PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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PERCHE’ L’UOMO HA BISOGNO DI PRODURRE OPERE D’ARTE

Dossier

Perché l’uomo ha bisogno di produrre opere d’arte?

Qual è l’impulso della facoltà creatrice dell’artista? Quale insoddisfazione lo spinge a cercare una piena realizzazione nella creazione di un oggetto artistico? Quale bisogno umano specifico si soddisfa e si placa nel concepimento di opere d’arte?

Sorge abbastanza spontanea l’idea che il bisogno di produrre opere d’arte potrebbe scaturire dall’insoddisfazione inerente al mondo reale. Quando i desideri ed i bisogni non possono essere appagati nella realtà, quando le esigenze vitali non possono essere convenientemente realizzate nel mondo esteriore allora nascerebbe l’esigenza di trovare un surrogato in grado di soddisfate tali bisogni.

L’interpretazione freudiana

Per il fondatore della psicoanalisi le lacune e le rimozioni dei desideri della vita reale troverebbero una compensazione sul piano dell’immaginazione. L’artista soddisferebbe in modo del tutto immaginario, in una dimensione onirica, ciò che gli è precluso nella vita reale. Le esigenze frustrate dell’artista verrebbero così sublimate sul piano immaginativo. Le energie sessuali ed aggressive subirebbero una trasformazione di stato per cui la manifestazione della pulsione si rivela attraverso un orientamento ed atteggiamento verso una nuova meta non sessuale e verso oggetti ed ambiti socialmente apprezzati. La sublimazione pulsionale è un segno che contraddistingue particolarmente il processo di incivilimento; essa fa sì che alcune attività assai elevate, le attività scientifiche, artistiche, ideologiche, assumano una parte così importante nella vita civile. La creazione di opere d’arte diventa allora un sostituto dei bisogni e dei desideri non soddisfatti. Leopardi per esempio compenserebbe nella sua poesia sublime la frustrazione di un amore non corrisposto nella realtà. Anche l’artista, afferma Freud, “è in germe un introverso, non molto distante dalla nevrosi. Incalzato da fortissimi bisogni pulsionali, vorrebbe conquistare onore, potenza, ricchezza, gloria e amore da parte delle donne; gli mancano però i mezzi per raggiungere queste soddisfazioni. Perciò, come un qualsiasi altro insoddisfatto, egli si distacca dalla realtà e trasferisce tutto il suo interesse, nonché la sua libido, sulle formazioni di desiderio della vita fantastica, dalle quali potrebbe essere condotto alla nevrosi […] Al pari del nevrotico l’artista si ritirerebbe nel (…) mondo della fantasia fuggendo da una realtà che non lo soddisfa; tuttavia, a differenza del nevrotico, egli saprebbe trovare la strada capace di riportarlo coi piedi per terra nel mondo reale. Le sue creazioni (…) sarebbero soddisfacimenti fantastici di desideri inconsci, proprio come i sogni (…) Tuttavia, a differenza delle asociali e narcisistiche produzioni oniriche, le opere d’arte sono destinate a suscitare l’interesse e la partecipazione di altre persone nelle quali sono in grado di risvegliare e soddisfare gli stessi inconsci moti di desiderio.” ( Introduzione alla psicoanalisi, 1915/32)

«L’arte non riproduce il visibile, rende visibile.» (Paul Klee)

Si può notare che qui il bisogno di creare opere d’arte si radica nei meccanismi e nei desideri inconsci che spiegherebbero la produzione del bello. Benché l’interpretazione freudiana contenga senz’altro elementi interessanti per un’analisi delle opere d’arte bisogna dire che l’impostazione psicoanalitica lascia irrisolto il tema della produzione dell’opera d’arte in sé stessa come esteriorizzazione del bello in una forma sensibile. Nell’opera d’arte si può scorgere nevrosi e patologia ma soprattutto la bellezza in quanto tale. Il mistero della bellezza nel modello freudiano resta quindi da spiegare e non si esaurisce con la categoria della frustrazione.

La concezione hegeliana

Se l’impulso a creare opere d’arte non scaturisce tanto da bisogni primari insoddisfatti, da quali altri bisogni viene sollecitato? Una risposta classica è quella di Hegel. Secondo l’autore della fenomenologia dello spirito è il bisogno più profondo dell’uomo che è all’origine dell’opera d’arte, vale a dire il bisogno di cogliere lo spirito in quanto tale in una produzione esteriore. Hegel definisce il bello come la manifestazione sensibile dell’idea, è lo spirito che si prende per oggetto. Da questo punto di vista l’opera d’arte, anche se si rapporta al sensibile, è opera dello spirito. Nell’opera d’arte lo spirito si riconosce come un pensiero rappresentato dal sensibile. Sulla scia di Platone che denunciava l’illusione di prendere per vera realtà l’immediatezza della percezione, affermando quindi la trascendenza della verità in rapporto all’apparenza fenomenica, Hegel afferma che l’uomo non saprebbe trovare il reale autentico nell’immediatezza degli oggetti che si impongono alla percezione. L’arte si rivela quindi come il medium necessario alla rivelazione dell’essenza che risulta quindi contemporaneamente manifesta e velata nel sensibile. In sintonia con Hegel, il pittore Paul Klee nella sua Teoria dell’arte moderna, sintetizza il concetto affermando che l’arte non riproduce il visibile, rende visibile. Ciò che noi crediamo di vedere non è spesso che solo un modo di vedere.

L’arte massonica è anche funzionale ad uno scopo, in prevalenza pedagogico e morale.

Il vero, il buono ed il bello

L’arte rende visibile attraverso il suo linguaggio anche i valori dell’artista. Dal pensiero di Pitagora, che ha influito molto sugli ideali massonici, si sviluppa quella trinità di vero bello e buono che ha dominato tutta la nostra civiltà. Se il mondo è governato da leggi che l’intelletto e i sensi sono capaci di cogliere e di tradurre reciprocamente, esse sono allora simultaneamente belle e vere, basate su misure armoniche e simmetriche. Ciò che è vero è dunque bello, ma insieme anche giusto e buono, così come ciò che è falso è anche brutto e cattivo. L’arte massonica in questo senso è anche funzionale ad uno scopo, in prevalenza pedagogico e morale. Ma per avere uno scopo deve in primo luogo presentarsi come una particolare forma di conoscenza. L’arte massonica si presenta più precisamente come una forma di conoscenza intuitiva, interpretativa e simbolica. Penso che l’estetica massonica consideri perciò l’arte come portatrice di una verità e che quindi le attribuisca un valore essenzialmente conoscitivo.

FR.’. D. B.

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IL FR.’. TESORIERE ED IL GIOIELLO

Il Fratello Tesoriere ed il gioiello che ne orna il collare Considerazioni su alcuni aspetti simbolici ed operativi della funzione del Fratello tesoriere e della Chiave

