il netto

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taglio fra terra e cielo, fra natura e sopranatura per l’elaborazione dello Stato «moderno», quello cioè in cui i teologi tacciono. Hobbes nega un bene e un male oggettivi: unico bene viene considerato la conservazione della vita. E siccome l’unico garante di essa è lo Stato, esso si costituisce in primo etico, fonte di moralità. Anche la politica di Locke non muove dall’etica, ma dalle verità di fatto, cioè dagli istinti umani, traformati in diritti naturali soggettivi. Solo che in luogo dell’unico diritto alla vita, Locke ammette i tre diritti: alla vita, alla libertà e alla proprietà; e lo Stato assume quindi il ruolo di tutore dei tre diritti. Viene da considerare che l’individuo ignori gli altri individui e si ritenga estraneo ai loro fini, salvo che per difendersene. Si arriva così alla giustificazione dello Stato per mezzo della sua causa efficiente, il contratto, che diviene elemento preminente nelle moderne dottrine politiche. Lo Stato non esiste come unitas ordinis, come portatore di un bene comune; ma come assicuratore in forme diverse della possibilità giuridica di godere al massimo dei beni materiali concepiti come desideri istintivi. Ecco dunque la lezione che i due filosofi ci danno: perduto il concetto di unità di ordine, lo Stato diventa la personificazione di una superiorità rispetto all’individuo (eticità dello Stato). Hobbes ritiene giusto ciò che il sovrano stabilisce e ingiusto ciò che proibisce; purtuttavia egli mantiene, sia pur allo stato di ipotesi e con scarsa coerenza metafisica il germe di un bene e un male indipendenti dal volere sovrano: questo volere sovrano potrà essere malvagio, potrà essere odioso, ma mai ingiusto. Con ciò si lascia aperta la porta a un bene e a un male superiori allo Stato, alla possibilità di un giudizio del singolo sul sovrano: sarà un giudizio inefficace, ma sempre legittimo. Dal momento che per Hobbes ciò che conta è conservare la vita, per questo occorre un sovrano assoluto. E augurabile che si comporti bene, ma che anche se prendesse provvedimenti malvagi non per questo sarebbero meno validi.

I moralisti europei dei secoli diciassettesimo e diciottesimo fecero della filosofia morale un campo di studio importante e ben distinto. L’etica fu argomento di studio universitario ma fu anche oggetto di lavoro per scrittori non accademici. Per coloro che si interessarono di politica e di giurisprudenza si hanno procedimenti che partono da principi generali della legge e del diritto per giungere attraverso ragiona48

taglio fra terra e cielo, fra natura e sopranatura per l’elaborazione dello Stato «moderno», quello cioè in cui i teologi tacciono. Hobbes nega un bene e un male oggettivi: unico bene viene considerato la conservazione della vita. E siccome l’unico garante di essa è lo Stato, esso si costituisce in primo etico, fonte di moralità. Anche la politica di Locke non muove dall’etica, ma dalle verità di fatto, cioè dagli istinti umani, traformati in diritti naturali soggettivi. Solo che in luogo dell’unico diritto alla vita, Locke ammette i tre diritti: alla vita, alla libertà e alla proprietà; e lo Stato assume quindi il ruolo di tutore dei tre diritti. Viene da considerare che l’individuo ignori gli altri individui e si ritenga estraneo ai loro fini, salvo che per difendersene. Si arriva così alla giustificazione dello Stato per mezzo della sua causa efficiente, il contratto, che diviene elemento preminente nelle moderne dottrine politiche. Lo Stato non esiste come unitas ordinis, come portatore di un bene comune; ma come assicuratore in forme diverse della possibilità giuridica di godere al massimo dei beni materiali concepiti come desideri istintivi. Ecco dunque la lezione che i due filosofi ci danno: perduto il concetto di unità di ordine, lo Stato diventa la personificazione di una superiorità rispetto all’individuo (eticità dello Stato). Ilobbes ritiene giusto ciò che il sovrano stabilisce e ingiusto ciò che proibisce; purtuttavia egli mantiene, sia pur allo stato di ipotesi e con scarsa coerenza metafisica il germe di un bene e un male indipendenti dal volere sovrano: questo volere sovrano potrà essere malvagio, potrà essere odioso, ma mai ingiusto. Con ciò si lascia aperta la porta a un bene e a un male superiori allo Stato, alla possibilità di un giudizio del singolo sul sovrano: sarà un giudizio inefficace, ma sempre legittimo. Dal momento che per Hobbes ciò che conta è conservare la vita, per questo occorre un sovrano assoluto. E augurabile che si comporti bene, ma che anche se prendesse provvedimenti malvagi non per questo sarebbero meno validi.

I moralisti europei dei secoli diciassettesimo e diciottesimo fecero della filosofia morale un campo di studio importante e ben distinto. L’etica fu argomento di studio universitario ma fu anche oggetto di lavoro per scrittori non accademici. Per coloro che si interessarono di politica e di giurisprudenza si hanno procedimenti che partono da principi generali della legge e del diritto per giungere attraverso ragionamenti a regole specifiche da applicare alla fine, queste regole piuttosto ampie, a casi individuali. Spinoza (1632-77), ad esempio, nel suo « Tractatus theologicus-politicus» afferma che «prima della legge civile non c’è nessuna differenza tra l’uomo pio e l’empio»: «il torto è concepibile solo in una comunità organizzata»; chiama libero l’uomo nei limiti in cui è guidato dalla ragione. Nella società organizzata la legge dello stato determina ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Spinoza menziona spesso l’«utilità», ma solo per riferirsi al benessere umano in generale e senza la connotazione edonistica con cui il termine compare negli scritti inglesi.

Nel 1693 Leibniz preparò e pubblicò un’edizione di documenti concernenti il diritto dei popoli (Codex Juris Gentium Diplomaticus) con una speciale prefazione. Qui il diritto (jus) è definito come «una specie di potere morale e l’obbligazione è una necessità morale Morale è «qualcosa di equivalente a naturale per un uomo che è buono». Un uomo buono è «uno che ama tutti gli uomini, per quanto lo permette la ragione». Nello stesso posto la saggezza viene descritta come «nient’ altro che la stessa scienza della felicità». In un commento successivo a questo Codice (Mantissa codicis juris gentium, 1700), Leibniz formulò ed evidenziò una definizione della giustizia, che aveva data nella prefazione. «La giustizia» diceva, «non è altro che la carità dal saggio». Verso il 1702 Leibniz scrisse un saggio in francese, Riflessioni sul comune concetto di giustizia. Vi si critica la tesi che la legge è semplicemente un imperativo nato dalla volontà. Secondo Leibniz Hobbes ebbe torto a seguire la posizione di Trasimaco, secondo cui la forza ha il diritto, infatti egli «non distingue fra il giusto ed il fatto. Altro è che una cosa può essere, altro è il dover essere». La sua teoria della morale, che procede a partire da una definizione iniziale di bontà sostiene che l’azione retta deve adeguarsi alla natura ed a regole generali di comportamento morale. In un brano particolare di quest’opera Leibniz dice: «Possiamo chiederci quale sia il vero bene. Rispondo che è ciò che giova alla perfezione delle sostanze intelligenti». Uno scrittore di lingua francese di questo periodo a cui molto si deve nel campo dell’etica politica è Gian Giacomo Rousseau (1712-1778) nato in Svizzera e vissuto per molti anni a Parigi. Il famoso «Contratto sociale» (1762) è lo sforzo più ampio fatto da Rousseau per spiegare come nascano la società umana e le sue leggi, In una società bene organizzata, secondo Rousseau, il giudizio delle persone su questioni morali e sociali costituisce la volontà generalç o popolare, che ordinariamente si esprime nel voto della maggioranza, ma che non si riduce ad un conteggio di opinioni. In quanto «volontà generale» è retta e pura ed esige obbedienza da tutti i cittadini. Essa è l’espressione sociale di ciò che è retto dal punto di vista morale. Rousseau non sviluppò l’idea di volontà generale in una teoria etica, ma costituì un importante antecedente della dottrina kantiana della volontà autonoma.

Le clausole del patto sociale si riducono tutte a una sola, cioè all’alienazione totale di ogni associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità. Torna qui il pensiero di Hobbes, solo che al posto del sovrano c’è la communauté, la volontà generale. Questa volontà generale è il perseguimento dell’interesse generale contro tutti gli interessi particolari e nell’interesse di tutti: «Ora, il sovrano (cioè il corpo sociale esprimente la volontà generale), non essendo formato che dai singoli che lo compongono, non ha né può avere interessi contrastanti tra .)». Il sovrano, per esser colui che definisce ciò che è giusto, definisce automaticamente ciò che è bene; chiunque si rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto da tutto il corpo politico: il che non significa altro se non che lo si costringerà ad esser libero; perché tale è la condizione che, «dando» ogni cittadino alla patria lo garantisce da ogni dipendenza personale; condizione su cui si fondano l’artificio e il funzionamento della macchina politica, e che sola rende legittimi i vincoli civili che altrimenti sarebbero assurdi, tirannici ed esposti agli abusi più enormi. E dunque ormai avvenuto che il bene si è risolto nel giusto, cioè nella volontà generale. Non è più che un interesse generale sia giusto perché corrisponde a certi valori, ma diviene esso stesso valore perché è generale.

Mentre nell’Europa continentale l’etica procedeva secondo questa tendenza razionalista, in Inghilterra si sviluppava secondo quel filone che viene detto «utilitarista». Espressione iniziale e di alto livello è rappresentata da David Hume (1711-76). Alcuni elementi riportati dal suo trattato intitolato «Ricerca sui principi della morale» ci inquadrano le riflessioni sulla politica e sull’etica: il trattamento della giustizia è basato sull’utilità per la società. L’utilità è intesa come tendenza ad un bene ulteriore ed è la base di varie virtù morali, ma non l’unica fonte della virtù; a questa contribuiscono anche altre qualità come la cortesia, la modestia, l’affidabilità. In termini più completi si può parlare di «umanità» come sentimento che hanno in comune tutti gli uomini e che è una sorta di carattere pubblico ed aperto agli atteggiamenti morali. La influenza di Hume nel campo dell’etica è stata estesa e profonda. La sua insistenza sull’utilità sociale porta all’utilitarismo inglese secondo le sue varietà diverse. Un altro suo scritto importante sotto il nostro profilo sono i «Saggi di morale e di politica»: in esso vengono distinti due tipi di doveri morali. Delle due specie di doveri morali uno procede a partire dall’istinto naturale ed è interamente indipendente dalle idee di obbligazione o di utilità pubblica: l’amore dei figli, la gratitudine verso i benefattori e la pietà verso chi subisce una disgrazia ne sono esempi. Un secondo tipo di dovere morale nasce solo da un senso di obbligazione più che da una consapevolezza delle necessità della società umana.

Altro utilitarista inglese fu William Godwin (1756-1836), Partendo dall’etica si occupò di politica e di felicità umana. La sua «Ricerca sulla giustizia politica e la sua influenza sulla morale e nella felicità» fu pubblicato nel 1793: in esso propugnava il principio della più grande felicità per il più gran numero di persone. Fu un acceso difensore della libertà politica e sociale ma non accettava la formulazione (Bentham) del piacere e del dolore individuali come fattori fondamentali del giudizio morale. Piacere e dolore personali non sono moralmente buoni per l’azione stessa: egli riteneva che solo la «ragione» fosse la miglior motivazione morale dell’attività umana (molto simile in questo alla posizione kantiana).

Più avanti, nel secolo diciannovesimo fu John Stuart Mill (1806-1873) che portò avanti con le sue opere «Logica delle scienze morali» (1843) e l’«Utilitarismo» (1863) queste linee di pensiero. L’etica ha alcune premesse generali e da essa scaturiscono alcune principali conclusioni, sicché si forma un «corpo di dottrine» che costituisce l’«arte della vita». Questa «arte della vita» si divide per Mill in 3 parti: morale, politica ed estetica — in corrispondenza rispettivamente col retto, col conveniente e col bello. La formulazione che egli dà dell’«utilità»

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non ha niente a che fare con la comune eccezione della parola, che è in contrasto con il piacere. Ecco esattamente come egli si esprime: « Il credo che accetto come fondamento della morale, il principio dell’ Utile o della Più Grande Felicità, sostiene che le azioni sono rette secondo che tendano a promuovere la felicità e sono cattive secondo che tendano a promuovere l’inverso della felicità. Per felicità si intende il piacere e l’assenza di dolore; per infelicità il dolore e la privazione di piacere». A questo il Mill aggiunge due punti chiarificatori. Ciò che è implicato non è la più grande quantità di felicità di un singolo agente, ma «la più grande quantità di felicità nel suo insieme». Inoltre ci sono diverse specie di piacere; devono essere notate le variazioni di qualità oltre quelle di quantità. Quando si occupa poi di politica e di giustizia Mill ritorna al riconoscimento del più alto interesse collettivo dell’umanità: i doveri imposti dal «giusto» sono semplicemente la più alta specie di utilità sociale. Per Mill gli uomini generalmente amano la felicità e la virtù è quella che conduce l’uomo alla vera felicità. Il quinto capitolo dell’Utilitarismo associa l’utile con la nozione di giustizia. Mill è ben consapevole che molti hanno pensato che gli uomini hanno un istinto o sentimento naturale del giusto. Egli dà una meditata spiegazione dell’origine storica dell’accettazione della giustizia da parte degli uomini. Qui viene messo l’accento sull’idea che gli esseri intelligenti tendono a cogliere una «comunità di interessi» ed a sviluppare la capacità di simpatizzare con gli esseri umani in generale.

