PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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SOFISMO ED I DERVISTI RUOTANTI

IL  SUFISMO  ED  I  DERVISCI  RUOTANTI

Il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma
è un pascolo per le gazzelle,
un convento per i monaci cristiani
è un tempio per gli idoli,
è la Ka’ba del pellegrino
è le tavole della Torah,
è il libro del Sacro Corano.
Io seguo la Religione dell’amore,
quale mai sia la strada
che prende la sua carovana:
questo è mio credo e mia fede.

(Ibn l-‘Arabi dal: “Tarjumân Al-Ashwâq”)

“La vera religione è quella del cuore. Lo stolto adora alla moschea ed ignora il vero tempio che ha nel cuore” (Massima sufi).

NOTE  SULLA  FILOSOFIA  SUFI

 (da “Itinerari esoterici” di Luigi Troisi. Bastogi Editore)

L’ anima, prima di iniziare il suo ciclo di incarnazioni, esisteva già in Dio ed è quindi immortale e preesistente. I Sufi credono che l’ anima conservi il ricordo del proprio precedente stato di beatitudine;  l ‘istinto naturale che ci fa apprezzare la bellezza, dipende dal debole ricordo della bellezza rimastoci da quell’ esistere nello spirito dell’Uno. L’universo è rappresentato come una grande scena fantastica in cui gli attori compaiono e scompaiono recitando ognuno la propria parte. Lo spirito dell’uomo è emanato da Dio; il suo corpo è un involucro temporaneo, creato per questo fenomenico mondo; fa parte della scena e non ha nessun valore. 

Il destino, il fato, dipendono dal Divino Sceneggiatore: il volere divino non può mai essere ignorato, ma lo spirito rimpiange continuamente e desidera riunirsi a Dio. Insomma, il Sufismo può essere sinteticamente definito come una filosofia dell’unità, una religione dell’amore di Dio, un amore nella sua forma più alta. E questo si coglie bene nella poesia istintiva, dolce, connaturata nell’animo dei popoli orientali, che si rivela poi con focose parole di affetto per la divinità. Si usano a volte le espressioni più stravaganti per indicare i rapporti con il divino. Amato, caro, amante, mio adorato, luce della mia anima, splendido, tesoro: questi e molti altri sono gli appellativi che un Sufi dà al suo signore.

Alcuni viaggiatori occidentali, recatisi in India, hanno avuto modo di trovare la traduzione di certe preghiere religiose e di certi omaggi alla divi­nità. Nell’ ascoltare il frasario amoroso usato, c’è da rimanere scandalizzati: i termini sono gli stessi che generalmente un uomo ed una donna innamorati si rivolgono continuamente. Dio, per un orientale non è soltanto  un padre, ma anche una madre, un fratello una sorella, un figlio, un amico, una moglie, un marito inna­morato, un amante. Dio non è distaccato e lontano ma risponde con amore ad ogni richiesta. Inoltre per l’ orientale ogni atto d’ amore, se puro, sincero, totale ha il suo modello trascendente in Dio. Non vi sono esitazioni: il signore dona amore a chiunque glielo offre e glielo chieda.

(da Hiram n° 1 anno 1990)

Uno studio sistematico e per quanto sia possibile “scientifico” sul sufismo è oggi quanto mai difficile. Se da un Iato si resta profondamente colpiti dal fascino degli scritti dei maestri sufi, non è facile per altri versi dare una veste unitaria ad un movimento di pensiero che si estende per parecchi secoli e si radica in culture e ambienti diversi

E’ difficile anche pe­netrare nei suoi misteri ed esistono diffi­coltà dovute alla nostra scarsa capacità di uomini mo­derni di distinguere in una struttura filosofica la forma esteriore da ciò che costi­tuisce l’elemento essenziale. Per la mentalità orientale le verità filosofiche sono generalmente esoteriche ed espresse in forma velata, sì che possono essere penetrate soltanto da quei pochi che, dotati di particolare intuizione spirituale, so­no in grado di accedere ad un patrimonio tra­dizionale, considerato sacro e riservato ad elet­ti che, legati tra loro da affinità spirituali, si inseriscono nel solco vivente della tradizione esoterica. Chi studia l’esoterismo cristiano e poi quello ìslamico, quello ebraico, il taoismo ecc. ha come la sensazione di accedere in una zona dello spirito in cui si parla una lingua univer­sale. Questo perché, al di là dei vari sentieri religiosi o di sviluppo spirituale, esiste una unità essenziale di tutte le dottrine o vie tradizionali. La diversità dei contenuti delle “leggi sacre” e quindi delle religioni, esprime la ricchezza e l’originalità di ogni forma religiosa che si adegua alla cultura e alla mentalità di popoli diversi, rivelando tuttavia a chi sa leggere nel profondo, l’unicità di un principio comune, mozzo di una immensa ruota che unisce i raggi e fissandone allo stesso tempo le divergenti direzioni. Le  scienze esoteriche studiano le verità con­tenute in questo principio comune ed unifica­tore. L ‘insufficienza di ogni credenza reli­giosa ci spinge a ricercare oltre il velo do­ve, al di là del divenire, si trova l’Essere con i suoi caratteri essenziali di universalità.

Il Sufismo è la via segreta che ha illuminato la civiltà islamica fin dai suoi albori, irradiandosi fino alle epoche più recenti, dopo aver posto fermenti vitali nelle società iniziatiche, che numerose sorgevano in Occidente nell’età medioevale. Molte intuizioni di grandi maestri sufi, qua­li AI-Ghazali, Ja’al AI-Rumi, Ibn Arabi, Avi­cenna ed Averroè, per citare i più famosi, fan­no ormai parte del nostro patrimonio cultura­le e filosofico e ci richiamano momenti storici in cui, attraverso i centri islamici di Sicilia e Spagna esisteva, al di là dei due mondi contrapposti (il cristiano e l’islamico) una vera e propria circolarità della cultura fra Orien­te ed Occidente. È dunque lecito pensare che la rinascita della cultura italiana ed europea do­po I’XI secolo si debba in gran parte proprio alla circostanza che maestri iniziati come Francesco d’Assisi, Dante, Bacone ed altri abbiano potuto attingere al patrimonio esoterico islamico, conservato e trasmesso dai maestri sufi. Il termine “sufismo” deriverebbe dall’ara­bo At-tacawwuf, che significa “vestirsi di la­na”, dato che molti sufi indossavano vestiti di lana. Ma si è molto incerti sul significato del vocabolo, che sembra celare un significato più profondo. René Guenon, interpretandolo se­condo il simbolismo numerale e cabbalistico, ritiene significhi “saggezza divina”. AI-Biruni ricollega sufi (plurale di sufiya) al greco sofia.

                    Nello studio del sufismo non ci dobbiamo stupire di incertezze e contraddizioni, perché esso non è un movimento sistematico e linea­re, quanto piuttosto un insieme di correnti e vie diverse. Ogni grande maestro creava la sua scuola, con insegnamenti spesso divergenti da quelli di altri maestri. Ciò non ci deve sorpren­dere, anche perché uno dei principi comuni e, possiamo dire, unificante delle dottrine sufi è proprio la lotta ad ogni forma di dogmatismo. Nello stesso tempo in cui i sufi inculcavano nelle menti dei loro allievi la libertà di pensiero, essi rifuggivano da verità dogmatiche e preconcette. Nella natura del Sufismo è essenziale la ricerca della verità, di cui ciascun discepolo è responsabile di fronte a se stesso ed al suo maestro.

Non può esistere conoscenza senza libe­razione. Taluni sufi, ad esempio, amavano ma­nifestare alcune loro idee che, pur non essen­do del tutto contrarie ai costumi o alla menta­lità del tempo, se ne staccavano però in forma manifesta, spesso anche polemica.

L ‘iniziazione sufica comporta quasi un pat­to tra aspirante e maestro spirituale: questi, nel­lo stesso tempo che assicura al discepolo lo svi­luppo spirituale, lo libera gradualmente da ogni legame con tutto ciò che è relativo e conven­zionale, conducendolo negli stadi finali del cammino iniziatico, verso la contem­plazione delle Essenze e quindi all’Uno.

Sono diverse le vie di iniziazione nel sufi­smo; esse corrispondono a diverse vocazioni, anche se tutte si rivolgono a questo medesimo scopo. Uno dei cardini del pensiero sufico è però l’unità essenziale, in cui si perde o si estingue ogni diversità.

Altro concetto comune nel sufismo è con­siderare la Realtà Suprema come oggetto illimitato di desiderio. Realtà che tuttavia ricon­duce sempre e comunque alla conoscenza di noi stessi. E qui si nota una grande differenza fra la psicologia profana e quella sufica: per la pri­ma il solo legame tra macrocosmo e mondo dell’anima è dato dalle impressioni, che ad essa giungono attraverso i sensi; per la seconda, invece, esiste una stretta analogia tra macrocosmo e microcosmo umano. Secondo questa concezione si stabilisce un legame tra ogni entità dell’Universo. Nulla si oppone realmente a qualcos’altro, tutto vive in un insieme ar­monico, vivificato da energie diverse e parti­colari insieme. Ogni forma vivente che si op­pone o si distacca dalle altre crea un certo squi­librio nel cosmo, dove tutto è sempre precario e soggetto ad una perenne anche se lentissima evoluzione. Notiamo a proposito quanto è di conseguenza diversissimo il modo di concepire la scienza fra la nostra mentalità occidentale  e quella orientale: nella nostra si tende a conoscere la natura per poterla modificare a nostro vantaggio e profitto incuranti spesso delle conseguenze negative e distruttive sull’habitat  come drammaticamente oggi è sotto gli occhi di tutti; per i maestri sufi scienza è prevalentemente teoria, contemplazione: si tende a conoscere la natura con l’intento di creare maggiore armonia fra uomo e ambiente. Tutto si considera vivente, lo spirito stesso della natura è la vita stessa di tutti gli esseri. In questo contesto i sufi collocano le scienze astrologiche, consi­derate importanti per lo studio dei legami co­smici fra tutte le energie dell’Universo. Importante è anche la dottrina del’”Uo­mo universale”. Se, da un lato, i diversi esseri percepiscono l’universo in diverso modo, se­condo le loro particolari prospettive, dall’al­tro l’uomo, fra tutti gli esseri di questo mon­do, è il solo la cui visione intellettuale compren­de il tutto, laddove alle altre creature è possi­bile soltanto una visione parziale della realtà. L’uomo è un microcosmo rispetto all’universo, tuttavia uomo e universo sono due specchi che si riflettono vicendevolmente. Se da un lato l’uomo esiste soltanto in relazione con il ma­crocosmo, di cui fa parte e da cui è determina­to, dall’altro egli è in grado di conoscere l’uni­verso, in quanto nella sua essenza intellettuale sono contenute tutte le infinite possibilità cosmiche. È notevole ancora l’idea, secondo la quale all’uomo si contrappongono, nel nostro mondo, microcosmi non umani che per un ver­so sono inferiori a lui, dall’altro sono invece superiori perché partecipano maggiormente della perfezione macrocosmica. Nel senso che, osservano i maestri sufi, i minerali, i vegetali ed anche gli stessi animali vivono una certa condizione di perfezione “statica”, non potendo decadere o elevarsi come invece è possibile all’uomo, in virtù del libero arbitrio. L’uomo è infatti libero, anche di gettarsi in un abisso, ma non appena egli agisce in un senso o nell’altro, la sua libertà diviene illusoria, perché finisce per essere schiavo delle sue stesse scelte e vittima di una struttura rigida, dalla quale dovrà liberarsi se vorrà realizzare la sua vita spirituale.

Esiste però la possibilità di trasformare la natura umana, in modo che possa raggiungere dimensioni sempre più elevate. Ciò è possibile con le tecniche dell’alchimia spirituale, la quale fa sì che l’anima si trasformi da caotica ed opa­ca in limpida e cristallina. L ‘anima, di per sé dura e rigida, deve prima liquefarsi, poi coa­gularsi ancora, per liberarsi delle sue impuri­tà, quindi fondersi e infine cristallizzarsi. La forza espansiva dell’anima è la gioia e l’amo­re, che agiscono al pari di una fonte viva di ca­lore ed energia, mentre il timore equivale al freddo, la forza opposta che tutto contrae. L’equilibrio dell’anima consiste in un alternarsi continuo di espansione e contrazione: è questo il respiro dell’anima. Da notare che i maestri sufi svilupparono interessantissime tecni­che di terapia, basate appunto sulla respirazio­ne ritmica, seguita dalla meditazione.

Avicenna, che divenne famoso anche in Oc­cidente, elaborò un’opera, il Cànone, che fu definita la Bibbia medica, strumento di basi­lare importanza scientifica durante il medioevo. Raimondo Lullo e Ruggero Bacone porran­no ai vertici della conoscenza l’alchimia, i cui concetti sono stati trasmessi agli iniziati segre­tamente, lungo un’interrotta catena che giun­ge fino al nostro tempo. Carl Gustav Jung, nella sua opera Psicologia e alchimia, considera la trasmutazione della natura umana secondo principi alchemici co­me essenziale per la realizzazione del Sé. Nella storia del sufismo gli ordini sufi so­no stati centinaia in tutto il mondo musulma­no. In Iran ed in India, hanno avuto un ruolo politico e sociale di grande rilievo.

All’interno di un ordine esoterico ricono­sciuto, la iniziazione sufica segue un preciso ce­rimoniale. Nel corso di un rito solenne il mae­stro comunica all’iniziato la formula persona­le e le parole segrete, cui segue il giuramento dell’adepto e la sua vestizione con il mantello e la fascia di lavoro. L ‘iniziando beve prima in una coppa di acqua salata, poi in un’altra contenente acqua zuccherata. Il contenuto dei lavori è mantenuto segreto. Scopo finale della iniziazione è la conoscenza di se stessi, nel superamento degli inganni e dei pregiudizi.

Come si può constatare, sono molte le ana­logie con la iniziazione muratoria. Alcuni stu­diosi ritengono infatti che gli ordini sufici sia­no all’origine delle sette ermetiche ed esoteri­che, fin dal medioevo. Si ricordino, ad esem­pio, i “Fedeli d’amore”, dei quali faceva parte lo stesso Dante, la cui opera contiene numero­si spunti che si ritrovano in opere sufiche an­teriori. Molti addentellati si trovano pure nelle opere di Giordano Bruno, anch’egli fondatore di un gruppo esoterico, molto importante in Europa.­ Ma il discorso sarebbe troppo lun­go.

. Il Sufi non possiede la verità, è un povero di spirito ed il suo scopo è quello di avvicinarsi il più possibile ad essa, come il massone che non possiede la conoscenza assoluta ma si pone le domande (è un uomo del dubbio) ed ha lo scopo di edificare il proprio tempio interiore. Il Sufismo è quindi un modo di vivere, è una visione particolare, diversa della vita, un modo seguendo il quale si giunge a ripulire la propria personalità dal cattivo carattere, purificare lo spirito e  raggiungere la maturazione.

I  DERVISCI  RUOTANTI

(DA Hiram n° 1 del 2005)

Lo scopo del raggiungi­mento dell‘ equilibrio interiore viene ottenuto anche mediante le danze, come quella compiuta dai dervi­sci mevlevi, il cui Ordine venne fondato nel medioe­vo, nella città turca di Kon­ya, da Djalal-ud-Din Rùmì nel XII secolo. Ancora oggi i dervisci mevlevi fanno della danza lo strumento principale per il raggiungimento del proprio ordine interiore, della pace. Come ogni espressione della vita umana in generale, anche la danza può rispondere a pulsioni che tendono al disordine, oppure a comandi interiori, volti a fare ordine. Sol­tanto in questo secondo caso si può parlare di danza sacra, la sacralità della quale ri­siede nella possibilità che questa espressio­ne umana si congiunga con un ritmo ogget­tivo, immutabile, cosmico. I movimenti del corpo rispondono a un’ar­monia assoluta, a un flusso energetico di cui anche gli uomini possono essere partecipi. La danza, come le altre manifesta­zioni dell‘uomo, può esse­re inconsapevole, oppure consapevole. Si può dan­zare dormendo e si può danzare da svegli, senten­do ciò che si fa. È per questa ragione che, dunque, la danza può essere ritenuta parte di un più vasto e antico inse­gnamento, volto a riequilibrare se stessi a dare e fare ordine.La danza dei dervisci è una danza consa­pevole: il rito inizia con i danzatori che indossano una veste nera, espressione dell’oscurità in cui è immersa l‘umanità, del volgare vestito corporeo che incarcera lo spirito (le similitudini con la dottrina gnostica appaiono rilevanti), ma quando cominciano a danzare, la veste nera cade e i dervisci rimangono coperti da una lunga tunica bianca, che al loro roteare ritmico si apre come il petalo di un fiore appena sbocciato: il fiore dell’anima. Il lungo copricapo nero o marrone scuro ricorda anch‘ esso la dimensione oscura della pro­pria rozza corporeità e, al contempo, riman­da alla pietra tombale che chi si pone in un cammino di realizzazione interiore deve edificare sopra la vita di ogni giorno, fatta di ignoranza e disattenzione.

La danza diventa dunque un atto iniziati­co e il suo svolgersi altro non è se non il cammino di purificazione compiuto da chi intende morire a questa vita, per rinascere diverso, differenziato. Durante la danza, i dervisci roteano attorno a se stessi, ma non si tratta di una frenetica circo­larità, bensì di un movimen­to cosciente, compiuto attorno ad un asse invisibile: è come se i monaci fos­sero immobili anelli di congiunzione di questo asse, che unisce la dimensione terre­stre con quella celeste. Anche per questa ragione, nella loro danza una mano, la destra, è rivolta verso l’alto, mentre la sini­stra, verso la terra. Il sufi danzante, quindi, è colui che raggiunge il centro, tra l’ oriz­zontalità della materia e la verticalità dello spirito. E questo insegnamento non attiene soltanto ai Dervisci Mevlevi, ma è comune a ogni danza che possa essere definita sacra. Nella danza sacra, e nei riti iniziatici in generale, ogni movimento è cosciente, poiché consente che il proprio corpo, le emozioni e la mente lavorino in modo simultaneo, svolgendo ciascuna par­te il proprio compito. In tal caso l’attenzio­ne diviene massima, perché tutti i centri dell‘ essere umano ne sono coinvolti allo stesso modo e nello stesso tempo. In que­sto modo il sufi muore alle disattenzioni della vita pro­fana, alle associazioni men­tali, ai pensieri frivoli, alle paure, alle emozioni e alle disarmonie ordinarie del proprio corpo. Per tutte que­ste ragioni, la danza è un rito, esattamente come qualsiasi altro rito inizia­tico, poiché chi ne è partecipe deve essere consapevole di ciò che fa.

Egli fa vibrare le corde dell’anima, entrando in sintonia con i propri compagni, i propri fratelli, che nel silenzio lavorano, ciascuno su se stesso, ma tutti insieme. Anche in questa espressione, il sufismo – la via mistica dell‘Islam – e la tradizione occidentale non differiscono, avendo lo stesso scopo, che è quello di fare in modo che i “cercatori di verità” aprano gli occhi per uscire dalla meccanicità del divenire profano. Esattamente, come avvie­ne nel tempio massonico, dove la deambu­lazione dell’iniziato avviene con attenzione, avendo ogni movimento un suo preciso significato, rappresentando un modo per concentrare le proprie energie, in modo da ri-ordinare se stesso.

IL  SEMA, LA  DANZA  DEI  DERVISCI  RUOTANTI

(dal fascicolo “Dance for divine love” acquistato ad Istambul durante la rappresentazione della danza dei Dervisci)

Nell’universo gira qualsiasi cosa, dagli atomi al sistema solare, fino al sangue che circola nel corpo. Sema, e’ un culto, un osservanza religiosa in cui l’anima raggiungendo l’unita’ si matura e compie il suo cammino spirituale verso Dio. Dopo questo viaggio ritorna di nuovo alla vita per servire all’umanità. Il Sema è una danza dell’estasi controllata, simboleggia l’ascesa spirituale, cioè il viaggio mistico dell’essere a Dio ed il suo ritorno sulla terra. Il loro mantello è come una rosa che sboccia. Si tratta di una danza altamente spirituale.

Nel Sufismo ci sono molte sette, o logge, o confraternite, la più nota di queste in tutto il mondo islamico, e’ il Mevlevi, fondato nel 1273 da parte di Sultano Veled, figlio di Mevlana, il quale, per aver fatto conoscere i pensieri del suo padre, per averli organizzati e aver costituito la setta, viene considerato il vero fondatore. Il Mevlevi e’ costituito completamente sulla base d’amore e tolleranza

ll Mevlevi, durante il periodo dell’Impero Ottomano, era il culto più istituzionalizzato, e continuò ad esistere fino al 1923, quando il presidente Ataturk fece chiudere tutte le sette. Oggi la cultura dei Mevlevi e la Cerimonia di Sema, che e’ il rituale più importante di questa, vengono considerate come un patrimonio di eredità culturale e vengono insegnate nelle università e in varie fondazioni o associazioni, per poter trasmettere alle generazioni future questa cultura Nel 2005 la cerimonia di Sema dei Mevlevi e’ stata accettata da parte dell’ UNESCO come uno degli elementi dell’Eredità Culturale Mondiale e come una delle ricchezze più importanti della cultura Turca

Nella loggia dei Dervisci ci sono musicisti che suonano il Ney (una specie di flauto) ed altri con il Kudum (una specie di tamburo). Insieme ai cantanti del coro (il Naat), questi compongono un gruppo di musica che viene chiamato “Mutrip”. Davanti al Mutrip è posizionato il palcoscenico del Sema. Proprio di fronte all’ingresso si trova la pelliccia dello sceicco che, con il suo colore rosso rappresenta la nascita e l’esistenza. Si considera che tra la pelliccia e l’ingresso ci sia una linea immaginaria che rappresenta la strada più breve che va dal reale all’Unita’. Durante la cerimonia oltre allo sceicco che  rappresenta la massima autorità spirituale, nessun altro può calpestare questa linea. Il Sema e’ composto da sette capitoli.

1. capitolo: Dopo il Mutrip, i dervisci che faranno il Sema prendono la loro posizione e, dopo che anche lo sceicco avrà preso il suo posto sulla pelliccia, viene cantata da parte di Naathan (quelli che esprimono i corteggiamenti) “Naat-i Sharif”. In questa opera vengono fatti dei corteggiamenti a Hazrat Mohammedo.

2. capitolo: Dopo Naat si sente il suono di kudum che rappresenta l’ordine di “Kun” (“Sii”).

3. capitolo: Di seguito inizia la ripartizione di Ney (flauto). Ney rappresenta l’animazione dell’universo.

4. capitolo:Quando viene terminata la prima ripartizione della musica, inizia “Devr-i Veled” (il giro del mondo) con il Pescirev (successiva ripartizione della musica). Lo sceicco ed i Dervisci con il ritmo della musica fanno tre giri sul palcoscenico. Il primo giro si riferisce alla creazione, da parte di Dio, del sole, della luna, delle stelle e di tutte le entità non viventi. Il secondo giro si riferisce alla creazione dell’ambiente (piante), invece il terzo giro si riferisce alla creazione degli animali. l dervisci durante Devr-i Veled mentre attraversano la pelliccia pregano a vicenda.

5. capitolo:Lo sceicco prende la sua posizione sulla pelliccia, poi i Dervisci si tolgono le loro giacche e lo sceicco si incontra con loro. Questo rappresenta la nascita’ dell’umanità. l Dervisci che fanno il Sema, indossano un vestito speciale che rappresenta la morte del loro ego. La moneta (il loro copricapo) rappresenta la lapide della tomba, la giacca rappresenta la tomba ed alla fine il Tennurerappresenta il sudario. l dervisci che fanno sema quando entrano nel palcoscenico hanno le mani incrociate sulle loro spalle, in questa posizione loro assomigliano alla lettera elif dell’alfabeto arabo e fanno testimonianza all’unita’ di Dio. Dopo aver iniziato il Sema aprono le braccia lateralmente in modo che la mano destra sia rivolto al cielo e la mano sinistra verso il basso. Questo significa “Noi riceviamo da Dio e lo doniamo al popolo, non teniamo niente per noi.”l Dervisci rotanti sono come i pianeti che girano attorno a loro stessi, mentre quando girano contemporaneamente attorno al sole, girano sia intorno a loro stessi così come girano attorno a tutta la piazza del palcoscenico.

.1°. saluto:Il Sema e’ uno strumento che serve a far arrivare l’essere umano all’esistenza reale ed e’ una ubriacazione dell’anima. Il primo ciclo di Sema e’ osservazione dei mondi Solo in questa maniera si raggiunge la grandezza alla gloria di Dio. Nel primo saluto gli amanti si liberano dai dubbi e credono all’unita’ di Dio.

 .2°. saluto:Invece il secondo saluto è far sciogliere tutta l’esistenza nell’interno dell’unità divina

 .3°. saluto:Nel terzo saluto gli amanti purificando se stessi, raggiungono il livello di “divenire”.

.4°. saluto:Invece nel quarto saluto si chiede all’amore di “scomparire” nell’interno “dell’entità ” Durante questo saluto anche lo sceicco entra nel Sema in mezzo ai Dervisci rotanti, mentre con la sua mano destra apre il collo della sua giacca, con la mano sinistra tiene le sue estremità. Questo significa che lui ha il cuore aperto per tutti quanti.