Maestro Venerabile, Fratelli carissimi, questa tavola si propone, quale scopo principale, pendendo come spunto e supporto di lavoro la funzione del Fratello Tesoriere e della Chiave che ne orna il collare, il tentativo di fare luce su alcuni aspetti di questo simbolismo e, dove fosse possibile, cercare di trarne qualche spunto operativo, naturalmente, con l’apporto dei Fratelli nell’interscambio del lavoro collettivo. Abbiamo trattato alcune volte, in questa Officina, delle funzioni di Loggia, e si è detto queste che esse rappresentano, o meglio esprimono, nei Dignitari ed Ufficiali di Loggia degli aspetti del G..A..D..U.. Stando così le cose appare evidente che le funzioni di Loggia debbono essere prese in considerazione allo stesso titolo dei simboli statici od agiti che la Tradizione Massonica mette a disposizione dei componenti della propria Catena iniziatica, per un proficuo lavoro personale di riflessione e meditazione sui medesimi. Nel caso dei Dignitari (ma la cosa è adeguatamente attendibile per ogni altra funzione) si può dire che questi esplicitino o rappresentino una Dignità. A mio avviso, questa Dignità è da considerarsi come l’espressione del sacro il quale introduce nel relativo una sua qualità o aspetto. Viste in quest’ottica, anche le funzioni che pare abbiano, da un punto di vista esteriore, un’utilità squisitamente amministrativa ed economica sono dei supporti i quali sottintendono una molteplicità di significati nascosti, ossia interiori, inerenti alla qualità essenziale del simbolo. Ritengo che lo sforzo per tentare di restituire il senso originario a quanto ci è stato trasmesso dalla Libera Muratoria, nei suoi simboli e riti, debba di per se stesso considerarsi un lavoro utile ed efficace per tutti noi Massoni di buona volontà, che sentiamo l’esigenza di cercare delle aperture e di riscoprire 1 metodi e le tecniche operative indispensabili per un corretto cammino verso l’acquisizione della Luce. Il Fratello Tesoriere, ci ricorda l’articolo 42 del Regolamento, è il custode del Tesoro di Loggia, il suo compito è quello di provvedere alla riscossione delle Capitazioni, curare la gestione economica della Loggia, tenendo in ordine la contabilità ed adempiendo ai vari pagamenti secondo quanto prescritto dal Regolamento. Un importante aspetto simbolico della funzione del Tesoriere è dunque quello riguardante le Capitazioni. Quale è il significato profondo inerente alla riscossione ed al pagamento delle Capitazioni? Per iniziare l’esposizione di quanto desidero trattare è forse meglio che mi rifaccia, anzitutto, ad un brano del Libro della Sacra Legge dove è narrato l’incontro di Melki-Tsedeq con Abramo: “E Melki-Tsedeq, re di Salem, fece portare del pane e del vino; ed egli era sacerdote di Dio l’Altissimo. Ed egli benedisse Abramo dicendo: benedetto sia Abramo da parte di Dio l’’Altissimo possessore dei Cieli e della Terra; e benedetto sia Dio l’Altissimo che ha consegnato i tuoi nemici fra le sue mani. E Abramo gli diede la decima parte di tutto quanto aveva preso” (Genesi XIV, 18 – 20). San Paolo, commentandone il testo dice che: “Questo Melki-Tsedeq, re di Salem, sacerdote di Dio l’Altissimo, che si presentò davanti ad Abramo mentre questo tornava dalla disfatta dei re, che lo benedisse ed a cui Abramo diede la decima parte di tutto il bottino, che è, anzitutto, secondo il significato del suo nome, re di giustizia, poi, re di Salem, cioè re della Pace, che è senza padre, senza madre, senza genealogia, la cui vita non ha inizio, né fine, ma che così è fatto simile al Figlio di Dio, questo Melki-Tsedeq resta sacerdote in perpetuità” (Epistola agli ebrei VII, 1 – 3). Melki-Tsedeq viene in questo modo rappresentato da San Paolo come superiore ad Abramo, poiché lo benedice, infatti “… inoppugnabilmente, è l’inferiore ad essere benedetto dal superiore” (Epistola agli ebrei VII, 7). Abramo dal canto suo riconosce tale superiorità perché gli da la decima, cosa questa che rappresenta il segno della sua dipendenza. Pagare la decima significava, anzitutto, riconoscere spontaneamente l’esistenza di un’Autorità; inoltre era il modo più semplice per provvedere alla sussistenza di chi svolgeva una funzione sacerdotale, cioè una funzione conservatrice e dispensatrice di influenze spirituali. Nell’antichità, la decima veniva versata, per i motivi detti, dalla comunità all’autorità spirituale od ai suoi rappresentanti. Questo uso si perpetuò fin nel Medio Evo occidentale e se ne può perfino trovare l’esplicita disposizione nei Capitolari di Carlo Magno. 1 beni raccolti dall’autorità spirituale venivano poi sacrificati alla divinità, oppure rimessi in circolazione, anche sotto forma di moneta coniata, la quale portava impressi simboli e formule sacre, in modo da farne un veicolo di influenze spirituali. Questa funzione conservatrice € dispensatrice di influenze spirituali veniva assicurata da organizzazioni a carattere iniziatico, delle quali, nel Medio Evo occidentale, la più importante era verosimilmente l’Ordine del Tempio. Infatti l’autorità dei Templari era assicurata e riconosciuta da tutti, anche dai regnanti di quel tempo, e forse ritenuta superiore a quella della stessa Chiesa Cattolica. Per questo motivo le decime venivano versate all’Ordine del Tempio perfino dai nobili e dai re, mentre i Cavalieri Templari erano gli unici a non pagare i tributi e le decime stabilite in quell’epoca. Il controllo monetario e l’intervento dei Templari nella coniazione della moneta e nella determinazione del valore del titolo stesso fece sì che questi venissero anche chiamati “i banchieri dell’Europa Medioevale”. L’autorità e la potenza dell’Ordine del Tempio veniva necessariamente a manifestarsi sul piano contingente mediante il possesso di enormi ricchezze”. Benché l’Ordine del Tempio fosse ricco, il Cavaliere Templare non possedeva nulla di proprio, poiché per essere ammesso nell’Ordine aveva l’obbligo del voto di povertà, oltre a quelli di obbedienza e castità. 1 Templari erano, a tutti gli effetti, dei monaci guerrieri, guardiani della “Cristianità Occidentale”. Da quanto esposto finora è possibile dedurre che la funzione del Tesoriere, almeno in alcuni dei suoi aspetti, quale vestigio o ricordo di una funzione ben più estesa, possa rientrare nella categoria di coloro i quali raccoglievano le decime per ordine dell’autorità spirituale. Si deduce ancora che per noi Liberi Muratori, il versare le Capitazioni al Tesoriere, ossia, in questo contesto, al rappresentante dell’autorità spirituale Massonica, significhi anzitutto riconoscere l’autorità dispensatrice dell’influenza spirituale di cui l’organizzazione Massonica è la legittima depositaria, in maniera spontanea e cosciente, ed anche di conseguenza porci nella condizione di sottomissione o dipendenza gerarchica nei confronti dell’autorità Massonica medesima. Inoltre, pagare le Capitazioni rappresenta, a mio avviso, anche un modo di sacrificare (dal latino sacrum facere = rendere sacro) qualcosa di noi stessi nella moneta versata: Questo adempimento di un dovere è considerato tradizionalmente come un atto che purifica i beni posseduti e, nel contempo, ne propizia l’acquisizione di altri. Dalle considerazioni fatte finora, emerge in maniera abbastanza evidente che nella funzione del Tesoriere e nelle Capitazioni da questo raccolte è insito un profondo simbolismo operativo-sacrificale, strettamente legato a corretti rapporti gerarchici di dipendenza sacrificale. Il Fratello Tesoriere, come è stato ricordato precedentemente, oltre che a raccogliere le Capitazioni, si occupa pure dell’amministrazione del Tesoro di Loggia di cui è custode, tenendo in ordine la contabilità di cassa ed adempiendo ai vari pagamenti; ovvero, in altri termini, egli cura la “gestione economica” della Loggia attenendosi alle prescrizioni del Regolamento ed agli ordinativi del Maestro Venerabile (Occorre ricordare che ogni funzione deve sempre fare riferimento alla funzione principale della Saggezza, rappresentata dal Maestro Venerabile, nella quale si armonizza e completa). Penso si possa trarre qualche insegnamento anche da quest’altro aspetto simbolico della funzione del Tesoriere. In primo luogo prendiamo in considerazioni le comuni operazioni di cassa, quali entrate, uscite, totali, parziali e generali. Queste operazioni devono essere viste dal noi Liberi Muratori in un’ottica iniziatica e, perciò, interpretate in chiave simbolica. Pensiamo dunque alla moneta raccolta per le Capitazioni; moneta che viene tolta al mondo profano, mondo delle “tenebre esteriori”, in seno al quale sarebbe stata utilizzata per scopi profani, la quale viene invece così impiegata nell’organizzazione iniziatica Massonica, mondo della “Luce”, per scopi sacri. Noi tutti sappiamo che la moneta è pure, massonicamente, messa in relazione con i metalli ed i vizi (Naturalmente questa relazione evidenzia particolarmente gli aspetti oscuri ed infernali della moneta e dei metalli). Si può supporre, da questo particolare punto di vista, che la moneta impiegata per scopi sacri esprima, nel suo processo simbolico di sacralizzazione, come delle successive intrinseche trasmutazioni ed una conseguente sublimazione finale. Il rituale ci ricorda che lo scopo delle nostre riunioni è quello di “scavare oscure e profonde prigioni al vizio ed innalzare Templi alla Virtù”. Ciò sta ad indicare che ogni Libero Muratore ha il dovere di operare sulla propria pietra grezza, mediante un indispensabile ed opportuno lavoro interiore, una trasmutazione dei propri vizi, i quali dovranno essere debitamente sublimati in Virtù, affinché la pietra grezza divenga cubica. Per le ragioni finora esposte, ritengo si possa verosimilmente pensare che le operazioni di cassa indichino o rappresentino simbolicamente quelle operazioni ermetiche di trasmutazione animica (solve e coagula) che ogni Libere Muratore deve compiere effettivamente nella propria anima, in termini e metodi Massonici, se vuole veramente accedere alla Luce. Non considero che sia comunque il caso di dilungarmi altre su quest’ultima questione, essendo sufficiente, a mio avviso ed in questo particolare contesto, quanto ho finora genericamente tratteggiato. Giudico invece degno di speciale interesse soffermarmi un poco sul concetto di “vestione economica”, in quanto ciò può dare, secondo me, qualche chiarificazione abbastanza importate riguardo l’argomento trattato. Per fare ciò mi pare utile e doveroso risalire ai significati che venivano attribuiti nell’antichità (Greca, Romana, Medioevale) alla “gestione economica”, e ricercare nella derivazione etimologica della parola “economia” questi significati. È risaputo che la parola “economia” deriva dal greco “oîkos n6mos”. Esaminando i due termini che compongono questa parola si ha modo di constatare che “oîkos” significa “casa, abitazione, dimora” ed in particolare “dimora dell’anima”; mentre “n6mos” significa “legge, legge divina, legge tradizionale e rituale. Questo necessario accenno etimologico permette di comprendere meglio le motivazioni che inducevano gli antichi ad intendere la “gestione economica” nel duplice significato di “governo della casa” e di “legge divina relativa alla dimora dell’anima”, e quindi anche quale “via della grazia o della salvazione’. A conferma di questo, basti ricordare che per le Corporazioni di Mestiere del Medioevo (la Libera Muratoria era una di queste Corporazioni) l’attività “economica” era intesa nel duplice significato di sostentamento materiale e mezzo o supporto per una realizzazione spirituale, di cui solo quest’ultimo significato, imperniato su procedimenti di ordine strettamente iniziatico, aveva importanza predominante. A questo punto, ed in virtù di quanto ho desiderato evidenziare, si potrebbe aprire un lungo discorso sulla “gestione economica” della Loggia; ma non stimo opportuno sviluppare troppo questo argomento in questa Camera di  Apprendista, sia per la sua delicatezza, che per la sua vastità che mi condurrebbe necessariamente lontano da quanto mi propongo di trattare. Mi si impone, comunque, il dovere di evidenziare almeno la natura di alcuni presupposti essenziali, affinché si possa “gestire” in maniera adeguata una Loggia Massonica e, conseguentemente, dare qualche accenno di massima riguardo la “gestione economica” della Loggia. Non bisogna dimenticare, in primo luogo, che la Loggia, in quanto macrocosmo, deve fornirci, in tutto quanto la costituisce, un “modello ordinato” ed una “guida” a cui ogni singolo componente della stessa deve, in quanto microcosmo, riferirsi quale pietra di paragone, per fare ordine nella propria anima. Occorre pure ricordare che una Loggia massonica deve essere “regolare, giusta e perfetta”; per il numero dei Fratelli (il minimo richiesto, ovviamente) che la costituiscono e per comunità di intenti, per la adeguata e coerente collocazione dei Fratelli e di tutti gli altri simboli del grado in cui si lavora e per lo svolgimento corretto del rituale corrispondente. Le condizioni esposte sono volte a costituire debitamente la Loggia, ed 10 le ritengo premesse indispensabili affinché si possa conseguentemente effettuare la regolare apertura dei lavori, atto rituale quest’ultimo che, richiamando sulla Loggia stessa la discesa dell’influenza spirituale Massonica, la qualificherà rendendola “luogo illuminatissimo e regolarissimo”. Un passo del rituale inglese Emulation fa recitare al Fratello Oratore, poco prima della dichiarazione di apertura dei lavori in grado di Apprendista, la seguente formula di invocazione: “Poiché la Loggia è debitamente costituita, prima che se ne dichiarino aperti 1 lavori, invochiamo l’assistenza del G.’.A.’.D.’.U.’. su tutte le nostre imprese. Possano i nostri lavori così aperti nell’ordine, proseguire nell’armonia e chiudersi nella pace”. Penso che il passo citato intenda evidenziare, naturalmente assieme ad altri molteplici insegnamenti, l’importanza essenziale di soddisfare le dovute condizioni di regolarità atte a formare debitamente una Loggia Massonica. È opportuno inoltre, a questo proposito, non scordare che negli ultimi due secoli, ed in particolare durante il XIX secolo, si sono verificate delle manipolazioni più o meno avventate ed arbitrarie a carico del nostro patrimonio simbolico e rituale, che pur non intaccandone l’essenza profonda, hanno non di meno concesso spazio a delle lacune e a delle incoerenze sia sul piano simbolico, che su quello rituale. Nella prospettiva abbozzata si comprende la speciale importanza rivestita da tutti quei lavori storici e simbolici che la nostra Loggia effettua da diverso tempo e continua tuttora a sviluppare. Lavori di questo genere poterebbero, a mio avviso, essere volti ed utilizzati anche alla ricerca di una più giusta e coerente collocazione dei simboli, sia in Loggia che, soprattutto, in noi stessi, e contemporaneamente alla ricerca di una più corretta e coerente applicazione possibile del rituale. Necessariamente questo delicato tipo di indagine dovrà essere svolto da ogni Fratello, con sincerità, ponderatezza e vigilanza Massonica, avendo ben presente la “doverosa necessità” di non superare mai i limiti stabiliti ed imposti dal “Landmarks Massonici”. Pertanto, operando adeguatamente in tale modo e direzione, questa indagine non potrà che tendere ad una elevazione del grado di comprensione dei Fratelli e del relativo grado di qualità della Loggia. È necessario comunque, riguardo a qualunque lavoro Massonico da compiere, lo sforzo volitivo di tutti i Fratelli, affinché le forze e le energie di ognuno vengano utilizzate, tenendo presente la natura propria di ogni Fratello, di modo che la Costruzione collettiva del Tempio si sviluppi con ordine, coerenza ed armonia, secondo il Piano Architettonico tracciato in Divinis dal G.’.A.’.D.’.U.’. Saggezza, Forza e Bellezza, e conseguentemente quale logica applicazione ed estensione sul piano umano di questi tre principi, amore, ordine, equilibrio, armonia, rigore, misericordia, giustizia, vigilanza, perseveranza e sincerità in tutto quanto siamo chiamati a compire, sia collettivamente che singolarmente, col fine principale di realizzare in noi stessi la Luce Divina. Questa attitudine ad affrontare la vita iniziatica è il nostro precipuo dovere, il quale è in stretta relazione con la ricerca di “quel giusto equilibrio” che il nostro rituale di iniziazione al grado di Apprendista ci ricorda essere “la scienza della vita”. Ogni Fratello, a questo riguardo, deve infatti potere esprimere, ed ha il dovere di farlo con coscienza iniziatica, le proprie possibilità positive, ossia avere il modo di far fruttare i “talenti” che gli sono stati assegnati dal G… A..D..U.. (vedere la parabola evangelica dei talenti, Matteo XXV, 14 – 30). Il dovere della Loggia, poiché è inerente alla sua funzione di “guida”, è di conseguenza, quello di permettere ai propri componenti di potere effettivamente sviluppare e realizzare le possibilità positive di ognuno, mediante tutte le metodologie insite nei simboli e riti trasmessi dalla Tradizione Massonica. Quanto ho finora sommariamente esposto mi pare, in linea di massima, l’insegnamento che vuole esprimere il complesso simbolismo della “gestione economica” della Loggia, Infatti occorre, in quest’ottica, tendere ad effettivizzare quei passi del rituale di Apprendista, dove si afferma che il 2° Sorvegliante ha il dovere di “chiamare i Fratelli alla ricreazione e dalla ricreazione al Lavoro”, mentre il 1° Sorvegliante di “pagare gli operai (dopo aver accertato che ogni Operaio abbia avuto ciò che gli è dovuto) e mandarli via contenti e soddisfatti a Gloria ed Onore dell’Ordine”. Un altro aspetto, non meno importante, del Fratello tesoriere è quello di custode dello Scrigno o Cassa contenete il Tesoro di Loggia. Quest’ultimo aspetto è intimamente legato al possesso della Chiave che serve ad aprire lo Scrigno del Tesoro; Chiave che, non a caso, è visibile in Loggia nel gioiello appeso al collare del Tesoriere. Credo sia importante, in questo contesto, tentare di comprendere l’insegnamento che suggerisce il simbolismo dello Scrigno del Tesoro e del possesso della Chiave che apre e chiude tale Scrigno”. In diverse tradizioni ed anche in molte fiabe e leggende il Tesoro da cercare e scoprire è messo in relazione con i segreti dell’iniziazione, cosi come la Chiave, in virtù del proprio simbolismo assiale che le conferisce il potere di aprire e chiudere (sciogliere e legare, solve e coagula ermetico), rappresenta il mezzo operativo per il raggiungimento ed il possesso del Tesoro nascosto. Nel caso della Libera Muratoria è molto probabile che la Chiave in questione rappresenti simbolicamente la “Chiave del Segreto Massonico” e lo Scrigno del Tesoro il “segreto Massonico” stesso, Un accostamento alquanto interessante e chiarificatore di questo simbolismo è evidenziato in un passo del rituale Massonico di Apprendista usato da alcune Logge francesi, all’obbedienza della Gran Loggia di Francia, che lavorano nei tre gradi con il rituale “Scozzese”. Il passo che ci riguarda recita all’incirca così:

 M .’.V.’. Cosa veniamo a fare il Loggia

 2° Sorv. A vincere le nostre passioni, sottomettere la nostra volontà e fare nuovi progressi in Massoneria.

