PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILLICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILLICI

 

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».(ANSA). GAL 15-OTT-02 18:35 NNN

 

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LA RITUALITA’ IN LOGGIA

LA RITUALITÀ.

Riceviamo e volentieri  pubblichiamo questo lavoro del Fr. A. C. della R. Loggia F. Baracca 973 all’Or. di Grosseto.

È una  piacevole lettura e c’è tanto da imparare.

Mi permetto di esprimere alcune considerazioni prima di riportare a Voi M\V\ ed ai fratelli della nostra Loggia che ci ascoltano, quanto appreso dalla partecipazione al Corso di formazione per i M.d.C. organizzato dal Collegio Circoscrizionale dei MM\VV\ della Toscana.

Come sappiamo il primo incontro si è focalizzato sulla ritualità, come base fondamentale della nostra Istituzione.

La ritualità è alla base del nostro cammino esoterico, una forma di pensiero e di disciplina che accompagnerà sempre la nostra crescita interiore.

La stessa che ci aiuta ad allontanare l’eco dei rumori del mondo profano e che ci accoglie come una madre premurosa, che ci difende e guida nel percorso di allontanamento dai metalli.

Certo alla base c’è la volontà del singolo di crescere e di perfezionare il proprio io smussando e migliorando quegli aspetti che il nostro carattere “grezzo” si trascina dietro e che lo studio e la condivisione, come espressione massima dell’eggregore, può donarci.

I nostri lavori rituali, sono il frutto dell’unione dei singoli, e ribadisco di ogni singolo fratello, che mossi da intenti comuni formano ed elevano con il loro contributo, con la loro energia.

Il punto di riferimento è il nostro rituale, le indicazioni che ci sono pervenute dalla storia dell’Istituzione e che hanno dato una linea guida fatta non per vincolare ma perché frutto di uno studio esoterico preciso, dettagliato e determinato anche nella più piccola della espressione che lo compongono.

Ci sono testi che affrontano con studi profondi e certosini la Ritualità, ma è il cuore alla base di tutto, il nostro sentimento di appartenenza e di voglia di essere e di diventare Massone.

La stessa necessità di essere uno, anche se ognuno è diverso, di sentire quelle emozioni quelle sensazioni che albergano in ognuno di noi quando ci apprestiamo a costruire insieme il nostro Tempio.

Dobbiamo sentire il dovere, nei confronti dei fratelli, di donare la nostra energia e la nostra forza.

Il nostro GRAN MAESTRO in varie occasioni ha paventato la necessità di non perdere di vista la ritualità, come fonte di unione, ma soprattutto come forma di appartenenza che permetta di sentirsi al proprio posto ovunque ci troviamo, un unico grande Tempio dove un unico comportamento ci permette di sapere cosa fare sempre.

Le Sue parole sono state raccolte, ed il Collegio Circoscrizionale dei MM\VV\ della Toscana ha addirittura istituito una commissione che svolgerà il lavoro di verificare e controllare.

La Tradizione è ritualità, la ritualità è forma, ma la forma è sostanza, è il centro della nostra Comunione, per questo non possiamo dimenticarla, modificarla o metterla in secondo piano.

Essa va considerarla come fonte del nostro retaggio di Massoni.

L’armonia che regna sovrana dentro il tempio, è la diretta conseguenza dell’unisono comportamento dei fratelli.

Nel Tempio, non scordiamocelo mai, regna la ritualità che è il frutto della nostra Tradizione e che sta alla base della nostra conoscenza.

E’ il pilastro, il fondamento della nostra Istituzione, che come tutti sappiamo si basa sui rituali in ogni sua manifestazione, che siano le tornate di lavoro ordinario, i funerali, le iniziazioni, l’innalzamento delle colonne o gli aumenti si salario.

Non voglio dilungarmi oltre, e di seguito riporterò quanto è scaturito dagli incontri.

Lascerò al fratello Samuele Luti che stasera ci allieta con la sua arte e presenza, esprimere le considerazioni più adatte per quanto riguarda la musica come fonte di armonia e di generatrice di quelle emozioni, scandendo il tempo ed i momenti fondamentali dei nostri lavori.

Unica mia considerazione in merito è che il M\V\ il Maestro di Armonia o chi per esso, ed il M.d.C. sono coloro che devono concordare e conoscere la musica che segue i lavori in quanto anch’essa parte integrante della ritualità.

Queste di seguito sono le indicazioni scaturite dal primo incontro:

ATTESA INGRESSO NELLA SALA DEI PASSI PERDUTI:

-in silenzio, penombra onde elevare la nostra concentrazione, raccoglimento ed energia per ciò che stiamo per compiere la formazione del tempio interiore e la successiva formazione del tempio mentale e fisico;

INGRESSO NEL TEMPIO:

-ordinato, silenzioso, rispettoso per aiutare il M.d.C. ed il M\V\ ad espletare la preparazione, senza essere richiamati al silenzio ed alla concentrazione;

POSIZIONE DA SEDUTI:

-composta seguendo l’indicazione della posa del faraone, le mani non devono essere tenute in grembo o in altra posizione, devono essere appoggiate sulle gambe con i palmi che appoggiano sulle stesse;

ABBIGLIAMENTO:

-abito scuro, camicia bianca o scura e cravatta scura senza colori vistosi o sgargianti, scarpe scure. E’ ammessa la clamide come ultima risorsa e non come abbigliamento ordinario, e sempre comunque con scarpe scure e pantaloni scuri sotto, la clamide serve per i rituali di iniziazione come tutti sappiamo;

INGRESSO M\V\ DIGNITARI ED UFFICIALI:

-si squadra il tempio, ad ogni angolo con i piedi a 90 ° e dopo che si è insediato il M\V\ ogni giro ci si rivolge a lui passando davanti l’Oriente, questo vale per tutte le deambulazioni, Dignitari ed Ufficiali, Diaconi e M.d.C.;

REGOLO DEL PRIMO E SECONDO DIACONO:

-deve essere tenuta non appoggiata alla spalla ma sull’avambraccio. In posizione seduti deve essere tenuta appoggiata sulla gamba ma retta in verticale e durante la deambulazione i Diaconi devono stare all’ordine per tutto il tempo;

POSIZIONE DELL’ORDINE:

-il gomito deve stare, compatibilmente con lo spazio a disposizione retto all’altezza della spalla, il pollice deve appoggiare sulla giugulare destra e non in altra posizione;

IL SEGNO DURANTE IL PERCORSO DEL 1 E 2 SORVEGLIANTE:

-ci si rivolge con il viso verso il M\V\ e si va all’Ordine solo quando con la coda dell’occhio si vede arrivare i due Sorveglianti;

ORIENTE:

-solo il M\V\ i rappresentati ed ospiti sono seduti all’Oriente, gli altri compresi.

Il Fratello Segretario ed il Fratello Oratore devono mettersi in piedi alla chiamata del Fratello 1° Sorvegliante in quanto l’Oriente è solamente la parete alle spalle del M\V\ e ovviamente la Sua seduta;

QUADRO DI LOGGIA:

-appena posizionato il M.d.C. deve appoggiare il suo regolo in verticale per richiamare tutte le energie presenti nel tempio per la sua costruzione, e dopo lo crea con un disegno; al momento di toglierlo farà la stessa operazione per poter rimandare le energie ai fratelli che le conserveranno fino alla prossima tornata;

PARLARE:

-ci si rivolge solo verso il M\V\ che è l’unico in grado di poter interloquire non si deve rivolgere lo sguardo altrove o verso altri;

APPLAUSO:

-non si deve fare alla fine di un intervento o alla fine della lettura di una tavola di un Fratello; è consentito solo per un intervento ad alto livello emozionale, tipo una tavola o un intervento che coinvolga personalmente il Fratello;

HO DETTO:

-non va mai detto, ne scritto, non ha senso rinforzare una cosa che è già stata fatta;

BATTERIA E TRIPLICE BATTERIA:

-si esegue sempre con la mano destra sulla sinistra senza cambiare;

IL TRONCO DELLA VEDOVA:

-si inseriscono entrambe le mani nei sacchi incrociate, la sinistra nel sacco nero per l’obolo da donare (senza guanto) e la destra nel sacco rosso per le proposte;

REGOLO DEL MAESTRO DELLE CERIMONIE:

-non deve essere mai abbandonato a meno che le mani siano impegnate con oggetti che rendono impossibile tale operazione; deve essere sostenuto con la mano sinistra sopra fino a quando non viene aperto il Libro Sacro, poi la mano sinistra passa sotto la destra;

COPRITORE INTERNO:

-ruolo che deve essere ricoperto principalmente da un ex M\V\in quanto difensore della sicurezza del Tempio, carica di grande significato esoterico e che non deve essere messa in secondo piano. Egli deve sempre impugnare la spada tenendola appoggiata sulla gamba in verticale quando seduto. Inoltre non deve mai dimenticare che è lui il “guardiano del Tempio” e solo lui può e deve aprire la porta a secondo delle necessità;

USCITA:

-il M.d.C. chiama battendo il proprio regolo a terra secondo l’ordine prestabilito i presenti,quando vengono chiamati i Fratelli Maestri non si specifica la loro Colonna di appartenenza, essi devono scendere ordinatamente. Per tutti l’uscita deve essere altrettanto rituale, senza correre, squadrando il tempio da qualsiasi parte del Tempio siano seduti, e devono arrivando davanti al M\V\ inchinarsi e portare la mano destra sul cuore ( al rispetto) senza altri segni.

F.llo A. C.

R…L… Francesco Baracca n… 973

Or… di Grosseto

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In Morte del Fr. ANSO

con la speranza che ti facciano compagnia

FOLLONICA 03 MARZO 2019

Ieri Anso ha lasciato questa Valle Terrena per passare a una Valle Celeste.

Anso ha lasciato cadere i suoi strumenti, ma la sua opera non rimarrà incompiuta, ha avuto la possibilità, con giusto orgoglio, di vedere entrare nella nostra Istituzione suo figlio Lorenzo che sarà pronto a raccogliere quegli strumenti caduti di mano a suo padre.

Anso mi ha dato sempre l’impressione di una persona perennemente coerente con se stesso, ciò che diceva lo faceva, il suo pensiero diventava sempre il suo operare.

Anso era una persona che se lo avevi davanti non potevi fare a meno di guardarlo negli occhi, dove leggevi bontà e generosità, lui ha rappresentato sempre il perfetto Massone, si è sempre posto al servizio degli altri, non chiedeva mai niente per sé e allo stesso tempo non ha mai rifiutato un aiuto a chi avesse avuto bisogno.

