PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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BRICIOLE DI SIMBOLI E SIMBOLOGIA

Briciole di Simboli & Simbolismi

di Stefano Cappelletti

                Il termine simbolo derivante dal greco “simbolon”, ovvero segno di riconoscimento, indica prevalentemente un concetto che viene reso fruibile attraverso una rappresentazione analogica che esclude in maniera quasi totale il ricorso alla parola scritta o parlata, che rende sensazioni e concetti che baypassando la ragione giungono direttamente alla parte centrale del nostro animo.

Ma è evidente che, nel nostro viaggio attraverso la realtà tangibile, siamo costantemente circondati da simboli dei quali non siamo sempre consapevoli e da altri di cui non è agevole trovare la chiave di lettura.

Il più semplice e noto simbolo massonico è la squadra: un semplice utensile da sempre usato dai muratori per verificare l’esattezza degli angoli retti. Ma oltre a questo cosa altro può essere, cosa può rappresentare?

Ebbene il simbolo-concetto squadra ha in ambito massonico un valore fondamentale, anche se non di immediata comprensione per il neofita che deve sviscerarlo all’inizio del suo cammino iniziatico.

Rappresenta la capacità di giudicare (e conseguentemente agire) correttamente, la volontà ferma di rispettare quell’insieme di valori morali insiti sin dall’antichità nel concetto di “angolo giusto” ovvero retto.

Nell’antico Egitto il geroglifico kan, che esprimeva il concetto di rettitudine interiore ed esteriore, era rappresentato, appunto, da una squadra.

Ponendo noi stessi come “strumenti di misura” di ciò che ci circonda è evidente che dobbbiamo dapprima tarare la nostra personale scala di valori di riferimento nella maniera corretta, una scala di misurazione che sia il più possibile stabile. Un modo di porsi davanti agli eventi che ha più affinità con l’imparzialità (riguardo agli eventi, ma anche verso se stessi) che con la virtù cardinale della giustizia.

Questo è all’apparenza un concetto abbastanza facile da comprendere, ma altra cosa è il traslarlo sul piano pratico, come ogni sincero Massone può testimoniare.

Provare a metterlo costantemente in pratica nella vita quotidiana…. in ogni contatto con gli altri domandarsi se stiamo agendo nella maniera corretta, se siamo “giusti ” o meno.

Le infinite possibilità e varianti che la vita ci propone avranno bisogno di altrettante risposte e non è nemmeno detto che a parità di situazioni i comportamenti “retti” siano sempre gli stessi, il variare di un fattore – fosse anche il solo tempo – impone un cambiamento.

E’ evidente come una “battaglia” combattuta in inverno necessita di una diversa strategia rispetto alla stessa combattuta in estate.

Ma la squadra è rigida…. segna sempre e costantemente un angolo di novanta gradi, e mal si adatta alle misure differenti.

Per questo per completarsi ha necessità del compasso.

Anch’esso, benchè più complesso, è uno strumento piuttosto usuale, tutti lo abbiamo maneggiato e sappiamo a cosa serve: a tracciare cerchi ed archi di raggio costante.

Ma il simbolo a cosa si riferisce? Alle capacità immaginative e creative dell’uomo. Proprio per la sua insita ecletticità attraverso il suo uso si possono tracciare non solo infiniti cerchi, ma risolvere problemi grafici di una certa complessità.

Ma fino ad un certo e determinato punto dato dalle estensione massima dei suoi bracci, oltre anche il compasso diviene inutile al suo scopo principale, potendo tracciare solo delle linee rette.

Quale migliore metafora per rappresentare l’intelletto umano, capace di mirabili opere entro il suo ambito terreno, ma incapace di superare i limiti imposti dalla sua condizione terrena; oltre la massima estensione del compasso esiste l’intangibile , il non conoscibile per esperienza diretta, il G.·. A.·. D.·. U.·..

E’ quindi dall’unione di questi due oggetti (che sono Massonicamente concetti o insiemi di concetti) che si viene a realizzare l’armonizzazione tra due forze apparentementi opposte, la rigidità della squadra e la mobilità del compasso.

Rettitudine e fantasia, difficile trovare fra di essi un equilibrio duraturo; in genere l’essere umano tende ad essere, a seconda delle situazioni, sopraffatto dall’uno o dall’altro e ciò dà origine a comportamenti opposti ed all’apparenza inconciliabili da cui nascono sin troppi attriti personali e sociali. Basti pensare al mai soluto scontro fra generazioni, tra padri e figli, tra ordine costituito ed anarchia, tra uomini e donne, tra ordine e caos.

Si nota abbastanza agevolmente che ogniqualvolta un elemento diviene eccessivamente preponderante viene inevitabilmente controbilanciato dalla necessità del suo opposto essendo entrambi aspetti caratteriali presenti nell’animo umano.

Ovvero, all’apparenza, queste due tendenze, quando sbilanciate tendono, sul principio dei vasi comunicanti, ad equilibrarsi.

L’unione tra due oggetti è generalmente realizzata con il compasso in posizione corretta (noce in alto e punte in basso) e la squadra con i bracci in alto ed il vertice in asse con la noce posto poco sopra le punte del compasso.

Subito si può notare come essi formino due frecce che indicano, contrapposte, il cielo e la terra, il sopra ed il sotto, il divino ed il terrestre e che quindi sono, anche qui, caratterizzazione e unione di concetti opposti. Ma un altro aspetto fondamentale è che la loro sovrapposizione si può realizzare in tre fondamentali modi, che rappresentano poi anche, ma non solo, il percorso seguito dai singoli all’interno del cantiere-Loggia-officina.

Nella prima la squadra è completamente sovrapposta al compasso, stando a significare che in una prima fase (apprendistato appunto) è la forza di volontà ad essere preminente sulla fantasia e che il bisogno di imporsi, di rispettare delle regole (anche se per il momento non compiutamente comprese) deve essere il primo impegno di chi entra a far parte della M.·..

Nella seconda i bracci dei due elementi si trovano incrociati e quindi, dopo un periodo di apprendimento e maturazione, non si può e non si deve reprimere del tutto la fantasia, ma dargli modo di esprimersi pur se all’interno di regole ancora ben determinate.

Nella terza il compasso è completamente sovrapposto alla squadra; allora la fantasia ben esercitata ed addestrata è libera di esprimersi certa che non darà origini ad incongruenze, perchè conosce i limiti e le leggi fondamentali entro le quali può muoversi. E’ cosciente dell’esistenza del cielo, ma anche della terra.

E’ un Artista pronto a realizzare le propria e personale Opera.

Queste tre fasi sono – o dovrebbero essere – quelle della corretta crescita, educazione e maturità di una persona, di un artigiano, di un artista, ma anche di una società umana.

Volendo continuare si potrebbero ricercare svariati significati attribuili ai simboli trattati, ma questa esposizione (pur se riduttiva nel suo schematismo) è importante per dimostrare quale può essere la forza insita nel linguaggio dei simboli.

Non solo per i concetti in se stessi, ma perchè dimostra, a mio avviso, come attraverso il linguaggio simbolico determinati concetti divengono (una volta assimilati correttamente) immediatamente fruibili acquistando al contempo una forza ed una potenza per lo più sconosciuta alle parole, chiunque guardando un simbolo può sentire (non pensare) ad un concetto e via di seguito a quelli ad esso collegati attraverso delle sensazioni che giungono direttamente al nostro intimo a prescindere dall’idioma, dalla razza, dall’età e dalla cultura di provenienza.

Sono i simboli il solo ed unico linguaggio universale che permette di realizzare appieno e concretamente una vera fratellanza di sentimenti.

Ed il concetto arriva diretto, senza intermediazioni assumendo varie sfaccettature soggettive che completano il messaggio principale.

Ci si soffermi solo un attimo a riflettere su quello che nel corso della storia ha significato a livello sia profano che iniziatico il simbolo della croce.

Attraverso il simbolo e la meditazione su di esso l’adepto riesce a rendere attiva la sua iniziazione, attraverso il simbolo esso può conoscere l’essenza delle cose che è simile per tutte e quindi può raggiungere quella conoscenza intuitiva che gli permetterà di avvicinarsi alla saggezza.

Una volta tolto il velo delle apparenze esso si renderà conto di come e quanto ogni cosa si assomigli (nel suo originale aspetto) alle altre e sia permeata dalla stessa energia e di come i simboli siano distillato di questo.

Quello sopradescritto è un linguaggio che racchiude enormi potenzialità, come ben sanno i moderni pubblicari impegnati a creare e promuovere simboli consumistici dove il continuo accostamento di un prodotto e di un marchio con dei concetti piacevoli ed appaganti tende a creare nella coscienza collettiva un automatismo per cui il solo fatto di “possedere” un certo marchio appaga un bisogno prima mentale che fisico.

E’ certamente questo un uso non corretto del potere del simbolismo, ma comunque indicativo della potenza del mezzo.

La sola condizione necessaria è che il simbolo sia sempre presente ed adeguatamente studiato, deve essere vissuto per rimanere in contatto con noi, e purtroppo la società occidentale ha perso contatto con quelli realmente importanti sostituiti da quelli mass-mediatici.

Il simbolo Tradizionale invece adempie ad una funzione insostuibile: conduce l’uomo verso l’Essenza e gli trasmette un insegnamento iniziatico ed esoterico, è un ponte tra l’uomo ed il sacro.

Maestro Eckhart diceva del simbolo che “la sua forma è rivelazione dell’essenza”.

I nostri predecessori, i massoni costruttori delle cattedrali medievali, costruivano non per sè stessi, ma in nome del creatore cercando di avvicinare la terra al il cielo e le loro opere, veri libri di pietra dove la forma diveniva indissolubilmente sostanza, parlavano il linguaggio dei simboli e nel cantiere il personaggio più importante dopo il Maestro dell’ Opera era lo scultore dei capitelli che modellava le immagini simboliche.

La stessa regola che scandiva la vita di questi artigani che realmente si scorticavano la mente e le mani sulla pietra grezza era una grande lezione di vita tanto che il passagggio dalle regole delle gilde muratorie operative alle costituzioni e “old charges” della massoneria speculativa di Anderson non fu certamente traumatica o distruttiva. In altre parole le leggi, nate dalla pratica e divenute simboliche, che possiamo ritrovare in antichi manoscritti propriamente operativi (come il Poema Regius o il manoscritto di Cooke ) non sono affatto dissimili nello spirito da quelli che tuttora regolano le basi della moderna L.·.  M.·..

E questo perchè provenienti da una comunità che viveva ed era essa stessa un simbolo, così come lo era la propria occupazione… costruire.

E che quindi si poneva al suo interno, similmente ad una attuale Loggia Massonica, in uno spazio a-temporale così come ciò che produceva.

In ultima analisi se è vero che siamo costantemente circondati da manifestazioni simboliche uno dei compiti dell’iniziato è quello di esserne cosciente al punto da acquistare la consapevolezza che lui stesso lo è (o può diventarlo) e da questo ricavarne le conseguenti responsabilità, morali e pratiche, verso sè stessi e verso il proprio prossimo.

Responsabilita che derivano dal fatto che le nostre azioni, le nostre parole, anche i nostri pensieri sono simboli e possono modificare la realtà che ci circonda, influire sulla nostra ed altrui vita e quindi devono essere trattate con estrema attenzione, preparazione e prudenza.

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NELL’INTERESE DEI FRATELLI

Nell’interesse dei Fratelli

(Una Loggia d’istruzione in tempo di guerra)

Un racconto di Ruyard Kipling

Stavo acquistando un canarino in un negozio di uccelli quando egli mi rivolse per la prima volta la parola, suggerendomi di comprare un esemplare dal piumaggio giallo meno brillante. “Il colore viene da quello che mangia” disse. “E va via, se non si sa come nutrirli. I canarini sono uno dei miei hobbies”.

Uscì dal negozio prima che potessi ringraziarlo. Era un uomo di mezza età, grigio di capelli, con una corta barba nera, e un aspetto molto simile a quello di un terrier Sealyham con occhiali d’argento. Per qualche motivo, il suo volto e la sua voce mi rimasero impressi così distintamente che, alcuni mesi dopo, quando lo urtai su un marciapiede di stazione gremito dai membri di un Club di pescatori in escursione sul Tamigi, lo riconobbi, mi voltai e lo salutai con un cenno del capo.

“Ho seguito il suo consiglio, per quel canarino” dissi.

“Davvero? Bene” mi rispose cordialmente da sopra la canna da pesca inguainata e appoggiata sulla spalla, prima che la folla ci separasse.

Alcuni anni dopo entrai in un negozio di tabacchi, per farmi pulire una pipa, che si era malamente otturata.

“Bene! Bene! E il canarino come va?” disse l’uomo dietro il banco. Ci scambiammo una stretta di mano, e domandammo all’unisono: “Qual è il suo nome?”.

Lui era Lewis Holroyd Burges, di Burges e Figlio, come avrei potuto vedere sopra la porta, ma il figlio era stato ucciso in Egitto. Aveva i capelli che si erano imbiancati, e gli occhi leggermente infossati. “Bene! Bene! E pensare” disse “tra tutta questa moltitudine di gente, proprio lei doveva riapparire così all’improvviso e in un modo tanto curioso, quando c’è così tanta gente che sparisce per sempre, eh?”. (Fu allora che mi disse della morte del figlio Lewis, e perché il ragazzo era stato battezzato con il nome Lewis.)

“Sì. Adesso non è rimasto molto da fare per una persona di mezz’età. Anche gli hobbies… avevamo l’abitudine di andare a pesca insieme. E lo stesso era per i canarini! Li allevavamo per il colore: la nostra specialità era una sfumatura di arancione vivace. Bene! Bene! E adesso dobbiamo localizzare dov’è l’occlusione nella sua pipa”.

Si curvò sulla pipa fedifraga, e si mise all’opera con la stessa tranquilla perizia di un chirurgo. Un soldato entrò, disse qualcosa a voce bassa, ricevette risposta, e uscì.

“Oggi la maggior parte dei miei clienti sono soldati, e un certo numero di loro appartiene alla Massoneria” disse il signor Burges “Mi si spezza il cuore dare loro il tabacco che mi chiedono. D’altra parte, solo una persona su cinquemila ha un palato educato al tabacco. Certo delle preferenze, ma non un palato educato. Ecco qui di nuovo la sua pipa. Merita un trattamento migliore di quello sinora ricevuto. Vi è una procedura, un rituale in ogni cosa. Le assicuro che sarà il benvenuto, ogni volta che le capiterà di passare qui davanti. Ho un paio di curiosità che forse possono interessarla”.

Uscii dal negozio con in corpo il più raro dei sentimenti – la sensazione che è il solo diritto della giovinezza – ovvero che probabilmente avevo incontrato un amico. A poca distanza dall’ingresso fui accostato da un ferito in convalescenza, che mi chiese del negozio di Burges. Pareva che il posto godesse di una certa fama, nel circondario.

Feci modo di ritornarvi altre volte, e con una certa frequenza, ma fu solo dopo la terza visita che scoprii come il signor Burges avesse degli interessi nella ditta Ackerman e Pernit, grossi importatori di sigari, e che tali interessi erano giunti a lui tramite uno zio i cui figli adesso vivevano vicino a Cromwell Road, e mi disse che lo zio aveva frequentato la Borsa valori.

“Sono un negoziante per istinto” disse il signor Burges. “Mi piace il rituale con cui si servono i clienti. Il negozio mi ha fatto bene. Mi piace fare altrettanto servendomi del negozio”.

L’attività era stata iniziata da suo nonno nel 1827, ma gli arredi e le suppellettili dovevano risalire almeno a mezzo secolo prima. I vasi per il tabacco da pipa e da fiuto, rossi e marroni, con corone, insegne dell’Ordine della Giarrettiera e nomi di miscele dimenticate scritte con lettere dorate; i barili levigati di tabacco Orinoco, sui quali sedevano i clienti favoriti, il bancone di mogano, color ciliegia scura, gli scaffali dalle modanature delicate, i contenitori di giunco intrecciato per i sigari, le bilance tedesche montate su argento e il rullo olandese d’ottone e la taglierina per i pani di tabacco, erano tutte cose da desiderare ardentemente.

“Non sono poi così male” ammise. “Quel grosso vaso di Bristol non ha compagni, per quanto ne sappia. Quelle otto anfore per il tabacco da fiuto, laggiù sul terzo scaffale, provengono dalla manifattura di Dollin, che nel ’47 lavorava per Wimble; le guardi, sono dei pezzi assolutamente unici. Esiste ancora qualcuno del mestiere in grado di dirci che cosa fosse l’Hollande di Romano? Oppure la miscela di Scholten? Ecco una tabacchiera del tempo di Giorgio I, ed ecco un Luigi XV; cosa sto dicendo? XIII, XIII, naturalmente una grattugia per trinciare il tabacco da fiuto. Erano i ferri del mestiere, ai tempi di mio nonno. E ora dove si possono trovare in giro, al di fuori del Museo Britannico? Chi sa dirmelo?”.

Le sue pipe – vorrei che questo fosse un racconto per intenditori – la stupefacente collezione di pipe che aveva in salotto, e per l’occasione ebbi il privilegio di conoscere sua moglie. Una mattina, mentre contemplavo con bramosia uno stipetto per cigarros (badate bene, non sigari), di legno di jacaranda con le placche delle serrature d’argento e manigliette ai cassettini di fattura spagnola, un canadese ferito entrò nel negozio, disturbando il nostro piccolo e felice comitato in riunione.

“Senta un po’”, incominciò con voce fragorosa. “È lei la persona a cui devo rivolgermi?”.

“Chi l’ha mandata?” domandò il signor Burges.

“Uno di stanza a Messines. Ma non è questo il punto! Non ho con me il minimo certificato, o altro pezzo di carta; niente, se mi sono spiegato. Ho lasciato la Loggia dovendo diciassette dollari di arretrati per le iscrizioni. Però quel tipo che era con me a Messines mi ha detto che qui da voi la cosa non avrebbe avuto la minima importanza”.

“E aveva ragione” disse il signor Burges. “Ci riuniamo stasera, alle sette”.

La faccia dell’uomo si allungò di una spanna buona: “Diavolo!” disse. “Ma io sono in ospedale, e non posso uscire di sera”.

“E ogni martedì e venerdì, alle tre pomeridiane” aggiunse prontamente il signor Burges. “Naturalmente dovrà superare un colloquio d’ammissione”.

“Penso che non ci saranno problemi, su questo” fu la risposta allegra. “A martedì, allora” se ne andò via zoppicando, e tutto raggiante.

“Chi sarebbe?” domandai.

“Ne so quanto voi, tranne che deve essere un Fratello. Adesso Londra è piena di Massoni. Bene! Bene! Bisogna fare quello che si può, in giorni come questi. Se oggi pomeriggio viene a prendere il tè da noi, dopo andremo insieme alla Loggia. È una Loggia d’Istruzione”.

“Ne sono felice. Qual è la sua Loggia?” domandai, perché sino a quel momento non ne era ancora stato menzionato il nome.

“Fede e Opere 5837, il terzo sabato di ogni mese. La nostra Loggia d’Istruzione si riunisce nominalmente ogni giovedì, ma ora i nostri incontri sono più frequenti, poiché in città ci sono molti Fratelli provenienti da altre Logge”. A questo punto entrò un nuovo cliente e io me ne andai, molto interessato dall’ampiezza degli hobbies del Fratello Burges.

All’ora del tè era vestito come se dovesse andare al Servizio Domenicale, e al posto degli occhiali d’argento aveva un pince-nez d’oro. Ringraziai la mia buona stella per aver pensato di cambiarmi, indossando panni decenti. “Certo, dobbiamo aver questo riguardo per la Massoneria” disse approvando. “Ogni rituale serve a rafforzare l’animo umano. Per l’uomo il rituale è una necessita ovvia. Più la vita quotidiana è sconvolta, più la gente ricorre al rituale. Comunque da parte mia aborrisco ogni forma di applicazione piatta del rituale. A proposito, le dispiacerebbe darci una mano nel colloquio, se stasera ci sono molti Fratelli provenienti da fuori? Ne troverà alcuni alquanto arrugginiti, ma… è lo Spirito, non la lettera che dà vita. La questione dei Fratelli esterni è molto importante. Vede, adesso ce ne sono moltissimi a Londra, e sono così pochi i posti in cui possono incontrarsi o riunirsi”.

“Sei proprio bravo!” disse la signora Burges, porgendogli la custodia del grembiule, chiusa a chiave e con sopra segnate le iniziali.

“La nostra Loggia è appena dietro l’angolo” proseguì lui. “Non deve essere troppo critico nei confronti della nostra sistemazione. Un tempo il posto era un garage”.

Da quello che riuscii a capire nell’oscurità che tutto mortificava, vagammo passando per una scuderia e un cortile. Il signor Burges mi pilotò, scusandosi di ogni cosa in anticipo.

“Non deve aspettarsi..”, stava ancora dicendo, quando salimmo incespicando i gradini di un portico ed entrammo in un’anticamera accuratamente decorata, con appese alla parete delle stampe di soggetto massonico. Notai ai posti d’onore Peter Gilkes e Barton Wilson, padri della pratica dell’Emulation; il Christopher Wren di Kneller; Dunkerley, con sotto il suo ex libris Fitz-George e la banda sinistra sulle armi reali; la caricatura di Wilkes fatta da Hogarth, oltre alla sua Notte di pessima reputazione, e una serie ben incorniciata di Grandi Maestri, da Anthony Sayer in giù.

“Questo è un altro suo hobby?” domandai.

“No, le cornici no” disse il signor Burges sorridendo.

“Dobbiamo ringraziare il Fratello Lemming”. Mi presentò al socio anziano di Lemming e Orton, il cui negozietto è difficile da trovare, ma il cui giudizio e assegni in materia di stampe, godono, invece, di ampia circolazione.

“Le cornici sono la cosa migliore” disse il Fratello Lemming, dopo aver ricevuto i miei complimenti. “Ce ne sono altre nel salone della Loggia. Venga a vederle. Lì abbiamo quel grande Desaguliers, che per poco non se ne andava a finire nello Iowa”.