 M.’.V.’. Cos’è dunque la Massoneria?

 2° Sorv. È un segreto fra noi Fratello mio.

M.’.V.’. Dove custodite questo segreto Fratello mio?

 2° Sorv, In uno Scrigno d’osso che non si apre e non si chiude se non con la chiave.

M.’.V.’. Avete questa chiave Fratello mio?

 2° Sorv. Sì, ma questa Chiave non è in metallo, bensì una “lingua sincera” sia dinanzi ad un Fratello che alle sue spalle.

In questo passo è evidenziato che il Segreto Massonico è custodito in uno Scrigno d’osso. Nella tradizione ebraica si fa menzione ad un germe indistruttibile dell’essere chiamato “luz”, o nucleo di immortalità, il quale viene descritto come una particella d’osso durissimo (È probabile che vi sia qualche relazione fra il “luz” ed il “granello di senape” evangelico). Questo “luz” ha, nella tradizione ebraica, differenti localizzazioni simboliche nella sua corrispondenza con l’organismo corporeo dell’uomo, che corrispondono a fasi diverse del suo sviluppo spirituale, ossia a fasi dell’iniziazione effettiva. Nell’uomo ordinario, e nell’iniziato virtuale, il “luz” è situato simbolicamente in stato si “sonno” alla base della colonna vertebrale. Nell’iniziato, che ha di fatto compiuta la discesa agli inferi, la localizzazione del “luz” si situa nel cuore, dove inizia la fase di “germinazione” corrispondente alla effettivizzazione della sua iniziazione, o “seconda nascita”, mentre la localizzazione nell’occhio frontale corrisponde alla realizzazione dello “stato Edenico” ossia alla perfezione dello stato umano. Infine vi è ancora la localizzazione del “luz” sulla corona della testa, corrispondente a stati di conoscenza che vanno dalla realizzazione degli stati angelici fino alla identificazione con “l’Amor che move il Sole e l’altre stelle” (ossia il Sé). È noto, inoltre, che in diverse tradizioni si fa cenno allo “Scrigno del Cuore”, ed è legittimo assimilare simbolicamente lo Scrigno al Centro dell’essere, ossia al Cuore. Vi sono indubbiamente delle relazioni fra il cuore luogo della fase di germinazione ed il Cuore quale Centro dell’essere, e ritengo, senza dilungarmi sull’argomento, che la relazione sia quella esistente fra i “Grandi Misteri” (Cuore spirituale) ed i “Piccoli Misteri” (centri sottili dell’essere umano). Comunque,il Cuore è, in tutte le tradizioni, il Centro immutabile di ogni essere, di ogni mondo e dell’universo, ed è il “Luogo Divino” in cui si devono cercare e scoprire i veri Segreti dell’iniziazione, ossia la vera Essenza spirituale, l’origine e la fine (l’Alfa e l’Omega), la ragione d’essere di ogni cosa. Per quanto riguarda la Chiave, il passo del rituale citato afferma che la Chiave in metallo che si suole raffigurare è assimilata alla lingua. A questo proposito è doveroso ricordare che in antichi catechismi Massonici la lingua è indicata come la Chiave del Cuore. Il rapporto tra il Cuore e la Lingua simboleggia quello esistente fra il “Pensiero” e la “Parola”, e cioè, secondo il significato Cabalistico di questi due termini, il rapporto che esiste tra l’aspetto “interiore” e quello “esteriore” del Verbo. Il rituale citato aggiunge che la lingua deve essere sincera, sia dinanzi ad un Fratello che alle sue spalle. Questo passo mi richiama alla mente il trattato di un Sufi, lo Sciaikh Muhammad At-Tàdilî, dal titolo “La Vita Tradizionale è la Sincerità”, In questo trattato il Maestro ricorda ai suo discepoli “… il Profeta, mentre era tra i Suoi compagni, ripeté tre volte: ‘La Vita Tradizionale è Sincerità’. “Verso chi, o inviato di Allah?’ gli chiesero i compagni. ‘Verso Allah, verso il suo Inviato, verso gli Imàn e verso i Credenti, siano essi di rango elevato o inferiore’. Se quanto esposto viene adeguatamente convertito in termini Massonici, si può logicamente dedurre che il Libero Muratore deve essere sincero nei confronti del G.’.A.’.D.’.U.’. e verso le Funzioni di Loggia, in conformità ed applicazione del giuramento, o patto iniziatico, prestato durante il rito d’iniziazione; deve essere sincero verso i Fratelli, siano essi di grado superiore o inferiore, ed infine deve essere sincero verso se stesso. La sincerità verso il G.’.A.’.D.’.U.’. e le Funzioni di Loggia, che ne sono gli intermediari più diretti, pone il Massone in una corretta e proficua condizione di dipendenza attiva (sottomissione, fedeltà ed obbedienza) nei confronti di quanto lo supera individualmente. La Sincerità verso i Fratelli di ogni grado obbliga il Libero Muratore ad usare Vigilanza e Discriminazione in ogni rapporto iniziatico. Si tratta di una applicazione relativa al simbolico “dono delle lingue”; infatti occorre sforzarci ad esprimere i nostri concetti in una forma appropriata al modo di essere e di pensare inerente alla natura propria di ciascun Fratello cui ci si rivolge. Occorre inoltre avere sempre presente che ogni “pietra” (Fratello) è importante come lo sono le altre nell’insieme gerarchico della Costruzione del Tempio, poiché, in quest’ottica, ogni “pietra” (Fratello) è “Bella e Sincera”, se e quando occupa il posto che gli compete nel “Piano Architettonico”. La sincerità verso se stessi è una costante verifica delle proprie intenzioni e disposizioni interiori che costringe l’iniziato al controllo e alla qualificazione del proprio tempo, secondo le indicazioni ed i suggerimenti che riceve dall’ Autorità spirituale Massonica. La Sincerità verso noi stessi conduce alla Sincerità verso i Fratelli, siano essi di grado superiore od inferiore, siano essi presenti o assenti. In ultima-analisi, la “Vera Sincerità” da ricercare è tutt’uno con la “Verità” simboleggiata dal G.’. A.’.D.’.U.’. Ritengo, per i motivi espressi, che il corretto uso della “Sincerità” o della “Chiave” quale “Lingua Sincera”, sia estremamente importante in quanto mezzo operativo che può permettere all’iniziato Libero Muratore l’apertura (e l’accesso) dello “Scrigno del Tesoro” dove è custodito il Segreto Massonico. È indispensabile sottolinea che la Sincerità iniziatica è altra cosa rispetto alla sincerità ordinaria, secondo la quale essere sinceri significa dire ciò che si ritiene essere giusto o vero. L’accostamento iniziatico alla Sincerità va considerato in un’ottica interiore ed accostato, a mio avviso, al detto Evangelico “… Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Matteo X, 16). Queste considerazioni non hanno certo la pretesa di esaurire l’argomento, neppure in parte, giacché i simboli trattati, come tutti gli altri simboli Massonici possono esprimere una molteplicità di significati e relativi suggerimenti ed insegnamenti; infatti il simbolismo non può essere racchiuso o schematizzato in alcun sistema poiché la sua medesima natura gli conferisce un carattere universale.

 A.’.G.’.D.’.G.’.A.’.D.’.U.’.

17/02/83

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. GIOVANNI  CANALE

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L’ARCHITETTURA SACRA

L’architettura sacra
(Alpina 12/2015)

Perché la distruzione di monumenti antichi (i Buddha giganti di Bamiyan per mano dei talebani afgani e, più recentemente, i templi di Palmira per mano dello Stato islamico) ci rivoltano ? Questa domanda necessita di una risposta complessa.

Questi atti suscitano in noi una indignazione legittima In primo luogo perché essi condividono una fanatica intolleranza e una stupidità insondabile. Accanirsi contro dei beni culturali inscritti nel patrimonio mondiale dell’unesco significa violare il diritto internazionale – o ciò che ne resta. Tali ignominie devono dunque, a detta di alcuni esperti, essere qualificate di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra.

Inoltre sono i motivi sottostanti a questa barbarie che devono essere denunciati. Certo, gli integralisti islamici di oggi non hanno inventato nulla quando se la prendono con degli edifici che testimoniano un’altra visione del mondo e del sacro: quando faceva demolire, pietra su pietra, i templi aztechi di Tenochtitlan in nome del « vero Dio », Hernán Cortés agiva con il medesimo acciecamento e la stessa ferocia. Annientare i mezzi di comunicazione di un popolo con la divinità quale esso la concepisce, significa privarlo delle sue radici, significa condannarlo nell’ombra.

Ma c’è di peggio. Mettendo in scena il loro squallido lavoro e accompagnandolo di atrocità (la decapitazione del direttore di Palmira…) Daesh dimostra di aver oltrepassato i limiti della più crudele delle azioni disumane.

Davanti a tale abominio, dobbiamo saper ascoltare, proteggere il messaggio illuminato e illuminante delle antiche pietre : da Stonehenge a Taj Mahal e alla cattedrale di Chartres, esse difendono la parte più preziosa dell’uomo che cerca. Quella che lo lega a tutto ciò che lo oltrepassa.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

Architettura sacra ed estetica medievale

Nell’Antichità e nel Medioevo le materie di studio erano dette arti liberali perché ritenute confacenti con la dignità dell’uomo libero, in contrapposizione con le artes serviles, quelle meccaniche, che richiedono un’applicazione delle mani.

Le arti liberali erano sette: tre costituivano il Trivio: grammatica, retorica, dialettica. Le altre facevano parte del Quadrivio: aritmetica, geometria, musica, astronomia. Nelle scuole medievali le arti del Trivio rappresentavano l’indirizzo letterario ed erano dette infatti anche artes sermocinales (arti del parlare); quelle del Quadrivio appartenevano al grado scientifico dell’insegnamento ed erano considerate perciò artes reales (arti riguardanti la realtà): le une e le altre erano propedeutiche allo studio della filosofia e della teologia.

Il problema dell’architettura sacra come arte meccanica

Ebbene l’architettura si rivelava un’attività legata prevalentemente alla vita attiva che non a quella contemplativa. Da tale punto di vista veniva relegata nel novero delle arti meccaniche o servili perché evocava il tradizionale lavoro degli schiavi, obbligati a servirsi delle mani e di strumenti manuali nell’esercizio delle proprie funzioni.

In tale contesto si capisce il problema di fondo dell’architettura sacra. Essa era un’arte meccanica, servile, subordinata alle nobili arti liberali ma allo stesso tempo era chiamata a svolgere un compito sublime ed elevatissimo, cioè quello di costruire la «casa del signore», «la porta del cielo». Viene quindi affidata all’architettura, un’arte «plebea», il nobilissimo obiettivo di edificare la dimora di Dio. Ma come poteva scaturire da una base «ignobile», «volgare», la sublime ed eterea emozione religiosa? Una prima risposta a questo paradosso portava a vedere nelle forme architettoniche qualcosa che trascende il mondo delle immagini e giustifica la funzione dell’arte come guida dell’intelletto dalle elementari percezioni alle verità divine. Pur essendo costituite da elementi materiali, chiese e cattedrali procurano una gioia spirituale che trasporta l’uomo dal mondo terreno a quello soprannaturale. Inoltre Dio stesso è un virtuoso architetto che costruisce il creato come un immenso edificio armonizzando la varietà delle cose usando squadra e compasso. Sottoponendosi alle regole della geometria, l’architetto medievale avvertiva quindi l’emozione esaltante di imitare l’opera del divino maestro.

Un’altra risposta per risolvere questa aporia si concretizzò addobbando le chiese e le cattedrali di preziosi artefatti: splendidi dipinti, affascinanti sculture, mosaici ed arazzi magistralmente assemblati, ori scintillanti nonché perle, diademi, quarzi e diamanti vennero sapientemente dislocati per ornare in modo confacente il Tempio del popolo dei fedeli e al medesimo tempo venivano offerti al culto dell’Onnipotente.

