PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».(ANSA). GAL 15-OTT-02 18:35 NNN
Pubblicato in Pinocchio | Lascia un commento

INIZIAZIONE AL GRADO DI MAESTRO DI DUE FRATELLI

Iniziazione al Grado di Maestro di Massimo Corti

.

Venerabilissimo,

rispettabili Fratelli Maestri e soprattutto

rispettabili neo-maestri,  

      questa sera avete raggiunto il grado più alto del nostro ordine, da questa sera il vostro essere massoni deve acquisire un significato nuovo, più impegnativo, perché carico di ulteriori e accresciute responsabilità.

      Questa tornata che si è svolta rappresenta l’iniziazione integrale ed è stata acquisita la pienezza dei diritti massonici; ora in sostanza, carissimi Fratelli, può essere finalmente portata a compimento la costruzione del vostro tempio interiore. Siete cioè arrivati al limite della morte e finalmente il buio è stato squarciato da un raggio di sole radioso.

      Dalla morte simbolica siamo passati ad una rigenerazione, ad una metamorfosi. L’iniziato che prima era un verme strisciante, si è reso crisalide. E’ nato un Maestro. E’ nato un uomo vero, munito di squadra e compasso. Hiram non è morto, è ancora fra noi, più forte e più pronto che mai!

      Così se da un lato la Massoneria è una comunione che riunisce degli uomini con una stessa liturgia, cioè per mezzo di riti comuni, da un altro lato essa tende a creare degli uomini, degli individui, ciascuno avente coscienza del proprio valore.

       Ed è proprio nella Loggia che il Massone deve conservare e sviluppare le sue qualità innate. La Loggia è, per il Massone, una scuola dove può esprimersi liberamente dinanzi ad un uditorio attento e benevolo.

      Il Fratello maestro sarà nella Loggia una pietra perfetta, un elemento indispensabile all’esistenza della Loggia. Indispensabile, è bene ricordarlo, fuori e dentro la Loggia, perché anche fuori dal perimetro del tempio c’è bisogno di uomini veri, di uomini che abbiano dei comportamenti che si ispirino a quei superiori livelli fissati dalla nostra disciplina etica.

      Verità, Ragione e Giustizia; sono queste le tre caratteristiche del Fratello Maestro, sono questi i tre fini ideali.

      Fanatismo, Ignoranza e Ambizione; sono i tre sciagurati Compagni a scagliarsi contro il saggio Maestro. Fra queste tre tentazioni vorrei riflettere soprattutto sull’ambizione, perché è la molla più potente e insidiosa e perché è, soprattutto essa, che spinge all’orrendo misfatto.

      Dal terreno fertile dell’ambizione sfrenata, quanti uomini hanno calpestato altri uomini, quanti esseri umani umiliati, derisi e denigrati da altri esseri umani!  Un’ambizione sbagliata porta in un tunnel da cui non si esce, se non più poveri dentro, temuti senz’altro ma non stimati o amati.

      Ma la Massoneria non è forse anch’essa un atto di amore verso se stessi e verso i Fratelli?

      Quanto è bello e corroborante per noi sentirsi stimati fuori e dentro la Loggia, stimati e apprezzati da altri uomini, da altri Fratelli.

      Vicino al Fratello bisogna sentirsi come fra mura amiche, con lui ci si può esternare, esprimere liberamente e senza paracadute, in discesa libera. Vicino a lui non si deve rischiare di essere fraintesi: il fratello comprende, aiuta, ti è vicino, ti difende, è contento se tu sei contento, è triste se tu sei triste.

      Con l’essere Massoni e soprattutto Fratelli Maestri, siamo di fronte ad uomini che hanno scelto non già la libertà di fare qualunque cosa, ma di fare solo quelle cose che sono compatibili con la scelta assorbente di essere Massoni, da loro stessi consapevolmente compiuta.

      E allora difendiamo questo nostro essere Fratelli, difendiamolo dalle insidie e dalla sciatteria dei sentimenti superficiali.

      Insieme dobbiamo viaggiare, insieme e solo insieme dobbiamo cercare di far rivivere la sapienza che era ed è in Hiram.

      Ungaretti ha dedicato alla parola “Fratelli” una sua poesia, così intitolata, che fa al caso nostro anche se egli l’ha scritta affranto nel suo animo dalle lacerazioni della 1° Guerra mondiale, della fratricida guerra di trincea. Il poeta si rivolge a tutti i contendenti, Italiani e Austriaci, pronti però nella notte ad un comando a spararsi l’uno contro l’altro, dimenticando appunto di essere uomini fra uomini, fratelli senza distinzione di confini, divise, razze o credenze.

Di che reggimento siete

Fratelli?

Fratello

Tremante parola

nella notte

come una fogliolina

appena nata

saluto

accorato

nell’aria spasimante,

implorazione

sussurrata

di soccorso

all’uomo presente alla sua

fragilità.

Di che reggimento siete

Fratelli?

Parola tremante

nella notte.

Foglia appena nata.

Nell’aria spasimante

Involontaria rivolta

Dell’uomo presente alla sua

Fragilità.

Fratelli.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

UTOPIA

Utopia

(Evrio Cicalini)

      Tommaso Moro intitolava così una specie di romanzo filosofico: DE OPTIMO RESPUBLICAE STATU DEQUE NOVA INSULA UTOPIA, l5l6) nel quale narrava le condizioni di vita in un’isola sconosciuta detta appunto Utopia, condizioni di vita che sarebbero state caratterizzate dall’abolizione della proprietà privata e dell’intolleranza religiosa. In seguito il termine è stato esteso a designare non solo ogni tentativo analogo, anteriore o posteriore che fosse, come la “Repubblica di Platone” o ”la Città del sole”  di Campanella, ma anche in generale ogni ideale politico, sociale o religioso di difficile o impossibile realizzazione.

      Come genere letterario, l’Utopia cade fuori della considerazione filosofica: basti qui osservare che essa è stata ed è tuttora, in questa forma, molto diffusa e che la sua ultima incarnazione sono i romanzi di fantascienza. Problema filosofico è la valutazione dell’Utopia, sia questa espressa in forma romanzesca sia espressa in forma di mito o di ideologia, ecc.; e su questa valutazione i filosofi non sono d’accordo. Comte affidava all’Utopia il compito di migliorare le istituzioni politiche e di sviluppare le idee scientifiche.

      Marx ed Engels, al contrario, condannavano come utopistiche le forme che il socialismo aveva assunto per opera di  Saint Simon, Fourier e Proudhon, contrapponendo ad esse il socialismo “scientifico” che prevede la trasformazione immancabile del sistema capitalistico in sistema comunista ma esclude qualsiasi previsione sulla forma che assumerà la società futura e qualsiasi programma per essa. Sorel nello stesso senso contrapponeva all’Utopia “opera di teorici che, dopo aver osservato e discusso i fatti, cercano di stabilire un modello al quale si possano paragonare le società esistenti per misurare il bene e il male che racchiudano” il mito che invece è l’espressione di un gruppo sociale che si prepara alla rivoluzione. Mannheim ha invece considerato l’Utopia come destinata a realizzarsi, in contrapposto all’ideologia che non riuscirebbe mai a realizzarsi.

      L’Utopia sarebbe in questo senso alla base di ogni rinnovamento sociale.

      In generale si può dire che l’Utopia rappresenta una correzione o integrazione ideale di una situazione politica o sociale o religiosa esistente. Questa correzione può rimanere, come spesso è accaduto ed accade, allo stato di semplice aspirazione o sogno generico, risolvendosi in una specie di evasione dalla realtà vissuta. Ma può anche accadere che l’Utopia diventi una forza di trasformazione della realtà in atto e assuma abbastanza corpo e consistenza per trasformarsi in autentica volontà innovatrice e trovare i mezzi dell’innovazione. Di regola la parola viene intesa più in riferimento alla prima possibilità che alla seconda. Tuttavia neanche la seconda può escludersi: per quanto, quando essa si verifica, l’Utopia debba rivendicare per sé il nome di ideologia o di idea.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

SOLIDARIETA’

Solidarietà di Massimo Corti

Rispet.mo   M .   V .      

Carissimi Fratelli,

      Affrontare il concetto di Solidarietà implica una base di parten­za da cui prendere avvio, essere anche volutamente  provocatori, pre­cisare  infine  cosa la  Solidarietà  massonica è,  e  ciò  che  deci­samente  essa non è.

