PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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INTERVISTA A CAVOUR SULL’ITALIA DI OGGI

INTERVISTA A CAVOUR SULL’ITALIA DI OGGI

Testo integrale dell’opera teatrale composta e messa in scena da Gabriele Montagna a Villa il Vascello per le celebrazioni del XX Settembre di Gabriele Montagna Attore e Regista

(Un giornalista annuncia l’arrivo sul palco di un Padre della Patria. Camillo, Paolo, Filippo, Giulio, Benso Conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella. Nell’avvicinarsi al palco, passando in platea, il Conte si sofferma, galante, con le Signore del pubblico. Dopo un po’ viene sollecitato dal giornalista a prendere posto nel salottino allestito per l’occasione

Giornalista: Signor Conte, la prego, si accomodi. (Pausa) Vedo che non disdegna la compagnia femminile.

 Cavour: Sì, effettivamente, è … come dire … il mio tallone d’Achille. Ho amato molto e sono stato anche molto ricambiato.

Giornalista: È stato decisamente un Primo Ministro … diciamo così … un po’ donnaiolo, se mi permette.

Cavour: Mai quanto il penultimo che ha avuto la Repubblica Italiana. Giornalista: Questo è vero.

Cavour: E comunque le mie conquiste … erano tutte maggiorenni. Giornalista: Questo è indiscutibile! (Pausa) Ma, per rimanere in tema, se lei oggi legge le nostre riviste, i nostri giornali, potrà da subito notare che la politica si occupa molto di sesso. E che a volte le donne possono anche cambiare il corso della Storia.

Cavour: È sempre stato così. Segno inequivocabile che l’Umanità nei secoli non è poi così cambiata.

Giornalista: E certamente possiamo anche affermare che lei non è mai stato uno stinco di santo.

Cavour: Venivo da una famiglia bigotta e … non mi sono mai sposato. Potrei affermare, come diceva Mazzini parlando di sé, che la mia sola fidanzata era l’Italia. Ma certamente le donne mi sono sempre piaciute, e pur non essendo io una gran bellezza (si tocca la pancia), alle donne non dispiacevo.

Giornalista: Ma ha mai amato veramente?

Cavour: Il mio grande amore, quello dei venti anni, è stata Nina. Giornalista: Già, Nina!

Cavour: La marchesa Anna Giustiniani Schiaffino … ne ero pazzamente innamorato.

Giornalista: Sì, ne era pazzamente innamorato … ma ciò non le impedì di fare l’amore in un bosco con un’altra donna.

Cavour: Vedo che lei è molto informato.

Giornalista: Quindi conferma?

Cavour: Confermo. La donna in questione era la marchesa Clementina Guasco di Castelletto … e il bosco era quello di Valdieri, vicino Cuneo. Anche Clementina era sposata come Nina e una volta fece una scenata orribile di gelosia … quanto più sono sposate, tanto più fanno scenate … e minacciò addirittura il suicidio.

Giornalista: Mentre a suicidarsi davvero fu proprio … Nina … Cavour: Ancora oggi quel suicidio pesa tremendamente sul mio cuore. Giornalista: Ma signor Conte, scusi, lei intrecciava storie solo con nobildonne?

Cavour: No, ovviamente. Passata la giovinezza sostituii le marchese con una ballerina.

Giornalista: Una ballerina?

Cavour: Una ballerina del Regio di Torino. Si chiamava Bianca Ronzani.

Giornalista: Ma lei signor Conte era continuamente in movimento. Cavour: Ciò nonostante, non ho potuto far nulla per diminuire … le mie circonferenze (si tocca la pancia).

Giornalista: E … ci dica qualcosa di più di Bianca Ronzani.

Cavour: L’ho amata davvero!

Giornalista: Anche questa?

Cavour: Anche questa! Pensi che le scrivevo lunghe lettere mandandole “bacci infuocati”

Giornalista: Forse voleva dire “baci infuocati”.

Cavour: No no. Proprio “bacci”! L’ortografia italiana non era mai stata il mio forte. Ero più avvezzo alla lingua francese. Ça va sans dire. Giornalista: Mi incuriosisce non poco. Qual era il contenuto di queste lettere?

Cavour: La prego, non chieda oltre. Non è il caso con tutta questa gente (indica il pubblico). Mi limito solo a dire che erano lettere bellissime e … come si direbbe oggi … “a luci rosse”. Pensi che, dopo la mia morte, furono comprate dal vostro fratello massone Costantino Nigra per ordine del re, e bruciate in un camino.

Giornalista: Quando si parla di lei, signor Conte, non si può non parlare di un’altra presenza femminile. Sua cugina la Contessa di Castiglione.

Cavour: Eh già! Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini, maritata a 17 anni a Francesco Verasis Asinari, Conte di Costigliole d’Asti e Castiglione Tinella.

Giornalista: Mamma mia!

Cavour: Donna dotata di immensa bellezza. La sua dote più evidente, assieme ad un freddo cinismo ed una rara astuzia.

Giornalista: Ormai è storia il fatto che lei incoraggiò sua cugina Virginia a concedersi a Napoleone III per migliorare le relazioni del Piemonte con la Francia. In più, pare che la Contessa ci guadagnò un cammeo di smeraldo di 60 carati.

Cavour: Lei pare più informato di un … telegiornale.

Giornalista: Ma lei signor Conte, cosa ci guadagnò?

Cavour: Sui presunti spionaggi nel letto della Castiglione si è fatta molta fantasia. La verità è che io a Parigi, nel mondo finanziario e diplomatico, disponevo di confidenti molto più attendibili di Virginia. Ma lei era la più bella della Corte, e il provincialismo torinese, diciamolo, esagerava nei pettegolezzi.

Giornalista: (Incalzando con una certa forza) Sarà … ma i suoi rapporti con le donne sembrano piuttosto cinici! Lei non ha mai avuto la mano leggera con la bella Rosina, amante del re Vittorio Emanuele; e nemmeno con la sfortunata principessa Clotilde, costretta a sposare il maturo e chiacchierato Gerolamo Bonaparte, detto “plon plon” a causa della sua vita scapestrata. Lei passava sopra i sentimenti per manovre politiche!

Cavour: (Rispondendo a tono) Sì è vero e non me ne pento! Ci mancava anche che Vittorio Emanuele invece di cercare alleanze dinastiche sposasse la figlia del tamburino. E quanto alla principessa Clotilde, dopo Plombières scrissi da Baden al Re un rapporto nel quale spiegavo tutto ciò che occorreva fare per trascinare la Francia alla seconda guerra con l’Austria, dopo che avevamo rovinosamente perduto la prima. Sapevo che il re non voleva dispiacere alla ragazza, a Clotilde, e perciò non gli lasciai margini e gli scrissi che la Storia serviva a provarci che le principesse erano esposte ad una vita assai triste. In poche parole, egregio signore, io pensavo che i destini di tutti, dico, tutti, dovevano piegarsi alla causa dell’Italia. Ed anche quando mi occupavo di donne, caro il mio giornalista, pensavo sempre all’Italia, diversamente da quanti anche oggi devono occuparsi dell’Italia ma pensano sempre e solo alle donne.

Giornalista: La prego, Conte Cavour, non si scaldi. (Pausa) Sarà meglio cambiare argomento, le pare?

Cavour: Sì, sarà meglio. Forse ci converrebbe parlare più appropriatamente di politica, no? D’altronde sono stato un Primo Ministro.

Giornalista: Ha ragione. Parliamo di politica. (Pausa) E parliamo della politica dei suoi tempi, cercando di trovare contatti con la politica italiana di oggi.

Cavour: A cosa fa riferimento?

Giornalista: Faccio riferimento al più celebre dei suoi discorsi nel Parlamento non più sardo, ma nazionale, discorso nel quale lei prese di petto la questione romana e la necessità di abbattere il temporalismo vaticano. Leggo testualmente le sue parole: Io non so concepire maggiore sventura per un popolo colto che vedere riunito in una sola mano il potere civile ed il potere religioso. Ripeto, grande attualità nelle sue parole, in quanto oggi, a 150 anni di distanza, succede che il potere civile del Governo e del Parlamento sia chiamato a prendere  decisioni dettate da precetti del potere religioso, come per esempio in una materia delicata come la Bioetica!

Cavour: Vede, ai miei tempi la parola “Bioetica” non esisteva. Ma sicuramente posso affermare che io, in un certo qual modo, ho anticipato i tempi con la formula “Libera Chiesa in Libero Stato”. Ma attenzione. Libera Chiesa significa che la Chiesa è libera di professare il proprio magistero e prescriverlo ai fedeli. Ma lo Stato è altrettanto libero quando garantisce la libertà dei cittadini, e quindi non si piega alle pressioni di chi pretende di trasferire i precetti religiosi che obbligano i fedeli, nelle norme giuridiche che sono obbligatorie per tutti. Ripeto … per Tutti.

Giornalista: I suoi biografi pensano che la sua avversione contro il potere temporale della Chiesa avesse origine dalla Ginevra calvinista della sua famiglia materna. E storici autorevoli l’hanno definita “il più europeo” fra i patrioti del Risorgimento. In poche parole … l’Italia le stava stretta?

Cavour: (Ridendo) No, vede, non mi stava stretta l’Italia. Mi stava stretta la grettezza conservatrice della corte subalpina e di buona parte della nobiltà. Quando non ero in campagna, stavo bene a Ginevra, Londra e, soprattutto, Parigi. I libri che leggevo erano i classici del liberalismo francese ed inglese. La Francia e l’Inghilterra erano i miei punti di riferimento. Avevo compreso che per fare l’Italia, al Piemonte servivano l’alleanza con l’esercito francese e i prestiti dei banchieri di Londra. Ma tutta la mia giornata, compresa la notte, dormivo solo quattro o cinque ore su una branda in ufficio, era dedicata all’Italia, la patria in cerca di uno Stato. Anche i miei avversari maggiori, Mazzini e Garibaldi, in questo mi assomigliavano. Erano tutti cittadini d’Europa. E lo scopo che ci univa, perché sovrastava i nostri contrasti, era di risvegliare l’Italia assopita nei secoli e aprirle la porta di ingresso nell’Europa moderna. Mi si dice che adesso l’Italia non è più come è stata nei primi 50 anni della sua Repubblica. L’Italia non è più in prima fila fra i costruttori dell’Unità europea, in quanto prevalgono localismi, chiusure, paure … leghe … e “grillini” parlanti.

Giornalista: (Ridendo) Vedo che lei è molto informato.

Cavour: Faccio quello che posso. (Pausa) Vorrei lasciare un piccolo suggerimento agli Italiani di oggi.

Giornalista: Quale?

 Cavour: Vorrei suggerire quello che scrivevo sul mio giornale Il Risorgimento nel 1848 … quando affermavo che noi ci educhiamo alla vita nuova con lo studio assiduo degli eventi che succedono fra le nazioni.

Giornalista: Un ottimo consiglio sulla strada dell’Unità! (Pausa) Ma, a proposito di Unità, pare abbastanza strano che lei volesse come capitale d’Italia una città che non aveva nemmeno visitato in vita sua. Roma.

Cavour: Se è per questo non ho visto nemmeno il Mezzogiorno. (Pausa) Sì è vero! Non conoscevo Roma. E non ero neppure troppo invogliato ad andarci. Prevedevo che fra gli imponenti monumenti romani avrei provato la nostalgia delle modeste case di Torino. Eppure, mi creda, comprendevo Roma meglio dei pochi torinesi che la conoscevano, come D’Azeglio. Come spiegai in Parlamento, rispondendo ad una interpellanza di Audinot, Roma soltanto era quella città che non aveva alcuna storia municipale. Per questo motivo per me Roma apparteneva al Mondo e, quindi, senza Roma capitale, l’Unità d’Italia non poteva dirsi compiuta.

Giornalista: Mi vorrà perdonare signor Conte se continuo sul tema dell’attualità.

Cavour: Mi dica.

Giornalista: Lei, come dire, lei ha indebitato il Piemonte fino al collo per costruire le strade ferrate, superando anche le Alpi. Oggi in Italia, esattamente in Val di Susa, c’è una accesa guerriglia fra i così detti no-tav contro coloro che vogliono costruire il grande tunnel che dovrebbe collegare la sua Rorino a Lione, per far passare in Italia una delle maggiori arterie ferroviarie europee. Andava così anche ai suoi tempi?

 Cavour: Non ero ancora in Parlamento quando scrissi per una rivista francese un articolo intitolato Des Chemins de Fer en Italie. In questo articolo io spiegavo che dal punto di vista commerciale l’Italia doveva nutrire grandi speranze nelle ferrovie. Affermavo che rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire la barriera delle Alpi che separava l’Italia dal resto d’Europa, sarebbe aumentato in maniera prodigiosa l’afflusso di turisti che volevano visitare la nostra terra e avremmo portato copiosa ricchezza. Quando poi fui eletto alla Camera e, successivamente, divenni Capo del Governo, il collegamento ferroviario con la Francia fu un punto centrale dei miei programmi di investimento, con priorità al collegamento fra la Val di Susa, la Savoia e Lione.

 Giornalista: Sì, ma a che costo?

Cavour: Mi coprii di debiti con Rotshild, affrontai le enormi polemiche parlamentari e, nel 1857 si diede avvio al traforo del Frejus, portato a termine soltanto dieci anni dopo la mia morte. (Pausa) Non solo grandi costi economici, ma anche grandi costi in termini di perdite di vite umane a causa delle numerose esplosioni in galleria. A Torino, in Piazza Statuto, c’è il monumento agli operai caduti per il Frejus. Ed io li considero eroi risorgimentali al pari degli altri che hanno combattuto per l’Unità d’Italia. Immolati al genio del progresso e alla filosofia laica del mio secolo.

Giornalista: Ed oggi … gli stessi problemi?

Cavour: Con le tecniche di oggi i lavori della Torino-Lione saranno un’impresa facile e si[1]cura rispetto ad allora. Anche ai miei tempi c’era chi sosteneva che il Frejus era una follia e che sarebbe bastato ampliare le vecchie mulattiere.  Ma se l’Europa non è una parola vuota, le grandi infrastrutture di comunicazione sono essenziali ed è essenziale che l’Italia non sia tagliata fuori.

Giornalista: Quindi lei è a favore della Tav?

Cavour: Certo … ma nel più profondo rispetto della Natura e delle popolazioni del luogo. I lavori devono essere assegnati a gente competente e responsabile che non provochi ferite idrogeologiche e che si attenga alle regole della Comunità Europea.

Giornalista: Certo il progresso miete qualche vittima … ma deve andare avanti. (Pausa) Ah, a proposito di progresso, ha saputo che è stato scoperto il “BOSONE” … quella cosa che hanno definito la “Particella di Dio”?

Cavour: (Sorride visibilmente) Già … la particella

Giornalista: Scusi, ma perché ride su questa notizia? Non capisco. Cavour: No, mi perdoni, non volevo essere scortese o minimizzare la notizia. Solo che ho saputo … notizia gossip … che l’ex premier … quello prima di questo che avete ora …

Giornalista: La prego Conte … stia attento a quello che dice … non vorremmo dei problemi … che c’entra l’ex premier con la particella di Dio, scusi?

Cavour: Stia tranquillo … stavo solo riferendo che alcune voci mi hanno riportato che appunto l’ex premier abbia affermato preoccupato da Arcore: “Hanno scoperto la mia particella … la mia particella”.

Giornalista: (Glissando) La prego, lasciamo perdere e andiamo avanti.

Cavour: Come vuole!

Giornalista: E parliamo di cose serie! (Pausa) Lei ha speso la vita per fare l’Italia. Visti i risultati, lo rifarebbe?

Cavour: Sono morto troppo presto, come Mosè in vista della Terra Promessa. Quel giorno della mia morte, secondo la testimonianza di Farini e Castelli, divorato dalla febbre regalatami dalle zanzare di Leri, deliravo parlando soprattutto del Sud appena conquistato … o meglio … non lo definivo Sud, ma Mezzogiorno. Parlavo dei “napoletani”, del dovere di riscattarli dalla sudditanza borbonica. Dicevo della necessità di educare i giovani, di governare con la Libertà e non con lo stato di assedio. Beh, sono passati 150 anni da allora, l’Italia è in mezzo ai guai oggi … lo so! Ma i progressi sono stati enormi, la popolazione è triplicata, l’aspettativa di vita si è allungata di trent’anni, gli analfabeti che erano il novanta per cento, sono quasi scomparsi. Sì, qualcuno è rimasto in Parlamento fra i deputati del Nord. Il bilancio è sicuramente positivo! Ci sono tante cose ancora da fare. Dissi allora e ripeto oggi: “L’Italia è fatta, tutto è salvo”. E i miei cinquanta anni li ho spesi per la mia Patria senza risparmio.

Giornalista: Concludendo questa piacevole chiacchierata, Conte Cavour, mi permetta un’ultima domanda … beh, più che una domanda è un invito.

Cavour: Invito?

Giornalista: Un invito. Un invito a fornire, da uomo europeo quale lei è stato, a fornire dei suggerimenti, fors’anche dei consigli, ad un altro uomo europeista convinto, come è il Professor Mario Monti, nostro attuale Primo Ministro. A lei quindi la responsabilità di concludere..