.6°. capitolo:Dopo che si suona una ripartizione con il flauto (Ney), lo sceicco si posiziona sulla pelliccia “Sia Oriente che Occidente tutti sono di Dio. Da qualsiasi parte che si gira, c’e’ il volto di Dio. Perché Dio e’ tutore, e’ erudito.”(Si continua la cerimonia leggendo la recitazione di Bakara pag2 versetto 115 del Corano)

.7°. capitolo:La cerimonia di Sema si conclude leggendo la preghiera di Fatihaper le anime di tutti i profeti, martiri e di tutti i credenti e con una preghiera che viene fatta per la salvezza del nostro stato.

E così il viaggio finisce, ma di fatto questo, per coloro che seguono questo percorso, per quelli che seguono la via dell’amore, per quelli che sono i cercatori di Dio in essi stessi, e’ un capitolo del viaggio spirituale che vivono in ogni momento della loro vita.

CONSIDERAZIONI  E  RIFLESSIONI

Il sufismo considera Dio soprattutto come amore ed entità con la quale è possibile raggiungere una unione mistica, anziché immaginarlo solo come giudice supremo ed inavvicinabile e per loro Gesù ha la stessa importanza di Maometto. L’essenza della mistica sufica ha molti punti in comune con la mistica di altre religioni. Possiamo quindi dire che i Sufi sono parte integrante della Storia delle religioni e fino al secolo scorso, prima dell’avvento del pensiero modernista e riformatore (largamente responsabile delle disgrazie e delle violenze attuali), nei paesi musulmani la scienza del Sufismo era materia di insegnamento nelle università islamiche.  Gli Imam, come tutti del resto, erano socialmente invitati a sottomettersi non solo allo studio di libri, ma anche “alla pratica della Scienza della Purificazione dei Cuori, per raggiungere le Virtù dell’Eccellenza nelle mani di uno Shaikh Sufi”.Molte altre cose potrebbero dirsi ancora sul sufi­smo e sulla danza sacra dei Dervisci Ruotanti, ma non è possibile per ragioni di spazio e di tempo. Vorrei sottolineare soltanto l’im­portanza di accostarci senza prevenzioni a tradizioni culturali apparentemente lontane dalla nostra, giacché i momenti più vivi nella storia di ogni civiltà sono spesso quelli in cui ci si apre con profonda umiltà a ciò che è lontano o diverso da noi. Ogni presunzione di supremazia pone una barriera, e le barriere chiudono gli uomini in un ghetto, ren­dendoli sterili ed ottusi. Se riuscissimo a veder in ciò o in chi ci sembra estraneo o diverso la ricchezza che questo ci porta, riconosceremmo sempre di più in noi l’essenza dell’unità ed il mistero della universalità della Luce.

L’Amore è il legame che unisce i cuori, la base su cui costruire. Se l’amore è il fondamento, il tuo edificio sopporterà tutti i terremoti e tutte le tempeste. Potrai costruirlo alto e ampio quanto vorrai, senza essere in pericolo. Quindi, la nostra Via è la Via dell’Amore. Abbandona ciò che ti impedisce di seguire il Sentiero e volgiti per seguirlo con perseveranza; segui la Via fino in fondo, fino alla tua destinazione..:.”

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’.  M.  L.  2015

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GIUSEPPE GARIBALDI 1867

1867: Annus Horriblis. Il colera e la sconfitta di Garibaldi a Mentana

Le difficoltà degli esordi dell'Italia Unita nel 1861, molto peggiori delle attuali.

Aldo A. Mola | 26 NOVEMBRE 2022

Di quando in quando l’ISTAT lancia l’allarme: fra trenta o quarant’anni quanti saranno gli abitanti dell’Italia?

Come saranno distribuiti, di quali e quante etnie? Le proiezioni sono più astruse che astratte. Non mettono

in conto, infatti, gli eventi che fanno storia e condizionano la demografia: epidemie, catastrofi naturali

imponenti e soprattutto le guerre, lontane e vicine, capaci di azzerare o compromettere sul lungo periodo

ambiente, assetto igienico-sanitario, infrastrutture e la vivibilità stessa del territorio. Sul futuro della

popolazione in Italia a medio e lungo periodo si possono avanzare ipotesi solo in subordine a quanto

accadrà nell’Africa settentrionale e nel Vicino Oriente e sulle risposte che un’Europa davvero unita

(sommando politica estera e difesa, come ripete il Generale Claudio Graziano in Missione, ed. Luiss) sarà in

grado di dare alle sfide incombenti. Senza questa premessa ogni previsione è fatuo esercizio poetico.

1861: esordio in salita del Regno d’Italia

L’Italia scoprì la propria vulnerabilità all’indomani dell’unificazione nazionale. Il 1867, poco più di un secolo

e mezzo fa, fu tra i più drammatici della sua storia. Sei anni prima era stato proclamato il Regno d’Italia. Nel

1865 la capitale fu trasferita da Torino a Firenze. La decisione, prospettata dalla Convenzione italo-francese

del 15 settembre 1864, fu segnata “nigro lapillo” dalla strage di popolani che a Torino protestavano

ritenendola lesiva di chi aveva dato tutto per l’unificazione nazionale.

 Anziché durare i quattro anni previsti, la Camera eletta il 22-29 ottobre 1865 fu sciolta dopo appena due

anni per dare rappresentanza alle province del Veneto e a Mantova, annesse all’indomani della guerra

italo-prussiana contro l’Austria: 50 seggi in più. Alle nuove elezioni, il 10-17 marzo 1867, votò appena il

51,8% degli aventi diritto: la percentuale più bassa mai registrata. Era palese la disaffezione verso le

istituzioni da parte della pur ristretta cerchia di cittadini con diritto di voto. Anche la Sinistra faticava a farsi

strada. Dalla proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia (14 marzo 1861, pubblicata il 17 nella

“Gazzetta Ufficiale” del Regno) si erano susseguiti otto diversi governi, presieduti da Camillo Cavour (morto

il 6 giugno), Bettino Ricasoli (sino al marzo 1862), Urbano Rattazzi, travolto l’8 dicembre dalle dispute sulla

spedizione garibaldina “Roma o morte”, Luigi Carlo Farini (che uscì di senno e fu sostituito da Marco

Minghetti, in carica sino ai fatti del settembre 1864), Alfonso La Marmora (due governi sino al giugno 1866,

quando assunse il comando dell’Armata contro l’Austria) e nuovamente Ricasoli, che all’indomani delle

elezioni del marzo 1867 si dimise.

   La divisione originaria tra Destra e Sinistra era già stata superata quando Cavour aveva formato il “centro-

sinistro” con Urbano Rattazzi. Riaffacciata alla morte del Gran Conte, essa si attenuò con l’avvento del

Terzo Partito, formato da deputati cresciuti tra cospirazioni e patrie battaglie. Nelle logge massoniche essi

avevano appreso a conciliare gli opposti. Ne furono esponenti Antonio Mordini e Angelo Bargoni. Ma già

l’ultimo governo Ricasoli incluse Agostino Depretis, esponente della Sinistra, alla Marina e poi alle Finanze.

   Su incarico di Vittorio Emanuele II, il 10 aprile 1867 Urbano Rattazzi varò il suo secondo ministero, con il

quarantasettenne Michele Coppino (massone ed esponente della Sinistra) all’Istruzione e il geniale

economista Francesco Ferrara alle Finanze. Il governo affrontò coraggiosamente il nodo fondamentale:

drastica riduzione del debito pubblico con operazioni di ampio respiro. Varò la statizzazione e l’alienazione

dei beni ecclesiastici e la tassa sulla macinazione delle farine per procurare allo Stato le risorse

indispensabili per fare dell’Italia un Paese moderno: rete ferroviaria, stradale e telegrafica, scuole, ospedali

e difesa dei confini (anzitutto marittimi) in presenza delle tensioni internazionali tre anni dopo precipitate

nella guerra tra Napoleone III e la Prussia di Bismarck. Le misure economiche contenevano un disegno

politico-culturale: la laicizzazione del Paese. Secondo il federalista milanese Carlo Cattaneo, israelita, in

Italia gli ecclesiastici dovevano ridursi dal 7 all’1 per mille della popolazione, come negli altri Paesi

economicamente avanzati. Meno preti, più insegnanti; meno seminari più scuole obbligatorie e gratuite (in

alcune regioni gli analfabeti erano ancora il 90% degli abitanti) furono le parole d’ordine non solo della

sinistra democratica ma anche di conservatori che prendevano a modello Svizzera, Gran Bretagna, Paesi

Bassi, Prussia… Le città della Nuova Italia avevano bisogno di rete idrica e fognaria, di medici e di ospedali:

“servizi” che non sono né di destra né di sinistra ma vitali.

La falce dell’epidemia colerica…

Il 1867 impresse all’Italia una frustata che lasciò il segno. Si registrarono 866.865 morti: 130.000 in più

rispetto all’anno precedente. Il Paese dava per scontata l’elevatissima mortalità infantile. Annualmente

nascevano circa un milione di bambini; ma il 53% moriva entro il quindicesimo anno. Gli ottantenni erano

214.000 su 25.372.000 abitanti: meno del’1%. Tifo petecchiale, vaiolo e altri malanni spesso mortali erano

diffusissimi (anche per scarsa pratica di vaccinazioni). In assenza di prevenzione, essi venivano curati con

rimedi arcaici, notoriamente dannosi, come i salassi, proibiti per legge ma ancora praticati. Il 1867 fu l’anno

del colera. “Importato” dal Vicino Oriente, cominciò a serpeggiare in città portuali (Sicilia, Puglia…) e presto

divampò ovunque. A Bergamo si contarono quasi 4.000 morti. Altrettanto colpite furono Brescia, Torino,

Milano. Verso fine luglio su 63.000 ammalati i morti erano 32.000. Il contagio colpì tutte le classi sociali,

malgrado quarantene e altre misure. In molti casi i sindaci e persino i notai abbandonarono le città. Per

arginare la “diserzione” delle autorità, il 28 agosto fu coniata la medaglia dei benemeriti contro l’epidemia:

erano i nuovi patrioti.

…e la “questione di Roma”

Come se la popolazione non avesse abbastanza problemi e come se il giovanissimo Regno non fosse sotto

stretta osservazione delle Grandi Potenze, sul piatto della storia venne riproposta la “debellatio” del “papa-

re”. Improvvisamente divamparono insieme questione di Roma, dal 27 marzo 1861 proclamata Capitale

d’Italia su proposta di Cavour, eliminazione del potere temporale del papa e sacertà della Chiesa cattolica.

A quel groviglio altri nodi si aggiunsero, ancora più ingarbugliati. Vittorio Emanuele II, scomunicato, sapeva

bene che Roma era indispensabile al regno d’Italia. Ma non poteva certo sfidare l’Europa, che ancora non si

era ripresa dalla guerra del 1866, né, meno ancora, Napoleone III, antico cospiratore, forse carbonaro, ma

deciso a proteggere Pio IX per calcoli interni e internazionali. V’era infine la contrapposizione tra Giuseppe

Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Il primo era per l’azione, all’insegna “Italia e Vittorio Emanuele”. Il secondo

voleva l’insurrezione contro il papa quale ultimo volano per fare dell’Italia la Repubblica, obiettivo che

perseguiva da quasi quarant’anni.

   A inizio settembre Garibaldi andò al Congresso della Pace, a Ginevra, per enunciare il suo programma

pacifista. Pochi giorni dopo, però, raggiunse il confine tra Italia e Stato Pontificio. Fu garbatamente

“fermato” da un ufficiale dei Carabinieri e trasferito a Caprera, sorvegliato coi mezzi dell’epoca, comunque

a maglie larghe. Da lì mandò messaggi per incitare all’impresa. Una sera si allontanò dall’isola vogando con

un remo solo verso la nave che lo condusse in terraferma. Al suo richiamo accorsero migliaia di volontari.

Come altre volte nel Paese dei guelfi e dei ghibellini, si sovrapposero e si intralciarono un Comitato

Nazionale e il Comitato Romano, reciprocamente diffidenti.

   Garibaldi, sessantenne, sapeva di guerra. Aveva vinto battaglie vere. Quella sui Borbonici al Volturno il 2

ottobre 1860 ne mostrò il talento di comandante. A Bezzecca nel luglio 1866 ottenne l’unica vittoria italiana

contro gli austriaci, grazie all’artigliere Orazio Dogliotti, capostipite di una dinastia di massoni. Per marciare

su Roma organizzò un piano ben congegnato: tre colonne convergenti, capitanate da Acerbi, Nicotera e da

suo figlio, Menotti. Nel frattempo una legione di volontari puntò su Roma per suscitarvi l’insurrezione.

Intercettata, ebbe la peggio. Morirono Enrico Cairoli e, per le ferite, suo fratello Giovanni. Nella Città

Eterna, indifferente e immobile, attirati da un esplosione gli zuavi pontifici irruppero nel lanificio Ajani e

uccisero Francesco Arquati, sua moglie, Giuditta Tavani, e il loro figlio Paolo, cospiratori repubblicani. Due

muratori, Monti e Tognetti fecero esplodere la Caserma Serristori, causando decine di vittime, più italiane

che francesi. Arrestati come terroristi, furono condannati a morte e ghigliottinati.

   Pio IX era tutelato dalle proprie milizie, agli ordini del gen. Hermann Kanzler. In suo soccorso arrivò una

legione di volontari cattolici, agli ordini di Aurelles de Paladines, detti “antiboini” da Antibes, il porto ove si

erano raccolti. Decisivo fu infine il corpo di spedizione inviato da Napoleone con armi di prima qualità,

fabbricate a Brescia.

Il 26 ottobre, dopo un primo successo a Montelibretti, Garibaldi prevalse a Monterotondo.

L’indomani Rattazzi si dimise. Il re propose a Cialdini di formare il governo. Alla sua rinuncia, lo affidò a Luigi

Federico Menabrea, un generale di vastissima cultura.

   Il 3 novembre i garibaldini furono disfatti a Mentana. Avevano più entusiasmo che armi. Molti non

vestivano alcuna divisa. Sotto l’incalzare del nemico parecchi si dettero alla fuga. Il grosso si ritirò. Garibaldi

rientrò nei confini del regno. Arrestato a Figline, fu tradotto nel forte di Varignano (La Spezia), come già nel

1862 dopo essere stato ferito sull’Aspromonte, ove venne fermata la spedizione da lui capitanata col motto

al “Roma o morte”. Quindici giorni dopo venne condotto a Caprera. Sul movimentismo garibaldino calò la

saracinesca del buon senso. A quel punto Mazzini cercò di tirare i fili della causa repubblicana, ormai persa.

Garibaldi gli rinfacciò di non averlo aiutato quand’era il momento. Lo scrisse in lettere di fuoco e lo ribadì

nelle Memorie. Per lui valeva il motto “Italia innanzi tutto”: l’Italia doveva fare i conti con la realtà. Scrisse

persino a Bismarck per averne l’assenso all’impresa.

La disputa tra Garibaldi e Mazzini

Il 12 dicembre 1867 Agostino Bertani affermò alla Camera che Garibaldi si era battuto per assicurare Roma

al Re. Tra il Generale e Mazzini la sconfitta di Mentana aprì un solco profondo, destinato a rimanere

incolmabile. Dal 6 gennaio Garibaldi aveva chiarito all’“Apostolo” la propria linea di condotta: per

impegnarsi in un’impresa che fondeva cospirazione politica e azione militare voleva sapere “con chi aveva

da fare e ciò che si vol(eva)”. Il 15 seguente fu ancora più netto sul punctum dolens: “Sulle cose di Roma,

noi non siamo d’accordo. Io non vorrei che succedesse là ciocché successe a Palermo, e credo si debba

prolongare il periodo di preparazione, ed agire quando si possa scansare il pericolo di venire a fucilate, coi

soldati Italiani”. Niente sedizione militare, dunque; bensì un’azione non ostacolata dal governo, senza

mettere in forse la disciplina militare né suscitare un conflitto con l’esercito che aveva ancora sulle spalle la

repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno. Da Castelletti il 16 giugno Garibaldi mandò a Mazzini l’ultimo

messaggio di quell’anno: “Credo roviniamo l’affare a Roma, imponendo programma politico. Lasciamo

nascere l’infante, nato che sia lo si battezzerà e lo battezzeremo. Oggi urge rovesciare il governo papale.

Lavoriamo dunque concordi all’uopo”.

   Mazzini perseguiva un disegno del tutto diverso. Per lui l’insurrezione in Roma doveva essere la scintilla

decisiva per proclamare la repubblica. L’annientamento  del papa-re era la premessa per abbattere il Savoia

e fare di Roma il faro della Repubblica Universale.

Nelle Memorie Garibaldi sintetizzò in poche pagine la campagna nell’Agro Romano: “Molti furono i buoni,

che mi coadiuvarono nell’impresa, e non pochi coloro che la contrariarono, massime la Mazzineria, che si

dice indebitamente partito d’azione, e che non tollera iniziativa emancipatrice a chicchessia”. Dopo aver

descritto con vigore di scrittore autentico la fuga da Caprera su un beccaccino, l’approdo alla Maddalena, la

traversata del Tirreno sulla paranza procuratagli da Adriano Lemmi, l’arrivo a Vada e le prime fasi

dell’impresa, incluso il difficile rapporto con la popolazione di Monterotondo (“che poca simpatia s’era

meritata, per il mutismo e l’indifferenza, quasi avversione, manifestata verso di noi”, talché ne nacquero

“disordini”), Garibaldi tornò sul tema più amaro: “Qui, con dolore, devo ricordare un’altra delle cause della

sventura di Mentana. Già dissi i mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente (…) e il motivo

della loro propaganda era falso, senza ragione alcuna”. Mentre Garibaldi manovrava, forte del possesso di

Monterotondo, solida base della fase successiva dell’impresa, i mazziniani “come sempre, dovevano

giungere a dare il calcio dell’asino a chi non aveva altra aspirazione che la liberazione degli schiavi nostri

fratelli. (…) Il risultato di queste mene mazziniane fu la diserzione di circa tremila giovani dalla nostra

ritirata dal Casino de’ Pazzi sino a Mentana (…) e lascio pensare a che punto di moralità e di fiducia nel

compimento dell’impresa potevano trovarsi i rimanenti volontari”. Il suo giudizio conclusivo è drastico: “i

volontari (…) non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama”. Rimpianse di non aver avuto a

disposizione “una polizia di campo (…) indispensabile in ogni corpo di milizia”.

Negli anni seguenti non mutò opinione. Alla polemica contro la “Mazzineria” in alcuni appunti pubblicati

nell’Edizione nazionale dei suoi scritti (1937) Garibaldi aggiunse quella contro una certa Massoneria. Aveva

le sue brave ragioni. Infatti nei giorni della spedizione di Garibaldi verso l’Agro Romano nel “Bollettino del

Grande Oriente d’Italia, di cui era gran maestro, Ludovico Frapolli scrisse che “la Massoneria non ha ad

occuparsi del poter temporale dei papi. Poco le cale che ci sia un principe di più o di meno. Combatte il

Pontefice e non il Papa-re. (…) Va più in là. Lavora per distruggere le credenze assurde”, ma “non si lascia

trascinare nel campo delle discussioni politiche della giornata e tanto meno in quello dell’azione”. Benché

“primo massone d’Italia” Garibaldi ebbe motivo di sentirsi tradito proprio nel vivo della battaglia.

Il Generale per la Grande Riforma

Dopo la sconfitta di Napoleone a Sedan da parte dei prussiani (2 settembre 1870), su precipuo impulso di

Quintino Sella (come ha documentato Aldo G. Ricci sulla scorta dei verbali del Consiglio dei ministri), il

governo inviò verso la Città Eterna un Corpo di Esercito italiano agli ordini del generale Raffaele Cadorna,

fratello di Carlo, politico autorevole come ha scritto Franco Ressico nella sua ottima biografia (“Carlo

Cadorna, 1809-1891. Uno Statista del Risorgimento con e oltre Cavour”, ed. BastogiLibri). Dopo estenuanti

trattative per ottenere da Pio IX l’ingresso degli italiani in Roma senza ricorso alle armi, nel timore che la

crisi potesse essere “internazionalizzata” e risultare insolubile e dinanzi al rischio che qualche colpo di

mano di repubblicani e anticlericali la facesse precipitare, all’alba del 20 settembre 1870 Cadorna ordinò

l’irruzione nella Città Eterna. Garibaldi rimase sorvegliato speciale a Caprera; ma il suo “vice”, Nino Bixio,

ebbe il comando della divisione incaricata di entrare in Roma proprio là dove i garibaldini nel giugno 1849

avevano opposto strenua resistenza contro i francesi del generale Oudinot, inviati da Napoleone III per

schiacciare la Repubblica romana e restaurare il papa-re. Come Isacco Artom scrisse nella “Rivista storica

del Risorgimento italiano” diretta dal braidese Beniamino Manzone, Vittorio Emanuele II mantenne la

promessa che gli aveva fatto subito dopo la catastrofe garibaldina a Mentana: fare della Città Eterna la

capitale d’Italia.

   Nel 1875 Garibaldi andò a Roma per illustrare di persona al re come ammodernarla: arginare il Tevere per

impedire le ricorrenti rovinose esondazioni, installare industrie, aprire un porto per farne approdo di

traffico mercantile. Fu ricevuto da Vittorio Emanuele II presente Giuseppe Medici, con Enrico Cosenz antico

ufficiale garibaldino. Il Generale si reggeva sulle grucce. Indomito. Il re lo accolse con affetto. Il

movimentismo si dette il nuovo obiettivo: “guarire la gran piaga della miseria”, redimere l’Italia

dall’arretratezza secolare e dar senso a unità e indipendenza con scuole, lavoro, igiene. L’anno dopo al

governo salirono Depretis, Giovanni Nicotera, Coppino… Avevano ben presente il punto di partenza, lo

sciagurato 1867, e i metodi per salire la china. Lo ricordava Garibaldi alla figlia Teresita: coltivare campi,

innaffiare ortaggi, abbeverare gli armenti. Perciò nel 1907 il prosaico Giovanni Giolitti decretò festivo il 4

luglio, centenario della nascita dell’“Eroe dei due mondi”. Mentana va ricordata perché segnò il passaggio

decisivo dalla retorica alla politica. Lo capì bene Carducci che nel “Programma” della rivista “Il Paese”

esortò i “colti” a impegnarsi negli studi di economia e statistica, di scienze mediche e ingegneria, di

agronomia e geologia anziché dilettarsi di rimerie. Solo così la Terza Italia avrebbe potuto fronteggiare

nuove epidemie, come l’ondata colerica divampata nel 1884.

ALDO  MOLA

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LA MASSONERIA: L’ANTICO MISTERO DELLE ORIGINI

La Massoneria: l’antico mistero delle origini

Fin dai tempi più antichi, in tutti i Mestieri ed i tutti i Paesi, i lavoratori sono sempre stati suddivisi in tre classi o livelli di specializzazione, o d’impiego tecnico e, cioè, Apprendisti, Lavoratori specializzati e Maestri e tutti questi livelli erano distinti, nell’ambito delle Organizzazioni di Mestiere, con un loro specifico status giuridico.

Nelle , ritenute culla della Libera Muratoria, mentre per i Mestieri in generale le cose stavano in questo modo, per il Mestiere muratorio, Mestiere che si organizzò molto più tardi rispetto a tutti gli altri, la suddivisione in tre classi subì una evoluzione del tutto particolare…

Prima della metà del XIV secolo, nelle Isole Britanniche, non esisteva nessuna Organizzazione di Mestiere muratorio. Ciò è confermato dalle Regolazioni di Londra del 1356 che sono il più antico documento britannico in cui è dato riscontrare il primo tentativo di porre ordine in materia muratoria e di delineare una certa disciplina, quanto meno mansionaria nella pratica dell’Arte del costruire.

Tutte le attività costruttorie si svolgevano per impulso individuale e, per quanto riguarda le imprese più importanti, sotto l’egida di Corporazioni esercenti attività affini come quelle dei Falegnami, dei Carpentieri, dei Fabbri, dei Bottai, ecc. Con la maggiore affermazione delle leggi dello Stato e, in particolare, con l’influenza sempre più cogente che cominciarono ad avere i vari Statutes of Labourers, anche i Muratori si decisero a porre in essere loro specifiche Corporazioni di Mestiere, la prima delle quali fu fondata a Londra nel 1376 e si denominò Company of free Masons.

Questa Istituzione costituì il modello organizzativo per tutte le altre Corporazioni muratorie che si diffusero a poco a poco sul territorio britannico.

In base alle norme statali all’epoca vigenti e ai rispettivi statuti, queste Corporazioni presero il controllo esclusivo di tutte le attività costruttorie che si svolgevano nello ambito delle loro giurisdizioni territoriali.

Potevano far parte di queste Organizzazioni solo quei lavoratori rifiniti o qualificati i quali, in virtù di un particolare esame di abilità tecnica e del pagamento di un prescritto tributo, fossero stati ritenuti idonei. Questi lavoratori venivano nominati Fellows of Craft (Compagni d’Arte) o Masters (Maestri).

Una semplice cerimonia di ricevimento sanzionava la loro ammissione al Mestiere o Craft.