      Intanto da un punto di vista etimologico diciamo che con il termi­ne Solidarietà comunemente si intende una obbligazione e una respon­sabilità accettata in comune, insieme e in modo inscindibile. Ma cer­tamente tale termine talvolta usato e abusato, ma pilastro fondamen­tale della Massoneria, assume un significato ancora più compiuto e profondo se viene esaminato appunto secondo un’ottica prettamente massonica.

      Esiste infatti in Massoneria un concetto alto di Solidarietà, ed è un concetto tenace, ma solo nel bene, nella diffusione dei principi sani di Libertà e di Uguaglianza, nel combattere con tutti i mezzi possibili l’ignoranza, la superstizione, l’ipocrisia dei falsi apo­stoli della Verità. In Massoneria i limiti sono ben definiti! Ma perché allora nel mondo profano della Fratellanza e della Soli­darietà massoniche si danno spesso delle definizioni distorte e sostanzialmente negative? Perché la cronaca di questi ultimi anni ci riferisce come i nostri più ferventi denigratori, vecchi e nuovi, sono troppo spesso solleticati dal presentare la nostra idea di So­lidarietà e Fratellanza in modo tale da dar vita ad una caccia alle streghe, ad accuse calunniose e infamanti verso l’Istituzione, con giudizi drastici e collettivi da Tribunale di Inquisizione?

      Si può, attraverso errori e colpe individuali condannare un’intera Istituzione e tutto il popolo massone, onesto e perfetto cittadino? E’ la storia che ciclicamente si ripete: qualcuno a suo vantaggio voleva dare alla massa un mostro e distogliere l’attenzione pubbli­ca da ben altro. Il mostro è stato trovato , perfidamente costruito, sbatterlo in prima pagina è stata facile conseguenza del progetto architettato.

      Da parte nostra vi è la tranquillità di chi ha la coscienza a posto, di chi ha un concetto di Solidarietà che nulla ha a che fare con la disonestà, la tranquillità di chi sa di agire per il bene e per la ricerca della verità.

      Sgombrato il campo dai fraintendimenti profani su questo concetto, liberi da ogni condizionamento, vediamo di focalizzare la vera idea massonica sulla Solidarietà.

      In Massoneria Solidarietà non significa intanto procurarsi a vicen­da vantaggi morali e materiali, perché il profitto materiale è asso­lutamente escluso per chi appartiene alla Massoneria e il vantag­gio morale non può ricercarsi che nella fermezza del carattere, che è una conseguenza dell’elevarsi ad alte idealità.

      La libera Muratoria ha uno stretto legame che unisce fraternamente e nessuna Istituzione è così decisamente tesa all’unione. Di ciò ne andiamo fieri.

      Bussare alla porta del Tempio significa: domandate e riceverete, cer­cate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Il fratello deve essere da tutti riconosciuto come tale e tutti devono essere disponibili a volergli prestare aiuto in qualsiasi occasione: difenderlo, confor­tarlo nelle sciagure e specialmente quando la sua mente è priva di serenità e l’animo suo può vacillare, quando è ingiustamente at­taccato o è vittima di ingiuste persecuzioni.

      Dobbiamo essere però con uguale intensità buoni cittadini e ris­pettosi delle leggi dello Stato e quindi va detto anche che non pos­siamo anteporre al pubblico bene quello di persona meno degna a favorire gli interessi pubblici, anche se nostro fratello.

      La Solidarietà è doverosa da parte dell’Istituzione che, suo tramite, nel rafforzare i suoi adepti, rinvigorisce se stessa. Deve però es­sere controllata e perciò opportunamente disciplinata ed inquadra­ta nel contesto strutturale della Famiglia.

      Occorre evitare richieste dirette che, per essere senza preventivo vaglio, si dirigono molto spesso agli stessi fratelli, essiccandone le possibilità e determinano sovente abusi. Occorre ricordare che tra noi vi è la figura e la saggezza del M. V. a cui dobbiamo fare riferi­mento, perché diversamente vi è colpa massonica per gli esauditori non meno dei richiedenti.

      La Solidarietà tra fratelli si esplica mediante lo scambievole aiu­to nel bene per la loro elevazione intellettuale e morale e per la difesa contro l’ingiustizia. Qualsiasi altro legame deve intendersi contratto nell’ambito privato, senza coinvolgimenti, né diretti né indiretti, dei vari Enti ed Organi Istituzionali. Tutto ciò è essen­ziale perché la fraterna armonia che regna e deve regnare fra i fra­telli non venga mai turbata.

      Sono queste parole e concetti delicati, ma profondamente veri e giu­sti in ogni tempo: ieri in tempi normali e oggi che abbiamo puntata su di noi la lente di ingrandimento anche perversa dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Bisogna però essere consapevoli e certi che fra noi vi sono, perché massoni, i migliori cittadini e la parte migliore della nostra società civile, della quale il nostro paese  può vantarsi e andare a testa alta in ogni consenso a qualsiasi livello.

      Molti fiumi di inchiostro sono stati versati sul concetto di Solidarietà,  molti altri ancora fluiranno sui documenti e sui libri della saggezza umana, ben sapendo che oltre che concetto massonico la Solidarietà può contenere e contiene anche implicazioni individuali e filosofiche. 

      Molte e numerose sono le filosofie orientali ed europee che hanno trattato questo tema, molte le religioni che sul concetto di Solidarietà hanno in vario modo fondato la loro essenza, ma in questa ottica la Massoneria è prima fra tutte, se è vero come è vero, che non si è mai limitata alla sola teorizzazione di questo concetto. Troppo spesso infatti altri hanno dato ampia dimostrazione di  aver solo predicato bene e di essersi ancorati poi, alla prova dei fatti, all’utilitarismo del momento storico in cui vivevano. Noi massoni, noi fratelli, proprio perché privi di dogmi eindipendenti, crediamo  nell’Uomo, niella sua ricerca della Verità, che talvolta si fa spasmodica e agile, talvolta magari molto più graduale, lenta e piena di intervalli.

      Eallora possiamo affermare che la Istituzione massonica più di altri si trova abilitata a giocare un ruolo da punta di diamante nella ricerca della Vera Luce e nell’abbattimento di quei muri d’ombra che si trovano lungo il  lento e faticoso cammino che porta alla perfezione.  Il Massone con la Solidarietà dei suoi Fratelli, con la saggezza che ha ereditato dai suoi predecessori e che giudica come un dolce punto di appoggio da  cui proiettarsi in avanti, vuol caparbiamente battere fino in fondo la strada  intrapresa, scevro da qualsiasi feticcio da idolatrare e ricco invece di grande razionalità.

      In questo cammino verso la Vera Luce siamo in molti, sempre più numerosi, tutti consapevoli e orientati all’impegno e alla difesa della persona, delle idee e della Libertà dei nostri Fratelli-Compagni di viaggio.

      Crediamo che sia cosa bella e confortante prendere coscienza che Tu, fratello massone, hai con te e vicino a te, dei fratelli impegnati a sostenerti e a difenderti, perché ti conoscono fin dall’inizio del cammino come il più geloso custode della Filantropia, che appunto è propria di una società di uguali. Cosa diversa invece è la Carità che paradossalmente ci sembra più umiliante. Essa non nasce da un contratto o da un giuramento fra uomini liberi e di sani principi, come è invece nata la Solidarietà massonica.

      L’uomo massone, nella sua imperfezione enei suo cammino verso la Verità non invecchia mai, né ci appare mai come ricurvo estanco. Egli  è giovane  e robusto, non  ha età e vive in un clima di esigenzee di bisogni: alcuni naturali, fisici, come l’alimentazione ad esempio, altri sono invece bisogni di appartenenza. Ecco, la  Massoneria risponde anche a questo bisogno dell’uomo di appartenenza, però in un rapporto ugualitario. Essere solidali allora per ilmassone ha un valore duplice, attivo e passivo, significa rispetto verso se stessi e verso gli altri fratelli, con i quali ci troviamo, ci conosciamo, approfondiamo i temi della Vita e troviamo la carica e la linfa per andare avanti.

      Quando questa conoscenza fra fratelli è vera e profonda ed è il frutto anche e soprattutto di una partecipazione attiva, costante e duratura ai la­vori dei nostri Templi, la Solidarietà diventa implicita e viene di per sé. Solo in queste condizioni siamo cioè in grado di prevenire i bisogni dei fratelli e magari dimostrare la nostra solidarietà al fratello che ne necessita, quasi in silenzio, senza pavoneggiamenti o firme di cambiali da presentare forse un domani all’incasso a riprova della nostra “buona e solidale” azione fatta a suo tempo.

      Il nostro concetto di Solidarietà e di  Fratellanza è cosa ben diversa: consiste nell‘educarci, nell’istruirci, nel correggere inostri difetti e nell‘usare la maggiore Tolleranza per quelli degli altri. La Fratellanza insegna a concedere, non a ricevere.

