PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
Pubblicato in Pinocchio | 1 commento

GLI STRUMENTI DI LAVORO DEL SECONDO GRADO

GLI STRUMENTI DI LAVORO DEL SECONDO GRADO

 Probabilmente nulla è più caratteristico, in ciascun grado della Massoneria, degli strumenti di lavoro i quali sono scelti in modo da riassumere ed esprimere in forma visibile, la vera essenza di ciò che il grado è destinato ad insegnare allo studioso. Studieremo tali strumenti, sotto due punti di vista:

1) ne osserveremo l’uso che ne fa il Libero Muratore;

2) analizzeremo i principi fondamentali c filosofici, su cui l’esistenza di ogni strumento è basata. In tal modo approfondiremo tanto la lezione spirituale rivelata da ogni strumento di lavoro, quanto il suggerimento che esso da di esprimerla attraverso la vila pratica. Nell’intero nostro studio massonico è. però importante sapere che la Massoneria è una scienza a mosaico e che i tre gradi messi assieme rappresentano un’unità. Di conseguenza gli utensili di lavoro dei tre gruppi sono progressivi e l’assieme forma un complemento. Sarà pertanto utile confrontare gli utensili dell’Apprendista con quelli del Compagno e di studiarne l’ordine naturale e la relazione. La differenza tra gli strumenti di lavoro del 1° e del 2° Grado è rimarchevole. Dal punto di vista creativo l’Apprendista deve, con Maglietto e Scalpello, sgrossare la pietra sino alla giusta grandezza e forma; tale è il suo lavoro ed egli segue misure imposte poiché il suo dovere è programmato per lui da altri e indicato dalle necessità medesime delle singole pietre. Egli si occupa di un sasso alla volta, non ha bisogno di sapere dove la pietra in seguito sarà disposta. Quando il candidato diviene Compagno, molto del suo lavoro assume un nuovo carattere ed egli raggiunge uno stadio importante della sua Arte. Ciò nondimeno dobbiamo considerare che pur entrando in contatto con degli strumenti del tutto diversi, questi ultimi non sostituiscono ma arricchiscono i precedenti. Egli conserva sempre la Riga a 24 Pollici, il Maglietto e lo Scalpello, ed ha la possibilità di utilizzarli. Ora però gli si comanda di lavorare la pietra grezza come, in precedenza, la squadrava soltanto; deve ripulire e rendere lisce le superfici, tagliare fregi c così via, allo scopo di imporre alla struttura bellezza ed eleganza, lavoro da eseguirsi con la Riga a 24 Pollici, il Maglietto e lo Scalpello. L’orientamento, inoltre, verso il problema dell’individualità – supremo insegnamento del 2° Grado – è di grande importanza e ritorneremo più tardi sull’argomento per un esame più completo. I nuovi strumenti che vengono aggiunti all’equipaggiamento del Libero Muratore sono la Squadra, la Livella e il Filo a piombo. Ecco i tre simboli più importanti dal punto di vista formale in Massoneria, poiché l’intero Tempio è costruito in base alla Livella, disposto grazie alla Squadra e costruito, pietra su pietra, adoperando il Filo a piombo. È perciò giusto che i tre strumenti di lavoro siano i caratteristici del 2° Grado, o il centrale, come pure i gioielli dei principali ufficiali, grazie alla loro posizione indicativa e di supremo valore ed all’unico posto che occupano nell’intero schema. Ad eccezione della Squadra ce della Riga a 24 Pollici, usate dal Libero Muratore ad ogni stadio del lavoro, che sono indispensabili nell’intera gerarchia, dal basso all’alto, la Livella e il Filo a piombo risultano utili soltanto nel cantiere del Tempio. L’Apprendista che squadra, separatamente le pietre non ha bisogno né

della Livella né del Filo a piombo, entrambi strumenti affini. Il Compagno però che già lavora sull’edificio non potrebbe eseguire il suo compito senza la Livella e il Filo a piombo. Ogni strato deve essere minuziosamente orizzontale e verticale, ogni pietra saggiata ed incastrata fra le altre. È interessante il punto di vista secondo cui il lavoro dell’Apprendista è singolo, giacché egli si trova occupato a preparare all’uso pietre uniche, mentre il lavoro del Compagno è associativo; difatti egli le dispone nella giusta posizione oltre che, naturalmente, adattare la sua zona di lavoro alle zone di lavoro degli altri Massoni. Da tutto ciò risulta chiaro che la costruzione di una stabile individualità, tenacemente raggiunta con energia è, si, un compito intrapreso dall’Apprendista all’inizio della sua carriera, ma sarà condotto a perfezione soltanto dal Compagno. Ed eccoci arrivati ad un altro modo di confronto fra gli strumenti di lavoro del 1° e 2° Grado. La Riga a 24 Pollici e la Squadra sono entrambi oggetti statici; vale a dire che essi raggiungono la loro utilità se, durante il lavoro, vengono tenuti rigidi ed immobili, altrimenti non servono. Invece, il Maglietto e lo Scalpello sono essenzialmente dinamici e devono essere mossi con perizia, per essere d’utilità: stazionari, non recano nessun vantaggio al Massone, come il talento sepolto della parabola della Bibbia, e vengono adoperati per spezzare la materia, per rimuovere parti non desiderate ed il lavoro con l’altro tipo di strumenti deve venire alternato e periziato, secondo la necessità. Ecco come la forza è conquistata: col movimento, con l’esercizio delle facoltà, tramite l’indomita energia che viene messa in accordo con le leggi della natura e della scienza. Nasce allora una stabile, costante e serena individualità nell’operaio. Dopo aver acquisito la padronanza dell’esercizio, il lavoro si dovrà adattare severamente ed accuratamente alle necessità; nessuna leggerezza verrà permessa ed ogni variazione, alla fin fine, si rivelerà quale una divergenza dal Vero, e null’altro. La Livella ed il Filo a piombo devono essere obbediti con fede cieca e con scrupolosa accuratezza altrimenti l’opera risulterà mutilata. Nel lavoro comune, che tende ad una perfezione archetipica, non v’è spazio per lo scorretto esercizio dell’individualità, del temperamento, del gusto personale. Qualunque deviazione dal progetto ricalcato con la Squadra, sia orizzontale che verticale, costituisce un grave errore. Bisogna quindi comprendere la vera differenza tra originalità e inesattezza dovuta a testardaggine e disordine. Un’individualità armoniosa si raggiunge non già con la rottura delle leggi, trasgredendo i principi fondamentali della natura e della scienza, ma con qualcosa di più sottile e di più profondo. Ecco il segreto della Massoneria: la vera spiritualità integrale, perfetta, osserva la legge con fedeltà accurata, ne realizza i propositi, agisce come un vero ed efficace operaio, eppure compie il miracolo di restare sé medesimo, nota unica, integrale, diversa da ogni altra. Questo, è il grande paradosso dell’individualità. Dove sperare di trovarne la vera espressione? Nella rottura della legge? Nella difettosa applicazione della Squadra simbolica, della Livella e del Filo a piombo? Ma mentre è perfettamente vero che la scoperta dell’Ego è la suprema opera del Compagno pure, in tale compito, sono necessari gli strumenti del 1° Grado, integrati ad alcune informazioni espresse nel 3° Grado. In caso contrario si potrebbero incontrare gravi rischi e pericoli. Aspirando a rintracciare e consolidare il senso dell’Io deve essere evitata la grande trappola dell’egoismo, della superbia, del «peccato della separatività»

come spesso viene chiamato; tendenza egocentrica attribuita comunemente al lavoro dell’intelletto, lo sviluppo del quale è prerogativa profonda del Compagno. Perciò prima di studiare a puntino il problema dell’Ego, è necessario che l’Aspirante raggiunga il 3° Grado ed apprenda, quale Maestro che, in ultima analisi, persino l’Ego non è cosa fine a se stessa, ma un tramite per raggiungere più alti scopi. Se egli si concentra sul problema dell’individualità, considerandone la costruzione quale opera finale egoistica, allora ne risulterebbe un pericolo grave, sempre più proporzionato al suo successo aleatorio; e vi sarebbe un regresso certo nel proprio sentiero massonico. Ma tale pericolo, fino ad una considerevole estensione, è prevenuto dall’insegnamento dato durante il 2° Grado, le cui principali note riguardano il Servizio. Chi servirà si troverà avvantaggiato dallo scaturire di un’enorme forza racchiusa nell’Ego e che egli incanalerà nell’altruismo ricalcando un’autoevoluzione salubre e non morbosa. Dopo aver riconosciuto che il pericolo dell’egoismo e dell’isolamento può essere evitato soltanto nella dedizione e nel sacrificio di tutte le facoltà acquisite verso il servizio altruistico e che il miracolo della cosciente individualità non è la meta ultima, ma solo il mezzo per raggiungere una più alta realtà, noi potremo adoperare i poteri dell’Ego come usiamo i due strumenti del 1° Grado: il Maglietto e lo Scalpello. Nell’uso della Squadra, della Livella e del Filo a piombo non vi è invece nulla di personale o di individuale, poiché essi sono rigidi, inflessibili ed invariati. Con il Maglietto e lo Scalpello abbiamo la possibilità di infinite varianti di movimento; non due operai possono usare nello stesso modo la parte tagliente del loro Scalpello, cosi come due persone non possono parlare o scrivere nello stesso modo. Il maneggio dello Scalpello costituisce la differenza tra l’uno e l’altro esecutore. Con la sua parte tagliente il Massone da un’impronta personale al suo lavoro e nessun altro uomo può imitarla, sia pur dedicandovisi all’infinito. Simbolicamente parlando la parte tagliente dello Scalpello è la linea divisoria fra il Sé ed il non Sé, la linea con la quale l’operaio viene in contatto esprimendosi e che ne pone in relazione l’organicità intima con l’ambiente. Su tale linea l’Ego fa leva per mettersi in risalto, per reagire e, eventualmente, controllare la vita. Ora lasciando tali ultime considerazioni, passiamo ad un più dettagliato esame dell’intrinseca natura degli strumenti di lavoro del 2° Grado ce studiamo quali ulteriori lezioni hanno da insegnare all’operaio. Abbiamo veduto già che, mentre il 1° Grado è sostanzialmente morale, il secondo è intellettuale poiché sviluppa ed espande la mente forgiandone le molteplici facoltà a servizio dell’uomo. Pur avendo notato, al 1° Grado, l’esistenza della Riga a 24 Pollici che riguarda l’uso della misura e stabilisce i primi elementi materiali con cui il processo del ragionamento prende l’avvio, nel 2° Grado l’intelletto viene simbolizzato dalla Squadra che è, indubbiamente, la più semplice e fondamentale rappresentazione della ragione, i cui aspetti sono virtualmente infiniti. Forse la Squadra è nata quale risultato delle osservazioni che l’uomo primitivo poté fare mettendo in rapporto due semplici bastoni; improvvisamente egli li pose a croce, uno sopra l’altro, in simmetria ed in angolo retto ed osservò che la loro posizione era unica, sotto qualunque punto di vista. Nacque la croce a braccia uguali di cui la Squadra è un essenziale elemento. Dall’analisi di tale quadratura dell’angolo retto sorse tutta la geometria, l’intera misura delle forme e degli oggetti, ogni processo razionale. E poiché questi ultimi scaturiscono dalla coscienza (dal latino, «scire», conoscere), dalla scienza, ecco che la Squadra indica, in essenza, all’operaio che tali qualità sono il vero nocciolo della

Massoneria. L’uso della Riga a 24 Pollici, primo strumento di lavoro del Massone, applicato alla natura e ad ogni ambiente personale spalanca l’analisi di un vasto panorama di fenomeni nel mondo che ci attornia. Codesta osservazione ci insegna, gradualmente, a notare l’ordine in ciò che, a prima vista, può sembrare un incomprensibile caos di avvenimenti; scopriamo perciò un regolare, metodico ritmo delle Leggi Naturali di cui, la più universale ed importante è la Gravitazione. Infatti, ovunque troviamo materia, qualunque ne è la forma, la gravità è all’opera. Altre espressioni delle Leggi Naturali sono in atto, in accordo alle circostanze, ma per quanto ci è noto materia e gravitazione sono inseparabili. Ecco la ragione per la quale il Filo a piombo rappresenta, con chiara evidenza, la Gravitazione ed anche il tipico strumento ideato dall’uomo per sintetizzare i processi naturali. La Livella infine è una chiara combinazione della Squadra e del Filo a piombo; della Scienza e della Natura. Tale è il significato degli strumenti di lavoro del 2° Grado, come viene perfettamente spiegato al Compagno. La Squadra gli dice di pensare, di adoperare la propria ragione, il Filo a piombo di studiare la Natura, la Livella di fonderli entrambi. Capiamo quindi perché la medesima parola « uomo » deriva dal sanscrito « Manas » (inglese: Man), che significa Mente; l’uomo è tale soltanto perché pensa. La ragione è il suo divino privilegio e solo tramite essa può elevarsi a quelle sublimi altezze dove sempre più vaste e meravigliose facoltà attendono lo sviluppo e dove, forse, persino la ragione può venire trascesa per qualche processo esistenziale più perfezionato. Però, per il Compagno, nell’attuale nostra epoca, il dovere di coltivare e di usare l’intelligenza è supremo. Ne seguirà l’osservazione della natura, l’unificazione delle sue forze relative e macrocosmiche per realizzare il grande fine che egli ha in vista, vale a dire la costruzione del Sacro Tempio. In altre parole nella Grande Opera, la natura fornisce le forze, l’uomo l’intelligenza per dirigerle. Il Filo a piombo, ripetiamo, rappresenta il cosmo ed il lavorio delle sue leggi; la Squadra, i processi della coscienza, i celati misteri dell’Essere ai quali, così di sovente, si fa riferimento nel Rituale del 2° Grado. In conclusione sarà utile riassumere, con brevi parole, quanto abbiamo detto sugli strumenti di lavoro del Compagno. Considerammo che l’Apprendista squadra le singole pietre: il Compagno invece si interessa della costruzione generale, mette in rapporto le pietre tra loro: il suo lavoro è associativo. Gli strumenti di lavoro del 2° Grado sono i gioielli dei tre principali ufficiali di Loggia ed i più caratteristici, dal punto di vista formale, di tutti i simboli dell’Arte Massonica. Inoltre mentre il primo strumento dell’Apprendista è statico, e misura piuttosto che eseguire, e gli altri due sono dinamici ed elastici, tutti i tre del Compagno sono fissi e rigidi, del tutto impersonali, richiedono assoluta obbedienza e nessun posto per i capricci della personalità. Malgrado ciò il Compagno rintraccia ed esprime la propria individualità con la parte tagliente dello Scalpello ed incide il segreto nome che nessuno può conoscere, al di fuori di colui al quale fu rivelato. Così, l’operaio scoprirà, un giorno, che egli ha realizzato la propria divina natura e che l’infinita Sapienza, Forza e Bellezza, che durante il 1° Grado gli fu detto risiedessero nel G.A.D.U., possono venire scoperti nel proprio io che ne è la riproduzione potenziale.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARTHUR EDWARD POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

ILSECONDO GRADO

IL SECONDO GRADO

L’appello del 2° Grado Massonico è senza alcun dubbio molto diverso e distinto da quello del 1° Grado. Cosa naturale, inevitabile e logica. L’uomo medesimo è un essere complesso c possiede una costituzione dotata di più di un aspetto; quindi la Massoneria deve allinearsi a tali corrispondenze. Soltanto in tal modo la Massoneria può con diritto affermare di rappresentare una completa filosofia della vita, un sistema di morale e di etica adatto ad ogni livello evolutivo dei suoi aderenti. Risulterà, man mano che andremo avanti, che come pochi uomini hanno raggiunto un’evoluzione completa, la grande maggioranza avendo sviluppato più da un lato che dall’altro la propria natura, un aspetto dell’Arte è adatto a costituire un più potente appello al lavoro, di altri aspetti. La conferma di quanto sopra, quale frutto di una comune osservazione, si trova nel fatto che la maggioranza dei Fratelli non risponde così entusiasticamente al 2° Grado come ha fatto al 1°. Il fenomeno è tanto bene stabilito, con delle conseguenze talmente importanti, che merita uno studio accurato ed il tentativo di rintracciarne le cause d’esistenza. Alcune delle principali ragioni della disamina non sono da ricercarsi troppo lontano. Il 1° Grado Massonico è principalmente morale ed emozionale; il secondo grado mentale. Il 1° Grado rappresenta un richiamo ai sentimenti, il 2° Grado un ammonimento all’intelletto: il 1°, inculca la virtù, il secondo prescrive la conoscenza. L’uno parla al cuore, l’altro al cervello. Da una parte vi è il ritmo dell’innocenza e della purezza, dall’altra uno studio dei misteri celati della Natura e della Scienza. Allo stadio presente della maturità umana la maggioranza di essa vive molto più polarizzata nel sentimento che nell’intelletto. Conseguentemente è più facile risvegliare le emozioni che far nascere i pensieri; l’individuo viene più facilmente persuaso attraverso i sentimenti che non attraverso la ragione e persino i credi e le opinioni si basano più su una ricettività istintiva, che su quanto si conosce, poiché l’analisi è di continuo striata dal sentimento. Nel regno dell’emotività si rintraccia la fonte di tutte le azioni, prima causa motrice della vita. È con la fiamma di questo ultimo che il cuore si riscalda, gli interni fuochi dello spirito si accendono per grandi cose, per atti di perseveranza c di auto sacrificio. Il significato etimologico della parola «emozione» è: movimento verso l’esterno, trasporto, azione. Persino riguardo a chi vive quasi del tutto nella sfera mentale il puro appello dell’intelletto non produrrà mai un’azione, perché la mente stessa ha bisogno, per agganciarsi con il mondo della realtà, di qualche emozione o desiderio per quanto sottili siano. Di conseguenza, in entrambe le verità, che il centro di coscienza della media umanità si trova nell’istinto e non nel pensiero e che ogni atto nasce dal primo, noi intuiamo la principale ragione per cui l’appello del 1° Grado è in genere più potente di quello del secondo. È bene approfondire il concetto per apprezzare pienamente la validità simbolica del 2° Grado. Il meccanismo dell’emozione possiede due fondamentali caratteristiche: la spontaneità e la semplicità. ln essenza tutti i moti d’animo nascono dall’amore e dall’odio, dall’attrazione e dalla repulsione e, per quanto complessa la forza istintiva risultante possa rivelarsi formata da indefinite varianti e dall’intensità delle due polarità base, tuttavia, ad un’analisi del profondo, si mostreranno sempre presenti in modo elementare, in chi si esprime, la simpatia e l’antipatia. Inoltre la risposta dei sentimenti è spontanea

ed automatica, poiché richiede un piccolo o nessuno sforzo da parte dell’uomo. Infatti, la fatica nasce non mentre fa scaturire l’istinto, ma piuttosto per controllarne i limiti e dirigerlo in utili canali d’atto. Riguardo al fattore mentale, ci troviamo in uno stato di cose del tutto diverso. Molti di noi non possiedono una risposta intellettuale, pronta e spontanea, simile alla vita emotiva essendo il raziocinio molto meno vivace, elastico dell’istinto. Per la maggioranza l’intelletto è tanto gelido e non entusiasmante, quanto la vita emotiva è calda e produttrice di ispirazione e pochissimi possono facilmente vivere con la medesima facilità in ambedue i campi. La mente cammina, mentre le emozioni saltano; queste ultime sgorgano in un lampo quasi istantaneamente. La mente pesa l’evidenza ed esamina con esattezza scrupolosa prima di presentare il suo parere o di pronunziare un giudizio. Per essa accuratezza e dettaglio sono tutto: cose che le emozioni spazzano via come piccole cose. La mente lavora metodicamente, passo dietro passo; in modo successivo e con sostenuta concentrazione. L’emozione non si occupa di metodo, non conosce alcuna regola, non guarda dietro o avanti; la sua vita è vissuta in un lampo, essa è inconscia di se stessa, ma la ragione sa di esistere e sorveglia i propri passi. L’emozione fornisce il corredo delle proprie forze, che i processi mentali si occupano di sfruttare. Ecco nuovamente un fattore importante che contribuisce a rendere meno suggestivo l’appello del 2° Grado di quello del primo, sebbene l’esortazione allo «sforzo ripetuto» e alla «instancabile attività» sia pronunciata nel 1° Grado non tutti i Compagni l’assimilano nell’espressione della propria vita. Per qualunque Massone onesto, dovrebbe esistere l’intenso sforzo di comprendere chiaramente le verità psicologiche concernenti la mente o le emozioni, per riuscire a possedere gli adatti requisiti a divenire un «fedele Artigiano» ed avanzare di un gradino nel suo progresso personale sviluppando le sue facoltà mentali. Durante il 1° Grado si da importanza alla necessità di uno sforzo costante, unica maniera di controllo e di vittoria sull’emozione. Quindi, in tale prima sezione, il lavoro dell’Apprendista riguarda la sua natura, sì che egli possa prepararsi ad una più vasta e complessa vita mentale nel 2° Grado, ove potrà apprendere i nascosti misteri della vita e della scienza. Ma prima di ciò la purificazione morale è indispensabile. La saggezza non può appartenere all’impuro. Perciò la pietra angolare della Massoneria è la virtù, senza di cui la tremenda potenza conferita dallo sviluppo della mente diviene distruttiva. È interessante soffermarci sull’insistenza all’azione che il Rituale del 2° Grado ribadisce continuamente, Nel 1° Grado, infatti, si ribadisce l’importanza dell’«Opera. sulla Squadra», mentre. l’invocazione successiva spinge l’Apprendista a continuare il lavoro già iniziato. Nel suo giuramento egli si impegna non solo a mantenere i principi della virtù inculcati nel 1° Grado, ma ad operare come un onesto e fedele artigiano. Spesso l’assenza di ingiunzioni dopo il suo giuramento da parte del 1° Sorvegliante alla Investitura indica all’intuitivo che egli deve scoprire da se la chiave di conoscenza. Non gli è rivelato null’altro, ma è semplicemente lasciato libero di rintracciare c seguire una personale linea di condotta. Il Maestro Venerabile inoltre aggiunge che adesso ci si attende che egli si dedichi allo studio della scienza, per prepararsi a adempiere i nuovi doveri che incombono sudi lui, ed ecco ripetersi il medesimo tema d’azione solida, tenace, definita. Perciò, l’intero Rituale del 2° Grado non lascia nessun dubbio possibile sulla necessità, da parte del candidato, di dedicarsi alle attività esteriori. Il dovere dello sviluppo delle qualità mentali, che può essere raggiunto solo per mezzo del duro lavoro, è allora perfettamente chiaro ed obbligatorio per l’artigiano, altrimenti egli