HIRAM 1/2013

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SOGNI E BISOGNI DI UN UOMO CHE UNÌ GLI STATI UNITI D’AMERICA: ABRAMO LINCOLN

SOGNI E BISOGNI DI UN UOMO CHE UNÌ GLI STATI UNITI D’AMERICA: ABRAMO LINCOLN

 di Giovanni Greco

Università di Bologna

L’umiltà è quella virtù che,

 quando la si ha,

 si crede di non averla.

In occasione del film  di Spielberf su Abramo Lincoln di un  film drammatico che ha riscosso un grande successo in tutto il mondo, film in cui Lincoln osserva una condotta morale che cambierà il destino delle generazioni future, un film strico e biografico che fornisce l’immagine di un uomo tranquillo, di un uomo giusto e risoluto che grazie alla sua naturalezza ed umanità suscita negli altri benevolenza, persino da parte dei suoi avversari, il caro direttore di Hiram, il fr.’. Antonio Panaino, mi ha affidato il compito non lieve di svolgere qualche riflessione sull’operato del sedicesimo presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una pellicola che qualche giornale ha definito “cinema-cinema-cinema, visivamente sontuoso e scritto benissimo” e che ruota intorno al Tredicesimo emendamento, cioè all’abolizione della schiavitù. Il nostro direttore pensa che fare storia, ricordare la storia, raccontare la storia, è come predisporre la memoria, è come preparare un raccolto, un granaio, per l’attuale durissimo inverno dello spirito. La circostanza ci è propizia anche per[1]ché ad ottobre di quest’anno una folta de[1]legazione dell’Oriente di Bologna, in particolare delle logge “Galvani”, “Giovine Italia” e “Zamboni De Rolandis”, si recherà ospite a New York presso la sede della loggia italo-americana “Garibaldi” per una serie di incontri e di manifestazioni in occasione del Columbus Day. Un viaggio presso fr.’. italo-americani, già figli di una grande intrapresa migratoria, come diceva Montaigne, “per strofinare i cervelli”, una specie di Grand Tourdei tempi odierni, fenomeno di moderna cultura itinerante dove non cisi limita a vedere le cose e gli uomini come riflessi in uno specchio, ma si tende reciprocamente ad investire con i propri sentimenti e con la propria sete di conoscenza. Vivendo i principi di universalità che caratterizzano in maniera così pregnante il nostro Ordine, si è cercato di mettere in pratica questi fondamentali precetti attraverso questa visita che punta a contribuire a rendere sempre più saldo il ponte fra le officine italiane e quelle degli Stati Uniti. È da tempo ormai che la Massoneria italiana respira con due polmoni, un polmone me di terraneo e un polmone internazionale,  come poche istituzioni al mondo e ciò che particolarmente si pone al centro della sua attenzione è la sfida alla modernità, a cui la Massoneria internazionale non può non rispondere perché ne va del suo futuro. Sono convinto che solo recuperando una dimensione autenticamente cosmopolitica la Massoneria possa guardare con  giusti occhi alla propria realtà nazionale e alla vita e alle prospettive stesse delle singole officine che ne compongono l’articolazione e la vita. Su queste basi si valorizza al massimo una Massoneria che è frutto di una scelta culturale: Mozart e il suonatore di organetto con vivono nella stessa loggia, secondo la brillante espressione di Marco Veglia, dando vita ad una straordinaria operazione culturale. Abramo Lincoln nacque nel 1809 ad Hondgensville, nel Kentuckye fu il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Lincoln crebbe fra stenti di ogni sorta conquistandosi con grandi sacrifici un’istruzione adeguata. Fu battelliere sul Mississipi, primo mozzo sulle zattere per il trasporto del legname, garzone di un negozio, mugnaio, carpentiere, agrimensore, ufficiale postale a New Salem, soldato – col grado di capitano – contro il capo indiano Black Hawk. Il capo indiano Falco Nero era nato presso il Rock River, nell’Illinois, nel 1767, ed era della tribù dei Sauks. Non riconobbe l’accordo concluso nel 1804 fra i Saukse Foxes i con il governo degli Stati Uniti, accordo che prevedeva la cessione del territorio ad oriente del Mississipi e, aiutato dagli inglesi, combatté a lungo contro gli americani unendo varie tribù indiane, attaccando villaggi e forti e causando la morte di ben 126 bianchi. Fu un capo con notevoli capacità organizzative e militari operando una guerriglia che durò tanti anni con continui dissidi in particolare coi i mormoni. Fu fatto prigioniero nel 1832 e poi dettò le sue memorie. Democrazia e disuguaglianza, democrazia e logica dello sterminio, potevano tranquillamente convivere. Nella sua autobiografia Lincoln parla dei suoi antenati quacqueri della sua famiglia come di una famiglia di secondo ordine e ricorda che il nonno paterno, Abramo Lincoln, nel 1782 era stato ucciso dagli indiani “non in battaglia, ma a tradimento mentre lavorava per aprire una fattoria nella foresta”. Certo è che il genocidio degli indiani appartiene alla storia della perfidia umana. Gli indiani, massacrati ed umiliati, erano costretti a trasferimenti violenti e disumani nelle riserve durante i quali morivano a migliaia di fame e di stenti. Prevalse la teoria del capro espiatorio: gli indiani sono selvaggi, hanno sistemi e tradizioni incivili, posseggono terre che non sanno valorizzare, diffondono malattie, rappresentano un pericolo continuo ed incombente, scalpano le persone e perciò meritano la morte. Dopo aver studiato legge nei momenti liberi, avvocato a Springfield, cercò infruttuosamente di entrare in politica, ma poi nel 1834 divenne deputato e nel 1846 fu eletto al Congresso dell’Unione. Il suo esordio in politica non fu brillante tant’è che poco dopo gli elettori lo lasciarono a  casa, senza concedergli la riconferma, per cui decise di dedicarsi maggiormente all’attività forense con particolare cura al campo dei trasporti sia fluviali che ferroviari. Fu proprio nel corso della sua attività forense che capì di possedere un’invidiabile oratoria tanto che nei processi che svolgeva, la gente accorreva ad ascoltarlo grazie all’efficacia del suo liguaggio semplice, lineare, diretto, al punto da conquistare giuria e uditorio con motivazioni singolari e strepitose, a volte condite da una ironia e da un sarcasmo senza pari, come quando riuscì a ottenere una difficile vittoria ironizzando contro il pubblico ministero che si era messo la camicia al contrario, mortificandolo e scoraggiandolo a tal punto da fargli vincere la causa. Ma nel 1854 rientrò appieno nella vita politica con il discorso di Peoria prendendo posizione contro il Kansas-Nebraska Act votato dal Congresso e che avrebbe consentito ai grandi proprietari del Sud di estendere la schiavitù a tutti i nuovi stati. Grazie al discorso di Peoria rientrò alla ribalta tanto da ottenere, l’anno dopo, una notevole affermazione come candidato re[1]pubblicano alla vice-presidenza. Il discorso di Peoria fondava la sua tesi antischiavista sul principio umanitario e democratico che “i nuovi stati liberi sono le terre dove possono andare i poveri per migliorare la loro condizione”. Nel 1858 soccombette di fronte a Douglas, suo diretto avversario, ma lo batté sul piano dell’opinione pubblica nazionale con discorsi che contribuirono alla crisi politica dei democratici e all’affermazione del partito repubblicano.

Lincoln era di alta statura, un po’ goffo sia nel corpo che nel modo di vestire, il volto magro, “spiritualizzato, limpido e triste, virile e tenero, giovanile e senza età”, era dotato di humor, ambizioso, assertore dell’ordine e della legalità, irriducibile nel considerarsi autenticamente modesto, con un linguaggio semplice, diretto, non ampolloso, quasi dimesso, a volte sarcastico, a volte ruvido, a volte poetico. Lincoln era un uomo che guardava le cose e le persone all’altezza degli occhi, né da sotto né da sopra, un uomo consapevole delle difficoltà della vita, un uomo che sapeva passare dalla sua pur cospicua solitudine alla partecipazione corale nel mondo globale, un uomo che forse non ha seminato e, soprattutto, non ha raccolto tutto quel che  doveva, ma che ha smosso profondamente il terreno sin dalle zolle più dure. Lincoln, nel profilo da lui stesso redatto, così si descriveva:  “sono alto circa sei piedi e quattro pollici, sono di corporatura magra e peso in media centoottanta libbre, il colorito è scuro, i capelli neri e incolti, gli occhi grigi”. Quando nel 1859 l’amico Jesse W.Fell di Bloomington, Illinois, gli chiese un pro[1]filo biografico per poterlo presentare agli elettori, Lincoln glielo fornì con la premessa: “non vi è contenuto molto, per il motivo, credo, che non c’è molto da dire di me.  Se Ella volesse ricavarne qualcosa, desidero che sia modesta”. In quegli anni Lincoln aveva portato a compimento l’opera di organizzazione del grande partito repubblicano con un programma antischiavistico e le sue idee, avanzate ma moderate, gli avevano conferito sempre maggiori riscontri. Grazie a Lincoln il partito repubblicano aveva assunto posizioni antischiavistiche e aveva accolto nel suo programma politico sia le rivendicazioni della borghesia del Nord, fra cui dazi doganali più elevati, sia le rivendicazioni dei coloni dell’Ovest, fra cui la distribuzione gratuita di terreni demaniali. La schiavitù al Sud può essere ancora tollerata, ma ne auspica un naturale esaurimento o l’abolizione ad opera degli stessi uomini del Sud: “sotto alcuni aspetti -sosteneva – certamente la donna nera non è mia pari, ma nel suo diritto naturale di mangiare il pane che guadagna con le sue mani ella è una mia pari e pari di tutti gli altri”. Gli stati del Sud temevano l’apparente moderazione antischiavista di Lincoln, ritenendola di facciata e temendo che poi avrebbe voluto procedere alla completa abolizione della schiavitù. Lincoln era convinto, in ordine alla schiavitù, e questo fu il suo orientamento nei dibattiti con Douglas, che certamente era un male, per cui la schiavitù non andava alimentata ed anzi gradualmente avviata a spegnimento. Persuaso che a lui spettasse la gestione degli immani problemi dell’Unione, si candidò al supremo potere nel 1860 con una votazione che, per la prima volta, nella storia americana, registrò la divisione del paese in due blocchi ostili. Infatti mentre il Nord abolizionista (seppure senza una quota rilevante del New Yersey) diede il voto a Lincoln, il Sud votò compatto contro di lui. Lincoln vinse in tutti gli stati del Nord e ottenne la presidenza con una maggioranza del 40 per cento del voto popolare, ma con una maggioranza assoluta del voto elettorale, che secondo la Costituzione era quello che assegnava la vittoria. Neppure l’appello che Lincoln rivolse all’indomani della sua elezione, con spirito di tolleranza e moderazione, nel discorso inaugurale della sua presidenza al popolo americano del Sud, perché non distruggesse l’Unione, poté impedire lo scoppio della guerra di secessione. Durante la sua presidenza i rappresentanti della south Carolina, della Georgia, dell’Alabama, della Florida, del Mississipi, del Texase della Lousiana, riunitisi a Montgomery deliberarono di separarsi dal l’Unione e procedettero alla formazione degli Stati Confederali d’America sotto la presidenza di Jefferson Davis. Toccò perciò ancora a Lincoln il compito enorme di salvare il paese e ridurlo a nuova unità conciliando fra gli stati non secessionisti gli antischiavisti e quelli possibilisti, spezzando le forti interferenze della Francia e dell’Inghilterra pronte ad aiutare il Sud. scegliendo la strada della guerra e dello scontro armato, i confederati facevano affidamento soprattutto sulla migliore qualità delle loro forze armate e confidavano nell’intervento degli inglesi che erano i maggiori acquirenti del cotone del Sud. Gli stati del Nord invece confidavano nei nu meri a loro favorevoli, nella loro schiacciante superiorità e nel loro maggiore potenziale economico. La guerra civile che ne derivò fu una guerra popolare in difesa dell’Unione e contro la schiavitù. Se era certamente vero che “l’Unione si fondava in teoria su un libero contratto fra stati sovrani, era anche vero che il rifiuto di una parte del paese di accettare il responso della maggioranza avrebbe distrutto le basi stesse dello stato. Non viera alternativa alla guerra civile”. La guerra cominciò nell’aprile 1861 e il casus belli che scatenò la guerra fra i due stati fu l’attacco confederato a un forte unionista in south Carolina (12/4/1861) e dinanzi a quell’attacco Lincoln, che fino ad allora aveva temporeggiato sperando di trovare un accordo, risponde denunciando l’insurrezione degli stati meridionali (15/4/1861) diramando un appello all’arruolamento e annunciando così l’inizio delle ostilità. I soldati arruolati per la Confederazione erano 900.000 su 9.000.000 milioni di cittadini di cui quattro milionidi schiavi neri, due milioni di soldati per l’Unione che aveva ventidue milioni di abitanti quasi tutti liberi. Secondo non pochi storici la superiorità materiale del Nord era tale che per il Sud la guerra era perduta in partenza. Ma il Sud aveva comunque delle cospicue frecce al proprio arco: combatteva in prevalenza sulla difensiva, combatteva sul proprio territorio di cui aveva il pieno controllo delle vie interne, mentre gli invasori dovevano mantenere lunghe vie di comunicazione, stabilire guarnigioni e forti nelle zone occupate, combattere non solo contro un esercito, ma contro una popolazione tutta. Vennero utilizzati fucili e cannoni modernissimi e vi furono 364.000 morti fra gli unionisti e 258.000 morti fra i confederati con oltre 600.000 mila feriti. Gli americani registrarono più morti allora, in questa guerra civile, che nelle guerre mondiali del Novecento. se è vero che in tempi moderni si è cercato  di salvare “il soldato Ryan”, nella guerra  di secessione vi fu addirittura il caso di cinque fratelli tutti uccisi nel conflitto tant’è che il presidente, il 21 novembre del 1864, scrisse alla signora Lydia Bixby, madre dei cinque figli, la seguente lettera: “Gentile Signora, il Dipartimento di Guerra mi ha mostrato una dichiarazione del generale del Massachusetts che lei è la madre di cinque figli che sono morti gloriosa[1]mente sul campo di battaglia. Sento che le mie parole per alleviarle il dolore di una così forte perdita sono deboli ed inutili. Ma non posso evitare di scriverle perché sono il ringraziamento della repubblica per cui hanno lottato per la sua salvezza. Prego il Padre celeste perché l’orgoglio per il sacrificio dei suoi figli sull’altare della libertà prevalga sul dolore per la loro assenza. 1 più sinceri saluti. A. Lincoln”. La guerra durò quattro anni con tre milioni di uomini impegnati e oltre 600.000 morti. Gli schiavi riacquisteranno la libertà, ma non risolveranno certo le loro condizioni economiche, anche se ovviamente l’esito della guerra  fu per  loro un passo  fondamentale. Fu senza ombra di dubbio la prima guerra totale dei nostri tempi, la prima ad utilizzare i portati più avanzati della ricerca e della tecnica, armi all’avanguardia, la ferrovia e il telegrafo. Nel 1863 col suo famoso “Proclama di emancipazione” dichiarò liberi e cittadini americani quattro milioni e mezzo di schiavi negri e così, due anni dopo, al termine  di una guerra sanguinosissima, l’esercito sudista si arrese ad Appomattox. Il 1° gennaio 1863 Lincoln emanò il proclama di emancipazione della popolazione negra, limitatamente però ai territori controllati dai Confederati. Rivelatrice una sua lettera scritta nell’agosto del 1863 a James Conkling dove, fra l’altro, sosteneva: “C’è vo[1]luto più di un anno e mezzo per sopprimere la ribellione prima che fosse tenuta la proclamazione, gli ultimi cento giorni dei quali passati con l’esplicita co[1]scienza che stava arrivando, senza essere avvertita da quelli in rivolta, ritornando alle loro faccende. La guerra è progredita in modo a noi favorevole dall’annuncio della proclamazione. So, per quanto sia possibile conoscere le opinioni degli altri, che alcuni comandanti delle nostre armate in campo, che ci hanno dati i successi più importanti, credono nella politica dell’emancipazione e l’uso delle truppe di colore costituisce il colpo più pesante finora sferrato alla ribellione, e che almeno uno di questi importanti successi non sarebbe stato raggiunto se non fosse stato per l’aiuto dei soldati neri”. Il 13° emendamento abolita schiavitù su tutto il territorio dell’Unione e, negli ultimi mesi della guerra, battaglioni di neri, invitati a prestare servizio militare volontario, combatterono da entrambe le parti. Secondo Raimondo Luraghi, Lincoln si era reso conto che l’attenzione del mondo era concentrata sull’America e che lì si salvava o si perdeva il diritto alla vita di ogni futuro regime democratico. E perciò nel pomeriggio del 19 novembre 1863 pronunciò il famoso discorso di Gettysburg durante la guerra, alla cerimonia di inaugurazione del cimitero militare di Gettysburg, autentica pietra miliare nella costruzione della futura nazione americana. Il testo riconosciuto dalla Biblioteca del Congresso di Washington così recitava: Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova  nazione, concepita nella libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo per[1]durare. Noi ci siamo raccolti su di un grande campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare,  non possiamo santificare questo suolo. I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero.  Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onoratici venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà;  e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a partire dalla terra”. Il successo delle operazioni confortò la sua politica e la crescente popolarità gli assicurò la vittoria quasi plebiscitaria nelle elezioni presidenziali del 1864, nonostante l’opposizione all’interno del suo stesso partito. Ma il discorso dell’11 aprile 1865, in cui all’indomani della resa di Lee egli esaltò l’avvenuto ristabilimento dell’autorità nazionale nel trionfo dei principi di democrazia repubblicana, fu anche il suo testamento politico. Non poté però portare a compimento la sua opera perché l’attore John Wilkes Booth, fanatico partigiano sudista, tre giorni dopo, lo uccise al teatro Ford di Washington mentre assisteva ad una rappresentazione con la moglie. Lincoln aveva appena preso posto nel palco presidenziale quando l’assassino sparò un colpo di pistola calibro 44 alla testa del Presidente, gridando “sic semper tyrannis”, “così sempre per i tiranni”, motto dello stato della Virginia già pronunciato da Bruto all’atto del[1]l’uccisione di Cesare. Quella sera doveva essere presente anche il generale Grant, amico intimo di Lincoln, ma aveva poi declinato  l’invito e quindi mancò la guardia del corpo di Grant, Ward Hill Lamon, oltre a un lassismo di  scarsa professionalità. Più che una congiura in grande stile furono “l’odio, l’idiozia e la cattiva sorveglianza poliziesca che posero fine alla sua opera”. Dopo l’attentato Booth si lanciò giù dal palco rompendosi una gamba, ma riuscì egualmente a raggiungere il proprio cavallo e a fuggire, mentre il Presidente colpito a morte venne portato in una casa dall’altro lato della strada oggi chiamata Peterson House, dove giacque in coma per alcune ore prima di spirare. Booth fu poi scoperto in un granaio e venne ucciso, mentre altri cospiratori vennero catturati,