Non avevo mai visto il salone di una Loggia così bene arredato. Dal pavimento rivestito di mosaici sino al soffitto appropriato, dai tendaggi ai pilastri, dagli arredi alle sedie, dalle sedie alle luci, per finire alla piccola cantoria finemente intagliata e situata in un angolo della stanza: ogni singolo oggetto era perfetto, sia in sé, sia per quanto riguardava l’effetto generale. Espressi la mia opinione su ognuno di essi, ripetendomi diverse volte.

“Le avevo detto di essere un ritualista” disse il signor Burges. “Guardi come sono intagliati quei covoni di grano, e quei grappoli, sugli schienali di queste sedie in cui siedono i Guardiani. Come voleva la vecchia tradizione, prima che fosse rovinata dai mobilieri che servono le Logge massoniche. Ho pescato quella coppia a Stepney, dieci anni fa, proprio nello stesso periodo in cui ho trovato il martelletto”. Era di avorio antico e ingiallito, tagliato in un pezzo unico da una qualche poderosa zanna. “Viene dalla Costa d’Oro” disse. “Laggiù apparteneva a una Loggia Militare, nel 1794, come si può leggere dalla scritta incisa sopra”.

“Se la domanda è legittima,” presi a dire “quanto..”.

“Ci costò” disse il Fratello Lemming, con i pollici infilati nei taschini del panciotto “un’apprezzabile somma di denaro quando facemmo i lavori nel 1906, anche tenendo conto che il Fratello Anstruther, che era il nostro appaltatore, trovò il modo di tirarsi bellamente fuori dalle spese. Per inciso, mi hanno detto che quel concio là è tutto di marmo di Carrara. Non me ne intendo affatto di marmi. Penso che dalla fondazione ci abbiamo messo dentro… oh, un’altra discreta somma di denaro. Bene, ora andiamo nella sala del colloquio a sentire i Fratelli”.

Fui accompagnato in una stanza comoda, sulle cui pareti era posta una fila di cubicoli che avevano tutta l’aria di essere confessionali (mi accertai in seguito che lo erano stati un tempo, quando furono scovati dalle parti di Oswestry, e pagati una somma ridicola). Pochi uomini in uniforme attendevano all’altra estremità della sala. “È solo l’inizio della processione. Il resto si trova in anticamera” disse un dignitario della Loggia.

Fratello Burges mi assegnò un discreto cubicolo, dicendo: “Non si sorprenda. Vengono in tutte le condizioni”.

Condizioni era parola adatta per descrivere il mio primo penitente, che aveva il capo completamente avvolto da bende: era fuggito da un ospedale per ufficiali, come se fosse evaso da Pentonville. Mi domandò, con parlata scozzese piena di termini profani, come potevo pensare che riuscisse a parlare un uomo cui erano rimasti in bocca solo sei denti, oltre ad aver perso mezzo labbro inferiore. Cosicché scendemmo a un compromesso: mi avrebbe risposto a gesti.

Il prossimo – un neozelandese proveniente da Taranaki – capovolse il procedimento, perché aveva un braccio solo e al collo. Diffidai di un enorme sergente maggiore dell’artiglieria pesante, che mi colpì per l’eccessiva e disinvolta loquacità, tanto da mandarlo dal Fratello Lemming nel cubicolo accanto al mio: lì saltò fuori che era stato dignitario supremo di un Distretto. Il mio ultimo postulante mandò all’aria quel poco di serenità che mi era rimasta.

Pareva che si fosse dimenticato tutto, proprio tutto.

“Non la biasimo” disse alla fine, inghiottendo la saliva. “Se fossi al suo posto mi guarderei bene dall’accettare le mie risposte, ma le do la mia parola che, nella misura in cui ho avuto una religione, la Massoneria è stata tutta la religione che ho avuto. Per amor di Dio, Fratello, lascia che mi sieda di nuovo in una Loggia!”.

Quando i colloqui ebbero termine, un Dignitario di Loggia fece il giro dei presenti, con i grembiuli per ciascuno. Niente roba con orpelli vistosi o argentature assortite, ma della seta a coste pesanti con delle nappe e – quando una persona poteva dimostrare di avere il diritto di fregiarsene – livelle di decorosa placcatura. Qualcuno davanti a me strinse una cintura alla vita di una persona tutta rigida e silenziosa, in borghese e con il nastrino dei congedati. “Perdinci! Questa sì che è vita” lo udii pronunciare. Il compagno annuì con un cenno del capo. L’altro esplose improvvisamente: “Ehi! Cosa stai facendo? Smettila! Avevi promesso di non farlo più! Piantala!” e diede un buffetto agli occhi bagnati di pianto del suo compagno. “Lascia che versi un po’ d’acqua” disse un segnalatore australiano. “Non vedi che il povero diavolo è felice?”. Risultò che il Fratello silenzioso era stato vittima dello shock da granata, e che era stato accettato dal Fratello Lemming, avendo l’amico come garante e – cosa che indusse maggiormente Lemming a farlo passare – la minaccia che in caso di rifiuto sarebbe bastata la delusione a provocargli un attacco convulsivo. Così il “traumatizzato” si mescolò felicemente e in silenzio ai Fratelli, evidentemente abituati a scene siffatte. Ci allineammo, secondo le tradizioni in fila per due, quasi cinquanta di numero, ed entrammo nella Loggia accompagnati da quello che credevo essere un armonium, ma che scoprii essere un organo di pregio. Ci volle del tempo prima che tutti ci fossimo accomodati perché dieci o dodici tra noi erano mutilati e dovevano essere aiutati a sedersi su poltrone o chaises longues. Presi posto tra un caporale dei Servizi medici, con un piede solo, e un capitano della Territoriale, che mi disse di aver fatto “baruffa” con una bomba, che lo aveva piegato in due direzioni. “L’esecuzione di Bach che l’organista ci sta dando è di prima qualità” disse estasiato. “Mi piacerebbe conoscerlo. Ai miei tempi premevo anch’io i tasti di un pianoforte”. “Glielo presento dopo la riunione” disse uno dei Fratelli regolari, che sedeva dietro di noi: una persona grassoccia e con una barba a punta, e appartenente alla professione medica, come venne fuori in seguito. “Tutto sommato c’è ben poca gente che suona Bach, non è vero?”. E i due s’immersero subito in una conversazione musicale, che per i non appassionati è altrettanto affascinante di un trattato di trigonometria.

Una Loggia d’istruzione è soprattutto una sede in cui sfoggiare il rituale. Essa non può iniziare o conferire cariche, e si limita a organizzare conferenze e a rinfrescare la memoria degli adepti. Il Venerabile Fratello Burges, assiso fulgidamente nella Sedia di Salomone (scoprii in seguito dove fosse stato reperito anche questo oggetto), disse con brevi parole ai Fratelli di altre Logge come la loro presenza fosse gradita, e come sarebbero stati egualmente bene accetti in incontri futuri, e chiese loro di votare la cerimonia che avrebbe dovuto essere attuata per la loro istruzione.

Quando la decisione fu annunciata, volle sapere se vi erano dei Fratelli esterni disposti ad assumersi le responsabilità rituali di un Dignitario di Loggia. Protestarono, timidamente, di essere troppo arrugginiti. “È proprio questo il motivo per cui..”, disse il Fratello Burges, mentre l’organo suonava dolcemente Bach. Il mio capitano amante della musica si agitava tutto nella sedia.

“Un attimo, Venerabile signore” il dottore grassottello si alzò. “Abbiamo qui tra noi un musicista che ha bisogno di uno strumento e di un’occasione opportuna. Solamente” proseguì con tono colloquiale “gli scalini che portano alla cantoria sono un po’ troppo ripidi”.

“Quanto pesa il nostro Fratello?”, disse Fratello Burges con la solennità di un’iniziazione.

“Poco più di cinquanta chili” disse il Fratello “mi sono pesato questa mattina, Venerabile signore”.

Il penultimo Maestro in carica, che era anche un sergente maggiore di Batteria, attraversò la sala con passo ondeggiante, prese tra le braccia quel peso di piuma, portandolo sopra in cantoria, dove quello scricciolo d’uomo suonava gioiosamente, come un’anima portata di sorpresa in paradiso, mentre l’organista abituale manovrava il mantice. Quando gli esterni furono convinti, dopo molte lusinghe, a fornire i dignitari necessari, si diede l’avvio al ripasso di una cerimonia. Fratello Burges proibì che i membri regolari suggerissero. Gli esterni dovevano farcela interamente da soli, e il sergente maggiore di Batteria, sorpreso a dare una mano, fu allontanato d’autorità, come suggeritore troppo esperto, essendo di rango elevato. Procedettero con fatica, dopo che quell’aiuto fu ritirato.

Il caporale, quello dei Servizi medici e senza un piede, seduto alla mia destra si lasciò sfuggire una risatina soddisfatta.

“Si trova a suo agio?” gli chiese il dottore.

“A mio agio? È come stare in Paradiso, potermi di nuovo sedere in una Loggia. Mi sta ritornando tutto in mente, assistendo ai loro sbagli. Non è che abbia molta religione, ma tutta quella che ho mi viene dalla Loggia”. Riconoscendomi s’imporporò leggermente, come capita a chi si ripeta parlando con la stessa persona. “Sì, ‘velata in allegoria e illustrata con simboli’: la Paternità di Dio e la Fratellanza dell’Uomo; e cosa diamine uno dovrebbe desiderare di più?… Li guardi!” s’interruppe ridacchiando. “Ma vedi un po’! Hanno fatto un bel garbuglio della cosa. Io avrei saputo fare meglio, figuriamoci. Certo, vorrei vedere che non dovessero ripetere tutto!”.

Il nuovo organista mascherò il piccolo pasticcio, e la sua musica parve il fruscio di tante ali angeliche. Quando i dilettanti ebbero finito, alquanto rossi e imbarazzati, chiesero che i Fratelli regolari della Loggia mostrassero per prova come andasse eseguita la cerimonia, da loro così abborracciata. Allora compresi per la prima volta di quali significati possa essere investito quel perfetto rituale di parola e gesto. Applaudimmo tutti, in modo particolare il caporale con un piede solo.

“Siamo alquanto orgogliosi delle cose che facciamo, e vale la pena di fare del proprio meglio di fronte a un pubblico simile” disse il dottore.

Dopo il Maestro fece una breve conferenza sul significato di alcuni simboli e diagrammi dipinti. Il tema era tutt’altro che inedito, ma la sua voce profonda e oratoriale lo rivestì di nuovo interesse.

“Stupefacente come persistano queste vecchie intestazioni da quaderno di scuola” disse il dottore. “D’accordo”, l’uomo mutilato d’un piede parlava con cautela, facendo uscire le parole da un angolo della bocca, come un ragazzino in classe, “ma sono proprio queste frasi edificanti che ci vedremo intorno, quando saremo giù all’inferno nel nostro letto di carboni ardenti E dovete credermi! Ne ho infrante abbastanza per sapere. Adesso zitti!,” si piegò in avanti, bevendo ogni parola del discorso. Di lì a poco Fratello Burges toccò un punto che aveva dato origine a qualche divergenza nell’applicazione del rituale. Chiese informazioni.

“Ecco, in Giamaica, Venerabile signore”, prese a dire un membro esterno, spiegando come dalle sue parti si era risolto quel particolare. Intervennero un’altra persona e poi un’altra ancora, situate in diversi punti della Loggia (e del mondo) e quando la discussione si fu sufficientemente accalorata, il dottore si allontanò silenziosamente passando accanto alle pareti, e dandoci delle sigarette, da dietro le spalle.

“Un’innovazione che può apparire troppo audace” disse, mentre ritornava a sedersi nel posto, alla mia sinistra, lasciato libero dal capitano musicista. “Ma gli uomini non possono parlare seriamente senza tabacco, e poi siamo solo una Loggia d’Istruzione”.

“E io ho imparato più in una sera che in dieci anni”. L’uomo con un piede solo si volse verso di noi, cessando per un attimo di interessarsi a un Yeoman in speroni, scuro di complessione e dall’aria acida, che pontificava sul rituale olandese. Il fumo azzurrognolo e le parole aumentavano, mentre l’organo su in cantoria ci benediceva tutti.

“Ma è veramente delizioso” dissi al dottore. “Come è incominciato?”.

“È stato Fratello Burges. Si era messo a discorrere con le persone che capitavano nel suo negozio, all’inizio della guerra. Ha detto, a noi che ce ne stavamo a sonnecchiare tutti placidi nella Loggia, che ciò di cui quelle persone avevano più bisogno era una Loggia dove potessero semplicemente starsene seduti, ed essere felici: come lo siamo noi adesso. Aveva perfettamente ragione. Stiamo imparando molte cose, in questa guerra. Per un uomo la Loggia è molto più importante di quanto la gente immagini comunemente. Come ha appena detto l’amico alla nostra destra, la Massoneria è l’unico credo concreto di cui ci hanno parlato sin da quando eravamo bambini. Banale o non banale, coincide alla perfezione con come ci hanno insegnato che dobbiamo comportarci”. Sospirò. “E se questa guerra non ha fatto capire, a noi tutti, cosa sia la Fratellanza Umana, allora sono… un unno!”.

“Come avete fatto ad attirare la gente?” domandai ancora. “Oh, dissi (come mi aveva suggerito Burges) ad alcune persone ricoverate nell’ospedale qui vicino che avevamo una Loggia d’istruzione, e che loro sarebbero stati i benvenuti. E vennero. E lo dissero agli amici. E gli amici vennero! Questo accadde due anni fa, e adesso funzioniamo come Loggia d’Istruzione per due sere la settimana, con una matinée quasi ogni martedì e venerdì, per quelle persone che non possono avere permessi serali. Certo, la situazione è alquanto curiosa. Non avevo idea di cosa significasse la Massoneria, prima che iniziasse questa guerra”.

“Neppure io, sino a questa sera” risposi.

“Eppure è abbastanza naturale, se uno ci pensa. C’è Londra – anzi tutta l’Inghilterra – formicolante di Massoni provenienti da ogni parte del mondo, e con nessun posto dove andare. Ebbene, la nostra percentuale settimanale, negli ultimi quattro mesi, di persone visitanti è stata di poco inferiore alle centoquaranta persone. Dividi per quattro, e diciamo che abbiamo trentacinque Fratelli esterni per volta. Il nostro record è di settantuno presenze, ma siamo giunti a far stare dentro ottantaquattro persone, nei banchetti. Può vedere da solo in che razza di buco insignificante siamo sistemati!”.

“Anche i banchetti!” esclamai. “Deve costarvi l’ira di Dio. Possono i Fratelli non di questa Loggia..”.

Il dottore – faceva di nome Keede – rise. “No, un Fratello esterno non può”.

“Ma una persona, dopo un pomeriggio come questo, vuole..”.

“Lo dicono tutti quanti. È la difficoltà che abbiamo. Si comportano esattamente nel modo da lei indicato, e si offendono quando non accettiamo le loro offerte”.

“Ah, non accettate?” domandai.

“Mio caro amico, a che ci servirebbe? Non tutti possono fermarsi al banchetto. Diciamo che vi partecipano cinquanta persone la settimana, quindici sterline, sessanta il mese, settecentoventi l’anno. Quanto pensa che possano valere gente come Lemming e Orton? Ed Ellis e McKnight, quell’uomo lungo e grosso laggiù, loro due che trattano generi alimentari? Per quale somma crede Burges possa compilare un assegno, senza battere ciglio? Non è che adesso lui abbia un motivo per mettere da parte soldi. Le assicuro che non abbiamo scrupoli nel chiedere il contributo dei Fratelli esterni, quando abbiamo bisogno di qualcosa. Altrimenti non potremmo fare quello che facciamo. Ha notato come la Loggia è tenuta: ottoni, gioielli, arredamento, e così via?”.

“Davvero, l’ho notato” dissi. “È linda ed elegante come una nave. Uno potrebbe mangiare per terra”.

“Bene, venga qui uno di quei giorni in cui non c’è riunione, e troverà facilmente una mezza dozzina di Fratelli, con non più di otto gambe tra tutti, che lustrano e danno olio di gomito e spolverano ogni cosa alla loro portata. Questa primavera ho curato uno, sotto shock da granata, dandogli da lucidare i nostri gioielli. Li ha levigati a tal punto da far quasi scomparire i numeri, ma… gli ha impedito di combattere gli unni mentre dormiva. E quando abbiamo bisogno di Maestri che ci sostituiscano – due matinées la settimana sono piuttosto gravose – possiamo scegliere i nostri P.M. da qualsiasi parte del mondo. I Dominions badano al rituale molto di più di una normale Loggia inglese. Inoltre… oh, la riunione sta per aggiornarsi. Ascolti i saluti, ne vale veramente la pena”.

Il colpo secco ed improvviso del grande martelletto ci mise tutti in piedi, dopo qualche ascesa e caduta tra i mutilati. Allora il sergente maggiore di Batteria recitò, con voce acconciamente esercitata, le formule usuali, calde e fraterne, di saluto rivolto a Fede e Opere dalla sua Loggia e Distretto tropicali. Gli altri seguirono senza ordine, con tutte le tonalità possibili, dal grugnito allo squittio. Udii Hauraki, Inyanga Umbezi, Aloha, Luci del Sud (da qualche parte verso Punta Arenas), Loggia dei Rudi Conci (e l’aria ben rude aveva quel Fratello navale proveniente da Terranova), due o tre Stelle di questo o di quello, mezza dozzina di virtù cardinali, variamente disposte, i cui saluti andavano dal Klondyke sino a Kalgoorlie, una Loggia Militare proveniente da un fronte, gettata lì con un severo arrotamento scozzese dal mio amico con il capo avvolto completamente in bende, e poi tutto il resto, mischiato insieme come l’Impero stesso. Proprio alla fine vi fu una certa agitazione. Il Fratello silenzioso aveva incominciato a emettere dei suoni, e il suo compagno cercò di calmarlo.

“Lasci che parli! Lasci che parli!” esclamò professionalmente il dottore. L’uomo sussultava tutto e storceva la bocca, e alla fine borbottò qualcosa di non intelligibile anche per il suo stesso amico; infine un P.M. di piccola statura e di carnagione scura si spinse avanti con aria d’importanza.

“Tutto a posto” disse. “Vuol dire..” e sparò fuori qualche nome gallese lungo una spanna, aggiungendo: “Significa Pembroke Docks, Venerabile signore. Anche in Galles siamo buoni massoni”. L’uomo silenzioso accennò con il capo in segno d’approvazione.

“Certo” disse il dottore, per nulla turbato. “A volte è questo il modo in cui capita. Héspere panta feres, non è vero? La Stella li conduce tutti a casa, non è vero? Devo prendere delle note su questo caso, dopo la Loggia. Ho visto che a lei non interessa la musica” proseguì “ma temo che dovrà sopportarne ancora. È una parafrasi da Michea. È un arrangiamento del nostro organista. La cantiamo come antifona ogni volta che concludiamo una riunione”.

Anch’io potei apprezzare quello che seguì. Si limitarono a cantare una mezza dozzina di persone dalla voce esercitata, le quali seguirono una struttura antifonale sino all’ultimo verso, quando intervenne la Loggia al completo. La do come l’ho sentita:

Ti abbiamo mostrato, o Uomo,

Ciò che è bene.

Cosa esige il Signore da noi?

O la Coscienza da noi?

Ma in modo giusto comportarsi,

Ma praticare la misericordia,

E con il nostro Dio in umiltà procedere,

Come dovrebbe ogni Massone.

Uscimmo dalla stanza quando udimmo la musica e le parole cantate con la strana aria dell’Apprendista appena ammesso. Notai che i Fratelli Regolari della Loggia non incominciarono a togliersi di dosso le loro insegne prima dei versi:

Grandi Re, Duchi e Signori

Le spade hanno deposto.

Si mossero verso l’anticamera, adesso approntata per il banchetto, ai versi:

Abbiamo al fianco nostro

L’orgoglio dell’Antichità,

Che rende gli uomini nel loro stato giusti.

Il Fratello (un uomo di chiesa dalla grande corporatura) che mi trovai accanto a tavola mi disse come tale ritualità fosse “una cosa esteriormente piacevole e inventata per motivi di vanità”, sulla forza di qualche vecchia leggenda. Formulò l’opinione che la Massoneria dovesse essere considerata alla stregua di “un’astrazione intellettuale”. Un ufficiale del Genio espresse il suo disaccordo, e ci raccontò come in Fiandra, un anno prima, circa dieci o dodici Fratelli avevano fatto una Loggia in ciò che era rimasto di una Chiesa. All’infuori degli “emblemi di mortalità” e di un’abbondanza di grezzi conci, non vi era alcun altro arredo.

“Sono sicuro che non ne sentivate affatto la mancanza” disse il religioso. “L’idea dovrebbe bastare da sola, senza troppi fronzoli”.

“Ma non fu così”. disse l’altro. “Ci demmo un mucchio da fare, e con del materiale mimetico su cui mettemmo le mani ricavammo le nostre insegne, e con del vecchio metallo ci forgiammo i gioielli. Li conservo ancora. Ci tenne felici per delle settimane”.

“La vostra posizione era assolutamente irregolare e non autorizzata. Chi era il vostro Garante?” domandò il Fratello della Loggia Militare. “La Loggia suprema dovrebbe prendere delle iniziative contro..”. “Se la Loggia suprema avesse un minimo di buon senso” s’intromise un soldato semplice tre posti più in su “darebbe il permesso per delle Logge itineranti al fronte, e ci manderebbe anche dei conferenzieri di prima qualità”.

“Allora lei conferirebbe le dignità promiscuamente?” disse scandalizzato lo scozzese.

“Tutte le volte che una persona ne facesse richiesta, ovviamente. Mezzo esercito ci entrerebbe dentro”.

La persona giocò con la sua idea per un certo tempo e dimostrò che, con una somma d’iscrizione ridotta al minimo, la Loggia suprema avrebbe ricavato rendite enormi.