Invano allora inostri denigratori ci accusano di far parte di un sistema di reciproche protezioni. Occorre diffidare di chi, senza poter dimostrare nulla, divulga calunnie che mirano a colpire l’Istituzione Massonica. Se dei Massoni assurgono ad alti e importanti uffici è evidente la ragione. Nella nostra Famiglia non si accoglie un profano senza averne pesato la intelligenza, il carattere, la probità. Quindi è naturale che nella nostra Associazione, composta di tali elementi, vi siano quei cittadini che emergo più   di altri per le loro qualità personali. La nostra ambizione è quella di mirare alla qualità e non alla quantità, è quella di essere coscienti di aver scelto il meglio della società in modo da migliorarci spiritualmente e reciprocamente. Allora il fatto poi che questo Fratello ricopraincarichi è solo un fatto  incidentale.

      A questo punto ci viene spontaneo raffrontare i principi di Solidarietà edi Fratellanza massonica con iprincipi di Solidarietà e di Carità cristiana. Alla luce di quanto sopra, ben sappiamo come sia la Chiesa che la Massoneria vogliono servire l’uomo, ossia si ispirano all’Amore. Ma l’uomo massone ci sembra totalmente emancipato, obbedisce ad un fine ultimo, non è prefabbricato  e non accetta dogmi, ma cerca la Verità irraggiungibile nel grande  mistero dell’universo. La Massoneria è scuola di Fraternità, di Tolleranza e di Solidarietà e ha focalizzato tali concetti nella loro vera essenza con due secoli e mezzo di anticipo rispetto al ConciIio Vaticano II.

      La nostra Solidarietà è cosa di molto più positivo  e concretodel concetto cristiano di Carità e di Pietà. Ci sembra, senza falsi trionfalismi, che la Massoneria sia più in linea con i tempi, più moderna e più fiduciosa nell’uomo, mentre la Chiesa deve rivedere e rendere consone ai tempi ealle mutate situazioni le proprie posizioni, troppo spesso irretite  da interessi di parte o di potere.

      La Massoneriafa partire il suo concetto stesso di Solidarietà dall’uomo fatto centro e su cui occorre puntare il compasso della Vita per instau­rare una religiosità dettata dalla Ragione; sotto l’aspetto sociale e po­litico tende a rendere gli uomini e i popoli liberi e consapevoli della loro Libertà; infine nell’Uguaglianza mira a realizzare una organizzazione umanitaria.

      La Chiesa invece, prima di arrivare al messaggio ecumenico giovanneo, messaggio  di pace, di amore e di unità, per troppo tempo si è soffermata a combattere guerre di retroguardia e conservatrici rispetto ad un mondo e ad una società che miravano ad andare avanti.

      Con la Solidarietà massonica l’uomo non si deve sentire mai umiliato,  rimane a pieno titolo protagonista e partecipe, non piange in una valle di lacrime tendendo passivamente la mano in attesa di elemosina.

      La Solidarietà e la Fratellanza massoniche non sono una polizza di assicurazione, una garanzia da rischi. Continuando nella metafora, l‘essere massoni allora dipende da una scelta personale, non da una scommessa, per cui dobbiamo dare tutti noi stessi, senza che sia fissato un premio.

Il Massone è l’Ulisse dantesco che, varcate le colonne d’Ercole con i suoi compagni e facendo tesoro di ciò che ha appreso dall’esperienza e dalla saggezza  dei suoi predecessori, va avanti verso il futuro e dice ai suoi:

                    fatti non foste a viver come bruti

                    ma per seguir virtute e conoscenza…

Il Massone ,con il suo concetto di Solidarietà e di Fratellanza, esplicata “mediante lo scambievole aiuto nel bene” e per la “elevazione intellettuale e morale” è ben rappresentato da questo Ulisse che al pari di un moderno astronauta va alla ricerca nello spazio cosmico della “Virtute”, della “Conoscenza” e della sua perfezione

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

IL “CAMMINO” DEI MASSONI

Il “Cammino” dei Massoni   di  EROS ROSSI

Carissimi Fratelli,

il grande Fr\ Goethe, in una sua mirabile poesia, così definisce il “cammino” dei Massoni:

                                               “E’ simile alla vita

                                               ed alle sue fatiche;

                                               alle azioni degli uomini

                                               assomiglia, quaggiù

                                               nel mondo.

                                               Il nostro sguardo

                                               l’avvenire nasconde,

                                               grado a grado,

                                               dolori e gioie.

                                               Noi senza timore

                                               andiamo avanti

                                               sulla nostra strada,

                                               sempre. . . “      

            La lettura di questa poesia mi ha fatto profondamente riflettere e, per meglio capire il pensiero dell’autore, ho ritenuto opportuno rileggere un famoso libro del FrT Goethe dal titolo “Le affinità elettive”, cercando di analizzarlo con la mente dell’iniziato per cogliere i messaggi esoterici e massonici in esso eventualmente contenuti.

Goethe utilizza sapientemente il diario scritto da Ottilia, una delle protagoniste femminili del romanzo, come strumento per divulgare i propri pensieri massonici, nascosti nelle sensazioni che la ragazza prova e che affida alle pagine del diario.

            Ecco alcuni brani di tale diario:

–           “Se incontriamo qualcuno che ci deve della gratitudine, tosto ci pensiamo. Tanto spesso incontriamo persone alle quali dobbiamo essere grati, e non ce ne viene il pensiero.”

–           “Le Società più evolute sono quelle in cui vige fra i vari membri un sereno rispetto vicendevole.”

–               “Resti ad ogni singolo la libertà di occuparsi di quello che lo attrae, di quello che gli fa piacere, di quello che reputa utile; ma il vero e proprio studio dell’umanità deve essere dedicato all’uomo.”

–           “La figura umana é suprema e unica nel portare in sé l’immagine della divinità.”

–           “Ogni creatura, per essere perfetta nella sua specie, deve uscire da essa superandola, deve diventare diversa dagli altri, deve essere incomparabile. In parecchie note l’usignolo è ancora un uccello come tanti altri; poi esso vibra e si innalza sopra la classe sua e sembra voler rivelare agli altri alati cosa sia veramente cantare”.

Nella poesia e nel libro del Fr. Goethe ho ritenuto di cogliere alcuni aspetti fondamentali del nostro essere Massoni e mi auguro che possano suscitare, in ciascuno di voi, emozioni e sensazioni profonde in modo da sviluppare ulteriori riflessioni in merito.

Colui che ha scelto di percorrere il duro cammino iniziatico (credo che questo concetto dovremmo, in qualche misura, farlo comprendere ai profani) è un uomo come tutti gli altri, con la sua fatica di vivere, con i suoi difetti e i suoi pregi, con le gioie e con i dolori che la vita porge agli esseri umani ogni giorno, con i suoi errori, con i suoi successi e le sue inevitabili cadute.

Rispetto agli altri uomini ha solo il pregio di cercare di migliorarsi continuamente, di non nascondere a sé stesso i propri lati negativi ma anzi di analizzarli allo scopo di correggerli, attraverso un lavoro difficile e non sempre coronato da successo, andando avanti nel suo viaggio iniziatico con costanza, senza timori.

Il Massone crede profondamente nell’uomo, rispetta tutte le idee e tutte le convinzioni e, per questo, chiede rispetto per le proprie; egli ama profondamente la libertà (Dante scriveva: “Libertà vo cercando, che è sì cara — come sa chi per lei vita rifiuta”), ama la propria libertà e quella degli altri; l’iniziato è convinto che l’umanità meriti un’esistenza più bella, più pulita e serena, e dedica a questo entusiasmante progetto tutte le proprie energie morali e intellettuali.

Il Massone, come l’usignolo di Goethe, tenta di produrre note sublimi, di elevarsi sopra la sua specie, cerca incessantemente di portare nel mondo profano i suoi valori e i suoi principi, non allo scopo di avere riconoscimenti o applausi, ma solo perché in questo modo egli può veramente operare per il bene e il progresso di tutti gli uomini.

Carissimi Fratelli Scozzesi, anche nei momenti più tristi, anche di fronte ai piccoli Insuccessi, negli attimi di scoramento e di difficoltà, dobbiamo ripetere a noi stessi, senza presunzione ma con la forza dei nostri convincimenti, che anche il nostro piccolo granello di sabbia è indispensabile per la costruzione del Tempio Universale.

 “Noi senza timore, andiamo avanti, sulla nostra strada, sempre….