di analizzare l’etimologia della parola scienza; essa deriva dal latino «scire», atto del conoscere e non frutto di esso. L’atto del conoscere è l’esercizio della coscienza. Proseguendo nell’analisi scopriremo le ragioni profonde della psicologia e vedremo che lo studio della coscienza è quanto certamente si esprime nel 2° Grado. Tornando a risolvere l’intera vita nei suoi tre termini primitivi noi ritroviamo il Sé, il non Sé, e la relazione tra i due. Tale relazione è la coscienza: costante gioco tra azione e reazione, desiderio e repulsione, e così via. Riveliamo ora apertamente che i tre gradi della Massoneria si riferiscono innanzitutto a questi tre fattori della vita. Nel 1° Grado lavoriamo per scindere il Sé dal non Sé e per collocarli a loro giusto posto. Si ordina all’ Apprendista di stabilire il vero rapporto fra lui ed il proprio fratello, di praticare le virtù domestiche e sociali e così via. In tal modo ricercando l’armonia con il proprio ambiente egli diviene virtuoso, onesto e morale. Ha raggiunto una certa comprensione dei tre fattori: di lui, del mondo fuori di lui e della relazione con questo mondo. Nel 2° Grado il processo è portato avanti. Egli deve iniziare uno studio dettagliato, esatto, preciso dell’esistenza. Più tardi, quando avrà acquisito un certo grado di autocoscienza, quando avrà sviluppato una virtù pratica e viva, apprendendo ancora determinati elementi della vera arte di vita, sarà pronto per l’ultimo stadio del suo compito: iniziare a conoscere se stesso. Nel 3° Grado gli sarà insegnato ad immergersi nei regni della pura coscienza, dell’Io, abolendo ogni forma esterna, persino il proprio corpo; egli dovrà realizzarsi come Puro Spirito ed imparare che sopravvivrà alla morte del corpo e che perfino la propria individualità svanirà quando sarà divenuto Maestro Massone. Nella semplice frase che abbiamo analizzato: « I celati misteri della natura e della scienza » abbiamo scoperto un valore profondo di significati ed una guida pratica per il Compagno, nel sentiero che si innalza al raggiungimento della sua piena struttura massonica e alla realizzazione dell’ Adepto. Esaminato nell’insieme il 2° Grado è un appello alla mente individuale del Massone il quale, durante lo stato di Apprendista, ha lavorato di costante sulla sua natura morale ed emotiva. L’intenzione della Cerimonia del 2° Grado è di illustrare al candidato il vasto schema del campo conoscitivo al fine di dirigerne il temperamento e l’abilità al beneficio comune dell’umanità. È lasciata alla sua scelta la facoltà di intraprendere il sentiero in modo autonomo e libero e lavorarvi come un efficace e fedele artigiano; da lui però deve nascere l’iniziativa, la decisione. Lo scopo della Massoneria non è di creare degli automi che obbediscano ciecamente, ma un intelligente operaio, capace di scegliere da solo quella frazione dell’immenso lavoro della costruzione del Tempio che spetta a lui. Difatti ogni Artigiano è un’unica nota individuale, mai emersa prima, marcata da un colore proprio. In tale concetto risiede l’essenza del 2° Grado, la vera chiave del suo messaggio. Sino a quando il Massone non ha creato una sua forte, autosufficiente individualità, unica cd integrale, egli non è ancora idoneo a pretendere il suo vero posto come operaio nell’armata dei costruttori. Vi è un interessante parallelo tra il 1° ed il 2° Grado che offre un mirabile esempio circa la ricorrenza di certi terni fondamentali nella Massoneria, scoperta a differenti livelli ed espressa nei termini della scala evolutiva nella quale si sta lavorando. Così nel grado di Apprendista vediamo un’accentuazione della libera volontà del candidato. Gli è chiesto se è libero, se viene di sua spontanea scelta, se non è influenzato da nessuno al di fuori della sua natura. Poi, giusto prima del giuramento, lo si informa ancora che la Massoneria è libera e domanda

un’espressione di perfetta libertà da parte di ogni candidato ai suoi misteri, Nel 1° Grado il fatto è della massima importanza: non dovrà sussistere nessuna coercizione su di lui, ma una propria iniziativa spontanea. Nel 2° Grado la libertà è anche accentuata, ma meno direttamente. Nel grado di Compagno l’autonomia è una scelta mentale, piuttosto che emotiva: un’espressione di giudizio, piuttosto che di sentimento. Al di là d’ogni indicazione il Candidato deve seguire il sentiero che desidera; nessun suggerimento è offerto. Egli solo può decidere la linea che vuole seguire. Frattanto egli è giunto così lontano che può trovare, se ne ha i requisiti, la sua segreta individualità, quel nome celato scritto nel proprio cuore che nessuno, se non lui, può leggere. Piena iniziativa: ecco la suprema lezione del Grado di Compagno. II compito non è per nulla facile, particolarmente perché il Compagno in tale stadio non ha raggiunto il Centro, « non ha rintracciato il “Sé” ». Ciò nonostante la scelta deve essere fatta, ogni omissione, in tale senso, lo farà annientare dalle circostanze ce spingere da ogni cambiamento di vento; la sua vita diverrà oscura ed egli perderà di vista quello stretto sentiero che può condurlo alla meta. Una delle maggiori difficoltà che l’artigiano deve affrontare è di rimanere del tutto solo mentre fa la sua scelta; cosa difficilissima perché apparentemente egli si sentirà lontano dai suoi Fratelli, cosa che durante il 1° Grado non sussisteva. Difatti il senso della Fratellanza e dell’unione era grandemente sviluppato e forti legami d’affetto lo legavano ai suoi Fratelli Massoni. Nondimeno, quando egli stesso diventa Compagno deve apparentemente ignorare quei potenti legami che non possono, per ora, aiutarlo nel problema. Due principi determinano i limiti entro i quali la sua scelta può esercitarsi, la propria individualità non dovrà intervenire o ferire i diritti altrui, egli deve « osservare quei principi inculcati dal 1° Grado ». Nulla di ciò che fu appreso prima del nuovo stadio, deve essere dimenticato. Inoltre egli dovrà osservare le leggi del 2° Grado, tanto vivamente simbolizzate negli strumenti di Lavoro che sono la squadra ed il filo a piombo. Infatti, la squadra è la base della geometria, il principio della conoscenza e la riga della condotta massonica, mentre il filo a piombo è l’espressione della più fondamentale legge fisica di natura, la legge di gravità; prima caratteristica della materia. Perciò le leggi dell’etica, fuse a quelle della natura, sono raccomandate al Compagno quali principi guida che egli dovrà tenere sempre in mente allorché si manifesta come artigiano del creato. Abbiamo, quindi, studiato alcune delle ragioni per cui l’appello del 2° Grado è necessariamente diverso da quello del 1°, il cui messaggio era purificazione, quale passo necessario per l’acquisto e l’uso della conoscenza: In esso, è detto: « sii puro, cessa di fare il male ». La pronta risposta interna che l’appello ha la capacità di risvegliare, indica un’essenziale bontà del cuore umano ed è all’origine della condiscendenza alla bugia dell’alterata dottrina del « peccato originale ». Il messaggio del 2° Grado, d’altro canto, tratta dell’abilità lavorativa che è possibile solo a coloro che hanno acquisito la Conoscenza; il suo ammonimento è: « cerca il sapere, impara a fare il bene ». Relativamente parlando la conquista della virtù è meno difficile dell’allenamento e dell’educazione mentale; difatti eliminare la traccia dell’odio non è compito impossibile c, una volta riuscito, l’amore si irradia naturalmente c rapidamente. Ed una vita di perfetta virtù è attuabile nel concreto. Il regno della conoscenza però non ha orizzonti limitati; ad esso sembra non esista fine. Agli occhi dell’intelletto l’esistenza è composta di rami, le cui radici affondano in un abisso vasto di nostra ignoranza, che deve essere attraversato prima che si possano penetrare i nascosti misteri della natura e della scienza. Lo sforzo di guadagnare informazioni sufficienti a metterci in grado di superare con saggezza ogni

problema della vita giornaliera è perciò più intenso della lineare perfezione della virtù e della morale. Inoltre l’espressione di un’armonia interna ci offre, in buona misura, un aiuto che ci associa a coloro che percorrono il medesimo sentiero. La natura dell’intelletto è però più individualistica ed affronta comunemente i problemi da sola e senza aiuto. L’intero insegnamento del 2° Grado conduce all’idea centrale dell’individualità. Ogni artigiano deve divenire padrone della sua Arte, insistendo su se medesimo e mai, come diceva Emerson, imitando. Solo quando è divenuto uno stabile Ego, fermamente immerso nella forza della propria arte, egli potrà dirsi pronto alla suprema prova che lo attende nel grado di Maestro Massone.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARTHUR EDWARD POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

L’INVESTITURA

L’INVESTITURA

Uno dei passi più commoventi dell’intero Rituale è indiscutibilmente il discorso che il Primo Sorvegliante rivolge durante l’investitura del 1° Grado. L’avvenimento, così ricco di pathos e di importanza per il neo iniziato Apprendista, si accompagna con parole, la cui bellezza spicca su ogni realtà, scelte, appunto, per far nascere visioni ricche di intense forze emozionali, storiche, mistiche ed artistiche”. Il punto culminante della cerimonia iniziatica avviene quando gli è data la decorazione (il grembiule) ed il nuovo Fratello è dichiarato finalmente Massone. Simbolicamente nel corso dell’iniziazione egli ha attraversato molti pericoli, prove e difficoltà e dopo aver percorso l’intero tratto del sentiero con successo egli entra nella Loggia e trova la luce. Viene quindi ricevuto come un membro dell’Antica ed Onorevole Confraternita, accettato e salutato come un Fratello e legato ad essa con un sacro giuramento. Segni segreti, un guanto ed una parola gli vengono dati e gli si dice che quei simboli gli permetteranno di farsi riconoscere in tutto il mondo dai suoi nuovi Fratelli. Poi finalmente il sigillo: è il segno esterno di un Massone ed egli esce completamente investito. Forte, lo immaginiamo, è l’interna vibrazione romantica di ogni acceso candidato che giunge a sentire un brivido che gli tocca il profondo del cuore quando ascolta le splendide parole dell’ufficiale che lo investe: l’Aquila Romana, il Vello d’Oro, l’Ordine della Giarrettiera. Esistono nella lingua corrente altre frasi così ricche dell’aroma storico delle glorie del passato, delle incancellabili aspirazioni dei mistici e dei profeti di ogni tempo, del romanticismo proprio alla cavalleria ed ai cavalieri, degli onori conferiti ai grandi della Corte? Il calpestio delle potenti legioni di Roma, la pompa dei loro vessilli, lo spirito fantastico dei guerrieri di una volta, indomabili, che cavalcano per tutto il mondo affrontando e superando qualsiasi difficoltà, privazioni e pericoli nelle loro tremende ricerche; gli splendori dei cortei regali, dei troni, e gli onori al merito, ecco alcune delle immagini che si susseguono alla mente in quei pochi, indimenticabili momenti della cerimonia investitrice. È quindi vero che l’Apprendista ha ragione sentendosi, in tali istanti, fiero come chi possiede i più grandi doni del mondo. Gli è appunto detto che il mondo non ha nulla di più bello e di più grande da offrirgli al di là del significato di questa prima, semplice decorazione. Da tempi immemorabili essa è stata conferita a coloro che hanno il cuore puro, a tutti i veri Massoni. Il nuovo Fratello perciò si sente unito a coloro che lo hanno preceduto, all’intero arco dei tempi passati e la visione interna scorre sulla scala massonica, grado per grado, attraverso i secoli. «Mai essere disonorati». Potrà esistere a tal punto qualche Apprendista che non sperimenti un supremo desiderio di allontanare per sempre da lui tutto quanto macchierebbe questa candida, immacolata decorazione? «La decorazione dell’innocenza» sicuramente gli ricorderà di continuo, l’innocenza dell’infanzia. «Il nastro dell’amicizia» senz’altro egli lo porterà sempre con ardore; prima di indossare la decorazione, sotto l’implicito comando del Maestro Venerabile egli giura di ripudiare ogni pensiero di odio di modo che tutti, nella Loggia, siano veri. Immensa come vedete è la ricchezza del contenuto di queste brevi (frasi. Ognuna racchiude uno stadio della vita ed un ideale. Il vessillo del soldato, lo scrigno spirituale del devoto, l’onore dell’uomo di stato, l’innocenza del fanciullo, il cameratismo dell’uomo. L’intero avvenimento e un gioiello ritualistico, una trionfante realizzazione d’arte; il punto culminante, adatto ad una splendida cerimonia. Spesso viene posta la domanda – molto naturale e giusta – del perché sia il primo Sorvegliante l’ufficiale dell’investitura e non il Maestro Venerabile stesso. Il punto è di considerevole importanza, tanto per il generale aspetto filosofico, quanto dal punto di vista individuale e sarà interessante studiarlo. Allora per apprezzare a fondo il nostro problema e per comprendere del tutto il significato di questo aspetto della cerimonia sarà prima necessario esaminare con cura l’esatta relazione fra il Maestro Venerabile ed il 1° Sorvegliante. Per quanto riguarda la loro posizione fisica, nella Loggia, essi si trovano uno di fronte all’altro; il primo guarda ad oriente, l’altro ad occidente, vale a dire, uno si rivolge alla luce, l’altro in direzione opposta, perciò essi rappresentano i due poli attraverso i quali viene filato il tessuto della vita. Essi sono il Sé ed il non Sé, l’Io ed il non Io, l’Uno ed il suo riflesso; spirito e materia, vita e forma, anima e corpo. Il Maestro Venerabile rappresenta la Luce, il Sole che spunta, l’alba, il mattino. Il 1° Sorvegliante è l’oscurità, il Sole che tramonta, la sera. Uno è il principio mentre l’altro è la fine. Uno apre il giorno, l’altro lo chiude ed annunzia la notte. Il Maestro Venerabile è la vita infinita che scaturisce, che illumina e dona la saggezza. Il 1° Sorvegliante riflette ogni cosa e la distribuisce. Il Maestro Venerabile è il centro, il 1° Sorvegliante è la circonferenza. Il Maestro Venerabile è l’interno, il 1° Sorvegliante è l’esterno. Ora il grembiule, la decorazione del Massone, è indossato sugli altri vestiti: esso rappresenta il segno esteriore e visivo di un membro dell’ordine, il riflesso della vera natura dell’uomo interno. Il grembiule in se medesimo non è l’intima realtà, non è purezza, innocenza, o fratellanza, ma piuttosto un simbolo di tutte queste cose, una rappresentazione materiale e formale delle realtà spirituali. Ecco la ragione per cui la decorazione, che è un oggetto materiale, un’espressione simbolica, deve giustamente essere conferita dall’ufficiale che rappresenta le cose esteriori. Il Maestro Venerabile da la luce, la pura, bianca luce della verità e dell’illuminazione, ma il 1° Sorvegliante porge l’involucro per contenerla. Il Maestro Venerabile comunica i simboli e rivela la parola, ma il 1° Sorvegliante conferisce le oggettivazioni manifeste che inquadrano il possesso definitivo di tali simboli nella personalità dell’Apprendista. La vita deriva dal Maestro Venerabile, la forma dal 1° Sorvegliante. Il Maestro Venerabile prepara il cuore, il 1° Sorvegliante riveste il corpo. Il Maestro Venerabile tocca la sostanza animica del candidato, il 1° Sorvegliante conferisce la struttura che rivela la vera natura di tale sostanza e che riesce ad esprimerla. Ora tocchiamo la questione da un angolo più individuale. Per l’individuo indossare la decorazione segna uno stadio definitivo della sua vita, un passo in avanti nel progresso della sua evoluzione, l’inserimento in un nuovo e più elevato livello d’espressione. Nessuno gli impone di entrare nella Massoneria se non lui medesimo. Liberamente e volontariamente, di sua iniziativa, spinto dalla voce intima del proprio io celato, che egli non conosce ancora a fondo, si offre candidato ai segreti ed ai misteri dell’antica Massoneria. Lui solo deve compiere il primo passo ed ogni successivo. Deve basare le sue azioni sulla propria energia poiché nessun uomo può vivere delle forze altrui. Altri possono indicare il sentiero, ma egli deve intraprenderlo. Il proprio Super ego, il Maestro Venerabile,  gli offre luce, ma un’interna volontà, una potenza personale devono sospingerlo verso quella e far sì che egli possa crearne dell’altra, per dividerla con i suoi Fratelli. Ecco la ragione per la quale il 1° Sorvegliante, che rappresenta la volontà individuale, da la decorazione all’ Apprendista sancendone la dinamica autonomia. L’avvenimento dell’investitura è perciò il più drammatico, il più profondamente commovente ed il più espressivo dell’intera cerimonia del 1° Grado. Ha un’impronta capace di incidersi sull’animo di tutti quelli che avvicinano la Massoneria senza essere mai più dimenticata. Dal punto di vista filosofico il grembiule del Massone rappresenta perfettamente il significato di un sacramento, segno esterno e visibile, di una grazia interna e spirituale. L’Apprendista ne comprende bene il significato, accetta e riconosce tale simbolo dl propria volontà, come impegno a calcare il sentiero della purificazione che va verso l’illuminazione e obbliga la sua personalità ad intraprendere il compito divino. Con sacro giuramento egli promette di andare avanti; mai più lui può tornare indietro salvo a rompere la sua parola d’onore. Il dado è tratto, il primo passo è compiuto, egli deve proseguire, avanti, fino a che non toccherà la luce verso cui ora il suo volto interno è diretto.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARTHUR EDWARD POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

