PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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PREMESSA DELLA REDAZIONE DI VITRIOL

PREMESSA DELLA REDAZIONE DI VITRIOL

Il documento che presentiamo qui di seguito ci è pervenuto da un Fratello colombiano di Bogotà che non conoscevamo precedentemente.

Non avendo la nostra Istituzione rapporti ufficiali con la gran Loggia di Colombia non abbiamo potuto controllarne l’appartenenza.

Sappiamo inoltre che la Colombia è tuttora funestata da una guerriglia sanguinosa di cui non conosciamo le ragioni. D’altra parte, pur essendone addolorati, per principio non è nostro compito entrare nelle

contingenze politiche (o religiose) né del Paese in cui viviamo nè tanto meno in quelle di altri nostri Fratelli, sparsi sulla superficie della Terra.

D’altra parte questo Sito Regionale VITRIOL (organo non ufficiale dell’Istituzione ma da essa riconosciuto), sul quale viene pubblicata corrispondenza sia di Fratelli toscani, come di altri, viene letto, come qualsiasi sull’importanza di “globalizzare” una volta tanto il nostro dialogare, in particolare quando si tratta di etica e morale.

Sì, proprio di dialoghi di etica e morale come strada maestra che è nostro dovere indicare ai fini della più alta globalizzazione desiderabile: quella di una uguale giustizia per tutti gli esseri umani.

Il riconoscere questa comune fede nel pensiero di chi ci ha scritto ci ha portato immediatamente nel Tempio della comune Fratellanza: ma ciò che soprattutto ci ha convinto, nonostante tutto e sopra di tutto,

a pubblicare, è stata la chiarissima e forte presa di posizione di un uomo politico, impegnato magistralmente sino al suo sacrificio personale, nella relazione troppe volte difficile e contraddittoria tra  ‘essere massone e l’agire politico. Relazione che non può essere altro che analogica e tale deve sempre rimanere.

Che l’abbia detto il Fr.’.  S.Allende, o non l’abbia detto effettivamente, non importa, perché comunque andrebbe detto; anche qui nel nostro Paese, dove l’essere massoni significa subire ancora un’intollerabile discriminazione nell’esercizio delle libertà e delle necessità civili, politiche e religiose proprie di ogni cittadino.

Per noi S. Allende, marxista o non marxista, eroe politico o no, lo prendiamo a simbolo di una forza interiore del massone che, nell’esigenza di affermare la propria fede, deve comunque battersi contro l’intolleranza, da qualsiasi parte essa venga.

Per far risaltare questo senso interpretativo, abbiamo omesso di pubblicare quelle parti del suo discorso nelle quali viene fatto cenno alle situazioni prettamente politiche (anche se idealizzate come farebbe

qualsiasi massone) relative al suo Paese di appartenenza, dove, nel ’71, le lotte politiche si andavano macchiando sempre più di sangue.

La redazione.

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LA PAROLACCIA “EBREO” . . .

La parolaccia ‘ebreo’: dalle accezioni antisemite al tabù politicamente corretto

di Sara Natale*

1. «Dov’è l’ebreo?!»

All’inizio degli anni Novanta, in una scuola elementare milanese, una bidella (che già allora, peraltro, era meglio chiamare ‘commessa’ e che ora si chiama ‘collaboratrice scolastica’) usava spalancare la porta della classe, con in mano un pranzo al sacco kasher, e chiedere a gran voce: «Dov’è l’ebreo?!».

Sul potere di quell’articolo torneremo alla fine, ma intanto questo aneddoto ci serve a capire che l’attuale moda di sostituire la parola ‘ebreo’ con il sintagma ‘di origini ebraiche’ (o con espressioni simili) non è liquidabile come un fenomeno di negazione, cioè, in ultima analisi, di antisemitismo, perché la parola ‘ebreo’ è una parola delicata, che il contesto può rendere inopportuna, discriminatoria. Se, per esempio, leggessimo su un quotidiano che «un ebreo ha ucciso la moglie» non potremmo che inorridire (confortati solo dal guaio che di sicuro passerebbe il giornalista).

2. Dov’è l’‘ebreo’?

È esperienza ormai comune imbattersi in articoli di giornale che trasformano ‘ebrei’ famosi in celebrità ‘di origini ebraiche’. Che io sappia, la frequente (e indebita) eliminazione verbale di ebrei sta lasciando indifferenti i linguisti, mentre non smette di suscitare fastidio negli ebrei italiani, tra cui il giurista Emanuele Calò, che per primo ha stigmatizzato questa moda linguistica (cliccare qui).

Partendo proprio dal caso che ha suscitato l’indignazione di Calò, si può innanzitutto osservare che nelle didascalie degli articoli apparsi sul «Corriere della Sera» lo scorso 24 maggio (a p. 39) si parla della nascita di Philip Roth in una famiglia «di origine ebraica» e «di religione ebraica», evitando, dunque, accuratamente la parola ‘ebreo’ e attribuendo alla ‘famiglia’ una ‘religione’ non necessariamente praticata e un’‘origine’ che mantiene troppo vago il nesso con l’ebraismo per dare un’informazione corretta e non ambigua.

Viene, quindi, da chiedersi se sul «Corriere» di oggi sarebbe ancora possibile leggere la parola ‘ebreo’ che campeggiava in prima pagina il 12 aprile 1987, nell’occhiello che annunciava «la scomparsa a Torino dello scrittore ebreo» Primo Levi, e che abbondava negli articoli pubblicati nei giorni successivi su altre testate, come «la Repubblica».

Le stesse identiche strategie sostitutive si ritrovano, per fare solo un esempio dei molti possibili, in un articolo pubblicato sul supplemento domenicale del «Sole 24 ore», lo scorso 7 ottobre, in cui della traduttrice ebrea Laura Dallapiccola, che nell’occhiello viene definita «intellettuale di origini ebraiche», si dice solo che i genitori erano «entrambi di religione ebraica» (p. 33).

3. Le cause dell’omissione: tabuizzazione politicamente corretta e ignoranza

Le cause dell’omissione della parola ‘ebreo’ sono almeno quattro, le prime tre riconducibili a una tabuizzazione politicamente corretta per varie ragioni sconsigliabile.

3.1 L’insulto

La principale mi pare l’imbarazzo, per un periodo avvertito anche nel mondo ebraico, di usare un termine così compromesso dagli usi impropri da essere diventato addirittura un insulto in sé, anche in assenza di aggettivi ingiuriosi (cliccare qui).

I ‘giudei’ dei testi italiani antichi (interrogabili grazie alla banca dati TLIO (cliccare qui) sono innanzitutto i deicidi e i loro degni successori medievali. Il campionario degli epiteti offensivi è vasto (‘cani’, ‘maledetti’, ‘malvagi’, ‘meschini’, ‘perfidi’, ‘pessimi’ etc.) e ampia la gamma delle sfumature della loro crudeltà, tra cui prevalgono le tonalità dell’ostinazione (nella negazione della Verità), della spietatezza, dell’invidia, della falsità e del tradimento (sulla scorta del rapporto pseudoetimologico con Giuda Iscariota). Essendo i ‘giudei’ i cattivi per antonomasia, nella lirica amorosa due-trecentesca il termine viene abbondantemente usato come sinonimo di ‘crudele’, generalmente per donne dure di cuore, ostili all’amante. Minoritaria, invece, l’accusa di avarizia e di avidità, che nei denari guadagnati dal suddetto Giuda con il tradimento di Gesù trova solo un debole appiglio e che sarà, invece, destinata ad affermarsi sulle altre nei secoli successivi, corroborata dall’espansione dell’attività creditizia (come si sa praticata anche dai cristiani, ma pretesto di ingiuria solo per gli ebrei).

Inutile dire che nella lingua attuale il sostantivo ‘giudeo’ è comprensibilmente proscritto, appesantito com’è da questa lunga tradizione di accezioni offensive, che viceversa ispirava la raccomandazione che il 27 agosto 1938 il Ministero della Cultura popolare faceva agli organi di stampa: «D’ora innanzi anziché parlare di ebraismo e di anti-ebraismo, usare l’espressione giudaismo e antigiudaismo» (p. 102).

Se nella lingua antica la rara parola ‘ebreo’, al pari dell’ancor più raro sinonimo ‘israelita’, è per lo più priva di significati peggiorativi, dal momento che di solito si riferisce ai contemporanei dei venerabili patriarchi e profeti, nell’italiano moderno e nei suoi dialetti condivide la sorte di ‘giudeo’ e presso i parlanti antisemiti diventa sinonimo di ‘spilorcio’ e di ‘esoso’.

3.2 Il marchio

A rendere inquietante l’uso del termine ‘ebreo’ non c’è solo la secolare incrostazione di accezioni spregiative, ma anche un fenomeno di ‘segnalazione’ degli ebrei che trova nell’imposizione coatta del signum e della stella di David le forme più note e negli elenchi di cognomi ebraici periodicamente pubblicati sul web le più recenti, e che basta a evocare lo spettro della marchiatura, anche in assenza di elementi disambiguanti. Emotivamente me ne sono resa conto qualche anno fa, consultando un libro della Biblioteca Nazionale di Firenze, pubblicato nel 1928, in cui ho trovato etichettato come «ebreo!» (sul frontespizio e a p. 7), da una mano ignota (di un correligionario orgoglioso? di un appassionato di onomastica ebraica? di uno schedatore di ebrei?), il medico ebreo mantovano Annibale Gallico, autore della prefazione.

3.3 L’etichetta

Tra le ragioni del tabù va annoverato, infine, il timore di apporre un’etichetta che potrebbe riuscire sgradita al destinatario, di cui l’interessato potrebbe rivendicare il rifiuto, per esempio in polemica con le autorità rabbiniche.

Non sembra, insomma, un caso che nei quotidiani usciti a ridosso della morte di Philip Roth gli ‘ebrei’ siano quasi solo i personaggi dei suoi romanzi, evidentemente etichettabili a piacimento, a differenza del loro autore, che, pur senza rinnegarla mai, ha preso nettamente le distanze dalla sua identità ebraica, arrivando a dichiararsi innanzitutto americano e solo secondariamente ebreo e a rifiutare il rito funebre ebraico: più o meno ovunque ho letto che il protagonista del Lamento di Portnoy è un «trentenne ebreo» e che l’alter ego Nathan Zuckerman è uno «scrittore ebreo», ma molto raramente ho trovato questa parola riferita direttamente a Roth, senza scomodare familiari e antenati e senza formulare ipotesi poco verificabili sulla loro religiosità.

3.4 La confusione

Nel corso dei secoli gli ebrei hanno costituito un bersaglio proteiforme (popolo deicida, razza inferiore, lobby finanziaria, ‘cancro’ sionista etc.), a cui sono state attribuite colpe variamente espiabili (il deicidio, redimibile solo con una improbabile conversione sincera; la contaminazione razziale, eliminabile solo con lo sterminio; l’estraneità ideologica, risolvibile solo con l’estirpazione dal corpo sociale o con la negazione del diritto all’autodeterminazione etc.).

Anche al di fuori dell’universo antisemita sulla nozione di ebreo regna una confusione che da sola basta a spiegare l’inappropriata sostituzione della parola ‘ebreo’ con espressioni niente affatto equivalenti e che è forse incrementata dalla vaghezza (ai limiti dell’inesattezza) dei principali dizionari italiani, che non menzionano nemmeno la posizione più interna e autorevole sulla questione, quella dei rabbini, per cui è ebreo il figlio di una donna ebrea o, in alternativa (eccezionale), un convertito all’ebraismo.

4. Le conseguenze paradossali della sostituzione

Che l’uso del sintagma ‘di origini ebraiche’ (coniato sul tipo ‘italiano di origini marocchine’) come sinonimo di ‘ebreo’ si spieghi con l’esigenza politicamente corretta di evitare una parola potenzialmente portatrice di fraintendimenti e malumori oppure con l’ignoranza del suo significato proprio, la conseguenza rimane paradossale: l’erronea assimilazione della parola ‘ebreo’ agli aggettivi di nazionalità accredita quell’assurda antitesi tra l’essere italiani e l’essere ebrei che spesso risuona negli stadi italiani («Non siete italiani, siete ebrei» pare che cantino gli ultras antisemiti della mia squadra del cuore rivolti ai tifosi della Fiorentina).

5. Un tabù già ebraico: l’avvento di ‘israelita’ e il ritorno di ‘ebreo’

Il fatto che il tabù abbia un precedente ebraico basta a fugare l’ipotesi a priori antisemita.

Nell’età dell’emancipazione i significati spregiativi assunti dalle continuazioni di iudaeu(m) e, in minor misura e più recentemente, di hebraeu(m) hanno indotto gli ebrei europei a definirsi con gli esiti di israelita(m).

Tuttavia, il cambiamento terminologico è stato solo temporaneo e già da tempo il mondo ebraico si è variamente riconciliato con le parole abbandonate a ridosso dell’acquisizione dei diritti civili e politici.

In Italia, mentre ‘giudeo’ è rimasto tabù (a differenza del francese juif, dello spagnolo judío, dell’inglese Jew etc.), la famiglia lessicale di ‘israelita’ è caduta in disuso, come nel resto d’Europa (con la parziale eccezione dell’onomastica di alcune istituzioni, come l’Alliance Israélite Universelle o i molti enti assistenziali e educativi ‘israelitici’), a vantaggio di quella di ‘ebreo’, come dimostra il cambiamento di nome dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane, sancito dal comma 1 dell’articolo 19 delle Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, emanate l’8 marzo 1989 sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987 (cliccare qui).

6. L’ebreo

Peraltro, come si diceva, la parola ‘ebreo’ va usata con cautela, tenendo presente che, come tutte le parole ‘identitarie’, può suonare discriminatoria.

Per esempio, a dir poco inquietante è l’articolo apparso sulla «Repubblica» il giorno dopo la morte di Primo Levi, a firma di Italo Chiusano. Anche tralasciando la perla nera «ogni ebreo che si rispetti è un profeta», il pezzo è un’accozzaglia di stereotipi positivi su una presunta «ebraicità classica» di cui «l’ebreo» Levi avrebbe «qualche carattere distintivo». Il Primo Levi dell’articolo assomma varie identità: è uno scrittore, è un antifascista, è un chimico, ma non si limita a essere ‘un ebreo’ (cosa del tutto normale in anni in cui la parola non era più e non era ancora tabù), è spesso ‘l’ebreo’. E che Chiusano specifichi che il «vantaggio» ricavato da Auschwitz è stato «spirituale, psichico, etico, intellettuale, storico» non toglie che il sintagma «intelligenza israelitica» sia il prodotto più o meno consapevole di un immaginario antisemita popolato di ebrei furbi, scaltri, di cui l’ebreo deportato, in grado di trarre profitto perfino da Auschwitz, è solo l’ultimo rappresentante, il solo candido, ma di un candore ottenuto senza merito, solo grazie alla provvidenziale ‘immolazione’ come olocausto (proprio per il rifiuto di questa prospettiva oggi parliamo o dovremmo parlare di Shoah e non di ‘Olocausto’).

7. Cui prodest il parlare meno di ebrei?

Se l’uso della parola ‘ebreo’ non è privo di controindicazioni, non va dimenticato che i primi a giovarsi del benintenzionato repulisti attuale sono ovviamente loro, quelli che perfino il Giorno della Memoria si lamentano del troppo parlare di ebrei e troppo poco degli altri, dove ‘gli altri’ sono un puro pretesto per dare una parvenza di liceità alla richiesta (per fortuna inascoltata) di parlare meno di ebrei, secondo i gusti dei nuovi, inconsapevoli antisemiti, che hanno tabuizzato l’antisemitismo senza liberarsi del pregiudizio antiebraico.

Questo articolo – il cui titolo parafrasa quello del libro di Rosetta Loy, La parola ebreo (Einaudi, 2002) – costituisce una sintesi dell’intervento che ho tenuto lo scorso 23 novembre all’Università per Stranieri di Siena, al convegno Parola. Una nozione unica per una ricerca multidisciplinare (agli atti del quale rinvio per la versione integrale, completa di un’appendice lessicografica sui termini ‘ebreo’, ‘giudeo’, ‘israelita’), e un primo abbozzo del saggio che pubblicherò tra qualche tempo.

Bibliografia

E. Calò, L’origine delle specie ebraiche, «moked/מוקד. il portale dell’ebraismo italiano», 5 settembre 2017.

I.A. Chiusano, Un sereno testimone della barbarie umana, «la Repubblica», 12 aprile 1987, p. 3.

L. Franzioni, Guida per il giuocatore de La dama all’italiana, Prefazione del Dott. A. Gallico, Milano, Alberto Corticelli Editore, 1928.

M. Gerstenfeld, The word ‘Jew’ as a curse in Europe, «The Jerusalem Post», 6 marzo 2019.

Q. Principe, Memorie di una traduttrice, «Il Sole 24 ore», 7 ottobre 2018, p. 33.

Stampa dell’era fascista. Le note di servizio, a cura di F. Flora, segue L’«Appello al Re», Roma 1945.

TLIO = Tesoro della lingua italiana delle origini, Centro del C.N.R. Opera del Vocabolario Italiano presso l’Accademia della Crusca [banca dati con 2324 testi, aggiornata il 18 gennaio 2019].

*Sara Natale (Milano, 1983), filologa, attualmente assegnista di ricerca presso l’Istituto del CNR Opera del Vocabolario Italiano, ha studiato i dialetti e i volgari degli ebrei d’Italia, i volgarizzamenti biblici e agiografici italiani e la poesia italiana delle Origini. Tra i principali lavori si ricordano le edizioni critiche delle poesie giudeo-mantovane di Annibale Gallico (Accademia Nazionale dei Lincei, 2014), dei volgarizzamenti italiani dell’Ecclesiaste (Edizioni del Galluzzo, 2017) e dell’elegia giudeo-italiana (Pacini, 2018); tra i progetti in corso l’edizione critica dei Fioretti di san Francesco, avviata nel 2012 con il sostegno della Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, e il Censimento dei testimoni manoscritti dei testi italiani in caratteri ebraici (verso una nuova banca dati per l’OVI: “il corpus ICE”), oggetto di un programma di ricerca (“Short Term Mobility”) finanziato dal CNR e svolto a Gerusalemme, alla Biblioteca Nazionale di Israele, dal 15 ottobre al 4 novembre 2018.

Immagine: Portnoy’s Complaint (1972), regia di Ernest Lehman

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IL PROBLEMA FONDAMENTALE DELL’UOMO E’ CONOSCRE L’UOMO


IL PROBLEMA FONDAMENTALE DELL’UOMO E’ CONOSCRE L’UOMO di LUIGI FERRARIS

PREMESSA

La Massoneria Universale, come finalità statutaria, “intende” all’elevazione spirituale, materiale e morale dei suoi adepti e l’Art. 1 della Costituzione lo sancisce in modo ben preciso ed inequivocabile.

Leggendo gli articolo che compaiono sulla “Rivista Massonica”, si ha l’impressione che il raggiungimento dell’ambitissima mèta sopra indicata sia possibile percorrendo una “via” ed una soltanto, alla quale si accede con l’adozione di un unico “strumento” valido ed a cui si deve fare costantemente riferimento: la Tradizione, congiunta all’accantonamento della ragione.

Sono rispettosissimo della Tradizione, ma anche della ragione, e sono persuaso che, per assolvere la nostra missione nei confronti dell’Uomo e dell’Umana Famiglia, non si può fare a meno di essere antesignani, anticipatori dei tempi, se possibile, per cercare di ipotizzare e preparare il futuro.

Questo lo si può ottenere solo con la ragione, integrando in un’unica visione lo scibile umano acquisito fino ad oggi, compresa la Tradizione, e non attingendo solamente ed unicamente al remoto passato.

Da questa mia ferma convinzione discende che sono un massone il quale conosce ed apprezza la Tradizione, ma “crede” nella “scienza dell’uomo”.

Il mio discorso, quindi, prenderà l’avvio da queste motivazioni: desidero cercare di diffondere la conoscenza di altre “chiavi” che mi sembrano utili, per giungere all’interpretazione di ciò che si può chiamare il “mistero-uomo”.

Ritengo che sia stimolante far sentire, in questa “Rivista Massonica”, anche altre voci, oltre le solite, con “puntualizzazioni” basate su “presupposti” differenti da quelli normalmente adottati, perché la fecondità, come ben si sa, nasce sempre dall’incontro di “fattori” in opposizione; ed infine, ho sentito il bisogno di “parlare” al di fuori della “strettoie” dello “spirito”, perché sono convinto che a molti Fratelli sia gradita, più di quanto non si creda, una problematica in chiave scientifica, se non altro, come “contrappunto” alle argomentazioni basate su visioni del mondo obsolete.

Spero proprio che questo mio tentativo sia utile, in qualche modo ed a qualcuno, per una più approfondita conoscenza del “sistema-uomo”, al fine anche, di rendere più proficuo, sicuro e costruttivo il Lavoro muratorio.

Bisogna essere cauti ed attenti nel nostro “operare” e non dimenticare che è molto facile fare del male agli uomini, pur nella convinzione di far loro del bene, se non si “conosce” l’uomo; come pure è molto facile “legare”, pur con l’intento di liberare, se non si sa bene cosa si può intendere per “libertà”.

IL CERVELLO DELL’UOMO

Nella nostra società, l’ignoranza e l’inerzia mentale sono le caratteristiche peculiari, a qualsiasi livello della stratificazione culturale. Ognuno “pigramente” vive nella convinzione, presuntuosa, di tutto sapere e tutto capire.

Il narcisismo ha sostituito, in gran parte forse, l’orientamento sado-masochista prevalente nei nati del secolo scorso. Oggi, è indispensabile cercare di risolverlo questo “problema uomo” e forse abbiamo già le cognizioni scientifiche sufficienti per affrontarlo. Però, come per studiare la matematica superiore e necessario conoscere l’aritmetica, così per riuscire a comprendere e “sciogliere” i problemi esistenziali dell’umanità, è indispensabile “conoscere” l’uomo, anche perché, poi, diventa molto più facile “amarlo”.

Non sono più sufficienti le “astrazioni metafisiche” per aiutare l’uomo a comprendere se stesso. Quest’uomo bisogna prenderlo, “scomporlo” per cercare di capire come funziona, per desumere, poi, delle “ipotesi aperte”, semplici, comprensibili ed accettabili.

Prima, però, una raccomandazione indispensabile: il risultato di quanto sopra detto, sarà, in questo scritto, una semplice schematizzazione, con tutti i limiti di riferimento e le imprecisioni di dettaglio inevitabili. Il risultato, quindi, dovrà essere utilizzato solo come “strumento” conoscitivo (come il “dito che indica” buddista) e mai scambiato per la “realtà”.

L’uomo, al fine di risolvere meglio e per semplificare il problema della conoscenza, ha bisogno di ridurre al minimo le operazioni mentali, perciò ricorre a “schemi” o “modelli”, più o meno complessi, cui poter fare riferimento.

Ebbene, per incominciare, quelli che vi prospetterò, molto succintamente, sono alcuni “modelli” con i quali tenterò di portare a più facile comprensibilità quello che può essere considerato il “funzionamento” dell’organo principale del “sistema uomo”: il cervello.

L’uomo, di fatto, è un insieme di organi, completamente differenziati i quali, in collaborazione tra loro, hanno per scopo biologico la sopravvivenza dell’individuo e della specie.

Il “sistema uomo” “conosce” il mondo a lui circostante per mezzo dei sensi, una ventina circa, che hanno la possibilità di captare e “tradurre” solo una piccola parte dei numerosissimi segnali, di varia natura ed intensità, che lo “colpiscono” e che provengono dall’ambiente in cui vive.