Può essere utile anche esaminare la politica dal punto di vista dell’etica dell’idealismo tedesco. Prendiamo ad esempio Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) e ricordiamo la sua opera « Sistema di etica» (Das System der Sittenlehre, 1798): la sua metodologia filosofica: io (tesi), non-io (antitesi), io assoluto (sintesi di io e non io) segue la stessa via triadica nell’etica: a) una voce della coscienza che parla chiaramente e inequivocabilmente dentro di noi, b) una scienza filosofica di ciò che è retto (in generale fuori di noi), c) un’azione di sintesi nel realizzarsi della propria volontà e della coscienza morale. La politica poi non è che un’estensione dell’etica. Nella comunità sociale la volontà individuale deve apprendere a limitarsi in relazione agli interessi delle altre volontà individuali. Quindi la società è «la relazione reciproca degli esseri ragionevoli; una libera e reciproca attività fondata su idee». La concezione morale -dello Stato in Fichte è legata a ciò che si è detto. La volontà non è solo l’energia mentale tua o mia: c è una più ampia «volontà» (qui c’è ovviamente una reminiscenza della volontà generale di Rousseau), che si esprime nella vita dello Stato nazionale.

Limiti di spazio non ci consentono di dare un occhiata, neanche veloce, ad altri importanti contributi sul tema. Ma vogliamo perlomeno accennare a quella importante parte dell’etica politica che è stata sviluppata da pensatori attivi nell’etica sociale: basti pensare a Fourier, a Karl Marx e, per quanto diversamente indirizzati, a Croce e a Gentile.

Nel corso del xx secolo inoltre scuole di pensiero come quella dell’eticaanalitica (o meta-etica del linguaggio) o quella esistenzialista finanche nel suo filone religioso-protestante (Reinhold Niebuhr: «L’uomo morale e la società immorale» 1932) hanno dato ampi spazi di riflessione sulla materia di questo argomento.

Forse però nel giungere ai giorni nostri sono intervenuti spazi troppo ampi nel pensiero umano che talora hanno provocato dei disorientamenti e talora hanno lasciato invero anche dei vuoti di valori interiori e di tensioni ideali dell’uomo.

Passiamo adesso alla seconda parte dell’argomento proposto. E rifacciamoci alle linee guida di pensiero che regolano, che normano il comportamento degli individui che fanno parte dell’istituzione. In quanto si tratta di un insieme di persone, che vivono in relazione tra di loro ed in relazione con gli altri uomini, anche qui emerge un comportamento «politico», si configurano delle norme, ed emerge quindi una teoria etica quale risultato del complesso di queste norme, che nascono sulla base di alcuni principi e sono articolate in conformità di alcuni fini.

Dal punto di vista etico, la M. tende a conoscere l’uomo — questo grande sconosciuto — ed a condurlo al perfezionamento attraverso l’educazione; indi alla sua vittoria sul vizio e sulle passioni mediante la conoscenza e l’esercizio delle virtù, la conquista della verità e il culto per la Giustizia. Ricordiamo i significati che sono dentro queste parole.

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Ieranza, altruismo e senso del dovere. La morale dunque inizia dal singolo uomo ed è il processo di avvicinamento di ciascun individuo verso gli altri, in conformità al principio che dice: agisci verso gli altri nel modo in cui essi stessi vorrebbero essere trattati, trattali come tu vorresti essere trattato al loro posto.

Siamo persone umane, che vivono insieme, che costituiscono quindi una «polis», che hanno un comportamento «politico»: il vivere insieme, per scelta e per necessità, si basa sul fatto che una scelta, anche etica, presuppone libertà; che inoltre esiste una uguaglianza di fondo nella diversità degli uomini e che la fratellanza umana è una presenza naturale nell’essere uomo.

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IL GRANDE ORIENTE Dl NAPOLI

IL GRANDE ORIENTE Dl NAPOLI

E LA LOGGIA TARANTINA

“NEMICA DELL’AMBIZIONE” (1810-14)

di

Francesco Guida

Il Rito Moderno o Unito o Riformato francese del 1802

Napoleone considerò ed organizzò la Massoneria come uno strumento di sostegno e controllo politico. Doveva, però, fare i conti con il rito scozzese, che riconosciuto dall’Inghilterra, non dava garanzie di fedeltà e docilità assoluta. Ragioni squisitamente politiche lo indussero a creare in Francia un nuovo rito indipendente.

L’Assemblea Generale del Grande Oriente di Francia istituì nel 1802 il Rito Unito, conosciuto all’estero come Rito Moderno o Riformato, perché voleva essere una “riforma” del rito scozzese. Infatti, la sua “piramide” contava undici scalini invece degli scozzesi trentatré, ed erano:

Apprendista

Compagno

Maestro

Eletto Segreto

Grande Eletto Scozzese

Cavaliere d’Oriente

Sovrano Principe Rosa-Croce

Cavaliere Kadosh

Cavaliere Templare

Cavaliere Templare Maestro o Principe del Regio Senato

Illuminatissimo Gran Maestro (1)

Gran Maestro fu nominato Giuseppe Bonaparte, Luogotenente Cambacérès, Rappresentante particolare Roittiers de Montaleau.

Tale rito si rese caratteristico per l’istituzione di alcune commemorazioni come la Festa del Risorgimento della Natura fissata al 21 maggio, e quella del Riposo della Natura fissata a fine novembre. Ovviamente l’Inghilterra non riconobbe tale rito e vennero a cessare i rapporti massonici con la Francia. (2)

Penetrato nel regno di Napoli, il 24 giugno 1809 sorse nella capitale il Grande Oriente di rito riformato comprendente tutte le logge del regno, retto dal Gran Maestro Gioacchino Murat, re di Napoli. (3) Murat fu iniziato il 26 dicembre 1801 nella loggia “Hereuse Rencontre” di Milano, costituita il precedente 26 giugno all’obbedienza del Grande Oriente di Francia; loggia costituita da 18 elementi, di cui 11 provenienti dall’esercito o dall’amministrazione pubblica; (4) a seguito del suo trasferimento a Parigi fu eletto Venerabile della loggia “La Colombe” del Grande Oriente di Francia, (5) quindi nominato nel 1803 Primo Gran Sorvegliante dello stesso Grande Oriente di Francia (6)

Completamente differente era la massoneria di rito scozzese, ormai indebolita dal nuovo corso ma non estinta se l’11 giugno 1809 riusciva a costituire il Supremo Consiglio del 330 grado, ma proprio la posizione di fragilità la indusse ad un concordato con Murat conferendogli il Titolo di Sovra no Gran Commendatore.

Secondo il marchese Orazio De Attellis, massone scozzese, nel 1810 i vecchi scozzesi fondarono la società dei Carbonari, complottando con i borboni e gli inglesi contro i francesi.

Nel 1812, in occasione della campagna di Russia che allontanava Murat dal regno di Napoli, molte logge rientrarono nel rito scozzese, ed in breve tempo si ricostituì il Supremo Consiglio autonomo, in antitesi al Capitolo del rito riformato.

I massoni di rito scozzese si affiliarono alla Gran Loggia di Edimburgo, costituendo il 23 febbraio 1814 la Gran Loggia Madre di Rito Scozzese. Ormai lo scozzesismo napoletano aveva assunto apertamente il ruolo dell’opposizione antinapoleonica e anglofila. Allarmati da tale minaccia, la regina Maria Carolina fece demolire la Gran Madre

Loggia, ed il marito, Gioacchino, emanò il 4 aprile 1814 1’editto contro le vendite carbonare, anche se l’anno successivo tentò una disperata riconciliazione per fini politici. (7) Nel 1815, ultimo anno dell’epopea napoleonica, crollò il rito riformato, , ma il rito scozzese continuò a svilupparsi sino al 1820-21. (8) In Francia, nel 1816 venne ricostituito il Grande Oriente ed eletto Gran Maestro il Maresciallo Macdonald, che adottò il rito scozzese. Nel regno di Napoli alla fine del 1820 regnava sotto il versante massonico lapiù grande confusione, al punto tale che, seppure per breve tempo, si contarono tre grandi orienti massonici: il primo di Giuseppe Zurlo, già alto dignitario di rito riformato, di tendenza aristocratica; il secondo di rito scozzese, di tendenza borghese e costituzionale; il terzo formato da carbonari di Salerno. (9)

La Loggia “Nemica dell’Ambizione’

Dal Quadro delle logge regolari del Grande Oriente di Napoli per l’anno 1813 risulta che a Taranto esisteva dal 1810 la loggia “Nemica dell’Ambizione” di rito riformato, retta dal Venerabile Saverio Trippa e con l’indicazione del deputato nella persona di Nicola Libetta. (10) Chi erano gli altri componenti? Non disponendo di un piedilista possiamo considerare qualche ipotesi. Nell’Archivio di Stato di Lecce si rinviene un elenco di 19 attendibili (=sospetti) di Carosino, redatto dall’Intendente di Terra d’Otranto il 10 maggio 1829. Il primo della lista è Saverio “Trippa, arciprete di Carosino, antico settario prima del 1820, massone e carbonaro, Gran Maestro della seconda, fu “effervescente” (=ribelle, incontrollabile) e promotore di sette. Tale rapporto indica solo un altro nominativo come massone, Giuseppe Capriulo, proprietario, antico settario prima del 1820, effervescente. (11) Stessa ipotesi può applicarsi ad un altro personaggio citato dall’Intendente nella lista degli “attendibili” di Taranto, Filippo Mazza, definendolo “Gran Cordone di Massoneria”, installatore di Vendite. (12) Sempre su tale elenco si ritrova la setta di Roccaforzata, denominata dei ‘Massoni e Carbonari”, che contava tra gli elementi più significativi il parroco Vincenzo Martino, effervescente, partecipante all’assemblea generale dell’Alta Vendita di Terra d’Otranto, tenutasi a Galatina nel 1817, installatore di sette. (13) Viene inoltre segnalato l’arciprete di Faggiano Angelo Lenti, antico settario, massone e carbonaro, organizzatore della Vendita dei “Massoni e Carbonari” di Faggiano; (14) Salvatore Mendutti di Massafra, canonico, massone e carbonaro (15); Pietro Luccarelli di Taranto, sacerdote, già Massone, capo della setta “La Repubblicana” dei Patriotti di Taranto. (16)

A questo punto, possiamo verosimilmente iscrivere costoro al piedilista della loggia Nemica dell’Ambizione, tenuto conto che non sorsero altre logge nel periodo 1814-15. Inoltre la qualificazione di antico settario era riferita a chi era nota l’appartenenza in setta da lungo ternpo.

E quindi quale era la setta che da lungo tempo minacciava l’ordine

borbonico se non la Massoneria? Trippa, Lenti, Luccarelli, Martino, Mendutti, oltre ad avere in comune l’appartenenza massonica presentavano un’altra  affinità: appartenevano al basso clero. La storia massonica di Taranto è contraddistinta da questa particolare presenza già a partire dal 1799 con don Giovambattista Gagliardi, proseguendo con i prelati della loggia Amica dell’Uomo, esistita negli anni 1804-1805. (17) A questo punto non sarà troppo azzardato ipotizzare che questi prelati sono gli stessi che componevano prima la loggia Amica dell’Uomo e dopo la Nemica dell’Ambizione. Già il titolo di questa loggia appare inconsueto rispetto a quello delle altre improntate a valori come l’amicizia, l’amore, la perfezione, la costanza, a mentre quello della loggia tarantina inneggia all’umiltà, che è nemica dell’ambizione. Virtù non molto considerata dalla massoneria dell’epoca ma 0 che ben si concilia con esponenti del basso clero in loggia, quei prelati che sono a contatto quotidiano con la gente, ne conosce ansie e umori.

Un clero che, profittando della pausa quindicinale di condanne papali 6 ritrova in loggia “la stessa dirigenza con la quale interagisce quotidianamente nel sistema imperiale (18) E sarà proprio quel “clero massonizzante dell’età napoleonica ad affiancare poi i liberali e democratici del protorisorgimento nella richiesta di costituzioni e nell’assecondare il proti cesso di unificazione nazionale”. In altri termini, era l’istanza di “evangelismo o, cristiano” (19) che questo tipo di clero portava utopicamente e se profeticamente avanti, ed il percorso settario dei sopra citati prelati vuole esserne un eloquente esempio.