La negazione moralistica del bello

Questa soluzione tuttavia apriva una questione spinosa senza riuscire veramente a risolvere in modo convincente il problema per il quale era stata concepita. In effetti mistici e rigoristi si chiedevano se fosse lecito decorare sontuosamente una chiesa quando i figli di Dio vivevano nell’indigenza. Ma soprattutto temevano che in una chiesa che rifulge di ogni sorta di bellezza il fedele sia più portato ad ammirare il bello che non a venerare il sacro. La polemica condotta dai cistercensi e dai certosini nel XII secolo contro il lusso e l’impiego di mezzi figurativi nella decorazione delle chiese è emblematica. Tali decorazioni distoglierebbero i fedeli dalla concentrazione nella preghiera. Particolarmente eloquente il seguente passaggio di San Bernardo di Clairvaux che «per guadagnare Cristo ha stimato sterco tutte le cose che splendono di bellezza»: «Non voglio parlare delle altezze immense degli oratori, delle smisurate lunghezze, delle ampiezze esagerate, delle pitture curiose che attraggono e sviano l’occhio di colui che prega e ne trattengono lo slancio di devozione (…) Gli occhi sono colpiti dalle reliquie coperte d’oro (…) Si espone l’immagine bellissima di un santo o di una santa che sono creduti tanto più santi quanto più i colori della loro immagine sono vivi (…) Cosa ci stanno a fare nei chiostri dove i fratelli leggono e pregano quei mostri ridicoli, quelle strane deformi bellezze, quelle difformità affascinanti? Cosa ci stanno a fare questi leoni feroci? questi mostruosi centauri? (…) Si vedono molti corpi sotto un’unica testa e al contrario molte teste su un corpo solo, animali a quattro zampe con coda di serpente e bestie mezze capra e mezze cavallo (…) Dappertutto appare una così grande e strana varietà di forme che si può passare un intero giorno ad ammirare queste stranezze invece di dedicarsi alla meditazione religiosa» (Apologia ad Guillelmum abbatem).

La geometria: l’arte liberale a fondamento dell’architettura

Queste ultime considerazioni ci suggeriscono e ci ricordano, per risolvere il primo dilemma, alcune osservazioni di Sant’Agostino che sembrano indicare chiaramente una possibile via di uscita. Per l’autore delle Confessioni l’architettura si fonda su rapporti numerici e quindi – nonostante la gerarchia epistemologica tra le due discipline – esse risultano entrambe sorelle perché generate dal numero ed entrambe specchio della divina armonia. Quanto al paradosso evidenziato da Bernardo un possibile argomento a difesa di chiese sontuose e cariche di ogni sorta di suppellettili è possibile trovarlo nell’universo simbolico ed allegorico di tali oggetti. Essi diventano l’alfabeto per educare i semplici attraverso il diletto della figura e dell’allegoria. Il simbolismo e l’allegoria trasformano rispettivamente l’idea ed il concetto in un’immagine. Il linguaggio figurato, come diceva già Goethe, permette quindi all’artista di cercare nel particolare l’universale o, nel caso dell’allegoria, il particolare in funzione dell’universale. D.B.

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VALORE E SENSO DEL NOSTRO LAVORO

Valore e senso del nostro lavoro
(Alpina 12/2013)

Il concetto che Henry Ford aveva dell’operaio medio è oggi ormai quasi completamente abbandonato e il lavoro in serie della catena di montaggio è diventato il simbolo del lavoro alienante e frustrante che nessuno farebbe se avesse altre possibilità. Ma dall’affermazione che il lavoro monotono è un supplizio per qualsiasi essere umano non discende logicamente che il lavoro “variato” sia necessariamente una caratteristica sempre desiderabile. In effetti una variazione troppo accentuata nel proprio lavoro è fonte di stress, di costi energetici (fisici, mentali ed emozionali) altissimi. Il tempo per la famiglia, gli amici e lo svago si assottiglia notevolmente a causa del bisogno di aggiornamento costante. Con un lavoro soggetto a molteplici cambiamenti si aumentano le difficoltà a strutturare e organizzare il tempo, a stabilire dei contatti sociali gratificanti, a formarsi un’identità e un ruolo sociale. Per molti imprenditori dell’industria contemporanea la flessibilità favorirebbe l’aumento dell’occupazione. In realtà, analisi oggettive e rigorose del mondo del lavoro, mostrano eloquentemente che la flessibilità diventa spesso un semplice sinonimo di precarietà, un attacco generalizzato al diritto del lavoro. Il suo quadro etico e normativo, anziché considerarlo, come si dovrebbe, un’irrinunciabile acquisizione della modernità, viene oggi interpretato come un arcaismo, un retaggio del passato. La nuova società che si sta rapidamente costituendo è composta da un ristretto gruppo di privilegiati con un posto stabile, ben retribuito, con buone prospettive di carriera e di gratificazione personale e un altro composto da lavoratori temporanei, precari, senza una dimora lavorativa stabile, impiegati sulla base delle fluttuazioni del mercato. Le conseguenze di un lavoro intermittente, a chiamata non sono rilevabili solo nell’immediato ma anche sul lungo periodo. I progetti di vita rinviati potrebbero diventare irrealizzabili, le esperienza di vita frammentarie faranno emergere un curriculum eterogeneo, discontinuo e dunque poco apprezzato. In poche parole i costi personali e sociali della flessibilità minano la qualità di vita in modo incisivo. Ebbene il nostro Ordine, da sempre mosso da ideali di giustizia e fratellanza, ha secondo me il dovere di stigmatizzare questi cambiamenti e di arginarli, forse anche solo diffondendo quelle ricerche scientifiche che mostrano che la flessibilità non solo non contribuisce ad aumentare la libertà dell’individuo ma altresì non sembra neppure potersi vantare di una maggiore efficienza.

Daniele Bui

Tema

Il lavoro

Se il compito dell’Apprendista è quello di imparare, dal Compagno ci si attende che sappia mettere in pratica ciò che ha appreso. Il lavoro è quindi al centro dell’attività del Compagno ed è appunto su questo tema che vorrei attirare la vostra attenzione.

Daniele Bui, Loggia Il Dovere, Lugano

Il lavoro nell’antichità e nel Medio-Evo

Tradizionalmente il lavoro è stato percepito come un’attività forzata e penosa. Si pensi

– Alla sentenza divina nella Bibbia: “Tu guadagnerai il tuo pane con il sudore della tua fronte”

– O al mito dell’età d’oro, un’epoca felice nella quale l’uomo non aveva bisogno di lavorare. Parlando dei primi uomini, Platone dice che: “ Avevano frutti abbondanti dagli alberi e da molte altre piante, che nascevano non ad opera dell’agricoltura, bensì perché la terra li produceva spontaneamente … È facile, aggiunge Platone, giudicare che gli uomini di allora erano infinitamente più felici di quelli di oggi” (Il Politico, 272°)

– La lingua stessa traduce questo concetto: L’etimologia di lavoro, in francese, travail, viene dal latino popolare tripalium, che designa sia uno strumento al quale si sottomettevano i cavalli per ferrarli, sia uno strumento di tortura. Tripaliare (in latino volgare) significa torturare.

– Si parla anche di travaglio nel caso di donne che stanno partorendo per sottolinearne la sofferenza. Per i greci il lavoro ha sempre rappresentato la miseria e non certo la nobiltà

dell’uomo.

Callicle, nel Gorgia di Platone, afferma che l’uomo che lavora con le mani, va disprezzato, va chiamato banausos per offenderlo e addirittura sembra che nessuno avrebbe voluto dare la propria figlia come sposa ad un costruttore di utensili. Per Aristotele gli “operai meccanici” non avevano neppure diritto di cittadinanza tant’è che li aveva relegati al rango di schiavi.

Marco Terenzio Varrone, parlando degli strumenti con cui si lavora la terra, li divide in tre categorie: strumenti parlanti (=schiavi), strumenti semiparlanti (=buoi), strumenti muti ( =gli utensili) L’opposizione tra schiavi e liberi si estendeva all’opposizione tra tecnica e scienza, tra forme di conoscenza legate alla manipolazione e una conoscenza pura espressa nella contemplazione della verità. Il disprezzo per gli schiavi, considerati inferiori per natura, si ampliava così alle attività che essi esercitavano.

Le sette arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia) si chiamavano liberali perché erano le arti proprie degli uomini liberi in quanto contrapposti ai non liberi o schiavi che esercitavano le arti meccaniche o manuali.

La rivalutazione del lavoro manuale

Per una rivalutazione della vita attiva bisognerà attendere fino al 1400. L’elogio delle mani, che è presente nei testi di Giordano Bruno, la difesa delle arti meccaniche, che compare in tanti testi di ingegneri e di costruttori di macchine del 1500 e che viene ripresa da Bacone e Galileo possono essere compresi e valorizzati pienamente solo tenendo conto del contesto storico nel quale emergono.

Per rendersi conto dell’importanza e del significato di queste prese di posizione in difesa del lavoro manuale nonché del suo valore culturale vale la pena di ricordare che alla voce “mécanique” il Dictionnaire français di Richelet (pubblicato nel 1680) riceveva ancora la seguente definizione : “il termine meccanico, in riferimento alle arti, significa ciò che è contrario a liberale e onorevole : ha senso di basso, villano, poco degno di una persona onesta.” Le tesi di Callicle quindi sono tutt’altro che tramontate ancora nel Seicento.

L’illuminismo, che assume la Rivoluzione scientifica come modello di razionalità, prosegue l’opera di rivalutazione del lavoro empirico soprattutto nell’Encyclopédie dove Denis Diderot colloca le arti ed i mestieri in una posizione centrale. Anche Jean-Jacques Rousseau, nei suoi scritti pedagogici, illustrando l’educazione che dovrebbe essere impartita ad Emilio, prende il lavoro manuale ad esempio di un apprendimento produttore di socievolezza e solidarietà.

Hegel contribuisce a sua volta a rivalutare il lavoro. Memorabile è l’episodio dialettico del padrone e dello schiavo. Due uomini lottano uno contro l’altro. Uno è coraggioso, accetta di rischiare la vita nel combattimento, mostrando così che è un uomo libero. L’altro, che non osa rischiare la sua vita, si sottomette. Il vincitore non uccide il suo prigioniero, al contrario lo conserva come testimone e specchio della sua vittoria. Tale è lo schiavo, il servus, colui che alla lettera è stato conservato. Il padrone obbliga lo schiavo al lavoro, mentre lui si gode la vita. Il padrone non coltiva il suo giardino, non fa cuocere i suoi alimenti, non costruisce la sua casa. Ha il suo schiavo per questo. Il padrone non conosce più i rigori del mondo materiale perché ha interposto uno schiavo tra il mondo e lui. Ma il padrone viziato dall’ozio, presto non sa più far niente. Per contro lo schiavo, costantemente occupato a lavorare, impara a vincere la natura utilizzando le leggi della materia e recupera una certa forma di libertà (il dominio della natura) con le sue scoperte tecniche. Attraverso una conversione dialettica esemplare, il lavoro servile gli rende la sua libertà. Fu un uomo pavido, rinunciò alla sua libertà per non morire, ridiventa ora un uomo libero ponendosi come libertà ingegnosa contro la natura che assoggetta al momento stesso in cui il padrone, che non sa più lavorare, ha sempre più bisogno del suo schiavo e diventa il qualche modo lo schiavo dello schiavo.

Quindi la dinamica servo padrone (che corrisponde al tipo di società del mondo antico) è destinata a mettere capo ad una paradossale inversione di ruoli, ossia ad una situazione per cui il padrone diventa servo del servo e il servo padrone del padrone. Infatti, il padrone, che inizialmente appariva indipendente, nella misura in cui si limita a godere passivamente del lavoro altrui, finisce per rendersi dipendente dal servo. Invece quest’ultimo, che inizialmente appariva dipendente, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Il lavoro appare allora, come per noi Massoni, l’espressione della libertà riconquistata.

Il lavoro quindi non contribuisce solo a rendere più abitabile, più umano il nostro ambiente naturale ma il lavoro umanizza anche il lavoratore. Ogni lavoro, diceva Emmanuel Mounier, travaille à faire un homme en même temps qu’une chose (contribuisce alla costruzione di un uomo contemporaneamente alla costruzione di una cosa). Si tratta di un principio fondamentale in Massoneria. Sia prima che dopo il Fr. Anderson il nostro Ordine si è costantemente definito un’istituzione che vede nel lavoro un mezzo di perfezionamento, uno strumento indispensabile nella ricerca della verità. Nella Massoneria operativa il lavoro era sostanzialmente quello relativo alle edificazioni di cattedrali. Con l’avvento della Massoneria speculativa esso è diventato un’attività costante volta al miglioramento spirituale dell’iniziato. Lavorare è forse il miglior esorcismo contro l’egoismo naturale. Lavorare significa uscire da sé stessi. Gli psichiatri applicano questo principio quando prescrivono un lavoro ai loro pazienti. Il malato mentale a cui si consegna un piccolo lavoro ritrova un qualche equilibrio e si rende utile, si occupa, si dimentica un po’ di sé stesso. Il lavoro dà all’esistenza un ordine, una regolarità salutari. Il tempo nel quale vive l’ozioso è discontinuo ed eterogeneo; scorre al ritmo capriccioso delle passioni. Il tempo del lavoratore, regolato dagli orari, impone alla vita un equilibrio salubre.

Inoltre il lavoro contribuisce ad inserire le persone nel tessuto sociale. Lavorare significa trovare un suo posto nella società di cui tutti gli elementi sono solidali. L’uomo non può compiere i gesti più ordinari, bere un bicchier d’acqua, accendere una lampadina … senza usufruire del lavoro degli altri. Si pensi solamente a quante persone sono coinvolte affinché noi possiamo vestirci alla mattina. C’è il lavoro dei contadini e degli allevatori per il reperimento della materia prima, il lavoro dei conducenti che trasportano i prodotti, dei commercianti, il lavoro dei tecnici che hanno costruito i telai che servono a fabbricare gli indumenti … Il nostro lavoro rappresenta così un debito che noi abbiamo contratto usufruendo del lavoro altrui. Esiste una sorta di solidarietà sincronica dei lavoratori che si scambiano vicendevolmente i loro servizi e una solidarietà diacronica che ci permette di trarre profitto dai lavori di chi ci ha preceduto e che dovrebbe obbligarci moralmente a lavorare per chi verrà dopo di noi.

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IL SEGRETO

Il segreto
(Alpina 10/2015)

Due voti. Sono mancati solo due voti perché il Gran Consiglio vallesano non accettasse una disposizione scellerata : obbligare ogni deputato massone ad annunciare la sua appartenenza all’Ordine. Ottenuta per 55 voti contro 53, la risicata vittoria riportata su coloro che incarnano un antimassonismo ahimé ! ordinario si spiega in buona parte grazie all’eco – distruttivo per il canton Vallese, in termini di immagine – suscitato nei media e nelle reti sociali per mezzo di un progetto partecipante sia della stupidità che della cattiveria.

Non è per nulla sorprendente che la malfamata Unione democratica di centro sia stata all’origine del progetto: per la quarta volta dal 2003, il partito blocheriano ritornava alla carica, completamente sottomesso a dei fantasmi cospirazionisti e ad una repulsione che dipende, per così dire, dalla sua identità politica. Più rattristante è il fatto che, in un primo tempo, il partito democratico-cristiano abbia sostenuto in blocco questo regolamento discriminatorio. Certo l’antimassonismo ha da molto tempo sotteso il programma stesso del partito cattolico ; ma il tempo dei roghi e dei falò essendo a priori trascorso, ci si sarebbe potuti immaginare una maggior serenità. E se, al momento del voto, alcuni hanno forse cambiato idea, bisogna vedervi la paura di uno scandalo politico, mediatico e giuridico più che una volontà di placare il dibattito.

Nel novembre 2014 la rivista Alpina dedicava la prima pagina al ritorno dell’antimassonismo. Oggi il fenomeno sta prendendo un’ampiezza inquietante. I soli mezzi per contrastarlo sono, come in Vallese, l’informazione oggettiva e la mobilizzazione di tutte le buone volontà nel nome del progresso, della tolleranza e dell’uguaglianza dei diritti.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

Casanova e l’essenza del segreto massonico

Quando si affronta la questione del segreto massonico si crea spesso una notevole confusione attorno al tema particolarmente dannosa per il nostro Ordine. L’obiettivo di questa breve tavola è quello di apportare alcune precisazioni utili ad evitare pericolosi equivoci.

L’attributo della segretezza possiede una proprietà sorprendente: quella di innescare una incredibile serie di congetture, il più delle volte inverosimili se non addirittura assurde. Il caso della Massoneria in questo senso è paradigmatico. La Libera Muratoria è stata vista come la «sinagoga di Satana», un luogo dove si ordiscono complotti planetari all’insaputa degli onesti cittadini. Non è il caso qui di ripercorrere la storia di queste innumerevoli mistificazioni. Basterà solamente ricordare i famosi Protocolli dei savi di Sion che gettarono tonnellate di fango sull’immagine della Massoneria. Ancora ai giorni nostri questo ignobile documento, nonostante sia stato da tempo dimostrato un falso, continua a circolare anche in rete ed è ancora citato a supporto di pseudo tesi di varie correnti antimassoniche. Non parliamo poi di certa letteratura e cinematografia recenti che sulla presunta segretezza della Massoneria hanno tessuto fantasiosi romanzi che spacciano per ricostruzioni storiche. Questi romanzi e queste pellicole lungi di avere come scopo la ricerca disinteressata della verità mirano in realtà unicamente a generare incassi milionari. Penso che non bisogna stancarsi di ripetere che la Libera Muratoria non è una società segreta, ma solamente riservata e discreta. Essa assume infatti pubblicamente la sua esistenza, anche sul piano amministrativo e giuridico.

Alcune doverose precisazioni

Qualcuno potrebbe dissentire e far notare che in Massoneria esistono simboli, rituali, segni e parole segreti. È vero ma questi codici assumono un significato rilevante solo per coloro che vivono personalmente la via della Libera Muratoria. D’altra parte non credo che si possa ancora parlare di autentici «segreti». I libri che hanno reso pubblici l’armamentario simbolico della Libera Muratoria non si contano ed andando in una qualsiasi buona biblioteca li si può trovare facilmente. Parlerei invece di segreto a proposito dell’appartenenza all’Ordine. Il divieto di rivelare nomi di fratelli affiliati alla Massoneria è assoluto. La ragione è semplice: l’ostilità nei confronti dei Massoni è ancora molto forte. Numerosi profani continuano in effetti a pensare erroneamente che la maggior parte dei Massoni è costituita da ricchi uomini d’affari corrotti che formano una specie di mafia che permette ai fratelli di ottenere dei privilegi nella società. Tra Cattolici che li odiano, opportunisti che li denigrano per trarne benefici personali o semplicemente qualunquisti che aderiscono a stereotipi e luoghi comuni senza la minima mediazione critica si può ben dire che la prudenza non è mai troppa. Quindi dal momento che l’antimassonismo purtroppo è ancora molto attivo e l’appartenenza alla Fratellanza può essere impugnata per nuocere ad un Fratello sia sul piano sociale, professionale che familiare, è giusto e necessario continuare a mantenere la massima segretezza sui nominativi dei fratelli.

Il vero segreto dei massoni

Ad ogni modo penso che si dovrebbe comunque parlare propriamente di segreto massonico riferendosi all’esperienza iniziatica, sacra e incomunicabile. Non è tanto il rituale ad essere segreto quanto piuttosto l’esperienza che emerge dalla partecipazione intensa a quest’ultimo che costituisce il vero messaggio segreto. Quando si parla di esperienza massonica non si fa perciò riferimento ad un’attività pubblica, quanto piuttosto ad una intima, privata ed incomunicabile. L’esperienza massonica si inserisce nell’ambito di un sapere iniziatico grazie al quale si opera una trasformazione in profondità dell’individuo. Il famoso segreto massonico risiede quindi in quell’esperienza personale, comprensibile solo a chi l’ha vissuta, di trasformazione del proprio io più profondo in vista di una sublime realizza-zione personale. Giacomo Casanova, uno degli affiliati più celebri della Libera Muratoria, aveva ragione di scrivere nelle sue memorie che «Coloro che entrano nella Massoneria solo per carpirne il segreto possono ritrovarsi delusi: può infatti accadere loro di vivere per cinquant’anni come Maestri Massoni senza riuscirvi. Il mistero della Massoneria è per sua natura inviolabile: il Massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso. Lo scopre a forza di frequentare la Loggia, di osservare, di ragionare e di dedurre. Quando lo ha conosciuto, si guarda bene dal far parte della scoperta a chicchessia, sia pure il miglior amico Massone, perché se costui non è stato capace di penetrare il mistero, non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il mistero rimarrà sempre tale». In altre parole l’esperienza massonica non si può trasmettere, non si può insegnare; la si apprende solo attraverso un assiduo lavoro in Loggia e un lungo e paziente processo di maturazione. I più recenti studi sulla coscienza hanno avanzato argomenti molto solidi contro la possibilità di comunicare stati mentali. Questi ultimi possiedono proprietà differenti dagli stati fisici. I primi sono suscettibili di essere trattati da una delle scienze della natura. I secondi – che annoverano le emozioni, le sensazioni, le percezioni, le credenze ed i desideri – non sono esperibili in terza persona. Parafrasando un famoso esperimento mentale degli anni Ottanta di Frank Jackson potremmo dire che un immaginario erudito di Massoneria che conoscesse per ipotesi tutto ciò che è stato detto e scritto sulla Libera Muratoria, ma che non fosse ancora entrato in Massoneria, al momento della sua iniziazione molto probabilmente vivrebbe sensazioni e stati d’animo assolutamente sconosciuti il che dimostrerebbe che queste sensazioni sono incomunicabili e solo vivendole personalmente si possono conoscere. È «solo» questo il segreto inespugnabile della Massoneria. D. B.