I sensi, anche per facilitare il mantenimento di un certo equilibrio al “sistema” cui appartengono, hanno una capacità di percezione assai limitata, sia quantitativamente che qualitativamente; in realtà non sono altro che dei misuratori di energia. La somma e la sintesi dei segnali che passano oltre il filtro dei sensi, danno all’uomo una “visione” della realtà la quale, come si può facilmente comprendere, è parziale e discontinua, proprio a causa dell’approssimativa e limitata ricettività degli “strumenti in dotazione.

Per di più, questi nostri “strumenti”, oltre che darci una “visione” ridotta dell’ambiente in cui siamo immersi, ce la danno anche molto soggettiva perché, in ogni individuo, non sono tutti ugualmente efficienti, cioè tali da segnalare sempre e per ognuno, risultati perfettamente uguali.

Già questo è molto importante e da tener presente per quando ci capiterà di dissertare sulla “realtà” ed il suo ipotetico contrario, cioè il “mondo dello spirito”

Il cervello umano è uno strumento raffinatissimo, da un punto di vista “organizzazione”, che raccoglie ed utilizza tutti gli stimoli “filtrati” dai sensi.

Esso è costituito da circa dieci miliardi di cellule nervose chiamate “neuroni”; da questi si dipartono ramificazioni che s’intersecano fittamente con quelle di altri “neuroni” formando una complessa “rete”, lungi i “fili” della quale corrono, in entrata gli stimoli che provengono dai sensi, cioè dalle cellule nervose periferiche, ed in uscita i comandi che sono trasmessi per attuare l’azione scelta, ritenuta più opportuna.

Durante il suo sviluppo, cioè fin dalla nascita, il cervello immagazzina tutto ciò che, suscitando un livello emotivo sufficientemente alto, “impressiona” le memorie, codificando ogni tipo di esperienza con un sistema binario di classificazione del tipo: piacevole/spiacevole sviluppo del cervello, praticamente, consiste quindi nell’arricchimento della memoria con le “registrazioni” dei dati forniti dall’ambiente e delle esperienze ad essi connesse; l’attività mentale in senso globale, invece, è il processo di confronto e di scelta del materiale a disposizione nella memoria, integrato con i dati istintivi i quali sono ereditari e che, pertanto, sono i soli ad essere già presenti al momento del concepimento.

Il pensiero, quindi, non è altro che la “rielaborazione” di quanto è stato “registrato” nel passato, messo in relazione con ciò che è “percepito” nel presente; ogni nostro pensiero che riteniamo “nuovo” ed originale, in effetti, è l’accostamento e la costruzione, in “sequenze” diversamente disposte, di nozioni già apprese in precedenza.

Come il linguaggio nasce dal “montaggio” dei fonemi, così, pure il pensiero trae origine dalla composizione del “materiale” contenuto nella memoria; ma, di tutto ciò che è immagazzinato, può essere utilizzato solo ciò che riusciamo a ricordare, cioè solo che affiora automaticamente alla “coscienza”.

Il cervello al concepimento, come si è detto, contiene già tutto il bagaglio concernente gli istinti, ma si mette subito a funzionare come un perfetto registratore: non tralascia mai niente, di ogni esperienza registra “tutto”: immagini, suoni, sapori, sensazioni fisiche, ecc.

Queste “registrazioni” sono catalogate e messe insieme, in gruppi di classificazione del tipo “gratificazione/punizione” e rimangono tutte collegate le une alle altre per mezzo delle singole parti primarie componenti la “registrazione”. Per esempio, un suono, oppure un odore, sentiti ora, possono far “ripescare” nella memoria, tutta od in parte l’esperienza in cui per la prima volta sono stati presenti in passato, o possono rievocare tutta una serie di esperienze o loro parti connesse, più o meno direttamente, con quel suono o quell’odore. (Libera associazione di idee). Il meccanismo è, certamente, molto complesso; l’ho semplificato al massimo, ma quello che m’interessa di mettere in evidenza ora, è la totale automaticità del funzionamento.

Questo “ingegnoso” sistema consente, ad ogni individuo, di giudicare e di prendere le “opportune” decisioni, nel presente, facendo “tesoro” dell’esperienza passata. Al fine di rendere più facile e più rapida quest’operazione del giudicare, dello scegliere e dell’agire, ognuno sintetizza tutte le sue esperienze esistenziali e culturali in una specie di “quadro schematico” al quale, poi, fare sempre riferimento ogni qual volta dovrà prendere una decisione.

Questo quadro che, per intenderci, può essere chiamato la “visione del mondo” personale, è come un paradigma nel quale tutto ciò che è noto all’individuo è stato adeguatamente “etichettato”: “buono”/”cattivo”. L’uomo vi si attiene, nelle sue scelte, per similitudine, in modo scrupoloso ed automatico. Sotto quest’aspetto, non v’è alcun dubbio che il comportamento umano risulta, più di quanto si creda, assai determinato.

L’automatismo ora indicato, in genere, non è avvertito per molte ragioni: sia per il numero notevolmente alto dei fattori che intervengono sull’ “effettore”, sia per i complessi “meccanismi” di interazione che s’instaurano, specialmente nell’adulto, fra raziocinio ed istinto e la conseguente “razionalizzazione” anche degli atti “automatici”. Ma principalmente perché questa nozione dell’automatismo mentale, l’uomo occidentale, in genere, si rifiuta di accettarla, dato che nella nostra cultura è considerato un fatto estremamente mortificante per la personalità e l’autodeterminazione dell’individuo.

Pensate al “peso” ed al senso che viene dato alla frase:”è condizionato”. Come se non fosse ormai un fatto acquisito che l’”insegnamento”, per esempio, altro non è che condizionamento.

Questa “visione del mondo” la quale può essere definita meglio, proprio per esprimere la sua funzione ed i suoi contenuti: “schema di riferimento e finalità ideale”, consente all’individuo di avere a disposizione quelle soluzioni che, dopo essere state accettate, perché da lui stesso sperimentate oppure a lui “proposte” da altri, ed integrate con gli istinti di conservazione, gli consentono di risolvere, in qualche modo, le dicotomie esistenziali.

Queste dicotomie nascono, nella nostra mente, ogni qualvolta dobbiamo prendere delle decisioni, proprio per l’incapacità umana di afferrare globalmente l’ “ambiente” e per l’impostazione fisica del cervello che si serve, come si è visto, di un sistema selettivo binario.

Queste dicotomie esistenziali costituiscono il dilemma immanente della vita umana; da taluno, questo stato di fatto è definito: l’ “assurdo” della condizione umana. Le soluzioni che si danno alle dicotomie sono in realtà le “scelte” in base alle quali vengono effettuate le azioni.

La “vita” di un uomo, nel suo insieme, è la somma delle sue azioni fisiche e mentali che, prima di essere tradotte in “atti”, sono precedute da scelte, soggettivamente “precise”, “sicure” e “volontarie”, ma che in realtà sono il risultato dell’elaborazione dei dati a disposizione e “giudicati” automaticamente attraverso lo “schema di riferimento e finalità ideale”. Pertanto, è lo “schema di riferimento e finalità ideale” in effetti, che prescrive il modo di agire, determina le scelte, condiziona la qualità della vita di un individuo.

Operando in tal modo questo “schema” dovrebbe assolvere la sua funzione principale, cioè tendere al mantenimento di un certo equilibrio autonomo, selettivamente sensibile al variare dei fattori esterni e, per questa ragione, lo “schema di riferimento e di finalità ideale” si può identificare con la “finalità” del “sistema uomo”. Naturalmente, proprio come conseguenza della sua genesi, questa finalità non può che risultare diversa da individuo a d individuo.

È interessante conoscere, a conforto di quanto detto fino ad ora, le conclusioni cui è pervenuto il noto scrittore francese di cibernetica Pierre de Latil. Egli, in una sua classificazione degli “effettori”, che passano da un grado a quello superiore acquisendo una libertà in più, pone l’uomo al sesto grado dell’automatismo. A questo grado l’ “effettore uomo” si distingue dai gradi, per complessità, a lui inferiori, perché aggiunge a quelle che già caratterizzano gli altri “effettori”, la libertà rispetto alla finalità del sistema.

Questa ora esposta è una delle “chiavi” più importanti ed indispensabile per incominciare a “comprendere” di quanti preconcetti ed illusioni è sempre stato arricchito il nostro “condizionamento”

L’uomo, in realtà, non ha una sua “finalità” prestabilita.

Nell’ambito delle possibilità umane, gli può essere dato un qualsiasi scopo esistenziale, incominciando dalla nascita, compatibilmente con le eventuali limitazioni ereditarie.

Lo “schema di riferimento e finalità ideale” il quale come abbiamo precisato dà la “finalità” all’ “effettore uomo”, e che è l’estratto essenziale di quanto desunto da tutte le esperienze variamente codificate e dal condizionamento socio-culturale (famiglia, ambiente e scuola), non è innato nell’uomo. Questa “situazione” che, ricordiamolo, nasce dall’acquisizione da parte del “sistema” di una libertà in più, costituisce, anche, la qualità di cui è sommamente dotato l’uomo: l’adattabilità.

Avendo alla nascita solo un bagaglio istintuale o poco più, derivante dall’esperienza maturata durante la gestazione, per esempio, il così detto selvaggio si adatta all’ambiente che trova, ugualmente bene dell’uomo, così detto civile, il quale dovrà affrontare problemi esistenziali completamente diversi. Ambedue, in età adulta, rispecchieranno, in modo difficilmente reversibile, l’ambiente in cui sono vissuti, dal quale saranno stati “modellati” ed al quale si saranno adeguati. Avranno acquisito capacità diverse ma, certo, ugualmente utili per quanto riguarda la sopravvivenza loro e della specie.

La finalità che viene immessa nel “sistema uomo”, come si può comprendere anche dalla sua “formazione”, è soggetta a continue possibili “correzioni”, principalmente per effetto delle giornaliere esperienze esistenziali le quali, però, in genere se non hanno carattere di eccezionalità e di forte e insistente contrapposizione persuasiva a quelle già “registrate”, si limitano a “rafforzare” i “tracciati neuronici preferenziali”, cioè quei tracciati che la reiterazione rende percorribili con più celerità e con maggior efficacia di reazione.

Ma, ad uno stadio di consapevolezza sufficientemente elevato, oppure a livelli di emancipazione più modesti usando però coercizioni di vario tipo, lo “schema di riferimento e di finalità ideale” può essere modificato anche profondamente. Questa modificazione, di non facile realizzazione, ma sicuramente possibile, è la facoltà più preziosa e più pericolosa di cui dispone l’uomo e di cui, in genere, conosciamo, anche dalla storia, una grande quantità di aspetti negativi.

Il comportamento del “sistema uomo”, dunque, è sempre il risultato di un condizionamento che “determina”, quasi del tutto automaticamente, le sue reazioni ma, poiché l’uomo è dotato di adattabilità, il condizionamento è suscettibile di modificazioni e, quindi, influenzabile o sostituibile con altri tipi di condizionamento. In altre parole, ed è meraviglioso poterlo dire ed affermare: il “sistema uomo” ha un “funzionamento” condizionabile, ma anche “liberabile”.

E come si può operare questa “liberazione”? Proviamo a trovare una risposta a questa domanda nodale.

L’uomo, per vivere, deve poter dare una risposta alle dicotomie, cioè agli interrogativi esistenziali che continuamente gli si pongono. La soluzione di questi dilemmi la trova nel suo “schema di riferimento e di finalità ideale”. Agli effetti pratici, per l’individuo non ha molta importanza se la risposta che è fornita dal suo “schema” è la migliore o la peggiore possibile, infatti ciò che conta è che gli consenta di “agire” concretamente, perché vivere è agire, anche sbagliando.

Il fatto che la risposta sia “buona” o “cattiva” assume valore dopo, cioè quando l’individuo si trova di fronte alle conseguenze dell’azione compiuta.

Ebbene, in questo stato di conflittualità, con queste scelte che vengono fatte nel tentativo di risolvere le dicotomie dell’ “essere”, tentativo non risolvibile perché ogni soluzione produce altre dicotomie, l’uomo ha, in realtà, a disposizione due sole possibilità: regredire o progredire che, detto in altre parole, può essere espresso con le seguenti contrapposizioni: legare o liberare; distruggere o produrre; odiare o amare; amare la morte o amare la vita. L’uomo, dunque, è “liberabile” operando sul suo “schema di riferimento e di finalità ideale”, apportandovi mutamenti, orientandolo e rafforzandolo nel senso del “progredire”.

Esclusa una zona intermedia, riguardante la maggior parte dell’umanità, nella quale l’individuo fa le sue scelte tra il “progredire” ed il “regredire”, in modo contraddittorio, motivato solo da fattori contingenti, nei casi in cui lo “schema di riferimento e di finalità ideale”, invece, è nettamente orientato verso il “regredire” oppure verso il “progredire”, si instaura una reiterazione nelle scelte neuroniche preferenziali tale che, inevitabilmente, si arriva ad un punto in cui diventa sempre più difficile avere la possibilità di fare scelte diverse dall’orientamento predominante, ed allora l’individuo procede verso un’inarrestabile “sindrome di decadimento” oppure verso una “sindrome di crescita” della personalità.

A questi due punti estremi ora accennati, troviamo da una parte l’uomo “liberato” cioè pienamente “sviluppato” che non ha più la capacità di scegliere il “male”, e dall’altra abbiamo l’uomo avvinto da legami simbiotici, dal narcisismo, dalla necrofilia il quale non può che desiderare, concepire ed attuare la sottomissione o la sopraffazione, la violenza e la distruttività. Da questi presupposti discende la “paradossale” definizione proposta da Erich Fromm: l’uomo veramente libero non è libero di scegliere il “male”.

Questo dato di fatto fornisce l’occasione, anche, per chiarire cosa si può veramente chiamare “male “ e cosa, invece, si può definire il “bene”.

Dunque, ricapitolando, perché una “schema di riferimento e di finalità ideale” possa essere considerato “liberante” cioè che aiuti veramente l’individuo ad avviarsi verso una “sindrome di crescita” e quindi verso il “bene”, è necessario che risponda, il più possibile, a questi requisiti:

– Lo “schema di riferimento” deve essere ricco di conoscenze culturali con spiccate caratteristiche di universalità, in modo da poter disporre di una base gnosica che integra validamente il presente con il passato, onde poter esaminare le “situazioni” contingenti da vari e diversificati punti di vista e con una spontanea facilità di rapportare le cause agli effetti al fine di sviluppare la necessaria capacità previsionale.

– Lo “schema di finalità ideale” deve essere “aperto”, basato cieè su concetti universali che siano chiaramente ”dalla parte dell’uomo” e della sua emancipazione, trasformato, però, in consapevolezza, cioè in “valori esistenziali” accettati, assimilati e quindi “automaticamente usati nella “realtà” in sostituzione o arricchimento degli istinti. Questi “valori esistenziali”, tutti tendenti al soddisfacimento globale dei bisogni di libertà del “sistema”, in concreto, ne favoriranno lo sviluppo verso un’emancipazione “sana” conseguita, come si è accennato, con la liberazione da vincoli narcisistici, simbiotici o necrofili.

In altre parole, mentre lo “schema di riferimento” contiene la sintesi del “materiale” a disposizione per la rielaborazione dei dati conoscitivi, lo “schema di finalità ideale” è il filtro, cioè la scala dei valori, in base alla quale sono “determinati” il giudizio e l’azione.

La componente risultante, in uscita dallo “schema di riferimento e di finalità ideale” è la decisione che l’individuo prende ed alla quale adegua il suo comportamento.

È facile poter constatare come interagiscono le due parti componenti lo “schema”, basta guardarsi intorno per notare che in alcuni individui un buon “schema di finalità ideale” sufficientemente “aperto” può sopperire in fatto di “equilibrio” e di “comprensione della vita” ad uno “schema di riferimento” abbastanza “povero”; e di contro, in altri individui, uno “schema di riferimento” anche se “ricchissimo”, può essere vanificato o reso inutile, come validità esistenziale, da uno “schema di finalità ideale” molto “chiuso” e dogmatico, a generale scapito di un ragionevole equilibrio di tutto il “sistema”.

A questo punto si può anche tentare di proporre un’enunciazione.

Quanto più lo “schema di riferimento e di finalità ideale”, nel suo complesso, è “limitante” e pone, quindi, le “soluzioni” al di fuori e lontane dall’uomo, tanto più difficile sarà, per l’individuo che lo adotta, vivere in una “realtà” accettabile e mantenere un soddisfacente equilibrio emotivo.

Quanto più lo “schema di riferimento e di finalità ideale” è “liberante” dai “legami” interni ed esterni, tanto più il “sistema” sarà selettivamente indipendente dalla variabilità dei fattori contingenti e tanto più l’ uomo sarà capace di “amare”, di essere “produttivo” e “mentalmente sano”.

La validità di quanto ora asserito può trovare riscontro, per esempio, anche in alcune terapie psichiatriche ed in alcuni trattamenti pscicanalitici i quali ottengono risultati positivi ogniqualvolta riescono a modificare lo “schema di riferimento e di finalità ideale” del paziente, orientandolo verso contenuti “liberanti”.

Per concludere, quindi, ed è ciò che interessa precipuamente: l’uomo ha la possibilità, entro certi limiti, di modificare, in senso evolutivo, la propria personalità, però è bene anche precisare che, per avviare questo processo di sviluppo, è indispensabile che il cambiamento sia fortemente “sentito” dal soggetto come un desiderio-necessità il quale non può che nascere da un maturato esame e dalla comprensione del problema in sé. Solo allora potrà essere ulteriormente aiutato, oppure potrà aiutare se stesso, nell’intento di liberarsi “da” per “nascere” alla libertà “di”, favorendo la formazione ed il rafforzamento di uno “schema di riferimento e di finalità ideale” decisamente “liberante”.

Comprendo come un quadro siffatto dell’uomo, non possa essere accettato da che, invece, considera l’essere umano dotato di un illimitato “libero arbitrio”, oppure di un innato concetto del “bene” e del “male”.

Ma perché poi “disturba” così profondamente una tale concezione dell’uomo? Forse perché si ha l’impressione che la personalità umana ne esca distrutta e che l’uomo sia ridotto a nient’altro che una automa od un semplice “animale superiore”?

A questo punto, allora, sarà bene fare attenzione ed approfondire ulteriormente la situazione.

Nel quadro ora tracciato, la figura dell’uomo è per niente sminuita come importanza e come libera responsabilità, emerge, però, il concetto che l’importanza e la “libertà” se le deve “guadagnare” e se le deve porre come “finalità”. Diventa, perciò, una condizione connessa con la sua “crescita” e, quando avrà raggiunto la consapevolezza del problema, acquisirà anche la facoltà di essere il potenziale “creatore” di se stesso e quindi anche il responsabile fautore del proprio destino sia a livello individuale che a livello collettivo.

Con l’invenzione del linguaggio, infatti, l’uomo ha provocato la rivoluzione più sconvolgente che si sia mai verificata sulla Terra; ha creato un abisso incolmabile fra l’uomo e gli altri esseri viventi, ed ha determinato la nascita di una forza evolutiva nuova: la cultura.

Dapprima quasi timidamente, poi sempre più profondamente, essa ha influenzato ed influenza l’evoluzione biologica. Oggi ci sono molti presupposti dai quali si può desumere che l’evoluzione culturale è la forza principale che “guida” ciò che prima si poteva chiamare l’evoluzione naturale dell’uomo.

Mentre fino alla comparsa dell’ “homo sapiens” l’evoluzione biologica era determinata dall’adattamento degli esseri viventi all’ambiente, per mezzo della selezione naturale, oggi l’uomo, adattando l’ambiente alle sue necessità, limitando con la medicina l’azione della selezione naturale, è diventato, nel bene e nel male, il potenziale padrone del proprio futuro.

Purtroppo molti sono i sintomi dai quali si può diagnosticare che l’uomo, forse, non è ancora abbastanza “maturo” per poter saggiamente “amministrare “ possibilità così potenti, ma è certo che se riuscirà a fare le “scelte” giuste, il futuro potrà, concretamente, essere dell’uomo per l’uomo.

Se continuerà, invece, a prevalere ed a governare l’ “ignoranza” sconsiderata a presuntuosa, ci resterà solamente lo sconsolante “rovescio della medaglia”: l’autodistruzione.

Ecco, dunque, da cosa scaturisce l’esigenza di trattare e diffondere questi argomenti che taluno può definire di scarso valore pratico e talaltro, invece, inutilmente utopistici

Ma è proprio per questa ragione che si impone la necessità di conoscere bene l’uomo, perché solo con l’uso di questa conoscenza si può tentare di liberarlo da “illusioni” e “preconcetti”, per fargli capire quali sono le sue possibilità ed i suoi limiti reali, in questo momento di crisi così determinante per il suo destino.

Bisogna decisamente incominciare ad individuare e controbattere tutto ciò che è chiaramente “limitante” per lo sviluppo e l’emancipazione dell’uomo. Forse, ad un certo punto, potrà anche essere necessaria una pacifica “crociata” mondiale a favore dell’uomo., poiché tutto bisognerà tentare, tutto sarà indispensabile impegnare per salvarci da un possibile avvenire infausto.

Questo mio discorso non vuole essere né offensivo né ironico nei riguardi di chi definisce, per esempio: “la conoscenza metafisica (…) la quale si avvale unicamente dell’ intuizione pura, come l’unica degna di questo nome e la sola che possa essere scritta con la “c” maiuscola”.

Pensando a chi concepisce queste cose, mi sento assalito da un grande sconforto e mi prende lo scoraggiamento: quanti uomini, potenzialmente validi, si trovano ed essere inutili ed anche dannosi, nell’attuale frangente, così cruciale per l’umanità tutta.

Questi, purtroppo, sono i risultati che sbocciano da “schemi di finalità ideale” “chiusi” e “limitanti”.

Ma vediamo un po’ che tipo di discorso può essere impostato per comprendere ed accettare ragionevolmente il “mondo dello spirito”, di cui ancora tanto sembra aver bisogno l’uomo, e dall’accettazione del quale nascono tante ambiguità ed anche tanta sofferenza.

È sufficiente un superficiale esame della storia dell’uomo, per notare la complementarietà iniziale, l’interazione successiva ed infine l’antagonismo sempre più marcato che si sono instaurati fra la “scienza” ed il “mondo dello spirito”. Da un certo momento in poi, da quando, cioè, la “scienza” ha incominciato ad acquisire una propria autonomia, si può affermare che la “certezze” metafisiche sono diventate sempre più proporzionali all’ “ignoranza” della scienza. Di questa povera scienza bistrattata che, conscia delle sue lacune e dei suoi limiti, lentamente, nonostante tutto, ci porta avanti sulla difficile via della “conoscenza”.

A prescindere dal tentativo di ricercare la spiegazione di come nasce la “necessità” per l’uomo, del “mondo dello spirito”, che ci porterebbe ad approfondire un non facile discorso sulle debolezze umane e sull’immaturità, ora vorrei provare ad affrontare l’argomento, rivolgendo l’attenzione esclusivamente a quelle manifestazioni che taluno definisce “paranormali” e altro “de divino”, per formulare delle ipotesi “aperte” che possano, cioè, avere un valore positivo “per l’uomo” senza implicazioni che se sviluppate, poi, impongono “pesanti” limitazioni.

Da sempre, ed in ogno cultura, si ha la “debolezza” di considerare l’uomo contemporaneo ormai all’apice del suo sviluppo evolutivo fisico e mentale oppure, all’opposto, di ritenerlo in progressiva decadenza, dopo un ‘ “epoca d’oro” nella quale ha “conosciuto” la perfezione.

Invece l’uomo, questo evento unico, nato da una serie di casi estremamente improbabili e da una massa ingente di fallimenti riproduttivi, è un “esperimento biologico” tuttora in corso di svolgimento. Questo dato di fatto, bisogna farcelo bene in mente.