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

CRESCITA CULTURALE PER IL MASSONE

 Crescita culturale per il massone

Carissimi Fratelli,

di solito nelle mie tavole cerco di essere breve e di esprimere concetti in forma concisa e possibilmente chiara. Questa volta però voglio prendere l’argomento da lontano, sperando  comunque di non annoiarvi e di riuscire lo stesso a stimolare le vostre riflessioni.

Pensando che cultura fosse sinonimo di aver studiato, mi ripromettevo di chiarire che avrei parlato di cultura distaccandomi dalla definizione dei dizionari. Invece nel dizionario Treccani ho trovato questo: “L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”.

Ecco, quello di cui vorrei trattare è proprio la “consapevolezza di sé e del proprio mondo”, che spesso viene definita “coscienza”.

Per svolgere i miei ragionamenti farò riferimento a teorie scientifiche, alcune delle quali non proprio dimostrate, e quindi andrebbero considerate come ipotesi, ma non si tratta qui di formulare una sintesi di varie teorie per proporre una possibile risposta al quesito di che cosa è la coscienza. Prendete quindi i miei ragionamenti come un esercizio per sondare eventuali possibilità e non come una dimostrazione di che cosa sia questo ente che a volte chiamiamo “ego”, a volte “anima” e a volte in molti altri modi.

Il filo logico del ragionamento è il seguente: la vita sulla Terra si è organizzata in un modo che ha portato Darwin a formulare la Teoria della Evoluzione delle Specie, ricercatori  anche recenti hanno dimostrato che è perfettamente possibile che la materia (ma i neuroni, non i sassi) possa dare origine al pensiero, altri ricercatori hanno ipotizzato che il prodotto principale del pensiero, cioè la coscienza, altro non sia che una sovrastruttura “culturale” originata dal nostro cervello. In base a queste teorie, crescita culturale diventa sinonimo di crescita di coscienza, ovvero di aumento della Luce che noi massoni otteniamo lavorando alla ricerca della Verità, ed è quindi questa la crescita culturale per il massone.

La prima ipotesi che intendo considerare quindi è quella formulata da Darwin sullo sviluppo della vita sulla terra. Anche se non proprio dimostrata, è una ipotesi molto convincente.

Darwin sostiene che tutti gli esseri viventi, anche gli organismi unicellulari, provano “emozioni” e infatti sono proprio le “emozioni” a guidare le reazioni che portano alla conservazione della specie. Vi riporto le parole di un commentatore di Darwin: “La nuova teoria delle emozioni costituisce pertanto la radice inestirpabile della nuova filosofia dell’uomo.

Nelle emozioni istintive ereditarie Darwin vede non solo un insieme inscindibile di corpo-cervello-mente-azione, bensì anche l’intreccio di passato, presente, futuro. Le emozioni istintive ereditarie, cioè le materie ereditabili che si fanno storia attraverso processi di interazione sociale non consapevoli, non verbali, non intenzionali, sono perciò per Darwin il punto in cui biologia e sviluppo culturale, strutture corporee e storia, si sovrappongono e vanno a modellare cognizione e azione. Così la paura della morte è conoscenza ereditaria, appresa attraverso il riconoscimento del dolore e della sofferenza degli individui della stessa specie o di altre specie, e attraverso l’empatia nei loro confronti: un intreccio plurale di emozioni e cognizioni del corpo e della mente, di socialità, di storia di specie e tra le specie che, dal lontano passato, emerge nel presente individuale, per proiettarsi ancora nel futuro.

Per questi caratteri innovativi la nuova teoria delle emozioni darwiniana è anche la radice inestirpabile della nuova teoria dell’istinto o coscienza, con cui Darwin fa cadere definitivamente le barriere tra istinto e ragione, tra sagacità-istinto animali e intelligenza-ragione umane”

Queste osservazioni fanno intravedere una genesi del tutto naturale della coscienza; ma come può essere possibile che un oggetto di pura materia, sia pure organizzato in miliardi di cellule specializzate, possa apprendere qualcosa?

Un gioco matematico proposto su Scientific American più di 30 anni fa potrebbe forse darci un’idea di come ciò possa accadere. Si tratta di un gioco simile al filetto dove da una parte gioca una persona e dall’altra gioca un automa. Ora siccome il gioco è piuttosto semplice e la scacchiera è ridotta, in tutto sono possibili 25 configurazioni di gioco, per cui l’automa dispone di 25 scatole contenenti ciascuna 4 biglie di colore diverso: ogni colore indica la direzione della mossa da fare, in alto , in basso a destra o a sinistra. In una data configurazione della scacchiera, si estrae dalla scatola corrispondente una biglia a caso e si fa eseguire all’automa la mossa indicata. Se alla fine l’automa vince, si rimettono tutte le biglie al loro posto; se però l’automa perde, si rimettono al loro posto tutte le biglie tranne quella che ha determinato la sconfitta. In questo modo le mosse dell’automa diventeranno sempre più “intelligenti” e alla lunga diventerà difficile batterlo.

Se consideriamo la infinita potenza di un sistema di miliardi di neuroni paragonato a 25 scatole che consentono quattro possibilità di reazione, appare chiaro come le possibili “mosse vincenti” del cervello (o meglio, stando al nostro esempio, che implica che si impara dagli errori, l’abbandono delle “mosse” perdenti) possa essere di numero e qualità infinitamente superiori.

Ecco quindi che il ≪dualismo di sostanza≫ cartesiano: la mente come sostanza eterea immateriale e, all’opposto, la materia come sostanza estesa, immersa nella corruttibilità dello spazio e del tempo, possa essere considerata una ipotesi dovuta alla incapacità di immaginare a quell’epoca un sistema capace di autoapprendimento.

Rescogitans o res extensa, mente o corpo, mente o cervello, nettamente separati, qualitativamente differenti, con in più il mistero di una loro interazione è, secondo alcuni, oggi non più sostenibile.

          Si dovrebbe giungere al completo capovolgimento dell’assunto cartesiano. Dal ≪cogito ergo sum≫ si dovrebbe passare al ≪sum ergo cogito≫.

Il darwinismo, infatti, con la sua teoria della evoluzione per selezione ci fa vedere non solo la genesi della mente dal corpo, la generazione della mente dal corpo, ma anche il processo, il come la mente funzioni immersa nei diversi sistemi del cervello, del corpo, delle azioni, e delle interazioni con il mondo. E le neuroscienze oggi hanno trasformato le ipotesi darwiniane in esperimenti scientifici comprovati e quindi, su base scientifica, hanno mutato i concetti di materia e di mente.

Gerald Maurice Edelman un biologo statunitense, premio Nobel per la medicina nel 1972, insieme a Rodney Porter, per i suoi lavori sul sistema immunitario ha sempre più spostato i suoi interessi verso la fisiologia del cervello e le sue funzioni.

La sua originalità sta nell’aver coniugato i principi biologici generali dell’evoluzionismo al sistema mente, teorizzando quel darwinismo neurale che è diventato dagli anni ottanta oggetto di studi e sviluppi. Secondo Edelman, “la sostanza pensante non è affatto una materia straordinaria bensì ≪materia del tutto normale, costituita da elementi chimici quali il carbonio, l’idrogeno, l’ossigeno, l’azoto, lo zolfo, il fosforo, e da alcuni metalli presenti in tracce≫. Straordinaria invece è la sua organizzazione, come straordinaria è del resto l’ organizzazione di ogni altra materia del cosmo. Infatti, sono proprio le diverse organizzazioni che vanno a formare i tratti distintivi di ogni materia.

         Nell’essere umano si trovano circa duecento tipi di cellule e tra quelle più specializzate c’è la cellula nervosa, o neurone, che è una cellula particolare per tre motivi: la forma variabile, la funzione elettrica e chimica e la connettività, cioè la capacità di connettersi agli altri neuroni in reti neuronali.

Il cervello pertanto è la ≪ materia della mente≫ e ≪l’oggetto materiale più complesso dell’universo≫: trenta miliardi di neuroni nella corteccia degli umani.”

Queste considerazioni che ho esposto dunque ci portano ad ipotizzare che la coscienza nasca da un processo biologico naturale. Ma che cosa è?

Vi ho descritto il giochino dello Scientific American per darvi una idea di come sia possibile “imparare” o “diventare intelligenti” anche senza coscienza e quindi per suggerire un comportamento analogo del nostro cervello, da quando si nasce fino alla fine dei nostri giorni. Ma mentre nel giochino dello Scientific American c’è un uomo a pilotare l’apprendimento dell’automa, chi c’è a pilotare l’autoapprendimento del nostro cervello?