Circa i termini di Fellow of Craft e di Master, va detto che essi venivano usati sinonimicamente e tale uso è continuato anche durante i primi anni d’esistenza della prima Gran Loggia liberomuratoria, risalente al 1717.

L’unica circostanza in cui la parola Master veniva usata con un senso diverso, era quando essa veniva riferita al Fratello che aveva assunto l’incarico di imprenditore, col che diventava titolare dell’Impresa e dirigente, o capo del cantiere di lavoro, cioè, della Loggia.

In questa epoca – ma, ovviamente e a maggior ragione, anche prima, attesa la mancanza assoluta di organizzazione del Mestiere – non esisteva alcuna forma istituzionalizzata di Apprendistato. Ciò, tuttavia, non significa che il livello di Apprendista, dal punto di vista pratico, non esistesse. Invero, poiché gli aiutanti principianti, o di bassa mano d’opera, venivano assunti con contratto a tempo variabile (da 5 a 7 anni, a seconda dei luoghi), non avevano nella originaria Corporazione muratoria nessuno status giuridico di appartenenza ad essa e, appunto per questo, i cosiddetti Apprendisti di questa epoca, non appartenendo alla Corporazione, non erano nemmeno ammessi a condividere i privilegi della stessa, né venivano tenuti al corrente dei segreti morali, né dei segreti tecnico professionali, all’epoca molto importanti e gelosamente custoditi dai Fellows of Craft. Ciò significa anche che, da un punto di vista meramente tecnico, il Mestiere muratorio anglo-scozzese praticava un monoclassismo operativo (esisteva, infatti, solo la classe dei Compagni-Maestri) che diveniva biclassismo solo allorquando un Compagno-Maestro, superato un certo esame tecnico e soddisfatto il saldo di una sorta di tassa per licenza d’esercizio, diveniva Imprenditore, cioè, Maestro d’Impresa o di Cantiere.

Per tutta la durata di questo stato di cose, invero, e molte testimonianze provali lo confermano, la cerimonia di ammissione nella Craft muratoria era unica e riguardava esclusivamente i cosiddetti Fellows of Craft o Masters.

Per quanto è dato documentalmente sapere, in Scozia l’ammissione alla Libera Muratoria appare essere consistita in un procedimento molto semplice, che può riassumersi nella prestazione, da parte del candidato, di un giuramento di contenuto amministrativo, cioè, di fedeltà al Re, al Signore committente, al suo Maestro imprenditore e al Mestiere, prestato su di un Libro (spesso indicato come la Bibbia); altrettanto avveniva in Inghilterra, dove, in particolare, la cerimonia, in generale, oltre al giuramento, prevedeva anche la lettura, o la recita al candidato di antiche Leggende (Histories) sulle origini della Muratoria e degli Obblighi (Ancient Charges), relativi all’appartenenza alla Corporazione. La più antica testimonianza di siffatte procedure la si riscontra nel MS. Regius, più noto come Poema Regius, risalente al 1390…

In tali condizioni e sotto l’influenza delle documentazioni note, riguardanti le più antiche consuetudini muratorie, si affermò ed ebbe vastissimo credito l’opinione secondo cui, l’introduzione di una doppia cerimonialità, riferita alle due classi di Entered Apprentice e di Fellow of Craft, fosse avvenuta pressoché nello stesso tempo alla fondazione della prima Gran Loggia e fosse stata istituzionalizzata per le opportunità di un bigradualismo iniziatico nelle prime normative della nuova Istituzione, tra le quali avrebbero avuto preminenza le cosiddette Costituzioni di Anderson del 1723.

Ma, con la scoperta nei primi anni del XX secolo (rispettivamente nel 1930 e nel 1909) dei Catechismi manoscritti Edinburgh Register House del 1696 e Chetwode Crawley del 1700 , si ebbe la prova che da molto prima della fondazione della Gran Loggia di Londra, le cerimonie erano almeno due. Una per conferire la qualifica di Entered Apprentice, l’altra per conferire la qualifica di Fellowcraft.

Ciò, tenendo conto delle procedure che facevano acquisire la funzione di Maestro d’Impresa o di Cantiere, cioè, di Loggia, conferma che finalmente anche nelle Isole Britanniche l’evoluzione del Mestiere muratorio era giunta all’affermazione di un sistema di triclassismo operativo.

Sulla base delle documentazioni note nel XIX secolo, i più noti studiosi dell’800, come per esempio, il Gould, considerando i dati acquisiti dal punto di vista non operativo, ma in rapporto alle valenze iniziatiche, cioè, in rapporto alla introduzione del concetto di grado iniziatico liberomuratorio, avevano più che convintamente teorizzato sulla originaria esistenza di un monogradualismo riguardante il Compagno Maestro, tale che sarebbe stato costantemente praticato nel tempo, fino alla fondazione della Gran Loggia del 1717, epoca in cui sarebbe stato superato, sotto l’impulso innovativo di detta Istituzione, da un bigradualismo.

Detti studiosi non ebbero l’opportunità di vedere o di consultare i documenti venuti alla luce nei primi anni del ‘900 e, giacché le loro opere storiografiche, che si propagavano con grande successo, non contengono notizie delle nuove scoperte, il pubblico grosso, informato più che altro da tali pur ottime opere, ha praticamente ignorato l’illuminante contenuto dei due Catechismi manoscritti di sopra citati ed ha continuato a tenere ferma la supposizione che, prima della fondazione della Gran Loggia del 1717, perdurasse la pratica monograduale ed esistesse, pertanto, nella Libera Muratoria una sola cerimonia relativa alla piena acquisizione della qualifica liberomuratoria.

In realtà, verso la metà del XV secolo, allorché l’Apprendistato cominciò ad essere praticato in osservanza di alcune leggi locali, come si rileva dal Seal of Cause che ne sancì il riconoscimento ad Edimburgo nel 1475, le Corporazioni muratorie in generale e quelle liberomuratorie in particolare – che nel frattempo si erano differenziate dalle prime per la prevalente attività organizzativa esplicata in esse da lavoratori chiamati Free Masons, cioè, Liberi Muratori, e per le peculiari pratiche fraternali, etico-morali, spirituali e solidaristiche da questi seguite – prendendo atto delle nuove prescrizioni legislative, cominciarono ad ammettere nella Craft, con specifico status giuridico, anche gli Apprendisti, che da allora furono chiamat Entered Apprentices, cioè, Apprendisti Iscritti. Questa pratica si generalizzò e si diffuse in tutto il territorio britannico in modo definitivo dopo la promulgazione degli Schaw Statutes del 1598-99 con cui l’Apprendistato Iscritto divenne tassativamente obbligatorio.

É evidente che questa modifica strutturale della Muratoria dovette comportare delle innovazioni, determinate dal fatto che, nonostante che gli Apprendisti fossero, ormai, divenuti membri delle Corporazione, ad essi, per ragioni di salvaguardia tecnica, non potevano essere diffusi i più importanti segreti tecnico architettonici dei quali erano responsabili solo i Fellows of Craft. Si ritenne perciò opportuno differenziare le cerimonie di ammissioni: una fu riservata agli Entered Apprentices ed un’altra ai Fellows of Craft.

La distinzione tra le due cerimonie riposava sulla diversa comunicazione di segreti tecnici che distinguevano le due classi di lavoratori, essendo le pratiche fraternali, etico-morali, spirituali e solidaristiche comuni a entrambe le classi. Ciònon esclude, tuttavia, che, probabilmente, almeno come è presumibile in Scozia, alle due differenti classi di lavoratori fossero riservate due differenti Mason Words, consistenti in mezzi di riconoscimento, promananti ed imposti dalla Autorità amministrativa statale, per tutelare l’Arte dalle invadenze dei cosiddetti Cowans.

Ciò significa che, poiché non si pone ancora un problema circa il  superamento del monogradualismo, essendo l’ambito iniziatico, comune a tutti i Liberi Muratori Apprendisti Iscritti e Compagni-Maestri, ancora indifferenziato in gradi, non ci si trovava ancora dinanzi ad un bigradualismo, ma solo di fronte ad un biclassismo che andava, comunque, trasformandosi fatalmente in un definitivo triclassismo.

Di vero e proprio bigradualismo può cominciarsi a parlare solo più tardi, quando, cioè, maturarono certe condizioni che ebbero la loro premessa in un’ulteriore circostanza innovatrice che cominciò a determinarsi intorno ai primi anni del XVII secolo.

Tale circostanza innovatrice può essere indicata nel fenomeno dell’Accettazione, che ebbe origine allorquando nella Libera Muratoria, costituita di soli operai addetti ai lavori e, quindi, chiamata anche Libera Muratoria Operativa, cominciarono ad essere ammessi i cosiddetti Gentleman Masons, cioè, gli Accettati.

Questi nuovi venuti, generalmente provenienti dal ceto colto, borghese, nobiliare, professionale, ecc. iniziarono un complesso lavorio intellettuale nel seno della Corporazione liberomuratoria che, in pochi decenni, in concomitanza con la crisi dell’Arte del costruire, seminò il germe dell’evoluzione ideologica della Fondazione da operativa in speculativa.

E solo a causa di tale evoluzione che i gradi (degrees) acquistano senso – quel senso che comunemente anche oggi gli si attribuisce – e le rispettive cerimonie attraverso cui essi vengono conferiti si possono inquadrare in un sistema definibile bigraduale o bigradualismo. La traccia storica di questa evoluzione si rileva nei summenzionati Catechismi, il prototipo dei quali risale al 1696.

Vediamo dal punto di vista formale come andarono le cose.

Nella Libera Muratoria Operativa, come abbiamo già detto, i segreti che distinguevano i Compagni-Maestri dagli Apprendisti erano esclusivamente di natura tecnica, pertanto i rispettivi possessori che fossero chiamati a manifestarli a titolo d’esame, ovvero per provare la loro qualità, lo potevano fare semplicemente applicandoli ad un Capo d’Opera, col che la prova di possedere un segreto massonico si risolveva in una prova di abilità. Chi non fosse stato in grado di fornire tale prova, evidentemente, non possedeva il segreto della sua classe.

Con l’ammissione degli Accettati, le prove non potevano avere lo stesso effetto perché gli Accettati, non erano in condizione di fornire alcun saggio di abilità muratoria.

Da qui la necessità d’introdurre nella prassi un nuovo criterio per poter accertare l’appartenenza alla Libera Muratoria sia di un Operativo che di un Non Operativo.

Furono così introdotti dei nuovi segreti che, in un certo senso, erano anch’essi tecnici, ma che potevano essere comuni sia ai Liberi Muratori veri e propri che agli Accettati. Questi nuovi segreti consistettero in modalità di riconoscimento (parole, segni, toccamenti) con cui i possessori potevano dimostrare di appartenere non ad una classe operativa, bensì ad un gruppo di persone che si riconoscevano in determinate regole di vita e di azione.

Le premesse ideologiche (fraternali, etico-morali, spirituali e solidaristiche), comuni a tutti i Liberi Muratori, furono condivise anche dagli Accettati il cui contributo intellettuale a poco a poco, introducendo modalità speculative, rese possibile una graduazione di valori, articolabile almeno in due stadi di acquisizione che caratterizzarono innovativamente la formazione intellettuale degli Apprendisti Iscritti e dei Compagni-Maestri.

Le prove dell’avvenuta evoluzione secondo queste linee succintamente descritte, le ritroviamo in numerosi documenti tra i quali possiamo citare, oltre i sunnominati Catechismi, scoperti ai primi di questo secolo, anche il MS. Sloane n. 3329 del 1640, i Verbali della Loggia di Aberdeen del 1670, il Rehearsal Transprosed di Marwell del 1672, il MS. Melrose del 1674, i MMSS. Harleian n. 1942 e n. 2054 del 1675 ecc. cui, tra l’altro, si riscontrano anche significative terminologie come “La Parte del Maestro” e “La Parte dell’Apprendista”.

L’evoluzione, iniziata con l’avvento sulla scena massonica degli Accettati, si concluse e si consolidò felicemente con la fondazione della Gran Loggia di Londra, i cui fondatori, in gran parte Accettati, impressero una definitiva impostazione speculativa alla Libera Muratoria e incrementarono le cosiddette premesse ideologiche (fraternali, etico-morali, spirituali e solidaristiche) con l’introduzione del concetto di Universalità e della pratica della Tolleranza.

Nella Costituzione del 1723 il grado di Compagno d’Arte raggiunse la sua apoteosi. Un fugace sguardo a questa raccolta di norme, compilata dal Reverendo Anderson, ci consente di rilevare a quale dignità ed importanza fosse pervenuto il grado di Compagno d’Arte all’epoca della prima Gran Loggia.

Esso era il più alto grado massonico, era pervaso della completezza ideologica massonica e della pienezza dei poteri amministrativi: chi ne era investito era idealmente e tecnicamente capace di diventare Maestro di Loggia, cioè Maestro Venerabile, nonché Gran Maestro.

Al Punto IV dei cosiddetti Antichi Doveri, somma di regole antiche, collazionate dal Reverendo Anderson tra il 1721 e il 1723, si legge come un Apprendista, trascorso il debito tempo, potesse diventare Compagno e come questi potesse, a sua volta, avere l’onore di diventare Sorvegliante e poi Maestro di Loggia e, perfino, Gran Maestro.

Il Punto V dello stesso documento ci fa sapere che, secondo la tradizione corporativa liberomuratoria, “il più esperto dei Compagni sarà scelto e nominato Maestro (M.V.) o Soprintendente dei lavori del Committente e deve essere chiamato Maestro da coloro che lavorano sotto di lui.”.

La XV Regola Generale delle Costituzioni del 1723 prevede che, in caso di assenza dei Grandi Sorveglianti in Gran Loggia, solo dei Compagni d’Arte potevano esercitare la supplenza. Così, a norma della XVIII Regola Generale, se il Deputato Gr. Maestro fosse assente, “il Gr. Maestro potrà scegliere a suo piacere un Compagno d’Arte che sarà suo deputato pro tempore.”.

Altre particolari segnalazioni dell’alta considerazione di cui godeva il Compagno d’Arte sono rilevabili nella XXV e nella XIII Regola Generale.

Solo intorno al 1725, a seguito di influenze estranee alla Craft massonica, determinate da un’abusiva attività di una società profana di Londra – la Philomusicae et Architecturae Apolloni Societas – la Gran Loggia, modificando la XIII Regola Generale, adottò il grado (degree) di Maestro Massone, che trovò, poi, la sua definitiva omologazione costituzionale nella seconda edizione delle Costituzioni di Anderson del 1738. In queste nuove Costituzioni lo zelante reverendo non trovò di meglio che, cancellando la parola Fellowcraft, sostituirla nei luoghi appropriati con la nuova terminologia Master Mason.

A seguito di questi eventi, l’allora corrente sistema massonico basato su due gradi, futrasformato in un sistema basato su tre gradi (trigradualismo).

L’affermazione del nuovo sistema trigraduale non fu, tuttavia, immediata. Lunghi anni passarono prima che tutte le Logge lo praticassero. Si ha notizia che qualche Loggia cominciò a praticarlo solo intorno al 1770.

Con l’adozione del nuovo grado di Maestro Massone si determinò la crisi del grado di Compagno d’Arte.

Nei testi costituzionali massonici il ruolo del Compagno d’Arte, pur così importante un tempo, fu del tutto attenuato, rimanendo solo ad indicare uno stadio intermedio tra il grado d’Apprendista e quello di Maestro.

Allorché il Terzo Grado fece la sua comparsa, non consistette in una cerimonia creata ex novo. Esso era il risultato di un adattamento di quanto, fino a quel momento, era stato il Grado di “Master or Fellow-Craft”, cioè il vecchio Secondo Grado del Sistema bigraduale, con i suoi elementi essenziali quali i cosiddetti “Cinque Punti della Fratellanza” (The Five Points of the Fellowship), accompagnati da varie Parole, promosso al terzo livello di una trigradualità che andava sostituendosi alla precedente bigradualità.

Dal punto di vista ritualistico, quantunque al grado di Compagno il Rituale successivo all’adozione del Terzo Grado abbia riservato un apprezzabile numero di pagine, ideologicamente e simbolicamente parlando ben misera è la sua trattazione. Dalla esegesi comparata, appare, per altro, evidente, la suddivisione del vecchio I Grado in due parti di cui, la prima parte costituì il nuovo Primo Grado, mentre la seconda parte costituì il Secondo Grado, nuovo e riformato.

Molti autori hanno sottolineato l’anemico tessuto ideologico e simbolico di questo II Grado che certamente ha risentito della rapidità delle circostanze che definirono l’adozione del III Grado.

Ciò che si condanna è che, pur essendo passata la tempesta che probabilmente scosse l’Istituzione massonica e fomentò con modalità d’urgenza l’adozione del III Grado e la conseguente sua rapida ritualizzazione, non vi fu mai una seria presa in considerazione della opportunità di riformare il Grado di Compagno d’Arte il quale, quindi, soffre di una troppo evidente sproporzione ideologica e simbolica rispetto agli altri due Gradi, quello di Apprendista e quello di Maestro.

L’esame dal punto di vista ritualistico di questo Grado, che non riteniamo, tuttavia, di dover svolgere in questa sede, merita, in ogni caso, una grande attenzione, non fosse altro per mettere in evidenza le carenze che lo denotano e per fomentare, ove possibile, l’iniziativa di prenderne a cuore le sorti per il futuro suo rilancio.

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LE RADICI DELLA MASSONERIA

LE RADICI DELLA MASSONERIA

I TEMPLARI

qual è colui che tace e dicer vole,

mi trasse Beatrice, e disse: “Mira

quanto è ‘l convento de le bianche stole!

Dante, Paradiso, XXX-129

I TEMPLARI NELLA STORIA

L’Ordine dei “poveri cavalieri di Cristo fu fondato nel 1119 da Ugo di Payns e da pochi altri cavalieri, fra cui Andrea di Montbard, zio di San Bernardo, con la finalità di proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa. San Bernardo compose poi in esaltazione dell’Ordine il De laude novæ militiæ. Ricevuta la regola dal Concilio di Troyes (1129), esso assunse il nome di Militia templi quando stabilì la sua sede a Gerusalemme nell’area dell’antico tempio di Salomone, nella moschea di al-Aqsa riadattata. I cavalieri del Tempio vestivano un abito bianco recante una croce rossa, innalzavano il gonfalone bianco e nero, il bauceant, la cui etimologia rimane incerta, ed utilizzavano un sigillo recante su una faccia un edificio circolare con colonne sormontato da una cupola rappresentante il santo sepolcro, e sull’altra due cavalieri montanti lo stesso cavallo. Su quest’ultima immagine si sono accumulate le interpretazioni più diverse. L’Ordine era costituito da cavalieri, fratelli laici, sacerdoti e aveva a capo un gran maestro, il magister militiæ templi.

Presto l’organizzazione monastico-cavalleresca ebbe numerose sedi non solo in Palestina ma anche in Europa, e si trasformò in una potenza economico-militare, non limitandosi a partecipare alle operazioni belliche in Terra Santa, ma assumendo funzioni di supporto logistico-finanziario per i pellegrini, e mettendo a punto a tale fine tecniche di trasferimento di denaro che precorrevano i tempi.

Dopo la fine dell’avventura crociata in Terra Santa i templari si ritirarono da essa e si trasferirono a Cipro e nelle loro sedi continentali, fra le quali spiccava per importanza il Tempio di Parigi. Nel 1307 il re di Francia Filippo il Bello inizia l’attacco giudiziario al Tempio, orchestrato dal funzionario regio Guglielmo di Nogaret, e poggiante sulle accuse di eresia, idolatria, collusione coi mussulmani e pratiche sessuali aberranti, avanzate dal templare rinnegato ed espulso dall’Ordine Esquieu de Floyran. Molto si è scritto sulle motivazioni dell’attacco, riconducendole alla volontà del re di impadronirsi dei beni del Tempio, o a quella di eliminare un’ingombrante organizzazione di obbedienza papale, presente in modo ramificato sul territorio e ostacolo a quel progressivo rafforzamento del potere regio che iniziava allora e che doveva portare alla costituzione in Francia di uno stato assoluto, con il superamento definitivo degli ordinamenti feudali. Senza aspettare l’esito dell’inchiesta ecclesiastica Filippo fa arrestare i templari ed ottiene confessioni in parte estorte con la tortura, ma in parte rese spontaneamente. Papa clemente V, dalla sua sede di Avignone, dopo iniziali proteste per l’irregolarità delle procedure legali cede la conduzione degli atti processuali e dell’inchiesta a organismi controllati dal potere regio. Alla ripresa degli interrogatori molti templari ritrattano e trentotto di essi muoiono sotto la tortura.

Nel maggio 1310 Filippo di Marigny, arcivescovo di Sens, condanna al rogo 54 templari non come eretici ma come relapsi, senza aspettare le conclusioni delle commissioni istituite dal papa in accordo col potere regio.

Nell’ottobre del 1313 Clemente V, per risolvere una questione che vedeva il progressivo indebolirsi del prestigio papale, convoca il concilio di Vienne, che non riconosce la colpevolezza dei templari ma scioglie l’Ordine. I beni di questo sono attribuiti all’Ordine rivale dell’Ospedale. In seguito i dignitari templari sono processati da una commissione di tre cardinali, in realtà controllata dal re, che condanna alla prigione perpetua gli imputati. Il gran maestro dei templari Giacomo de Molay e il maestro di Normandia Goffredo di Charnay protestano la loro innocenza e ritrattano tutte le confessioni rese in precedenza: sono condannati al rogo come relapsi e bruciati su un’isoletta della Senna nel maggio 1314, suscitando l’ammirazione degli astanti per la loro ferma condotta durante il supplizio. Così riporta le ultime parole di Giacomo de Molay il cronista dell’epoca Goffredo di Parigi: “Signori, slegatemi le mani un po’ perché io possa almeno giungere le mani e fare orazione verso Dio, poiché è il momento. Veramente mi conviene adesso morire. Dio sa che hanno peccato per il torto contro di me. Presto un cattivo momento verrà per quelli che ci condannano a torto. Signori, sappiate che tutti quelli che ci sono contrari ne avranno a soffrire. In fede mia voglio morire. Vi prego di girare il mio viso verso la Vergine Maria da cui è nato nostro signore Cristo.”

Il cronista fiorentino Giovanni Villani afferma che le ceneri dei suppliziati vennero raccolte da qualcuno come reliquie. Nello stesso anno muoiono Clemente V e Filippo il Bello: era sorto il mito della “vendetta templare.

I TEMPLARI NEL MITO E NELL’ESOTERISMO

Nella prima metà del settecento il discorso del cavalier Ramsey ai massoni francesi, che alcuni studiosi mettono in relazione con la nascita degli alti gradi massonici, lanciò l’idea che vede i crociati di Terra Santa come fondatori della massoneria, la quale sarebbe poi sopravvissuta al loro ritorno in patria solo in Scozia. Il discorso di Ramsey non menziona direttamente i templari, ma riflette un’atmosfera in cui il mito templare doveva trovare inevitabilmente la sua collocazione, in quanto in esso si trovano collegate strettamente la cavalleria medievale e la massoneria.

Successivamente in Germania cominciarono a circolare leggende che vedevano i templari depositari di un’arcana sapienza risalente alla antica comunità ebraica degli Esseni. Secondo tali leggende Giacomo de Molay, prima di essere suppliziato, avrebbe rivelato suo nipote, il conte di Beaujeu, l’esistenza di un segreto dei templari connesso con l’antica sapienza, ma anche con favolose ricchezze, che si sarebbe trovato all’interno delle colonne cave Jackin e Boaz decoranti l’ingresso della cripta funebre dei gran maestri. Dopo il supplizio del loro gran maestro alcuni templari si sarebbero rifugiati in Scozia portando con sé i segreti del Tempio. Un ricco barone tedesco il cui fascino carismatico era pari solo alle capacità organizzative, Carl Gotthelf von Hund, professando ispirazione da misteriosi “superiori sconosciuti”, fondò un’organizzazione massonico-templare rigidamente gerarchica e selettiva: la “Stretta Osservanza”, attraverso la quale ambiva a far rivivere il templarismo. L’impresa di Hund raggiunse un iniziale successo, reclutando i più bei nomi della nobiltà, poi incontrò difficoltà e scetticismo, terminando definitivamente con la morte del barone sopraggiunta nel 1776. Cominciarono poi a sorgere sospetti politici nei confronti dei massoni templaristi: una sulfurea libellistica fece circolare l’idea che dietro il paravento templare si muovessero gruppi sovversivi politici, e che i neotemplari avessero ereditato dai templari storici una dottrina segreta gnostica. Il mago italiano Cagliostro, già animatore del tentativo di costituire un’obbedienza massonica eterodossa di rito “egiziano”, confessò all’inquisizione romana, di cui era prigioniero, che dietro la “Stretta Osservanza” si sarebbe celata una “Alta Osservanza”, costituita da templari votati a vendicare Giacomo de Molay attraverso la distruzione delle monarchie e della chiesa cattolica. Da lì a pochi anni scoppiò la rivoluzione francese, e le varie suggestioni dell’esistenza di una congiura templare acquisirono per ciò stesso peso, venendo utilizzate da altri autori, legati agli ambienti della restaurazione monarchica che seguì al “Congresso di Vienna”, come lo scrittore abate Barruel e l’orientalista Hammer Purgstall, per elaborare la tesi che pone all’origine della rivoluzione francese un complotto massonico a sfondo gnostico. Tale tesi gode ancora di molta fortuna non solo negli ambienti politici più retrivi ma anche in quelli dell’occultismo popolare, e viene periodicamente rilanciata in nuove forme, prestandosi a fornire la base di una certa propaganda politica di infimo livello, oltre a che a costituire un ottimo affare editoriale.