GLI STRUMENTI DI LAVORO DEL I° GRADO

GLI STRUMENTI DI LAVORO DEL I° GRADO

La presentazione degli Strumenti di Lavoro di 1° Grado al neo iniziato Fratello suscita uno dei più vivi e piacevoli fattori di tutta la Cerimonia, mentre la loro descrizione è una delle più affascinanti dell’intero Rituale. Questi strumenti sono, per forza di cose, familiari a tutti benché forse pochi vi potranno avere associato dei significati più profondi di quelli indicati dal 2° Sorvegliante. Nella nostra interpretazione della Massoneria abbiamo una viva intenzione di sondare, nel loro più celato significato, i nostri simboli mettendoci così in grado di concatenare un significato spirituale ad oggetti ed azioni dei tutto ordinari. L’esercizio ci dimostrerà, gradualmente, che vi sono un significato spirituale ed uno materiale inseriti in ogni atto ed in ogni oggetto della nostra vita quotidiana. Non appena iniziamo a studiare e meditare sugli Utensili di Lavoro del 1 Grado ci rendiamo conto che essi non furono scelti a caso per formare la strumentalizzazione d’atto di un Massone. Al contrario, il loro significato filosofico e simbolico è talmente profondo che ci conduce nel vasto cuore delle più interne concezioni della vita. Prima di avanzare nell’analisi pensiamo sia interessante notare, per incidenza, i chiari rapporti che esistono tra i tre Strumenti di Lavoro del 1° Grado ed i tre Ufficiali della Loggia, Quindi, la Riga a 24 Pollici, usato per progettare e misurare il lavoro, corrisponde alla saggezza del Maestro Venerabile, che difatti, come governa, cosi pure ha da misurare. Il Maglietto, usato per battere dei colpi, rappresenta il 1° Sorvegliante, la cui caratteristica è la forza e la trasmissione di potere. Lo Scalpello sta per il 2° Sorvegliante, che rappresenta l’elemento della Bellezza”, cosi come lo Scalpello è lo strumento con il quale Massone forgia la pietra grezza estraendone le linee, le superfici, i fregi e tutto ciò che rende armonioso l’edificio. Eppure, se continuiamo ad approfondire l’analisi sul significato dei nostri Strumenti di Lavoro, ci sarà finalmente chiaro che essi rappresentano l’intera vita manifesta nei suoi tre aspetti di Conoscenza, Sentimento ed Attività. Il Super-ego, venendo in relazione con il sé inferiore, si esprime in tre modi: conosce, sente, agisce. Non v’è altra forma espressiva che ci sia nota poiché tutta la vita in espansione ricalca tale triplice ritmo. Ora, la saggezza deriva dall’osservazione, dalla misura ottenuta con l’uso, in un modo o nell’altro, della Riga a 24 Pollici. L’azione è il risultato della forza che mettiamo in opera con il Maglietto, mentre lo Scalpello rappresenta lo strumento con cui entriamo in diretto contatto e che ci permette di porre in simbiosi la nostra volontà con la materia del mondo esterno; da tale contatto nasce la coscienza. Perciò, possiamo dire che «conosciamo» o tramite la Riga a 24 Pollici, « sentiamo » con lo Scalpello ed « agiamo » col Maglietto. | Si noti che Powell assegna la Forza al Primo Sorvegliante e la Bellezza al Secondo Sorvegliante. In merito all’argomento esistono in Massoneria due posizioni contrastanti ove l’una sostiene che la Forza debba essere attribuita al Primo Sorvegliante e la Bellezza al Secondo, mentre l’altra sostiene il contrario. Nell’ultima edizione dei Rituali editi dal G. O. I. ha finito per prevalere la seconda delle due posizioni o, meglio, non si è ritenuto di dover modificare i precedenti rituali in uso (editi nel 1969) nei quali la Bellezza veniva già attribuita al Primo e la Forza al Secondo Sorvegliante laddove, in quelli precedenti tale data, esisteva la dizione, a nostro avviso più corretta: Forza al Primo Sorvegliante e Bellezza al Secondo. Proseguendo nel ragionamento ci rendiamo conto che in tutte le opere umane efficaci sono necessarie tre qualità: in primo luogo, il progetto, indi la forza che dobbiamo usare nel nostro compito, ed infine l’utensile con il quale eseguiamo lavoro. Con palese evidenza ecco che il queste tre qualità sono simbolizzale dai nostri tre Strumenti di Lavoro. Difatti, si progetta con la Riga a 24 Pollici, si applica l’energia con il Maglietto e si esegue il lavoro con lo Scalpello: oggetti che di riflesso si rivelano quali artefici di qualunque possibile varietà di strumenti, in ognuna delle tre classi. Esaminando più dettagliatamente i tre Strumenti di Lavoro noi studieremo prima la Riga a 24 Pollici, il più importante e significativo tra tutti gli altri per l’umanità. La funzione della Riga a 24 Pollici è, ovviamente, quelle di misurare la lunghezza: funzione base d’ogni altra in ogni dimensione della vita. come bene sanno gli studiosi. Non possediamo altre basi standard, né possiamo immaginarne. Ci è necessario misurare gli oggetti e comprenderli soltanto in base alle lunghezze. Ciò riguarda naturalmente non solo le linee, ma anche le superfici, i volumi, gli angoli, poiché tutte le unità che si esprimono così si misura sviluppano in fondo da una di lunghezza. Si può anche mutare la posizione di un oggetto, in relazione ad un altro, giocando sui termini di misura della lunghezza. E ancora, non solo gli oggetti, ma qualunque fenomeno e avvenimento nella natura, in ultima analisi, si può misurare e descrivere solo in un linguaggio di lunghezze. Così per esempio descriviamo la luce o il colore avvalendoci della lunghezza d’onda e lo stesso è per la velocità, il calore, il suono, l’elettricità. Il peso di un corpo che è semplicemente un altro modo per rifarci alla forza di gravità, tanto importante per il Massone, è descritto in unità di lunghezza. Ed ogni altra caratteristica della materia è esaminata nello stesso modo dall’umanità, si tratti della durezza, dell’elasticità, del calore specifico, della densità, dello spessore o altro. Medesimo principio che ritroviamo nell’analisi della velocità, del moto, sia di atomi o di molecole, di treni ferroviari, di pianeti, o di stelle, ed ancora quando entriamo in rapporto con la forza del muscolo del vapore, dell’elettricità, della energia interatomica 0 radioattiva. Ripetiamo che si tratta di un ben noto fatto scientifico la necessità di controllare il tempo solo nei termini di spazio, costretti come siamo a contrappuntarne il passaggio, registrando i fenomeni del movimento che dipendono dalla misura di lunghezza. Se codesti mezzi per misurare lo spazio fossero eliminati non potremmo percepire l’esistenza del tempo. Ecco quindi dimostrato che il tempo e lo spazio. la materia c la forza, ed ogni nota combinazione di tali elementi primari, sui quali l’intera nostra vita quotidiana si costruisce, si misurano, si conoscono e si comprendono tramite la dimensione della lunghezza e solo con la Riga a 24 Pollici. La base quindi dell’intera conoscenza o saggezza risiede nell’uso della Riga. Principio che si applica ad ogni ramo dell’esperienza umana, persino nell’arte, nella religione, nella filosofia. Dove cessa la misura incominciano le supposizioni e l’ignoranza. La nostra conoscenza è legata alla nostra abilità di misurare, sia che trattiamo il problema del peso di una pietra, o quello del valore spirituale di un’idea. Esiste ancora un altro campo per l’uso della Riga a 24 Pollici. Essa è necessariamente il più importante Strumento del Massone da che la Riga a 24 Pollici fu applicata per la prima volta. L’intera utilità nel lavoro risiede nell’applicazione degli utensili in giusta sincronia c ciò può essere accertato solo con la Riga. Essi se non sono applicati al giusto posto, si rivelano come elementi di distruzione. E l’intera forza, con l’arte del vivere, sono legate all’esatta strumentalizzazione delle facoltà interne, nostri elementi di lavoro. La ragione per cui la Riga a 24 Pollici è il primo Strumento che è posto nelle mani dell’apprendista è quindi sufficientemente chiarita. L’analisi della natura e dello scopo della Riga a 24 Pollici rivela il meraviglioso valore simbolico che è espresso dai segni adoperati dalla Massoneria e lo studio preliminare del 1° strumento di Lavoro che incontriamo nella iniziale carriera Massonica preparerà il sentiero mentale alla comprensione degli altri Utensili di questo Grado, il Maglietto e lo Scalpello che iniziamo a studiare ora principiando col Maglietto. Abbiamo già detto che il Maglietto esiste per rappresentare la forza; essendo un oggetto che batte colpi, il più semplice ed elementare metodo per convogliare l’energia, esso è il simbolo di tutte le forme di potenza, fisica, morale, mentale e spirituale. Il fatto si chiarisce durante la spiegazione dei significati degli Strumenti di Lavoro del 1° Grado ove, contemporaneamente, il Maglietto è presentato quale simbolo, tanto del lavoro manuale, quanto della parte più alta della natura dell’uomo, la sua coscienza. Ora, l’intera vita dell’uomo è una continua trasformazione della materia. Fatto che riguarda sia le più alte forme dell’attività spirituale filosofica, sia quelle più manuali e meccaniche. Ogni espressione vitale, in definitiva, si risolve nel movimento e per quanto riguarda la sostanza della terra ed ogni cosa che fabbrichiamo con essa e per il fine materiale con cui sono formate le menti umane, o la sostanza delle anime, o la sostanza medesima dei sogni. In definitiva l’ascendente che l’uomo ha sugli avvenimenti risiede nel suo potere di rimuovere la materia e gli oggetti che la compongono. Il Maglietto è il 1° Strumento che l’uomo ha inventato per poter dominare la materia, quando l’antico individuo forgiò il suo grezzo Maglietto stringeva saldamente con la mano un pezzo di roccia, fondò una nuova era, l’era degli utensili, l’era in cui si sarebbe usato qualcosa di diverso dal proprio corpo per raggiungere lo scopo. Tale passo fu così importante e potente nell’evoluzione che alcuni scienziati hanno definito l’uomo un animale che riesce a costruirsi oggetti con cui lavorare. Se traduciamo ciò nei termini della psicologia massonica, si potrà dire che l’uomo era già una creatura con la capacità innata di impugnare un martello ed eseguire tutto ciò che l’atto comportava. Il fatto che l’uomo osasse farlo si rivelava tremendamente importante: fu il risveglio della coscienza del potere che rischiarò la sua divinità latente. Tuttora, come sappiamo, il Maestro della Loggia è uomo con il martello in mano, simbolo del diritto di governare la sua Loggia. Se ci è permessa una disgressione, nel campo della scienza attuale potremmo affermare che sarebbe molto interessante seguire dalla trasmissione di un urto iniziale la nascita di tutti i fenomeni, di tutte le attività degli uomini e delle macchine. Le forze della natura consistono in colpi di varia specie. La luce, in determinati impulsi, nascenti nell’etere e tra i corpuscoli; lo stesso vediamo nel suono. nell’elettricità, nel magnetismo e, con ogni probabilità, nelle affinità chimiche e nella gravitazione. Il fenomeno del vento consiste in particelle dell’aria che colpiscono altre particelle. La musica degli alberi è il frusciare dei rami l’uno contro l’altro. I fiori ed i tronchi s’aprono la strada creando un attrito nell’interno della terra; le onde del mare spumano contro la costa, le frazioni dell’acqua spingono il fiume giù verso l’oceano. Ovunque noi ci volgiamo e qualunque fenomeno osserviamo le particelle della materia si urtano a vicenda e si sospingono incessantemente. La natura tiene un Maglietto in ognuna delle sue miriadi di mani. Anche le macchine costruite dall’uomo non sono che Maglietti glorificati, poiché ognuna di esse agisce e si basa sulla trasmissione dei colpi. Egli accende il fuoco per alimentarlo con il combustibile e intensificare il calore ed il gas; fa nascere il vapore che mette in azione il pistone ed ogni altro meccanismo della locomotiva o della macchina, che spinge ogni veicolo trainato dove la volontà individuale si dirige. Egli crea i campi magnetici e genera l’elettricità, servendosene questa ultima si espande nell’etere e così ne trasmette la voce ed il messaggio intorno alla terra. Alle origini storiche. Negli stadi primitivi l’uomo è il proprio Maglietto poiché usa la forza dei suoi muscoli; ma con lo sviluppo evolutivo della mente egli strappa i Maglietti alla natura e le ordina di eseguire i propri comandi. La natura inferiore medesima diventa il suo Maglietto. Abbiamo studiato quindi la prima lezione sul Maglietto; lezione di forza, forza di muscolo, di sentimento, di emozione, di intelligenza, di spiritualità. Non vi è limite a tale forza perché nel nostro intimo risiede un riflesso del G.A.D.U. ce la Sua forza, come studiammo durante l’ Apertura, è onnipotente. Adesso iniziamo a considerare, invece, lo Scalpello. La qualità dello Scalpello è la sua potenza di taglio, la capacità di aprirsi la via attraverso la materia. Per adempiere bene le sue funzioni esso ha bisogno di un orlo bene affilato che lo renderà capace di ricevere e trasmettere la forza applicata dal martello. Nella maggior parte delle arti, dei mestieri e delle industrie si adoperano differenti arnesi per il taglio ed un attento esame. su di essi rivelerà che sono tutti basati sul comune principio dello scalpello, ne sono modificazione ed applicazione in un modo o nell’altro. Ad esempio consideriamo l’arte della lavorazione del legno, del metallo o della pietra. Noi vedremo che per forgiare questi materiali vi è un gran numero di scalpelli, di varia grandezza, sistemati in telai, e trapani, tortiglioni, punte per smussare, per forare, per incidere, tramite l’orlo affilato dello scalpello. Qualunque tipo di lima o di sega è ancora composto di numerosi Scalpelli, essendo ogni loro dente un piccolo scalpello. L’agricoltore utilizza una variante dello scalpello formata da un vomere, un erpice o una zappa, mentre le falci, le fiennaie, le macchine per tagliare l’erba, c così via sono con forte evidenza tutti scalpelli per i suoi particolari fabbisogni. Per gli operai nelle fabbriche le piccole e grandi forbici sono pure, degli scalpelli fissati assieme, in coppia. Persino le diverse forme di macine, basi a molti mestieri, agiscono sul principio dello scalpello perché le minuscole parti della pietra rappresentano ognuna un sottile strumento che raspa o taglia un frammento del materiale da esse premuto. Senza estendere la lista aggiungiamo che ognuno delle molte migliaia di strumenti da taglio che l’uomo adopera è uno scalpello dal particolare stile e forma, secondo l’esatta natura del lavoro che deve eseguire. Nelle dimensioni morali e mentali s’intuisce con chiarezza l’applicazione del principio dell’utensile. Proprio come lo Scalpello del Massone attivo deve essere di materiale integro, ben temperato, con un orlo affilato e capace di ricevere e trasmettere la forza assorbita del manico, così il Massone speculativo deve possedere le qualità morali, le facoltà mentali e le forze spirituali con le caratteristiche corrispondenti. L’uomo può estendere la propria azione solo nei limiti del mondo circostante, tramite le facoltà proprie alla sua natura; e la loro struttura ha bisogno, quindi, di mostrarsi sana: sentimenti generosi e gentili, una mente ben equipaggiata cd allenata e una profonda e pura natura spirituale. Ogni atto che egli dovrà eseguire vedrà le sue forze allineate e concentrate per il compito che gli sta davanti: senza concentrazione l’energia è dispersa ed il successo è impossibile. Egli deve dominare il sentiero attraverso le difficoltà della vita mai permettendo a se medesimo una distrazione che lo distacchi dalla meta. Moralmente non deve perdere la stretta guida della virtù. Mentalmente il controllo interno non deve lasciare il nord, ma persistere, attraverso la falsità e le apparenze, allontanando gli interessi non essenziali e concentrandosi su quelli essenziali. Per quanto riguarda lo spirito, il Massone abbisogna di vera e zelante conoscenza in modo da poter penetrare sino nel cuore delle cose e scorgere l’invisibile dietro il velo del visibile. Inoltre, le forze dell’uomo dovranno saper dominare le difficoltà, gli impedimenti, le delusioni e i fallimenti, Ecco dove il vero temperamento e la qualità della resistenza da lui acquisiti sono provati. Qualche volta egli crolla sotto la tensione, come il bordo di un utensile salta; talvolta non porta a fine i suoi propositi, come la punta di uno scalpello può essere troncata. La natura dell’uomo può cedere, essere annientata, proprio come il materiale di un utensile mal costruito; oppure può reggere il lavoro senza deviazione, onestamente, con perfetta elasticità, simile all’acciaio ben temprato. Dopo avere studiato i tre Strumenti di Lavoro, separatamente e nei dettagli, confrontiamone le soluzioni. Non possiamo fare a meno allora di essere colpiti da delle radicali e fondamentali differenze tra la Riga a 24 Pollici, il Maglietto e lo Scalpello. La prima è sostanzialmente statica, i secondi dinamici. L’una indica la via, gli altri lavorano lungo di essa. La Riga a 24 Pollici può venire usata solo quando è tenuta rigidamente ferma, gli altri due hanno bisogno del movimento. Lo Scalpello è rigido, inflessibile, determinato nei suoi colpi. La Riga è del tutto impersonale, mentre nel Maglietto e nello Scalpello vi è una carica di personalità derivante dall’operaio individuale. Il senso ed il significato di tutto ciò è chiaro all’Apprendista. Nell’esistenza notiamo un avvicendamento continuo delle due polarità: spirito e materia. | principi della vita sono fissi, appunto come le applicazioni degli stessi nel lavoro pratico risultano elastiche. Le idee impersonali dovrebbero individuare e dirigere le energie personali. E proprio come ogni colpo del Maglietto sullo Scalpello è diretto a tagliare la pietra seguendo le misure segnate dalla Riga a 24 Pollici, così le azioni del Massone dovrebbero essere controllate dalla guida della sua mente superiore. In ogni attività che spicca dall’intelletto è gioco forza, in primo luogo, la progettazione e tale compito può essere eseguito soltanto dalla mente analitica per raggiungere coerentemente la realizzazione della meta voluta. Ecco, quindi, dimostrato come i tre Strumenti di Lavoro del primo grado rappresentino la triplice natura dell’uomo o, almeno, la sua triplice natura esteriore, vale a dire: il corpo, i sentimenti e l’intelletto. Ciò che differenzia l’individuo dagli animali è la mente, la sua forza di progettare; in una parola, la sua capacità di maneggiare la Riga a 24 Pollici. Difatti, la Riga a 24 Pollici è necessariamente e sempre il primo e più importante strumento di lavoro di ogni Massone operativo che ne determini gli atti; in ciò simboleggiando la mente dell’uomo, elemento di suprema importanza, dal cui corretto uso nasce ogni spirituale virilità. La funzione dell’intelligenza è di comandare: i desideri ed il corpo debbono obbedire. Lo studio accurato sul significato del Maglietto e dello Scalpello, considerati come una coppia unita di utensili usati assieme, assumerebbe un maggior significato per la simbologia massonica ma, abbordare simile intensificazione dell’argomento ci porterebbe ad un grado più alto. Lasciamo l’Apprendista studiare, pazientemente e con perseveranza, la sua natura; lasciamo che egli individualizzi e controlli i tre elementi del suo sé esteriore: corpo, emozioni, mente. Infine insegniamogli a vedere nella Massoneria una rappresentazione simbolica dell’intera energia universale che egli deve apprendere a controllare e dirigere; energia che rappresenta un frammento individualizzato dell’Eternità. Nello Scalpello sono rappresentate tutte quelle sue facoltà che deve sviluppare, allenare e finemente temperare per i propositi del lavoro che gli sta davanti: la costruzione del Sacro Tempio. La Riga a 24 Pollici è la sua virilità, la ragione, che gli permette di diventare Maestro del proprio io e controllare e dirigere ogni cosa ad un unico grande fine: il servizio dell’uomo e la gloria del G. A. D. U. E meditando su tutto ciò, egli perfeziona le proprie facoltà affinché la sua forza possa adempiere, con bellezza artistica, gli ordini della mente; egli potrà così scoprire i segreti della sua individualità, rivelati dall’orlo dello Scalpello, i quali lo metteranno in grado di compiere quel semplice, unico segno, che gli appartiene per diritto di nascita e che nessun altro, al di fuori di lui, può fare.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARTHUR EDWARD  POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

L’APERTURA DELLA LOGGIA NEL PRIMO GRADO

L’APERTURA DELLA LOGGIA NEL PRIMO GRADO

Al pensoso ed all’immaginativo una delle caratteristiche più emozionanti del rituale Massonico è il metodo cerimoniale, tramite cui frasi semplici e ripetute in un modo familiare collocano idee nuove nelle menti e permettono a queste di scorgere il Reale Sentiero, percependolo attraverso le parole quasi fossero porte che introducono in un mondo quadrimensionale; un mondo spazioso, fremente di miracoli, di misteri e di realtà superiori. Forse genericamente è stata dedicata più ingenuità ad immaginare ed interpretare le frasi della cerimonia dell’apertura che a qualunque altra parte del Rituale. L’impressione che queste domande e risposte trasmettono — un’impressione, la cui abitudine ad essa rivela sempre nuovi significati – è che grandi cose si vanno preparando, che forze potenti sono invitate ad intervenire, che segreti celati sono sul punto di venir scoperti e importanti azioni intraprese. La primissima frase – che, fatto molto indicativo, consiste di sette parole – afferra immediatamente l’attenzione quasi fosse uno squillo di tromba, poiché rivela nella sua più esterna struttura uno schizzo di introduzione alle fondamenta della Massoneria: «Fratelli vogliatemi assistere nell’apertura della Loggia». È l’appello del Maestro, lo scelto ed accettato condottiero, il rappresentante del Supremo: esso afferma la fratellanza, invita alla cooperazione, annunzia il varo di un’attività che sarà permessa con l’apertura o la vita della Loggia. Attività che deve essere compiuta da quell’organismo integrale del quale ogni Fratello è parte. Tra i molti modi che sono stati interpretati, circa il significato dell’apertura, noi proponiamo di sceglierne solo uno: quello del «microcosmo» o uomo individuale e Massone. Ci sforzeremo di mettere in relazione ciascun’Ufficiale e Fratello a qualche ben definito elemento della struttura psicologica umana e di estrarre da ciascuna frase della Cerimonia d’Apertura un significato che investe determinate forze e facoltà umane, di modo che ci si possa preparare ad intraprendere qualunque azione. Se riusciremo ad eseguire fedelmente tale nostro compito scopriremo che non solo vi è una relazione netta e riconoscibile tra ogni Ufficiale di Loggia e gli elementi che costituiscono il complesso della natura dell’uomo e che possiamo descrivere come corpo, anima e spirito, ma che ogni parola della cerimonia è concepita in modo tale per cui il Massone, prima di iniziare qualunque impresa, può facilmente concentrarsi, proiettare le suc forze nell’intervento, eseguire il suo lavoro con l’armonia di un abile artigiano. Il sistema è così perfettamente delineato da potersi applicare a qualunque atto individuale, grande o piccolo, sia esso il governo di un regno, ad esempio, o lo scrivere una lettera, l’aiuto ad un amico, o la soluzione di un problema; il tenere una conferenza, il fare una conversazione, il disporre il lavoro giornaliero, per un’ora 0 per un momento. In alcune Logge sono seguite preliminari cerimonie, quale l’entrata nel Tempio in processione e l’accensione delle candele. Considereremo allora le suddette abitudini un ripiegarci lontani dalle occupazioni del mondo esterno, un plasmare una ben definita atmosfera o condizione spirituale da cui le pubbliche abitudini delle occupazioni sociali. sono escluse. Ci viene allora la suggestione dell’inesauribile serbatoio di forza spirituale da cui, se vogliamo, possiamo avere una Saggezza infinita, una Forza onnipotente ed il riflusso della Bellezza che risplende attraverso l’intero universo. Ma per una più completa presentazione della nostra tesi ci vediamo obbligati a consultare la scienza psicologica dell’oriente, poiché in essa rintracciamo una ben più vasta e definita analisi della costruzione psicologica umana. Senza aiuto e senza appoggio la psicologia occidentale – sebbene stia avvicinandosi rapidamente alla più antica cd elaborata classificazione dell’oriente – non è ancora del tutto definita per corrispondere allo scopo che ci necessita. Quindi adopereremo un’analisi buddista e indù che, oggidì, è divenuta familiare in occidente, dando anche i termini in sanscrito, per il beneficio di quegli studiosi che si sono abituati al loro uso. Possiamo mettere in tabella le nostre corrispondenze come segue:

 Ufficiali                              Occidentali                     Orientali

M. V.                                   Saggezza                           Buddhi

1° Sorv.                           Forza e Volontà                     Atmà

 2°Sorv.                       Bellezza o Mente creativa     Manas Superiore                                                                                      

1° Diacono                   Religione o Intelligenza        Manas Inferiore

2° Diacono                    Desiderio o Sentimento               Kama

Copr. Int.                 Vitalità fisica o Cervello    Pràna (Lingha Sharîra) Copr, Est.                       Corpo fisico                     Sthùlu Sharîra

ExM.V.               Saggezza Maturata                                                                                                                                                                         Karana Sharîra