Il Venerabile Arciprete Figlio di Raffaele e Anna Lacava, Francesco Saverio Trippa nacque a Carosino, piccolo paese in agro di Taranto, il 15 gennaio 1766. Abbracciato l’abito sacerdotale fu dapprima parroco, poi arciprete di Carosino. Dotato di grande cultura partecipo’ alla rivoluzione del 1799 accettando la carica di deputato della municipalità ed in concorso con altri deputati  e col presidente piantò l’Albero della Libertà nella piazza del paese.  Rubricato tra i rei di stato riuscì ad evitare il carcere e beneficiò dell’indulto del febbraio 1801. (20) Ma l’indole libertaria dell’arciprete non si sopiva dinanzi ad un provvedimento di clemenza. Durante il periodo dei Napoleonidi, regnando Giuseppe Bonaparte, proponendosi come  municipalista (figura affine all’odierno consigliere comunale), Trippa, fece notare per spregiudicatezza politica, al punto tale da suscitare le prime occupazioni di monsignor Capecelatro, l’enigmatico arcivescovo di Taranto, discusso protagonista del moto repubblicano autoesiliatosi a Napoli, finissimo dialettico. Capecelatro in una lettera inviata alfedele vicario abate Tanza, confidò questa preoccupazione innanzitutto per Trippa  e poi per lo stesso vicario che da questi aveva ricevuto doni e denaro te (paventando quindi un tentativo di corruzione da parte di Trippa), suga gerendo la sottile soluzione di presentare l’effervescente arciprete non come candidato bensì come cooptato dalla municipalità di Carosino alla e carica di municipalista. (21)

Col tempo Saverio Trippa maturò come il buon vino la sua vocazione e        rivoluzionaria.

Tra la fine del 1804 e gli inizi del 1805 in Taranto operavano due logge massoniche, una castrense “Della Filantropia” e l’altra ordinaria “L’Amica dell’Uomo”, comprese nel piedilista del Grande Oriente presso la Divisione edell’Armata d’Italia, retta dal generale bresciano Giuseppe Lechi, dipendente dal Grande Oriente di Francia.

Nella loggia L’Amica dell’Uomo ritroviamo Saverio Trippa con la carica di Segretario. La loggia cessò di operare dopo il 1805 ma monsignor Trippa

proseguì l’attività massonica come Venerabile della loggia “Nemica dell’Ambizione” (1810-1815) all’obbedienza del Grande Oriente di Napoli, retto da Gioacchino Murat.

Conclusa l’epopea napoleonica anche la massoneria subì una battuta d’arresto, ma l’esperienza settaria accumulata consentì a Saverio Trippa di fondare una Vendita carbonara a Carosino, e di organizzare attentati e insurrezioni nel 1817 e nel 1820, al punto tale da meritare l’attenzione del generale borbonico (e massone di affiliazione inglese) Riccardo Church. (22) Trippa si serviva di una struttura di occultamento della setta massonica prima e della vendita carbonara dopo: la Confraternita del SS Rosario di Carosino. Gran parte dei rubricati del 1801 e del 1829 erano iscritti alla Confraternita: “L’opera diplomatica di sensibilizzazione condotta dal clero locale e da don Saverio Trippa in particolare, con la complicità degli intellettuali confluiti in gran parte nel sodalizio del Rosario aveva scosso le coscienze anche dei più increduli; le adesioni alla setta lievitarono rapidamente, soprattutto fra i confratelli, ed il loro numero, andando ben al di là dei rubricati sfuggiva ad ogni sospetto”. Gli uomini della vendita-confraternita erano inseriti saldamente al potere del decurionato, per cui si verificava paradossalmente che quando l’intendente ordinava la formazione di un corpo di polizia o di rappresentanza formato da persone di specchiata fede borbonica venivano indicati i settari della confraternita. “Il clero e la Confraternita del SS. Rosario continuarono ad avere un ruolo centrale, subendo sino all’ultimo (unità d’Italia) i sospetti della polizia che non perdeva occasione per colpire sodo”. (23)

Nel 1818 la commissione militare esiliò Saverio Trippa per 19 anni, di cui scontò appena un anno, godendo dell’indulto regio (24). Morì a Carosino il 18 novembre 1829. (25)

Nicola Libetta

Dottore in Legge, fu sindaco di Lecce dal 1792 al 1794. Secondo una fonte fu giacobino e per tale appartenenza venne coinvolto nel processo del 1793-94.

Nominato giudice venne trasferito a Catanzaro, e nel 1799 processò i rivoluzionari locali, ma il cardinale Ruffo, constatata la sua moderazione di giudizio, chiese al ministro Acton di processarlo. Nel 1806 fu nominato Procuratore regio del tribunale speciale straordinario di Trani-Lecce e Lucera. Nel 1809fu tra gli ideatori del codice penale. Da tale anno visse a Napoli ove esercitò l’avvocatura. Ben noto agli ambienti intellettuali di Terra d’Otranto, fu indicato quale deputato della loggia “Nemica dell’Ambizione” di Taranto, proprio perché residente a Napoli. Il Grande Oriente era strutturato in modo tale che i deputati (=rappresentanti) portavano le istanze delle logge di periferia. ln tal modo venivano conosciute fatti ed esigenze delle logge, che altrimenti non potevano esser note per via delle distanze, dei mezzi di comunicazione, e della sicurezza della comunicazione. Libetta nel 1813 era stato nominato Consigliere di Cassazione da Murat, e nel Grande Oriente di Napoli rivestì la carica prestigiosa di Gran Presidente della Gran Loggia di Amministrazione.

Con il ritorno dei Borboni non solo non cadde in disgrazia ma fu promosso, nel 1820, a Presidente della Suprema Corte di Giustizia. (26)•

NOTE BIBLIOGRAFICHE.

(l) Anonimo, Rituali e Società Segrete, Ed. Convivio-Nardini, Firenze 1991, p, 43;

(2)           Anonimo, Rituali e Soc. cit. p. 69;

(3)           Giuseppe Gabrieli, Massoneria e Carboneria nel regno di Napoli, Ed. Atanor; Roma

1981, pp. 23-25;

(4)           Vittorio Gnocchini, Almanacco Massonico, Ed. A, Pontecorboli, Firenze 1994, p. 26 giugno;

(5)           Vittorio Gnocchini, Napoleone e la Massoneria, in Agorà n. 3/97 p. 16;

(6)           Vitt0iio Gnocchini, Almanacco cit. p. 26 dicembre;

(7)           Renato Soriga, Le società segrete e i moti del 1820 a Napoli, in Le Società segrete, l’emigrazione politica ed i primi moti di indipendenza, Modena 1942, p. 80;

(8)           G. Gabrieli cit. pp. 23-25;

(9)           R. Soriga, cit. pp. 90-91;

(IO) Giuseppe Gabrieli, II Grande Oriente murattiano, in Rivista Massonica del G. O.

1. n. 7/1976p. 421;

( Il) Archivio Stato Lecce, Intendenza Terra d’Otranto, Atti di Polizia, Pacco 58, Attendibili, fasc. 1488 p. 291 anno 1829, integralmente riportato da Antonio Cinque Sopravvenienze storiche di una comunità in Carosino, Editore Mandese, Taranto 7988, P• 146;

(12) Vincenzina Zara, La Carboneria in Terra d’Otranto, Ed. E Ili Bocca, Tormo 1913,

p. 150 nota;

(13)         Ferrante Tanzi, VArchivio di Stato in Lecce- Note e documenti, Stabilimento Tipografico Giurdignano, Lecce 1902, p. 203;

(14)         C. Tanzi. cit. p. 204;

(15)         Aychivio Stato Lecce, Intendenza Terra d’Otranto, Atti di Polizia, Attendibili, fasc.

1237, riportato da Michela Pastore in Settari in Terra d’Otranto, Lecce 1961;

(16)         Salvatore Panareo, Dalle carte di Polizia all’Archivio Provinciale di Lecce, in Rinascenza Salentina, anno 1938, pp. 1-4; cfr. C. Tanzi, cit. , p. 206;

(17)         Francesco Guida, La Massoneria tarantina durante l’occupazione francese (1804-

1805) in Agorà, anno IV n. 4 dicembre 1999, p. 41;

(18)         Aldo Alessandro Mola, Le stagioni massoniche dell’età napoleonica: dal giacobinismo all’Impero, in Libertà e modernizzazione, Ed. Bastogi Foggia 1996, p. 105:

(19)         Gian Mario Carzaniga, La Religione dei moderni, Ed. FTS Pisa 1999, pp. 236-237;

(20)         Nicola Vacca, I Rei di stato Salentini del 1799, Trani 1944, p. 48;

(21)         Nicola Vacca, Terra d’Otranto fine settecento inizio ottocento, Soc. Storia Patria per la Puglia Bari 1966, p. 102;

(22)         Antonio Cinque, La Confraternita del SS. Rosario nei rapporti tra Chiesa e Società a Carosino, Ed. Mandese, Taranto 1993, pp. 53-57;

(23)         A. Cinque, La Confraternita cit. , idem;

(24)         Pietro Palumbo, Risorgimento Salentino, Lecce 1911, p. 303:

(25)         N. Vacca, Rei di Stato cit. , p. 48;

(26)         N. Vacca, Terra d’Otranto cit. , p. 219;

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“LE NOZZE Dl ERMES E FILOLOGIA” Dl BOTTICELLI

“LE NOZZE Dl ERMES E FILOLOGIA” Dl BOTTICELLI

di

Saver Wet

Il celebre dipinto di Sandro Filipepi detto “La Primavera” possiede tale intrinseca unità artisti tale leggiadria di tocco e di tecnica, tale profondità di pensiero da farne un capolavoro immortale.

Tuttavia, pervenire al sicuro significato dell’immagine pittorica non è semplice se. come spesso accade, ci si lascia guidare dalle apparenze; apparenze che hanno tratto in inganno per secoli stuoli di critici acritici, epigoni suggestionati e soggiogati dall’errore del Vasari. Ma ormai la interpretazione del quadro proposta dalle giovani e brillanti studiose Claudia Villa e Claudia La Malfa deve considerarsi I ‘ unica scientificamente accettabile.

L’individuazione esatta dei personaggi rappresentati deriva certamente dal romanzo “De nuptiis Mercurii et Philologiae” di Marziano Capella, scrittore del IV -V sec. d. C.

E dunque, nel giardino degli aranci, appaiono. da sinistra a destra:

Ermes, con i suoi più noti attributi, il caduceo ed i calzari alati:

Le tre Grazie che, intrecciate le mani, sembrano muoversi a passo di danza;

Filosofia (non Venere), in atteggiamento di grande dignità, collocata al centro del quadro, leggermente spostata indietro rispetto alle altre figure c che sovrintende con il suo gesto gli avvenimenti;

Una Musa (non laPrimavera);

Filologia (non Flora), la sposa di Mercurio;  Athanasia (Immortalità) (non Zefiro);  al centro, su Filosofia. Eros saettante.

(E’ interessante notare, senza voler invadere il campo del Fr.•. Aldo Tavolara. che il dipinto, esaminato da un punto di vista geometrico-esoterico, presenta una struttura ad ogiva con angolo di 144 0 e con inclinazioni dei personaggi raffigurati secondo angoli di 36 0 . 72 0 e 108 0 ).

Il romanzo di Capella narra delle nozze di Mercurio, dio della ragione che tutto pone in discussione e trasmigratore delle anime dei morti. con Filologia, eroine mortale impegnata nelle lettere.

Dei nove di cui è composto, i primi due libri narrano le vicende di mercurio alla ricerca di una moglie bella ma anche saggia e la titubanza di Filologia di fronte alla richiesta di matrimonio: negli altri sfilano le sette arti liberali che, in qualità di virgines dotales, si presentano al banchetto degli dei ed

enumerano le loro virtù.

Nel secondo libro si descrive il momento in cui Filologia. decisasi al matrimonio col divino Mercurio, sta per abbandonare le cose terrene per diventare immortale ed essere trasportata in cielo.

Nel momento culminante del passaggio dallo stato mortale a quello immortale, la vergine riceve la visita di alcune tra le più importanti divinità del mondo classico: le tre Grazie. le Muse, Immortalità e Filosofia.

Nell ‘episodio descritto nel quadro si presenta a Filologia una divinità di aspetto molto dignitoso e fiero: si tratta di Filosofia, attraverso cui Giove permette agli uomini di ascendere al cielo.

Successivamente si accostano alla Vergine tre splendide fanciulle dal volto di pari bellezza e decoro, le mani legate tra loro vicendevolmente con serti ed inghirlandate di rose: le Grazie. che iniziano una danza ed un canto celestiale.

