PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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LA PIETRA D’ANGOLO

1) INTRODUZIONE

2) LA PIETRA D’ANGOLO

3) LA CHIAVE DI VOLTA

 4) RELAZIONE TRA I DUE ELEMENTI STRUTTURALI E CONCLUSION

 1) INTRODUZIONE:

Sono doverose alcune precisazioni sul tema di questo lavoro. Parlare di simboli come questi che afferiscono a diverse tradizioni esoteriche potrebbe portare a numerose interpretazioni con significati anche diametralmente opposti nonché ad un lavoro prolisso e noioso, pertanto mi concentrerò su quegli aspetti costruttivi più propriamente legati alla tradizione Libero-Muratoria che contraddistinguono la nostra Fratellanza. Terrò, quindi, fuori il più possibile gli aspetti più strettamente legati alla tradizione Cristiana, anche se dovrò necessariamente accennare ad alcuni aspetti in rapporto col Cristo. E’ proprio nella “costruzione” del “Tempio” che tali elementi compaiono, prima come elementi costruttivi puri, ma immediatamente poi come valori simbolici imprescindibili per tali costruzioni. Sono due elementi che vanno necessariamente pensati assieme, poiché non avrebbe senso parlare dell’uno slegato dall’altro, in quanto il secondo non potrebbe esistere senza il primo ed il primo non avrebbe senso senza la conclusione data da secondo. Il nostro lavoro come Libero-Muratori è di duplice natura e si sviluppa in un piano interiore con la costruzione del nostro “Tempio”, ma al contempo in un piano sociale dove ci troviamo coinvolti nella costruzione della Nostra Loggia e più in generale nella costruzione della Libera Muratoria Universale. Proprio in quest’ottica si capisce l’importanza di questi simboli fondamentali per l’Arte del Costruire, e come tali dovrebbero rientrare tra quelli più cari e presenti al Massone.

2) LA PIETRA D’ANGOLO

Parlare di pietra d’angolo può generare confusione con la pietra angolare che è appunto la “chiave di volta” Sul tema si è ampiamente espresso Renè Guenon che vi invito a consultare in merito. Per non dare adito a fraintendimenti è meglio chiamarla “la prima pietra”. Nella costruzione di un Tempio la posa di tale pietra avviene per tradizione nell’angolo Nord-Est delle fondazioni del tempio. Essa e la pietra che dovrà sorreggere tutto l’edificio concluso ecco che diviene lampante il motivo per il quale l’iniziato Muratore viene posto in tale angolo. Come accennato prima la posizione ha una duplice valenza rappresentando da un lato il lavoro interiore che il nuovo fratello si appresta a compiere, dall’altro che la Loggia e per estensione la Massoneria poggiano su di lui per compiere la loro opera. In questo senso tale pietra risulta indispensabile sia al Fratello stesso sia alla sua Loggia di appartenenza ed è bene che ciascun Fratello più anziano si ricordi sempre di questa posizione privilegiata anche quando ha raggiunto i vertici della costruzione. Ma la prima pietra, come tale, non è l’unica. Essa è seguita da atre tre pietre poste rispettivamente agli angoli sud-est, sud-ovest e nord-ovest. Il corretto posizionamento di queste pietre angolari consente di tracciare le fondazioni a “Regola d’Arte”. Ecco che si spiega il motivo dello squadrare la loggia nel percorrerla secondo le forme dovute. Le fondazioni stanno sotto terra, così come il lavoro dell’Apprendista è quello di scavare dentro sé stesso. I quattro angoli ci ricordano, inoltre, che questo tipo di lavoro è un lavoro che avviene su di un piano squisitamente orizzontale, ma che, proprio da questo piano si potrà poi, in un secondo momento, alzarsi su di un piano verticale. C’è un qualcosa di eroico nelle fondazioni, sopite e nascoste nella terra, non solo devono essere in grado di sopportare il peso dell’edificio soprastante ma devono anche essere in grado di resistere all’umidità del terreno, alle gelate, alle insolazioni ed a miriadi di micro e macro organismi che abitano nella terra consentendo al resto dell’edifico di rimanere sano ed in perfetto ordine. Ecco che si chiarifica il perché di Boaz quale parola di passo dell’Apprendista che deve aver la Forza di sostenere questo impegno interiore ed esteriore. Il rapporto tra la pietra d’angolo e la squadra è evidente ed indissolubile.

 3) LA CHIAVE DI VOLTA

 Tratterò l’arco per parlare della Chiave di Volta, ma il discorso e identico anche per le cupole di cui l’arco ne rappresenta una sezione verticale. Tra tutti gli elementi architettonici la chiave di volta ha sempre catalizzato la mia attenzione forte di quell’aura di magia che la contraddistingue. Il senso di mistero e di austerità avvolgono questo elemento costruttivo fondamentale negli archi e nelle volte. Da dove proviene questa potenza catalizzatrice? Ben presto ci arriveremo, ma prima cerchiamo di capire cos’è e come funziona. I primi ad utilizzare questo elemento, nel mediterraneo, furono gli Etruschi, anche se si suppone che sia nata in Mesopotamia, ma è grazie ai Romani che trova la sua massima espressione in edifici come il Colosseo e negli infiniti Acquedotti. Si tratta di una pietra a forma di cuneo, anche detta pietra angolare (ecco spiegata la possibile confusione con la pietra d’angolo) o testa d’angolo (caput anguli in latino). E’ inserita tra i due semiarchi e serve a “chiudere” la struttura, a legare le due semiarcate e a consentire che queste scarichino le forze lungo i pilastri che le sorreggono. E’ l’ultimo elemento che va inserito appena prima di levare le centine e le impalcature. Senza questo elemento strutturale le semiarcate collasserebbero verso l’interno, grazie ad esso invece l’arco è completo ed in grado di svolgere la propria funzione. Ecco, quindi, che una delle proprietà immediatamente percepibili della Chiave di Volta è la sua funzione di creare equilibrio. In questo senso è detta anche pietra fondamentale (altri equivoci) nel senso proprio del termine e non di pietra di fondazione. Fondamentale in quanto senza di essa l’edificio non sta in piedi, quindi è una pietra essenziale. La Chiave di Volta dicevamo collega due distinte semi arcate ed in questo senso rappresenta il perfetto “Pontefice” che collega il piano orizzontale del pavimento con quello celeste e Divino. In questo senso per i Cristiani la Chiave di Volta rappresenta il Cristo così come la pietra d’angolo rappresenta San Pietro. (Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia chiesa). Ma tornando agli aspetti più propriamente Massonici il significato di tale elemento strutturale si cela nelle peculiarità stesse di tale pietra che se da un lato unisce, dall’altro separa (il destro dal sinistro, il sopra dal sotto, il dentro dal fuori. Separa ed unisce. Solvet et coagula. Il primo passo per la Grande Opera Alchemica. Solo l’armonia dei contrari potrà costituire la trasmutazione da piombo in oro. Quindi la Chiave di Volta può e deve, dal mio punto di vista, essere considerata come quel “Principio Ultimo” che origina qualsiasi dualità presente nel mondo. Ma i significati che questa pietra porta con se sono anche altri. Innanzitutto ci ricorda che il lavoro non viene più su un piano squisitamente orizzontale ma su di un piano verticale e qui il lavoro della livella è essenziale per la corretta esecuzione dell’opera. La strana forma della Chiave di Volta unica pietra di tutto il cantiere con quella sagoma fa si che Il Cristo dica “La pietra che hanno scartato i costruttori, questa è diventata capo d’angolo”. Suggerisce una cosa interessante ovverosia che solo un “Maestro Muratore” è in grado di riconoscerla ed usarla in modo appropriato, ma ci ricorda anche che, così come la squadra è lo strumento che corrisponde alla pietra d’angolo, il compasso è lo strumento che invece corrisponde alla Chiave di Volta.

4) RELAZIONE TRA I DUE ELEMENTI STRUTTURALI E CONCLUSIONI

 Accennavo all’inizio che non ha alcun senso parlare della pietra d’angolo senza considerare la Chiave di Volta e viceversa. Infatti non avrebbe senso gettare le fondamenta se non si intende concludere l’edificio e, come abbiamo visto la chiave di volta è l’ultima pietra ad essere posata, così come non avrebbe senso posare la Chiave di Volta senza che sia stata posata la Pietra d’Angolo altrimenti tutto l’edificio crollerebbe. Alfa e Omega. Ma ci dice anche che esiste un preciso ordine nella sequenza dell’esecuzione di un edificio, e che tale ordine va rispettato pedissequamente pena il naufragio del progetto. Ci raccontano, questi due elementi strutturali, la metafora della vita di ciascun Fratello Libero Muratore. Ci guidano in quel cammino che, come dice San Pietro: “E voi stessi come pietre vive costruitevi a somiglianza di un tempio spirituale, così da formare un santo sacerdozio e per mezzo di esso offrire sacrifici spirituali.” Obbiettivo ultimo di ogni Massone. E, poi, non posso non menzionare le pagine, numerose e profonde, che alla pietra angolare ha dedicato René Guénon. In esse si osserva quella applicazione dell’analogia fra il principio e la fine, fra il primo e l’ultimo, tra microcosmo e macrocosmo, e che lo portano a concludere che: “la costruzione rappresenta la manifestazione nella quale il principio appare solo come il compimento finale; e proprio in virtù di questa analogia la ‘prima pietra’, o la ‘pietra fondamentale’ può essere considerata come un ‘riflesso’ dell’‘ultima’ pietra, che è la vera ‘pietra angolare’.”

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LO ZERO

di Rodari

C’era una volta
un povero Zero
tondo come un o,
tanto buono ma però
contava proprio zero e
nessuno
lo voleva in compagnia.
Una volta per caso
trovò il numero Uno
di cattivo umore perché
non riusciva a contare
fino a tre.
Vedendolo così nero
il piccolo Zero,
si fece coraggio,
sulla sua macchina
gli offerse un passaggio;
schiacciò l’acceleratore,
fiero assai dell’onore
di avere a bordo
un simile personaggio.
D’un tratto chi si vede
   fermo sul marciapiede?
 

Il signor Tre che si leva il cappello
e fa un inchino
fino al tombino…
e poi, per Giove
il Sette, l’Otto, il Nove
che fanno lo stesso.
Ma cosa era successo?
Che l’Uno e lo Zero
seduti vicini,
uno qua l’altro là
formavano un gran Dieci:

nientemeno, un’autorità!
Da quel giorno lo Zero
fu molto rispettato,
anzi da tutti i numeri
ricercato e corteggiato:
gli cedevano la destra
con zelo e premura
(di tenerlo a sinistra
avevano paura),
gli pagavano il cinema,
per il piccolo Zero
fu la felicità

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DIO, PATRIA E FAMIGLIA

Dio, Patria e Famiglia

di Marcello Veneziani

DIO, PATRIA e FAMIGLIA
Il senso religioso del divino, il senso della comunità e della famiglia, il sentimento delle origini e del destino, sono l’abc elementare di ogni civiltà, costituiscono la base per intrecciare diritti e doveri, e per inserire il presente nel flusso di una continuità col passato e col futuro.

DIO, PATRIA e FAMIGLIA in versione progressista
La mia patria è l’umanità. La mia famiglia è il genere. Il mio Dio sono Io.

