PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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LA MASSONERIA E LA RIVOLUZIONE DEL 1799 A TARANTO

LA MASSONERIA E LA RIVOLUZIONE DEL 1799 A TARANTO

di

Francesco Guida

Una rivoluzione massonica?

ià è difficile considerare la rivoluzione napoletana come rivoluzione giacobina in senso stretto, ovvero impostata sul modello della rivoluzione francese. Non si può parlare di giacobinismo in senso stretto in quanto il giacobinismo in Francia era stato già disperso, ma il movimento napoletano, secondo Franco Venutri, è “un derivato della fusione della grande tradizione della cultura illuministica napoletana e delle forze morali che le idee della rivoluzione francese hanno saputo suscitare” (Tommaso Pedio, Massoni e Giacobini nel Regno di Napoli, ed. Montemurro, Matera 1976, p.85).

Strettamente parlando non si può parlare di Massoneria quale regista della rivoluzione napoletana. Quando la corte di Napoli venne a conoscenza della situazione a Parigi, con una lettera giunta il IO ottobre 1789, dell’invasione delle Tuileries, lasciando intendere che l’artefice fosse il principe Luigi Filippo d’Orleans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, la stessa regina Maria Carolina, sorella della regina di Francia, Maria Antonietta, cambiò immediatamente opinione e sentimento sulla Massoneria divenendone acerrima nemica. Fu lei a sobillare il marito Ferdinando IV ad emanare l’ editto del 3 novembre 1789 contro la Massoneria. In seguito a tale provvedimento l’Istituzione cessò di esistere. Pertanto, le varie obbedienze come la Gran Loggia Nazionale, da Diego Naselli, le logge “inglesi” e quelle “francesi” chiusero i battenti. Dalle logge “inglesi”, le più attive con componenti di estrazione borghese, sorsero i “clubs” giacobini, formati da ex massoni come Mario Pagano, Pasquale Baffi, Giuseppe Albanese, Domenico Cirillo, Francesco Caracciolo (E. Stolper; La Massoneria settecentesca nel regno di Napoli, in Rivista Massonica 1975 pp.410-411; Fulvio Bramato, Napoli Massonica nel Settecento, pp.64-65).

Conseguenza dell’ editto del 3 novembre è la persecuzione di ogni “unione o società”. Uno degli episodi più eclatanti, e non ancora ben esaltato, fu il processo ai giacobini del 1794, in seguito al quale fu giustiziato il martire massone Emanuele De Deo di Terlizzi. Comunque, nonostante l’editto alcune sporadiche logge continuarono a lavorare nella clandestinità abbracciando i principi della Rivoluzione Francese. Nel marzo 1793 si scoprì che le logge erano organizzate in clubs di sei elementi ciascuna per non essere scoperti (Antonino de Francesco, Vincenzo Cuoco – una vita politica, Laterza 1997, p. 145).

Nell’ agosto 1793 Carlo Lauberg radunò a cena una ventina di Fratelli e qui decisero di abolire tutte le logge tradizionali e di unire in società “li massoni di ultima organizzazione”: si concluse all ‘unanimità che tutti i massoni formassero clubs di non più di undici soggetti (Giuseppe Giarrizzo, Massoneria e Illuminismo, p. 393). Tali clubs erano suddivisi in quattro livelli: i clubs elementari, che erano le cellule base della struttura, di stanza periferica,  si potevano moltiplicare in numero indefinito senza superare gli undici componenti, e se raggiungevano it dodicesimo dovevano scindersi in due clubs proprio per permettere una gesti01E agile e quanto più al sicura dalle persecuzioni.

Il club era retto da un presidente, un deputato  ed un segretario. Il candidato   Veva essere presentato da due commissari elementari, quali erano #lli scelti tra i più antichi affiliati ed avevano la cura e l’ onere di verificare il curriculum del richiedente.

Il club dei deputati era formato da affiliati di provata fede e capacità. A seconda delle necessità i deputati si riunivano in gruppi composti al massimo di undici elementi, come per esempio per eleggere i commissari dei deputati, per poi sciogliersi subito dopo.

I clubs elettorali erano composti dai commissari dei deputati con il compito di scegliere nel loro ambito i membri del comitato centrale. Non si scioglievano come il club dei deputati in quanto funzionavano come organo di raccordo tra il club centrale ed i deputati, rappresentando le loro istanze al club centrale, vigilavano sulla sicurezza e controllavano i deputati. Il club centrale era il massimo livello dell’ organizzazione, con i membri conosciuti solo da pochi altolocati giacobini. Le disposizioni  erano rese verbalmente ai commissari, da cui erano trasmessi nello stesso modo ai propri deputati, e da questi riferiti per l’esatta

esecuzione ai clubs elementari (Oreste Dito – L’influenza massonica nella storia calabrese – Ed. Brenner 1988, pp. 14-15). Molto suggestiva si rivela ai nostri occhi la procedura di elezione del presidente del club centrale: ognuno dei venti deputati, disposti in circolo, lasciava a turno il proprio cappello ai piedi del prescelto “a punto d’unione de’ deputati”, di modo tale che chi raccoglieva maggiori suffragi veniva eletto quale “punto centrale”. Un punto iscritto nel cerchio. ln conclusione, non si può dedurre che artefice della rivoluzione sia stata la Libera Muratoria perché era stata disciolta come organizzazione, ma si può affermare che furono i Liberi Muratori che portarono avanti le idee dell’istituzione nella Rivoluzione.

Prodromi massonici in terra jonica

(Giuseppe Grassi – Il tramonto del secolo XVIII in Martina Franca Taranto – Tipografia Arcivescovile: 1926). In Martina i Liberi Muratori venuti da Padova e da Roma avevano fondata la loro prima sede (P. Palumbo Ris. Sal. pag. 13). Non si sa chi sia stato il fondatore. In qualche manoscritto si fa il nome di Bonaventura Fighera, ma è frutto della confusione con altro Bonaventura Fighera, nipote di quel pittore gravinese che si stabilì a Martina. Da Martina i Liberi Muratori si propagarono in tutta la Terra d’ Otranto (così allora si chiamava la provincia di Lecce). Secondo una memoria storica i propagatori furono il francese Francesco Barbaris, Matteo Caro di Messina, Raffaele Mille con la moglie Teresa Gallo, venuto da Napoli per questo scopo. In Taranto fu massone Filippo Ceci (P. Palumbo, op. cit. p. 14).

Ma Nicola Vacca contesta tale riferimento del Palumbo nonché quello di Cesare Teofilato, secondo il quale la Massoneria esisteva nel Salento già nel 1785. Secondo il Vacca, non potendo fruire di fonti certe è invece molto probabile che esponenti locali siano stati affiliati in Napoli, come ad esempio il principe Michele Imperiali di Francavilla Fontana, affiliato a Napoli tra il 1750 – 1770 (Memorie Metalliche Salentine, Napoli – Agar 1962 pag. 25). Invece la prima documentazione certa sulle logge massoniche tarantine risale attualmente solo dal decennio francese, a partire dal 1804.

Esaurita questa premessa doverosa per inquadrare le azioni dei massoni tarantini, è opportuno tratteggiare, seppure in grandi linee. il contesto sociale della città di Taranto in quel periodo. È sufficiente ricorrere alla descrizione fatta da un viaggiatore svizzero, il conte Ulisse de Salis Marschlins, che passò da Taranto nel 1789. Dalle sue osservazioni emerge un quadro deprimente di una città sporca e maleodorante, composta da circa ventimila abitanti in uno stato di ignoranza e semi-abbrutimento: da tale plebe era vano aspettarsi in caso di rivolgimenti sociali un lucido contributo al cambiamento ma solo anarchia. Come nelle altre province del regno, i rampolli delle famiglie altolocate emigravano nella capitale napoletana per attendere agli studi. Da questa ristretta cerchia di intellettuali, formati alla scuola del massone Gaetano Filangieri, del massone Domenico Cirillo e dell’abate Antonio Genovesi, uscirono i protagonisti della rivoluzione del 1799, non a caso definita come rivoluzione massonico-giacobina (Cfr. Antonio Lucarelli, Puglia nel Risorgimento, vol. II pag. 142).

Anche Taranto ebbe la sua breve repubblica, portata da un pugno di uomini e durata appena ventinove giorni. Ma, diversamente da altri tragici epiloghi, come a Martina Franca, Altamura, Matera e tante altre province, Taranto fu risparmiata dallo sterminio e dalla violenza cieca, grazie al sacrificio morale e sociale di un uomo: l’ arcivescovo Giuseppe Capecelatro. Molto si è scritto in loco su questa figura di prelato che fu un personaggio tipico della mondanità napoletana a cavallo del secolo.

Nominato giovanissimo, all’età di 34 anni arcivescovo di Taranto, allora importante diocesi del regno, su interessamento del ministro Bernardo Tanucci, Capecelatro portava uno spirito nuovo ed originale nel mondo ecclesiale tarantino. Per nulla superstizioso, impresse una svolta innovativa nella diocesi che durerà per molti anni. Era portatore di idee gianseniste, che in quel contesto storico ecclesiale significava essere tacciati anche per massone: “La singolare alleanza e l’esplicita simpatia tra massoni e giansenisti, erano determinate dalle affinità dei rispettivi programmi. In alìre parole, despotismo illuminato, da un canto, episcopalismo e chiesa nazionale, dall ‘altro…. L’abate Pietro Tamburini, capo riconosciuto del Giansenismo lombardo affermò, nel 1793, che la Libera Muratoria, di cui non vuole giudicare né bene né male, era avida di riforme religiose, per nulla nemica dello Stato, propensa alle teorie gianseniste e perciò ritenuta affine al giansenismo’ .

Innovò il Seminario, luogo di formazione culturale prima teologica, con l’ istituzione delle cattedre di agronomia e medicina, dotandolo di docenti aperti alle innovazioni culturali, lontani dal curialismo e dalla soggezione romana ma immersi nella realtà socio culturale del territorio. Alcuni di questi preti vicini a Capecelatro saranno coinvolti nei moti del 1799 e successivamente in sette massoniche e carbonare.

Il primo della lista è don Giovambattista Gagliardi, famoso naturalista ed agronomo cui fu affidata la originale cattedra di agricoltura, il rettore del Seminario don Vincenzo Sebastio, il superiore degli Agostiniani padre Colella, il cappellano militare don Nicola Abbraciavento, il canonico Giuseppe Antonio Ceci, il frate Guglielmi. Tutti massoni? Non si ha alcuna certezza, ma Gagliardo certamente lo era. Fallito dopo appena un anno l’ esperimento dell ‘insegnamento dell’ agricoltura al Seminario, Gagliardi, intorno al 179091 andò a Napoli ove conobbe tra gli altri Mario Pagano, Domenico Cirillo, Melchiorre Delfico, ed è molto probabile che in questo periodo venne affiliato alla Massoneria.

Durante i moti fu sentito esclamare di essere giacobino da sette anni. Questa è una traccia interessante per scoprire l ‘ appartenenza massonica del Gagliardo. Se il movimento giacobino era stato disperso in Francia nel 1 794 con una legge del Direttorio, come può Gagliardo dichiarasi giacobino nel 1799? Forse la risposta si può trovare nel fatto che a Napoli non sono esistiti giacobini nel senso stretto dell ‘accezione perché il giacobinismo napoletano ha una propria fisionomia.

Per inserire il ruolo di Gagliardo nella rivoluzione del 1799 è opportuno dare qualche cenno sugli avvenimenti politici del regno di Napoli.

L’occasione della rivolta

Nel loro disegno di occupazione i Francesi occuparono Roma nel 1798 facendo prigioniero il papa Pio VI e costituirono la Repubblica Romana. In forza di trattati vigenti Ferdinando IV, re di Napoli, mandato il suo esercito comandato dal generale Carlo Mack ad accorrere a Roma per liberare il pontefice, vi fece ingresso trionfale. Ma i Francesi contrattaccarono, guidati dal generale massone Championnet, sconfiggendo l’esercito borbone e mandando in fuga Ferdinando TV. Quindi occuparono Napoli, il 21 gennaio anche se strenuamente difesa da orde plebee, i Lazzaroni, provocando nuovamente la fuga del re borbone, che il giorno di Natale del 1798 aveva raggiunto Palermo. Il 22 gennaio i patrioti napoletani proclamarono la Repubblica, riconosciuta il 24 gennaio da Championnet. Le conseguenze di tali avvenimenti si riflettevano in tutto il Regno con l ‘ anarchia derivante dai disservizi. Si interruppe il servizio postale per cui non si avevano notizie dalla capitale né dal Preside del capoluogo si avevano indicazioni su come comportarsi in tali frangenti. Gli animi del popolo non erano inizialmente favorevoli al nuovo corso.

La Rivoluzione a Taranto

A fine dicembre 1798 finirono a Taranto provenienti da Barletta alcuni emigranti corsi, al servizio dell’ Inghilterra, tra i quali il conte F. A. Rossi, con la moglie e figlia, che furono scambiati per Francesi. Questi furono trattati con ostilità dal popolo, e chiarito l’equivoco furono ospitati dall’arcivescovo Capecelatro nel suo palazzo per circa diciotto giorni.

Intanto il 9 gennaio erano giunti a Taranto sette corsi, non altolocati come il conte Rossi, tra i quali Francesco Boccheciampe, Giovambattista De Cesari, Raimondo Casimiro Corbara, inviso al conte Rossi che si rifiutò di portarli con sé.

Essi restarono a Taranto sino all’otto febbraio, quando dovettero fuggire nell’isola di San Pietro. Era accaduto che il sei febbraio si era impiantato l’ Albero della Libertà a Martina Franca, ed il giorno successi vo I ‘ arcivescovo Capecelatro ne venne informato.

L’ otto febbraio arrivò finalmente la posta con la clamorosa notizia. L’ arcivescovo Capecelatro ricevette un fascio di stampe da consegnare al “noto liberale” Michele Gennarini. Giunse da Napoli anche Saverio Miglietta, “propagandista rivoluzionario”. All’ arcivescovo venne intimato di collaborare col nuovo regime, con la pubblicazione di una pastorale in suo favore. l’ adesione del Capecelatro fu immediata, convocò il governatore, il Comandante del Castello e gli elementi rappresentativi dei diversi ceti, consigliandoli di istituire il nuovo governo. Quindi inviarono un banditore per le vie delle città che invitava il popolo a radunarsi davanti l’ arcivescovado. Parlò per primo Capecelatro che invitò il popolo ad adeguarsi al nuovo sistema, poi presero la parola incisivamente Giovambattista Gagliardo e Michele Gennarini, che lessero i proclami e le stampe pervenute da Napoli, commentandole e condannando l’ operato del re.

In particolare Gagliardi dichiarò pubblicamente di donare alla nascente repubblica settecento ducati. La mattina dell’8 febbraio si procedette all’ elezione del presidente della Municipalità nella persona del patrizio Francesco Antonio Calò, che seppur riluttante dovette accettare la carica, del segretario e di

quattro deputati, che furono designati nelle persone del canonico Giuseppe Antonio Ceci, Giuseppe Gagliardo. Tommaso Valentini, e l’ omonimo cugino il notaio Tommaso Valentini. Elettori furono i rappresentanti della nobiltà tarantina, preponderantemente verso i popolani rappresentati per lo più dai pescatori.

Tra i nobili convenuti vi erano Saverio Carducci con i figli, Tommaso Giura, Nicola Ulmo, Ludovico e Biagio Carducci, Cataldo Galeota, Giuseppe di Beaumont, Giulio Foresio. Dopo la proclamazione della repubblica si celebrò il seguente giorno con solennità l’impiantamento dell’ Albero della Libertà, Uguaglianza e Fratellanza portato dalla Rivoluzione Francese. Saverio Miglietta provvide ad innalzare al Castello la bandiera della Repubblica di Taranto formata da tre colori a bande verticali giallo, rosso e blu.

Muoveva in tal modo i primi passi la repubblica tarantina. Furono eletti i giudici di pace ed i comandanti della guardia. Un gruppo di notabili costituirono una “guardia urbana” per fronteggiare eventuali disordini provocati dalla plebe tarantina, considerata una delle più “riottose” del regno. Sparirono tutti i fregi reali, finanche dall’ arcivescovado, per lasciar posto al vessillo della Repubblica.

La mattina del IO febbraio Mons. Capecelatro celebrò solennemente il Te Deum a favore della Repubblica, con la coccarda tricolore appuntata al petto, e alla testa del successivo corteo per la principale strada cittadina. Questo fu l’esordio della repubblica a Taranto, esperienza che non ebbe vita lunga, essendo durata ventinove giorni. dall’otto febbraio alle ore sedici dell ‘otto marzo 1799, ma nemmeno vita breve se si considera che in altri centri il nuovo corso è durato anche sette giorni.