Alcuni dei sistemi di alti gradi, che sopravvivono tuttora come massoneria dei “riti”, recano in sé importanti elementi di riferimento ai templari, alla loro storia e al loro mito, che non cessa di essere al centro di ricerche e trattazioni da parte di storici e studiosi di esoterismo.

LA VERITÀ NEL MITO

Nell’articolo “I custodi della terra santa” René Guénon indica nei monaci guerrieri del Tempio i “custodi della Terra santa” e del “Centro supremo”, la cui funzione consisteva nell'”assicurare certe relazioni esterne e soprattutto nel mantenere i legami fra la tradizione primordiale e le tradizioni secondarie e derivate” grazie alla loro coscienza di “ciò che è al di là di ogni forma, vale a dire dell’unica dottrina fonte ed essenza di tutte le altre, che altro non è che la tradizione primordiale”. René Guénon aggiunge che il Tempio di Salomone, “per il fatto di avere di fatto cessato di esistere materialmente, poteva avere solo un significato ideale, come immagine del Centro supremo, al pari di ogni centro spirituale subordinato” e che il carattere dei templari fu tale che “per svolgere il compito loro assegnato che concerneva una determinata tradizione, vale a dire quella dell’Occidente, essi dovevano rimanere esteriormente legati alla forma di questa tradizione; ma, nello stesso tempo, la coscienza interiore della vera unità dottrinale doveva renderli capaci di comunicare con i rappresentanti di altre tradizioni: è ciò che spiega le loro relazioni con certe organizzazioni orientali, e, naturalmente, con quelle che svolgevano altrove un ruolo simile al loro”.[1]

L’indicazione di Guénon pone l’Ordine del Tempio al centro della tradizione occidentale, di cui esso doveva costituire l’elemento vivificatore di tutti gli aspetti exoterici ed esoterici e il canale di comunicazione con le altre tradizioni, come pure col deposito dottrinale comune a tutte le tradizioni indicato dal metafisico di Bloy come “tradizione primordiale”. Tale concezione contrasta nettamente con le interpretazioni riduttive assegnate al templarismo dalla maggior parte degli storici e degli studiosi accademici, fatta salva qualche importante eccezione. Gli storici accademici tendono a negare l’esistenza di un esoterismo templare e di una dottrina segreta dell’Ordine, come pure negano l’esistenza di rapporti segreti fra templari ed élite spirituale mussulmana, basandosi sulla sostanziale fedeltà del Tempio alla cristianità nella sua storia politica e militare.

Forse il modo migliore per accostarsi al mistero templare consiste nel considerare le accuse formulate contro i cavalieri templari durante il processo, e il contenuto delle risposte fornite dagli accusati. Tali accuse comprendevano:

1) il rinnegamento di Gesù Cristo con una formula ripetuta tre volte e accompagnata da un triplice sputo sul crocifisso;

2) un triplice bacio rituale sulla regione sacrovertebrale, sull’ombelico e sulla bocca ricevuto dagli iniziandi all’ammissione;

3) l’omosessualità;

4) l’idolatria verso una misteriosa testa umana barbuta. I templari dovevano portare poi una cordicella che sarebbe stata in precedenza posta al collo della stessa;

5) la mancata consacrazione dell’ostia durante la messa da parte dei preti templari.

È evidente il conto in cui si debbano tenere le confessioni estorte con la tortura; dalle confessioni rese dai centotrentotto templari sottoposti a interrogatorio senza tortura si desume che:

1) tutti ammisero il rinnegamento di Gesù Cristo e i baci rituali;

2) tutti, tranne tre, negarono l’omosessualità; tutti la mancata consacrazione dell’ostia;

3) tutti ammisero l’esistenza della cordicella e della testa ma con dichiarazioni oscure e contraddittorie.

Particolare importanza rivestono le confessioni del rinnegamento di Gesù Cristo rese senza tortura dai vertici gerarchici del tempio: il gran maestro Giacomo de Molay, il visitatore di Francia e seconda autorità del tempio Ugo di Pairaud, il precettore di Normandia Goffredo di Charnay e il precettore d’Aquitania e del Poitou Goffredo di Gonneville ammisero il rinnegamento. Per contro, nessuno degli appartenenti alle gerarchie templari, composte peraltro da uomini d’azione “illetterati”, e come tali con scarsa o nessuna conoscenza del latino e delle questioni teologiche, seppe o volle dare una spiegazione del significato del rinnegamento, che dichiararono di aver eseguito di malavoglia, con grande turbamento e senza comprensione.

Questa mancanza di comprensione dei contenuti dottrinali di rituali così conturbanti, non solo da parte dei comuni fratelli ma anche dei dirigenti del Tempio, ove se ne ammetta la buona fede conduce a sospettare l’esistenza nel Tempio di una gerarchia occulta, detentrice di una dottrina segreta ed al corrente del vero significato dei rituali. La questione dell’esistenza di una gerarchia templare parallela, non coincidente o solo parzialmente coincidente con la gerarchia esteriore, appare strettamente collegata alla questione dell’esistenza di una regola segreta del Tempio, emersa nel processo da rivelazioni indirette e mai provate documentalmente.

Tutto fa supporre che il nucleo segreto della dottrina dell’Ordine, espresso simbolicamente nel rituale del rinnegamento del crocifisso, vertesse sul problema cristologico, lo stesso problema al centro di tanti scontri fra la chiesa istituzionale, come era andata configurandosi teologicamente nei prime tre secoli del cristianesimo, e i vari gruppi, spesso a carattere gnostico, considerati da questa come “eretici” ed esprimenti sulla questione cristologica dottrine diverse da quelle della “grande chiesa”.

Abbastanza illuminante è la risposta che sarebbe stata data sul significato del rituale del rinnegamento di Gesù Cristo dal precettore di Bourges al templare Bosco di Masualier: “non t’impicciare – mi disse – si tratta di un profeta, è troppo lungo da spiegare”.[2]

Sullo stesso punto così invece rispose l’alto dignitario Goffredo di Charnay, poi martirizzato con de Molay: “il fratello Amaury mi disse di non credere a colui la cui immagine vedevo dipinta, perché era un falso profeta, non era Dio”.[3]

Queste due risposte apparentemente contraddittorie trovano un piano di unione in antiche concezioni cristologiche gnostiche, imperniate sul non essere l’immagine crocefissa della croce il vero Cristo. Così negli apocrifi “Atti di Giovanni” Gesù istruisce l’apostolo Giovanni sul mistero della crocifissione: “Giovanni, per la gente di laggiù io vengo crocifisso a Gerusalemme e colpito con lance e canne e dissetato con aceto e fiele… Io non sono neanche quello sulla croce, (io) che tu ora non vedi, ma di cui odi soltanto la voce. Ciò che non sono, questo sono stato considerato essere, io che non sono ciò che per molti altri ero. Piuttosto ciò che essi diranno di me è basso e a me non confacente…La (non) uniforme moltitudine intorno alla croce è la natura inferiore… Pertanto non ho sofferto nulla di quello che ti diranno di me, ma anche quella sofferenza che ho mostrato, danzando, a te e agli altri voglio esser certo che sia chiamata un mistero… Tu senti dire che ho sofferto – eppure non ho sofferto; che sono stato trafitto – eppure non sono stato colpito, che da me è uscito fuori il sangue – eppure non è fuoriuscito; in breve (sappi) che io non ho avuto nulla di quanto dicono di me…”.[4]

Pur senza cercare di istituire punti di contatto e paralleli col brano precedente, non si può fare a meno di essere richiamati alla concezione cristologica islamica e a ciò che si ritrova nel Corano sulla crocifissione: “né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a lui (e in verità coloro la cui opinione è divergente a questo proposito son certo in dubbio né hanno di questo scienza alcuna, bensì seguono una congettura ché, per certo, essi non lo uccisero – ma Dio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio)”.[5]

Il dettato coranico costituisce nell’esoterismo islamico il fondamento di una complessa profetologia gnostica, che trova il suo vertice nell’opera del grande sufi andaluso Muhiddin ibn al ‘Arabi.

Si può ipotizzare che i templari attraverso contatti avuti con l’Islam in Terra Santa ne avessero adottato la cristologia, o fossero, già dalla loro origine, portatori di analoghe concezioni, trasmessesi segretamente in Europa. La conoscenza approfondita di tali concezioni dottrinali non poteva però essere patrimonio di tutti i templari, bensì di una ristrettissima élite esoterica all’interno del Tempio, in grado di porsi allo stesso livello della élite corrispondente dell’esoterismo islamico e di comunicare segretamente con essa.

Ci ritroviamo dunque a fronteggiare il problema dell’esistenza di un esoterismo interno all’Ordine del Tempio e dei rapporti segreti di questo con l’esoterismo islamico, realtà entrambe risolutamente negate dagli storici accademici come tarde mitologie romantiche. Tuttavia l’idea di un esoterismo templare è tutt’altro che recente, essendo coeva all’Ordine stesso: il poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, vissuto fra la seconda metà del 1100 e l’inizio del 1200, nel suo capolavoro “Parsival” pone i templari a guardia di un centro esoterico nascosto, Monselvaggio, dove è custodito il più arcano e sfuggente mistero dell’esoterismo occidentale, il Santo Graal, multiforme rappresentazione simbolica della dottrina segreta e della realizzazione iniziatica. Il grande poeta tedesco, che ha attinto copiosamente per la sua opera a materiali simbolici orientali, evidentemente pervenuti in occidente fino a lui attraverso canali nascosti, imparenta i suoi eroi, fra cui lo stesso Parsifal, alla nobiltà mussulmana. Alla luce del poema di Wolfram l’idea di una élite templare, centro vivificante della tradizione occidentale e mediatrice dei contatti fra essa e quella orientale attraverso l’esoterismo islamico, riprende tutta la sua forza, forza che in realtà nel corso dei secoli essa non ha mai perso, dai lontani tempi del trovatore Wolfram von Eschenbach fino all’epoca presente.

Piero Vitellaro Zuccarello

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LE FONTI STORICHE

Le fonti storiche

Le radici mitiche della massoneria sono variamente enunciate dalle prime fonti manoscritte inglesi, note sotto la denominazione di Antichi Doveri (Old Charges) e scaglionate tra il XIV e il XVIII secolo.


La più antica di queste fonti è il Regius Manuscript o Poema Regius (detto anche Halliwell Manuscript, dal nome di chi lo scoprì nel 1840), databile al 1390 e che consta di 794 versi in rima baciata e in inglese medioevale. I primi 57 vv. espongono la storia leggendaria delle origini: la massoneria è geometria, arte o scienza d’eccellenza applicata alla muratoria; primo maestro ne fu Euclide e patria d’origine l’Egitto, da cui giunse in Inghilterra al tempo del re Atelstano, che le dette le prime costituzioni. I vv. 87-496 concernono la parte normativa. I vv. 497-794 costituiscono un’appendice, dal titolo Ars quatuor coronatorum, che tratta della leggenda dei Santi Quattro Coronati, del racconto della Torre di Babele, dell’istituzione delle arti liberali da parte di Euclide, dei doveri verso la Chiesa e infine delle regole di condotta proprie dei liberi muratori.
Il più antico documento in prosa è il Cooke Manuscript (1425 circa), nel quale la “leggenda del mestiere” si arricchisce di personaggi biblici, quali Jabal, Jubal e Tubalcain. È stato inoltre rintracciato un centinaio di altri manoscritti, appartenenti ad almeno dieci “famiglie” (Regius, Grand Lodge, Sloane, Cooke, Plot, Tew, Roberts, Spencer, etc.).


La cornice religiosa dei manoscritti più antichi è rigorosamente cattolica, con riferimenti alla Vergine Maria e ai Santi Quattro Coronati, la cui storia è narrata dalla Legenda Aurea.
Molteplici prove attestano, ancora, che l’antica massoneria “operativa” si poneva sotto il patronato elettivo di San Giovanni, talvolta del Battista, tal altra dell’Evangelista o di entrambi. Fino al XIX secolo e alla decristianizzazione caratteristica di questo periodo, tutte le logge indistintamente si denominavano come “logge di San Giovanni”, assumendo un ulteriore titolo a scopo distintivo. Le feste obbligatorie di tutte le logge erano stabilite alle date del 24 giugno e del 27 dicembre, ricorrenze rispettive dei due Santi.
La composizione gerarchica della loggia sembra essere stata ristretta, fin dopo la nascita della Gran Loggia di Londra, a due soli gradi: il nuovo ammesso o apprendista e il compagno o membro a tutti gli effetti. L’appellativo di maestro era riservato al compagno che assolveva alle funzione di presidente o capo della loggia. La simbologia si limitava agli utensìli e ai materiali propri del mestiere e l’ambientazione mitica prediligeva inizialmente i temi costruttivi dell’arca di Noè e della torre di Babele, mentre quello del Tempio di Gerusalemme fu di più tarda apparizione.

La leggenda di Hiram

Di apparizione tardiva sembra essere pure la versione della “leggenda del terzo grado”, quello di maestro, la cui tipizzazione è costituita dalla figura di Hiram, personaggio biblico (I Re, 7, 13-46; II Cronache, 2, 12-13, e 4, 11-18). Nella Bibbia, secondo il libro dei Re, Hiram era un fonditore, «figlio di una vedova della tribù di Neftali», «dotato di abilità, d’intelligenza e di perizia nell’eseguire qualsiasi lavoro in bronzo», e sapeva «eseguire qualunque intaglio e creare qualunque opera d’arte». Egli venne inviato dal re di Tiro, di nome Hiram anch’egli, a Salomone, per aiutarlo nella costruzione del Tempio dedicato a YHVH (). Hiram costruì due colonne di bronzo e le innalzò davanti al vestibolo del Tempio: «innalzò la colonna di destra cui diede il nome Iakin e innalzò quella di sinistra che chiamò Boaz»; costruì il “mare di bronzo” con le dodici basi in forma di altrettanti buoi, nonché dieci conche di bronzo su altrettante basi quadrangolari, i vasi per la cenere, le palette e le coppe.

Nella leggenda massonica il geniale artigiano diviene invece l’architetto del Tempio, preposto alla direzione di tutti i lavori e di tutti gli operai. In ogni caso, pur essendo note in tutta l’Europa medioevale gilde, confraternite e corporazioni di muratori, carpentieri e altre figure di mestieri legati all’arte della costruzione, il cui periodo di massimo fulgore coincise con quello dell’edificazione delle cattedrali gotiche (alcune delle quali estintesi nello stesso Medioevo, altre sopravvissute fino ad oggi, come il compagnonnage francese e le omologhe associazioni di mestiere tedesche, gli steinmetzen) che hanno lasciato di sé testimonianze di varia natura, compresi documenti statutari, l’attuale massoneria deriva in linea retta dalle associazioni di mestiere inglesi e scozzesi, e dalle seconde in misura più cospicua di quanto si ritenesse fino a qualche anno fa.

Gli «Accettati»

Tra la massoneria inglese e quella scozzese, nel periodo anteriore al 1717, si verificarono frequenti fenomeni di interscambio. Dalla massoneria scozzese a quella inglese probabilmente vennero travasati alcuni elementi caratteristici, indicativi di un esoterismo, quali i segni di riconoscimento e la Mason Word, o parola di riconoscimento del libero muratore, dalla quale derivano le odierne parole “sacre” e “di passo”, che per l’originario grado di apprendista-compagno erano strettamente connesse con i nomi delle due colonne del tempio di Salomone, Iakin e Boaz. Di antica origine è il fenomeno della accettazione, ossia dell’ammissione nella corporazione di elementi estranei all’arte della costruzione, soprattutto sacerdoti e scrivani, ma anche medici, in quanto utili alla comunità degli associati per l’espletamento di indispensabili funzioni. Le prime prove relative all’ammissione di “accettati” risalgono alla Scozia, dove l’8 giugno 1600 fu iniziato John Boswell; quanto all’Inghilterra, nel 1641 a Newcastle fu la volta di Robert Moray. Nel corso del XVII secolo si verificò una lenta ma graduale penetrazione degli “accettati” nelle logge dei muratori.

Dall’ammissione di massoni “accettati” deriva verosimilmente l’ingresso nel simbolismo muratorio di tematiche non direttamente legate al mestiere, ma appartenenti alla cultura ermetico-alchemica e cabalistica dilagata nell’Europa occidentale tra il XV e il XVII secolo. Viene indicato frequentemente, come esempio di siffatta osmosi, il caso di Elias Ashmole, famoso erudito ed ermetista inglese, nato nel 1617 e curatore di raccolte di scritti alchemici.

Si sostiene che Ashmole appartenesse alla mitica fratellanza dei Rosa Croce, della quale si cominciò a parlare e a favoleggiare dopo l’appari- zione a Cassel (1614) del primo “manifesto” rosacrociano intitolato Fama Fraternitatis, attribuito al teologo protestante Johann Valentin Andreae. La letteratura d’ispirazione rosa- crociana richiamò l’inte- resse di quasi tutti gli intellettuali  dell’epoca, com- presi Cartesio e Leibnitz, provocando polemiche da un capo all’altro d’Europa. In Inghilterra le idee ermetiche e utopistiche dei Rosa Croce influenzarono probabilmente la concezione della New Atlantis di Francis Bacon e trovarono in Robert Fludd un accanito sostenitore. Ne fu affascinato lo stesso Ashmole e Isaac Newton studiò le opere di un celebre scrittore rosicruciano tedesco, Michael Maier.

All’inizio del XVIII secolo, almeno nel sud dell’Inghilterra, all’interno delle logge gli elementi “accettati” (detti anche “massoni speculativi” o “di teoria”) prevalevano ormai largamente per numero su quelli “operativi”. D’altra parte, in tutta l’Europa ma in Inghilterra più precocemente, l’ordinamento corporativo era ovunque in crisi e le primitive ragioni di esistenza delle confraternite di mestiere, compresa quella dei liberi muratori, venivano gradualmente meno.

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LA QUADRATURA DEL CERCHIO

LA QUADRATURA DEL CERCHIO


del Fr.Massimo Zappia

Indice

Quadrati e Cerchi

Mondo Antico

Tradizione islamica

Tradizione cristiana

Estremo oriente e India

Quadrato, ottagono e cerchio

Conclusioni

Appendici

QUADRATURA : l’operazione, il fatto di quadrare, di ridurre a forma quadrata; con riferimento all’uso estensivo e figurato riportiamo dal Pirandello ” s’era sentita a posto in quella casa di contadini arricchiti, ove tutto aveva la solida quadratura dell’antica vita patriarcale “.

Quadrati e Cerchi

Tra i problemi classici della Geometria il più antico è certamente quello della quadratura del cerchio: esso dovette presentarsi alla mente umana fin dai tempi più remoti, suggerito dai numerosi esempi di figure circolari offerti dalla natura stessa.

Esso si può enunciare in modo completo così:

DATO UN CERCHIO, DETERMINARE IL LATO DI UN QUADRATO AVENTE AREA UGUALE A QUELLA DEL CERCHIO DATO.

Benché semplice nella sua enunciazione, in geometria questo problema non è risolubile in modo elementare con il solo uso della riga e del compasso. Si rimanda alla lettura dell’appendice A per una più ampia trattazione del teorema.

Può, però, questo problema trovare soluzioni se affrontato con un diverso approccio; le scuole filosofiche, gli uomini di pensiero, le varie società esoteriche, trattarono l’argomento cercando di risolvere ciò che elementarmente non era possibile?

Certamente il tentativo è stato effettuato più di una volta e probabilmente qualcuno arrivò alla soluzione.

“Nessuno entra qui se non è un geometra ” questo l’avvertimento che allontanava dalla scuola di Platone i semplici ascoltatori, impreparati a pensare da soli.

La geometria del geniale filosofo non era, infatti, quella di Euclide ma si trattava di una geometria più sottile nella sua spiritualità, di un arte piuttosto che di una scienza, consistente nel ricollegare le idee alle forme e nel leggere i segni fatti di linee come le figure dei geometri.

Due delle figure più frequenti e più universalmente usate nel linguaggio dei simboli sono il quadrato e il cerchio, insieme al centro e alla croce.

Esiste una immagine quale il pentacolo del Rebis trasmesso da Basilio Valentino dove si distingue un cerchio nel quale sono inscritti una croce, un triangolo ed un quadrato.

Sono appunto questi gli elementi base dell’ideografismo ermetico ed alchemico. L’ideogramma alchemico di Uno il Tutto è il cerchio; linea o movimento che si conchiude in se stesso e che in se stesso ha principio e fine. Nell’ermetismo questo simbolo esprime l’universo e, simultaneamente la Grande Opera.

Il quadrato è il simbolo della terra, in opposizione al cielo, ma è anche, ad un altro livello, il simbolo dell’universo creato, terra e cielo, in opposizione al non-creato e al creatore; è l’antitesi del trascendente. Il quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l’arresto o l’istante isolato. Il quadrato implica un’idea di stagnazione e di solidificazione, oppure di stabilizzazione . Mentre il movimento scorrevole è circolare e rotondo, l’arresto e la stabilità sono associati a figure angolose, con linee dure e a sbalzi.

Per gli alchimisti e gli ermetisti il quadrato, sormontato dalla croce simboleggiava la pietra filosofale.

Abù Ya’qub dice della tetrade, numero del quadrato, che è il numero più perfetto : il numero dell’intelligenza e il numero delle consonanti del Nome divino (‘llh).

La simbologia del quadrato e quella del numero quattro sono spesso associate. Gli Ebrei facevano del Tetragramma il Nome impronunciabile della Divinità (Jhwh). I Pitagorici facevano della tetraktys (e anche del quadrato di quattro, cioè sedici) la base della loro dottrina.

René Guenon ( Simboli della scienza sacra, edizione Adelphi Milano) riferendosi alla Tetractys Pitagorica osserva che il quadrato è sempre dovunque considerato il numero della Manifestazione Universale nel concetto del Quadrato Perfetto; la formula Pitagorica 1+2+3+4=10 è la circolatura del quadrante e l’inverso 10=1+2+3+4 esprime numericamente la divisione quaternaria del cerchio, cioè il problema ermetico della Quadratura del Cerchio concepibile come massima perfezione umana.

Giordano Bruno nel De Monade scrive ” per monadem, diadem, triadem decas exit. Et tetrade est primum solidi natua reperta. Primus pariter quadrangulus est par, justitiaeque typus. Et quamquam ipse Deus triades numero impare gaudet. Per tetradem cunctis tamem ipsum se explicat alte “. ( appendice N )

Il numero quattro è dunque , in certo modo , il numero della perfezione divina; più in generale , è il numero dello sviluppo completo della manifestazione, il simbolo del mondo stabilizzato.

Questo sviluppo si effettua, partendo dal centro immobile, secondo la croce nelle direzioni cardinali che, nel quadrato, è l’espressione dinamica del quattro.

La manifestazione solidificata viene espressa dal solo quadrato, il cui sviluppo va di pari passo a quello delle civiltà sedentarie. Il cerchio simbolo dell’animazione, è d’altra parte la forma abituale dei santuari presso i popoli nomadi, mentre il quadrato è la forma dei templi presso i popoli stanziali.

Il cubo, ancora più del quadrato, è il simbolo della solidificazione e dell’arresto dello sviluppo ciclico perché, determina e fissa lo spazio nelle sue tre dimensioni. Corrisponde all’elemento minerale, al polo sostanziale della manifestazione. La pietra cubica del simbolismo massonico implica il concetto di compimento e di perfezione. Il concetto di base di fondamento o di stabilità non è estraneo neppure al simbolismo, della Ka’ba della Mecca che è una pietra cubica.

Le età del mondo, la vita umana e i mesi lunari sono ritmati sul numero quattro, mentre le quattro fasi del movimento ciclico vengono espresse dal cerchio; la divisione con la croce di due diametri perpendicolari è la vera quadratura del cerchio. Parliamo del simbolo cristiano del gammadion , (in pratica, un quadrato che racchiude una croce) che è la sintesi di due aspetti del numero quattro: la croce raffigura Cristo circondato dai quattro Evangelisti, o dai quattro animali che ne sono emblemi.

Il cerchio è il segno dell’Unità del principio e di quella del Cielo e, come tale, ne indica l’attività e i movimenti ciclici.

E’ lo sviluppo del punto centrale, la sua manifestazione: tutti i punti della circonferenza si ritrovano al centro del cerchio, che è il loro principio e la loro fine scrive Proclo.

Secondo Plotino il centro è il padre del cerchio e secondo Angelus Silesius il punto ha contenuto il cerchio. Numerosi autori applicano questo stesso paragone del centro e del cerchio a Dio e alla Creazione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Il cerchio può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio.

Il cerchio è la figura dei cicli celesti – soprattutto delle rivoluzioni planetarie – e del ciclo annuale raffigurato dallo Zodiaco.

E’ caratteristico della tendenza espansiva ed è il segno dell’armonia; per questo le norme architettoniche sono spesso stabilite sulla divisione del cerchio.

Perché‚ il cielo si muove con un movimento circolare, chiede Plotino; perché‚ imita l’intelligenza è la sua risposta. Il simbolismo dello zodiaco si ritrova in altri irraggiamenti simili intorno al Centro solare: i dodici Aditya, i Cavalieri della Tavola Rotonda, il Consiglio circolare del Dalai Lama.

La forma primordiale non è tanto il cerchio quanto la sfera, rappresentazione dell’Uovo del Mondo, ma il cerchio è la coppa o la proiezione della sfera. Il Paradiso terrestre era circolare. Il passaggio dal quadrato al cerchio, ad esempio nel mandala, rappresenta il passaggio dalla cristallizzazione spaziale al nirvana, all’indeterminazione del principio, passaggio dalla Terra al Cielo, secondo la terminologia cinese.

Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa si che esso possa rappresentare il tempo, il quale, a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri. Il cerchio può rappresentare anche il cielo , dal movimento circolare e inalterabile.

A un altro livello interpretativo, il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente, il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra, In questo contesto, il cerchio rappresenta l’attività del cielo, il suo inserimento dinamico nel cosmo, la sua causalità, la sua esemplarità e il suo ruolo provvidenziale, in questo modo si ricollega ai simboli della divinità china sulla creazione, di cui produce, regola e ordina la vita.

Il simbolismo non è però sempre così semplice: l’immutabilità celeste trova la sua espressione anche nel quadrato e le mutazioni terrene nel cerchio , ed entrambi gli aspetti sono utilizzati nell’architettura indù tradizionale di cui si é potuto dire che si riassumeva nella trasformazione del cerchio in quadrato e del quadrato in cerchio.

Il Burckhardt (L’arte sacra in oriente ed occidente Ed. Rusconi Milano) osserva che per i popoli nomadi il Santuario per la divinità era concepito circolare, come la loro tenda od il nurago o il trullo.

Per delimitare il Santuario essi fissavano un bastone nel terreno e concepivano il bastone come asse del mondo ed ogni punto sella superfice terrestre era concepito corrispondente a tale asse. Con un filo legato al bastone ruotando formavano il cerchio, trasfigurazione del cielo e del cosmo.

Per i popoli sedentari, continua il Burckhardt, invece il santuario, concepito come tempio, era quadrato ed esprimeva la legge definitiva ed immutabile. Così a qualunque tradizione appartenga ogni architettura sacra ( e non aggiungiamo noi ) può ridursi al tema fondamentale della trasformazione del cerchio in quadrato come posto in particolare evidenza nella genesi del tempio induista.

L’accostamento architettonico era espresso innanzitutto dall’orientamento dell’edificio che veniva eseguita con regole antichissime. ( dalle piramidi a Stonehenge, da Pitagora a Vitruvio ). Per questa operazione di orientamento si usava un bastone ed una corda nel modo sopra descritto; ma il bastone con la sua ombra, proiettata nel cerchio, indicava le posizioni del mattino e della sera e quindi sul terreno si determinavano i punti est-ovest e da tale asse si tracciavano cerchi gemelli intersecantesi per segnare l’asse nord-sud e con altri cerchi si fissavano i quattro angoli del quadrato, cioè la quadratura del ciclo solare; ovvero questa era l’operazione di quadratura del cerchio (confronta il Ragghianti nel suo libro L’arte bizantina e romanica).

L’usanza antica di fondare una città tracciando un solco circolare e poi tracciare al suo interno un quadrato può anche essere collegata alla simbologia delle rote e dei mandala.

(E. Bonvicini Esoterismo nella massoneria antica Ed. Atanor)

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Mondo Antico

Gli egiziani credevano che molto tempo prima della loro civiltà gli dei avessero stabilito il sistema dell’ordine cosmico e l’avessero trasferito sulla loro terra. Una razza di dei aveva governato l’Egitto per molti millenni prima di affidarlo alla loro linea mortale, eppure divina dei faraoni.

Qualcuno ora ipotizza che a ricordo di questo furono costruite le tre piramidi di Giza la cui disposizione e dimensione corrispondono alle stelle della cintura di Orione ( Al Nitak, Al Nilam, Al Mintaka); ovvero le costruirono sulla terra come una immagine di ciò che esisteva nel cielo. (leggi appendice D sulle piramidi)

Platone considerava il quadrato e il cerchio come assolutamente belli in sé; secondo il grande pensatore il quattro si riferisce alla materializzazione delle idee e il tre all’idea stessa: il secondo esprime le essenze e il primo i fenomeni, l’uno lo spirito e l’altro la materia.

Mentre il tre deriva dalla simbologia della verticale, il quattro appartiene a quella dell’orizzontale.

Uno unisce i tre mondi e l’altro li separa, considerandoli ciascuno al suo livello.

Secondo Plutarco, i pitagorici affermavano che il quadrato riuniva la potenza di Rhea, di Afrodite, di Demetra, di Hestia e di Hera.

Commentando questo passo, Mario Meunier precisa: “Il quadrato significa che Rhea, la madre degli dei, la fonte della durata, si manifestava attraverso le modificazioni dei quattro elementi simbolizzati da Afrodite, che era l’acqua generatrice, da Hestia, che era il fuoco, da Demetra che era la terra e da Hera che era l’aria”.

Il quadrato rappresenterà la sintesi degli elementi.

Dai quattro elementi di Democrito passiamo alla sfinge tetramorfa, ai quattro animali sistemati intorno al trono nell’Apocalisse di San Giovanni, alla carta dei tarocchi che raffigura il mondo, alla profezia di Ezechiele, ai quattro evangelisti e alla loro raffigurazione nella chiesa superiore di San Francesco in Assise, e a gran parte della iconografia cristiana; possiamo, quindi, fare questi accostamenti:

Terra – Toro – San Luca – Lavoro – Resistenza – Tacere

Acqua – Uomo – San Matteo – Vita – Luce – Sapere

Fuoco – Leone – San Marco – Azione – Forza – Volere

Aria – Aquila – San Giovanni – Intelligenza – Spirito – Osare

Molti spazi sacri hanno una forma quadrangolare: altari, templi, città ed accampamenti militari. La forma quadrangolare viene adottata per delimitare numerosi luoghi come la piazza pubblica di Atene. Spesso questo quadrato è inscritto in un cerchio, sommità di una collina rotonda, come per gli accampamenti e per i templi oppure in fondo a un cerchio di colline, come per Roma.

Secondo la versione di Plutarco sulla fondazione di Roma essa venne insegnata a Romolo dagli Etruschi come nei misteri. Si scavò dapprima una fossa rotonda, dove vennero gettate le offerte e che ricevette il nome di mund (cioè cosmo). Il mundus era considerato il centro che collega la città al mondo degli spiriti, cosi come il cordone ombelicale collega il bambino alla madre.

La città aveva una forma circolare , anche se Roma viene chiamata dagli antichi urbs quadrata e Plutarco stesso la chiama Roma quadrata, affermando inoltre che essa era al tempo stesso un cerchio e un quadrato. Secondo una teoria la parola quadrata significa quadripartita, cioè la città circolare era divisa in quattro parti da due arterie, il cui punto di intersezione coincideva con il mundus. Nella lingua dell’antico Egitto l’ideogramma che veniva usato per la parola città era un cerchio con due strade che si incrociavano disegnate all’interno.

(Egyptian Grammar by Sir Alan Gardiner printed at Oxford University)

Secondo un’altra teoria, la contraddizione va intesa soltanto come simbolo, cioè come la rappresentazione visiva del problema matematico insolubile della quadratura del cerchio.

Va ricordato anche che nell’Oriente antico, presso i Babilonesi, il quadrato veniva usato per indicare il totale di un conto ed esprimeva l’idea di riunire entro un limite, corrispondendo così a un limite terrestre. Esso sembra un simbolo meno antico del cerchio e forse ne è una derivazione, in ogni modo cerchio e quadrato esprimono un totale, ma il quadrato serve anche ad esprimere un’idea di limite.

Fin dalla più remota antichità, il cerchio è servito a indicare la totalità e la perfezione e a inglobare il tempo per misurarlo meglio; Nella Bassa Mesopotania lo zero è il numero perfetto, che esprime il tutto, e dunque l’universo; il cerchio diviso in gradi, rappresenta il tempo; i Babilonesi l’hanno utilizzato per misurarlo, l’hanno suddiviso in 360°e scomposto in sei segmenti di 60°, il suo nome (shar) indicava l’universo, il cosmo. La speculazione religiosa babilonese ne ha ricavato in seguito il concetto di tempo infinito, ciclico e universale che si è trasmesso nell’antichità ad esempio nell’epoca greca attraverso l’immagine del serpente che si morde coda (v. UROBOROS). Il sole e l’oro, immagini del sole, sono indicate con un cerchio. Nell’antichità il piano circolare è associato al culto del fuoco , degli eroi e della divinità. Il cerchio esprime l’eterno soffio della divinità, che agisce continuamente e in tutti i sensi Il tondo possiede un senso universale rappresentato dal globo e la sfericità, sia dell’universo che della testa dell’uomo, é indizio di perfezione. Platone rappresenta la psiche con una sfera e già presso i Babilonesi troviamo questo complesso cielo-terra espresso dal cerchio e dal quadrato : il quadrato inscrive un limite il cerchio esprime l’illimitato.

Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio , è un’immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sè, mentre il quadrato è il simbolo della materia terrena, del corpo e della realtà.

Nel mondo celtico , il cerchio ha una funzione e un valore magico. Cuchulainn incide un’iscrizione in lettere ogamiche su un cerchio di legno (fatto con un ramo ricurvo) per fermare l’esercito irlandese che invade l’Ulster. Il cerchio viene fissato a un pilastro e ingiunge, a chiunque legga l’iscrizione, di non oltrepassarlo senza accettare un singolar tenzone. Il cerchio simbolizza dunque un limite magico invalicabile. Il cerchio ha applicazioni religiose immediate: il grande idolo d’lrlanda, secondo i testi agiografici, è circondato da altre dodici pietre di minore grandezza disposte in cerchio.

I templi circolari gallo-romani sono inscritti in un quadrato e rappresentano le interrelazioni fra il cielo e la terra.

Vercingetorige, al momento della resa, descrisse a cavallo un gran cerchio intorno a Cesare, il simbolismo del cerchio é duplice, magico e celeste.

In un disegno di arte Vichinga della Norvegia si vede l’immagine pura dell’uomo spiritualizzato senza essere disincarnato.

Il cubo centrale, con i suoi quadrati le sue scacchiere, le sue squadre e i suoi punti, dà un’idea di questo mondo materiale e creato, limitato e inscritto nel tempo e nello spazio. L’ovale della testa, le curve delle arcate sopraccigliari, i salienti delle labbra e la mandorla degli occhi rappresentano il non-creato, la concentrazione , lo spirituale. La sovrapposizione dei due volumi indica le relazioni fra il cielo e la terra, fra il trascendente, e l’immanente, relazioni che tendono verso un’unione nell’uomo. Possiamo vedere in questo caso: l’immagine dinamica di una dialettica fra il celeste trascendente a cui l’uomo aspira naturalmente e il terrestre in cui si trova attualmente.(de Champeaux G.,Sterckx S., Introduction au monde des symboles,Parigi 1966)

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Tradizione islamica

Nella tradizione islamica, la forma circolare è considerata come la più perfetta di tutte ed è per questo che i poeti dicono che il cerchio formato dalla bocca è la forma più bella in quanto è completamente rotonda.

Raccolto in se stesso , senza inizio ne fine, compiuto e perfetto, il cerchio è il segno dell’assoluto.

Il quadrato e la tetrade occupano un posto ugualmente importante nelle tradizioni dell’Islam. Il simbolo supremo dell’Islam è la Ka’ba, un blocco quadrato; esso esprime il numero quattro, che è il numero della stabilità.

Se si rappresenta l’Islam come un edificio, possiamo dire che il tetto è il riconoscimento dell’unicità di Dio, mentre i quattro pilastri sono la preghiera rituale, la tassa, il digiuno annuale e il pellegrinaggio alla casa di Dio. Alla Mecca, il cubo nero della Ka’ba si erge in uno spazio circolare bianco, e la processione dei pellegrini, rito fondamentale del Pellegrinaggio, è essenzialmente costituito da dei giri intorno al quadrilatero e traccia, intorno al cubo nero, un cerchio di preghiera ininterrotta. Anche in occasione di una nascita c’è l’usanza di compiere il giro dei mausolei dei santi, delle moschee o del luogo dove si è svolto un sacrificio.

Il concetto di unicità monolitica è quindi simbolizzato dalla Ka’ba; in origine questa parola significava tanto essere quadrato che essere tondo; è significativo che anche la sua forma si presti a questo duplice significato , perché una parte è cubica e l’altra semisferica.

La Ka’ba ha quattro linee che vanno dal centro ai quattro angoli; è orientata sull’asse di quattro punti cardinali; i quattro ango1i della Ka’ba hanno nomi distinti. Un manoscritto arabo mostra la Pietra Nera della Ka’ba portata nel santuario da quattro capitribù posti ai quattro angoli di un tappeto. D’altronde, molto prima dell’Islam, la Mecca si chiamava Madre delle Città. Nella letteratura popolare viene chiamata anche ombelico della terra, come l’omphalos di Delfi. Ibn Al’ Arabi osserva che la Ka’ba costituisce l’equivalente sulla terra del Trono di Dio, intorno al quale girano gli angeli (Corano, 29, 75). Il cuore dell’uomo, dice questo autore, è la casa di Dio, più nobile, e più importante della Ka’ba stessa. Il cuore degli uomini ordinari è quadrato, perché essi hanno quattro possibilità d’ispirazione: divina, angelica, umana e diabolica; il cuore dei profeti ha invece soltanto tre lati, perché essi sono estranei a ogni tentazione diabolica. Analogamente la Ka’ba, che ha apparentemente quattro lati, in realtà ne ha soltanto tre, se si tiene conto della parte semicircolare che sta di fronte a un lato.

Anche la casa araba è quadrata , come la qubbah, il mausoleo a cupola innalzato sulla tomba dei santi musulmani. Il mausoleo cubico rappresenta la terra o il corpo , con i suoi quattro elementi, e la cupola il cielo o lo spirito.

Per l’architettura islamica, il problema consisteva nel passare dal quadrato al cerchio, dato che il luogo di riunione dei fedeli è una sala quadrata, ma solo una cupola è degna di rappresentare l’incommensurabile grandezza divina. Ritroviamo dunque ai due livelli, architettonico e rituale, la congiunzione quadrato cerchio che era già implicita nell’etimologia.

La danza circolare dei dervisci mawlaiyya (mevlevi), detti dervisci giranti, è ispirata a questo simbolismo cosmico: imitano il giro dei pianeti intorno al sole, il vortice di tutto ciò che si muove ma anche la ricerca di Dio, rappresentato dal sole. Il loro fondatore, il massimo poeta del Sufismo, ha celebrato questa circumambulazione dell’anima “ho girato, scrive, con i nove padri (i pianeti) in ogni cielo. Per anni ho girato insieme alle stelle”

Il neo-platonismo paragona Dio ad un cerchio, il cui centro è dappertutto e questo tema lo si trova anche nel Sufismo soprattutto nel Mathavi di Jalal Al-Din Rumi, nel Roseto dei Segreti di Mahmud Shabastarid. Rumì contrappone la circonferenza materiale del mondo fenomenico al Cerchio dell’Essere assoluto, affermando inoltre che, se si aprisse un granello di polvere vi troveremmo un sole e dei pianeti che girano intorno.

Anche il Trono di Dio è rappresentato con una base circolare: è l’orizzonte supremo, Khatt al-istima, di cui Maometto ha fatto il giro nel Mi’raj in due gettate d’arco. L’estasi maomettana è consistita dunque nel fare il giro dell’inaccessibilità di Dio

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Tradizione cristiana

Anche nella tradizione cristiana il quadrato, data l’uguaglianza dei suoi quattro lati, rappresenta il cosmo; i suoi quattro pilastri d’angolo indicano i quattro elementi. Il cerchio e il quadrato rappresentano i due aspetti fondamentali di Dio: l’unità è la manifestazione divina. Il cerchio esprime il celeste, il quadrato il terrestre , non in quanto opposto al celeste ma in quanto creato; nei rapporti fra il cerchio e il quadrato esiste una distinzione e una conciliazione: il cerchio sarà per il quadrato ciò che il cielo è per la terra e l’eternità per il tempo, ma il quadrato si inscrive in un cerchio vale a dire la terra è dipendente dal cielo. Il quadrato non è altro che la perfezione della sfera su un piano terrestre. Per i cristiani il Cristo rappresenta l’umanità, egli verrà considerato come l’uomo quadrato per eccellenza. Da ciò non solo derivò la costruzione delle chiese ad quadratum ma anche l’uso di porre nelle chiese la Pietra Angolare come simbolo di Cristo Gesù, come si legge nella lettera di S.Paolo agli Efesini ( … Pietra maestra angolare essendo lo stesso Cristo Gesù sopra di cui l’edificio tutto insieme connesso si innalza in tempio santo del Signore … capitolo II,20)

A tale riguardo Marie Madeleine Davy nel suo libro sul simbolismo mediovale scrive che Villard de Honnecourt, architetto che nel XIII secolo compose una raccolta di numerosi disegni stilizzati, ci dà la pianta di una chiesa cistercense del XII secolo, tracciata ad quadratum.

Questa pianta presenta delle analogie con le misure del Microcosmo, cioè dell’uomo, secondo Santa Ildegarda. L’uomo di Santa Ildegarda, con i piedi uniti e le braccia tese, ha cinque misure uguali nel senso della larghezza e della lunghezza; le dimensioni dettagliate nel senso della lunghezza e della larghezza vengono rappresentate da quadrati. Una chiesa, ad quadratum si inscrive in un rettangolo; la sua lunghezza si compone di tre quadrati e la sua larghezza di due quadrati di uguale misura.

La pianta della chiesa cistercense ha 12 misure uguali nel senso della lunghezza e otto nel senso della larghezza, cioè si ha il rapporto dodici ottavi che è uguale a tre mezzi.

Le chiese quadrate sono numerose in Gran Bretagna, come la cattedrale di Oxford, la chiesa di Ramsey o di Saint Cross, le chiese cistercensi in Gran Bretagna sono tutte quadrate, il tempio del Graal è quadrato.

In Germania la maggior parte delle chiese con abside quadrata derivano dalla chiesa cistercense di Morimond; in Francia le chiese quadrate sono cistercensi e hanno capocroci piatti, fiancheggiati da quattro, sei o otto cappelle quadrate; i deambulatori sono rettangolari. Così a Fontenay secondogenita di Chiaravalle e fondata da san Bernardo nel 1118, si aprono sul transetto delle cappelle quadrate o rettangolari; analogamente a Pontigny (1114), a Noirlac (1136) e a Escale-Dieu (1142), che riproduce la pianta di Fontenay.

La cattedrale di Laon presenta un capocroce quadrato; il coro della chiesa di Brinay è rettangolare . In tutte le chiese primitive cistercensi il capocroce è quadrato, ma nelle chiese costruite alla fine del XII e nel XIII secolo, l’abside diventa poligonale. Da notare che la chiesa di San Vincenzo ed Anastasio, vicino a San Paolo delle Tre Fontane a Roma, fu donata a San Bernardo nel 1140 e, molto probabilmente, ricostruita a quell’epoca con un capocroce quadrato. E’ tutta una spiritualità che si inscrive simbolicamente in queste forme quadrate della stabilità, di una stabilità da interiorizzare.

Nella Guida dei Pellegrini a San Giacomo di Compostella l’autore paragona la chiesa a un organismo umano, in cui la navata maggiore è simile a un corpo di cui i transetti costituiscono le braccia; le dimensioni vengono calcolate in funzione delle misure umane. L’uomo quadrato, con le braccia tese ed i piedi giunti, indica i quattro punti cardinali e in essi troviamo riuniti il significato della croce e delle quattro dimensioni che esso implica. Gli autori medievali, che amano i paragoni, ricollegano all’uomo quadrato i quattro vangeli, i quattro fiumi del Paradiso. Thierry di Chartres dice che l’unità è alla base stessa del quadrato, perché viene ripetuta quattro volte.

Secondo Denys le Chartreux (Dionisio il Certosino) il quadrato va esaminato nel suo aspetto allegorico: i corpi quadrati, a suo parere non sono destinati alla rotazione come i corpi sferici, e del resto, il quadrato presenta un carattere stabile. Nel Medioevo vengono costruite città quadrate: Sainte-Foy, Montpazier ecc.

Nella composizione architettonica è importante mantenere la simmetria e la proporzione. La chiesa romanica si ispira al Tempio che, secondo la tradizione, rappresenta nelle sue proporzioni il tempio dell’uomo e le sue dimensioni possono inscriversi in un quadrato. La chiesa romanica non è solamente ad quadratum, secondo la pianta della chiesa cistercense pubblicata nell’album di Villard de Honnecourt, a volte è tonda e, in questo caso, ci troviamo di fronte a un altro simbolo: passiamo infatti dallo spazio-tempo al cielo dell’eternità. Il cerchio non é presente nelle costruzioni bibliche ma é di origine bizantina; sul piano architettonico ha preceduto la cupola e, infatti, le chiese romaniche, riproducenti il Santo Sepolcro di Gerusalemme, hanno una forma arrotondata, come le chiese costruite dai Templari o le abbazie di Charroux e di Fontevrault. L’abside delle chiese romaniche presenta una semi-cupola.

Nell’iconografia cristiana, il motivo del cerchio rappresenta l’eternità; tre cerchi saldati evocano la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Santo Sepolcro di Gerusalemme voleva evocare la grande volta dell’universo che l’uomo rappresenta con la sua calotta cranica. Onorio d’Autun riprende questa duplice divisione parlando di chiesa a croce e di chiesa tonda, usando tanto la terminologia usuale che il senso simbolico implicito.

Se la chiesa nel suo insieme ha la forma di una croce latina, come avviene il più delle volte, conviene notare che tale croce può essere ottenuta sviluppando un cubo le cui facce siano stese sul piano di base; la faccia di base, che rimane nella posizione iniziale, corrisponde alla parte centrale sopra cui s’innalza la cupola.

Secondo il Burckhardt per i Padri della Chiesa l’edificio sacro rappresenta innanzitutto il Cristo, come divinità manifestata sulla terra; al medesimo tempo rappresenta l’Universo costituito da sostanze visibili ed invisibili, infine l’uomo e le sue diverse parti.

La chiesa non è più il punto di partenza dell’evoluzione spirituale, ma ne rappresenta il punto finale supremo.

La chiesa romanica presenta l’immagine dell’uomo ma offre prima di tutto il simbolo del1’uomo perfetto, cioè di Gesù Cristo, il cui nome in ebraico significa anche uomo. Il Verbo, facendosi uomo, assume proporzioni umane, con l’lncarnazione unisce la propria divinità all’umanità, collega il cielo alla terra e mette nel cerchio una forma di quadrato che corrisponde alla forma dell’uomo o – meglio ancora- iscrive il quadrato nel cerchio della divinità, rafforzando così ( poiché il quadrato è simbolo di potenza) il suo significato, come si riscontra, per esempio, nella visione di Daniele, delle quattro bestie e dei quattro regni ( Daniele VII, 1-28 ).

Con la Redenzione, Cristo fa esplodere il quadrato e lo spezza, perché è un re spodestato, e del quadrato non resta altro che la croce: in questo modo, Cristo pone la propria natura umana in seno alla natura divina e l’uomo quadrato, tramite l’Incarnazione, si inserisce egli stesso nel cerchio. In altri termini, l’umanità è collegata alla divinità, come il tempo all’eternità, il visibile all’invisibile e il terrestre al celeste.

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Estremo oriente e India

La terra, misurata dai suoi quattro orizzonti è quadrata, è divisa nelle quattro regioni, occupate da quattro caste, dalle quattro braccia o dalle quattro facce della Divinità: le quattro braccia di Vishnu, e di Shiva o di Ganesha; ad Angkor, la divisione è operata dalle quattro facce del Tumburu, ma ancora più chiaramente dal Bayon (tempio khmer del XII secolo, al centro della cinta muraria di Angkor Thom). Il tempio è sempre costruito a immagine dell’uomo: come il tempio cristiano deriva dalla quadratura secondo le assi cardinali introdotte in un cerchio, la pianta del tempio indù presentata nel Vastu Purusha-mandala è anch’essa una figura quadrata che esprime la divisione per quattro di un grande cerchio che rappresenta il ciclo solare .Se il Cielo è generalmente rotondo e la Terra quadrata, il cambiamento di prospettiva permette a volte di invertire le corrispondenze simboliche. Se, ad esempio, nella costruzione del tempio indù, il quadrato è fissazione, cristallizzazione dei cicli celesti, può all’inverso significare l’immutabilità del principio in rapporto al movimento circolare della manifestazione; poi nella costruzione dell’altare vedico, che è un cubo cosmico, si ritorna al concetto primitivo.

Lo stesso simbolismo cosmico del quadrato si ritrova in Corea, nel Vietnam e soprattutto in Cambogia, non soltanto nella pianta dei templi o della capitaIe Angkor , ma anche nella disposizione del regno, che un tempo era diviso in quattro regioni amministrative cardinali.

Il cerchio e il quadrato sono per eccellenza in Cina la manifestazione tangibile del cielo e della terra, ed insieme con l’uomo sono gli elementi che fanno parte della concezione dei tre poteri; il cielo che ricopre e produce, la terra che sorregge ed alimenta, l’uomo dotato della facoltà di pensare e provvisto di una volontà cosciente.