Esse preannunciano r ingresso di un’altra veneranda divinità, Athanasìa (Immortalità) : questa, rilucente di una sacra e celestiale luce di veneranda sacerdotessa, eccelle per un volto augusto e severo. Ella è lì mandata dal padre degli dei per trasportare la vergine in cielo, dopo che abbia bevuto dalla coppa dell ‘immortalità.

Immortalità, presa con la sua mano destra Filologia, si accorge che ella ha il petto costipato di materia terrena. Le ingiunge allora di liberarsi immediatamente di quanto tiene dentro; al che Filologia comincia a vomitare questo peso terreno. che sono i libri della conoscenza.

Quel laborioso vomito si trasforma in un flusso di scritti di ogni genere: gran quantità di libri, di volumi e di opere in varie lingue scorrono fuori dalla bocca della Vergine!

Mentre la Vergine si libera con grande sforzo di tale abbondanza di Sapienza, le si avvicinano, una alla volta delle fanciulle – le Arti e le Muse – le quali iniziano a raccogliere nel proprio grembo quello che esce dalla bocca di Filologia.

“Mentre la Vergine vomitava a torrenti tali cose, le fanciulle numerose, alcune delle quali dette Arti, altre Discipline. immediatamente raccoglievano quello che la Vergine riversava dalla bocca, ognuna di esse prendendo ciò che è necessario al proprio uso. ‘

La descrizione dello sforzo di Filologia che nel vomito produce la Sapienza è uno dei passi più magici del libro di Capella.

Ma allora, qual è il significato complessivo del quadro? Prima di azzardare una interpretazione, ricordiamo alcune caratteristiche dei personaggi in gioco.

La Filologia è la scienza che, con l’ aiuto di paleografia, epigrafia, linguistica e archeologia, interpreta criticamente il linguaggio di un popolo nei suoi documenti scritti e nei testi di opere letterarie, per lo più antiche e di controversa lettura o interpretazione, nonché nelle varie testimonianze della sua cultura, per ricostruire la vera o la più probabile visione storica della sua civiltà.

Ermes è uno dei simboli dell ‘intelligenza industriosa e realizzatrice; ha come attributi i sandali alati, che rappresentano la forza di elevazione c la capacità di rapidi spostamenti. Egli è l’inventore della lira e del flauto, che donò ad Apollo in cambio della magia divinatoria e del caduceo. Zeus si servì di lui come messaggero presso gli dei degli inferi Ade e Persefone.

Divinità agraria, è guida delle anime nella dimora dei morti (donde l’ attributo di Psicopompo) ed è rappresentato con un ariete sulle spalle (Kriophoros) : in tale veste è il simbolo del Buon Pastore, mediatore fra dei e uomini.

Dio dei viaggi, venerato nei crocicchi (luoghi epifanici). messaggero della buona novella, Ermes è il simbolo dello scambio fra il cielo e la terra, della mediazione che può pervertirsi in commercio simoniaco o elevarsi fino alla santificazione.

Come corpo celeste Mercurio, uno dei pianeti più difficilmente osservabili, rimane costantemente nelle vicinanze del Sole, sì da essere osservabile solo al crepuscolo o con cielo velato; la sua “fuggevolezza” rispetto all ‘osservatore è il motivo del suo significato simbolico di natura ambigua ed insicura, per via della sua mobilità.

E’ considerato elemento androgino (argento vivo, sulphur et mercurius) : possiede la sua dimora diurna nei Gemelli e quella notturna nella Vergine.

Il caduceo (in gr. : Keptxeuov=kerykeion) che Ermes impugna è una bacchetta intorno alla quale si arrotolano in senso inverso due serpenti. Il serpente ha un doppio aspetto simbolico, di cui il caduceo rappresenta l’antagonismo e l’equilibrio (l ‘equilibrio del mercurio e dello zolfo alchimistici). Uniti per le loro code. i serpenti si scambiano gli attributi del compasso e della squadra.

Il caduceo si [ferisce al caos primordiale (i sentimenti che si combattono) ed alla sua polarizzazione e separazione. L’arrotolamento dei serpenti intorno al bastone rappresenta l’equilibrio delle tendenze contrarie intorno all’asse dcl mondo, giustificando quindi la definizione del caduceo come simbolo di pace.

I due serpenti si accoppiano sul fallo in erezione: il caduceo diviene simbolo di fecondità:

Il fallo di Ermes Psicopompo penetra dal mondo conosciuto nel mondo sconosciuto alla ricerca di un messaggio  spirituale di liberazione e di guarigione: il caduceo diventa quindi simbolo della scienza  medica.

Il bastone è l’equatore ed i due serpenti il Sole e la Luna che nel corso dell’anno percorrono l’eclittica, sulla quale a volte sono uniti, altre   separati; dunque Ermes è padre dell’astronomia e dell’agricoltura.

(Ricordo che anche l’Aurora veniva raffigurata con i] Caducco, in quanto araldo del Sole nascente). Dunque, I ‘interpretazione del dipinto non può prescindere da quanto simbolicamente racchiudono le due figure principali, Ermes e Filologia. e che solo brevemente ho riassunto innanzi.

La chiave interpretativa sta, a mio parere. proprio nel matrimonio fra il dio e la vergine. ed anche nella sua preparazione.

Infatti, mi pare di poter osservare che Filologia rappresenta l’uomo col suo sapere profano. fatto di scienze, arti, discipline le più varie, in un groviglio intellettuale che provoca una vera e propria costipazione del suo spirito. Filologia è bella. ma vergine. dunque dalla umanità incompleta, monca, alla quale tutto il sapere profano possibile non dà la completezza del Sapere medesimo, né le può donare immortalità. in una parola non può farla pervenire all’Essere.

Per fare il nuovo ed importante passo e quindi divenire immortale, deve spogliarsi di tutto il sapere profano, annullarsi completamente in una molle simbolica. nella putrefazione. sorretta e spinta però proprio dall’Immortalità.

Tutto il sapere profano sfugge con grande sforzo dalla bocca della vergine, trasferendosi alle Muse mortali che di esso sono le depositarie. Il vomito, lo sgravio procede finché Filologia è totalmente purificata.

Il matrimonio con Ermes è invece il punto di arrivo, anzi. il nuovo punto di partenza, dopo l’iniziazione; Ermes stesso è il sapere iniziatico. sempre mutevole, dubbioso, androgino.

Muse e Grazie dividono Filosofia e Ermes, quasi a significare che il cammino delle conoscenza profana a quella          iniziatica è velato da suadenti illusioni e da attraenti seduzioni.

Il matrimonio rende Filologia ed Ermes una persona sola, un androgino che tende all’Essere, una unione di Pensiero ed Azione; e solo sposando Mercurio Filologia può divenire immortale.

Dunque, Filologia segue un percorso di conoscenza che tende a reintegrarla nel Pleroma, alla stregua di Sophia dopo il suo ektroma.

Su tutto il quadro domina, in ‘nodo discreto ma autorevole, Filosofia. Ennoia, la Mente-Pensiero a cui l’ androgino deve tendere per il raggiungimento  dell’ Essere e ancora sopra di lei troneggia Amore.

Perché solo dopo aver attraversato il sapere profano. dopo la macerazione, dopo aver riformulato e ricreato le proprie conoscenze dal punto di vista iniziatico. dopo aver sposato il dubbio, è possibile raggiungere l’immortalità dell’Essere: e solo più in alto e più in là è possibile essere pervasi dall’Amore Universale. dardeggiante come fosse una colomba dello Spirito Santo.’

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LA PERLA DELL’IDEALE

LA PERLA DELL’IDEALE

di

Kabalicus

Contrariamente all’opinione comune non bisogna credere che tutte le gemme più bel le siano maledette, anzi, alcune di esse sono state considerate per secoli delle vere e proprie panacee, capaci di cose mirabolanti fino al punto di conservare il corpo dei defunti dalla corruzione della morte. Quella stessa essenza divina che le permea, come può rendere pericolosissime, può anche fame una benedizione per chi le possiede, una sicura protezione da ogni pericolo, una cura infallibile per qualsiasi male.

La perla, per esempio, che pur non essendo una pietra preziosa è sempre stata considerata come tale per la sua bellezza. purezza e rarità, ha rivestito in molte e diverse tradizioni un carattere simbolico quasi esclusivamente positivo. ricco e complesso.

Mircea Eliade, che ha diffusamente studiato il simbolismo della perla, dice in proposito: “…Sono state trovate perle, conchiglie, nelle sepolture preistoriche: la magia e la medicina le utilizzano; si offrono ritualmente alle divinità dei fiumi, occupano un posto privilegiato in alcuni culti asiatici; le donne le portano per ottenere fortuna in amore e fecondità.

Vi fu un tempo in cui la conchiglia, la perla, avevano dappertutto un significato magico religioso: gradatamente il loro campo si è ristretto alla stregoneria e alla medicina.

Perché la perla ha un significato magico, medicinale o funerario’?

Perché è “nata dalle acque”, perché è “nata dalla Luna”, perché rappresenta il principio femminile, yin, in quanto si trova dentro ad una conchiglia simbolo, appunto, della femminilità creatrice.

Tutte queste circostanze trasfigurano la perla in “centro cosmologico” nel quale coincidono i prestigi della Luna, della Donna, della Fecondità, del Parto. La perla è carica della forza germinatrice dell ‘acqua in cui si è formata; “nata dalla Luna” ne divide le virtù magiche e per questo si impone come ornamento femminile; il simbolismo sessuale della conchiglia le comunica tutte le forze che implica; infine la somiglianza tra perla e feto [e conferisce le proprietà genitali e ostetriche (l’ostrica pang “gravida di una perla, è simile alla donna che ha il feto nel ventre”, dice un testo cinese).

Da questo triplice simbolismo (Luna, Acqua, Donna) derivano tutte le proprietà magiche della perla, medicinali. ginecologiche e funerarie.

Nel Cristianesimo e nello Gnosticismo il simbolismo della perla si arricchisce e si complica senza tuttavia allontanarsi mai dall’ originario significato.

Sant’ Efrem, padre e dottore della chiesa siriaca, utilizza il mito antico della perla per illustrare tanto l’Immacolata Concezione quanto la nascita spirituale di Cristo nel battesimo del fuoco. Anche Origene, filosofo e teologo cristiano di Alessandria, insieme ad altri numerosi autori riprende l’identificazione di Cristo con la perla.

Nell’Inno della Perla degli Atti di Tommaso, celebre scrittore gnostico, la ricerca della perla simboleggia il dramma spirituale della caduta dell’uomo e della sua salvezza, e finisce per significare il mistero trascendente reso sensibile, la manifestazione di Dio nel Cosmo.

La tradizione mistica cerca sempre di raggiungere il suo ideale e il suo fine: ciò è chiamato “la perla dell’ideale”. 

 La ricerca della perla rappresenta la vera e propria ricerca dell’ essenza sublime nascosta nel profondo dell’ uomo, la sua immagine simbolica evoca la purezza, ciò che è nascosto, ciò che è perduto negli abissi e che è difficile da raggiungere.

Nella storia naturale, Plinio afferma che la bianca lucentezza delle perle è tanto maggiore quanto più è profondo il mare in cui esse nascono: in quei fondali, dove per la scarsa profondità delle acque riescono ad arrivare i raggi del sole, le perle nascono giallognole e imperfette; ma negli oceani, sul fondo dei quali regna un’eterna profondissima notte, si sviluppano gli esemplari più belli, di un candore impareggiabile.

La perla in ogni tradizione simbolica gioca un ruolo di centro mistico, rappresenta la sublimazione degli istinti, la spiritualizzazione della materia, la trasfigurazione degli elementi, il positivo compimento dell’evoluzione. Può essere facilmente connessa con l’androgino, l’uomo sferico di Platone, immagine dell’ideale perfezione delle origini e della fine dell’uomo. così come essa è il frutto della congiunzione del fuoco e dell’acqua secondo i musulmani, che immaginano anche l’eletto al paradiso racchiuso, insieme alla sua Urì, dentro a una perla.

Secondo alcune leggende, la perla nasce all’interno della conchiglia per effetto di un lampo o di una goccia di rugiada, e i miti persiani l’associano alla manifestazione primigenia, la divinità avvolta nell’oscura notte primordiale. L’Atharva-Veda la definisce figlia del Soma, che è tanto la Luna, quanto la bevanda di immortalità, e le attribuisce la virtù di allungare la vita.

Nella Cina antica vi era la convinzione che essa subisse una mutazione parallela a quella delle fasi lunari, ed era ritenuta simbolo di vita eterna. Analogo è il simbolismo delle perle infilate in un filo: sono il rosario, il sutratma, la catena dei mondi penetrata e tenuta unita dall’ Atman, lo Spirito universale.