Le cause di tale fallimento si possono individuare, secondo la teoria classica di Vincenzo Cuoco (esposta in Saggio storico sulla repubblica napoletana del 1799) nella immaturità innanzitutto culturale e politica di tale visione, nel mancato sostegno francese proprio nel momento iniziale, nell’assenza del coinvolgimento popolare, nell ‘ esiguità degli innovatori.

Taranto non era un centro di cultura e di elaborazione socio-politica, le novità anche ideali venivano dall ‘esterno, il tempo per un reale cambiamento di sistema, ed innanzitutto, di cultura era mancato. L’ epilogo della breve repubblica fu però differente da quello di altre realtà come Martina, Altamura, Matera, in quanto il dramma non sfociò in tragedia da guerra civile, o in saccheggio.

Capecelatro sacrificò la sua fama e la sua posizione guadagnandosi una condanna a dieci anni di carcere, seppur non scontati, ma salvò Taranto dalla triste sorte di altri comuni. Evitò infatti che venisse saccheggiata dalle orde sanfediste del Cardinale Fabrizio Ruffo, e dalle bande del corso Boccheciampe. E chiaro che il passaggio al vecchio regime non fu proprio indolore. Subirono pesanti conseguenze tutti coloro i quali si erano esposti con entusiasmo al corso repubblicano come Giovambattista Gagliardo, che fuggì da Taranto travestito da contadino per evitare di perdere la vita. Era stato infatti colui che aveva animato continuamente la nuova repubblica, aveva inviato una delegazione formata da: Giuseppe Antonio Ceci, Tommaso Valentini e l’omonimo notaio a sollecitare l’intervento dei Francesi, era il riferimento di una parte del clero, della milizia e della nobiltà tarantina, era insomma “l’anima del movimento massonicogiacobino” a Taranto.

L’otto marzo 1799 la plebe sanfedista al seguito di Boccheciampe abbatté “1 ‘iefame albero” e si impadronì della città. Le famiglie dei notabili furono taglieggiate, deposti gli amministratori repubblicani fu eletto a sindaco Camillo Boffoluti e deputati Giùlio Foresio e Giuseppe De Sinno. Gagliardi riuscì a fuggire a Napoli ove si unì alla resistenza dei repubblicani difendendo il Palazzo Reale sino al giugno del 1799, quando viene catturato e relegato nella prigione della Vicaria.

Processato e condannato a morte la sentenza capitale fu tramutata in provvedimento di esilio, privato di tutti i beni, conobbe la miseria più nera tanto che fu costretto a chiedere “un sussidio giornaliero di tre carlini” per sopravvivere.

Nell’autunno del 1799 partì per l’esilio in Milano secondo Piero Palumbo (Ris. Sal); secondo Nicola Vacca, invece, partì per Marsiglia ove dimorò dal maggio 1 800 a dicembre quando si sistemò a Milano.

Comunque, a Milano Gagliardo ebbe modo di approfondire gli studi di agronomia di cui era appassionato cultore, e nell’arco di cinque anni dal 1800 al 1807, ebbe modo di pubblicare i suoi lavori, tra i quali vanno particolarmente ricordati il “Vocabolario agronomico italiano” (1804) e il “Catechismo agrario” (1807). Con l’avvento di Gioacchino Murat sul regno di Napoli gli esiliati tornarono nella capitale, e tra questi anche Gagliardi che, per la sua fama, viene nominato nel 1807 Direttore Generale dell’ Agricoltura e dei beni della Corona del re delle Due Sicilie, quindi poi al Ministero dell’Interno. Con altri uomini illustri rifondò a Napoli l’ Accademia Pontaniana, estintasi già dal 1543.

Nel 1812 fu nominato Ispettore Generale delle acque e delle foreste. Dopo il decennio francese Gagliardi non ebbe più cariche pubbliche.

I REI DI STATO NEL 1799 A TARANTO

Grazie alla mediazione del Capecelatro Taranto fu risparmiata dalla furia sanguinosa della reazione, anche se le famiglie aristocratiche e borghesi che parteciparono alla democratizzazione furono oggetto di vessazioni e taglieggiamenti da parte della plebaglia reazionaria. Le conseguenze della normalizzazione realista non furono molto pesanti per i partecipi della repubblica. Molti non furono nemmeno arrestati, molti altri godettero delle amnistie e qualcuno rientrò nei ranghi dell ‘ ancien regime facendo carriera nell’ amministrazione. Il più penalizzato fu certamente don Giovambattista Gagliardi, che dall’ agiatezza passò alla miseria ed infine in uno status di decorosa povertà. Non bisogna dimenticare che una delle misure più pesanti sui rei di stato era la confisca di tutti i beni. Pertanto si può ben immaginare quale grave iattura cadesse su una famiglia che, dal benessere si vedeva repentinamente proiettata nella miseria a causa del coinvolgimento di un suo parente.

L’ elenco che segue è quello completo dei rei di stato esclusivamente tarantini, che per la meticolosità e la cura delle indagini condotte durante la regalizzazione, è da considerarsi completo. Sono nominati venticinque inquisiti (compresi Mons. Capecelatro e Giovambattista Gagliardo), di cui ben sei sono religiosi (Nicola Vacca, I Rei di stato salentini del 1799, Lecce 1946) :

AGOSTINO COLELLA, padre maestro degli Agostiniani, residente nel convento della città di Taranto. Mene rubricato per essere stato attaccato alla repubblica, di aver sparlato contro i sovrani. Non fu mai carcerato.

GIOVAN CAMILLO BOFFOLUTO, membro della municipalità di Taranto e ne esercitò la carica, avendo fr•a l’ altro firmato gli ordini per l’ annotazione del Regal opificio. Non fu mai carcerato.

FRANCESCO SEBASTIO, canonico, esercitò la carica di giudice di pace nella municipalità, non fu mai carcerato.

GIUSEPPE DE SINNO, eletto nella municipalità (stessa imputazione di Boffoluto).

GIUSEPPE GAGLIARDI, fratello di Giovambattista (stessa imputazione di Boffoluto).

GAETANO GALIA, padre alcantarino, residente nel convento di Taranto. Esercitò da giudice di pace e mai fu carcerato.

GIOVANNI CICALA, subalterno della R. Udienza di Matera. In ottobre del 1799 si vantò che si era approfittato di grosse somme nel disimpegno di alcune incombenze della Giunta di stato, e che sperava di fare maggiori lucri. Fece da scrivano alla municipalità e concorse all’ annotazione del regal opificio. Si spiegò per uno dei capi repubblicani e sparlò per conto dei sovrani. Fu carcerato e godé della prima regale indulgenza.

GIUSEPPE LA GIOIA, denunciato per aver servito la sedicente repubblica in Napoli dove si trovava quando entrarono i francesi, e che doveva portarsi a Taranto come Commissario. Fu anche carcerato dall’ anarchia e quindi godé della prima regale indulgenza. Fu tra i capi carbonari del 1817-21. Nel 1812 era giudice del tribunale di prima istanza di Lecce.

GIUSEPPANTONIO CECI, canonico, si descrive come patriota e repubblicano, e che volontariamente di offrì di andare come deputato ad incontrare e sollecitare la venuta dei francesi a Taranto ne tempo in cui si era democratizzata. Non è mai stato carcerato.

IGNAZIO TORSELLI, compagno di Michele Gennarini, commissario democratizzatore nei luoghi convicini alla città di Taranto, non è mai stato carcerato.

LUIGI D’EREDITÀ, di idee repubblicane, accettò la carica di uno degli scrivani della municipalità ed intervenne al sequestro del regal opificio. Non è mai stato carcerato.

MICHELE GENNARINI, uno dei primi indagati dal visitatore Marchese della Valva perché come commissario repubblicano propagò nei paesi del tarantino la democratizzazione e I ‘ albero della libertà; fu autore del proclama alla municipalità di Taranto. Scarcerato con l’ultima indulgenza reale.

MATTEO SANARICA, alfiere dei reali eserciti, segretario della municipalità. Non fu mai carcerato. NATALE ZINGAROPOLI, fu giudice di pace e mai carcerato.

NICOLA ABBRACCIAVENTO, sacerdote secolare e cappellano del real castello di Taranto; fu tra coloro che insigniti della coccarda tricolore, seguì mons. Capecelatro nel corteo per la città; si dice che consegnò al popolo che aveva invaso il castello la bandiera tricolore che venne innalzata.

NICOLA GARGIULO, amico di Giovambattista Gagliardi, fu suo collaboratore, fece da caporonda civico, ritenuto spia repubblicana Arrestato, non ebbe l’ indulto ma venne compreso nella reale indulgenza

PASQUALE LATRONICO, nato a Castellaneta ma vissuto a Taranto ove morì, fu giudice di pace e mai carcerato.

PIETRANTONIO LA GIOIA, accusato di essere stato uno dei primi ad usare la coccarda repubblicana, e di essere successivamente fuggito ad Altamura volendo poi ritornare a Taranto con i francesi. Incarcerato al castello di Taranto fu accusato di avere comunicato con detenuti francesi a mezzo di gesti, ma tale fatto non fu provato. Godé della reale indulgenza.

TOMMASO VALENTINI, avvocato e letterato, fu uno dei deputati che partì da Taranto per sollecitare la venuta dei francesi, ma tornò indietro quando seppe che la città si era realizzata nuovamente. Non fu mai carcerato.

TOMMASO VALENTINI, notaio, cugino dell’omonimo. Ha la stessa imputazione del cugino, non fu mai carcerato.

VINCENZO GUGLIELMO, monaco secolarizzato, volle far spontaneamente da sentinella al sequestrato regal opificio di Taranto. Diffamò il sovrano ed il papa. Non fu mai carcerato.

ANTONIO VITELLI, studente di anni 19, condannato ed esiliato a Marsiglia. GAETANO SENONE, di anni 38, esiliato dal regno.

Concludo mutuando l’ allocuzione con cui Giovambattista Gagliardi soleva chiudere i suoi discorsi al popolo (Giacinto Peluso, Giovambattista Gagliardo, Taranto Ed. Banca Popolare di Taranto, 1987), le sue prediche ai contadini che visitava ed assisteva con zelo umanitario prima che religioso, e le sue omelie durante le celebrazioni liturgiche:

“Siate felici!” •

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LA GUERRA DELLE DUE ROSE E RE RICCARDO III : COLPEVOLE O INNOCENTE?

LA GUERRA DELLE DUE ROSE E RE RICCARDO III : COLPEVOLE O INNOCENTE?

di

Blasco Mucci

Cinquecentoquindici anni orsono, nel luglio 1483, saliva al trono d’Inghilterra Riccardo III, ultimo della dinastia dei Plantageneti. Centodieci anni dopo, nel 1593, alla corte della regina Elisabetta Tudor — nipote exfilio — di Enrico VI_I, fondatore della dinastia dei Tudor fu pronunziato contro Riccardo uno dei più terribili capi d’ accusa che la storia ricordi.

Riccardo Plantageneto del ramo di York, duca di Gloucester, è colpevole dei seguenti delitti, commessi in Inghilterra prima del 22 agosto 1485 nell’intento, raggiunto, di usurpare il trono inglese:

c fratricidio di Giorgio, duca di Clarence, che precedeva Riccardo nella linea di successione al trono; e duplice assassinio di sir Richard Grey e di lord Rivers, rispettivamente figlio di primo letto e fratello della regina Elisabetta, moglie del defunto re Edoardo IV, fratello di Riccardo;  assassinio dell’amico lord Hastings, giustificato con una falsa confessione costruita dopo la morte della vittima;

  • calunnia contro la madre, falsamente accusata — con la complicità di lord Buckingam — di adulterio nel procreare i fratelli maggiori di Riccardo, re Edoardo IV e Giorgio, al fine di fare apparire illegittimi tali fratelli e la loro discendenza con la conseguente loro esclusione dal diritto

al trono;  uxoricidio della regina Anna Nevill, attuato allo scopo — non raggiunto — di sposare Elisabetta, figlia del defunto fratello re Edoardo IV, terza nell’ordine di successione al trono;

  • assassinio del predetto complice lord Buckingam, cognato della regina Elisabetta;
  • duplice assassinio dei due nipotini, il tredicenne Edoardo legittimo successore al trono e Riccardo, figli del fratello re Edoardo IV, che aveva affidato allo zio Riccardo — nominato a tal fine lord Protettore” — la loro tutela e la reggenza.

L’accusatore, William Shakespeare, dipinge Riccardo III come un personaggio demoniaco. Egli narra che fortunatamente giustizia è fatta; gli spiriti delle stesse vittime hanno pronunciato il giudizio, auspicando l’intervento vindice e il successo di Enrico Tudor. Anche gli York traditi e assassinati confidano nell’erede dei Lancaster; la giusta pena ha colpito il reo sul campo di battaglia di Bosworth, il 22 agosto 1485, per mezzo della spada di Enrico.

Riccardo è stato ucciso una seconda volta dalla penna di Shakespeare•, da allora egli morì anche nel cuore dell’umanità, incapace di perdonargli la tragica fine dei due principini. Vi è ora chi afferma che le accuse contro Riccardo sono erronee. In particolare che nessuna prova sussiste che egli abbia fatto uccidere i nipotini; anzi, per la misteriosa scomparsa dei due bimbi senza alcuna traccia, gli indizi di assassinio inducono a volgere i sospetti contro ben altra individuata persona.

Nel 1399 re Riccardo Il fu detronizzato dal cugino, duca di Lancaster, che l’anno seguente lo fece uccidere. Il Lancaster si fece proclamare re con il nome di Enrico IV benché — interrotta la linea diretta con la morte di Riccardo II— il diritto di successione spettasse al ramo Clarence.

L’ altro ramo della famiglia, York, che veniva dopo i Lancaster nell’ ordine di successione, nulla fece in difesa dei diritti dei Clarence. Ma Riccardo di York sposò Anna Mortimer, erede dei Clarence; il loro figlio, anch’ egli di nome Riccardo, in forza dei diritti materni avanzò la pretesa della successione al trono. Regnava allora Enrico IV Lancaster. La pretesa di Riccardo di York fu motivo di esecrandi omicidi e sfociò nella guerra civile detta delle “due rose”. Nel 1436 Riccardo di York fu sconfitto ed ucciso. Un figlio di lui, Edoardo (il futuro re Edoardo IV), continuò la guerra; nel 1461 vinse e si fece incoronare re. Ai fratelli minori Giorgio e Riccardo (il futuro Riccardo III) attribuì  i ducati di Clarence e di Gloucester.

Enrico VI riparò in Scozia, ma in un tentativo di rientrare in Inghilterra nel 1465 fu catturato e imprigionato. Re Edoardo sposò Elisabetta Woodville, la bellissima vedova di sir John Grey, di dieci anni più vecchia di lui, che aveva cinque fratelli e sette sorelle. I Woodville divennero ben presto assai invadenti, suscitando reazioni sempre più gravi, finché, in loro odio, nel 1470, il conte di Warvick, d’accordo con Giorgio fratello di Edoardo IV, si impadronì di sorpresa del potere e rimise sul trono Enrico VI. Edoardo IV con Riccardo e l’amico lord Hastings ripararono a Bruges, presso la sorella Margherita, divenuta moglie del duca di Borgogna. Dopo un anno rientrarono in Inghilterra e vinsero; il figlio di Enrico cadde in combattimento e lo stesso re, catturato, fu ucciso un mese dopo. Il ramo dei Lancaster sembrò spezzato per sempre, ma insorse a pretendere di rappresentarlo Enrico Tudor, conte di Richmond, figlio di Edmondo e di Margherita di Beaufort, che si proclamava cugina in secondo grado di Enrico VI. Infatti Giovanni di Grand duca di Lancaster, attraverso il figlio Enrico IV, era bisnonno di Enrico VI e, attraverso il figlio adulterino Giovanni di Beaufort, era bisnonno di Margherita.

Nessuna conseguenza subì Giorgio che, per merito di Riccardo, si era riconciliato con il fratello Edoardo IV. Pochi anni dopo tuttavia Giorgio prese a sostenere — in forza di un editto dell’ultimo Parlamento di Enrico VI — di essere il vero e legittimo successore di Enrico VI. Edoardo IV lo fece giudicare e la sentenza fu di condanna a morte nonostante Riccardo cercasse di impedirla. Giorgio fu giustiziato e i suoi figli privati del diritto di successione al trono. Allorché il 9 aprile 1483 morì improvvisamente a Westminster Edoardo IV, gli odi provocati dalla contesa dinastica erano acutissimi tra i Plantageneti. Difficilissima la situazione ereditata da Riccardo che Edoardo, nel testamento, aveva indicato lord Protettore, cioè reggente e tutore dei suoi figli.

Tutti gli storici descrivono Riccardo quale abile amministratore e coraggioso soldato. Il giorno della sua morte, il 22 agosto 1485, la città di York sfidando le ire del vincitore Enrico Tudor, scrisse nei suoi annali: “In questo giorno il nostro buon re Riccardo venne tragicamente annientato e assassinato a tragico cordoglio di questa città”. Di lui gli storici esaltano concordi l ‘ attaccamento affettuoso e costante e l’ aiuto deciso e disinteressato al fratello maggiore Edoardo. La sua vedova ricevette da lui una pensione e fu in ottimi rapporti con lui; le quattro figlie frequentarono liberamente la reggia.

Edoardo, figlio del fratello Giorgio e Giovanni di Suffolk, figlio della sorella Elisabetta, facevano parte del Consiglio della città di York. Quando nella primavera del 1484 gli morì il figlio e successore, Riccardo III — ignorando il proprio figlio Giovanni, illegittimo — nominò suo erede al trono il predetto figlio di Giorgio, revocando così la sua esclusione dalla successione già decretata da Edoardo IV. Tra l ‘ incoronazione e la morte di Riccardo ogni familiare visse e si comportò normalmente, La regina vedova Elisabetta scriveva al proprio figlio di primo letto, lord Dorset, in esilio in Francia, esortandolo a chiedere perdono a Riccardo, sicura che questi l’ avrebbe concesso.

Quando Margherita di Beaufort, che si vantava erede dei diritti dei Lancaster, fu accusata di avere tramato contro Riccardo a favore di Enrico Tudor, figlio di primo letto. Riccardo si limitò ad affidarla in custodia al secondo marito, Lord Stanley, al quale affidò anche i beni che le erano stati sequestrati. Alla propria incoronazione Riccardo invitò tutti i membri della famiglia, compresa Margherita di Beaufort; anzi, proprio ad essa fu concesso il privilegio di reggere lo strascico della regina Anna. Taluni affermano che egli accarezzasse I ‘idea di chiudere la tragica contesa dinastica con questa sua condotta generosa.

Dai fatti esposti Riccardo risulta del tutto estraneo alla morte di Enrico VI e del figlio di lui; del pari della morte del fratello Giorgio, che egli tentò anzi impedire. Non sono provati, altresì, i primi due punti del capo di accusa di William Shakespeare: egli, nato nel 1564, riferisce cose riportate nelle cronache dello storico Holinshed — morto nel 1580 —, il quale a sua volta le aveva apprese da un manoscritto di Tommaso Moro, il cancelliere di Enrico VIII. Ma Tommaso Moro, nato nel 1478 e morto nel 1535, aveva cinque anni quando Riccardo fu incoronato; quindi anch ‘egli scrive de relato. Nel manoscritto l’autore dichiara d’aver saputo le cose narrate “da coloro che erano intimi con i suoi valletti di camera”. Chiacchiere dunque di camerieri: ma ciò poteva accadere ad .un contemporaneo dei fatti, non a Tommaso Moro!

       Il manoscritto che fu trovato tra le sue carte; risale al 1513 — quando egli aveva 35 anni. Altrove si trova un resoconto più completo di quello del manoscritto. E da ritenersi che Tommaso Moro abbia ricopiato per sé, per sua propria memoria, un testo altrui, in un’epoca in cui ciò fosse necessario, essendo la stampa agli albori. Molti indizi inducono a concludere che la fonte del racconto sia Morton: questi fu certamente un contemporaneo di Riccardo ed è altrettanto certo che gli fu mortale nemico. Egli era al servizio di Edoardo IV e operò per favorire la pace con Luigi XI re di Francia. Il monarca francese pattuì una grossa regalia in denaro in favore della corona inglese e dette una pensione annua di 2.000 corone a Morton, che da Edoardo fu nominato vescovo di Ely.

Riccardo fu fieramente contrario a questi patti e apertamente avverso a Morton. Morto Edoardo, Morton divenne uno degli animatori delle trame contro Riccardo e si adoperò per la vittoria di Enrico VII il quale, grato, lo favorì nella nomina ad arcivescovo di Canterbury, primate di Inghilterra. Morton perciò non è fonte tranquillante e perde credibilità il capo di accusa di William Shakespeare, già smentito nei primi due punti. Per il resto non rimane che ripercorrere la cronaca successiva al 9 aprile 1483, giorno della morte di Edoardo IV.

Quel giorno Riccardo era al confine con la Scozia; non si precipitò a Londra ma dispose una messa di requiem a York e pronunciò giuramento di fedeltà al nipotino Edoardo, il quale era a Ludlow, affidato a Rivers fratello della madre, che si mise con lui in viaggio per Londra scortato da 2.000 uomini. Intanto a Londra lord Dorset, il maggiore dei due figli di primo letto della regina, prese il comando dell’arsenale, del tesoro e armò le navi della Manica. Ed è in nome di Rivers e Dorset che vengono impartiti gli ordini con assoluto dispregio del Lord Protettore, cioè di Riccardo. Si profilava un’intesa dei Woodville per reggere il trono. Anche Riccardo partì alla volta di Londra con 600 uomini. A Northampton incontrò lord Buckingam, cognato della regina Elisabetta, con 300 uomini. Vi incontrò anche Rivers e, senza colpo ferire, lo fece arrestare. Proseguì verso Londra con il nipotino e il 5 giugno dette disposizioni per la di lui incoronazione fissandola ‘per il giorno 12 successivo. Nel frattempo il giovane Edoardo era stato trasferito nel Palazzo reale detto la “Torre di Londra” perché era l’unico luogo forte della città e il giorno 16 giugno — su richiesta dell’arcivescovo di Canterbury — fu raggiunto dal fratellino. L’ 8 giugno vi fu un decisivo colpo di scena; il vescovo di Bath e canonico di York, Stillington, comunicò al Consiglio di aver unito in matrimonio lady Eleonora Butler con Edoardo IV prima che questi sposasse la regina Elisabetta. Il 9 giugno a Westminster, in una lunghissima seduta dei Lords, fu redatto un rapporto per il Parlamento, convocato per il 25 giugno. Riccardo, evidentemente colto di sorpresa, chiese per lettera, il 10 giugno, alla città di York truppe per la sua protezione.

Questa accusa di bigamia a Edoardo IV è sufficiente a togliere ogni credito alla voce, non provata, che Riccardo — con l’ aiuto di Lord Buckingam secondo il testo shakespeariano, con I ‘aiuto del fratello del sindaco di Londra secondo il manoscritto — abbia diffamato la madre, affermandone un duplice adulterio nel generare Edoardo IV e Giorgio. Colpiti di illegittimità per la biÈamia paterna tutti i figli e le figlie di Edoardo e già esclusi dalla successione i figli di Giorgio e Clarence, non v’ era alcuna necessità di colpire di illegittimità anche i due defunti fratelli. Immotivata appare la successiva esecuzione capitale di lord Buckingam, narrata da Shakespeare.

Il 20 giugno Riccardo sorprese al Palazzo reale lord William Hasting, lord Stanley, patrigno di Enrico Tudor, e il vescovo Morton, che stavano organizzando la sua uccisione. Una settimana dopo Hasting fu decapitato ma i suoi beni, confiscati, furono assegnati alla vedova. Secondo il manoscritto Riccardo III era desolato d’aver dovuto perdere l’amico Hasting. Fu giustiziato anche Rivers, il fratello della regina Elisabetta, già arrestato a Northampton. Lord Stanley fu perdonato, e il perdono fu da lui ripagato con il tradimento alla battaglia di Bosworth. Morton fu posto agli arresti domiciliari sotto la sorveglianza di lord Buckingam, ma poté poi fuggire riparando nella contea di Fenn, presso Ely, da dove mise in contatto lord Dorset con Enrico Tudor. Si era così creata una intesa Woodville-Tudor in danno non solo di Riccardo ma di tutti gli York, principini compresi.

Il Parlamento incorporò la testimonianza di Stillington in un decreto, detto Titulus regius, che riconosceva a Riccardo il diritto alla corona. Dopo l’incoronazione Riccardo fece, nel luglio 1483, un viaggio attraverso I ‘ Inghilterra definito trionfale dallo stesso Oliphant, che pure fu convinto accusatore di Riccardo. Nell’ottobre vi fu un tentativo di invasione di Enrico Tudor, che trovò presidiate le coste del Devon e della Cornovaglia. Vaste inondazioni impedirono Dorset di aiutarlo e Enrico Tudor fu costretto a ritornare in Francia, dove lo stesso Dorset dovette riparare. Così pure fece l’arcivescovo Morton. Nella primavera del 1484 morì il figlio legittimo di Riccardo e poco dopo anche la moglie Anna. È priva di ogni certezza la voce che egli l’abbia uccisa per sposare Elisabetta la figlia del defunto fratello Edoardo IV, anche per il fatto che in quella circostanza Riccardo nominò suo erede al trono il nipote, figlio di Giorgio. Vale la pena inoltre ricordare che Elisabetta fu presa in moglie da Enrico Tudor.

Nell ‘estate del 1483 Enrico Tudor rinnovò il tentativo di invasione. Il 22 agosto a Bosworth, dove lord Stanley si schierò improvvisamente dalla sua parte, tradendo Riccardo, Enrico prevalse e Riccardo, appiedato e gridando “Un cavallo, il mio regno per un cavallo”, rimase ucciso. Lord Stanley pose la corona sul capo di Enrico suo figliastro, ritrovata in un cespuglio di biancospino.

Per prima cosa Enrico anticipò di un giorno l’inizio del suo regno; così poté incolpare di tradimento chi aveva combattuto con Riccardo. Quindi ordinò che il Titulus regius fosse abrogato, che venisse distrutto, che non se ne conservassero copie — ne fu trovata però una, nella Torre di Londra, nel 1611 durante il regno di Giacomo Stuart — e pronunziò in Parlamento una condanna contro Riccardo, accusato di tirannia e crudeltà ma non dell’assassinio dei due principini. Per l’esattezza, la cronaca di un monaco di Croyland Abbey, vivente Riccardo, riporta voce della morte dei due principini. In tale cronaca sono riportate anche due notizie: una errata, la seconda incoronazione di Riccardo a York e una esatta, il Titulus regius e Eleonora Butler.

Il manoscritto di Tommaso Moro, fonte indiretta di William Shakespeare, è molto obbediente alla volontà di Enrico VII. Non vi è menzionato il Titulus regius, non vi è menzionata Eleonora Butler, vi si ricorda però un’amante di Edoardo, Elisabetta Lucy, che però nega di averlo mai sposato. Ma vi si narra, principalmente, la confessione resa da Tyrrel di Gipping di aver fatto uccidere i due bimbi. Net luglio 1483, durante il viaggio trionfale, Riccardo gli avrebbe ordinato di eseguire il misfatto ed egli, recatosi a Londra alla Torre, si sarebbe fatto consegnare le chiavi, per una notte, dal Conestabile sir Robert Brackembury e avrebbe fatto soffocare i due principi da certi Forrest e Dighton. E possibile che nessuno ne avesse saputo niente? Gli altri funzionari della Torre avrebbero taciuto? E Tyrrel, uomo ben noto, non sarebbe stato riconosciuto?

A qual fine tale delitto? Il Titulus regius metteva al riparo Riccardo. Se fosse stato falso il presupposto — il matrimonio di Edoardo con Eleonora Butler — a Riccardo occorreva I ‘ uccisione non dei nipotini ma del testimone falso Stillington che continuò a vivere tranquillamente, senza noie e senza ricompense, ma che fu però, in seguito, imprigionato e dimenticato in carcere da Enrico VII. Inoltre l’uccisione dei due ragazzi sarebbe stata insufficiente, anche se necessaria per la successione dello zio al trono, perché le quattro sorelle precedevano i due maschi. Ed è mai possibile che la regina Elisabetta frequentasse a corte l’ assassino dei suoi figli?

Sir Tyrrel, il 16 giugno 1486, ottenne un perdono generale e fu nominato, da Enrico, Conestabile di Guisness sul continente ed ambasciatore a Roma. Ebbe rendite terriere a vita ma nel 1502 fu arrestato, quale reo confesso — a diciannove anni dal fatto — del duplice omicidio dei principini e decapitato il 6 maggio 1502. La sua confessione però non fu mai resa nota. In realtà la sorte dei due giovani resta un mistero! Al tempo di Carlo II Stuart, 1639-1685, furono scoperti due scheletri sotto una scala della Torre: si ritenne che fossero i resti dei due disgraziati fanciulli. Ma chi aveva interesse alla loro scomparsa era proprio Enrico; era così poco certo del proprio diritto di successione che si fece sì incoronare jure lancastriae ma vi premise jure belli, aggiungendovi, dopo il matrimonio nel 1486 con Elisabetta, confermata nella sua legittimità dall’ abolizione del Titulus regius, lo jus yorkense. Nel febbraio 1487 la regina madre Elisabetta fu privata di ogni sostanza e proprietà e costretta a rinchiudersi per sempre in un convento a Bermonsey; ci si chiede il perché! Soltanto sui due principini calò un impenetrabile silenzio; sugli altri York la sorte è nota: furono tutti eliminati da Enrico VII e da suo figlio Enrico VIII. Uno alla volta: tutti !

Lungo i 120 anni della dinastia Tudor ogni difesa di Riccardo III fu impossibile. La versione ufficiale che faceva di Enrico VII il liberatore dell’Inghilterra da un mostro demoniaco non fu potuta mai discutere e l’ accusa contro Riccardo prese piede e si consolidò. Per sua disgrazia essa mosse lo sdegno anche di William Shakespeare che nella sua immortale tragedia le dette risonanza mondiale.

Ma anche dopo la fine della dinastia Tudor solo poche voci isolate sorsero in difesa di Riccardo, ad eccezione, forse, di quella di sir Orazio Walpole. In realtà le vicende non offrono la minima prova a carico del re. Il criterio del cui prodest indica però in Enrico l’unico interessato alla scomparsa dei due fratellini dell’imminente moglie Elisabetta di York. La soppressione di tutti gli altri York ad opera di Enrico VII e Enrico VIII aggiunge argomento su argomento.

Alla domanda “Riccardo III: colpevole o innocente?” hanno risposto, nel 1979, due “giurie” a Londra e a Washington proclamando che “Sua Maestà Riccardo III d’Inghilterra è da considerarsi riabilitato a tutti gli effetti”.•

dipinto dell’Ottocento ispirato all’episodio narrato da Shakespeare. I nipoti di Riccardo III in prigione

               

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PACIFICI MA NON PACIFISTI

PACIFICI MA NON PACIFISTI

di

Franco Ratti

     L’infernale rosario del Kosovo (fosse comuni, forni crematori, camere di tortura) ha confermato la giustezza e il rigore della mia posizione. già da subito antipacifista. Ultime noti zie, un quotidiano romano, lettissimo anche a Modena e a Reggio Emilia, registrava, nel numero del 10 maggio, il mio intervento, antitetico a tutto il coro pacifista: Acli, Scout, Gruppo Abele, Pax Christi.

Beati costruttori di pace, gli studenti di Azione cattolica. Tutti Wojtyliani. spesso in modo interessato e cortigiano. Personalmente ho un altissimo concetto del ministero papale, purché ne siano chiari i limiti teologici e antropologici, secondo le indicazioni della grande tradizione e della più alta teologia. Nessun uomo è Dio e onnisciente.

Molti vescovi antipacifisti hanno taciuto per paura di Roma. Siamo è chiaro- alle solite. A Roma bisogna ubbidire sempre e comunque. Le sue opinioni teologiche, etiche, politiche equivalgono a dogmi.

Se Karol Wojtyla, sull’emergenza Kosovo, avesse sostenuto l’ingerenza umanitaria? , come sulla Bosnia, le stesse forze cattoliche, di cui sopra, sarebbero state interventiste con pari disinvoltura.

Il servilismo e l’ adulazione del papa di turno è il cancro dei cancri della Chiesa cattolica. Molli sono i cattolici, che hanno questa strana gerarchia dei valori: prima il papa e la Madonna. poi semmai Gesù Cristo, alla fine Dio (al Quale non h, fra l’altro, dedicato alcun santuario e alcuna festa).

L’ articolo di Fabio Santolini riporta la mia distinzione fondamentale fra I ‘essere pacifici e l’essere pacifisti. Il pacifico nutre sentimenti di pace. mentre il pacifista fa della pace un’ideologia assoluta. cui sacrifica la giustizia delle cose. Analoga alia distinzione più generale fra l’essere violenti e l’essere non violenti. ln concreto: personalmente non ucciderei mai un uomo. Ma nel caso in cui un pedofilo è sul punto di ammazzare un bambino, malgrado me e i miei princìpi pacifisti, ammazzo, se necessario, il pedofilo.

Nessun principio è assoluto, neppure quello della pace. Il nostro assoluto è solo Dio. Certo, bisogna avere dei princìpi, servirsene, giammai servirli. Il fine è sempre l’ Uomo, che non è soltanto Spirito, ossia universalità, ma anche Carne, cioè Circostanza e circostanze. E ancora Lui, nella sua complessità. la norma concreta e prossima di ogni etica autentica. che è sempre dotata di due polmoni: quello dei principi e quello delle cose. Ad immagine appunto dell’Uomo, incontro vivente fra l’universalità e l’astrattezza necessaria e inevitabile dei princìpi e il molteplice delle cose.

I puri principi creano dei fanatici. La pura realtà (molto impura! ), invece, produce eterni prammatisti. La sintesi principi – realtà, infine. i sacerdoti dell’Umano, nel senso più radicale e vasto del termine. Gesù nella Sua prassi esempla questa dialettica etica e questa etica dialettica. di princìpi e delle eccezioni al tempo stesso, secondo la felice definizione di Oscar Wilde. Da un canto dichiara l’ indissolubilità del matrimonio, dall ‘ altro apre al divorzismo moderato, opponendosi al divorzismo corrivo del Suo tempo. Rinvio il lettore, tentato d’incredulità, al capitolo 19 di Matteo, al versetto 9.

L’apertura di Gesù è sapientemente “silenziata” dalla catechesi e dal Catechismo, spesso reazionario sul piano etico. quantunque giustamente conservatore sul piano dogmatico.

Quanto a noi cristiani, siamo chiamati ad imitare Dio, che, incarnandosi, è calato dal cielo delle astrazioni nella carne e nel sangue della Storia e della cronaca. L’unico dogma di Dio è l’ Amore. La nostra fede deve diventare sempre più radicale sino a farsi contemplazione e mistica. esperienza saporosa e quasi tattile dell’ Amore di Dio. Solo i Contemplativi, coloro che tuffano cuore e occhi negli abissi e persino negli anfratti di Dio, conquisteranno la terra c il cuore degli uomini, come i Miti del Vangelo.

Il cristianesimo del terzo millennio non si giocherà sulle “masse oceaniche” di tragica memoria, sul potere e sulle pressioni politiche. ma sul sorriso, il riso e la grinta dei cristiani contemplativi e profetici. Intervenienti sulla realtà e nella realtà. solo dopo aver respirato l ‘ aria frizzante e tonica delle vette Divine. Illimpiditi nell’ intelligenza dalla Verità musicalissima di Dio. Capaci di giudizi storici partecipi della Luce divina. Di prassi politiche creative e osanti, sulle orme mobili del Maestro. nella luce futurale  dello Spirito.

Ai Suoi apostoli e alla Sua chiesa seriosi e politicisti Gesù propone la figura freschissima del Bambino. La cui essenza non è il Potere, ma I • Amore. In questo senso il Bambino ascende a paradigma di tutto il Vangelo, che è il Cantico dei cantici dell’ Amore in tutte le sue forme ed esigenze, sino alla morte come puro dono di si. L’ Amore, principio dei principi, fonte della stessa razionalità nei Santi, superiore alla stessa fede. Se attraverso la fede siamo salvati, attraverso l ‘ amore siamo plenificati. Se attraverso la fede siamo purificati, attraverso l’ amore siamo divinizzati.

Per amore (dell ‘Uomo) i primi cristiani rifuggivano dalle armi; per amore (della Francia)

Giovanna d’ Arco, la leggendaria pulzella d’Orleans. impugnava le armi contro gli inglesi aggressori. Per amore del popolo kosovaro e serbo, per amore della pax europea e mondiale,

Milosevic andava fermato. Filoamericanismo il mio? No, ho sentito e giudicato semplicemente nello Spirito, anticipando il giudizio della Storia.

Thomas Moore, in “Nel chiostro del mondo”, libricino aureo, modula una parabola lucentissima.

Sul far del crepuscolo (l ‘ ora più magica e visionaria secondo I ‘ esoterismo) un candidissimo pellegrino si ritroverà d’improvviso dinanzi ad una splendida abbazia medievale. cui lavoravano monaci-muratori (angeli ?). Ma il suo stupore fu al colmo quando s ‘ avvide duna stranezza singolarissima: i monaci stavano demolendo l’abbazia. L’abate, che dirigeva i lavori, fornì all’incredulo pellegrino il Divino motivo: ? Demoliamo perché l ‘ abbazia impedisce la vista dell’ aurora ormai prossima a rivelarsi ?.

‘ Aurora è il nostro compito di cristiani di oggi e di domani. La passione di una Chiesa profetica e non più medievale. Il Dono dell ‘intercessione degli Angeli a noi uomini crepuscolari del 2000.

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X-FILES: LA VERITÀ È FUORI O DENTRO DI NOI?

X-FILES: LA VERITÀ È FUORI O DENTRO DI NOI?

di

Silvio Nascimben

Il prorompente progresso tecnologico dell ‘ era spaziale che incalza, febbrilmente e spasmodicamente proteso alla ricerca di risposte sempre più eclatanti ai tanti interrogativi che l’umanità si pone, si rifiuta, pur tuttavia, di accettare l’esistenza di una “suggestione satanica” che possa indurre a compiere un delitto, ispirato dalla “magia nera”.

Ad onor del vero, nel pieno rispetto della casistica della giurisprudenza contemporanea, non esiste un solo caso di “processo per magia”. ovvero per pratiche di occultismo nero.

Con lo spegnersi della brace degli ultimi roghi medioevali, e col perdersi nel vento delle urla di coloro che, accusati di stregoneria, venivano torturati, la “magia nera” e il “satanismo” non rappresentano più, oggi, un caso giuridico. Nessuno si sognerebbe mai, alla soglia del III millennio, di accusare un proprio simile di stregoneria, per il semplice piacere di farlo bruciare in una piazza, ovvero di vederlo torturato prima, e alla gogna poi, perché reo confesso di non credere in Dio.

La mutazione degli usi e dei costumi della società, che si modifica con un ritmo sempre più vertiginoso, unitamente alle esaltanti conquiste della scienza, non potevano non mettere a dura prova l’equilibrio di questa “umanità ” di fine secolo. L’ accadimento degli eventi, per il loro incessante e fatale sovrapporsi, ha determinato in tutti uno stordimento tale da non farci rendere conto che qualcosa di misterioso, di diabolicamente sottile, stava insinuandosi tra noi. negli usi e nei costumi della gente, senza distinzione di estrazione sociale e di censo.

“E’ il Maligno che si ripropone con la ben nota arte della mimetizzazione, per fare nuovi proseliti… sentenziano, stancamente, ripetendo a se stessi, i più anziani, quasi a voler giustificare l’inspiegabile e ciclico diffondersi dell’interesse verso tutto ciò che appartiene alla “sfera dell ‘inspiegabile ‘

Le pratiche di “satanismo” e di “vampirismo associate a quelle tipicamente legate ai presunti contatti con “entità aliene “, a detta di alcuni venute dallo spazio, non potevano non coinvolgere l’attenzione dei giovani, di questa società che si avvia stancamente verso il “Duemila”, delusi irrimediabilmente, purtroppo, dalle mille promesse fatte, e giammai mantenute, da politici egoisti e da cattivi amministratori della “cosa pubblica’ .

Essi, pur di assurgere agli onori del potere, non disdegnano mai di presentarsi come “illuminati messia”, pronti ad elargire benessere e giustizia, a tutti gli uomini di buona volontà.

Incessante e sistematico, poi, il bombardamento di notizie distorte, relative spesso ad accadimenti che coincidono con misteriosi e terrificanti riti, non solo non mette in guardia gli sprovveduti ma, alimenta, anzi, il diffondersi del “satanismo ” e con esso, una fatale propensione verso le pratiche magiche. Diventa, così, oltremodo difficile distinguere ciò che effettivamente appartiene all”‘arcano” dalle turbative di natura psichica quasi sempre legate a terrificanti rituali dove soltanto “orrore e follia ” sono le supreme dominanti.

L’ interesse sempre più crescente per il “mondo dell ‘arcano “, pur mettendo in moto il meccanismo micidiale e inarrestabile dell’indagine, riesce ad avviare un processo di attualizzazione del metodo interpretativo dell”‘inspiegabile”, tanto da presentare gli avvenimenti ad esso legati come se fossero la risultanza di uno “psichismo collettivo “, scaturito da un diffuso senso di insoddisfazione.

L’occulto, il satanismo, il vampirismo e tutto ciò che appartiene al mistero, entrano così a far parte del mondò degli X-files.

Per la moderna terminologia, con questo nome in codice. entrano a far parte del mondo degli X-files anche i fenomeni psichici che, pur privi di spiegazioni razionali, liberano quelle forze represse, inconsce, che, una volta scatenate, sfociano sempre in aberranti e orrendi coinvolgimenti psicofisici.

Uno degli ultimi casi, quello della quindicenne Heather Wendorf di Eustis, piccolo centro nei pressi di Orlando, in Florida, che ha massacrato i suoi genitori con l’aiuto di quattro suoi coetanei, rappresenta l’esempio classico di questo particolare e pericoloso coinvolgimento. La ragazzina, faceva parte di una setta i cui componenti praticavano il vampirismo ed i diabolici rituali adottati dai proseliti, unitamente al plagio vicendevole, al pari di una droga micidiale, inducevano gli adepti a sacrificare topi e animali domestici con lo scopo di berne il loro sangue, ancora caldo. Altre volte, producendosi ferite, si scambiavano generose succhiate di rossa linfa. Superare il limite dell’impensabile, ed in particolare con pratiche che con il mondo dell’umano hanno ben poco, conferiscono al soggetto la consapevolezza di un apparente infinito potere di vita e di morte che si accompagna, quasi sempre, ad un completo distacco dalla sfera dei sentimenti e del socialmente lecito. Non si potrebbero spiegare altrimenti i tanti, purtroppo, avvenimenti del tipo di quello accaduto a Villa Polanski, anni addietro, e della strage che ne seguì, ad opera di un tale Charles Manson e delle sue adepte, chiamate “le schiave di Satana “. Ecco cosa avvenne. A Hollywood, Charles Manson, conosciuto come Satana Manson, al termine di un rito di stregoneria, si introdusse nella villa del regista Roman Polanski, a Beverly Hill, unitamente alle sue fedeli, con lo scopo di compiere un massacro rituale. La setta, in preda a un isterismo colletti vo, si accanì con particolare ferocia sui poveri corpi senza vita delle vittime tanto che Susan Atkins, amica e schiava prediletta di Manson, pugnalò ripetutamente il corpo dell’ attrice Sharon Tate, moglie di Polanski in attesa di una creatura, e di aver golosamente bevuto il sangue che zampillava copioso, dalle ferite.

Il rituale di magia nera non poté compiersi completamente per mancanza di tempo. La Atkins, infatti, aveva ricevuto l’ ordine dal suo “nero maestro” di strappare gli occhi delle vittime e lanciarli contro i muri, dopo aver effettuato il totale taglio delle dita di tutti.

Alla luce di episodi del genere, che ci riportano irrimediabilmente nell’oscuro Medioevo riesce difficile non considerare come la componente non umana, certamente diabolica, in particolari stati di animazione sospesa prenda il sopravvento sull ‘uomo inducendolo a compiere atti decisamente contrari al preordinato ordine della natura.

Si insinua a questo punto il sospetto, malgrado il sole splenda alto e luminoso nel cielo, dell ‘ esistenza di un mondo sconosciuto, nascosto, pieno di incubi e di insoliti interrogativi…: e se questo mondo misterioso, che vive accanto a noi, forse in noi, nel nostro inconscio, non più legato ad alcun condizionamento, si scatenasse da un momento all’altro, senza il volere del nostro Io cosciente… ?

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CHIESA GNOSTICA E MASSONERIA

CHIESA GNOSTICA E MASSONERIA

di

Tau Johannes

Malgrado l’ostilità, ripetutamente riaffermata, tra Chiese Istituzionalizzate e Libera Muratoria sin dal suo sorgere, quest’ultima ha indubbiamente fondamenta a carattere religioso, e della Religione ha subito nel tempo l’ influenza.

È del resto incontestabile che le basi del Cristianesimo condividono con la Massoneria alcuni denominatori comuni; in realtà entrambe hanno una origine affine, perseguono le stesse finalità di perfezionamento umano e adottano una simbologia essenzialmente simile. Se in determinati periodi storici la Massoneria è stata anticlericale, ciò fu dovuto nella sfera politica all ‘ ingerenza a quei tempi oppressiva del clero nel mondo del pensiero e delle conoscenze, ma mai fu atea. E opportuno tuttavia precisare che la religiosità massonica si limita alla Religione naturale su cui tutti gli uomini di ogni credenza possono concordare.

Per il fatto stesso di autodefinirsi Arte della Costruzione, la Massoneria riconosce in tutta l’opera della Natura una costruzione continua e nell’ Universo un immenso edificio sviluppantesi progressivamente in conformità con i piani del Grande Architetto dei mondi. Secondo la terminologia platonica./gnostico/massonica, I ‘ ineffabile Architetto ha creato l’ Universo mediante il numero, il peso e la misura, con simboli (solari e lunari) formanti assieme un linguaggio che nelle Logge i massoni imparano gradualmente a interpretare, quale riferimento a loro comportamenti di vita.

Un approfondito esame dei rituali massonici e del suo ricco patrimonio simbolico ci rivela poi gli stretti suoi rapporti con il Sacro in genere, ed il mondo esoterico in particolare.

Ogni forma di Religiosità quale che sia la sua espressione ulteriore nei tempi e luoghi più vari ha come sua tipica caratteristica di svilupparsi da un devozionismo emozionale iniziale per innalzarsi, gradino dopo gradino, simbolo dopo simbolo, alle altezze della Gnosi.

E raggiunto finalmente tale vertice ogni Ordine Iniziatico non può che trasformarsi quale che sia il suo iter realizzativo in una Ecclesia non di Perfetti ma di Perfettibili, i quali faranno del loro “lavoro” comunitario uno strumento di invocazione alla Luce, allo Spirito che (emanando dall ‘ Alto) si fa nell’uomo seme di trasmutazione onde farne pietra cubica perfetta per la costruzione del grandioso Tempio dell’Umanità.

Per smussare la propria pietra grezza, il massone generalmente considera la Religione un punto di partenza per un affinamento di sé, a mezzo di un iter conoscitivo e di una ritualità basata su di un ‘Iniziazione, di cui la Libera Muratoria permane, nonostante tutto, uno dei punti fermi della Tradizione. La Loggia diviene allora Ecclesia, ma perché ciò avvenga, è assolutamente indispensabile che i massoni siano effettivamente tra loro fratelli; condividano cioè un’identica aspirazione a che l’ Assoluto si faccia in ognuno di loro Presenza Viva al fine di preparare, assieme a tutti gli altri uomini di “buona volontà”, un mondo

Oggi sono forse pochi, anche tra massoni e martinisti più avanzati in età, a ricordare come (sul finire degli anni bui della seconda guerra mondiale, che aveva disperso o costretto alla clandestinità tutti gli Ordini Iniziatici) il 14 dicembre 1945 nasceva la Chiesa Gnostica Italiana: un Cenacolo di massoni “esoterici” l’aveva voluta, preparata e dotata di un apparato dottrinale e rituale.

Tra i suoi fondatori spiccavano il farmacista milanese Mario De Conca (uno dei ricostruttori della Massoneria d’ Italia nel dopoguerra e del ravennate Prof. Giordano Gamberini il quale nel 1960 diverrà Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

Il De Conca aveva percorso il suo tragitto da apprendista nella Massoneria di Fera fino a membro del Supremo Consiglio e Primate della Chiesa Gnostica d’Italia col nome mistico di T. Lychnus. Mentre il Prof. Gamberini, suo Coadiutore Sinodale col nome di T. Julianus, proponeva d’ incrementare il livello dottrinale degli aderenti con l’istituzione di una Facoltà Teologica, T. Lychnus insisteva per una chiesa esoterica, un po’ catacombale e un po’ magica contro ogni profanazione. La spuntò, anche per l’autorità di cui era investito, il Dr. De Conca, ma fu probabilmente questa divergenza di prospettiva a segnare l’inizio della smobilitazione del risorto movimento gnostico, che pure aveva avuto un avvio molto promettente, raccogliendo gli spiriti più nobili del tempo, prevalentemente provenienti dall’ ambito massonico e martinista. Ebbe allora a scrivere T. Julianus su “Acta Gnostica”, che era il bollettino di collegamento tra i neo gnostici italiani: “Le masse non potranno più impressionarci; dopo un collaudo di duemila anni noi, gli eretici, possiamo serenamente affermare di aver conseguito lo scopo di conservare l’idea e di trasmetterla per un’ umanità che potesse incarnarla”.

I duemila anni cui T. Julianus si riferiva corrispondono approssimativamente al tratto di storia che separava la manifestazione neo-gnostica cristiana moderna dai giorni in cui Gesù, il fiore degli Eoni, trasmetteva al prediletto Giovanni, secondo la tradizione esoterica, le perle luminose della Suprema Saggezza, alludeva Julianus al Regno Terrestre delle Chiese Istituzionalizzate le quali pur con tutto il peso della forza temporale avevano fallito nel loro tentativo di distruggere l’ eresia gnostica. Vero è che la storia della Gnosi presenta nel tempo numerose soluzioni di continuità, e anche prima del risveglio gnostico effettuato dal massone Jules Doinel nel 1889, il quale aveva ricostituito in Francia la Chiesa gnostica con l’obiettivo principale di conciliare la Religione alle scoperte della Scienza, e aveva così dato avvio al moderno neo-gnosticismo che attraverso alterne vicende, si è in seguito affermato in Chiese Gnostiche in ogni parte del mondo. Rene  Guenon diresse tra il 1 0 e il 2 0 decennio del nostro secolo “La Gnose” rassegna della rediviva Chiesa Johannita. In Italia all’ incirca in quel periodo l’avv Sulli Rao, dignitario del Grande Oriente d’Italia, pubblicava (per i tipi dell’Editrice Ars Regia) “Frammenti di una Fede dimenticata” del Mead, mentre la Massonica Editrice Athanor pubblicava a sua volta nel 1922 “La Santa Gnosi” del Dr. Fugurion e del Patriarca Gnostico ecumenico Johanny Bricaud e quasi contemporaneamente “La Chiesa del Paracleto”, del massone sardo Vincenzo Soro.  Dopo una serie di tentativi dalla vita breve, la Chiesa della Gnosi è oggi in Italia un corpo iniziatico/ sacerdotale che si rifà allo spirito degli antichi Gnostici (e molto meno ai loro astrusi sistemi, spesso in contrasto tra loro) ma tutti tendenti a risolvere l’ angoscioso problema del male nel mondo, per cui i neognostici, condividendone lo spirito, ne studiano le dottrine nello sforzo di trovarvi risposte soddisfacenti alle esigenze spirituali del nostro tempo, per molti versi simile al}’ epoca dell’ avvento del Cristianesimo. La Chiesa della Gnosi offre pertanto a quanti ne avvertano il richiamo iniziazioni, consacrazioni ecclesiali ed esoteriche derivanti dalle molteplici linee di successione apostolica e dalle varie correnti tradizionali iniziatiche confluite legittimamente nella sua Gerarchia, per cui in Occidente essa è l’ unico contesto esoterico che offra una iniziazione anche sacerdotale, staccata da ogni confessionalità.  La denominazione “Ecclesia” è da noi intesa nel senso greco che le è proprio, e cioè di Assemblea, equivalente al termine arabo “Qahal” per indicare coloro che si riuniscono in un corpo unitario. e nel caso specifico di credenti (e cioè come viene definita da Gesù, il vivente: “Ovunque 2 o più persone sono radunate nel mio nome, ivi io sono in mezzo a loro”, secondo cui ci riferisce l’evangelista Matteo).

Funzione dell ‘ Ecclesia è appunto di operare come Comunità, e questa si attua ogni qualvolta essa si raccoglie in Ecclesia, cosicché sciolta l’assemblea permane un potenziale eggregorico custodito liturgicamente dai suoi Ministri in attesa che si ricostituisca nuovamente in Assemblea. Per garantire la sua capacità operativa essa si avvale di una catena di anime costituitesi, per il loro stato evolutivo spirituale, canale di irradiamento delle forze divine. La partecipazione all ‘Ecclesia è conseguentemente riservata ai membri qualificati e mai aperta ad un pubblico eterogeneo; in pratica la Chiesa della Gnosi è costituita non solo da Iniziati, ordinati o consacrati, ma anche da tutti gli aspiranti alla reintegrazione umana, o Gnosi Perenne, perché tutti i suoi membri .

Le conoscenze mistiche dell ‘ antichità inaugurò una Nuova Era, quale espressione rinnovatasi nel tempo del Logos eterno, il che fa del Cristo l’essenza interiore dell’universo e la realtà intima dell’Episcopato Gnostico, la cui missione è il mantenimento della presenza del sacro nel nostro mondo. In tale prospettiva i riti gnostici corrispondono ad una visione monista-trascendente e magica dell ‘ universo, ove il cosmo visibile è visto come manifestazione vivente ed organica di quel “quid” che è “all ‘interno” e oltre se stesso, quid costituente la ninfa segreta ed invisibile che lo sostiene e suo tramite si alimenta. Il dualismo apparente (il mondo nel quale ci muoviamo e quel verso cui siamo diretti) è il modello-falsato dalla nostra cecità spirituale, al cui interno scorre il flusso incessante ed infinito dell’Unità.

E se tutto è Uno, il potenziale permane all ‘ interno per emergere attraverso dei canali ed espressioni che alla fina sono connaturati all ‘Essere.

Il sistema sacramentale è quindi la struttura visibile attraverso la quale fluisce la vita animante l’ Universo. L’ antica definizione di sacramento quale segno visibile di un potere invisibile è per gli gnostici di un’importanza assoluta poiché in tale ottica ogni esistenza diviene sacramentale.

L’ Ecclesia Gnostica, pur sviluppando un suo programma di investigazione conservazione ed esposizione dei Misteri, (con il massimo rispetto per ogni altra espressione differenziata della Gnosi Una e Perenne) riconosce come gnostici tutti gli insegnamenti ed i metodi realizzativi individuali e collettivi, i quali si spirano allo stesso spirito di autentica ricerca e alla stessa aspirazione al miglioramento della condizione umana.

Quanti con il proprio sforzo personale sono penetrati nel mondo mentale superiore per erigervi Templi alla Luce Spirituale sono di fatto gnostici poiché hanno creato un loro spazio interiore, o Conoscenza/Spazio per l’Epifania dei Misteri, che è come dire per l’avvento del Regno della Giustizia e della Verità. E questi gnostici di ogni tempo e luogo (avendo fatta propria questa conoscenza esperienziale alimentandola con la dedizione di tutta la loro esistenza) hanno lasciato indicazioni perché il loro sentiero reintegrativo potesse essere seguito dai fratelli che sarebbero venuti dopo. Così le espressioni “I’ Uno Ineffabile” “la Piena libertà dell’Essere” – “la Salvezza Universale” – “la conoscenza salvifica” “il Potere dall ‘ Alto” sono semplici frecce indicative verso un qualcosa che è sempre “oltre” ovverosia verso un’ altra dimensione che tuttavia è più vicina a noi delle stesse cellule che compongono il nostro corpo o il nostro respiro. E in realtà un uomo non ha altra possibilità per conoscere il mistero della vita e del suo destino, che conoscere se stesso; e tuttavia le parole non possono trasmettere l’esperienza che è sempre individuale ed indicibile, per cui tutti gli gnostici autentici concordano basandosi sulle loro esperienze nel riconoscere l’infinita varietà di forme, a mezzo delle quali la stessa Gnosi si struttura nelle anime ove si sviluppa, poiché i messaggi divini sono dovunque, anche se molto spesso noi non sappiamo riconoscerli.

Concludendo esprimiamo la nostra aspirazione a mantenere una posizione di apertura e collaborazione con tutte le altre Chiese Gnostiche del mondo, come pure con i Sodalizi, gli Ordini e le Cerchie esoteriche autenticamente iniziatiche, per l’armonizzazione e il riavvicinamento di ogni operatività individuale e comunitaria che si stia realizzando su linee similari a quelle che ci animano; e le più pure linee maestre della Gnosi animano I ‘Ecclesia R+C Ritu Antiquo et Gnostico, i cui aderenti “CIVES AETERNAE CIVITATIS SUNT SUB LUMINE SANCTAE GNOSIS” e in quella luce vedono e vivono.’

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LA QUANTISTICA… E IL TELETRASPORTO DELLA MATERIA

LA QUANTISTICA… E IL TELETRASPORTO DELLA MATERIA

La fantascienza è ormai una realtà! Il teletrasporto della materia, si proprio quel che avviene nella serie cinematografica di “Star Trek”, quando il capitano Kirk e i suoi uomini entrati in quella strana cabina trasparente simile a una doccia si dissolvono nel nulla per poi riapparire, nello spazio di pochi secondi altrove, è la imminente conquista della scienza.

Oggi, la scienza – ed era ora – incomincia a muoversi verso la fantascienza, confrontandosi con tematiche che seppur fantasiose, e in apparenza impossibili a realizzarsi, non vengono liquidate più come assurdità, senza alcuna prova d’ appello.

Lo scorso anno, sulla autorevole rivista “Nature” è stato pubblicato un articolo riguardo agli studi sul “teletrasporto della materia” effettuato da un gruppo di ricercatori guidato dal prof. Anton Zeilinger dell’Università di Vienna. Seguendo un analogo itinerario di ricerca, un altro gruppo di studiosi, italiano questa volta, coordinato dal prof. Francesco De Martini, è giunto alla conclusione, dimostrando sia pur in via sperimentale, che è possibile “teletrasportare” gli atomi della materia. E’ imminente, pertanto, la pubblicazione dei risultati relativi ai diversi esperimenti condotti dai due gruppi di ricerca, sulle riviste scientifiche “Physical Review Letterer capire qualcosa di quanto gli cienziati stiano oggi ricercando, si rende necessario fare riferimento alla peculiare proprietà della meccanica quantistica: quella cioè che consente il passaggio istantaneo di informazioni da un corpo all’ altro. La teoria quantistica, che consente di descrivere il mondo dell ‘ infinitesimo piccolo, ha radici lontane e il suo proporsi negli anni “trenta” innescò un conflitto scientifico di tale portata che i suoi sostenitori, Hesenberg, Bohr e tantissimi altri, si contrapposero a coloro che sostenevano la fisica classica, tra cui Einstein e Schrodinger. Quest’ ultimi, infatti, s ‘impegnarono non poco nel tentativo di demolire il principio dei “quanti”, pur riconoscendo la validità della nuova teoria.

Tornando al teletrasporto applicato con successo sugli atomi, è pensabile che a breve termine la sperimentazione possa, grazie a potenti calcolatori, aprire nuovi sconfinati orizzonti della scienza.

Il teletrasporto degli atomi, in verità, non può che sollecitare la realizzazione di un sogno fino ad oggi ritenuto impossibile: la scomposizione di un corpo vivente e la immediata ricomposizione in altro luogo, dello stesso corpo.

Consapevoli del prevedibile sconvolgimento del sistema preordinato delle cose che arrecherà questa straordinaria conquista, come non immaginarci, anche per un istante, quali e quanti cambiamenti potrebbero verificarsi nella quotidianità. Quale impareggiabile emozione, pensate un po’, raggiungere in attimo persone, città, continenti, senza l’utilizzo di alcun mezzo di trasporto, senza perdite inutili di tempo, di voli cancellati per scioperi o maltempo e così via. E poi, senza fatica alcuna. aver la possibilità di partecipare ad una tornata di lavori sulla Terra, oppure di una Loggia di una lontana stazione spaziale orbitante nello spazio e, al termine degli stessi, senza fare un passo, prender parte a una “Agape bianca” su una base lunare. Che dire poi di una romantica cena, ovviamente in buona compagnia, in un caratteristico ristorantino all’aperto, sul pianeta Venere, a lume di candela, e sotto le stelle del firmamento… ?

Silvio Nascimben

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IL SIMBOLISMO DEI COLORI NELL’ALCHIMIA E NELLA CABBALA

IL SIMBOLISMO DEI COLORI  NELL’ALCHIMIA E NELLA CABBALA

di

Vittorio Vanni

I colori nell’alchimia

La fondamentale natura del simbolismo è quella dell ‘ universalità, per cui il significato del simbolo non può esser diverso né per sostanza né per forma, ed è quindi simile “semper et ubique in ogni tempo ed in ogni luogo. Così come la biblica sapienza si presenta come precedente alla creazione, così i simboli, come archetipi cosmogonici, appartengono alla psiche universa, e sono quindi innati nell’umanità.

Quando si afferma che i principali colori simbolici, fin dalla preistoria, sono il nero, il rosso, il blu, il verde, il bianco: in second’ ordine il violetto, l ‘ arancio ed il giallo; una osservazione scientifica affermerebbe che questi sono tratti dai pigmenti più facilmente rintracciatili in natura. Un teologo od un metafisico direbbero al contrario che il supremo intelletto creò o emanò la natura in armonia ed analogia con gli archetipi simbolici della sua mente, simboli quindi preesistenti alla natura stessa.

Se in Massoneria si studiasse il pensiero simbolico uno dei problemi fondamentali sarebbe la soggettività o l’oggettività nell ‘interpretazione del simbolo. I fratelli razionalisti, preoccupati di non creare dogmatismi, affermerebbero che l’interpretazione simbolica è libera’, soggettiva, individuale.

I Fratelli più legati alla metafisica massonica affermerebbero che un simbolismo senza significato comune od oggettivo non avrebbe senso e che proprio l’ interpretazione libera, soggettiva, individuale non potrà che portare alla conoscenza del significato oggettivo, la Parola Perduta e ritrovata dell’Ordine.

Proprio perché la Massoneria non è dogmatica, ambedue le opinioni hanno lo stesso valore nei termini della nostra uguaglianza e meritano lo stesso rispetto, nei termini della nostra libertà e fraternità. La tradizione, comunque, ci presenta delle tavole analogiche di corrispondenze simboliche che rappresentano un ausilio per la meditazione interpretativa e che vanno comunque conosciute, per la specificità del nostro tipo di pensiero, che contempla sia la logica razionale che l’ apparente irrazionalità del sentimento, dell ‘ emozione, dell ‘intuito, veri gradini della conoscenza simbolica.

La prima tavola’ delle corrispondenze analogiche, che si riscontrano fin dalla nascita della scrittura e che furono codificate nel periodo rinascimentale da vari autori, il cui principale è certamente Agrippa, è la seguente:

Ideogrammi alchemici

Elementi Terra Fuoco Aria Acqua Quintessenza
Stagioni Primavera Estate Autunno Inverno Anno
Haioth Bue Leone Aquila Angelo Kerubh
Segni zodiacali   Leone Scorpione Acquario Costellazioni
Evangelisti Luca Marco Giovanni Matteo Cristo
Colori Nero Rosso Blu Verde Bianco
Pianeti Segni planetari Saturno Marte Giove Venere Luna
Metalli Piombo Ferro Stagno Rame Argento

Per quanto le fasi dell’opera ermetica siano sette, le tre principali sono rappresentate secondo il simbolismo del nero, bianco, rosso, anche se alle origini alessandrine del IV secolo veniva data particolare importanza ad una fase intermedia fra la l a e la 2a la citrinitas (giallo)

Le fasi, pertanto, sono:

1a nigredo                                                     22 albedo                                                      3a rubedo

Il linguaggio alchemico ha la caratteristica di descrivere con estrema complessità un ‘operatività in realtà semplice, ma resa complicata perché vista da infiniti punti di osservazione.

Le tre fasi si possano descrivere quindi molteplici punti di vista, sempre legati però alla tavola analogica suddetta o altre più complesse e sempre con la stessa simbologia Per esemplificare questa simbologia vediamo di analizzare uno di questi punti di vista, quello degli stati psichici che si presentano nelle fasi dell’ Opera, ad esempio.

Perché si analogizza la prima fase, la nigredo con il colore nero, l’elemento terra, il pianeta Saturno, il minerale piombo?

Saturno astrologicamente è un pianeta lontano, freddo, pesante e così veniva considerato anche dagli antichi. Mitologicamente è il dio primigenio che divora i suoi figli, finché Gea, la Madre terra, gli presenta ingannatoriamente una pietra al posto di Giove, che sopravvive e diventa il re degli dei olimpici. Il piombo veniva considerato il più imperfetto dei metalli, ma anche la prima fase della trasmutazione, il germe primo dell ‘ oro.

La nera terra, il grigio il piombo rappresenta la nostra materialità fisica, falsamente considerata vile, ma in realtà poderoso strumento di trasmutazione perché l’uomo ha soltanto la sua fisicità, in cui è compresa la mente, per superare la sua stessa umanità

La nigredo, quindi, vista dal solo punto di vista psichico, rappresenta l’introspezione profonda, il doloroso distacco che l’Artista deve effettuare dalle sue idee preconcette, dalle sue illusorie certezze, dai suoi fallaci ideali, dal mendace concetto di sé, da tutto ciò, insomma, che ha formato nel tempo la sua transitoria anima.

Astrologicamente il transito di Saturno comporta nella nostra vita il taglio dei rami secchi, di ciò che poteva essere e non è stato, delle illusioni perdute delle ambizioni frustrate. La nigredo distrugge tutto ciò, secondo la legge del VITRIOL, e produce psichicamente stati depressivi, difficoltà di vita, annichilimento, fino al senso e desiderio della morte, finché, come dicono i testi ermetici, “sopra i neri corvi si leveranno le bianche colombe.” Quando ogni sovrastruttura mentale viene distrutta si leva all ‘improvviso, da un punto interiore intangibile, il bianco dell’alba, promessa del giorno e, nel progredire dell’ operatività, le qualità positive del rosso Marte, volitività, azione impetuosa e travolgente, intelligenza acuta ed armata. Le fasi dell ‘opera non finiscono qui, perché la meta lontanissima è l ‘ oro del sole e della conoscenza.

Il Blu Gioviale alchemicamente rappresenta uno stato di serenità, equilibrio psichico, di maturità interiore, fase intermedia fra l’albedo e la rubedo. Il Verde venereo è l’equilibrio raggiunto nella grande forza vitale, l’eros, che diviene qui fattore di generazione spirituale, la Stella del Mattino ermetica, che appare nel crogiolo come una fase dell ‘ albedo.

I colori nella kabbala

La cabbala ha avuto un’influenza notevole nella creazione dei rituali massonici e per questo la conoscenza dei suoi simbolismi è importante per la conoscenza massonica.

Nella brevità di queste note, è impossibile sintetizzarne la natura, ma per esplicarne il simbolismo dei colori è necessario analizzare la sua più importante componente, l’albero sephirotico.

Derivante concettualmente dalla tetractis pitagorica l’ albero sephirotico è una mappa delle potenzialità divine, che si esprimono come sephire, o Libri. Le sephire sono 10 ed ogni sephira è analogizzabile infinitamente. Nella tavola delle corrispondenze analogiche sovrascritta potremmo iscrivere cinque di queste con le stesse significazioni.

Le sephire si dispongono su tre colonne. Quella di destra rappresenta la misericordia divina (acqua-luna), ed è bianca; quella di sinistra, rossa, rappresenta il rigore divino, la sua giustizia, la sua forza. Quella di ogni sephira ha il suo opposto negativo, le qelipphot, il cui colore è nero. Si evidenzia così il significato simbolico dei tre colori fondamentali nella cabbala. Ogni sephira è inoltre analogizzata ad un particolare pianeta, ed ha quindi il colore corrispondente, secondo quanto già accennato a proposito dei colori alchemici.

            Un esempio di come questo simbolismo dei colori è affrontato nella cabbala si trova nel Zohar Kadash, III,

“Come il melo si trova fra i colori, così il Santo, che benedetto egli sia, si trova fra i colori superiori”

Si afferma qui la base stessa della legge analogica, come nel detto ermetico “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”, tutto ciò che è nella natura e nell’uomo ha una esatta corrispondenza con il piano universo e con quello divino, ogni atto materiale è nel contempo atto spirituale.

I colori nell’araldica

I colori principali nell’araldica sono quattro: il rosso, l’azzurro, il nero, il verde; a questi se ne aggiungono tre secondari che sono il porpora, la carnagione ed il colore naturale. ln più vi sono due metalli, l’argento (che sostituisce il bianco) e l’oro. Il Guelfi Camaiani nel suo “Dizionario araldico” riporta che una volta i tipografi, nelle loro riproduzioni, indicavano i colori con il nome dei pianeti.

La valenza simbolica dei colori in araldica è la stessa quindi di quella astrologica, secondo la semplice tabella già inserita e che è enormemente estendibile.

Per quanto riguarda la più complessa raffigurazione colore/simbolo/emblema è da citarsi, per la sua esattezza, la voce simbolo sempre riportata nel “Dizionario” di Guelfi Camaiani, da sempre la maggiore autorità in fatto di araldica.

SIMBOLO: – Parola che ci viene dal greco “symbolon” e l’ etimologia ci indica che essa nacque per dire una cosa composta di due.

Tutti gli scrittori di araldica hanno tradito questo canone fondamentale. Trovo usate simbolo e emblema come se l’una fosse sinonimo dell’altra, spiazzando così la loro diversa intrinseca natura, e le figure elencate sotto questi nomi. Ogni idea e fatto materiale ha un equivalente nell’ intelletto, quando lo rappresentazione è una sola si stabilisce quello stretto ed unico legame fra le due cose, una esterna e l’altra interna dell ‘uomo in modo che se ne ottiene un ‘unica, dando vita a quella rappresentazione che assume i caratteri ed il valore inequivocabile del simbolo.

Questa spiegazione classifica anche in araldica i simboli. Tutte le volte che una figura rappresenta un’idea, un fatto, ma uno solo, là si ha il simbolo; quando invece ne può rappresentare più d’uno si ha un emblema.

I caratteri del simbolo in generale sono quelli dell ‘ oscurità e del misterioso, dovendo rappresentare, specie nel mondo metafisico, altissime cose lontane dalla umana natura ed anche in araldica se si dovesse rompere il significato originale non rimarrebbero che figure strane e pezze incomprensibili.

E’ anche certo che il simbolo, agli albori di ogni movimento, fu un segno segreto e convenzionato fra gli iniziati per riconoscersi fra i tanti; quindi aveva il solito valore assoluto e segreto”.•

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L’ANNO MAGICO

L’ANNO MAGICO

di

Paolo Caradonna Moscatelli

Annus come annulus, anello perenne e simbolo del ripetersi ciclico della Natura e del contemporaneo evolversi dello Spirito.

Simbiosi dell’uomo con la “natura ” e nella natura cui partecipa come soggetto attivo e passivo, ricettacolo di forze cosmiche e contemporaneamente padrone dell’ evoluzione che può imprimersi grazie ad esse.

Partecipe anche della “forza ” in senso generale, del “serpente forza che comincia e non finisce, ma che dalla sapienza trae forma per ripetersi all’infinito, uguale a se stesso.

Il simbolo dell’ouroboros, un cerchio chiuso, dimostra appunto il replicarsi immutabile ed eterno, ma statico nella perfezione della forma. Ma il “serpente guidato, la kundalini risvegliata, lascia intatta la natura della forza ma la incanala per l’evoluzione dello spirito. Poiché l’intera natura è, nella sua manifestazione, binaria, ecco nascere il caduceo quale trasformazione complessa della spirale, simbolo evolutivo.

Il rapporto dialettico tra il “serpente ” e lo “spirito ” è costante e il primo non esiste senza il secondo di cui è manifestazione e combustibile; quindi, il riappropriarsi consapevole della “forza ” e la capacità di dirigerla, secondo “saggezza “, là dove la bellezza la irradia per compiere il lavoro, è il grande compito dell ‘ iniziato.

In tal modo l’uomo è il dardo del Sagittario che inchioda il Serpente alla Croce, la Forza alla Materia e, dopo averlo domato e dopo averne tratto alimento, partecipa consapevolmente dei mondi superiori.

Ma la lettura di quell’ anello temporale che percorriamo ogni 365 giorni, lo studio degli eventi ciclici cui partecipiamo spesso da semplici e distratti spettatori, senza avvertire i mutamenti che si svolgono in noi e nei nostri piani sottili secondo ritmi immutabili, su indicazione cosmica (vedi la Tavola di Smeraldo) e secondo archetipi di verosimile origine iperborea, può aiutarci a comprendere.

Il vero anno magico si svolge in noi, secondo un simbolismo stagionale scandito da significativi momenti che ripercorrono il ciclo germinativo dal seme, alla pianta, al frutto; questi momenti cercherò di rendere sinteticamente.

Le date tradizionali, per quanto ormai mutate dalla precessione degli equinozi, sono ancora preferibili perché coincidono con feste attualmente osservate pur con un diverso significato nel quadro dello stravolgimento iniziatico attuato dalla Chiesa Cattolica.

L’ anno magico inizia il 31 Ottobre con la ricorrenza di Halloween punto centrale tra Equinozio d’ autunno e Solstizio d’ inverno.

Il giorno, come presenza solare, diminuisce e ha inizio I ‘Opera al nero, la semina, dove il seme muore per rinascere con nuova forza.

Il simbolismo dello Scorpione, segno zodiacale in cui cade la data suddetta, dimostra come la mutazione in Aquila sia segno delle potenzialità evolutive insite nell ‘ inizio dell ‘ intero ciclo.

Ed è questo il significato del morire che alimenta le paure del profano, gli ancestrali terrori della lunga notte iperborea, ed è sorgente liberatoria di forze oscure (la notte delle streghe).

Per i’ iniziato è il momento di avvertire in sé il seme della Sapienza, del proprio contrarsi spirituale per raccogliersi come terra intorno al seme; è il momento di capire che deve morire quanto c’è di profano e bisogna attendere e maturare la nova luce.

La seconda tappa è il solstizio d’inverno, porta degli dei, dove la putrefazione si compie, le scorie dovrebbero essere isolate e lo Spirito vivificante ha avvinghiato il Serpente e lo ha fecondato.

La putrefazione è lo sciogliersi, il solve alchemico dei due elementi. Il ricorrere in questa data degli antichi Saturnali, riti celebrativi di Satumo quale simbolo dello stato edenico primordiale e non quale Cronos, tempo divoratore dei suoi figli, coincide con il ritorno progressivo della Luce e con la speranza di essa.

E tale luce è anche l’ intelletto saturnino che illumina le prove dell’esistenza (vedi simbolismo zodiacale) e riconduce all ‘età d’ oro l’ iniziato.

Poco oltre questa ricorrenza, la festa di S. Giovanni Evangelista, trasfigurazione parziale e complessa di Giano bifronte, è guardiano della soglia varcata da pochi.

E’ dunque la festa simbolica del ritorno, del ritorno del Cristo, dell’età aurea, della discesa dello Spirito vivificante.

Dopo la germinazione e la putrefazione, la terza importante tappa è la purificazione dalle ultime scorie e questo avviene in coincidenza dell’inizio esoterico della primavera, il 2 febbraio.

E’ quindi da celebrare il “rinnovamento ” come ben simboleggiato dai “lupercali ” che cadevano in questa data.

Il mito della caverna, della Terra Madre che accoglie nel suo grembo fecondo i semi e li restituisce frutti, ben si attaglia all’iniziato che nel profondo della “camera dello core” vivifica i semi con la ‘sapienza” e li feconda con lo “spirito” e con il ‘mercurio divino ‘

Il mito della caverna che dal buio profondo restituisce alla luce, riporta anche al mito e al fenomeno della nascita come ben espresso dal lessico quotidiano, ma anche al meno noto periodo dell’immediato post-mortem, anticamera di un’altra nascita.

La tappa successiva è l’equinozio di primavera dove la natura erompe dalle zolle e si ottiene la fioritura, epifania essoterica del processo interiore.

La data cade tra il segno dei Pesci (esaltazione della Luna) e quello dell’ Ariete (esaltazione del Sole) e la congiunctio tra il principio maschile e il principio femminile, fecondata dalla Shin, realizza il Ternario, fonte di completezza.

Ma, il fiore è per sua natura androgino (perché contiene gli stami con il polline maschile e il pistillo con  l ‘uovo-femminile) e pertanto è necessario separare l’unità ancestrale per ritrovare il binario, materia prima della generazione e fonte, attraverso l’eterna attrazione degli opposti, di una nuova e più alta unità.

Il mito dell’androgino è anche il mito di Attis e di Cibele.

Cibele, inizialmente androgina, fu evirata da Bacco e dal suo sangue nacque il melograno; questo fecondò la figlia di un dio fluviale (simbolo delle acque) e nacque Attis.

Di esso si innamorò la madre Cibelema, poiché egli intendeva sposare una comune mortale dissipando la sua essenza, la madre lo fece impazzire ed egli si evirò e morì dissanguato il giorno delle nozze.

Dal suo sangue nacquero tutte le cose ed egli fu trasformato in “albero”.

Dall ‘ androgino, quindi, la separazione dei principi rende possibile perpetuare la vita.

Anche dal Caos primordiale nascono tutte le cose, subito separate nei due grandi principi, maschile e femminile, energie complementari ma anche modi di conoscenza; non a caso Adamo ed Eva si scoprono nudi (quindi sessuati) dopo aver assaggiato il frutto della “conoscenza”.

Entrambe tendono alla ricostituzione dell ‘ UNO. mutuandosi secondo la legge della specie, estinguendo “l’esilio della shekinnah” e creando sul piano animico anche il proprio lato oscuro (mito di Ecate). Questo ci invita a riflettere che l’unione degl i opposti deve domare il “serpente” per generare frutti che contengano anch’essi il “serpente”, ma senza consentirgli di dominare.

Dalla separazione della fecondazione, il momento d’inizio dell’estate esoterica che procede con il ritmo della espansione, cade nel segno del Toro quando tutto è pronto. E, questa riproduzione ci riporta, nel suo aspetto ciclico, all’UOVO, all’UNO, perché lo spirito già purificato, deve fecondare se stesso e condurre all ‘UOVO filosofico.

Nel solstizio d’estate, quando si è separato all ‘ Equinozio di primavera, fecondandosi a Calendimaggio, deve crescere.

Il frutto c’è, ma ancora occulto, e deve essere protetto per lo sviluppo ulteriore.

Tra Gemelli e Cancro, calano le forze solari fecondanti e pian piano predominano quelle lunari.

Mentre decresce la luce visibile, su altri piani aumenta quella iniziatica con l’ apertura della porta degli uomini e la discesa della Shin nel tetragrammaton permette il secondo momento di fusione tra umano e divino.

Torna qui con un altro S. Giovanni, un’ altra faccia di Giano bifronte, un altro guardiano della soglia.

E dunque, mentre nel solstizio d’inverno la Potenza Divina agisce sull ‘ iniziato perché maturi, nel solstizio d’estate è lo spirito fecondato dell ‘ iniziato a penetrare nell ‘ “uovo cosmico” alla ricerca dell ‘ immortalità.

E come dal solve si passa al coagula, così nel segno del Leone, a natura appagata dei suoi frutti, l’inizio dell’autunno esoterico” fissa e conserva quanto ottenuto.

Ma è anche la data in cui si festeggiava Anna Perenna, trasfigurazione della Grande Madre, simbolo della generazione appagata ma perpetuantesi perché l’uovo-cosmico è pronto ad un nuovo ciclo e il seme alla nuova Opera.

E ad esso fa seguito l’Equinozio d’autunno nel segno della Bilancia, dove il Sole comincia a declinare e tutto si prepara ad un nuovo inizio.

I risultati devono essere “pesati”, la notte spirituale deve essere sconfitta e altri e più alti traguardi devono essere preparati.

E come guardiano si erge Michele, che come I’ antico Mithra, è signore del fuoco e della caverna, padrone e dominatore delle forze oscure, del lato erinnico della natura.

E nella spada di Michele o nell’ albero di Mithra, il serpente viene domato per essere ancora alimento nella lotta perenne e nel perenne cammino. •

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L’EVOLUZIONE DELLO SPAZIO NEL TEATRO CLASSICO E MEDIEVALE: analogie con la deambulazione nel Tempio

L’EVOLUZIONE DELLO SPAZIO NEL TEATRO CLASSICO E MEDIEVALE: analogie con la deambulazione nel Tempio

di

Blasco Mucci

Premessa

Fra i miracoli della storia umana il più grande si chiama “Grecia”, piccola nazione anche se si comprendono, come è giusto, le terre italiche della Magna Grecia. Ma è in questo breve e chiaro paese, o meglio ancora in alcune delle sue cittadine piccole e pettegole, come i nostri capoluoghi di provincia, che sono venute al mondo la Filosofia, l’ Arte, la Poesia, la Scienza e il Teatro. Da dispute di gente a passeggio per quelle piazze o sotto i portici, sono state formulate le soluzioni dei massimi problemi dello spirito umano: dalla parola modulata ritmicamente o dalla contemplazione dei corpi giovanili esposti negli agoni sportivi, poeti e artisti hanno scoperto i segreti dell’eterna armonia; da contingenti necessità locali sono state determinate una volta per sempre le leggi dell’ Architettura; da certe feste religiose è sbocciato il Teatro drammatico nelle sue due forme tipiche: Tragedia e Commedia.

L’ antica religione della Grecia, paese di civiltà agraria, divinizzò, personificandole, le forze della natura. Dai culti primitivi — delle pietre che si credevano cadute dal cielo; degli alberi e dei boschi che la fantasia animò di esseri viventi; di certi animali che erano ritenuti sacri a certe divinità — il popolo greco, sotto l’impulso del suo genio plastico, passò alla concezione degli “dèi antropomorfi”, la cui più alta espressione è già nei poemi omerici, dove i numi che sovrintendono alle sorti del mondo paiono costituire una sorta di società superumana, in forma monarchica, con a capo Zeus.

Ma questa traduzione delle forze naturali in altrettante personalità più o meno fulgide o grandiose, capricciose o crudeli, non esclude l’esistenza di un ‘altra forza, superiore a tutte: quella del Fato, della Mòira, a cui le stesse divinità, compreso Zeus, sono soggette. Ma potrà questa forza, o altra superiore agli dèi, difendere l’uomo dall’essere, come la vita ci mostra tutti i giorni, il loro labile trastullo? A questo quesito che l’essere umano si pone, dubitando e tremando, risponderanno più o meno ambiguamente i “misteri” , manifestazioni religiose di varia origine, comprendenti dottrine e riti segreti, conosciuti e praticati da soli iniziati, ai quali erano ammessi soltanto coloro che si erano sottoposti a varie prove, anche cruente, superandole. Il possesso della verità, e di conseguenza la possibilità di salvezza, è pertanto riservata soltanto ad una “élite”. La sopravvivenza nell’ Aldilà non sarà concessa a tutti gli uomini, ma soltanto a coloro che sono stati partecipi a quei misteri.

Le origini del Teatro classico

Dai riti di Dèmetra nei misteri eleusini: “Felice è colui che, fra tutti gli uomini dimoranti sulla terra, ha veduto queste cose “. Dall’Inno a Dèmetra di Omero: “… chi invece non s ‘accostò ai sacri riti, chi non ne fu partecipe, non avrà una simile sorte, ma svanirà nella tenebra oscura

I misteri di Eleusi proponevano all’iniziato, nella vicenda di Dèmetra — “Terra madre”, dea della vita vegetativa e delle messi — l’idea che, come la vegetazione alterna la nascita alla morte, così la sorte dell’uomo è quella di nascere, vivere, morire e poi ancora rinascere e rivivere e rimorire in perpetua vicenda. Altro “mistero”, quello dionisiaco, è legato al culto agricolo: Diòniso è il dio della vigna e dell ‘ebbrezza. Pare, che sin dall’ inizio, la massima solennità rituale di questo culto consistesse in una festa campestre dove gli iniziati si davano alla caccia di un animale che in qualche modo personificava il nume adorato.

Il corteo di Diòniso è composto da satiri e mènadi, la stessa apparenza mista dei satiri, metà uomini e metà bestie selvatiche, dà l’idea della mitica fusione fra umanità e natura. Le mènadi, o baccanti, incarnano la frenetica voluttà dell’amore. In epoca di civiltà agricola le piccole e grandi dionisiache, feste campestri in onore di Diòniso, assumono, nel tempo, importanza sempre maggiore. A poco a poco si celebrano in più occasioni: per l’ approssimarsi della vendemmia, per il tempo in cui si pigia l’uva, per quello in cui si gusta il vino e infine per piangere Diòniso morto con ia morte annuale della vigna. E in queste feste che si intona il “ditirambo “, ossia l’inno in onore del nume, che preride il nome di “tragodìa — canto del capro — quando ad esso si accompagna il sacrificio di un capretto, particolarmente sacro a Diòniso perché animale lascivo o forse perché è il nemico che distrugge la vigna. Il ditirambo, in principio improvvisato in onore del nume, ebbe poi una forma stabilita e scritta in versi. Il primo ditirambo scritto sarebbe stato opera di Arione. Il Coro dei cantori si indirizzava all’ara, o thymele, dove si offriva il sacrificio e si disponeva intorno ad essa, in circolo, cantando e camminando in senso antiorario. Da questo canto epico-lirico, in cui si invocava il nume, sorse il Dramma.

Il Teatro greco

In seguito il Coro si divise in due semicori, uno dei quali rispondeva all ‘ altro. Siccome ogni semicoro era guidato da un corifeo, questi cominciarono a dialogare fra loro. Ai canti dei due corifei e dei loro semicori celebranti le gesta del nume, rispose un personaggio, l’hypocritès, con le parole di Diòniso in persona. Da quel momento — da quando cioè la invocazione lirica, e la narrazione dei fatti, dettero luogo alla presenza del nume che parlava in prima persona — si ebbe un embrione di rappresentazione teatrale. È così che l’originaria tragedia di canto epico-lirico comincia a diventare teatro come “proiezione dei personaggi invocati dal Coro “. E il Coro che, per così dire, la partorisce da sé; è la potenza del suo canto che fa apparire il nume invocato. Quando poi, oltre a Diòniso, si corninciano ad evocare altri dèi, o eroi con cui egli si incontra, o quando, messo da parte lo stesso Diòniso si comincia ad esaltare qualsiasi eroe e a farlo apparire e parlare durante il canto che lo celebra, la Tragedia ha già conquistato le sue essenziali libertà di movimenti e di argomenti. Sicché presto i fedeli del nume si stupiranno di non trovarvi più nulla che rammenti Diòniso: oudèn pros ton Dionyson.

L’edificio architettonico

La tragedia è dunque nata intorno alla Thymele, l’ara del dio sulla quale gli sarà offerto il sacrificio. Per il suo carattere religioso ed assembleare l’edificio si presenta quindi come una càvea gradinata di notevole capienza, e a forma di settore circolare di oltre 1800 in quanto il punto di intersezione — l’ara — è posto al centro del settore circolare della càvea. Il teatro romano è simile per concezione architettonica ma, essendo essenzialmente profano, il centro di interesse si sposta sul palcoscenico e la càvea si riduce a forma semicircolare. Dal punto di vista costruttivo e ambientale le due tipologie si differenziano dall’essere quello greco adagiato in concavità naturali del terreno, mentre quello romano è totalmente costruito in muratura. La struttura definitiva del modello greco si ebbe, secondo la tradizione, all’epoca di Pericle. Vitruvio, I secolo a.C. e Polluce, II secolo d.c. ci forniscono questi dati:

  • — Summa kòilon: le gradinate superiori
  • — Imea kòilon: le gradinate inferiori
  • — Proedria: gradini di prima fila riservati alle autorità
  • — Orchestra: piattaforma circolare ove si svolgeva lo spettacolo
  • — Thymele: altare, posto al centro dell ‘orchestra, per il sacrificio in onore di Diòniso
  • — Diazomata: pianerottolo di divisione tra la summa kòilon e l’imea kòilon
  • — Skene: edificio in legno che chiudeva l’orchestra dalla parte opposta alla struttura teatrale, rappresentante — in prospettiva — il palazzo reale
  • — Proskenion: sipario che copriva la skene
  • — Logheion: spazio tra la skene e l ‘ orchestra
  • — Parodos: ingressi alle due kòilon (le càvee dei latini)
  • — Kerkides: gradini sulle càvee dove sedevano gli spettatori
  • — Klimares: gradini di acceso ai kerkides
  • — Analemmata: mura strutturali dell ‘ edificio
  • — Euripos: canale di scolo delle acqua piovane.

Lo spettacolo

Da principio il regista è lo stesso poeta-autore del testo. Famosi registi furono Eschilo e Sofocle. Gli attori, tutti uomini anche per le parti femminili, erano probabilmente più simili ai nostri cantanti che non ai nostri attori. Dovendo raffigurare eroi al disopra della comune umanità e perciò, nello spettacolo, elevati nella statura e ingranditi, dovevano apparire come enormi fantocci, grazie ai coturni, calzature con una suola spropositatamente alta, alle imbottiture di tutta la persona e alle grosse maschere. Quanto alla scenografia non bisogna ritenere che lo sfondo fisso del palazzo reale fosse l’unica scena ammessa nella tragedia. Un tale sfondo si poteva e si doveva trasformare tutte le volte che il dramma l’esigesse, camuffandolo o modificandolo con altre scene costruite e dipinte. Ingegnosi meccanismi furono largamente usati nei teatri greci. Fra i tanti impiegati rammentiamo i principali: l’ekkyklema, piattaforma mobile che si avanzava da una porta; la mechànè, per far volare dal cielo gli dèi e certi eroi; il theologhèion, mobile per far apparire gli dèi in luoghi elevati; il keraunoscopeion, macchina per i fulmini e i lampi; il brontèion, macchina per i tuoni ecc. ecc.

La rappresentazione si svolgeva secondo la seguente fasi:

  • — Entra in scena, da sinistra, il Coro, composto dai coreuti e con a capo un corifeo. Quando il Coro si divide in due semicori i corifei sono due e l ‘ ingresso avviene da due lati. Nella tragedia greca il Coro rappresenta il popolo e quindi la pubblica opinione
  • — Lo spettacolo inizia con il Prologo, cioè una scena preliminare che, però, può anche mancare
  • — Segue il Parodos, cioè il canto del Coro, a volte ritmato dalla danza
  • — Entra l’ attore che declama. Questa fase, che noi chiamiamo atto, è l ‘ Episodio
  • — Il Coro, che è stato in questa fase separato, rientra in scena e recita, a piè fermo, una risposta all’attore: lo Stasimo
  • — Rientra l’ attore e recita un nuovo Episodio
  • — Esce l’attore e rientra il Coro che recita un nuovo Stasimo

Così di seguito fino al completo svolgimento del dramma. Dopo l ‘ ultimo Episodio e l’ ultimo Stasimo viene recitato il Kommos, cioè la lamentazione in onore dell ‘ eroe morto. Al termine viene cantato, mentre tutti escono da sinistra verso destra, l’Exodus.

In origine la tragedia aveva un solo attore: il Protagonista. Eschilo ne aggiunge un secondo: il Deuteragonista; Sofocle ne aggiunge un terzo: il Tritagonista; quando appariva un quarto attore questo — per fortuna del pubblico — taceva. Nella tragedia erano obbligatorie le tre famose “unità”: di tempo, di luogo e d’ azione.

Importante è, nella tragedia greca, la funzione del Coro che, come vedremo, ritroveremo nel teatro medievale. Il Coro non ha niente a che vedere con quello del nostro melodramma, ma è la “voce del poeta”; è lo “spettatore ideale” che ha il compito di stabilire una “barriera morale” tra la rappresentazione e il pubblico. Esso adempie anche ad uffici pratici: espone gli antefatti e fa conoscere quanto avviene, tra un episodio e l’ altro, fuori dalla vista degli spettatori. A volte, addirittura, svolge le veci di una didascalia e supplisce anche al compito del sipario.

Le attribuzioni del Coro nella tragedia greca possono senz’ altro essere paragonate a quello dello “Storico” nel teatro medievale. Entrambi non freddi espositori, ma “personaggi” lirici e commossi che partecipano idealmente a quanto avviene sulla scena. Con il tempo l’ interesse per questa strana “creatura”, metà spettatore e metà personaggio, diviene tale da far dimenticare lo stabilito ruolo “sui generis” per attribuirgli quello di attore principale che, dialogando con gli astanti, arriva addirittura a minacciare, nelle vicende sceniche, un intervento trascendente.

Il Teatro medievale

Gli storici della Letteratura accettarono per molto tempo, insieme con la leggenda di un Medioevo tutto tenebre, ferocia e barbarie, quella dell’inesistenza di un Teatro medievale. Niente di più falso e di inesatto in questa asserzione. Non esistono “teatri” medievali, come costruzioni di pietra o di mattoni, solo per il motivo che sede delle rappresentazioni del Medioevo non furono edifici stabili destinati a questo scopo. Ma il Teatro medievale esiste e, mentre per certi aspetti continua la tradizione del Teatro classico, per altri, d’ importanza infinitamente maggiore, sviluppa caratteri suoi originalissimi, dai quali nascerà il Teatro moderno.

Nel Medioevo il Teatro è di natura liturgica e a carattere processionale. Viene pertanto a configurarsi in spazi liberi e scene multiple, denominate “luoghi deputati”, che ospitano ciascuna particolari azioni drammatiche.  pubblico, sovente, si sposta da un luogo deputato all ‘altro per assistere alle varie fasi dello spettacolo.

I curiosi risultati di una influenza classica li troviamo, principalmente in una tragedia, l’ Exagoghè, scritta nel I secolo d.c. da un poeta giudeo ellenistico di nome Ezechiele e della quale ci restano 270 versi suddivisi in sei scene. Sulla fedele scorta del racconto biblico la tragedia rappresentava le vicende dell ‘esodo degli Ebrei dall’Egitto. A questo primo dramma di ispirazione religiosa si allaccia una corrente dalla quale sarebbe derivato tutto il “Teatro Sacro” di concezione cristiana. Dunque, anche nel mondo cristiano, il Teatro nasce dal rito, nasce spontaneamente per evoluzione naturale, nei due mondi eredi dell’antico Impero romano, quello orientale e quello occidentale, rimasti per lunghi secoli nella comunità di una fede religiosa sostanzialmente identica fino allo scisma dell’ XI secolo quando la Chiesa greca rifiutò il primato del Pontefice romano e si separò dalla Chiesa cattolica.

L’impianto scenico e architettonico

Non esiste nel Teatro medievale un impianto architettonico perché, come già descritto in precedenza, gli spettacoli non erano rappresentati in ambienti all’uopo preposti, ma in luoghi che erano scelti liberamente a seconda delle manifestazioni, per la maggior parte sacre, indette per le ricorrenze legate, principalmente, alla vita, alle opere e alla Passione di Gesù Cristo. Il fatto nuovo è l’unità di tutto il mondo redento da Cristo e pertanto il centro del rudimentale spettacolo non è più, come nel teatro classico, l’ altare ma il “monte”, ideale accostamento al luogo della Passione di Cristo — il Calvario — e al monte del “Discorso delle Beatitudini”.

Il Dramma greco era semplice, essenziale e lineare. Tutto fondato sulla rappresentazione di un fatto unico e recitato da un limitato numero di attori e quindi a carattere statuario. I confronti che esso ci ispira sono quelli legati, ovviamente, alla scultura. Il Dramma cristiano medievale ha invece caratteri pittorici. Tutto diffuso e svolto in estensione richiama, anche tecnicamente, i dipinti dei Primitivi del Duecento e del Trecento. Delle tre unità fondamentali del dramma greco — tempo, luogo e azione — non ne risente nemmeno la nostalgia. Prende un eroe — per esempio Gesù Cristo — bambino e lo segue attraverso tutte le età; prende un popolo, l’intera umanità e ne mette in scena tutta la storia: dalla creazione d’Adamo alla predicazione e al martirio degli Apostoli, collegandosi addirittura alla fine del mondo e al Giudizio Universale. Il palcoscenico medievale non rappresenta un “luogo” bensì l’intero Universo. Cioè una quantità di episodi e avvenimenti, descritti non uno dopo l’altro, ma offrendoli tutti simultaneamente allo sguardo dello spettatore.

Differenti sono, nelle diverse nazioni, i luoghi preposti alle rappresentazioni: in Francia le chiese e i sagrati delle stesse; in Spagna le piazze e le spiagge; in Germania prevalentemente i boschi e le colline. In Italia, si manifesta un particolare fenomeno: la nascita della “Lauda”, tipico esempio di esaltata religiosità popolare, che si propagò in tutta la penisola fra l’imperversare delle guerre e delle lotte feroci. Preposte a queste rappresentazioni erano le Compagnie itineranti dei “Laudesi”, dei “Flagellanti” e dei “Disciplinanti” i cui appartenenti, vestiti di sacco e flagellandosi a sangue, predicavano pace e penitenza.

A Firenze gli spettacoli erano celebrati su un palco eretto in una piazza — il popolo vi accorreva all ‘ora del Vespro — e diretti dal “Festaiolo” che svolgeva contemporaneamente i ruoli di regista, di buttafuori, di macchinista, di suggeritore, di costumista e anche di presentatore, quando recitava un prologo.

Lo spettacolo

Le diverse letture del Teatro medievale, drammaturgiche, antropologiche narrative e sociologiche si visualizzano in modo differenziato nelle varie nazioni europee, ma in modo pressoché identico nella dislocazione spaziale dei luoghi deputati.

Quale esempio di spettacolo, del quale esiste una dettagliata relazione nelle miniature del manoscritto della “Passione di Valenciennes”, prendiamo in esame il “Mistero di Villingen”.

Lo spazio preposto alla rappresentazione consta di una superficie a forma di ovale, secato alle due estremità poste sull ‘ asse maggiore. Le dimensioni che così si ottengono sono nella proporzione di AB 4 AD e corrispondenti esattamente a due “quadrilunghi”, cioè due rettangoli formati ciascuno da due quadrati. Pertanto un “luogo” geometrico disegnato entro quattro quadrati.

Lo spettacolo descrive la Passione e la Resurrezione di Gesù Cristo; i luoghi deputati, ove si recita l’episodio deterrninato, sono 22; il percorso seguito dagli attori che si recano nelle varie stazioni è antiorario e il “monte”, rappresentato dal Calvario, è su un livello superiore inserito in uno dei quattro quadrati formanti i due quadrilunghi.

01 — Prima porta 10 — Caifa
02 — Inferno 11 — Anna
03 — Orto del Getsemani 12 — L’ultima cena
04 — Monte degli Ulivi 13 — Terza porta
05 — Seconda porta 14 — 17 — Tombe
06 — Erode 18 -19 -Croci dei ladroni
07 – Pilato 20 — Croce del Cristo
08 — Colonna della flagellazione 21 — Santo Sepolcro
09 — Colonna del gallo 22 – Cielo

E opportuno infine ricordare il “Pianto de la Madonna de la Passione del Figliolo Jesu Cristo” di Jacopone da Todi, 1278-1306, laude drammatica considerata un vero capolavoro teatrale e letterario e, fortunatamente, conosciuta per le mirabili interpretazioni delle più prestigiose Compagnie teatrali.

Analogie del percorso nel “Mistero di Villingen” con la deambulazione nel Tempio massonico

Il percorso che gli attori, nel “Mistero di Villingen”, seguono per recarsi ai luoghi deputati alla recitazione dell’episodio rispetta rigorosamente il senso antiorario e, soltanto per questo, potrebbe accostarsi alla deambulazione che noi massoni pratichiamo durante i rituali lavori.

Risulta, però, anche evidente la completa identità dell’ impianto scenico e spettacolare del “Mistero” con l’ albero delle “Sephiroth”, oltre a una sorprendente analogia delle quattro zone preposte allo svolgimento del tema teatrale con le quattro “Triadi” determinate dall’ Albero Sephirotico.

Secondo quanto è descritto a pag. 101 de “La Simbologia massonica” di Jules Boucher, Dio può

                                         –

essere considerato in sé o nella sua manifestazione. In sé, prima di ogni manifestazione, Dio è un essere indefinito, vago, invisibile, inaccessibile, senza attributi definiti e non può essere rappresentato sia con una immagine, sia con un nome, sia con una lettera e nemmeno con un punto. Il meno imperfetto dei termini che si possono impiegare è il “Senza fine”, l’Indefinito: Quindi l’En Sof che si manifesta in dieci modi con o nelle Sephiroth. Ciascuna di queste, la Corona, la Saggezza, l’Intelligenza, la Grazia, la Forza, la Bellezza, la Vittoria, la Gloria, il Fondamento e il Regno, costituisce un modo speciale di rivelazione o di notificazione dell ‘En Sof e perrnette di nominarlo. Ogni cerchio, limitazione o determinazione dell’ En Sof è una Sephiroth.

Le Sephiroth sono simili a vasi di varia forma che l’En Sofriempie, ma senza esaurirsi in essi, perché li fa traboccare; o a vetri di varia tonalità che attraversa e colora in vario modo, sfumandosi, ma senza perdervi il suo candore. I vasi rappresentano i limiti dell ‘essenza divina, i vetri, invece, i gradi di oscurità sotto i quali l’En Sof vela il suo splendore per lasciarsi contemplare.

È così che dalla prima e più elevata delle Sephiroth, che domina la testa dell ‘ Anziano dei Giorni, derivano due altre Sephiroth, l’una maschia e attiva, la Saggezza o Padre; l’altra, femmina e passiva, l’Intelligenza o Madre, che circondano il Gran VISO, la Bianca testa dell’ Anziano. Saggezza e Intelligenza danno nascita alla Scienza, mediatrice o anello di congiunzione che però non conta nel numero delle Sephiroth.

Dalla Scienza derivano due altre Sephiroth, l’una maschia e attiva, la Grazia; l’altra femmina e passiva, la Forza. Esse sono come le braccia dell’Adam Kadmon, e si concentrano in una nuova Sephiroth, la Bellezza, localizzata nel petto, nel cuore e realizzazione di tutte le cose. Infine dalla Grazia deriva la Vittoria, Sephiroth maschia e attiva e dalla Forza la Gloria, Sephirot femmina e passiva. Da esse dipartono le due gambe concentrandosi nel Fondamento il cui simbolo è l’organo della riproduzione. E nello stesso modo che una Sephiroth, la Corona, è sopra la testa, un’altra, il Regno, è sotto i piedi dell’Adam Kadmon.

Nel considerate queste dieci Sephiroth tra loro e relativamente al posto loro assegnato si trova, nel senso veftcale, la colonna di destra, quella delle Sephiroth maschili: Saggezza, Grazia e Vittoria; la colonna di sinistra, quella delle Sephiroth femminili: Intelligenza, Forza e Gloria e la colonna di mezzo: Corona, Bellezza e Fondamento che domina il Regno.

Nel senso orizzontale: la Corona sostenuta dalla Saggezza e dalla Intelligenza, formanti una triade superiore di ordine metafisico; la Grazia, la Forza e la Bellezza formanti una triade di ordine morale: la Vittoria, la Gloria e il Fondamento formanti una triade di ordine fisico o dinamico. Infine, un’ultima triade composta dalla Corona, dalla Bellezza e dal Regno che corrisponde alla Sostanza, al Pensiero e alla Vita.

A differenza di quanto sopra descritto, molti studiosi e ricercatori ritengono che, pur concordando “in toto” nella analisi, in realtà l’Albero Sephirotico debba essere esaminato “specularmente”, come la riflessione di uno specchio. L’En Sofpuò essere identificato soltanto in modo “virtuale” in quanto appartiene a una dimensione trascendente e non umana. Accogliendo questa ipotesi avremmo pertanto una lettura “ribaltata” di 180 gradi. Come indicato a pagina 317 della stessa fonte, quello che appare a destra, in “realtà” è a sinistra.•

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L’ANNO MAGICO

L’ANNO MAGICO

di

Paolo Caradonna Moscatelli

Annus come annulus, anello perenne e simbolo del ripetersi ciclico della Natura e del contemporaneo evolversi dello Spirito.

Simbiosi dell’uomo con la “natura ” e nella natura cui partecipa come soggetto attivo e passivo, ricettacolo di forze cosmiche e contemporaneamente padrone dell’ evoluzione che può imprimersi grazie ad esse.

Partecipe anche della “forza ” in senso generale, del “serpente forza che comincia e non finisce, ma che dalla sapienza trae forma per ripetersi all’infinito, uguale a se stesso.

Il simbolo dell’ouroboros, un cerchio chiuso, dimostra appunto il replicarsi immutabile ed eterno, ma statico nella perfezione della forma. Ma il “serpente guidato, la kundalini risvegliata, lascia intatta la natura della forza ma la incanala per l’evoluzione dello spirito. Poiché l’intera natura è, nella sua manifestazione, binaria, ecco nascere il caduceo quale trasformazione complessa della spirale, simbolo evolutivo.

Il rapporto dialettico tra il “serpente ” e lo “spirito ” è costante e il primo non esiste senza il secondo di cui è manifestazione e combustibile; quindi, il riappropriarsi consapevole della “forza ” e la capacità di dirigerla, secondo “saggezza “, là dove la bellezza la irradia per compiere il lavoro, è il grande compito dell ‘ iniziato.

In tal modo l’uomo è il dardo del Sagittario che inchioda il Serpente alla Croce, la Forza alla Materia e, dopo averlo domato e dopo averne tratto alimento, partecipa consapevolmente dei mondi superiori.

Ma la lettura di quell’ anello temporale che percorriamo ogni 365 giorni, lo studio degli eventi ciclici cui partecipiamo spesso da semplici e distratti spettatori, senza avvertire i mutamenti che si svolgono in noi e nei nostri piani sottili secondo ritmi immutabili, su indicazione cosmica (vedi la Tavola di Smeraldo) e secondo archetipi di verosimile origine iperborea, può aiutarci a comprendere.

Il vero anno magico si svolge in noi, secondo un simbolismo stagionale scandito da significativi momenti che ripercorrono il ciclo germinativo dal seme, alla pianta, al frutto; questi momenti cercherò di rendere sinteticamente.

Le date tradizionali, per quanto ormai mutate dalla precessione degli equinozi, sono ancora preferibili perché coincidono con feste attualmente osservate pur con un diverso significato nel quadro dello stravolgimento iniziatico attuato dalla Chiesa Cattolica.

L’ anno magico inizia il 31 Ottobre con la ricorrenza di Halloween punto centrale tra Equinozio d’ autunno e Solstizio d’ inverno.

Il giorno, come presenza solare, diminuisce e ha inizio I ‘Opera al nero, la semina, dove il seme muore per rinascere con nuova forza.

Il simbolismo dello Scorpione, segno zodiacale in cui cade la data suddetta, dimostra come la mutazione in Aquila sia segno delle potenzialità evolutive insite nell ‘ inizio dell ‘ intero ciclo.

Ed è questo il significato del morire che alimenta le paure del profano, gli ancestrali terrori della lunga notte iperborea, ed è sorgente liberatoria di forze oscure (la notte delle streghe).

Per i’ iniziato è il momento di avvertire in sé il seme della Sapienza, del proprio contrarsi spirituale per raccogliersi come terra intorno al seme; è il momento di capire che deve morire quanto c’è di profano e bisogna attendere e maturare la nova luce.

La seconda tappa è il solstizio d’inverno, porta degli dei, dove la putrefazione si compie, le scorie dovrebbero essere isolate e lo Spirito vivificante ha avvinghiato il Serpente e lo ha fecondato.

La putrefazione è lo sciogliersi, il solve alchemico dei due elementi. Il ricorrere in questa data degli antichi Saturnali, riti celebrativi di Satumo quale simbolo dello stato edenico primordiale e non quale Cronos, tempo divoratore dei suoi figli, coincide con il ritorno progressivo della Luce e con la speranza di essa.

E tale luce è anche l’ intelletto saturnino che illumina le prove dell’esistenza (vedi simbolismo zodiacale) e riconduce all ‘età d’ oro l’ iniziato.

Poco oltre questa ricorrenza, la festa di S. Giovanni Evangelista, trasfigurazione parziale e complessa di Giano bifronte, è guardiano della soglia varcata da pochi.

E’ dunque la festa simbolica del ritorno, del ritorno del Cristo, dell’età aurea, della discesa dello Spirito vivificante.

Dopo la germinazione e la putrefazione, la terza importante tappa è la purificazione dalle ultime scorie e questo avviene in coincidenza dell’inizio esoterico della primavera, il 2 febbraio.

E’ quindi da celebrare il “rinnovamento ” come ben simboleggiato dai “lupercali ” che cadevano in questa data.

Il mito della caverna, della Terra Madre che accoglie nel suo grembo fecondo i semi e li restituisce frutti, ben si attaglia all’iniziato che nel profondo della “camera dello core” vivifica i semi con la ‘sapienza” e li feconda con lo “spirito” e con il ‘mercurio divino ‘

Il mito della caverna che dal buio profondo restituisce alla luce, riporta anche al mito e al fenomeno della nascita come ben espresso dal lessico quotidiano, ma anche al meno noto periodo dell’immediato post-mortem, anticamera di un’altra nascita.

La tappa successiva è l’equinozio di primavera dove la natura erompe dalle zolle e si ottiene la fioritura, epifania essoterica del processo interiore.

La data cade tra il segno dei Pesci (esaltazione della Luna) e quello dell’ Ariete (esaltazione del Sole) e la congiunctio tra il principio maschile e il principio femminile, fecondata dalla Shin, realizza il Ternario, fonte di completezza.

Ma, il fiore è per sua natura androgino (perché contiene gli stami con il polline maschile e il pistillo con  l ‘uovo-femminile) e pertanto è necessario separare l’unità ancestrale per ritrovare il binario, materia prima della generazione e fonte, attraverso l’eterna attrazione degli opposti, di una nuova e più alta unità.

Il mito dell’androgino è anche il mito di Attis e di Cibele.

Cibele, inizialmente androgina, fu evirata da Bacco e dal suo sangue nacque il melograno; questo fecondò la figlia di un dio fluviale (simbolo delle acque) e nacque Attis.

Di esso si innamorò la madre Cibelema, poiché egli intendeva sposare una comune mortale dissipando la sua essenza, la madre lo fece impazzire ed egli si evirò e morì dissanguato il giorno delle nozze.

Dal suo sangue nacquero tutte le cose ed egli fu trasformato in “albero”.

Dall ‘ androgino, quindi, la separazione dei principi rende possibile perpetuare la vita.

Anche dal Caos primordiale nascono tutte le cose, subito separate nei due grandi principi, maschile e femminile, energie complementari ma anche modi di conoscenza; non a caso Adamo ed Eva si scoprono nudi (quindi sessuati) dopo aver assaggiato il frutto della “conoscenza”.

Entrambe tendono alla ricostituzione dell ‘ UNO. mutuandosi secondo la legge della specie, estinguendo “l’esilio della shekinnah” e creando sul piano animico anche il proprio lato oscuro (mito di Ecate). Questo ci invita a riflettere che l’unione degl i opposti deve domare il “serpente” per generare frutti che contengano anch’essi il “serpente”, ma senza consentirgli di dominare.

Dalla separazione della fecondazione, il momento d’inizio dell’estate esoterica che procede con il ritmo della espansione, cade nel segno del Toro quando tutto è pronto. E, questa riproduzione ci riporta, nel suo aspetto ciclico, all’UOVO, all’UNO, perché lo spirito già purificato, deve fecondare se stesso e condurre all ‘UOVO filosofico.

Nel solstizio d’estate, quando si è separato all ‘ Equinozio di primavera, fecondandosi a Calendimaggio, deve crescere.

Il frutto c’è, ma ancora occulto, e deve essere protetto per lo sviluppo ulteriore.

Tra Gemelli e Cancro, calano le forze solari fecondanti e pian piano predominano quelle lunari.

Mentre decresce la luce visibile, su altri piani aumenta quella iniziatica con l’ apertura della porta degli uomini e la discesa della Shin nel tetragrammaton permette il secondo momento di fusione tra umano e divino.

Torna qui con un altro S. Giovanni, un’ altra faccia di Giano bifronte, un altro guardiano della soglia.

E dunque, mentre nel solstizio d’inverno la Potenza Divina agisce sull ‘ iniziato perché maturi, nel solstizio d’estate è lo spirito fecondato dell ‘ iniziato a penetrare nell ‘ “uovo cosmico” alla ricerca dell ‘ immortalità.

E come dal solve si passa al coagula, così nel segno del Leone, a natura appagata dei suoi frutti, l’inizio dell’autunno esoterico” fissa e conserva quanto ottenuto.

Ma è anche la data in cui si festeggiava Anna Perenna, trasfigurazione della Grande Madre, simbolo della generazione appagata ma perpetuantesi perché l’uovo-cosmico è pronto ad un nuovo ciclo e il seme alla nuova Opera.

E ad esso fa seguito l’Equinozio d’autunno nel segno della Bilancia, dove il Sole comincia a declinare e tutto si prepara ad un nuovo inizio.

I risultati devono essere “pesati”, la notte spirituale deve essere sconfitta e altri e più alti traguardi devono essere preparati.

E come guardiano si erge Michele, che come I’ antico Mithra, è signore del fuoco e della caverna, padrone e dominatore delle forze oscure, del lato erinnico della natura.

E nella spada di Michele o nell’ albero di Mithra, il serpente viene domato per essere ancora alimento nella lotta perenne e nel perenne cammino. •

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