DIO
Dio è il nostro colmo e il nome della nostra mancanza: segna il nostro limite, ci riempie fino all’orlo della sua presenza o viceversa ci fa avvertire tutto il peso della sua mancanza, il nostro vuoto. Quindi Dio diventa il nome che indica in sua presenza la nostra pienezza e in sua assenza la nostra mancanza.

RELIGIONE
Il significato etimologico di religione è legame: un legame non solo con il trascendente, ma anche con gli altri, cioè una comunità improntata all’amor di Dio o al timor di Dio, a seconda dei punti di vista. C’è un nesso strettissimo fra la fede in Dio e la convinzione di avere un comune destino con gli altri uomini. Tutto questo fa parte di una tradizione, di una civiltà. 

DIO e COMUNITÁ
Siamo inevitabilmente, nel momento in cui dialoghiamo con Dio, non soli, ma con altri. Dunque c’è una comunità, che per i cristiani è l’ecclesia, cioè la vera e propria comunità religiosa che dà luogo a questo incontro col divino. In altri termini, non si può prescindere dalla triplice dimensione che ci caratterizza, cioè quella personale, quella comunitaria e quella trascendente.

SACRO
L’uomo, liberandosi dal sacro, credeva di acquisire maggiore libertà, trasferendo i beni dal cielo alla terra, invece il senso della sua vita è stato riposto fuori da sé, trasferito su altri soggetti e perfino su altri oggetti, ricalcando all’inverso il cammino dalla religione all’idolatria. 

CROCIFISSO
Io credo che il crocifisso in un luogo pubblico non è un atto confessionale; è il riconoscimento di una tradizione. È il riconoscimento, in uno spazio pubblico, di qualcosa che ha caratterizzato la nostra civiltà. 

DIO AI GIORNI NOSTRI
Dio vive in Europa una penosa clandestinità. In Europa è sfrattato e obliato, in Africa è massacrato, in Medio Oriente è schiacciato dai suoi concorrenti. È costretto a rifugiarsi in Sud America e nelle periferie del pianeta. 

Patria

PATRIA
All’espressione nazione preferisco quella di patria, in cui sia salvato il valore positivo, cioè il legame con le proprie origini, con la propria lingua, cultura, tradizione. Un’idea che non sia giocata contro gli altri, ma sia vista al contrario come una forma di riconoscimento delle diversità.


PENSIERO COMUNITARIO
Il pensiero comunitario valorizza lo stare insieme, ma non la società uguale, la società uniforme.

PERSONA
La persona è l’individuo con un volto, con un’anima, con una storia.

NAZIONALISMO
Il nazionalismo è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione.

CONTEMPORANEI e CONTERRANEI
Noi non possiamo cancellare né il nostro statuto di contemporanei, di figli del nostro tempo, né quello di conterranei, cioè di figli del nostro luogo. Abbiamo bisogno di origini e di proiezione nel futuro, e le due cose non sono scollegate.

DIFFERENZE
Il vero nemico del rispetto delle differenze è proprio la società uniforme.

POLITICA
Preferirei una politica più coerente sui principi, più intransigente sulla qualità e più duttile con le persone. Invece succede troppo spesso il contrario.

DESTRA e SINISTRA
Credo che esista una sensibilità che assegna valore primario alle origini, al radicamento; ed un’altra che assegna valore primario all’emancipazione, alla liberazione dalla radici. E credo che questi due atteggiamenti si possano definire ancora, con tutti i limiti e gli equivoci che le definizioni comportano, come di destra e di sinistra. 

MERCI e MITI
Non bastano le merci: vi è anche la necessità di avere miti. Noi dobbiamo anche saper sognare. Non possiamo accontentarci soltanto del conto in banca e del posto fisso. È necessario anche guardare oltre.

STATO e STATALISMO
Finché si parla di statalismo è giusto far dimagrire lo Stato. Però, quando si parla dell’idea di Stato, si parla del luogo in cui sono tutelati e rappresentati gli interessi e i valori collettivi.

DC
Penso l’esperienza democristiana ormai conclusa e inservibile, con le sue luci e le sue ombre, nel nostro presente. È stato un sistema di governo, minimalista sui valori, maternalista sulle pratiche, che rappresentava l’anima prudente degli italiani, la capacità di mediare e di sopravvivere, magari anche a prezzo della dignità e dell’identità. Non condanno, ma non la propongo come modello per il domani.

PECULATO PER DISTRAZIONE
Non saprei fare il politico e se fossi assessore mi arresterebbero dopo tre mesi per corruzione con prove schiaccianti pur essendo totalmente innocente. Il mio sarebbe peculato per distrazione, ma nel senso proprio della distrazione…

AMOR FATI
Amor fati è l’amore della realtà, è amare la realtà com’è, quel che noi siamo, e quindi partendo da questa accettazione della realtà, ci poniamo già in una posizione che tende a superare il nichilismo, perché la realtà ci dice che le cose ci sono, profumano, esistono, ci guardano, ci ispirano, ci nutrono; e di conseguenza in questo legame col mondo, in questa connessione col mondo, noi conferiamo senso al mondo e quindi ci allontaniamo dal nichilismo.

AMOR FATI
L’amor fati è non solo amore di ciò che accade e di ciò che ci assegna la vita, ma regale distacco, rispetto agli eventi e agli esiti, del nostro agire, signoria della vita rispetto alle dipendenze del mondo, attenzione senza apprensione per il giorno che viene. 

DESTINO
L’assenza di destino, che è l’unica trascendenza possibile, è ciò che caratterizza il nostro tempo: considerando tutto quel che facciamo come frutto del caso e del desiderio, cioè come occasioni determinate dal puro caso o frutto di volizioni momentanee, non riusciamo più a dare un disegno intelligente alla vita.

MODERATO
Il moderato non è una categoria della politica, non indica alcun contenuto, non ha confini. È al più un metodo, un’indole, uno stile, anzi un tono di voce e di azione.

EUROPA
Credo che l’Europa debba essere pensata in modo inverso rispetto al presente: ovvero un insieme integrato rispetto all’esterno e differenziato al suo interno: con un’unica politica estera e militare, di contenimento dell’immigrazione e di rapporti con le altre aree extraeuropee. Ma poi capace al suo interno di garantire le sovranità; l’Europa delle patrie di de Gaulle.

MODERNITÁ 
La modernità è contrassegnata dai mezzi che vincono sui fini…grandi mezzi economici e tecnici per scopi sempre più esili e significati sempre più labili.

GLOBALIZZAZIONE
I figli della globalizzazione non si sentono conterranei di nessuno, ma solo contemporanei; il vincolo temporale diventa l’unico che fa da paio all’appartenenza spaziale, al mondo globale. 

INDIVIDUALISMO
Viviamo un individualismo senza persona e viviamo una massificazione soggettiva; infatti, non esiste più la realtà, prevalgono i punti di vista e le interpretazioni, manca completamente un pensiero, un sentire comune, è tutto ricondotto alla soggettività che, d’altra parte, produce omologazione e massificazione; in entrambi i casi c’è una perdita dell’identità sia personale che comunitaria.

TWITTER 
In fondo il twitter è il pronipote, anche un po’ sportivo, dell’aforisma.

PROGRESSO
Il progresso è inumano sia nella sua genesi che nel suo sviluppo, poiché riduce l’uomo a mezzo di locomozione della storia per il suo appuntamento eternamente rinviato col progresso. 

ITALIANI
Non saremmo italiani se non concepissimo alle nostre origini un padre e una madre che sono l’impero romano e la chiesa cristiana. Sono quelli i genitori dell’Italia.

MARXISMO 
Il marxismo, fallito come apparato repressivo a Est, si è realizzato come radicalismo permissivo a Occidente.

LOTTA DI CLASSE
La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo.

Famiglia

FAMIGLIA 
Il matrimonio è la fonte della famiglia che è l’unica struttura naturale e culturale su cui si fonda, si rigenera e si perpetua una società e ogni civiltà. È dunque un bene pubblico da riconoscere, da tutelare e da distinguere da ogni altro tipo di unione.”

SCUOLA
La scuola italiana è il principale laboratorio della stupidità collettiva, travestita da progresso umanitario. Quasi peggio della tv, dove la stupidità almeno è passiva e ricettiva, a scuola invece si fa attiva e militante. La scuola istituisce il canone, mentre la tv si limita a farlo pagare.

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AGAPE

AGAPE

Tavola scolpita dal FR.’. C. S.

«L’amore non è una cosa che si può insegnare,

ma è la cosa più importante da imparare»

(Karol Wojtyla

-Sì, migliore del vino è il tuo amore –[] Trascinami con te, corriamo !

-Dimmi, o amore dell’anima mia… Bellissima tra le donne…

Belle sono le tue guance fra gli orecchini ,il tuo collo tra fili di perle.

Come sei bella, amata mia, come sei bella!

Come sei bello, amore mio ! Erba verde è il nostro letto []è dolce il suo frutto al mio palato.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.

 – Il mio amore è per me e io per lui.

– Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore;l’ho cercato, ma non l’ho trovato.

«Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore». L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

 Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: «Avete visto l’amato del mio cuore?»

Quanto sono soavi le tue carezze. L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi[].

-Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua.

Il mio amore ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Mi sono alzata per aprire al mio amore e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello.

– Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dritto verso il mio diletto e fluisce sulle labbra e sui denti!

Di buon mattino andremo alle vigne; vedremo se mette gemme la vite, se sbocciano i fiori, se fioriscono i melograni :là ti darò le mie carezze!

Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; m’insegneresti l’arte dell’amore. Ti farei bere vino aromatico, del succo del mio melograno.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore[]perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma divina!

Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo .

    Quanta dolcezza e quanta passione amorosa esprimono queste parole tratte dal “Cantico dei Cantici di Salomone” dell’Antico Testamento, inserito nei Libri Poetici e Sapienziali della Bibbia[1]. Questo poema d’amore è stata scritto  intorno al IV secolo a. C, probabilmente dal re Salomone, durante la costruzione del Tempio a Gerusalemme. L’amato è il re d’Israele: “Salomone” figlio di David, il “Pacifico” e l’amata è “Sulammita”, la “Pacifica”. Per il suo linguaggio fortemente erotico e per il suo contenuto, questo Poema ha suscitato sempre un grande stupore. L’autore si è ispirato, si pensa, ai poemi d’amore egiziani, risalenti al 1300 a.C. e come possiamo notare, il linguaggio dell’amore non è cambiato nel corso dei millenni… è sempre lo stesso in ogni luogo ed in ogni tempo. Il Cantico dei Cantici celebra l’amore in tutti i suoi significati; infatti ritroviamo “l’amore umano”, tra due amanti (erotico…sensuale…assoluto…vero…ordinato…condiviso…posseduto…libero). In esso si rileva anche un secondo tipo di amore, quello tra madre e figlio, tra fratelli, tra amici. Infine, è presente anche un terzo tipo di amore: “l’amore non antropologico”, perché il Cantico dei Cantici, secondo l’interpretazione Ebraica – Cristiana, è metafora dell’Amore forte ed appassionato del Creatore (Dio) verso il suo Creato (l’uomo) e viceversa; anche se la parola “Dio”, in questo testo, non viene mai menzionata, eccetto in un verso, dove si parla semplicemente  di “Fiamma Divina”. «Il Cantico dei Cantici rappresenta, attraverso la ricchezza  del linguaggio del corpo, il segno della partecipazione dell’uomo e della donna all’alleanza dell’amore di Dio all’uomo… la cui prima espressione è già in Genesi 2,23-25»[i][2]. Infatti, non è possibile rileggere il Cantico dei Cantici, se non sulla linea di ciò che è scritto nei primi capitoli della Genesi[3], dove è narrata la creazione della donna tratta dall’uomo, come riporta il testo biblico, da una delle sue «costole» ( costola = cuore). Le prime parole dell’uomo nella Genesi, alla vista della donna, creata da Dio, esprimono  stupore e ammirazione…cioè senso di fascino… lo stesso fascino che si rileva dalla lettura dei versetti del Cantico dei Cantici. L’amore assoluto tra due persone sprigiona, inevitabilmente, un forte stimolo a ricercare il “bello” in ogni cosa …a sperimentare un amore ancora più raffinato , più esaltante che si riversa inizialmente verso il sensibile ma successivamente, piano piano,  trascende verso l’invisibile …verso un terzo elemento …quello spirituale. Nel Cantico dei Cantici si percepisce che i due amanti tendono incessantemente a qualcosa che superi il loro amore… che oltrapassi i limiti dell’eros. E’ l’ “eros” stesso  che evolve e si purifica in “agape”

Parlare d’amore è difficile, tutti noi lo conosciamo…sappiano cosa è … ma definirlo con parole è arduo…forse non ci sono parole adatte ad esprimerlo.