La collana di perle rappresenta quindi l’unità cosmica del multiplo, l’integrazione delle componenti diverse di un essere nell’unità della persona: quando però è spezzata, essa diviene allora immagine di disgregazione, dell’ uni verso disordinatamente sconvolto, dell ‘ unità infranta.

Molteplici sono le maniere nelle quali si esplicano le virtù curative delle pietre, alcune bastava portarle come amuleti, altre era necessario ingerirle come medicine, ma qualunque fosse il modo. aiutavano sempre il corpo ad espellere il morbo che lo tormentava. o a tenerlo lontano.

La perla è un prodotto organico; essa nasce e si sviluppa nelle profondità del mare e soffre se non viene trattata con cura, e può deteriorarsi perdendo lentamente il suo splendore.

La medicina orientale la utilizzava per le emorragie, l’itterizia e per guarire indemoniati e folli. La luna, anche in Occidente, era considerata la maggiore responsabile di tutte le malattie mentali e quindi quale medicamento poteva essere migliore del frutto stesso dei raggi lunari?

In un trattato di medicina orientale del 1240 circa, la perla è consigliata per i mali che affliggono gli occhi, come antidoto per gli avvelenamenti, per guarire dalla tisi e come salutare ricostituente.

In Cina veniva usata per gli scopi curativi solo la perla vergine, cioè non perforata, perché il fatto che non fosse stata manipolata dall ‘uomo assicurava che anche le sue virtù erano rimaste intatte, non si erano disperse né indebolite.

A partire dal] ‘ottavo secolo il suo uso medicinale si diffonde anche in Europa e immediatamente la richiesta di perle aumenta, e con questa il loro prezzo.

Viene raccomandata da numerosi autori in special modo per l’epilessia, chiamata anche mal lunatico; per la pazzia, per la malinconia, per fortificare il cuore e come elisir di lunga vita.

Essendo stata per millenni l’ emblema della forza generatrice, della fecondità, la perla venne, in epoche più moderne. considerata un potente afrodisiaco. un ottimo rimedio contro la sterilità e un buon mezzo per facilitare i parti.

Presso i Greci le perle furono sempre in stretta relazione con divinità femminili, particolarmente Afrodite, nata anche Ici dalla spuma del mare, divenendo l’emblema dell ‘amore e del matrimonio. In Siria, Afrodite era chiamata “Signora delle perle” e a Antiochia “Margarita”. che vuol dire. appunto, perla.

Nella medicina araba le perle erano ritenute efficaci per eliminare Ie  macchie della cornea e quelle dei denti, usandole come dentifricio. per curare le palpitazioni cardiache, le paure e le angosce derivanti dal sangue intossicato.

Se si riesce a sciogliere le perle così da ricavarne un liquido trasparente, questo, frizionato sulle parti del corpo macchiato dalla lebbra. fa tornare la pelle sana e perfetta.

     Se invece si versano alcune gocce di questo stesso liquido nel naso, sparisce il mal di testa conseguente all’infiammazione dei nervi che si trovano nella zona oculare.

Nel Medio Evo si usava questa gemma per riuscire a scoprire i ladri: quando in una casa veniva a mancare qualche oggetto, la padrona recitava delle formule magiche particolari tenendo in mano una perla. poi la metteva dentro una coppa di vetro rovesciata e, fissandola. elencava i nomi di tutte le persone che conosceva o che sospettava: al solo pronunciare il nome del colpevole la perla si sarebbe improvvisamente mossa come se volesse fuggire, denunciando così infallibilmente il ladro.

Accanto alla tradizione che vede le perle come apportatrici di salute, amore e fecondità. ce n’è una che Ie considera portatrici di lacrime e disgrazie, in particolar modo per le donne sposate. ed è una credenza questa che in alcuni paesi è ancora avvertita e radicata.

Era ipotesi comune che a generare le perle fossero state le lacrime e che quindi dal dolore non potesse derivare altro che dolore. Una leggenda dice che Adamo ed Eva, dopo la morte di Abele, abbiano a lungo sconsolatamente pianto il loro amato figlio e che queste lacrime, cadendo nel mare, si siano trasformate in perle.

A seconda del colore le perle hanno un diverso influsso su chi le porta; quelle dalle sfumature azzurre rendono volubili e leggeri, quelle rosate donano costanza e perseveranza nei propositi, che saranno poi coronati dal successo, e assicurano fedeltà in amore.

Infine, quelle nere. tanto rare a trovarsi. portano grande fortuna e sono I ‘emblema della più leale amicizia e della più totale devozione.

“Herbis, verbis et lapidibus” (con le erbe con le parole e con le pietre), questo motto latino. usato di frequente nel Medio Evo, riassume efficacemente il concetto di terapia degli antichi: era soprattutto a questi tre elementi che ci si rivolgeva per portare soccorso all’uomo.’

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LA MASSONERIA A TARANTO: NELL’OCCUPAZIONE FRANCESE (1803-1805

LA MASSONERIA A TARANTO

NELL’OCCUPAZIONE FRANCESE (1803-1805)

di

Francesco Guida

Taranto è stata sempre un’ ambita meta strategica per la politica militare di qualunque potenza. Napoleone Bonaparte apprezzò in modo particolare la sua collocazione geografica e la sua disposizione che ben si prestava ad essere un punto di riferimento per la strategia militare nel Mediterraneo. Ed è proprio a Napoleone che la città deve uno dei suoi maggiori tributi per lo sviluppo che ricevette in quel periodo. Dopo la prima fase dell’occupazione. conclusa nel maggio 1802. l’anno successivo, il 18 maggio 1803, con la dichiarazione di guerra dell’Inghilterra alla Francia, Napoleone ordinò che fosse nuovamente occupata la Puglia. nominando il generale Laurent Gouvion Saint Cyr comandante del Corpo d’Osservazione del Mezzogiorno. In questo periodo, il 3 settembre 1803, morì P. A. Choderlos de Laclos.

Laurent Gouvion de Saint Cyr

Laurent, marchese de Gouvion Saint Cyr, Maresciallo ( 1 8 1 2) e Conte dell’ Impero (1 8 1 5), nacque a Toul il 13 aprile 1764, morì a Hyères il 17 marzo 1830.

Non ha perduto una sola battaglia e si distinse tra i Marescialli napoleonici per la sua fermezza e la sua indipendenza di carattere. Figlio di un conciatore, non aveva che tre anni quando sua madre abbandonò la famiglia. Dopo un viaggio di due anni in Italia, diventò maestro di disegno a Toul e successivamente a Parigi. Nel 1792 decise di aderire all’esercito repubblicano. E la che aggiunse “Saint Cyr” al suo nome, per distinguersi dai suoi cugini. Combatté nell’esercito della Mosella.

Intelligente, istruito, capace, aveva un eccellente colpo d’occhio. Gouvion. Saint. Cyr guadagnò rapidamente i galloni militari. Il 16 giugno 1794 era già Generale di Divisione. un record di rapidità, comandò una divisione dell’esercito a Rhin c Mosella. Nel 1798, ricevette il Comando provvisorio dell’esercito a Roma che invase gli stati pontifici c creò la Repubblica Romana. Gouvion ripollò la disciplina nei ranghi degli ufficiali. che erano in procinto di essere destituiti da Massena.

Il 26 luglio 1798: risultava nei ranghi dell’Armata d’Italia e partecipò . sotto Joubert, alla battaglia di Wom, il 15 agosto 1799. Dopo la battaglia, si ricongiunse al resto del]’ armata. Quando Massena va a rimpiazzare Joubert. ucciso a Novi. Gouvion ottiene d’essere destinato all’ armata d’ Italia e batté l’esercito austriaco. Per le sue vittorie in Italia Napoleone gli conferì il brevetto di primo tenente dell’ armata e la spada d’onore.

Destinato all’armata di Germania sotto Moreau. conquistò Friburgo e partecipo” alla battaglia d’ Hohenlinden, il 3 dicembre 1800. Nel 1801, venne incaricato di accompagnare Luciano Bonaparte in Spagna. Due anni dopo, fu tenente del Corpo di occupazione a Napoli, sotto Murat.

Comunque. si rivelò un po’troppo indipendente sul piano politico. secondo le impressioni dei suoi superiori. Nel 1804, non sarà nominato maresciallo, ma diventò Colonnello Generale dei Corazzieri. Nel 1 805, entra nei ranghi dell ‘esercito che deve sottomettere il Regno di Napoli, ove Giuseppe è il nuovo Re. Comandò un corpo d’armata durante la campagna di Polonia nel 1 807, e venne nominato governatore di Varsavia. Nel 1808 prende il comando del VII corpo con carta bianca per operare in Catalogna. Gouvion guadagnò vittoria su vittoria. Malgrado la carenza di artiglieria e di munizioni, giunse  a conquistare il forte di Roses il 4 dicembre 1808 e Barcellona. Ricevette allora degli ordini che considerava irrealizzabili, enza gli valse gli arresti ed una nuova quarantena.

Nel 1811 Napoleone lo richiamò al Consiglio di Stato affidandogli il comando del VI corpo della Grande Armata. Gouvion si rituffò nelle battaglie: sconfiggendo nuovamente Wittgenstein a Poiotsk. Il 18 agosto 1812 e ricevette il bastone di Maresciallo con il titolo di Conte.

Partecipò alla battaglia di Dresda il 26-27 agosto 1 813. con l’incarico ricevuto da Napoleone di difendere la città, ma dovette  arrendersi per mancanza di munizioni e di viveri, capitolando l’ I i novembre 1813. Fu prigioniero sino al giugno 1814. Quando ritornò in Francia. Luigi XVIII lo nominò Pari di Francia. Al ritorno di Napoleone dall’sola d’Elba, Gouvion a Orleans fa portare la coccarda bianca al suoi uomini in segno di lealtà al re. Seguì Luigi XVIII a Gand e fu incaricato per diversi affari dal Ministero della Guerra tra il 1815 e 1821, contribuì a far avvicinare alla monarchia molti ufficiali di Napoleone. Fece votare l’ importante legge militare del IO marzo 1 8 1 8 per la riorganizzazione del] “esercito, che regolava la materia dell ‘ arruolamento e dell ‘ avanzamento nella carriera (avanzamento di grado per anzianità  e abrogazione del privilegio dei nobili di entrare nell’esercito direttamente con i gradi di ufficiale). Ma dovette affrontare l’ostilità degli estremisti che la esclusero definitivamente nel 1821. Luigi XVIII l’ aveva fatto Marchese nel 1816.

Scrisse numerose opere di storia militare sulle campagne della Rivoluzione e dell Impero.

Dalla sua sposa c cugina Anne Gouvion ebbe dopo vent’ anni di matrimonio un figlio, Laurent François i . Per la storia massonica la figura di Gouvion Saint Cyr non è da ignorare in quanto proprio per il suo avallo si innalzarono le prime colonne del Tempio massonico d’Otranto. organizzate da un controverso personaggio della storia politica dl tempo nonché uno dei protagonisti della costituzione del Grande Oriente d’Italia, il generale bresciano Giuseppe Lechi.

Il massone Lechi e l’indipendenza Italiana

Giuseppe Lechi nato ad Aspes presso Brescia il 5 dicembre 1766, venne avviato giovanissimo alla carriera militare a Vienna dal padre. conte Faustino Lechi, affiliato ad una loggia bresciana intorno al 1770. Nel 1793, congedatosi dall’esercito austriaco e rientrato nella città natale, fu tra i promotori del circolo “Buoni Cugini”, che aveva assorbito le idee di libertà, uguaglianza e fratellanza della rivoluzione francese, e venne arrestato il 4 maggio 1794. Dopo l’esperienza della Repubblica Cisalpina, Lechi fuggì in Francia, ove tra il 1799 e il 1800 costituì la Legione Italica partecipando alla seconda occupazione di Napoleone in Italia. Dopo la pace di Luneville tornò a Milano ove probabilmente fece parte della Loggia la Concordia prima ed alla L’ Hereuse Rencontre successivamente. Con la nuova guerra anglo-francese del 1803 fu nominato comandante del terzo reggimento del Corpo di Osservazione del Mezzogiorno, giungendo a Bari l’ I l luglio 1803 con una colonna di Polacchi2 . Quella di Giuseppe Lechi si può definire una famiglia intrisa profondamente di spirito massonico, Oltre al padre Faustino, erano massoni anche i fratelli Teodoro Lechi. Colonnello della Guardia Reale. nominato I Sorvegliante tra i 28 Grandi Ufficiali “in esercizio” della Gran Loggia Generale Simbolica del Grande Oriente d’ Italia; Angelo Lechi, Vice Comandante, Scuo, nominato tra i suddetti come Cerimoniere: Giacomo Lechi, legislatore, nominato Porta Stendardo tra i 28 Grandi Ufficiali in esercizio del Gran Capitolo Generale del G. O. I.