imprigionati o impiccati fra cui Mary Surratt la prima donna ad essere giustiziata negli Stati Uniti. Il corpo di Lincoln fu riportato in treno in Illinois, con un grandioso corteo funebre. In realtà colui che aveva indicato alla nazione intera la strada per la Terra Promessa, e che aveva condotto il suo popolo in sua prossimità, era destinato a non vederla. Per la nazione fu un danno durissimo e la costernazione unanime anche nel Sud perché, anche se col senno del poi, tutti ammisero che in realtà non voleva essere il capo dei vincitori, ma il primus inter pares di una nazione ricostituita. Numerose e significative le coincidenze fra l’assassinio di Lincoln e quello di Kennedy: entrambi difensori dei diritti civili, eletti al Congresso rispettivamente nel 1846 e nel 1946, a cento annidi distanza, esattamente come per la presidenza, nel 1860 e nel 1960,in entrambi i casi gli assassini, uomini del Sud, Booth e Oswald erano nati a un secolo di distanza, 1839/1939, in tutti e due i casi vennero uccisi prima del processo e uccisero di mercoledì con uno sparo alla testa. Il successore di Lincoln, Andrew John[1]son, scelto nel 1864 come vicepresidente perché esempio personale di unità fra Nord e Sud, fu leale nel seguire il programma di riconciliazione voluto da Lincoln, un buon presidente, senza infamia e senza lode, ma in ogni caso mille spanne superiore al generale Grant, eletto dai repubblicani a presidente, perché era stato un grande soldato, ma che poi invece “risultò il peggior presidente della storia americana”. La vittoria del Nord salvò l’unità nazionale statunitense, permise l’abolizione del[1]l’istituto vergognoso della schiavitù, pose le premesse per uno sviluppo vertiginoso del sistema industriale capitalistico. La fine della guerra segnò l’inizio di una grande ripresa e di uno straordinario decollo, anche se la tendenza a stringere sempre dipiù le zone occupate dagli indiani divenne irreversibile e gli indiani non poterono resistere alle violenze e all’ondata migratoria dei bianchi, e vennero decimati, le loro tribù distrutte, le loro donne e i bambini uccisi, i loro superstiti ridotti a vivere in riserve e in recinti. Discussa e controversa è l’appartenenza alla Massoneria di Abramo Lincoln. Secondo fonti massoniche americane Lincoln effettuò la domanda per entrare in Massoneria, a cui poi non si diede seguito per l’imminente scoppio della guerra, domanda che certamente sarebbe stata riproposta al termine della guerra. Ad ogni buon conto la decisione di Lincoln di entrare in Massoneria conferì onore all’istituzione massonica come rivendicato, alla sua morte, dalla Tyrian Lodge n. 333 di Springfield che ne esalta il gesto. Secondo la citata loggia di Springfield “per l’ammirazione e la fraternità di galantuomini che egli sapeva essere massoni, fece sì che aveva intenzione di entrare in massoneria”. In particolare la Gran Loggia dell’Illinois lo invitò nel 1860 ad una tornata pubblica nella quale Lincoln disse ai convenuti: “Io ho sempre avuto un profondo rispetto per la fraternità massonica e ho coltivato a lungo il desiderio di diventarne membro. Non l’ho mai chiesto perché ho capito la mia indegnità a farlo. Non potevo superare la mia esitazione perché ero candidato alla presidenza degli Stati Uniti e avrei potuto essere frainteso. Per questa ragione devo per il momento astenermi”. Un suo amico appartenente alla Massoneria volle comunque comunicare a Lincoln che però gli altri candidati erano appartenenti alla Massoneria, ma Lincoln rispose che in ogni caso, preso dalla campagna elettorale, sarebbe risultato pigro nell’espletamento dei suoi nuovi doveri rischiando di non dedicare alla Massoneria il tempo necessario. Dopo quindi aver fatto domanda di entrare nella Loggia “Tyrian” ritenne che la sua decisione poteva apparire, in quella fase, uno stratagemma per avere dalla sua parte la Massoneria ed i cospicui voti che ciò gli poteva portare e consigliò la loggia di conservare la sua richiesta per poi riprenderla in considerazione alla fine del suo mandato presidenziale. Per i massoni americani fu perciò un massone nel suo cuore e parlò spesso in occasione di funerali massonici, come per esempio nel 1842, per il suo amico Bowling Green, e in tante altre circostanze in cui ribadiva il desiderio di procrastinare il suo ingresso, ma il destino e i suoi assassini non glielo consentirono. Certa comunque la sua appartenenza al milieu rosacrociano, alla Società Rosacruciana, ordine dedito allo studio della natura con lo scopo di conseguirne la comprensione spirituale, e che si interessava di geometria, di alchimia, per alimentare il cammino interiore. L’appartenenza al cenacolo rosacrociano veniva vissuta da Lincoln con lo spirito di un fervore riformistico e di un rinnovamento spirituale che caratterizzava l’America di quel periodo, con una cura particolare alla problematica spirituale morte-rinascita. Inoltre il suo secondo vicepresidente, Andrew Johnson era massone, come il segretario di guerra, Edwin Stanton, mentre sua moglie Mary Todd si era sempre appassionata di occultismo. La Massoneria americana, dalla elezione del presidente Andrew Jackson nel 1828 sino alla fine della guerra civile nel 1865, secondo Lorenzo Bellei Mussini che ottimamente l’ha studiata, ha attraversato cospicui cambiamenti che coinvolsero anche numerose organizzazioni umanitarie ad essa connesse. Cisi riferisce per esempio all’American Temperance Society, all’American Peace Society, all’American Home Missionary Society perché, dopo il periodo anti-massonico verso la fine degli anni venti, la Massoneria ritroverà forza e vigore soprattutto cercando di rispondere alle preoccupazioni della popolazione in ordine ad una società amorale, corrotta e indecente. I massoni di questa generazione perciò reinterpretarono i rituali e i simboli via via smarcandosi da posizioni elitarie ed aristocratiche, fornendo una immagine nuova di sé, non effettuando più le riunioni nelle taverne ma in templi ad hoc, evitando di parlare di politica e di religione, abolendo l’utilizzo dell’alcool nelle logge, definendo una concezione umanitaristica enfatizzando taluni passaggi tratti dalla Bibbia per spiegare meglio determinati passaggi esoterici.

Perfino nella conquista del West, uomini colti, illuminati dalla conoscenza delle civiltà classiche, dalle teorie di filosofia pratica, fecero dei principi massonici i parametri per la costituzione di nuove società, di nuove città e di nuovi  stati”.

Nel periodo della guerra civile, malgrado la società del tempo ponesse fratelli contro fratelli, la Massoneria fu in grado di evitare una divisione più profonda, perché ogni Gran Loggia rimase fedele al proprio stato. Tra i più importanti massoni in armi si ricordano i generali George McClellan, Joshua Lawrence Chamberlain, Lewis Armistead e George Pickett nel mentre si formarono, tra gli eserciti, oltre duecentoventicinque logge “militari” che “divennero luoghi di rifugio dal caos della guerra, dove ci si poteva confrontare con lo spirito di uguaglianza”. E così, malgrado la terribile guerra civile, malgrado una guerra fratricida, moltissimi furono gli episodi in cui i fratelli non vennero meno ai loro doveri nemmeno nei confronti di fratelli “nemici”, dall’altra parte della barricata tant’è che, a volte, anche i fratelli catturati venivano invitati alle tornate delle logge “da campo” e numerosi furono i funerali massonici compiuti nei campi di battaglia, dal[1]l’una o dall’altra parte. In particolare la Massoneria a quel tempo fu ispirata verso l’associazionismo fraterno e solidale, come nel caso per esempio del Maggiore William McKinley che rimase colpito e affascinato da un medico massone che portò soccorso a prigionieri ribelli. Malgrado fosse dell’Ohio, McKinley chiese di poter entrare nella loggia confederata “Hiram n. 21 e  più tardi verrà eletto presidente degli Stati Uniti (1896-1900). Fu anche e particolarmente grazie allo spirito volontaristico, all’assistenza ai malati, al rinnovamento di regole e rituali, alla creazione di una rete capillare di piccole logge, che la Massoneria americana riuscì a passare da ca. 440.000 affiliati del 1870 ai ca. 800.000 di fine secolo. Solo nel 1900, le undicimila logge americane, iniziarono cinquantuno[1]mila nuovi fratelli. Lincoln era molto amato dai suoi connazionali, considerava il denaro un mezzo, uno strumento e non il fine, non il padrone, era un uguale fra uguali, era un uomo autenticamente umile, ma allo stesso tempo il suo modo di fare, la sua sostanziale solitudine lo stagliava naturalmente al di sopra degli altri con una visione calma e riflessiva del futuro: “la miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta”. Lincoln era un uomo di grande dignità e pensava che la dignità fosse l’arco che lanciava le persone verso il domani, convinto com’era che ogni uomo ogni giorno tesse e disfa la tela della sua dignità. La cosa peggiore che possa capitare ad un uomo è la perdita di dignità e di rispetto di sé. Una grande lezione anche per un paese come il nostro, che è al punto di una evidente putrefazione morale e la vera casta è la nostra indifferenza, per cui la dignità rimane un caposaldo essenziale. Lincoln era un uomo rigoroso, intendendo il rigore come la sentinella della serenità, ed era una persona autenticamente umile, virtù che quando l’hai davvero credi di non averla. Ma soprattutto la vita di Lincoln fu tesa al raggiungimento delle libertà delle persone convinto com’era, per dirla con Benedetto Croce, che la libertà al singolare esiste solamente nelle libertà al plurale. In realtà la libertà “è una, non è multipla. È plurima la sua vita relazionale, perché si è liberi di, liberi con, liberi per, liberi tra, liberi da” e perciò alla fine fine, allora come ora, dobbiamo deciderci su ciò che veramente vogliamo: vogliamo la libertà dei servi o la libertà dei cittadini? Il ricco utilizzo da parte di Lincoln di ben articolate preposizioni (come si è visto col discorso sul popolo), fa opportunamente dire a Marco Veglia che “la preposizione, in[1]somma, ordina nell’atto stesso di legare, vive di contesti, in una contingenza sintattica che non resta vittima di se stessa, ma che edifica un’architettura, che determina significati […] Non solo la libertà, ma ogni virtù sembra vivere di una sorta di slancio preposizionale”. Non casualmente l’unità americana era sacra per Lincoln alla stessa stregua del giuramento che aveva prestato: “non possiamo separarci” ribadiva, “non possiamo allontanare l’una dall’altra le nostre due se[1]zioni, o erigere tra esse un muro invalicabile”. Lincoln non fu un apostolo, ma un politico abile e astuto, antischiavista al punto giusto, in disaccordo sulla mescolanza delle razze, ma attento alla cura degli uomini e degli animali, come dimostra l’episodio di un Lincoln che è al calesse col suo socio legale Herndon. Si accorgono che, in una fangosa strada di campagna, un porcellino grugniva disperatamente perché si era incastrato in una palizzata. Lincoln scese dal calesse, inzaccherandosi «completamente, ma liberò il maialino: “È stata un’azione egoistica. Se non l’avessi fatto, stanotte non avrei chiuso occhio: il grugnito di quel maiale mi sarebbe riecheggiato negli orecchi. Forse si sarebbe liberato da solo, ma io non potevo saperlo” In particolare aveva una visione del governo del popolo direi quasi proposizionale, mentre teneva in un palmo di mano la pietà, persino più della giustizia, considerandola il dono più grande di Dio agli uomini, la opportunità di leggere e valutare la Bibbia ritenuto il più grande libro nella storia dell’uomo. Sterminata è la mole di libri scritti su Lincoln, certamente oltre quindicimila, tant’è che esiste addirittura una torre di libri dedicata a lui realizzata nel Ford’s Theatre Center a Washington, centro museale di prim’ordine, coni migliaia di libri a Lincoln dedicati. In particolare i suoi scritti sono stati raccolti in The Writings curati da Artur Brooks Lapsley, 1888-1906. Ma non desidero concludere questo breve excursus sulla vita e l’operato di Lincoln, senza aver riportato una bellissima lettera che il presidente scrisse al maestro del figlio, in occasione del suo primo giorno di scuola, a testimonianza imperitura di in[1]segnamento e di profondità d’animo: “Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po” e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà fede, amore e coraggio. Quindi, caro maestro, la prego di prenderlo per dolcezza, se può. Gli insegni che, per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che, per ogni farabutto c’è un eroe, che  per ogni politico disonesto, c’è un capo pieno di dedizione. gli insegni, se può, che dieci centesimi guadagnati valgono molto di più di un dollaro trovato; a scuola, o maestro, è di gran lunga più onorevole essere bocciato che barare. Gli faccia imparare a perdere con eleganza e, quando vince, a godersi la vittoria. gli insegni a essere garbato con le persone garbate e duro con le persone dure. Gli faccia apprendere anzitutto che i prepotenti sono i più facili da vincere. Lo conduca lontano, se può, dall’invidia, e gli insegni il segreto della pacifica risata. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo. Gli insegni a farsi beffe dei cinici. Gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, magli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina. Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce. Gli insegni a vendere talenti e cervello al miglior offerente, ma a non mettersi mai il cartellino prezzo sul cuore e sull’anima. Gli faccia avere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere suprema fede nel genere umano e in Dio. Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. E’ un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio”. Lincoln sa bene che il maestro non elargisce tanto la sua sapienza, quanto piuttosto la sua fede e il suo amore, e non invita ad entrare nella dimora  del suo sapere, ma guida alle soglie della nostra mente. Anche da queste parole, oltre che dall’enorme lavoro svolto da Lincoln, si potrebbero ricordare le parole del fr.’.  Giovanni Pascoli: “Sì io lavoro per il giorno dopo, per il giorno che seguirà la mia morte”. Per questo complesso di ragioni consiglio di valutare le opere e le attività di Abramo Lincoln in modo accurato, pensoso e responsabile, perché esse definiscono taluni pilastri reali e progressivi della civiltà e dell’umana dignità: tutto questo ha con[1]ferito un senso vero e profondo ad una vita autenticamente “pensata”. Torquato Accetto, bravissimo scrittore del ‘600, scriveva: “Nasce ciascuno con obbligo di lasciar qualche nobil segno, in cui mostri che un tempo visse”. E questo è il nobil segno, nobilissimo, che Abramo Lincoln lascia ai posteri continuamente com’è stato alla ricerca dell’eterno anche sotto l’accidentale.

HIRSM  2/2013

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E SE IL COVID NON DOVESSE MAI FINIRE?

E se il Covid non dovesse mai finire? Il dovere di immaginare un futuro oltre questo inverno infinito

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di   Antonio Scurati | 27 novembre 2021

La paura che torna. Pandemia e clima; un’epoca è finita, un’altra è cominciata, serve spirito di adattamento non la rassegnazione di individui malinconici, rabbiosi e solitari

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E se non dovesse mai finire?
Abbiamo a lungo evitato di dare voce a questa nostra paura impronunciabile.
Ammoniti a non farlo da un senso di responsabilità misto a scaramantiche proibizioni, abbiamo taciuto. Forse, però, è giunto il momento di confessare: non è forse vero che, mentre entra il terzo inverno di pandemia, si fa strada in noi il pensiero di un inverno senza fine?

Lo sbarco in Europa della variante sudafricana non soltanto alimenta la paura di un inverno pandemico senza fine, forse ne giustifica anche il timore sul piano della previsione razionale. Forse, giunti a questo punto, la coraggiosa speranza in una rapida uscita dalla crisi rischia di ribaltarsi in un superstizioso scongiuro. Credo che, giunti a questo punto, sia non soltanto lecito ma perfino doveroso trovare il coraggio di pronunciare apertamente il terribile interrogativo: e se non dovesse mai finire?

È utile farlo perché è necessario attrezzarci con modelli di pensiero che contemplino l’ipotesi peggiore, quella di un’emergenza sanitaria globale che, attraversata una soglia critica, diventi cronica. È possibile che mi sbagli ma, in tutta coscienza, ritengo giusto e doveroso tenere lo sguardo fisso sull’abisso che ci si è spalancato sotto i piedi.

Lo schema culturale che ha prevalso nelle interpretazioni e commenti sulla pandemia a partire dal marzo del 2020 è stato quello dei cicli di morte e rinascita. Stiamo attraversando un momento di tenebra – ci siamo detti – ma non dobbiamo disperare perché nessuna notte è infinita. La morte vendemmia nella nostra vigna. Bisogna stringere i denti, sbarrare la porta, pregare il Dio che avevamo dimenticato: la vita tornerà. Celebreremo il suo trionfo con una festa memorabile. Se l’inverno viene, non può essere lontana primavera.

Grazie al sostegno di questo archetipo dell’umana speranza, e dell’umana saggezza, abbiamo retto al primo, spaventoso lockdown, poi alla seconda ondata, poi alla terza. L’arrivo dei vaccini sembrò annunciare la primavera.

Ora che la quarta ondata già sommerge buona parte dell’Europa, e che un volo atterrato ad Amsterdam dal Sudafrica con 61 posititvi su 600 passeggeri ne annuncia una quinta, forse è prossimo il momento in cui smetteremo di contarle.

Ora che la variante Omicron provoca una crescita vertiginosa dei contagi (e minaccia di poter aggirare i vaccini esistenti), forse faremmo bene ad attrezzarci per un lungo viaggio, un viaggio attraverso una terra che non conosca più l’alternarsi d’inverno e primavera ma soltanto un autunno perenne. Un viaggio con destinazione sconosciuta.

Farneticazioni apocalittiche? Temo di no.

Se si trova il coraggio di tenere lo sguardo fisso sull’abisso, si scopre che ci siamo già accostumati a un’emergenza permanente, quella ambientale. Da anni, da decenni, viviamo tutti in un mondo le cui condizioni climatiche vanno peggiorando in maniera progressiva, costante e probabilmente definitiva.

Ci siamo rassegnati, non adattati, a eventi meteorologici estremi, estati invivibili, spettri d’estinzione.
Ci siamo rassegnati al cronicizzarsi delle crisi migratorie. L’umanità ha dato prova di saper reagire con una insurrezione contro questo destino ingrato? Non certo sul piano politico. Il penoso fallimento della Cop 26 di Glasgow – tanto più penoso quanto più lo si traveste da mezzo successo – sta a dimostrarlo.

E allora? Allora bisogna riconoscere i nostri fallimenti, le nostre sconfitte, la nostra impotenza.

La prima conseguenza dell’abbandono del modello dei cicli di morte e rinascita per quello della cronicità comporta il riconoscimento della inadeguatezza della politica convenzionale a risolvere con mezzi collettivi i problemi collettivi generati dalla ipercomplessità della vita tardo moderna.
Sia la pandemia sia il cambiamento climatico sono scorie tossiche della globalizzazione.
La politica che si attarda nelle sue stanche consuetudini novecentesche non sembra in grado di affrontarle.

È, dunque, facile prevedere che se l’emergenza sanitaria dovesse cronicizzarsi, come si sono cronicizzate quella ambientale e quella migratoria, si accentuerà la tendenza, già in atto, verso forme di potere politico sorte dalla progressiva sospensione o cancellazione delle consuetudini democratiche. Le leadership populiste e i partiti sovranisti, subita una battuta d’arresto nelle prime fasi della pandemia, quando ancora si sperava nella prossima rinascita, se anche l’emergenza sanitaria dovesse cronicizzarsi, rialzeranno senz’altro la testa. Avranno gioco facile a invocare la blindatura autoimmune nei confronti di un mondo globalizzato che ci invade con le sue varianti. Lo stanno già facendo.

La seconda conseguenza è che la fiducia nelle virtù civiche (mascherine, distanziamento, riduzione domestica dei consumi energetici, apertura all’altro da noi etc.) dovrà cedere il passo alla speranza nella soluzione scientifico-tecnologica delle emergenze. Molti già ritengono che il surriscaldamento globale possa, visto il fallimento della politica, essere contrastato solo dallo sviluppo delle tecnologie per la cattura dell’anidride carbonica. Quasi tutti hanno confidato e confidano nei vaccini per il contrasto alla pandemia.

Le conseguenze del cronicizzarsi delle emergenze planetarie sarebbero molto altre. Non ho né lo spazio né le capacità per immaginarle. Forse, però, sarebbe il caso che cominciassimo a farlo tutti insieme, consapevoli che un’epoca è finita, un’altra è cominciata, e che ci preparassimo ad affrontarla con spirito di adattamento a livello di specie, non con la rassegnazione di milioni, miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari.

ARTICOLO SEGNLATO DAL FR.’. A. F.

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NOTE A MARGINE DEI CONCETTI DI GIUSTIZIA E LIBERTÀ

 NOTE A MARGINE DEI CONCETTI DI GIUSTIZIA E LIBERTÀ

di Domenico Campisi

Università di Palermo

Giustizia e libertà: termini in epoca contemporanea assai ricorrenti come concetti singoli e come endiadi, divenuti icone spesso prive, nell’immaginario dei loro stessi banditori, dei contenuti traghettati dalle millenarie stratificazioni filosofiche e semantiche e dagli echi mitologici. Tutt’altro messaggio riconosceva in essi ancora Carlo Rosselli, quando nel 1929 battezzava con il nome “Giustizia e libertà” la propria associazione, ben distante dalle attuali declaratorie commerciali. Se non altro, secondo il noto aforisma di Marco Tullio Cicerone (fra l’altro nel De natura deorum del 44 a.C.), già presente anche nella Repubblica di Platone (IV secolo a.C.), la giustizia vi sarà stata intesa come l’istanza che suum cuique distribuit, che attribuisce a ciascuno il proprio, e la libertà l’oggetto della ricerca nel Purgatorio

dell’Alighieri, per il quale non siesita a ricusare la vita.

È superfluo ricordare che il sostrato culturale e il fondamento filosofico del concetto di giustizia hanno matrici greche, come pure la mitologia cresciuta intorno ad esso. Altrettanto scontato ricordare che dalle sue lontane origini ad oggi non solo l’amministrazione, ma anche l’idea di giustizia ha subito radicali cambiamenti, spostando il suo termine di riferimento dalla realtà naturale alla volontà divina e, nelle società laiche post-illuministe, all’uomo.

In tutto il mondo greco (e poi romano) infatti la giustizia non ha il suo fondamento nell’individuo, ma nella natura, essendo un principio naturale cui è demandata l’armonia nei rapporti interpersonali, indispensabile alla prosperità delle comunità. Di interesse appare l’evoluzione del concetto già nella tradizione letteraria e culturale della Grecia classica. Il lessico greco conosce fondamentalmente due parole per denominare il concetto di giustizia, ambedue di radice indoeuropea

ed etimologia dibattuta, presenti già nei poemi omerici. Dall’ampia bibliografia che si occupa della definizione e della distinzione dei due denominanti, si può sinteticamente ricavare, essendo legittima la confutazione, che la prima, themis, esprimerebbe l’idea di giustizia come osservanza di un ordinamento tradizionale che, sia riferito alla natura che all’organizzazione umana, affonda le sue radici nel trascendente. Themis designerebbe in altri termini la conformità all’ordine naturale, alla “normalità” e designerebbe il primordiale diritto sacrale, preesistente all’istituzione della comunità e di emanazione divina, amministrato dal re sacerdote o dalla casta degli eletti. La seconda, dike, donde il latino dico e l’italiano dicastero, rappresenterebbe l’indicazione con autorità di parola di ciò che deve essere, che è corretto, ed afferirebbe al repertorio giudiziario prima che a quello morale. In una  parola, dike starebbe perla tutela della conformità alle regole in uso, per ciò che “spetta”, segnalerebbe “la parte che le consuetudini e gli usi, gli dei e il destino hanno stabilito per gli uomini” (cfr. Jellamo, Anna,  Il cammino di Dike L’idea di giustizia da Omero a Eschilo, Donzelli 2005, pp. 32-33) ovvero, con la definizione del Benveniste, “il diritto tra le famiglie della tribù” (É. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Vol. I, p. 356). Tuttavia non mancano studiosi che ritengono improprio assegnare la pertinenza di themis alla giustizia divina e quella di dike alla giustizia umana e laica,

in quanto quest’ultima sarebbe in realtà in relazione con l’ordine trascendente espresso da themis: se dike sta per l’equilibrio tra l’interesse del singolo e quello della collettività, tale equilibrio riflette l’armonia universale determinata da una norma di giustizia, per l’appunto themis, di cui la divinità si fa garante. Non è privo di significato che nella mitologia greca la dea della giustizia Dike sia figlia di Zeus e Themis e rappresenti la continuità nel rinnovamento.

Nelle Eumeni di  Eschilo, rappresentata ad Atene nel 458 a.C. come terza componente della trilogia dedicata ad Oreste, l’istituzione pur ad opera di Pallade Atena di un tribunale di giudici, uomini e non dei, l’areopago, segna il passaggio dall’antica giustizia prerazionale dei vecchi dei a quella razionale dei nuovi. In tal modo, con l’assunzione da parte della comunità dell’amministrazione della giustizia, si fa strada un nuovo principio giuridico: non si considera più il delitto in sé, bensì le circostanze in cui è maturato e il movente che lo ha determinato, superando la concezione che il crimine contamini oltre che il singolo l’intera comunità. Con la creazione di un tribunale ove i giudici, dopo aver giurato, saranno degni di giudicare con equità le azioni umane e comminare le giuste sanzioni, si compie il trapasso dalla giustizia naturale a quella civile. Questa valorizza l’individuo in quanto cittadino, restituendolo alla comunità di cui torna a far parte a seguito dell’accettazione del giudizio e della sentenza, sicché si realizza la conciliazione della giustizia naturale, che supera l’individuo, con quella civile, che è espressione della coscienza degli individui organizzati nella vita politica.

Ma se questo, a partire dalla tragedia eschilea, è il concetto tramandatoci dal teatro della Grecia classica, si osserva che essonella società dell’epoca non era applicato alla gestione della cosa pubblica, e sull’altro fronte la libertà era una speculazione culturale per iniziati, come dimostra il collegamento socratico soprattutto della libertà con il sapere e l’integrazione aristotelica di tale concetto con la volontarietà dell’atto solo a Roma e con Roma diritto e giustizia diventano prassi. Dai suoi primordi fino alla caduta dell’impero d’Occidente ed oltre il diritto romano consacra l’insieme delle norme che costituiranno il fondamento giuridico per circa tredici secoli.

Esso viene traghettato oltre le invasioni barbariche e la disgregazione del potere centralizzante di Roma per il tramite del  Corpus iuris civilis promulgato da Giustiniano I nel 533 e ripreso da Federico Il di Svevia con le due assisi di Capua e Messina  (1220 e 1221).

Data la rivoluzione introdotta nella dimensione della spiritualità e per ricaduta in tutti gli ambiti della vita umana, non suscita meraviglia che il concetto di giustizia subisca radicali trasformazioni con l’avvento

e la diffusione del Cristianesimo, secondo cui il fondamento della giustizia è la nuova realtà divina, concetto da Agostino riassunto nella famosa frase: Quod Deus vult, ipsa iustitia est. In breve per il nuovo Credo all’agire rettamente non basta la conoscenza del giusto, ma occorrono grazia divina e libera partecipazione del soggetto.

Essendo quest’ultima condizione essenziale per la realizzazione della giustizia, la giustizia si avvia a diventare virtù morale ed individuale, risultando non più netti i confini tra giustizia e moralità.

Una tappa fondamentale nel discorso su giustizia e diritto si colloca nel periodo illuminista e con la nascita del Codice napoleonico, che impone un nuovo modo di intendere il diritto. Esso esprime una filosofia di vita il cui apice è costituito dall’Individuo sovrano del proprio ambito di libertà e segna il punto di svolta fra la concezione ancora naturalistica dell’ordine giuridico medioevale e l’avvento della sicurezza del diritto offerta dai codici permeati dai valori di eguaglianza e libertà.

Questi, pur esercitati in un ordine giuridico, si rivestono di quella nozione di uni versalita che sola consente al diritto di abbandonare il particolarismo e di guardare a quella comunità di esseri umani in

cui ciascuno aspira legittimamente ad essere uguale e sicuro nella libertà.

Tre sono gli aspetti della libertà intorno a cui si concentrano nei secoli le riflessioni dei filosofi. Un primo aspetto concerne il problema ontologico, cioè l’esistenza o l’assenza nella volontà di una facultas eligendi, il secondo è la libertà di esecuzione del volere,il terzo la libertà morale.

Nell’antichità classica, ad Atene era uomo libro chi partecipava al governo della polis, facoltà negata in società in cui la volontà del singolo era ostaggio di quella dei vertici. A livello speculativo la libertà trova in Grecia una significativa trattazione nella dottrina socratica della virtù come scienza, sicché solo il sapere se ne fa catalizzatore. Aristotele da parte sua descrive ed approfondisce la volontarietà dell’atto e la corrispondente volontarietà del vizio e della virtù.

Nel Medioevo, permeato di suggestioni  fideiste, la libertà morale cessa di presentarsi come conquista razionale ottenuta dal  saggio, e assume invece la forma di una vittoria della santità e della grazia sulle potenze

oscure del male, della carne e del mondo. La libertà morale si connota insomma come una liberazione dal peccato con l’aiuto della fede. Agostino si chiede se essa non sia una flagrante negazione dell’azione

della grazia e se tutto non dipenda piuttosto dall’aiuto divino, con il che si pone il problema del ruolo da attribuire alla libera iniziativa dell’uomo. Successivamente si accetta che la volontà abbia il potere di autodeterminarsi nella scelta senza essere determinata dai motivi, e nella Summa Theologiae Tommaso sostiene che la volontà ha bisogno del giudizio dell’intelletto per risultare libera.

Con il razionalismo si ripristina il problema ontologico della libertà, sembrando che essa non possa essere pensata senza la necessità, e in ulteriori riflessioni che la stessa vada vista all’interno di un contesto

politico e sociale. Nel XVIII secolo l’idea di libertà coincide con l’autonomia dell’individuo, anche se la libertà naturale può essere limitata dalle leggi. Nella sua Critica della ragion pratica Kant considera la libertà come postulato, come condizione indimostrabile, ma necessaria dell’agire morale; l’idealismo filosofico concepisce la libertà

all’interno della dialettica fra Io e non Io.

Nonostante le speculazioni anticipatrici, è solo con l’Illuminismo e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo che cominciano a trasferirsi nella realtà i concetti di giustizia e libertà. Le campagne libertarie di Napoleone,  l’involuzione del bonapartismo, il ripristino dell’equilibrio europeo nel nome della tradizione monarchica con il Congresso di Vienna del 1814/15, i moti insurrezionali di metà Ottocento, l’ unificazione di Italia e Germania e soprattutto la rivoluzione provocata dallo scoppio della I° guerra mondiale contribuiscono a delineare un

concetto di libertà che a conclusione del lungo percorso ci appare familiare nell’accezione contemporanea. Così pure per il concetto di giustizia, che si arricchisce di suggerimenti che vengono dall’etica del lavoro, della solidarietà, della sussidiarietà, interconnettendosi con il diritto e con il concetto di libertà legata alla persona nella sua interezza Come si pone dunque il concetto di libertà nell’evoluzione del pensiero scientifico oggi?

Nel suo recentissimo Il grande disegno (2011) Stephen Hawking, riproponendo la teoria meccanicistica, sostenendo cioè che il Big Bang sarebbe un’inevitabile conseguenza delle leggi della fisica e che, esistendo la legge di gravità, l’universo può continuare a crearsi da sé, dal niente, non vanifica forse una dialettica filosofica

oggi inaridita avviando una filosofia della fisica?

Come si collocano Libertà e Giustizia in questo mondo da Big Bang, come si distingue il bene dal male, come si rispettano le libertà individuali e la giustizia nell’osservanza delle leggi di natura?

Si avverte oggi, con l’avvento di informatica, elettronica, cibernetica il sorgere di nuovi modelli descrittivi di traiettorie evolutive alla ricerca di qualcosa di misterioso, al di là della specie, dell’individuo, della società, della cultura: una nuova tecno società emergente, che incorpora software sia individuali che collettivi, che parla in termini di programmazione, ma che non offre libero pensiero e scelte libere,

bensì realtà virtuali. Suggestivo in questo senso è, gettando un ponte dalla contemporaneità alle origini del discorso su libertà e giustizia, il richiamo a Pitagora, convinto che il numero sia l’essenza di tutte le cose, come pure a quanti hanno sostenuto che il Dio biblico ha fondato il mondo sopra il numero, il peso e la misura. Teoria del resto ripresa

da Galileo nel suo celebre passo: “l’immenso libro aperto davanti ai nostri occhi, e cioè l’intero universo, è scritto in lingua matematica”. Ignorare quella lingua significa perciò aggirarsi in un oscuro labirinto.

Renè Guénon nel suo I principi del calcolo infinitesimale, recentemente riproposto da Adelphi (2011), dubita tuttavia che la scienza moderna sia una fedele realizzazione delle idee che avevano ispirato Pitagora

e l’autore del Libro della Sapienza, anzi sostiene che la scienza moderna non è semplice prosecuzione della parola biblica o del credo pitagorico, bensì la sua caricatura, la contraffazione profana di ciò che resta di una antica sapienza tradizionale.