“ Le parole  – come canta Biagio Antonacci nella sua canzone: “ Tu sei bella”[4]

sono solo come vino, più le bevi più ti rendi conto che non hai mai vinto.

Le parole poi, possono volare ma ti volan dentro…

Le parole quando poi le hai dette hanno già perso il senso…”

… E dato che Noi “Iniziati”, abbiamo una particolare sensibilità all’interpretazione dei simboli, il concetto dell’amore può essere meglio compreso se osserviamo, all’interno del nostro Tempio, la corda annodata di color “rosso amore”, che circoscrive il perimetro della parte superiore del Tempio, tra le pareti e la volta celeste; simbolo palese di collegamento tra il mondo terreno ed il cielo… tra l’uomo ed il Divino. Nella corda sono intercalati, in dodici intervalli regolari, dei nodi che ricordano il segno matematico dell’infinito (Nodi Savoia). Essa viene definita: “Corda con i nodi dell’amore”. Questo cordone termina alle due estremità, con un nodo a fiocco che scende uno, a sinistra  dell’ingresso, sulla Colonna J “Jachin (di stile ionico che rappresenta la “Stabilità” e porta sul capitello un melagrano aperto, simbolo di fratellanza e di fecondità) e l’altro, a destra dell’ingresso, sulla Colonna B “Boaz (di stile dorico che rappresenta la “Forza” e porta sul capitello un mappamondo che esprime l’Universalità della Massoneria). Il cordone annodato è simbolo dell’”Amore Fraterno”…della “Catena d’unione” …dello stretto legame che intercorre tra fratelli, ma anche tra l’”Adepto” ed “Grande Architetto dell’Universo”. Mi piace comunque sottolineare che il nodo di Savoia è un tipo di nodo particolare, definito “d’arresto” perché viene annodato in modo rapido e facile dai marinai durante le loro manovre, ma ugualmente, in modo veloce e semplice, viene sciolto …questo rispecchia la libertà di scelta che il nostro Ordine Iniziatico lascia ai propri adepti, ripsettando il “Libero Arbitrio”. Simbolicamente la “forza“ che permette la sussistenza e la tenuta di un “Nodo d’Amore” è la “forza stessa dell’Amore”, cioè la Passione”; così come tra amato ed amante. Se noi provassimo a rappresentare idealmente questo concetto con un triangolo, dove il lato A è l’oggetto dell’amore (l’amato) ed il lato B è il lato di colui che ama (l’amante), il terzo lato C è la relazione che trascende tra A e B cioè la “Passione Amorosa”. La passione è una forma particolare di “Energia”… è energia cinetica…che attrae… ma al tempo stesso muove…è  “Movimento”. Questo teorema può essere applicato ed esteso anche al di fuori di un rapporto d’amore antropologico. Nel linguaggio testamentario e nella teologia Cristiana il nome di questo terzo lato (lato C) è: “Spirito Santo”… e la sua azione è “sconvolgente”…perché è ciò che muove…è “Fuoco Sacro”. Lo Spirito Santo è espressione della relazione trascendente  tra il Creatore ed il suo Creato ( fondamento di ogni trinità ). Questa forza che unisce i due – Creatore e Creato – rappresenta l’“Amore” nella sua forma più elevata e perfetta…così grande e potente da fare:

“muovere il sole e l’altre stelle ”

come ha scritto il Sommo Poeta (Prima della teoria Copernicana) nel XXXIII canto del Paradiso[5]…così forte, aggiungo io, da fare:

“muovere il nodo seno atriale”

…che rappresenta il pace-maker naturale del cuore di tutti gli esseri viventi. La sua attività dà l’impulso alla vita.(Il nodo seno atriale o Nodo di Keth-Flack – dal nome dei due scopritori,  è una struttura, di 15×5 mm a forma di semiluna, situata nella parte superiore dell’atrio destro del cuore; da esso  partono, in modo del tutto autonomo, gli stimoli elettrici che si trasmettono al cuore provocandone la contrazione).

Quindi… è l’Amore… la “Forza Magica dell’Universo” che unisce e tutto muove, dando vita ad ogni cosa:

« Io (Logos) dimoro [] in ogni movimento che esiste nella materia tutta»

 … è scrittoin uno dei Codici gnostici di Nag Hammadi, la Protennoia trimorfica[6] che richiamano in modo stupefacente il prologo del Vangelo di Giovanni.

 Johann Wolfgang von Goethe[7] definisce  questa forza :

“movimento creatore e distruttore dell’eterno”

… esso è paragonabile al “Fuoco”…al movimento incessante della fiamma che tutto crea e tutto distrugge. Le parole di una poesia  di Goethe dal titolo: “Uno e tutto” ci fanno capire, meglio di ogni altra cosa, il significato di questo “movimento eterno di creazione e di distruzione”:

«L’Eterno in tutti senza sosta freme,

poiché tutto deve in Nulla dissolversi

se  nel suo Essere vuol permanere.

E così ridar forma a ciò che è creato

Affinché niente contrasti irrigidito,

è l’opera dell’eterna azione della vita

E ciò che non era vuole ora divenire

Limpidi soli, terre variopinte

senza mai sosta, senza mai quiete.

Deve sommuoversi, agire creando

Darsi apparenti momenti di quiete.

Per ritrovarsi nell’Infinito

Si annulla il singolo volentieri,

ed allora ogni tedio si placa;

non più brucianti desideri né sfrenata volontà,

non più l’esigere molesto né il dovere rigoroso,

la rinuncia all’io è voluttà»

“L’Eterno senza sosta freme…tutto deve dissolversi in nulla se nel suo Essere vuol permanere ….è l’opera dell’eterna azione della vita…”. Il “singolo”… si annulla, supera la sua individualità… e si perde nel “Tutto”…per poi ritrovarsi in uno stato superiore. L’individuo, nel momento che prende coscienza della sua comunione con la Totalità – di cui è parte – prova, secondo Goethe, un’immensa gioia…“voluttà”. Per “Essere”, quindi, si deve “accettare di cambiare e di morire” … e questo non consiste tanto in un volo al di là della morte, quanto una continuazione della vita ma con una percezione del mondo diversa. Ci si perde…ma ci si ritrova. “Eternarsi superandosi”. L’individuo subisce una trasformazione dello “spirito”…una metamorfosi… acquisisce una “nuova coscienza” (lato C)…che trascende tra il soggetto (lato A) ed il Tutto (natura/cosmo/Divino) (lato B)

Questa “nuova coscienza” corrisponde alla:

“Coscienza Cosmica

degli Stoici … del Filosofo – Imperatore Marco Aurelio[8] .

Questa “nuova coscienza” corrisponde al:

Sentimento Oceanico

descritto da Jean-Jacques Rousseau[9]:

«Provo estasi…nel fondermi [], nell’identificarmi con la natura intera».

 Questo concetto dell’“Eternarsi superandosi” è espresso in modo sublime anche in un’altra poesia di Johann Wolfgang von Goethe  dal titolo: “Beato struggimento”

«Non lo dite a nessuno, solo ai saggi,

perché la folla subito dileggia.

Voglio fare l’elogio di una vita

Che agogna ad una morte nelle fiamme.

Nel fresco delle notti

D’amore, dove hai concepito, ti sorprende

Un ignoto malessere.

Se, nel silenzio, splende una candela.

Non puoi più rimanere avviluppato

Nell’ombra delle tenebre

E ti travolge un nuovo desiderio

Di congiunzioni più nobili.

Non c’è distanza che ti faccia peso.

Avvinta, vinta, arrivi

E voli, e finalmente

Prendi fuoco, farfalla.

Finché non lo fai tuo,

questo “muori e diventa”,

non sei che uno straniero ottenebrato

sopra la terra scura»

La poesia parla di una farfalla, che attirata dalla luce di una candela le si avvicina così tanto da diventare tutt’uno con essa, fino a consumarsi nella fiamma.  La farfalla, spinta dall’amore, muore e si dissolve nel tutto. È una storia sublime di “amore e di morte”, dove la farfalla è attratta/ama la luce, in modo puro, senza paura…non si chiede che cosa è …e che cosa c’è oltre quella luce/fiamma… ama in modo fanciullesco…come i bambini a cui piacciono certe cose… che amano la cioccolata e basta…senza sapere nulla del pasticciere…senza sapere che esiste anche il sapore della vaniglia o della fragola.

IL CONCETTO DI “ AMORE” NEL MONDO GRECO ANTICO

Nel mondo greco-antico il concetto di ”amore” veniva espresso, in modo più preciso…accurato,  con tre diversi termini: Agapē, Erōs, Philia.

 Agapē : esprime l’amore incondizionato…totalmente disinteressato…al di fuori di ogni reciprocità…indipendente dai difetti o debolezze della persona amata… è l’amore della madre verso i propri figli.

Questo termine viene utilizzato nella maggior parte dei casi in riferimento a temi religiosi… è la parola più utilizzata nei Vangeli, dove l’ Agapē rappresenta il terzo elemento… tra Padre/Figlio…è l’ “Amore” che trascende tra i due, come abbiamo detto precedentemente…è lo Spirito Santo.

Nella Libera Muratoria, Agapē è l’amore che trascende tra Noi ed il Grande Architetto dell’Universo. L’atto simbolico che esprime meglio l’idea dell’Agapē in Massoneria è il “Banchetto Massonico”. Esso è stato ripreso dalla tradizione ebraica- cristiana; anche se, in tutte le civiltà, i banchetti hanno sempre rafforzato unioni o sentimenti tra persone. L’Agapē massonica è un pasto – “Pasto Sacro” – che non deve saziare ma,  in una atmosfera di grande ritualità, ha lo scopo di fare condividere lo stesso cibo (alimenti semplici) con i Fratelli, in modo che, idealmente, il sangue di ciascun fratello diventa uguale a quello degli altri fratelli, perché si arricchisce degli stessi componenti nutritizi…diventa, quindi, ”sangue dello stesso sangue”…come veri fratelli biologici.

L’ ”Agapē”, è quindi, la massima espressione dell‘”Affratellamento”.  