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SACRO E PROFANO

Le differenze tra il sacro e il profano
(Alpina 6-7/2013)   Una delle caratteristiche più evidenti della civiltà contemporanea mi sembra la crisi che sta attraversando la dimensione del sacro. L’uomo del XXI° secolo si ritrova completamente assorbito da preoccupazioni profane come il lavoro, le proprie finanze, il divertimento … Il tempo dedicato allo spirito, a ciò che in tutte le altre epoche della storia era considerato essenziale, è ormai ridotto ai minimi termini. Questo processo – ed è forse questo l’aspetto più sorprendente – non viene vissuto come inquietante ma semplicemente come l’esito di un’evoluzione storica nella quale l’uomo avrebbe preso coscienza che per attribuire senso e valore alla vita la sacralità non risulta né necessaria né sufficiente ma forse, addirittura, che possa essere considerata irrilevante. Ideali e valori che solo qualche decennio or sono parevano assoluti, oggi vengono relativizzati e spogliati di qualsiasi aura sacrale. Il risultato di questa progressiva erosione della sfera del Sacro è ciò che Nietzsche chiamava l’ospite inquietante, cioè il nichilismo, il deserto di qualsiasi valore, il nulla. I sentimenti dominanti sono quelli della disillusione, della rassegnazione e del disimpegno. L’unico valore sempre più idolatrato è quello del dio denaro e il suo correlato naturale, il consumismo, chiamato a colmare tutti i vuoti esistenziali e culturali emersi prepotentemente in questi ultimi tempi. Ebbene se l’eclissi, il tramonto degli assoluti, degli ideali più alti e nobili non è più una previsione pessimistica o una semplice ipotesi, ma un dato di fatto incontestabile, sorge la domanda spontanea di chiedersi se anche la Massoneria sia stata drammaticamente travolta da tale tendenza nichilistica per cui la si possa collocare in quelle istituzioni polverose, corrose dal tempo e ormai, a tutti gli effetti, anacronistiche. Penso che esistano diverse buone ragioni per poter rispondere negativamente a tale domanda. In primo luogo sono i giovani stessi a manifestare un evidente disagio e malessere di fronte alla mancanza di punti di riferimento sui quali poter contare. Inoltre i surrogati che vengono loro propinati assomigliano spesso a mode pseudo culturali effimere che durano il lasso di tempo fugace di qualche stagione. Ma soprattutto la credibilità e la modernità del nostro Ordine credo risiedano nell’aver saputo indicare l’esistenza di un legittimo spazio concettuale per la trascendenza all’interno del quale i dogmi di qualsiasi tipo non hanno diritto di cittadinanza mentre la libertà, il dialogo, la cultura e la critica costruttiva erano e rimangono i veri protagonisti. Daniele Bui             Tema Il Sacro in Massoneria   Sacro Il termine «sacro», dal latino sacer, sancisce un’alterità, un essere “altro” e “diverso” rispetto all’ordinario, al comune, al profano. Profano Il termine «profano», dal latino profanus (fuori), indica ciò che è comune, ossia opposto all’eccelso, al sublime, al sacro. Othmar Dürler – Il Dovere, Lugano Tra sacro e profano Che cos’è il sacro? Nell’accezione comune, sacro è ciò che è molto importante, non importa se riferito a qualcosa di concreto o di astratto. Fondamentalmente, però, che rende sacro o profano un luogo, un’azione o, addirittura, un pensiero, è sempre un confine, una separazione. Se consideriamo dei concetti positivi, implicanti delle perfezioni non confutabili, come il bene, il bello, il vero, queste astrazioni potranno esse definite sacre, alla precisa condizione che siano rigorosamente separate dai loro termini opposti, negativi, quali il male, il brutto, il falso. Ma anche questi concetti, o valori, hanno la loro flessibilità sia nei luoghi sia nei tempi; infatti ogni civiltà ha la sua propria idea del sacro. Le culture cambiano, hanno una loro storia e con essa muta anche la nozione di sacro. Testi o luoghi detti sacri diventano tali soltanto quando l’essere umano sa estraniarli dalla profanità, creando realmente o idealmente un rigoroso confine tra questi due mondi. Vi riesce con l’introspezione, alla ricerca della Verità del Macrocosmo nel profondo del proprio Microcosmo personale. Le parole altisonanti di un testo o lo sfarzo di un Tempio non sono per nulla garanzia di sacralità; ne hanno la potenzialità, in quanto separabili dalla profanità. Ma soltanto l’uomo di buona volontà sa trasformare in sacro non solo le parole e i luoghi, ma tutto ciò che lo circonda, se il suo cuore e la sua mente sanno assumere l’adeguato e corretto atteggiamento. Esattamente come i Simboli massonici che diventano tali soltanto quando il Massone, da oggetti o utensili muti, sa trasformarli e riempirli di significati, significati che non soltanto «parlano», ma che diventano insegnamento e guida per chi li sa ascoltare. Dunque, che trasforma le parole, gli oggetti o i luoghi da profano in sacro, è esclusivamente l’uomo stesso. Il concetto profano assume anche il significato di non aderente, estraneo, non iniziato, sia in senso sociale sia in senso metafisico. Da sempre i riti iniziatici hanno lo scopo di separare e introdurre in un mondo nuovo colui che sta per essere iniziato; in senso sociale quando il candidato accede ad una tribù, un club, una scuola ecc., in senso trascendentale quando l’iniziando passa da uno stato fisico-materiale a quello sacro, prevalentemente spirituale. Il processo d’iniziazione implica spesso, simbolicamente, una morte e una rinascita, poiché oltre ad un inizio comporta anche l’abbandono di un livello precedente e l’ascesa ad uno successivo più elevato. Ecco che nella vita di tutti i giorni si dirà che l’uno non è più profano in medicina ma iniziato all’arte medica, che un altro non è più una semplice matricola ma membro effettivo di un corpo studentesco ecc., in ambito metafisico, per contro, che una persona, superata ad esempio l’Iniziazione massonica, non è più considerata profana ma iniziata al mondo sacro della Libera Muratoria. L’iniziazione può quindi dare accesso a innumerevoli ambienti, associazioni o comunità, ma porta a «luoghi sacri» soltanto quando si basa sui citati concetti assoluti che implicano la sfera spirituale dell’individuo. Una di queste iniziazioni, e non pretendiamo sia l’unica, è quella massonica, in quanto esclusivamente tendente a percorrere, nel limite del possibile, la via della perfezione morale-spirituale; un evidente passaggio da una condizione profana ad una sacra. In Massoneria, segnatamente durante i Rituali, l’aggettivo sacro ricorre sovente. Si parla di una parola sacra, del libro della legge sacra ecc. E, nel Flauto magico di Mozart, Sarastro canta: «In queste sacre sale non si conosce la vendetta!» L’iniziando, proveniente dal cosiddetto mondo profano, passando dalla morte simbolica ad una nuova vita (VITRIOL), non può che raggiungere un luogo sacro, dove tutto ciò che lo circonda assume valore sacrale. Lasciate momentaneamente le esigenze fisiche-materiali, si dedica per un lasso di tempo alla crescita interiore. Comprenderà il sacro soltanto assimilando, poco alla volta, i Rituali, sacri anche questi, poiché in opposizione a qualsiasi testo profano. Assumerà egli stesso carattere sacrale: si distinguerà dal mondo ordinario (profano), avendo subito un processo (iniziazione) che lo ha elevato e reso diverso in senso qualitativo. Il Tempio – luogo sacro Parlare di Tempio o di luogo sacro è tutt’uno. Già nell’Antichità si cercava il contatto con l’imperscrutabile, il trascendentale, gli dei. Per potersi appartare, riflettere, meditare, evolvere, occorrevano luoghi particolari, nei quali, il giusto ambiente e le appropriate energie terrestri e celesti fornivano le condizioni ideali. Si sceglieva dunque la radura di un bosco, la sommità di un’altura, un’isola nel mare, o qualsiasi altro luogo sotto la volta stellata, ritenuto adatto da chi ne aveva il dono di riconoscerlo. Ma occorreva delimitarlo. Dapprima senza alcuna costruzione, allineando semplicemente alberi, pietre o altro, dandone una forma circolare, quadrata, rettangolare ecc., si creava il luogo sacro. Ecco la nascita delle più antiche forme di Tempio. L’essenziale, allora come oggi, è sempre stata ed è tuttora la delimitazione; fissare il limite tra il profano e il sacro. Sempre, nella storia, questi Templi, divenuti col tempo degli imponenti edifici di culto, dal Tempio di Salomone alle imponenti Cattedrali gotiche, hanno in ogni epoca segnato il luogo dove, dimenticato il mondo fisico-materiale, ci si è dedicati alla ricerca e allo sviluppo della mente e dello spirito. Il nostro Tempio massonico non è nulla di diverso. Quando il Massone ha superato la porta d’ingresso e lasciato i metalli nel mondo profano, egli si trova in quel luogo sacro le cui mura e colonne non fanno altro che delimitare, ossia rigorosamente separare, come in passato, il sacro dal profano. Ma verso l’alto, come ai tempi arcaici, anche i nostri Templi moderni hanno tutti la volta celeste, l’apertura che ci lega simbolicamente all’imperscrutabile, alla Verità alla quale tendiamo. Così anche ai giorni nostri, lontano dalla vita agitata, egoistica e superficiale, il Massone ha il suo Tempio, il suo luogo sacro; sacro proprio perché dedicato solo allo spirito, allo sviluppo del Tempio interiore di ogni addetto e, di riflesso, alla grande costruzione ideale della Massoneria: il Tempio dell’Umanità. Ma il Tempio non è soltanto uno spazio. In esso vanno considerati anche i concetti di tempo, azione e partecipanti. Infatti, in Tempio, in un lasso di tempo, si svolgono azioni in presenza di persone. I nostri lavori, ad esempio in primo grado, si aprono a mezzogiorno e si concludono a mezzanotte. Anche questo tempo simbolico, separato rigorosamente da quello che trascorre fuori Tempio, assume valore sacro. Le Tre Grandi Luci, ad esempio, disposte in modo appropriato, assumono il valore di Simboli, ossia una funzione sacra, ma soltanto durante il tempo della loro particolare disposizione, per poi tornare ad essere normali attrezzi o oggetti di lavoro. In questo tempo si svolgono delle azioni che, in contrasto con quelle della vita profana, non possono che assurgere a gesti sacri, quelli del Rituale. Infine, non dimentichiamolo, anche l’uomo, ossia il Fratello Massone, quando, lontano dalla vita quotidiana, segue e vive in Tempio il Rituale da vero Iniziato (consacrato), assume a tutti gli effetti un carattere sacrale. Passando dal teocentrismo all’antropocentrismo, ecco che il divino, il sacro, si è trasferito dagli dei all’essere umano, sublimando quest’ultimo e facendogli scoprire, o meglio riscoprire (dopo l’oscurantismo) la sua personale natura divina. Conclusioni Provando a generalizzare, si può affermare che il un concetto misterioso, che esula dall’ordinario, e che rivela qualche cosa del tutto singolare, diverso, superiore, identificabile con un insieme di valori. Il sacro non coincide mai con la normalità. A qualsiasi cosa si riferisca, il sacro scaturisce sempre da una ricerca interiore. Ma l’uomo è fatto di materia e di spirito; è giusto che ognuno, anche il Massone, si dedichi ad entrambi gli aspetti. L’uno può e deve influenzare l’altro. Poiché la nostra vita si svolge prevalentemente fuori Loggia, il giusto equilibrio tra sacro e profano è assolutamente indispensabile in tutte le nostre attività quotidiane. La misura adeguata e la simbiosi necessaria tra le due realtà, permettono l’armoniosa convivenza tra gli esseri umani (orizzontale) e l’ascesi morale individuale (verticale); in Massoneria si tratta di realizzare la terza «Piccola Luce»: la Bellezza. È doveroso, trattando questo tema, accennare all’eccezionale opera di Paul Naudon «Le origini della Massoneria» che, non a caso, porta il sottotitolo «I mestieri e il sacro». Questa splendida antologia massonica ha come fil rouge, dall’Antichità fino alla Massoneria speculativa odierna, la sacralità dei pensieri, dei luoghi e delle opere che i nostri predecessori hanno saputo realizzare e sviluppare nel corso di oltre due millenni. Già nell’Introduzione (pag. 10) Naudon scrive: «Il punto comune, maggiore e costante, che rileveremo [in questo libro] attraverso i secoli, se non addirittura attraverso i millenni, sarà la coesistenza e l’interdipendenza degli obiettivi massonici con il senso del sacro.» Mi piace, concludendo, ricordare il biblico sogno di Giacobbe: nulla più di quell’onirica scala, che collega il cielo con la terra, può simboleggiare in modo maggiormente eloquente l’unione-separazione tra il sacro e il profano.
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FRATELLANZA

La fratellanza
(Alpina 11/2015)

La fratellanza non è una vana parola. Essa non ha nulla di un’astrazione eterea né di un concetto vacuo. Ciascuno, all’interno o all’esterno della Loggia, può supporre ciò che implica di profondo, di vero, di raro; l’essere Fratello non è mai insignificante.

Perché non hanno percepito questo carattere esigente o che rinunciano a tenerne conto, alcuni amano dare ad intendere che l’appartenenza ad una « famiglia » che raggruppa più o meno quattro milioni di Fratelli nel mondo è grosso modo equivalente al fatto di essere membro di una società, certo ristretta, ma in fondo poco differente da un club di servizio. Con ciò dimenticano quello che costituisce la specificità della massoneria. La sua fratellanza, espressa nel Tempio attraverso la catena d’unione, è quella dei cuori uniti. Senza condizioni né riserve. La fratellanza è senza « se » e senza « ma ». Se essa costituisce dunque l’espressione di una comunità di destini dove l’empatia e lo sviluppo sono spinti alla loro espressione ultima, è anche e soprattutto perché la sua dimensione spirituale è realmente determinante. Perfino più importante ancora. Condividere dei valori morali elevati nel nome di un umanesimo illuminato dalla trascendenza, ricercare il bene comune per una umanità della quale ogni membro deve essere considerato come parte integrante del grande progetto collettivo – la costruzione del Tempio ideale – : ecco ciò che rende la fratellanza così preziosa.

Perché essa mette in atto tutte le risorse della generosità del cuore senza mai nulla esigere in cambio ; perché essa mobilita tutte le energie spirituali in uno scopo nobile ed elevato : per ogni massone, la fratellanza costituisce davvero una parola chiave.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

La chiave di volta della Massoneria

La Fratellanza, assieme alla libertà, all’uguaglianza e alla tolleranza, rappresenta uno dei pilastri della Libera Muratoria. Purtroppo è però anche uno dei principi maggiormente fraintesi. In questa tavola ci proponiamo di restituire al concetto il suo significato massonico più appropriato.

I Liberi Muratori, appena dopo aver varcato per la prima volta la soglia del Tempio, imparano a chiamarsi reciprocamente Fratelli, il che non significa che abbiano compreso il termine nelle sue molteplici accezioni. Nella maggior parte dei casi si pensa che venga usato in senso metaforico. Si ritiene che in fondo non si tratti di nient’altro che di amicizia. Benché sia l’amicizia che la fratellanza offrano alla singola persona la possibilità di oltrepassare i limiti della propria individualità e di aprirsi agli altri, in un rapporto che appare fondamentale per la vita, l’amicizia resta comunque un’idea incommensurabile a quella di fratellanza. I due concetti non si sovrappongono e divergono su alcuni aspetti fondamentali.

L’amicizia è uno dei rapporti più immediati e spontanei di cui si possa fare esperienza nella vita. La Fratellanza, al contrario, è una decisione ponderata, una scelta responsabile che implica precisi doveri. L’amicizia può durare una vita, ma anche essere breve e fugace. La vera Fratellanza è per sempre. Quando il Venerabile accoglie il bussante dicendo: “Sia il benvenuto colui che batte alla porta del nostro Tempio con il cuore disposto alla Fraternità” confida in una sua apertura di spirito, nella sua tolleranza, nella sua benevolenza necessarie all’iniziando per sormontare delle reticenze, delle antipatie ed eventuali conflitti. È importante rendersi conto che il Massone ha un obbligo morale di correre in aiuto ad un altro Fratello, di proteggerlo, di soccorrerlo, di assisterlo in caso di difficoltà e sofferenza. Alla luce di tale spirito si capisce che la Fratellanza è veramente la chiave di volta della Massoneria. Essa è il presupposto senza il quale il nostro Ordine non potrebbe sussistere. Armando Corona, ex Gran Maestro del GOI, prende a prestito una bella immagine dell’autore delle Confessioni per esporre l’idea di Fratellanza massonica. Egli scrive che “Sant’Agostino racconta che i torrenti impetuosi, che si formano a seguito delle piogge torrenziali nordafricane, travolgono i cerbiatti smarriti di fronte a tanta furia. Narra ancora, e con commozione, d’aver osservato che i cervi adulti, a rischio della propria vita, incrociano le proprie corna nodose e ramificate con quelle lisce e lineari dei cerbiatti, per traghettarli e salvarli da sicura morte.” E conclude aggiungendo che in questo racconto vi è l’immagine più reale, più fresca e più poetica della Fratellanza massonica. (Hiram, aprile 1983)

L’estensione del termine

Benché tale immagine poetica sappia senz’altro cogliere l’essenza della Fratellanza massonica, essa tuttavia non esaurisce l’ampio ventaglio di significati – sovente di natura esoterica – ai quali tale concetto, più o meno esplicitamente, rinvia. In effetti esso esprime anche l’universalità e l’unicità della vita, pur nelle sue infinite manifestazioni e quindi la discendenza di tutti gli esseri da una medesima sorgente. La Fratellanza fa riferimento altresì alla volontà di lavorare in armonia per il medesimo scopo: la costruzione del Tempio dell’Umanità al di là delle differenze di razza, cultura, livello sociale, religione…La Fratellanza è dominio della ragione sulle passioni, superamento dell’egoismo e, come specifica efficacemente il Fratello Vincenzo Tartaglia “condanna alla superbia, la quale invece inchioda l’uomo al traballante palo del suo io, nel falso convincimento che questo basti da solo per aprire le porte del cielo e della terra.” La Fratellanza ci ricorda che nonostante le differenze di età siamo tutti coetanei di fronte all’eternità. Essa simboleggia inoltre la giustizia che livella le differenze e ci fa sentire uguali di fronte al mistero infinito della vita e della morte.

La Fratellanza si presenta pure come criterio atto a distinguere il vero dal falso, il reale dall’apparente. Esprime la vittoria dello spirito sulla materia. Riaccende la coscienza dell’uomo acciecato dall’arrivismo, dal mito del denaro. La società dei consumi ha regalato all’uomo numerosi conforts, ma non gli ha saputo dare la felicità. La ricerca del profitto ad ogni costo ha generato una crisi di valori che rischiano di essere smarriti in un inaridimento complessivo della vita umana. Gli affetti, l’amicizia, la solidarietà vengono spesso vanificati dal prevalere dell’homo oeconomicus, dominato unicamente dalla preoccupazione del guadagno immediato. Il benessere materiale viene però pagato a carissimo prezzo dalla società in termini di aumentata conflittualità sociale e di criminalità sempre più dilagante, e, dall’individuo, in termini di sofferenza psicologica a causa delle frustrazioni, inevitabili quando la vita si riduce ad una continua e dura competizione.

Se in loggia o nella vita profana non ci comportiamo da Fratelli è perché la pietra è ancora troppo grezza nella nostra anima.

Da un’impostazione di vita orientata sulla categoria dell’avere, non può che svilupparsi un’aggressività che porta a volere sempre di più, ad impegnarsi in un agonismo sociale che è fonte di conflittualità. La Fratellanza si rivela quindi anche una indispensabile sentinella che ci rende attenti al malessere del benessere, all’ingordigia insaziabile che non colma il vuoto interiore. Ci fa capire che se in loggia o nella vita profana non ci comportiamo da Fratelli è perché la pietra è ancora troppo grezza nella nostra anima, ci divide, ci oppone gli uni agli altri come concorrenti e nemici. La Fratellanza si presenta quindi in ultima analisi come un baluardo contro l’ignoranza umana, figlia della materialità, che erige illusorie barriere e differenze, tra creature accomunate da una analoga natura e destino.

FR.’. D.B.

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ETICA

La rinascita dell’etica nella cultura contemporanea

L’intento di questa Tavola è di presentare alcuni momenti cruciali della riflessione etica del XX° secolo, in particolar modo il passaggio da una fase critica, durata almeno fino alla metà del secolo scorso, fino all’attuale e spettacolare rinascita di questo importante ramo della filosofia.

Parrebbe del tutto lecito parlare dell’esistenza di una crisi della morale, in quanto non c’è settore della società (famiglia, scuola, lavoro, sport…) che non lamenti un calo preoccupante del suo livello. Eppure, non tutti sono convinti di una tale evidenza. Per esempio, il sociologo francese Raymond Boudon, nel suo libro Declino della morale? Declino dei valori? è persuaso che la tesi secondo la quale il passaggio dalla modernità alla postmodernità coincida con lo sgretolarsi dei valori tradizionali come la famiglia, il lavoro, la religione, la politica, l’istruzione, la dignità della persona è smentita dai fatti. Inchieste statistiche relative a questi temi mostrerebbero che i giovani dispongono di un sistema di valori ben strutturato che metterebbe in evidenza una sostanziale continuità con quello delle generazioni precedenti. L’impressione di declino verticale dei valori sarebbe imputabile, secondo Boudon, all’effetto perverso generato dai mass-media che costruirebbero artificialmente realtà distorte. Lo schermo, quindi, lungi dall’essere uno specchio fedele della realtà risulterebbe piuttosto uno strumento mistificatore dei fatti.

Ebbene, se la questione del crollo dei valori morali è piuttosto controversa, la convinzione dell’esistenza di una crisi dell’etica, per almeno una buona parte del XX° secolo, è una constatazione accettata quasi unanimemente. Non si tratta chiaramente di una crisi che concerne la produzione di opere consacrate all’etica; si tratta piuttosto di una crisi relativa ai fondamenti, ai metodi, alla natura della razionalità etica.

Già Nietzsche (1844-1900), interpretando gli ideali morali alla stregua di maschere della volontà di potenza, Freud (1856-1939) considerandoli come sublimazioni dei meccanismi pulsionali e Marx (1818-1883) leggendoli come sovrastrutture dei bisogni economici avevano seminato notevoli sospetti sulla consistenza dell’etica.

Ma la vera e propria crisi fondazionale emergerà a partire dall’inizio del XX secolo. Ne I Principia Ethica di G. E. Moore (1873-1958) del 1903 il filosofo inglese sostiene che il bene, su cui si fonda l’intera etica, è una qualità semplice, come il colore giallo, e che pertanto non può essere definito razionalmente, ma può solo essere intuito. Di conseguenza tutte le etiche che pretendono di fondare le norme morali su una qualsiasi conoscenza, sia essa di tipo fisico o di tipo metafisico, incorrono nella cosiddetta «fallacia naturalistica », cioè commettono l’errore di considerare il bene come un oggetto appartenente alla natura e quindi conoscibile scientificamente. In tal modo Moore inaugura la convinzione del carattere non conoscitivo dell’etica (non-cognitivismo), che dominerà tutta la prima metà del secolo.

Ad analoghi risultati giunge, in un altro ambiente culturale, Max Weber (1864-1920), il fondatore della sociologia come scienza. Questi nel 1904 con il saggio su L’oggettività conoscitiva della scienza sociale (compreso nella raccolta Il metodo delle scienze storico sociali), sostiene che le scienze sociali, per essere oggettive, devono limitarsi a descrivere i fatti, astenendosi dal dare giudizi di valore, cioè devono essere avalutative. L’etica pertanto non può in alcun caso essere una scienza e le scienze, nemmeno quelle sociali, non possono dare alcuna indicazione su come ci si deve comportare.

È chiaro che queste posizioni, ed altre che si potrebbero facilmente aggiungere, sono l’indice di una crisi dell’etica che segna il fallimento del programma illuministico di fondarla unicamente sulla ragione. Di fronte alla constatazione dell’incapacità delle scienze sociali, cioè della razionalità scientifica, di orientare la prassi, si è determinato un nuovo fenomeno, designato come «riabilitazione della filosofia pratica » (Harendt, Leo Strass, Voegelin, Gadamer, Bubner / Riedel, Scwemmer) che costituisce di fatto un ritorno alla concezione aristotelica dell’etica come filosofia pratica cioè alla fondazione dell’etica non sulla scienza (della natura o dell’uomo), ma sulla filosofia, vale a dire ad una forma di conoscenza che non rinuncia a pronunciare giudizi di valore e non si limita ad essere puramente descrittiva.

Molto schematicamente si possono distinguere tre generi di concezioni morali, a dipendenza se esse si focalizzano sulla persona, sull’azione o sugli stati di fatto. Le concezioni che si focalizzano sulla persona, e che si chiamano in generale etiche della virtù, sono prevalentemente concezioni attrattive, le concezioni che si focalizzano sull’azione (cioè le deontologiche) e quelle che si concentrano sugli stati di fatto (cioè le consequenzialiste) sono principalmente delle concezioni imperative.

Ora, dal momento che le versioni assolutistiche dell’etica deontologica così come di quella consequenzialista si sono rivelate problematiche si è pensato di concentrarsi più modestamente su un insieme di fattori pertinenti in una valutazione morale e di valutarne la preponderanza nelle situazioni particolari.

Una lista di questi fattori liberamente costruita potrebbe essere la seguente: le conseguenze (valutate da un punto di vista imparziale e in termini di interesse comune). I diritti generali (non subire aggressione, assicurare determinate libertà). Gli obblighi particolari (promesse, doveri, obblighi relativi ai ruoli di madre padre e figli, giudici, medici, insegnanti…). Gli impegni personali. I sentimenti (la disponibilità, la generosità…). Le intenzioni (la buona volontà…). L’idea non è certo quella di stabilire una scala di valori assoluta; si tratta piuttosto di proporre una prospettiva pluralista e tollerante.

FR.’. D.B.

LUGLIO 2019

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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL CONCETTO DI LOGGIA