Conclude Guénon che la regina delle scienze, la matematica, avendo perso ogni contatto con la sapienza tradizionale, si è ridotta a un suo mero residuo degenerato e senza valore.

Da un rapido e imperfetto excursus su giustizia, Themis, Dike, facultas eligendi, libertà di esecuzione, libertà morale non possono scaturire certezze, anzi crescono nuovi dubbi, cementando però una convinzione:

che la libertà sia una conquista personale e che l’individuo la raggiunga di giorno in giorno con la conoscenza. Una conoscenza che oggi non è solo basata sui libri e sull’esperienza, ma corre nell’etere sulle strade dell’informatica, e che sembra avere esaudito le ambizioni più temerarie

del genere umano. Alla maniera di Prometeo che ruba il segreto del fuoco agli dei, l’uomo di oggi si dispone a penetrare i misteri

dell’infinitamente grande e dell’infinitamente  piccolo, ipotizzando in

quest’ultimo caso l’anima nel DNA, forse in ininterrotta continuità con Guénon e con la sapienza tradizionale.

2/2013 HIRAM

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LE CAPRE, L’ARTIGLIERE E LA BUROCRAZIA

LE CAPRE, L’ARTIGLIERE E LA BUROCRAZIA

di G. G.

Giorni fa mi sono imbattuto per caso in un episodio accaduto tanti anni fa in Russia ad un era artigliere nostro soldato. Si chiamava  Bruno Bellini ed nel 121° Rgt. Artiglieria, inquadrato nella gloriosa e sfortunata divisione « Ravenna », l’unità che sul finire del 1942 fu fortemente impegnata ad arginare nella grande ansa che compie il Don a Mamon, lo sfondamento delle linee alleate tedesche. Da lì, infatti, irruppero nella Steppa russa le colonne corazzate di Stalin. Leggendo

per caso e sfogliando quelle lettere, quegli appunti, quei verbali; osservando quei vecchi timbri di comandi militari, quelli con lo stemma sabaudo; toccando quelle veline, rese ancora più trasparenti dal tempo e stilate a mano perché non sempre in prima linea il furiere poteva adoperare la macchina da scrivere; riconoscendo quelle località indicate spazio, che la Giustizia dell’uomo è Spesso e soltanto pura velleità. La vera Giustizia ha la sua sede altrove, sicuramente in un altro mondo ©, certamente, è più giusta. di guerra.

La partecipazione dell’Italia al conflitto contro la Russia, come noto, fu voluta espressamente da Mussolini per coerenza alla propria ideologia.

Il suo sentimento antibolscevico e quindi, secondo lui, quello di tutti i fascisti, era da considerarsi «assoluto, granitico, inscindibile». In                                                                       effetti, anche se non tutti gli italiani erano fascisti, e quindi una buona

parte di essi non condividevano il suo pensiero, il Duce aveva buon gioco in quanto in quel periodo cavalcava un diffuso sentimento «anti»

nei confronti di Stalin perché gli italiani mal tolleravano l’invasione della Finlandia. Così la nostra partecipazione al conflitto fu agevolata e nel giugno del 41 fu deciso di far partire il CSIR, corpo di spedizione in Russia. L’esaltazione delle vittorie del momento                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              inebriarono un po’ tutti, non soltanto Mussolini, certamente il primo, ma non il solo responsabile del nostro disastro militare. E le facili vittorie iniziali illusero anche Hitler che non seppe valutare non solo le forze nemiche che aveva di fronte ma anche il fatto che la ritirata di Stalin era una mossa strategica in attesa di concentrare le proprie forze in determinati punti del territorio e quindi, logorati uomini e materiali del nemico, contrattaccare decisamente in profondità. Infatti, di li a pochi mesi, nella dura e spietata steppa russa verranno sacrificate le migliori forze operative germaniche e la migliore, in assoluto, nostra Armata in terra straniera. Premesso ciò, veniamo ai fatti. Il 25 settembre del 1942 (XX dell’Era Fascista, come si scriveva un tempo), in territorio russo, esattamente nella zona assegnata alla 8° Armata sul fronte del Don, il Generale Procuratore militare del Re Imperatore Vittorio Emanuele III (Dio guardi), Generale Leone Zingales, emetteva un ordine di comparizione per citazione diretta a carico di due artiglieri del 121° Rgt. A. della divisione «Ravenna», imputati del reato di BUSCA (art. 188 del Codice Penale militare di Pace e di Guerra), per essersi impossessati senza necessità od autorizzazione, 18 settembre 1942, di una capra mentre era al pascolo nelle campagne tra Gadiutschie e Filonovo, in danno della suddita russa Maria Petrovna, nonché di tre capre in danno di Oksarino MarKoma e di altre capre in danno di Poroskovie Martina. In tutto otto capre. Questi due artiglieri corrispondevano al nome di Bruno Bellini da Monzambano (Mp) e Carlo Roversi da Voghenza (Fe). Il primo classe 1921, il secondo classe 1919.

Sembrerà strano e fuori tempo leggere, oggi, questo fatto, dopo la fine della guerra, la ricostruzione dell’Italia, gli anni del boom, il 68 ed i falsi profeti di quell’anno che portò poi agli anni 70 ed al terrorismo, gli anni ’80 e la mafia con  il suo potere opposto a quello legale, il fatidico 1992. Inoltre, a pensare o cercare di immaginare ciò che accadrà di lì a pochi mesi, un paio di caprette forse sottratte a contadini evacuati per ricavarne latte fresco al mattino in prima linea, fa solo tenerezza: due mesi dopo, una marea di T34 sovietici spazzeranno per sempre dalla faccia della terra centinaia di migliaia di giovani vite. Ed i pochi sopravvissuti patiranno fame e freddo, pidocchi e malattie, congelamenti e continue diarree per circa tre mesi, prima di potersi considerare, si fa per dire, in salvo. Comunque la giustizia militare era severa in fatto di busca in territorio occupato, tanto da prevedere nel peggiore dei casi una reclusione militare fino ad otto anni. E, come vedremo, non serviranno la ritirata, la disfatta, la morte per lo meno di un imputato a fermare nel tempo la mano della legge, o comunque la burocrazia. La busca, in gergo giuridico militare, è quel reato in cui incorrono i militari che in guerra, senza necessità, ordine od autorizzazione, si impossessano di viveri, oggetti di vestiario od equipaggiamento. Chi non ha letto i libri di Rigoni Stern, di Bedeschi, di Franco La Guidara? Chi di noi non si è commosso leggendo dei nostri soldati nel gelo, nella neve, braccati come bestie dai carri armati e dai partigiani, alla continua ricerca per circa tre mesi, tanto durò la ritirata, di una qualsiasi cosa da mettere dentro lo stomaco; di una coperta o capanno con cui vestirsi e ripararsi dal freddo. E quando qualcuno era così fortunato da togliere ad un morto i «valienki», allora era sicuro di portare la pelle a casa perché non avrebbe subito il congelamento ai piedi. Con tutto ciò, dopo circa 47 anni, la giustizia dell’uomo mette in questi giorni la parola fine ai fatti svoltisi in quei giorni di fine estate del 1942, in una zona compresa fra Gadiutskie e Filonovo, poco più a sud di quella grande ansa che compie il placido Don, denominata Mamon.

L’ordine di comparizione era scaturito in seguito alla denunzia effettuata dalla proprietaria delle capre. Il 9 di settembre, di buon mattino, infatti, si presentò al Comando distaccamento della 7° sezione

mista rifornimenti, dislocata a G., una contadina di 52 anni, tale Maria

Petrovna, nativa di Kumenkin ma profuga in quel paesino, per denunciare la scomparsa delle sue capre. C’è da dire a tal proposito che presso la sezione mista rifornimenti divisionale vi era la sede dei carabinieri che, come noto, costituiscono da sempre la polizia militare.

Il Maresciallo comandante il distaccamento, accompagnato da un carabiniere, riuscì a rintracciare una capra della contadina presso le cucine della batteria contro-carro, reparto dei due giovanotti che verranno incriminati. Da sempre, e questo vale per tutti i reparti mobilitati, in pace ed in guerra, quando vi sono militari in giro per esercitazioni, sparisce regolarmente qualche pollo o coniglio, a volte anche un agnello o maiale e questo i contadini lo sanno benissimo come pure sanno bene che al termine delle esercitazioni verranno abbondantemente indennizzati. Ora, non intendo dire che esista una implicita autorizzazione a buscare, soltanto intendo dire che la giovinezza e la voglia di vivere, a quell’età, sono a volte incontenibili. E poi in quel periodo, in zona di operazioni, con i regolamenti e le spettanze viveri dell’epoca che consentivano di consumare il rancio quando era possibile, non mi sembra proprio il caso che una o due capre dovessero mettere in croce, militarmente parlando, non solo gli imputati ma anche i comandanti che per la verità cercarono di ridurre tutto ad un fatto puramente marginale e senza colpa alcuna peri diretti interessati.

Oltre a tutto si deve considerare che i civili con le loro cose erano stati evacuati dalla prima linea. Forse qualcuno di loro non aveva avuto il tempo di radunare tutto il bestiame ed era plausibile che parte di esso fosse sparpagliato per la steppa intento a pascolare. Comunque nessuno dei soldati presenti seppe dire a chi appartenesse la capra.

Dissero però che era stata condotta dall’a. Roversi, temporaneamente assente. La contadina riconobbe la sua capra e se la riprese. La cosa sembrava chiusa ma per il Maresciallo eravamo in odore di busca anche perché, tornato il pomeriggio dello stesso giorno per interrogare il Roversi, si imbatté in una seconda capra. Roversi nella dichiarazione disse che le due capre gli erano state consegnate dal commilitone Bellini per ricavarne latte dalla più vecchia ed un bell’abbacchio per la batteria dalla più giovane. Mentre il Maresciallo requisiva anche la seconda capra e la consegnava in affidamento allo starosta, ecco arrivare trafelata la Petrovna dicendo (tramite l’interprete) che anche quella capra era sua; anzi, il giorno prima verso le 13,00, mentre era intenta con una paesana a mungere le vacche, aveva visto un soldato che portava via sette capre. Si erano messe ad urlare dicendo al soldato di lasciare le capre, ma non era valso a nulla urlare. Evidentemente quel militare non conosceva il russo. Il Maresciallo Pala chiese spiegazioni di ciò al Roversi il quale confermò solamente che lui aveva avuto solo due capre da Bellini. Dalla versione di Bellini infine risultò quello che dovrebbe essere la verità e cioè: verso le ore 14,00 del giorno precedente, 1°8 di settembre, rientrava al mentre proprio reparto da G., trovò in aperta campagna sette capre incustodite, intente a pascolare. Credendo di fare cosa buona, pensò di portarle al proprio reparto per ricavarne latte e carne. Non pensò minimamente di commettere un reato anche perché era una cosa normale tenere caprette, tant’è che se ne trovavano tante presso altri reparti in linea. Infatti, vicino alla batteria, in un avvallamento del terreno, si trovavano già altre quaranta capre incustodite. Dello stesso parere fu il Col. Comandante del reggimento il quale, nella sua relazione alla Procura militare del Re Imperatore presso il Tribunale militare della 8° Armata – PM n.6 di Millerovo, così ricostruì i fatti, sentiti tutti i testimoni. Il giorno 8 di settembre l’a. Bellini, di ritorno alla propria batteria da G. ove aveva portato un plico al Comando di artiglieria divisionale, notò sette capre incustodite in un campo. Poiché in quei giorni le popolazioni dei paesi prossimi alle linee erano state sgombrate nelle retrovie, ritenne che le bestie si fossero smarrite durante l’operazione. Avendo già visto che presso le postazioni della propria batteria, in una grossa fenditura del terreno (attraversata anche da un ruscelletto) vi si erano rifugiate una quarantina di capre, pensò bene di condurvi anche quelle che lui aveva

trovate. Giunto nei pressi, incontrò il Roversi il quale gli chiese se poteva cedergli una capra. Bellini, naturalmente, gliela diede, tanto ce n’erano tante. E dichiarò di aver visto il giorno successivo Roversi tornare nella valletta per prendersi altre due capre. Di quanto si era svolto tra i due artiglieri non ebbero sentore, naturalmente, gli Ufficiali del reparto. Questi ultimi avevano notato la presenza di numerose capre in una valletta adiacente la linea pezzi, ma non vi avevano dato peso, ritenendo che le bestie visi fossero rifugiate provvisoriamente. Poiché in quei giorni si erano svolte delle azioni di guerra che avevano assorbito interamente il loro di pensiero, non ci avevano più pensato anche perché, dopo qualche giorno, le capre erano tutte sparite. Il Comandante concluse dicendo che «in mancanza di prove certe non sembra che nella fattispecie ricorrano gli estremi del reato di busca nei confronti dell’a. Bellini, ritenendosi per il momento prematuro pervenire a qualsiasi conclusione nei confronti dell’a. Roversi che, essendo assente per malattia, non era stato possibile interrogare». Elencava infine tutti i documenti che la burocrazia imponeva e cioè le dichiarazioni, i verbali di interrogatorio, estratti di punizioni e rapporti informativi. E cosa poteva fare di più il Comandante?

A parte di scagionare il povero Bellini, tentava una giustificazione, cercando di minimizzare il fatto, tutto qui.

Perché, secondo la logica, non era possibile che gli Ufficiali ignorassero

il vero motivo delle capre radunate nella valletta, vicino alla linea pezzi. Nessuno me lo toglie dalla testa, ma in quei giorni, sicuramente, nelle batterie e nel gruppo, al mattino, circolava latte fresco e, per lo meno la domenica, l’abbacchio in linea era di prammatica. Ma andiamo avanti. È interessante leggere le note caratteristiche dei due artiglieri protagonisti della vicenda, perché delineano perfettamente il carattere ed il modo di agire di due personalità diverse. Bellini, il maggiore indiziato, quello che in effetti condusse le sette capre ritenute abbandonate, veniva definito «un elemento che non ha mai brillato per qualità fisiche ed intellettuali, ma che non è mai stato sospettato di poca onestà». L’altro, il Roversi, «un elemento con forte volontà capace di assolvere qualsiasi incarico. Qualche volta prende iniziative che esorbitano le sue funzioni e bisogna fargli segnare il passo». Due giovani come tanti, diversi di carattere e personalità, uno intraprendente e l’altro sempliciotto. Nessuna punizione per tutti e due. E bisogna dire che tale fatto colpisce poiché quelli erano tempi in cui non si scherzava nel punire anche per futili motivi. Il giorno 16 ottobre, in Millerovo, presso il Tribunale di Guerra dell’Armata, veniva effettuato il processo verbale di interrogatorio del solo Bellini.

Roversi, il drittone, era da tempo degente in ospedale per malattia e si trovava nelle retrovie, ben lontano dal fronte. Fu deciso, quindi, che sarebbe stato sentito al suo rientro al reparto. Per quanto riguardava

Bellini, fu rispedito in prima linea in attesa del processo. Processo che non si celebrò mai perché, come sappiamo, Roversi non tornò mai più in prima linea; questa subì un arretramento di circa duecento chilometri in seguito alla caduta di Stalingrado e quindi allo sgretolamento del cardine sud del sistema difensivo alleato; molti reparti si immolarono inutilmente sul posto per cercare di contenere l’avanzata sovietica e di conseguenza Bellini, che faceva parte di un reparto di artiglieria contro-carro, sicuramente fu spazzato via nei primi

momenti dello sfondamento. Intanto le operazioni lungo la linea erano riprese con l’inizio precoce dell’inverno. Una cosa affliggeva soprattutto

inostri soldati: il freddo. Con la fine dell’autunno l’inverno russo si era fatto sentire con tutta la sua sinistra potenza. Il gelo aveva solidificato completamente la superficie del fiume, tanto da permettere ai mezzi pesanti di passarvi sopra.

I nostri comandanti avrebbero dovuto valutare con maggiore attenzione

questa nuova insidia perché la compattezza del ghiaccio sicuramente

avrebbe favorito l’attraversamento di mezzi pesanti. E da mesi alla parte opposta del grande fiume, veniva un sordo rumore di motori.

Puntualmente, dopo le azioni di logoramento che si protrassero dal 12 al 15 dicembre, i russi attaccarono in massa per cinque giorni: dal 16 al 21, i fronti della «Ravenna» e della «Cosseria». Investirono l’ala sinistra del XXXV Corpo d’Armata e quindi tutta l’ala destra dell’Armata italiana cioè la 298° tedesca, la «Pasubio», la «Torino», la «Celere» e la «Sforzesca». La tenaglia piano piano si chiuse ed a nulla valsero i pezzi da 47/32, i mortai e le mitragliatrici contro la marea dei T34. I carri, pur colpiti, continuavano a venire avanti, travolgendo pezzi e uomini e poi indugiavano nel «ballo della morte» cioè spianavano con i cingoli i poveri resti. Sin dalle prime ore del 16 dicembre la «Ravenna» frenò eroicamente l’offensiva nemica.

Sui capisaldi italiani il morale era alto ma le perdite furono del 75 per cento degli effettivi. In quel giorno la divisione evidenziò un coraggio ed eroismo che ha del disumano. Ogni uomo della divisione era assillato dal gelo, dalla fame (rancio freddo, quando c’era), dai compagni che cadevano morti ad uno ad uno, dal martellamento continuo, sistematico dei bolscevichi. Oggi noi sappiamo che anche se tutti fossero morti al loro posto (l’altro 25 per cento rimasto, si fa per dire, in vita), le posizioni sarebbero state tenute ancora per cinque ore. L’artigliere Bellini la notte del 16 dicembre era nell’ansa del Mamon, povero soldatino fessacchiotto e di cuore buono, messo ì a compiere il suo dovere di uomo e di soldato nel nome di quell’ideale di Patria che sin dall’infanzia gli avevano inculcato i suoi genitori analfabeti prima, ed il Re Imperatore ed il Duce del fascismo, poi.

Aveva fame e freddo, si capisce, come tutti del resto ed anche un po’ di paura, ma solo un po’. Solo gli incoscienti non hanno paura.

Davanti a sé aveva l’immensa distesa gelata del Don, il famoso fiume dei cosacchi. Ad un tratto sul fiume presero a brulicare enormi carri armati, grandi quanto una casa che lui non aveva mai visto. Venivano

dai fitti cespugli dell’altra sponda ed erano dipinti di bianco. Attorno a sé i pezzi della batteria sparavano e lui, assieme ai tanti altri compagni, prese la mira e cominciò a rispondere al fuoco, da buon soldato con il suo fido fucile mod. 91/38. Nelle giberne aveva ancora tre caricatori e nel cuore la certezza che ce l’avrebbero fatta perché erano nel giusto. Questo solo avevano nel cuore in quel momento i nostri ragazzi dell’ARMIR contro il nemico di allora: la certezza di essere nel giusto. Infatti, oltre alla inutilità dei mezzi e degli armamenti (basti pensare che la «Julia» un po’ più a nord effettuava azioni di tiro contro-carro con gli obici someggiati da 75/14 e spostava in epoca di guerra lampo, i materiali con i muli), i nostri erano scarsamente equipaggiati, poco vestiti e male armati. Le fanterie russe avevano tute bianche imbottite, valienki ai piedi e mitragliatori parabellum nelle mani. Inoltre, erano protetti dai T34 che creavano letteralmente il vuoto nelle nostre file. I nostri combattevano invece con normali divise grigio-verdi e cappotto di panno, visibilissimi nel biancore della neve; alle gambe ed ai piedi portavano fasce mollettiere e scarponi chiodati i cui chiodi favorivano la penetrazione del gelo attraverso il cuoio. In quei giorni la temperatura oscillava dai 37° ai 45° sotto zero ed il vento della steppa aumentava l’atroce disagio del freddo. E così, scarsamente armati ed equipaggiati, senza cibo od al tra assistenza, in un paese decisamente ostile, con la prospettiva di subire continue incursioni di piccoli nuclei di partigiani (quelli od i famigliari di quelli che fino alla settimana prima si erano rivolti ai nostri carabinieri per avere ragione di piccoli ed innocenti furtarelli), iniziò la notte del Natale del 1942, per i pochi superstiti che non rimasero per sempre laggiù, quella che viene ricordata come la più terribile ritirata militare di tutti i tempi. Poveri nostri soldati: ogni assente all’appello deve essere considerato, oggi, un eroe perché in terra straniera, in quelle terribili condizioni, dimostrarono al nemico ben armato, vestito ed equipaggiato, cosa vuol dire amor di Patria e spirito di corpo. L’ultimo loro pensiero fu quello di evitare che le bandiere dei reggimenti cadessero in mano nemica e se oggi, nei musei

di guerra di Mosca non si vede alcun vessillo tricolore, lo dobbiamo a loro. Per i denigratori di oggi sarà ben poca cosa, ma per la maggior parte degli italiani, la parte sana, l’onore significa ancora qualcosa.

A tal proposito occorre fare una considerazione. Nel periodo fra le due guerre, il regime fascista osannò l’ideale guerriero del popolo italiano come continuatore ed erede di quello «romano». Tuttavia l’addestramento e l’armamento delle Forze Armate non subiranno modificazioni.

Cosicché con l’inizio delle ostilità, nel giugno del ‘40, 1’Italia era ferma al 1920. Gli uomini ed i comandanti erano validi, i mezzi e la dottrina erano ancora quelli della 1° guerra mondiale.

Ma la giustizia faceva intanto il suo corso ed il 16 di marzo del ’43, ad una precisa richiesta del Procuratore militare, così scriveva il Comandante del reggimento in merito ai due artiglieri: PM  n.53 datato 16.03.43. «I militari in oggetto non possono presentarsi davanti a codesta procura perché:

– Carlo Roversi, si trova in licenza di convalescenza di gg. 90 in patria;

– Bruno Bellini, è assente dal reparto per fatto d’arme».

Dietro quelle due parole fatto d’arme c’era tutta l’amarezza di un comandante per la tragedia subita dal suo reparto. Il 24 marzo, implacabile, così rispondeva alla lettera del Colonnello il Generale Procuratore militare in zona di guerra: «Riferimento vostro foglio in data

16 marzo ‘43, prega si comunicare, appena possibile, se Roversi appena ultimata licenza di convalescenza debba ritornare al suo reparto se resta in Patria al deposito. Vorrete con l’occasione dare ulteriori ragguagli sul conto dell’a. Bellini».

Il 3 aprile, la risposta accorata del Comandante del reggimento: «Questo Comando non è in grado di precisare se allo scadere della licenza di convalescenza di 90 gg. l’a. Roversi rientrerà al reparto o resta in Patria. Date le vigenti disposizioni in corso si presume che il predetto militare resti in Patria. Sede del deposito il 21° Rgt. Art. moto- rizzato in Piacenza. L’a. Bellini risulta ancora assente. Appena si avranno notizie ecc…)». Finalmente la burocrazia (ancora più inesorabile dei T34) aveva recepito il messaggio ed il 22 aprile, ufficialmente, Bellini Bruno di Santo e di Natali Anna, nato a Monzambano (Mn) il 23.05.21, veniva dato disperso «per fatto d’arme» sul fronte russo, la notte del 16 dicembre 1942.

A questo punto la storia sembrerebbe finita, invece continua fino ai nostri giorni. Vediamo perché. È estremamente interessante, intanto constatare come quel fascicoletto giudiziario abbia seguito una sua strada attraverso la Russia in fiamme degli anni di guerra, i mille e mille avvenimenti storici che travolsero uomini e regimi politici, fino ad arrivare a noi in Torino. Milioni di uomini sono rimasti per sempre laggiù. Il fascicolo, no. C’è da dire, ad onor del vero, che la giustizia militare ha sempre funzionato alla perfezione, in pace ed in guerra, in qualsiasi condizione di tempo e di ambiente. E la dimostrazione sta in quelle paginette sbiadite dal tempo che narrano, nelle scarne e crude descrizioni burocratiche, quell’episodio di «naja» successo nel settembre del ’42. E l’evoluzione, se così possiamo definirla, dei documenti contenuti nel fascicolo sono un chiaro esempio delle difficoltà incontrate, e superate, dagli operatori della giustizia militare

dell’epoca (giudici e cancellieri), mano a mano chele cose prendevano una brutta piega al fronte e quindi anche la «giustizia» nel suo complesso era costretta a precedere nella ritirata l’Armata in ripiegamento. Infatti, i fogli su cui sono stati stilati i vari documenti sono in buone condizioni fino al dicembre ’42. Subito dopo, soprattutto nel periodo gennaio-aprile ’43, in piena crisi prima e nel caos delle retrovie poi, la carta è scadente, gli appunti sono frettolosi anche se precisi e le lettere, comprese quelle ufficiali, stilate a mano ed in buona calligrafia come si usava un tempo. Inesorabile, con il foglio n. 32 del fascicolo, nel 1943, quindi nell’anno in cui si compirà la tragedia politico-militare del popolo italiano, il Pubblico Ministero del Re Imperatore, quell’ottimo galantuomo che fu il Gen. Zingales, decideva di stralciare il procedimento a carico di Roversi in quanto questi, poteva essere regolarmente processato e disponeva la remissione degli atti alla Procura Generale di Roma affinché si procedesse.

Non so se Roversi sia mai stato processato e condannato per quel fatto; credo, comunque, che, se vivo, non l’abbia sicuramente fatta franca. In ogni caso questa non è la sua storia e non me ne occuperò più.

Nel 1952, a dieci anni dai fatti narrati, esattamente il 20 aprile, il Giudice Istruttore, su richiesta del pubblico ministero del Tribunale militare di Torino (il Tribunale di Torino è competente per territorio in quanto Bellini era di Mantova), pronunciava un’ordinanza con la quale ordinava la sospensione del procedimento «insorgendo il fondato dubbio sull’esistenza in vita dell’a. Bellini». Oramai tanti reduci erano rientrati in Patria, compresi quelli non caduti in combatti mento ma catturati dal nemico durante il ripiegamento, si erano sciroppati anni ed anni di prigionia nei gulag siberiani. Quindi, se vivo, anche Bellini sarebbe dovuto rientrare, ma la vicenda non è ancora chiusa e questo a dimostrazione, sempre che ce ne sia bisogno, che la «giustizia» della neonata Repubblica non è da meno di quella che fu del Re Imperatore. Il 2 luglio del 1961 il comune di Monzambano rilasciava un certificato, sempre su richiesta del giudice istruttore dell’epoca, in cui si dichiarava ancora una volta che Bellini Bruno non si era più fatto vivo in paese e quindi esistevano fondati dubbi sulla sua esistenza in vita. D’altro canto la burocrazia è quella che è: per dichiarare decaduto un procedimento o chiuso un caso giudiziario, ci voleva la morte del reo. E questa arrivò, burocraticamente parlando, sul finire degli anni ‘80. Tuttavia, non soltanto perché il reo era morto. Infatti il 23 giugno 1989, il Giudice Istruttore militare presso il Tribunale militare di Torino, Dott. Mauro De Luca, emetteva la seguente sentenza, che cito abbreviandola: «Considerato che Bellini risulta disperso in Russia, ma il comune di Monzambano ha comunicato in data 13.06.89 che “a fianco dell’atto di nascita non risulta alcuna annotazione di morte”; che rimane pertanto il fondato dubbio sulla esistenza in vita; che dall’esame delle risultanze processuali appare non emergere a carico di Bellini nessuna circostanza che smentisca quanto dal predetto riferito al magistrato inquirente il 16.02.42 (f. 19 degli atti), ove aveva negato l’addebito affermando che si trattava di bestiame disperso che si era istintivamente rifugiato per sfuggire ai violenti bombardamenti in una fenditura del terreno esistente nei pressi la linea pezzi ove vi erano già una quarantina di capre; che pertanto non può condividere la richiesta del PM in sede che ha chiesto in data 29.01.87 dichiararsi non doversi procedere nei confronti del Bellini essendo il reato estinto per venuta prescrizione; che deve invece prosciogliersi il prevenuto con ampia formula, dichiara non doversi procedere nei confronti di Bruno Bellini

in ordine al reato di busca in rubrica ascrittogli perché il fatto non sussiste».

Sentenza esemplare, lodevole soprattutto per il senso di umanità che ispira perché, dopo 47 anni, finalmente la giustizia militare della Repubblica metteva la parola fine su tutto l’episodio e rendeva giustizia

alla memoria terrena di Bruno Bellini.

Povero artigliere italiano in terra di Russia, polvere nella steppa, che pur portando in cuore il dispiacere di essere incolpato di qualche cosa

che non avevi commesso, continuasti a sparare tranquillo contro i carri armati, quella notte di dicembre del 1942, riposa in pace.

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NEL NOME DELL’ARTE

NEL NOME DELL’ARTE

di Fabrizio Alfieri  Saggista

Graduali mutamenti nella percezione della realtà, talora svolte efficaci, inducono a rielaborare incessantemente il significato dell’esperienza

umana. Quantomeno, della nostra soggettiva esperienza. Verificare, apprendere, progredire: sono opzioni da cogliere in maniera dinamica,

alle quali è bene non esimersi mai dal fare ricorso, se vogliamo onorare l’impegno di lavorare incessantemente al nostro perfezionamento interiore e, di riflesso, al bene dell’umanità.

Esiste una continua rigenerazione, infatti, che scorre nel divenire in ogni forma di vita. E il suo esprimersi nella libera circolazione delle idee, nel connettere e nel condividere, pertiene alle risorse più elevate

del pensiero umano: l’elaborazione del linguaggio, la capacità d’astrazione e di calcolo, la comprensione di noi stessi e di tutto il mondo intorno.

Offrire una griglia interpretativa dell’esistenza, qual è l’occasione fornita dalla dottrina e dal metodo massonici, implica che ogni processo d’autocoscienza e, poi, di liberazione debba obbligatoriamente venir misurato attraverso di essa? Il vincolo racchiuso in quest’asserzione la rende ardua da sottoscrivere, pur tenendo conto del carattere di universalità della griglia. Tuttavia, l’impegnarsi a scoprire in prima persona le prerogative di un determinato strumento, affinandole tecniche per il suo impiego, favorisce le condizioni necessarie a trarne realmente profitto, a evitare facili illusioni in ordine ai risultati ottenuti, a gettare buone fondamenta su cui edificare, insieme ad altri, progetti illuminati da princìpi condivisi. Dobbiamo sforzarci d’imparare l’Arte,

dunque, con il fermo intento di non metterla da parte.

È noto che la via massonica s’è fatta tramite privilegiato d’importanti eredità. Affidatele come testimone, da parte di organizzazioni (e in forme) che non sempre hanno superato la prova del tempo, esse sono divenute elementi preziosi del patrimonio simbolico libero-muratorio.

Pensiamo subito, in omaggio alla loro evidenza, alle tradizioni ermetica,  pitagorica – ed ebraica: l’una, prodiga d’insegnamenti anzitutto – ma non esclusivamente – nell’«accoglimento» [Reception] dell’Apprendista

Libero Muratore; l’altra (diamo per intesa, anche in seguito, la ripetizione dell’inciso), nel «passaggio» [Passing] del

Compagno d’Arte; l’ultima, nell’«elevazione» [Raising] del Maestro Massone. E pensiamo alle tradizioni cavalleresche, il cui retaggio ha permesso la costituzione di molti Alti Gradi, in seno al Rito Scozzese Antico ed Accettato (e non solo).

Ora, il rintracciare i segni precursori della via muratoria nelle forme sapienziali dell’Occidente, magari lanciando uno sguardo a quel che l’Oriente tradizionale ci ha lasciato – e in alcuni casi conserva ancora,

pur sotto la scorza del merchandising esotico o, molto peggio, di fanatici integralismi -, richiede la particolare attitudine interiore dei Massoni che intendono retta- mente l’Arte: «essere uomini buoni e sinceri [to be good Men and true] o uomini di onore e di onestà [or Menof Honour and Honestly], quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere   [by whatever Denominations or Persuasion they

may be distinguish’d]». E il primo segno di onestà, in tale campo d’applicazione, è il riconoscimento delle caratteristiche specifiche della via muratoria: saper precisare l’approfondimento dei simboli, all’occorrenza, in un ambito strettamente massonico.

È assurdo, di fatto, negare gli apporti tradizionali che hanno offerto all’Arte un vero e proprio arricchimento dottrinale.

Ma il far sposare alla perfezione corpi differenti in nuova organica unità richiede un’eccelsa conoscenza delle loro prerogative. Non di rado si assiste, invece, a una sottovalutazione della via muratoria; a una semplicistica tendenza a farla «portatrice di senso» mediante la sovrapposizione superficiale di griglie interpretative ad essa estranee.

Si tratta di un fenomeno che rischia d’indurre al ripetersi meccanico dei singoli elementi simbolici e rituali, incompresi nella loro specificità e, quindi, a rischio d’alterazione. Forse, al fine di contenerne il pericolo, un gesto utile per la formazione dei nuovi iniziati può essere quello di lasciar loro, in grado d’Apprendista, il tempo di familiarizzare con un linguaggio e una «cosmologia» massonicamente circostanziati, filologicamente fondati; e questo, rimandando al momento opportuno le comparazioni utili all’indagine dei «profondi misteri della natura e della scienza [hidden mysteries of nature and science]» indicati

espressamente in alcune Istruzioni anglosassoni come «peculiari oggetti di ricerca» [peculiar oljects of research] del grado di Compagno; a maggior ragione, evitando una lettura soltanto «emozionale» dei simboli, surrogato di una penetrazione davvero «intuitiva» (nel senso elevato del termine) per la quale è necessario, invece, l’esercizio di una certa Maestria. Proviamo a considerare l’Arte, in un’accezione Non aliena all’intendimento liberomuratorio, come strumento volto ad

«appagare le esigenze dello spirito, ossia secondo Platone, accordare e intonare inostri modi distorti di pensiero alle armonie del cosmo, affinché, citando le sue stesse parole, “per l’assimilazione del conoscente con il conosciuto, cioè con la natura archetipica, noi si possa attingere a quel ‘meglio della vita’ concesso all’uomo dagli Dèi in

questo e nell’altro mondo”». Questa possibilità non esclude, certo, altre interpretazioni.

Ma cosa la rende interessante, applicata alla via massonica? Essa scioglie ogni riserva sulla necessità di prenderla in considerazione dal punto di vista simbolico.

Nulla di nuovo, diciamo: l’Arte concerne il perfezionamento di se stessi e, negli effetti, dell’ambiente circostante; gli utensili occorrenti al suo corretto esercizio, dispensati attraverso la ritualità, sono strumenti intellettuali, supporti sensibili a idee d’ordine universale. Veniamo al punto, allora: quale relazione intercorre fra tali strumenti e le realtà che essi rappresentano?

Ne costituiscono altrettanti simboli, a vari livelli di concezione ed espressione.

Come in qualsiasi altra forma tradizionale, si potrebbe aggiungere.

C’è un elemento, però, che conferisce una particolare efficacia proprio alla via massonica: il fatto di essere iniziazione di mestiere. Se la si medita e comprende in quanto tale, essa diviene irriducibile a ogni

deriva spiritualistica o misticheggiante: simbolismo, ritualità e metodo muratori, infatti, sono esplicitamente coordinati e finalizzati non a vane elucubrazioni, ma alla costruzione di se stessi,

Per questo è bene coltivare gli studi massonici e ragionarne anche a Loggia aperta, in maniera sobria e concisa, non dispersiva, ma sempre seria e documentata.

Perché un «vuoto semantico» lascia spazio non solo – com’è evidente – ai tentativi di colmarlo in maniera improvvisata e approssimativa, tentativi del resto agevoli da smascherare; un tale «vuoto» lascia spazio

anche ad apporti «esperienziali» presentati non come espressioni simboliche, ma come vere e proprie «realtà».

È vero che l’Arte non va considerata con mentalità esclusivistica, anzi: gli elementi costitutivi delle varie forme tradizionali sono sviluppati con maggiore o minore ampiezza in rapporto a esigenze differenti; eun lavoro comparativo può rivelarsi molto fruttuoso al fine di sceverarne, tra i possibili, il corretto e pieno significato. Ma è pur vero che alcune «interpretazioni del sacro» non di rado inducono a immaginarle secondo

le modalità descritte. Ripetiamo: non come espressioni simboliche, alternative o complementari a quelle massoniche, ma come «realtà», indiscutibili nel senso deleterio del termine. Quest’approccio è condivisibile da un uomo del dubbio? Per quanto ci è dato di capire, v’è una debita corrispondenza tra i simboli e ciò di cui costituiscono un’espressione figurativa, sonora o motoria (allorché, messi in azione,

divengono rito). Non è una convenzione arbitraria a legare «rappresentante» e «rappresentato». È la partecipazione reciproca, a un certo livello, della loro rispettiva natura.

Ma, detto questo, sembra ragionevole affermare che i simboli non sono ciò cui alludono; non possono esserlo, a meno di appiattirli in una prospettiva del tutto letteralistica.

Questa considerazione, se valida, ha per il Massone una gravità enorme, perché invita a restringere drasticamente la pretesa di vivere la dimensione rituale in funzione d’indeterminati misteri ultramondani; al tempo stesso, porta a maturazione la consapevolezza del lavoro da fare (e da subito) sulla propria pietra per eliminarne tutte le asperità, senza affidarsi a chimerici interventi «dall’esterno».

Un po’ di sano pragmatismo, insomma, ci vuole. Anche a costo di apparire dissacranti.

Per questo, pur auspicando sempre che i Fratelli perseverino a livello personale nel seguire la propria ricerca della verità, ovvero «lasciando ad essi le loro particolariopinioni [leaving their particular Opinions to

themselves]», non mancano i buoni motiviper mettere in risalto soprattutto la tradizione massonica durante i Lavori, non solo nelle «tornate d’istruzione».

Anzitutto, si tratta di evitare un impoverimento del simbolismo libero-muratorio: ancora nel secolo scorso, la commistione tra forme tradizionali (e tendenze occultistiche) si è spinta fino a consentire revisioni pressappochistiche dei rituali, ivi compresi quelli in uso presso le principali Obbedienze.

In secondo luogo, il marcare puntualmente la dimensione operativa dell’Arte – pochi dati, ma espliciti e argomentati – predispone la ragione, chiarificata, a ricevere e promuovere quelle intuizioni che hanno fatto dell’ambiente iniziatico in genere, e anche di quello massonico, un vero

e proprio laboratorio intellettuale nella storia dell’umanità: non dimentichiamo, infatti, che un altro elemento privilegiato dell’appartenenza all’Ordine, oltre al metodo di perfezionamento interiore, è quello riguardante la connessione d’intelligenze e la condivisione delle idee.

Da una parte, quindi, occorre insistere pervicacemente nel lavoro sulla pietra individuale; dall’altra, è necessario esercitarsi, attraverso il confronto con gli altri, nel tentativo di ampliare i propri orizzonti.

Naturalmente, i due momenti sono inseparabili, e anzi il primo sembra precedere – in senso logico – il secondo: non è possibile aprire la mente, finché la si mantiene schiava di affanni e pregiudizi.

Per concludere, non rimane che porre l’accento su un’ultima questione, anch’essa in rapporto con le considerazioni di carattere generale espresse sinora: agli occhi del Massone, l’aspetto interessante dell’iniziazione muratoria – anzi, di ogni iniziazione, a qualsiasi grado – è la qualità del lavoro svolto ispirandosi ai suoi princìpi, la cui misura

è assegnata dagli esiti ai quali ha saputo dare luogo.

Fermo restando il beneficio interiore che ne può risultare per coloro che vi abbiano preso parte (ciò che li riguarda in maniera del tutto personale ed essenzialmente inesprimibile), non sono le singole individualità a dover esser «glorificate».

Ma l’opera in sé.

È questo, forse, il più puro significato di un lavoro svolto nel nome dell’Arte.

 HIRAM  2-2013

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ISTRUZIONE PER APPRENDISTI

ISTRUZIONE PER APPRENDISTI

Tra i vari compiti istituzionali del Secondo Sorvegliante vi è anche l’istruzione degli apprendisti.

Istruzione è una parola importante, prevede che l’istruttore abbia delle conoscenze da estendere agli “allievi”.

In questo caso, purtroppo, le conoscenze sono piuttosto complesse da esprimere.

Si tratta, infatti, di acquisizioni molto personali, pertanto poco trasmissibili ad altri.

La Massoneria, si sente dire spesso anche in questa Officina, non è una religione (non ha dogmi), né un sistema filosofico (non ha una dottrina). Esistono molte definizioni di questa Istituzione.

Come altri, credo sia corretto considerarla una Scuola Iniziatica deputata ad insegnare un metodo.

E’ un metodo di ricerca che utilizza i Simboli, il Rito, ed il dialogo con i fratelli; serve ad indagare se stessi e il mondo esterno attraverso queste nuove tecniche.

Per rappresentare tale ricerca si usa sovente il simbolo del viaggio. Così sono infatti chiamate le quattro prove dell’Iniziazione.

Percorrere la Via provoca una profonda, graduale trasformazione nel viaggiatore tale da sciogliere la benda che gli copre gli occhi.

È un viaggio di gruppo insieme agli altri fratelli della Loggia, senza guide spirituali o guru, che richiede volontà, impegno personale e disciplina; attraverso varie tappe intermedie la Via dovrebbe portare a quell’obbiettivo che abbiamo richiesto il giorno dell’Iniziazione.

M.’. VEN.’. Che cosa volete da noi?

Profano: La Luce.

M.’. VEN.’. Dichiarate sul vostro onore di chiedere la Luce Massonica liberamente e spontaneamente con disinteresse e spirito di sacrificio per il vostro ed il nostro perfezionamento?

Profano: Lo dichiaro sul mio onore.

Per il vostro ed il nostro perfezionamento. Dunque uno dei motivi più comuni che spinge un individuo a bussare alle porte del Tempio è il desiderio di crescere. Tale desiderio, sovente, si associa ad una sensazione di insoddisfazione per ciò che ci può ancora offrire il mondo profano.

In un particolare momento della nostra vita abbiamo parlato con un fratello che ci ha vagamente accennato all’esistenza della Massoneria. Dopo un periodo di tempo più o meno lungo abbiamo effettuato la scelta. Domandina burocratica, tegolatura, ed una sera ci siamo ritrovati in una stanzetta buia in compagnia di simboli poco comprensibili; subito dopo siamo stati iniziati.

Anche i più cinici e disincantati di noi conservano il ricordo di quella sera.

La sera che viene tradizionalmente associata alla morte del profano che rinasce a nuova vita come Iniziato.

Un neonato.

L’Iniziato dovrebbe essere davvero così, come una tabula rasa.

Invece, essendo uomo adulto, ha una sua storia personale, di idee, concetti, giudizi.

Per questo motivo il primo simbolo che ci insegnano ad utilizzare è il martello.

M.’. VEN.’. “Fr.’. Esperto, mostrate al Fr.’. Apprendista la pietra grezza e insegnategli a compiere il suo Lavoro di Apprendista”.

(L’Esperto conduce l’Apprendista accanto all’Altare e, col martello, gli fa battere tre colpi sulla pietra grezza…).

Il Massone è chiamato anche Libero Muratore; tradizionalmente, infatti, è considerato discendente degli antichi costruttori di cattedrali; per questo molti nostri simboli si rifanno alle tecniche costruttive.

Il compito dell’Apprendista Libero Muratore è di “squadrare la pietra grezza” a colpi di martello così da trasformarla in pietra squadrata adatta alla costruzione del Tempio.

In questo caso, il martello rappresenta la volontà, lo sforzo di cambiare, di imparare, di pensare, di perfezionarsi.

“Squadrare la pietra” oltre all’evidente e fondamentale significato morale, è simbolo di un’azione molto più ampia: l’abbandono di pregiudizi, di abitudini radicate, di false costruzioni intellettuali.

Si dovrebbe realizzare che tutto ciò che abbiamo capito fino al giorno dell’Iniziazione non conta più.

Ovviamente non tutto è da eliminare, ma da rivalutare alla luce delle nuove esperienze e conoscenze.

Si deve “riordinare” il modo di organizzarsi la vita, le amicizie, la scala dei valori, la priorità delle scelte. In pratica rimettere in discussione il nostro modo di vivere con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

La volontà di migliorarsi, il desiderio di conoscenza, una certa disponibilità ad ascoltare, ad apprendere, ed a correggersi sono le doti principali di chi vuole entrare in Massoneria ed anche la dote migliore di chi ne fa parte.

La nuova situazione di Iniziato dovrebbe gradatamente diventare il fulcro centrale su cui ruota tutta la nostra vita.

L’iniziazione così, da virtuale potrà progressivamente trasformarsi in reale.

Dunque il Massone è sì, un uomo che ricerca, ma è soprattutto un uomo di volontà. Squadrare la propria pietra, quindi essere contemporaneamente martello e pietra, è un compito non semplice, talora anche sgradevole; tuttavia indispensabile.

Ci troviamo di fronte ad uno dei primi esempi di “metodo massonico”: i simboli sono entità che vanno studiate € meditate, ma anche strumenti che si devono utilizzare.

In questo ambito rientra un’altra caratteristica peculiare dell’Apprendista:

IL SILENZIO

Perché il silenzio? Le risposte sono numerose.

L’Apprendista si ritrova con molte aspettative ed altrettante perplessità come un bambino di tre anni che non sa né leggere né scrivere ma solo compitare.

Pertanto è indispensabile che abbia un periodo di adattamento, di ascolto, di comprensione.

Bisogna inoltre valutare la differenza tra il rimanere muto e rimanere in silenzio.

Il silenzio nel nostro caso è qualcosa di più del non parlare.

E’ un silenzio interiore; si può intuire in particolari momenti di massima concentrazione. Ma non basta ancora. Non si tratta solo di una situazione psicologica di grande attenzione su un problema, ma va oltre e coinvolge la capacità di svuotare la nostra mente per renderla il più possibile ricettiva.

Questo tipo di Silenzio è considerato fondamentale in tutte le vie di “perfezionamento”.

In Silenzio dobbiamo eseguire il rituale.

In Silenzio dobbiamo ascoltare i fratelli che scolpiscono una tavola ed i

commenti successivi.

L’ascolto infatti, è indispensabile; il Fratello che parla esprime una verità parziale, incompleta, minima, ma in ogni caso quello che per lui, in quel momento, è la Verità. La fratellanza ci porta ad ascoltare con affetto e benevolenza. Ma non basta pensare che quella sia la “sua verità”. Quell’aggettivo “sua” mi distacca e mi allontana.

Il riuscire a pensare, anche solo per un momento, che quello che dice sia “vero” in assoluto rende le parole espresse in Tempio molto più dense di significato.

In Silenzio dobbiamo cercare di capire, il linguaggio dei simboli (non sappiamo infatti né leggere né scrivere).

In Silenzio dobbiamo squadrare la pietra.

Ovviamente tutto questo rappresenta una meta da raggiungere anche per molti che come me, sono chiamati “maestri”.

Dunque, imparare a squadrare la pietra, riuscire gradualmente a creare il Silenzio, sono le condizioni fondamentali per poter “lavorare”.

La partecipazione attiva ai riti, la meditazione sui simboli, il dialogo con i fratelli permetterebbero il lento progresso lungo la Via.

Questo è il compito di noi Massoni.

Gli Apprendesti devono iniziare su questa strada, ascoltando i Fratelli più anziani con una certa benevolenza, cercando di cogliere i loro lati positivi, sorvolando su quelli meno luminosi, giudicando i Maestri non per quello che dovrebbero essere, ma per quello che sono in realtà: allievi solo un po’ più vecchi.

TAVOLA SOLPITA DAL FR.’. S. CInn,  

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STORIA del “IL GABINETTO DI RIFLESSIONE

STORIA del “IL GABINETTO DI RIFLESSIONE”

Premesso che, almeno per quanto mi risulta, il Gabinetto di Riflessione non ha nessun rapporto o legame con la tradizione muratoria corporativa, se ne deve dedurre che esso è un’aggiunta al rito dell’iniziazione posteriore al 1717. Non so per certo quando ciò sia accaduto, ritengo però che esso sia uno dei meriti diretti o indiretti del

Cavaliere di Ramsay, l’ideatore della Massoneria cavalleresca dotata di gradi superiori, oltre a quelli della tradizione corporativa.

Il Gabinetto di Riflessione nasce in Francia unitamente alle varie forme pseudo o meta massoniche in un secolo in cui massima è la richiesta di misticismo e di occultismo.

Questo secolo, il XVII, è il secolo dei lumi, dell’inizio della rivoluzione

industriale e della rivoluzione francese, ma è anche il secolo di Cagliostro e dei Chassidim, cioè di una nuova ricerca di certezze morali, spirituali e sociali.

Nonostante la Riforma e la Controriforma, le Chiese non riescono a dare risposte a tutte le nuove domande che i tempi pongono all’Umanità. In questa grande crisi si trova coinvolta anche la Massoneria che si muta, da assonnata corporazione di mestiere, in una nuova famiglia speculativa di tipo laico che cerca nella reciproca tolleranza ideologica la risposta alle lotte religiose, politiche e sociali.

La nuova Massoneria inglese è fiera delle sue ascendenze operaie, consapevole che solo il diuturno lavoro creativo dell’uomo può trovare il suo perfezionamento, ed annovera tra i suoi membri accettati, oltre che muratori professionali, anche commercianti, artigiani e molti intellettuali.

Sul continente, e specificatamente in Francia ove per prima attecchì la Massoneria speculativa, le condizioni sociali erano ben differenti. Nella società umana è ancora ben radicata la suddivisione nei tre stati di nobiltà, clero e borghesia, ben distinti dal popolo minuto, ancora privo di emancipazione, spesso privo dei diritti civili, sempre privo dei diritti politici. L’organizzazione sociale era piramidale; tutta la sovranità ed il potere erano al vertice, il depositario poteva però benignamente elargire ai gradi inferiori. Era anche convinzione comune che tale suddivisione fosse di scelta e per volontà divina.

La nuova Massoneria speculativa poteva estrarre i suoi adepti quasi

esclusivamente da uno di questi tre stati e, per svariati motivi, ne restavano esclusi i commercianti, gli artigiani e, naturalmente, gli operai anche se muratori professionali.

Ai nobili, borghesi e clerici di Francia entrati a far parte della famiglia massonica non poteva piacere l’ascendenza plebea della Libera Muratoria, anche se si riannodava misticamente ai grandi costruttori del passato. Ed ecco che nel 1738 il Cavaliere di Ramsay, di origine scozzese, ma esule a Parigi al seguito del pretendente al trono inglese, “trova” che in effetti la corporazione dei muratori altro non era che lo

scheletro portante ed apparente di una associazione di uomini che conoscevano i segreti della vita che avevano appreso molti secoli addietro, quando andarono come Crociati in Terra Santa. Costoro avevano imparato tutto dai sapienti arabi e, mentre l’Europa intera si crogiolava nelle barbarie e nell’ignoranza, essi si tramandavano di generazione in generazione tutto lo scibile dell’antico Egitto e tutti i segreti ed i misteri dell’alchimia araba; ma, essendo perseguitati dal potere politico e dal potere religioso, si confusero tra i membri della corporazione muratoria nei lontani monti di Scozia. Tra questi solidali, i migliori e più meritevoli maestri muratori venivano scelti onde iniziarli ai loro sublimi misteri affinché, per gradi, giungessero, al tempo opportuno, alla conoscenza del segreto massonico.

Con simili ascendenti, chiaramente di origine nobiliare in quanto cavalieri crociati, la Massoneria era certamente più presentabile, specie nei migliori salotti. Nascono allora le tante e diverse forme di massoneria cavalleresca, con i vari gradi che dovevano significare i passi compiuti nell’avvicinamento al supremo, sublime segreto.

Nel 1805, al seguito delle truppe napoleoniche, giunge in Italia, assieme alla Massoneria del R.S.A.A., anche il Gabinetto di Riflessione e naturalmente esso è importato con tutte le sue implicazioni occultistico-ermetico alchemiche.

Poiché ormai esso fa chiaramente parte della tradizione italiana, non potremmo immaginarci una Iniziazione senza far passare il profano, innanzi tutto, attraverso il Gabinetto di Riflessione, anche se a me personalmente piacerebbe che la sua simbologia fosse più strettamente correlata a quella massonico operativa.

Tutto ciò premesso, passiamo ora all’esame di quanto si trova nel Gabinetto di Riflessione, con l’avvertenza che le indicazioni che seguono devono essere intese solo come una base di partenza per l’interpretazione di tanto complessa simbologia.

È il momento di mettere in evidenza la connessione che esiste tra il Gabinetto di Riflessione e il Rito vero e proprio dell’Iniziazione: il passaggio attraverso il Gabinetto di Riflessione è una fase complementare di quelle ulteriori fasi altrettanto rituali che si svolgono nel Tempio, che si chiamano “viaggi”, e che precedono il momento culminante dell’Iniziazione. Questa, attingendo alle più antiche forme tradizionali misteriche, prevede dei “passaggi-viaggi” attraverso i quattro elementi primordiali:

Terra – Acqua – Aria – Fuoco.

Il primo significato che si può attribuire a questi viaggi è collegato all’esigenza di purificazione sentita preliminarmente (in limine – sulla soglia del Tempio) dagli antichi quando si avvicinavano ai sacri riti.

Il Gabinetto di Riflessione rappresenta allora la Terra nel suo significato di Elemento primordiale; la presenza in esso del Candidato determina la realizzazione del primo viaggio, fase iniziale del complesso processo di catarsi indispensabile per poter giungere all’Iniziazione.

Secondo il Rituale tali fasi sono le seguenti:

= la deposizione di tutte le scorie materiali, rappresentate dai metalli che vengono tolti al Candidato prima che questi sia introdotto nel Gabinetto di Riflessione;

= il viaggio attraverso l’Elemento Terra che si svolge nel Gabinetto di Riflessione; i successivi viaggi negli Elementi Acqua, Aria e Fuoco che si svolgono nel Tempio.

AI significato elementare di Terra si ricollegano i simboli funebri presenti nel Gabinetto di Riflessione, essi ribadiscono il concetto della caducità della vita umana.

La presenza del teschio e dello scheletro ricorda al Candidato la meta ultima del suo corpo. Anche la cosiddetta “discesa agli inferi”, di cui è traccia in numerosi riti antichi, nonché in opere dell’epoca storica (Odissea, Eneide, Divina Commedia, ecc.) si rifà ad antiche forme tradizionali misteriche.

La Ruota a quattro raggi, simbolo della Legge universale cosmica, è il

presupposto emblematico da cui prendono necessariamente maggior risalto gli altri emblemi.

Clessidra rappresenta l’imperturbabile scorrere del tempo, ma anche la sua brevità in relazione alla vita umana. In questo contesto di precarietà è necessaria la Vigilanza sulle proprie azioni e la Perseveranza nel bene, essendo le ore contate.

La Falce, nella sue espressiva brutale strumentalità, conferma il destino caduco della vita e delle ambizioni degli uomini.

Mentre i simboli fin ora esaminati rappresentano quasi i punti focali della strategia generale nel Disegno Supremo, quelli del Pane e dell’Acqua ci mostrano, invece, i mezzi di sussistenza di colui che cerca di sopravvivere nel quadro di una così ferrea economia generale in cui viene a ritrovarsi.

Il simbolismo del Pane e dell’Acqua dovrebbe insegnare al saggio di accontentarsi del necessario, senza rendersi schiavo del superfluo’. Esso è l’ammonimento che la nutrizione del corpo è indispensabile, ma che non deve rappresentare il fine della vita. Il Pane e l’Acqua possono anche simboleggiare il nutrimento spirituale e quello materiale, entrambi necessari all’uomo.

Non a caso sul tavolo, accanto al Pane e all’ Acqua, ci sono due coppe contenenti rispettivamente lo Zolfo ed il Sale, comunemente significanti l’ Ardore e la Sapienza, e una Lucerna, simbolo della Fede.

Il Gallo, infine, per le sue peculiari caratteristiche naturali, “allude chiaramente al risveglio delle forze assopite: esso annuncia la fine della notte ed il prossimo trionfo della Luce sulle Tenebre”.

Questo significato che si dà al Gallo si inserisce come la chiave del quadro interpretativo fin qui presentato. Infatti, di fronte alla legge cosmica, con tutte le sue conseguenze, non sta più l’uomo comune, ma sta l’uomo iniziando, ricco di Pane e di Acqua, illuminato da una Lucerna, accorto custode di Zolfo e di Sale in cospetto di un Gallo.

In termini simbolici tutto ciò significa che quell’uomo illuminato, cioè sorretto da fede (Lucerna) nello spirito (Pane), vivo e vitale (Acqua) e pieno d’ardore (Zolfo) nel cercare la sapienza (Saie), nutre una sicura e serena speranza nel suo prossimo futuro (iniziazione) che vedrà il trionfo della luce sulle tenebre (Gallo).

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. G.  BItt,  

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ALCHIMIA

ALCHIMIA

“Sii Tu stesso la Via”…

Fra le Colonne si è detto di Alchimia. Chi ha nei modi più diversi. voluto o potuto, ha apportato la propria esperienza personale od operativa e l’ha comunicata ai Fratelli con l’obiettivo di renderli partecipi e tentare di trasmettere loro gli echi di una disciplina molto diversa fra tutte quelle più comuni, usando un linguaggio comprensibile.

Chi Io ha fatto ha trovato sul suo cammino non pochi ostacoli. Sarà stato ben conscio che le difficoltà per spiegare una materia come questa, sono soprattutto dovute al fatto che in Alchimia non esiste un supporto teorico preciso, non esiste un modello del mondo e dell’uomo univoco, ma esistono tanti modelli del mondo e dell’uomo quanti sono coloro che si avvicinano a questo argomento, Anche se volessi sovrappormi, con questa tavola, alle esperienze, al pensiero, alle conoscenze altrui, non potrei in ogni modo arrivare a delle enunciazioni o conclusioni certe, univoche.

È impossibile,

A quanto mi risulta nessuno c’è mai riuscito. Ma intanto, si può definire, Alchimia? Od essa è “anche” indefinibile? Alcuni autori (ne cito due) dicono: “È l’arte della trasformazione. Il lavoro dell’Alchimista consiste nel produrre, materiale su cui Sta operando, una serie successiva di mutamenti per condurlo, a partire da uno stato grezzo, ad uno stato perfetto e purificato.” … . “L’Alchimia è una Via di ricerca spirituale. Il suo oggetto è la creazione del rapporto col Divino, come per le religioni, con la differenza che il suo rapporto Operativo non è la fede, ma l’Arte”…

Quale di queste definizioni (potrei citarne altre, ma non serve) corrisponde meglio a quella che universalmente è chiamata Ars Regia? Vediamo intanto di conoscere meglio la Tradizione Alchemica così come ci è stata tramandata.

L’Alchimia non è mai stata una scienza, né l’alchimista si è mai fregiato del titolo di scienziato in quanto la sua operatività è un’Arte. Mai ha preteso di essere a conoscenza di un processo ripetibile e dimostrabile, ma ha sempre evidenziato che le caratteristiche dell’Opera, sono strettamente connesse al valore del suo creatore,

La difficoltà (una delle difficoltà) di penetrare nella operatività Alchemica è proprio questo suo relativismo.

Ogni autore ha il suo modello, il suo schema di riferimento. Trattandosi inoltre di stati dell’essere, l’Alchimista si esprime usando un linguaggio metaforico, anagogico, analogico, che aumenta le difficoltà di comprensione dell’ Alchimia. Vorrei citare Dante (Convivio 2, 1) il quale afferma che “.. le scritture si possono intendere e debbonsi sponere” per i quattro sensi: il senso letterale, il senso allegorico “… verità ascosa sotto bella menzogna” il senso morale e quello anagogico” -. “quando spiritualmente Si pone una scrittura, la quale, ancora nel senso letterale, eziandio per le cose significate, significa delle superne cose dell’eternale gloria”. Avvicinarsi all’Alchimia, quindi è impresa non da” poco, non solo per la comprensione dei termini di gergo, ma, in particolar modo, per la “voluta” equivocità

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di tali termini.

Solo l’ideatore, l’artefice può esprimere la genesi, l’angolatura da cui li ha creati e solo un altro operatore mosso dalle identiche istanze, dalla medesima ricerca di quel particolare stato dell’essere può coglierne l’intimo significato.

Non ho ancora provato, però, a delineare, a cercare di definire chi è dentro, al centro di tutto questo: 1’ Alchimista.

Sostanzialmente è un artista, il quale, attraverso una sua metodica, tenta di raggiungere un risultato che si è intimamente posto e la cui dimostrazione non deve essere fatta a nessuno se nona se stesso.

L’iter di realizzazione è un’autocreazione, la sua materia prima è la materia mercuriale che egli tenta di far divenire corpo.

Certo, potrebbe dedicare una vita intera all’ Alchimia raccogliendo pochissimo e, spesso, nulla.

Un grande Alchimista, Basilio Valentino, meditò trent’anni sul significato di una parola …

Ma il fatto è che, per il suo modo di ricercare, può darsi delle risposte sulla vita e sulla morte.

Egli è preso dalle proprie immagini, nel proprio mondo, che è altrove da questo mondo, ma è sempre pronto a modificarsi perché in lui tutto è movimento, tutto è in continuo mutamento.

Personalmente, forse romanticamente, ho sempre prediletto come immagine dell’Alchimista, la figura del cavaliere errante, del solitario in eterna cerca.

Non sono mai mancati contatti fra Alchimisti, sanno riconoscersi, ma sono sempre stati di tipo individuale.

La continuità della tradizione non è legata ad atti ufficiali. I messaggi degli Alchimisti, più che con le parole, possono essere colti … “in modo più libero, chiaro ed evidente per mezzo di un discorso muto, o, in assenza di discorso, nella raffigurazione dei segreti o laddove gli enigmi sono rappresentati in immagine …” (Horlacher 1707).

Ed avvertono .. “laddove abbiamo parlato apertamente, in realtà non abbiamo detto nulla. Laddove, invece, abbiamo scritto in modo cifrato o figurato, abbiamo nascosto la verità …” (Rosarium Philosophorum).

Tutto questo, come già detto, non può avere conclusioni, ma lasciatemi ancora affermare che tutto questo ci viene dalla notte dei tempi, senza alcuna certezza del luogo di origine, eppure, ancora attrae, in modo definitivo, colui che in tutta umiltà si avvicina alla Ars Regia. La Via è stata seguita, nei secoli, da uomini conosciuti e sconosciuti, alcuni screditati, tacciati di stregoneria, di magia, ma animati da fuoco interiore, dotati di una profondità di pensiero non comune, capaci di operatività immane, forti di una dedizione senza pari.Il loro posto è e sarà sempre accanto ad ogni uomo che desidera trovare.

TAVOLA DEL FR.’. C. A. Cst,  

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LAVORI E NON SUCCEDE NIENTE

LAVORI E NON SUCCEDE NIENTE

sandro bonvissuto

21 Novembre 2021

Il lavoro ha perso di dignità e denaro, quindi si torna a emigrare, ricominciando da dove avevamo finito; è un cerchio che si chiude. Era già successo a chi ci ha preceduti, ci si mette in viaggio per cercare qualcosa che qui non c’è o non c’è più. Credo sia la felicità. Come famiglia discendiamo da emigrati (mio nonno italiano è morto ed è sepolto in Sud America), e i figli di questi hanno poi a loro volta avuto modo di tornare in Italia. I figli loro, nipoti dei primi espatriati, fra cui io, sono riusciti infine a restarci. Ma i figli nostri ora, proprio come avevano fatto i loro bisnonni, prendono di nuovo le valigie, le riempiono con quello che possono, e vanno via. Non sono più bagagli di cartone legati con lo spago, ma il concetto è lo stesso: puoi portarti dietro solo una parte dei tuoi affetti. Ogni trasloco è una perdita, ogni addio una mutilazione, ogni partenza ha un fardello fatto di oblio, e la zavorra più pesante è sempre quella invisibile. Si tratta della storia di molte famiglie come la mia, e me ne ricordo perché è da stolti restare nella propria vita personale e basta, credere come solo all’interno di questa debba compiersi per intero il nostro destino. Bisogna affacciarsi alla storia, abbracciare almeno le epoche che corrispondono alle generazioni con le quali siamo ci siamo sovrapposti, accavallati. Le facce delle quali si ha ricordo e sentimento, persone da cui si può avere una narrazione incarnata di ciò che è accaduto. Parlare del passato, all’interno della propria comunità familiare costituisce la più antica e nobile forma di cultura mai sperimentata dalla specie umana, e questa verte da sempre sul racconto orale. Se solo voi capiste la differenza tra la testimonianza che i nostri nonni possono farci della loro vita, e le notizie che del medesimo arco storico sono riportate in un documentario televisivo, scoprireste di trovarvi di fronte a due categorie completamente diverse del sapere: una è conoscenza, l’altra informazione. Quando mia nonna mi racconta della guerra o dell’emigrazione quello è un processo morale che attraverso una colleganza affettiva con chi narra fonda l’etica di chi ascolta, mentre quando leggi un articolo come questo ti limiti ad avere un semplice ragguaglio su certe cose, nozioni che dimenticherai al primo starnuto.

Nel racconto di un anziano c’è conoscenza principalmente perché chi trasferisce sa quello che dice, cioè la conoscenza ce la deve avere prima di tutto chi parla perché la si possa poi far transitare a chi ascolta. I veterani delle nostre comunità sono quindi un patrimonio vivente, e parlare con loro è avere accesso a l’unica forma di cultura ancora libera, non assoggettata a concetti strumentali di produttività, fatturato, prodotto interno lordo: «Voi vivete per acquistare, a noi non ci serve niente». La sera cenano con un piatto di verdura e un bicchiere di vino. Il racconto di questa gente recuperabile direttamente all’interno delle nostre famiglie dentro casa nostra, è avulso da ogni tipo di propaganda e di interesse, libero dal politicamente corretto, dalla menzogna degli ideali meritocratici del tipo: «Se ti impegni puoi farcela», ascoltati anche per bocca di presidenti americani insigniti col premio Nobel. Certo che se mi impegno ce la faccio, solo che non ho capito a fare che cosa. Si tratta di slogan al servizio della moderna disciplina del lavoro, fatti a sua stessa immagine, somiglianza e utilità. Ma adesso lavori lavori lavori e non succede niente.

Una volta i giovani si chiamavano come i loro nonni, proprio per creare a priori la possibilità che venisse mantenuto un legame fra queste due generazioni, fra le quali ce n’è una terza. E poi perché trionfasse l’individualismo è bastato smettere di mangiare insieme, di raccontarsi a vicenda, parlare senza fini di lucro, cose che da questo progresso sono considerate inutili. Per la società contemporanea tutto quello che sembra trascendente deve essere rinnegato perché incerto, e le tradizioni consolidate ignorate perché a matrice collettiva anziché privata. È la morte del sacro di cui parlava qualcuno. Gli antenati vedono con chiarezza la definitiva eclissi di ogni valore e speranza nelle moderne società industriali, votate al tornaconto, all’arricchimento, schiave del guadagno e del profitto. L’idea di paese sovrano è tramontata, traslata nel concetto di mercato, e nessuna nazione governa più a casa sua, il mondo globale è un’azienda acefala, i cui destini sono in mano a capitali senza bandiera. Che cosa sia stato dei nostri avi ancora precedenti non lo so, perché degli antenati di prima non è rimasta traccia, due guerre mondiali hanno provveduto a cancellare tutto. In mezzo a queste quattro generazioni, circa cento anni a oggi, non c’è stata solo la guerra però, c’è stata pure la Liberazione, la pace, la Costituzione. E proprio in questa c’è scritto che l’Italia avrebbe dovuto essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro. E invece ha finito per essere fondata sullo sfruttamento del lavoro; l’era contemporanea del nostro paese vive sotto lo scacco dell’ennesimo tradimento. Mio nonno lavorava in fabbrica, ci andava col tram e faceva il gelataio, mia nonna stava a casa, hanno avuto sei figli e pagato sempre l’affitto: «Ma non lo capisci che oggi vai a lavorare, per comprarti la macchina, per andare a lavorare?». Parlano dall’alto di un sapere che è stato capace di salvare loro la vita, e che gli era stato insegnato dalla vita stessa, alla quale preme più di tutto di autoconservarsi. Di fronte ai processi disumani della società capitalistica, di fronte allo sviluppo tecnologico che ha creato il mito della rapidità e dell’efficienza, mi ricordo dei pensionati che avevano la senile abitudine di dormire con la valigia sotto al letto, perché può sempre succedere di doversi rimettere in cammino nella vita. Anzi sbaglia chi ha creduto di potersi fermare. L’esistenza ribolle di continuo, la storia è spesso violenta nelle sue maniere. L’uomo è nomade, la donna pure, altrimenti saremmo nati con le radici come gli ulivi. Per l’ennesima volta avevano ragione i vecchi: non è mai vero che la felicità ci viene incontro, siamo noi che dobbiamo inseguirla.

ARTICOLO SEGBALATO DEL FR.’. A. F.

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