Erōs: è l’amore unidirezionale…è l’amore ossessivo e folle dell’innamorato…è l’amore totalizzante verso una sola persona.

«[…] dolceamara invincibile creatura […]»

…lo definisce Saffo[10]; poetessa greca (VII-VI a.C.) che ha cantato l’amore non soltanto come emozione immediata dei sensi, ma come memoria, che vive nello spazio e nel tempo.

«Io sono nel vostro sangue e nella vostra anima; io mi sento in ogni palpito delle vostre arterie ; io non vi tocco eppure mi mescolo con voi …io vi amo e voi mi amate  e questo dura da secoli, durerà nei secoli , per sempre. Accanto a voi, vivendo di voi, ho il sentimento dell’infinito, il sentimento dell’eterno…

[…]è credere in te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, la mia forza, il mo orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e tutto quel che spero»

… Sono due stupende frasi scritte da Gabriele D’Annunzio nel “Il Piacere”11…che ci fanno comprendere la grande intensità della forza dell’Amore/Eros.

Ugualmente, poetiche ed alte sono le parole d’amore riportate in due lettere indirizzate al Vate da parte Eleonora Duse nel 1898 [12].

<< …quando mi allontano da te…io perdo l’armonia della mia anima e del mondo (C’è – esiste un’armonia!) >>  <<… in questa solitudine, così grande, così profonda- come il mare-  come il mare io ti parlo e solo il pensiero di te mi fa vivere >>

La forza trascendente ed eterna dell’amore/eros viene svelata anche dalle delicate parole di questa poesia [13] :

« Cosa mai potevo darti, io? […] Cosa mai potevo sperare io?T’amerò, da solo, nel mio silenzio. Salperò con la mia vecchia barca, accompagnato da pensieri erranti. Senza timoniere, andrò alla deriva, in un mare turbolento, finchè uno scoglio fermerà il mio vagare. Quando raggi argentati della luna, illumineranno la tua finestra, l’ombra mia raminga veglierà su di te »

Eros nella mitologia / filosofia greca antica

Uno dei grandi meriti di Platone ( 427-347 a.C.) è quello di aver inventato il “Mito di Eros” rappresentandolo nella sua dimensione più vera, quella dell’ “amore come desiderio irrazionale”. Il filosofo nel “ Il Convito (Simposio) ovvero dell’Amore[14] si immagina un banchetto di amici dove viene proposto a ciascuno dei convitati, da sinistra a destra, a turno, di improvvisare un discorso sull’amore/eros. Il primo oratore fu Fedro, poi Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone, Socrate ed infine Alcibiade che irrompe nell’aula ubriaco facendo un elogio a Socrate, verso il quale si sentì attratto e respinto insieme. Socrate spiega, in questa occasione, il mito della nascita di Eros, la cui madre è “Penia” ossia “povertà, privazione” ed il cui padre è “Poros” ossia “ricchezza, espediente”. In Eros riconosciamo tratti di suo padre e di sua madre… ne esce una figura che può essere definita solamente con termini opposti. Eros è “Demoniaco”:  né uomo, né dio ; né buono, né cattivo; né bello, né brutto; né ignorante, né sapiente. Eros è mago, stregone, ricco di invenzioni (perché l’amore rende ingegnosi), abile nel parlare e nell’arte (l’amore rende tutti poeti ed artisti); resiste al freddo, alla fame, alla paura ed al tempo stesso è capace di sopportare bene sia il vino che la meditazione prolungata. Eros è briccone, sfrontato, testardo, chiacchierone, povero, sporco, selvaggio, rude, scalzo, straccione, vagabondo (senza dimora). L’amore/Eros quindi, non si preoccupa dell’apparenza ma solo della propria anima…l’essenziale sta appunto nell’essere liberi…nella “liberta”. Nel Convivio, inoltre, viene tracciato il profilo di un Amore/Eros che soffre perché è cosciente di non essere bello, di non essere sapiente ed aspira a raggiungere la bellezza, la sapienza, la perfezione. Per questo motivo Eros è “Filo-sofo” cioè amante della sapienza (“Philosophia”: termine composto da philos “amico/amante” e sophia “sapienza”)…ossia desideroso di raggiungere un livello di “essere” simile alla perfezione divina.

Risulta spontanea la correlazione tra la figura platonica dell’Amore/Eros e quella di un “Maestro Libero Muratore ”….Eros è in Massoneria l’amore per la “Libertà, libertà di pensierolibertà dai pregiudizi…libertà dai dogmi; Eros è in Massoneria l’Amore per la “Conoscenza”… è l’Amore per la”Verità”.

Philia: è un termine che indica semplicemente “ciò che ci è caro… ciò che ci piace”; è un amore più attenuato, un sentimento più debole, che coincide con quello dell’amicizia. Esso esprime un amore più laico, solidale, fra esseri umani, basato sulla speranza e sulla fiducia nell’altro… è l’amore di affetto…è l’amore di cui spesso ci aspettiamo un ritorno, come quello appunto tra amici, che si fonda sul principio di reciprocità.  In Massoneria  “Philia” si associa al concetto di “Fratellanza”.

Amore verso se stessi: Mi sembra importante parlare anche di questa quarta forma d’amore.Questo particolare sentimento comprende: l’orgoglio, la dignità, il rispetto verso il proprio essere….verso la propria esistenza…verso i propri principi…verso la propria coscienza.

Talvolta il sentimento dell’”Amor proprio” può dominare in un uomo ed addirittura degenerare. La poesia “Cuore di mamma” scritta da un poeta francese Jean Richepin (1849-1926) e ripresa da Fabrizio De Andrè in una sua canzone dal titolo “Ballata dell’amore cieco”[15], evidenzia la possibile involuzione di questo tipo di amore.

«C’era una volta un povero idiota, molto molto tempo fa, che amava una ragazza che non lo ricambiava. Lei gli disse”portami domani il cuore di tua madre per il mio cane”. Lui andò da sua madre e l’ammazzò .. le strappò il cuore e corse indietro, mentre lo portava inciampò e cadde  e il cuore rotolò in terra… mentre rotolava il cuore gli disse piangendo,

“ Ti sei fatto male, figlio mio?”»

In essa ritroviamo l’Eros, l’amore del folle innamorato che arriva al punto di  strappare il cuore a sua madre pur di accontentare la propria amata; “l’amore verso se stessi o l’amor proprio” della donna crudele che gode nel vedere il suo amante compiere un gesto così violento; ed infine l’amore incondizionato – “Agapē”- della madre verso il proprio figlio. Infatti la madre continua ad amare il figlio, nonostante le abbia tolto il cuore, ed a preoccuparsi di lui chiedendogli se si era fatto male cadendo.

 L’Amore verso se stessi…la “curam”…verso le nostre passioni, verso le nostre idee, verso la nostra creatività, verso il nostro lavoro… è necessario e positivo; come possiamo ben comprendere dalle parole di Herman Hesse[16]:

 «Non vorrei vivere soltanto per amore  della vita , non vorrei amare soltanto per amore della donna , ho bisogno di passare attraverso l’arte, ho bisogno del godimento solitario e trasognato dell’artista per essere soddisfatto della vita, anzi per riuscire a sopportarla».

o da quelle di Stefan Zweig, riferendosi a Fëdor Michajlovič Dostoevskij[17]

«[] Egli come tutti i suoi personaggi giunge in ogni cosa fino alla passione ; [] scrive nella febbre e nella febbre vive e pensa…creare è per lui estasi, tortura… annientamento, voluttà acuita fino al dolore, dolore acuito fino alla voluttà, l’eterno spasimo…”piangendo” il ventitreenne scrive la sua prima opera “Povera gente” e da allora ogni lavoro è una crisi, una malattia. Lui mette sempre la sua eccitabilità fisica nell’azione, soffrendo con le sue creature fino nell’ultima fibra del suo animo… Dostoevskij senza passione non sarebbe stato un poeta».o

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RIFLESSIONE FINALE

La cosa più importante, credo… sia continuare ad “amare”…ad avere “passione” nei confronti di ogni cosa…a gioire ed a colorare tutto ciò che ci circonda – come ci insegna la Lezione del Rito Scozzese Antico ed Accettato – perché quando viene meno l’”Amore”, il “Movimento” si attenua… tutto diventa immobile…immoto …tutto diventa triste, monocromatico.

… E come dice Lorenzo Jovanotti  in una sua canzone  dal titolo “Fango[18]:

«L’unico pericolo che sento veramente è quello di

 non riuscire più a sentire niente,

 il profumo dei fiori, l’odore della città… il sapore della pizza,

 le lacrime di una mamma, le idee di uno studente[].

L’unico pericolo che sento veramente è quello di

non riuscire più a sentire niente[],

 il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto [] l’energia che si scatena in un contatto.

Lo so lo so che non sono solo anche quando sono solo

  io lo so che non sono solo e

 rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango».

PUNTI CHIAVE

  • Cantico dei Cantici di Salomone (Bibbia) ; esprime l’ ”eros” che supera se stesso evolvendosi e purificandosi in “agape”
  • Amore…forza magica dell’universo che unisce e tutto muove…”Movimento creatore e distruttore”, paragonabile al fuoco…al movimento incessante della fiamma che tutto crea e tutto distrugge.
  • “Eternarsi superandosi”; “Perdersi nel Tutto”; “Coscienza cosmica”; “Sentimento oceanico”.
  • Simbologia della “Corda con i nodi d’amore”.
  • Agape: amore incondizionato .
  • Agape nella Libera Muratoria: sentimento tra Adepto e G.A.D.U.
  • Agape  “Banchetto Massonico” ; “Pasto Sacro”: espressione massima di “affratellamento”.
  • Eros: amore unidirezionale verso una sola persona.
  • Eros nella mitologia greca antica:  figlio di Penia (povertà) e di Poros (ricchezza, espediente) “figura demoniaca” (né dio, né uomo, né bello né brutto, né ignorante né sapiente)…ispira a raggiungere la libertà, la bellezza, la sapienza, la perfezione.
  • Eros nella Libera Muratoria è: Libertà di pensiero, Amore per la Conoscenza, per la Verità.
  • Philia: amore verso ciò che ci è caro…verso ciò che ci piace; coincide con l’amicizia.
  • Philia nella Libera Muratoria è : l’affetto fraterno…Fratellanza.
  • L’”Amore verso se stessi”…”Amore proprio”…”Curam” verso la propria esistenza, le proprie idee, verso la propria creatività, verso il proprio lavoro.
  • L’amore verso se stessi nella Libera Muratoria è l’amore verso i propri Principi, verso la propria coscienza.

NOTE

1)La Bibbia di Gerusalemme. Antico Testamento: I libri Poetici e Sapienziali,  pag 1477-1494, EDB, 2014

2) Giovanni Paolo II, Catechesi del Mercoledì, 23/5/1984.

3)Gen 2,23 “Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».

4)Biagio Antonacci; Album: L’amore comporta ”Tu sei bella”, 2014.

5)Dante Alighieri; Divina Commedia, Paradiso XXXIII,145.

6)Codici “Nag Hammadi”, la Protennoia trimorfica – 1945.

7)P. Hadot. Ricordati di vivere. Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali. Ed. R. Cortina, 2009

8) P. Hadot; Esercizi spirituali e filosofia antica; Ed. Einaudi, 2002.

9 )J.J. Rousseau; Le fantasticherie del passeggiatore solitario, settima passeggiata.

    Ed. Rizzoli , Milano 1998.

[10) Saffo, Frammenti d’amore; Ed. BUR, 1994.

[11) Gabriele D’Annunzio, “Il piacere”, Ed. Garzanti, 2007.

[12) Eleonora Duse – Gabriele D’Annunzio. Come il mare io ti parlo : lettere 1884-1923. Ed. Saggi Bompiani, 2014

[13)Benedetto Bruni. “Cosa mai”  in Sognando la Luna. Poesie d’amore. Ed. CPT , 2014

[14 )Platone, I classici del pensiero, Mondadori  Vol. I, pp.349-380-2008.

15)Fabrizio D’Andrè, Ballata di un amore cieco, Album “Canzoni”, 1974.

16)H. Hesse, Sull’amore. Metamorfosi dell’amore in arte, Ed. Mondadori, 2014.

[17)  S. Zweig-Dostoevskij, Ed. Castelvecchi, 2013.

[18)Lorenzo Jovanotti, Album: SafariFango”, 2008



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GARIBALDI A CAVALLO UN EROE …

Garibaldi, a cavallo un eroe. In Parlamento una iattura

Questa è una serenata patriottica sotto la finestra di Garibaldi, nella casa che il Mito abitò il 7 maggio di 150 anni fa qui a Talamone. Lui mi guarda con l’occhio lesso dal busto che si affaccia sulla piazza e magari si ricorda dei Mille e una notte qui in Maremma.

Notte di bagordi che fece infuriare il Generale. Poi dopo due giorni, da qui partirono – caricate le armi – alla volta di Marsala. Sabato a Talamone lo ricorderemo e poi mangeremo le stesse cose che mangiò Garibaldi: acquacotta, frittata con cipolla, fagioli al fiasco, bruschetta. La mostra-convegno non ha il placet del Comune di Orbetello, da cui dipende il borgo, come se la serata garibaldina fosse un’adunata sediziosa ed eversiva.
Di Garibaldi gli italiani adulti hanno un ricordo infantile fiero e molesto: la storia d’Italia si riassumeva nella sua barba, il suo cavallo e il suo poncho. Gli italiani ragazzi invece lo considerano un tom tom di piazze e corsi, o poco più. Perché nelle scuole non si studia più il Risorgimento. Garibaldi era il nostro Che Guevara, quando il Che non esisteva ancora: anche lui con la barba, gli occhi chiari e una vita da guerrigliero in Sud America, amato dalle donne e odiato dai potenti. Ma, a differenza del Che, Garibaldi piaceva più ai grandi che ai ragazzi, aveva il consenso delle autorità, della buona borghesia e dei professori anziani che s’inebriavano per i suoi celebri motti che non aveva mai pronunciato. Invece era considerato un po’ trombone dai ragazzi, lievemente ridicolo col suo cappellino sbilenco da veglione di Carnevale e il suo poncho variopinto da spot pubblicitario di Estathè. Te lo trovavi perfino sui muri delle aule, accanto al crocifisso con cui non aveva un buon rapporto.Le elementari fino agli anni ’60 erano ancora deamicisiane e respiravano l’aria dell’Italietta garibaldina. A scuola l’unica eroina nota ai ragazzi per oltre un secolo fu Anita, moglie dell’Eroe. E poi le statue equestri e le mille epigrafi che lo salutano come duce. A giudicare dalle lapidi dove ha dormito, Garibaldi unì l’Italia come una guida Michelin: la unificò dormendo. A Palermo, a Palazzo Alliata, c’è persino una lapide che celebra la siesta di Garibaldi: «per sole due ore posò le stanche membra… sereno dormiva il genio sterminatore di ogni tirannide».
Appartengo all’ultima generazione venuta su dopo il centenario dell’unità d’Italia, cresciuta a Pane e Garibaldi. Nonostante l’ossessiva presenza di Beppino, nonostante le lapidi ampollose ispirate a lui, le poesie stucchevoli di Carducci e altri minori e la retorica risorgimentale, gli volevo bene. Sono stato per anni suo vicino di casa qui a Talamone. Mi era familiare. Mio padre aveva scritto un saggio su di lui, lo vedeva come un cristiano inconsapevole, un idealista che filosofeggiava con la sciabola. Al mio paese gli dedicarono un teatro ma lui, ormai a Caprera, non venne a inaugurarlo. Bisceglie è l’unico paese d’Italia in cui c’è una lapide virtuale che ricorda con rabbia: qui non dormì Garibaldi, anche se il letto era pronto. L’eroe dette buca, disertò. Di Garibaldi è infame il suo periodo di dittatore a sud; è l’altra faccia dell’epopea garibaldesca, tenuta in ombra nelle scuole. Le feroci repressioni, le malefatte di Nino Bixio a Bronte e l’imposizione dello Stato unitario attraverso plebisciti così ristretti perché non fu il popolo italiano ma un’élite a volere l’unità. Si ricordano ancora le ballate popolari contro lu banditu Gallubardu, come lo chiamarono a sud.

Ma l’unità nazionale, tutto sommato, è un bene prezioso e irrinunciabile, anche se fu realizzata in quel modo garibaldesco. Magari a Garibaldi era preferibile Cavour di bianco vestito, con l’occhialino del contabile pignolo; e all’anemico menagramo Mazzini forse era preferibile il sanguigno Vittorio Emanuele II, con i baffi – e non solo i baffi – in erezione. L’unico filo comune che unisce i quattro Padri della Patria, oltre l’Italia unita e l’esterofilia, era erotico: tutti e quattro furono donnaioli.
Garibaldi, il vecchio repubblicano, si era vendicato dei Savoia perché il referendum che sancì la Repubblica fu celebrato proprio il giorno in cui l’eroe dei due mondi se n’era andato all’altro mondo, il 2 giugno: quasi una vendetta postuma di quel generale, costretto a obbedire di malavoglia al Re. Quasi una iettatura sulla Corona. Poi c’era il Garibaldi ammazzapreti, miscredente, internazionalista, utopista e confusionario. Da morto Garibaldi diventò il testimonial del Fronte popolare, socialcomunista e stalinista, che perse le elezioni nel 1948. Ma se è per questo, anche la Casa della libertà sancì la ritrovata alleanza con la Lega proprio all’ombra di Garibaldi con un incontro a Teano tra i leghisti e gli esponenti meridionali di Forza Italia e Alleanza nazionale. Garibaldi unisce fronti popolari e populisti, Bossi incluso; e prima di loro unì fascisti e comunisti, e poi Craxi e Spadolini.

Ma il mito di Garibaldi può funzionare ancora per stringere il paese intorno alle istituzioni e all’unità d’Italia? La memoria che resta di lui è quella di un eroe della tradizione italiana o di un avventuriero romantico e fuorilegge? Il suo look e la sua ideologia lo avvicinano più ai militi o ai ribelli? Garibaldi da che parte stava, dalla parte dell’Italia regime o dell’Italia movimento, per dirla con De Felice? Oggi sarebbe stato dipietrista o berlusconiano? Vatti a fidare dei ribelli e libertari che vanno al potere, diventano dittatori e autoritari, come Garibaldi. Ottimo per far l’Italia, pessimo per governarla. Seppe unirla, ma non avrebbe saputo guidarla.
All’Italia dei monumenti equestri di Garibaldi preferisco l’Italia delle piazze antiche, delle torri e delle cattedrali, l’Italia dei contadini e dei poeti, l’Italia romana e cattolica, medievale e rinascimentale, l’Italia dei borghi, solare e mediterranea più che sudamericana e franco-inglese, come la sognava Garibaldi. L’Italia garibaldina è vecchia senza essere antica. Se andate a Caprera vedete i cimeli garibaldini tra il kitsch e il massonico; si nota l’assenza di religione nella sua dimora estrema. Garibaldi in armi era una forza della natura; ma Garibaldi in Parlamento e a Palazzo, Garibaldi che parla e che scrive, era una iattura. Garibaldi a cavallo era un eroe, giù il cappello. Ma non fatelo mai scendere, per il bene della patria.

Marcello Veneziani

 (Il Giornale, 06/05/2010)

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MANIFESTO DELLA BELLEZZA

Marcello Veneziani

Manifesto della bellez

I) La bellezza è amica della misura e nemica dello sconfinamento.

La bellezza è la gloria del mondo cantata dalla luce. Non esiste bellezza nell’oscurità. Anche la notte acquista splendore se è accesa dal lume delle stelle o dalla chiarità della luna. La luce dà vita e dà forma alla bellezza. E risalta i suoi contorni: perché bello è ciò che ha confini, misura. Nemico del bello è la smisuratezza, lo sconfinamento. Un confine può evocare una profondità ed un limite può far risaltare l’illimitato, come la luce della stella fa risaltare la grandezza infinita del cielo e l’armonia di una musica esalta la divina maestà del silenzio; lo smisurato, al contrario, è follia degli elementi che pretendono di imitare l’illimitata grandezza di dio; l’ hybris evoca il nero infinito del Nulla, il disfarsi delle cose nella loro orgogliosa sfrenatezza. Lo smisurato produce il deforme.                                                                                   

II) La bellezza è amica del mondo e nemica dell’utopia.

La bellezza è il profumo della realtà, la materia inseminata dalla forma. Il senso del bello è amicizia con il mondo, sposalizio con la natura, accordo con la vita nelle sue più intime fibre. Nemico del bello è il sogno di un mondo migliore che cambi radicalmente la natura umana e la città abitata dagli uomini presenti e reali. Chi sogna l’abolizione del mondo reale nel nome di un mondo futuro, condanna la bellezza del mondo e la sacrifica ad una bontà ventura. La bellezza abita nei luoghi della vita; l’utopia immagina un altrove fuori dai luoghi della realtà, della vita, della storia. Immagina una natura increata, una storia inviolata e nel miraggio di una purezza inespressa dal mondo, deflora e distrugge la bellezza hic et nunc.
                               
III) La bellezza è amica del dono e nemica dell’utile. 

La bellezza è manifestazione dell’essere e non dell’avere, la sua magnificenza non è mezzo né merce di scambio ma è gratuita ricchezza che si offre attraverso le porte dei sensi all’anima. La bellezza è dono, sperpero di energie, spreco di spazi e di tempi, effusione di grazia. La bellezza è sovranamente inutile, nasce nel segno gratuito del gioco e non del mercato, non è funzionale. La superiorità del suo rango è nell’eccedere dalla contabilità della vita; la sua essenzialità è nella sua superfluità. Da vera signora, la bellezza non serve a nulla; ma è servita da chi sa amarla.                     
                                              
IV) La bellezza è amica del genio e nemica della mediocrità.     

La bellezza è universale e si offre a tutti, ma ciascuno coglie la bellezza secondo il suo rango. Perché la bellezza non scende le scale del mondo, ma da ogni postazione è possibile cogliere un aspetto del bello. Tutti possono fruire del bello ma non tutti ne colgono il segno allo stesso modo, nella stessa luce. Diversi sono i gradi di approssimazione alla bellezza, diretti e indiretti, mediati e immediati, attivi e passivi. C’è chi scolpisce il bello e chi ne gode la vista; c’è chi ne coglie il senso evidente e chi si addentra nel suo grembo più profondo; chi ne coglie gli effetti e chi risale alle origini. Il genio è colui che creativamente è agente del bello. La bellezza è una piramide puntata verso i cieli dell’eccellenza, non verso i bassifondi della mediocrità.

V) La bellezza è amica della leggerezza e nemica della gravità. 

Il bello è anagogico, sale verso l’alto e conduce i suoi adepti verso l’alto. Il brutto invece è patagonico, trae verso il basso perché domina la pesantezza, la forza di gravità che del mondo mostra il lato venale, banale, profano. La bellezza è nostalgia dell’altezza, librarsi nell’aria, liberati dal gioco; la bruttezza, al contrario, è richiamo al basso, conato d’inferno, vincolati dal giogo. 

VI) La bellezza è amica della varietà e nemica dell’uniformità. 

Il bello esalta le differenze, la ricchezza delle diversità. Il bello non è ripetizione e tantomeno riproduzione seriale; ma soprattutto il bello non è omologazione, monotonia, uniformità. La bellezza prospera nella specificità, nell’irripetibilità, nella varietà sinfonica delle forme. L’uniforme invece è ripetizione infinita, esistenza come noia e catena di montaggio, primato dell’automatico.

 VII) La bellezza è amica della distinzione e nemica della separazione

Nell’indifferenziato non c’è bellezza, solo caos. Bello è ciò che si distingue, ha una sua identità. Ma distinto non vuol dire separato: il male nasce quando la parte si sottrae al tutto e si mette in proprio: da una cellula cancerogena ad una rivendicazione di atomismo, male è ciò che si nega all’armonia di un paesaggio comune, di una visione olistica, di una dimensione comunitaria; il disorganico è padre dell’inorganico, la separazione è madre dell’incomunicabilità. Il bello è un’apertura al mondo, un linguaggio simbolico per comunicare e per riconoscersi in una patria comune. La bellezza è simbolica, la separazione è diabolica

VIII) La bellezza è amica del mito e nemica della dea ragione.

La bellezza non è figlia del proprio tempo, delle sue ragioni e delle sue miserie. La bellezza è una fuoruscita dal tempo profano, dalla ragione strumentale e dal quotidiano travaglio. Attinge le sue risorse da un evento primordiale, archetipico, originario. E genera a sua volta fuoruscite dal tempo e dallo spazio profano. La bellezza suscita (ed è suscitata) facoltà mitopoietica. La bellezza è la soglia tra la realtà e il mito.  

IX) La bellezza è amica dello spazio e nemica del tempo.

Alla bellezza si addice l’istante e l’eterno, non la durata. Non c’è progresso nella bellezza; perchè la bellezza è un’armonia atemporale, è una visione e non una successione. Il tempo può corrompere la bellezza, deteriorarla, ma non può scalfire la sua rivelazione, l’intensità del suo svelarsi, del suo venire alla luce. La bellezza resiste al muro del tempo, si nega al divenire, per restare folgore di un istante e promessa di eterno.

X) La bellezza è amica dell’essere e nemica del niente.

Il bello e il buono non coincidono nella vita terrena; a volte perfino configgono. Ma l’origine trascendente del bello è la stessa origine trascendente del bene.  La bellezza, infatti, è la vittoria dell’essere sul niente, della creatività sulla decreazione, del fondamento sulla decostruzione. La bellezza è nascita, a volte rinascita, e non morte; è passaggio dalla potenza all’atto e non dall’atto all’impotenza; perché il bello è fecondo, il suo contrario è sterilità. Nella bellezza il mondo diviene ciò che è, non segue la china alienante che viaggia dall’essere al niente. L’artista è maieuta dell’essere. 

La bellezza sensibile evoca in noi una gioia che riempie i sensi ma raggiunge stati soprasensibili che noi chiamiamo spirituali. E’ come se attraverso i sensi la bellezza riuscisse a comunicare con l’anima e attraverso i luoghi e i tempi riuscisse a evocare l’origine. Nel suo senso più profondo la bellezza è ierofania, apparizione del sacro. La bellezza è il più vistoso presagio di beatitudine, l’accenno terrestre alla perfezione celeste, l’acconto di paradiso in terra. Perché il Bello nel suo senso più ultimo è il simbolo del Bene, ovvero la metà visibile della tessera. L’altra metà abita nei cieli.

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L’ESOTERISMO DI DANTE

L’ESOTERISMO DI DANTE

Raffaele K. Salinari

«Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Così Dante apre la sua Commedia riassumendo mirabilmente, già nella prima terzina, tutto il senso dell’opera che si configura, di fatto, come un lungo e tortuoso viaggio iniziatico verso quella «diritta via» che egli aveva appunto «smarrita», Che ci sia un significato nascosto nella Commedia è Dante stesso a dircelo. Citando il verso: «O voi ch’aveteli intelletti sani, mirate la dottrina che sasconde sotto il velame deli versi stranin(Inferno IX, 61-63), René Guènon afferma che «li intelletti sani» sarebbero coloro i quali sono stati iniziati ritualmente all’interno di un Ordine tradizionale ai principi dellà Filosofia perennis, il cui scopo è la Conoscenza Integrale, la percezione della Causa Prima metafisica, e che potrebbero,in forza di ciò, svelare e comprendere le verità dottrinali, esoteriche, cioè interne, nascoste sotto il velame essoterico, dunque apparente, «de li versi strani». A questo punto si pone la questione se Dante stesso fosse un iniziato e, nel caso, a che Ordine appartenesse. Pur senza entrare qui nel complesso dei rimandi simbolici dell’opera dantesca, dobbiamo prendere in considerazione almeno l’appartenenza ai Fedeli d’Amore.

Il velo di Iside

E allora ripartiamo dal «velame del li versi strani». Il riferimento al velo deriva direttamente dai Misteri di Iside, quelli a fondampento della Tradizione iniziatica occidentale e non solo. Narra Plutarco, nel suo Iside ed Osiride, che a Menfi, su quella che si diceva essere un tempo la «tomba» di Iside, era stata eretta yna statua ricoperta da un velo nero. Sulla sua base era incisa l’iscrizione: «lo sono tutto ciò che fu, ciò che è, e ciò che sarà, e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo». Questo è il Velo di Iside, divinità antichissima che simboleggia la Natura, cioè la Natura naturans, l’insieme cioè della Zoè e delle sue Bìos. Perché Iside è velata? Già Eraclito di Efeso, in uno dei suoi frammenti più discussi, ci dice che «la Natura ama velarsi». Ed infatti Plutarco così descrive il velo che copre la Dea in opposizione a quello che invece riveste il suo sposo: «Tinte di colori diversi sono la veste di Iside, a segno del suo potere sulla materia, la quale accoglie tutte le forme e tutte la vicissitudini subisce, potendo diventare luce e tenebra, giorno e notte, fuoco e acqua, vita e morte, inizio e fine, Ma senza ombra né varietà è la veste di Osiride, che ha un solo colore, quello della luce. Il Principio, infatti è vergine di ogni mescolanza: l’Essere primordiale ed intelligibile è essenzialmente puro. Così i sacerdoti non rivestono che una sola volta Osiride della sua veste, per subito riporla e non mostrarla mai né toccarla mai. La visione dell’Essere non si può ottenere o percepire che in un solo istante». E dunque il rimando dantesco al velo denota la sua vicinanza ad una forma di pratica esoterica, ma quale?

I Fedeli d’Amore

Come noto Dante faceva parte dei Fedeli d’Amore, una confraternita iniziatica che aveva tra i suoi rappresentanti i più importanti stilnovisti del Trecento. Sono nomi noti: Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, . Cino da Pistoia. In particolare, la loro filosofia, di stampo neoplatonico, ruotava attorno alla ricerca della Grazia, cioè della possibilità di elevarsi spiritualmente sino al ricongiungimento col Principio divino, dal quale l’anima discende nel corpo, attraverso l’aiuto della Donna Angelo; per Dante, Beatrice. Alcuni versi di Guido Cavalcanti ci chiariscono cosa rappresentava per i Fedeli d’Amore la figura della Donna Angelo: «Chi è: questa che vèn, ch’ogn’om la mira, che fa tremar di chiaritate l’àre e mena seco Amor, sì che parlare null’omo pote, ma ciascun sospira?». A questo proposito Borges, nei suoi Nove saggi danteschi, sostiene la suggestiva teoria che tutta la Commedia altro non sia che un enorme tributo immaginale concepito dal Sommo Poeta per celebrare l’apoteosi della sua Amante Invisibile che, infatti, lo trasporta sino al Settimo Cielo e lì lo lascia col suo celestiale sorriso, vero punto di arrivo della beatitudine dantesca all’incrocio tra il trascendente e l’umano, C’è evidentemente un forte impianto neoplatonico che orienta questa interpretazione della donna angelicata: dall’Uno che emana l’intera Creazione (Emanatio) si genera l’anima singola, congiunzione tra corpo e Spirito Universale che poi, mercé una pratica di contemplazione della bellezza femminile, nutrirà finalmente la consapevolezza delle relazioni tra tutte le parti che compongono la Vita, la Conversio (conversione). Da qui inizia il processo di Remeatio (ritorno) alla Fonte eterna dell’essere singolo, all’ideale dell’essere nell’Essere. Scoto Eriugena sostiene che chi cerca questa primordiale Unità, comprende come ciò che è stato creato mortale sia invece coeterno all’Essere; l’umanità può allora vivere nel divino che vi è nel mondo”,

La «diritta via» alchemico-latomistica

 A questo punto dobbiamo tornare alla terzina iniziale del Canto | come vera e propria epitome di tutta la simbologia iniziatica dantesca. Il primo aspetto da evidenziare è che possiamo at- . tribuire alla espressione «diritta via» una ascendenza decisamente alchemico-latomistica. . L’Opus Magnum, la trasmutazione dei vili metalli in Oro, infatti, altro non è che una metafora, per quanto operativa, della progressiva purificazione dell’animo umano dalle passioni smodate che, rettificandosi, trova il cammino verso il ricongiungimento con l’Essere, il Principio Universale ed eterno, infinito ed ineffabile, da cui tutto promana e verso cui tutto dovrebbe tendere a tornare. Lo scopo di questo ritorno, di questa Remeatio, come la definiva la filosofia neoplatonica rinascimentale, è ottenere, attraverso la purificazione, oltre che l’incorruttibilità dei corpi, una buona vita, il Risveglio inteso come liberazione dal giogo delle apparenze. E non è forse proprio uno stato di sonno della ragione che svia Dante dalla «diritta via»? L’intelligenza, quindi, è solo un mezzo per contemplare la meravigliosa unità di tutte le cose. Ma essa può anche smarrirsi nelle cose, nel loro mero possesso, e perdere così la capacità di conoscere la verità che le unisce. La rettificazione dell’intelligenza umana, che per sua natura si distoglie facilmente dalla Verità, che cade nel suo stesso sonno, può avvenire solo attraverso un cammino spirituale ed operativo nel e col Mondo, che renda possibile il riconoscimento dell’intima relazione tra tutte le forme manifestate. A questo proposito possiamo dire che tutto il programma alchemico suggerito dalla ricerca dantesca, viene riassunto nella nota formula V.I.T.R.O.L, cioè Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem, cioè visita l’interno della terra e rettificando otterrai la pietra occulta, Se pensiamo che questo acronimo, presente tra l’altro nel Gabinetto di Rifles- ” Sione massonico, compare per la prima volta su di una tavola annessa al manuale alchemico Azoth di Basilio Valentino, pub- blicato nel 1613, capiamo come Dante abbia anticipato, o forse per meglio dire, tramandato, attraverso i suoi Versi, una ricerca molto più antica, Ed infatti le corrispondenze tra la formula alchemica e il Canto | sono per così dire assolute. l’acronimo suggerisce, infatti, un metodo di ricerca e di evoluzione personale che parte da quella che in Massoneria viene definita la «pietra grezza», cioè l’individuo schiavo della pura materialità e delle sue ondivaghe passioni, per arrivare alla «pietra levigata», metafora del passaggio verso una individualità equilibrata e consapevole, in grado, per questo, di essere una componente della grande costruzione sociale che si tiene armonicamente quando tutti fanno la loro parte, insieme e senza egoismi. Ma per arrivare a sgrezzarsi bisogna, per prima cosa, scendere nella «terra interiore» alla ricerca dell’anima personale. Solo così, al cospetto della propria unicità, si potrà compiere il lavoro di rettificazione, cioè di purificazione dell’Ego dalle incrostazioni materiche che lo tengono legato al Regno della Quantità”. In alchimia si percorre la stessa strada dal punto di vista operativo. Nel crogiolo alchemico la Prima materia, sintesi di Zolfo e Mercurio filosofici, viene successivamente sciolta e nuovamente coagulata sino a rettificarla appunto, renderla pura e cristallina, fissarla nel Sale di una Pietra Filosofale che ricorda le caratteristiche teosofiche del Corpo Spirituale del Cristo Salvatore,il Cristallo della Salvezza. Ma per procedere verso la «diritta via» bisogna attraversare tre fasi principali: quella al Nero, simboleggiata dalla discesa dantesca all’Inferno, quella al Bianco,il Purgatorio, e poi quella al Rosso, il Paradiso. Ecco allora, al di là delle metafore alchemiche e latomistiche, peraltro chiarissime nella Commedia, che vediamo finalmente profilarsi il senso, la direzione della «diritta via»: si tratta di un cammino ascensionale dopo una discesa. Dante, come un alchimista, compirà il viaggio attraverso la materia del suo stesso corpo mortale e di quella del Mondo, simboleggiata dalle figure dei peccatori, sino alla purificazione. Così, come l’alchimista sì identifica con la materia messa a trasmutarsi nell’Atanòr poiché senza una corrispondente elevazione spirituale nessuna operazione potrà portare alla composizione della Pietra Filosofale, Dante trasmuta la natura del suo corpo sino adelevarlo allesoglie del Primo Mobile.

TRATTO da “HIRAM” n. 1/2019

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MITRA E COMPASSO

MITRA E COMPASSO

Nel suo libro presentato il 12 novembrea Teramo il Gran Maestro Stefano Bisi racconta i complessi rapporti talora caratterizzati anche da improvvise  aperture che la Chiesa ha avuto con la Massoneria.

Tanto pubblico per il Gran Maestro Stefano Bisi che il 12 novembre a Teramo ha presentato il volume a sua firma “Mitra e Compasso. Riflessioni sui rapporti tra Massoneria e Chiesa”, pubblicato dalla casa editrice Tipheret. Un libro, come lui stesso ha tenuto a sottolineare, che non è di storia, ma non è neppure un articolo di giornale, perché sarebbe troppo lungo. Ma una raccolta di appunti scritti con il linguaggio del cronista. Il racconto di un lungo viaggio, che, partendo dai nostri giorni, attraverso fatti, episodi, ricostruisce la storia di una relazione difficile e tormentata che inizia con la bolla di scomunica di Clemente XII del 1738, una relazione fatta di luci e di ombre, di aperture e di chiusure, che ap-_ passiona laici e cattolici, suscitando talora | reazioni forti dall’una po e dell’altra parte. Ad aprire il volume, ha riferito il Gran Maestro, un evento recente: la festa organizzata dal Grande Oriente il 18 maggio scorso ad Arezzo per celebrare i 150 anni della loggia Benedetto Cairoli. Si respirava, ha raccontato, un’aria d’attesa perché era stato invitato anche l’arcivescovo Riccardo Fontana.

Con l’arcivescovo di Arezzo

“In verità — ha detto Bisi – non pensavo che venisse. Non ci contavo. Invece è arrivato e ha partecipato alla nostra festa, sedendosi al tavolo della presidenza per poi, dopo aver ascoltato con attenzione l’intervento introduttivo del maestro venerabile, prendere la parola” e ricordare che, pur nella loro diversità e alterità, Chiesa e Massoneria hanno alcuni obiettivi condivisibili. Obiettivi che sono il rispetto degli altri, la ricerca del bene comune, l’impegno perla società in cui si vive, la dignità delle persone, l’apprezzamento dell’onestà personale al di là dei recinti ideologici ottocenteschi costruiti 12 in altri contesti. Una presenza importante la sua a quella nostra sMemn manifestazione, ha sottolineato il Gran Maestro, una presenza

che ha aperto una breccia, scatenando anche un dibattito sui giornali, con il Fatto Quotidiano che ha scritto che in questi casi non si partecipa all’evento, ma si manda semplicemente un biglietto.

 Paolo VI e Porta Pia

 “Da parte mia ritengo – ha commentato Bisi — che quando le persone dialogano è un bene, perché il confronto accorcia le distanze, riduce le differenze. Se dialogassimo tutti di più, rinunciando al linguaggio dell’odio e dell’intolleranza — ha aggiunto — sarebbe un bene grande per la nazione”. “È importante – ha poi sottolineato — anche rivisitare alla luce dei tempi contemporanei il senso della breccia di Porta Pia. Siamo rimasti in pochi a celebrare quell’evento della storia italiana”, ha detto. Un evento, che ha un forte valore simbolico…E sul quale va ricordata la posizione che Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, all’epoca porporato responsabile della diocesi di Milano, espresse nel 1962 in un discorso pronunciato durante la sua visita in Campidoglio. Incurante delle reazioni che avrebbe suscitato nei settori più conservatori della Chiesa, Montini affermò infatti di non avere “alcun rimpianto, nè alcuna nostalgia, nè tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa” per la perduta sovranità temporale dell’ ex Stato Pontificio. Si spinse persino a “ringraziare la Divina Provvidenza” per i fatti del 1870, perché avevano segnato la fine per la Chiesa del potere temporale. “Oggi — ha proseguito Bisi – c’è bisogno di creare ponti tra gli uomini, di abbattere i muri nei loro cuori, aprire brecce che demoliscanoil filo spinato dei pregiudizi”.

 La Chiesa del dialogo

Il Grasn Maestro ha citato anche mons. Gianfranco  Ravisi, che in un articolo uscito il 14 febbraio del 2016 dal titolo “Cari fratelli massoni…”, scrisse che “le dichiarazioni di incompatibilità tra le due appartenenze alla Chiesa e alla Massoneria non impediscono, però, il dialogo” in ambiti specifici di confronto “come la dimensione comunitaria, la beneficenza, la lotta al materialismo, la dignità umana, la conoscenza reciproca”. Bisi ha fatto inoltre riferimento al priore della comunità camaldolese di Fonte Avellana in Umbria, don Gianni Giacomelli che è sulla stessa linea d’onda di Ravasi e ad altri religiosi che lavorano  in prima linea, in zone  del  paese difficili, in prima linea. E ai gesuiti Josè Ferrer Benimeli e Giovanni Caprile, che, nel volume “Massoneria e chiesa cattolica”, scrivono: Il dialo80 stesso, superate eventuali incertezze e semplicismi iniziali (che, del resto, non trovano giustificazione nelle norme prudenti, incessantemente ribadite dalle autorità della chiesa), si è avviato esso pure sulla strada della sodezza e della serietà. Desiderarlo, incoraggiarlo, tentarlo, condurlo prudentemente innanzi non significa tradire la fede cattolica, né aprire le porte a presunti nemici, né cedere su spunti irrinunziabili. Comporta solo paziente ricerca dei punti comuni d’intesa, desiderio di scambiarsi i beni reali posseduti da ciascuno, tensione perché la verità (senza alcun aggettivo possessivo) abbia il sopravvento, ricerca di unione per il bene di tutti”..

. Gli intransigenti

Uomini illuminati, che cercano le convergenze, che lavorano alla pace…ai quali se ne contrappongono altri come mons. Luigi Negri, a titolo di esempio che, come ha ricordato il Gran Maestro, ordinò la chiusura delle chiese alla fine di agosto del 2010 quando a San Leo, che fa parte della diocesi di San Marino e Pennabilli, di cui a quel tempoera vescovo, si svolse il festival Alchimia-Alchimie, al quale era prevista la partecipazione anche dei massoni. O come il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino, che in una intervista a Famiglia Cristiana ha definito la Massoneria un gruppo ‘che attenta al bene comune”. Parole che riportano indietro di secoli l’orologio della storia. Non c’è da parte del segretario generale della Cei, ha osservato Bisi, neppure il riconoscimento ai liberi muratori di laici esemplari, che “hanno ‘avuto una parte essenziale nella fondazione dello stato nazionale italiano” che era arrivato nel 1997 in un libro-intervista delle edizioni San Paolo, “Il sale della terra” dell’allora cardinale Joseph Ratzinger con lo scrittore Peter Sewald.

Fako nows della Chiesa su Mozart

Nel suo libro il Gran Maestro rievoca anche una curiosa polemica, che è interessante riportare, sollevata nel 2006 dalla Chiesa, al centro della quale vi finì questa volta il grande Wolfang Amadeus Mozart. Il caso esplose, ricorda Bisi, dopo che papa Benedetto XVI esternòla sua autrntica passione per le opera del grande genio austriaco della musica, passione condivisa per altro, come venne svelato successivamente, anche dal cardinale Carlo Maria Martini. Un vero scandalo per i cattolici più èstremisti che non riuscivano ad accettare che Mozart fosse massone. A provare a smentire quello che è inconfutabilmente confermato da documenti e testimonianze fu lo stesso arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Shonborn, che in un articolo uscito sul quotidiano L’Avvenire il 18 luglio. del 2006, affermava che 1’ appartenenza massonica di Mozart non aveva fondamento…Una vera fake news la sua dalla quale prese le distanze persino, come segnala il Gran Maestro, Antonio Socci, giornalista cattolico, aderente a Comunione e Liberazione, che, pur cercando di ridimensionare, ammise: “Sicuramente Mozart si affiliò alle logge per trovare amici potenti. D’altra parte la Massoneria era appena entrata sulla scena ed era un fenomeno complesso, ne faceva parte l’élite d’Europa e d’America. La chiesa l’aveva scomunicata, ma fior di ecclesiastici si diceva la frequentassero, i re la consideravano un’associazione sovversiva, ma spesso erano iniziati e guidavano le logge”. Un episodio emblematico che conferma come chiusure e pregiudizi si alternino, in seno alla comunità cattolica, alle pur numerose aperture.

-ll monumento a Giordano Bruno

 “Ecco — ha precisato il Gran Maestro — noi continuiamo a sperare, come auspica anche lo storico Massimo Bucciantini nel suo libro dedicato al monumento di Giordano Bruno che sarebbe un bel giorno se all’alba di un 17 febbraio di questo secolo un qualche vescovo di Roma uscisse dal Vaticano per recarsi in Campo dei Fiori. E lì, da solo, ai piedi di quella statua, restasse in raccoglimento”. Chissà se mai assisteremo a questo gesto? “Se avvenisse potrebbe segnare la svolta anche nei rapporti tra Chiesa cattolica e Libera Muratoria. In fondo — ha spiegato Bisi — quel monumento fu voluto anche dai massoni e a Giordano Bruno è dedicata l’onorificenza che il Grande Oriente d’Italia attribuisce ai fratelli che si distinguono per la loro attività”.

 la prossima presentazione a La $pezia

 All’incontro, che si è tenuto a Teramo sono intervenuti il sindaco Gianguido D’Alberto, il presidente del Centro Studi Il Risveglio e il professore Marco Rocchi dell’Università di Urbino. La prossima presentazione del libro “Mitra e Compasso” si terrà a La Spezia. L’appuntamento è per il 10 gennaio alle ore 18 presso la Mediateca Regionale Ligure “Sergio Fregoso” (Via Firenze 37). L’iniziativa ha il patrocinio delle logge cittadine del Grande Oriente Mazzini (100), Nuovo Risorgimento (472), Lord Byron (690) e della Garibaldi (101) di Ameglia e Carlo Sforza (606) di Massa. Introdurrà Angelo “Ciccio” Delsanto e parteciperà alla presentazione Egidio Banti studioso del mondo cristiano , che intervistò il Gran Maetro

Da “ERASMO” n°10 Anno IV.

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CHIESA E MASSONERIA

CHIESA E MASSONERIA a MATERA

Anche nella città dei Sassi si è parlato della possibilità di avviare un dialogo con il mondo cattolico Al dibattito ha partecipato il teologo padre Renner

Dopo l’incontro di Gubbio del 19 ottobre, di Castel del Monte del 25 ottobre, e quello di Siracusa un anno fa, i rapporti tra Chiesa e Massoneria sono stati di nuovo al centro di un dibattito organizzato dal Grande Oriente questa volta a Matera. Un dibattito, che si è tenuto nella storica sede di Palazzo Viceconte, nei pressi della Cattedrale, a cura dell’Associazione Culturale Quinto Orazio Flacco, emanazione dell’omonima loggia della città dei Sassi. del Grande Oriente d’Italia. Sono intervenuti Nicola Di Modugno, docente di giustizia amministrativa presso l’Università del Sannio di Benevento; Don Paolo Renner, professore ordinario di Scienze della Religione e Teologia Fondamentale, nonché direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Bolzano(sezione di lingua italiana) e direttore dell’Istituto De Pace Fidei, che ha portato il saluto di Monsignor Pino Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina ai presenti. I lavori, coordinati dal giornalista Franco Martina, sono stati aperti da Pietro Andrisani, maestro venerabile della loggia “Quinto Orazio Flacco — Orgoglio Europeo”, da Lucio D’Oriano, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Campania e Basilicata, e dai saluti delle autorità. Le conclusioni sono state affidate al Gran Maestro Stefano Bisi che ha sottolineato la necessità di creare ponti tra gli uomini. “Il 20 settembre1870, che segnò con la presa di Roma il completamento dell’unità d’Italia —ha detto nel suo intervento — rappresenta una pagina di storia, ma soprattutto una data con un significato di prospettiva di lavoro”. “Occorre rivedere in senso attuale quella breccia”, ha aggiunto, ricordando che “i rapporti migliorano quando si mette al centro l’Uomo senza perseguire fini politici e poteri temporali” e che “passando dallo scontro all’incontro e al dial6go, qualcosa di buono nasce di sicuro”. Il Gran Maestro ha citato anche la lettera del cardinal Gianfranco Ravasi pubblicata a febbraio 2016 da ‘’Il Sole 24 ore”, definendola un apprezzabile contributo al dialogo fra Chiesa e Massoneria che altri hanno cercato di ‘’raffreddare”’, alimentando ignoranza e pregiudizio. Proprio come è accaduto con la Commissione antimafia della scorsa legislatura. “Possono strapparci i vestiti, i grembiuli, il cuore — ha aggiunto Bisi — ma noi risorgiamo sempre. Siamo e restiamo impegnati per il confronto con tutti facciamo le nostre attività nei nostri templi e operiamo all’esterno, nelle comunità e nei territori con attività culturali o filantropiche e dando risposte a determinati bisogni”. A ricostruire la storia delle impervie relazioni tra Chiesa e Massoneria è stato Di Modugno, che ha tenuto anche a ricordare che la Massoneria non è una religione, ma una ‘’realtà di uomini liberi che hanno come scopo il proprio perfezionamento”. A impedire il dialogo tra cattolici e liberi muratori, ha spiegato, sono stati “più i motivi politici che teologici, motivi legati a un certo filone che non tollerava la ‘laicità dello Stato’”. Il professore ha ripercorso tutte le tappe fino al Concilio Vaticano II, a Papa Giovanni XXIII che fu ‘’l’artefice del cambiamento dello stile ‘’ nei rapporti con la Libera Muratoria, e ancora a Paolo VI (ora Santo), alla riforma del Diritto Canonico, alle dichiarazioni del cardinal Joseph Ratzinger, poi divenuto pontefice, alla posizione espressa dal Cardinal Gianfranco Ravasi. Interessante infine l’intervento di padre Renner che ha affrontato il tema cominciando con il ricordare quel 17 febbraio 1600 che vide la morte sul rogo del domenicai ì i no Giordano Bruno, condan- 4A nato dalla Santa Inquisizione “| fino ad arrivare a ciò che sta n facendo papa Francesco, im- Biotite pegnato a traghettate, per usare le parole di Roberto Benigni, “la Chiesa verso il Vangelo”. Il teologo ha sottolineato che le scomuniche non sono più di moda, anche se qualcuno le invoca e ha parlato del Concilio Vaticano Il, della Chiesa nuova della “Gaudium et Spes”, esprimendo rammarico per la mancata revoca della scomunica verso Martin Lutero, durante la visita di Francesco I in Germania. Poi il teologo si è soffermato a parlare dei mali che affliggono la nostra società, mali che non sono attribuibili né ai preti e né ai massoni, ma al potere delle multinazionali, della finanza speculativa, delle tante guerre che devastano il pianeta. E ancora della solitudine causata dai social, della crisi dello stato sociale, acutizzata dalla privatizzazione dei servizi sanitari, dalla paura diffusa, del consenso che riescono a riscuotere alcune formazioni politiche populiste, del rischio di giudicare gli altri sulla base di falsi valori. Cosa possono fare Chiesa e Massoneria?, si è domandato. E citando Dan Brown, ha messo in guardia dal rischio di una società eccessivamente tecnologizzata, da cui l’uomo sta diventando dipendente. “Non vifate ipnotizzare”’, è stato l’invito che ha lanciato, insieme all’appello di tutelare i diritti umani e di proporre ai giovani modelli positivi. (Fonti: stampa locale.

tratto da “ERASMO” n°10 anno III°

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I NEMICI DELLA STRADA INIZIATICA

I NEMICI SULLA STRADA INIZIATICA

Un proverbio cita: “La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. “Senza tema di apostasia, si può parafrasare il detto succitato come segue: “La strada iniziatica è pure lei lastricata di buone intenzioni”. Se ne può dedurre che, con ogni probabilità, le buone intenzioni sono il coacervo dei nemici iniziatici. Perché? Perché purtroppo sono, malauguratamente, troppo sovente l’alibi per fermarci dopo pochi passi di strada. Non per nulla fanno testo le due parole che noi leggiamo, nel gabinetto di riflessione, sulla parete di fronte al panno nero sul quale abbiamo scritto il nostro testamento: VIGILANZA PERSEVERANZA In ogni momento della nostra non coerenza massonica nella vita profana, ci possiamo rendere conto della mancanza di prudenza e della pigrizia che è congenita al greve peso della parte materiale di noi. Guardiamoci ancora attorno, sempre nello stesso gabinetto di riflessione. E scritto: “Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene!” Almeno in linea di principio si dovrebbe presumere che chi ha scelto la via iniziatica lo abbia fatto con coscienza di causa per cui la leggerezza e la superficialità, che sono legate a questo invito, non dovrebbero toccare l’iniziato. Continuiamo a leggere. “Se temi di essere scoperto dei tuoi difetti, ti troverai male con noi”. “Se la tua anima ha scelto lo spavento, non andare oltre”. In queste due frasi si cela uno dei grossi nemici della via che abbiamo scelto: la paura! La paura di se stessi, la paura dell’inconscio, cioè di quello che, continuando a percorrere la nostra strada, dovrebbe a poco a poco divenire conscio; la paura delle cose più grandi di noi. È il microcosmo che lotta invano contro il macrocosmo per poterlo raggiungere e poterlo compenetrare. Sovente la paura di conoscere, la paura dei nostri limiti che, forse, in realtà non esistono. Ci costruiamo noi stessi delle barriere, legate a pregiudizi, a conformismi, ad abitudini che diventano parte integrante di noi, pietre grezze, che solo con fatica riusciamo a scalpellare. “Se sei capace di simulazione, trema, sarai scoperto”. L’ipocrisia verso noi stessi è sicuramente il freno alla ricerca di cosa siamo. “Conosci te stesso” ci hanno insegnato gli antichi filosofi; aggiungerei “senza paura e senza ipocrisia”. L’equilibrata valutazione di noi stessi, la ‘presa di coscienza che non vegetiamo solamente ma che esistiamo, è la base per iniziare a salire la lunga e difficile scala che conduce alla luce. L’ipocrisia verso noi stessi e verso gli altri. La difficile via della verità non si confà alla vita profana che ci obbliga invece a continui compromessi, a una continua prostituzione, a vari gradi, dei nostri ideali in favore dei più bassi interessi materiali. Solo se avremo il coraggio di scalpellare, senza pietismi, le asperità, le impurezze della nostra pietra grezza, ci metteremo nelle condizioni di ricevere e di recepire il verbo. “Se tieni alle distinzioni umane, esci, qui non se ne conoscono”. C’è un modo di dire che può mettere in evidenza il pericolo insito nelle distinzioni: “Siamo tutti buoni, ma io sono il migliore”. Il rischio dei distinguo non è solo umano e materiale, ma è anche e più spesso morale. La distinzione, la gara, la competizione, mettono in evidenza il tarlo del più forte. Io sono più forte, più veloce, più intelligente, più potente. Ecco in sintesi il grosso nemico della via iniziatica: il “più”. Il più significa potenza che si contrappone alla mancanza di umiltà, che non consiste nella diminuzione della nostra personalità, ma nella presa di coscienza della nostra vera personalità. Più si salgono i gradini ascetici più si diventa potenti. Dipende da come usiamo questa potenza. Cosi in alto come in basso: questo è indicato nelle tavole smeraldine. Lucifero ha scelto il basso. Qualcun altro, un Rabbi, dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno fu condotto dal demonio su un monte molto elevato da dove gli furono mostrati tutti i regni della terra, il loro splendore e la loro potenza. Il Maligno gli disse:” Ti darò tutte queste cose se tu, prostrato, mi adorerai”. Allora gli rispose il Maestro: “Adorerai il Signore Dio tuo ed a Lui solo renderai culto”. Il cerchio si è chiuso con due anelli: su uno è scritto “vigilanza”, sull’altro “perseveranza”.

A..G’.D..G…A..D..U..

  TAVOLA SCOLPITA DAL   FR.’. EMILIO SCIOLDO

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