Giuseppe Lechi fu un personaggio molto controverso. Taluni storici lo considerano di dubbia moralità per via del{e accuse di ricatti ed estorsioni che avrebbe compiuto quando era di stanza a Barletta. a Bari. a Lecce: avido di denaro che non si peritava di procurarsi nei modi più disinvolti. Altri invece lo considerano. seppur con un carattere impulsivo ed impetuoso, uno dei precursori dell ‘unità italiana. Tale giudizio scaturisce dalla polemica sorta sulla presunta congiura di Lechi contro i francesi a favore del re borbone. Il 5 ottobre 1803 il Capitano Carlo Maml!i, si presentò al ministro borbone Acton. in nome e per conto di Lechi. proponendogli un patto segreto secondo il quale Lechi e il generale Ver. suo intimo amico c fratello massone, disgustati dal comportamento dei Francesi. tesi a depredare il regno d’ltalia dei suoi teson e noncuranti delle esigenze dei patrioti italiani di indipendenza. erano disposti, con congruo compenso. ad attuare un colpo di mano contro i francesi, impegnati nelle campagne contro I’Inghilterra. lasciando il suolo italiano dal dominio straniero e ponendovi a capo proprio il re borbone. quale garante dell’unità nazionale.

Essendo tristemente nota la fama di Lechi, Acton organizzò un incontro in gran segreto in una stazione postale nella campagna di Cerignola tra questi ed un suo fiduciario, i! Colonnello Giovanbattista Colaianni. AI Colaianni Lechi confermò il suo piano pur con molta prudenza dialettica. Tale proposta non venne accolta positivamente dalla corte napoletana che. anzi, considerandola una provocazione dei francesi per far manifestare sordo livore nei loro confronti informarono l’ambasciatore Alquier a Napoli. Della situazione venne informato lo stesso Napoleone, che conoscendo I .echi come un “grande rivoluzionario si rifiutò di credere a tale verità, preferendo invece supporre una macchinazione della corte napoletana. Alla fine chi passò i guai fu solo il capitano Mameli. che venne arrestato e ritenuto l’autonomo ideatore della truffa tentata alla corte borbonica per spillare quattrini. Come interpretare il comportamento di Lechi?

Carlo Di Somma Circello; ipotizzò che effettivamente Lechi avesse tramato con Ver ma non per I ‘indipendenza italiana bensì per lucro. Quaranta anni dopo invece “un altro storico. il grande pugliese Antonio Luccarelli di Acquaviva delle Fonti. con maggiori fonti documentarie risolse che “al di sopra di ogni dubbio e di ogni preconcetto sta il fatto indiscutibile che un insigne italiano – quantunque esuberante dalla probità morale che non sempre. purtroppo, si accompagna alla dirittura politica – ammirato per esimio valore. posto dal Bonaparte a capo di nunzerose truppe ed elevalo ad eminenti onori, va formulando un audace piano per la redenzione della Patria, e già intravede la necessità di capitanare il moto unitario. all’infuori di ogni straniera in fratellanza, da un sovrano nazionale, che la sua autorità e la sua .forza – premio il regno dell’Italia una e indipendente – ponga a servizio del nostro Risorgirnenlo.”

Filippo Severoli

Altro personaggio insigne fu il generale Filippo Severoli, nato a Faenza nel 1766 ed ivi morto nel 1822. Arruolatosi nelle truppe cisalpine si distinse per l’alto valore dimostrato tanto da essere nominato presto colonnello e nel 1 800 generale di brigata. Partecipo” nel 1803 alla spedizione del generale Massena all’occupazione del Regno di Napoli, ed ad altre campagne militari. Il 25 ottobre 1804 Severoli era di stanza a Taranto. Nell’aprile del 1805 risultava affiliato come Secondo Sorvegliante alla Loggia Della Filantropia all’Oriente di Lecce, una loggia castrense formata da ufficiali dell e Armata Francese.

L’abate Antonio Tanza, vicario arcivescovile reggente la diocesi di Taranto. scrisse a tal riguardo una gustosissima lettera al suo arcivescovo. Mons. Giuseppe Capecelatro. autoesiliatosi a Napoli (a seguito della sua ambigua condotta per i fatti del 1799), che merita di essere riportata integralmente per la sua tipica vena:

Taranto. 17 febbraio 1805

E’ partita questa mattina con tutte le benedizioni una diavola americana che stava in questo palazzo da camerata col Sig. generale (Severoli) : una vera puttana errante, una diavola porca e sporca, una voragine. Nell ‘assenza del generale si sfrenò tanto che tornato lui ed informato la cacciò via a calci in culo e questa mattina sopra un legno sdruggito  la fatta partire. questa porca stava nel quarto inferiore al mio, non soffriva che posassi l’orinale dopo essermi servito. Il ‘*mio chierico. il mio domestico, i miei cursori erano in una suggestione di dover camminare colla punta dei piedi sino a tardi perché la noia fino a tardi altum stendebat. Il generale  l’amava e la trattava da quella che non era e duolsi che un prete vedeva e pensava meglio di lui: perché qualche cosa gli .fu detto anche a nome mio.”

Il buon abate Tanza era di spirito molto disincantato. e pratico dei fatti della vita. Fu sempre lui. in altra corrispondenza con Capecelatro, a descrivere il felice approccio dei tarantini con i francesi con rara efficacia:

“Io, “minchione, andavo affligendomi per le signorine che avrebbero voluto entrare nei monasteri

(che erano il ricovero delle ragazze di buona famiglia). Niuna ha mostrato tal desiderio: eunbabus ulnis

(trad. a braccia aperte) direbbe il “mio Pisino, e qualche altro: divaricatis coxist

Le Logge “Della Filantropia” e “L’Amica dell’uomo”

Tra la fine del 1804 e gli inizi del 1805 Lechi costituì in Taranto due logge: Della Filantropia e L’ Amica dell’uomo. La loggia “Della Filantropia” era composta da militari italiani, francesi, polacchi. corsi, che facevano parte dell’ Armata Francese, come si nota dal piedilista qui riprodotto:

Francesco Jovy, nato a Corfù il 30.9. 1772, capitano nella V        Maestro Venerabile.

Giacinto Provana. nato a Torino il 12.6.1775, tenente, Maestro Prilno Soprintendente, Alpidio Ponte, nato io    Corsica nel 1760, Capo Batt. ne. Maestro Secondo Soprintentente.

Pietro Grosso. nato a Casale l’ l . I l . 1780, Furiere, Segretario.

Paolo St. Paul, nato a S. Croix il 25.4. 1773. Aiut. di campo del gen. Severoli, M. Oratore.

Cesare Gini. nato a Bologna il 1776, Pagatore della Divisione. Maestro Tesoriere,

Pietro Manini, nato a Bologna 1’8. IO. 1779. Militare, Maestro.

Filippo Severoli. nato a Faenza nel 1776. Generale. Maestro.

Gaetano Stokolski, nato in Polonia il } 9.7.1779. Tenente di Cavalleria polacca. Maestro.

Luigi Albini, nato a Villafranca il 22.9.1777. Aiutante M. e nella V, C01npawno.

Luigi Allegro. nato a Napoli il 13. I . 1 775, Sergente dei Granatieri. Apprendista,

 Antonio Scassi. nato in Corsica il 19. i 0.1771. marinaio impiegato nella Divisiuone,

Carlo Rossi, nato a Reggio. Aiutante di campoi del gentile. Apprendista

Pasquale Ghidini. nato a Parnlail 7.3. 1779, segretario del gen. Severoli. Apptrendista.

Giuseppe Milanesio, nato a Savigliano il 1 7.1.1771 , Capitano, Apprendista,

Antonio Gout, nato a Napoli il 21.6.1779, Tenente, , Apprendista.

Bertrand, Capitano del Genio, Apprendista.

Cesare Varrone, nato a Bologna il 15.1 ()-1781. Segretario, Apprendista. (Fonte E Bramato)

Essa quindi non era stanziale ma seguiva i movimenti della truppa, tanto che nel marzo del 1805 la loggia si trovava di stanza a Lecce ove erano stati trasferiti i suoi componenti militari 7 . Considerazioni diverse merita la loggia “L’ Amica dell’ Uomo” in quanto formata da Tarantini. Come si rese possibile la costituzione di due logge massoniche se la Massoneria era proibita e perseguitata nel Regno di Napoli?

Essi facevano capo al Grande Oriente presso la Divisione dell ‘Armata d’ Italia retta dal Gran Maestro Giuseppe Lechi, ed in quel momento politico re Ferdinando aveva dovuto accettare suo malgrado le guarnigioni militari in Abruzzo ed a Taranto. ln quale ambito Lechi individuò i costituenti’? Quale tipo di persona poteva condividere un’ impostazione massonica se non chi aveva partecipato pochi anni prima, nel 1799, alla rivoluzione che aveva come ideali la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza? Lechi contattò uno di questi reduci, Giuseppe La Gioia, tramite l ‘ Aiutante di campo de] gen. Severoli Carlo Rossi, affidandogli l’incarico di costituire la loggia a Taranto.

La Gioia, già noto per i fatti del 1799. fu giudice del Tribunale di Prima Istanza di Lecce, e tra i capi della Carboneria in Terra d’Otranto tra il 1817 e il 1821.

Non una mezza figura quindi ma un personaggio di primo piano nella società del tempo.

La in breve tempo riuscì a coinvolgere altri sci interessati, individuati nell’ambito del clero e della buona borghesia cittadina. I sette “bussanti” furono iniziati nella loggia “Della Filantropia” e subito elevati agli alti gradi. Quindi costituirono formalmente la loggia ‘ ‘L’Amica dell’Uomo”.

Oltre Rossi e La Gioia, che ricoprivano la carica di Esperto e Maestro Venerabile facevano parte della loggia i sacerdoti mons. Saverio Trippa, Segretario e don Giuseppe Ceci, Primo Sorvegliante oltre a Bitetti. Secondo Sorvegliante e Rinaldi. Oratore, ed il fr. Ponti.

Dalla lettera del 20 Agosto 1804 del Venerabile La Gioia al G. M. Lechi, si desume che l’Amica dell’Uomo avesse una serie di difficoltà, che rappresentava al G. M. chiedendone aiuto: aspettava la bolla di fondazione. che non era ancora pervenuta; mancavano i rituali di elevazione al secondo e terzo grado; non sapevano come mantenere i contatti, considerato che  non c’era da fidarsi delle Poste reali; comunque ‘ •L’ Amica dell ‘Uomo” riuscì a resistere almeno sino al 22 giugno 1805. quando compare nel Tableau delle Logge del Grande Oriente d’Italia, otto logge, di cui cinque a Milano. una a Bergamo e Verona. oltre quella Tarantina, ed oltre a cinque logge castrensi, tra cui quella de “La Filantropia”.

Dopo tale data non si ha alcuna notizia. E quindi probabile che L’ Amica dell’Uomo non abbia resistito a lungo. Le difficoltà non erano di poco conto se si considera il timore espresso dal Venerabile La Gioia nella corrispondenza con Lechi. Probabilmente ne L’ Amica dell’Uomo si era verificata una fuga di notizie da parte di qualche affiliato di non provata fiducia. Lo stesso Lechi in una lettera da Mola di Bari del 1 8 febbraio 1 805 raccomandava “Gran circospezione nell’ammettere i profani, i frusti esempi di traditori che introdotti furono al Travaglio del Tempio siano sotto i vostri occhi”.

Bisogna considerare che la Massoneria era proibita per i sudditi del Regno di Napoli per via dell’editto di Ferdinando ancora in vigore, sebbene le autorità chiudessero tutti c due gli occhi per le logge castrensi formate da militari alle dipendenze dell’ Armata Francese, ma li tenevano aperti per quelle formate dai sudditi.

Il timore di essere scoperti trapela dalla lettera del Venerabile La Gioia del 28 febbraio dove precisa che “siamo sotto un Governo, che invigila tutte le ore sulla nostra condotta: e perciò non ci è permesso eseguire quanto vorremmo”. Tale doveva essere la conseguenza della fuga di notizie che si può dedurre non solo che la loggia non poteva far proselitismo ma che le riunioni dovevano altresì essere infrequenti. Sc si considera inoltre che la situazione politica internazionale mutò rapidamente quadro. di modo tale da attirare l’attenzione francese su altri fronti e quindi abbandonare il Regno di Napoli’, ben si può comprendere l’affievolirsi della struttura massonica anche a Taranto.

Come si può notare prima del 2() giugno 1 805 esisteva già una Obbedienza in territorio italiano retta dal generale Giuseppe Lechi. le cui logge miste di italiani e francesi erano accomunate nella realizzazione dei principi massonici di libertà. forza e prosperità.