È ancora lunga la strada dell’evoluzione che l’uomo deve e può percorrere.

La biologia, pur essendo una scienza giovane, ha già fissato alcuni punti importanti dai quali, tra l’altro, si può dedurre che l’uomo odierno si trova in un’ “età”, rispetto all’arco evolutivo della specie, paragonabile all’infanzia od alla primissima giovinezza.

Accettando questo presupposto, che non mi sembra poi tanto sconcertante, si possono fare ipotesi ben più esaltanti e più “aperte” di quelle che sono, in genere, avanzate da chi fa riferimento, per ogni singolo individuo, ad un “divino” passato e/o ad un “divino” avvenire. Per esempio, si può ipotizzare che il cervello umano sia un organo “emergente” il quale non ha ancora raggiunto il suo pieno sviluppo e quindi la sua massima potenzialità, con tutte le conseguenze connesse con una possibile e futura capacità mentale, oggi incredibile.

Oppure, si può realisticamente pensare che l’evoluzione, anche in conseguenza dei massicci mutamenti da noi per perpetrati nell’ambiente, possa modificare i sensi dell’uomo, per esempio, variando i limiti percettivi esistenti, con lo scopo di aumentare la capacità di sopravvivenza, ma cambiando, in tal modo, completamente la nostra interpretazione della “realtà”, oppure ancora, fornisca l’uomo di nuovi organi sensori impensabili adatti per condizioni di vita impensabili.

Nell’ambito dell’evoluzione, tutto ciò è semplicemente possibile e non presenta alcun aspetto di alta improbabilità, perché cose del genere sono già accadute durante l’evoluzione biologica naturale.

Ebbene, vi prego di pensarci, perché queste ipotetiche modifiche dell’organismo umano potrebbero aumentare talmente le capacità intellettive , od anche modificare così profondamente lo “spettro” di percezione della “realtà”, da trasformare ciò che oggi è indicata, con molto “rumore” semantico, “intuizione pura”, in una percezione conoscitiva “naturale” ed alla portata di tutti gli esseri umani.

È facilmente verificabile, d’altra parte, che nell’infanzia e nella prima giovinezza di ogni individuo, si possono avvertire vaghe sensazioni di capacità fisiche le quali saranno acquisite, completamente, solo nell’età in cui gli organi preposti avranno raggiunto lo sviluppo completo.

Perché non pensare che, similmente, raggiunta la “maturità” della specie, ogni uomo possa essere dotato di quelle capacità che oggi caratterizzano solo un numero limitato di individui?

Ritenete questa ipotesi troppo fantastica?

Credo che lo possa essere, però, non più fantasiosa di quella proposta da chi ipotizza, come scopo e fine ultimo dell’uomo, “il trascendimento della ragione, onde ottenere l’identificazione della mente individuale con l’Intelletto universale, dell’anima con lo Spirito”.

Non si può negare l’esistenza di una indescrivibile e, forse, estesa “realtà” che sfugge attualmente, alla nostra limitata possibilità di percezione, e si è accennato già alla causa di tutto ciò.

È innegabile, anche, l’esistenza di eventi i quali sono definiti, approssimativamente e cumulativamente “paranormali”, cui non possiamo, per ora, dare spiegazioni razionali.

Questi, però, se depurati da tutti quelli che possono essere già attualmente, “casi normali” giustificabili, cioè nel vastissimo ambito delle suggestioni e delle autosuggestioni, si riducono a ben pochi fatti abnormi. Per questi pochi che rimangono, perché si deve ritenere insopportabile e degradante dire, apertamente ed umilmente, che a causa della nostra ignoranza e limitatezza siamo incapaci, momentaneamente, di trovare una definizione accettabile e verificabile?

Se proprio vogliamo cercare di proporre delle spiegazioni, ritengo allora che sia più giusto prospettare, come già detto, delle ipotesi “aperte”, per esempio, come quelle da me poc’anzi avanzate le quali permetterebbero di affrontare ben diversamente questi “eventi”; permetterebbero, cioè, di accertare, considerare ed esaminare queste manifestazioni come l’indicazione di possibilità semplicemente umane, che si evidenziano, per esempio, in taluni “mutanti”, portatori di un “gene” o più “geni” mutati, che possono rimanere latenti sotto un “gene” dominante anche per parecchie generazioni, ed ogni tanto “emergere” in un individuo il quale acquisisce, in tal modo, capacità non comuni.

Estendendo l’ipotesi nel futuro, ne conseguirebbe che queste “emergenze” si potrebbero anche “affermare”, senza tornare più ad essere latenti, ed allora le capacità “non comuni” si diffonderebbero geneticamente, fino a divenire una dotazione ereditaria in tutti gli individui della specie umana.

È molto pericoloso ed ingiustificato, invece, che per dare forzatamente una spiegazione a questi avvenimenti straordinari si debba immettere nei nostri “schemi di riferimento e di finalità ideale”, dei contenuti “limitanti” che spostano le soluzioni dell’uomo al di fuori dell’uomo, ponendo i presupposti di inferenze molto spesso disastrose. Bisogna sentirsi uomini responsabili e fare sempre molta attenzione alle implicazioni che possono scaturire da certe “professioni”, prima di darle per “accettate”. Questo è un salutare esercizio di razionalità, raccomandabile a tutti.

Ma coma sarà mai possibile far comprendere, a chi è così irragionevole da rifiutare la “ragione”, che le spiegazioni derivanti dalla così detta “conoscenza” possono dare, nel migliore dei casi, solamente un aiuto fittizio, mentre invece, certamente legano sempre più questo “povero uomo”, avviandolo verso evasioni dalla realtà, verso situazioni regressive di infantilismo esistenziale ed emotivo?

A questo proposito, si può dire che molto più saggiamente e concretamente hanno impostato il problema ora accennato, alcune delle religioni orientali.

Anch’esse, partendo dal presupposto che l’uomo non ha la possibilità di conoscere completamente la realtà, preso atto che il nostro cervello consente di schematizzare gli eventi solamente in forme contraddittorie (dicotomie), hanno offerto ed offrono, a che chiede, “il dito che indica la strada” per il raggiungimento della “giusta azione”, e per spiegare il “mondo dello spirito”, danno delle ipotesi giustificative piuttosto “liberanti”, per niente dogmatiche le quali tendono, chiaramente, a porre i problemi dell’uomo e la loro soluzione nell’uomo.

Ma anche i concetti di “ragione”, “intelletto”, “raziocinio”, che troviamo nello stesso pensiero religioso orientale, testimonia questa spinta “liberante”, come presupposto ad una più aperta e possibile conoscenza.

Erroneamente, secondo me, è stato interpretato e citato, da alcuni scrittori occidentali, ad esempio, l’atteggiamento anti-intelletto che sembra insito nelle pratiche del Buddismo Zen.

In esse, è vero che il “koan” deve servire a mortificare la “ragione”, cioè a mettere in evidenza l’incapacità dell’intelletto di afferrare e risolvere il problema preso in esame ma, tutto questo, non ha come scopo l’uccisione dell’intelletto: è semplicemente un “allenamento”, una tecnica per domarlo, perché il risultato da raggiungere è solamente quello di liberare l’uomo dalla schiavitù dell’intelletto.

L’uomo deve riuscire a dominarlo ed usarlo consapevolmente (conscio della sua automaticità in relazione ai contenuti dello “schema di riferimento e di finalità ideale”), per sfuggire ad una situazione di dipendenza nella quale si trova passivamente soggiogato.

Molto chiaro, mi sembra, ciò che Alan W. Watts scrive a Pag. 75 del suo interessante libro intitolato: LO ZEN.

“La mente, cioè l’intelletto – dice Watt – è un buon servo ma anche un cattivo padrone e mentre di regola gli uomini diventano schiavi dei loro moduli di pensiero intellettuale, lo Zen mira a controllare e sorpassare l’intelletto”. “Il Koan è semplicemente un mezzo per passare attraverso la barriera, è un mattone che serve per battere alla porta; quando la porta è stata aperta, il mattone si può buttar via: e questa porta è la rigida barriera che l’uomo innalza fra se stesso e la libertà del suo spirito”. Sono concetti sui quali si può essere perfettamente e razionalmente d’accordo, in fatti in una prima chiave interpretativa, si potrebbe dire: bisogna aprire la porta che si interpone fra l’individuo e la sua libertà, cioè bisogna modificare, in modo “liberante”, lo “schema di riferimento e di finalità ideale” perché quando è “limitante” esso si identifica con la porta chiusa, cioè con la “rigida barriera che l’uomo innalza” fra se stesso e la libertà. È necessario fare in modo che l’intelletto, da padrone, diventi un buon servo, cioè che da sostenitore di dogmi, preconcetti ed illusioni, diventi un valido aiuto nella soluzione diuturna delle dicotomie esistenziali, verso una “positiva” “sindrome di crescita” della personalità nella quale l’intuizione svolga la sua innegabilmente valida funzione complementare.

Non è possibile fraintendere le finalità Zen, leggendo ciò che a Pag. 84, dello stesso libro, scrive ancora Watts: “La mente ha il proprio luogo, e da sola può fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo. Dunque la mente è la chiave per comprendere la vita, perché quando è illusa crea confusione, e quando si fa chiara, rivela la Natura=Budda”. Perciò, per lo Zen, come per quasi tutte le religioni orientali, è essenziale acquisire il dominio della mente. “Questo si consegue – scrive Watts – in primo luogo con l’esercizio del Koan”. Ma ci sono anche altri modi per ottenere lo stesso risultato.

Per maggiore chiarezza, e perché questo brano l’ho trovato sempre molto “illuminante”, dalla stessa opera, riporto una “famosa parabola Zen” che si trova a Pag. 83, e che ho già citato in altre occasioni.

“Per coloro i quali non sanno nulla di Zen – dice la parabola – le montagne sono solo montagne, gli alberi soltanto alberi e gli uomini soltanto uomini. Dopo aver studiato lo Zen per qualche tempo, uno giunge a percepire la vanità e la fugacità di tutte le forme, ed allora le montagne non sono più montagne, gli alberi non sono più alberi e gli uomini non sono più uomini, giacché, mentre l’ignorante crede nella realtà oggettiva delle cose, chi è parzialmente illuminato vede già che esse sono soltanto apparenze che non hanno nessuna durevole realtà, e trascorrono via come nuvole in fuga. Ma – conclude la parabola – per colui che ha compreso pienamente lo Zen, le montagne sono di nuovo montagne, gli alberi sono alberi e gli uomini sono uomini”.

È vero, quindi, che l’ “intelletto” deve essere mortificato per poter essere usato come un buon “strumento mentale”, è vero pure che l’uomo deve rendersi conto di come la “realtà oggettiva” è “apparenza” la cui percezione risulta limitata dall’incapacità dei sensi di afferrarla nella sua “totalità”, ma è anche e soprattutto vero che quando l’uomo ha preso coscienza di tutto ciò, vivendo e raggiungendo il suo “equilibrio”, selettivamente stabile al variare dei “fattori” contingenti, ed è “aperto” alla conoscenza, per lui “le montagne sono di nuovo montagne, gli alberi sono alberi e gli uomini sono uomini”.

        Questi , forse anche troppo sommariamente, sono alcuni “semi” che ci sono offerti dalla “scienza dell’uomo”. Già da questi pochi, si sono potuti desumere interessanti ed “aperti” concetti, fondamentali come presupposti di ulteriori “liberazioni”. Sta a noi seminarli e coltivarli nella nostra mente. Solo da “semi” di questo tipo potrà sbocciare il futuro “per l’uomo”, tutto il resto è purtroppo soltanto velleitarismo che può portare ad una involuzione senza avvenire, oppure ad una lentissima ed interminabile ed indeterminata evoluzione “naturale” nella quale ritorna ad essere operante solo e ciecamente il “caso”, venendo a mancare la possibile azione responsabile e consapevole di un “self making man” fautore e creatore del proprio destino.

Ormai da più parti si sono fatti squillare segnali d’allarme: Già oggi, e gli individui più attenti lo sanno benissimo, ci troviamo a dover effettuare delle scelte che saranno determinanti per il nostro futuro, ma è chiaro che, in questo momento drammatico per l’umanità, non sono più sufficienti solo le “vecchie intuizioni” per afferrare la conoscenza con la “c” maiuscola.

Bisogna renderci conto, in tutta umiltà, che per quanto frammentario, insufficiente e modesto possa essere il “sapere scientifico”, è pur sempre l’unico strumento di cui disponiamo e di cui dobbiamo disporre, per avvicinarci alla “conoscenza”, sulla via dell’Evoluzione umana, mentre oggi siamo quasi alla mercè, unicamente, della troppo giovane e forse non abbastanza previdente Evoluzione Culturale. Solo promuovendo decisamente l’emancipazione globale dell’uomo, possiamo sperare che l’esperimento biologico che ci sta tanto a cuore possa continuare.

IL COMPITO DELLA MASSONERIA

Ed ora riprendiamo dall’inizio questo che, ormai, è diventato un lungo discorso, e proviamo a concludere.

Se si è convinti che fra i compiti della Massoneria ci sia anche quello di preparare, nei suoi adepti, il futuro dell’uomo, e penso che su questo non vi possano essere dubbi, ebbene è assolutamente indispensabile essere perfettamente aggiornati su quelle che sono le già citate “scienze dell’uomo”, per attingervi gli elementi utili e necessari sui quali progettare il concepimento e l’attuazione della nostra missione.

Ripetiamolo ancora una volta, al fine di ricordarlo:

PER AIUTARE L’UOMO BISOGNA “CONOSCERE” L’UOMO.

Dobbiamo metterci bene in mente, dunque, e cercare di comprendere, che il futuro non è già stato scoperto secoli fa; non bisogna stare costantemente voltati indietro per cercare di vedere il futuro, perché il futuro sta davanti a noi ed è tutto da inventare.

Non dubito minimamente che sia intenzione comune raggiungere la stessa mèta, che consiste nell’aiutare la nascita dell’ “uomo libero”. Purtroppo, però, non siamo d’accordo sulla via da seguire e, forse, anche su cosa si deve intendere concretamente per “uomo liberato e libero”.

Oppure ci troviamo di fronte a delle elementari discordanza semantiche?

In certi casi, si notano delle espressioni sulle quali non ci può essere consenso quando vengano interpretate alla lettera, ma che, invece, diventano concetti accettabilissimi se letti simbolicamente.

A questo proposito, desidero citare due esempi tratti dalla “Rivista Massonica” n.9 del novembre 1974.

Alla conclusione del “veemente” articolo del Fratelli Giorgio Rocchi, che in effetti è stato lo stimolo provocatore di questo mio scritto, a Pag. 538, si può leggere quanto segue.

“Il sole simboleggia la coscienza degli esseri che, infranti i ceppi della ragione e realizzata l’intuizione intellettuale, hanno potuto liberarsi dalla condizione individuale e conseguire gli strati superiori.”

Ebbene, si può anche essere d’accordo, in questo caso, traducendo i simboli dei simboli dei simboli, con altri simboli, cioè parole, aventi significato un poco diverso: Il sole simboleggia la coscienza degli essere umani che, infranti i ceppi dei legami regressivi e realizzata l’emancipazione, hanno potuto liberare le potenzialità umane e conseguire la libertà “di”.

L’altro brano che indico, è quello posto a conclusione dello stesso articolo, sempre a Pag.538: è una citazione di Guenon, in essa si dice.

“Il passaggio dall’esteriore all’interiore è anche il passaggio dalla molteplicità all’unità, dalla circonferenza al centro, al punto unico dal quale è possibile, per l’essere umano reintegrato nelle prerogative dello stato primordiale, elevarsi agli strati superiori e, mediante la completa realizzazione dalla vera essenza, essere infine affettivamente ed allo sto di atto, ciò che egli è potenzialmente dall’eternità”.

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IL MALESSERE DEL G.O.I.

L’importanza del proselitismo

Oggi, purtroppo, riesce difficile poter affermare che la Libera Muratoria Italiana di Palazzo Giustiniani stia godendo di ottima salute. Questo disagio, senza dubbio, può essere attribuito, in parte, alla generale crisi di valori nel mondo occidentale. Forse, anche altre motivazioni si potrebbero rintracciare nella storia, più o meno recente, della Massoneria italiana. Certo è che, oggi, attraversiamo un grigio periodo di stagnazione, nonostante la buona volontà del Gran Maestro Gustavo Raffi e della Giunta, che provano, nel tentativo di scuoterci dal torpore odierno, a proporre qualche cosa di nuovo, nella concretezza. Lodevole intenzione, senza dubbio, ma, secondo un’attenta analisi, condotta da anni sull’attività dell’Istituzione, inefficace nell’immediato, per quanto si può riferire al raggiungimento di risultati positivi, e coerenti con le nostre dichiarate ed ineludibili finalità iniziatiche.

È mio motivato convincimento, che il male oscuro del Grande Oriente d’Italia derivi dall’azione concomitante di due fattori che, con la perdita di una loro corretta funzionalità, mettono in pericolo l’esistenza stessa dell’Istituzione. Faccio preciso riferimento al proselitismo ed all’attività strettamente iniziatica nelle Officine.

I due argomenti, più di quanto non si pensi, sono, fra di loro connessi in modo rigoroso e dinamico.

La Massoneria persegue il dichiarato compito di intendere al perfezionamento dell’Uomo e dell’Umana Famiglia ma, questo perfezionamento, conseguibile per mezzo di un’attività iniziatica mirata e concreta, deve, per essere efficacemente accettata, soddisfare, anche, le aspettative culturali e le necessità più elevate, tendenti all’emancipazione dell’uomo contemporaneo che bussa alla Porta del Tempio.

D’altra parte, il postulante, oltre le qualità di apprendimento necessarie per seguire il processo iniziatico, deve, già prima di essere ammesso, inderogabilmente “sentire”, e le dovrà sentire per tutta la vita, l’importanza, la gravità, la serietà, l’esclusività, la bellezza, l’eccezionalità della scelta che ha fatto “liberamente e spontaneamente, con disinteresse e spirito di sacrificio”. La Libera Muratoria ed il postulante, per il funzionamento ottimale di tutta l’operazione, debbono soddisfare il doppio legame di reciprocità ora indicato.

Con l’intento di renderci conto della validità di quanto esposto, e di come le finalità, le aspettative ed i rapporti si evolvano nel tempo, proviamo ad esaminare in quali contesti socioculturali ha operato la Massoneria, in tempi storici passati, quale tipo era e quali speranze nutriva, per sé, l’uomo contemporaneo, sul quale si doveva produrre il miglioramento promesso dagli Statuti e dai Rituali.

Se prendiamo in esame il periodo protomassonico, il XVII secolo, notiamo che la visione del mondo accettata era quella tolemaica. L’uomo figurava al centro del creato, ma nella società contava ben poco. L’autorità eclesiastica dominava su tutto, anche nella vita individuale. Gli uomini avevano scarse possibilità di aggregarsi e di aiutarsi. Oltre le organizzazioni religiose e militari, solo le corporazioni dei mestieri erano un embrione di libera associazione costituita.

Il potere terreno dei Re, degli Imperatori e della nobiltà era legittimo solo in quanto gestito “per volontà di Dio”. La protomassoneria e poi meglio la “Massoneria moderna”, agli inizi del 1700, diventa, come si autodefinisce negli “Antichi doveri”, un “centro di unione ed il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti”. La Massoneria, ai suoi nuovi adepti, offre, tramite la costante, responsabile ed esemplare guida di un Maestro, il rigoroso insegnamento del mestiere e delle principali regole della buona convivenza, dentro e fuori dalla comunità, in ogni momento della giornata, sia lavorativa che festiva.

Certo il miglioramento esistenziale dell’adepto e la sua valorizzazione nell’ambito dell’associazione, in quel contesto storico, sono notevoli ed evidenti. L’appartenenza, il fervore sul lavoro, il timor di Dio e l’obbedienza ai Superiori danno, senza dubbio, all’uomo di quel periodo storico, forse, anche più di quanto ci fosse nelle sue modeste aspirazioni di elevazione.

Con la prosecuzione e la fine del 1700, lo scenario della visione del mondo accettata, cambia completamente: la teoria copernicana ha il sopravvento e si afferma, sempre più, il meccanicismo universale di Newton e di Galileo; si diffonde l’Illuminismo, il posto dell’uomo, nel Sistema solare, è relegato su uno dei vari pianeti che orbitano intorno al Sole, ma l’uomo, in sé, incomincia a contare un po’ di più, se non come singolo, come insieme di uomini. La libertà non significa più, solamente, non schiavitù o libertà dal bisogno. I popoli, i cittadini, vogliono più libertà da chi li governa; incominciano ad organizzarsi per combattere la prepotenza e le sopraffazioni di chi gestisce pesantemente il potere.

Durante il XIX secolo, si lotta, in quasi tutto il mondo, per l’emancipazione dei soggiogati dalle tirannie temporali e religiose.          

In questo frangente storico, la Massoneria continua a svolgere una precisa funzione che, poi, la caratterizzerà sempre di più, e cioè quella di sopperire, in qualche modo, alle carenze funzionali presenti nella società di appartenenza, preparando i propri affiliati a soluzioni esistenziali, di solito, marcatamente innovative.

Nel periodo precedentemente esaminato, la Libera Muratoria aveva soddisfatto le aspirazioni dei propri adepti, insegnando loro le regole fondamentali di una buona convivenza, seminando le basi di quel tipo di organizzazione sociale che poi, trasferita nel mondo profano e nei parlamenti, sarà chiamata democrazia.

Nel 1800, chiedendo agli associati lealtà, disciplina e coraggio, alimentando un sano e motivato sentimento di libertà per loro e per gli altri, la Massoneria prepara e migliora, prevalentemente con la potenzialità educativa dell’esempio, uomini la cui aspirazione massima è prepararsi e lottare contro tirannie di ogni tipo.

Forse, è con uomini di varia estrazione, così formati che, poi, nel mondo profano si compongono i primi partiti politici.

La clandestinità e la segretezza, naturalmente allora, erano necessità di sopravvivenza, ma erano anche validissime forme di selezione, che certamente lasciavano fuori dalle Colonne chi non aveva forza d’animo, convincimento e dedizione sufficienti a vivere un doveroso e solidale impegno nei riguardi dell’Umanità sottomessa. Non c’èra posto, fra le Colonne, per uomini qualunque, per uomini mancanti di “vocazione”.

La storia, ma forse è meglio dire l’evoluzione dell’uomo, continua, ed altri cambiamenti si stanno imponendo. La visione del mondo accettata è nuovamente stavolta. Il sistema solare non è più il centro dell’Universo. Il Sole è diventato una stella qualunque, nemmeno tanto grande, situata in una zona periferica di un’ammasso di miliardi di altre stelle chiamato Galassia che, allora, sembrava tutto l’Universo; poi, solo in tempi più recenti, si scoprirà, addirittura, che la nostra galassia, insieme a miliardi di galassie, anche più grandi della nostra, costituiscono l’Universo conosciuto.

Siamo agli inizi del 1900, timidamente, la teoria della relatività di Albert Einstein si affaccia su di un mondo governato, con sicurezza e logica precisione, dal meccanicismo universale di Newton e Galileo.

Arriviamo ai nostri giorni. La relatività di Einstein, ora pervade ogni branca del sapere, demolisce il baluardo dell’oggettività, fino a far tremare le stesse basi delle leggi sulle quali sono basate le teorie scientifiche. L’uomo contemporaneo, di fronte all’Universo, sparisce come entità, ma come individuo singolo, cioè come fenomeno unico ed irripetibile, è causa, effetto, obiettivo, e speriamo soluzione, della profonda crisi epocale in atto. La situazione, forse, è percepita correttamente, solo in certi ambiti avanzati della ricerca scientifico-culturale. Comunque, il disgregamento palese di molte istituzioni classiche, è il sintomo chiarissimo di un travaglio da cambiamento, in corso.