A decidere se l’ultima mossa era valida o sbagliata? Io vi propongo la seguente ipotesi: nella generalità dei casi, il cervello registra in modo positivo (e quindi le rafforza) quelle azioni/reazioni che provocano benessere; al contrario giudica negative quelle che inducono malessere, e ciò avviene a livello inconscio.

Quando invece si considerano le reazioni al livello conscio, allora interviene un “quid” a decretare se quella azione è buona o cattiva, da ripetere o da evitare.

Questo “quid” lo vorrei ora chiamare il Giudice/Arbitro.

Cos’è il Giudice Arbitro? Vi propongo questa descrizione: “Mondo di visioni non vedute e di silenzi uditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi!

Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e ancora possiamo fare. Un intro-cosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il mio me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla di nulla, che cos’è? E da dove venne? E perché?”

Converrete con me che questa descrizione dell’essere umano è abbastanza intrigante.

Questo Giudice/Arbitro, questo detentore della coscienza, se accettiamo la teoria di Darwin, deve essere comparso a un certo punto della storia evolutiva. Quando è successo? E come è accaduto? Senza scendere in troppi dettagli, vi dirò che è stata formulata la seguente ipotesi: gli emisferi destro e sinistro del cervello, uguali per quanto riguarda i motoneuroni, si differenziano invece per le capacità cognitive. Per semplicità si dice che il cervello sinistro è quello della razionalità e della parola, quello destro è quello della intuizione e delle  immagini. Questa caratteristica è stata definita “bicameralità”.

Partendo da questo assunto, si ipotizza che gli uomini primitivi, parecchie migliaia di anni fa, “funzionassero” soprattutto col cervello destro. Le intuizioni e le immagine elaborate dal cervello destro venivano passate al cervello sinistro che le verbalizzava, dando al soggetto l’impressione di udire delle vere proprie voci. Un po’ come accade ancora oggi agli schizofrenici.

A quel tempo però le voci, che avevano origine dalla struttura bicamerale del cervello, venivano attribuite agli dei.

A supporto di questa ipotesi si fa riferimento a molte statue di divinità diffuse in tutto il mondo che mostrano il dio a bocca aperta, come nell’atto di parlare.

Chi poi si faceva portavoce della parola del dio per tutto il popolo era o un re o un sacerdote.

Nel corso dei secoli e dei millenni però questa situazione si è trasformata ed è stato preso come esempio di questa transizione il diverso stile con cui sono state scritte l’Iliade e l’Odissea. Nel primo poema, collocato intorno al mille avanti cristo, tutto è pilotato dagli dei e gli uomini sembrano non avere desideri o passioni proprie. Nel secondo gli dei sono molto sullo sfondo e tutto si svolge secondo le passioni e la volontà degli uomini.

Questo passaggio, definito il crollo delle camere bilaterali del cervello è stato dunque collocato nei quattro secoli del primo millennio avanti cristo. Nel corso di questo millennio si è assistito al crollo della mente bicamerale e alla comparsa della coscienza.

Questa transizione, questo passaggio evolutivo non si sarebbe ancora concluso, e vi sono tracce della struttura bicamerale riconoscibili nella varietà delle tecniche per mezzo delle quali l’uomo tenta di stabilire un contatto col suo oceano perduto di autorità. Profeti, poeti, oracoli, vaticinatori, culti di statue, medium, astrologi, santi ispirati, possessione demoniaca, tarocchi, sono altrettanti residui di una bicameralità che è andata restringendosi, via via che alle incertezze si aggiungevano altre incertezze.

Alla luce di queste considerazioni, si arriva a concludere che la coscienza è essenzialmente un ritrovato culturale, appreso sulla base del linguaggio e insegnato ad altri, e non una necessità biologica. L’autore di questa ipotesi attribuisce alla comparsa della coscienza un valore di sopravvivenza, per cui conclude che il passaggio ad essa potrebbe essere stato in effetti favorito in una qualche misura dalla selezione naturale.

A suffragio di questa ipotesi espone le seguenti considerazioni: “È impossibile calcolare quale percentuale del mondo civilizzato sia perita nei terribili secoli verso la fine del II millennio a.C. Io sospetto che tale percentuale sia stata enorme.

E la morte doveva abbattersi più veloce su coloro che obbedivano in modo impulsivo alle loro abitudini inconsce o che non sapevano resistere ai comandamenti dei loro dèi di colpire tutti gli stranieri che avessero interferito con le loro azioni. Può darsi perciò che gli individui più ostinatamente bicamerali, più obbedienti alle loro divinità familiari, perissero più spesso, il che favoriva la diffusione nelle generazioni seguenti dei geni degli individui meno impetuosi, meno bicamerali.

Anche qui possiamo appellarci al principio dell’evoluzione darwiniana, come abbiamo fatto nella nostra discussione del linguaggio. La coscienza deve essere appresa da ogni nuova generazione, e coloro che sono biologicamente più abili ad apprenderla avranno maggiori probabilità di sopravvivere.”

Carissimi fratelli, lo scopo della mia tavola non era di dimostrare come nel corso di miliardi di anni sia stato possibile passare dalla ameba all’homo sapiens. Mi sono servito di queste ricerche scientifiche per proporvi una riflessione.

Qualunque sia il supporto che rende possibile la nostra vita, sia che siamo fatti di carne e ossa o anche se fossimo fatti di acciaio e plastica, o anche se il nostro cervello invece che con impulsi elettrici e molecole di neurotrasmettitori funzionasse a carburo, rimane la sostanza che l’uomo esiste e vive su questa terra. Il Giudice /Arbitro, come l’ho chiamato io, cioè la vera essenza di ciascuno di noi, esiste ed ha valore indipendente dalla natura del supporto e dalle modalità con il quale è stato generato.

Quello che ho scritto finora tende a dimostrare che quello che consideriamo il nostro io è una sovrastruttura culturale, cioè appresa e continuamente migliorabile. Per questo è importante lavorare al suo perfezionamento e per questo sono utili gli strumenti che ci mette a disposizione la massoneria, e in particolare il rito scozzese.

Da questi ragionamenti dovrebbe discendere anche quanto siano irrilevanti le differenze di aspetto e di colore della pelle, e quanto invece sia vero che siamo tutti accomunati in una fratellanza che dovrebbe essere universale, perché discende da una uguaglianza che è universale. Possa il GADU operare affinché questi principi appaiano sempre più chiari e più forti alla coscienza di tutti.

Uno potrebbe domandarsi in questo quadro dove si colloca l’anima immortale. La risposta è che questa è una esposizione razionale e non c’è modo di accogliere l’anima in una esposizione razionale. I fatti però contano più della loro supposta spiegazione, per cui l’anima immortale può esistere anche se nei ragionamenti dell’uomo non compare. E la sua modalità di interazione col corpo, che per me (per ora) rimane un mistero può tranquillamente inserirsi nei meccanismi che alla mia ragione ben rappresentano l’essenza di un essere umano. A maggior ragione, per chi crede nella esistenza di un’anima immortale, gli uomini devono apparire tutti fratelli.

( D. B.)

Tavola ricevut dalla C. C. “Orlandi” di M;asa Marittima 01/10/2018

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

DEDICATO A TUTTI GLI IDIOTI

DEDICATO A TUTTI GLI   IDIOTI

Quando Gandhi studiava diritto all’università di Londra aveva un professore, Peters, che non lo sopportava; Gandhi, però, non era il tipo da lasciarsi intimidire. Un giorno il professore stava mangiando nel refettorio e Gandhi gli si sedette accanto. Il professore disse: – Signor Gandhi, lei sa che un maiale e un uccello non possono mangiare insieme? – Ok Prof, sto volando via … rispose Gandhi, che andò a sedersi a un altro tavolo. Il professore, profondamente infastidito, decise di vendicarsi al prossimo esame, ma Gandhi rispose brillantemente a tutte le domande. Allora decise di fargli la domanda seguente: – Signor Gandhi, immagini di stare per strada e di notare una borsa; la apre e vi trova la saggezza e molto denaro. Quale delle due cose tiene per sé? – Certamente il denaro, Prof. – Ah, io invece al posto suo avrei scelto la saggezza. – Lei ha ragione Prof; in fondo, ciascuno sceglie quel che non ha! Il professore, furioso, scrisse sul libretto la parola IDIOTA e glielo restituì. Gandhi lesse il risultato della prova e tornò subito indietro. – Professore, Lei ha firmato l’esame ma si è dimenticato di mettere il voto!