Durante la dinastia dei Chou il re era considerato il responsabile del legame tra il mondo divino e quello umano; durante il secondo mese della primavera celebrava il culto del Cielo su di un poggio rotondo ed il culto del suolo su un altare quadrato. Questi culti durarono fino al ‘900 anche se con l’avvento dell’impero e del pensiero confucianesimo furono celebrati in periodi differenti.

Dopo la dinastia Han nel momento del solstizio invernale, quando lo Yang, il Principio della luce, del calore, e del maschile cominciava ad essere ascendente e quando si annunciava la primavera l’imperatore offriva al Sovrano dell’Alto dell’Augusto Cielo un sacrificio su un tumulo rotondo innalzato su un piano quadrato che simboleggiava la terra che si stende al di sotto del cielo.Nel solstizio d’estate e quindi con l’ascesa dello Yin, il Principio dell’oscuro, del freddo,e del femminile il sacrificio veniva offerto alla Terra Sovrana; il terreno sacro è circondato da un muro di quattro lati, all’interno vi si elevava su una base quadrata, che simboleggiava la forma della terra, un tumulo che fungeva da altare.

Presso i cinesi la forma quadrata della Terra è un’idea molto antica, lo spazio è quadrato ed ogni oriente è dominato da una montagna cardinale, esso è definito dalle quattro dimensioni yang, parola che significa anche quadrato. Lo spazio quadrato si divide in province quadrate, conformemente al quadrato magico di Yu il Grande e anche secondo il Chou-li in campi quadrati. La città, centro dello spazio, è quadrata con quattro porte cardinali; i vassalli vi sono ricevuti alle quattro porte e si raccolgono in quadrato se si tratta di ristabilire il giusto ordine del mondo.

Per numerare i giorni i cinesi si servivano della combinazione di caratteri particolari, si tratta dei dieci tronchi celesti e dei dodici rami terrestri; Marcel Granet ha notato che i primi erano disposti a quadrato, mentre i secondi erano disposti in cerchio, cosa che ricorda lo scambio di attributi di Fu-Shi e di Nu-Kua.

Fu-Shi fu il primo mitico sovrano cinese, a lui vengono attribuite l’invenzione della scrittura, della musica e dello strumento con cui Yu il grande misurò il mondo; Nu-Kua era considerata la divinità creatrice del genere umano, fu sposa di Fu-Shi col quale viene spesso raffigurata uniti dalle loro code di drago intrecciate. L’attributo di Fu-Shi è il compasso simbolo celeste e quindi yang o maschile, mentre la squadra simbolo terrestre e quindi yin o femminile appartiene a Nu-Kua, ma quando sono insieme è la dea che tiene in mano il compasso mentre l’imperatore la squadra.

Lieh tzù, tra il 570 a.C. e il 490 a.C. filosofo cinese presunto fondatore del taoismo, racconta che quando il cielo azzurro fu completato, i quattro punti cardinali fissati al loro posto, le acque straripanti che inondavano il paese di Ki bloccate, gli animali malefici morti, il popolo pacifico poté sopravvivere ed Nu-Kua riusci a puntellare il paese quadrato e ad abbracciare il cielo rotondo … allora tutto fu tranquillo, tutto divenne perfettamente calmo.

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Quadrato, ottagono e cerchio

Dal punto di vista geometrico la forma ottagonale è più vicina al cerchio che al quadrato. Il cerchio infatti può essere considerato il limite a cui tende un poligono regolare quando il numero dei suoi lati aumenta indefinitamente, l’ottagono è una della prime forme della serie dei poligoni.

Secondo la simbologia cristiana di Sant’Ambrogio la forma ottagonale è il simbolo della risurrezione, l’ottavo giorno secondo Carl Schmidt è il simbolo nello stesso tempo del Cristo e della promessa di risuscitazione dell’uomo trasfigurato dalla grazia

Nei templi di varie religioni possiamo trovare moltissimi esempi di forme quadrate sormontate da forme sferiche. Abbiamo già scritto che queste strutture rappresentano la terra ed il cielo e che, quindi, abbiamo una corrispondenza tra la terra e la forma quadrata ed il cielo e la forma circolare.

In molti casi, però, la cupola non poggia direttamente sulla base quadrata e la forma intermedia è in genere quella ottagonale.

Nella costruzione , la forma dell’ottagono può essere realizzata in vari modi e in particolare con otto pilastri che reggono la volta, ne troviamo un esempio in Cina nel caso del Ming-tang.

Tale trasposizione concettuale dal quadrato al cerchio partiva dalla valenza simbolica che il quadrato simboleggiava la Terra, mentre l’ottagono era l’Uomo ed il cerchio il Cielo, e si designava così l’idea di una via ascensionale verso il cielo; l’ottagono, ma anche il numero otto, ha un significato di mediazione tra quadrato e cerchio, tra terra e cielo ed è, quindi, in rapporto con il mondo intermedio.

L’ottagono è spesso usato nel dare forma ad edifici di particolare significato universalistico e cosmico.

In base alla suddetta concezione i maestri costruttori scelsero le forme geometriche delle Chiese e dei Battisteri richiamandosi alla idea del Celeste e del Terrestre, cercando di esprimere entrambi i concetti di un Tempio Universale, Cosmico, dello Spirito e di un Tempio degli Uomini nel quale si raccolgono per adorare Dio, per invocarlo, ed in esso testimoniare la loro adesione ad un Credo religioso e ad una Organizzazione sacerdotale.Nel antico cristianesimo il battistero aveva forma ottagonale ed era situato fuori dalla chiesa e soltanto coloro che avevano ricevuto il battesimo erano ammessi a penetrare all’interno di essa; quindi il battistero era un luogo di passaggio o di transizione o meglio di rigenerazione , luogo attraverso il quale bisognava passare per poter andare in chiesa che si trova in rapporto all’esterno in una corrispondenza che è quasi un’immagine di quella del mondo celeste in rapporto al mondo terrestre.

Fabre d’Olivet dice che l’uomo non è né un animale né una pura intelligenza; è un essere intermedio, posto tra la materia e lo spirito, tra il cielo e la terra per esserne il legame.

A tale proposito, René Guénon ci ricorda un simbolo abbastanza noto nell’estremo oriente: quello della tartaruga, posta fra le due parti superiore e inferiore della sua corazza come l’uomo fra il cielo e la terra. In tale raffigurazione la stessa forma delle due parti è significativa almeno quanto la loro posizione; la parte superiore, che copre l’animale, per la sua forma arrotondata corrisponde al cielo e la parte inferiore che lo sostiene, per la sua forma piatta corrisponde alla terra.

L’intera costruzione è perciò un’immagine dell’universo e la tartaruga posta fra le sue due parti rappresenta il termine mediano ossia l’uomo. In massoneria ritroviamo la stessa simbologia nel passaggio dalla squadra al compasso e nel modo in cui questi sono disposti l’uno rispetto all’altro. Questi strumenti corrispondono palesemente al cerchio e al quadrato, ossia alle figure geometriche che rappresentano il cielo e la terra; possiamo quindi immaginare che questo passaggio, from square to arch, si realizzi dallo stato umano allo stato sopra-umano, ossia dall’ambito dei piccoli misteri a quello dei grandi misteri di Eleusi.(su Eleusi vedi appendice C) ( R. G. La Grande Triade)

Alcuni esempi di costruzioni basate sulla simbologia dell’ottagono:

la tradizione di basiliche e battisteri, comune al mondo occidentale e bizantina trova un interessante esempio nella Cappella Palatina di Aquisgrana avente forma ottagonale con ambulacro e galleria e dove Federico II fu incoronato nel 1215 re di Germania

Altro esempio e il Castello del Monte (leggi appendice L)

Ma anche il vicino oriente può accostare una tradizione simile e parallela di uso dell’ottagono come figura generatrice di edifici celebrativi che ha trovato espressione nella Qubbat al-Sakhra a Gerusalemme, più nota come moschea di Omar o Cupola della Roccia. In Cina abbiamo il Ming tang (leggi appendice E)

La forma ottagonale si riscontra poi in molte chiese templari come la Chiesa del Tempio di Londra costruita a partire dal 1160

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Conclusioni

L’associazione cerchio quadrato evoca sempre la coppia cielo terra. Per Jung la trinità-quadrupla corrisponde all’archetipo fondamentale della pienezza. L’arte dell’Islam è una perfetta illustrazione di questo simbolo.

Combinata con quella del quadrato la forma del cerchio richiama immediatamente un’idea di movimento, di cambiamento di ordine o di livello. La figura circolare aggiunta alla figura quadrata viene spontaneamente interpretata dalla mente umana come l’immagine dinamica di una dialettica fra il trascendente a cui aspira l’uomo e la Terra su cui si trova in questo momento, in cui si percepisce come soggetto di un passaggio da realizzare fin da ora grazie al concorso dei segni. Lo schema del quadrato sormontato da un arco (frammento del cerchio) – o prolungato orizzontalmente da un arco – e la struttura cubo-cupola così frequente tanto nell’arte musulmana che in quella romanica , materializzano questa dialettica del terrestre e del celeste, dell’imperfetto e del perfetto.

Questa forma complessa provoca una rottura del ritmo, della linea o del livello, che invita alla ricerca del movimento, del cambiamento e di un nuovo equilibrio, rappresentando l’aspirazione a un mondo, o a una vita superiore. E’ divenuta l’immagine classica dell’arco di trionfo, riservato al passaggio degli eroi vittoriosi: nell’ordine intellettuale l’eroe è il genio che ha sciolto l’enigma, nell’ordine spirituale è il santo che ha trionfato sulle tendenze inferiori della propria natura. Ognuno di essi accede nel proprio ordine, a una vita maggiormente partecipe a quella della divinità considerata nella sua potenza, nella sua saggezza o nella sua santità.

“Se il cerchio – scrive il Burckhardt – è inteso come simbolo della Unità indivisa dal Principio, il quadrato esprime la sua determinazione prima ed immutabile, cioè la legge o natura universale; in tal caso il cerchio indicherà simbolicamente una realtà superiore a quella suggerita dal quadrato. Il che vale quando il cerchio è riferito al cielo per designare il movimento ed il quadrato alla terra per comprendere lo stato solido e relativamente inerte; onde il cerchio starà al quadrato come l’attivo al passivo, come la vita al corpo, poiché è il cielo che genera attivamente, mentre la terra concepisce e partorisce passivamente. Tuttavia si può pensare anche ad una gerarchia inversa se si considera il quadrato nella sua accezione metafisica, come simbolo dell’immutabilità del principio, la quale in sé contiene e risolve tutte le sue antinomie cosmiche e se per contro si riferisce il cerchio al suo modello cosmico, che è il movimento infinito, il quadrato esprimerà una realtà superiore a quella rappresentata dal cerchio, così come la natura permanente ed immutabile del Principio trascende l’attività celeste o la casualità cosmica, relativamente esterna al principio stesso.”

“In questo rapporto tra il cerchio e il quadrato, nelle due prospettive indicate dal Burckhardt, si accoglie – osserva il Bonvicini – il simbolismo concettuale della quadratura del cerchio e viceversa.

Il cerchio iscritto nel quadrato è un simbolo ben noto ai cabalisti. Rappresenta la scintilla del fuoco divino nascosta nella materia che la anima con il fuoco della vita

Il cerchio con inscritto il quadrato per i Pitagorici simboleggiava la trasmutazione del quadrato nel cerchio; e simboleggiava anche la quadratura dell’uomo in una proiezione universale, cioè l’Uomo Quadrato, Realizzato.

Il cerchio entro il quadrato simboleggiava la quadratura del cerchio che i Pitagorici concepirono come la massima realizzazione sul piano terrestre ed il quadrato, simbolo della perfezione della sfera, era concepito sul piano terrestre come massima perfezione umana.

Il simbolo del cerchio intrecciato con il quadrato pone poi il terrestre ed il celeste sullo stesso piano, in un concetto di armonia universale; come troviamo scritto nella Tavola di Smeraldo, o Tabula Smaragdina, apparsa nel Medioevo ed attribuita ad Ermete tre volte grande, che è vero senza menzogna, è certo, è verissimo che ciò che è in basso è come ciò che è in alto.

Nell’ Apocalisse di San Giovanni al capo XXI 10 ” et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de coelo a Deo ” e nel XXI 16 “et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo “

San Giovanni ci parla della forma quadrata della Gerusalemme celeste, che la distingue dal Paradiso terrestre, generalmente rappresentato sotto forma rotonda. Questo era il cielo sulla terra mentre la nuova Gerusalemme è la terra nel cielo. La trasmutazione dell’universo, rappresentata dalla nuova Gerusalemme, non indica però un ritorno ad un passato idilliaco, ma è una proiezione in un avvenire senza precedenti.

A questo proposito Guenon dice che vi è sempre analogia e corrispondenza tra l’inizio e la fine di qualunque ciclo, ma, alla fine, il cerchio è sostituito dal quadrato, e ciò indica la realizzazione di quella che gli ermetisti designavano simbolicamente come quadratura del cerchio.

Elifas Levi interpretando il passo dell’Apocalisse dice che l’alta montagna è la regione elevata dell’iniziazione superiore e la nuova Gerusalemme è un pentacolo simile a quello di Ezechiele, a quello di Tebe ed al piano misterioso del giardino dell’Eden. É la quadratura del circolo, il problema di cui gli sciocchi cercano la soluzione ove essa non saprebbe essere e che esprime le due leggi creatrici e conservatrici dell’universo: il movimento e la stabilità.( I misteri della cabala – Atanor editore 1980)

Nel leggere gli ultimi versi del canto XXXIII del Paradiso dell’Alighieri rimane il ricordo: Gerusalemme celeste e/o Paradiso terrestre: allora, lasciato il corpo, salirai al libero etere; sarai un iddio immortale, incorruttibile, invulnerabile.

Indice

Indice Appendici

Appendice A : la quadratura del cerchio

Appendice B : Cosa sono i Mandala ?

Appendice C : Eleusi e i suoi misteri

Appendice D : La grande piramide

Appendice E : Il Ming-tang

Appendice F : Quadrati magici

Appendice G : Cerchi concentrici

Appendice H : Amuleti

Appendice I : Ruota e Tempo

Appendice L : Castel del Monte

Appendice M : Profezia di Ezechiele

Appendice N : Giordano Bruno

Appendice O : Al-Ka’bah

Appendice P : Daniele

Appendice A : la quadratura del cerchio

Tra i problemi classici della Geometria il più antico è certamente quello della quadratura del cerchio: esso dovette presentarsi alla mente umana fin dai tempi più remoti, suggerito dai numerosi esempi di figure circolari offerti dalla natura stessa.

Esso si può enunciare in modo completo così:

DATO UN CERCHIO, DETERMINARE IL LATO DI UN QUADRATO AVENTE AREA UGUALE A QUELLA DEL CERCHIO DATO.

Benché semplice nella sua enunciazione, questo problema non e risolubile elementarmente.

Diamo succintamente le ragioni di tale impossibilità.

Sia dato un cerchio di raggio R , indichiamo con C=2 P R la sua circonferenza e con X il lato del quadrato X² = P

Essendo C = 2 P R otteniamo R = ½ C / P ovvero X² = P R ½ C/ P

abbiamo quindi alla fine X² = ½ R C

Il problema della quadratura del cerchio è in tal modo ridotto alla ricerca di un triangolo che abbia per base la circonferenza rettificata e per altezza il raggio, ossia è ridotto al problema della rettificazione della circonferenza e, quindi, assumendo il raggio come segmento unitario, alla costruzione di un segmento lungo P .

( area del triangolo è uguale a base per altezza diviso due)

E’ possibile costruire tale segmento colla riga e col compasso? Numerose sono state le ricerche attinenti alla questione sulla quadratura, fatte in questo senso da Ippocrate da Chio (440 a.C. circa) in poi e, anche dopo la risposta negativa data a tale domanda nel 1882 da Lindemann le cui ricerche portarono alla conclusione che il numero P è un numero trascendente e che, perciò, il problema oltre a non essere risolubile elementarmente, non è risolubile nemmeno con curve algebriche di ordine superiore.

Il problema è però risolubile quando si usano curve trascendenti come la quadratrice di Ippia e la spirale di Archimede; ovvero il problema è impossibile se si pretende di usare soltanto riga e compasso, ma diventa possibile se si ricorre a dispositivi che consentono di descrivere a tratto continuo opportune curve trascendenti e quindi non algebriche.Uno studioso di tali curve fu Dinostrato , vissuto nel VI secolo avanti Cristo.

Interrogando un sito di internet abbiamo letto:

Tra i numerosi problemi matematici affrontati dagli antichi greci, ve ne sono alcuni cosiddetti impossibili.

Siamo nell’ambito della geometria euclidea, e i problemi trattano di alcune questioni geometriche, da effettuare mediante riga e compasso (la prima usata per tracciare linee e non per misurare distanze).

Sicuramente tutti avranno sentito parlare della cosiddetta quadratura del cerchio, ovvero la costruzione di un quadrato avente area uguale a quella di un cerchio di raggio unitario, il che in modo ovvio si riconduce alla costruzione di un segmento lungo pi greco volte l’unità.

Altri problemi simili sono la duplicazione del cubo (cioè la costruzione di un cubo di volume doppio al volume unitario), la trisezione dell’angolo, la costruzione di un ettagono regolare. I matematici greci si accanirono per ottenere qualche risultato che non arrivò mai, ed è interessante notare come questi sforzi per raggiungere l’impossibile fanno parte del carattere di questo grande popolo, che del resto avvicinava molto la matematica alla filosofia, cosicché la prima rifletteva dalla seconda una certa ansia ideale.

Per molti secoli ancora questo tipo di problemi furono analizzati con il medesimo tipo di approccio finché, dal 1600 in poi, si cominciò a mettere in crisi le strade battute in passato, e in tal modo si arrivò all’idea fondamentalmente nuova: non cercare la soluzione a questi problemi, ma dimostrare l’impossibilità di arrivare ad una soluzione.

A poco a poco tutti questi problemi classici furono demoliti, l’ultimo a cadere fu quello della quadratura del cerchio, che dovette attendere il 1882 perché F. Lindemann arrivasse a dimostrare la trascendenza di pi greco, ovvero che tale numero non è soluzione di una equazione algebrica a coefficienti razionali.

Ma un contributo notevole a queste dimostrazioni lo si deve anche a Cartesio : i matematici si accorsero presto che la geometria cartesiana (o analitica) aveva fondamentali analogie con quella classica euclidea, e che ogni problema geometrico di costruzioni con riga e compasso poteva essere ricondotto a un ben definito sistema di equazioni algebriche. Da lì alle dimostrazioni il passo fu breve.

Ci vollero ben 2200 anni perché l’italiano Ruffini, il genio norvegese Abel ed altri insigni i matematici dei secoli XVII e X VII potessero arrivare a questi risultati, ma non per questo si pensi che gli sforzi precedenti siano stati inutili : brillanti successi furono ottenuti sotto altri aspetti, anche se questa età non ebbe la soddisfazione di riuscire nel suo obiettivo immediato.

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Appendice B : Cosa sono i Mandala ?

Sono un complesso simbolo universale della vita, sono un circolo magico o tipicamente un circolo che circonda un quadrato, sono dei diagrammi mistici, delle strutture estremamente artificiose che esprimono dei concetti filosofici e religiosi.

Di regola un mandala è un diagramma simmetrico concentrato attorno ad un cerchio e diviso in quattro quadranti di eguale misura; esso è anche costruito sopra cerchi concentrici e quadrati aventi lo stesso centro.

I mandala rappresentano visivamente il rapporto di interazione che esiste tra le varie forze che reggono il cosmo; usati come ausilio alla meditazione e alla scoperta di se stessi sono descritti sia come simbolo di elementi cosmici e sia come simbolo della strada che conduce al superamento del mondo stesso.

Dipinti, scolpiti o semplicemente disegnati aiutano lo yogin a superare gli aspetti visibili del mondo e a penetrare la vera struttura del cosmo fino a raggiungere i più elevati gradi della concentrazione spirituale.

M. Brauen, in The Mandala sacred circle in Tibetan Buddhism, scrive che i mandala sono anche la rappresentazione nel piano di figure tridimensionali; in effetti l’evidenza della tridimensionalità dei mandala può essere trovata in diversi posti dove è cresciuto i buddismo Tibetano, per esempio il Patala a Lhasa dove esiste il Kalachakra mandala, che significa letteralmente “il mandala della ruota del tempo”; nel cuore di Ankor dove il Bayon fu concepito dai suoi costruttori come un diagramma simbolo dell’universo, un mandala fatto di pietra di straordinaria bellezza.

Il Kalachakra mandala raffigura un palazzo divino, in cui sono presenti 722 divinità.

Cinque quadrati messi l’uno nell’altro costituiscono le tappe meditative, che devono essere superate sulla via dall’esterno verso l’interno. I quadrati si aprano da tutti e quattro i punti cardinali su sei grandi cerchi esterni che li circondano, su cui si fonda l’universo.

Il XIV Dalai Lama così si è espresso sulla funzione del rituale di iniziazione del Kalachakra-Mandala: ” l’iniziazione Kalachakra viene annoverata tra le più importanti del buddismo, poiché essa comprende tutto: corpo e spirito, l’aspetto esteriore complessivo, quello cosmico e quello astrologico. Tramite esso possiamo raggiungere l’illuminazione in una sola vita. Crediamo fermamente che la sua forza possa creare la pace, la pace dello spirito e, di conseguenza, quella del mondo “.

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Appendice C : Eleusi e i suoi misteri

Eleusi, oggi Lefsina, è una piccola città dell’Attica famosa per quasi mille anni grazie al santuario di Demetria e Core e ai riti sacri fin da età pre ellenica ad esso collegati.

La più antica menzione dei misteri si ha nell’inno omerico a Demetra dove è narrato il mito di Core (Persefone) rapita da Plutone e di Demetra che peregrinando in cerca della figlia giunge ad Eleusi ed vi insegna agli abitanti l’agricoltura e fonda i misteri.

Ella rappresenta una fase capitale nello sfruttamento della terra, il passaggio dalla natura alla coltura, dallo stato selvaggio a quello civilizzato. Demetra, sorella di Zeus, dea della vegetazione e dunque della generazione, si rivela la dea delle alternanze di vita e di morte; il grano, suo dono, prima di germinare e di crescere passa sei mesi sotto terra.

Una delle miglior descrizioni dei riti dei Misteri di Eleusi è quella di Plutarco, ed è un notevole paragone fra l’iniziazione e la morte: ” L’anima al momento della morte, prova la stessa sensazione di coloro che sono iniziati ai grandi Misteri.

Si tratta dapprima di corse a caso, di svolte dolorose, di marce inquietanti e senza fine attraverso le tenebre. Poi, prima della fine, lo sgomento è al culmine; brividi, tremiti, sudore freddo, spavento. Ma subito dopo una luce meravigliosa si presenta davanti agli occhi e si attraversano luoghi puri e praterie che echeggiano di voci e di danze; parole sacre ed apparizioni ispirano il rispetto religioso. Allora l’uomo, ormai perfetto ed iniziato, è libero e si muove senza angustia, e con il capo cinto da una corona celebra i misteri; egli vive con gli uomini puri e santi; vede sulla terra la moltitudine dì quelli che non sono iniziati e purificati affondare nel pantano ed essere oppressa dalle tenebre e che, per timore della morte, indugia nei mali, illusa dalla felicità di laggiù “.

Secondo l’interpretazione analitica di Paul Diel il senso nascosto dei misteri di Eleusi consisterebbe nella discesa nel subconscio per liberare il desiderio al fine di ricercare la verità su se stessi; Demetra che ha donato agli uomini il pane, simbolo del nutrimento spirituale, darà loro il vero senso della vita: la sublimazione-spiritualizzazione dei desiderio terreno.

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Appendice D : La grande piramide

Secondo Hancock e Bauval le tre piramidi di Giza furono costruite ad immagine della cintura di Orione.

Ma non solo queste sono le solo costruzioni in cui possiamo trovare una correlazione tra la loro pianta e la disposizione delle stelle di alcune costellazioni; ne esistono diverse, un esempio lo abbiamo in Cambogia ad Angor.

Riguardo alla piramide di Cheope, che secondo il mondo accademico fu edificata verso il 2400 a.C., c’è un’altra curiosità degna di attenzione. L’altezza originaria del monumento è di 146,72 metri ed il perimetro della sua base è di 921,45 metri, questi due numeri hanno lo stesso rapporto del raggio di una sfera e la sua circonferenza; questo rapporto è di 2 pi-greco e per ottenerlo i costruttori erano stati costretti a specificare lo strano angolo di circa 52 gradi per i lati della piramide dal momento che qualsiasi altra pendenza avrebbe comportato un diverso rapporto altezza-perimetro.

Il progetto della grande piramide era stato fatto corrispondere con precisione alla dinamica della geometria sferica, molto prima della scoperta ufficiale del numero trascendente pi-greco da parte degli antichi greci; del resto Aristotele spiegava che la geometria era nata nella Valle del Nilo.