Mentre nel XIX secolo, le aspettative di miglioramento si riferivano alle masse ed alle comunità umane, ai popoli, nel terzo millennio appena incominciato, il problema fondamentale, l’aspirazione più cogente è la “crescita” dell’individuo. Anche il “potere”, sia pure con scarso entusiasmo, sta incominciando a comprendere che è molto meglio e più efficiente “governare” un gruppo di uomini “adulti”,autonomi e ragionevoli, che un “gregge” di “immaturi” e sbandati insipienti. Però, fino a poco tempo fa non era così, e nemmeno oggi, questo modo di valutare è molto esteso. Il potere, nella nostra società, ha profuso tutti i suoi sforzi migliori, in uno sviluppo tecnologico strepitoso che, però per sopravvivere, ha bisogno di “greggi umani” produttori/consumatori, possibilmente acritici, i quali hanno il compito di tenere, con un consumo crescente, più alta possibile la produzione, in generale.

La società occidentale, oggi, rischia di essere letteralmente travolta, da un micidiale feed-back positivo, da un vorticoso ed incontenibile crescendo esponenziale, fra produzione e consumo.

Al potere, sembra proprio che siano sfuggite di mano queste forze titaniche. Le mentalità ormai superate, di un mondo che sta per finire, non riescono a trovare valide soluzioni, e quelle che propongono, anche perché la produzione necessita sempre meno di “mano d’opera” ed il numero degli insoddisfatti aumenta, peggiorano sempre più la situazione.

Chi, in questi frangenti, si trova, veramente, ai limiti della sopportazione, è l’essere umano che, per l’incredibile rapidità con cui si susseguono i cambiamenti, non riesce più a fronteggiarli con la sua meravigliosa adattabilità la quale, purtroppo procede ancora, nella maggior parte degli esseri umani, o con il passo dell’evoluzione biologica, oppure si adegua solo a livello di versatilità fisica mettendo, però, in seria difficoltà l’ambito psichico, già logorato oltre ogni limite di tollerabilità .

Tradotto in un concetto molto più semplice: l’uomo sta perdendo la capacità di vivere. È sufficiente guardarsi intorno per vedere un’umanità presa dalla frenesia di raggiungere mète e di possedere cose materiali che, poi, gli procurano solo delusioni e/o insoddisfazioni, L’uomo nostro contemporaneo, ha smarrito la capacità di regolare i propri desideri ed è preda di frustranti passioni compensatorie. Non riesce più, nemmeno un poco, ad essere padrone di se stesso. Ha perfino atrofizzato la sua positiva capacità critica, indispensabile per difendersi dalle martellanti pressioni esterne, incontrollate ed incontrollabili. L’uomo contemporaneo non riesce più  a “crescere”.

A qualsiasi livello sociale si trovi, avverte una devastante sensazione di impotenza, di fronte a tante sollecitazioni che stanno, progressivamente, limitando le sue libertà interiori. Ed in questa drammatica situazione, ora appena tratteggiata, nessuno insegna all’essere umano cosa deve fare, almeno per proteggersi un poco, per alleviare, quello che è diventato il peso del vivere. Nessuno aiuta veramente questo povero uomo contemporaneo, a capire se stesso ed a comprendere il mondo nel quale è costretto a vivere; nessuno lo aiuta concretamente a tutelarsi. Nessuno, nemmeno quelli che, sia politici che religiosi, si propongono, invece, come gli “unici salvatori”, i soli che hanno il “mandato” e la “ricetta” per sanare le “malattie” con le quali “gli altri”, i cattivi, i diversi, i miscredenti contagiano l’Umanità.

Purtroppo, questi sprovveduti “benefattori dell’Umanità”, nella realtà dei fatti, per quanto facciano, non riescono ad ottenere risultati soddisfacenti. Ma che fosse così, si sapeva e si poteva capire già da prima.

Questi sedicenti “salvatori”, sia politici che religiosi, hanno la sfortuna di saper proporre, solamente o quasi, sanatorie che sono al di fuori dell’uomo: soluzioni economiche da parte dei politici, soprannaturali da parte dei religiosi. Mentre, ormai è noto, ma non a molti, oppure solo a parole, che le vere soluzioni per l’uomo sono dentro l’uomo.

Oggi, si fa sempre più evidente, come si è già accennato, che le proposte esistenziali collettive, hanno fatto il loro tempo. È l’individuo unico ed irripetibile che deve essere preso in considerazione e che può essere aiutato a crescere, anche subito, a condizione che capisca e senta l’impellente necessità di emanciparsi dai legami interiori che gli impediscono di essere padrone di se stesso e del suo futuro.

Ecco, dove la Libera Muratoria può, oggi, svolgere la sua funzione maieutica d’avanguardia; ecco dove la Massoneria può sopperire, come ha sempre fatto, alle carenze formative della società; ecco dove la nostra Istituzione può assolvere, a pieno titolo, e con tutte le capacità necessarie, quanto si propone chiaramente con l’Art.1 della Costituzione e cioè di intendere al perfezionamento, al pieno sviluppo dell’Uomo e dell’Umana Famiglia.

E ci può essere, pure in questa operazione, una giusta coerenza tradizionale: come quando nacque la “Massoneria Moderna”, nel 1717, si insegnarono agli adepti, primariamente, le regole della buona convivenza con il mondo profano, oggi si può insegnare, fra le Colonne, agli Apprendisti, a conoscere se stessi, come premessa del completamento umano che si realizzerà, nei Gradi successivi, con l’apprendere ad essere, consapevolmente, in relazione con i propri simili e con la natura, .

Ma si può dire molto di più: per ottenere questi risultati, che sembrano così innovativi, certamente capaci di soddisfare le aspirazioni esistenziali dell’uomo contemporaneo, non è necessario studiare o predisporre cambiamenti profondi nella struttura organizzativa e dottrinaria dell’Istituzione. Non c’è da produrre alcun stravolgimento nelle finalità della Tradizione iniziatica della Libera Muratoria.

I Rituali, così come sono, indicano una Via iniziatica coerente con le finalità da conseguire. È tutto già programmato nei minimi particolari. I tre Gradi dell’Ordine, vissuti con responsabile e volonteroso impegno, sono quanto di meglio ci possa essere per trasformare il profano contemporaneo, da pedina nel gioco le cui regole sono chiamate realtà, a giocatore maturo e consapevole della propria vita, nella quale diventa possibile accettare, oppure anche darsi, le regole principali.

Ma, poi, ritengo che la Massoneria, per promessa fatta, sia proprio obbligata ad intraprendere questa esaltante ed indifferibile impresa.

Si pensi, un momento, a quanto dice il Maestro Venerabile durante la cerimonia d’iniziazione, al profano che ha bussato alla Porta del Tempio.

“La benda che copre i vostri occhi è il simbolo delle tenebre nelle quali si trova l’uomo, dominato dalle passioni ed immerso nell’ignoranza e nella superstizione. La Libera Muratoria potrà aiutarti a sciogliere codesta benda”.

Ebbene, carissimi Fratelli, questa è un’affermazione molto impegnativa, e sono convinto che non sarebbe male s’incominciasse ad onorarla, non solo a parole, ma anche facendo qualche cosa di concreto per fornire, agli adepti, gli strumenti idonei con i quali aiutarsi ad operare la liberazione promessa.

Ma, riprendendo il filo del discorso: se la Costituzione è coerente con questa necessaria realizzazione, se i Rituali, i quali sappiamo espressamente che rispettano la Tradizione, sono perfetti così, senza cambiare una virgola, se l’iter iniziatico è idoneo per il raggiungimento degli scopi desiderati, cosa è che manca?

Da parte dell’Istituzione quasi niente. Cioè, deve solo essere riattivato il Lavoro iniziatico, come una vera e propria scuola, nella quale apprendere la scienza della vita, come è detto espressamente nei Rituali: incominciando dal Grado di Apprendista, a sviluppare negli adepti le loro capacità di conoscenza di se stessi e, proseguendo negli altri Gradi, con il conseguimento dei rispettivi livelli di consapevolezza. Le modalità del “come” realizzare concretamente i vari gradi di conoscenza sarà oggetto di una trattazione successiva.

Ma allora, cosa è che manca ancora o che è mancato alla Libera Muratoria Italiana per la piena attuazione delle sue finalità iniziatiche?

Oltre alla mancata esecuzione di un completo e graduale lavoro muratorio, ed al fatto di Lavorare, ad ogni Tornata, quasi esclusivamente in Grado di Apprendista, con un impegno iniziatico molto vago. Quella che scarseggia paurosamente, quella che è, quasi del tutto, inesistente, si può semplicemente chiamare la “vocazione muratoria”.

Ciò che non si vede in giro, frequentando le Officine, e dispiace molto dirlo, è il “fervore e la dedizione iniziatica” indispensabili per poter orientare l’affiliato, verso il “miglioramento di se stesso e dell’Umana Famiglia”. Manca, in genere fra le Colonne, l’entusiasta che sente, finalmente, di aver trovato ciò che cercava invano nel mondo profano e che, ora, si può impegnare e lavorare, con fiducia e lealtà, per soddisfare le aspettative di quando è venuto da noi, cioè guarire dalle “malattie esistenziali” cui è stato condizionato nel mondo profano.

Ci troviamo, è vero, di fronte ad un caso di inadempienza reciproca. Noi non gli forniamo attività iniziatica, l’adepto non porta l’entusiasmo necessario per vivere in una scuola iniziatica.

Non sono, certo, queste le condizioni necessarie per un’ottimale funzionalità dell’Istituzione. Non credo, pure, che siano queste le condizioni generali ed i risultati che possono ripagare, in modo soddisfacente, tutto l’impegno, la buona volontà e la buona fede di chi ci governa.

Per quanto riguarda l’impegno e l’attività iniziatica, l’abbiamo già detto e ne parleremo ancora, è possibile provvedere sollecitamente. La soluzione dei problemi relativi al postulante, cioè come fare a scegliere solo profani che, dotati di entusiasmo e di buona volontà, seguano proficuamente e con dedizione tutto l’iter iniziatico, mi sembra che non sia di impossibile soluzione.

Per tentare di risolvere quello che oggi è il serio problema del proselitismo, bisogna prima di tutto, che ci sia la profonda convinzione di tutti i Maestri Liberi Muratori italiani che non è possibile, se ci preme la sopravvivenza del Grande Oriente d’Italia, come scuola iniziatica, continuare ad accettare l’ingresso fra le Colonne di profani, selezionati con la distratta superficialità odierna.

Perché, secondo me, sono proprio i Maestri Liberi Muratori italiani che hanno, forse la responsabilità della situazione, ma certo anche la possibilità di dare una soluzione positiva a questa annosa e molto preoccupante controversia. Quindi è indispensabile che siano loro, in piena coscienza e convinzione, ad assumersi l’onere, non facile, non leggero, ma esaltante, di salvare dalla totale invasione della profanità nella Libera Muratoria italiana.

Il coinvolgimento di tutti i Maestri italiani è necessario, perché ritengo che solo loro abbiano la possibilità di rimodellare, con fermezza e sapienza, il proselitismo, riesumando in alcuni rari casi o semplicemente ufficializzando negli altri, la figura del MAESTRO PROPONENTE il quale dovrebbe assumere, verso l’Istituzione, la totale responsabilità per quanto concerne le qualità necessarie all’iniziazione, del profano che presenta. E proprio perché nel nome stesso ci sia, chiaramente ed impegnativamente, espresso il suo compito, lo chiamerei il MAESTRO RESPONSABILE.

Niente di nuovo sotto il Sole: in alcune Comunioni questo incarico viene espletato proficuamente da tempo.

Ufficializzandolo, questo MAESTRO RESPONSABILE, diventerebbe il vero filtro selettivo, oggi quasi inesistente, che dovrebbe vagliare il postulante, rispondere a tutte le sue domane e constatare spassionatamente se dimostra di possedere la genuina predisposizione necessaria per entrare a far parte, attivamente, di una scuola iniziatica.

Il RESPONSABILE dovrebbe, più che sollecitare, assecondare il profano nel soddisfare le sue richieste di sapere. Gli potrebbe proporre testi adeguati da leggere per commentarli insieme, potrà avere con lui conversazioni nelle quali saranno esposti, ed anche approfonditi, concetti, doveri, finalità. Questo periodo potrà essere più o meno lungo a seconda dei casi e della frequenza degli incontri. Comunque, non meno di cinque o sei mesi. Concluderà, quindi, la fase di conoscenza e valutazione ora indicata, o la firma della domanda di ammissione, secondo il muratorio principio del consenso libero ed informato, accompagnata dalla relazione dettagliata del RESPONSABILE. Oppure sarà premura del Maestro trovare le giuste argomentazioni, per i profani ritenuti inadatti, con le quali far capire, con la sensibilità del caso, che il non firmare la domanda è la soluzione migliore per tutte e due le parti.

Questo approccio, quindi, non deve assolutamente avere una conclusione positiva prestabilita. Inutile, mi sembra, spiegare ora perché non tutti possono essere accettati in Massoneria e perché non deve costituire discredito il fatto di non essere ammessi.

Il compito del RESPONSABILE sarà, in seguito, quello di seguire il nuovo adepto, durante tutto l’iter iniziatico, fino a quando avrà raggiunto do Gradi di Maestro Libero Muratore.

Con queste precauzioni, dovrebbe essere molto più probabile di quanto non lo sia oggi, che il postulante, prima di decidersi a firmare la domanda di ammissione, abbia maturato la consapevolezza che, con quel semplice gesto, dà la sua piena disponibilità a conseguire il miglioramento di se stesso, qualunque sacrificio possa costare. Ma questo miglioramento, e lui ne deve prendere coscienza prima di entrare, non è fine a se stesso perché dovrà essere utilizzato, come punto di partenza, per soddisfare pienamente quella che, quando poi eventualmente sarà Maestro Libero Muratore, diventerà, inevitabilmente ma spontaneamente, la sua VERA VOCAZIONE, e cioè, non solo a parole: l’elevazione ai vari livelli di coscienza e la difesa da ogni tirannia dell’Uomo e dell’Umana Famiglia. In altre parole: IL BENE DELL’UMANITA’,

Tutto questo, vi può sembrare esagerato, e lo è certamente rispetto a quanto accade oggi. Ma, carissimi Fratelli, credetemi, se non c’è nel postulante, fin da prima dell’Iniziazione, il fervore, l’entusiasmo, lo slancio, la lealtà, il coraggio e la curiosità prometeica necessaria, sarà molto improbabile che nasca un buon Maestro Libero Muratore. Ed è proprio la mancanza di queste qualità che costituisce, oggi per noi, il problema del proselitismo.

Questa mia proposta, non è altro che il tentativo di sostituire al quasi totale disinteresse odierno, per quanto riguarda i contatti del profano con la Massoneria prima dell’ammissione, con la possibilità di avere dal postulante, anche per la sicurezza di una coerente continuità iniziatica, un consenso libero ed informato, adeguatamente vagliato da un Maestro Responsabile.

Tutto questo non è altro che il tentativo di ampliare l’efficacia e l’assimilazione delle semplici e precise parole, che vengono pronunciate dal Maestro Venerabile, rivolte al profano, prima dell’Iniziazione.

Le frasi principali, che ora citerò di seguito, potranno essere usate dal Maestro Responsabile nei colloqui di preparazione e conoscenza, ma non sarebbe male che pure l’Oratore ne facesse larga utilizzazione, come richiamo e conferma, nel suo discorso di benvenuto al nuovo Apprendista Libero Muratore finita la cerimonia di iniziazione.

“Dichiarate sul vostro onore – dice il Maestro Venerabile al profano – che venite a chiedere la Luce liberamente e spontaneamente, con disinteresse e spirito di sacrificio, per il vostro ed il nostro perfezionamento ?” (…)

“I princìpi della Libera Muratoria, comuni a tutti i Fratelli sparsi per il mondo e fondati sulla ragione, rendono quest’Ordine Iniziatico inconfondibile e universale. Tali princìpi sono immutabili, ma sono anche così perfetti da consentire a ciascuno la piena libertà nella ricerca del Vero. La Tolleranza, uno di questi princìpi, che noi consideriamo la prima virtù del Libero Muratore, permette ad uomini di carattere e condizioni diverse di sedere fraternamente in questo Tempio e di lavorare, per gli stessi scopi, nel più assoluto, affettuoso, reciproco rispetto.”…

“Profano, prima di ammettervi alle prove iniziatiche, abbiamo il dovere di dirvi quale concetto noi abbiamo su alcuni princìpi etici: che cos’è la Libertà, che cos’è la Morale, che cos’è la Virtù.”

“Per noi la Libertà è il potere di compiere o di non compiere certi atti, secondo la determinazione della nostra volontà. È il diritto di fare tutto ciò che non è contrario alla legge morale ed alla libertà altrui.”

“La Morale è, per noi, la legge naturale, universale ed eterna che guida ogni uomo intelligente e libero. Essa ci fa apprendere i nostri doveri e l’uso ragionato dei nostri diritti e si rivolge ai più puri sentimenti del cuore, per assicurare il trionfo della Ragione e della Virtù.”

“La Virtù (…) è la capacità di adempiere, in ogni occasione, i doveri del nostro stato, nei confronti della Società e della Famiglia. Essa si esercita con disinteresse e non si arresta né davanti ai sacrifici né davanti alla morte”

“Al contrario, il vizio è concessione fatta all’interesse ed alla passione,                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  a spese del Dovere. Il vizio, quindi, è il pericolo contro il quale bisogna armarsi con tutte le forze della Ragione e con tutta l’energia del carattere.”

“È per mettere un freno alle nostre passioni, per elevarci al di sopra dei vili interessi, per imparare a calmare l’ardore dei nostri desideri antisociali e antimorali, che noi ci riuniamo nei nostri Templi.”

“Noi lavoriamo senza sosta al nostro miglioramento perché è solo regolando le nostre inclinazioni e i nostri costumi che perverremo a dare a noi stessi quel giusto equilibrio che costituisce la Saggezza, cioè la scienza della vita.”

“Ma tale lavoro è penoso e impone molti sacrifici ai quali dovrete sottomettervi, se sarete ammesso fra noi. Occorre che, consapevole dei vostri difetti, siate disposto a lavorare senza tregua al vostro perfezionamento, se persistete nel desiderio di essere accolto. Siete ancora disposto ?”

“Profano, questa Istituzione ha le sue leggi che impongono doveri reciproci da osservare. Siccome nessuno vuole imporvi obblighi che non conoscete, la saggezza di questa Assemblea ha deliberato di dirvi quali saranno i vostri doveri, se sarete ammesso fra noi. Il primo è quello di percorrere incessantemente la Via iniziatica tradizionale per il vostro perfezionamento interiore.”

“Il secondo è di praticare la Virtù, di soccorrere i vostri Fratelli, di alleviare le loro disgrazie e di assisterli, con i vostri consigli e col vostro affetto. Queste virtù, che nel mondo profano sono considerate qualità rare, sono per noi, soltanto il compimento di un dovere gradito.”

“Il terzo dovere sarà quello di conformarvi alle Leggi dell’Ordine dei Liberi Muratori ed ai Regolamenti di questa Loggia. Posso tuttavia assicurarvi che tali Leggi e tali Regolamenti non contengono alcunché di contrario ai Princìpi dell’Ordinamento costituzionale ed alle Leggi dello Stato o che possa essere in contrasto con la vostra coscienza di uomo libero e giusto.”

“Profano, ora che vi abbiamo indicato i doveri di un Libero Muratore, persistete ancora nel desiderio di essere accolto fra noi ?”

Bellissime parole che preparano meravigliosamente bene il successivo Lavoro iniziatico che, diversamente da quanto accade oggi nella maggior parte dei casi, deve essere sidtematicamente svolto fra le Colonne, in tutti e tre i Gradi dell’Ordine.

Carissimi Fratelli, nell’ambito della sovranità della Loggia, e per il bene della Massoneria, in via transitoria, ritengo si possa sperimentare subito questo procedimento che riguarda il proselitismo ed il premuroso sostegno, dei Maestri Responsabili, allo sviluppo iniziatico dei Fratelli Apprendisti e Compagni.

È nelle facoltà del Maestro Venerabile, sollecitare i Maestri presentatori a svolgere questa loro non proprio nuova funzione, e nel caso di indisponibilità, a proporre dei Maestri idonei.

Carissimi Fratelli, non è per puro desiderio di cambiamento che vi ho fatto queste proposte, ma è la convinzione, e spero che voi ne siate persuasi quanto me, che la Libera Muratoria, come istituzione, non ha bisogno di rinnovarsi, non ha bisogno di rifondazioni o di rivoluzioni, aspetta semplicemente di essere utilizzata per quello che è stata creata e cioè di funzionare secondo cicli iniziatici di lavoro già definiti, utilizzando materiale umano vagliato ed idoneo alla sgrossatura ed alla squadratura.

Carissimi Fratelli, proviamo, con tutto l’ardore muratorio che ancora brucia dentro di noi, a mettere in moto questa meravigliosa Macchina, che in altri tempi ha stupito il mondo, ma che può, ancora, dare moltissimo per il progresso dell’Umanità.

                                                                                                    Luigi Ferraris

Ponte S. Giovanni 23 febbraio 2000

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I VANGELI GIUDEO-CRISTIANI

I VANGELI GIUDEO-CRISTIANI
Brano tratto dal libro NUOVE IPOTESI SU GESU’ di David Donnini,
Macro Edizioni, Cesena (seconda edizione, 1998)

In parallelo con la predicazione di Paolo, tendente a scindere il cristianesimo dalla sua matrice giudaica, esistevano seguaci dell’insegnamento di Gesù che non avevano alcuna intenzione di abbandonare la legge mosaica.
Esisteva cioè un cristianesimo giudaico, una concezione coerente con gli insegnamenti del Messia ebreo, il quale non aveva mai cercato di istituire una Chiesa extragiudaica; al contrario, si era presentato come l’Unto di Yahweh, venuto a ricostruire l’antico regno di Davide e a purificare la società ebraica dalla corruzione e dalla connivenza col paganesimo.
I giudeo-cristiani, prima del 70 d.C., erano probabilmente i messianisti esseno-zeloti e, dopo il 70 d.C., erano i discendenti degli esseni e degli zeloti, e non potevano assolutamente riconoscersi nell’insegnamento propagato da Paolo di Tarso in ambienti non palestinesi.
I giudeo-cristiani non potevano accettare le libere argomentazioni di un ex fariseo che aveva mescolato concetti del messianismo ebraico con idee mutuate da varie religioni del contesto greco-latino, costruendo una nuova teologia che dichiarava decaduta la legge di Mosè.
I giudeo cristiani avevano i loro Vangeli e, con tutta probabilità i più primitivi fra i Vangeli. Scrive, a questo proposito, lo studioso Marcello Craveri:

…l’aperto rifiuto ad accettare contaminazioni con le credenze ellenistiche introdotte da Paolo dimostrano proprio, a mio avviso, che questi nuclei giudeo-cristiani sono molto più vicini al pensiero della primitiva comunità cristiana palestinese che non i gruppi greco-romani dal cui ambiente si sono espressi i vangeli canonici. E in molto casi c’è da domandarsi se gli ipsissima verba di Gesù non siano proprio quelli tramandati dai vangeli di codesti nuclei” (I Vangeli Apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi)

Come si è comportata la corrente facente capo a Paolo nei confronti degli scritti giudeo-cristiani?
Ha ricavato da essi molti elementi ed informazioni riguardanti l’opera e l’insegnamento di Cristo, ha costruito liberamente una sua cristologia e una sua teologia, infine ha dichiarato eretici i Vangeli giudeo-cristiani e li ha tolti di mezzo, poiché in essi c’erano scritte cose che non si potevano più ammettere.
Che cosa è rimasto a noi di questi scritti?
Soltanto brevi citazioni che i Padri della Chiesa, nei secoli II, III, IV, V, hanno riportato nelle loro opere. Ma (si faccia grende attenzione) i Padri della Chiesa, continuatori della linea teologica iniziata da San Paolo, citano tali Vangeli sempre e soltanto per criticarli e per confutarli, pertanto le loro testimonianze sono sempre tendenziose.
Questo non ha impedito loro di trasmetterci alcune utili informazioni. Possiamo leggere:

“…nel Vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto “secondo Matteo”, ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano “ebraico”… hanno tolto la genealogia di Matteo…”. (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).