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

L’INDIFFERENZA

L’INDIFFERENZA

Carissimi Fratelli,

noi oggi siamo riuniti in una Camera Capitolare, ma gli insegnamenti su come comportarci rispetto a questo tema li troviamo disseminati sin dai primi gradi della nostra piramide.

Tuttavia come doverosa premessa occorre dire che l’indifferenza presenta molte sfaccettature, può riguardare vari argomenti e manifestarsi in molti modi. Alcune volte può essere addirittura positiva.

Noi però qui ci riferiamo al tipo di indifferenza descritta da Brecht in una celebre poesia:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei,

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Questa poesia lascia intendere che quando si vede commettere una ingiustizia non bisogna tacere. E fin qui tutto fila. Ma il punto è che cosa dobbiamo considerare una ingiustizia. I versi della poesia  lasciano intendere anche che non si è trattato di pura e semplice indifferenza, ma addirittura in qualche modo di una certa approvazione di quanto stava accadendo; come succede adesso di fronte alla chiusura dei porti per gli immigrati clandestini.

In definitiva tutto dipende dalle emozioni. Proprio qui, qualche tempo fa, si è parlato di Blaise Pascal e dei suoi pensieri. Una osservazione che ha fatto Pascal è la seguente: “nulla è insopportabile all’uomo quanto essere in un completo riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimento, senza un’occupazione. Avverte allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria dipendenza, il proprio vuoto”.

Questo pensiero descrive uno stato di assenza di emozioni che certamente spinge all’indifferenza, ma chi si trovi in questa condizione ha forse lui più bisogno di aiuto di quelli che si trovino in difficoltà per varie circostanze e che rimangono nella loro condizione miserevole per l’indifferenza generale.

Un altro tipo di indifferenza è quello proposto dalle filosofie orientali, che proclamano il distacco dalle emozioni e dalle vicende terrene. Sono filosofie belle, che andrebbero bene se le praticassero tutti, ma che mal si adattano al mondo occidentale, al mondo come lo conosciamo e lo viviamo noi.

Nella nostra civiltà il pensiero è azione e bisogna impegnarsi per realizzare i nostri obiettivi. Non possiamo permetterci di trascorrere il tempo in contemplazione aspettando di sentirci reintegrati e tutt’uno con l’universo. Dobbiamo fare delle scelte e talvolta siamo costretti a trascurare qualcosa, e rischiamo di trovarci in condizioni molto simili alla indifferenza, ma questo non è molto grave; se però ci lasciamo troppo prendere dagli affari profani, corriamo il rischio di incorrere nella situazione che può portare facilmente all’indifferenza e che si verifica quando nell’uomo prende il sopravvento una delle condizioni che hanno portato alla morte di Hiram: l’ignoranza, il fanatismo, l’ambizione.

L’ignoranza ha poco a che fare con l’emozione. E’ una condizione che ci fa commettere errori, che ci fa valutare male le situazioni e quindi ci porta a scelte sbagliate. Uno degli errori abbastanza comuni è quello di vedere in ogni sconosciuto un nemico. Da questo discende direttamente il fato di non curarsi del destino degli sconosciuti. Si resta sorpresi nel vedere come tante persone che affermano di essere cristiane si dimentichino dell’insegnamento di Cristo che dice che chi aiuta un forestiero aiuta lui stesso. Senza considerare tutta la letteratura che c’è sul prossimo, a cominciare dal titolo di un celebre romanzo “Per chi suona la campana”. Ma così appare oggi la nostra società, intrisa di egoismo e indifferenza. Noi massoni però oltre a questi insegnamenti di carattere generale, abbiamo anche indicazioni precise dai nostri rituali, che si condensano nell’esortazione “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, ma anzi…”. Per noi la fratellanza universale non è una parola vuota e, anche se a volte può essere faticoso, dobbiamo essere coraggiosi nelle nostre scelte e seguire più i nostri principi che le nostre conoscenze e non lasciare che l’ignoranza, la paura del futuro, ci tarpi le ali.

Il fanatismo è un’altra condizione disastrosa. Non si vive da soli; la nostra è una esistenza di relazione e per vivere degnamente è necessario porre attenzione agli altri. Il fanatismo però spinge a considerare nemici quelli che non condividono la nostra visione del mondo; ma noi sappiamo che ognuno ha diritto alle proprie opinioni, alle proprie idee e alle proprie credenze. Allora prima di tutto occorre il rispetto, ma a volte questo non basta. Possiamo trovarci in situazioni dove vediamo chi la pensa diversamente da noi in difficoltà. I nostri principi richiedono di non voltare le spalle.

Non si tratta di essere eroi e accorrere in difesa dei più deboli, come facevano idealmente i Cavalieri, ma si tratta almeno di esprimere solidarietà, ad esempio dichiarando in ogni sede e in

ogni circostanza quale sia la nostra visione del mondo e come nessuno dovrebbe essere mai abbandonato a se stesso e ciascuno abbia diritto di esprimersi e di vivere come meglio desidera. Se questo fosse un comportamento universale e si creasse questo comune sentire, forse il mondo

sarebbe migliore e forse il suicidio finirebbe di essere scelto come una soluzione da chi sente solo e schiacciato dalle difficoltà, perché nessuno si sentirebbe più disperato. Ma il fanatismo rende ciechi, distorce la visione della realtà e divide il mondo in amici e nemici. Impedisce di avere rispetto e anzi ci porta ad agire per la rovina degli avversari e ad esultare di fronte alla loro scomparsa.

L‘ambizione è anch’essa generatrice di indifferenza. L’affermazione egoistica del proprio io spinge a trascurare le esigenze e perfino i diritti degli altri. La soddisfazione di raggiungere grandi risultati è certamente un fatto positivo, ma quello in cui dovremmo veramente essere impegnati non è la ricerca di risultati, ma la ricerca della felicità. Ora la felicità non è una risorsa limitata come l’oro, che se uno lo accumula ne priva altri. La felicità all’opposto si espande, e più gente felice esiste intorno a noi più aumentano le possibilità di essere felici a nostra volta. E viceversa. Restare dunque indifferenti alla sorte degli altri per poter raggiungere i nostri scopi sembra doppiamente controproducente: rende infelice l’ambizioso e riduce la gioia e la serenità

nell’ambiente che lo circonda.

Le tre piaghe, che Dante raffigura con le tre fiere che gli sbarrano il passo, conducono infine ad un solo punto: l’egoismo. In questo senso l’egoismo va inteso come l’attitudine a pensare solo a se stessi, mentre fin dal grado di apprendista ci viene rivolta questa esortazione: “Possa il vostro cuore infiammarsi d’amore per i vostri simili: possa questo Amore, simboleggiato dal Fuoco, improntare le vostre parole, le vostre azioni, il vostro avvenire. Non dimenticate mai il precetto universale ed eterno: Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e fa’ agli altri tutto il bene che vorresti che gli altri facessero te”.

E dunque? Dunque ci vuole coraggio. Ci vuole il coraggio di affrontare il futuro, di affrontare l’ignoto senza il timore di perdere i nostri privilegi, le nostre comodità, le nostre ricchezze. Bisogna avere la consapevolezza che le soddisfazioni materiali sono una conseguenza dell’impegno morale e che in ciascuna altra persona troviamo riflesso noi stessi. L’indifferenza, il non curarsi dei bisogni degli altri, porta inevitabilmente ad un inaridimento dei sentimenti e alla fine alla impossibilità di essere felici. Dovremmo quindi praticare il contrario dell’indifferenza, che è la passione, ma senza farsi accecare da essa, perché diventerebbe fanatismo; e permettetemi qui di richiamare un altra esortazione che troviamo nei nostri rituali: “se vi esporrete a versare il vostro sangue, che sia sempre per una casa giusta”.

Ma agli atti pratici, cosa possiamo fare? In realtà la risposta è semplice: ognuno agisca e faccia quello che può con i propri mezzi. Se uno è un giornalista o un politico o comunque in grado di influenzare altre persona, affermi con forza i principi massonici e protesti ogni volta che essi vengono calpestati. Se siamo persone comuni abbiamo però una cerchia di amici, o un ambiente di lavoro, o conversazioni casuali al bar. Ecco, è importante che in ogni circostanza si faccia sentire la nostra voce e che chi vive a contatto con noi sappia che ci sono principi e diritti inalienabili che nessuno è autorizzato a disconoscere, per nessun motivo di apparente morale sicurezza o benessere. E’ importante fare in modo che la poesia di Brecht non trovi più spazio nella nostra realtà.

Tavola pervenuta dalla C.C. “ORLANDI” di Massa M. 07/10/19
(D. B.)