 È importante notare che l’essenziale differenza tra V’Ex Maestro Venerabile c gli altri ufficiali di Loggia sta nel fatto che i primi rappresentano la qualità completa e realizzata, mentre l’ultimo la potenzialità. L’ex Maestro Venerabile sta per ciò che l’uomo ha fatto, gli altri ufficiali per quanto può fare. Associamo ed esaminiamo ora, a turno, ogni domanda e risposta della Cerimonia d’Apertura. Già abbiamo constatato che le parole del Maestro Venerabile « Fratelli, vogliatemi assistere nell’apertura della Loggia » sono un invito del Maestro di Saggezza a tutte le forze e le facoltà che l’uomo possiede in modo che lo assistano nel compito che si accinge a adempiere. Il Maestro si rivolge poi alla mente come organismo che crea, che scopre vie e mezzi c chiede qual è il primo dovere del Massone; in risposta gli viene affermato che tale primo dovere è di assicurarsi che il Tempio sia coperto. Il Maestro allora invita la mente a mettere in pratica tale compito; la mente passa l’ordine al cervello che. dopo aver accertato che il corpo fisico è «al proprio posto», risponde in conformità. Volumi interi si possono scrivere sul lavoro del Copritore, la funzione del quale è indicata come primo, costante dovere d’ogni Loggia attraverso l’Arte Muratoria. Ogni aspetto della suddetta funzione riguarda strettamente la segretezza. Ora come ora, lasciamola da parte e limitiamoci a descrivere i compiti della Guardia Esterna che rappresenta il corpo fisico. Elenchiamo di conseguenza i doveri del Copritore. Innanzi tutto egli sta fuori della porta della Loggia, in secondo luogo è armato di Spada, in terzo luogo deve tener lontano gli importuni ed i profani; ed in quarto luogo deve badare che i candidati si presentino ben preparati. Siccome il Copritore rappresenta il corpo fisico, cioè l’elemento più esterno della personalità, non è difficile intuire la ragione per la quale egli si trova fuori della Loggia. Nulla che si riferisca alla sola personalità, agli aspetti o desideri del corpo possono entrare nei limiti vivi del Tempio. È stato detto che, proprio come i vestiti esterni e i cappelli sono lasciati fuori della Loggia, cosi ogni Fratello dovrebbe deporre i suoi sentimenti personali, gli interessi, ecc. fuori del Tempio. Ma non dobbiamo accontentarci solo di escludere le influenze indesiderabili dal Luogo Sacro; il Copritore Esterno ha significati c compiti assai più esatti di questi. Dobbiamo sempre tener presente che il Copritore è un Fratello Massone, un Ufficiale di Loggia. Sebbene egli si trovi in uno stato di esilio dai suoi Fratelli, pure nessuna Loggia è completa senza di lui. È primo e costante dovere dell’intera Loggia assicurarsi che egli si trovi al suo posto. senza di lui, una Loggia non può neppure essere aperta. Se egli manca al suo dovere, il lavoro della Loggia cessa d’essere efficace. La presenza del Copritore non deve mai appannarsi per un istante. Deve essere vigile in ogni momento, sempre sveglio, pronto per la rapida azione. La sua spada non sta mai deposta nel fodero e per tale compito sono necessarie delle ben precise qualità: vigilanza, rapidità, forza, abilità, decisione istantanea, coraggio, instancabilità. Ritornando alla nostra analisi psicologica, il significato di tutto ciò che è chiaro. In qualunque lavoro che intraprendiamo il nostro primo dovere è di analizzare le necessità fisiche e materiali in questione. Buone intenzioni, elevati motivi, nobili risoluzioni si rivelano cose inutili se non esistono i mezzi materiali per realizzarle. È sempre sul piano fisico che è applicata la dura prova della vita. La Massoneria non è soltanto alta filosofia ed etica sublime: essa è essenzialmente pratica ed i fondamenti spirituali dell’amore fraterno, dell’assistenza e della verità devono avere le loro controparti sul piano materiale. Rispetto all’individuo il dovere del corpo fisico è una parte importante del  lavoro del Copritore. La cattiva salute fisica può essere il tramite non solo d’influenze indesiderabili che trovano, così, la loro via d’entrata nella Loggia, ma anche la causa che rende inefficace ogni altra facoltà. Debolezza corporea, trascuratezza, pigrizia, mancanza di prontezza, viltà, mancanza d’abilità sono difetti che rendono inoperosa la copertura e diminuiscono l’efficacia del lavoro, È detto, infatti, da un Grande Istruttore Orientale che «Il primo passo sulla via per il Nirvana è la perfetta salute fisica». Comprenderemo poi che il Copritore, dal punto di vista psicologico, rappresenta quell’attività fisica che è intensamente legata alla salute biologica. Proprio come il Copritore medesimo il corpo fisico non deve interessarsi in modo diretto delle decisioni spirituali e tale condizione si avvera meglio quando la salute fisica è in perfetto ordine. Il corpo, fedele servo della mente. lavora più perfettamente quanto meno l’uomo è conscio di esso. | Noi vogliamo, però, considerare l’argomento ancora a più vaste linee e comprendiamo che il Copritore rappresenta le necessità materiali delle nostre imprese, primo e costante dovere in ogni lavoro umano. L’artigiano ha un’assoluta necessità di materiali per forgiare gli oggetti del suo commercio con gli utensili di lavoro ed un buon operaio si riconosce tramite la cura in cui egli tiene ordinati i suoi strumenti, il più importante dei quali è il corpo. così Il via vero che Massone egli usa s’interesserà siano a che ogni attrezzo fisico, ogni sistema, piano e perfetti e ne terrà somma attenzione. Solo se tale condizione è osservata egli sarà in grado di adoperare le sue facoltà a pieno vantaggio dell’opera Massonica. Lasciando da parte, per qualche tempo, le funzioni del Copritore apprendiamo che il suo dovere immanente e prossimo è di constatare che soltanto Liberi Muratori siano presenti e che i Fratelli siano esaminati in conformità. La ragione psicologica di ciò è chiara. All’inizio di ogni impresa è fondamentale saggiare ed esaminare ogni proprio sentimento, i motivi ed i pensieri allo scopo di provare che essi sono degni di un Massone e farlo in modo diritto, a squadra, puro ed immacolato come la decorazione del Massone. Il Maestro Venerabile, quindi, simbolicamente radunando le proprie forze in sé informa che sono presenti tre Principali Ufficiali. Il Volere, per fornire la Forza motrice. La Mente, per ideare piani d’azione. La Saggezza, per guidare. I quali occupano seggi presidenziali e rappresentano i principi statici nell’uomo spirituale, le sorgenti di potenza e non già i veicoli per la formulazione della potenza in atto. Per ultima informazione, ognuno di loro è collegato al suo Ufficiale Assistente il quale invece rappresenta un principio mobile e dinamico, libero di girare nella sala della Loggia, obbediente agli ordini dei Presidenti. La Saggezza dirige la ragione (1° Diacono.), la Volontà causa il desiderio (2° Diacono), la Mente stimola il cervello (Copritore Interno.) ad agire. Rivenendo di nuovo al Copritore, dopo averne già descritto la prima parte dei doveri, cominciamo a considerare i significati della sua funzione a «che i candidati siano bene preparati». Tenendo a bada gli intrusi, vale a dire i pensieri indesiderabili, il Copritore, o corpo fisico, ha anche il compito di aprire le porte del sentimento in modo che nuove impressioni, nuove conoscenze cd esperienze possano farsi avanti se bene preparate. Così la preparazione dei candidati resta allineata alla sua possibilità di assorbire mentalmente rinnovate considerazioni, dopo un ponderato esame ed un’analisi e applicarle al lavoro massonico. Dobbiamo spogliare ogni nostra emotività di profitti personali: dobbiamo renderla cieca a sue spese sì che, invece di guidarci o dominarci, si possa dirigere e controllare a volontà. Avendo rimosso ogni ostacolo potremo usare le nostre energie in maniera efficace. Con cuore lieto ci troveremo pronti ad utilizzarle al servizio di coloro che necessitano simpatia ed aiuto, perfino con il rischio di vedere i nostri sforzi ricambiati da ingratitudine, feriti dalla spada dell’ostilità e dell’incomprensione. Insisteremo ad essere disposti di offrire tutto ciò che possediamo, riverentemente ed in umile servizio, rimanendo in contatto con la madre terra, la dura terra del reame relativo e pratico: resteremo pronti a dare le intere nostre forze per il fine che abbiamo in vista ed affronteremo, con coraggio, ogni pericolo anche sino al nostro ultimo respiro. Il successivo passo dell’apertura, trattando la funzione del Copritore interno, è di descrivere l’attività direttiva del corpo: il cervello. Ciò viene compiuto per inquadrare principi già noti e che stanno per passare il saggio della prova, come pure per ospitare, dopo le ovvie precauzioni, nuove idee e nuove conoscenze. Il Copritore Interno, o cervello, viene descritto inoltre come servitore della mente (2° Sorvegliante): lezione abbastanza semplice da capirsi, sebbene non sempre facile ad applicarsi. Non tutti i Massoni riescono a rendere il proprio cervello servo obbediente della mente perché, talvolta, esso sfugge e prosegue una corsa irregolare trascinando la mente con sé. Possiamo rilevare, di passaggio, che nei sistemi della filosofia orientale è ripetuto che la Mente Superiore controlla la corrente di Prana, o Vitalità, rafforzando la veridicità di quanto oggi molte scuole di psicologia proclamano, forse in forma difettosa: vale a dire che la funzione mentale è importante riguardo alla salute del corpo. I doveri del 1° Diacono e del 2° Diacono (che sarà bene considerare un binomio) quali vengono rivelati dalle loro incisive risposte sono di grande interesse psicologico. Il 1° Diacono rappresenta l’attivo razionale intelletto, la normale coscienza di veglia e trasmette messaggi ed ordini dalla Saggezza al Volere. Questo ultimo, rappresentato dal 1° Sorvegliante, provvede affinché la forza messa in movimento esegua il lavoro e stimola il suo messaggero, il 2° Diacono o desiderio, il quale a sua volta riferisce l’ordine al 2° Sorvegliante, la Mente Creativa, la quale riceve così i piani per eseguire il compito. Il dovere che il 2° Diacono ha di osservare che gli ordini siano «puntualmente rispettati» si riferisce al fatto che il desiderio è insistente e resta inattivo, ma aggressivo, fino a quando la mente non ne afferra le redini e formula dei piani per darne sfogo alla vitalità. Così pure, la Mente Inferiore, la ragione, rappresentata dal 1° Diacono «aspetta il ritorno del 2° Diacono», vale a dire la normale coscienza di veglia rimane in uno studio passivo sino a che il desiderio non ha eseguito quanto si propone e soddisfatto cessa l’attività. Dopo che i fattori inferiori appartenenti alla successione della vita formale sono stati, in tal modo, definiti noi osserviamo un rimarchevole cambiamento nella fraseologia del Rituale, poiché il Maestro Venerabile si rivolge ora agli clementi superiori, ai principi, rappresentati dai sorveglianti. Il posto del 2° Sorvegliante, la Mente Creativa, è descritto come marcante il sole al suo meridiano, il punto più alto che esso raggiunge nel cielo. Il fatto aiuta ad indicare che in ogni modo nel 1° Grado il più alto livello di coscienza al quale l’uomo, normalmente, perviene è la Mente Superiore. Inoltre, come il sole governa il giorno, così la più alta intelligenza dovrebbe comandare l’uomo. E poiché i movimenti del sole servono a chiamare l’uomo dall’impegno del lavoro al riposo, 0 dal riposo condurlo di nuovo al lavoro, nello stesso modo l’intelletto interiore deve determinare quando per gli uomini è il momento dell’impegno ed il momento del rilassamento. Solo nel caso in cui l’intelletto – ma, si noti bene, non già il desiderio o la volontà – governa e dirige ne possono essere sia profitto che piacere; cioè l’uomo può essere felice ed efficiente contemporaneamente. Al riguardo del 1° Sorvegliante, la volontà che simboleggia la fine del giorno, il sole al tramonto, noi comprendiamo che quando il Maestro, o la Saggezza, o l’Ego che governa l’intera coscienza comanda, il volere ritrae la sua motrice dalla Loggia e quindi l’azione tace. Ma ciò avviene soltanto dopo che ogni Fratello. «ha compiuto il proprio dovere»; in altre parole, dopo che ogni facoltà e possibilità sono state esercitate nella massima espressione ed è stato fatto tutto ciò che era possibile compiere. In conclusione il Rituale ci rivela che il Maestro, o la Saggezza, rappresenta la fonte di luce, l’origine della coscienza. Che noi ne siamo consapevoli o meno vi è, nel nostro io, un Maestro, Ego Superiore, il Governatore, la vera sorgente della nostra vita e delle nostre azioni. Ecco il Supremo Ego che apre la Loggia, introducendoci al lavoro «impiegando ed istruendo i Fratelli in Massoneria»; così, si dirigono e si impiegano le nostre facoltà nell’arte di vivere spiritualmente. Il Maestro ha ora chiamato in esistenza tutte le sue qualità subordinate ed il compito di ognuno è stato definito; ma prima che i lavori abbiano avuto inizio l’intero stato di coscienza si è però elevato e si è interiorizzato verso il Supremo Architetto ed ha riconosciuto che solo da Lui proviene l’intera Saggezza, tutta la Forza c la Bellezza. Continua in tal modo quella preghiera affinché il lavoro intrapreso, iniziato metodicamente e con ordine, sia portato alla conclusione armoniosamente e pacificamente. Formulata ritualmente essa rivela ogni facoltà umana e ne determina l’applicazione individuale. Nel nome del G.A.D.U. il Maestro dichiara che la Loggia è debitamente aperta e chiede intensamente che tutte le proprie facoltà e forze si rivelino attive c pronte all’azione, in base al riconoscimento fatto dai Segni, La parola dell’ex Maestro Venerabile, l’apertura del Volume della Sacra Legge, l’applicazione della Squadra e del Compasso significano che tutta la conoscenza passata e l’esperienza acquisita entrano in campo per l’uso che se ne vuol fare, c la Saggezza secolare è protocollata nella parola scritta e l’eterno simbolo della squadra e del compasso rimangono davanti allo sguardo per regolare le nostre azioni e comportarci, nel giusto limite, con tutti gli uomini. Ci viene anche ricordato che solo da Dio, l’unica sorgente di luce e di vita, procede ciò che costituisce la nostra intima struttura e quanto conosciamo e che ogni atto è soltanto la parola manifesta di Dio. Abbiamo dato un’interpretazione molto semplice ed elementare dell’apertura della Loggia dei Massoni di 1° Grado analizzando le antiche formule, che nessuna ripetizione è in grado di rendere prive di freschezza e che l’intimità mai riesce ad incrinare nella dignità; tale appello al Supremo Spirito in noi, tale necessità di approfondire i significati attraverso l’esteriore velo delle parole o delle forme per rintracciare il mondo delle cause, di cui ogni altro elemento transitorio della vita rappresenta un effetto fluttuante è parte intrinseca della Grande Arte. Concludendo, riteniamo utile riassumere brevemente tutta l’Apertura, in termini d’interpretazione psicologica. Prima di affrontare qualsivoglia compito, non importa se grande o piccolo, il Massone raduna tutte le proprie forze e si apre nella giusta attitudine mentale tenendo presente l’infinita Bellezza, Forza e Saggezza su cui può riporre le proprie necessita e i suoi desideri. Quindi, escludendo più che possibile ogni condizione imperfetta, per non contaminare la meta, egli analizza e saggia i suoi motivi personali per esaminare se sono puri ed immacolati. Dopo avere eliminato le influenze indesiderabili c indegne prepara la sua natura a ricevere, con gioia c dopo una doverosa preparazione, tutte le nuove conoscenze e le possibilità che potranno servirgli nel lavoro. L’Ego Supremo emana l’ordine che è trasmesso attraverso la normale coscienza di veglia alla Volontà la quale, a sua volta, fa nascere uno stimolo vivo che diviene desiderio urgente: la mente concreta formula, di conseguenza, un piano – che dovrebbe essere di pura bellezza – e lo presenta al cervello cd al corpo per l’esecuzione. Le suddette attività, in tal maniera, sono controllate, vivificate dalla volontà, ma provengono dal Super-ego. Malgrado tutto il Massone dovrà sempre ricordare che solo dal Cosmico, di cui egli è emanazione, procede l’esistenza poiché. come la Scrittura Cristiana – menzionata nel Rituale – espone in parole che difficilmente possono essere parafrasate, senza distruggerne la profonda armonia, nella Legge è la sola ispirazione, in Essa risiede la prima e l’ultima parola, il principio e la fine.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARTHUR EDWARD POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