Anso come Massone aveva già incontrato la morte: prima quell’Iniziatica che rappresenta la condizione essenziale e inevitabile per una rigenerazione spirituale e rappresenta un nuovo modo di essere per chi non vive solo il presente, la seconda è la morte Mistica che il Massone incontra nei vari passaggi di grado e che rappresenta la capacità per un Iniziato di porre la propria coscienza nelle stesse condizioni in cui si troverebbe con la morte fisica.

E infine ha incontrato la morte fisica che deve rappresentare un nuovo passaggio a un altro stato; è quasi una liberazione, come una crisalide abbandona il bozzolo per liberare lo Spirito verso l’infinito e avviarci con una rinascita verso l’immortalità che è data dal pensiero, il ricordo è la memoria di coloro che fanno avuto il privilegio di poterti conoscere e apprezzare sedendo fianco a fianco fra le colonne.

L’Oratore L. M.

Quando un Fratello passa nelle Valli Celesti siamo tutti un poco più poveri. Tutti noi per tanti anni lo abbbiamo ammirato e non solo per le belle foto. Lo abbiamo apprezzato per la sua generosità e per la sua bontà. Ora mancherà a tutti noi e in special modo a me. Caro Anso ti saluto con un TFA. Giorgio

Loggia – tornata del 15- Marzo 2019

Commiato da Anso

Recentemente il Fr. Anso ha lasciato questa Valle Terrena per passare a una Valle Celeste .

Il Fratello Anso ha lasciato cadere i suoi strumenti, ma il suo lavoro andrà avanti, ha avuto la possibilità, con paterno orgoglio, di vedere entrare nella nostra Istituzione il figlio Lorenzo che pronto a raccogliere quegli strumenti caduti di mano a suo padre continuerà l’opera.

Chi era Anso ?

Molte volte nelle commemorazioni siamo portati a distinguere fra l’operato all’interno della Loggia e la vita profana, con Anso questo mi è molto difficile  perché mi ha sempre dato l’impressione di una persona, un Fratello, perennemente coerente con se stesso, ciò che diceva lo faceva, il suo pensiero diventava sempre il suo operare.

Anso era un Fratello che se lo avevi davanti non potevi fare a meno di guardarlo negli occhi dove vi leggevi bontà e generosità.

Il Fratello Anso ha saputo interpretare appieno nella sua vita lo spirito del Massone, si è sempre posto al servizio degli altri, non ha mai chiesto nulla per se e allo stesso tempo non ha mai rifiutato un aiuto a chi avesse bisogno.

Il Fratello Anso aveva sentito la necessità di approfondire certe tematiche massoniche aderendo al  R.S.A.A. nel quale aveva raggiunto il 18° grado Principe Rosa Croce, grado che si caratterizza per una particolare attenzione che pone nei confronti della Fede che non significa certamente adesione ai dogmi, ma è un atteggiamento dell’anima, è una fiducia primordiale nella benevolenza della vita e del prossimo, e non a caso Anso era così, per lui era inconcepibile essere prevenuti verso chiunque, perché  lui, incapace di fare del male, credeva nell’amore fraterno.

Diceva sempre che l’affetto fraterno è molto importante  per mantenere la stabilità durante i momenti in cui siamo assaliti da dubbi e angosce.  

Anso era un Fratello che amava la nostra Istituzione perché vi trovava come caratteristica la Libertà, valore che lui aveva fatto proprio, anche come filo conduttore della propria passione che era la fotografia naturalistica, indimenticabile fu la tornata di quattro anni fa dove ci presentò un suo lavoro particolare: la  proiezione di diapositive, all’interno del Tempio, accompagnate da un suo pensiero iniziatico:

“Il volo del gruppo di uccelli è l’immagine della Loggia che percorre il suo viaggio iniziatico.

Il primo fenicottero è colui che, tagliando l’aria e decidendo la direzione del volo, compie lo sforzo fisico ed intellettuale maggiore e simboleggia il Maestro Venerabile: un Fratello che si assume per un tempo limitato ed in maniera libera, per il bene della collettività, della quale è partecipe, la responsabilità  e lo sforzo maggiore.

Gli uccelli che migrano stanno a simboleggiare anche il nostro continuo movimento nella ricerca del progresso e del nuovo nella libertà  del cielo dove nessuna strada è tracciata, se non la direzione che il nostro istinto, e l’esperienza esoterica, delle innumerevoli generazioni che ci hanno preceduto, ci indicano.

La volata a cuneo rappresenta simbolicamente la squadra con la sua apertura rigida, che normalmente assume il gruppo durante i lunghi trasferimenti, ed il compasso con la sua apertura variabile nei momenti in cui si cambia la direzione o in quelli in cui il vento, troppo forte o debole, consiglia il cambiamento per ridurre lo sforzo o per sfruttarne la portanza.

L’ Uomo associa al volo degli uccelli il senso di libertà, ed è questo che io provo quando fotografo queste meravigliose creature.”

Il Fratello Anso, come tutti noi, aveva come Massone già incontrato la morte: prima quella Iniziatica che rappresenta la condizione essenziale e inevitabile per cominciare un cammino esoterico, la seconda è la Morte Mistica che il Massone incontra nei vari passaggi di grado e che rappresenta la capacità per un Iniziato di porre la propria coscienza nelle stesse condizioni in cui si troverebbe con la morte fisica, infine ha incontrato la Morte Fisica che rappresenta il passaggio finale a un altro stato, come una crisalide abbandona il bozzolo per liberare lo spirito verso l’infinito e avviarci verso l’immortalità che è data dal pensiero, dal ricordo di coloro che hanno avuto il privilegio di poterlo conoscere e apprezzare sedendo fianco a fianco fra le Colonne,

L’ Oratore L.M.

Il Gran Maestro Stefano Bisi in occasione della visita a Piombino per festeggiare i 50 anni di vita della Loggia XX SETTEMRE ha voluto concludere ricordando un Fratello, morto nei giorni scorsi in un incidente stradale. Si chiamava Anso ed era, per diletto, un fotografo della fantasia. I suoi scatti sembravano fotomontaggi tanto erano singolari. Ricordo l’ultimo esposto all’ingresso del teatro di Follonica. -Rondini su un filo spinato- e la scritta “Nessun filo spinato potrà fermare il vento della Tolleranza e della Libertà”

Piombino 17 Marzo 2019

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LA MORTE ovvero LA FREGATURA

Passato Paolo in un’altra dimensione, in questo finir d’anno mi assumo io l’incarico di ricordare Marcello Fabbri con una poesia,una delle poche formulate in modo scherzoso, che affronta il problema dell’aldilà: quanti di noi si sono posti la fatidica domanda: esisterà o non esisterà?


                             LA FREGATURA
“Io non ci credo:- dice Argante
con gli occhi furbi sul bicchier di vino-
Tu cali l’asso? E io prendo col fante.
Non ci ho mai creduto, nemmeno da bambino,
quando facevo il girotondo.
Ma non è vero niente!
Scopa di tre.
E’ roba messa in giro
per tener buona la gente
da tutti i preti di questo mondo:
frati, pope, monaci, bonzi;
è roba fatta apposta per i gonzi,
proprio come te”.
“Sei un eretico bieco e sconsacrato,

nero come un tizzo di carbone!
Io faccio primiera e settebello.
Gastone, portami un quartino!
Proprio a puntino preparato
per scendere bello bello
dannato senza remissione,
giù, nel profondo dell’inferno;
Te lo dice Gino!”
“Tu sei proprio malato nel cervello;
che baggianate! Ma smetti di cianciare”
“Tu non ci credi? Aspetta di crepare!
E proprio in quel momento, t’assicuro,
ognun di noi vedrà qual’è la verità”.
Giorno per giorno discussero fra loro
sull’argomento dell’eternità:
un contrasto d’idee tra sordo e sordo,
abbarbicato al suo parere,
per cui mai conobbero il piacere
di trovarsi una volta d’accordo.
In coerenza al proprio modo di pensare
ciascun di loro visse la sua vita.
L’uno, nell’ardita esuberanza di chi non è turbato
da alcuno affanno interno
s’inebriò di vino, donne e voluttà
sbeffeggiando la paura dell’inferno.
L’altro invece, di contrario avviso,
ogni giornata lieta oppur noiosa
dedicava alle pie preci, all’amore fraterno, alla carità,
nel miraggio del suo paradiso.
Si dette il caso poi di una grave sciagura.
Allora decise la fatalità
di riunire accanto lettino con lettino,
nell’ultimo sprazzo di vita rantolante
nell’ospedale cittadino,
Gino ed Argante.
Quale amico ad essi più vicino
io li assistevo nella lenta agonia,
arcigna e dura,
finché giunse anche per loro
la scadenza finale d’andar via.
Morirono insieme nello stesso istante.
Fu puro caso o il voler divino
che proprio in quell’attimo
io girassi la testa:
quindi non vidi
chi pronunciò la frase mesta, se Argante oppure Gino.
Udii soltanto, pieno di paura,
roco nell’ultimo respiro,
un fil di voce mormorare:
“Che fregatura……!”

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Solstizio d’inverno

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,

καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

“Nel principio c’era il Logos

e il Logos era presso Dio

e il Logos era Dio.”

(incipit Vangelo di Giovanni)

Nell’infinito spazio senza tempo,

da sempre statico ed in sé totale,

completo nella sua passività,

nel quale tutto è, ma è potenziale,

il Logos-Dio creò la realtà.

Lui, ch’era il punto fermo del gran cerchio

nell’Universo che non c’era ancora,

dove sussiste simultaneità,

con tutti i punti dello spazio nero,

scelse in piena autonomia di Libertà.

Pensiero-Logos è sapienza pura,

è l’intelletto pregno di potenza,

è gran matrice dell’Architettura

e della vera e sola Conoscenza.

Matrice che trasforma volontà

e fu Luce, dell’Universo estate.

Poi la materia apparve in realtà

con energie diverse e condensate.

E da quel punto il Logos poi si espande

ed energia dinamica diviene

e voce e vibrazione all’infinito

nell’universo che confin non tiene.

E il Logos creativo non s’arresta,

saetta nello spazio lampeggiante,

giammai si chiude in sé, si manifesta

e divien vita in parti di materia

dal solo suo Pensiero promanante.