“…(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l’apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge…”. (Ireneo, Adv. Haer., I, 26).

“…Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore…”. (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).

“…costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell’apostolo(Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri… in conseguenza di un simile atteggiamento hanno ricevuto il nome di ebioniti che indica la povertà della loro intelligenza: il termine, infatti, presso gli ebrei significa povero…”. (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).

Si noti la tendenziosità di queste ultime parole: secondo Eusebio di Ceasrea (262 ca. – 338 ca.), autore di una apologetica Storia della Chiesa, gli ebioniti furono chiamati così per “la povertà della loro intelligenza“. La realtà, che Eusebio non conosce, o che vuole nascondere, è un’altra: le prime comunità giudeo-cristiane erano organizzate secondo il principio esseno della condivisione dei beni e dello stile estremamente frugale di vita; l’abbiamo letto chiaramente negli scritti di Filone che gli Esseni “…ritengono che la frugalità con la gioia sia, come in realtà è, un sovrabbondante benessere…”. L’interpretazione che Eusebio fornisce per spiegare il nome degli Ebioniti non è l’unica che è stata escogitata dai Padri della Chiesa. Scrive Marcello Craveri:

“…l’esistenza di un eretico di nome Ebion fondatore di una setta è un’invenzione di Epifanio (Haer. XXX, 3, 7) o della fonte a cui attinge, mentre il nome di questi proto-cristiani deriva dall’ebraico ebionim, che significa “gli umili”, “i poveri”, con riferimento evidente non solo alla semplicità di vita monastica che essi conducevano (pare anche che fossero vegetariani), ma soprattutto allo spirito che animava la loro predicazione: una protesta contro le ingiustizie sociali e contro i ricchi. Del messaggio cristiano essi pongono l’accento soprattutto sul fermento rivoluzionario contenuto nel discorso della montagna e i loro proseliti, probabilmente, provenivano dagli ame-ha-erets, la plebaglia, gli esseri impuri con cui Gesù non aveva disdegnato porsi a mensa a Cafarnao…”. (I Vangeli Apocrifi, Einaudi, Torino).

Appare evidente l’intenzione della Chiesa Cristiana dei primi secoli, ormai chiaramente distinta dall’ebraismo, di rifiutare le concezioni giudeo-cristiane, sebbene esse siano state le fonti a cui risale la tradizione primitiva su Gesù.
Afferma lo studioso Luigi Moraldi:

“…gli ebioniti non ammettevano la nascita verginale di Gesù. Gesù Cristo è figlio di Dio non per divina generazione, ma per la sua unione con lo Spirito Santo realizzatasi nel battesimo che, a quanto ci è dato capire, è l’unione di una natura celeste con l’uomo Gesù (ben più di una semplice adozione o ispirazione); compito di Gesù è l’eliminazione dei sacrifici cruenti; gli apostoli furono mandati a Israele; gli ebioniti erano vegetariani, amavano e praticavano la povertà…”. (Apocrifi del Nuovo Testamento, UTET, Torino, 1975, p. 359).

Come abbiamo detto, esistevano anche il Vangeli dei Nazorei (o Nazarei, o Nazareni) e il Vangelo degli Ebrei, che alcuni autori considerano come due opere distinte, altri come le diverse denominazioni di una sola opera.

“…(I Nazarei) posseggono il Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico, poiché esso è ancora evidentemente conservato da loro come fu originariamente composto, in scrittura ebraica. Ma non so se abbiano soppresso le genealogie da Abramo fino a Gesù…”. (Epifanio, Haer. XXIX, 9,4).

“…(I Nazarei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l’apostolo (Paolo)…”. (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 1).

“…(I Nazarei) hanno usato soltanto il Vangelo secondo Matteo…”. (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 2).

“…Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro…”. (idem).

L’esistenza di una setta detta “dei Nazorei”, e di un Vangelo che porta questo nome richiama una questione cui abbiamo già accennato.
Infatti è molto poco credibile che Nazorei significhi “abitanti della città di Nazareth”, c’è piuttosto da credere che il termine, con cui è definito spesso lo stesso Gesù, indichi i seguaci di un particolare ideale religioso, che può avere relazione, ma non necessariamente, con l’antico nazireato ebraico.

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INTEGRAZIONE E’

 INTEGRAZIONE E’…

      Risp.mo Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,

il tema che mi accingo a trattare è molto vasto e spazia in ambito religioso, politico, storico, filosofico, ecc. Ritengo personalmente che sia abbastanza noto e dibattuto    l’aspetto riguardante l’integrazione dei migranti, specie nel mondo occidentale, che si trova di fronte a flussi migratori imponenti e non facilmente gestibili, e che sia altrettanto conosciuto e discusso il fenomeno delle differenze di credo spirituale, che sfociano spesso in lotte cruente e feroci, con rari tentativi mal riusciti di giungere ad un vero e duraturo ecumenismo. Per questi motivi ho ritenuto più opportuno affrontare l’argomento da un punto di vista sociale, con la speranza di suscitare ulteriori riflessioni in merito.

      Nelle scienze sociali il termine integrazione indica l’insieme dei processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società; il singolo diviene parte integrante della comunità, tramite una reductio ad unum che si articola in accettazione, cooperazione, solidarietà e socializzazione.

      Tra questi strumenti il primo e più importante è certamente quello della socializzazione primaria, ovvero la trasmissione al neonato e successivamente al bambino, da parte soprattutto della famiglia, di quel catalogo di competenze sociali, valori e norme attraverso le quali la società riproduce se stessa, venendo interiorizzata dall’individuo.

      Successivamente, egli andrà incontro ad altri tipi di socializzazione praticati da agenti diversi (la scuola, il lavoro, le cerchie amicali, le associazioni) accumulando e specializzando le sue competenze di definizione del mondo e le interazioni con esso.

      Nelle società complesse e molto strutturate, l’integrazione è ottenuta tramite l’adesione formale dei suoi membri ai principi sanciti da ambiti culturali quali la morale e l’etica, codificati in sistemi normativi di tipo legislativo.

      Nelle società di carattere comunitario, invece, l’integrazione attiene più profondamente al vissuto individuale, essendo tali società basate su una fusione spontanea delle volontà dei singoli e non sull’adesione generalizzata a norme rigide di carattere impersonale.

      Questo secondo tipo di società viene definito a solidarietà meccanica: qui l’integrazione – e quindi il mantenimento e la riproduzione dell’ordine materiale e simbolico in cui sono immersi gli individui – è garantita dalla caratteristica delle singole “anime” individuali di sentirsi articolazioni di un’anima “collettiva”, con la quale vi è un legame d’appartenenza forte e totalizzante.

      Nelle società complesse vige, al contrario, un tipo di solidarietà organico, basato cioè sulla consapevolezza della necessità d’interdipendenza tra i vari “organi” del corpo sociale, i quali curando ognuno la riproduzione di un singolo aspetto della vita collettiva (la produzione, l’organizzazione, la trasmissione dei valori) si necessitano reciprocamente per la conservazione dell’organismo rappresentato dalla società. A livello individuale, questa consapevolezza si esplica nel riconoscimento della necessità di una regolazione della vita sociale dal punto di vista economico, legislativo, culturale, ecc. ovvero di una disciplina generalmente accettata riguardante i rapporti tra individui e tra gruppi in ciascuno di questi

      Le situazioni di carenza o mancanza d’integrazione sono definite da Emile Durkheim con il termine di “anomia”, fenomeno consistente nel declino di rapporti che può sfociare nella scomparsa di regole morali generalmente accettate, causata da un mutamento nelle condizioni materiali di esistenza di determinati gruppi sociali cui non corrisponde, o non corrisponde in modo esaustivo, un cambiamento normativo. Durkheim include, tra le circostanze potenzialmente responsabili del verificarsi di situazioni “anomiche”, i momenti di effervescenza collettiva, in cui la produzione culturale di una società aumenta d’intensità e di problematicità, con fenomeni quali l’emersione di nuove tendenze religiose o di nuove “visioni del mondo”, che possono sfociare nella formazione di ulteriori movimenti sociali e politici. Questi processi, latori nel breve periodo di situazioni di “anomia” e di conseguente instabilità sociale, possono essere istituzionalizzati attraverso un percorso di generalizzazione, codificazione ed accettazione delle loro proposte, che vengono acquisite dal senso comune e rientrano nelle dinamiche di integrazione sociale descritte in precedenza.

      Nelle moderne democrazie i fenomeni sociali mutano costantemente, anche se non sempre avvertiamo la consistenza e lo spessore di tali mutamenti, con il rischio di perderne il controllo e di non mettere in atto gli opportuni correttivi.

      Robert Putman, uno dei più influenti politologi americani, nel suo studio più famoso contenuto nel saggio “Bowling Alone” edito negli Stati Uniti nel 2000, ha fatto aprire gli occhi a tutto il mondo palesando la progressiva regressione dell’integrazione sociale. Sfruttando la metafora del gioco del bowling, racconta l’abitudine americana di incontrarsi nelle relative sale da gioco, organizzare tornei e riunirsi in associazioni sportive, rendendo corposa la natura di una società vivace, in cui i singoli individui dimostrano la loro propensione a stringere legami interpersonali. Le associazioni sono, infatti, per gli americani lo strumento per percepire, al di fuori di ogni singola esistenza, il mondo esterno come proprio e vivere pienamente la realtà di cui si fa parte.

      Putman osserva un’inversione di marcia nelle ultime due decadi: le associazioni tradizionali stanno scomparendo, la fitta rete di vincoli interpersonali si sta sfaldando, la società assume una forma sempre più individualizzata. Ci s’incontra meno, non si stringono più rapporti con il vicinato, non ci si riunisce in gruppi organizzati, diminuisce l’impegno a mettere in comune le proprie esperienze con altre persone. E così il tempo libero diventa una risorsa da consumare spesso da soli.

      Da questa sintetica e certamente incompleta analisi dell’integrazione sociale, ne deriva, a mio modo di vedere, una riflessione sulla validità e attualità di una forma particolare e importante di associazionismo qual è la Massoneria, la quale persegue la più ampia armonia fra i popoli, al di sopra delle razze, delle religioni, delle idee politiche e filosofiche, realizzando una vera e profonda integrazione fra i propri adepti i quali, formati e modellati dai principi e dai valori massonici, divengono lo strumento fondamentale per l’affermazione dell’amore fraterno fra tutte le genti. Nel Tempio, durante i Lavori Rituali, si raggiunge la totale uguaglianza tra i Fratelli, scomparendo ogni distinzione di rango, di censo, di scolarità, di posizione sociale; le uniche distinzioni sono date dal Grado e dalle gerarchie della Loggia, liberamente e democraticamente elette ogni anno. Nel nostro Ordine possono operare serenamente uomini diversi per etnia, per sensibilità spirituale, per livello culturale, per esperienze di vita; sono queste diversità, armonicamente unite, che danno alla Massoneria forza e vigore e che ci spingono a “lavorare per il bene e il progresso dell’Umanità”. E’ un obiettivo ambizioso, raggiungibile solo a piccoli passi, con faticosa costanza, ma è un’utopia per la quale, credo, valga la pena di lottare e di impegnarsi; anche se il risultato finale non sarà mai raggiunto totalmente, sono convinto fermamente che il solo provarci può dare un senso compiuto e sublime alla nostra esistenza.

Per il bene e la gloria dell’Ordine.                                                                         

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DANTE HA INENTATO IL PURGATORIO

“E canterò di quel secondo regno / dove l’umano spirito si purga, / e di salire al ciel diventa degno” (Purgatorio I, 4-6) Dante Alighieri, inserendo al centro della Divina Commedia la cantica del Purgatorio, ha creato una nuova iconografia, offrendo spunti inediti all’immaginario collettivo e artistico. Il poeta dà forma all’idea di un regno intermedio, provvisorio, che si interpone tra i due luoghi tradizionalmente antagonisti, l’Inferno e il Paradiso, per consentire la purificazione delle anime. Il terzo luogo dell’aldilà è il risultato di una lenta e progressiva mutazione delle credenze medievali, che giunge a compimento intorno alla seconda metà del XII secolo. È però Dante il primo a concepire il Purgatorio come una montagna che emerge dal mare, costituita da cornici concentriche presidiate da angeli. Le anime dei penitenti la percorrono dal basso verso l’alto, partendo dalla breve spiaggia dove approdano con una navicella, in costante umile ascesa fino a giungere all’Eden, posto in cima. La novità introdotta dalla Divina Commedia è proprio quella di considerare il Purgatorio come un luogo autonomo, geograficamente collocato agli antipodi di Gerusalemme, nato in conseguenza della precipitosa caduta di Lucifero fino alla profondità della Terra. La Divina Commedia è stata una fonte inesauribile di suggestioni per gli artisti, e ha lasciato una traccia indelebile nell’iconografia del trascendente. La produzione di splendide illustrazioni in miniatura, iniziata fin dalle prime copie manoscritte realizzate subito dopo la morte di Dante e proseguita nel corso del Trecento e del Quattrocento, dimostra la grande diffusione e lo straordinario successo del poema, il cui corredo figurativo costituisce non solo un prezioso ornamento, ma una vera e propria spiegazione visiva. Iniziali figurate, elementi decorativi disposti a fregio, vignette inserite nello scritto, miniature a piena pagina offrono una gamma molto varia di scelte illustrative per le tre cantiche. Il Purgatorio non godeva di precedenti figurativi; sono proprio i miniatori a creare nuove iconografie destinate a essere riecheggiate dalle xilografie delle versioni a stampa e dalle opere di numerosi artisti dei secoli seguenti. Dopo la diffusione del testo dantesco, tra XIV e XV secolo, il regno intermedio della speranza -immerso nello scorrere del tempo, destinato a scomparire con il Giudizio Universale- diviene nelle raffigurazioni artistiche visivamente indipendente dall’Inferno. Non più un luogo sotterraneo in cui gli angeli cercano di sottrarre alle fiamme alcuni uomini giusti, come appariva nelle prime illustrazioni di manoscritti liturgici e di testi devozionali, o una sequenza di buie caverne popolate di anime penitenti e oscuri demoni, come affrescato nel coro dei monaci del convento di San Francesco a Todi (1346) e da Bartolomeo di Tommaso nella Cappella Paradisi della chiesa di San Francesco a Terni (1450 c.), bensì una faticosa salita -gradone dopo gradone- verso il Paradiso Terrestre, forse memore delle scale dipinte nei libri medievali dei vizi e delle virtù.

Maestro del Purgatorio di Todi, Il Purgatorio di San Patrizio, 1346, affresco, Todi, Monastero di San Francesco (Foto Castrichini, iluoghidelsilenzio.it)

  Il terzo regno inizia a essere rappresentato nei codici miniati come un grande monte scosceso, suddiviso in gironi: la progressione verticale riflette scenograficamente la graduale purificazione spirituale dei penitenti. Le anime accettano con gioia punizioni durissime perché sono spinte dalla speranza e dal desiderio di giungere alla meta finale, il Paradiso. La presenza degli angeli, altro elemento fortemente innovativo del Purgatorio dantesco, aiuta gli spiriti purganti a liberarsi dai peccati, per presentarsi totalmente puri davanti a Dio. Nel quattrocentesco codice Palatino 39 della Biblioteca Nazionale di Firenze, il miniatore ha istoriato la lettera D del IX canto con la rappresentazione di Dante e Virgilio che giungono alla porta del Purgatorio, presidiata dall’angelo guardiano, vestito di bianco, con la spada in mano. Dopo aver percorso tre gradini di marmo bianco, di pietra nera e di porfido rosso, i due poeti inginocchiati chiedono di poter entrare nell’aspra montagna, brulicante di anime. Anche nella miniatura a piena pagina di un altro manoscritto coevo, custodito nella stessa biblioteca (Ms. BR 215), l’altura rosata sorvegliata dall’angelo è percorsa da un cammino spiraliforme ed è conclusa in cima dal Paradiso terrestre; un monte simile è delineato sul fondo del disegno realizzato da Botticelli dopo il 1480 per illustrare il primo canto del Purgatorio. L’immagine del Purgatorio è inserita anche in opere rinascimentali di dimensioni maggiori: nella celebre effige di Dante realizzata da Domenico di Michelino per Santa Maria del Fiore (1465), alle spalle del poeta, circondato dai tre regni dell’oltretomba, appare l’alta rupe percorsa dalle anime purganti, mentre nella lunetta dipinta da Agnolo Bronzino per Bartolomeo Bettini nel 1532-33, Dante, di profilo, è seduto su una roccia e volge malinconicamente lo sguardo verso l’ isola-monte Purgatorio, che si erge dal mare in tutta la sua asprezza. 

Domenico di Michelino, Dante e la Divina Commedia, 1465. Tempera su tela (?), 232×290 cm, Firenze, Chiesa di Santa Maria del Fiore (Wikimedia Commons)

Agnolo Bronzino, Dante osserva il Purgatorio, 1532-1533. Olio su tela, 130×136 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi.

  Fin dal XIV secolo la forza visiva e immaginativa del testo dantesco e le infinite possibilità espressive della sua parola avevano offerto agli illustratori dei numerosi codici manoscritti della Commedia spunti creativi per altre straordinarie invenzioni. Ad esempio nell’incipit del Purgatorio il poeta, per indicare il proprio ingegno impegnato nella stesura del poema, si affida a un’immagine nautica che il miniatore del codice Egerton 943 della British Library di Londra illustra con un inedito accostamento di due motivi: il poeta allo scrittoio e la navicella dell’ingegno. Intento nella scrittura, Dante è seduto sul cassero di poppa di un realistico veliero, simbolo dell’altezza d’ingegno del poeta che “alza le vele” verso le “migliori acque” del Purgatorio. Tuttavia è soprattutto il trittico dedicato ai superbi (Purgatorio canti IX-X-XI) -con le celebri descrizioni dei bassorilievi marmorei intagliati sulla parete e sulle lastre del pavimento della cornice- che, oltre a rivelare i debiti contratti da Dante con la tradizione figurativa medievale, lancia una sfida tra parola e immagine sulla capacità di rappresentare la realtà. Con la descrizione dei rilievi raffiguranti esempi di umiltà o superbia su cui le anime devono meditare, Dante recupera la tradizione antica dell’ecfrasi, ossia la descrizione letteraria dell’opera d’arte. Queste effigi, definite da Dante stesso “visibil parlare”, sono presentate come paradigmi di bellezza e realismo, superiori a ogni altra realizzazione dell’arte e della natura e si offrono inevitabilmente come termine di confronto per gli artisti e gli illustratori da Lorenzo di Pietro e Guglielmo Giraldi a Luca Signorelli, fino a Federico Zuccari. Tre miniature del codice urbinate di Guglielmo Girardi e Franco de Russi sono dedicate alla dettagliata raffigurazione dei bassorilievi scolpiti. Giradi gioca con l’ecfrasi e, in una sorta di rispecchiamento tra testo letterario e testo figurativo, rappresenta con accuratezza il fregio marmoreo contemplato da Dante e Virgilio mentre la schiera dei penitenti avanza faticosamente, accovacciata sotto pesanti massi. Se Luca Signorelli si ispira a una pagina miniata, riservando all’illustrazione dei canti del Purgatorio dantesco lo spazio dei monocromi affrescati tra una fitta decorazione a grottesche sullo zoccolo della cappella di San Brizio ad Orvieto, Federico Zuccari, autore del complesso progetto editoriale del “Dante Historiato”, giunge a esiti senza precedenti nella storia dell’illustrazione del poema dantesco. Nel raffinato disegno a penna e bistro del Canto XI raffigura l’incontro di Dante e Virgilio con tre noti personaggi: Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Salvani, identificati da eleganti iscrizioni che riportano alcune terzine del canto.  Questi uomini, un tempo altezzosi e fieri, dai corpi nudi e vigorosi, oppressi da gigantesche pietre, camminano in uno spazio libero, cadenzato ritmicamente dalle geometriche specchiature della parete e calpestano le scene sul pavimento, istoriato con esempi di superbia punita. Il coltissimo artista manierista si inserisce nel dibattito culturale tardo-cinquecentesco dell’ut pictura poesis rovesciando il tradizionale rapporto tra testo e immagini del libro figurato: del testo ritiene sufficiente trascrivere solo alcuni estratti, mentre la raffigurazione dell’episodio occupa ormai l’intero foglio. 

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LA MADRE DEI MASONOFOBI E’ SEMPRE INCINTA

La madre dei massonofobi è sempre incinta… a cura di Stefano Cappelletti
Si potrebbe dire che «ogni ulteriore commento è superfluo» per questa fiera dell’ipotesi, dell’ardita interpolazione e del condizionale. Ma quello che lascia maggiormente sconcertati è che questa ricostruzione (a metà tra il “Pendolo di Foucault” e il Taxil) sia uscita dalla penna di un (pur se ex) Magistrato della Repubblica Italiana. E se queste sono le basi di partenza con le quali viene considerata dalla Magistratura la Massoneria in Italia molte cose, allora, si potrebbero spiegare… NOTE BIOGRAFICHE di Carlo Palermo

Carlo Palermo ha condotto come magistrato alcune delle inchieste più importanti e scottanti degli anni ’80, dal traffico d’armi e droga a quelle di mafia e corruzione.
Lasciata nel 1990 la Magistratura, svolge – come avvocato – unicamente il ruolo di difensore delle parti civili in alcuni processi di mafia. Deputato nella XI Legislatura, attualmente è Consigliere regionale e provinciale a Trento, ove di recente ha fondato un nuovo movimento per la giustizia. Ha pubblicato Riflessioni di un giudice (1987), L’attentato (1992), Il quarto livello (1997), Il Papa nel mirino (1998).