“Ritengo” disse pensosamente l’ufficiale del Genio “di poter disegnare un equipaggiamento completo per una Loggia itinerante, che pesi meno di quaranta libbre”.

“Avete torto, e ve lo dimostrerò. Ci abbiamo provato anche noi” disse quello proveniente dalla Loggia Militare; e i due ce la misero tutta, discutendo seduti di fronte, ciascuno con il proprio taccuino in mano.

Il banchetto era l’essenza stessa della semplicità. Molti dei presenti mangiavano in fretta, in modo da poter ritornare in orario alle loro caserme e ai loro ospedali, però di tanto in tanto un Fratello veniva dall’oscurità esterna, per riempire una sedia o vuotare un piatto. Si trattava di Fratelli che erano venuti in precedenza, e non avevano bisogno di essere esaminati.

Un uomo entrò quasi barcollando, con elmetto, fango delle Fiandre, equipaggiamento al completo e tutto il resto: fresco fresco dal treno che lo aveva portato a Londra, in congedo.

“Devo aspettare due ore per la coincidenza” spiegò. “Allora mi sono ricordato delle vostre serate. Dio mio, come si sta bene qui!”.

“Che treno deve prendere, e da quale stazione?” domandò meticolosamente il religioso. “Molto bene. Cosa prende da mangiare?”.

“Qualsiasi cosa, tutto. Ho vomitato nella Manica un mese intero di razioni”.

Fece il pieno per dieci minuti, senza pronunciare neppure una parola. Poi, sempre senza parlare, cadde con la faccia in avanti sul tavolo. Il religioso lo prese per un braccio già fiacco e lo pilotò verso un divano, dove il soldato si lasciò cadere, mettendosi subito a russare. Nessuno si prese la briga di voltarsi.

“Anche questo è abituale?” domandai.

“Perché no?” disse il religioso. “Stasera tocca a me svegliare quelli che devono prendere il treno. In queste occasioni non rispettano il mio abito sacerdotale”. Mi voltò l’ampia schiena e continuò la discussione intrapresa con un Fratello di Aberdeen, via Mitilene, dove, nel tempo libero lasciatogli dal dragaggio mine, aveva elaborato una teoria completa delle rivelazioni di San Giovanni l’Evangelista, quando era nell’isola di Patmos.

Io caddi nelle mani di un sergente-istruttore dei mitraglieri, di professione designer di moda femminile. Mi disse che le donne inglesi, considerate come categoria generale, “perdono nei corsetti quello che guadagnano nei vestiti”, e che “Satana in persona non può salvare una donna che indossa dei corsetti da trenta scellini sotto un abito da trenta ghinee”. A questo punto, e con mio grande rammarico, gli attaccò un bottone uno zelante tenente della sua stessa specialità, e lui tornò di nuovo a essere un sergente, in un battito di tacchi.

Gironzolai per la stanza, esaminando le stampe appese ai muri e la collezione massonica nelle vetrinette, prestando nel frattempo orecchio ai discorsi, uno più inconcepibile dell’altro, che si svolgevano attorno a me. La compagnia si assottigliò a poco a poco, finché non rimase solo una dozzina o due di noi. Ci raccogliemmo all’estremità di una tavola posta accanto al fuoco, con il nostro volatile notturno proveniente dalle Fiandre che ronfava a pieni polmoni nel cavo del suo elmetto, che qualcuno gli aveva messo capovolto sulla faccia.

“E qual è stata la sua impressione?” disse il dottore.

“Come un mondo nuovo” risposi.

“Lo è, in realtà”. Fratello Burges rimise il pince-nez d’oro nella custodia e inforcò nuovamente gli occhiali d’argento. “O meglio, ciò che si potrebbe fare con un minimo d’impegno. Quando penso alle possibilità che ha la Massoneria nella situazione attuale, mi domando…”. S’interruppe, fissando il fuoco.

“Anch’io mi chiedo” disse lentamente il sergente maggiore “Ma… nel complesso… sono incline a essere d’accordo con lei. Potremmo fare molto, in quanto Massoni”.

“Come aiuto… come aiuto… non in sostituzione della religione” proruppe irosamente l’uomo di chiesa.

“Oh Signore! Non possiamo lasciare in pace la religione per un istante?” mormorò il dottore. “Non lo fa… chiedo scusa, non volevo offendere nessuno”.

Il religioso aveva l’aria di essere andato in collera. “Kamerad!” proseguì saggiamente il sergente maggiore, con tutte e due le mani alzate. “Non certamente in sostituzione di una fede religiosa, ma come un modello di vita applicabile alla maggior parte degli uomini. Ciò che ho visto al fronte mi rende sicuro della cosa”.

Fratello Burges uscì dalla sua meditazione: “Credo che a Londra ci siano una dozzina – venti -altre Logge che si riuniscono ogni sera, e che oltre a istruire conferiscono anche le dignità. Perché i giovani non dovrebbero parteciparvi? Essi praticano quello che noi predichiamo da sempre. Bene! Bene! Tutti noi dobbiamo fare quello che possiamo. A che servono i vecchi Massoni, se non possono dare un piccolo aiuto, nel loro proprio campo?”.

“Esatto” disse il sergente maggiore, rivolgendosi al dottore. “E a che accidenti serve un Fratello, se non gli è permesso di aiutare gli altri?”.

“Fate allora come volete” disse il dottore stizzosamente, Era chiaro che non gli facevano questi discorsi per la prima volta. Prese qualcosa che il sergente maggiore gli aveva sporto, e se lo mise in tasca, accompagnando il gesto con un cenno del capo: “Sbagliavo” mi disse “quando mi vantavo della nostra indipendenza. Qualche volta non riusciamo a evitare i contributi. Con questo” e batté la mano sulla tasca “daremo un banchetto, martedì. A proposito, prenda un altro panino. I migliori sono quelli col prosciutto” mi porse un vassoio.

“Certo che lo sono” dissi. “Ne ho presi solo cinque o sei. Sono andato alla loro caccia”.

“Sono contento che le piacciano” disse Fratello Lemming. “Gli ho dato il pastone con le mie stesse mani, e l’ho salato io stesso, nel posticino che ho nel Berkshire. Di nome faceva Carlomagno. Visto che siamo in discorso, dottore, devo prepararne un altro per il mese prossimo?”.

“Naturalmente” disse il dottore con la bocca piena. “Un pochino più grasso dell’ultimo, per favore. E non si dimentichi quanto aveva promesso a proposito dei nasturzi in salamoia. Sono apprezzati”. Fratello Lemming annuì con il capo, sopra la pipa che aveva accesa, mentre noi davamo inizio a una seconda cena. Improvvisamente il religioso, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, arraffò una mezza dozzina di sandwiches da sotto il mio naso, li mise in un sacchetto di carta oleata e si avvicinò con cautela al soldato che dormiva sul divano.

“Qualche volta hanno il risveglio brusco” disse il dottore. “I nervi, sapete”. Il religioso si portò in punta di piedi direttamente dietro il suo capo, e batté, tenendosi distante per tutta la lunghezza del braccio, nel centro dell’elmetto. L’uomo si svegliò rapido come il fulmine, mentre il religioso faceva un passo indietro, e compì il gesto di afferrare un fucile che non c’era.

“Ha appena mezz’ora di tempo per prendere il treno” il religioso gli passò i sandwiches. “Mi segua”.

“È straordinariamente gentile, e le sono molto grato” disse l’uomo, torcendosi per entrare nelle cinghie rigide. Seguì la sua guida nell’oscurità, dopo aver salutato.

“Chi era?” disse Lemming .

“Non lo so esattamente” rispose il dottore con indifferenza “È stato qui altre volte. Dev’essere una specie di P(ast) M(aster)”.

“Bene! Bene!” disse Fratello Burges, le cui palpebre si stavano chiudendo dal sonno. “Noi tutti dobbiamo fare quello che possiamo. Non è quasi tempo che chiudiamo?”

“Mi chiedo” dissi, mentre ci aiutavamo l’un l’altro a entrare nei cappotti “cosa succederebbe se la Loggia suprema fosse informata di ciò”.

“Ciò cosa?” Lemming si voltò con movimento rapido verso di me.

“Una Loggia d’Istruzione aperta tre sere e due pomeriggi la settimana; e poi anche quella specie di pensione che avete messo in piedi. Come iniziativa va bene, ma non mi sembra che la cosa sia molto regolare”.

“La questione non è ancora stata sollevata” disse Lemming. “Ci penseremo dopo la guerra. Nel frattempo si continua nello stesso modo”.

“Dovrebbero essercene a dozzine, di Logge simili” ripeté Fratello Burges, mentre uscivamo dalla porta. “Londra è piena di gente nostra, e non c’è un posto dove si possano incontrare. Pensate alle possibilità della situazione. Pensate cosa potrebbe fare la Massoneria attraverso la Massoneria per tutto il mondo. Spero di non essere ipercritico, ma ci sono delle volte in cui mi viene in mente che la Massoneria abbia gettato al vento la possibilità che aveva d’intervenire nelle nuove condizioni create dalla guerra, come del resto ha fatto la Chiesa da parte sua”.

“Sei fortunato che il padre stia accompagnando quel tizio a King’s Cross” disse Fratello Lemming “altrimenti ti sarebbe già saltato alla gola. Ciò che lo turba veramente è la nostra posizione legale all’interno della Legge massonica. Penso che uno di questi giorni andrà a riferire il nostro caso. Bene, buona notte a tutti”. Il dottore e Lemming svoltarono insieme.

“Sì,” disse Fratello Burges, infilando il suo braccio nel mio “quasi come ha fatto la Chiesa. Tuttavia, sono forse troppo ritualista”.

Non dissi niente. Stavo rimuginando quanto mi ci sarebbe voluto per battere il religioso sul tempo, e riferire io il caso di Fede e Opere 5837 E.C.

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GLI ALBORI DELLA COSCIENZA UMANA

    GLI ALBORI DELLA COSCIENZA UMANA

    Sin da quando l’uomo è apparso sulla terra, si è sempre trovato di fronte al mistero della propria natura e del proprio ambiente. Per migliaia di anni la sua esistenza si è praticamente limitata alla conservazione del benessere fisico. All’alba dell’umanità, viveva continuamente nel timore di essere sbranato dalle belve, sopraffatto dagli elementi naturali, ucciso dai propri simili. Incapace di riflettere sul passato per essere in grado di progettare il futuro, la sua memoria e immaginazione erano prigioniere di un eterno presente. Lo spazio, che fungeva da cornice alla sua attività cosciente, era quello che le facoltà sensorie gli permettevano di percepire: l’orizzonte segnava i confini del mondo terreno e la volta stellata i limiti dell’universo celeste. Ma il tempo domina l’evoluzione e, dopo molte generazioni, l’uomo giunse a esercitare una certa forma di dominio sul proprio ambiente e ad accedere definitivamente a una condizione di vita superiore a quella animale.

    La scoperta del fuoco fu probabilmente l’evento che più rivoluzionò la vita dell’uomo preistorico poiché gli portò un benessere inestimabile sia sul piano fisico che emozionale. Poté vincere le tenebre, scaldarsi, cuocere il cibo, difendersi dalle fiere e prolungare le ore di veglia. Progressivamente il timore nel quale viveva lasciò il posto a un sentimento di sicurezza. Incominciò allora a riflettere sul posto che occupava nell’universo, sul senso della nascita, della vita e della morte. Si risvegliò alla coscienza di sé e, senza rendersene conto, incominciò a percorrere il sentiero del “Conosci te stesso”. In altre parole, si iniziò alla propria anima e pose in essa le basi della propria evoluzione spirituale.

    Molti secoli sono trascorsi da quando l’uomo ha capito di essere ben più di una semplice creatura vivente. Tuttavia, i quesiti che continua a porsi sul perché e il come della propria esistenza non sempre trovano risposte soddisfacenti. La scienza può oggi spiegarci la maggior parte dei processi fisiologici che permettono la vita organica di un essere umano, dal concepimento alla morte. Ma non è sempre in grado di dire con precisione ciò che avviene dopo l’ultimo soffio. Nessuno può negare che la dipartita verso l’aldilà costituisce uno dei più grandi enigmi che si siano mai presentati alla coscienza umana.

    Possiamo quindi affermare che la morte è veramente il mistero dei misteri.

Dalla nascita alla morte

    Per i nostri antenati, la nascita di un bambino era indubbiamente un avvenimento miracoloso che suscitava al tempo stesso ammirazione e paura. Non potendola comprendere né spiegare, l’attribuivano a uno spirito invisibile che aveva preso possesso del corpo della madre e lo lasciava a un dato momento sotto forma di neonato. L’evento della morte li rendeva ancor più sgomenti poiché, contrariamente alla nascita, è caratterizzato da un’inerzia totale e definitiva. Immaginate ciò che l’uomo primitivo ha potuto sentire quando si è trovato, per la prima volta, di fronte alla nascita di un bimbo o alla morte di una persona cara! In entrambi i casi si trattò di un’esperienza interiore molto importante. Mai più, in seguito, poté dimenticare quanto aveva visto e provato in queste circostanze.

    Durante la sua evoluzione, l’uomo giunse a capire che lui stesso aveva dovuto nascere così come aveva visto fare. Capì anche che lui stesso sarebbe morto un giorno sprofondando nello stato di totale inerzia che aveva osservato negli altri. Il fatto di essere nato non lo toccò, forse, quanto il presentimento che sarebbe morto, poiché aveva potuto vedere personalmente ciò che faceva seguito alla nascita, mentre non aveva idea di quanto accadeva dopo la morte. La fine dell’esistenza terrena divenne così uno dei più grandi misteri per l’uomo e lo è ancora ai giorni nostri. Questo perché essa porta verso l’ignoto e contiene la risposta alla domanda fondamentale che inevitabilmente ci poniamo: “Perché siamo su questa Terra?”.

I vincoli del materialismo

    Coloro che hanno una visione materialista dell’esistenza, considerano la morte in maniera negativa poiché non vedono alcuna ragione di concepirla diversamente. Ritenendo l’uomo solo una massa di carne tenuta in vita da determinate funzioni fisico-chimiche, controllata da una coscienza essenzialmente cerebrale, limitano la vita umana a un processo meccanico che viene ad arrestarsi con l’interruzione di queste funzioni e l’annichilimento di questa forma di coscienza. In altre parole, la morte porta soltanto al nulla. Sentono che il destino di ognuno è determinato dal caso e che l’umanità evolve unicamente sotto l’effetto di un istinto collettivo di sopravvivenza.

    Per colui che nega la dimensione spirituale nell’essere umano, tutto sulla scena dell’esistenza è teatro dell’ingiustizia e dell’incoerenza. È così perché vive nel mondo degli effetti e ignora il regno delle cause. Non comprende che il mondo di illusioni e apparenze nel quale si dibatte, procede da una Realtà Cosmica ove regnano ordine e armonia. Per tale ragione è incapace di cogliere che il visibile è in effetti un’emanazione dell’invisibile e il finito un’estensione dell’infinito. Prigioniero della ragione, costruisce la propria vita su basi giudicate razionali ma, ahimè, fragili come gli ideali che persegue. Vede i giorni scorrere inesorabilmente e si incammina con angoscia verso la morte, scadenza ultima che ha portato come una croce per tutta la vita.

La dualità dell’uomo

    Da secoli i mistici affermano che il destino dell’uomo oltrepassa ampiamente l’interludio cosciente che scorre dalla nascita alla transizione, impropriamente chiamata “morte”. Per loro l’essere umano è duplice. Possiede un’anima che si incarna nel momento in cui il neonato inspira per la prima volta, facendo di lui un’entità vivente e cosciente. Nell’istante in cui l’uomo esala l’ultimo respiro, essa si dissocia dal corpo al quale ha dato vita terrena e si fonde di nuovo con la Grande Anima Universale. La morte è solo il passaggio da un piano di coscienza a un altro, il ritorno a una condizione preesistente all’incarnazione in questo mondo materiale. In altre parole, corrisponde a una rinascita nel mondo invisibile. Per questo i Rosacrociani pensano che la morte sia soltanto una transizione dell’anima e costituisca uno dei due aspetti della Vita Universale.

Raffigurazione egizia della dualità (Per gli antichi Egizi la dualità dell’uomo era un dato di fatto. L’anima, chiamata “bà”, era rappresentata da un uccello: pensavano si elevasse verso il regno di Osiride dopo la morte. Il corpo, chiamato “khàt”, era simboleggiato da una statuina)

    Quando lascia il corpo fisico al momento della morte, l’anima resta cosciente della sua identità e si eleva gradualmente verso la nuova dimora, guidata da entità spirituali che hanno questo ruolo e dagli esseri cari che l’hanno preceduta nell’aldilà. Raggiunto il piano di coscienza corrispondente al suo livello di evoluzione, prosegue nell’invisibile un’esistenza basata sulle grandi lezioni che deve trarre dalla vita terrena appena terminata. A partire da questo bilancio e dai decreti karmici che ne derivano, si stabiliscono non solo le condizioni del suo soggiorno nel mondo spirituale, ma anche la trama dell’incarnazione successiva. Teniamo a precisare “incarnazione successiva”, poiché non si può vedere la morte dal punto di vista mistico senza essere al tempo stesso convinti che sarà seguita da altre vite sulla Terra.

Il dominio della vita

    Basta osservare l’atteggiamento dei nostri contemporanei di fronte alla morte, per capire che l’idea che se ne fanno influenza considerevolmente il loro modo di vivere. Ciò che la rende così angosciante, per molte persone, è l’ignoranza nella quale si mantengono o sono mantenute nei suoi confronti. Perciò è importante rompere i tabù che circondano questo grande avvenimento della vita umana. La scienza materialista non può arrivare a spiegarlo perché, nella sua preoccupazione di voler interpretare tutto razionalmente, pensa che la morte corrisponda alla cessazione di un processo biologico e alla sparizione definitiva dell’entità cosciente che beneficiava di questo processo. La religione, dal canto suo, pur predicando l’esistenza dell’anima e del dopo-vita, si perde in congetture contraddittorie sul perché e come della dimensione spirituale dell’uomo.

    Nell’interludio cosciente che trascorre tra la nascita e la morte, l’uomo vive il suo destino cercando di sopportare come meglio può le vicissitudini dell’esistenza. Egli aspira profondamente alla felicità, però non sa come né dove trovarla. La ricerca spesso nei piaceri dell’esistenza materiale, ma la realtà quotidiana gli dimostra che tali piaceri sono effimeri e lasciano sempre un vuoto da colmare. Questo vuoto rappresenta appunto l’abisso che esiste, per molti di noi, tra l’anima e il corpo. Allo scopo di riconciliare l’uomo con se stesso e permettergli di meglio padroneggiare la sua vita, un’Organizzazione come l’Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce perpetua da secoli l’insegnamento che gli Iniziati si sono tramandati nei tempi.

    La Sfinge di Giza

    (Le origini tradizionali dell’A.M.O.R.C. risalgono alle scuole di misteri dell’antico Egitto. I candidati all’iniziazione dovevano prestare giuramento davanti alla Sfinge)

    STORIA DELL’ANTICO E MISTICO ORDINE

    DELLA ROSA-CROCE

    L’Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce, conosciuto nel mondo con la sigla A.M.O.R.C., non è un movimento filosofico di recente creazione. La Tradizione ne ascrive le origini alle scuole di misteri dell’antico Egitto. In queste scuole, mistici illuminati si riunivano regolarmente per studiare i misteri dell’esistenza da cui il nome “Scuole di misteri”. Raggruppavano tutti coloro che ricercavano una migliore comprensione delle leggi naturali, universali e spirituali. La parola “mistero”, ai tempi antichi, cioè all’epoca delle grandi civiltà egizia, greca e romana, non aveva l’odierno significato di “insolito” o “strano”, bensì si riferiva a una gnosi o saggezza segreta.

Le scuole di misteri

    In Egitto, una delle prime scuole di misteri fu la Scuola Osiriaca. Gli insegnamenti trattavano della vita, la morte e la risurrezione del dio Osiride. Erano presentati sotto forma di lavori teatrali o più precisamente dì drammi rituali. Solo coloro che avevano dimostrato il proprio sincero desiderio di conoscenza potevano assistervi. Nel corso dei secoli queste scuole aggiunsero una dimensione ancora più iniziatica al sapere che trasmettevano. I loro lavori mistici assunsero un carattere più chiuso e si tennero esclusivamente in templi costruiti allo scopo. Secondo l’insegnamento rosacrociano, i templi più sacri per gli iniziati erano le grandi piramidi di Giza. Contrariamente a quanto affermano alcuni storici, queste piramidi non sono state costruite per la sepoltura di qualche faraone: erano luoghi di studio e di iniziazioni mistiche.

    Le iniziazioni ai misteri egizi comprendevano una fase finale durante la quale il candidato faceva l’esperienza di una morte simbolica. Disteso in un sarcofago, mantenuto mediante apposite tecniche mistiche in uno stato intermedio, veniva indotto a sdoppiarsi, cioè conoscere una separazione momentanea tra corpo e anima. Ciò doveva dimostrargli che era un essere duplice. Così non poteva più dubitare che l’uomo possedesse una natura spirituale e fosse destinato a ritornare al Regno Divino. Dopo aver fatto la promessa di non rivelare nulla dell’iniziazione ed essersi impegnato a seguire il sentiero del misticismo, era gradualmente istruito sugli insegnamenti più esoterici che un mortale potesse ricevere.

    Gli Iniziati dell’antico Egitto lasciarono una parte della loro saggezza sui muri dei templi e su numerosi papiri. Un’altra parte, non meno importante, fu segretamente trasmessa in modo orale. Il celebre egittologo E. A. Wallis Budge, in una delle sue pubblicazioni, cita con rispetto le scuole di misteri. “Uno sviluppo progressivo – egli scrive -, deve aver avuto luogo nelle scuole di misteri e sembrerebbe che alcune fossero totalmente sconosciute sotto l’Antico Regno. Senza dubbio i “misteri” erano parte integrante dei riti egizi. Si può quindi affermare che l’Ordine costituito dei Kheri-Hebs (sacerdoti) possedeva un sapere esoterico e segreto gelosamente custodito dai suoi Maestri. Avevano acquisito una gnosi, una conoscenza superiore che non fu mai posta per iscritto, ed erano anche in grado di accrescere o ridurre il suo campo di azione secondo le circostanze. È quindi assurdo cercare nei papiri i molteplici segreti che formavano la gnosi esoterica dei Kheri-Hebs”.