Il Logos poi fluisce come Amore

e nello spazio va in cerca dell’uomo

che immagine divien del Creatore.

Il Logos entra e l’anima pervade

e poi l’avvolge nell’Universale,

dando la vita a nuova creazione,

riproducendo il Fiat iniziale.

L’impercettibile alito del Pneuma

dal Logos passa all’uomo e a lui si dona,

vivente solo con Pensiero in Terra;

l’astratta potenzialità lo sprona

e sorge la Coscienza che in sé serra!

Il sole, che a settentrione brilla,

domiciliato in casa della Luna,

coi raggi suoi sì bassi all’orizzonte,

oltre al calor, che lentamente sfuma,

nel suo solstizio è avara la sua fonte.

Il Sole, ch’è in caverna di Saturno,

caverna cosmica del creativo ciclo,

par che riposi stanco in ciel diurno.

Se la Natura muore senza Luce,

così anche l’uomo va a incontrar la morte,

se Amore verso gli altri non conduce.

Ma Mitra “Sol invictus” e il bambino

che, dalle stelle, sulla Terra scese,

traccian la via alla lucida cometa,

che all’Oriente porta e a vera Luce.

Da ora il sole il suo cammin riprende

in direzion dell’arco suo maggiore,

e, com’ un’aquila reale, stende

le ali in alto ed allo zenit vola.

Se l’uomo, che è seme di gran vita,

nel buio della Terra non vi muore,

giammai potrà la Luce intravedere

per integrarsi appieno al Creatore.

Lode al Bambino sia nell’universo,

che ci manifestò la sua amicizia

ed a colui che il flauto a sette canne

suonando invita l’uomo alla letizia.

Or son perfetti ed in Caverna stanno,

con potenziale forza, ma latente.

Nel gran Silenzio privo di rumore,

il Logos-Dio, qual unica sorgente,

creò quest’Universo per Amore.

Tavola architettonica in versi di Mimmo Martinucci

Il solstizio d’inverno avverrà il 21 dicembre alle 16.28 UTC, tempo coordinato universale, quindi alle 17.28 del fuso orario italiano.

L’orbita della Terra non è circolare, ma ellittica. Di conseguenza, la distanza dal Sole cambia nel corso dell’anno. Al perielio, il punto più vicino alla Terra (quest’anno sarà .. il 4 gennaio prossimo) è di circa 147,1 milioni di chilometri, mentre nel suo punto più lontano, il cosiddetto afelio (7 luglio 2018), è di circa 152,1 milioni di chilometri. Siamo perciò a circa 5 milioni di km più vicini al sole ma, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, l’emisfero boreale (quello a nord dell’equatore) riceve i raggi del sole molto inclinati e, quindi, più attenuati dall’atmosfera terrestre.

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Le stelle tremolanti

Le stelle tremolanti
tra i rami di un carrubo antico

Le luci che s’accendono in città,
già stinto ad occidente
il rosso sanguinoso del tramonto,
mi danno opacità
e m’abbuiano le stelle.

La Luna prepotente
ombre mi crea e strane sensazioni,
come se, al reale ch’è presente,
vi fosse steso un tenebroso velo
che brucia l’emozioni.

Una caverna nera è tutto il cielo
e pare tutta vuota,
dove nemmen Platone
vedrà d’Iperuranio l’illusione
e l’ombre delle idee,
né avvertirà nel cuore un’emozione.

Io solo me ne andrò nella campagna,
sotto al carrubo antico e secolare,
tra sassi e terra rossa,
per scrutare,
tra i rami e tra le foglie,
in uno strappo libero di cielo.

E finalmente mille e mille punti
avvisterò di luci
baluginanti,
che son, come in amore,
gli occhi sgranati, lucidi e sognanti
delle adolescenti.

Vi prego:
al tramontar della mia vita,
già sento che il traguardo si avvicina,
vorrei riposar serenamente.

Portatemi in vetta a una collina,
per rimirare eternamente
le stelle tremolanti.

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La concezione del tempo per un libero muratore

La concezione del tempo per un libero muratore

L’ottimo imperatore Traiano, arrivato sulle sponde dell’Eufrate con le sue legioni, ebbe a dire: “fino ad ora ho sconfitto numerosi popoli ed eserciti, avrei voluto andare oltre, sulle orme di Alessandro, ma ho trovato un nemico contro il quale non ho scampo: il Tempo”.  Meno di un anno dopo Traiano morì. 

Anticamente il tempo era qualcosa di vago e di misterioso circondato da un’aurea di magia, ma ancora oggi non sappiamo come questo funzioni. La sua natura resta il mistero forse più grande. Strani fili lo legano agli altri misteri aperti: la natura della mente, l’origine dell’universo, i buchi neri, il funzionamento della vita. Una cosa è certa: non sappiamo quasi niente di lui, anzi, fisici e filosofi asseriscono che il tempo semplicemente “non esiste”.

Quindi da dove partire per parlare con voi del tempo? Proviamo ad aprire una finestra sul mondo di ieri e di oggi: la nostra vita è sempre di più regolata dallo scorrere veloce e continuo del tempo. Lo possiamo vivere, contare, sprecare e perfino trasformare in denaro, ma della sua natura non sappiamo niente e il tempo non è sempre per tutti uguale, tanto è vero che parliamo di tempo “che non passa mai” o del tempo che “ci sfugge”. Ed il tempo che abbiamo a disposizione può essere diverso da un essere vivente ad un altro. Per esempio c’è un piccolo insetto che vive solo poche ore, mentre alcuni animali vivono tranquillamente più di 100 anni.

Affacciandoci a quella finestra che dicevo prima, ci rendiamo conto di quanto il novecento sia stato il secolo che ha fatto della velocità prima un traguardo, poi un’ossessione. Ovviamente le premesse c’erano state da molto tempo prima con la rivoluzione industriale e lo sviluppo della tecnica. L’esaltazione della velocità arriva però nel momento in cui l’uomo occidentale realizza che “il tempo è denaro”.

L’automobile è stato il simbolo di un nuovo mito, quello di correre sempre di più, quasi ci si potesse allontanare in fretta dal passato e raggiungere più facilmente il futuro. Poi ci sono state le comunicazioni, i giornali, le Tv, il telefono, internet, i social ecc. Le notizie si sono diffuse sempre più velocemente, fino a raggiungere il così detto “tempo reale”. Gli scambi di informazioni o merci corrono oggi con e su strumenti sempre più sofisticati e sempre più veloci.

Sembra insomma che noi desideriamo (e facciamo di tutto perché sia così) che il tempo viaggi sempre più veloce. Questo ha due gravissimi effetti: il primo è che l’esperienza non rimane più. Il passato non ci insegna più niente, perché viene superato, diventa inutile. Prendiamo i vecchi, (come me per esempio) quelli che un tempo trasmettevano saggezza: oggi non hanno più nulla, o così crediamo, da insegnare. Chi di noi nonni non ha ricorso almeno una volta alle conoscenze dei figli o più ancora dei nipoti per risolvere un qualche problema al cellulare o al computer? A me succede abbastanza spesso e vi garantisco che un po’ mi dispiace, dato che vorrei che le parti fossero invertite.

Il secondo aspetto è che noi finiamo per non avere più immaginazione. Non possiamo, non ne siamo capaci. Semplicemente ci limitiamo ad osservare, lasciamo che accada. Non ce ne rendiamo conto ma è così. Non ce la sentiamo di azzardare una previsione. Viene meno la fantasia.

I cellulari ed ancor più i social si sono dimostrati deleteri.  Hanno distolto dalla lettura di libri non solo un numero incredibile di adolescenti, ma anche tantissimi uomini e donne adulte. Si è disimparato a scrivere a mano e, ancor più grave, a dimenticare la nostra vera, bellissima, lingua italiana. Oggi non facciamo più caso agli errori grammaticali, anzi li giustifichiamo dicendo semplicemente che la frase era stata scritta troppo in fretta oppure che con il cellulare resta un po’ complicato correggere.

Noi ci diciamo che non abbiamo tempo per pensare troppo al tempo. Normalmente lo viviamo inconsapevolmente, identificandolo con le lancette dell’orologio o con l’agenda del telefonino. Poi, quando ci capita qualcosa che ci costringe a pensare (una malattia, la morte di una persona cara, la visita di un’opera d’arte, qualcosa capace di metterti in contatto con il divino) ci ritroviamo sperduti. Ma subito dopo ricominciamo a correre, a consumare il tempo, a riempirlo con mille affari utili, ma più spesso con cose inutili. Insomma, noi possiamo anche non occuparci del tempo, ma è certo che lui, prima o poi, si occuperà di noi. Invece di allungare la vita bisognerebbe allargarla. Il tempo senza emozioni è solo un orologio.

Nel suo “De brevitate vitae” Seneca sostiene che la vita appare breve solo a chi non ne sa afferrare la vera essenza, a chi si disperde in futili occupazioni. Di fronte alla massa di persone assediate da attività inutili, Seneca propone un modello diverso. Il Saggio che decide di dedicarsi all’Otium trova nella riflessione filosofica il metodo per recuperare la salute dello spirito e l’arricchimento intellettuale. Parla così il nostro Seneca:

“Molti rimangono impantanati a desiderare la bellezza altrui o a preoccuparsi per la propria. Ci sono quelli sempre scontenti della meta verso cui dirigersi, ma la morte li coglie di sorpresa. Cosa dobbiamo mettere sotto accusa? Il fatto che vivete come se doveste vivere in eterno e mai vi soccorre il pensiero della vostra fragilità, non vi rendete conto di quanto tempo sia già trascorso, lo scialacquate come se poteste attingere ad una sorgente colma e abbondante, mentre, intanto, può darsi che proprio quel giorno che viene regalato, sia l’ultimo. L’apprendistato della vita dura per tutta la vita e tutta la vita è un apprendistato della morte. Tanti grandi uomini, messe da parte tutte le distrazioni, dopo aver rinunciato alle ricchezze, agli obblighi sociali, ai piaceri, si spensero confessando di non aver ancora raggiunto tale conoscenza”.

E durante uno dei numerosi scambi epistolari tra lui ed il suo amico poeta Lucilio, il filosofo fa un’altra considerazione e chiede all’amico: “Lucilio, dammi un consiglio per farmi vivere più a lungo, insegnami come si fa ad allungare il tempo”.