Il papiro di Rhind (antiquario scozzese) rappresenta una delle testimonianze più importanti per la conoscenza delle origini della matematica nell’antico Egitto. In questo papiro, scritto in ieratico e risalente al Regno Medio tra il 2000 e il 1800 a.C., lo scriba Ahmes formulò che l’aria di un campo circolare con un diametro di nove unità era uguale all’area di un quadrato con un lato di otto unità, calcolo che attribuisce a pi-greco un valore con una approssimazione abbastanza vicina al suo valore esatto.

La costante pi-greco ricercata per secoli è concretamente espressa nella Grande Piramide, ma aldilà dell’oceano atlantico anche la cosiddetta Piramide del Sole di Teotihuacon in Messico rileva la conoscenza e l’uso deliberato del numero trascendente pi-greco; in questo caso l’altezza di 71,17 metri sta in rapporto di 4 pi-greco al perimetro della sua base di 893,90 metri.

A Teotihuacan, cinquanta chilometri a nord-est di Città del Messico, la piramide del Sole , quella della Luna e quella di Quetzacoatl furono costruite con lo stesso alliniamento delle piramidi di Giza in un tempo ancora non definitivamente datato; le date variano dal 4000 a.C al 600 d.C.

Bibliografia

Andre Pochan L’enigma della grande piramide – Ed. MEB Torino

Peter Lemesurier La piramide svelata – Ed. Armenia Milano

Graham Hancock Impronte degli dei – Ed. Corbaccio Milano

Graham Hancock Lo specchio del Cielo – Ed. Corbaccio Milano Thomas Moreux La scienza misteriosa dei faraoni – Ed. Atanor Roma

R. Bauval e A. Gilbert Il misterio di Orione – Ed. Corbaccio Milano

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 Appendice E : Il Ming-tang

Il tetto del Ming-tang (tempio della luce) aveva una forma arrotondata e la sua base aveva una forma quadrata, aveva quattro volte tre porte, cioè aveva dodici aperture all’esterno, tre su ciascuno lato ed in tal modo corrispondevano alle dodici porte della nuova Gerusalemme celeste quale è descritta nell’Apocalisse di Giovanni.

Queste dodici aperture rappresentavano una proiezione terrestre dello zodiaco celeste disposto circolarmente.

La pianta del Ming-tang era conforme a quella della divisione dell’impero cinese che comprendeva nove province. Questa divisione per nove è attribuita a Yu il grande e gli fu ispirata da un diagramma, che secondo la leggenda gli era stato portato da una tartaruga, e in cui i primi nove numeri erano disposti in modo da formare quello che viene chiamato un quadrato magico, così tale divisione del territorio faceva dell’impero un’immagine dell’universo.

Nel corso del ciclo annuale l’imperatore compiva nel Ming t’ang una circumbulazione, in senso solare o destrocentrica, arrestandosi successivamente alle dodici porte e da esse promulgava le ordinanze mensili come si trova così esposto in un trattato sulle memorie sui riti.

Non si sa se un simile edificio fosse stato realmente costruito prima della dinastia Han ed i letterati di quell’epoca non erano d’accordo sulla sua struttura poiché le descrizioni che ne forniscono i libri verso la fine della dinastia Chou sono basate più su speculazioni filosofiche, rituali e numerologiche che non su dati architettonici reali.

Ma la teoria del Ming t’ang illustrava esattamente l’ideale del Figlio del Cielo, il quale, mediante la circolazione rituale identificava la propria vita con l’ordine universale.

Il Ming-tang era anche raffigurato nei locali d’iniziazione della Tien-houei (società segreta cinese), uno dei suoi principali motti era distruggere l’oscurità (tsing), restaurare la luce (ming).

Secondo R. Guenon è lecito accostare il senso del nome Ming-tang all’identico significato incluso nella parola Loggia, essi sono entrambi immagini del cosmo (loka, nel senso etimologico di questo termine sanscrito) considerato come l’ambito o il campo di manifestazione della luce.

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Appendice F : Quadrati magici

Esiste anche una ricchissima tradizione di quadrati magici, poiché il quadrato evoca, con i suoi stretti limiti, il senso del segreto e del potere occulto.

“Tra i simboli segreti, legati all’Occultismo, – scrive M.A. Barbareschi Fino (astrologia, Edizioni R.D . Milano, 1980) – non possiamo dimenticare i quadrati magici, che sono i documenti più occulti che esistono e resistono ai lavori di interpretazione, per cui furono definiti di carattere esoterico. Il quadrato magico, con i segni, i numeri, le parole che racchiude, supera in molti casi, per il suo ermetismo, anche i documenti redatti con molta intelligenza allo scopo di confondere le idee”.

Uno dei più antichi quadrati magici si trova nell’abbazia di Saint Germain des Pres e risale a prima del Mille a.C.

Il quadrato magico è un mezzo per captare e mobilitare virtualmente un potere, racchiudendolo nella rappresentazione simbolica del nome o della cifra di colui che detiene naturalmente questo potere. Il quadrato magico nella sua più semplice forma è composto da nove caselle, il totale di ogni lato è uguale a 15 e le nove prime cifre sono tutte presenti.

Un particolare quadrato magico, di cui abbiamo una testimonianza in Plinio, è costituito da cinque lettere disposte in cinque linee, in modo tale da poter essere lette da sinistra a destra o da destra a sinistra e, verticalmente, dall’alto in basso o dal basso in alto, senza che l’ordine, la natura delle parole e il senso vengano modificati. Secondo alcuni è possibile che questo quadrato sia, invece, di origine celtica.

Le parole sono Sator Arepo Tenet Opera Rotas e questa frase latina inscritta in un quadrato di 5 è stata interpretata nei modi più vari dagli alchimisti e dagli esoteristi.

Il senso probabile è ” il seminatore Areppo regge con fatica le ruote “. Le diagonali sono formate o da sole consonanti o da sole vocali; le prime lettere di ogni parola formano la prima parola, le seconde la seconda e così via, né cambia se la lettura avviene dal fondo o dall’inizio.

Al centro del quadrato il verbo tenet forma una croce che inizia e termina con una T attorniata dall’alfa e dall’omega. Esso è, quindi, strettamente collegato con il culto della croce; a questo proposito il Carcopino cita il passo di uno scrittore del secolo XVI (Cardon, Rerum varietade) che racconta di un cittadino di Lione guarito dalla pazzia consumando un pasto mistico, tre croste di pane ciascuna con il disegno del quadrato, e intervallando con la recita di cinque Pater Noster in ricordo delle cinque piaghe di Cristo e dei cinque chiodi della Croce”.”

Al quadrato magico si attribuisce un potere aprotropaico, ed è presumibile che, qualunque debba essere il suo significato, ad un certo punto le cinque parole possano essere sentite come altrettanti segni cabalistici. Lo proverebbe la strana forma in cui il palindromo ci è stato di recente restituito dagli scavi effettuati in Etiopia : Sador Alador Danet Adera Rodas.

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Appendice G : Cerchi concentrici

La figura del cerchio simbolizza anche i diversi significati della parola: un primo cerchio ne simbolizza il significato letterale, un secondo cerchio il significato allegorico e un terzo cerchio quello mistico.

Il Tawhid, scienza della testimonianza che Dio è Uno, è rappresentato da Al Hallaj con una figura composta da tre cerchi concentrici: il primo cerchio comprende le azioni (di Dio), il secondo e il terzo le loro tracce, e conseguenze sono i due cerchi concentrici del creato . Il punto centrale simbolizza il Tawhid, la scienza, ma si tratta, in fondo, di una scienza della non-scienza di un sapere di non sapere.

Secondo i testi dei filosofi e dei teologi, il cerchio può simbolizzare la divinità considerata non soltanto nella sua immutabilità ma anche nella sua bontà diffusa come origine, sussistenza e consumazione di tutte le cose; secondo la tradizione cristiana, come l’alfa e l’omega.

Lo Pseudo Dionigi l’Areopagita è riuscito a descrivere, in termini filosofici, e mistici, i rapporti intercorrenti tra l’essere creato e la sua causa, grazie al simbolismo del centro e dei cerchi concentrici: allontanandosi dall’unità centrale tutto si divide e si moltiplica. Invece al centro del cerchio tutti i raggi coesistono in un’unica unità e un solo punto contiene in sé tutte le linee rette unitariamente unificate le une in rapporto alle altre e tutte insieme in rapporto al principio unico dal quale tutte derivano. Nel centro la loro unità è Perfetta; allontanandosene un poco cominciano a distinguersi e più se né separano più se né distinguono. In breve nella misura in cui sono più vicine al centro la loro unione reciproca, è più intima e nella misura in cui sono più distanti aumentala la differenza tra di esse.

Nel buddismo Zen troviamo spesso disegni di cerchi concentrici, che rappresentano l’ultima tappa del perfezionamento interiore, l’acquisizione dell’armonia dello spirito.

I cerchi concentrici rappresentano gradi di essere, le gerarchie create e costituiscono la manifestazione universale dell’Essere unico e non-manifestato, in tutto questo, il cerchio è considerato nella sua totalità indivisa. .

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Appendice H : Amuleti

In quanto forma avvolgente, quasi un circuito chiuso, il cerchio è un simbolo di protezione e per questo è spesso usato, in magia, come cordone di difesa intorno alle città , ai templi e alle tombe, per impedire ai nemici, alle anime vaganti e ai demoni di penetrarvi; anche i lottatori tracciavano un cerchio intorno al loro corpo prima di iniziare a combattere.

Il cerchio protettore prende, per l’individuo, la forma dell’anello, del braccialetto, della collana, della cintura o della corona.

L’anello-talismano, l’anello-amuleto o il cerchio magico-pentacolo che portiamo al dito, sono stati usati in tutta l’antichità e da tutti i popoli; si ricollegano infatti alla protezione immediata dell’operatore nei punti più sensibili: le dita della mano, strumenti naturali di emissione e di ricezione del fluido magico, e dunque molto vulnerabili.

Questi cerchi non erano soltanto acconciature, ma anche stabilizzatori per mantenere la coesione fra l’anima e il corpo. Questo simbolismo spiega probabilmente perché i guerrieri antichi portavano un così gran numero di braccialetti, forse ne ricevevano da tutte le persone che si auguravano di rivederli tornare in buono stato, con l’anima debitamente legata al corpo.

Questo stesso valore del simbolo spiega perché anelli e braccialetti vengono tolti o proibiti a coloro la cui anima deve uscire dal corpo, per esempio i defunti, o innalzarsi verso la divinità, per esempio i mistici, anche se in questo ultimo caso può essere presente anche un altro aspetto simbolico, in quanto l’anello indica , fra l’altro , una dedizione e un dono del se volontario e irrevocabile (per questo motivo alcuni religiosi portano la fede).

In ogni caso, quando più valori simbolici si trovano in conflitto, privilegiarne uno significa aumentarne l’importanza ma non per questo cessa di esistere e di esercitare la sua influenza o il valore posti in secondo piano.

Indice appendici

Appendice I : Ruota e Tempo

Il quadrato è la figura di base dello spazio, mentre il cerchio, particolarmente la spirale, è il simbolo del tempo: la ruota gira;

l’eternità è rappresentata dal cerchio che, dopo aver scandito l’arco dell’anno, ha misurato il tempo, poi l’eternità e infine ha significato l’infinito.

Dal cerchio e dall’idea del tempo è nata la rappresentazione della ruota, che ne deriva e che suggerisce l’immagine del cielo corrispondente all’idea di un periodo di tempo (etimologicamente, l’ebraico collega la torre, che è circolare, alla radice girare, e la generazione umana alla radice muoversi in tondo) . Il simbolismo del cerchio comprende il simbolismo dell’eternità o dei perpetui ricominciamenti. Anche presso gli lndiani dell’America del Nord, il cerchio è il simbolo del tempo, perché il tempo diurno , il tempo notturno e le fasi della luna sono cerchi posti sopra il mondo, e il tempo dell’anno è un cerchio intorno al bordo del mondo (Racconto di Capo Spada Sciamano Dakota).

La volta vorticosa dei cieli e la Ruota del cielo sono espressioni correnti nella letteratura persiana e implicano l’idea di destino.Omar Khayyam scrive: poiché la Ruota del cielo non ha mai girato secondo il volere di un saggio, cosa importa contare sette o otto cieli?

Nel Rg Veda si parla di tre ruote: i brahmani sono in grado di vedere le prime due, quelle del sole che probabilmente rappresentano il mondo terreno e quello celeste. La terza, che è accessibile solo a quanti hanno penetrato le verità più profonde, è forse il simbolo della sorgente di ogni cosa, dell’ordine cosmico stesso.

Indice appendici

Appendice L : Castel del Monte

Castello del Monte fu costruito da Federico II nel 1240 circa in Puglia nel territorio del comune di Andria.

Il tracciato di pianta è rigorosamente impostato sull’ottagono regolare, le otto torri hanno forma ottagonale; due ottagoni concentrici disegnano il cortile interno ed il perimetro esterno dei muri, la corona tra il cortile ed il muro esterno è tagliata in vani trapezoidali che si ripetono uguali su due piani.

Nel rispetto di una tradizione esoterica il castello è un concentrato di simboli cosmici; l’analisi del tracciamento geometrico della pianta e del dimensionamento dell’alzato hanno indicato una base di conoscenze geometriche che sembrano legarsi a quelle conoscenze matematiche ed astronomiche che l’occidente andava allora recuperando dalla civiltà araba, erede della tradizione scientifica ellenistica.

Non si può dire nulla sulla sua destinazione, ma così isolato, posto su una bassa collina tondeggiante, era forse destinato a luogo di meditazione collettiva, lo testimonierebbero tutte le sue stanze, nessuna che abbia la parvenza di essere state adibite mai a cucine, dispense o cantine.

Rimane il mistero ed il fascino di Castello del Monte, così come della personalità di Federico II.

Indice appendici

Appendice M : Profezia di Ezechiele

Ezechiele, sacerdote ed iniziato ai segreti del tempio, scrisse la sua profezia allo scopo di conservare, celare sotto simboli tradizionali, le grandi dottrine della teologia occulta degli ebrei e le chiavi della scienza universale dell’antico mondo.

” E mentre guardavo gli animali ecco apparire una ruota in terra presso a ciascuno animale e questa ruota aveva quattro facce…e lo spirito mi sollevò tra cielo e terra , ed in visione di Dio io fui condotto a Gerusalemme “.

Nel capito XXXVII egli vede il mondo come una immensa pianura coperta di ossa, le ceneri umani sono le semenza della vita su cui le quattro potenze soffiano e ne suscitano degli uomini nuovi.

Il profeta traccia poi la pianta del tempio, i suoi cinque ultimi capitoli del suo libro sono dedicati a farne la descrizione.

Il tempio per Ezechiele è l’immagine dell’universo, esso corrisponde al pantacolo degli animali e delle ruote.

La profezia servirà di base e di modello all’Apocalisse, ma San Giovanni non ci racconterà, come Ezechiele i misteri della creazione, ci mostrerà la nuova Gerusalemme simile a quella del profeta dello Shebar , ma come sintesi geroglifica di tutte le conquiste del genere umano.

( Elifas Levi I misteri della Cabala Ed. Atanor)

Indice appendici

Appendice N : Giordano Bruno

Sulla quadratura del cerchio il nolano in una delle sue opere italiane accolse la soluzione del cardinale Niccolò da Cusa modificandola leggermente. Se il Cusano andava in cerca di un quadrato che distava ugualmente dall’inscritto e dal circoscritto, Giordano generalizzando tentò la stessa via per ogni poligono.

Giovanni Muller, insigne astronomo e matematico tedesco, aveva mostrato che quella soluzione era falsa quando non ci si contenti di risultati approssimativi; né giudicava diversamente il Bruno che nel secondo libro del De Minimo dichiarava impossibile ogni quadratura del circolo in quanto ogni grandezza ha un minimo proprio, e tra il minimo della curva e quello della retta intercede pur sempre una differenza, nel calcolo rigoroso non trascurabile.

Nel terzo libro Giordano Bruno invece accolse di nuovo il calcolo di approssimazione, e ritenendo che tra il minimo arco e la minima corda corre una differenza inapprezzabile, credette possibile la quadratura.

Indice appendici

Appendice O : Al-Ka’bah

E’ un piccolo edificio a forma di cubo costruito in pietra lavica sul modello delle tende quadrangolari; racchiude fissata nel muro esterno orientale la pietra nera, blocco di lava o di basalto di colore rosso scuro, veneratissima nel rituale del pellegrinaggio islamico.

La Ka’bah ha le pareti ricoperte da un tappeto nero con iscrizione ricamate, ha il tetto sostenuto all’interno da tre colonne lignee, sorge accanto un muro semicircolare ed intorno si stende un porticato con ampio portone.

Era già meta di culto all’epoca pagana e conteneva altri idoli o feticci, tra essi quello del dio Hubal antica ed importante divinità della Mecca del gruppo tribale Kinana-Quraysh.

Maometto, intorno alla metà del secondo anno dal suo trasferimento a Medina, inserì nel culto mussulmano la venerazione per la Ka’bah giustificando ciò con la rivelazione che essa era stato il primo tempio innalzato da Abramo al vero Dio; entrato vittorioso alla Mecca e recatosi alla Ka’bah distrusse tutti gli idoli lasciando solo la pietra nera.

Indice appendici

Appendice P : Daniele

Daniele fu condotto prigioniero a Babilonia e fu istruito alla corte di Nabucodonosor.

Al capitolo VII viene descritta la sua visione delle quattro bestie, che corrispondono alla figura di quattro monarchie od imperi, e del regno del figlio dell’uomo che pone alla fine dei primi.

La prima delle bestie è una leonessa, con le ali dell’aquila, e per essa viene indicato l’impero dei Caldei; dopo questo regno il profeta vee venire l’impero dei Persiani di cui il simbolo è l’orso. La terza bestia è il leopardo forte ed agile come lo fu il re dei macedoni Alessandro vincitore di Dario. Ed ecco la quarta bestia, terribile e prodigiosa, e forte straordinariamente e aveva dieci corna.

Molti intendono qui l’impero romano, il quale ” sarà il maggiore di tutti i regni e ingoierà tutta la terra e la calpesterà e la stritolerà “.

Alla fine il regno dell’Anticristo, il figlio dell’uomo, che parlerà male dell’Altissimo e calpesterà i santi dell’Altissimo. Poi sarà tenuto il giudizio di Dio e sarà tolto all’empio ogni potere e sarà dato alla chiesa di Cristo il regno di tutta la terra.

La profezia di Daniele, se fu vera profezia e non una storia dei fatti, rimane dopo l’Apocalisse la testimonianza di uno dei massimi profeti.

Per riferire le parole di Giuseppe Ebreo, Daniele non solo predisse le cose future, come fecero anche gli altri profeti, ma di più fissò il tempo in cui i fatti sarebbero dovuti accadere.

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LA LIBERTA’

 La libertà non è una cosa che si possa ricevere in regalo […]

Si può vivere in paese di dittatura ed essere libero; ad una condizione, basta lottare contro la dittatura.

L’uomo che pensa con la propria testa è un uomo libero.

L’uomo che lotta per ciò che ritiene giusto è un uomo libero.

Per contro, si può vivere nel paese più libero della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, devoti, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione si è schiavi.

No, non bisogna implorare la propria libertà da altri.

La libertà bisogna prendersela.»

(Ignazio Silone)

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L’ARMONIA E’ L’ELEMENTO DA RECUPERARE

L´Armonia è l´elemento da recuperare

RAIMON PANIKKAR



La grande sfida per questa civiltà dominante, così poco capace di ascoltare la parola degli altri, è quella di superare i dualismi sui quali è fondamentalmente strutturata



Avrebbe voluto “danzare la scienza”


Raimon Panikkar il 13 settembre


scorso, in un teatro gremito fino all´inverosimile, davanti a un pubblico che non perdeva una battuta delle sue parole. Si è dovuto accontentare di “pensarla”, e lo ha fatto in un senso del tutto particolare: ha cercato di ‹‹soppesare tutti quegli elementi che la scienza tratta e di lasciarli depositare dove volevano andare››.
Secondo il suo stile e la sua forma di pensiero, si è preoccupato più di restaurare l´armonia cosmica del reale che di una critica diretta all´impresa scientifica.



IL CONTESTO


Come intellettuale proveniente da un altro mondo culturale, ha voluto prima di tutto delineare il contesto in cui si pone l´interrogativo sulla scienza e ha evocato quell´80% dell´umanità sofferente e silenzioso che ha una visione della vita diversa dalla nostra, capace però di relativizzare i nostri concetti di verità, salvezza, progresso. In fondo l´Occidente, a dire di Panikkar, non ha superato il monoculturalismo, come dimostra l´adesione acritica alla globalizzazione, e confonde l´invariante umana con l´universale culturale. Ci sono dei gesti, dal mangiare, al dormire, al respirare che sono comuni agli esseri umani, ma la maniera di interpretarli varia da cultura a cultura.

La grande sfida per questa civiltà dominante, così poco capace di ascoltare la parola degli altri, è quella di superare i dualismi sui quali è fondamentalmente strutturata e recuperare l´armonia, ‹‹che non equivale né all´unità né al compromesso››. Panikkar adopera il termine greco ontonomia, la legge interna dell´essere, per indicare che ogni cosa può trovare il suo posto nella realtà senza fratture e senza conflitti. L´armonia, però, ‹‹implica un superamento del pensare, perché include all´interno del pensare anche l´amore››.
Per dare concretezza al suo discorso, il filosofo ispano-indiano indica tre forme di ontonomia che l´Occidente deve recuperare con urgenza. Anzitutto l´ontonomia del femminile, che non consideri quest´ultimo come un accidente del maschile, non lasci ai maschi il monopolio dell´umano. In secondo luogo l´ontonomia della natura, che sottolinei i diritti della terra a essere trattata come madre e non “violentata come una meretrice”, secondo la vivida espressione di Francesco Bacone all´inizio della modernità. Infine l´ontonomia del divino, che prenda congedo da un Dio estrinseco come si è configurato nella cultura occidentale, e recuperi la Trinità quale interrelazione del divino, dell´umano e del cosmico.



IL TESTO


Quando Panikkar passa a esaminare il testo, ossia la scienza moderna, si chiede come mai essa abbia avuto un così grande successo. La sua risposta fa appello a diversi motivi. Il legame con la tecnologia, che ha portato innegabili vantaggi a una minoranza dell´umanità, non può essere certamente sottovalutato, ma la ragione più profonda è che la scienza ha rappresentato il sostituto del cielo. ‹‹Si è presentata, anche per il fallimento delle altre realtà umane, come la via che ci porterà al cielo, alla felicità, all´abbondanza, allo sviluppo, al progresso››. Un´altra ragione non secondaria del successo della scienza è la “lussuria del potere”: la conoscenza scientifica dà potere, a prescindere dal suo legame attuale col capitale

.

IL PRETESTO

Dobbiamo ammettere – conclude Panikkar esaminando il pretesto che ci spinge a pensare la scienza – che la civiltà scientifica non ha avuto successo: ci sono oggi più guerre, più suicidi, più vittime, più infelicità; l´uomo è stato trasformato in oggetto, la soggettività è atrofizzata. Non rimane che emanciparci dal dominio della scienza: ecco il compito che s´impone all´uomo contemporaneo. Non si tratta di condannare o di mettere da parte l´impresa scientifica, ma di non lasciarsi dominare da essa. Per poterlo fare occorre superare il pensiero dialettico con una forma di pensiero che Panikkar chiama adualista, in cui non ci sia scissione tra conoscenza e amore, e soprattutto rendersi conto che il terreno della coscienza è molto più ampio di quello della razionalità. Solo l´impiego del simbolo ci libera dal monopolio della ragione e ci permette di accedere a quella coscienza vuota e primigenia, di cui parla un testo upanishadico, ‹‹là dove tutte le parole spariscono››.

L´emancipazione dalla scienza significa, sul piano concreto, ‹‹non lasciarsi lavare il cervello dai media, dai libri, dagli scienziati, dai chierici e recuperare l´autostima e l´autodignità››. In senso positivo è un paziente lavoro per modificare il pensiero e, conseguentemente, lo stile di vita. Panikkar lo esprime con tre parole della saggezza greca: melete to pan, coltiva il tutto invece di analizzare le parti; ghignosce kairon, conosci l´opportunità che offre l´istante, esse sy, sii te stesso.

Il dibattito mostra un Panikkar in gran forma che ribatte punto su punto alle domande che gli vengono rivolte e focalizza la sua attenzione su alcuni snodi essenziali del suo pensiero: l´atteggiamento contemplativo, l´esperienza del tempo, l´impossibilità di conoscere tutto, la fecondazione reciproca fra le culture.

LA CONOSCENZA MISTICA


Panikkar è convinto che, oltre la conoscenza empirica dei sensi e quella intellettuale della ragione, ci sia una terza modalità di apertura alla realtà che egli chiama conoscenza mistica, che in Occidente si è troppo atrofizzata. Così ha imperversato il razionalismo e persino i credenti hanno ceduto alla tentazione di pensare Dio e di oggettivarlo. L´uomo occidentale, che pretende afferrare tutto con la potenza della sua ragione merita il rimprovero del Buddha al monaco Radda: ‹‹Tu non conosci i limiti della tua domanda››.


L´influenza della scienza ha deformato l´esperienza del tempo perché l´ha ridotto a una semplice variabile e ha fatto dimenticare che noi siamo tempo, che ogni vita è unica e irripetibile e ciò che è unico non entra nell´ambito della scienza. Solo l´esperienza interculturale può farci uscire dai vicoli ciechi della nostra tradizione e darci la consapevolezza che ci sono altri modelli di pensiero, che non si fondano, come il nostro, sul primato del principio di non contraddizione, ma su quello del principio di identità. Il guaio è – osserva Panikkar – ‹‹che tutti andiamo agli incontri con preservativi culturali che impediscono la mutua fecondazione››.



LE CONCLUSIONI


È impossibile dar conto per esteso dei nove punti in cui Panikkar ha condensato le sue riflessioni al termine del convegno. Ha ricordato, comunque, che la cultura dell´Occidente deve essere ammirata per la ricchezza, la varietà e il senso di autocritica che la contraddistingue e che autorizza molte speranze. Al tempo stesso egli ha rimarcato che anche l´Oriente è in crisi e che ‹‹ci unisce molto di più quello che non sappiamo che quello che sappiamo››. L´Occidente ha bisogno di passare da un pluralismo interno alla scienza a un pluralismo delle culture che costituisce ancora una novità e implica un´esperienza qualitativamente diversa del cosmo, dell´uomo, di Dio. È urgente abbandonare l´antropologia dualistica corpo-anima che ha dominato finora, e recuperare l´intuizione dell´antropologia tripartita, corpo-anima-spirito, che è il grande simbolo della Trinità. Panikkar, comunque, non invita a pensare secondo un modello, ma forse a liberarsi da ogni modello, come suggeriscono le saggezze dell´Oriente.


Il momento che stiamo vivendo è molto grave, ma proprio nella consapevolezza del pericolo c´è la speranza. La grandezza dell´uomo, come sapevano gli antichi, è quella di essere, al tempo stesso, un microcosmo e un microtheos, un cosmo formato ridotto e un Dio in piccolo. Per questo la speranza non nasce dall´attesa di qualche evento futuro, ma dalla percezione della dimensione invisibile.

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DALLA INIZIAZIONE

DELLA INIZIAZIONE

Giovanni Gigliuto

“Egli sa [ Dio onnipotente, n.d.r.] che non ho scritto le mie osservazioni né per amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa temporale, che non ho nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o gelosia, che non ho passato sotto silenzio nessuna cosa, riservandola per me solo, ma per accrescere l’onore e la gloria del Suo Nome ho voluto venire incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran numero di uomini”.

TEOFILO, Traité de divers arts (sec. XII)

“Nihil sub sole novi!

In questi pensieri, dunque, non vi può essere nulla di nuovo… Essi sono un rosario di cose eterne.

Se in questo rosario si trovano rose non mie, non sono state rubate, sono venute da sé e qui riportate per forza analogica e non volutamente. Non ho avuto nessuna preoccupazione per i pensieri già detti da altri, e ciò perché non esiste in questi scritti alcuna vanità individuale”.

(ARA, Massime di scienza iniziatica)

E’ sempre impresa ardua (e spesso anche inutile) scrivere o dire sull’iniziazione.

Tanti, troppi forse, autori, maestri, illuminati ci hanno propinato la loro verità, la loro definizione e in certi casi, anche la loro ricetta

sull’iniziazione.

Ma allora questo scritto? Che senso ha? Si aggiungerà a quegli altri?

Chiaramente non sta a noi decidere.

Il nostro intendimento, il nostro desiderio, è quello di stimolare la ricerca, il contatto con l’unico Maestro che possa veramente istruirci: quello interiore.

Per far sì che il Massone smetta finalmente di adagiarsi, di considerarsi (e quel che è peggio) sentirsi ‘uomo del dubbio’ e tenda finalmente al raggiungimento di certezze!

In tutte le culture, in tutti gli agglomerati umani – dalla semplice tribù allo stato nazionale – sono stati di grande importanza, sia dal punto di vista religioso che sociale, i cosiddetti riti di passaggio.

Questi scandivano le varie fasi e della vita religiosa e della vita sociale degli appartenenti al ‘gruppo’. Queste fasi avevano un carattere sacro ed erano officiate da sacerdoti, da sciamani. Questi riti avevano quindi una particolare importanza nella vita biologica e sociale dell’individuo, basti pensare ad esempio ai riti di passaggio della pubertà – quello della fecondità (femminile) e quello della virilità (maschile) – che erano celebrati solennemente in quanto consacravano (e allo stesso tempo, ufficializzavano) l’individuo nel suo nuovo status.

“Nei riti di iniziazione della pubertà, l’adolescente muore alla propria condizione naturale, biologica, e torna di nuovo in vita come essere culturale; da questo momento in poi avrà accesso ai valori spirituali della tribù”1.

“[Poiché, n.d.r.] in qualsiasi società la vita dell’individuo consiste nel passare successivamente da un’età all’altra [l’iniziazione si pone come la principale tra le, n.d.r.] cerimonie, il cui fine è identico: far passare l’individuo da una situazione determinata a un’altra anch’essa determinata”2

Possiamo evidenziare che l’iniziazione ha una sua struttura schematica, precisa e ricorrente, comune a tutti i riti di passaggio: separazione, limiti e aggregazione:

– la separazione ha la funzione di tagliare i legami con il mondo quotidiano e introdurre in una dimensione diversa;

– questa dimensione è di limite, ed è caratterizzata da prove, in cui viene rivelato al neofita l’universo simbolico di conoscenze del gruppo a cui accede;

– avvenuto ciò, il novizio viene aggregato al gruppo, da questi cioè accettato e considerato degno di appartenere.

Da quanto detto, risulta evidente di come il concetto di ‘iniziazione’ è strettamente legato a quello di ‘morte’, tant’è che si può benissimo affermare che i due termini, in un certo qual modo, si equivalgono e che l’uno non può prescindere dall’altro.

La celebrazione – e per certi versi l’esaltazione – della morte serviva, oltre che a esorcizzarla, a capire il senso ed il perché della vita avvicinando in tal modo il neofito alla comprensione del massimo mistero iniziatico, il Principio Supremo; tale celebrazione avveniva nei cosiddetti Misteri3, ai quali il neofito veniva iniziato, immesso in un mondo superiore, altro.

“L’universo in cui penetrano ora i novizi è quello del mondo sacro. Tra i due c’è rottura, soluzione di continuità. Il passaggio dal mondo profano al mondo sacro implica in un certo modo o nell’altro l’esperienza della Morte: si muore ad un’esistenza per accedere a un’altra”4.

L’iniziazione costituisce così il cominciamento del pellegrinaggio interiore, di quello che sarà chiamato “iniziato”, indipendentemente dalla natura di questa iniziazione, che corrisponde del resto, in un certo qual modo, al suo itinerario futuro, alla sua via.

“Tale simbolismo sembra dunque assolutamente necessario nei rituali iniziatici in quanto è ciò che rende possibile una nuova nascita: Il momento centrale di ogni iniziazione è rappresentato dalla cerimonia che simbolizza la morte del neofito e il suo ritorno tra i vivi. Ma colui che ritorna alla vita è un uomo nuovo, che assume un altro modo di essere. La morte iniziatica significa a un tempo la fine dell’infanzia, dell’ignoranza e della condizione profana.

[…] Nello scenario dei riti iniziatici, la ‘morte’ corrisponde al ritorno provvisorio al Caos; è dunque l’espressione esemplare della fine di un modo di essere: quello dell’ignoranza e della irresponsabilità del bambino”5.

“L’iniziazione è un complesso di cerimonie, prove e rivelazioni di ordine mitologico, ontologico e morale, attraverso le quali una persona, viene a far parte, con pieno diritto, ad una società esoterica. Per acquisire il diritto d’essere ammesso tra gli iniziati, il novizio deve affrontare una serie di prove iniziatiche: grazie a questi riti e alle rivelazioni che essi comportano, egli sarà riconosciuto come un membro responsabile della società”6.

“Condizione essenziale, però, perché i riti producano il loro

pieno effetto, è e rimane la ‘iniziabilità’ del soggetto cui essi vengono conferiti; il ‘profano’, infatti, per poter essere ‘iniziato’, deve possedere determinate ‘disposizioni’ o particolari attitudini naturali, senza le quali i riti non avrebbero nessuna efficacia”7.

Quali sono, allora, le condizioni dell’iniziazione? René Guénon è stato molto preciso al riguardo:

“1) la qualificazione, costituita da certe possibilità inerenti alla natura propria dell’individuo, e che sono la materia prima su cui il lavoro iniziatico dovrà effettuarsi;

2) la trasmissione, cioè il tramite ad una organizzazione tradizionale, di un’influenza spirituale che dia all’essere la ‘illuminazione’ che gli permetterà di ordinare e di sviluppare queste possibilità che porta in sé;

3) il lavoro interiore, per cui, con l’aiuto di ‘cooperanti’ o di ‘appoggi’ esteriori, se è il caso e soprattutto nei primi stadi, questo sviluppo sarà realizzato gradualmente, facendo passare l’essere, di gradino in gradino, attraverso i differenti gradi della gerarchia iniziatica, per condurlo allo scopo finale della ‘liberazione’ o dell’Identità Suprema”8.

Da tutto questo si evince – e non ci sarebbe bisogno di evidenziarlo, se qualche autore non lasciasse ad intendere il contrario9 – che non ci si

può iniziare da sé: nemmeno con una candela davanti a uno specchio…10 “Vi sono certi ignoranti i quali s’immaginano che ci ‘si inizii’ da sé, il che è in qualche modo una contraddizione in termini; dimenticando, seppur l’hanno mai saputo, che la parola initium

significa ‘entrata’ o ‘principio’, essi confondono il fatto stesso

dell’iniziazione, intesa nel senso strettamente etimologico, col lavoro da compiersi ulteriormente affinché questa iniziazione, da virtuale nel primo momento, divenga più o meno completamente effettiva.

.L’iniziazione, compresa in tal modo, è ciò che tutte le tradizioni s’accordano nel designare come la ‘seconda nascita’; come un esse potrebbe agire da se stesso prima ancora d’esser nato?”11.

Bisogna riconoscere tuttavia che esistono iniziazioni individuali che non passano per un’iniziazione regolare, ad una condizione tuttavia – di capitale importanza – che è il legame ad un centro iniziatico.

“[…] anche se succede che un individuo apparentemente isolato raggiunga un’iniziazione reale, questa iniziazione non potrà mai essere spontanea soltanto che apparentemente, e che di fatto, implicherà sempre il legame, con un mezzo qualunque, ad un centro che esiste effettivamente”12.

L’iniziazione costituisce dunque il punto di partenza, per così dire, regolare di ogni via iniziatica, essa significa legame ad un’organizzazione tradizionale – eccetto, come sottolineato, casi rarissimi dove questo legame alla Tradizione è realizzato direttamente. L’iniziazione inaugura quindi la vita nova, l’avanzamento verso gli ‘stati superiori dell’essere, il ritorno al Principio Supremo.

“Si tratta, in tutti i gradi, di stati da realizzare interiormente, di una conoscenza, dunque, che non è comunicabile, e per l’ottenimento della quale l’iniziato non deve contare che su se stesso”13.

Sorge spontanea la domanda, non affatto peregrina: più iniziazioni consento una più rapido avanzamento nella Via?

“Le forme tradizionali possono essere paragonate a vie che conducono tutte ad uno stesso scopo14, ma che, in quanto vie, non sono meno distinte; è evidente che non è possibile seguirne più di una per volta, e che, quando si è ingaggiati in una di esse, conviene seguirla fino in fondo senza scostarsene; voler passare dall’una all’altra sarebbe proprio il mezzo migliore per non avanzare in realtà, se non per rischiare di smarrirsi del tutto”15.

NOTE

3 Il termine deriva da greco télos = compimento ed è analogo a teleuté = morte.

4 M. ELIADE, La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione, Brescia 1980.

5 M. ELIADE, La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione, Brescia 19806 M. ELIADE, La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione, Brescia 1980, p. 10.

7 G. GANCI, I misteri esoterici, Roma 1978, p. 8.

8 R. GUÉNON, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova 1987, p. 51.

9 Vedi per esempio il racconto di P. COEHLO, L’alchimista, Milano 1995.

10 Sono le cosiddette ‘iniziazioni in astrale’ (sic!). E’ quello che insegnano alcune correnti pseudo rosacruciane e teosofiche. Si potrebbe sorridere immaginando la scena, ma dobbiamo sottolineare lo stupore nell’apprendere che una miriade di persone credono e praticano questo ‘rito’

11 R. GUÉNON, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova 1987, pp. 47-48.

12 R. GUÉNON, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova 1987.

13 J. ROBIN, René Guénon. Testimone della Tradizione, Catania 1993, p. 144.

14 “Per essere del tutto esatto, converrebbe aggiungere qui: a condizione che esse siano complete, vale a dire che comportino non solo la parte exoterica, ma a anche la parte esoterica ed iniziatica; d’altronde, in principio è sempre così, ma in effetti può avvenire che, per una specie di degenerescenza, questa seconda parte sia dimenticata e in qualche modo perduta”. R. GUÉNON, op. cit., nt. 4, p. 71.

15 R. GUÉNON, op. cit., p. 71.

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IL LABIRINTO E IL MINOTAURO

“Il Labirinto e il Minotauro”

Il carissimo Fratello Francesco Indraccolo in questa sua opera d’ingegno datata 1987 e pubblicata su Hiram n.5 nel mese di Maggio dello stesso anno, esamina come gli archetipi che simboleggiano un percorso ed una vittoria interiori, sono presenti in tutte le culture mediterranee.

Il documento è opera d’ingegno del Fratello ed il suo contenuto non riflette di necessità la posizione della Loggia o del G.O.I. Ogni diritto è riconosciuto. 

© Erasmo Editrice

La libera circolazione del lavoro è subordinata all’indicazione della fonte ed dell’autore.

L’etimologia è incerta, le forme sono le più varie, gli scopi,enigmi spesso indecifrabili. Eppure il Labirinto ha una forza di affascinazione quasi ipnotica che parla al profondo di ogni essere umano più di ogni altro simbolo. Questo mitologema subliminale,che ricorda con i suoi percorsi spesso sinuosi e suscettibili di produrre smarrimento, il grembo, le viscere, la grande madre Terra, la morte e contemporaneamente la vita, la resurrezione, il rinascere o la possibilità di rigenerarsi, è un messaggio dell’uomo per l’uomo, valido come “Istruzioni per l’uso” per chiunque percorra la via dell’iniziazione, della ricerca del numinoso interiore, o di ciò che possa corporificare lo spirito e spiritualizzare il corpo. Ciò è vero, per lo meno, qualora si riesca ad afferrare il senso più alto e inaccessibile nonché occulto del labirinto (e di ogni altro simbolo degno di questo nome, che serva cioè a “unire”). Per chi si accontenta invece di un’indagine superficiale, il mitico manufatto attribuito all’ingegnoso architetto Dedalo può dischiudere un mirabile mondo di eroi e di dèi antichi e moderni.

Il fatto è che i veri simboli (da non confondere con gli “emblemi”) sono come la punta di un iceberg o più prosaicamente come la cipolle. A guardare da vicino e in profondità o a togliere gli strati successivi, i simboli disvelano (e ri-velano, cioè velano di nuovo) realtà e conseguimenti coscienziali che a parole – fonetizzate o trascritte – non si possono dire. Da qui la necessità “tecnica” e, quindi, “artistica” del segreto e del silenzio iniziatici. Come può qualcuno capire da una descrizione il sapore di un frutto che un altro sta mangiando? Non resta che provare di persona; e, qualche volta, riprovare.

Tornando al labirinto, i filologi sono ancora incerti sull’etimo e sul significato ad esso correlato: c’è chi lo fa derivare da labrys, l’ascia bipenne di pietra venerata a Cnosso come attributo di Zeus Ideo, riprodotta nella favolosa reggia di Minosse dalla pianta assai complessa di vastissime proporzioni e che, perciò, si pensa venisse chiamata “palazzo della labrys”, da cui labirinto.

Pare sia stato Erodoto a usare per primo il termine labirinto a proposito di una tomba faraonica risalente al 450 a.C. e composta di 12 grandi sale e 3.000 stanze minori. Plinio il Vecchio poi descrisse come labirinto la tomba monumentale del re etrusco Porsenna vicino a Chiusi. Ma forse, in entrambi i casi il termine usato per antonomasia era diventato già generico.

Un’altra etimologia proposta è quella di labra o laura, indicanti sia la cava, sia la caverna e la miniera e i loro rocciosi cunicoli. “L’attuale e l’antica Laurion – spiega Paolo Santarcangeli nel suo insuperato ‘Il Libro dei labirinti’ edito dalla Vallecchi – che è miniera di piombo ne è un esempio; dalla radice lau-lav vengono ‘lava’ e “la(v)tomia”.

“Eccome se non bastasse – prosegue Santarcangeli – pare che ci fosse a Creta (e certamente in Asia Minore) un culto di Zeus Labrandos, Labraundos o Dolichenus, di cui ancora nel 1844 esisteva in Caria un santuario ben conservato. Poi c’è la radice laòs = popolo; e il fulmine di Zeus, che deriva dal nome della selce: indi il nome del luogo dove dimora la dea ctonia toû lábrous; quindi caverna consacrata a una dea litica”.

A ben seguire il filo di questo discorso (non ancora quello di Arianna) si può vedere che la pietra, perfino la lapis, la caverna, la miniera con i suoi “metalli”, la divinità femminile terrestre a cui poi si sostituì Zeus, noto per la sua “giustizia”, per il suo fulmine e per le sue “aquile”, sono tutti compresenti nel labirinto, si saldano ai riferimenti (fatti negli articoli precedenti) alle caverne, ai mitrei e agli antri delle Sibille, e si proiettano sia verso situazioni latomistiche, cioè muratorie e architettoniche, sia verso situazioni ermetico-alchemiche. In pratica, il labirinto dà molto di più del motto VITRIOL: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem.

La forma e la tipologia dei labirinti è la più varia: possono essere naturali, artificiali e misti; a una o più vie; bio tridimensionali; geometrici (a pianta rettangolare, quadrata, circolare, spiraliforme, ecc.) o irregolari; con uno o più centri o senza centri. Queste e altre distinzioni sono dipese dai “modelli” cosmogonici utilizzati con maggiore o minore fantasia, dagli estri e dalle mode artistiche e dalla partecipazione sociale compatta o scarsa, finalizzata alla realizzazione di monumenti o di un semplice fregio sul verso di una moneta. E tuttavia straordinaria la presenza di questo archetipo non solo nella cultura, nella civiltà e nella storia mediterranea ma anche nelle più antiche società indo-europee e in quelle dell’America precolombiana.

Si pensi che i mandala hanno spesso forma labirintica, ma se è vera l’ipotesi che fa risalire questi disegni geometrici a sfondo sacrale ai mudra, cioè ai gesti e ai movimenti (per esempio quelli delle cerimonie rituali), lo stesso ragionamento può essere valido per il labirinto e i suoi meandri da percorrere in processione nelle grandi feste stagionali (anche danzando imitando il passo delle gru) e nel riti di passaggio.

Fino a pochi anni fa era facile vedere ancora disegnati labirinti semplici nel cortili e nelle piazze di ogni paese per il gioco dei bambini chiamato “mondo” per il quale si usa una pietra piatta e un’andatura saltellante, su un piede solo.

Gli scopi del labirinto, sia esso raffigurato su un pavimento a mosaico o su un soffitto o eretto in muri di mattoni o in siepi di giardino, non sono quelli di proporre un quiz né una gara di abilità. Comunque, ricorda Santarcangeli: “chi attraversa il labirinto, deve passare per gli intrichi e gli inganni dell’oscurità per vincere la morte: così come gli Ebrei fecero per ‘sette’ giorni il giro delle mura di Gerico, così come gli Achei assediarono Troia per ‘sette’ anni. I rigiri delle viscere e le linee tracciate sul fegato sono uno specchio microcosmico del corso delle costellazioni celesti. Tale corso cosmico fu riprodotto nella ‘danza’, trasponendo nella categoria del tempo la rappresentazione spaziale. Giace nelle profondità la rappresentazione misterica dei grande alvo materno e del labirinto in cui dovrà vagare l’uomo esposto all’impegno della vita”. Grazie a questi chiarimenti è più facile comprendere perché i labirinti sui pavimenti delle cattedrali francesi venivano chiamati chemins de Jerusalem ed erano percorsi in ginocchio dal fedeli a commemorazione del calvario.

Al labirinto di Cnosso sull’isola di Creta è strettamente legata la leggenda o, meglio, l’allegoria del Minotauro, l’essere dal corpo umano e dalla testa taurina nato dal connubio bestiale di Pasifae, moglie di Minosse, con un magnifico toro bianco inviato da Poseidone. Una variante propone che il “mostro” si chiamasse Taurominos e avesse testa d’uomo e corpo taurino; in ogni caso, “galeotto” del connubio contro natura fu Dedalo, fabbricando una forma lignea di giovenca in cui si nascose la regina. A Dedalo sarebbe poi toccato costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, al quale Minosse ogni “nove” anni sacrificava “sette” ragazzi e “sette” vergini, fatti mandare come tributo da Atene da lui vinta in battaglia.

A questo punto si inserisce Teseo l’eroe solare per tanti versi simile ad Eracle e a Gilgamesh, presunto figlio di Egeo ma in realtà progenie di Poseidone. Teseo, che già aveva vinto il toro di Maratona (e si veda quanto già detto a proposito di Mitra), si unisce agli altri 13 ostaggi e va a Creta. Un sogno l’avverte che dovrà invocare l’aiuto della dea dell’amore e il presagio diventa chiaro quando Arianna Glaucopide (anch’ella con lo stesso attributo di Atena, nata dalla testa di Zeus) si invaghisce di lui e gli dà il gomitolo (o il fuso) da srotolare all’interno del labirinto per ritrovare la via d’uscita, nel caso fosse riuscito a vincere il Minotauro.

Dal “Liber Floridus” (1060 circa) di Lamberto di Saint Omer

Tutti sanno come andò a finire: Teseo riuscì ad afferrare il sopracciglio del mostro e ad affondargli la spada nel petto; uscì dal labirinto e fuggì da Creta con Arianna, ma non la sposò, contrariamente a quanto promessole, e l’abbandonò sull’isola di Dia, dove dovette scendere Dioniso con il suo carro alato trainato da linci e da tigri per salvarla e farla sua.

Non sappiamo quante e quali siano le stratificazioni di questa allegoria divenuta semplice affabulazione dal significati moralistici. Certo è ben strano che un “eroe”, sia pure “fuggitivo”, si comporti da fedifrago. Come è strano che Arianna (o Ariadrie, Airagne, Aracne) si faccia sedurre e abbandonare come una tapina (mentre dovrebbe avere avuto una grossa valenza pari a quella di Penelope), dopo aver aiutato Teseo a uccidere quello che, in fondo, era suo fratellastro e guarda caso si chiamava anche “Asterios” (cioè “astro”, per indicare – secondo Santarcangeli – la concezione sidereo-luminosa del temibile uomo-toro). É infine sorprendente che un Dioniso, alter ego di Apollo, vada a soccorrere la derelitta.

É molto probabile che l’allegoria primigenia, mito essa stessa, narrasse la vittoria sulla parte animale e oscura dell’uomo-eroe, il quale sa dipanare (o tessere) il filo della propria coscienza e così, ottenendo anche il “distacco” dalla propria parte animica, si trasforma in un processo di indiamento che gli fa attingere le massime e impensabili (come indica la coincidenza misterica Apollo-Dioniso) virtù spirituali da ritrasformare sul piano animico e fisico, anche a beneficio dell’umanità.

Questa interpretazione può non essere soltanto teorica, né tanto meno “mentale”, ma operativa, solo che si sappia ritrovare il filo (le filet, dicono i Francesi) di un percorso iniziatico che, in ogni tempo e paese, si può coprire con tanti schermi che servano ad allontanare i profani e gli intrusi. A volte, come abbiamo già detto ad abundantiam, il mito viene riverniciato o restaurato perché si vuole che resti una traccia dei cambiamenti politici o religiosi da cui una societas trae nomen, numen e ragione di esistere finché non sarà sopraffatta da un’altra. Ma anche la società vincitrice tende ad auto tramandarsi inglobando e ritoccando a proprio vantaggio la storia e la mitologia dei vinti fino a renderle contraddittorie e quasi incomprensibili. Questi, per lo meno, sono i limiti delle allegorie, delle leggende, delle saghe, delle affabulazioni e, in fondo, della parola. Il simbolo, invece è valido in ragione del suo e del nostro silenzio ed è perciò universale.

In questa ricerca sul simbolo, assai scarso è l’aiuto che viene dalla psicologia più o meno alla moda. Altri sono gli strumenti scientifici da usare con un granellino di “sale”: prime fra tutte l’indagine storica, che tenga conto sia del sociale sia del sacro, e la filologia. Quest’ultima, in particolare, unita alla storia dell’arte, potrebbe fornire qualche chiave interpretativa nel sotto-mito di Dedalo e di suo figlio Icaro, rinchiusi da Minosse nel Labirinto e di lì sfuggiti con le ali di cera e di piume. Il primo con prudenza e bravura riuscì ad atterrare in Sicilia; il secondo con orgoglio e imperizia precipitò in Sardegna, dando forse un grosso contributo alla civiltà nuragica. Ma questo è un altro spunto da analizzare meglio in seguito, parlando delle civiltà megalitiche

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