Sigillo del Faraone Tutmosi III(Sigillo del Faraone Tutmosi III, fondatore dell’Ordine)

I faraoni mistici

    La Tradizione rosacrociana riporta che il faraone Tutmosi III (1504-1447 a.C.), considerato dagli storici uno dei più grandi della 18° dinastia, faceva parte degli iniziati che frequentavano le scuole di misteri dell’Egitto.

Alla sua epoca funzionavano in modo totalmente indipendente e adottavano regolamenti propri. Designato dai Kheri-Hebs a succedere al padre sul trono, Tutmosi III decise di raggruppare tutte queste scuole in un solo Ordine retto dalle stesse regole, al fine di farne una Fraternità Unica. Per la sua intelligenza e saggezza fu scelto come Gran Maestro, funzione che mantenne fino alla morte. Fu il primo sovrano a portare il titolo di “faraone”, cosa molto significativa sul piano mistico.

    Circa settant’anni più tardi, il faraone Amenhotep IV nacque nel palazzo reale di Tebe. Ammesso giovanissimo nell’Ordine fondato da Tutmosi III, ne divenne Gran Maestro e ne ristrutturò gli insegnamenti e i rituali. In un’epoca in cui il politeismo era diffuso su tutta la Terra, instaurò ufficialmente il monoteismo. Cambiò il proprio nome e si fece chiamare “Akhenaton” che significa “devoto di Aton”. Fu il promotore di una rivoluzione nel campo dell’arte e della cultura. Profondamente umanista, consacrò tutta la sua esistenza alla lotta contro le tenebre dell’ignoranza e alla propagazione degli ideali più elevati. Poco dopo la sua morte che avvenne nel 1350 a.C., il potente clero di Tebe ristabilì il culto di Amon, ma la sua opera apparteneva già alla storia.

Museo di Luxor: testa di Akhenaton(Akhenaton, assieme alla sua sposa Nefertiti, fondò la prima religione monoteista della storia. Scelse il disco solare per simbolizzare il Dio unico della sua comprensione)

L’estensione dell’Ordine in Occidente

    Dall’Egitto, l’Ordine si diffuse in Grecia grazie soprattutto a Pitagora (572-492 a.C.), poi nell’antica Roma sotto l’impulso di Plotino (203-270). All’epoca di Carlo Magno (742-814) fu introdotto, per merito del filosofo Arnaldo da Tolosa, in Francia, Germania, Inghilterra e Paesi Bassi. Nei secoli successivi gli Alchimisti e i Templari contribuirono alla sua estensione in Occidente e in Oriente. Poiché la libertà di coscienza era limitata, l’Ordine dovette nascondersi sotto nomi diversi e svolgere le sue attività nel segreto. Tuttavia non le interruppe mai perpetuando ideali e insegnamenti, partecipando in maniera diretta o indiretta all’avanzamento delle arti, delle scienze e della civiltà in genere, dichiarando sempre l’uguaglianza dei sessi e una vera fraternità tra gli uomini.

Una rinascita ciclica

    In alcune opere letterarie che trattano dell’Ordine Rosa-Croce, si fa riferimento a un personaggio chiamato “Christian Rosenkreutz” (1378-1484) come al fondatore della Fraternità dei Rosa-Croce. È errato. In realtà l’Ordine esisteva già da secoli, ma funzionava per cicli di attività di 108 anni, seguiti ogni volta da un uguale periodo di sonno. Quando era giunto il momento di procedere alla sua rinascita, venivano prese delle disposizioni per annunciare l’apertura di una “tomba” nella quale si ritrovava il “corpo” di un “Gran Maestro C.R.C.” con gioielli rari e manoscritti che autorizzavano gli autori della scoperta a procedere al suo risveglio per un nuovo ciclo di attività. Questo proclama era allegorico e le iniziali “C.R.C.” non si riferivano a una persona realmente esistita. Bisogna quindi considerare il leggendario Christian Rosenkreutz e la sua storia alla luce di queste spiegazioni.

    Nel XVII secolo l’Ordine raggiunse la sua fama più considerevole in seguito alla pubblicazione di tre Manifesti stampati in Germania e attribuiti erroneamente a Valentin Andreae (1586-1654). Si tratta della “Fama Fraternitatis”, della “Confessio Fraternitatis” e delle “Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz”, risalenti rispettivamente al 1614, 1615 e 1616. In realtà questi tre manifesti, che uniscono racconti storici e allegorici, furono redatti da un Collegio di Rosacrociani e segnarono l’inizio di un nuovo ciclo di attività per l’Ordine che si fece conoscere allora pubblicamente con il nome di “Ordine della Rosa-Croce”.

    Nel 1693, sotto la guida del Gran Maestro Johannes Kelpius (1673-1708), Rosacrociani provenienti da vari paesi d’Europa si imbarcarono per il Nuovo Mondo a bordo della “Sarah Maria”. All’inizio del 1694 sbarcarono a Filadelfia, dove si stabilirono. Qualche anno più tardi alcuni di loro si recarono nell’ovest della Pennsylvania dove fondarono una nuova colonia. Dopo aver istituito una propria stamperia, pubblicarono parecchi capolavori della letteratura esoterica e introdussero in America gli insegnamenti Rosa-Croce. Sotto il loro impulso, numerose istituzioni americane vennero alla luce e il mondo delle arti e delle scienze conobbe negli Stati Uniti uno sviluppo senza precedenti. Personaggi eminenti come Benjamin Franklin (1706-1790) e Thomas Jefferson (1743-1826) furono in stretto contatto con l’opera rosacrociana di questo paese.

Il ciclo attuale dell’A.M.O.R.C.

    Nel 1801, secondo le regole stabilite, l’Ordine negli Stati Uniti entrò in un periodo di sonno. Restava però attivo in Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Spagna, Russia e in Oriente. Nel 1909 Harvey Spencer Lewis (1883-1939), che da anni studiava l’esoterismo interessandosi in particolare alla filosofia rosacrociana, si recò in Francia per incontrare i responsabili dell’Ordine. Dopo aver affrontato numerosi esami e diverse prove, fu iniziato a Tolosa e ufficialmente incaricato di preparare la rinascita dell’Ordine in America.

    Quando tutto fu pronto per la rinascita, negli Stati Uniti venne pubblicato un Manifesto per annunciare il nuovo ciclo di attività dell’Ordine che venne allora chiamato “Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce” (A.M.O.R.C.). Nominato Imperator, Harvey Spencer Lewis sviluppò le attività dell’Ordine in America e incominciò a mettere per iscritto l’insegnamento rosacrociano utilizzando gli archivi affidatigli dai Rosa-Croce francesi. Dopo la seconda guerra mondiale questo metodo di insegnamento fu esteso al mondo intero. Così l’A.M.O.R.C. divenne il depositario dell’autentica Tradizione Rosa-Croce in tutti i paesi dove poteva esercitare liberamente le sue attività.

    Attualmente il francese Christian Bernard, eletto all’unanimità dai membri del Consiglio Supremo alla funzione di Imperator, ha la più alta responsabilità dell’A.M.O.R.C. A questo titolo è il garante delle attività rosacrociane per tutti i paesi del mondo, assistito in questo dai Gran Maestri.

Ritratto di Sir Francis Bacon(Francesco Bacone – Sir Francis Bacon – filosofo e uomo di stato inglese del XVII secolo, fu Imperator dell’Ordine della Rosa-Croce. Autore della “Nuova Atlantide”, a lui i Rosacrociani attribuiscono le opere di Shakespeare)

L’INSEGNAMENTO DELL’A.M.O.R.C.

    L’insegnamento non è opera di una persona, ma di un gran numero di Iniziati che si sono succeduti attraverso i secoli. Risulta dal lavoro che i mistici hanno sempre svolto per penetrare i misteri dell’universo, della natura e dell’uomo, fin dalla più remota Antichità. Come abbiamo affermato precedentemente, ha la sua fonte nell’eredità sacra che l’A.M.O.R.C. ha ricevuto dalle scuole di misteri dell’antico Egitto, soprattutto durante la 18° dinastia.

    Ai nostri giorni l’esistenza di queste scuole è riconosciuta dalla maggior parte degli storici e degli egittologi.

    Alle conoscenze perpetuate dai saggi dell’antico Egitto, si sono aggiunti i concetti filosofici dei grandi pensatori dell’antica Grecia e, alcuni secoli più tardi, di quelli del neoplatonismo. Poi la gnosi segreta fu arricchita dai precetti degli alchimisti rosacrociani del Medioevo. Eminenti personaggi vissuti in epoche meno lontane hanno precisato e sviluppato alcuni aspetti dell’antico retaggio. Per citare solo alcuni nomi, personalità come Dante Alighieri, Pico della Mirandola, Leonardo da Vinci, Cornelio Agrippa, Paracelso, Francesco Rabelais, Giordano Bruno, Francesco Bacone, Jakob Bòhme, Cartesio, Isacco Newton, Goffredo Leibniz, Beniamino Franklin, il conte di Saint-Germain, Cagliostro, Louis-Claude de Saint-Martin, Michael Faraday, Giulio Verne, Giuseppe Mazzini, Claude Debussy, Eric Satie, sono stati membri dell’Ordine o in diretto contatto con esso.

    Dal 1909, inizio del ciclo attuale dell’A.M.O.R.C., altri Rosacrociani, eminenti autorità in vari campi del sapere, hanno dato il loro contributo all’insegnamento dell’Ordine. Tra essi troviamo quelli che hanno svolto o svolgono ancora delle funzioni in seno all’A.M.O.R.C. e membri che come fisici, chimici, biologi, medici o filosofi, lavorano costantemente per l’arricchimento culturale della Conoscenza rosacrociana. Precisiamo “culturale” perché la dimensione spirituale della Tradizione iniziatica dell’A.M.O.R.C. è ciò che è sempre stata e sempre resterà.

    Ai nostri giorni l’insegnamento rosacrociano è diviso in dodici gradi e si presenta sotto forma di monografie inviate mensilmente ai membri dell’A.M.O.R.C. Ogni invio ne comprende quattro. Per quanto possibile devono essere studiate una alla settimana. Una monografia contiene da cinque a dieci pagine circa. L’elenco dettagliato dei soggetti studiati nell’Ordine sarebbe veramente troppo lungo per essere riportato in questa sede. Quindi diamo soltanto un breve excursus dei soggetti trattati nei primi nove gradi.

Il contenuto dell’insegnamento rosacrociano

– Il primo grado è un’esposizione delle leggi fondamentali che reggono il macrocosmo e il microcosmo. Costituisce una sintesi di ciò che i mistici del passato, in particolare i filosofi dell’antica Grecia, hanno insegnato riguardo alle vibrazioni dell’Etere e la struttura atomica della materia. Tale sintesi include i dati scientifici più recenti in questo campo.

– Il secondo grado è dedicato alle leggi della coscienza. Le sue fasi oggettiva, soggettiva e subcosciente vengono studiate in modo approfondito permettendo così una comprensione chiara di quanto gli psicologi insegnano riguardo alle facoltà mentali. Le nozioni sono trattate dal punto di vista della filosofia rosacrociana e, di conseguenza, danno luogo a spiegazioni che trascendono il campo della psicologia.

– Il terzo grado tratta le leggi della vita. Viene dimostrato che queste leggi manifestate sulla Terra traggono origine da un’energia cosmica chiamata Forza Vitale. Viene anche spiegato che i regni minerale, vegetale, animale e umano, costituiscono una catena naturale che l’Intelligenza Divina utilizza per raggiungere lo scopo che si è prefissata, ossia l’evoluzione della coscienza. Dopo aver definito i criteri comuni a tutte le creature viventi si giunge allo studio della vita umana.

– Il quarto grado è interamente basato su un antichissimo manoscritto tratto dagli archivi dell’A.M.O.R.C. Riferendosi ai concetti in esso espressi, costituisce una sintesi dei tre gradi precedenti e tratta soggetti filosofici particolarmente ispiranti. In questo grado sono esposte le leggi principali dell’Ontologia rosacrociana e i principi mistici che uniscono in un tutto coerente materia, coscienza e vita.

– Il quinto grado consiste in un’esposizione unica sulla vita e l’opera dei maggiori filosofi dell’antica Grecia come Talete, Pitagora, Platone, … Il suo scopo è familiarizzare lo studente Rosacrociano con l’insegnamento dei Saggi dell’Antichità greca e i precetti filosofici e scientifici che hanno trasmesso all’umanità. Precisiamo che tutte le monografie di questo grado sono tratte dagli archivi dell’Ordine e si riferiscono a fatti sconosciuti agli storici.

– Il sesto grado è dedicato alla terapeutica rosacrociana. Presenta in modo semplice ma esauriente le principali funzioni del corpo umano, includendo in questo studio un gran numero di regole da seguire per mantenersi in buona salute. La grande originalità di questo grado consiste nello studio dei principi mistici usati da secoli dai Rosacrociani per alleviare e guarire numerose affezioni. Tali principi fanno parte del retaggio trasmessoci dagli Esseni i quali erano esperti guaritori.

– Il settimo grado si riferisce al corpo psichico dell’uomo e alle funzioni che gli sono proprie, tra le quali la proiezione psichica (viaggio astrale). Questo grado comprende anche uno studio approfondito dell’aura umana e dei centri psichici, la maggior parte dei quali corrisponde ai “chakra” delle tradizioni orientali. Segue un esame approfondito dei suoni vocali tradizionali (i mantra) e dell’influenza fisica, psichica e spirituale che esercitano sull’uomo.

– L’ottavo grado è filosofico poiché tratta essenzialmente delle origini dell’uomo e del suo destino. Vi si studiano, di conseguenza, soggetti che riguardano direttamente la sua evoluzione spirituale. Tra questi: il concetto di Dio, l’Anima Universale, l’anima umana e il suoi attributi, il pre-vita, il mistero della nascita, l’applicazione del libero arbitrio, il karma e il modo di padroneggiarlo, il mistero della morte, il dopo-vita, la reincarnazione, l’assistenza ai morenti, il potere della preghiera…

– Il nono grado è consacrato allo studio del simbolismo tradizionale e dei relativi principi mistici. Inoltre i Rosacrociani vengono iniziati a facoltà legate all’anima e che permettono all’uomo di trarre profitto dalla sua natura divina. Precisiamo che queste facoltà non hanno alcun legame con la magia, la teurgia o la taumaturgia, ma fanno appello a leggi spirituali che i Rosa-Croce hanno sempre messo al servizio del Bene. Rientrano piuttosto nell’ambito dell’attuale “parapsicologia”.

    In virtù di una regola tradizionale, non sveleremo il contenuto del decimo, undicesimo e dodicesimo grado. Precisiamo che fin dall’inizio degli studi, l’insegnamento rosacrociano, oltre ai temi citati, comporta delle esperienze consacrate all’apprendimento di tecniche mistiche fondamentali quali la concentrazione, la visualizzazione, la meditazione, l’alchimia spirituale.

    Un Tempio Rosa-Croce

    (Nelle Logge dell’A.M.O.R.C., che sono in genere di stile egizio per tramandare le origini tradizionali dell’Ordine, vengono conferite le iniziazioni rosacrociane)

    L’INIZIAZIONE ROSACROCIANA

    Ogni grado dell’insegnamento rosacrociano è preceduto da una monografia speciale consacrata a un’iniziazione che il membro è invitato a effettuare a casa propria. Oltre a questa iniziazione individuale può recarsi in una Loggia dell’A.M.O.R.C. e partecipare a una cerimonia collettiva che costituisce una preparazione simbolica al grado da studiare. Tale cerimonia, che riunisce vari candidati, si svolge in tutta la sua purezza tradizionale e si ispira a riti effettuati nelle scuole di misteri dell’Antichità. Benché facoltativa, presenta un grande interesse sul piano interiore.

    Senza entrare in considerazioni mistiche che non possiamo sviluppare nel quadro di questo scritto informativo, diremo semplicemente che lo scopo di tutte le iniziazioni rosacrociane è rivelare ai membri un nuovo aspetto della Tradizione Rosa-Croce permettendo loro di prendere maggiormente coscienza della loro anima. Precisiamo che non hanno nulla a che vedere con le pratiche occulte poiché l’A.M.O.R.C. non le ha mai insegnate né approvate. In genere consistono in rituali di grande profondità filosofica e simbolica.

    L’iniziazione rosacrociana non si limita alle cerimonie puntuali che precedono ogni grado. Si tratta in realtà di un processo che continua interiormente per tutta la durata dell’affiliazione all’Ordine. Il suo impatto spirituale è proporzionale all’impegno che ogni Rosacrociano mette nello studio e nell’applicazione dell’insegnamento che gli viene trasmesso. Nell’assoluto permette di raggiungere lo stato di Rosa-Croce, chiamato “stato cristico” nella tradizione cristiana, ma che si può anche chiamare “stato buddhico”. Il Rosacrociano che abbia raggiunto questo stato può essere considerato un vero Iniziato.

Manifesto della F.U.D.O.S.I.

    (Questo manifesto fu firmato a Bruxelles nel 1934 dai più alti responsabili della F.U.D.O.S.I., Federazione Universale degli Ordini e Società Iniziatiche. Stabiliva che l’A.M.O.R.C. è la sola Organizzazione tradizionale e iniziatica  a perpetuare l’eredità dell’autentica Tradizione Rosa-Croce)

    L’ATTUALE ORGANIZZAZIONE

    DELL’ A.M.O.R.C.

    L’Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce è attualmente presente in tutto il mondo e costituisce di conseguenza una Fraternità internazionale. Comprende parecchie giurisdizioni ciascuna delle quali riunisce tutti i paesi della stessa lingua al di là delle frontiere. Esiste così una giurisdizione per i paesi di lingua francese, giapponese, greca, inglese, italiana, nordica, olandese, spagnola, tedesca, ecc. La sede di ogni giurisdizione, tradizionalmente chiamata “Grande Loggia”, è diretta da un Gran Maestro eletto con un mandato di cinque anni.

    Nel suo insieme l’A.M.O.R.C. è diretto da un Consiglio Supremo composto dai Gran Maestri di tutte le giurisdizioni. Questo Consiglio è posto sotto l’autorità e la presidenza dell’Imperator, titolo tradizionale e simbolico che designa il più alto responsabile dell’Ordine. In quanto tale è il garante della Tradizione rosacrociana e sovrintende alle attività amministrative e mistiche di tutte le Grandi Logge. Come ogni Gran Maestro, viene eletto a questa funzione per una durata di cinque anni.

    L’A.M.O.R.C. è dunque mondiale e i suoi dirigenti, di qualunque nazionalità siano, svolgono le attività rosacrociane non come cittadini di questo o quel paese, ma come responsabili di un’Organizzazione mistica le cui attività si estendono al mondo intero. In altre parole, tutte le giurisdizioni riunite formano l’Ordine nel suo insieme e operano in una unità perfetta al servizio di uno stesso ideale, quello della Rosa-Croce. Ne risulta che non vi è obbedienza in seno all’A.M.O.R.C., poiché tutti i Rosacrociani del mondo possiedono le stesse prerogative e ricevono lo stesso insegnamento.

    In ogni giurisdizione i Rosacrociani che lo desiderano possono riunirsi negli Organismi locali che, secondo le attività svolte, hanno il nome di “Loggia”, “Capitolo” o “Pronaos”. Questi organismi operano sotto la responsabilità e l’impulso della Grande Loggia alla quale fanno capo. In generale servono da cornice a incontri fraterni e a lavori che completano lo studio individuale dell’insegnamento scritto dell’Ordine. In questo perpetuano l’aspetto orale della Tradizione Rosa-Croce. Precisiamo inoltre che nelle Logge vengono conferite le iniziazioni rosacrociane.

    Per consentire ai membri che lo desiderano di incontrarsi, l’Ordine organizza dei Convegni mondiali, nazionali o regionali. Secondo il caso, riuniscono Rosacrociani venuti dal mondo intero o residenti in un determinato paese. Comunque sia, danno luogo ad attività culturali e spirituali durante le quali vengono presentati ai partecipanti degli esposti scientifici e filosofici. Non sono naturalmente obbligatori, essendo ogni membro libero di parteciparvi o meno.

    Parallelamente all’insegnamento mistico che mette a disposizione dei membri, l’Ordine possiede una Università interna conosciuta con il nome di “Università Rosa-Croce Internazionale” (U.R.C.I.). Formata essenzialmente da Rosacrociani, effettua ricerche in campi diversi come l’astronomia, l’egittologia, la medicina, la musica, la psicologia, le scienze fisiche e le tradizioni esoteriche. In genere il risultato di queste ricerche viene comunicato solo ai membri dell’Ordine. L’ U.R.C.I. organizza comunque anche conferenze e seminari aperti al pubblico.

    LO STATUTO DELL’ A.M.O.R.C.

    Per definizione, l’A.M.O.R.C. è un’Organizzazione filosofica, iniziatica e tradizionale che perpetua nel mondo moderno l’insegnamento che gli Iniziati si sono trasmessi attraverso i secoli fin dalla più remota Antichità. Non essendo una religione, riunisce membri appartenenti a tutte le confessioni religiose e lascia a ciascuno la possibilità di seguire liberamente il credo di sua scelta. È totalmente apolitico e ciò spiega perché i Rosacrociani provengono da tutti gli ambienti socio-culturali. Naturalmente non è una setta e non è mai stato classificato tale nei rapporti ufficiali pubblicati al riguardo. È privo infatti di ogni settarismo e ha sempre fatto della libertà di coscienza il fondamento della sua filosofia.