La risposta è molto bella. Dice Lucilio a Seneca: “il tempo è davvero il bene più prezioso che abbiamo e non dovremmo affatto sprecarlo. Giorni fa si festeggiava il compleanno del banchiere Pomponio Sabino: compiva 90 anni. Io – dice Lucilio – nel fargli gli auguri, gli ho chiesto quanti sesterzi sarebbe stato disposto a pagare per tornare ai suoi 20 anni, e lui, con la massima serietà, mi ha risposto: “Tutto il denaro che ho per tornare ai miei 89”. Purtroppo non è possibile tornare indietro, seppure di un solo giorno. Non ci resta, allora, che evitare gli sprechi. L’unico modo che conosco, invece, per raddoppiare il tempo, potrebbe essere quello di partecipare alle gioie e ai dolori di un amico, in modo da vivere contemporaneamente la sua vita e la mia. Addio”

Sembra incredibile come un testo che risale alla metà del I secolo d.C. possa essere, ancora oggi, di estrema attualità ed importanza. È una verità che non si può contradire quella di Seneca, perché nemmeno l’uomo più ricco del mondo può fermare le lancette di un orologio; ad ognuno di noi, ogni giorno, viene “regalato” lo stesso ammontare di tempo, 1440 minuti, non uno in più, non uno in meno. Come spendiamo questo tempo è una nostra scelta.

Io stesso che mi interesso continuamente di storia antica e che resto affascinato da tutto ciò che fa parte di un passato il più possibile remoto, mi chiedo se, facendo questo, io cerchi di fermare in qualche modo il tempo, o addirittura tornare indietro di secoli. E concordo con la definizione che un giornalista ha dato della Storia: “La storia è come uno specchietto retrovisore: non è indispensabile per andare avanti, ma serve quando si fa manovra” e basterebbe riflettere sulle cause della caduta dell’Impero Romano per capire che dovremmo riflettere di più.

Carissimi Fratelli, è proprio perché non sappiamo utilizzare il tempo nel modo moralmente giusto che la vita ci sembra così breve. Tuttavia, noi che siamo degli iniziati, abbiamo il dovere di riflettere su tutto questo. Non dobbiamo perdere di vista quei valori che ci permettono di vivere tolleranti fraternamente. Non dobbiamo limitarci a “galleggiare”: siamo Massoni Scozzesi e dobbiamo dimostrare di essere protagonisti. Noi, in quanto iniziati, abbiamo assunto degli obblighi e degli impegni. Uno degli impegni principali è proprio la conoscenza delle nostre origini, che ci porta ad avere la consapevolezza di appartenere ad un Ordine che ha ed ha sempre avuto come unico scopo il miglioramento interiore individuale per partecipare al progresso dell’umanità.

E poi, se prendessimo più “tempo” per ascoltare i ritmi della natura o dell’universo intero, ci ritroveremmo più ricchi, quantomeno più riflessivi, più propensi all’ascolto degli altri, forse meno aggressivi; sapremmo apprezzare di più ciò che la natura e il mondo intero ci regala sistematicamente. Basti pensare alle infinite opere d’arte che chi ci ha preceduto ha voluto regalarci ma che, visto l’uso che ne facciamo, non ci meritiamo proprio. Uno scrigno pieno di regali disinteressati. Eppure basterebbe poco per nutrirsi del bello che ci circonda e che non aspetta altro che noi. Il nostro Fratello Claudio ha detto più volte che dobbiamo saperci emozionare, dovunque e senza vergogna. Io sono completamente d’accordo con lui e dico quindi che il nostro tempo dovrebbe essere fatto sempre di più di momenti pieni di emozione.

Insomma, Fratelli, la Massoneria e soprattutto il R.S.A.A. ci chiede di essere testimoni del nostro tempo: impariamo quindi a vedere il mondo con occhi diversi, cerchiamo di “sprecare” un po’ del nostro preziosissimo tempo per tentare di conoscere di più noi stessi. Cerchiamo di essere maestri di vita almeno per i nostri figli ed i nostri nipoti, facciamo in modo che essi attivino tutti i loro sensi verso la bellezza, che poi è pura felicità, è amore. E così potremo dire di vivere veramente e chiudere con un sorriso questo breve cerchio che è la vita.

APPENDICE

Nel passato si sono occupati del tempo filosofi, scienziati, religiosi, poeti, pittori ma anche la mitologia greco-romana ha molti racconti con i quali si riflette sul tempo, la sua fugacità o la ricerca del superamento delle sue barriere. Così troviamo Sisifo che imprigiona Tanathos, Orfeo che scende nell’Ade per riportare sulla terra Euridice ed anche molti altri, ma forse quello al quale mi sono più affezionato è il mito di Admeto ed Alcesti che, oltretutto, è una straordinaria storia di amore e di amicizia. Per chi non la conoscesse, la ripropongo in appendice.

Mario Lari 33° Aprile 2019

Le fonti:

  • Carlo Rovelli: L’ordine del tempo – Adelphi
  • Armando Torno: La truffa del tempo – Mondadori
  • Remo Bodei: La scacchiera della memoria – Laterza
  • Luciano de Crescenzo: Il tempo e la felicità – Mondadori
  • Robert Graves: I miti greci – Longanesi
  • Euripide: Tutte le tragedie – Rusconi
  • Seneca: De brevitate vitae – Mondadori
  • Seneca: lettere a Lucilio – Mondadori

Euripide: Admeto ed Alcesti

Nella reggia del re di Iolco, in Tessaglia, si radunarono i pretendenti per Alcesti, la bella figlia del re. Tra questi c’era Admeto, re di Fere, che appena vide la fanciulla, così bella, capì di essere disposto a tutto pur di averla. Il padre disse che avrebbe concesso la mano di sua figlia a colui che avrebbe guidato un carro trainato da un leone e un cinghiale. Un’impresa assai ardua perché i due animali messi a contatto si sarebbero azzuffati. Ma il re voleva per la figlia un uomo eccezionale. Davanti a questa prova Admeto si scoraggiò e tornato a casa si confidò con l’anziano padre che, dopo avergli ribadito che lui era la luce dei suoi occhi e che per lui si sarebbe buttato nel fuoco per l’immenso bene che gli voleva, gli consigliò di fare affidamento sul dio Apollo che era ospite nel loro regno come punizione per aver ucciso un ciclope, e quindi bandito dal regno degli dei.

Apollo, che era diventato buon amico di Admeto per la sua grande generosità e fedeltà, ascoltò il suo problema e lo rassicurò che lo avrebbe aiutato, bastava che si procurasse un leone e un cinghiale. Il giorno fissato per la prova Admeto si presentò coi suoi animali e grazie al dio Apollo fu l’unico che riuscì a domare le due bestie e chiedere la mano della bella Alcesti e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze.

Il dio Apollo fece ritorno sull’olimpo e per ringraziare ancora l’amico sincero, decise di fargli un dono; andò dalle Moire, coloro che hanno in mano la vita dei mortali, e dopo averle fatte ubriacare si fece promettere che quando fosse arrivato il momento di morire, Admeto si sarebbe potuto salvare se qualcuno fosse morto al suo posto pronunciando la frase “Muoio al posto di Admeto!”.

Passati alcuni mesi Thanatos, il dio della morte, si presentò da Admeto..

-E’ giunta la tua ora, le Moire ti concedono una giornata per trovare il tuo sostituto-.

Admeto andò dal padre, gli raccontò l’accaduto. Il padre restò indifferente e neanche il ricordo delle sue amorevoli parole dette al figlio qualche tempo prima lo impietosirono perché non era giunta la sua ora. Admeto si rivolse alla madre che, come il marito, non volle saperne e gli consigliò di ordinare a qualcuno dei suoi sudditi di morire al suo posto, ma quello doveva essere un gesto spontaneo per avere valore. Si recò su un campo di battaglia dove avrebbe trovato dei feriti che forse si sarebbero sacrificati per lui. Sul campo trovò molti morti e quando trovò un ferito, questi morì tra le braccia del re prima di aver capito quale frase pronunciare. Tornato a palazzo ormai verso sera si rassegnò al suo destino. Andò dalla moglie per salutarla per l’ultima volta ma questa stava già pronunciando la frase:

  • Muoio al posto di Admeto.-

  La rappresentazione che Euripide ci dà degli ultimi momenti di Alcesti ha toni commoventi e tocca il suo vertice quando la donna, dopo aver pregato gli dei, dà l’addio al letto nuziale, simbolo di una vita in comune che ora, bruscamente, verrà spezzata. Non riesce a trattenere la commozione e scoppia in lacrime: la sua morte – ella dice – è l’estrema testimonianza del suo amore per lo sposo; nessun’altra donna saprà essergli altrettanto fedele. Le ultime preoccupazioni sono per i figli: Admeto non dovrà contrarre nuove nozze, per evitare che essi debbano sottostare a una matrigna che non li ama. Poi Alcesti muore. Admeto si rade il capo in segno di lutto profondo e bandisce per sempre dal palazzo feste, banchetti e musica. Ma il giorno seguente arriva a palazzo l’amico Ercole e Admeto, pur di non venir meno ai suoi obblighi di ospitalità, tiene segreto il suo lutto: accoglie l’eroe e ordina che gli si prepari un abbondante pasto. Rimasto solo, Ercole banchetta e si abbandona a sonori schiamazzi, ma a un certo punto nota l’aria afflitta dello schiavo che lo sta servendo e da lui apprende che Alcesti è morta. L’eroe prova vergogna per il suo comportamento e vuole dare ad Admeto un segno tangibile della sua amicizia: farà di tutto per strappare Alcesti a Thanatos e restituirla al marito.

Dopo che Ercole si è allontanato, fa ritorno Admeto, reduce dal funerale. È un uomo distrutto: ora che Alcesti è morta, nessuno più gli verrà incontro salutandolo affettuosamente al suo rientro in casa; tutto gli sembrerà vuoto; intorno a lui ci sarà solo il pianto dei figli; ed egli avrà fama di vile, avendo permesso che sua moglie morisse al suo posto.