LA MAGIA DELLA FRAMASSONERIA

LA MAGIA DELLA FRAMASSONERIA

Ogni cultore dell’Arte deve domandarsi, alla fine, perché la Massoneria lo attira; cosa lo interessa e cosa lo tiene vincolato a lei. Molti di noi, infatti, si pongono spesso tale domanda e, formulando risposte che conoscono a fondo, non arrivano a sfiorare che l’orlo della questione. Come si vedrà, vi è sempre un elemento che sfugge: qualche cosa di impercettibile, di indefinito, che non possiamo comprendere, fissare od analizzare. Tuttavia, si tratta di una causa del tutto reale, perfettamente logica e che esiste in modo indiscutibile. Una causa che esercita un evidente impulso e soddisfa, allo stesso tempo, una necessità interna potenziandone ancora l’ardente desiderio. Qualcosa di misterioso, allettante, provocante; qualcosa che di continuo ci attira ed è una tendenza che si indirizza ad una meta infinita. Il fenomeno risulta inoltre rimarchevole, in quanto noi ci accorgiamo, per la prima volta, di tale mistero molto prima di sapere o di poter sapere (se, mai, in effetti vi riusciremo) ciò che la Massoneria realmente rappresenta. Sebbene il candidato mediocre possa avere una vaga idea sulla Massoneria, un intuito generale sul fatto che la Massoneria sia del tutto meritevole di rispetto, che essa rappresenti un’istituzione onorevole e che inculca un alto tenore di vita, tuttavia egli non conosce di più in proposito. Può sapere poco o nulla sulle sue cerimonie, pur avendo la certezza che le medesime esistono. E malgrado la più profonda ignoranza attorno agli insegnamenti e ai metodi della Massoneria, ciò nonostante gli uomini continuano ad entrare a far parte della Fratellanza. La sola affermazione cinica che è la pura curiosità a formare la causa di tale attrazione, non può spiegare il fatto, come la stragrande maggioranza dei Massoni arriva ad attestarlo, con la propria esperienza ed osservazione. Difatti in ogni altra manifestazione di vita v’è l’uso di guardare, prima di compiere un salto; di investigare, prima di varare il passo decisivo o di iniziare qualche impresa. È ordinaria abitudine riuscire a sapere tutto quanto è possibile circa un’istituzione prima di entrare a farvi parte, o circa una linea di condotta prima di adottarla. Della Massoneria però possiamo sapere poco o nulla, fuori di essa, cd i Massoni medesimi saranno le ultime persone al mondo a dirci qualche cosa sulla Fratellanza. O sulla propria partecipazione a quella. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, noi entriamo a farne parte con piena fiducia: e ci immergiamo nel buio, con poco o nessuno scrupolo o diffidenza, rispondendo ad un valido appello interiore, ma che non possiamo spiegare o comprendere. Nell’andamento delle attività ordinarie, nessun uomo equilibrato si forma delle opinioni a priori, ma lo fa dopo un coscienzioso esame; nella Massoneria, usualmente e onestamente, è un punto di vista favorevole sul nostro Ordine ad indurci a farne parte. La Massoneria è perciò marcata con un’impronta che la differenzia da ogni altra cosa del mondo, persino prima di iniziare la nostra carriera massonica. Prima però al tentare di sondare profondamente questo mistero, intangibile fattore che forma il vero cuore ed il nocciolo dell’appello della Massoneria, sarà un piacevole e profittevole compito passarne in rivista alcuni dei molti aspetti per i quali sia possibile un esame isolato. Nel mondo d’oggi l’elemento ritualistico, semplice, meraviglioso, bello, è quasi sparito. Nella Chiesa cattolica romana, è vero, una gran parte del rituale è conservata, ec così pure nella High Anglican Church, ma nella maggior parte delle rimanenti Chiese ne resta assai poco e relativamente alcuno nelle sette non conformiste. Nella vita civica possediamo cerimonie occasionali, come l’apertura del Parlamento, le Incoronazioni ed i Giubilei, il Lord Mayor’s Shows (Rassegna del Borgomastro), lo scoprimento di statue, e così via; però tali avvenimenti sono abbastanza rari poiché nulla delle cerimonie è una parte naturale nella vita media del cittadino ordinario. Per molte generazioni, e di pari passo con la crescita del pensiero materialistico, si è, infatti, alimentata la tendenza ad eliminare il cerimoniale dalla nostra esistenza considerandolo incautamente una forma di superstizione. La tendenza si rivela, senza dubbio, opportuna e buona, perché contribuisce a distaccare gli uomini da riti che, secondo il loro intimo credo, sono formalità puramente esterne, non basate su alcuna realtà interiore, oppure collegate a qualcosa che nel passato primordiale si allineava alla «magia» o alla tendenza di mettere all’opera delle forze interne e nascoste e richiamare esseri appartenenti ad un mondo diverso da quanto ci circonda materialmente. Ciò nondimeno, non si può negare che raramente uomini o donne non conservino un segreto amore per le cerimonie ed i rituali. Esempi palesi di quanto diciamo possiamo rintracciarli nel modo vivo in cui il pubblico generalmente segue determinate istituzioni, come i Life Guards, con i loro antichi costumi e gioielli, le Lord Mayor’s Processions, le parrucche dei Tribunali (Low Courts) c via dl seguito. Manifestazioni di entusiasmo per gli sfarzi storici che dimostrano tale istintivo amore per le cerimonie, ed il travestirsi dei bambini e la gioia che molti provano per i costumi testimoniano sulla validità del fatto. Ecco, quindi, uno dei principali richiami che la Massoneria esercita sulla maggioranza dei suoi iniziati. Nel mondo esterno di oggi trionfa una così accesa agitazione, una fretta, rumori ce disarmonie, prepotenza, egoismo c personalismo, vi è così poco riguardo per l’altrui sentimento e così poca verace dignità, riserbo 0 spontanea cortesia, che è profondamente piacevole entrare in un’atmosfera del tutto diversa quale esiste in una Loggia dove si può trovare dignità ed ordine, al posto della ingrata irritazione alla quale siamo tanto abituati nel mondo esterno. Costituisce un meraviglioso tonico, per i nervi, affaticati dalla tensione della vita ordinaria, entrare in una Loggia Massonica dove tutto è quieto, ordinato e pacifico; dove ogni ufficiale ed ogni Fratello ha il suo posto assegnato e un dovere  prescritto; dove nessuno disturba un altro, dove, una volta selezionato stabilito il ritmo del dramma, ognuno collabora con buona volontà ed armonia affinché le cerimonie si svolgano in maniera tale da creare quella atmosfera che in futuro caratterizzerà persino il mondo esterno, quando gli uomini faranno cessare i loro litigi, impareranno la lezione della onesta fratellanza e collaboreranno con il Supremo Volere nell’evoluzione, per ordinare tutte le cose armoniosamente, fortemente c saggiamente. È riconoscente e piacevole quindi l’estetica gioia che deriva dal partecipare ad un rituale ben condotto, dove ogni Fratello ha studiato e controlla non soltanto le azioni e le parole della sua parte, ma anche tutto quanto significano e dove egli compie il miglior sforzo per la massima riuscita di ogni particolare. La stessa disposizione della Loggia, l’equilibrio degli oggetti, la dignità delle colonne, gli ufficiali con i loro speciali distintivi, gli ornamenti dell’assemblea e i piacevoli olori, l’amalgama delle luci, e il restante arredamento familiare, tutto ciò nell’assieme partecipa a dare una benefica visione, una piacevole sensazione, un riposo per la mente che soddisfa la natura religiosa e tanto contrasta con la maggior parte della nostra vita quotidiana. : Un altro elemento di profonda bellezza che attira ogni uomo, ricco di almeno una scintilla dl senso musicale 0 poetico, sono lo squisito ritmo e l’armonia del nostro antico rito, le sue parole e le frasi che forse non possono essere paragonati a nessun altro brano della letteratura inglese, salvo la Bibbia Cristiana e le opere di Shakespeare. Rifacendoci ad uno dei nostri proverbi più noti – « una cosa bella è una continua gioia » – possiamo applicare il medesimo concetto alle semplici e profonde parole del nostro Rituale. Anno dopo anno, cerimonia dopo cerimonia, ognuno può ascoltarle e tuttavia non danno mai noia, né divengono comuni, né perdono significato, piuttosto crescono in bellezza, in dignità ed in significato man mano che divengono familiari: sono una prova di suprema letteratura, di contenuto etico e di sottostrato religioso. Ammirevole è la tradizione dell’Arte, secondo cui le parole del nostro Cerimoniale dovrebbero essere ripetute senza difetti od omissioni o alterazioni di qualunque dettaglio; difatti la maggioranza delle frasi è costruita così perfettamente che la più piccola deviazione ne ferisce il suono o ne mutila il significato. Forse è appunto la qualità del medesimo linguaggio, quasi come i rimanenti fattori, a rendere l’insegnamento contenuto nelle parole del Rito, così profondamente emozionante. Appunto perché profondi ed estesi, questi insegnamenti devono la loro validità, non a delle finezze metafisiche, a delle analisi filosofiche, a delle originali novità, ma piuttosto alla loro semplicità, alla loro rettitudine e alla loro universalità. Costituiscono le proprietà comuni a qualunque sistema religioso che il mondo abbia conosciuto; tuttavia il metodo di presentazione delle tradizioni, l’impronta morale, l’amore fraterno, la franchezza, la riservatezza, la tendenza ad alti ideali e l’estrema sincerità del Rituale massonico collaborano a mantenere quegli insegnamenti sempre freschi e vivi, ispiratori, pratici ed illuminati. Indubbiamente molte menti che hanno trasceso la rigida e antiscientifica proclamazione di certe ortodossie religiose, trovano piacevole anche la totale assenza di dogmi, di teologie o altro. Il pensatore medio di oggi riconosce in gran parte il fatto della fratellanza ed accetta uno standard etico ed un codice morale basati su di essa; egli non li deduce dall’insegnamento religioso della società, ma piuttosto dai suggerimenti del proprio cuore e da una congenita buona volontà verso il suo prossimo. Nella Massoneria i suddetti insegnamenti sono offerti con una tale universalità e cattolicità sì da venir raccolti da uomini di qualunque credo teologico, o di nessuno, senza scrupolo, come principi di verità che si collegano ad un’esperienza interiore e non hanno bisogno del supporto di qualunque gruccia religiosa. Non possiamo, inoltre, negare che oggi dìi un largo numero d’individui è privo del tutto di una credenza spirituale poiché realizzano, forse nel subconscio, di non poter accordarsi internamente con i credi che soddisfecero in passato l’umanità. La necessità che inevitabilmente preme su tali persone, e in pratica su chiunque sappia pensare, come espressione di una fede intima per uno schema od un altro si rintraccia, nelle debite proporzioni, nella genuina sincerità dell’etica massonica e nelle sue dichiarazioni di fraterna buona volontà. È codesta etica il vero nocciolo ed il cuore della Massoneria e si trova contenuta in una parola: Fratellanza; non vi è difatti nessuna parola più bella in alcuna lingua. Accettarne il concetto pratico senza evasioni, equivoci o riserve mentali di qualunque specie, permette al Massone di raggiungere la sua piena statura; nessun Massone, non importa di quale grado, ha diritto di entrare nel sacro recinto del Tempio senza credervi. La Fratellanza è per il Massone ciò che la luce solare è per le cose viventi: e, proprio come la luce del sole può essere variata da infinità ombre e colori e le sue potenze trasmutate in innumerevoli forze e manifestazioni della vita, così lo spirito della fratellanza può splendere nei cuori degli uomini rischiarandone la natura ed ispirandone le azioni e, nel fare questo, calca vie innumerevoli come le sabbie del mare, svariate come i fiori dei campi. Onnipenetrante quale etere che è in qualunque forma materiale, sia pur armonioso e distante, è lo spirito della Fratellanza poiché essa invade l’intera vita della Massoneria dirigendola saggiamente, sostenendola con onnipotente energia, e facendone irradiare la bellezza agli estremi lembi della terra. Nell’ordinaria vita sociale spesso gli uomini, per numerose ragioni, sono costretti ad agire da un livello etico più basso di quanto potrebbero desiderare se le circostanze fossero diverse. I motivi che rendono possibile tale realtà sono reali, ma sottili. Per esempio, molti temono che la più piccola gentilezza sia interpretata nei termini di debolezza o che la generosità sia presa soltanto per liberalità. Alcuni, con uno strano ritmo mentale ed emotivo, per timore di vedersi trattati alla stregua di chi si sforza di superare nelle virtù il prossimo, temono allora di sviluppare la virtù in sé medesima. Spesso l’uomo tentenna a compiere un atto virtuoso in pubblico, ma sarebbe felice di poterlo esprimere, a condizione che nessun altro salvo lui lo verrà a sapere. Per individui simili – e ve ne esistono molti – la Massoneria offre una strada di sfogo e, contemporaneamente, un modo d’espressione sicuro e segreto. La Copertura della Loggia – prima, costante ed ultima cura d’ogni Massone – offre un senso di sicurezza e d’intimità, trattiene lontano lo sguardo scrutatore o critico del mondo profano, dando al Massone l’opportunità di abolire il muro della propria riservatezza e d’essere se stesso, quel Sé superiore che teme di mostrare liberamente e francamente in altri ambienti sc non nei recinti sacri del Tempio, dove il compagno si fida di lui e lo chiama Fratello; difatti nella parola Fratello si racchiude alta magia. Cosi come «tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e donne soltanto degli attori», il Massone nella sua Loggia ha una parte da rappresentare. Egli può deporre lì la maschera che necessariamente deve portare fuori, nel mondo ed indossare la più nobile effige del Massone. Internamente egli è felice, in qualità di Massone, di parlare e di agire nel modo in cui desidererebbe farlo nella società umana; egli trova nella sua Loggia una rara opportunità d’esprimere la sua vera natura. Ecco perché l’elemento massonico di carattere cerimoniale permette, in effetti, al vero uomo d’essere, anche per breve tempo, ciò che egli desidera. La maggioranza dei Massoni brama ardentemente di veder realizzato il tempo in cui si potrà vivere ed agire nel mondo esterno come loro vivono ed agiscono nella Loggia; in quel futuro, l’armonia esistente nella Loggia sarà l’armonia del mondo. Nella Loggia gentilezza, tolleranza, mutua buona volontà ed amicizia, cortesia ed utilità, cameratismo e fedeltà sono i veri elementi del nostro lavoro, le fondamenta del Tempio che costruito sulla virtù si erge per essere rafforzato dalla conoscenza in sempre più approfondita saggezza, ma nella società umana tutto ciò può esistere solo in parte, poiché gli individui hanno un costante, duro cuore e restano accecati dall’ignoranza. È soltanto per forza di cose che siamo, quindi, costretti a coprire la nostra Loggia affinché l’elemento sacro non sia sporcato ed il tappeto del Tempio non rimanga macchiato. Per ogni vero Massone l’ideale dell’Arte rappresenta un immenso fattore nella sua vita. Esso s’inserisce nella propria natura più profondamente di un qualunque «esprit de corp    »; ce rappresenta piuttosto il vero spirito della vita medesima. L’Arte è per lui una Divinità dà mai disonorarsi con la più piccola traccia di vergogna, una Stella sempre fissa davanti ai suoi occhi, un sole immobile nel cielo, un centro nel quale non può cessare di convergere salvo che tramite la falsità. Quanto romanticismo vi è nello stesso nome dell’Arte. Attraverso i secoli gli uomini l’hanno praticata: in tutti i paesi del mondo hanno eseguito queste nostre medesime cerimonie, che i bambini dei nostri bambini insegneranno ai loro. Inoltrandoci nella notte dei tempi, molto prima che fossero vergati i più antichi documenti, già la Massoneria celebrava i suoi riti solenni. Uomini neri, bruni e gialli, uomini rossi e bianchi, in centinaia dl lingue e dialetti, in diversi climi, dai tropici equatoriali ai poli ricoperti di ghiaccio, nella città e nella foresta, nelle fertili pianure e negli aridi deserti, sulle più alte montagne ce nelle valli più profonde eseguivano quelle cerimonie da cui sono derivate le nostre. Lì, ovunque l’uomo sia passato, cadendo in meraviglie sotto il baldacchino celeste, la Massoneria è esistita e la sua eterna tradizione ed i landmarks sono stati allacciati da generazione a generazione unendo passato, presente e futuro in un indissolubile rapporto col G.A.D.U., il Quale ha inciso dal centro dell’esistenza le linee sulle quali noi dobbiamo costruire il Suo Sacro Tempio e che ordina al fedele operaio di completare il Suo Lavoro. Il romanticismo della Massoneria si eleva così al disopra di ogni altro romanticismo; poiché questi ultimi sono temporanei ed effimeri, mentre la Massoneria non tiene conto dello scorrere del tempo ed ogni mutamento esistenziale lascia gli antichi suoi landmarks invariati. Quale mistero risiede dunque in tutto ciò? Quali misteri sono celati in queste semplici e profonde cerimonie? Esiste uomo che possa rispondere pienamente alla domanda? Sarà mai qualche uomo capace di risolvere l’enigma sino a che non diventerà diverso e potrà decifrare quegli archetipi pulsanti, dei quali noi nelle nostre Logge sentiamo soltanto il suono della simbologia? Ecco la ragione per cui ci troveremo sempre di fronte al mistero, sfuggente elemento che ci affascina con un’azione più che leonina e che costituisce la vera ragione per cui gli uomini diventano Massoni; «una volta Massoni, si rimane Massoni». Ogni segreto comunicato è semplicemente un preludio per successivi segreti: ogni grado, un grado di rinnovata purezza che ci ammette alla soglia di una regione più inserita nel cuore celato di ciò che la Massoneria rappresenta. I diversi elementi che sinora abbiamo analizzato separatamente con riferimento alla vita del Massone, sono soltanto strumenti individuali in un’orchestra; eppure la medesima sinfonia sebbene possa a malapena rivelarsi, tramite l’armonia combinata delle sue differenti parti, è più vasta di ogni altra esistente. Vi è un sussurro delle cose che tutti gli strumenti musicali del mondo non saranno mai capaci di esprimere, salvo che in frammenti ed in una successione di note e di accordi poiché qui, giù nel tempo e nello spazio, le melodie del cielo non possono essere percepite nella loro complessità salvo che da un udito celeste. Pur se così coperta, qualche eco molto distante di tale Musica deve scaturire dalla Loggia e svegliare quei deboli brividi nei nostri cuori prima che si diventi Massoni. Ciò è quanto c’infonde la segreta energia che ci attrae verso la Società, mentre il nostro primo passo è fatto nell’ignoranza, sebbene con la garanzia interna che certamente la luce apparirà. Dopo aver fatto il nostro primo passo, ecco rinvenire nel Cerimoniale Massonico diversi elementi piacevoli che ci riempiono di meraviglia e soddisfazione rivelandoci delle realtà che ci suggeriranno di mai deplorare il salto compiuto alla ventura. Frasi sublimi di antichi costumi, dignità e armonia del movimento, colori e timbro espressivo rallegrano i sensi e le menti di uomini affaticati dal peso, dalla confusione delle situazioni sociali. La filosofia generale nella vita quotidiana, la semplice attestazione di fratellanza, l’etica della fedeltà e dell’amicizia, che sono delle verità senza nome, una religione senza settarismo, un rispetto senza il sacrificio della propria dignità, un amore senza sentimentalismi, rappresentano i basilari elementi ognuno dei quali converge a rafforzare l’appello che la Massoneria fa al cuore del Massone. La gioia di abbandonare il proprio spirito ad una fraterna atmosfera, l’opportunità di gettar via l’armatura che si deve indossare sul campo di battaglia esistente fuori della Loggia, il non temere, discordie e ripercussioni ecco gli elementi preziosi frementi nell’appello della Massoneria. Un cambio di maschera, una nuova parte del dramma da imparare a recitare, un rinnovamento del nostro ideale intimo ed un vivere anticipatamente l’avvenire che noi sappiamo sarà realizzato in futuro, un glorioso scopo di vita per una Dea sublime, un tuffo nel più intenso dei romanticismi mai vissuti al mondo, una tradizione tra le più antiche ed onorevoli di quante mai siano state seguite 0 appariranno, ecco i fattori che legano il Massone all’Arte e che nessuno può sciogliere o appannare. Ma il richiamo in se medesimo che cosa è? Tutto quanto abbiamo descritto è semplicemente un insieme di nomi di accessori: in che consiste la sostanza di cui ciò non è che ombra? Che cosa richiama alla natura più intima della vita? Che cosa sono i sacri segreti che le montagne sussurrano al montanaro tanto silenziosamente e, nello stesso tempo, sì forte da venir udite al disopra dei più accesi canti terreni: cosa bisbiglia il mare al marinaio, il deserto all’arabo, il ghiaccio all’esploratore dei poli, le stelle all’astronomo, gli oggetti della propria opera all’artigiano? Esiste qualcosa nell’uomo che è più vasto di lui e la Massoneria ne fa appello. Una realtà senz’altro la più grande c più sacra che egli mai abbia conosciuto nei mondi degli oracoli antichi. Egli medesimo diviene allora il Maestro della Loggia, della propria natura. Come i colpi del Maglietto echeggiano attraverso la Loggia, dall’Occidente, dal Sud, nuovamente dal Nord-Ovest e sono riflessi persino attraverso le mura che dividono la Loggia dal mondo esterno così la Massoneria crea un appello al più interno ritiro sacro dell’uomo, un appello a cui bisogna rispondere, che non sopporta nessun rifiuto, che ordina di ritornare nuovamente ad affrontare la luce. Poiché tutti i Fratelli rispondono al comando del Maestro con il Segno, cosi l’uomo, anche se formalmente non sa di cosa si tratti, risponde al richiamo dell’Arte con il dono della propria vita, egli non può che obbedire, mancare, significa morire. Egli deve rispondere e andare all’eterna ricerca della parola perduta, nascosta sul Compasso. L’appello della Massoneria è quindi complesso e molteplice, ma allo stesso tempo semplice ed unico. Esistono nella Massoneria molte cose che riescono a soddisfare i desideri singoli degli uomini, e tuttavia, nella sua splendida perfezione, la Massoneria in sc stessa non soddisferà mai sino a quando l’uomo cesserà, infine, di essere uomo e diventerà divino; catarsi che certamente avverrà, a tempo debito. La Massoneria è virtù e scienza, etica e filosofia, religione e cameratismo; tuttavia Essa contempla un più vasto panorama di espressioni spirituali. Nessun aggregato di cellule può fare da solo un intero organismo vivente, nessuna via lattea può fare un cosmo, come pure un grandissimo numero di raggi di luce non costituisce un sole. Quindi neppure un vasto gruppo di elementi qualitativi, come la bellezza ed il cameratismo, è sufficiente ad inquadrare i significati della Massoneria; la Massoneria evoca le qualità che abbiamo rilevato, chiama all’esistenza molti nuclei di perfezione Adeptica, ma pur sempre continua a restare un mistero che permette un’illimitata descrizione, senza rinchiudersi in una definitiva rivelazione. Questa la ragione per cui l’appello della Massoneria è ciò che è e noi ne seguiamo l’Arte; ed anche l’uomo di conseguenza si scopre individuo inesplicabile. Perciò in Massoneria l’uomo è occupato alla ricerca di sé medesimo e, attraverso quei misteri e quelle cerimonie, « Giove fa cenno a Giove.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’.ARTHUR EDWARD POWELL

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

CAMBIAMENTI CLIMATICI

Cambiamenti climatici

Di Gianmichele Galassi

Esistono ancora gli scettici ed i negazionisti? Un tema di grande attualità ed importanza per il futuro di tutto il genere umano e dell’intero pianeta: un argomento su cui si deve fare chiarezza attraverso il dialogo e la seria informazione. Come in numerosi altri casi, in ambito ambientale, sono ormai necessarie scelte repentine atte a risolvere i problemi, prima che sia troppo tardi: sviluppo economico e sostenibilità ambientale devono crescere, parallelamente ad una diffusa consapevolezza delle enormi implicazioni prospettate dagli esperti.

I n ambito accademico quando si parla con un collega che si occupa di un diverso settore scientifico – e capita di frequente – siamo assolutamente consapevoli che la sua opinione debba essere prevalente. Benché possa capitare di avere una propria idea in materia, ben sappiamo di non avere la preparazione necessaria a dibattere con chi si occupa per mestiere di quella materia, soprattutto a quel livello. Naturalmente, il collega si comporta allo stesso modo: è comprensibile come sia una questione di buon senso, quando si lavora in squadra per una ricerca scientifica, ognuno è consapevole dei propri limiti dettati dalla particolare specializzazione del proprio campo di studio… In definitiva, il paradigma della scienza moderna – ed il  comune buon senso – sentenziano che le affermazioni della comunità scientifica internazionale in un determinato settore di ricerca sono ben più ricche di significato rispetto all’opinione di coloro che per vivere si occupano di tutt’altro mestiere. Detto ciò, mi chiedo perché nessuno discuta con il proprio reumatologo, mentre quando si tratta di clima si sente in dovere di rifiutare categoricamente le evidenze scientifiche ormai dimostrate e ritenute accertate, quali ad esempio: l’esistenza di un riscaldamento globale del pianeta di origine antropica, ossia umana, oppure la crescente presenza di CO2 nell’atmosfera. D’altra parte, la causa maggiore di questo diffuso fraintendimento sembra essere responsabilità di politici e media che, come riporta Naomi Orekes su un vecchio numero di Science (vol.306, 2004, p.1686), “spesso asseriscono che la scienza climatica è altamente incerta”. Soprattutto negli Stati Uniti, fino alla svolta operata dal presidente Obama, molti utilizzavano questo argomento al fine di impedire misure drastiche per la riduzione dei gas serra a favore delle grandi multinazionali. Il 31 gennaio 2007 usciva un articolo intitolato “Pressioni sui climatologi statunitensi riguardo i cambiamenti climatici”(US climate scientists pressured on climate change)su “New Scientist” che denunciava appunto come molti scienziati del settore, circa 150, avessero subito pressioni politiche ripetute affinché si adeguassero allo scetticismo sul cambiamento climatico dell’amministrazione Bush: “Quasi la metà di tutti gli intervistati hanno percepito o personalmente sperimentato pressioni per eliminare le parole «cambiamenti climatici», «riscaldamento globale» o altri termini simili da una varietà di (loro) comunicazioni” (Francesca Grifo, membro del gruppo di controllo Union of Concerned Scientists).L’articolo prosegue…“Rick Piltz, un ex scienziato del governo degli Stati Uniti, ha detto al comitato (House Oversight and Government Reform Committee)che l’ex funzionario della Casa Bianca Phil Cooney ha avuto un ruolo attivo nel mettere in dubbio le conseguenze del cambiamento climatico globale. Piltz ha detto che si era dimesso nel 2005 come risultato della pressione a minimizzare i risultati sul riscaldamento globale. Cooney, che era un lobbista per l’American Petroleum Institute, prima di diventare capo dello staff presso il Consiglio sulla Qualità Ambientale della Casa Bianca (White House Council on Environmental Quality), anche lui dimissionario nel 2005, ha continuato a lavorare per il gigante petrolifero Exxon Mobil, che è stato recentemente accusato dispendere 16 milioni di dollari per sostenere gli scettici.” Questo, qualora fosse verità, è solo un esempio, ma ve ne sono molti altri, di ciò che alcuni uomini sono capaci di fare a scapito dell’intero genere umano per arricchirsi o per mantenere una posizione di potere… Definizione del problema Innanzitutto, per cominciare si rende necessaria una prima distinzione fra “Tempo Meteorologico” che indica le condizioni atmosferiche in un dato momento e in un certo luogo, e “Clima” che, invece, rappresenta l’insieme delle condizioni meteorologico-ambientali che caratterizzano una regione geografica in un lungo periodo -di solito 20/30 anni- e vengono definite in termini di indici statistici di sintesi. Già da qui è evidente come la semplice osservazione di un unico luogo non possa in alcun modo rappresentare ciò che accade globalmente sul pianeta, in più si comprende come, per esaminare e trarre conclusioni dagli innumerevoli dati disponibili, siano necessarie competenze assai elevate in vari settori scientifici, compreso quello della modellistica ed analisi statistica.  Tutto questo a conferma di quanto detto in apertura…Il dibattito e le soluzioni Negli ultimi anni, seppur faticosamente, la comunità scientifica più accreditata sul clima e settori affini ha cominciato a levare sempre più forte la propria voce: ad oggi, numerose le review che lo confermano, tutti gli scienziati più autorevoli  sono unanimemente concordi nell’attribuire il mutamento climatico in atto alla mano dell’uomo, inoltre tale impronta ecologica sembra aver, sempre più, dimensioni ragguardevoli che rendono assai preoccupati gli esperti. Del resto, il clima globale è il fattore maggiormente responsabile  della sopravvivenza della vita: lo studio della lunga storia del nostro pianeta ha evidenziato come i mutamenti climatici siano stati i principali responsabili delle varie fasi attraversate dallo sviluppo evolutivo della vita. Ed ecco espressa l’argomentazione principale degli scettici che, però, risulta facilmente confutabile in quanto tali mutamenti climatici necessitano di enormi cataclismi (migliaia di esplosioni vulcaniche, caduta di un meteorite gigantesco etc.) o di un tempo assai lungo, parliamo in termini di secoli o addirittura millenni ,mentre quelli a cui stiamo assistendo, sono altrettanto statisticamente significativi, ma si sono verificati in pochi decenni senza alcun fattore naturale così evidente o aggravante. Esistono cicli di lunghissimo periodo che affettano l’orbita terrestre attorno al Sole che a sua volta può incrementare o diminuire la propria attività, esistono fenomeni chimici, meteorologici e di varia natura che influenzano il delicato equilibrio climatico, ma -seppur congiuntamente- non si reputa abbiano un effetto così eclatante nel breve-medio periodo. A questo tema è poi legato indissolubilmente quello energetico, anch’esso di valenza macroscopica: i combustibili fossili non sono inesauribili, le alternative sono moltissime, ma la strada per un impiego di massa che sia economicamente vantaggioso è ancora lunga. Dovremmo perciò destinare più risorse alla scoperta di fonti alternative come l’idrogeno che potrebbero rivelarsi essenziali per il prossimo futuro in quanto non inquinanti. Purtroppo altre fonti alternative, già in parte prodotte ed utilizzate, come le biomasse (etanolo etc.) sembrano rivelarsi ultimamente non così ecologiche: l’impatto ambientale  è accresciuto da due fattori principali, il primo è la resa di questi combustibili che producono comunque CO2 in alte quantità,  il secondo è la necessità di enormi coltivazioni che sovente vanno a sostituire zone boschive e ricche di vegetazione come accaduto in Amazzonia. Infatti, se prima della “rivoluzione industriale”  si  stima che nell’atmosfera vi fossero 280 parti per milioni (ppm) di anidride carbonica, oggi il livello ha superato le 375ppm; questa concentrazione crescente produce il cosiddetto “effetto serra” ovvero impedisce alle radiazioni solari di disperdersi nello spazio aumentando la temperatura media del pianeta.  Le ultime notizie affermano che città come New York, Londra, Shangai, Venezia  potrebbero ben presto finire sott’acqua per lo scioglimento dei ghiacci: immaginate la catastrofe a livello mondiale… Nel settecento, quando nacque la Massoneria moderna, il principale problema che affliggeva la società era la diffusa ignoranza mista ad analfabetismo:  chi non sapeva leggere e scrivere credeva spesso a ciò che gli veniva detto, mentre per gli alfabeti le fonti del  sapere erano sovente costituite esclusivamente da letture religiose   o fogli e phamplet politici (‘600 inglese e ‘700 francese); questa era la fonte dei dissidi sociali di maggiore violenza e delle campagne religiose di inquisizione. Perciò la Massoneria concentrò la propria opera a favore del dialogo fra persone di ceto,  credo e razza diverse e verso la diffusione della cultura:  celebre lo stimolo di Ramsay nel 1736 a favore della creazione di un’Enciclopedia. Da queste brevi considerazioni, forse noi Massoni dovremmo chiederci quali sono i maggiori problemi che affliggono la società odierna nelle sua globalità… per questo motivo ho voluto introdurre il tema del clima che contiene in sé anche quello dell’inquinamento e delle risorse, vuoi energetiche vuoi idriche vuoi alimentari, a loro volta collegate all’enorme problema dell’esponenziale crescita demografica. Insomma, un insieme di fattori di forte preoccupazione per tutta la comunità scientifica che da anni leva il proprio grido disperato di allarme che purtroppo viene raramente amplificato dai media, ormai controllati da grandi aziende o finanziati e conniventi con gli interessi dell’economia piuttosto che dell’informazione. In conclusione dovremmo imparare a vivere nei limiti del nostro pianeta alimentando le nostre necessità in modo pulito e sostenibile: la speranza è che, in un futuro lontano, il XXI sarà ricordato come il secolo in cui l’umanità ha rischiato la catastrofe  energetico-ambientale o, addirittura, l’estinzione. Come già premesso, non sono un esperto del settore, ma leggendo numerosi articoli scientifici di una certa autorevolezza, lo scenario che si prospetta è alquanto grave: la preoccupazione maggiore è che alcune delle attività umane imputate come causa di tale riscaldamento sembrano produrre al contempo elementi attenuanti il fenomeno stesso; in tal caso, l’interruzione immediata potrebbe condurre a fenomeni assai estremi nel brevissimo periodo.  Tutto ciò per concludere, ricordando quanto sia preziosa la natura e, insostituibili per la vita, i suoi elementi: questi dovrebbero essere universalmente riconosciuti come i  veri e irrinunciabili tesori per l’Umanità: arte, economia, benessere sebbene apprezzabili non sono affatto comparabili  con l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la terra che coltiviamo per mangiare.

DALLA RIVISTA “HIRAM” n. 2016/1

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

LA CULTURA ARABA E LA DIVINA COMMEDIA

LA CULTURA ARABA E LA DIVINA COMMEDIA

Parlare dell’influenza araba nell’Europa medievale non è facile oggi, alla luce della cronaca che ha sconvolto gli equilibri preesistenti all’11 settembre. Dobbiamo però ammettere che la cultura araba ha contribuito non poco al progresso del genere umano e studiarne le condizioni storiche oggettive in cui si è verificata l’eccellenza della civiltà araba islamica è una strada possibile per tentare di migliorare la convivenza fra Oriente ed Occidente. Infatti, dopo il fallimento dell’invasione araba dell’Europa, dapprima a Costantinopoli nel 717-8 d.C. e quindi a Poitiers nel 736 d.C. ad opera di Carlo Martello, i possedimenti arabi si limitavano alla sola penisola iberica, all’Italia insulare ed a parte della Grecia. La cultura araba continuò a circolare in occidente grazie ai commerci diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo ad opera delle Repubbliche Marinare. Il commercio precedette ogni altro mezzo di comunicazione tra l’Europa e il mondo musulmano. Infatti, dopo l’anno 1000, aumentò l’attività commerciale europea nel mondo mediterraneo, e gli europei affiancarono i musulmani nella navigazione e nel commercio sulle acque di questo mare. E giunsero in Europa le cifre arabe, penetrarono termini commerciali di origine araba come chèque, tariffa, arsenale, dogana ecc. oltre alla ricca terminologia della navigazione e dei prodotti manifatturieri arabi, ad esempio nel campo tessile (damascato, fustagno). A ciò si aggiunsero i pellegrinaggi in Terra Santa che permettevano ai Cristiani di avvicinarsi alla cultura islamica, ma anche grazie al grande contributo di Scuole Universitarie come Padova e Bologna, e di personaggi illuminati, fra cui spiccano due monarchi che furono molto influenti nel panorama culturale medievale. Il primo è Federico II, Stupor Mundi (1194-1250). Questi, forte di una cultura profonda e poliedrica acquisita in Palermo negli anni della formazione giovanile, era di carattere aperto alle influenze delle varie culture che, oltre alla cattolica, vigevano in quella terra. Era in grado di parlare sei lingue fra cui l’ebraico e l’arabo a testimonianza delle sue potenzialità. Aveva, inoltre un atteggiamento filoarabo che gli costò la scomunica di Papa Onorio III e che lo portò a stipulare un accordo con il Califfo di Gerusalemme, nipote del Saladino, concludendo così la sesta Crociata. Favorì in Puglia (Lucera) la colonizzazione di popolazioni di origine araba provenienti dalla Sicilia, diffondendo in questo modo la loro cultura. L’atto più significativo fu la costituzione dell’Università di Napoli destinata a formare la classe dirigente del Regno . L’altro personaggio che ebbe un’influenza determinante nel favorire la diffusione della cultura araba nel mondo occidentale fu Alfonso X, il Saggio, re di Castiglia (1221-1284). La grandezza di questo re risiede nella sua attività culturale che lo portò, fra l’altro, a fondare a Toledo una Scuola di Traduttori che operò trasferendo in latino e castigliano opere arabe ed ebraiche, mettendo a disposizione degli studiosi testi di grande importanza scientifica e filosofica. Fra l’altro la Chiesa, che osteggiava la diffusione di testi in arabo, non trovava nulla da ridire a testi in latino o castigliano. Particolare di non poca importanza è la presenza di Brunetto Latini, amico e maestro di Dante, a Toledo in veste diplomatica. Egli venne a contatto con Alfonso X e soprattutto con la Scuola dei Traduttori e le sue esperienze vennero raccontate nel “Tesoretto”. Ad esempio, la cultura araba è ampiamente presente in tutta l’opera dantesca e la Divina Commedia non fa eccezione. Basta pensare alle figure del Saladino, di Averroè ed Avicenna presenti nel Limbo ed a Maometto e suo cugino Alì localizzati nell’Inferno. In realtà, la cultura araba è presente in tutta la cultura europea medievale. A ricordarci l’importanza della cultura islamica nell’occidente medievale cristiano, nel 1919 apparve un saggio di un arabista spagnolo Miguel Asìn Palacios4 che mise in dubbio l’originalità della struttura della Divina Commedia partendo dall’assunto che Dante conosceva la cultura araba attraverso la sua diffusione europea e che esistono delle forti similitudini fra l’opera dantesca e un’opera medievale araba (X-XI secolo) “Il Libro della Scala”, frutto di una elaborazione fantastica e popolare derivata da un versetto coranico. Il versetto recita: ‹‹Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio sacro al tempio più remoto del quale Noi abbiamo benedetto il recinto, per mostrargli parte dei Nostri segni.›› (Corano, XVII, 1) . La tradizione popolare prende spunto da questo misterioso rapimento notturno del Profeta dalla Moschea della Mecca ad un’altra Moschea reale, come quella di Gerusalemme, o ideale, come la Gerusalemme Celeste, e costruisce un viaggio immaginario nel mondo dell’oltretomba. Di questo viaggio esistono varie versioni: secondo una di queste si ipotizza un viaggio molto particolare. Il Profeta viene portato nel regno infernale dove incontra gli infedeli non musulmani, sottoposti ad efferati supplizi, sulla montagna del purgatorio le anime destinate a scontare la propria punizione prima della salvazione ed infine, salendo una scala dorata, al paradiso dove incontrerà alla fine Dio, sotto le specie di una luce abbagliante. Anche in questo racconto esiste una guida, l’Angelo Gabriele, che vince le iniziali ritrosie del Profeta, lo protegge da due voci melliflue (la religione ebraica e quella cristiana) e da una donna lasciva (i piaceri sensuali) che cercano di distrarlo dal suo cammino predestinato, e quindi lo conduce attraverso l’inferno ed il purgatorio fino al paradiso, salendo la scala dorata fino all’empireo. Come è evidente, anche se mancano le finalità escatologiche e filosofiche che Dante inserisce nella sua opera, molti elementi che Dante utilizzerà sono presenti nel testo arabo . Come comprensibile, fin dalla prima uscita la tesi di Asìn Palacios non trovò credito in Italia e per molti anni venne rigettata e misconosciuta. In pratica, lo studioso iberico basava la tesi che Dante avesse ampiamente ispirato alla tradizione medievale islamica la sua Commedia, sul fatto che tali tradizioni erano molto note nell’occidente medievale europeo. Inoltre, Dante aveva probabilmente conosciuto le fantastiche elaborazioni popolari del versetto coranico, come ampiamente provato dalle similitudini rinvenibili nei due testi, a partire dalla costruzione architettonica e finire nella visione della Luce Divina. Nel 1949 un elemento significativo ulteriore venne portato alla luce tramite la ricerca di un orientalista napoletano, Enrico Cerulli, che riuscì a trovare due traduzioni medievali del “Libro della Scala”: il “Livre de l’Eschiele Mahomet” e il “Liber Scalae Machometi”, rispettivamente conservati nella Bodleian Library di Oxford e nella Bibliothèque Nationale de France di Parigi. La traduzione in francese ed in latino, oltre che in castigliano, venne curata a Toledo da un notaio senese, certo Bonaventura, presente a quell’epoca alla corte di Alfonso X il Saggio. Queste versioni sono in latino e francese, mentre la traduzione in castigliano ci è pervenuta solo attraverso il riassunto di un frate spagnolo, Pedro Pasqual, testo che ebbe una grande diffusione alla fine del Duecento Cerulli non si limitò a reperire e pubblicare i testi. In uno studio molto approfondito cercò riferimenti al testo islamico in vari manoscritti trecenteschi, trovando numerosi riscontri e documentando quindi la diffusione del lavoro originale. In questo modo il Cerulli trova l’anello mancante, il trait d’union fra “Il Libro della scala” e la Divina Commedia . La ricerca di Cerulli del 1949 e la successiva pubblicazione dei manoscritti duecenteschi stimolò tutta una serie di riflessioni critiche che condussero a ritenere plausibile l’ipotesi di contaminazione della Divina Commedia sul modello arabo. Ma il concetto di plausibilità non poteva permettere di affermare con certezza che Dante avesse trasferito il modello del “Libro della Scala” nella sua opera. È invece più veridico che il nostro Poeta, che si è formato nello studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa, della latinità classica, primo fra tutti Virgilio, e della mitologia greco latina, abbia potuto trarre ispirazione anche dalla tradizione popolare araba o direttamente (ed è comunque da provare) o indirettamente attraverso qualche opera intermedia che non conosciamo. Negli anni ’90, anche in seguito ad una critica con impianto più rigoroso, si giunse a conclusioni più realistiche e meno partigiane. Quando due culture entrano in contatto, come accadde tra quella islamica e quella medievale europea, le idee, i vocaboli, i concetti di una si intrecciano a quelli dell’altra. Questa che potremmo definire, modernamente, liquidità creativa impronta l’epoca di Dante ed influenza la sua produzione letteraria sia a livello lessicale, filosofico (la lezione aristotelica di Averroè ed Avicenna): in una parola ideativo. Se esaminiamo le similitudini fra la Commedia ed il Libro della Scala, queste appaiono notevoli. Oltre l’impianto architettonico, ad esempio, la presenza dei tre elementi disturbanti all’inizio e le tre fiere; la guida soprannaturale, l’Angelo Gabriele e Virgilio. Forse uno degli elementi più inquietanti è la similitudine delle pene secondo la legge del contrappasso: ad esempio, ai dannati colpevoli di portare “discordia tra le genti” vengono tagliate le labbra con forbici infuocate (Libro della Scala, cap. LXXIX) mentre i “seminatori di scandalo e scisma” nella nona bolgia vengono mutilati con la spada. Man mano però che saliamo verso il Paradiso le similitudini si attenuano. La materialità dei supplizi islamici poteva costituire un modello per l’Inferno, e quello immaginato da Dante in particolare. Ma la sensualità e la umanità dei piaceri del Paradiso di tradizione coranica mal si conciliavano con la visione cristiana, punto di riferimento e colonna portante della Commedia. Rimane solo il concetto di Luce intesa metafisicamente. Del resto, Dante ha ben presente nei Vangeli, la visione luminosa di Dio come nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù di fronte ai discepoli (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36). Ma Dante in questo caso utilizza un espediente che usa spesso quando descrive fenomeni non facilmente spiegabili razionalmente. Ci dice che di fronte a tale luce abbacinante perde la vista e questa Luce non cade più sotto il senso della vista ma viene percepita con il cuore: lo stesso espediente viene utilizzato nel “Libro della Scala”. La critica odierna tende quindi a riconoscere che Dante adoperò le sue conoscenze per dare sfogo alla sua esigenza di trasmettere i suoi sentimenti di amore e libertà ai suoi lettori. Fornì quindi tutta una serie di informazioni, in modo più o meno velato, in modo che solo i suoi lettori più colti ed introdotti nel simbolismo proprio dell’élite culturale, potessero comprendere il suo messaggio pienamente. Gli altri non iniziati potevano leggere, godere della poesia, ma si fermavano solo ai primi livelli, quelli letterale e didattico. Ma a chi dunque era diretto il messaggio d’amore massimo nascosto nei versi? Forse ai Fedeli d’Amore, i Poeti del Dolce Stil Novo, amici, compagni, fratelli con cui aveva a lungo discettato su questi temi e condiviso una gran parte della vita. Il Valli ricostruisce un vero e proprio linguaggio criptico attraverso il quale Dante comunicava il suo pensiero solo a chi era in grado di intenderlo. Come è noto, i Fedeli d’Amore professano l’amore verso la Sapienza (la Santa Sofia), l’umanesimo delle arti, delle lettere e delle scienze, il Rinascimento dell’Uomo. Secondo i Fedeli, gli imperi assolutistici e i governi di stampo religioso devono cadere ed è necessario costruire una comunità universale degli uomini “cortesi”, dove solo la saggezza, il buon governo, l’amicizia, le scienze e le arti siano alla base della sconfitta del potere assoluto e della rinascita definitiva dopo le tenebre dell’Età più oscura. Questa interpretazione, non da tutti condivisa, apre ampi squarci esoterici nel velame che avvolge i versi danteschi. Certo quello che oggi dobbiamo riconoscere è che Dante era uomo del suo tempo, con i pregi ed i difetti dei suoi contemporanei. Resta però indubbio che la sua apertura culturale non era limitata da barriere religiose o regionalistiche. Pur essendo profondamente cristiano non amava affatto la Chiesa temporale e le sue pastoie. Nel Duecento si poteva dunque guardare oltre Tevere ed affacciarsi sul mondo, senza tenere conto di zavorre: la modernità di Dante è quindi nell’aver colto nelle varie culture la simbologia che gli era necessaria per dar corpo al suo sentire, ed aver trasfuso in essa la sua arte. Poco importa da dove ha tratto ispirazione, ha fatto sue le idee e le ha rese immortali con la sua arte.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’.LUIGI PORTALONE

Tratto dalla RIVISTA HIRAM 3/2020

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

REALTA’ CELATE

REALTA’ CELATE

Arte, esoterismo e alchimia. La Luce del dubbio

L’uomo conosce il concetto di realtà? Ciò che può scansionare con la vista può essere considerata tale? Possiede gli strumenti per comprenderne l’essenza, per indagare e prendere consapevolezza del “Regno delle madri”?

Johann Wolfgang Goethe definisce il “Regno delle madri1) quella dimensione che deve portare alla luce e rendere visibile qualcosa che rifugge dal semplice utilizzo del senso della vista. La percezione perfetta, che ha come obiettivo quello di andare oltre la superficie delle cose attraverso la profondità cognitiva, intellettiva ed emotiva dell’uomo, potrebbe corrispondere alla possibilità di risalire alla genesi del Tutto per poi comprenderne l’essenza.

Molti filosofi hanno affrontato il tema della  differenza tra realtà e verità. Tra questi, naturalmente, non poteva mancare Platone che, nel suo “Mito della caverna” 2), immagina alcuni uomini incatenati all’interno di una caverna incapaci di muoversi o girarsi. Alle loro spalle un grande fuoco che proiettava sulla parete di fronte ai prigionieri le ombre di individui che camminavano, parlavano, muovevano oggetti e si relazionavano tra di loro in ordinarie scene quotidiane. Gli uomini non erano in grado di comprendere ciò che stava succedendo perché ignoravano la realtà dei fatti. Se uno di loro si fosse liberato avrebbe avuto due possibilità: fuggire dalla caverna senza voltarsi oppure girarsi, svelare il mistero, scoprire la verità, prenderne coscienza e condividerla con gli altri. La cosa incredibile, però, è che nessuno gli avrebbe creduto: i loro sensi non solo erano atrofizzati, ma dopo molti anni ciò che vedevano sulla parete era diventata una comfort zone irrinunciabile e, per questo, considerata reale. La simbologia del mito di Platone ci stimola a considerare la luce come conoscenza, gli uomini alle spalle del fuoco come l’essenza della realtà, le ombre sulla parete come la superficie delle cose e la luce abbagliante del sole all’esterno, dopo molti anni di oscurità, un tentativo di avvicinamento alla realtà del profano che, non avendo gli strumenti della conoscenza cognitiva, considera reale una percezione certamente alterata dall’abbaglio solare. Come afferma F. Nietzsche, solo se abbiamo il coraggio di non dare eccessiva importanza al senso della vista possiamo pensare di trovare la verità in un luogo materialmente improbabile: nella nostra anima 3).

Possiamo partire da qui per indagare il rapporto tra uomo e realtà tra coscienza e verità avvalendoci di uno strumento ulteriore, sicuramente credibile perché interessa entrambi gli emisferi cerebrali dell’uomo 4), attendibile, poiché l’urgenza comunicativa difficilmente può essere alterata da pensieri mendaci: l’arte visiva. Se riflettiamo sull’etimologia della parola “Arte” ci rendiamo conto che deriva dalla radice sanscrita “Arti”, che significa “andare”, “mettersi in moto”, “muoversi verso”. In effetti le arti, intese come linguaggio e come prezioso strumento comunicativo, in tutte le loro espressioni sollecitano dinamismo interiore sia da parte dell’artista, sia nei confronti di un fruitore chiamato a una percezione polisensoriale che coinvolge, al tempo stesso, mente, conoscenza teorica ed esperienziale, cuore e anima. L’espressione artistica in genere si trasforma, perciò, in un mezzo in grado di aprire la porta a contenuti profondi e unici in quanto espressione del libero pensiero e di stati d’animo. Allo spettatore di un lavoro di arte visiva è chiesto di abbandonare pregiudizi e schemi mentali eccessivamente razionali e superficiali a vantaggio di una dimensione più interiore, profonda e personale 5) .

“L’uomo – scriveva Pitagora – è la misura di tutte le cose, di quelle che sono e quelle che non sono per ciò che sono” 6) . L’uomo che lascia la dimensione profana, che prende coscienza della fallacità del senso della vista e di un approccio materialistico alla vita, che acquisisce tra le Colonne la consapevolezza che la verità è una vera e propria conquista, si accorge di avere un potere enorme: quello di poter plasmare, integrare, evolvere, arricchire, completare, far gemmare e perfino nullificare una realtà che è parte di sé. Il Tutto è parte di noi. Noi siamo parte del Tutto. Nel mondo delle arti visive, siamo di fronte a un doppio processo creativo – quello della genesi dell’opera e quello del percorso percettivo soggettivo – che ci rimanda a un simile processo interattivo e a più fasi: quello dell’Ars Regia (tradizione alchemica), Arte Reale, Arte che rende simili a un Re (emanazione diretta del Divino), Arte che, attraverso un percorso simbolico, conduce a una trasformazione interiore. Una trasmutazione che coinvolge in primis l’artista, ma che dal dipinto arriva a tutti coloro che si concedono a una “percezione illuminata”. Essa, per mezzo di un procedimento al tempo stesso materiale e spirituale, proietta in quella che è definita la “Grande opera”, una sorta di unione tra l’io umano e l’io sociale, tra l’essere e il sé, tra il microcosmo (singolo individuo) e il macrocosmo (il Tutto). Un pensiero che ci riporta al concetto tradizionale di alchimia e della pietra filosofale in grado di trasmutare, simbolicamente, qualunque cosa in oro: incorruttibilità, regalità, eternità e piena, totale e lucida consapevolezza.

Nella storia dell’arte, vecchia tanto quanto la storia dell’uomo, ci sono stati artisti che sono ricorsi in modo lucido e consapevole alla simbologia alchemica nella ideazione e costruzione dei propri lavori, altri che l’hanno allusa indirettamente attraverso concetti alchemici (uovo, albero della vita, sole, luna, quattro elementi, ecc.). Ma siamo certi che sia sufficiente un’analisi iconografica per comprendere un dipinto? Che la vista possa, in modo indipendente, condurci verso il pensiero dell’artista? E se l’artista avesse deciso di lasciarci un messaggio nascosto, più o meno evidente a occhi, intelletto e anima preparati a comprenderlo? La cosa certa è che, nel corso dei secoli, molti artisti hanno utilizzato codici espressivi plurimi, nella maggior parte dei casi per scelta cosciente (desiderio di trasmettere un messaggio identificabile solo da poche e privilegiate persone). In altri casi, invece, in modo meno cosciente, ma non per questo meno efficace, per l’intervento di quelli che Carl Gustav Jung definirebbe “Archetipi emersi dall’inconscio collettivo” 7) . In molte opere, perciò, possiamo trovare piani percettivi differenti, ma in quasi in tutte non sarà sufficiente un approccio percettivo eccessivamente o solamente razionale: se l’artista è un alchimista, anche il fruitore dovrà connettersi a sistemi percettivi compatibili a questo percorso esoterico.

L’alchimia corrisponde all’antico sistema filosofico-esoterico che combina elementi di fisica, chimica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo e religione diventando una vera e propria filosofia dell’uomo che cerca la via della verità attraverso la trasformazione della materia, implicando un’esperienza di crescita unita a processi di liberazione e purificazione spirituale. La trasmutazione dei metalli in oro si inserisce nell’ottica evoluzionistica tipica dei filosofi neo-platonici che pensavano che tutta la creazione, corrotta a causa del peccato originale, tendeva a ritornare verso la perfezione originaria, allo stesso modo i metalli mutano verso, la forma più nobile della loro specie 8) . L’Alchimia viene comunemente definita la “Grande Arte”, mentre il processo alchemico “Opus”. L’unione dei due elementi prende il nome di “Grande Opera”.

L’Alchimia va ritenuta una grande avventura dell’uomo, un intento ambizioso volto a migliorare l’uomo ed il suo mondo. Quel mondo che Dio gli ha donato. Potremmo perfino supporre che ogni attività creativa possa essere collegata a filo doppio All’alchimia in quanto portatrice di verità profonde. Lo stesso Jung, grande collezionista di testi alchemici utilizzati nello studio della psicologia, affermava che fin dalle sue origini l’alchimia presentava un duplice aspetto: da un lato il lavoro pratico del laboratorio, dall’altro il processo psicologico, in parte conscio e in parte inconsapevole, proiettato al processo di trasmutazione della materia. Di fatto, l’artista è un alchimista che ignora di esserlo: egli, anche senza rendersene conto, interroga la memoria archetipica dell’immaginario collettivo facendo emergere collegamenti più o meno diretti con il simbolismo alchemico. Il più delle volte non è l’artista a creare il simbolo, ma è il simbolo, tramandato di generazione in generazione, che gli s’impone. L’artista trasforma la materia in forma che incontra il colore e la superficie per poi unirsi alla luce, alla bellezza suprema. Obiettivo sia del pittore che dell’alchimista è quello di trasformare la realtà nella sua espressione più alta. Per estensione teorica, anche nei primordi della pittura potremmo riconoscere un approccio non lontano dai principi alchemici. Le scene dominanti nei graffiti del Paleolitico di circa 20 mila anni fa, nelle grotte di Lascaux (vedi foto 1) non avevano uno scopo decorativo o estetico: attraverso quei disegni si voleva propiziare l’esito favorevole della caccia (per ragioni di sopravvivenza). Si cercava un contatto con l’oltre – presagio –attraverso un aspetto razionale e consapevole del processo creativo. Nel Neolitico (circa 9 mila anni fa), con l’avvento dell’agricoltura e la fine del nomadismo, l’uomo stabilì una relazione nuova con la terra e con i nuovi strumenti per lavorarla. La sua più o meno fertilità diventava un decisivo fattore di salvezza. Tra gli amuleti risalenti a quel periodo, oltre alle figure geometriche del quadrato e del rombo (rispettivamente simbolo della terra e sacro simbolo dei suoni delle avversità della natura), troviamo monili che raffigurano mammelle (simbolo di fertilità – vedi foto 2). Quello della cultura greco-romana era un mondo – popolato da figure bizzarre, mostruose, ma anche da dei immortali ed eroi invincibili ricchi di poteri magici – che voleva dare delle risposte, dare un ordine e un senso alla vita, ma che spesso finiva per essere denso di tutte le paure e le incertezze di quegli stessi uomini che ne avevano scritto la sceneggiatura. Basti pensare a Giove (vedi foto 3), Dio dei cieli e della terra, che anziché rappresentare la perfezione cosmica (assunta alcuni secoli più tardi dal Dio Cristiano), risultava una divinità imperfetta, capace di mantenere un ordine universale e di proteggere i più deboli, ma anche di essere irascibile e vendicativo contro il genere umano e contro altri dei. Veniva appresentato con in mano un fulmine: fonte di vita, sorgente di tutte le energie e centro di irradiazione della luce.

Crono (vedi foto 4) è il Dio del tempo e del libero arbitrio, il cui attributo è un serpente che si morde la coda (Uroburo, antico simbolo di eternità). L’Uroburo è un simbolo alchemico che racchiude diversi significati: come cerchio rappresenta il ciclo dei tempi e l’immortalità; come serpente che si morde o che inghiotte la propria coda raffigura l’unione degli opposti: vita/morte, finito/infinito, luce/ombra, bene/male.

Il Medioevo ha avuto il merito di riorganizzare i simboli del passato interpretandoli in chiave religiosa: un periodo nel quale le arti visive diventarono la “Letteratura degli ignoranti”, ma anche strumento di richiamo per certe persone che “erano in grado di leggere”. Una modalità espressiva che si appoggiava molto sull’;alchimia, che utilizzava un linguaggio fortemente simbolico per nascondere i contenuti possibili di inquisizione 9) . La figura di Cristo era quella più raffigurata in assoluto nella Storia dell’Arte, in particolare il Cristo Pantocratore, Signore dell’Universo e creatore del Tutto, perfetta sintesi dei quattro elementi, del mondo terreno e di quello divino, Dio Sole posto al centro dell’Universo (vedi foto 5).

Il concetto moderno di esoterismo nacque nel Rinascimento quando furono divulgati alcuni testi attribuiti a Ermete Trismegisto (vedi foto 6), l’antico saggio considerato il predecessore di Mosè. Grazie ai testi Ermetici, le Sacre Scritture hanno avuto la possibilità di essere trasmesse nel tempo superando i roghi delle biblioteche legati alle persecuzioni pagane nell’Impero Romano (azioni di intolleranza, discriminazione e violenza religiosa) 10).

Per i Massoni, l’esoterismo corrisponde a un approccio spirituale che si basa su dottrine e concetti a carattere segreto trasmessi oralmente dal Maestro agli Apprendisti. L’obiettivo dichiarato è quello di perseguire gli studi delle Scienze Occulte 11) , delle conoscenze esclusive per trasformare l’uomo – riferimento alla trasmutazione alchemica – dal piano umano a quello divino. L’Art. 5 della Costituzione della Massoneria del GOI afferma “La Comunione Massonica Italiana segue il Simbolismo nell’insegnamento e l’esoterismo nell’Arte Reale” 12) . Il Rinascimento divenne un momento straordinario per la cultura europea grazie anche al recupero di tradizioni a noi lontane (come la cultura mesopotamica ed egiziana) che danno nuova linfa alla cultura greco-romana con tradizioni ermetiche ed esoteriche derivata anche dalla cabala ebraica. Nel Quattrocento e nel Cinquecento si svilupparono l’ermetismo, la cabala cristiana e la magia: oltre all’influenza sulle arti e sull’architettura, il Rinascimento operò un profondo cambiamento nel pensiero e nella cultura generale attraverso la diffusione della filosofia mistica e alchemica. In un clima che favoriva l’esigenza alla trascendenza, la bellezza divenne uno dei principali strumenti per pervenire all’idea platonica. In un contesto del genere, l’alchimia corrispondeva al miglior utilizzo possibile delle forze contrastanti e dei materiali “grezzi” a disposizione dell’uomo, in maniera che l’amalgama, l’unione armonica di elementi di per sé eterogenei non producevano una semplice somma, ma una moltiplicazione esponenziale che metteva l’individuo in grado di percepire l’invisibile, l’infinito e l’eterno 13) .

Molti dipinti di Sandro Botticelli (1445-1510), come “La nascita di Venere” (1482/85 – vedi foto 7), proponevano percorsi percettivi ermetico-platonici, vissuti alla corte medicea, attraverso i quali si tendeva a trasformare la realtà in bellezza e mito. Venere esce dalle onde sopra una conchiglia bianca coprendosi il seno e il ventre mentre i venti soffiano cospargendo nell’aria fiori. Il mare e la conchiglia simboleggiano la natura femminile mercuriale della materia prima (in alchimia, il mercurio e lo zolfo erano ritenuti gli elementi primordiali con i quali ogni altro metallo risultava formato in quanto conteneva in sé tutti i diversi aspetti della qualità della materia). Quella di Venere è, perciò, una rinascita spirituale che si identifica con la conclusione del viaggio alchemico. Gli alchimisti non si limitavano a registrare per iscritto le loro ricerche, bensì riproducevano anche un’infinità di testi e disegni attraverso i loro sogni e i loro incubi, le loro visioni: strutture segniche fortemente simboliche che, ancora oggi, sono oggetto di studio e di indagine per la loro profondità al di fuori del tempo. Il grande pittore fiammingo Hieronymus Bosch (1450-1516) può essere considerato la figura più rilevante di questa Arte immaginativa e visionaria. Nel suo “Trittico del giardino delle delizie” (1480-90 – vedi foto 8), sembra voler riassumere la storia dell’umanità disseminando una serie di simboli interpretabili attraverso la dottrina cristiana medievale 14) .

Nel primo pannello a sinistra, attorniato da un bestiario medievale e affiancato dalla fontana della vita, Dio (raffigurato con Cristo) fa incontrare Adamo ed Eva, l’evento scatenante di tutti i mali del mondo. Nel pannello centrale, caratterizzato da un’onirica serie di peccati carnali attraverso figure umane, animale e vegetali, si evidenziano i simboli del pesce e dell’uovo (simboli cristiani di salvezza e di rinascita dopo la purificazione). Nel terzo pannello a sinistra in una visione dell’inferno, l’atmosfera angosciante dei tormenti successivi alla dannazione evidenziano la caducità dei beni terreni. Satana, raffigurato con una testa d’uccello, divora i dannati espellendoli in una sfera senza uscita. Le monete d’oro riprodotte da un dannato potrebbero alludere al processo alchemico, così come ai quattro elementi: terra (villaggio), acqua (fiume infernale), aria (mulino a vento con pale luminose) e fuoco (vulcano che brucerà tutti i peccatori).

Una delle caratteristiche dei ricercatori rinascimentali era il loro eclettismo; infatti tendevano a svolgere diverse attività in contemporanea secondo l’ideale dell’uomo universale impersonato, ad esempio, da Leonardo Da Vinci (1452-1519) considerato da molti, oltre che un grande pittore, il primo scienziato in senso moderno. In uno dei suoi scritti criptici, affermò di essere in grado di trasformare il piombo in oro. La maggior parte dei suoi lavori possedeva diversi livelli di lettura con una serie di simboli non sempre legati All’iconografia principale. I saperi della tradizione andavano diffusi in modo criptato per nasconderli, proteggerli, conservarli e trasmetterli. Il suo “Uomo Vitruviano” (1490 ca – vedi foto 9) è un uomo nudo con braccia e gambe  allargate, iscritto in un cerchio perfetto, ma anche in un quadrato e in una stella a cinque punte, in perfetto equilibrio tra microcosmo (individuo) e macrocosmo (Universo) e i quattro elementi della natura. Ne risulta un’enigmatica figura in cui Leonardo indica come l’uomo abbia le stesse misure auree che regolano l’universo a cui è unito in un rapporto armonico, proporzionato e indissolubile tra le parti di un insieme, secondo la visione ermetica egizia, greca e romana, con un successivo recupero medievale.

Anche nel celeberrimo dipinto “Monna Lisa” (1503 ca – vedi foto 10), c’è una grande attenzione per la misura aurea che nasconde un codice matematico segreto. Ma la Gioconda gioca anche su uno dei cardini alchemici per eccellenza: l’androginia. Il famoso sorriso sembra racchiudere questo segreto alludendo sia a un carattere maschile che femminile. Sul fondo del dipinto, impercettibile a occhio nudo, il numero 72, simbolo dell’androgino alchemico. Leonardo è alla ricerca di un sistema scientifico per la pittura, matematicamente misurabile, ma al tempo stesso si concede ai simboli alchemici che si relazionano con l’irrazionale e lo spirituale 15) .

Albrecht Dürer (1471-1528) è noto per l’invenzione della tecnica incisoria dell’acquaforte,

tecnica analoga alle trasmutazioni alchemiche. L’incisione “Melancholia I” (1514 – vedi foto 11) allude alla prima prova degli alchimisti: uno stato di malinconia, angoscia e travaglio interiore è associato alla Nigredo, simile alla notte. Con il tema della malinconia,

gli artisti rinascimentali volevano comunicare, servendosi di un linguaggio cifrato comprensibile solamente agli adepti, precisi insegnamenti esoterici e illustrare le quattro fasi della procedura alchemica:

–nigredo (nero/notte): depressione, ansia, paura e solitudine

–albeda (alba/bianco): cura, trasformazione e rinascita

–citrinas (pomeriggio/giallo): guarigione, consolidamento e consapevolezza

–rubedo (tramonto/rosso): compimento, gioia e spiritualità

Le 4 fasi dell’alchimia prendono il nome dai 4 colori fondamentali della pittura greca: nero,

bianco, giallo e rosso. Esse furono messe in relazione ai 4 elementi, alle 4 stagioni e alle 4 fasi del giorno. Secondo Jung “Per nascere veramente, occorre rinascere” 16) .

Il titolo dell’opera di Dürer è scritto in alto a sinistra, ma accanto alla parola Melancholia (10 lettere), sono state aggiunte le lettere S (simbolo del carattere volatile della materia) e il numero romano I (indica una condizione primitiva, la prima fase degli alchimisti –

nigredo). In tutto sono 12 le lettere che compongono la scritta, come i 12 mesi dell’anno e i 12 segni zodiacali. La donna reca un compasso nella mano destra (simbolo che allude allo spirito che guida e modella la materia).

L’origine della Massoneria è uno dei grandi enigmi della storia. L’arte dei tagliatori di pietre, i cavalieri templari, gli architetti e gli artigiani che costruirono il Tempio di Re Salomone e perfino i culti dei misteri del mondo antico sono stati proposti quali fonti dell’Ordine. Studi più recenti, tuttavia, hanno dimostrato che molti fondamenti filosofici della Frammassoneria – Libera Muratoria – traggono origine dal Rinascimento, da tradizioni mistiche come la Cabala e l’Ermetismo, alle quali è stata data una struttura simbolica derivata dalle corporazioni dei mestieri medievali 17) .

Il Seicento si aprì con le scoperte astrologiche di G. Keplero e di Galileo e si chiuse con il Newton che espose le sue leggi sulla gravitazione universale. Un secolo in cui si parlava dell’autonomia della scienza dalla religione e si poneva la matematica come punto di riferimento imprescindibile per formulare qualunque teoria. Solo ciò che era dimostrabile poteva diventare prassi. La scienza e la filosofia diventarono inseparabili e il valore degli studi non dipendeva più dalla loro corrispondenza con una possibile verità, ma doveva seguire procedure rigorosamente scientifiche che partivano dall’esame di fenomeni concreti. Il Seicento è considerato un punto di rottura con l’Ermetismo, ma favorì la nascita di una nuova mistica chiamata Teosofia: sapere filosofico legato al concetto che tutte le religioni hanno un’unica origine che afferma di poter condurre l’uomo alla verità attraverso una conoscenza esoterica della divinità. In un secondo momento sancì l’affermazione della Massoneria speculativa 18) . Nel Seicento, quando l’alchimia era ormai praticata anche nelle

piccole città, pittori e alchimisti condividevano nel loro lavoro molte sostanze come l’olio di lino, gli spiriti, i minerali brillanti e colorati, il vetriolo, ecc. Nella pittura barocca in generale, i temi alchemici sono numerosi. A Roma avevano un grande successo le idee dell’alchimista Heinrich Khunrath e, in particolare, le sue teorie sullo stretto legame tra alchimia, musica e fede cristiana. Fervido sostenitore di questo pensiero era il Cardinal Del Monte, cultore di astrologia e della tradizione ermetico- alchemica, che di lì a poco divenne il più importante committente di Caravaggio (1571-1610) al quale fece affrescare il suo laboratorio alchemico.

Il dipinto “Giove, Nettuno e Plutone” (1597 – vedi foto 12) risulta essere un’allegoria del processo trasmutativo della materia dallo stato solido (terra) a quello liquido (acqua) e aeriforme (aria); infatti sono raffigurati Giove (zolfo), Nettuno (Mercurio) e Plutone (Sole), figli di Cronos che, secondo i racconti omerici, si spartirono il dominio della terra, dell’acqua e del cielo. Il globo luminoso rappresenta il cosmo e simboleggia la pietra filosofale in cui si vedono il sole (principio maschile) e la luna (principio femminile) in congiunzione. I segni zodiacali che si intravedono nella sfera centrale (pesci, ariete, toro e gemelli) indicano il periodo ideale, la primavera, per svolgere l'opera alchemica. Le tre divinità sono associate a tre animali simbolici che, in genere, le rappresentano: Giove

all’aquila, Plutone a Cerbero tricefalo guardiano dell’Ade nelle cavità sotterranee, Nettuno al cavallo marino dalle pinne grigie. Tutti e tre sono autoritratti dello stesso Caravaggio.

Dalla seconda metà del Settecento, l’arte non veniva più considerata al servizio di “forze superiori” e l’artista non era più uno strumento divino, non gli era data a priori un’interpretazione obbligatoria della natura, ma veniva sollecitato a tenere inconsiderazione una pluralità potenzialmente infinita di fenomeni dietro i quali erano da ricercare i significati più profondi che legavano l’individuo a un Tutto più elevato. In questo contesto, presieduto dal pensiero illuminista fortemente legato alla ragione, l’alchimia riaffermava la sua vera essenza: la sua opera non aveva bisogno di prove scientifiche trattando qualcosa che andava oltre il materiale. A. Schopenhauer riaffermò l’importanza che l’uomo rivestiva nel predisporsi a scoprire quell’essenza della realtà che corrispondeva alla volontà di vivere, mettersi in gioco, tornare protagonisti del proprio destino con la conoscenza, per essere in grado di andare oltre le apparenze delle cose. Un concetto che condusse il filosofo tedesco a fare una distinzione tra fenomeno (analisi delle cose per come appaiono, accogliendo l’illusione imperfetta dell’oscurità che regna nelle dimensioni dei profani) e noumeno (analisi della cosa in sé, percepibile attraverso un approccio polisensoriale unito a ragione e conoscenza, appannaggio dei liberi muratori) 19) .

“L’incubo” (1781 – vedi foto 13) è l’opera che ha reso famoso Johann Heinrich Füssli (1741-1825): uno dei suoi lavori più enigmatici, un’immagine pittorica dalla grandissima introspezione psicologica che costituisce una novità assoluta per l’epoca. In un interno borghese, il demone-incubo siede sul corpo di una giovane donna, riversa sul letto addormentata, quasi a soffocarla. La testa di un cavallo (simbolo delle tenebre del mondo) che compare in secondo piano, minacciosa e spettrale, contribuisce a rendere ancora più terrificante la scena. Gli incubi entrano in possesso dei nostri sensi quando, addormentati, molte delle nostre barriere difensive vengono meno e permettono ad esseri poco piacevoli che arrivano da altre dimensioni di invadere il nostro apparato sensoriale.

In quello stesso anno Immanuel Kant pubblicò “Critica della ragion pura” 20) con l’intento di mettere in discussione le certezze della scienza. Indagò, infatti, il dubbio cartesiano 21) dirottandolo verso se stesso in quanto, come affermava David Hume 22), l’oggettività della scienza non poteva esistere (il solo affermarlo risulterebbe un “pensiero oggettivo” e quindi fuorviante) perché risultava soggettivo il procedimento di qualunque prassi dimostrativa. Il pensatore tedesco propose, perciò, un altro percorso filosofico con lo scopo non tanto di indagare la realtà, ma di testare le possibilità di accesso alla verità, mettendo in dubbio la ragion pura e proiettandoci oltre i suoi limiti. I dubbi di Kant presero il nome di Criticismo: sintesi di un approccio che metteva in discussione l’oggettività assoluta della ragione ponendo il fenomeno e il noumeno a distanza siderale 23) . Per Socrate il dubbio stesso era espressione della verità. Il Libero Muratore, nell’analisi che lo conduce a indagare l’essenza della realtà, parte proprio dall’esercizio del beneficio del dubbio e non si accontenta, come farebbe lo scettico, di considerarlo un punto di arrivo. Come proposto da Cartesio e perfezionato da Kant, il Massone arriva a dimostrare che il percorso di conoscenza inizia dal dubbio per poi giungere a confermare, filosoficamente, l’esistenza del Grande Architetto dell’Universo. Il libero muratore vuole mettersi in gioco, vuole convivere e crescere con il dubbio che la nostra verità potrebbe non essere definitiva e che si nasconde al solo senso della vista per concedersi solo a coloro che hanno intrapreso un percorso di crescita nel “Tempo iniziatico”, 24) che permette di giungere nell’essenza dell’essere che, con un fare morale, etico e virtuoso, indaga i vari mondi della conoscenza e dell’autocoscienza dell’anima. Se così non fosse, verrebbe meno il percorso massonico. Andrea Appiani (1754-1817) è uno dei più moderni artisti del suo tempo: noto per aver decorato Villa Reale di Monza, in particolare per l’affresco che narra la favola dell’anima di “Amore e Psiche” (1791 – vedi foto 14) nell’edificio della Rotonda Appiani. Da Libero Muratore, ha lasciato molte immagini che, nonostante il loro essere apparentemente neo- classiche, attraverso la dimestichezza con il mito, venivano inserite in contesti di fantasia ritenuti implausibili per l’epoca. Ne sono risultati una serie di segni e simboli esoterici che dimostrano come la verità non può essere di per sé conosciuta e può essere raggiunta solo accettando la provvisorietà e la precarietà della realtà oggettiva. Come dimostra Appiani, la prova della sua esistenza esiste proprio nel momento in cui dubitiamo delle false illusioni che oscurano il cammino per raggiungerla.

William Blake (1757-1827) è stato un artista educato all’esoterismo e studioso dei testi attribuiti a Ermete Trismegisto che si presentava come avverso al razionalismo dell’Illuminismo e sostenitore di quella lucida immaginazione in grado di far nascere un dipinto quasi per magia. Fece parte della società dei Rosa Croce ed era considerato da alcuni colleghi come una persona mentalmente alterata: “L’immaginazione non è uno stato mentale, ma è l’esistenza umana stessa. Se le porte della percezione fossero purificate tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è: infinito”! La razionalità priva di ogni dubbio  è mandare in corto circuito la ragione.

limitativa perché è finita e impedisce di vedere ciò che potrebbe essere visto e tenta di spiegare ciò che non può essere spiegato 25) . Blake, seppur indirettamente, ci fa comprendere quanto il dubbio sia positivo perché fonte di ogni ricerca e condizione di ogni conquista. Per il Libero Muratore risulta essere uno stato esistenziale che lenisce sentimenti di insoddisfazione e di inquietudine connessi alla sola superficie di tutte le cose, trasformandosi in energia propulsiva e stimolo per deflagrare lo Schopenhaueriano velo di Maya che cripta tutte le cose del mondo 26) .

Tra le sue opere più suggestive ci sono “Jerusalem” (1804 – vedi foto 15) e “Il sole allaporta d'Oriente – il Vecchio dei Giorni misura il tempo” (fine 1700 – vedi foto 16). Nella prima, l’apprendista – con le sue incertezze ed i suoi dubbi – sta facendo il primo passo verso la conoscenza e utilizzerà il disco che porta con sé per poter vedere oltre. Egli sa che andrà incontro a una morte spirituale per rinascere in un’altra dimensione, pur rimanendo Signore dei due mondi (gambe a cavallo di entrambi i mondi). Il dubbio, in questo caso, si genera dal disagio procurato dall’oscurità che non ci permette di orientare il nostro

percorso verso le virtù massoniche. Il profano tende a negare ogni dubbio mentendo a se stesso considerandosi portatore di una verità assoluta e incontrovertibile. Il Libero Muratore, al contrario, lo utilizza per alimentare i valori e per intercettare quella luce che lo condurrà verso la verità della verità. Nella seconda opera, l’apprendista è diventato maestro – fine della Grande Opera – ed è stato accolto alla Corte di Dio: è come un sole, una stella, un faro da seguire. É in pieno possesso di se stesso ed è consapevole di passato, presente e futuro. Il compasso, generalmente associato alla squadra, è uno dei principali simboli esoterici: esso serve a tracciare il cerchio, mentre la squadra serve a tracciare il quadrato. Palese evocazione del Grande Architetto Dell’Universo.

La lunga e variegata coda dell’alchimia spirituale e dell’esoterismo influì sulla produzione pittorica della seconda metà dell’Ottocento, soprattutto in ambito simbolista, all’interno di quella rinnovata attenzione nei confronti del mondo occulto che si configurava come risposta al più crudo positivismo, cercando di dimostrare al di là dell’evidenza esistevano altri mondi contrassegnati dallo spirito e dalla propensione verso Dio. Su queste linee spiritualiste si mossero diversi gruppi di nuovi alchimisti e di rosacrociani con l’intento dichiarato di scoprire il mondo che stava oltre. Anche l’arte, come strumento privilegiato per esplorare la realtà invisibile, contribuì in modo determinante a questa indagine ricorrendo all’immaginario alchemico e al simbolo con contenuti spesso complessi e universali. Se l’artista ha il compito di raffigurare, nelle sue opere, ciò che percepisce attorno a sé a prescindere dal suo esserne più o meno cosciente, include il Divino. Jan Toroop (1858-1928) si formò a Bruxelles dove maturò un linguaggio pittorico decisamente opposto al naturalismo, caratterizzato da un ermetismo simbolico ed esoterico manifestato in modo particolare in alcune copertine disegnate per Louis Couperus, che saranno considerate modello per le successive stilizzazioni dell’Art Nouveau: “God and Golden” (1903 – vedi foto 17). Alfonse Moucha (1860-1939) fu un artista eclettico e un grande disegnatore che produsse  un generoso numero di opere: in modo particolare si occupò di manifesti teatrali e cover per libri e riviste. Considerato uno dei padri dell’Art Nouveau – “Zodiaco, La Plume” (1897– vedi foto 18) –, fu iniziato alla Massoneria a Parigi nel 1898 diventando, a sua volta, promotore di una Loggia in Cecoslovacchia nel 1919 occupando il ruolo di Maestro Venerabile promuovendo i valori di tolleranza, libertà, solidarietà, verità e fratellanza 27) .

Il Novecento fu il secolo di due correnti artistiche che si legavano, in modo diretto e indiretto, alle evoluzioni dell’esoterismo e dell’alchimia nel corso dei secoli: la Metafisica e il Surrealismo. La Metafisica di Giorgio de Chirico (1888-1978) è assolutamente compatibile con la tradizione ermetico-cabalistica: Il termine fu adottato per definire una pittura che aspirava a superare i limiti del visibile e del reale, rivelando un significato profondo degli oggetti attraverso il loro inconsueto accostamento in un clima di suggestione magica e atmosfera enigmatica e silente.

Il dipinto “Le Muse Inquietanti” (1917/18 – vedi foto 19), non solo esprime qualcosa che va oltre l’apparenza fisica – l’essenza intima della realtà al di là dell’esperienza sensibile –, ma propone una serie di simboli legati all’alchimia e alla Libera Muratoria come il pavimento a scacchiera, l’uovo ermetico, colonne e templi (che sono una costante di tutto il corpus dechirichiano insieme alla dualità e all’equilibrio degli opposti). Come scrive lo stesso De Chirico: “Il pittore, come un alchimista nel suo laboratorio, cercava la materia meravigliosa.

Era possibile che un pittore compisse un lavoro da alchimista, diventasse una specie di mago”. Il parallelo tra la visione del mondo surrealista e la tradizione alchemica si riscontrava già nel paragrafo iniziale del Manifesto di Breton (1924): “L’uomo, come l’alchimista, è il sognatore definitivo”. Un volantino surrealista dell’epoca recitava: “Voi che avete piombo in testa, fondetelo per farne oro surrealista”. In fondo il Surrealismo era una filosofia di vita, basata sul concetto caro all’Alchimia: “Conoscere se stessi per poter trasformare se stessi”. Il più surrealista dei surrealisti, non solo nelle opere che ci ha lasciato, ma anche nella tipologia di vita che ha condotto, è stato certamente Dalí. Salvador Dalí (1909-1989) era sensibile e attratto dal mistero, dal paranormale, dalla cabala e all’alchimia: spesso ne seguì il simbolismo memore delle filosofie del passato e dei trattati alchemici. Per l’artista spagnolo, l’amore e la donna erano elementi essenziali per il percorso iniziatico: in molte sue opere, l’eros risulta essere un passaggio obbligatorio per giungere all’”oro”. Dalì disegnerà anche un celebre mazzo di Tarocchi legato agli Arcani Minori.

Negli anni Trenta del Novecento, Dalí arrivò a scomporre la materia e a cercare di frammentare le sue opere, quasi come voler anelare a una lucida trasmutazione intuendo che un dipinto poteva aleggiare nell’aria come fosse senza peso. Nel dipinto “Orologi molli” (1931 – vedi foto 20), gli elementi fluttuano nello spazio senza avere un preciso luogo di ubicazione: la trasformazione è certamente implicita in questo lavoro. Se luogo e spazio non hanno più vincoli, forse anche il terzo elemento che contraddistingue la nostra esistenza viene a cessare: il tempo.

La arti visive del Novecento si sono divise tra figurative e astratte. Da una parte la bellezza esteriore e il realismo potevano condurre verso l’estasi, verso il sole della vera conoscenza platonica. Dall’altra nell’Arte astratta, il pensiero e i contenuti emotivi (più irrazionali e istintivi) conducevano in dimensioni altre a patto che il fruitore entrasse nella dimensione creativa ed estatica dell’emozione che aveva presieduto la creazione dell’artista.

Jackson Pollock (1912-1956) ha sempre avuto un grande interesse per il mondo dell’alchimia e per i processi di trasformazione della materia. Pollock dichiarava di dipingere il stato di trance: “Quando dipingo non sono consapevole di ciò che sto facendo.

É solo dopo un periodo di convivenza con un mio quadro che mi rendo conto di ciò che ho fatto”. L’alchimia si manifesta nel caos iniziale della materia, nella drammatica ricerca della metamorfosi in forma, in termini istintivi, dinamici e drammatici. I Surrealisti lo avrebbero definito “automatismo psichico”, quello di Pollock potrebbe essere chiamato “automatismo fisico” per la tecnica dell’Action painting e del Dripping in cui il colore viene sgocciolato dal pennello o direttamente dal tubetto sulla tela, enfatizzando l’atto fisico della pittura. La sua composizione “Alchimia” (1947 – vedi foto 21), nella quale la materia del colore è ottenuta attraverso una serie di sovrapposizioni, conferma l’idea che l’alchimia può esercitare sull’opera un pathos, una vitalità esplosiva, uno stimolo per la ricerca della genesi del Tutto proprio ripartendo da Platone. Essere veramente liberi significa rompere le catene che ci legano alla caverna, prenderne coscienza, non desiderare immediatamente di fuggire all’esterno, rifuggendo quella verità relativa che inquieta e che non ha gli strumenti per andare oltre. Girarsi, superare l’abbaglio iniziale della luce del fuoco, mettere a fuoco l’origine del Tutto e trovare il coraggio di trasformarlo nel proprio percorso esistenziale.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. M. V.

FOTO

foto 2
foto1
foto 3
foto 4
foto 5
lfoto 6
foto 7

foto8

foto 9
foto 10
foto 11
foto 12
foto 13
foto 14
foto 15
foto 16
foto 17
foto 18
foto 19
foto 20
foto 21

NOTE

1) Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, Garzanti, Milano, 2008.

2) F. Sartori, Il mito della caverna, in Platone. La Repubblica, libro VI, Laterza, Bari, 2007.

3) F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, Adelphi, Milano, 2015.

4) Semir Zeki, La visione dall’interno. Arte e cervello, Bollati Berlinghieri, Torino, 2007.

5) C. Rovelli, La realtà non è come appare. La struttura elementare delle cose, Cortina Raffaello Editore, Milano, 2014.

6) V. Capparelli, Il messaggio di Pitagora. Il pitagorismo nel tempo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1990.

7) C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Berlinghieri, Torino, 1977

8) G.C. Signore, Alchimia. Evoluzione ed involuzione della Grande Arte, Edizioni LSWR, Milano, 2017.

9) S. Hutin, Gli alchimisti del Medioevo, Edizioni Arkeios, Roma, 1977.

10) A. Roob, Il museo ermetico. Alchimia e mistica, Taschen, Bonn, 2014.

11) K. Rudiger Mai, Le società occulte. Studio analitico delle organizzazioni segrete: dai Templari alla Massoneria, dai

Rosacroce alla Carboneria fino ai più recenti sviluppi, Editoriale Armenia, Milano, 2007.

12) Costituzione e Regolamento – Grande Oriente d'Italia – Sito Ufficiale

13) D. Rosaci, Arcana memoria. Storia dell’esoterismo, Falzea Editore, Bologna, 2015.

14) L. Soave, Simboli nell'arte. Breve guida per scoprire i significati nascosti nelle opere, Palombi Editore, Roma,

15) M. Campanella, Estetica spirituale. Un viaggio artistico attraverso il simbolismo esoterico, Anima Edizioni,Milano, 2015.

16) C.G. Jung, Il libro rosso, Bollati Berlinghieri, Torino, 2010.

17) W. Kirk Macnulty, Massoneria. Simboli, segreti, significato, Mondadori, Milano, 2010.

18) R. Steiner, Teosofia. Un’introduzione alla conoscenza super sensibile del mondo e del destino dell’uomo, Tipheret, Acireale, 2020

mandare in colto circuito la ragione

19) A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Newton Compton, Roma, 2011.

20) I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2005.

21) Nella prima metà del Seicento, Cartesio concepisce il destino dell’uomo come segnato dal dualismo tra spirito e

materia. É stato proprio il filosofo francese a prendere in considerazione, per la prima volta dopo la filosofia

classica, “l’esercizio del dubbio” come percorso imprescindibile dell’intero processo di riflessione giungendo alla

celeberrima frase “Cogito ergo sum” (penso e dunque esisto) esaltando la propria consistenza esistenziale in

funzione del pensiero. Cartesio cerca di risolvere la questione della fallibilità del giudizio umano attribuendo alla

volontà (auto-inganno incosciente) la responsabilità di non riuscire a varcare la dimensione dell’oltre per non mandare in corto circuito la ragione.

22) G. Preti (a cura di), David Hume. La regola del gusto e altri saggi, Abscondita, Milano, 2020.

23) Kant e Schopenhauer: fenomeno e noumeno a confronto (skuola.net)

24) Nell’ottica massonica, il tempo non è mai a senso unico, ma diventa pulsione di vita, ricerca esoterica di qualcosa di determinante solo se dissociato dai convenzionali strumenti di misurazione. Il tempo iniziatico è quello collegato al lavoro svolto in Loggia, ma soprattutto all’interno della società in coerenza con i Principi Massonici attraverso i quali il libero muratore mette in connessione la propria con le altre coscienze.

25) T. Todorov, Simbolismo e interpretazione, Guida Editori, Napoli, 1986.

26) A. Schopenhauer, Dal mal di vivere al nulla, Conte Editori, Lecce, 2000.

27) AA.VV., Alphonse Mucha. Modernista e visionario, Forte di Bard Edizioni, Aosta, 2010

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

MISTICI, LUSSURIOSI, ATEI: RITRATTO DI…


Mistici, lussuriosi, atei: ritratto di un popolo ostaggio del cellulare

Marcello Veneziani 4/14/2014

Il giorno di Natale l’Italia è stata sommersa da una bufera di messaggi contagiosissimi. Il virus più diffuso recitava così: «Caro Gesù Bambino, quest’anno ti sei portato via il mio cantante preferito, Michael Jackson, il mio attore preferito, Patrick Swazye, la mia attrice preferita,Farrah Fawcett, il mio presentatore preferito, Mike Bongiorno, la mia poetessa preferita,Alda Merini. Volevo dirti che il mio politico preferito è Antonio Di Pietro e che l’anno non è ancora finito!». Ho ricevuto 31 sms così, con due varianti magico-religiose: 20 erano rivolti a Gesù Bambinoundici – presumibilmente di credenti rispettosi o di atei integrali – erano deviati su Babbo Natale. Il politico più gettonato in questione, invece, era Tonino Di Pietro in ben 19 casi, Berlusconi in sette casi, e Fini in cinque. Di sinistra manco uno e non per assenza di antipatia verso sinistra ma per assenza di sinistra.

Ho cercato di mettere a frutto l’inedia e la bulimia di Natale lavorando su una statistica augurale. Nel solo giorno di Natale ho ricevuto 350 messaggi di auguri e sono così riuscito a fare un’indagine psico-sociologica sugli italiani. Non sono riuscito a quantificare invece i messaggi precoci che mi hanno mandato gli Ansiosi, già 7-8 giorni prima di Natale. A Natale invece, nel cazzeggiare pallido e assorto sotto un rovente presepe d’orto, ho lavorato con più serietà e dunque vi offro il risultato della ricerca.

Nel primo girone si contemplano i Mistici, gente che a Natale scopre una vena lirica e religiosa sepolta lungo l’anno e si effonde in messaggi papali e sentimentali. Tra loro anche autentici caimani e feroci commercianti senza scrupoli. Una quantità spaventosa, circa 50 sms. Non sospettavo tale quantità di santi clandestini nel nostro Paese. Ancora più sorprendente è l’ispirazione poetica di insospettabili commercialisti e le rime baciate di geometri neo-romantici con retrogusto gotico-zotico. Natale fa riemergere il fanciullino che riposa dentro di noi, con la sua letterina di Natale, o tradisce la vena mancata, di letterati languidi e crepuscolari. Tra questi da segnalare anche un’amica che mi ha mandato un vero romanzo d’auguri, racchiuso in un chilometrico sms. La mia risposta lapidaria – «Ricambio di cuore» – le suonerà come una stroncatura. Temo di ricevere la parte seconda, la Vendetta, a Capodanno. E l’opera omnia a Pasqua. 

Nel secondo girone, seguono a ruota, i Goliardici, spiritosi in proprio o con sms preconfezionato. Una caterva (45), se si considerano nella etnìa dei comici non solo i messaggi virali che si diffondono per contagio, ma anche gli spiritosi creativi, con battute d’artigianato, su misura. Notevoli anche gli Scherzosi Lussuriosi con i loro messaggi pornonatalizi (11) che esortano a pratiche erotiche natalizie irriferibili: il più casto invita a tatuarsi con l’immagine dell’euro il proprio organo per veder finalmente crescere il proprio capitale. Sarebbe un miracolo, anche perché per la prima volta le donne lo aiuterebbero ad accrescere il suo capitale, anziché dilapidarlo.

Ci sono poi i Decorativi (9), che fregiano i loro auguri di disegni e immagini, anche se i più leziosi e pacchiani preferiscono mandare auguri bizantini tramite e-mail (e lì diventano svariate decine). Risalendo dai loro sms, immagino con raccapriccio le loro case natalizie bardate a festa, le loro palle variopinte a intermittenza, i babbi natali che si arrampicano ovunque, le luminarie, i festoni e i fiocchi. Roba da sperare in un violento cortocircuito con incendio finale e panico tra i famigliari con giuramento di un prossimo Natale sobrio e francescano. Tra gli sms iconografici colpiscono i decorativi poveri e anche leggermente funesti, come quello di un’amica che ha seminato il biglietto augurale di croci, come se fosse un cimitero. Forse voleva dare maggiore enfasi festiva agli auguri ma mentre digitavo con una mano la risposta («Ricambio di cuore») con l’altra compivo esorcismi scrotali; non si sa mai.

Non mancano i Confidenziali (10) che cercano di cucire gli auguri su misura della tua privacy, personalizzandoli oltre la soglia dei Kazzipropri; i Monumentali (8) che fanno auguri solenni come se fossero presidenti della Repubblica, a cui ti verrebbe da rispondere in piedi con l’inno di Mameli. I restanti sono i Convenzionali, che non escono dal frasario minimo ovvio e obbligato. Inquietante e vagamente mafioso un sms allusivo di cui non ho capito il senso; irritanti i «sinceri auguri» di un assessore che mi ha solato mille euro, e raccapricciante l’sms di una porca che mi invita a ripetere con lei le maialate del Capodanno scorso a Frosinone, ma io ero in Venezuela, non la conosco e non mi faccio chiamare, come lei mi chiama, Popone (avrà sbagliato numero). Ammiro infine i sintetici, che mandano solo un sms vuoto, con un brevità divina, metafisica, surreale, di facile risposta. Mi inquietano gli sconosciuti, tantissimi, che mi mandano auguri anche a nome di terzi ancora più sconosciuti, persino nomi russi e arabi, ma a volte così confidenziali da indurmi al dubbio di avere l’alzheimer o una doppia vita a mia insaputa, schizoide, con un giro di amici sconosciuti al mio doppio.
 
Agli auguri precoci non rispondo perché non riesco a cogliere auguri prematuri, sono troppo acerbi, fuori stagione. Ai convenzionali seriali nemmeno, perché sono uno dei mille e non penso che poi faranno il censimento con ritorsioni verso gli inadempienti. Ai personali cerco con fatica di rispondere, ma non supero le tre parole, distinguendo tra i normali («Ricambio di cuore») agli speciali («Ricambio di vero cuore»). Soffro di un’avarizia di auguri davvero impressionante ma dopo aver scritto centinaia di volte «Ricambio di cuore», temo di dovermi sottoporre ad un’operazione cardio-chirurgica per un ricambio della valvola mitrale, troppo consumata dall’uso natalizio di auguri.
 
(Il Giornale 27/12/2009)

Pubblicato in Varie | Lascia un commento