Filantropismo, cosmopolitismo e nuovo umanesimo furono altrettanti aspetti che dal 1804 si dette per struttura in Grande Oriente l

Quindi nel periodo 1804-1805 esistevano in Italia due tipi di strutture massoniche,  una dipendente del Grande Oriente di Francia e installata nei territori direttamente annessi all’impero o da Napoleone Imperatore dal 2 dicembre 1804, affidate ai suoi vicari; e quella inglobata nella Gran Loggia Generale Scozzese di rito Antico e Accettato, “che comunque voleva comprendere tutti i riti”.

Durante l’ installazione della Gran Loggia Generale del 20 giugno 1805 venne approvata la proposta di Lechi di riunire i due Grandi Orienti per fare “un solo e medesimo centro luce “

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IL GRANDE ORIENTE Dl NAPOLI E LA LOGGIA TARANTINA

IL GRANDE ORIENTE Dl NAPOLI

E LA LOGGIA TARANTINA

“NEMICA DELL’AMBIZIONE” (1810-14)

di

Francesco Guida

Il Rito Moderno o Unito o Riformato francese del 1802

Napoleone considerò ed organizzò la Massoneria come uno strumento di sostegno e controllo politico. Doveva, però, fare i conti con il rito scozzese, che riconosciuto dall’Inghilterra, non dava garanzie di fedeltà e docilità assoluta. Ragioni squisitamente politiche lo indussero a creare in Francia un nuovo rito indipendente.

L’Assemblea Generale del Grande Oriente di Francia istituì nel 1802 il Rito Unito, conosciuto all’estero come Rito Moderno o Riformato, perché voleva essere una “riforma” del rito scozzese. Infatti, la sua “piramide” contava undici scalini invece degli scozzesi trentatré, ed erano:

Apprendista

Compagno

Maestro

Eletto Segreto

Grande Eletto Scozzese

Cavaliere d’Oriente

Sovrano Principe Rosa-Croce

Cavaliere Kadosh

Cavaliere Templare

Cavaliere Templare Maestro o Principe del Regio Senato

Illuminatissimo Gran Maestro (1)

Gran Maestro fu nominato Giuseppe Bonaparte, Luogotenente Cambacérès, Rappresentante particolare Roittiers de Montaleau.

Tale rito si rese caratteristico per l’istituzione di alcune commemorazioni come la Festa del Risorgimento della Natura fissata al 21 maggio, e quella del Riposo della Natura fissata a fine novembre. Ovviamente l’Inghilterra non riconobbe tale rito e vennero a cessare i rapporti massonici con la Francia. (2)

Penetrato nel regno di Napoli, il 24 giugno 1809 sorse nella capitale il Grande Oriente di rito riformato comprendente tutte le logge del regno, retto dal Gran Maestro Gioacchino Murat, re di Napoli. (3) Murat fu iniziato il 26 dicembre 1801 nella loggia “Hereuse Rencontre” di Milano, costituita il precedente 26 giugno all’obbedienza del Grande Oriente di Francia; loggia costituita da 18 elementi, di cui 11 provenienti dall’esercito o dall’amministrazione pubblica; (4) a seguito del suo trasferimento a Parigi fu eletto Venerabile della loggia “La Colombe” del Grande Oriente di Francia, (5) quindi nominato nel 1803 Primo Gran Sorvegliante dello stesso Grande Oriente di Francia (6)

Completamente differente era la massoneria di rito scozzese, ormai indebolita dal nuovo corso ma non estinta se l’11 giugno 1809 riusciva a costituire il Supremo Consiglio del 330 grado, ma proprio la posizione di fragilità la indusse ad un concordato con Murat conferendogli il Titolo di Sovra no Gran Commendatore.

Secondo il marchese Orazio De Attellis, massone scozzese, nel 1810 i vecchi scozzesi fondarono la società dei Carbonari, complottando con i borboni e gli inglesi contro i francesi.

Nel 1812, in occasione della campagna di Russia che allontanava Murat dal regno di Napoli, molte logge rientrarono nel rito scozzese, ed in breve tempo si ricostituì il Supremo Consiglio autonomo, in antitesi al Capitolo del rito riformato.

I massoni di rito scozzese si affiliarono alla Gran Loggia di Edimburgo, costituendo il 23 febbraio 1814 la Gran Loggia Madre di Rito Scozzese. Ormai lo scozzesismo napoletano aveva assunto apertamente il ruolo dell’opposizione antinapoleonica e anglofila. Allarmati da tale minaccia, la regina Maria Carolina fece demolire la Gran Madre

Loggia, ed il marito, Gioacchino, emanò il 4 aprile 1814 1’editto contro le vendite carbonare, anche se l’anno successivo tentò una disperata riconciliazione per fini politici. (7) Nel 1815, ultimo anno dell’epopea napoleonica, crollò il rito riformato, , ma il rito scozzese continuò a svilupparsi sino al 1820-21. (8) In Francia, nel 1816 venne ricostituito il Grande Oriente ed eletto Gran Maestro il Maresciallo Macdonald, che adottò il rito scozzese. Nel regno di Napoli alla fine del 1820 regnava sotto il versante massonico lapiù grande confusione, al punto tale che, seppure per breve tempo, si contarono tre grandi orienti massonici: il primo di Giuseppe Zurlo, già alto dignitario di rito riformato, di tendenza aristocratica; il secondo di rito scozzese, di tendenza borghese e costituzionale; il terzo formato da carbonari di Salerno. (9)

La Loggia “Nemica dell’Ambizione’

Dal Quadro delle logge regolari del Grande Oriente di Napoli per l’anno 1813 risulta che a Taranto esisteva dal 1810 la loggia “Nemica dell’Ambizione” di rito riformato, retta dal Venerabile Saverio Trippa e con l’indicazione del deputato nella persona di Nicola Libetta. (10) Chi erano gli altri componenti? Non disponendo di un piedilista possiamo considerare qualche ipotesi. Nell’Archivio di Stato di Lecce si rinviene un elenco di 19 attendibili (=sospetti) di Carosino, redatto dall’Intendente di Terra d’Otranto il 10 maggio 1829. Il primo della lista è Saverio “Trippa, arciprete di Carosino, antico settario prima del 1820, massone e carbonaro, Gran Maestro della seconda, fu “effervescente” (=ribelle, incontrollabile) e promotore di sette. Tale rapporto indica solo un altro nominativo come massone, Giuseppe Capriulo, proprietario, antico settario prima del 1820, effervescente. (11) Stessa ipotesi può applicarsi ad un altro personaggio citato dall’Intendente nella lista degli “attendibili” di Taranto, Filippo Mazza, definendolo “Gran Cordone di Massoneria”, installatore di Vendite. (12) Sempre su tale elenco si ritrova la setta di Roccaforzata, denominata dei ‘Massoni e Carbonari”, che contava tra gli elementi più significativi il parroco Vincenzo Martino, effervescente, partecipante all’assemblea generale dell’Alta Vendita di Terra d’Otranto, tenutasi a Galatina nel 1817, installatore di sette. (13) Viene inoltre segnalato l’arciprete di Faggiano Angelo Lenti, antico settario, massone e carbonaro, organizzatore della Vendita dei “Massoni e Carbonari” di Faggiano; (14) Salvatore Mendutti di Massafra, canonico, massone e carbonaro (15); Pietro Luccarelli di Taranto, sacerdote, già Massone, capo della setta “La Repubblicana” dei Patriotti di Taranto. (16)

A questo punto, possiamo verosimilmente iscrivere costoro al piedilista della loggia Nemica dell’Ambizione, tenuto conto che non sorsero altre logge nel periodo 1814-15. Inoltre la qualificazione di antico settario era riferita a chi era nota l’appartenenza in setta da lungo ternpo.

E quindi quale era la setta che da lungo tempo minacciava l’ordine

borbonico se non la Massoneria? Trippa, Lenti, Luccarelli, Martino, Mendutti, oltre ad avere in comune l’appartenenza massonica presentavano un’altra  affinità: appartenevano al basso clero. La storia massonica di Taranto è contraddistinta da questa particolare presenza già a partire dal 1799 con don Giovambattista Gagliardi, proseguendo con i prelati della loggia Amica dell’Uomo, esistita negli anni 1804-1805. (17) A questo punto non sarà troppo azzardato ipotizzare che questi prelati sono gli stessi che componevano prima la loggia Amica dell’Uomo e dopo la Nemica dell’Ambizione. Già il titolo di questa loggia appare inconsueto rispetto a quello delle altre improntate a valori come l’amicizia, l’amore, la perfezione, la costanza, a mentre quello della loggia tarantina inneggia all’umiltà, che è nemica dell’ambizione. Virtù non molto considerata dalla massoneria dell’epoca ma 0 che ben si concilia con esponenti del basso clero in loggia, quei prelati che sono a contatto quotidiano con la gente, ne conosce ansie e umori.

Un clero che, profittando della pausa quindicinale di condanne papali 6 ritrova in loggia “la stessa dirigenza con la quale interagisce quotidianamente nel sistema imperiale (18) E sarà proprio quel “clero massonizzante dell’età napoleonica ad affiancare poi i liberali e democratici del protorisorgimento nella richiesta di costituzioni e nell’assecondare il proti cesso di unificazione nazionale”. In altri termini, era l’istanza di “evangelismo o, cristiano” (19) che questo tipo di clero portava utopicamente e se profeticamente avanti, ed il percorso settario dei sopra citati prelati vuole esserne un eloquente esempio.

Il Venerabile Arciprete Figlio di Raffaele e Anna Lacava, Francesco Saverio Trippa nacque a Carosino, piccolo paese in agro di Taranto, il 15 gennaio 1766. Abbracciato l’abito sacerdotale fu dapprima parroco, poi arciprete di Carosino. Dotato di grande cultura partecipo’ alla rivoluzione del 1799 accettando la carica di deputato della municipalità ed in concorso con altri deputati  e col presidente piantò l’Albero della Libertà nella piazza del paese.  Rubricato tra i rei di stato riuscì ad evitare il carcere e beneficiò dell’indulto del febbraio 1801. (20) Ma l’indole libertaria dell’arciprete non si sopiva dinanzi ad un provvedimento di clemenza. Durante il periodo dei Napoleonidi, regnando Giuseppe Bonaparte, proponendosi come  municipalista (figura affine all’odierno consigliere comunale), Trippa, fece notare per spregiudicatezza politica, al punto tale da suscitare le prime occupazioni di monsignor Capecelatro, l’enigmatico arcivescovo di Taranto, discusso protagonista del moto repubblicano autoesiliatosi a Napoli, finissimo dialettico. Capecelatro in una lettera inviata alfedele vicario abate Tanza, confidò questa preoccupazione innanzitutto per Trippa  e poi per lo stesso vicario che da questi aveva ricevuto doni e denaro te (paventando quindi un tentativo di corruzione da parte di Trippa), suga gerendo la sottile soluzione di presentare l’effervescente arciprete non come candidato bensì come cooptato dalla municipalità di Carosino alla e carica di municipalista. (21)

Col tempo Saverio Trippa maturò come il buon vino la sua vocazione e        rivoluzionaria.

Tra la fine del 1804 e gli inizi del 1805 in Taranto operavano due logge massoniche, una castrense “Della Filantropia” e l’altra ordinaria “L’Amica dell’Uomo”, comprese nel piedilista del Grande Oriente presso la Divisione edell’Armata d’Italia, retta dal generale bresciano Giuseppe Lechi, dipendente dal Grande Oriente di Francia.

Nella loggia L’Amica dell’Uomo ritroviamo Saverio Trippa con la carica di Segretario. La loggia cessò di operare dopo il 1805 ma monsignor Trippa

proseguì l’attività massonica come Venerabile della loggia “Nemica dell’Ambizione” (1810-1815) all’obbedienza del Grande Oriente di Napoli, retto da Gioacchino Murat.

Conclusa l’epopea napoleonica anche la massoneria subì una battuta d’arresto, ma l’esperienza settaria accumulata consentì a Saverio Trippa di fondare una Vendita carbonara a Carosino, e di organizzare attentati e insurrezioni nel 1817 e nel 1820, al punto tale da meritare l’attenzione del generale borbonico (e massone di affiliazione inglese) Riccardo Church. (22) Trippa si serviva di una struttura di occultamento della setta massonica prima e della vendita carbonara dopo: la Confraternita del SS Rosario di Carosino. Gran parte dei rubricati del 1801 e del 1829 erano iscritti alla Confraternita: “L’opera diplomatica di sensibilizzazione condotta dal clero locale e da don Saverio Trippa in particolare, con la complicità degli intellettuali confluiti in gran parte nel sodalizio del Rosario aveva scosso le coscienze anche dei più increduli; le adesioni alla setta lievitarono rapidamente, soprattutto fra i confratelli, ed il loro numero, andando ben al di là dei rubricati sfuggiva ad ogni sospetto”. Gli uomini della vendita-confraternita erano inseriti saldamente al potere del decurionato, per cui si verificava paradossalmente che quando l’intendente ordinava la formazione di un corpo di polizia o di rappresentanza formato da persone di specchiata fede borbonica venivano indicati i settari della confraternita. “Il clero e la Confraternita del SS. Rosario continuarono ad avere un ruolo centrale, subendo sino all’ultimo (unità d’Italia) i sospetti della polizia che non perdeva occasione per colpire sodo”. (23)

Nel 1818 la commissione militare esiliò Saverio Trippa per 19 anni, di cui scontò appena un anno, godendo dell’indulto regio (24). Morì a Carosino il 18 novembre 1829. (25)

Nicola Libetta

Dottore in Legge, fu sindaco di Lecce dal 1792 al 1794. Secondo una fonte fu giacobino e per tale appartenenza venne coinvolto nel processo del 1793-94.