Alcune considerazioni sul concetto di Iniziazione

Maestro Venerabile, carissimi Fratelli, essendo il termine “iniziazione” abbastanza poco compreso nel mondo profano, vorrei cogliere l’occasione della acquisizione di un nuovo Fratello da parte della nostra Loggia, per fare alcune considerazioni che spero possano portare qualche contributo in vista di un approfondimento del suo significato. Comeindica la parola stessa, trattasi qui dell’inizio di un qualcosa; il problema sta nel capire con una certa precisione ciò a cui, lo strano ed inconsueto rito che conferisce appunto la qualità di “iniziato”, dà l’accesso. È necessario, a tal fine, premettere qualche annotazione sulle modalità dei processi conoscitivi propri all’essere umano. Il grado di consapevolezza dell’uomo ordinario gli permette di accedere a tre livelli di conoscenza: * il piano corporeo o sensoriale, cui corrispondono, come strumento conoscitivo,i cinque sensi; * il piano emozionale, dove la percezione avviene mediante dei particolari “centri psichici” situati a livello animico, il cui insieme funzionale può essere genericamente definito come “sensibilità”, * il piano mentale, riguardante i processi del pensiero razionale (deduttivo o induttivo) e situato anch’esso a livello psichico. Quest’ultimo piano è, a torto, sovente percepito come corrispondente al livello più alto delle facoltà conoscitive dell’uomo, tanto che, quanto non rientra nella sua sfera, viene_definito con il termine “irrazionale” e relegato, per ciò stesso, in una posizione di inferiorità; questo perché il punto di vista profano non concepisce la possibilità di una conoscenza “sovrarazionale”, pertinente cioè ad un livello di consapevolezza definibile come ‘“superconscio” in contrapposizione al livello “subconscio” (peraltro assai noto in psicologia) che corrisponde, dal canto suo, all’insieme delle pulsioni “veramente” irrazionali presenti nell’uomo. Essendo i tre livelli appena menzionati oggetto di comune esperienza, non è certamente a questi che l’iniziazione può riferirsi in senso stretto giacche non si deve certo fare ricorso a stranezze quali riti e simboli per sviluppare o perfezionare alcuno di essi, laddove i riti e i simboli sono invece rigorosamente indispensabili sia per conferire l’iniziazione in quanto tale, sia per lavorare in vista della trasformazione della stessa da virtuale ad effettiva cosa quest’ultima che corrisponde al passaggio da una condizione puramente “germinale” ad uno stato di pieno sviluppo. Come già osservato, il livello dei sensi da un lato e quello psichico o animico dall’altro, riguardano due piani di consapevolezza: quello delle realtà corporee o sensibili e quello della realtà “sottili” (altrimenti anche detto “piano Intermediario”) nel quale si colloca l’insieme delle emozioni e dei pensieri organizzati; per comprendere ciò a cui dà adito il rito di iniziazione, bisogna però salire ad un livello conoscitivo superiore inerente ad una facoltà che nell’uomo ordinario è presente solo in modo latente; è questo il livello dello Spirito o Intelletto (‘pneuma” nel mondo greco-romano, “buddhi” nel mondo indù). Alle due dimensioni orizzontali del corpo e dell’anima, che si identificano con il piano della coscienza ordinaria, si ne aggiunge così una terza, questa volta “verticale”, che permette simbolicamente al cerchio di realizzarsi in sfera.
La simbologia tradizionale attribuisce abitualmente la forma quadrata al mondo corporeo (base e fondamento “stabile”) e quella circolare al mondo dello Spirito; per tale motivo, nella Libera Muratoria, quando si desidera fare riferimento a tali piani, vengono utilizzati la Squadra ed il Compasso così come si può agevolmente notare a lavori di Loggia aperti, ove, sul Libro della Sacra Legge (simbolo della Conoscenza Universale), sono posti appunto questi due strumenti di lavoro. Deve comunque essere rilevato che, nella camera di Apprendista, la Squadra è sovrapposta al Compasso, ad indicare che la “corporeità” ancora prevale sulla “spiritualità”. In effetti, lo sviluppo della capacità intuitiva, capace di percepire in modo diretto l’essenza delle cose, è un fatto tutt’altro che immediato e richiede, come lavoro preliminare, la capacità di controllare le interferenze dovute ai messaggi provenienti dal mondo dei sensi e da quello della psiche, fino al punto di poterli “sospendere” a piacimento e poter così orientare tutte le potenze dell’essere, non più disperse in indefinite direzioni, verso il proprio Centro che, in diverse culture, è simbolicamente localizzato nel “cuore”. Questo “Centro” è la sorgente di quella che, in Massoneria, viene definita come “la Luce”, ovvero quella cosa che il Candidato alla iniziazione, dietro indicazione del Fratello Esperto, dichiara essere la sua aspirazione. È peraltro opportuno notare che il recipiendario è in quel momento pressoché del tutto inconsapevole della portata di ciò che sta richiedendo ed una ulteriore conferma di questa sua ignoranza circa il fine dell’iniziazione è data dalla particolare risposta che, sempre il Fratello Esperto, gli suggerisce quando, nel corso del rito, viene posta al Candidato la domanda «che cosa sapete voi della Libera Muratoria?», ove la risposta tradizionale è: «Nulla». Bisogna notare, a quest’ultimo riguardo, che tale risposta sarebbe evidentemente assurda se fosse qui da intendersi in senso letterale in quanto è fin troppo chiaro che nessuna persona di buon senso si accosterebbe alla Libera Muratoria senza avere di questa almeno una qualche idea, anche se superficiale. Per poter correttamente interpretare questa apparente incongruenza, è necessario tenere conto del fatto che, così come quando si accompagna un cieco gli si presta in qualche modo il senso della vista, il Fratello Esperto, nel guidare l’aspirante alla iniziazione, in quel momento totalmente immerso nelle tenebre dell’ignoranza (la benda), attraverso la porzione più oscura del cammino, presta al Candidato una conoscenza di cui questi non può per definizione disporre (l’iniziazione non è ancora stata conferita), egli infatti, indicando di volta in volta al Candidato le risposte “giuste e perfette” che deve dare, consente a quest’ultimo di procedere lungo il cammino senza correre il rischio di essere bloccato lungo il percorso da qualcuno dei vari “Guardiani della soglia”. Esempi del tutto analoghi sono facilmente riscontrabili in tutti quei testi tradizionali che descrivono simbolicamente l’iter della “morte iniziatica”. È opportuno aggiungere che, in questo contesto, non importa minimamente sapere cose che riguardano la natura individuale del Candidato (come ad esempio se sa tanto o poco della Massoneria, cosa del resto abitualmente già appurata nell’ambito della Tegolatura), ma solo interessa il conferimento, attraverso riti e simboli appropriati, di “impressioni” o “vibrazioni” idonee a risvegliare l’essere dal suo “sonno dello Spirito” cosa, quest’ultima, che non potrà avvenire compiutamente se non molto più avanti nel cammino iniziatico. Proprio al fine di favorire il processo di auto consapevolezza, viene imposta all’Apprendista, quale prima “tecnica” di apprendimento iniziatico, quella del “silenzio” e, proprio perché di tecnica qui si tratta, questa esperienza, per essere profittevole, deve essere vissuta in modo attivo e non subita come una costrizione. A questo riguardo è forse opportuno aggiungere qualche considerazione. Viene sovente affermato che il “silenzio” serve per imparare ad ascoltare gli altri, e questo è, per certi versi, certamente vero, ma non sufficiente in quanto vi sono motivi, forse anche più importanti, che sottendono a questa pratica iniziatica. Si è detto in precedenza che, per imparare a percepire le operazioni dell’Intelletto puro, è indispensabile “far tacere” il mondo dei sensi e quello della psiche; ebbene il silenzio dell’Apprendista è innanzitutto un simbolo di questa cosa con più particolare riferimento ai piani del corpo sensoriale e dell’anima emozionale (al “silenzio” della mente, di alquanto più difficile attuazione, viene fatto preciso riferimento nel “rito di passaggio” al Secondo Grado per cui non mi dilungo sull’argomento in questa camera). Come osservato, per poter arrivare a realizzare compiutamente il silenzio dell’ Apprendista, bisogna fare un uso attivo di tale tecnica ed indagare con cura gli effetti interiori indotti dalla pratica della stessa. Si noterà così come l’anima reagisce in qualche modo agli stimoli che riceve dall’esterno presentando alla coscienza diverse emozioni che, attraverso tutta una gamma di “risonanze” interiori, inducono a provare talvolta compiacimento, talvolta irritazione e, a volte, di fronte ad affermazioni tali da scontrarsi con quanto, a torto o a ragione, si è ritenuto fino a quel momento essere giusto ed incontrovertibile, persino collera. Ebbene, è proprio in questi casi che, come Ercole con l’Idra di Lerna, bisogna combattere e tagliare ad una ad una tutte le teste del mostro, ma poiché ciò non è ancora sufficiente, in quanto queste poi puntualmente ricrescono, bisogna anche cauterizzare i colli mozzati onde evitare che quei particolari tipi di illusioni, di cui “le teste” sono simbolo, possano in futuro ripresentarsi. È possibile ‘“cauterizzare i colli dell’Idra” solo a condizione di risalire all’origine profonda di quel che si sta affrontando; non basta pertanto limitarsi a prendere atto dell’esistenza di un certo tipo di reazione impropria (questo è solo un sintomo, non il male vero e proprio), ma è indispensabile andare oltre, ponendosi continui “perché” fino a quando non si arriva a comprendere la natura della stessa scoprendo sovente, alla radice, la presenza di qualche, a volte insospettata, carenza individuale. Aggiungo, senza dilungarmi, che alla operazione di “purificazione dell’anima”, necessaria per poter procedere lungo il cammino iniziatico, fanno anche riferimento 1 “viaggi degli elementi” (di cui il primo, quello della Terra, è rappresentato dal Gabinetto delle Riflessioni). Non sarà forse inutile osservare che l’operazione di liberare la psiche dalle scorie delle emozioni incongrue e dei pensieri superflui, ben lungi dall’esaurirsi con il solo lavoro nel Tempio, deve essere portata avanti di continuo in tutti i momenti della vita: in famiglia, sul lavoro e, soprattutto, quando si è soli con se stessi. È importante ricordare che la piantina, germogliata con il seme dell’iniziazione, non potrà mai svilupparsi senza questo preventivo lavoro di “bonifica” e, pensare 1l contrario, significa andare incontro apesanti disillusioni circa il risultato della ricerca iniziatica. La “Luce massonica” non è certo qualcosa alla portata di chi non vuole compiere sforzi proporzionali all’entità del bene da conseguire. Quanto fin qui detto apre soltanto un piccolo scorcio su ciò che è l’oggetto di questo lavoro, molte altre cose ci sarebbero in effetti ancora da dire addentrandosi in temi come quello delle origini intemporali e sovra-umane dell’iniziazione, della natura del tipo di influenza spirituale che viene trasmesso, delle condizioni per la sua efficacia, della varietà dei tipi di iniziazione a seconda delle epoche, delle culture o della natura dei soggetti umani a cui sono destinati e molte altre cose ancora, ma tutto questo va ben al di là dei limiti di una semplice Tavola e del resto vi sono Autori, di gran lunga meglio qualificati di me, che hanno trattato compiutamente tali argomenti ed ai quali, con un po’ di impegno e buona volontà, ci si può proficuamente riferire. Lungi pertanto dal voler esaurire un argomento di tale vastità e portata, l’intenzione che mi ha guidato nel tracciare queste poche righe, è stata quella di fornire al nostro nuovo Apprendista ed a noi tutti, me compreso, alcuni spunti di riflessione su di un argomento a cui forse non si pensa con la frequenza che, vistane l’importanza, sarebbe auspicabile. Detto ciò, vorrei concludere facendo al nuovo Fratello, oltre alle solite felicitazioni per essere diventato un nuovo anello della nostra catena, anche l’augurio di poter scoprire di persona il valore inestimabile di quella che, solo pochi giorni orsono, deve essergli apparsa come un’oscura pantomima, ma che in realtà è una “sacra epifania” compiuta, “from immemorial time”, per permettere all’uomo, mediante il ricollegamento con la sua obliata origine divina, di ritrovare il proprio Sé.
A.’.G.’. D.’.G.’. A.’.D.’.U.’.
FR.’. A. Orlnd, 23 marzo 2000

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LE REGOLE DEL GIOCO

Le regole del gioco…
Maestro Venerabile, Fratelli carissimi, sin dall’età della “pubertà”, siamo abituati a ricevere chi più chi meno, indicazioni su come comportarci e su quali siano gli atteggiamenti corretti e quali invece no. Tale condotta persiste per l’intera durata della nostra vita, facendo capo ai primi insegnamenti trasmessici dai nostri genitori e successivamente da chi, entrando nella nostra vita, si eleva in qualche misura ad educatore (anche se a fin di bene). Il limite che passa però tra il lecito e l’illecito o tra un fine giusto ed uno disonesto, è talmente sottile che ci si trova ad imbattersi in individui che volontariamente o in buona fede tentano di indottrinarci. Oggi più che mai mi rendo conto di quanto questo corrisponda al vero, dopo aver vissuto o essermi illuso di aver vissuto da uomo libero, comprendo come poche siano state le scelte da me fatte in modo volontario. Troppe le influenze ed i dogmi ai quali influenzato ho dato ascolto. È come aver vissuto per anni la vita di qualcun altro e di colpo aver aperto gli occhi, comprendendo di essere fuori luogo e sentirsi estraneo nei propri abiti, essere in buona sostanza a disagio, queste solo alcune delle emozioni che ho provato. Bussando alla porta del tempio, ho volontariamente preso una ferma decisione: Ricominciare! L’iniziazione infatti, mi ha trasmesso quell’entusiasmo necessario, a mio avviso, per percorrere la strada che in animo mio da sempre ho desiderato esplorare, ma che distratto dalla vita profana, solo oggi mi appresto ad iniziare. Paradossalmente l’inizio, che io faccio coincidere con la mia iniziazione, mi ha portato a tacere e ad ascoltare, che apparentemente ha delle analogie con l’essere condizionati. Così non è, l’apparenza ancora una volta inganna, ho appreso nuove regole, un maggior rispetto delle altrui convinzioni e/o opinioni e di conseguenza una maggiore disponibilità ad ascoltare il prossimo. Per me, sempre abituato a parlare a causa del mio lavoro, ascoltare senza controbattere le argomentazioni disquisite in Loggia, è stata una grande sofferenza; mi sono reso conto però del valore di tale privazione. Il proverbio “un buon tacer non fu mai scritto”, è più che mai fondato. Il silenzio è quindi il metodo migliore per far propria l’arte del saper controllare la parola, frenare i propri impulsi. Compreso questo, il passo immediatamente successivo, è stato quello di valorizzare tale strumento anche per trovare un equilibrio con me stesso, con gli altri, fiducioso che questo potrebbe significare il primo passo reale verso un cambiamento interiore, mentale, nell’ottica di sviluppare una maggiore armonia interiore e spirituale. i
Tale innovazione, nel mio personale sistema di vita, mi ha spronato sul nuovo cammino, dove l’imperativo che mi sono posto è quello di imparare a confrontarmi. Il comprendere con maggior consapevolezza i miei limiti, mi ha permesso profonde riflessioni di natura personale, e con l’aiuto dei fratelli, sono riuscito anche se solo in parte a rendere evolutivo il processo di cambiamento nei confronti di ideali consolidati in una vita dedicata al lavoro ed alla famiglia. Un impegno assunto da chi vuole vedere la propria pietra grezza, lavorata nel tempo con l’ausilio di quegli strumenti che tradizionalmente sono dell’Arte Reale, sia da quelli più operativi che alla simbologia dei precedenti si rifanno. In buona sostanza, esistono da sempre delle regole, che tendono alla creazione di un equilibrio tra tutti noi, con le loro contraddizioni, evoluzioni… Costantemente in evoluzione, il nostro modo frenetico di vivere, imposto dalla nostra stessa disciplina e volontà all’iper-attivismo, ci portano inevitabilmente a correre il rischio di perdere i punti di riferimento. Ho trovato nella loggia e negli insegnamenti simbolici che questa racchiude, la concretezza di quanto probabilmente in animo mio avevo da tempo, ma che, totalmente assorbito dagli “obblighi” profani, non riuscivo ad imporre. Oggi guardo alla vita, con gli occhi di chi, dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, si è reso conto di aver dedicato troppo poco tempo a se stesso e al proprio animo, con l’unico rimpianto di non aver iniziato prima tale cammino ma con la consolazione del “meglio tardi che mai”.
A.’.G.’. D.’. G.’.A.’.D’.’U.’.


FR.’. G. Immrdn

, 17 febbraio 2000 dell’e-.’. v.’.

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