Tratto dal libro dell’ex magistrato Carlo Palermo:   IL QUARTO LIVELLO Integralismo islamico, massoneria e mafia.
 Dalla rete nera del crimine agli attentati al Papa nel nome di Fatima.
(Editori Riuniti, nuova edizione 2001) Capitolo 5 – Gli attentati al Papa nel nome di Fatima.   pag. 125)  Ipotesi di presenze e convergenze massoniche Se nel quadro degli attentati al Papa in america latina, quelle che sono state appena indicate possono apparire mere farneticazioni di esaltati, resta comunque da rilevare il ricorrente riferimento alle profezie di Fatima.
Il dato più inquietante è quello dei due tentativi reali di uccidere il Papa (nel 1981 e 1982) da parte di soggetti di estrazione diversa (mussulmana e cattolica) entrambi accomunati – anche al di là di ogni ipotesi di complotto – dalla identica esaltazione mistica contro il Pontefice polacco e dalla scelta del giorno.
Questa ricorrenza – quanto meno strana – impone dunque un ulteriore esame sulle circostanze relative ai due attentati (quelli del 13 maggio 1981 e del 13 maggio 1982), episodi con punti di contatto e momenti di convergenza inequivocabili e quasi incredibili.
Il primo e il più evidente è ovviamente quello relativo alla scelta del giorno: la commemorazione delle apparizioni di Fatima, un evento eccezionalmente significativo in relazione alla situazione del tempo (contrapposizione politica Usa-Urss, contrapposizione Khomeyni-Washington) e al ruolo ecumenico assunto dal Papa polacco all’inizio del suo pontificato con le sue continue peregrinazioni.
Il secondo, altrettanto evidente, è la matrice «integralista».
Nell’attentato eseguito da Ali Agka emerge la componente integralista islamica e in particolare quella musulmano-sciita presente nelle forme più violente del Jihad islamico.
Nell’attentato di Juan Fernàndez Krohn affiora in tutta evidenza la componente integralista cattolica, in particolare quella legata a un’interpretazione storica che misconosceva l’autorità del Papa.
In sostanza il progetto di assassinare il Papa avrebbe coinciso con l’emergere di varie eresie sufi in vari settori della stessa chiesa cattolica. Tra queste l’influenza dell’armata blu di Fatima o la teologia della liberazione dei gesuiti sono solo degli esempi. L’obiettivo di queste eresie parrebbe quello di dividere la Chiesa cattolica attraverso degli scismi; iniziativa decisamente contrastata dal Papato. Per questi motivi l’assassinio violento e pubblico del Papa avrebbe avuto un’importanza decisiva per gli obiettivi della società Thule e per gli interessi ad essa collegati.
Il terzo punto, e forse il più inquietante, è quello relativo agli aspetti oscuri legati alle simbologie rappresentate da Fatima in cui si sovrappongono elementi occulti di difficile definizione.
Una quarta componente, almeno relativamente al primo attentato (e cioè quello che si tradusse in un effettivo ferimento del Papa), rivela infine l’inserimento di manipolazioni ai fini della destabilizzazione Ovest-Est, influenzate dagli ambienti americani della Cia.
Da ciò si potrebbe dedurre un’unica componente comune ai vari episodi: la componente massonica trasversale e occulta, legata da una parte a simbologie ben precise con significati e messaggi comunque riconoscibili; dall’altra presente, dall’Ovest all’Est, al Sud, nella sua valenza sopranazionale e in contrapposizione al Papa e al comunismo, in una ideologia di sostegno teorico e pratico alla destra e al terrorismo internazionale.
Va ricordato che nelle indagini svolte dalla magistratura di Trento nel 1983 vennero indicate le banche sulle quali doveva avvenire il pagamento di tre milioni di marchi promessi al Ali Agka per l’attentato al Papa.
Sulla base di collegamenti oggettivi si pervenne già allora ad inquietanti ipotesi, che oggi vale la pena di riesaminare in relazione agli aspetti oscuri ed occulti che circondano quegli attentati. Non va infatti dimenticato che maturarono in un contesto storico preciso, tra conflitti di potere e misteri (italiani, internazionali, politici, economici e bancari) che ancora non sono stati chiariti (dal reale ruolo di Sindona e Calvi, a quello di Marcinkus e dello Ior).
Come nemmeno sono mai stati del tutto chiariti i collegamenti e le coperture che allora si verificarono tra mafia, massoneria e integralismo.
In questo diverso e più ampio quadro di lettura, sarà bene ricordare quanto risultava in alcuni atti di quel processo, in cui attraverso un’analisi sugli istituti di credito emersi per commissionamento dell’attentato ad Ali Agka, si evidenziava che questi conducevano alla figura di uno dei più potenti oligarchi tedeschi, e precisamente al principe Johannes von Thurn und Taxis, ostile al Papa e alto esponente della massoneria di rito scozzese [……].  I riferimenti che nell’attentato al Papa del 1981 riconducono alla famiglia del massone De Taxis, si ritrovano quasi incredibilmente anche in ordine al secondo attentato, avvenuto lo stesso giorno dell’anno seguente, il 13 maggio 1982.
Quel giorno il Papa si era recato a Fatima per consacrare il mondo alla Madonna e invocare la cessazione del conflitto fra Inghilterra e Argentina, per le isole Falkland, e a questo conflitto si richiamano i collegamenti e i contrasti finali tra le più elevate oligarchie inglesi e Calvi.
Proprio il 13 maggio 1982, dinnanzi alla folla incredula dei fedeli il prete ultrà spagnolo Juan Fernàndez Krohn, tradizionalista, ex seguace del vescovo ribelle Lefebvre, venne bloccato davanti all’altare di Fatima: indossava un abito talare e impugnava una baionetta lunga 37 centimetri. L’uomo, tentando di aggredire il Papa, gridò: «la Chiesa è in crisi per colpa di Wojtyla» [……]. Nel novembre del ’92 il cardinale polacco Andrey Maria Deskur in un’intervista al settimanale Il Sabato manifestò solo certezze metafisiche sull’episodio del 1981: «Chi ordì il complotto per uccidere il Papa?» disse «Il diavolo naturalmente» […]. «Lei vuole sapere se il diavolo si è servito del Kgb o non piuttosto della Cia? Dovrà attendere il giorno del giudizio […]» [……]. In effetti, nella inchiesta di Trento si evidenziò – come mai altrove fu notato – che tutti e due gli attentati al Papa del 1981 e 1982, erano avvenuti, e non casualmente, il 13 di maggio ed emerse che la Madonna di Fatima rappresentava, per un gruppo fondamentalista l’essenziale punto di riferimento cultista. Si badi bene – si specificava in un rapporto giudiziario – «cultista, non religioso» [……]. Questo ci induce a spingerci oltre in quelle ricerche che hanno consentito l’individuazione di un collegamento tra questo primo attentato e l’alto esponente della massoneria di rito scozzese Johannes von Thurn und Taxis (appartenente anche all’ordine di Malta).
Procedendo su questa pista, con riferimento però al secondo attentato, si può rilevare che la famiglia dell’ex casa reale portoghese, i Braganza, era imparentata proprio con quelle dei Thurn und Taxis di Regensburg e che il secondo attentatore – il prete Juan Fernàndez Krohn (appartenente al raggruppamento integralista del Culto di Fatima) – avrebbe trascorso un periodo di tempo nel monastero di Regensburg, controllato e gestito allora dall’ottuagenario Padre Emmeran, membro della famiglia Thurn und Taxis [……]. Il castello di famiglia Thurn und Taxis, a Regensburg, era stato usato durante la seconda guerra mondiale come base operativa delle Allemagne Waffen SS, e alla fine della guerra in poi dai servizi di controspionaggio americano ed inglese per interrogare prigionieri e individui provenienti dall’Est.
Allo stesso modo il castello di Duino, vicino a Trieste, appartenente alla famiglia del ramo italiano dei Thurn und Taxis – i principi di Torre e Tasso – era servito all’esercito e al controspionaggio inglese nel dopoguerra [……].
Tra incredibili coincidenze riemergono gli scenari internazionali di quel particolare momento storico, in cui nel contrasto tra centri di poteri occulti occidentali – di destra – e comunismo e tra ideologie islamiche integraliste e Occidente si crearono trasversalmente le strutture economiche e materiali di sostegno e di copertura al terrorismo integralista di varie matrici, con una caratteristica comune: l’ostilità al Papa polacco, principale nemico da abbattere.   Fatima, patrimonio templare- massonico ? Certamente quel che di è detto sulla eventuale presenza di messaggi «massonici» nei due attentati al Papa può destare scetticismo e incredulità. Sentimenti che ha avvertito anche chi scrive, pur se frammisti alla consapevolezza di trovarsi di fronte a fatti ed eventi che, per scelta di modi e tempi, riconducono necessariamente ad aspetti occulti.
Una particolare «curiosità» deriva da quello strano connubio riscontrato nella loggia «C» di Trapani, in cui come si è visto esistevano tracce ben precise di legami tra templari, massoneria, arabi e mafia e strani collegamenti che riconducevano ad ambienti americani.
Fu anche accertato che vi era stata tenuta, proprio qualche giorno prima dell’attentato compiuto da Ali Agka, la seduta di un «sacro concistoro», vennero sequestrati fax di dubbia interpretazione, in un possibile quadro di doppiogiochismo, tra gli associati della loggia e esponenti governativi bulgari a Roma. Inoltre è accertato che sei mesi prima dell’attentato Agka si recò a Palermo e fu misteriosamente «prelevato» da qualcuno, così parrebbe abbia recentemente dichiarato un collaboratore di giustizia giudicato attendibile. E non possiamo dimenticare che quel che accadeva nella vicina Trapani è ancor oggi un mistero, ma era certamente legato alla mafia turca, ai traffici di stupefacenti provenienti dalla Turchia e, con connessioni bulgare, alla massoneria, ai servizi segreti, ai movimenti estremisti di destra.
Nel tentativo di comprendere significati (anche su episodi personali) di difficile lettura e interpretazione, si è cercato di approfondire l’argomento relativo agli aspetti «massonici» riscontrabili nell’analisi degli eventi di Fatima. E, proseguendo in tale ricerca, non sono mancate ulteriori sorprese.
Intanto, partendo dall’episodio del lontano 1158 avvenuto in Portogallo (e cioè sulla direttrice templare con Trapani), non è stato difficile riscontrare l’ipotesi di una primaria paternità templare sull’episodio della conversione di quella Fatima (figlia del musulmano Alcàcer do Sal), convertita al cattolicesimo che dette nome alla località ove poi avvennero le apparizioni miracolose del 1917.
L’epoca era quella delle crociate. Nei vari paesi europei e in particolare in Portogallo, furono i prodi cavalieri templari a guidare la lotta agli infedeli figli di Maometto in nome del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Nel ricordato episodio del 1158 un cavaliere cristiano, battendosi contro i mori che ancora occupavano il territorio del sud portoghese, fece una carneficina di arabi risparmiando, secondo le regole cavalleresche, la principessa araba Fatima.
Ma, sempre su Fatima, è ancor più sorprendente quanto avvenne nel 1917, in concomitanza con le apparizioni ai tre pastorelli. Questi eventi, stranamente, non sono stati mai ricordati pubblicamente in relazione agli attentati al Papa, anche se la loro menzione forse sarebbe stata d’obbligo e indicativa di possibili responsabilità.
L’episodio si verificò in Portogallo nel periodo in cui (sin dall’ottobre del 1910) il nuovo regime governativo, sotto la presidenza di Theopilo Braga, aveva posto in essere una politica accentuatamente anticattolica. I gesuiti vennero espulsi, i conventi chiusi e confiscati i loro beni. Fu abolito l’insegnamento della religione, fu approvata la separazione della Chiesa cattolica dallo stato e il 21 agosto 1911 venne proclamata la nuova costituzione con l’elezione del presidente Manuel de Arriaga, capo del partito liberale con una guerra interna di religione combattuta dalle autorità dall’alto di imperanti logge massoniche.
Come risulta da alcuni testi tedeschi, quando avvennero le apparizioni della Madonna (dal maggio all’ottobre del 1917, e cioè poco dopo l’entrata in guerra del Portogallo) immediatamente la gente iniziò ad accorrere sul posto, confidando nelle grazie che la Regina del Rosario avrebbe potuto elargire.
Ma il crescendo dei pellegrini non fece che inasprire la guerra dei fratelli massoni «contro il clero e la montante superstizione di Fatima». Costoro quindi non si limitarono a deridere e calunniare i credenti cattolici attraverso la stampa atea, ma si lasciarono andare anche a atti di violenza con l’appoggio delle autorità civili allora completamente succubi delle logge massoniche.
La violenza massonica determinò alcuni fatti gravissimi. Dapprima vi fu il sequestro dei tre fanciulli. Poi il 19 agosto 1917 si scatenò la manifestazione di protesta e di propaganda contro le «mene clericali» proprio a Fatima.
Successivamente vi fu la profanazione e il saccheggio sacrilego degli oggetti di devozione a Cova da Iria, durante la notte del 23 ottobre [……]. Poiché, tuttavia i pellegrinaggi proseguivano, i fratelli massoni, in un crescendo di aggressioni, nella notte del 2 marzo 1922 fecero saltare con la dinamite la piccola cappella [……]. Le ostilità massoniche continuarono anche dopo il riconoscimento, che avvenne nel 1930, da parte della chiesa delle apparizioni come «miracolo».
Tutto ciò fa pensare a un rapporto tra templari e massoneria contro la chiesa con riferimento ai due attentati al Papa.
Ricordiamo per inciso che subito dopo l’ultimo attentato, il 20 giugno 1982, una delegazione templare si recò in Vaticano per affermare dinnanzi al Papa il «proprio ritorno» [……]. In occasione della canonizzazione del beato Crispino da Viterbo da parte del sommo Pontefice, presenti il sacro collegio e il corpo diplomatico, i Cavalieri del Tempio di gloriosa memoria, ossia i templari, avvolti in candidi mantelli con la croce rossa patriarcale sulla spalla sinistra, tornano a san Pietro varcandone la sacra soglia. Piazzati in tre punti intorno alla cappella Papale (i tre punti del triangolo massonico, e più precisamente, a metà della navata centrale e nelle tribune di SS. Elena e Veronica, nei bracci destro e sinistro del transetto, così da formare un triangolo equilatero) «la loro presenza si fa sentire».
[……] Tutto quanto abbiamo raccontato non pretende ovviamente costituire una ricostruzione di realtà di fatti e di responsabilità in ordine agli attentati al Papa, è solo un’ ipotesi di studio, forse fantasiosa, su eventi personaggi, collegamenti, (materiali ed ideologici) diretta a mettere in luce, nell’episodio circostanze almeno strane [……].
La radicale e antica ostilità alla chiesa nell’interpretazione massonica di Fatima; la storia e la tradizione culturale araba di Trapani (legata al Portogallo dalle vie dei templari) e del porto di Marsala (porto di Ali, marito di Fatima, figlia prediletta di Maometto, ascendenti dei musulmani sciiti fatimidi); la successione cronologica della costituzione della loggia «C» e la data del Sacro concistoro a Trapani; i legami della loggia con il mondo arabo e in particolare con Gheddafi e la sua setta; i collegamenti emersi tra la loggia trapanese ed esponenti bulgari; il fatto che lo stesso attentatore turco sei mesi prima dell’attentato sia stato presente in quei luoghi oscuri e con non ben definiti contatti (come dichiarato da un collaboratore di giustizia proprio di quella zona); le rivendicazioni di un «ritorno templare» successive al secondo attentato; sono tutte circostanze rilevanti per un più approfondito esame della vicenda.    
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PERCHE’ SAN PAOLO HA INVENTATO IL CRISTIANESIMO ?

Perché San Paolo
ha inventato
il cristianesimo?
Certamente non possiamo esonerarci dal considerare in modo attento questa domanda senza rischiare, altrimenti, di avere elaborato una interpretazione ricca di indizi a suo favore ma, ahimé, mancante dell’elemento più importante.
Infatti dobbiamo individuare il motivo fondamentale per cui sarebbe stata operata la revisione del messianismo tradizionale degli ebrei e la sua trasformazione in una teologia destinata a staccarsi dalla matrice giudaica o, addirittura, a porsi in conflitto con essa per i secoli successivi.

Come abbiamo già detto, la figura su cui ricade il massimo della responsabilità di questo processo è quella che la tradizione cristiana riconosce nella persona di San Paolo.
Chi era San Paolo? E perché avrebbe inventato il cristianesimo?
E’ straordinario constatare il modo in cui la letteratura cristiana lascia questo personaggio in una condizione di quasi anonimato, sfocandone al massimo il profilo biografico e l’identità anagrafica. Non sappiamo quando sia nato, chi fosse la sua famiglia, in che periodo sia venuto a Gerusalemme per compiere gli studi e, quel ch’è più clamoroso, lo scritto del Nuovo Testamento che si occupa di lui (Atti degli Apostoli) lo abbandona completamente a metà di un percorso narrativo, senza dirci niente sul suo destino.
Le sue lettere, che oggi appartengono al corpus del canone neotestamentario, hanno l’aria di essere dei documenti ricchi di contraffazioni, se non, qualche volta, per niente autentici.
Alcuni autori giungono persino a mettere in dubbio il fatto che questo personaggio fosse un autentico ebreo, come egli proclama negli scritti del Nuovo Testamento che gli sono attribuiti. Personalmente non mi sento di sostenere questa tesi estrema, ma posso associarmi ad alcune constatazioni che sembrano dare un profilo elastico alla ebraicità di San Paolo.
A.N.Wilson, in “Paolo l’uomo che inventò il cristianesimo” (Rizzoli, 1997), sostiene, in modo abbastanza verosimile, che Paolo fosse un personaggio molto legato e compromesso col mondo romano, soprattutto per il fatto che la sua professione sarebbe stata quella di produrre tessuti per tendaggi usati dalle legioni militari imperiali. E’ certo che i suoi famosi viaggi non sono stati effettuati al fine primario di compiere un’opera missionaria ma che, piuttosto, egli ha approfittato della circostanza professionale dei suoi continui spostamenti commerciali per svolgere anche un proselitismo politico-religioso (non ci si meravigli di questa associazione fra politica e religione: nel mondo semitico degli ebrei la politica e la religione sono legate indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica).
Ciò che caratterizza l’identità culturale di Paolo è una ebraicità molto aperta, una estrema abitudine, per ragioni di ambiente di nascita e di esperienze di vita, al contatto con le culture gentili, ovverosia pagane. E non c’è alcuna possibilità di comprendere storicamente questo individuo e la sua opera se non si parte proprio dall’idea che le sue formulazioni teologiche, sfociate nella nascita di una nuova religione, abbiano origine nel contrasto stridente fra…

  • …da una parte, la ebraicità ottusa, fanatica, fondamentalista e xenofoba (la concezione hassidica, sviluppatasi dal patriottismo politico religioso dei maccabei del II secolo a.C.), che nel I sec. d.C. trovò la sua principale espressione nel messianismo esseno-zelota, e la sua collocazione geografica nell’ambiente palestinese,
  • …dall’altra parte, la ebraicità aperta, maturata attraverso il contatto e la convivenza con i popoli e le culture gentili, disponibile alla reinterpretazione delle scritture in senso molto elastico (una concezione di cui furono tipici rappresentanti uomini come Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio, e il primo Shaul, successivamente nominato Paolo), per niente interessata allo sviluppo di una conflittualità estrema fra Israele e Roma, con una collocazione geografica rivolta soprattutto agli ambienti della diaspora.

Sono le tensioni fra questi due modi di essere ebrei, e le drammatiche vicende politiche e militari della nazione ebraica sotto il dominio imperiale, sempre in altalena fra le azioni dei patrioti Yahwisti e le repressioni romane, che fornirono i presupposti del processo attraverso il quale si sviluppò per gradi…

1 – …prima, una coscienza contraria al messianismo radicale degli esseno-zeloti,

2 – …poi una corrente politica altrettanto radicale, ma in senso anti-messianista, espressione delle classi dominanti di Israele (sadducei e farisei di destra),

3 – …quindi una tendenza a rileggere le profezie messianiche con significati contrari a quelli esseno-zelotici, e aperta ai contributi teologici delle spiritualità gentili,

4 – …infine una corrente militante, di cui il San Paolo del dopo Damasco fu il fondatore e il promotore indefesso, che, pur di contrastare il messianismo hassidico e i suoi estremi pericoli per la sicurezza della nazione ebraica, era disposta a crearne un altro, aperto alle teologie escatologiche straniere (vedi il Soter greco, il Saoshyant persiano, il Krishna e il Buddha indiani…), sopportando il rischio (o forse andandogli volutamente incontro) che ciò innescasse una sorta di mitosi teologica il cui prodotto, alla fine, fosse la nascita di una nuova religione e la sua scissione dal giudaismo.

In un primo tempo San Paolo sarebbe stato senz’altro un esponente della corrente di cui al punto 2. E’ facile che egli, in quanto benestante, colto, professionista con molte occasioni di viaggio e con molti contatti in ambienti sia ebraici che greco-romani, sia stato coinvolto nella politica di repressione delle “brigate messianiste” e che abbia collaborato come informatore o anche in modo più consistente.
Non si dimentichi che i cristiani, al centro della attenzione repressiva, in questa fase del processo di evoluzione del cristianesimo, non erano ancora ciò che intendiamo oggi con quel termine, bensì erano i giudei messianisti, ovverosia i membri delle sette che aspiravano alla rinascita del regno di Yahwè e all’interno delle quali si individuavano le figure degli aspiranti messia, capi religiosi con la spada in mano.
Siamo noi che commettiamo il gravissimo errore di interpretare il movimento dei seguaci diretti di Cristo come se questi avessero già incorporato la filosofia espressa nel Nuovo Testamento, che rende spoliticizzato, degiudaizzato e pacifista il messaggio evangelico, prima ancora che Paolo lo avesse formulato.

In realtà, gli stessi Atti degli Apostoli, sebbene siano stati redatti col preciso scopo di far apparire la concezione neomessianica di Paolo come se fosse appartenuta a Gesù Cristo, proponendo in modo del tutto artificiale la continuità e la conformità là dove invece sussistono discontinuità e contrapposizione, finiscono per mostrare loro malgrado, con innegabile chiarezza, l’esistenza di un grave conflitto fra una corrente giudaizzante (identificata nelle persone come Simone e Giacomo, i fratelli di Gesù) e una corrente riformista con aperture ellenistiche (identificata nelle persone come Paolo e i suoi seguaci).
In un secondo tempo San Paolo avrebbe maturato un atteggiamento diverso, probabilmente rendendosi conto che la strada della semplice repressione politica, consistente nell’arresto e nella eliminazione fisica degli esponenti messianisti, non avrebbe funzionato molto, tanto più che le ideologie radicali del tipo esseno-zelotico non si fermavano davanti al martirio (abbiamo visto il comportamento dei cittadini di Gamla e degli assediati di Masada) ma, al contrario, ne traevano nuovo orgoglio e nuova energia combattiva. In pratica Paolo comprese che l’ideologia messianista tradizionale avrebbe potuto trovare un antagonista valido solo in un’altra ideologia, e che l’argine per ostacolare l’espansione del messianismo radicale nei diversi strati della popolazione ebraica, e per allontanare i suoi gravi pericoli, avrebbe potuto essere offerto solo da un altro messianismo, non così bellicoso, non così ispirato al nazionalismo yahwista, non così frontalmente ostile ai romani, ma comunque rispondente ad istanze che avessero una risonanza reale nella gente e in larghi strati di popolo.
Insomma, invece di seguire la via degli arresti e delle esecuzioni, Paolo preferì offrire un’alternativa all’idea della salvezza nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione) e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che, pur solleticando l’orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni ebreo, metteva tutti quanti di fronte al timore (poi confermato dalle vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata delle catastrofi. E’ questa, e soltanto questa, la corretta chiave interpretativa attraverso la quale noi possiamo capire ciò che gli Atti degli Apostoli ci presentano, molto falsamente e opportunisticamente, come una semplice divisione di competenze fra Paolo e gli Apostoli giudaizzanti: evangelizzatore dei gentili l’uno, evangelizzatori degli ebrei gli altri.

Altro che divisione di competenze! La verità è che questi ultimi erano legati alla concezione messianica di derivazione maccabea, ovvero al patriottismo nazional-religioso degli esseno-zeloti, ostile per natura al mondo gentile; mentre Paolo aveva già sparso i semi di una filosofia di apertura al pensiero extragiudaico, al punto da rappresentare il suo Gesù Cristo con caratteristiche che appartenevano assai più agli dei incarnati e risuscitanti delle teologie gentili che non alla figura messianica delle profezie giudaiche.
Ora, noi abbiamo molti motivi per credere che Paolo, nella sua città di origine, Tarso, in Cilicia, abbia avuto contatti molto ravvicinati con le culture religiose ellenistiche ed orientali, anzi, proprio con i culti detti misteriosofici, in cui si celebravano complicati riti iniziatici. Di questi possiamo avere una bellissima descrizione divulgativa, accessibile anche ai non addetti ai lavori, nell’opera di J.G.Frazer, “Il Ramo d’Oro” (Newton Compton, 1992), dalla cui lettura possiamo arrivare a capire che certi elementi teologici della figura di Gesù Cristo devono essere stati mutuati dai culti extragiudaici come quelli di Attis, Adonis, Osiride, Dioniso, Mitra… mi riferisco alla nascita verginale, alla resurrezione dopo tre giorni di discesa agli inferi, all’innesto del concetto teofagico (cibarsi della carne e del sangue del Dio) sui contenuti del rito eucaristico esseno (la fractio panis di cui abbiamo visto nel manuale di disciplina di Qumran).