Ma ecco ricomparire Ercole che, dopo aver rimproverato Admeto per non avergli detto subito la verità, gli mostra la donna che ha con sé, il cui volto è coperto da un velo: è una schiava ‒ così egli dice ‒ vinta come premio in una gara, e vorrebbe che il re la tenesse con sé fino al ritorno dalla ‘fatica’ cui sta per accingersi. Admeto prega però Ercole di affidare la donna ad altri: la sua presenza, infatti, gli ricorderebbe quella di Alcesti, cui la fanciulla assomiglia in tutto, e ciò aumenterebbe il suo dolore; né egli potrebbe portarsela nel suo letto, perché verrebbe meno al giuramento fatto alla moglie. Ma Ercole insiste ed infine, dopo molti rifiuti, Admeto acconsente a portarla a casa. A questo punto Ercole toglie il velo alla fanciulla, che, con grande sorpresa di Admeto, si rivela essere proprio Alcesti: l’eroe, appostatosi presso la sua tomba, dopo una dura lotta è riuscito a strapparla a Thanatos che era venuto a bere il sangue delle vittime sacrificali. Restituita al marito, Alcesti potrà continuare a vivere felice con lui.

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CASO o CAOS ?


L’abete antico con la chioma detta
il ritmo del ponente vento a sera
e l’oleandro in fiore fa civetta
sporgendosi nel lago a primavera.

Le Dolomiti dai crinali rosa,
l’immagine riflessa giù nel lago,
come gran dama quasi che si posa,
stanno a guardare con pensiero vago.

Se il caso solo fosse il dio creatore
allor mi inchinerei al grande evento:
il Caso sconosciuto fu Fattore.

Se Luna, stelle ed anche o’ Sole mio
dal Caso furon fatti con tal arte
allor si adori il Caso come Dio.

Nota: Ordo ab Chaos
L’universo sembra governato dalla teoria del caos, teoria del caos se uno si ripete questa frase sembra essere un controsenso. In realtà il mondo, l’universo e anche le cose di tutti i giorni sono assoggettate a regole molto complesse, talmente complesse da essere considerate caos. La mente umana ha dei limiti evidenti nel capire, dei limiti di intelligenza, a volte di cultura.
Caos è nella mitologia greca la personificazione dello stato primordiale di vuoto buio anteriore alla creazione del cosmo da cui emersero gli dei e gli uomini.
Esiodo, nella sua Teogonia, racconta che in principio c’era Caos , ovvero una voragine senza fine, sterminata e nera. Dal Caos si generarono Gea (la Terra), Tartaro (un luogo infernale situato al di sotto dell’Ade) ed Eros (amore). Dal Caos poi nacquero Notte (l’oscurità della notte) ed Erebo (le tenebre degli Inferi). Dal Caos infine nacque Urano, la personificazione del Cielo infinito. Caos è, per antonomasia, la divinità cosmica più in alto in assoluto insieme ad Eurinome, la Dea di Tutte le Cose.

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8 Febbraio 2019

8 Febbraio 2019

Illustrissimo Maestro Venerabile,

Grazie per avermi concesso la parola.

Fratelli all’Oriente, Fratelli fra le Colonne:

E’ con profonda gioia e commozione che mi accingo a pronunciare le mie prime parole in questo nostro Tempio.

Ringrazio l’ex Maestro Venerabile che mi ha iniziato, il Fratello che mi ha presentato e tutti i Fratelli che mi hanno accolto in questa Rispettabile Loggia.

Sono passati più di due anni da quando, col mio ginocchio destro poggiato a terra, il Maestro Esperto guidava la mia mano a infersere i primi colpi alla Pietra Grezza.

Da quel giorno, i miei colpi, prima incerti, inadeguati e imprecisi, grazie all’aiuto di tutti Voi Fratelli, hanno iniziato ad acquisire un po’ di efficacia, hanno prodotto qualche risultato sulla pietra che ha iniziato lentamente a levigarsi, nella consapevolezza che ancora nulla è stato fatto, che il percorso iniziatico intrapreso, appena avviato, è ancora lungo e non può prescindere dal mio costante impegno di migliorare me stesso, dal Vostro aiuto e dal Vostro esempio.

Quel giorno, senza rendermene neppure conto, iniziava un ciclo della mia vita.

Dicono che il presente è l’unica cosa che realmente possediamo; che il passato ed il futuro sono solo una proiezione della mente. Il “qui e ora” dei deterministi, è la sola cosa che conta.

E’ una frase retorica, ne sono ben cosciente, ma se così fosse, dov’è tutta la nostra storia? Del pianeta che ci ospita, della Vita, dell’Uomo, della nostra Istituzione?

Preferisco dare un senso al tempo che passa, e in questo ringrazio ancora con Stima e Riverenza, il Fratello Maestro M.V. per l’emozionante lavoro sul Tempo presentato agli Incontri Giovanili di Ottobre, al quale ho avuto il privilegio di assistere.

In questo ciclo, costituito dal cammino iniziatico, all’interno della nostra Istituzione, all’interno della Melagrana della nostra Loggia, della quale, come tanti Fratelli prima di me hanno narrato il simbolo, noi tutti ne rappresentiamo i semi, nell’unità di intenti dei nostri Architettonici Lavori.

Quando dalla mia vita profana, mi accinsi ad avviare il Percorso iniziatico, non ne avevo una reale coscienza. Comprendevo sì le frasi del nostro Rituale, ma mi era impossibile sentirle intimamente.

Tuttora il mio percorso è  misterioso e, come è giusto che sia, innumerevoli cose ancora non mi sono rivelate.

Tanti anni fa, ancora bimbo, ricordo nitidamente un regalo che ricevetti dalla mia famiglia: Il Grande Libro dell’Astronomia ed un piccolo telescopio.

Ricordo che si trattava praticamente di un giocattolo e quando mi accinsi per la prima volta a guardarvi il cielo, quei puntini luminosi che immaginavo si presentassero al mio oculare come meravigliose galassie, colorate stelle, rimanevano invece puntini luminosi. I misteri del Cosmo necessitavano di ben altre strumentazioni e conoscenze.

E ricordo che allora, sfocando l’immagine, quei puntini luminosi aumentavano il loro diametro e si trasformavano in dischi; sì, più opachi ma che mi facevano immaginare stelle immense. E mi affascinavano i nomi: Aldebaran, Rigel, Sirio, Arturo, e la mia preferita: Antares, Alfa dello Scorpione, la supergigante rossa che rivaleggiava per dimensioni con Betelgeuse, Alfa di Orione. Astri, che nella mitologia, hanno assunto un ruolo importante.

In quegli anni guardavo il cielo perché mi affascinava, ma il mio sguardo fanciullo ben poco sapeva di ciò che, nel passato, il cielo ed i suoi cicli hanno rappresentato per gli uomini che ci hanno preceduto.

Adesso guardiamo il cielo con fascinazione o distrazione, ammirazione o anche malinconia. I nostri antenati lo guardavano anche con paura ma soprattutto lo adoperavano come uno strumento che regolasse i cicli della Vita ed eressero monumenti che glorificassero il misterioso susseguirsi degli eventi celesti.

Dall’alba capirono cosa c’era all’Oriente. Come il Maestro Venerabile, il nostro primo punto di riferimento, siede all’Oriente, così allora compresero la loro posizione nel mondo ed impararono ad “orientarsi”: non solo l’alternanza del buio e della luce ma, dalla variazione della posizione del Sole al suo sorgere, compresero i cicli delle stagioni, del lento assopirsi della vita e della rinascita che nel giorno dei solstizi sancirono.

Dal nostro Satellite impararono i quattro cicli lunari e nelle sue fasi codificarono le settimane; con le stelle impararono a navigare.

Da allora i cicli del cielo hanno regolato il nostro interfacciarsi a ciò che ci circonda, fino a giungere ai giorni nostri.

Ho vissuto da sempre in città e per quanto amassi guardare il cielo non ho mai realmente toccato con mano il mistero dei cicli. Ai miei occhi il Sole sorgeva e tramontava più o meno nello stesso punto, occupato com’era l’orizzonte da costruzioni, palazzi.

Si, certo: come tutti, sapevo bene che l’Est e l’Ovest erano il sorgere ed il tramontare, ma è stato solo qui, nella terra che mi ha accolto tredici anni fa, in questo Oriente, che mi sono emozionato nel vedere che, al Solstizio d’Inverno, il Sole tramonta dietro il punto più basso dell’Elba, tra Capoliveri ed il Volterraio; mentre nel Solstizio d’Estate lo fa tra il promontorio di Piombino e la piana di Venturina.

Quale mistero avrà  rappresentato per i nostri avi questa mutazione prima che la Cosmologia riuscisse a dare una spiegazione a ciò che rappresentava il loro unico orologio di vita?

Quale affascinante meraviglia avranno provato nel vedere le stelle sorgere sempre in un punto diverso? Sotto questa nostra Volta Celeste, sotto le Colonne e i simboli delle Costellazioni, stiamo anche nobilitando tutto questo.

L’osservazione del cielo ha portato a conquiste, pochi decenni prima, neppure immaginabili; ha contribuito all’idea che abbiamo relativamente sulla nostra posizione nello spazio e nel tempo.

Se allarghiamo la nostra percezione all’età presunta e alla dimensione dell’Universo, la nostra Storia, non è che un battito di ciglia e ci fa pensare di rappresentare nient’altro che una bizzarra casualità negli eventi, ben lontani da quel concetto per pochi, di sentirsi Esseri speciali che ha accompagnato, per secoli, l’evoluzione umana all’interno di un universo antropocentrico.

Tuttavia, è ormai dimostrato che fenomeni e reazioni chimiche avvengono solo in determinate e  precisissime condizioni.

Partendo dall’infinitamente piccolo: la formazione del Carbonio, alla base della nostra vita; pur non essendo uno scienziato, soprattutto un chimico, mi appare stupefacente leggere che è necessaria una precisione nell’ordine del milionesimo di secondo, dacché l’atomo di berillio, che ha tempi di decadenza pressoché istantanei, a sua volta generato da due atomi di Elio in una condizione rarissima – oltre cento milioni di gradi – si combini con un altro atomo di elio, per generare il carbonio, prima che decada. Un infinitesimale ritardo del berillio e il carbonio stesso non si formerebbe.

Allargando la nostra scala di osservazione, verso l’infinitamente grande, non è affascinante pensare alla posizione stessa della Terra all’interno del Sistema Solare, alla sua distanza ideale dal Sole, che ci garantisce la giusta temperatura, all’inclinazione del nostro asse che ci permette di vivere l’alternanza delle stagioni, stabilizzato dalla presenza della Luna e conseguentemente la precessione degli equinozi?

E la presenza del gigante Giove che con la sua gravità attira nella sua orbita oggetti potenzialmente letali per noi? E non è ancora più affascinante pensare all’origine di tutti questi fattori?