    In tutti i paesi del mondo, l’A.M.O.R.C. è riconosciuto come un’Organizzazione senza scopo di lucro. Non ha infatti carattere commerciale. In virtù di questo principio l’insegnamento rosacrociano non viene venduto sotto forma di libro e non può essere in alcun modo acquistato. Come ogni Organizzazione fraterna e culturale, l’Ordine deve sopperire ai propri bisogni e lo fa grazie alla quota annuale versata dai membri. Nonostante le spese considerevoli per l’insegnamento individuale loro dispensato (segreteria, informatica, invii postali, stampa, ecc.), questa quota annuale è molto ragionevole. È tra le più modiche fissate per un movimento filosofico e tradizionale di questo tipo. Inoltre può essere versata semestralmente.

    IL MOTTO DELL’A.M.O.R.C.

    “La più ampia tolleranza nella più rigorosa indipendenza” è il motto dell’A.M.O.R.C. Infatti non è legato a nessuna Organizzazione, eccetto l’Ordine Martinista Tradizionale, movimento filosofico con sede presso la Grande Loggia di Milano, che perpetua l’insegnamento di Louis-Claude de Saint Martin, grande filosofo del 18° secolo. L’Ordine della Rosa-Croce, attento a preservare la propria indipendenza, si mostra tollerante verso tutti gli altri movimenti, poiché il suo ruolo non è giudicarli o criticarli, ma trasmettere il suo insegnamento a coloro che cercano la Conoscenza.

    Il motto che l’A.M.O.R.C. applica nei confronti degli altri movimenti, si ritrova nella natura stessa del suo insegnamento. In altre parole, è spoglio di ogni dogma e non comporta alcun credo settario. Così il rosacrociano, fin dall’inizio della sua affiliazione, è invitato a rimanere un punto interrogativo vivente in rapporto alla conoscenza che gli viene trasmessa. È libero di rifiutare i principi contrari alla propria comprensione personale e quelli che non incontrano la sua approvazione. Scopo del rosacrocianesimo è infatti indurre i membri a porsi delle domande piuttosto che fornire delle risposte categoriche sui vari argomenti. Questo approccio coltiva uno spirito tollerante e pone le basi di una personalità indipendente nella scelta delle proprie convinzioni filosofiche.

    In accordo con il motto, uomini e donne godono di una condizione di totale uguaglianza all’interno dell’Ordine. Come nei cicli anteriori, anche oggi non esiste nell’A.M.O.R.C. segregazione o discriminazione in materia di sesso, razza, nazionalità o religione.

    L’AMMISSIONE ALL’A.M.O.R.C.

    Le qualità richieste per essere ammessi nell’A.M.O.R.C. sono molto semplici: essere interessati al misticismo e aver raggiunto la maggior età. I minori, che abbiano compiuto almeno 15 anni, possono essere accettati con l’autorizzazione dei genitori.

La candidatura individuale

    Qualora dopo aver letto questa pubblicazione, sentiste il desiderio di diventare membri dell’Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce e condividere il suo insegnamento filosofico, iniziatico e tradizionale, vi invitiamo a scrivere alla sede di Milano per ricevere una domanda di affiliazione all’A.M.O.R.C. Dopo averla compilata, sarà sufficiente rinviarla accompagnata dal diritto d’entrata e dalla quota.

I membri associati

    Se un vostro congiunto, membro della vostra famiglia o amico, domiciliato al vostro stesso indirizzo, desidera diventare Rosacrociano, avete la possibilità di affiliarvi come membri associati. In tal caso sarete entrambi considerati membri dell’Ordine a pieno titolo, ma riceverete un solo invio di monografie e generalmente una sola copia di tutto ciò che viene inviato nell’ambito dell’affiliazione all’A.M.O.R.C.

    Il vantaggio di un’affiliazione associata sta nell’ammontare della quota che è molto meno elevata di quella di due membri individuali. È frequente però che amici, membri di una stessa famiglia o congiunti, preferiscano affiliarsi individualmente per disporre con maggiore libertà dei documenti inviati e poterli studiare nelle migliori condizioni.

    Nel caso desideraste affiliarvi con un’altra persona come membri associati, compilate una domanda di affiliazione ciascuno e inviatela insieme a Milano, allegando una lettera che spieghi il vostro desiderio di essere membri associati. In essa precisate a chi dovranno essere inviate le monografie, perché nell’eventualità di una separazione, al destinatario ne spetterà la custodia. Inoltre, non dimenticate di accludere il versamento dei due diritti di entrata e la quota di membri associati.

    Se, dopo essere stata esaminata, la vostra domanda viene accettata, riceverete la tessera di membro e poco dopo il primo invio di monografie. Così comincerà per voi uno studio che, secondo la vostra motivazione e perseveranza, potrà durare tutta la vita. Nel caso la vostra candidatura fosse rifiutata, il versamento del diritto d’entrata e della quota vi sarà restituito.

Una totale libertà

    Ci sembra importante insistere sul fatto che un Rosacrociano può, in ogni momento e senza alcuna riserva, porre fine alla propria affiliazione. In tal caso gli viene semplicemente richiesto di restituire alla sede della sua giurisdizione tutte le monografie ricevute in quanto proprietà legale e morale dell’Ordine. È il solo obbligo cui si deve sottostare in caso di dimissioni. Tuttavia di rado viene presa tale decisione dopo aver studiato soltanto per qualche mese l’insegnamento rosacrociano. L’esperienza prova infatti che esso costituisce una fonte di benessere inestimabile e permette di comprendere meglio il senso del destino umano.

    Nei secoli passati, l’Ordine della Rosa-Croce era considerato, giustamente, una società segreta. Se esce dalla sua discrezione, lo fa perché il contesto mondiale lo necessita. I suoi dirigenti e membri, infatti, sono convinti che l’epoca attuale è determinante per il genere umano. Come dice André Malraux in una frase divenuta celebre, “Il ventunesimo secolo sarà spirituale o non lo sarà affatto”, nel senso che l’umanità sopravviverà solo se si libera del materialismo eccessivo nel quale si è immersa e dà una direzione spirituale al suo avvenire. Per questo l’A.M.O.R.C. compie degli sforzi per sensibilizzare il mondo al misticismo e presentare l’insegnamento tradizionale e iniziatico, che mette a disposizione di tutti coloro che sono alla ricerca di maggior Luce.

    Prima di concludere e lasciarvi meditare sul seguito che conviene dare a questa pubblicazione, insistiamo sul fatto che il misticismo rosacrociano non è una via facile e si rivolge unicamente ai ricercatori sinceri. La Rosa, infatti, non è senza spine e la Croce è talvolta difficile da portare. In altri termini, non pensate che un’affiliazione all’A.M.O.R.C. farà di voi un Maestro in pochi mesi o vi preserverà dalle prove dell’esistenza umana. Il sentiero che porta alla Conoscenza è sempre stato arduo, tortuoso e pieno di ostacoli. Tuttavia esiste e può essere intrapreso da chiunque aspiri a elevarsi verso una migliore comprensione delle leggi che reggono il proprio destino. Si tratta, innanzitutto, di una questione di motivazione interiore fondata sul desiderio sincero di vivere in armonia con se stessi e con l’ambiente.

Simbolo ufficiale dell’Ordine

    L’Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce viene chiamato anche “Ordine della Rosa-Croce A.M.O.R.C.”. Denominazione usata per associare con uno stesso vocabolo il nome tradizionale dell’Ordine e la sigla con la quale è conosciuto nel mondo dal 1909, inizio del suo ciclo attuale di attività. Entrambi gli appellativi designano dunque la stessa Organizzazione.

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ARTE E LIBERA MURATORIA: ASPETTI COMUNI.

ARTE E LIBERA MURATORIA: ASPETTI COMUNI.

( breve riflessione in occasione della relazione di Maurizio Vanni – Piombino 04/01/2024 )

Volevo complimentarmi per la bellissima e interessantissima relazione del Fratello  Maurizio Vanni e per la grande intuizione, da parte di chi ha organizzato questo incontro, per aver correlato l’”arte” alla “Libera Muratoria”…complimenti davvero!

Oggi assistiamo ad un forte impoverimento del senso religioso, e specialmente ad un dimagrimento della pratica religiosa ( non solo in Italia ma nel mondo); anche se era stata annunciato già da tempo (basti pensare al Concilio Vaticano II che si è svolto sessanta anni fa ( 1962/1965) e a tutte le problematiche che sta affrontando i’attuale Sinodo.

Il senso religioso è stato travolto dalla secolarizzazione … dalla crescita inarrestabile della scienza e dalla tecnologia .

In realtà nonostante queste considerazioni la necessità di possedere una dimensione SPIRITUALE…TRASCENDENTALE nell’uomo post- moderno sta crescendo !

Io credo che l’Arte a parità della Libera Muratoria siano, oggi, più di sempre il rifugio dello Spirito.

Entrambi sono luoghi misteriosi, con una forte funzione simbolica … perché entrambi emettono messaggi basati sul simbolismo.

Entrambi sono dei catalizzatori della dimensione spirituale proiettata su una traiettoria di eternità… il loro linguaggio è in “sub specie aeternitatis”…tutto in questi ambiti si colora di eterno.

Sono entrambi – sia l’Arte che la Libera Muratoria- luoghi di “ Culto Laico”. ……spazi in cui ciascuno l, con la propria sensibilità, è stimolato- perché qui trova la TENSIONE Ideale – a porsi delle domande : sull’uomo l, sulla società, sull’oltre…per comprendere il mondo che ci circonda.

Luoghi in cui ciascuno può trovare risposte – che la scienza e la tecnica non sono in grado di definire o dare!

Luoghi ( l’arte e la Libera Muratoria) che servono a tenere sveglia, a provocare, a stimolare, la COSCIENZA dell’uomo…perché la “bellezza” non è esterna, ma è nell’ interiorità o nella coscienza o nell’anima dell’uomo!!!

Noi uomini Libero Muratori siamo “ Ricercatori di Spiritualità … ricercatori del SENSO PIÙ PROFONDO della Vita “ !!

Claudio SPINELLI

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UN PERCORSO INIZIATICO NELLE FIABE E NEI RACCONTI: ANCHE PINOCCHIO . . .

Un percorso iniziatico nelle fiabe nei racconti: anche Pinocchio…

di

Donatello Viglong

Fernando erempesti, autore di un saggio/introduzione al Pinocchio da lui curato nel 1972, fa risalire il dialogo del Collodi a quello del teatro popolare toscano ed in particolare alla maschera di Stenterello; rileva anche ne Le avventure di Pinocchio una stesura non unitaria, ma tre distinti momenti tra loro intervallati, con un forte stacco tra il primo e il secondo tempo…tna lo stacco è sensibile anche _fra il secondo e il terzo tempo!,• fatto che nulla toglie all’unitarietà del racconto che anche per il Tempesti.. .piace, malgrado – o appunto – per il suo non proprio per i bambini. e poco confessabile, nwdello; e il suo autore si gode la libertà…che probabilnwnte lo faceva qualche volta inwallidire nel timore che il suo contrabbando formale…fosse scoperto e interpretato per quello che era, l’intrusione dellaforma essenziale di un personaggio non per bambini in un giornale per bambini… Una libertà non di tutto riposo…piacevole ma poco tranquilla, che qli mette una gran.fretta di finirla, di concludere ed inwiccare il suo burattino, per scrivere, se non altro, la parolàJïné…Ma l’editore Guido Biagi insistette con la complicità dei piccoli lettori e quando riprese il racconto …Collodi non distrusse la fornia, la struttura base del suo personaggio, semplicemente aumentò i cenci favolistico-pedagogici del suo travestirnento, lo_fëce ancora più travestito che non fosse prilna… Scrive Pietro Citati (la Repubblica,  ‘Minuzzolo’ e le traduzioni delle fiabe siano deliziosi, niente, in questi libri, preannuncia lo scoppio iynprovviso e grandioso di genialità chefa di Pinocchio il terzo libro di prosa del nostro Ottocento, dopo ì Promessi Sposì e léOperette moralì. Corne Carlo Lorenzini, colle sue bombette, i toscani, le pistole contro i ladri e il fazzolettone rosso per la spesa, abbia potuto scrivere ‘Pinocchio’ resta, in buona parte, un mistero. Sappiamo quando lo scrisse…perché uno dei libri più felici e ariosi di ogni tempo non nacque dall’ispirazione feconda di un grande scrittore a puntate, come Dunzas e Dickens, ma da una ispirazione intermittente, che si interruppe e si arrestò più volte. L’unica cosa certa è che Collodi non era solo. Aveva letto l”Odisseà, ‘Gli uccellì di AristQfane, Apuleio, la ‘Storia vera’ di Luciano, le favole francesi, ‘Le avventure di Robinson’, ‘I viaggi di Gulliver’, e con l’aiuto di questi libri è possibile scrivere qualsiasi raccontofantastico… libro inspiegabile: nato per metà dal calcolo accurato di un artigiano meticoloso, e per l’altra dall’ispirazione inzprevedibile che scende dai campi misteriosi della Favola… Ma quel…Collodi non era solo può far pensare ad un lavoro di gruppo, di una equipe…La loggia? Un pensiero anche di Nicola Coco e Alfredo Zambrano. Nel loro Pinocchio e i sinzboli dellàGrande Operà  si riallacciano alla affermazione di Roberto Calass03 : Un libro iniziatico? Chiunque sperimenti qualcosa, senza saperlo si inizia. E poi i libri iniziatici sono quelli che hanno maggiore diffusione: si pensi allàBibbià ed àPinocchiò per sottolineare come le Avventure non possano non essere considerate diversamente da un ‘viaggiò in altra dùnensione esistenziale o

come unàvià di iniziazione intesa nella sua portatàoperativà…Uno studio che è analisi minuziosa ed approfondita delle Avventure con richiami antropologici-culturali, alchemici, al simbolismo tradizionale, alla libera muratoria: un testo da leggere per rivivere quel capolavoro letto ed ascoltato nell’infanzia senza andare oltre al senso esteriore della favola e, al più, al significato letterale. Leggere quelle pagine e capire, vivere il percorso iniziatico del burattino Pinocchio. …Rivisto da un’angolazione realmente alternativa e sulla scorta di un complesso lavoro esegetico sul inito, sulla ritualità e sulla simbologia, il capolavoro collodiano – laudato e chiosato da generazioni di commentatori – acquista tutt’altra significatività e..fòrs’anche dinzensione. Ma poi, léAvventuré distillate sul periodicòGiornale per i bambinì, appartengono veramente ad un’unica mano, o piuttosto si collocano a livello esponenziale di un circolo, di un cenacolo, di una catena di iniziati?

 La balena: La grande balena spruzza leggende  …dalla tradizione biblica alla mitologia classica, dai bestiari alle favole dei santi del Medioevo è un proliferare di miti e saghe sul più grande mammifero della tà

terra…L’awentura di Giona, l’incontro di Pinocchio, i duelli di Moby Dick: ln nei libri che formano la cultura occidentale a cetacei e capodogli spetta un la posto d’onore…

Da Esopo a Fedro, a La Fontaine 5 (si ispirò principalmente ad Esopo 11 del quale scrisse una biografia fantastica, premessa all’opera; si ispirò an che a Fedro, Orazio e Rabelais. L’intento dichiarato, ma non sempre rag giunto, fu moralistico; nelle favole rappresento la vita umana con al centro  dell’attenzione la società francese del tempo), si rincorrono i valori moralistico-simbolici attribuiti agli animali, tra cui la balena, ma anche il cane (Anubis, Cerbero…Associato alla morte, agli inferi, al mondo sotter-

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raneo, ai regni invisibili: guardiano dell’oltretomba e guida alle anirne dei n morti…) Indubbiamente i personaggi, gli animali, gli ambienti che animano le fiabe hanno un riscontro con un’simbolò: i nani, per esempio, legati li alle grotte, alle caverne nei fianchi delle montagne, accompagnano spesso le fate (signore della magia, simbolo dei poteri dello spirito e delle capacità  d’immaginazione…dall’apparenza aerea), personificano le manifestazioni incontrollate dell’inconscio e sono considerati invulnerabili, irresponsabili ed ascoltati come dei folli che rivelano un mondo sconosciuto…ll principe rappresenta la promessa di un superiore potere, la preminenza fra i suoi  simili: il principe azzurro che risveglia la principessa addormentata nel bosco, esprime le virtù regali allo stato adolescenziale ed a lui è legata l’idea di giovinezza e splendore… Un caso a parte il principe delle tenebre, Lucifero… I colori…ll bianco, con il suo contrario, il nero si pongono alle estremità della scala cromatica: sono sempre presenti nelle fiabe ed ognuno ha una sua  ragione, motivazione e significato simbolico: il viola è il colore della tempe

ranza (XIV arcano dei Tarocchi), composto in uguale proporzione dal ros so (colore del fuoco e del sangue strettamente legato al principio della vita)  e dall’azzurro, il colore più profondo, più immateriale, presente nella natu ra come trasparenza, fatto di vuoto: vuoto dell’aria, vuoto dell’acqua…Sono,  queste, alcune concatenazioni, parallelismi, collegamenti tra i simboli, le fiabe e la vita quotidiana con le sue. credenze, almeno nella stagione arcai ca, l’epoca d’origine dei racconti popolari.

 Anche Severino Boezio confrontò animali e uomini che si sono allon tanati dalla via del bene. Il simbolismo atfribuito agli animali si differenzia secondo le epoche ed i paesi: ma sempre risponde alla necessità di facilitare la comprensione della morale religiosa: per quanto si riferisce alla balena, questa occupa un ruolo ragguardevole ed incarna spesso la mostruosità piùoscena e terrorizzante. Ed a Boezio fa riferimento l)ante…Ma se i filologi avesser dato orecchio principahnente a l)ante, costui gli avrebbe menati dritto dritto a Boezio, e questi alle scuole dé misteri platonici e della filosofia occulta.

Non è casuale il richiamo alla Conznzedia dantesca: c’è un parallelismo a distanza di secoli tra Dante e Collodi. Intorno al primo non è ancora placata la polemica tra i sostenitori della tesi che vuole Dante ed i Fedeli d’Amore cantori di fanciulle reali, in carne e ossa, vale a dire una eccelsa poesia cristiana e basta e Ugo Foscolo, Gabriele Rossetti, Giovanni Pascoli, Luigi Valli e tanti altri ancora che sostengono essere quella poesia che s’asconde sotto il velame, messaggio iniziatico a sfondo politico-riformatore. Dante iniziato e Dante cantore di Santa Romana Chiesa.

Collodi…Pinocchio… E’ un riformista, secondo il professor Vittorio Frosini 8 per il quale…Con la storia Clel Burattino, Collodi addita i nzali del tenzpo e quindi i rinzedi, di foggia moralistica. Come è ovvio per un mazziniano. Sbaglia chi – è accaduto in Italia e in Urss – leggéPinocchiò in chiave rivoluzionaria. Il libro 171ira a correggere l’Italia difine Ottocento, non a ribaltarla, a rifondarla…

E dagli con Pinocchio! Da mazziniano a cattolico. Così laici e cattolici vogliono appropriarsi del Pinocchio-pensiero, Biffi, Pinocchio e la Cristianità, Pinocchio? Un’fratellinò della Loggia di Firenze. Da una parte Giacomo Biffi, Cardinale di Bologna

1993, aprile: ad Aosta, in una conferenza sul capolavoro del Collodi afferIna: …L’incredibile successo di Pinocchio non si può accordare con l’interpretazione moralistica che lo assimilerebbe alle stucchevoli letture educative dell’Ottocento.. .Se questafosse l’anima dell’opera, probabilnzente non avrebbe oggi più lettori di quanti non ne abbianòl doveri dell’ucmnò di Mazzini in aperta polemica con il prof. Giovanni Spadolini, storico, politico di dichiarata fazione, senatore; 1998, agosto: ripubblica negli Oscar, un’librettò Contro Maestro Ciliegia. Conunent() Teologico alle Avventure di Pinocchio (Jaca Book Editrice, Milano 1977) : singolare interpretazione in chiave teologica del racconto: capitolo per capitolo il Cardinale evidenzia affinità e concetti della predicazione del clero che il Collodi, certamente a sua insaputa, ha celato nel capolavoro: l’opera di Collodi contiene cioè un messaggio positivo che è quasi un quinto vangelo… Chi ha mai negato i contenuti altamente morali racchiusi nelle Avventure? Ma è sicuro il Cardinale Biffi che Collodi/ Lorenzini, laico e Libero Muratore (come sembra certo) non avesse coscienza di quanto scriveva… Opinione che lascia sconcertati…Non è che il Cardinale, la Chiesa vogliano appropriarsi, far loro Collodi, laico (e religioso) così come in passato è accaduto per la Comnzedia di Dante, altro spirito laico e religioso?). 238 pagine, il Connnento teologico del Cardinale Biffi, da lui definito libretto e piccolo seme di libertà nel Comnliato a cui segue una Postilla su Il caso Pinocchio e del suo autore. La verità oltre le ideologie, postilla che sembra riassumere il pensiero dell’autore di questa interpretazione che se non’strumentalizzatà è’asservità al dogmatismo della Chiesa, sul quale fa adagiare, con stringente, ma non senipre scorrevole ragionamento, momenti della vita di Lorenzini/Collodi e capitoli od episodi delle Avventure. Una chiave di lettura che non lascia dubbi sulla volontà dell’autore di dimostrare infondate e di parte le altre non poche letture dalle quali il Cardinale Biffi vorrebbe differenziarsi in virtù dellàpredestinazioné a lui riservata sin dal 7.12.1935, ricorrenza di Sant’Ambrogio, giorno in cui il padre gli fece dono delle Avventure…iï primo libro della niia vita… quasi a riconoscere in ,fòrma per così dire ufficiale la 771ia capacità di leggere recente,rnente acquisita…Doveva avere non più di sette/otto anni il poi Cardinale Biffi visto che camminava…la nuzno nella sua 

mano ruvida e forte di suo padre. Poi…Un giorno non databile del giovinezza, mi apparve la luce…Sotto il velame della fiaba, trasparii dottrina nitida e definita…Quanti anni aveva allora Giacomo Biffi •gic Quanti anni di studi in seminari ed istituti chiesastici o Inonacali ad unic rizzo di studi aveva frequentato? Era forse già sulla viàpredestina cardinalato? COI mnent() teoloaico, il significato ed il contenuto sono chi mi: interpretazione di parte, come altre, alla quale i media hanno dato ir to risalto essendo l’autore principe di santa romana che vale anche per l’altra parte: il Senatore Spadolini. storico, •firma’ di

dente del Senato: personaggio di richiamo per i media:

da tempo, anche in contributi giornalistici (La Stcnnpa, 6.2.199(): Cc prQfeta triste dellltaliànwdernà ed altrove) sosteneva la tesi di un Pino [che] offre uno spaccato della società italiana in via di costruzione che da una finalità ideale, tipicarnente mazziniana, di una società miglior morale del Collodi è la morale deìDoveri dell’uomò. làredcnzioné opera. un burattino che diventa uomo è la redenzionélaicà di chi si appoggic proprie forze e fa leva sul libero arbitrio. (nell’Autunno del Risorgim aveva collocato il*falegname letterariò fra glìlmmortali d’Italià per l’oper( trova le vie del cuore…che nasce da una vita smagata, di delusion patimenti. L’antico rnazziniano del’48 non si riconosce nell’Italia dei p anni del regno, così incerta e malferma, gravata da tante ingiustizie. E il libro nasce da un amore per la patria che si fonde – vorrei rnazzinianamente – con l’anwre per l’umanità…E altrove (La Stan 20.10.1990) : Pinocchio, summa di tutte le malinconie e di tutte lefrustaz del suo autore, servirà a guidare intere generazioni di italiani e costitu insieme col’Cuoré il più saldo fondanwnto della pedagogia nazionale.. .S trasformazione in asino aveva rappresentato la punizione e il castigo pe stnodata voglia di divertimento e di piacere, l’avventura, fra tragic surreale, del pescecane sarà la via per la riconquista della personalità, pc ritorno a quella condizione umana, che impone ogni giorno unafatica e L dedicazione senza limiti…Làfatina dai capelli turchini, che riporta Pinocc sulla via del bene, non è altro che l’espressione allegorica del’mirac borghesé, di quella fede nella bontà dell’ucnno, che toglie ogni rnargine trascendenza, che sostituisce,fin dall’infanzia, Dio con le fate, il demonio l’orco. Interpretazione anche questa a senso unico nella quale è strumenta zata ed esasperata la presenza militante di Carlo Lorenzini (non ancora Collc a Curtatone e Montanara, la successiva vicinanza all’impresa sabauda di un cazione italiana, ambiente che abbandonò presto per la professione e  go statale…

Lorenzini/Collodi scrisse un racconto con contenuti di profor simbologia iniziatica, intelleggibile a chi sa leggere…Chiese, partiti polit uomini di chiesa e politici di parte avrebbero dovuto, dovrebbero rispett la realtà e non tentare di appropriarsi delle glorie letterarie, poetiche, sci4 tifiche d’Italia con interpretazioni che nulla hanno a che vedere con la cr ca legittima, dovuta ma obiettiva sul contenuto dell’opera: non stiracchi a destra o a sinistra o al centro di schieramenti comunque sempre di pal In margine alla polemica Fernando Tempesti esprime il convincimel che non c’entrano né mazziniani né neoguelfi. Il viaggio del burattino tro non è che l’allegoria dell’affiliazione alla Massoneria, visto tra l’al che Carlo Lorenzini faceva parte della più importante loggia di Firel (Giovanni Neri, Il Secolo XIX, 18.4.1993 e con altre parole ma identico gnificato, Vittorio Paliotti, Il Mattino. 18.4.1993).

Sussiste una meta]òra religiosa nella fiaba del burattino, che deve farsiuomò [che] si sposa alla liturgia di un camnzino iniziatico che prevede dure prove da superare, e soprattutto la penetrazione del 7Ì1istcro della rnorte e della rinascita. ln realtà, questo burattino dà a pensare su quanto rappresenta nel nzondo inesplicabile della fiaba: in tutto ciò che gli accade c’è qualcosa che sfugge sia alla logica del racconto che a quella dell’in venzione fantastica, senza che l’autore stesso riesca a venirne a capo. Nelle intenzioni di Collodi, prohal)ihnente, le disavventure di Pinocchio sono un rnonurnento alla nzorale dell’epoca, della quale. – senza volerlo  finiscono per denunciare le più aberrarzti crudeltà. scrive Franco Cuomo’

Cecilia Gatto Trocchi in una ricerca sulle radici storiche dell’esoterisn-l(_) in Italia, dedica un capitolo alla Iniziazione di un burattino rncra1’ig,iosC) nel quale richiama il pensiero di Asor Rosa: Cè chi vede in ‘Pinocchiò una piatta ideologia borghese che tenta di ricondurre a un ordine e a una (lisciplina lafaniastica irrequietezza popolare; l’Autrice svolge un ‘indagine ragionata non priva di origina] ità correlando le Avventure di Pinocchio con Il libro dei morti egizio. L’Asino d’oro di Apuleio, il Serpente verde di Goethe l ‘ …L’erudizione supporta la volontà di dare sempre nuovi riferimenti di carattere iniziatico: lecita fatica che sfocia quasi sempre nella  libero-rnuratoria con espressioni a volte ironiche, altre volte stantie citazioni di fatti sepolti dalla polvere del tempo a danno della muratoria che è, ancor oggi, l’unica istituzione iniziatica attiva in Italia soggetta a persecuzione da sempre dalle chiese dominanti nella penisola.

Coilodi libero muratore come pare essere certa Maria Teresa Gentile (L’albero di Pinocchio, Roma 1982)? O solarnente partecipe intelligente dell’ambiente toscano secondo l’opinione di Tina Tomasi (Massoneria e scuola, 1980), sul quale influirono non poco le logge Nuovo Cainpidoglio e Concordia con particolare riguardo alla struttura della scuola ed alla rifondazione di una morale laica (religione civile, per taluno) da contrapporre al clericalismo? Lorenzini/Collodi fu vicino, fu corteggiato, assunse anche la direzione del Giornale per i bambini, da Ferdinando Martini fondatore del Faufulla della Donaenica e del Giornale per i bcnnbini, personaggio di rilievo nella cronaca politica, Ailinistro della Pubblica Istruzione nel 1893, molto vicino ad Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, figura centrale delle vicende pubbliche dell’epoca; Martini è libero muratore ed amico fraterno di Carducci, altro libero muratore: l’intento era realizzare la rifondazione di una pedagogia laica per togliere i fanciulli dalléugne dei pretì: in questo ambiente culturale, laico (e anticlericale) lavora e vive Lorenzini/Collodi… F,’ di scarso rilievo avere certezza della affiliazione di Carlo Lorenzini/Collodi ad una loggia, anche perché le viétradizionalì per conseguire la conoscenza iniziatica sono più di una: Lorenzini/Collodi può aver percorso altra via per conseguire l’iniziazione: 14 è di primaria importanza riconoscere Le avventure di Pinocchio in un percorso iniziatico nel quale sono presenti simbologie da attraversare e suI perare per’rinasceré a nuova vita, per distinguere il bene dal male: un percorso iniziatico così corne è, in un’epoca e valori diversi, la Divina  dia. E non è rilevante, in questa sede, approfondire se il Grande Oriente d’Italia, cioè la Libera Muratoria, fosse parte attiva, dirigente del movi naento   risorgimentale (quindi già muratoria di ispirazione illuminista, làdeviazione risorgimentalé) o se, al contrario, alcuni non pochi, tanti affiliati alle logge fossero partecipi di quel movimento: Le Avventure di Pinocchio furono, 7 sono racconto che può aver risentito dell’atmosfera di quel periodo storico, così come può aver risentito dell’ambientétradizionalé del quale, indubbiamente, Lorenzini/Collodi fu partecipe. Le esasperazioni non giovano all’operina…selnmai la danneggiano…

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nzano ruvida e forte di suo padre. Poi…Un giorno non databile della mia giovinezza, nu• apparve la luce…Sotto il velcone della fiaba, traspariva una dottrina nitida e definita…Quanti anni aveva allora Giacotno Biffi ‘giovane’? Quanti anni di studi in seminari ed istituti chiesastici o Inonacali ad unico indirizzo di studi aveva frequentato? Era forse già sulla viàpredestinatà del cardinalato? Conzrnento teologico, il significato cd il contenuto sono chiarissiOli: interpretazione di parte, come altre, alla quale i media hanno dato inusitato risalto essendo l’autore principe di santa Chiesa… Considerazione che vale anche per l’altra parte: il Senatore Spadolini, storico, ‘firma’ di quotidiani e periodici, ma anche Segretario di un Partito (il Repubblicano) e Presidente del Senato: personaggio di richiamo per i media:

da ternpo, anche in contributi giornalistici (La Stanzpa, 6.2.1990: Collodi, prQfèta triste dell’Italiàmodernà ed altrove) sosteneva la tesi di un Pinocchio [che] Qffre uno spaccato della società italiana in L’ia di costruzione che parte da una.finalità ideale, tipicarnente mazziniana, di una società rnigliore. La rnorale del Collodi è la morale deìl)overi dell’uornò, làredenzioné operata da un burattino che diventa uomo è la redenzionélaicà di chi si appoggia alle proprie ]òrze e fa leva sul libero arbitrio. (nell’Autunno Clel Risorgimento aveva collocato il’falegname letterariò fra glìlmmortali d’Italià per l’opera che trova le vie del cuore…che nasce da una vita smagata, di delusioni, di patinenti. L’antico Inazziniano del’48 non si riconosce nell’Italia dei primi anni del regno, così incerta e Inalfervna, gravata da tante ingiustizie. E il suo libro nasce da un amore per la patria che si fonde – vorrei dire mazzinianamente – con l’arnore per l’innanità…E altrove (La Starnpa, 20.10.1990) : Pinocchio, sununa di tutte le inalinconie e di tutte lefru.stazioni del suo autore, servirà a guidare intere generazioni di italiani e costituirà, insierne col’Cuoré il più saldofondanzento della pedagogia nazionale…Se la trasformazione in asino aveva rappresentalo la punizione e il castigo per la snwdata voglia di divertinzento e di piacere, l’avventura, fra tragica e surreale, del pescecane sarà la via per la riconquista della personalità, per il ritorno a quella condizione umana, che irnpone ogni giorno una.fàtica e una dedicazione senza limiti.. .Iìfatina dai capelli turchini, che riporta Pinocchio sulla via del bene, non è altro che l’espressione allegorica del’nziracolo borghesé, di quella fede nella bontà dell’uomo, che toglie ogni margine alla trascendenza, che sostituisce,fin dall’infanzia, l)io con lefate. il denwnio con l’orco. Interpretazione anche questa a senso unico nella quale è strumentalizzata ed esasperata la presenza militante di Carlo Lorenzini (non ancora Collodi) a Curtatone e Montanara, la successiva vicinanza all’impresa sabauda di unificazione italiana, ambiente che abbandonò presto per la professione e l’impiego statale…

Lorenzini/Collodi scrisse un racconto con contenuti di profonda simbologia iniziatica, intelleggibile a chi sa leggere… Chiese, partiti politici, uomini di chiesa e politici di parte avrebbero dovuto, dovrebbero rispettare la realtà e non tentare di appropriarsi delle glorie letterarie, poetiche, scientifiche d’Italia con interpretazioni che nulla hanno a che vedere con la critica legittima, dovuta ma obiettiva sul contenuto dell’opera: non stiracchiata a destra o a sinistra o al centro di schieramenti comunque sempre di parte.

In margine alla. polemica Fernando Tempesti esprime il convincimento che non c’entrano né rnazziniani né neoguelfi. Il viaggio del burattino altro non è che l’allegoria dell’affiliazione alla Massoneria, visto tra l’altro che Carlo Lorenzinifaceva parte della più importante loggia di Firenze (Giovanni Neri, Il Secolo XIX, 18.4.1993 e con altre parole Ina identico significato, Vittorio Paliotti, Il Mattino, 18.4.1993).

Sussiste una metafora religiosa nella fiaba del burattino. che deve farsi

uomò [che] si sposa alla liturgia di un cani?77ino iniziatico che prevede dure prove da superare, e soprattutto la penetrazione del nzistc?’0 della Irnorte e della rinascita. ln realtà, questo burattino dà 17101to a pensare su quanto rappresenta nel Inondo inesplicabile della fiaba: in tutto ciò che gli accade c’è qualcosa che tifugge sia alla logica del racconto che a quella dell’invenzione fantastica, senza che l’autore stesso riesca a ecnirne a capo. Nelle intenzioni di Collodi, probabilrnente, le disavventure di Pinocchio sono un nzonunzento alla rnorale del[cpoca, della quale. – senza volerlo 

finiscono per denunciare le più aberranti crudeltà, scrive Franco         .

Cecilia Gatto Trocchi in una ricerca sulle radici storiche dell’esoteri.srno in Italia, dedica un capitolo alla Iniziazione di un burattino pnercn•igliosò nel quale richialna il pensiero di Asor Rosa: C’è chi vede in Pinocchiò una piatta ideologia borghese che tenta di ricondurre a un ordine e a una di sciplina la]àntastica irrequietezza popolare: l’Autrice svolge un ‘indagine ragionata non priva di originalità correlando le Avventure di Pinocchio con Il libro dei nzorti egizio, L’A.sino d’oro di Apuleio, il Serpente verde di Goethe” …L’erudizione supporta la volontà di dare sempre nuovi riferiimenti di carattere iniziatico: lecita fatica che sfocia quasi sempre nella simbologia libero-muratoria con espressioni a volte ironiche, altre volte stantie citazioni di fatti sepolti dalla polvere del tempo a danno della muratoria che è, ancor oggi, l’unica istituzione iniziatica attiva in Italia soggetta a persecuzione da sempre dalle chiese dominanti nella penisola.

Collodi libero muratore come pare essere certa Maria Teresa Gentile (L’albero di Pinocchio, Roma 1982)? O solamente partecipe intelligente dell’ambiente toscano secondo l’opinione di Tina Tornasi (Massoneria e scuola, 1980), sul quale influirono non poco le logge Nuovo Ccnnpidoglio e Concordia con particolare riguardo alla struttura della scuola ed alla rifondazione di una morale laica (religione civile, per taluno) da colitrapporre al clericalismo? Lorenzini/Collodi fu x,âcino, fu corteggiato, assunse anche la direzione del Giornale per i banabini, da Ferdinando Nlartini tondatore del Fanfulla della I)omenica e del Giornale per i bambini, personaggio di rilievo nella cronaca politica, Ministro della Pubblica Istruzione nel 1893, molto vicino ad Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande ()riente d’Italia, figura centrale delle vicende pubbliche dell’epoca; Martini è libero muratore ed amico fraterno di Carducci, altro libero muratore: l’intento era realizzare la rifondazione di una pedagogia laica per togliere i fanciulli dalléugne dei preti: in questo ambiente culturale, laico (e anticlericale) lavora e vive Lorenzini/Collodi… E’ di scarso rilievo avere certezza della affiliazione di Carlo Lorenzini/Collodi ad una loggia, anche perché le viétradizionalì per conseguire la conoscenza iniziatica sono più di una: Lorenzini/Collodi può aver percorso altra via per conseguire l’iniziazione:  è di primaria irnportanza riconoscere Le avventure di Pinocchio in un percorso iniziatico nel quale sono presenti simbologie da attraversare e suI perarc pcr’rinasceré a nuova vita, per distinguere il bene dal male: un percorso iniziatico così come è, in un’epoca e valori diversi, la Divina Commedia. E non è rilevante, in questa sede, approfondire se il Grande Oriente d’Italia, cioè la Libera Muratoria. fosse patte attiva, dirigente del movinlento risorgimentale (quindi già muratoria di ispirazione illurninista, làdevfazione risorgimentalé) o se, al contrario, alcuni non pochi, tanti affiliati alle logge fossero partecipi di quel movimento: Le Avventure di Pinocchio turono, sono racconto che può aver risentito dell’atmosfera di quel periodò storico, così come può avet• risentito dell’ambientétradizionalé del quale, indubbiamente, Lorenzini/Collodi fu partecipe. Le esasperazioni non giovano all’operina…sernmai la danneggiano…

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IL MISTERO DELLE AFFINITÀ

IL MISTERO DELLE AFFINITÀ

Amedeo De Giovanni

Questo lavoro dell’amatissimo e carissimo Fratello Amedeo De Giovanni, passato all’Oriente Eterno nell’anno di Vera Luce fu pubblicato sul numero 4 di Luz, editrice Har Tzion Latina.

Download “Il mistero delle affinità”

La lettura del libro di Martin BUBER, “Gog e Magog”, nella sua  recente edizione italiana (Neri Pozza, Vicenza 1999), al di là dell’indubbio fascino per la rappresentazione di un mondo ebraico isolato, come quello stanziatosi in Polonia, ma anche per questo più legato alla tradizione antica di quel popolo, tra i più religiosi del mondo, ed alla sua aspettativa messianica, mi ha riproposto un problema sempre presente degli studi tradizionali: la ricorrenza della fioritura, nel tempo, di consorterie e di comunità mistiche presso popoli del tutto diversi e lontani, nonché le sorprendenti affinità che si riscontrano in esse, non solo negli obiettivi, per così dire, ma anche nelle personalità che esprimono e nel  parallelismo di certe vite,  che fa pensare talvolta a medesime sorgenti misteriose e quasi soprannaturali, che in qualche momento vengono in evidenza, nello scorrere della vita dei popoli.

E’ il mistero delle affinità, che affascina il nostro pensiero, che si esprime soprattutto nella constatazione della somiglianza di certe vicende, che, nel loro svolgimento seguono anche un percorso quasi predeterminato e fatale.

Il tema del libro di BUBER riguarda la storia di un rapporto spirituale e di vita tra maestro e discepolo di una comunità chassidica della fine del Settecento in Polonia a Lublino.

Il maestro è Jaqov Iizchaq, detto il Veggente, di Lublino, ed il discepolo stranamente ha lo stesso nome del maestro, Jaqov Jizchaq, detto l’Ebreo, di Pzsha.

Il maestro vive la sua religione, nel rispetto assoluto delle forme e del comportamento, mistico e teurgico, dell’interpretazione e dell’ispirazione chassidista, con la bontà, ma anche con la rigidezza che essa richiede per il conseguimento del fine: la preparazione all’avvento messianico, per la riconduzione della comunità israelitica alla consacrazione elettiva originaria, attraverso il ricongiungimento con la Shekinàh, e della Shekinàh con Dio, da cui dipende tutta la storia umana. Per questo, non disdegnerà l’attenzione verso la Qabalah pratica, dai confini confusi tra teurgia e magia, nella fiducia di poter chiudere il ciclo storico della dispersione e di realizzare la grande opera universale del riscatto.

La sua visione dello Tzadiq è quella del misterioso tramite tra Dio e l’uomo, giusto ma anche spietato nella sua giustizia, in cui si fondono le funzioni di profeta e di giudice, che attraverso certe personalità Dio ha suscitato per il popolo eletto, in certi momenti della sua storia e per mezzo dei quali ha mantenuto il contatto con esso.

Nel suo discepolo invece, l’attenzione è rivolta verso la purezza interiore: egli sente profondamente in sé stesso la pietà per il distacco di cui soffre la Shekinàh, a causa soprattutto dei nostri peccati e delle nostre presunzioni, ed avverte la necessità della santità e dell’umiltà senza aggettivi (egli sarà chiamato il santo Ebreo), un raggiungimento personale, che diventa realizzazione di un misticismo assoluto, dove il ritorno non è negli accadimenti del mondo, e il cui risvolto pratico, per così dire, è involontario: è solo nell’esempio di espressione e di vita che può offrire.

Questa diversa visione del rapporto e del contatto possibile tra umano e divino appare sullo sfondo escatologico della convulsione finale del Settecento e delle guerre napoleoniche che coinvolgeranno presto la Polonia e tutta l’Europa, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, viste dal maestro e da altri chassidisti appunto come le lotte di Gog e Magog della visione apocalittica di Ezechiele, annunciatrici dell’avvento messianico e quindi da indirizzare teurgicamente in tal senso, fino a determinare, richiedere quasi, da parte del maestro, il sacrificio mistico del discepolo più amato, del santo, che per questo “si comanda” di morire.

Ma ovviamente il mondo va avanti e l’inconoscibile resta tale: anche il maestro morirà, chiedendosi dove ha sbagliato.

Il tema del contrasto resta quindi quello tra mezzo materiale e mezzo spirituale di riscatto, se veramente l’intervento umano possa indirizzare le forze misteriose e sconosciute dello spirito verso la realizzazione del disegno divino di questo mondo, se questo anzi sia il vero dovere e la vera qualificazione o essenza dell’uomo e se non vi sia qualcuno tra noi, tra gli uomini, che sappia di essere designato a tutto questo.

Sono queste le domande che mi sembrano ricorrenti, o cui si pensa di aver dato risposta, in tutte le diverse insorgenze di gruppi, comunità o istituzioni, molto vicine del resto all’esoterismo nella pratica e che comunque si esprimono in un comandamento di ritorno alla purezza primitiva attraverso la purificazione di se stessi.

Questa stessa esigenza di purità, di ritorno allo spirito, diede origine al movimento chassidista in Polonia, verso la metà del ‘700, attorno alla figura del Baal-shem Tov, il “signore dal buon nome”, come era chiamato Yisrael ben Eliezer, dopo l’immersione nella materialità operata, sempre a buon fine, dal sabbatianesimo, ed è ricorrente nella storia ebraica, ma – si può dire – in tutta la storia dell’Occidente mediterraneo, dove ha radici molto antiche: basti pensare alla comunità degli Esseni, tra il II secolo a.C. e l’inizio dell’Era Volgare, alle successive comunità politico-religiose giudeo-cristiane, allo sviluppo di comunità gnostiche, tra cui i Pauliciani e i Bogomili, variamente esclusi e perseguitati, per finire ai Catari – anch’essi pii o puri nella denominazione, come i Chassidim – e agli Albigesi, contro cui si sviluppò la famosa Crociata nel XIII secolo.

Storicamente, la vera e propria diaspora del mondo ebraico è iniziata dopo il 130 della nuova Era [1], e da quel momento possono essere sicuramente cominciati quei reciproci apporti tra filoni tradizionali, di cui parlavamo a proposito delle “affinità”, che hanno costituito gradualmente una possibile confluenza o un intreccio dei fili stessi, in cui si è rafforzato e specificato quel gene comune di pensiero recondito e riservato, concesso solo ad iniziati, che è forse all’origine di quel  mistero delle affinità stesse, che si riscontrano poi senza apparenti contatti, a distanza di tempo o contemporanee, tra uomini e comunità lontane e diverse.

Gli “Ashkenaziti” – come vengono chiamati gli Ebrei dispersi nelle regioni continentali europee più interne e principalmente in Germania e Polonia – rimasero più chiusi agli apporti culturali estranei alla loro origine, forse anche per il corrispondente isolamento delle stesse nazioni in cui si erano venuti a stanziare, rimaste anch’esse al di fuori del fluire e dell’arricchirsi delle esperienze e delle tradizioni dei popoli dell’area mediterranea, la cui storia politica, spirituale e religiosa spesso si intreccia e si condiziona reciprocamente. [Segue]

[1] Sotto l’Imperatore Adriano, a seguito della ricostruzione di Gerusalemme – già distrutta da Tito nel 70 – con il nuovo nome di Aelia Capitolina e dell’erezione di un Tempio a Giove al posto dell’antico Tempio di Salomone, vi fu l’ultima rivolta ebraica, guidata da Bar Kokhba e repressa sanguinosamente nel 132. La città venne di nuovo distrutta e ricostruita dai Romani, divenendo colonia romana, ma priva di ius italicum. Agli Ebrei fu ingiunto di non risiedervi, dando così inizio all’ultima e più rilevante dispersione delle superstiti famiglie ebraiche palestinesi. Gruppi ebraici tuttavia, a seguito delle precedenti vicende storiche, si erano già allontanati dalla Palestina, insediandosi in diverse località del Medio Oriente, in Egitto, in Grecia e a Roma. [Torna al testo]

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UNA DELLE PRICIPALI DIFICOLTA’

UNA DELLE PRICIPALI DIFICOLTA’…

Una delle principali difficoltà in cui s’imbattono gli storici che studiano la massoneria è la presenza al suo interno di varie correnti, da quelle teiste – che accettano l’esistenza della divinità – a quelle laiche. Questo ha dato adito allo sviluppo di diverse teorie sull’origine di tale associazione, anche se il punto di partenza storico documentato sono i costruttori delle cattedrali medievali.

Dall’Egitto ai templari

Per la corrente più tradizionale, la massoneria è un ordine iniziatico (per entrare a far parte del quale bisogna sottoporsi a dei rituali d’iniziazione) legato alle tradizioni mistiche dell’antichità. Questo significa che la massoneria ebbe probabilmente origine da società che facevano partecipare i loro iniziati a un mistero. Secondo alcuni autori, può essere fatta risalire ai primi maestri costruttori egizi, le cui abilità tecniche erano rivestite di un carattere magico e divino. Il sapere trasmesso da maestro ad allievo per via iniziatica e segreta sarebbe giunto fino ai costruttori di cattedrali medievali. Ma questa conoscenza non si sarebbe limitata all’antica sapienza dell’Egitto. In quanto costruttori sacri di templi di tutte le religioni, i membri della massoneria avrebbero attinto dai culti mistici della Grecia e del Vicino Oriente.

Tra i riferimenti mitici indicati da alcuni autori ci sono anche le corporazioni dei costruttori dell’impero romano, i collegia fabrorum, confraternite di artigiani che riunivano i mestieri necessari a ogni tipo di costruzione e che accompagnavano le legioni nella colonizzazione di nuovi territori. La massoneria, quindi, avrebbe perpetuato l’essenza di questo sapere creando logge o confraternite di costruttori a cui solo gli iniziati potevano accedere.

Ma la leggenda più profondamente radicata è quella che colloca le origini della tradizione massonica all’epoca di Salomone, re d’Israele nel X secolo a.C. Hiram Abif, un maestro costruttore della città fenicia di Tiro, sarebbe stato il capomastro del tempio che Salomone fece erigere a Gerusalemme. Anche se nella Bibbia è menzionato solo come un artigiano straniero, nella “mitologia” massonica è il massimo responsabile della realizzazione del tempio. Una notte Hiram fu assalito da tre operai che volevano conoscere i segreti dell’architettura, ma si rifiutò di rivelarli. Venne di conseguenza ucciso e portò i suoi segreti con sé nella tomba. Per i massoni questo evento esemplifica il fatto che il cammino da percorrere per entrare nell’ordine – dall’ignoranza dell’apprendista alla saggezza del maestro – richiede sforzo e perseveranza.

Poiché nel racconto biblico Dio è il grande costruttore dell’universo, il sommo creatore, qualsiasi opera umana deve avere un certo grado di conoscenza della suprema arte della costruzione. Alcuni studiosi ritengono che la figura archetipica del capomastro non sia Hiram Abif ma Noè, l’artefice dell’arca che sfidò il diluvio; altri ancora fanno risalire il primo germe della massoneria addirittura alla Genesi, con Adamo.

Nel XIX secolo il pittore francese James Tissot ricostruì l’incontro, avvenuto a Gerusalemme, tra Salomone e la regina dell’Arabia meridionale

L’incontro tra Salomone la regina di Saba

Si è a lungo sostenuto che i templari medievali avessero appreso la sacra arte della costruzione direttamente dai sapienti musulmani durante il loro soggiorno in Terra Santa, nel corso delle varie crociate. Dopo la soppressione dell’ordine del Tempio da parte di papa Clemente V nel 1312, i templari si sparpagliarono per tutto il continente europeo stabilendosi principalmente in Scozia, dove avrebbero creato la massoneria come un modo per permettere al disciolto ordine di sopravvivere con discrezione.

Questa ipotesi si basava sulla natura iniziatica dell’ordine dei cavalieri del Tempio – infatti i suoi membri si sottoponevano a un rituale d’iniziazione – e del sufismo islamico, le cui confraternite seguivano gli insegnamenti mistici di vari maestri, e i cui segreti e riti divennero forse parte del rituale massonico attraverso il tempio.

La costruzione del tempio di Gerusalemme. In realtà questa miniatura mostra il lavoro dei muratori intorno al 1470, quando fu dipinta

I massoni medievali

Per quanto attraenti possano essere queste leggende sull’origine della massoneria, non esiste alcuna documentazione che ne provi una nascita precedente alle corporazioni dei costruttori medievali, che costituiscono la cosiddetta massoneria operativa. I maestri muratori (maçon in francese, mason in inglese) erano organizzati in logge artigiane e si suddividevano in apprendisti e compagni. Viaggiavano insieme per costruire edifici in zone differenti e mantenevano segrete le loro tecniche per garantire la conservazione dell’arte e del lavoro. Era un modo per evitare le intrusioni di chi non aveva le competenze, ma anche per perseguire l’eccellenza nel proprio mestiere. Non per niente la massoneria era conosciuta come “l’arte reale”. Nel corso dei secoli i muratori e gli scalpellini alimentarono le proprie logge con le storie delle origini leggendarie delle rispettive professioni, la cui sacralità s’incarnava nei capolavori che erano state capaci di creare: le magnifiche cattedrali gotiche.

Per trasmettere le proprie conoscenze, i massoni medievali crearono elaborati rituali d’iniziazione, che prevedevano l’uso di parole segrete e gesti di riconoscimento reciproco e che usavano gli strumenti e il vocabolario della professione come elementi simbolici e liturgici. L’organizzazione e il funzionamento di queste associazioni erano strettamente regolati dalle cosiddette costituzioni o statuti, come l’Antica costituzione di York del 926 o gli Statuti e regolamenti dei maestri del muro e del legno di Bologna, del 1248.

    I massoni medievali crearono dei rituali d’iniziazione utilizzando gli strumenti e il vocabolario della costruzione

La nuova massoneria

Durante il XVII secolo molti intellettuali nobili e borghesi furono attratti dai rituali pittoreschi, quasi mistici, delle riunioni delle logge dei massoni operativi. Alcuni di loro furono invitati a unirsi in qualità di “massoni accettati”. In questo modo, pur non esercitando il mestiere, potevano partecipare ai rituali e alle riunioni ed essere iniziati ai segreti della loggia in modo simbolico.

Il compasso, il filo a piombo e la squadra, simboli massonici, raffigurati in questo gioiello indossato dai membri della Gran loggia di Londra. 1735.

Per alcuni storici della massoneria, questi massoni accettati, o “massoni simbolici”, per lo più intellettuali e scienziati, sarebbero il seme delle future logge speculative o simboliche. In ogni caso all’inizio del XVIII secolo cominciarono a proliferare logge dove la maggioranza dei membri era costituita da massoni accettati e la cui popolarità crebbe di pari passo con il diffondersi delle idee illuministe. All’alba dell’Età dei lumi la protezione di una loggia di massoni accettati rappresentava per qualsiasi intellettuale la miglior garanzia di poter esporre liberamente le proprie idee. Il carattere segreto dell’appartenenza alla massoneria e la mutua protezione e tolleranza tra i suoi membri garantivano uno spazio sicuro di libertà, al riparo dall’intolleranza religiosa che prevaleva in molti Paesi.

1717, l’anno decisivo

Il 24 giugno 1717, festa di san Giovanni Battista, quattro logge londinesi di massoni accettati decisero di federarsi per creare un’obbedienza o Gran loggia che avrebbe unificato i criteri e dato una struttura comune alle società che volevano aderire. Le quattro grandi logge prendevano il nome dalle taverne dove i membri si erano riuniti fino ad allora: The Crown (La corona), The Goose and Gridiron (L’oca e la griglia), The Rummer and Grapes (Il calice e l’uva) e The Apple Tree (Il melo). Quella notte nacque la Gran loggia di Londra e Westminster.

Divenne ben presto evidente che la Gran loggia aveva bisogno di norme di accesso e di funzionamento. Nel 1723 furono incaricati della redazione di tali norme i pastori protestanti James Anderson e John Theophilus Desaguliers. Videro così la luce le Costituzioni dei liberi muratori o Costituzioni di Anderson, un testo che stabilisce regole obbligatorie e una chiara differenziazione tra massoneria operativa e speculativa, e il cui scopo non è più la costruzione di templi, ma l’edificazione del tempio interiore dell’essere umano a beneficio dell’intera umanità.

L’idea di una nuova etica basata sulla fratellanza universale era connaturata alla massoneria, come indica il discorso del cavaliere Ramsay alla Gran loggia provinciale di Francia nel 1737: «Noi vogliamo raccogliere tutti gli uomini di uno Spirito illuminato, di costumi dolci e di una indole gradevole non soltanto per l’amore delle belle arti ma ancor più per i grandi principi di virtù, di scienza e di religione, in cui l’interesse della fratellanza [la massoneria] diventa quello del genere umano tutto intero, da cui tutte le nazioni possano attingere salde conoscenze e dove i sudditi di tutti i Regni possano apprendere ad amarsi mutuamente senza rinunciare alla loro Patria».

Poteva appartenere all’ordine qualsiasi uomo libero, indipendentemente dalla professione. Uno degli aspetti più importanti della massoneria era suo il carattere universale. Ecco perché, come si legge nelle Costituzioni, ai suoi membri non era richiesta alcuna credenza religiosa particolare: «Oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono». Le diverse concezioni di Dio furono condensate nella figura del Grande architetto dell’universo. Le Costituzioni di Anderson avevano il pregio di riempire di persone illuminate le logge massoniche, luoghi dov’era proibito discutere di religione e di politica. Ciò favoriva il riconoscimento reciproco e la tolleranza tra persone diverse, un’attitudine che in termini massonici si chiamava «diffondere la luce e riunire ciò che è disperso».

    Nelle logge massoniche era vietato parlare di religione e di politica, un’attitudine che favoriva il riconoscimento reciproco e la tolleranza

Ma questa libertà significò che molte logge tradizionali, per lo più irlandesi, che ancora conservavano il misticismo religioso, rifiutarono di unirsi alla nuova Gran loggia. Si facevano chiamare gli Antichi, in opposizione ai Moderni di Londra. Fu solo nel 1813 che il dialogo tra le due fazioni culminò nella loro unificazione in quella che oggi è la Gran loggia unita d’Inghilterra.

L’arrivo nel continente

Le prime logge dell’Europa continentale furono fondate da massoni accettati inglesi e scozzesi giacobiti (cioè sostenitori del deposto re Giacomo II d’Inghilterra) che erano emigrati in Francia. In brevissimo tempo la massoneria si diffuse in tutto il continente in veste di nuova e attraente società illuminata. Nel 1726 nacque a Parigi la loggia di san Tommaso, che ottenne il riconoscimento inglese. Poco dopo, nel 1738, la Gran loggia di Francia divenne la prima obbedienza, o associazione di logge, francese, con il duca di Antin nel ruolo di Gran maestro. Nello stesso anno papa Clemente XII emise la bolla In eminenti, che proibiva ai cattolici di entrare nella massoneria, considerandola eretica.

Alla fine del XVIII secolo la Francia aveva quasi mille logge. Con la rivoluzione francese molti massoni adottarono gli ideali repubblicani e tentarono di portarli all’interno delle logge, ma subirono anche l’attacco del Terrore giacobino durante la fase più radicale degli eventi storici. Fu Napoleone a restituire alla massoneria un ruolo di primo piano durante l’impero, spingendo molti militari ad aderirvi. Nel 1804 fece anche in modo che suo fratello Giuseppe fosse eletto Gran maestro del Grande oriente di Francia (erede della Gran loggia di Francia).

Nella maggior parte dei Paesi le bolle papali contro la massoneria non sortirono grande effetto, a eccezione della Spagna. Nel XVIII secolo l’opposizione alla massoneria nella penisola iberica era forte. L’Inquisizione perseguitò ferocemente l’associazione e nel 1751 il re Ferdinando VI la vietò. L’unica loggia esistente nella prima metà del secolo era stata fondata a Madrid dal duca di Wharton nel 1728. La loggia dei Tre fiori di giglio, detta la Matritense, era composta da massoni britannici e poteva contare sull’appoggio della Gran loggia unita d’Inghilterra. La prima loggia spagnola nacque nel 1801, ma fu fondata in suolo francese, a Brest: la Riunione spagnola, formata dai marinai di una flotta spagnola proveniente da Cadice che si unì alla marina francese per combattere contro l’Inghilterra.

In Italia, il cui territorio era diviso tra repubbliche e regni indipendenti, lo stato pontificio cercò di far rispettare le bolle di scomunica papali. Per ordine del Sant’Uffizio molte logge furono chiuse e i loro membri detenuti, come accadde nel 1790 con l’arresto di più di cento massoni. Ma la massoneria stava diventando sempre più popolare nei territori non controllati dal papa: Napoli, Sicilia, Venezia, Firenze, dove molti massoni iniziati in Inghilterra o in Francia avevano portato le varie correnti. Sia i monarchici sia i repubblicani consideravano la massoneria uno strumento patriottico per realizzare l’unità d’Italia. Nel corso del XIX secolo la massoneria italiana unificata dal Grande oriente d’Italia divenne un simbolo di libertà, e alla luce delle sue logge fiorirono eroi nazionali come Giuseppe Garibaldi.

A cavallo tra realtà e leggenda, la massoneria conserva e utilizza un gran numero di simboli appartenenti a culti e tradizioni iniziatiche del passato, il che non implica che ne sia erede. Oggi, per alcuni, l’antica confraternita è un amalgama di riti antiquati e senza senso; per altri una sfera d’influenza politica e sociale. E c’è ancora chi vede in essa una filosofia di vita e una via per migliorare quella pietra imperfetta che è l’essere umano.

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LES SYMBOLISME DU ZODIAQUE CHEZ LES PYTHAGORIENNES

René Guénon

 Le symbolisme du Zodiaque chez les Pythagoriciennes,

in Études Traditionelles, giugno 1938

Trattando la questione delle porte solstiziali ci siamo riferiti direttamente soprattutto alla tradizione indù, perché in essa i dati che vi si riferiscono sono presentati nel modo più chiaro; ma in realtà si tratta di qualcosa che è comune a tutte le tradizioni, e si può trovare anche nell’antichità occidentale. Nel Pitagorismo, in particolare, il simbolismo zodiacale sembra aver avuto un’importanza altrettanto considerevole; le espressioni ‘porta degli uomini’ e ‘porta degli dèi’, da noi usate, appartengono del resto alla tradizione greca; solo che le informazioni giunte sino a noi sono in questo caso talmente frammentarie e incomplete che la loro interpretazione può dar luogo a parecchie confusioni, che non sono mancate da parte di coloro che hanno considerato tali informazioni isolatamente e senza renderle più chiare per mezzo di un raffronto con altre tradizioni.

Anzitutto, per evitare certi equivoci, sulla posizione reciproca delle due porte, occorre ricordarsi di quanto abbiamo detto sull’applicazione del ‘senso inverso’, a seconda che le si consideri in rapporto all’ordine terrestre o all’ordine celeste: la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno, corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro, corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del sole. Per questo, mentre il movimento ‘ascendente’ del sole va da sud a nord e il suo movimento ‘discendente’ da nord a sud, il periodo ‘ascendente’ dell’anno dev’essere invece considerato compiersi nella direzione nord-sud, e il suo periodo’ discendente’ in quella sud-nord, come abbiamo già detto in precedenza. Proprio in rapporto a quest’ultimo punto di vista, secondo il simbolismo vedico, la porta del dêva-loka è situata verso nord e quella del pitri-loka verso sud, senza che vi sia in ciò, malgrado le apparenze, alcuna contraddizione con quello che troveremo più avanti.

Citeremo, corredandolo delle spiegazioni e rettificazioni necessarie, il riassunto dei dati pitagorici esposto da Jérôme Carcopino1: «I pitagorici» egli dice «avevano costruito tutta una teoria sui rapporti dello Zodiaco con la migrazione delle anime. A quale data risalirebbe? È impossibile saperlo. Fatto sta che nel secolo II della nostra era, essa fioriva negli scritti del pitagorico Numenio, che ci è permesso di conoscere attraverso un riassunto secco e tardivo di Proclo, nel suo commento alla Repubblica di Platone, e un’analisi, al tempo stesso più ampia e più antica, di Porfirio, nei capitoli XXI e XXII del De Antro Nympharum». Ecco, diciamolo subito, un esempio piuttosto significativo di ‘storicismo’: la verità è che non si tratta per nulla di una teoria ‘costruita’ più o meno artificialmente, a questa o quella data, dai pitagorici o da altri, a modo di una semplice opinione filosofica o di una concezione individuale qualunque; si tratta di una conoscenza tradizionale, che concerne una realtà di ordine iniziatico, e, proprio in virtù del suo carattere tradizionale, non ha e non può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Sono, beninteso, considerazioni che possono sfuggire a un ‘erudito’; ma egli dovrebbe almeno capire questo: se la teoria in questione fosse stata ‘costruita dai pitagorici’, come spiegare il fatto che essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo? Anche questo, Carcopino, in quanto ‘specialista’ dell’antichità greco-latina, può sfortunatamente ignorarlo; ma, da quel che riferisce egli stesso in seguito, risulta che tale dato si trova già in Omero; dunque, anche presso i Greci essa era conosciuta, non diremo solo prima di Numenio, cosa fin troppo evidente, ma prima dello stesso Pitagora; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli, e poco importa la data forse ‘tardiva’ alla quale certi autori, che non hanno inventato nulla e non ne hanno mai avuto la pretesa, l’hanno formulato per iscritto in modo più o meno preciso.

Detto questo, torniamo a Proclo e a Porfirio: «I nostri due autori concordano nell’attribuire a Numenio la determinazione dei punti estremi del cielo, il tropico d’inverno, sotto il segno del Capricorno, e il tropico d’estate, sotto quello del Cancro, e nel definire, evidentemente sulle sue tracce, e sulle tracce dei ‘teologi’ che egli cita e che gli sono serviti da guide, il Cancro e il Capricorno come le due porte del cielo. Sia per discendere nella generazione, sia per risalire a Dio, le anime dovevano quindi necessariamente varcare una di esse». Per «punti estremi del cielo», espressione un po’ troppo ellittica per essere perfettamente chiara da sola, bisogna naturalmente intendere qui i punti estremi raggiunti dal sole nella sua corsa annuale, dov’esso in certo modo si arresta, da cui il nome di ‘solstizi’; a tali punti solstiziali corrispondono le due ‘porte del cielo’, il che è appunto esattamente la dottrina tradizionale che già conosciamo. Come abbiamo indicato altrove, 2 questi due punti erano talora simboleggiati – per esempio sotto il tripode di Delfi e sotto gli zoccoli dei corsieri del carro solare – dal polipo e dal delfino, che rappresentano rispettivamente il Cancro e il Capricorno. Inutile dire, d’altra parte, che gli autori in questione non hanno potuto attribuire a Numenio la determinazione stessa dei punti solstiziali, che erano noti da sempre; si sono semplicemente riferiti a lui come a uno di coloro che ne avevano parlato prima di loro, e come egli stesso si era già riferito ad altri ‘ teologi’.

Si tratta poi di precisare il ruolo proprio di ciascuna delle due porte, ed è qui che nasce la confusione:, «Secondo Proclo, Numenio le avrebbe rigidamente specializzate: per la porta del Cancro, la caduta delle anime sulla terra; per quella del Capricorno, l’ascensione delle anime nell’etere. In Porfirio, invece, è detto soltanto che il Cancro è a nord e favorevole alla discesa, il Capricorno a sud e favorevole alla salita: di modo che invece di essere strettamente assoggettate al ‘senso unico’, le anime avrebbero conservato, sia all’andata che al ritorno, una certa libertà di circolazione». La fine di questa citazione esprime, a dire il vero, un’interpretazione di cui conviene lasciare tutta la responsabilità a Carcopino; non vediamo assolutamente in cosa quel che dice Porfirio sarebbe ‘contrario’ a quel che dice Proclo; forse è formulato in modo un po’ più vago, ma sembra di fatto voler dire in fondo la stessa cosa: ciò che è «favorevole» alla discesa o alla salita deve probabilmente intendersi come ciò che la rende possibile, poiché non é molto verosimile che Porfirio abbia voluto lasciar sussistere in tal modo una specie di indeterminazione, il che, essendo incompatibile con il carattere rigoroso della scienza tradizionale, non sarebbe in ogni caso in lui che una pura e semplice prova d’ignoranza su questo punto. Comunque, è visibile che Numenio non ha fatto altro che ripetere, sulla funzione delle due porte, l’insegnamento tradizionale conosciuto; d’altra parte, se egli pone, come indica Porfirio, il Cancro a nord e il Capricorno a sud, evidentemente egli considera la loro posizione nel cielo; lo indica d’altronde abbastanza chiaramente il fatto che, in quel che precede, sono in questione i ‘ tropici ‘, che non possono avere altro significato oltre quello, e non i ‘ solstizi’, che si riferirebbero invece più direttamente al ciclo annuale; e per questo la posizione qui enunciata è inversa a quella data dal simbolismo vedico, senza tuttavia che ciò costituisca alcuna differenza reale, giacché si tratta di due punti di vista ugualmente legittimi, che si accordano perfettamente fra di loro se si è capito il loro rapporto.

Ma vedremo qualcosa di ancor più straordinario: Carcopino continua dicendo che «è difficile, in mancanza dell’originale, trarre da queste allusioni divergenti», ma che in realtà, dobbiamo aggiungere noi, sono divergenti solamente nel suo pensiero, «la vera dottrina di Numenio», che, abbiamo visto, non è la sua propria dottrina, ma soltanto l’insegnamento da lui riferito, cosa d’altronde più importante e più degna d’interesse; «ma risulta dal contesto di Porfirio che, anche esposta sotto la sua forma più elastica» – come se potesse esserci «elasticità» in un problema che è unicamente una questione di conoscenza esatta – «essa resterebbe in contraddizione con quelle di certi suoi predecessori, e, in particolare, con il sistema che alcuni più antichi pitagorici avevano fondato sulla loro interpretazione dei versi dell’Odissea in cui Omero ha descritto la ‘ grotta d’Itaca’», cioè quell’‘antro delle Ninfe’ che non è altro se non una delle raffigurazioni della ‘caverna cosmica’ di cui abbiamo parlato in precedenza. «Omero, annota Porfirio, non si è limitato a dire che la grotta aveva due porte. Egli ha specificato che una era volta al lato nord, e l’altra, più divina, al lato sud, e che si discendeva dalla porta a nord. Ma non ha indicato se si poteva scendere per la porta a sud. Dice solo: è l’entrata degli dèi. Mai l’uomo prende il cammino degli immortali». Pensiamo che questo dev’essere il testo stesso di Porfirio, e non vi vediamo la contraddizione annunciata; ma ecco ora il commento di Carcopino: «Secondo questa esegesi, si scorgono, in quel compendio, dell’universo che è l’antro delle Ninfe, le due porte che s’innalzano ai cieli e sotto le quali passano le anime, e, al contrario del linguaggio che Proclo mette in bocca a Numenio, quella a nord, il Capricorno, fu dapprima riservata all’uscita delle anime, e quella a sud, il Cancro, fu di conseguenza assegnata al loro ritorno a Dio».

Ora che abbiamo completato la citazione, possiamo facilmente renderci conto che la pretesa contraddizione, anche qui, esiste solo secondo Carcopino; c’è infatti nell’ultima frase un errore evidente, e persino un duplice errore, che sembra veramente inspiegabile. Anzitutto, è Carcopino che aggiunge di propria iniziativa la menzione del Capricorno e del Cancro; Omero, a quanto dice Porfirio, designa le due porte solo per mezzo della loro posizione a nord o a sud, senza indicare i segni zodiacali corrispondenti; ma, siccome precisa che la porta «divina» è quella a sud, bisogna concludere che è questa che corrisponde per lui al Capricorno, esattamente come per Numenio, vale a dire che anch’egli situa le due porte secondo la loro posizione nel cielo, e tale sembra quindi esser stato, in genere, il punto di vista dominante in tutta la tradizione greca, anche prima del pitagorismo. Inoltre, l’uscita delle anime dal ‘cosmo’ e il loro ‘ritorno a Dio’ sono propriamente una sola e identica cosa, di modo che Carcopino attribuisce, apparentemente senza accorgersene, lo stesso ruolo a entrambe le porte; Omero dice, tutto al contrario, che per la porta a nord si effettua la ‘discesa’, cioè l’entrata nella ‘caverna cosmica’ o, in altri termini, nel mondo della generazione e della manifestazione individuale. In quanto alla porta a sud, essa è l’uscita dal ‘cosmo’, e, di conseguenza, per essa si effettua la ‘salita’ degli esseri in via di liberazione; Omero non dice espressamente se si può anche scendere per tale. porta, ma ciò non è necessario, poiché, designandola come «entrata degli dèi», egli indica a sufficienza quali siano le ‘discese’ eccezionali che vi si effettuano, conformemente a quanto abbiamo spiegato nel nostro studio precedente. Insomma, che la posizione delle due porte sia considerata in rapporto al cammino del sole nel cielo, come nella tradizione greca, o in rapporto alle stagioni nel ciclo annuale terrestre, come nella tradizione indù, è sempre il Cancro a essere la ‘ porta degli uomini’ e il Capricorno la ‘porta degli dèi’; non può esserci in questo alcuna variazione e di fatto non ve n’è alcuna; è solo l’incomprensione degli ‘eruditi’ moderni che crede di scoprire, nei vari interpreti delle dottrine tradizionali, divergenze e contraddizioni che non vi si trovano.

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PASCOLI MASSONE

La poesia di Pascoli, come ha detto giustamente il Piromalli, “si infittisce di trame di racconto, di meditazioni sceneggiate e dialogate in cui sono spesso due tempo distinti, passato e presente che si mescolano nei generi del bozzetto, dell’idillio”.

Pascoli non è un “isolato e ingenuo profeta dell’amore, anzi andava più coscientemente e completamente accettando e promovendo l’ideologia nazionalistica della quale la stessa invocata bontà, veniva ad essere un componente”. Nel 1897 pubblica Il fanciullino , cosciente come artista “della nuova situazione politico-sociale e della nuova funzione della letteratura” che per lui è quella di “risolvere nella poesia tutto il suo mondo culturale ed umano”.

Una delle più celebri espressioni del grande poeta romagnolo sull’Istituzione è: “Massoni sono quelli che non anelano se non a fare del bene, a fare – ogni giorno, ogni secolo – meglio; veri uomini di cui si compone la vera umanità. Con le parole – e più con i fatti, e soprattutto con l’esempio – hanno cercato sempre di disarmare i rapaci e di sollevare gli oppressi; sono nella lotta, e non per la lotta; sono pacieri e non guerriglieri; non hanno altro fine che di promuovere la umanità del genere umano”.

Come ricorda il Gentile, “Pascoli fu iniziato il 22 settembre 1882 nella Loggia “Rizzoli” all’Or. di Bologna (cfr. Mille volti di Massoni di Giordano Gamberini, Roma 1975, p.181). Il verbale della sua iniziazione fu redatto da Arturo Dalmazzoni. La povertà e le traversie dovettero certo incidere sull’assiduità di quel neofita, ma le esequie massoniche e civili conchiusero non solo le testimonianze di personali convinzioni, ma pure il ciclo di un contributo muratorio essenziale, spesso reso trasparente, oltre che dalla vita, dalla poesia. Quella partecipazione aveva avuto inizio con la originaria testimonianza di tre doveri: alla Patria la vita, alla Umanità l’amore, a se stesso il rispetto: il testamento di G. P. libero muratore (L’Acacia Roma, 1951).

Di opinioni diverse e decisamente contro l’Istituzione è il Ruggio, che nel suo libro (GIAN LUIGI RUGGIO; Giovanni Pascoli – tutto il racconto della vita tormentata di un grande poeta, ed. Simoncelli, Milano 1998) fa menzioni interessanti relative ai rapporti tra Pascoli e la Massoneria, in modo particolare, neanche a farlo apposta, nel racconto degli ultimi giorni di vita del poeta, quando già il tumore che dallo stomaco si era esteso al fegato, lo stava purtroppo portando al lento e progressivo avvicinarsi alla morte.

Il Ruggio racconta l’agonia e le ultime ore del poeta, minato dal male.

“Quella sera [5 aprile, il giorno prima della morte] Maria rimase profondamente turbata, pur continuando a non disperare del tutto. A quel punto decise, però, di fargli dare una benedizione e per questo mandò Attilia al Collegio dell’Osservanza perché chiamasse padre Paolino Dall’Olio, amico di Pascoli. E qui avvenne un episodio che incrinò per sempre i rapporti col fratello Raffaele. Lui, forse temendo che l’ammalato, riprendendo coscienza, si impressionasse alla vista del sacerdote, intuendo così che era alla fine, mandò una persona con il contrordine di non far venire il religioso. Maria, nelle sue memorie, confessa, senza mezzi termini, che quel gesto l’aveva amareggiata e disgustata. Afferma che quella fu l’unica ragione per cui il fratello fu privato dei conforti religiosi che, era sicura, avrebbe desiderato. E non perché un picchetto di massoni avrebbe impedito a quel frate di salire a casa Pascoli.” (p. 339) Il fatto curioso è come invece, nella sua Introduzione alle Poesie , il Baldacci riferisca in modo simile che “Falino, il fratello [carnale] prediletto si fece scrupolo di allontanare il sacerdote che portava il viatico”.

Un’altra, comunque dubbia, versione dell’accaduto, racconta invece che il frate giunse effettivamente alla casa del poeta ormai moribondo e che, intimoritosi di fronte al volto dei tanti massoni presenti al suo capezzale, preferì tornarsene di filata al Convento.

Pascoli morì com’è noto nella sera del 6 aprile 1912, nella sua residenza bolognese. Il testo del Ruggio continua dicendo: “Dal giorno della morte fino a quando la salma non arrivò a Castelvecchio, le campane di San Niccolò suonarono a morto. Nel frattempo, don Barrè era corso a Bologna per ottenere l’autorizzazione per i funerali religiosi. Ciò si rese necessario perché era ancora vivo il ricordo di Pascoli politico, del giovane anarchico che, in gioventù, fu intimo amico dell’attivista socialista Andrea Costa. Senza poi dimenticare che aveva avuto fugaci abboccamenti con la MASSONERIA dalla quale si era ritratto quasi subito perché aveva capito che, così, avrebbe compromesso la propria libertà.” (p. 341)

Decisamente un’opinione molto discutibile. Al di là di queste fugaci notizie, rendiamo omaggio all’illustre fratello Poeta, con la sintesi della filosofia massonica di cui sono impregnate diverse sue opere.

Una poesia molto bella che pur non racchiudendo contenuti massonici è doveroso far presente è senza dubbio la lunga e toccante poesia “La morte del Papa”, contenuta nei Nuovi Poemetti del 1909, e dedicata alla morte del Papa Leone XIII, il papa forse più anti-massone per eccellenza, al secolo Vincenzo Gioachino dei conti Pecci, di Carpineto Romano, morto a Roma nel 1903 all’età di 93 anni e papa dal 1878 al 1903; successore del grande Pio IX.

Nonostante la palese ferocia con cui il Santo Padre si scagliò contro i Massoni (basti pensare alle Encicliche Humanum Genus, Inimica Vis, ecc…) il Pascoli, già iniziato da diversi anni all’Istituzione, trasmette in questi versi una dolcezza inaudita ed un amorevole cura, nel senso latino di attenzione, nei confronti dell’evento dell’aggravarsi delle condizioni di salute del Pontefice, che culmina nella chiusa (“… e con un bianco / lino la fronte gli tergea sua mamma) quando fa accenno ad un ricordo infantile del vecchio papa, facendo presente che con la morte “si ritorna fanciulli” e da qui ne seguirebbero lunghi discorsi sulla scia del Fanciullino pascoliano.

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IL NOSTRO MONDO

    IL NOSTRO MONDO

    Il progetto-desiderio di una società migliore non può basarsi che su modelli che mettano in primo piano l’uomo, non come individualità a sé stante, ma come elemento in armonia con l’universo intero. Per un Massone, questo desiderio non è un sogno utopistico per fuggire dalla realtà; ma qualcosa di pensabile, in quanto fattibile, un “sogno ad occhi aperti”, quindi, per il quale esistono i presupposti di una realizzazione. Certamente esso ha bisogno non solo di analisi concrete del potenziale di una società, ma anche, anzi principalmente, di fantasia, di creatività, di rispetto reciproco fra le genti e, perché no, di un “pensiero” dalle basi antiche e solide che conferiscano armonia a tutto ciò che ha parte in questo progetto-desiderio. Non è facile da raggiungere: esige però che ci si batta per la sua realizzazione.

    Un’era volge al termine e questi duemila anni si concludono lasciando una pesante eredità a quella successiva: deterioramento dell’ambiente, conflittualità politica fra i popoli, caduta dei valori etici e spirituali, crisi dei rapporti sociali ed interpersonali.

    Le cause che hanno innescato questa reazione a catena sono innumerevoli e assai complesse.

    Le civiltà in ascesa hanno sempre un preminente carattere sintetico tendente ad unire ciò che è separato; da quest’azione unificatrice, che i Greci esprimevano con il verbo “simballein” (mettere assieme, unire) nasce la cultura del simbolo, la civiltà simbolica.

    Dal processo inverso del “diaballein”, deriva, invece, la cultura diabolica la quale, separando ciò che era unito, provoca una reazione a catena dagli effetti devastanti che oltre ad insidiare l’armonia del vivere e a stravolgere la scala dei valori; minaccia addirittura la sopravvivenza della terra che ci ospita e ci nutre.

    Varie sono le cause che innescano questa reazione:

1) lo strapotere e la spregiudicatezza del capitale che programma i suoi interventi al solo scopo di moltiplicare i profitti, dì esasperare attraverso la competitività uno sfrenato senso egoistico, di considerare l’uomo soltanto come un semplice strumento della produzione;

2) l’attività dell’uomo che autoelettosi unico sovrano del cosmo, si sente in diritto di deturpare foreste, di far strage di fauna, di inquinare terra, acqua, e aria con i suoi veleni, di manipolare il patrimonio genetico delle piante e degli animali senza tener conto di alcun’altra legge eccetto quella del suo tornaconto personale. Così questo signore dell’universo è diventato il grande “killer” della terra e l’unico animale che distrugge l’ambiente dove vive, soggiogato dall’imperativo del profitto per cui tutto è lecito.

    Altro acceleratore del processo di disaggregazione è il voler considerare la scienza come la più importante attività umana che non ha limiti all’estensione delle sue conoscenze, con la convinzione che essa può riparare qualsiasi guasto provocato dai suoi errori.

    Non ultima tra le cause. Il “culto della superspecializzazione” che comporta una frammentazione del sapere in particelle che si vanno facendo sempre più piccole, sicché la specializzazione diventa solitudine, vera e propria alienazione.

    Eppure questo culto va diffondendosi in ogni altro settore della scienza e della cultura. Ovviamente, non s’intende svalutare la specializzazione in assoluto ma essa ha un valore reale se porta all’approfondimento di una ricerca che non prescinda da una concezione organicistica dell’unitarietà dell’uomo, da un’armonica interazione delle conoscenze, dalle leggi inviolabili della natura a cui si può comandare solo obbedendole e che non ignori neppure le esigenze della collettività, poiché, come sentenziavano gli antichi maestri di scienza che erano anche maestri di vita, “scientia sine coscientia est nihil”.

    Giovanni Cecconi e Gustavo Raffi Oggi più che mai si sente l’esigenza di tanti cambiamenti in molti campi, dall’economia (diverso rapporto uomo-ambiente, uso di energie pulite) alla politica ed alla sociologia ( superamento della concezione materialistico-meccanicistica, cooperazione e non competitività, visione cosmica e non planetaria, sviluppo di una coscienza collettiva) alla medicina (concezione olistica della persona) ed alla spiritualità (superamento delle concezioni parziali e dogmatiche, coscienza di essere tutti figli dello stesso Principio).

    Aprirsi a questa nuova coscienza è oggi una necessità improrogabile e il rendersene conto significa compiere il primo passo verso il cambiamento.

    Si avverte, quindi, la consapevolezza che tutto ciò potrà avvenire solo a seguito di un totale ribaltamento interiore dell’individuo che, necessariamente, porterà con sé anche quello esteriore: un ribaltamento che dovrà cominciare dal singolo e non essere imposto dall’alto. Considerando l’azione dì rinnovamento in questa chiave, il ruolo della Massoneria è fondamentale, indispensabile.

    Quale portatrice di un pensiero e di una tradizione iniziatica, contiene in sé principi ed insegnamenti secolari indispensabili al miglioramento dell’uomo e per formare un’etica nel vero senso della parola.

    Non sto a ricordare i cinque punti della fratellanza; ripeto solo che la Massoneria è una scuola iniziatica che segue l’esoterismo nell’insegnamento ed il simbolismo nell’arte operativa; infatti, senza una tradizione iniziatica-esoterica non esisterebbe un canale di trasmissione di luce iniziatica e senza iniziazione non potrebbe esistere alcuna forma di Massoneria.

    Essa ha il duplice scopo di favorire il perfezionamento dell’uomo e di lavorare, di conseguenza, direi naturalmente, al bene ed al progresso dell’umanità.

    Però se il primo non si realizza “massonicamente” non si conseguirà mai il secondo.

    “Un palazzo, anche se bellissimo come facciata, deve, principalmente, avere fondamenta salde, altrimenti può crollare al primo refolo di vento”.

    Per il bene dell’Umanità è perciò fondamentale che il Massone sia tale nel vero senso della parola.

    E lo è soltanto se egli vive intensamente ed interiormente la Massoneria osservandone tutti i principi, per effetto dell’iniziazione, atto attraverso cui si stabilisce, nel Massone, un nuovo principio di vita, per cui l’esistenza ricomincia, intimamente da capo.

    Nasce qui il sentiero del grande ritorno; a da qui deve nascere, poi, nel Massone l’opera attiva e la missione educatrice nei confronti dell’Umanità!

    L’origine della vita ci sussurra richiami irresistibili nel disegno svelato dalle forme semplici dei simboli: chiama a raccolta apprendisti, compagni e maestri, centro invisibile del simbolo universale: l’UMANITA’.

    La Massoneria, quindi , non è un “club” qualunque, ma qualcosa di completamente diverso.

    L’Uomo Massone non può comportarsi da “Iniziato” all’interno del Tempio e da “Non Iniziato” al di fuori di esso e cioè in ogni manifestazione della sua vita.

    Egli dovrà, quindi, all’esterno, avere un ruolo attivo, vivo, di esempio di guida, di colui che indica una via da percorrere sicché “se nel lungo cammino della vita qualcuno rimane indietro, Lui è pronto a fermarsi ed aspettarlo”.

    A questo ci porta la Massoneria, intesa nel suo significato più vero e più profondo: quello di una via spirituale resa ancor più viva ed operante dai nostro agire quotidiano avente per scopo l’evolvere dei nostri simili.

    Ecco che, allora, la Massoneria non può che avere e svolgere un ruolo di primissimo piano in questa società perché “Gli Antichi Doveri” che costituiscono le sue fondamenta non avranno mai fine.

    Doveri, ai quali occorre rispondere quotidianamente per recuperare la visione olistica del mondo: dovere inteso come imperativo morale: “agisci come se ogni tuo atto potesse essere assunto come norma universale”.

    Ecco allora che, qualunque ricerca per individuare l’etica che permetta all’Umanità di vivere con fratellanza, con uguaglianza, con la tolleranza dai propri principi interiori, con amore inteso come energia primigenia, non potrà mai prescindere da quella splendida scuola di vita che è la Massoneria.

    A riprova di quelle che sono le finalità delle Massoneria e nel servizio che il Massone dovrà compiere nei confronti dei suoi simili vorrei ricordare quanto viene detto al neofita, terminata la prova del fuoco: “Possa il vostro cuore infiammarsi d’amore per i vostri simili, possa questo amore improntare le vostre parole, le vostre azioni, il vostro avvenire…”. Non dimenticate mai il precetto universale ed eterno “non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te stesso e fa agli altri tutto il bene che vorresti facessero a te”.

    Dobbiamo , quindi, amare il nostro prossimo come noi stessi.

    Ma l’amore verso se stessi si realizza operando per il proprio perfezionamento e per il superamento dell’”io” che è l’essenza psicofisica dell’uomo, l’ispiratore della sua vanità e del suo animalesco egoismo. L’iniziato fa poca strada se non riesce a subordinarlo all’”atman”, cioè al “sé”.

    La Massoneria ha in sé tutti i requisiti per l’etica della vita, determinati, appunto, da quel salto di qualità compiuto dall’uomo divenuto Massone che non lo fa essere più quello di prima poiché è decisamente avviato su di un cammino evolutivo in grado di aiutare gli altri ad evolvere.

    Questo è il servizio che il Massone deve compiere avendo ben chiaro il concetto di uguaglianza, inteso come uguale diritto di tutti gli uomini a migliorarsi, e quello di tolleranza che concilia perciò uguaglianza e differenza.

    Il Massone deve avere i piedi ben piantati a terra e gli occhi sempre rivolti al cielo.

    La Massoneria ti dà la possibilità di esistere, di far tesoro di ogni attimo della vita.

    Fa quel che devi, accada quel che può.

    Giovanni Cecconi

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