Ora, la quasi totalità dei cristiani nega che il Cristo giustiziato da Ponzio Pilato, con l’accusa di avere militato per diventare “re dei Giudei”, avesse l’intenzione di diventare realmente “re dei Giudei” e abbia mai avuto a che fare col messianismo nazional-religioso degli esseni e degli zeloti. E supportano questa loro irremovibile convinzione sulla base della tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, che contraddice alcune caratteristiche del pensiero ebraico messianista (Gesù siede a tavola coi gentili, deroga alla regola del sabato…), e considerano la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana mediante crocifissione (il tipico destino dei latrones e dei sicarii, ovverosia degli zeloti) come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Un equivoco generato dalle false accuse che i giudei avrebbero prodotto nel presentare Gesù a Ponzio Pilato, al fine di indurre proditoriamente i romani a giustiziarlo.
Ma il meccanismo non è questo! Il punto falso non risiede in quelle accuse di militanza esseno-zelota, bensì nell’immagine del Cristo apolitico, demessianizzato, addirittura quasi degiudaizzato, che propone nell’imminenza della Pasqua ebraica, ad una assemblea di giudei, cerimoniali di sapore nettamente gentile (l’eucarestia teofagica come rito sacrificale del dio incarnato), una immagine costruita a posteriori dalla scuola di San Paolo. E naturalmente non è legittimo dimostrare che il Cristo era un pacifista, che non era il Messia, che era estraneo ai movimenti esseno-zelotici, utilizzando a questo scopo i documenti che furono costruiti apposta per sostenere l’ideologia antimessianista e per alterare la figura di Cristo.
Insomma, quando noi leggiamo i Vangeli (i Vangeli del canone ecclesiastico, naturalmente, non la letteratura primitiva del giudeo-cristianesimo che, del resto, è stata opportunamente tolta di mezzo), noi non abbiamo davanti agli occhi l’immagine storica di Gesù Cristo, bensì l’immagine costruita artificialmente dalla revisione paolina come base della catechesi neocristiana. I Vangeli sono il manifesto antimessianista (e quindi anti-Cristo-della-storia) che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti di Cristo e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l’ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica. Una conversione che è stata ripetuta in modo assai simile, tre secoli dopo, dallo stesso imperatore Costantino, che non si è mai convertito al cristianesimo di Gesù nel modo in cui sostiene una certa interpretazione storica, ma che ha trovato convenienti motivi per convertire ulteriormente la teologia cristiana e renderla sempre più compatibile con le religioni già in voga nell’impero romano (fu lui a volere energicamente il concilio di Nicea e a dare inizio ad un’epoca plurisecolare di caccia all’eresia).
In pratica, dopo queste molteplici e successive operazioni di ricostruzione teologica realizzate nell’arco di tre secoli, le cose che leggiamo oggi nei Vangeli servono a indicarci ciò che Gesù non era molto più di quanto non possano servire ad indicarci ciò che Gesù era. Anche se questa è un’idea inaccettabile da parte di coloro che sono innamorati dell’immagine neo-cristiana del Gesù figlio di Dio e che non possono tollerare che tale immagine sia ridotta dall’analisi storica ad un prodotto di pura creatività teologica.
Non possiamo dimenticare le parole scritte dai Padri della Chiesa Ireneo, Eusebio, Teodoreto:

“…(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l’apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge…”. (Ireneo, Adv. Haer., I, 26).

“…Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore…”. (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).

“…costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell’apostolo(Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri…”. (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).

“…(I Nazareni) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l’apostolo (Paolo)…”. (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 1).

“…Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro…”. (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 2).

Ma questi ebioniti, nazorei (o nazareni) ed ebrei, altri non erano che gli esseno-zeloti o i discendenti degli esseno-zeloti che si erano messi a tavola col Messia e avevano spartito il vino e il pane con lui, poco prima del suo arresto sul monte degli ulivi, e coi quali Paolo si era sempre trovato in conflitto al punto da essere considerato “uomo di menzogna” sia nei suddetti vangeli giudeo-cristiani, sia nei documenti qumraniani come il Commentario di Abacuc [vedi R.Eisenman “James the brother of Jesus”]. Ed è contro di loro che si è scatenata, per secoli, una severa censura storica ed ideologica, finalizzata agli interessi del riformismo neo-cristiano e della istituzione che di esso si era fatta rappresentante.

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NELL’INTERESSE DEI FRATELLI

ell’interesse dei Fratelli   (Una Loggia d’istruzione in tempo di guerra)
Un racconto di Ruyard Kipling

Stavo acquistando un canarino in un negozio di uccelli quando egli mi rivolse per la prima volta la parola, suggerendomi di comprare un esemplare dal piumaggio giallo meno brillante. “Il colore viene da quello che mangia” disse. “E va via, se non si sa come nutrirli. I canarini sono uno dei miei hobbies”.
Uscì dal negozio prima che potessi ringraziarlo. Era un uomo di mezza età, grigio di capelli, con una corta barba nera, e un aspetto molto simile a quello di un terrier Sealyham con occhiali d’argento. Per qualche motivo, il suo volto e la sua voce mi rimasero impressi così distintamente che, alcuni mesi dopo, quando lo urtai su un marciapiede di stazione gremito dai membri di un Club di pescatori in escursione sul Tamigi, lo riconobbi, mi voltai e lo salutai con un cenno del capo.
“Ho seguito il suo consiglio, per quel canarino” dissi.
“Davvero? Bene” mi rispose cordialmente da sopra la canna da pesca inguainata e appoggiata sulla spalla, prima che la folla ci separasse.
Alcuni anni dopo entrai in un negozio di tabacchi, per farmi pulire una pipa, che si era malamente otturata.
“Bene! Bene! E il canarino come va?” disse l’uomo dietro il banco. Ci scambiammo una stretta di mano, e domandammo all’unisono: “Qual è il suo nome?”.
Lui era Lewis Holroyd Burges, di Burges e Figlio, come avrei potuto vedere sopra la porta, ma il figlio era stato ucciso in Egitto. Aveva i capelli che si erano imbiancati, e gli occhi leggermente infossati. “Bene! Bene! E pensare” disse “tra tutta questa moltitudine di gente, proprio lei doveva riapparire così all’improvviso e in un modo tanto curioso, quando c’è così tanta gente che sparisce per sempre, eh?”. (Fu allora che mi disse della morte del figlio Lewis, e perché il ragazzo era stato battezzato con il nome Lewis.)
“Sì. Adesso non è rimasto molto da fare per una persona di mezz’età. Anche gli hobbies… avevamo l’abitudine di andare a pesca insieme. E lo stesso era per i canarini! Li allevavamo per il colore: la nostra specialità era una sfumatura di arancione vivace. Bene! Bene! E adesso dobbiamo localizzare dov’è l’occlusione nella sua pipa”.
Si curvò sulla pipa fedifraga, e si mise all’opera con la stessa tranquilla perizia di un chirurgo. Un soldato entrò, disse qualcosa a voce bassa, ricevette risposta, e uscì.
“Oggi la maggior parte dei miei clienti sono soldati, e un certo numero di loro appartiene alla Massoneria” disse il signor Burges “Mi si spezza il cuore dare loro il tabacco che mi chiedono. D’altra parte, solo una persona su cinquemila ha un palato educato al tabacco. Certo delle preferenze, ma non un palato educato. Ecco qui di nuovo la sua pipa. Merita un trattamento migliore di quello sinora ricevuto. Vi è una procedura, un rituale in ogni cosa. Le assicuro che sarà il benvenuto, ogni volta che le capiterà di passare qui davanti. Ho un paio di curiosità che forse possono interessarla”.
Uscii dal negozio con in corpo il più raro dei sentimenti – la sensazione che è il solo diritto della giovinezza – ovvero che probabilmente avevo incontrato un amico. A poca distanza dall’ingresso fui accostato da un ferito in convalescenza, che mi chiese del negozio di Burges. Pareva che il posto godesse di una certa fama, nel circondario.
Feci modo di ritornarvi altre volte, e con una certa frequenza, ma fu solo dopo la terza visita che scoprii come il signor Burges avesse degli interessi nella ditta Ackerman e Pernit, grossi importatori di sigari, e che tali interessi erano giunti a lui tramite uno zio i cui figli adesso vivevano vicino a Cromwell Road, e mi disse che lo zio aveva frequentato la Borsa valori.
“Sono un negoziante per istinto” disse il signor Burges. “Mi piace il rituale con cui si servono i clienti. Il negozio mi ha fatto bene. Mi piace fare altrettanto servendomi del negozio”.
L’attività era stata iniziata da suo nonno nel 1827, ma gli arredi e le suppellettili dovevano risalire almeno a mezzo secolo prima. I vasi per il tabacco da pipa e da fiuto, rossi e marroni, con corone, insegne dell’Ordine della Giarrettiera e nomi di miscele dimenticate scritte con lettere dorate; i barili levigati di tabacco Orinoco, sui quali sedevano i clienti favoriti, il bancone di mogano, color ciliegia scura, gli scaffali dalle modanature delicate, i contenitori di giunco intrecciato per i sigari, le bilance tedesche montate su argento e il rullo olandese d’ottone e la taglierina per i pani di tabacco, erano tutte cose da desiderare ardentemente.
“Non sono poi così male” ammise. “Quel grosso vaso di Bristol non ha compagni, per quanto ne sappia. Quelle otto anfore per il tabacco da fiuto, laggiù sul terzo scaffale, provengono dalla manifattura di Dollin, che nel ’47 lavorava per Wimble; le guardi, sono dei pezzi assolutamente unici. Esiste ancora qualcuno del mestiere in grado di dirci che cosa fosse l’Hollande di Romano? Oppure la miscela di Scholten? Ecco una tabacchiera del tempo di Giorgio I, ed ecco un Luigi XV; cosa sto dicendo? XIII, XIII, naturalmente una grattugia per trinciare il tabacco da fiuto. Erano i ferri del mestiere, ai tempi di mio nonno. E ora dove si possono trovare in giro, al di fuori del Museo Britannico? Chi sa dirmelo?”.
Le sue pipe – vorrei che questo fosse un racconto per intenditori – la stupefacente collezione di pipe che aveva in salotto, e per l’occasione ebbi il privilegio di conoscere sua moglie. Una mattina, mentre contemplavo con bramosia uno stipetto per cigarros (badate bene, non sigari), di legno di jacaranda con le placche delle serrature d’argento e manigliette ai cassettini di fattura spagnola, un canadese ferito entrò nel negozio, disturbando il nostro piccolo e felice comitato in riunione.
“Senta un po’”, incominciò con voce fragorosa. “È lei la persona a cui devo rivolgermi?”.
“Chi l’ha mandata?” domandò il signor Burges.
“Uno di stanza a Messines. Ma non è questo il punto! Non ho con me il minimo certificato, o altro pezzo di carta; niente, se mi sono spiegato. Ho lasciato la Loggia dovendo diciassette dollari di arretrati per le iscrizioni. Però quel tipo che era con me a Messines mi ha detto che qui da voi la cosa non avrebbe avuto la minima importanza”.
“E aveva ragione” disse il signor Burges. “Ci riuniamo stasera, alle sette”.
La faccia dell’uomo si allungò di una spanna buona: “Diavolo!” disse. “Ma io sono in ospedale, e non posso uscire di sera”.
“E ogni martedì e venerdì, alle tre pomeridiane” aggiunse prontamente il signor Burges. “Naturalmente dovrà superare un colloquio d’ammissione”.
“Penso che non ci saranno problemi, su questo” fu la risposta allegra. “A martedì, allora” se ne andò via zoppicando, e tutto raggiante.
“Chi sarebbe?” domandai.
“Ne so quanto voi, tranne che deve essere un Fratello. Adesso Londra è piena di Massoni. Bene! Bene! Bisogna fare quello che si può, in giorni come questi. Se oggi pomeriggio viene a prendere il tè da noi, dopo andremo insieme alla Loggia. È una Loggia d’Istruzione”.
“Ne sono felice. Qual è la sua Loggia?” domandai, perché sino a quel momento non ne era ancora stato menzionato il nome.
“Fede e Opere 5837, il terzo sabato di ogni mese. La nostra Loggia d’Istruzione si riunisce nominalmente ogni giovedì, ma ora i nostri incontri sono più frequenti, poiché in città ci sono molti Fratelli provenienti da altre Logge”. A questo punto entrò un nuovo cliente e io me ne andai, molto interessato dall’ampiezza degli hobbies del Fratello Burges.
All’ora del tè era vestito come se dovesse andare al Servizio Domenicale, e al posto degli occhiali d’argento aveva un pince-nez d’oro. Ringraziai la mia buona stella per aver pensato di cambiarmi, indossando panni decenti. “Certo, dobbiamo aver questo riguardo per la Massoneria” disse approvando. “Ogni rituale serve a rafforzare l’animo umano. Per l’uomo il rituale è una necessita ovvia. Più la vita quotidiana è sconvolta, più la gente ricorre al rituale. Comunque da parte mia aborrisco ogni forma di applicazione piatta del rituale. A proposito, le dispiacerebbe darci una mano nel colloquio, se stasera ci sono molti Fratelli provenienti da fuori? Ne troverà alcuni alquanto arrugginiti, ma… è lo Spirito, non la lettera che dà vita. La questione dei Fratelli esterni è molto importante. Vede, adesso ce ne sono moltissimi a Londra, e sono così pochi i posti in cui possono incontrarsi o riunirsi”.
“Sei proprio bravo!” disse la signora Burges, porgendogli la custodia del grembiule, chiusa a chiave e con sopra segnate le iniziali.
“La nostra Loggia è appena dietro l’angolo” proseguì lui. “Non deve essere troppo critico nei confronti della nostra sistemazione. Un tempo il posto era un garage”.
Da quello che riuscii a capire nell’oscurità che tutto mortificava, vagammo passando per una scuderia e un cortile. Il signor Burges mi pilotò, scusandosi di ogni cosa in anticipo.
“Non deve aspettarsi..”, stava ancora dicendo, quando salimmo incespicando i gradini di un portico ed entrammo in un’anticamera accuratamente decorata, con appese alla parete delle stampe di soggetto massonico. Notai ai posti d’onore Peter Gilkes e Barton Wilson, padri della pratica dell’Emulation; il Christopher Wren di Kneller; Dunkerley, con sotto il suo ex libris Fitz-George e la banda sinistra sulle armi reali; la caricatura di Wilkes fatta da Hogarth, oltre alla sua Notte di pessima reputazione, e una serie ben incorniciata di Grandi Maestri, da Anthony Sayer in giù.
“Questo è un altro suo hobby?” domandai.
“No, le cornici no” disse il signor Burges sorridendo.
“Dobbiamo ringraziare il Fratello Lemming”. Mi presentò al socio anziano di Lemming e Orton, il cui negozietto è difficile da trovare, ma il cui giudizio e assegni in materia di stampe, godono, invece, di ampia circolazione.
“Le cornici sono la cosa migliore” disse il Fratello Lemming, dopo aver ricevuto i miei complimenti. “Ce ne sono altre nel salone della Loggia. Venga a vederle. Lì abbiamo quel grande Desaguliers, che per poco non se ne andava a finire nello Iowa”.
Non avevo mai visto il salone di una Loggia così bene arredato. Dal pavimento rivestito di mosaici sino al soffitto appropriato, dai tendaggi ai pilastri, dagli arredi alle sedie, dalle sedie alle luci, per finire alla piccola cantoria finemente intagliata e situata in un angolo della stanza: ogni singolo oggetto era perfetto, sia in sé, sia per quanto riguardava l’effetto generale. Espressi la mia opinione su ognuno di essi, ripetendomi diverse volte.
“Le avevo detto di essere un ritualista” disse il signor Burges. “Guardi come sono intagliati quei covoni di grano, e quei grappoli, sugli schienali di queste sedie in cui siedono i Guardiani. Come voleva la vecchia tradizione, prima che fosse rovinata dai mobilieri che servono le Logge massoniche. Ho pescato quella coppia a Stepney, dieci anni fa, proprio nello stesso periodo in cui ho trovato il martelletto”. Era di avorio antico e ingiallito, tagliato in un pezzo unico da una qualche poderosa zanna. “Viene dalla Costa d’Oro” disse. “Laggiù apparteneva a una Loggia Militare, nel 1794, come si può leggere dalla scritta incisa sopra”.
“Se la domanda è legittima,” presi a dire “quanto..”.
“Ci costò” disse il Fratello Lemming, con i pollici infilati nei taschini del panciotto “un’apprezzabile somma di denaro quando facemmo i lavori nel 1906, anche tenendo conto che il Fratello Anstruther, che era il nostro appaltatore, trovò il modo di tirarsi bellamente fuori dalle spese. Per inciso, mi hanno detto che quel concio là è tutto di marmo di Carrara. Non me ne intendo affatto di marmi. Penso che dalla fondazione ci abbiamo messo dentro… oh, un’altra discreta somma di denaro. Bene, ora andiamo nella sala del colloquio a sentire i Fratelli”.
Fui accompagnato in una stanza comoda, sulle cui pareti era posta una fila di cubicoli che avevano tutta l’aria di essere confessionali (mi accertai in seguito che lo erano stati un tempo, quando furono scovati dalle parti di Oswestry, e pagati una somma ridicola). Pochi uomini in uniforme attendevano all’altra estremità della sala. “È solo l’inizio della processione. Il resto si trova in anticamera” disse un dignitario della Loggia.
Fratello Burges mi assegnò un discreto cubicolo, dicendo: “Non si sorprenda. Vengono in tutte le condizioni”.
Condizioni era parola adatta per descrivere il mio primo penitente, che aveva il capo completamente avvolto da bende: era fuggito da un ospedale per ufficiali, come se fosse evaso da Pentonville. Mi domandò, con parlata scozzese piena di termini profani, come potevo pensare che riuscisse a parlare un uomo cui erano rimasti in bocca solo sei denti, oltre ad aver perso mezzo labbro inferiore. Cosicché scendemmo a un compromesso: mi avrebbe risposto a gesti.
Il prossimo – un neozelandese proveniente da Taranaki – capovolse il procedimento, perché aveva un braccio solo e al collo. Diffidai di un enorme sergente maggiore dell’artiglieria pesante, che mi colpì per l’eccessiva e disinvolta loquacità, tanto da mandarlo dal Fratello Lemming nel cubicolo accanto al mio: lì saltò fuori che era stato dignitario supremo di un Distretto. Il mio ultimo postulante mandò all’aria quel poco di serenità che mi era rimasta.
Pareva che si fosse dimenticato tutto, proprio tutto.
“Non la biasimo” disse alla fine, inghiottendo la saliva. “Se fossi al suo posto mi guarderei bene dall’accettare le mie risposte, ma le do la mia parola che, nella misura in cui ho avuto una religione, la Massoneria è stata tutta la religione che ho avuto. Per amor di Dio, Fratello, lascia che mi sieda di nuovo in una Loggia!”.
Quando i colloqui ebbero termine, un Dignitario di Loggia fece il giro dei presenti, con i grembiuli per ciascuno. Niente roba con orpelli vistosi o argentature assortite, ma della seta a coste pesanti con delle nappe e – quando una persona poteva dimostrare di avere il diritto di fregiarsene – livelle di decorosa placcatura. Qualcuno davanti a me strinse una cintura alla vita di una persona tutta rigida e silenziosa, in borghese e con il nastrino dei congedati. “Perdinci! Questa sì che è vita” lo udii pronunciare. Il compagno annuì con un cenno del capo. L’altro esplose improvvisamente: “Ehi! Cosa stai facendo? Smettila! Avevi promesso di non farlo più! Piantala!” e diede un buffetto agli occhi bagnati di pianto del suo compagno. “Lascia che versi un po’ d’acqua” disse un segnalatore australiano. “Non vedi che il povero diavolo è felice?”. Risultò che il Fratello silenzioso era stato vittima dello shock da granata, e che era stato accettato dal Fratello Lemming, avendo l’amico come garante e – cosa che indusse maggiormente Lemming a farlo passare – la minaccia che in caso di rifiuto sarebbe bastata la delusione a provocargli un attacco convulsivo. Così il “traumatizzato” si mescolò felicemente e in silenzio ai Fratelli, evidentemente abituati a scene siffatte. Ci allineammo, secondo le tradizioni in fila per due, quasi cinquanta di numero, ed entrammo nella Loggia accompagnati da quello che credevo essere un armonium, ma che scoprii essere un organo di pregio. Ci volle del tempo prima che tutti ci fossimo accomodati perché dieci o dodici tra noi erano mutilati e dovevano essere aiutati a sedersi su poltrone o chaises longues. Presi posto tra un caporale dei Servizi medici, con un piede solo, e un capitano della Territoriale, che mi disse di aver fatto “baruffa” con una bomba, che lo aveva piegato in due direzioni. “L’esecuzione di Bach che l’organista ci sta dando è di prima qualità” disse estasiato. “Mi piacerebbe conoscerlo. Ai miei tempi premevo anch’io i tasti di un pianoforte”. “Glielo presento dopo la riunione” disse uno dei Fratelli regolari, che sedeva dietro di noi: una persona grassoccia e con una barba a punta, e appartenente alla professione medica, come venne fuori in seguito. “Tutto sommato c’è ben poca gente che suona Bach, non è vero?”. E i due s’immersero subito in una conversazione musicale, che per i non appassionati è altrettanto affascinante di un trattato di trigonometria.
Una Loggia d’istruzione è soprattutto una sede in cui sfoggiare il rituale. Essa non può iniziare o conferire cariche, e si limita a organizzare conferenze e a rinfrescare la memoria degli adepti. Il Venerabile Fratello Burges, assiso fulgidamente nella Sedia di Salomone (scoprii in seguito dove fosse stato reperito anche questo oggetto), disse con brevi parole ai Fratelli di altre Logge come la loro presenza fosse gradita, e come sarebbero stati egualmente bene accetti in incontri futuri, e chiese loro di votare la cerimonia che avrebbe dovuto essere attuata per la loro istruzione.
Quando la decisione fu annunciata, volle sapere se vi erano dei Fratelli esterni disposti ad assumersi le responsabilità rituali di un Dignitario di Loggia. Protestarono, timidamente, di essere troppo arrugginiti. “È proprio questo il motivo per cui..”, disse il Fratello Burges, mentre l’organo suonava dolcemente Bach. Il mio capitano amante della musica si agitava tutto nella sedia.
“Un attimo, Venerabile signore” il dottore grassottello si alzò. “Abbiamo qui tra noi un musicista che ha bisogno di uno strumento e di un’occasione opportuna. Solamente” proseguì con tono colloquiale “gli scalini che portano alla cantoria sono un po’ troppo ripidi”.
“Quanto pesa il nostro Fratello?”, disse Fratello Burges con la solennità di un’iniziazione.
“Poco più di cinquanta chili” disse il Fratello “mi sono pesato questa mattina, Venerabile signore”.
Il penultimo Maestro in carica, che era anche un sergente maggiore di Batteria, attraversò la sala con passo ondeggiante, prese tra le braccia quel peso di piuma, portandolo sopra in cantoria, dove quello scricciolo d’uomo suonava gioiosamente, come un’anima portata di sorpresa in paradiso, mentre l’organista abituale manovrava il mantice. Quando gli esterni furono convinti, dopo molte lusinghe, a fornire i dignitari necessari, si diede l’avvio al ripasso di una cerimonia. Fratello Burges proibì che i membri regolari suggerissero. Gli esterni dovevano farcela interamente da soli, e il sergente maggiore di Batteria, sorpreso a dare una mano, fu allontanato d’autorità, come suggeritore troppo esperto, essendo di rango elevato. Procedettero con fatica, dopo che quell’aiuto fu ritirato.
Il caporale, quello dei Servizi medici e senza un piede, seduto alla mia destra si lasciò sfuggire una risatina soddisfatta.
“Si trova a suo agio?” gli chiese il dottore.
“A mio agio? È come stare in Paradiso, potermi di nuovo sedere in una Loggia. Mi sta ritornando tutto in mente, assistendo ai loro sbagli. Non è che abbia molta religione, ma tutta quella che ho mi viene dalla Loggia”. Riconoscendomi s’imporporò leggermente, come capita a chi si ripeta parlando con la stessa persona. “Sì, ‘velata in allegoria e illustrata con simboli’: la Paternità di Dio e la Fratellanza dell’Uomo; e cosa diamine uno dovrebbe desiderare di più?… Li guardi!” s’interruppe ridacchiando. “Ma vedi un po’! Hanno fatto un bel garbuglio della cosa. Io avrei saputo fare meglio, figuriamoci. Certo, vorrei vedere che non dovessero ripetere tutto!”.
Il nuovo organista mascherò il piccolo pasticcio, e la sua musica parve il fruscio di tante ali angeliche. Quando i dilettanti ebbero finito, alquanto rossi e imbarazzati, chiesero che i Fratelli regolari della Loggia mostrassero per prova come andasse eseguita la cerimonia, da loro così abborracciata. Allora compresi per la prima volta di quali significati possa essere investito quel perfetto rituale di parola e gesto. Applaudimmo tutti, in modo particolare il caporale con un piede solo.
“Siamo alquanto orgogliosi delle cose che facciamo, e vale la pena di fare del proprio meglio di fronte a un pubblico simile” disse il dottore.
Dopo il Maestro fece una breve conferenza sul significato di alcuni simboli e diagrammi dipinti. Il tema era tutt’altro che inedito, ma la sua voce profonda e oratoriale lo rivestì di nuovo interesse.
“Stupefacente come persistano queste vecchie intestazioni da quaderno di scuola” disse il dottore. “D’accordo”, l’uomo mutilato d’un piede parlava con cautela, facendo uscire le parole da un angolo della bocca, come un ragazzino in classe, “ma sono proprio queste frasi edificanti che ci vedremo intorno, quando saremo giù all’inferno nel nostro letto di carboni ardenti E dovete credermi! Ne ho infrante abbastanza per sapere. Adesso zitti!,” si piegò in avanti, bevendo ogni parola del discorso. Di lì a poco Fratello Burges toccò un punto che aveva dato origine a qualche divergenza nell’applicazione del rituale. Chiese informazioni.
“Ecco, in Giamaica, Venerabile signore”, prese a dire un membro esterno, spiegando come dalle sue parti si era risolto quel particolare. Intervennero un’altra persona e poi un’altra ancora, situate in diversi punti della Loggia (e del mondo) e quando la discussione si fu sufficientemente accalorata, il dottore si allontanò silenziosamente passando accanto alle pareti, e dandoci delle sigarette, da dietro le spalle.
“Un’innovazione che può apparire troppo audace” disse, mentre ritornava a sedersi nel posto, alla mia sinistra, lasciato libero dal capitano musicista. “Ma gli uomini non possono parlare seriamente senza tabacco, e poi siamo solo una Loggia d’Istruzione”.
“E io ho imparato più in una sera che in dieci anni”. L’uomo con un piede solo si volse verso di noi, cessando per un attimo di interessarsi a un Yeoman in speroni, scuro di complessione e dall’aria acida, che pontificava sul rituale olandese. Il fumo azzurrognolo e le parole aumentavano, mentre l’organo su in cantoria ci benediceva tutti.
“Ma è veramente delizioso” dissi al dottore. “Come è incominciato?”.
“È stato Fratello Burges. Si era messo a discorrere con le persone che capitavano nel suo negozio, all’inizio della guerra. Ha detto, a noi che ce ne stavamo a sonnecchiare tutti placidi nella Loggia, che ciò di cui quelle persone avevano più bisogno era una Loggia dove potessero semplicemente starsene seduti, ed essere felici: come lo siamo noi adesso. Aveva perfettamente ragione. Stiamo imparando molte cose, in questa guerra. Per un uomo la Loggia è molto più importante di quanto la gente immagini comunemente. Come ha appena detto l’amico alla nostra destra, la Massoneria è l’unico credo concreto di cui ci hanno parlato sin da quando eravamo bambini. Banale o non banale, coincide alla perfezione con come ci hanno insegnato che dobbiamo comportarci”. Sospirò. “E se questa guerra non ha fatto capire, a noi tutti, cosa sia la Fratellanza Umana, allora sono… un unno!”.
“Come avete fatto ad attirare la gente?” domandai ancora. “Oh, dissi (come mi aveva suggerito Burges) ad alcune persone ricoverate nell’ospedale qui vicino che avevamo una Loggia d’istruzione, e che loro sarebbero stati i benvenuti. E vennero. E lo dissero agli amici. E gli amici vennero! Questo accadde due anni fa, e adesso funzioniamo come Loggia d’Istruzione per due sere la settimana, con una matinée quasi ogni martedì e venerdì, per quelle persone che non possono avere permessi serali. Certo, la situazione è alquanto curiosa. Non avevo idea di cosa significasse la Massoneria, prima che iniziasse questa guerra”.
“Neppure io, sino a questa sera” risposi.
“Eppure è abbastanza naturale, se uno ci pensa. C’è Londra – anzi tutta l’Inghilterra – formicolante di Massoni provenienti da ogni parte del mondo, e con nessun posto dove andare. Ebbene, la nostra percentuale settimanale, negli ultimi quattro mesi, di persone visitanti è stata di poco inferiore alle centoquaranta persone. Dividi per quattro, e diciamo che abbiamo trentacinque Fratelli esterni per volta. Il nostro record è di settantuno presenze, ma siamo giunti a far stare dentro ottantaquattro persone, nei banchetti. Può vedere da solo in che razza di buco insignificante siamo sistemati!”.
“Anche i banchetti!” esclamai. “Deve costarvi l’ira di Dio. Possono i Fratelli non di questa Loggia..”.
Il dottore – faceva di nome Keede – rise. “No, un Fratello esterno non può”.
“Ma una persona, dopo un pomeriggio come questo, vuole..”.
“Lo dicono tutti quanti. È la difficoltà che abbiamo. Si comportano esattamente nel modo da lei indicato, e si offendono quando non accettiamo le loro offerte”.
“Ah, non accettate?” domandai.
“Mio caro amico, a che ci servirebbe? Non tutti possono fermarsi al banchetto. Diciamo che vi partecipano cinquanta persone la settimana, quindici sterline, sessanta il mese, settecentoventi l’anno. Quanto pensa che possano valere gente come Lemming e Orton? Ed Ellis e McKnight, quell’uomo lungo e grosso laggiù, loro due che trattano generi alimentari? Per quale somma crede Burges possa compilare un assegno, senza battere ciglio? Non è che adesso lui abbia un motivo per mettere da parte soldi. Le assicuro che non abbiamo scrupoli nel chiedere il contributo dei Fratelli esterni, quando abbiamo bisogno di qualcosa. Altrimenti non potremmo fare quello che facciamo. Ha notato come la Loggia è tenuta: ottoni, gioielli, arredamento, e così via?”.
“Davvero, l’ho notato” dissi. “È linda ed elegante come una nave. Uno potrebbe mangiare per terra”.
“Bene, venga qui uno di quei giorni in cui non c’è riunione, e troverà facilmente una mezza dozzina di Fratelli, con non più di otto gambe tra tutti, che lustrano e danno olio di gomito e spolverano ogni cosa alla loro portata. Questa primavera ho curato uno, sotto shock da granata, dandogli da lucidare i nostri gioielli. Li ha levigati a tal punto da far quasi scomparire i numeri, ma… gli ha impedito di combattere gli unni mentre dormiva. E quando abbiamo bisogno di Maestri che ci sostituiscano – due matinées la settimana sono piuttosto gravose – possiamo scegliere i nostri P.M. da qualsiasi parte del mondo. I Dominions badano al rituale molto di più di una normale Loggia inglese. Inoltre… oh, la riunione sta per aggiornarsi. Ascolti i saluti, ne vale veramente la pena”.
Il colpo secco ed improvviso del grande martelletto ci mise tutti in piedi, dopo qualche ascesa e caduta tra i mutilati. Allora il sergente maggiore di Batteria recitò, con voce acconciamente esercitata, le formule usuali, calde e fraterne, di saluto rivolto a Fede e Opere dalla sua Loggia e Distretto tropicali. Gli altri seguirono senza ordine, con tutte le tonalità possibili, dal grugnito allo squittio. Udii Hauraki, Inyanga Umbezi, Aloha, Luci del Sud (da qualche parte verso Punta Arenas), Loggia dei Rudi Conci (e l’aria ben rude aveva quel Fratello navale proveniente da Terranova), due o tre Stelle di questo o di quello, mezza dozzina di virtù cardinali, variamente disposte, i cui saluti andavano dal Klondyke sino a Kalgoorlie, una Loggia Militare proveniente da un fronte, gettata lì con un severo arrotamento scozzese dal mio amico con il capo avvolto completamente in bende, e poi tutto il resto, mischiato insieme come l’Impero stesso. Proprio alla fine vi fu una certa agitazione. Il Fratello silenzioso aveva incominciato a emettere dei suoni, e il suo compagno cercò di calmarlo.
“Lasci che parli! Lasci che parli!” esclamò professionalmente il dottore. L’uomo sussultava tutto e storceva la bocca, e alla fine borbottò qualcosa di non intelligibile anche per il suo stesso amico; infine un P.M. di piccola statura e di carnagione scura si spinse avanti con aria d’importanza.
“Tutto a posto” disse. “Vuol dire..” e sparò fuori qualche nome gallese lungo una spanna, aggiungendo: “Significa Pembroke Docks, Venerabile signore. Anche in Galles siamo buoni massoni”. L’uomo silenzioso accennò con il capo in segno d’approvazione.
“Certo” disse il dottore, per nulla turbato. “A volte è questo il modo in cui capita. Héspere panta feres, non è vero? La Stella li conduce tutti a casa, non è vero? Devo prendere delle note su questo caso, dopo la Loggia. Ho visto che a lei non interessa la musica” proseguì “ma temo che dovrà sopportarne ancora. È una parafrasi da Michea. È un arrangiamento del nostro organista. La cantiamo come antifona ogni volta che concludiamo una riunione”.
Anch’io potei apprezzare quello che seguì. Si limitarono a cantare una mezza dozzina di persone dalla voce esercitata, le quali seguirono una struttura antifonale sino all’ultimo verso, quando intervenne la Loggia al completo. La do come l’ho sentita:

Ti abbiamo mostrato, o Uomo,
Ciò che è bene.
Cosa esige il Signore da noi?
O la Coscienza da noi?
Ma in modo giusto comportarsi,
Ma praticare la misericordia,
E con il nostro Dio in umiltà procedere,
Come dovrebbe ogni Massone.

Uscimmo dalla stanza quando udimmo la musica e le parole cantate con la strana aria dell’Apprendista appena ammesso. Notai che i Fratelli Regolari della Loggia non incominciarono a togliersi di dosso le loro insegne prima dei versi:

Grandi Re, Duchi e Signori
Le spade hanno deposto.

Si mossero verso l’anticamera, adesso approntata per il banchetto, ai versi:

Abbiamo al fianco nostro
L’orgoglio dell’Antichità,
Che rende gli uomini nel loro stato giusti.

Il Fratello (un uomo di chiesa dalla grande corporatura) che mi trovai accanto a tavola mi disse come tale ritualità fosse “una cosa esteriormente piacevole e inventata per motivi di vanità”, sulla forza di qualche vecchia leggenda. Formulò l’opinione che la Massoneria dovesse essere considerata alla stregua di “un’astrazione intellettuale”. Un ufficiale del Genio espresse il suo disaccordo, e ci raccontò come in Fiandra, un anno prima, circa dieci o dodici Fratelli avevano fatto una Loggia in ciò che era rimasto di una Chiesa. All’infuori degli “emblemi di mortalità” e di un’abbondanza di grezzi conci, non vi era alcun altro arredo.
“Sono sicuro che non ne sentivate affatto la mancanza” disse il religioso. “L’idea dovrebbe bastare da sola, senza troppi fronzoli”.
“Ma non fu così”. disse l’altro. “Ci demmo un mucchio da fare, e con del materiale mimetico su cui mettemmo le mani ricavammo le nostre insegne, e con del vecchio metallo ci forgiammo i gioielli. Li conservo ancora. Ci tenne felici per delle settimane”.
“La vostra posizione era assolutamente irregolare e non autorizzata. Chi era il vostro Garante?” domandò il Fratello della Loggia Militare. “La Loggia suprema dovrebbe prendere delle iniziative contro..”. “Se la Loggia suprema avesse un minimo di buon senso” s’intromise un soldato semplice tre posti più in su “darebbe il permesso per delle Logge itineranti al fronte, e ci manderebbe anche dei conferenzieri di prima qualità”.
“Allora lei conferirebbe le dignità promiscuamente?” disse scandalizzato lo scozzese.
“Tutte le volte che una persona ne facesse richiesta, ovviamente. Mezzo esercito ci entrerebbe dentro”.
La persona giocò con la sua idea per un certo tempo e dimostrò che, con una somma d’iscrizione ridotta al minimo, la Loggia suprema avrebbe ricavato rendite enormi.
“Ritengo” disse pensosamente l’ufficiale del Genio “di poter disegnare un equipaggiamento completo per una Loggia itinerante, che pesi meno di quaranta libbre”.
“Avete torto, e ve lo dimostrerò. Ci abbiamo provato anche noi” disse quello proveniente dalla Loggia Militare; e i due ce la misero tutta, discutendo seduti di fronte, ciascuno con il proprio taccuino in mano.
Il banchetto era l’essenza stessa della semplicità. Molti dei presenti mangiavano in fretta, in modo da poter ritornare in orario alle loro caserme e ai loro ospedali, però di tanto in tanto un Fratello veniva dall’oscurità esterna, per riempire una sedia o vuotare un piatto. Si trattava di Fratelli che erano venuti in precedenza, e non avevano bisogno di essere esaminati.
Un uomo entrò quasi barcollando, con elmetto, fango delle Fiandre, equipaggiamento al completo e tutto il resto: fresco fresco dal treno che lo aveva portato a Londra, in congedo.
“Devo aspettare due ore per la coincidenza” spiegò. “Allora mi sono ricordato delle vostre serate. Dio mio, come si sta bene qui!”.
“Che treno deve prendere, e da quale stazione?” domandò meticolosamente il religioso. “Molto bene. Cosa prende da mangiare?”.
“Qualsiasi cosa, tutto. Ho vomitato nella Manica un mese intero di razioni”.
Fece il pieno per dieci minuti, senza pronunciare neppure una parola. Poi, sempre senza parlare, cadde con la faccia in avanti sul tavolo. Il religioso lo prese per un braccio già fiacco e lo pilotò verso un divano, dove il soldato si lasciò cadere, mettendosi subito a russare. Nessuno si prese la briga di voltarsi.
“Anche questo è abituale?” domandai.
“Perché no?” disse il religioso. “Stasera tocca a me svegliare quelli che devono prendere il treno. In queste occasioni non rispettano il mio abito sacerdotale”. Mi voltò l’ampia schiena e continuò la discussione intrapresa con un Fratello di Aberdeen, via Mitilene, dove, nel tempo libero lasciatogli dal dragaggio mine, aveva elaborato una teoria completa delle rivelazioni di San Giovanni l’Evangelista, quando era nell’isola di Patmos.
Io caddi nelle mani di un sergente-istruttore dei mitraglieri, di professione designer di moda femminile. Mi disse che le donne inglesi, considerate come categoria generale, “perdono nei corsetti quello che guadagnano nei vestiti”, e che “Satana in persona non può salvare una donna che indossa dei corsetti da trenta scellini sotto un abito da trenta ghinee”. A questo punto, e con mio grande rammarico, gli attaccò un bottone uno zelante tenente della sua stessa specialità, e lui tornò di nuovo a essere un sergente, in un battito di tacchi.
Gironzolai per la stanza, esaminando le stampe appese ai muri e la collezione massonica nelle vetrinette, prestando nel frattempo orecchio ai discorsi, uno più inconcepibile dell’altro, che si svolgevano attorno a me. La compagnia si assottigliò a poco a poco, finché non rimase solo una dozzina o due di noi. Ci raccogliemmo all’estremità di una tavola posta accanto al fuoco, con il nostro volatile notturno proveniente dalle Fiandre che ronfava a pieni polmoni nel cavo del suo elmetto, che qualcuno gli aveva messo capovolto sulla faccia.
“E qual è stata la sua impressione?” disse il dottore.
“Come un mondo nuovo” risposi.
“Lo è, in realtà”. Fratello Burges rimise il pince-nez d’oro nella custodia e inforcò nuovamente gli occhiali d’argento. “O meglio, ciò che si potrebbe fare con un minimo d’impegno. Quando penso alle possibilità che ha la Massoneria nella situazione attuale, mi domando…”. S’interruppe, fissando il fuoco.
“Anch’io mi chiedo” disse lentamente il sergente maggiore “Ma… nel complesso… sono incline a essere d’accordo con lei. Potremmo fare molto, in quanto Massoni”.
“Come aiuto… come aiuto… non in sostituzione della religione” proruppe irosamente l’uomo di chiesa.
“Oh Signore! Non possiamo lasciare in pace la religione per un istante?” mormorò il dottore. “Non lo fa… chiedo scusa, non volevo offendere nessuno”.
Il religioso aveva l’aria di essere andato in collera. “Kamerad!” proseguì saggiamente il sergente maggiore, con tutte e due le mani alzate. “Non certamente in sostituzione di una fede religiosa, ma come un modello di vita applicabile alla maggior parte degli uomini. Ciò che ho visto al fronte mi rende sicuro della cosa”.
Fratello Burges uscì dalla sua meditazione: “Credo che a Londra ci siano una dozzina – venti -altre Logge che si riuniscono ogni sera, e che oltre a istruire conferiscono anche le dignità. Perché i giovani non dovrebbero parteciparvi? Essi praticano quello che noi predichiamo da sempre. Bene! Bene! Tutti noi dobbiamo fare quello che possiamo. A che servono i vecchi Massoni, se non possono dare un piccolo aiuto, nel loro proprio campo?”.
“Esatto” disse il sergente maggiore, rivolgendosi al dottore. “E a che accidenti serve un Fratello, se non gli è permesso di aiutare gli altri?”.
“Fate allora come volete” disse il dottore stizzosamente, Era chiaro che non gli facevano questi discorsi per la prima volta. Prese qualcosa che il sergente maggiore gli aveva sporto, e se lo mise in tasca, accompagnando il gesto con un cenno del capo: “Sbagliavo” mi disse “quando mi vantavo della nostra indipendenza. Qualche volta non riusciamo a evitare i contributi. Con questo” e batté la mano sulla tasca “daremo un banchetto, martedì. A proposito, prenda un altro panino. I migliori sono quelli col prosciutto” mi porse un vassoio.
“Certo che lo sono” dissi. “Ne ho presi solo cinque o sei. Sono andato alla loro caccia”.
“Sono contento che le piacciano” disse Fratello Lemming. “Gli ho dato il pastone con le mie stesse mani, e l’ho salato io stesso, nel posticino che ho nel Berkshire. Di nome faceva Carlomagno. Visto che siamo in discorso, dottore, devo prepararne un altro per il mese prossimo?”.
“Naturalmente” disse il dottore con la bocca piena. “Un pochino più grasso dell’ultimo, per favore. E non si dimentichi quanto aveva promesso a proposito dei nasturzi in salamoia. Sono apprezzati”. Fratello Lemming annuì con il capo, sopra la pipa che aveva accesa, mentre noi davamo inizio a una seconda cena. Improvvisamente il religioso, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, arraffò una mezza dozzina di sandwiches da sotto il mio naso, li mise in un sacchetto di carta oleata e si avvicinò con cautela al soldato che dormiva sul divano.
“Qualche volta hanno il risveglio brusco” disse il dottore. “I nervi, sapete”. Il religioso si portò in punta di piedi direttamente dietro il suo capo, e batté, tenendosi distante per tutta la lunghezza del braccio, nel centro dell’elmetto. L’uomo si svegliò rapido come il fulmine, mentre il religioso faceva un passo indietro, e compì il gesto di afferrare un fucile che non c’era.
“Ha appena mezz’ora di tempo per prendere il treno” il religioso gli passò i sandwiches. “Mi segua”.
“È straordinariamente gentile, e le sono molto grato” disse l’uomo, torcendosi per entrare nelle cinghie rigide. Seguì la sua guida nell’oscurità, dopo aver salutato.
“Chi era?” disse Lemming .
“Non lo so esattamente” rispose il dottore con indifferenza “È stato qui altre volte. Dev’essere una specie di P(ast) M(aster)”.
“Bene! Bene!” disse Fratello Burges, le cui palpebre si stavano chiudendo dal sonno. “Noi tutti dobbiamo fare quello che possiamo. Non è quasi tempo che chiudiamo?”
“Mi chiedo” dissi, mentre ci aiutavamo l’un l’altro a entrare nei cappotti “cosa succederebbe se la Loggia suprema fosse informata di ciò”.
“Ciò cosa?” Lemming si voltò con movimento rapido verso di me.
“Una Loggia d’Istruzione aperta tre sere e due pomeriggi la settimana; e poi anche quella specie di pensione che avete messo in piedi. Come iniziativa va bene, ma non mi sembra che la cosa sia molto regolare”.
“La questione non è ancora stata sollevata” disse Lemming. “Ci penseremo dopo la guerra. Nel frattempo si continua nello stesso modo”.
“Dovrebbero essercene a dozzine, di Logge simili” ripeté Fratello Burges, mentre uscivamo dalla porta. “Londra è piena di gente nostra, e non c’è un posto dove si possano incontrare. Pensate alle possibilità della situazione. Pensate cosa potrebbe fare la Massoneria attraverso la Massoneria per tutto il mondo. Spero di non essere ipercritico, ma ci sono delle volte in cui mi viene in mente che la Massoneria abbia gettato al vento la possibilità che aveva d’intervenire nelle nuove condizioni create dalla guerra, come del resto ha fatto la Chiesa da parte sua”.
“Sei fortunato che il padre stia accompagnando quel tizio a King’s Cross” disse Fratello Lemming “altrimenti ti sarebbe già saltato alla gola. Ciò che lo turba veramente è la nostra posizione legale all’interno della Legge massonica. Penso che uno di questi giorni andrà a riferire il nostro caso. Bene, buona notte a tutti”. Il dottore e Lemming svoltarono insieme.
“Sì,” disse Fratello Burges, infilando il suo braccio nel mio “quasi come ha fatto la Chiesa. Tuttavia, sono forse troppo ritualista”.
Non dissi niente. Stavo rimuginando quanto mi ci sarebbe voluto per battere il religioso sul tempo e  riferire io il caso di Fede e Opere 5837 E.C
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