Sembra incredibile una volta che il Padre Giove non ha vigilato, ci ha regalato la vita. Come? Un unico evento scatenante lo avrebbe permesso: è ormai accettata l’ipotesi di una collisione tra la Terra primordiale e un pianeta delle dimensioni di Marte che, si presume, abbia poi formato la Luna.E da quello stesso impatto, si sarebbe generata la nostra rotazione, stabilizzandosi progressivamente nelle ventiquattrore che regolano il giorno e la notte, il nostro asse si sarebbe posto nell’attuale inclinazione e dall’energia di quel cataclisma cosmico, i metalli pesanti sarebbero scivolati sempre più in basso formando il nucleo ferroso liquido, generando il campo magnetico che ci scherma dalle radiazioni del vento solare e che impedisce che l’atmosfera venga spazzata via.Solo l’assenza di uno di questi fattori, o anche solo una infinitesimale differenza in questo equilibrio, che noi non saremmo qui. Non è una coincidenza incredibile, la formazione e la coesistenza di tutto questo?    Allora è vero che siamo speciali, e la nostra visione antropocentrica, non è stata poi così sbagliata nel corso dei secoli.

Ma se fossero state proprio le dimensioni dell’Universo ad aver permesso questa combinazione di fattori, nelle sue duecento miliardi di galassie stimate contenutevi, che a loro volta, sembrano contenere ciascuna duecento miliardi di stelle, aperti anche all’idea di un Multiverso?

Quante potenziali Terre non hanno generato la Vita magari solo per la diversa l’inclinazione del loro asse di rotazione, mentre altre variabili lo avrebbero permesso?

Solo in uno spicchio ridotto di Spazio, solo addentrandosi per poche migliaia di Anni Luce che, viste le dimensioni dell’Universo osservabile, praticamente la periferia del nostro Sistema Solare, la Missione Kepler, ha individuato centinaia di pianeti con molteplici caratteristiche. Forse sono proprio i numeri dell’Universo, nelle infinite possibilità che si generano ad aver fatto sì che possiamo essere qui.

Quindi non siamo così speciali se è stata la statistica a permetterlo. O invece forse è proprio per questo che lo siamo?

Citando il fisico Brandon Carter, in quello che poi fu definito il “principio antropico” a lui riconducibile:

Anche se la nostra situazione non e centrale, è inevitabilmente per certi versi privilegiata”.

Il mio lavoro non è certo quello di uno scienziato; semplicemente mi ritengo un appassionato di questi argomenti, e senza conoscenze matematiche, questo lavoro si può riassumere in un breve e dozzinale condensato di letture, documentari televisivi, di un livello amatoriale.

Ma è lecito domandarsi quanto ancora non solo non abbiamo scoperto o intuito, ma non abbiamo neppure immaginato? Già negli anni trenta Edwin Hubble, aveva intuito e dimostrato che l’Universo non sta rallentando la sua espansione: anzi sta accelerando.

Lo spazio vuoto si dilata ad una velocità superiore a quella della luce, ne consegue che non potremo mai osservare i limiti dell’Universo stimato nella sua interezza in quarantasei miliardi di anni luce.

Credendo di aver compreso i misteri dell’Universo, scopriremo, un giorno, di essere dei pesci rossi in una palla di vetro.

Sconforto quindi per la nostra pochezza o grande gioia per l’opportunità che ci viene data di conoscere ciò che ancora non è alla nostra portata?

Apatico disinteresse vista la nostra irrisoria e infinitesimale presenza o fierezza per il ruolo centrale assunto in questo sconfinato universo ancora tutto da scoprire?

Il Grande Architetto dell’Universo, è la nostra risposta.

Quando nel Gabinetto di Riflessione, abbiamo tutti suggellato il nostro eterno Testamento Spirituale a Lui ci siamo rivolti. Non abbiamo posto domande, non abbiamo avuto risposte, abbiamo preso coscienza del nostro dovere. Il nostro Ciclo Iniziatico è da lì scaturito. E se ognuno di noi vive una sola Iniziazione, allora, quando un Fratello passa all’Oriente Eterno, ne subentra uno che entra nel Gabinetto di Riflessione.

E questo, come il giorno e la notte, come le settimane, i mesi e le stagioni, come gli anni, passando dalla precessione degli equinozi, giungendo alla danza delle galassie, rappresenta la nostra ciclicità.

Mantiene viva, salda e più forte che mai la nostra Istituzione, grazie al contributo di chi come tanti di Voi, che anni fa, si sono messi in cammino, prendendo per mano, con loro esperienza, Fratelli, che come me invece vi si sono appena messi.

Questo ciclo si rinnova e la Massoneria ne fa parte, in fondo essendone avvolta, ma al tempo stesso ne è guardiana, vigile delle tradizioni, dei simboli, che, a tutto ciò che la circonda, si ispirano.

                                                                                                                  a.f.

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La concezione del tempo per un libero muratore

L’ottimo imperatore Traiano, arrivato sulle sponde dell’Eufrate con le sue legioni, ebbe a dire: “fino ad ora ho sconfitto numerosi popoli ed eserciti, avrei voluto andare oltre, sulle orme di Alessandro, ma ho trovato un nemico contro il quale non ho scampo: il Tempo”.  Meno di un anno dopo Traiano morì. 

Anticamente il tempo era qualcosa di vago e di misterioso circondato da un’aurea di magia, ma ancora oggi non sappiamo come questo funzioni. La sua natura resta il mistero forse più grande. Strani fili lo legano agli altri misteri aperti: la natura della mente, l’origine dell’universo, i buchi neri, il funzionamento della vita. Una cosa è certa: non sappiamo quasi niente di lui, anzi, fisici e filosofi asseriscono che il tempo semplicemente “non esiste”.

Quindi da dove partire per parlare con voi del tempo? Proviamo ad aprire una finestra sul mondo di ieri e di oggi: la nostra vita è sempre di più regolata dallo scorrere veloce e continuo del tempo. Lo possiamo vivere, contare, sprecare e perfino trasformare in denaro, ma della sua natura non sappiamo niente e il tempo non è sempre per tutti uguale, tanto è vero che parliamo di tempo “che non passa mai” o del tempo che “ci sfugge”. Ed il tempo che abbiamo a disposizione può essere diverso da un essere vivente ad un altro. Per esempio c’è un piccolo insetto che vive solo poche ore, mentre alcuni animali vivono tranquillamente più di 100 anni.

Affacciandoci a quella finestra che dicevo prima, ci rendiamo conto di quanto il novecento sia stato il secolo che ha fatto della velocità prima un traguardo, poi un’ossessione. Ovviamente le premesse c’erano state da molto tempo prima con la rivoluzione industriale e lo sviluppo della tecnica. L’esaltazione della velocità arriva però nel momento in cui l’uomo occidentale realizza che “il tempo è denaro”.

L’automobile è stato il simbolo di un nuovo mito, quello di correre sempre di più, quasi ci si potesse allontanare in fretta dal passato e raggiungere più facilmente il futuro. Poi ci sono state le comunicazioni, i giornali, le Tv, il telefono, internet, i social ecc. Le notizie si sono diffuse sempre più velocemente, fino a raggiungere il così detto “tempo reale”. Gli scambi di informazioni o merci corrono oggi con e su strumenti sempre più sofisticati e sempre più veloci.

Sembra insomma che noi desideriamo (e facciamo di tutto perché sia così) che il tempo viaggi sempre più veloce. Questo ha due gravissimi effetti: il primo è che l’esperienza non rimane più. Il passato non ci insegna più niente, perché viene superato, diventa inutile. Prendiamo i vecchi, (come me per esempio) quelli che un tempo trasmettevano saggezza: oggi non hanno più nulla, o così crediamo, da insegnare. Chi di noi nonni non ha ricorso almeno una volta alle conoscenze dei figli o più ancora dei nipoti per risolvere un qualche problema al cellulare o al computer? A me succede abbastanza spesso e vi garantisco che un po’ mi dispiace, dato che vorrei che le parti fossero invertite.

Il secondo aspetto è che noi finiamo per non avere più immaginazione. Non possiamo, non ne siamo capaci. Semplicemente ci limitiamo ad osservare, lasciamo che accada. Non ce ne rendiamo conto ma è così. Non ce la sentiamo di azzardare una previsione. Viene meno la fantasia.

I cellulari ed ancor più i social si sono dimostrati deleteri.  Hanno distolto dalla lettura di libri non solo un numero incredibile di adolescenti, ma anche tantissimi uomini e donne adulte. Si è disimparato a scrivere a mano e, ancor più grave, a dimenticare la nostra vera, bellissima, lingua italiana. Oggi non facciamo più caso agli errori grammaticali, anzi li giustifichiamo dicendo semplicemente che la frase era stata scritta troppo in fretta oppure che con il cellulare resta un po’ complicato correggere.

Noi ci diciamo che non abbiamo tempo per pensare troppo al tempo. Normalmente lo viviamo inconsapevolmente, identificandolo con le lancette dell’orologio o con l’agenda del telefonino. Poi, quando ci capita qualcosa che ci costringe a pensare (una malattia, la morte di una persona cara, la visita di un’opera d’arte, qualcosa capace di metterti in contatto con il divino) ci ritroviamo sperduti. Ma subito dopo ricominciamo a correre, a consumare il tempo, a riempirlo con mille affari utili, ma più spesso con cose inutili. Insomma, noi possiamo anche non occuparci del tempo, ma è certo che lui, prima o poi, si occuperà di noi. Invece di allungare la vita bisognerebbe allargarla. Il tempo senza emozioni è solo un orologio.

Nel suo “De brevitate vitae” Seneca sostiene che la vita appare breve solo a chi non ne sa afferrare la vera essenza, a chi si disperde in futili occupazioni. Di fronte alla massa di persone assediate da attività inutili, Seneca propone un modello diverso. Il Saggio che decide di dedicarsi all’Otium trova nella riflessione filosofica il metodo per recuperare la salute dello spirito e l’arricchimento intellettuale. Parla così il nostro Seneca:

“Molti rimangono impantanati a desiderare la bellezza altrui o a preoccuparsi per la propria. Ci sono quelli sempre scontenti della meta verso cui dirigersi, ma la morte li coglie di sorpresa. Cosa dobbiamo mettere sotto accusa? Il fatto che vivete come se doveste vivere in eterno e mai vi soccorre il pensiero della vostra fragilità, non vi rendete conto di quanto tempo sia già trascorso, lo scialacquate come se poteste attingere ad una sorgente colma e abbondante, mentre, intanto, può darsi che proprio quel giorno che viene regalato, sia l’ultimo. L’apprendistato della vita dura per tutta la vita e tutta la vita è un apprendistato della morte. Tanti grandi uomini, messe da parte tutte le distrazioni, dopo aver rinunciato alle ricchezze, agli obblighi sociali, ai piaceri, si spensero confessando di non aver ancora raggiunto tale conoscenza”.

E durante uno dei numerosi scambi epistolari tra lui ed il suo amico poeta Lucilio, il filosofo fa un’altra considerazione e chiede all’amico: “Lucilio, dammi un consiglio per farmi vivere più a lungo, insegnami come si fa ad allungare il tempo”.

La risposta è molto bella. Dice Lucilio a Seneca: “il tempo è davvero il bene più prezioso che abbiamo e non dovremmo affatto sprecarlo. Giorni fa si festeggiava il compleanno del banchiere Pomponio Sabino: compiva 90 anni. Io – dice Lucilio – nel fargli gli auguri, gli ho chiesto quanti sesterzi sarebbe stato disposto a pagare per tornare ai suoi 20 anni, e lui, con la massima serietà, mi ha risposto: “Tutto il denaro che ho per tornare ai miei 89”. Purtroppo non è possibile tornare indietro, seppure di un solo giorno. Non ci resta, allora, che evitare gli sprechi. L’unico modo che conosco, invece, per raddoppiare il tempo, potrebbe essere quello di partecipare alle gioie e ai dolori di un amico, in modo da vivere contemporaneamente la sua vita e la mia. Addio”

Sembra incredibile come un testo che risale alla metà del I secolo d.C. possa essere, ancora oggi, di estrema attualità ed importanza. È una verità che non si può contradire quella di Seneca, perché nemmeno l’uomo più ricco del mondo può fermare le lancette di un orologio; ad ognuno di noi, ogni giorno, viene “regalato” lo stesso ammontare di tempo, 1440 minuti, non uno in più, non uno in meno. Come spendiamo questo tempo è una nostra scelta.

Io stesso che mi interesso continuamente di storia antica e che resto affascinato da tutto ciò che fa parte di un passato il più possibile remoto, mi chiedo se, facendo questo, io cerchi di fermare in qualche modo il tempo, o addirittura tornare indietro di secoli. E concordo con la definizione che un giornalista ha dato della Storia: “La storia è come uno specchietto retrovisore: non è indispensabile per andare avanti, ma serve quando si fa manovra” e basterebbe riflettere sulle cause della caduta dell’Impero Romano per capire che dovremmo riflettere di più.

Carissimi Fratelli, è proprio perché non sappiamo utilizzare il tempo nel modo moralmente giusto che la vita ci sembra così breve. Tuttavia, noi che siamo degli iniziati, abbiamo il dovere di riflettere su tutto questo. Non dobbiamo perdere di vista quei valori che ci permettono di vivere tolleranti fraternamente. Non dobbiamo limitarci a “galleggiare”: siamo Massoni Scozzesi e dobbiamo dimostrare di essere protagonisti. Noi, in quanto iniziati, abbiamo assunto degli obblighi e degli impegni. Uno degli impegni principali è proprio la conoscenza delle nostre origini, che ci porta ad avere la consapevolezza di appartenere ad un Ordine che ha ed ha sempre avuto come unico scopo il miglioramento interiore individuale per partecipare al progresso dell’umanità.

E poi, se prendessimo più “tempo” per ascoltare i ritmi della natura o dell’universo intero, ci ritroveremmo più ricchi, quantomeno più riflessivi, più propensi all’ascolto degli altri, forse meno aggressivi; sapremmo apprezzare di più ciò che la natura e il mondo intero ci regala sistematicamente. Basti pensare alle infinite opere d’arte che chi ci ha preceduto ha voluto regalarci ma che, visto l’uso che ne facciamo, non ci meritiamo proprio. Uno scrigno pieno di regali disinteressati. Eppure basterebbe poco per nutrirsi del bello che ci circonda e che non aspetta altro che noi. Il nostro Fratello Claudio ha detto più volte che dobbiamo saperci emozionare, dovunque e senza vergogna. Io sono completamente d’accordo con lui e dico quindi che il nostro tempo dovrebbe essere fatto sempre di più di momenti pieni di emozione.

Insomma, Fratelli, la Massoneria e soprattutto il R.S.A.A. ci chiede di essere testimoni del nostro tempo: impariamo quindi a vedere il mondo con occhi diversi, cerchiamo di “sprecare” un po’ del nostro preziosissimo tempo per tentare di conoscere di più noi stessi. Cerchiamo di essere maestri di vita almeno per i nostri figli ed i nostri nipoti, facciamo in modo che essi attivino tutti i loro sensi verso la bellezza, che poi è pura felicità, è amore. E così potremo dire di vivere veramente e chiudere con un sorriso questo breve cerchio che è la vita.

APPENDICE

Nel passato si sono occupati del tempo filosofi, scienziati, religiosi, poeti, pittori ma anche la mitologia greco-romana ha molti racconti con i quali si riflette sul tempo, la sua fugacità o la ricerca del superamento delle sue barriere. Così troviamo Sisifo che imprigiona Tanathos, Orfeo che scende nell’Ade per riportare sulla terra Euridice ed anche molti altri, ma forse quello al quale mi sono più affezionato è il mito di Admeto ed Alcesti che, oltretutto, è una straordinaria storia di amore e di amicizia. Per chi non la conoscesse, la ripropongo in appendice.

M. L.

Le fonti:

  • Carlo Rovelli: L’ordine del tempo – Adelphi
  • Armando Torno: La truffa del tempo – Mondadori
  • Remo Bodei: La scacchiera della memoria – Laterza
  • Luciano de Crescenzo: Il tempo e la felicità – Mondadori
  • Robert Graves: I miti greci – Longanesi
  • Euripide: Tutte le tragedie – Rusconi
  • Seneca: De brevitate vitae – Mondadori
  • Seneca: lettere a Lucilio – Mondadori

Euripide: Admeto ed Alcesti

Nella reggia del re di Iolco, in Tessaglia, si radunarono i pretendenti per Alcesti, la bella figlia del re. Tra questi c’era Admeto, re di Fere, che appena vide la fanciulla, così bella, capì di essere disposto a tutto pur di averla. Il padre disse che avrebbe concesso la mano di sua figlia a colui che avrebbe guidato un carro trainato da un leone e un cinghiale. Un’impresa assai ardua perché i due animali messi a contatto si sarebbero azzuffati. Ma il re voleva per la figlia un uomo eccezionale. Davanti a questa prova Admeto si scoraggiò e tornato a casa si confidò con l’anziano padre che, dopo avergli ribadito che lui era la luce dei suoi occhi e che per lui si sarebbe buttato nel fuoco per l’immenso bene che gli voleva, gli consigliò di fare affidamento sul dio Apollo che era ospite nel loro regno come punizione per aver ucciso un ciclope, e quindi bandito dal regno degli dei.

Apollo, che era diventato buon amico di Admeto per la sua grande generosità e fedeltà, ascoltò il suo problema e lo rassicurò che lo avrebbe aiutato, bastava che si procurasse un leone e un cinghiale. Il giorno fissato per la prova Admeto si presentò coi suoi animali e grazie al dio Apollo fu l’unico che riuscì a domare le due bestie e chiedere la mano della bella Alcesti e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze.

Il dio Apollo fece ritorno sull’olimpo e per ringraziare ancora l’amico sincero, decise di fargli un dono; andò dalle Moire, coloro che hanno in mano la vita dei mortali, e dopo averle fatte ubriacare si fece promettere che quando fosse arrivato il momento di morire, Admeto si sarebbe potuto salvare se qualcuno fosse morto al suo posto pronunciando la frase “Muoio al posto di Admeto!”.

Passati alcuni mesi Thanatos, il dio della morte, si presentò da Admeto..

-E’ giunta la tua ora, le Moire ti concedono una giornata per trovare il tuo sostituto-.

Admeto andò dal padre, gli raccontò l’accaduto. Il padre restò indifferente e neanche il ricordo delle sue amorevoli parole dette al figlio qualche tempo prima lo impietosirono perché non era giunta la sua ora. Admeto si rivolse alla madre che, come il marito, non volle saperne e gli consigliò di ordinare a qualcuno dei suoi sudditi di morire al suo posto, ma quello doveva essere un gesto spontaneo per avere valore. Si recò su un campo di battaglia dove avrebbe trovato dei feriti che forse si sarebbero sacrificati per lui. Sul campo trovò molti morti e quando trovò un ferito, questi morì tra le braccia del re prima di aver capito quale frase pronunciare. Tornato a palazzo ormai verso sera si rassegnò al suo destino. Andò dalla moglie per salutarla per l’ultima volta ma questa stava già pronunciando la frase:

  • Muoio al posto di Admeto.-

  La rappresentazione che Euripide ci dà degli ultimi momenti di Alcesti ha toni commoventi e tocca il suo vertice quando la donna, dopo aver pregato gli dei, dà l’addio al letto nuziale, simbolo di una vita in comune che ora, bruscamente, verrà spezzata. Non riesce a trattenere la commozione e scoppia in lacrime: la sua morte – ella dice – è l’estrema testimonianza del suo amore per lo sposo; nessun’altra donna saprà essergli altrettanto fedele. Le ultime preoccupazioni sono per i figli: Admeto non dovrà contrarre nuove nozze, per evitare che essi debbano sottostare a una matrigna che non li ama. Poi Alcesti muore. Admeto si rade il capo in segno di lutto profondo e bandisce per sempre dal palazzo feste, banchetti e musica. Ma il giorno seguente arriva a palazzo l’amico Ercole e Admeto, pur di non venir meno ai suoi obblighi di ospitalità, tiene segreto il suo lutto: accoglie l’eroe e ordina che gli si prepari un abbondante pasto. Rimasto solo, Ercole banchetta e si abbandona a sonori schiamazzi, ma a un certo punto nota l’aria afflitta dello schiavo che lo sta servendo e da lui apprende che Alcesti è morta. L’eroe prova vergogna per il suo comportamento e vuole dare ad Admeto un segno tangibile della sua amicizia: farà di tutto per strappare Alcesti a Thanatos e restituirla al marito.

Dopo che Ercole si è allontanato, fa ritorno Admeto, reduce dal funerale. È un uomo distrutto: ora che Alcesti è morta, nessuno più gli verrà incontro salutandolo affettuosamente al suo rientro in casa; tutto gli sembrerà vuoto; intorno a lui ci sarà solo il pianto dei figli; ed egli avrà fama di vile, avendo permesso che sua moglie morisse al suo posto.

Ma ecco ricomparire Ercole che, dopo aver rimproverato Admeto per non avergli detto subito la verità, gli mostra la donna che ha con sé, il cui volto è coperto da un velo: è una schiava ‒ così egli dice ‒ vinta come premio in una gara, e vorrebbe che il re la tenesse con sé fino al ritorno dalla ‘fatica’ cui sta per accingersi. Admeto prega però Ercole di affidare la donna ad altri: la sua presenza, infatti, gli ricorderebbe quella di Alcesti, cui la fanciulla assomiglia in tutto, e ciò aumenterebbe il suo dolore; né egli potrebbe portarsela nel suo letto, perché verrebbe meno al giuramento fatto alla moglie. Ma Ercole insiste ed infine, dopo molti rifiuti, Admeto acconsente a portarla a casa. A questo punto Ercole toglie il velo alla fanciulla, che, con grande sorpresa di Admeto, si rivela essere proprio Alcesti: l’eroe, appostatosi presso la sua tomba, dopo una dura lotta è riuscito a strapparla a Thanatos che era venuto a bere il sangue delle vittime sacrificali. Restituita al marito, Alcesti potrà continuare a vivere felice con lui.

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FARSI ATLETI DELLA VITA

“FARSI ATLETI DELLA VITA” :

Una raccomandazione di un Maestro Libero Muratore  Scozzese

rivolta ai giovani

di  C. S. 

Questa lettura è stata effettuata in occasione del “ II Incontro Giovanile per la Formazione Umana”, svoltosi a Orbetello dal 13 al 15 Settembre 2017. L’evento, rivolto esclusivamente ai giovani, ha come unico scopo quello di offrire una “ riflessione intorno all’uomo ” per cercare di comprendere, con leggerezza, che cosa sia l’uomo e per meditare sulla sua forza intellettiva ma anche sulla sua debolezza, sulla sua precarietà e sulla sua finitezza. Pertanto, l’intendimento di questo incontro culturale è di favorire, quello che noi abbiamo definito, in modo arbitrario, la “crescita umana”.

 

“Cultura” è sete di conoscenza, è stimolo alla riflessione critica, è “ricerca disinteressata della verità”. Una ricerca continua rivolta non solo all’esterno, verso la realtà che ci circonda, ma anche all’interno, verso noi stessi, verso la parte più profonda, più spirituale.  Quindi, cultura è, non sola “ricerca accademica”, su temi razionali, scientifici e umanistici”, ma è anche “ricerca sapienziale” – termine non facilmente esprimibile- una forma di conoscenza superiore che ha come scopo quello di permettere  una riflessione sul senso della vita, sui principi supremi, sulla “posizione dell’uomo nel cosmo” – concetto caro a Max Scheler ed a tutta la filosofia antropologica- , una riflessione sul senso del Sacro, sul “Motore Primo Immobile”, secondo la definizione Aristotelica. La sapienza è l’arte di vivere di un “Maestro”. Sapienza non è solamente avere conoscenza, ma è anche essere in grado di applicarla/utilizzarla nella vita pratica. Entrambe, cioè la ricerca accademica e quella sapienziale, devono dialogare e integrarsi per migliorare la nostra formazione; perché solo così possiamo raggiungere una “libertà di pensiero; solo così possiamo diventare “Uomini Liberi” e per Libero, intendo, colui che è fine a se stesso, colui che non è sottomesso ad altri. “Libero” è colui che ubbidisce solo alla sua “coscienza” e non gli altri uomini.

 

Penso che sia necessario acquisire questo tipo di “educazione culturale” per affrontare, nel migliore dei modi, gli “inciampi” del vivere; per affrontare la “contraddizione sempre crescente” – come ci ricorda un breve scritto hegeliano ( Georg Wilheim Friedrich Hegel. Libertà e destino, abbozzo preparatorio, quaderno 13-1799-1800) – insita in tutti noi, tra l’ignoto ed inconsapevole desiderio di una vita migliore, e la vita reale,  la vita che il destino ci offre.

 

Io credo che l’“uomo post moderno” debba “lottare” quotidianamente per superare le difficoltà che la vita costantemente e beffardamente gli dona, e per fare ciò sia necessario farsi: “ ATLETI DELLA VITA”. Infatti, l’etimologia del termine “atleta” ha un origine greca “ἀθλητής” («athletés»), evoluzione di “âthlos” che significa «lotta» e per lotta si intende un combattimento individuale a corpo a corpo tra noi ed il nostro avversario; dove vengono utilizzate mosse e contromosse, al fine di proteggerci.  La “lotta”, in questa situazione, è la metafora della vita; cioè una lotta tra i nostri sogni, tra i nostri desideri, le nostre passioni, le nostre idee, le nostre speranze e tutto ciò che ostacola la loro realizzazione. Il tutto porta ad un avvicendamento di momenti di sottomissione-ribellione, obbedienza-disubbidienza, sconfitta-vittoria. Simile al cammino di un bambino che compie i primi passi; che cade senza cadere, ma sempre si rialza e riparte. E solamente dopo cadute e ricadute riesce a mettersi definitamente in piedi, a raddrizzarsi e camminare. Il “pensiero”  stesso, opera come il camminare; i nostri pensieri è come se camminassero; sono in un continuo movimento, pieni di inciampi e di raddrizzamenti. Le nostre idee possono cadere, quando sono messe alla prova dalla vita, dall’esperienza del vivere: ciò che si credeva una certezza può perdere sicurezza per poi ottenere nuove ed apparenti verità.  Per questo, se desideriamo uscire da questo scontro senza le ossa rotte, dobbiamo essere dei veri atleti della vita; perché un “atleta”, non è solo chi corre una maratona sotto tre ore ma tutti quelli che s’impegnano con volontà d’animo, con dedizione, con sacrificio e con coraggio estremo per un ideale. Un atleta della vita è colui che non ha paura di essere quello che  è, con le sue debolezze e le sue fragilità. Tutti noi siamo degli atleti, ma la differenza è che alcuni sono allenati e altri no.  Un “atleta vero” è chi si allena intensamente, indipendentemente dai risultati, perché sa benissimo che essi potranno o non potranno realizzarsi.  L’importante non è la meta; come ci insegna, in modo esemplare, la poesia di Konstantinos Kafavis “Itaca”: << Quando partirai, diretto ad Itaca, che il tuo viaggio sia lungo ricco di avventure e di conoscenza…non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze. Itaca ti ha già dato un bel viaggio, senza Itaca tu non saresti mai partito. Essa ti ha già dato tutto e null’altro può darti. Se alla fine troverai che Itaca è povera , non pensare che ti abbia ingannato>>. Un “Atleta della vita “ è chi è capace di distaccarsi dalla materia; chi è capaci di andare oltre, di “volare con la mente”, di avere grandi “ideali”, il più delle volte inscrivibili in vere e proprie utopie. L’utopia, pur essendo una cosa “apparentemente insensata”, è necessaria per l’uomo, sia per la crescita personale, sia per quella collettiva; se non avessimo creduto nelle nostre “utopie” saremmo sempre all’età della pietra. Nella storia del pensiero umano; nella storia delle grandi scoperte scientifiche e umanistiche, prima sono nate le “idee”, che sono state quasi sempre utopiche, ed in seguito, talvolta anche dopo molti secoli, si sono concretizzate.

 

Dobbiamo essere ben consci che le nostre idee e di conseguenza i nostri atti, da un punto di vista cronologico, potranno realizzarsi in tempi brevi o in tempi lunghissimi; ed è per questo motivo, che dobbiamo educarci; dobbiamo allenarci; dobbiamo acquisire la capacità  di vedere lontano; di  “farsi, per quanto è possibile, immortali ed eterni”. Questo concetto  “di farsi immortali”  di straordinaria nobiltà, lo ritroviamo in Aristotele nella Metafisica ( IV 2, 1003 b 22-32) dove afferma che l’’intelligenza è la cosa più elevata e la vita secondo l’intelligenza è vita divina, e scrive addirittura che: “ Non bisogna seguire quelli che consigliano che, in quanto noi siamo uomini, , dobbiamo tendere a cose umane , e che, in quanto siamo mortali , a cose mortali, invece per quanto è possibile , dobbiamo farci immortali  e fare di tutto per vivere secondo la parte più elevata che è in noi”. Questa “edificante intuizione”, che da significato alla nostra vita, è stata tracciata in modo chiaro e sintetico, anche dalla mente illuminata del Sommo Poeta nel XV Canto dell’Inferno, quando si rivolge al suo ex Maestro, Brunetto Latini, e gli dice: Voi “ M’insegnavate come l’uom s’etterna” . L’illusoria prospettiva d’immortalità è indispensabile per l’uomo, altrimenti non produrrebbe nulla, nè scienza, né cultura, né arte. Essa stimola a credere nel futuro ed è stato questo il modo di pensare che ha caratterizzato, secondo me, i “Grandi Atleti della Vita”, i “Grandi Iniziati della storia del pensiero umano”, coloro che hanno pensato in senso “eterno”, in “sub specie aeternitatis”, come Platone, Socrate, Gesù, Maometto, Seneca, Eraclito, Dante, Giordano Bruno  etc. uomini aperti a conoscenze superiori. Un “ Iniziato” è colui che crede in modo irremovibile alle proprie idee, ai propri principi, ai propri valori, alle proprie passioni e le protegge, le difende, le vigila, le cura, senza un’impellente necessità temporale per la loro realizzazione, come se fosse un uomo immortale, come se vivesse in un mondo senza tempo, eterno.

Mi piace concludere con questa frase: “A teacher effects eternity. He can never tell where his influence stops” (M. Albom in “Tuesdays with Morrie”, 2004) in cui viene sottolineato il ruolo educativo di un insegnante, di un Maestro , il cui effetto è eterno. Nessuno potrà mai dire, dove finisce la sua influenza. Un “Maestro” è colui che insegna ed il termine “insegnare” significa “lasciare il segno”. Personalmente credo che un “Maestro” sia colui che si accorge dell’altro; l’altro che ti passa vicino; l’altro che vuole essere scoperto, accettato, compreso; il suo compito è, infatti, di affiancare il discente durante il suo arduo cammino e di insegnarli come “ l’Uom s’etterna “.

 

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