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

ISTRUZIONI AI FRATELLI APPRENDISTI prima parte

Istruzioni ai Fr.·. Apprendisti


Parte 1

Abbiamo un posto nella storia?
La nostra Istituzione è una scuola di esoterismo, filosofia, riflessione, ma la storia ci insegna e ci dona la memoria fisica degli eventi nel loro rapporto diacronico nel tempo e con il tempo.
Quindi i nostri momenti di “istruzione” deve possono passare il primo filtro: quello della storia.
E la nostra ha un inizio nobile: il IV sec. A.C. a Crotone, Pitagora e la sua scuola esoterica. Questa era organizzata come una vera e propria società segreta, con i suoi riti ed il suo simbolismo. Era assai difficile essere scelti come iniziandi, ma quando l’aspirante finalmente veniva prescelto per essere iniziato doveva attraversare un percorso di riflessione che aveva un suo significato e che oggi riportiamo alla simbologia delle prime fasi del rito di iniziazione.
Ascoltate, fratelli: l’aspirante, per accedere al sodalizio doveva trascorrere un’intera notte in una caverna buia posta fuori dell’abitato; il profano trascorre un tempo all’interno del gabinetto di riflessione, antro simbolicamente buio ma fucina della nuova luce. Superata questa prima esperienza l’aspirante pitagorico veniva rinchiuso per un giorno in un ambiente, dove risolvere alcuni enigmi, e nel quale aveva solo il pane e l’acqua come nutrimento. Anche il profano deve rispondere a quesiti di carattere etico, il “testamento” che verrà poi letto ed approvato in officina, e, ricordiamo, sul tavolo del gabinetto di riflessione, alcuni oggetti dal profondo significato simbolico, compreso un tozzo di pane secco e l’acqua di fonte.
Infine i rumori dei metalli ed il clamore della vita profana che il profano, ancora bendato, ascolta all’inizio dei suoi viaggi nel tempio, erano simili alla simbolica ilarità cui l’aspirante era sottoposto al primo ingresso nell’aula dove i pitagorici già iniziati erano riuniti e lo accoglievano.
Ed allora, fratelli, diamo il giusto valore alla simbologia, quale contenitore di un messaggio e portatore di profondi significati, attraverso il tempo e la storia, sia nella verticale dei secoli e dei millenni, che nell’orizzontale dei popoli e delle culture, pur differenti fra di loro ma accomunati nel rispetto di valori dalle simbologie sovrapponibili.
Nella nostra Istituzione, in questo tempio, indosso ai nostri abiti profani, tutto è un simbolo. Ed attraverso questi simboli faremo insieme un percorso di informazione e di conoscenza.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

ISTRUZIONI AI FRALELLI APPRENDISTI seconda parte

Istruzioni ai Fr.·. Apprendisti


Parte 2

Fratelli carissimi, l’occasione dell’iniziazione del Car.mo Fr. A. G., che mi ha visto direttamente coinvolto ed in qualche misura “responsabile”, sia come presentatore che come affezionato familiare del neofita, mi costringe, ancor più che ad una istruzione sui simboli o sul loro valore e significato esoterico, ad una riflessione, su quello che ritengo – e so di non essere solo in questo pensiero – il valore fondamentale che trascende dal rito di trasformazione del profano in neofita: il valore della coerenza.
Invito tutti a rileggere con attenzione il rituale, a fare scorrere il proprio pensiero e la propria attenta meditazione sulle parole, sui simboli, sulle concettualità che vengono espresse dalle sue fasi: il testamento, le prove, la promessa solenne.
E’ chiaro che non abbiamo inventato nulla! Questo simbolismo, variamente manifestato, questi concetti, sono propri di tutte le grandi filosofie, delle religioni, dei movimenti di pensiero, delle unioni di uomini: creare un uomo nuovo, rinnovato da un rito iniziatico, comunque lo si voglia chiamare, è un patrimonio comune delle religioni e delle culture universali.
Dov’è allora la differenza che rende il nostro rito unico e ambito? Quella differenza sottile che dovrebbe rendere il massone veramente un uomo nuovo e diverso in senso fisico e metafisico? Quella peculiarità che ci rende corpo iniziatico?
Le nostre risposte sono in effetti consuete e mi sembrano semplici, forse abitudinarie: la ricerca iniziatica, la costruzione del proprio tempio interiore, l’agire nel mondo profano seguendo principi e comportamenti appresi o approfonditi durante la vita massonica e la ritualità sacrale dei lavori di Officina.
Ma queste restano e sono solo vuote parole e concetti artificiosi se non si legano in maniera indissolubile al valore della coerenza. La coerenza intesa quindi come espressione esterna del proprio essere interno, come manifestazione visibile e tangibile della propria qualità di uomini, come comportamento sociale dell’uomo iniziato.
Un grande pensatore tedesco di questo secolo, di matrice cattolica, Bonhoeffer, ucciso nei campi di concentramento, scrisse pagine meravigliose che proverò in un prossimo futuro, se il M:.V:. è d’accordo, a commentarvi, sull’uomo di qualità e sulla sua solitudine: la solitudine del massone nella società, uomo controcorrente perché coerente nella vita con i principi che ispirano il suo essere iniziato. La nostra deve essere una vita di qualità, nella quale la coerenza fra i principi professati e le azioni nel mondo profano è la sua impalcatura. Credo che tanto maggiormente viviamo la coerenza fra valori iniziatici e le azioni operative nel mondo, tanto più costruiamo quel tempio interiore e diamo sostanza all’azione della nostra Officina.
Ed è questa la sede propria per rammentare questo valore: il rito di iniziazione, quando tutti sosteniamo di averlo rivissuto ciascuno un po’, ma che deve essere momento, sprone e pungolo soprattutto per verificare quanto mettiamo realmente in pratica proprio il valore della coerenza.
Fuori e dentro la nostra Istituzione.

Pubblicato in commemorazione, Lavori di Loggia | Lascia un commento

BRICIOLE DI SIMBOLI E SIMBOLISMO

Briciole di Simboli & Simbolismi

Il termine simbolo derivante dal greco “simbolon“, ovvero segno di riconoscimento, indica prevalentemente un concetto che viene reso fruibile attraverso una rappresentazione analogica che esclude in maniera quasi totale il ricorso alla parola scritta o parlata, che rende sensazioni e concetti che by-passando la ragione giungono direttamente alla parte centrale del nostro animo.

Ma è evidente che, nel nostro viaggio attraverso la realtà tangibile, siamo costantemente circondati da simboli dei quali non siamo sempre consapevoli e da altri di cui non è agevole trovare la chiave di lettura.

Il più semplice e noto simbolo massonico è la squadra: un semplice utensile da sempre

usato dai muratori per verificare l’esattezza degli angoli retti. Ma oltre a questo cosa altro può essere, cosa può rappresentare?

Ebbene il simbolo-concetto squadra ha in ambito massonico un valore fondamentale, anche se non di immediata comprensione per il neofita che deve sviscerarlo all’inizio del suo cammino iniziatico.

Rappresenta la capacità di giudicare (e conseguentemente agire) correttamente, la volontà ferma di rispettare quell’insieme di valori morali insiti sin dall’antichità nel concetto di “angolo giusto” ovvero retto.

Nell’antico Egitto il geroglifico kan, che esprimeva il concetto di rettitudine interiore ed esteriore, era rappresentato, appunto, da una squadra.

Ponendo noi stessi come “strumenti di misura” di ciò che ci circonda è evidente che dobbiamo dapprima tarare la nostra personale scala di valori di riferimento nella maniera corretta, una scala di misurazione che sia il più possibile stabile. Un modo di porsi davanti agli eventi che ha più affinità con l’imparzialità (riguardo agli eventi, ma anche verso se stessi) che con la virtù cardinale della giustizia.

Questo è all’apparenza un concetto abbastanza facile da comprendere, ma altra cosa è il traslarlo sul piano pratico, come ogni sincero Massone può testimoniare.
Provare a metterlo costantemente in pratica nella vita quotidiana… in ogni contatto con gli altri domandarsi se stiamo agendo nella maniera corretta, se siamo “giusti” o meno.
Le infinite possibilità e varianti che la vita ci propone avranno bisogno di altrettante risposte e non è nemmeno detto che a parità di situazioni i comportamenti “retti” siano sempre gli stessi, il variare di un fattore – fosse anche il solo tempo – impone un cambiamento.
E’ evidente come una “battaglia” combattuta in inverno necessita di una diversa strategia rispetto alla stessa combattuta in estate.

Ma la squadra è rigida… segna sempre e costantemente un angolo di novanta gradi, e mal si adatta alle misure differenti.

Per questo per completarsi ha necessità del compasso.