Nominato giudice venne trasferito a Catanzaro, e nel 1799 processò i rivoluzionari locali, ma il cardinale Ruffo, constatata la sua moderazione di giudizio, chiese al ministro Acton di processarlo. Nel 1806 fu nominato Procuratore regio del tribunale speciale straordinario di Trani-Lecce e Lucera. Nel 1809fu tra gli ideatori del codice penale. Da tale anno visse a Napoli ove esercitò l’avvocatura. Ben noto agli ambienti intellettuali di Terra d’Otranto, fu indicato quale deputato della loggia “Nemica dell’Ambizione” di Taranto, proprio perché residente a Napoli. Il Grande Oriente era strutturato in modo tale che i deputati (=rappresentanti) portavano le istanze delle logge di periferia. ln tal modo venivano conosciute fatti ed esigenze delle logge, che altrimenti non potevano esser note per via delle distanze, dei mezzi di comunicazione, e della sicurezza della comunicazione. Libetta nel 1813 era stato nominato Consigliere di Cassazione da Murat, e nel Grande Oriente di Napoli rivestì la carica prestigiosa di Gran Presidente della Gran Loggia di Amministrazione.

Con il ritorno dei Borboni non solo non cadde in disgrazia ma fu promosso, nel 1820, a Presidente della Suprema Corte di Giustizia. (26)•

NOTE BIBLIOGRAFICHE.

(l) Anonimo, Rituali e Società Segrete, Ed. Convivio-Nardini, Firenze 1991, p, 43;

(2)           Anonimo, Rituali e Soc. cit. p. 69;

(3)           Giuseppe Gabrieli, Massoneria e Carboneria nel regno di Napoli, Ed. Atanor; Roma

1981, pp. 23-25;

(4)           Vittorio Gnocchini, Almanacco Massonico, Ed. A, Pontecorboli, Firenze 1994, p. 26 giugno;

(5)           Vittorio Gnocchini, Napoleone e la Massoneria, in Agorà n. 3/97 p. 16;

(6)           Vitt0iio Gnocchini, Almanacco cit. p. 26 dicembre;

(7)           Renato Soriga, Le società segrete e i moti del 1820 a Napoli, in Le Società segrete, l’emigrazione politica ed i primi moti di indipendenza, Modena 1942, p. 80;

(8)           G. Gabrieli cit. pp. 23-25;

(9)           R. Soriga, cit. pp. 90-91;

(IO) Giuseppe Gabrieli, II Grande Oriente murattiano, in Rivista Massonica del G. O.

1. n. 7/1976p. 421;

( Il) Archivio Stato Lecce, Intendenza Terra d’Otranto, Atti di Polizia, Pacco 58, Attendibili, fasc. 1488 p. 291 anno 1829, integralmente riportato da Antonio Cinque Sopravvenienze storiche di una comunità in Carosino, Editore Mandese, Taranto 7988, P• 146;

(12) Vincenzina Zara, La Carboneria in Terra d’Otranto, Ed. E Ili Bocca, Tormo 1913,

p. 150 nota;

(13)         Ferrante Tanzi, VArchivio di Stato in Lecce- Note e documenti, Stabilimento Tipografico Giurdignano, Lecce 1902, p. 203;

(14)         C. Tanzi. cit. p. 204;

(15)         Aychivio Stato Lecce, Intendenza Terra d’Otranto, Atti di Polizia, Attendibili, fasc.

1237, riportato da Michela Pastore in Settari in Terra d’Otranto, Lecce 1961;

(16)         Salvatore Panareo, Dalle carte di Polizia all’Archivio Provinciale di Lecce, in Rinascenza Salentina, anno 1938, pp. 1-4; cfr. C. Tanzi, cit. , p. 206;

(17)         Francesco Guida, La Massoneria tarantina durante l’occupazione francese (1804-

1805) in Agorà, anno IV n. 4 dicembre 1999, p. 41;

(18)         Aldo Alessandro Mola, Le stagioni massoniche dell’età napoleonica: dal giacobinismo all’Impero, in Libertà e modernizzazione, Ed. Bastogi Foggia 1996, p. 105:

(19)         Gian Mario Carzaniga, La Religione dei moderni, Ed. FTS Pisa 1999, pp. 236-237;

(20)         Nicola Vacca, I Rei di stato Salentini del 1799, Trani 1944, p. 48;

(21)         Nicola Vacca, Terra d’Otranto fine settecento inizio ottocento, Soc. Storia Patria per la Puglia Bari 1966, p. 102;

(22)         Antonio Cinque, La Confraternita del SS. Rosario nei rapporti tra Chiesa e Società a Carosino, Ed. Mandese, Taranto 1993, pp. 53-57;

(23)         A. Cinque, La Confraternita cit. , idem;

(24)         Pietro Palumbo, Risorgimento Salentino, Lecce 1911, p. 303:

(25)         N. Vacca, Rei di Stato cit. , p. 48;

(26)         N. Vacca, Terra d’Otranto cit. , p. 219;

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X-FILES: LA VERITÀ È FUORI O DENTRO DI NOI?

X-FILES: LA VERITÀ È FUORI O DENTRO DI NOI?

di

Silvio Nascimben

Il prorompente progresso tecnologico dell ‘ era spaziale che incalza, febbrilmente e spasmodicamente proteso alla ricerca di risposte sempre più eclatanti ai tanti interrogativi che l’umanità si pone, si rifiuta, pur tuttavia, di accettare l’esistenza di una “suggestione satanica” che possa indurre a compiere un delitto, ispirato dalla “magia nera”.

Ad onor del vero, nel pieno rispetto della casistica della giurisprudenza contemporanea, non esiste un solo caso di “processo per magia”. ovvero per pratiche di occultismo nero.

Con lo spegnersi della brace degli ultimi roghi medioevali, e col perdersi nel vento delle urla di coloro che, accusati di stregoneria, venivano torturati, la “magia nera” e il “satanismo” non rappresentano più, oggi, un caso giuridico. Nessuno si sognerebbe mai, alla soglia del III millennio, di accusare un proprio simile di stregoneria, per il semplice piacere di farlo bruciare in una piazza, ovvero di vederlo torturato prima, e alla gogna poi, perché reo confesso di non credere in Dio.

La mutazione degli usi e dei costumi della società, che si modifica con un ritmo sempre più vertiginoso, unitamente alle esaltanti conquiste della scienza, non potevano non mettere a dura prova l’equilibrio di questa “umanità ” di fine secolo. L’ accadimento degli eventi, per il loro incessante e fatale sovrapporsi, ha determinato in tutti uno stordimento tale da non farci rendere conto che qualcosa di misterioso, di diabolicamente sottile, stava insinuandosi tra noi. negli usi e nei costumi della gente, senza distinzione di estrazione sociale e di censo.

“E’ il Maligno che si ripropone con la ben nota arte della mimetizzazione, per fare nuovi proseliti… sentenziano, stancamente, ripetendo a se stessi, i più anziani, quasi a voler giustificare l’inspiegabile e ciclico diffondersi dell’interesse verso tutto ciò che appartiene alla “sfera dell ‘inspiegabile ‘

Le pratiche di “satanismo” e di “vampirismo associate a quelle tipicamente legate ai presunti contatti con “entità aliene “, a detta di alcuni venute dallo spazio, non potevano non coinvolgere l’attenzione dei giovani, di questa società che si avvia stancamente verso il “Duemila”, delusi irrimediabilmente, purtroppo, dalle mille promesse fatte, e giammai mantenute, da politici egoisti e da cattivi amministratori della “cosa pubblica’ .

Essi, pur di assurgere agli onori del potere, non disdegnano mai di presentarsi come “illuminati messia”, pronti ad elargire benessere e giustizia, a tutti gli uomini di buona volontà.

Incessante e sistematico, poi, il bombardamento di notizie distorte, relative spesso ad accadimenti che coincidono con misteriosi e terrificanti riti, non solo non mette in guardia gli sprovveduti ma, alimenta, anzi, il diffondersi del “satanismo ” e con esso, una fatale propensione verso le pratiche magiche. Diventa, così, oltremodo difficile distinguere ciò che effettivamente appartiene all”‘arcano” dalle turbative di natura psichica quasi sempre legate a terrificanti rituali dove soltanto “orrore efollia ” sono le supreme dominanti.

L’ interesse sempre più crescente per il “mondo dell ‘arcano “, pur mettendo in moto il meccanismo micidiale e inarrestabile dell’indagine, riesce ad avviare un processo di attualizzazione del metodo interpretativo dell”‘inspiegabile”, tanto da presentare gli avvenimenti ad esso legati come se fossero la risultanza di uno “psichismo collettivo “, scaturito da un diffuso senso di insoddisfazione.

L’occulto, il satanismo, il vampirismo e tutto ciò che appartiene al mistero, entrano così a far parte del mondò degli X-files.

Per la moderna terrninologia, con questo nome in codice. entrano a far parte del mondo degli X-files anche i fenomeni psichici che, pur privi di spiegazioni razionali, liberano quelle forze represse, inconsce, che, una volta scatenate, sfociano sempre in aberranti e orrendi coinvolgimenti psicofisici.

Uno degli ultimi casi, quello della quindicenne Heather Wendorf di Eustis, piccolo centro nei pressi di Orlando, in Florida, che ha massacrato i suoi genitori con l’aiuto di quattro suoi coetanei, rappresenta l’esempio classico di questo particolare e pericoloso coinvolgimento. La ragazzina, faceva parte di una setta i cui componenti praticavano il vampirismo ed i diabolici rituali adottati dai proseliti, unitamente al plagio vicendevole, al pari di una droga micidiale, inducevano gli adepti a sacrificare topi e animali domestici con lo scopo di berne il loro sangue, ancora caldo. Altre volte, producendosi ferite, si scambiavano  generose succhiate di rossa linfa.

Superare il limite dell’impensabile, ed in particolare con pratiche che con il mondo dell’umano hanno ben poco, conferiscono al soggetto la consapevolezza di un apparente infinito potere di vita e di morte che si accompagna, quasi sempre, ad un completo distacco dalla sfera dei sentimenti e del socialmente lecito. Non si potrebbero spiegare altrimenti i tanti, purtroppo, avvenimenti del tipo di quello accaduto a Villa Polanski, anni addietro, e della strage che ne seguì, ad opera di un tale Charles Manson e delle sue adepte, chiamate “le schiave di Satana “. Ecco cosa avvenne. A Hollywood, Charles Manson, conosciuto come Satana Manson, al termine di un rito di stregoneria, si introdusse nella villa del regista Roman Polanski, a Beverly Hill, unitamente alle sue fedeli, con lo scopo di compiere un massacro rituale. La setta, in preda a un isterismo colletti vo, si accanì con particolare ferocia sui poveri corpi senza vita delle vittime tanto che Susan Atkins, amica e schiava prediletta di Manson, pugnalò ripetutamente il corpo dell’ attrice Sharon Tate, moglie di Polanski in attesa di una creatura, e di aver golosamente bevuto il sangue che zampillava copioso, dalle ferite.

Il rituale di magia nera non poté compiersi completamente per mancanza di tempo. La Atkins, infatti, aveva ricevuto l’ ordine dal suo “nero maestro” di strappare gli occhi delle vittime e lanciarli contro i muri, dopo aver effettuato il totale taglio delle dita di tutti.

Alla luce di episodi del genere, che ci riportano irrimediabilmente nell’oscuro Medioevo riesce difficile non considerare come la componente non umana, certamente diabolica, in particolari stati di animazione sospesa prenda il sopravvento sull ‘uomo inducendolo a compiere atti decisamente contrari al preordinato ordine della natura.

Si insinua a questo punto il sospetto, malgrado il sole splenda alto e luminoso nel cielo, dell ‘ esistenza di un mondo sconosciuto, nascosto, pieno di incubi e di irrisolti    interrogativi…: e se questo mondo misterioso, che vive accanto a noi, forse in noi, nel nostro inconscio, non più legato ad alcun condizionamento, si scatenasse da un momento all’altro, senza il volere del nostro Io cosciente… ?

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