Anch’esso, benché più complesso, è uno strumento piuttosto usuale, tutti lo abbiamo maneggiato e sappiamo a cosa serve: a tracciare cerchi ed archi di raggio costante.
Ma il simbolo a cosa si riferisce? Alle capacità immaginative e creative dell’uomo. Proprio per la sua insita ecletticità attraverso il suo uso si possono tracciare non solo infiniti cerchi, ma risolvere problemi grafici di una certa complessità.
Ma fino ad un certo e determinato punto dato dalle estensione massima dei suoi bracci, oltre anche il compasso diviene inutile al suo scopo principale, potendo tracciare solo delle linee rette.

Quale migliore metafora per rappresentare l’intelletto umano, capace di mirabili opere entro il suo ambito terreno, ma incapace di superare i limiti imposti dalla sua condizione terrena; oltre la massima estensione del compasso esiste l’intangibile , il non conoscibile per esperienza diretta, il G.·. A.·. D.·. U.·..

E’ quindi dall’unione di questi due oggetti (che sono Massonicamente concetti o insiemi di concetti) che si viene a realizzare l’armonizzazione tra due forze apparentemente opposte, la rigidità della squadra e la mobilità del compasso.

Rettitudine e fantasia, difficile trovare fra di essi un equilibrio duraturo; in genere l’essere umano tende ad essere, a seconda delle situazioni, sopraffatto dall’uno o dall’altro e ciò dà origine a comportamenti opposti ed all’apparenza inconciliabili da cui nascono sin troppi attriti personali e sociali. Basti pensare al mai soluto scontro fra generazioni, tra padri e figli, tra ordine costituito ed anarchia, tra uomini e donne, tra ordine e caos.
Si nota abbastanza agevolmente che ogniqualvolta un elemento diviene eccessivamente preponderante viene inevitabilmente controbilanciato dalla necessità del suo opposto essendo entrambi aspetti caratteriali presenti nell’animo umano.

Ovvero, all’apparenza, queste due tendenze, quando sbilanciate tendono, sul principio dei vasi comunicanti, ad equilibrarsi.

L’unione tra due oggetti è generalmente realizzata con il compasso in posizione corretta (noce in alto e punte in basso) e la squadra con i bracci in alto ed il vertice in asse con la noce posto poco sopra le punte del compasso.

Subito si può notare come essi formino due frecce che indicano, contrapposte, il cielo e la terra, il sopra ed il sotto, il divino ed il terrestre e che quindi sono, anche qui, caratterizzazione e unione di concetti opposti. Ma un altro aspetto fondamentale è che la loro sovrapposizione si può realizzare in tre fondamentali modi, che rappresentano poi anche, ma non solo, il percorso seguito dai singoli all’interno del cantiere-Loggia-officina.
Nella prima la squadra è completamente sovrapposta al compasso, stando a significare che in una prima fase (apprendistato appunto) è la forza di volontà ad essere preminente sulla fantasia e che il bisogno di imporsi, di rispettare delle regole (anche se per il momento non compiutamente comprese) deve essere il primo impegno di chi entra a far parte della M.·..

Nella seconda i bracci dei due elementi si trovano incrociati e quindi, dopo un periodo di apprendimento e maturazione, non si può e non si deve reprimere del tutto la fantasia, ma dargli modo di esprimersi pur se all’interno di regole ancora ben determinate.
Nella terza il compasso è completamente sovrapposto alla squadra; allora la fantasia ben esercitata ed addestrata è libera di esprimersi certa che non darà origini ad incongruenze, perché conosce i limiti e le leggi fondamentali entro le quali può muoversi. E’ cosciente dell’esistenza del cielo, ma anche della terra.

E’ un Artista pronto a realizzare le propria e personale Opera.

Queste tre fasi sono – o dovrebbero essere – quelle della corretta crescita, educazione e maturità di una persona, di un artigiano, di un artista, ma anche di una società umana.
Volendo continuare si potrebbero ricercare svariati significati attribuibili ai simboli trattati, ma questa esposizione (pur se riduttiva nel suo schematismo) è importante per dimostrare quale può essere la forza insita nel linguaggio dei simboli.
Non solo per i concetti in se stessi, ma perché dimostra, a mio avviso, come attraverso il linguaggio simbolico determinati concetti divengono (una volta assimilati correttamente) immediatamente fruibili acquistando al contempo una forza ed una potenza per lo più sconosciuta alle parole, chiunque guardando un simbolo può sentire (non pensare) ad un concetto e via di seguito a quelli ad esso collegati attraverso delle sensazioni che giungono direttamente al nostro intimo a prescindere dall’idioma, dalla razza, dall’età e dalla cultura di provenienza.

Sono i simboli il solo ed unico linguaggio universale che permette di realizzare appieno e concretamente una vera fratellanza di sentimenti.

Ed il concetto arriva diretto, senza intermediazioni assumendo varie sfaccettature soggettive che completano il messaggio principale.

Ci si soffermi solo un attimo a riflettere su quello che nel corso della storia ha significato a livello sia profano che iniziatico il simbolo della croce.

Attraverso il simbolo e la meditazione su di esso l’adepto riesce a rendere attiva la sua iniziazione, attraverso il simbolo esso può conoscere l’essenza delle cose che è simile per tutte e quindi può raggiungere quella conoscenza intuitiva che gli permetterà di avvicinarsi alla saggezza.

Una volta tolto il velo delle apparenze esso si renderà conto di come e quanto ogni cosa si assomigli (nel suo originale aspetto) alle altre e sia permeata dalla stessa energia e di come i simboli siano distillato di questo.

Quello sopradescritto è un linguaggio che racchiude enormi potenzialità, come ben sanno i moderni pubblicitari impegnati a creare e promuovere simboli consumistici dove il continuo accostamento di un prodotto e di un marchio con dei concetti piacevoli ed appaganti tende a creare nella coscienza collettiva un automatismo per cui il solo fatto di “possedere” un certo marchio appaga un bisogno prima mentale che fisico.

E’ certamente questo un uso non corretto del potere del simbolismo, ma comunque indicativo della potenza del mezzo.

La sola condizione necessaria è che il simbolo sia sempre presente ed adeguatamente studiato, deve essere vissuto per rimanere in contatto con noi, e purtroppo la società occidentale ha perso contatto con quelli realmente importanti sostituiti da quelli mass-mediatici.
Il simbolo Tradizionale invece adempie ad una funzione insostituibile: conduce l’uomo verso l’Essenza e gli trasmette un insegnamento iniziatico ed esoterico, è un ponte tra l’uomo ed il sacro.

Maestro Eckhart diceva del simbolo che “la sua forma è rivelazione dell’essenza”.
I nostri predecessori, i massoni costruttori delle cattedrali medievali, costruivano non per sè stessi, ma in nome del creatore cercando di avvicinare la terra al il cielo e le loro opere, veri libri di pietra dove la forma diveniva indissolubilmente sostanza, parlavano il linguaggio dei simboli e nel cantiere il personaggio più importante dopo il Maestro dell’ Opera era lo scultore dei capitelli che modellava le immagini simboliche.
La stessa regola che scandiva la vita di questi artigiani che realmente si scorticavano la mente e le mani sulla pietra grezza era una grande lezione di vita tanto che il passaggio dalle regole delle gilde muratorie operative alle costituzioni e “old charges” della massoneria speculativa di Anderson non fu certamente traumatica o distruttiva. In altre parole le leggi, nate dalla pratica e divenute simboliche, che possiamo ritrovare in antichi manoscritti propriamente operativi (come il Poema Regius o il manoscritto di Cooke ) non sono affatto dissimili nello spirito da quelli che tuttora regolano le basi della moderna L.·.  M.·..

E questo perché provenienti da una comunità che viveva ed era essa stessa un simbolo, così come lo era la propria occupazione… costruire.

E che quindi si poneva al suo interno, similmente ad una attuale Loggia Massonica, in uno spazio a-temporale così come ciò che produceva.

In ultima analisi se è vero che siamo costantemente circondati da manifestazioni simboliche uno dei compiti dell’iniziato è quello di esserne cosciente al punto da acquistare la consapevolezza che lui stesso lo è (o può diventarlo) e da questo ricavarne le conseguenti responsabilità, morali e pratiche, verso sè stessi e verso il proprio prossimo.

Responsabilità che derivano dal fatto che le nostre azioni, le nostre parole, anche i nostri pensieri sono simboli e possono modificare la realtà che ci circonda, influire sulla nostra ed altrui vita e quindi devono essere trattate con estrema attenzione, preparazione e prudenza.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento