PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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IL CORAGGIO DI AVERE PAURA

Il coraggio di avere paura (e diventare antipatici)

Di Antonella Boralev

Il covid non è solo una malattia. È un sentimento. Odiamo tutti il covid. Detestiamo tutti le restrizioni che ci ha imposto. Non sopportiamo l’isolamento, i negozi chiusi, i ristoranti sbarrati, i treni a capienza dimezzata, l’obbligo dei tamponi per viaggiare.

Non sopportiamo di ingrassare perché, chiusi in casa, non facciamo che cucinare e mangiare. Vogliamo andare in palestra, in piscina, nei centri commerciali, in spiaggia, a teatro, al cinema, al museo. Vogliamo le fabbriche in piena attività, le esportazioni da record, i turisti che tornano in massa, l’economia che decolla.

Rivogliamo tutti indietro la nostra vita. Come era prima di questo flagello che la globalizzazione ci ha messo di traverso. Perfino meglio, ora che abbiamo il traguardo delle riforme in corso e la data magnifica e progressiva del 2026.
E qui, ecco che c’entra la filosofia. C’entra la psicologia, c’entrano la sociologia, la neurologia, l’antropologia. Scienze che non per caso (tranne la neurologia) vanno tutte sotto il largo cappello delle ”scienze umane”.

Perché il covid ha riportato dentro la nostra vita un atteggiamento che pensavamo ormai relegato alle società primitive. E noi, si sa, siamo evoluti. Molto evoluti. Le tribù dell’Africa profonda, della Papuasia, dei deserti mongoli sono lontanissime da noi. Noi siamo moderni. Loro, antichi.

Eppure, sbam!, il covid ci ha dato una spinta. Siamo caduti all’indietro.
Dritti dentro il Pensiero Magico. Cosa è il pensiero magico? è una visione del mondo. Ci fa sentire in perfetta armonia con la Natura. Ci fa credere che il mondo sia esattamente come desideriamo. Non ci sono più fatti, evidenze. C’è il perfetto mondo che abbiamo deciso sia il nostro.

Basta pensarlo. E succede.

Cosa è stato, questo inizio d’estate, finora? La negazione della pandemia. Tutti o quasi vaccinati. Tutti desiderosi di vivere come prima.

Finalmente, la rinascita. Il nuovo Boom. Ristoranti pieni, alberghi pieni, spiagge piene ( anzi, alcuni hanno alzato i prezzi). Gioia. Musica. Acquisti. Balli. Festa. Allegria. Pub dove abbracciarsi ai goal della nostra magnifica Nazionale. E finalmente il trionfo azzurro, l’Italia che vince tutto, il campionato europeo, il recovery, la ripresa economica. Via le distanze, via le mascherine. Feste di nozze, di laurea, di compleanno. Rave. Charities. Ce l’abbiamo fatta!

Gli unici rimasti a mugugnare sono i gestori delle discoteche. Gli unici che protestano. Noi siamo tutti felici. Di nuovo. Ci abbracciamo. Di nuovo. Spendiamo. Di nuovo. Abbiamo fiducia nel futuro.

E invece il maledetto covid ci batte la mano sulla spalla. Rinasce. Ricresce. Arriva negli spogliatoi della Olimpiade di Tokyo e nel pub del romano quartiere Monteverde dove si condivide l’emozione della finale.

Stavolta, il maledetto covid prende i ragazzi. Stavolta l’età media dei ricoverati è 50 anni. Mancano quasi 4 milioni di over60 al conteggio dei già vaccinati. Mancano tanti studenti, perché il covid é arrivato prima dell’appuntamento col tenace Generale Figliuolo.

Eppure, dire adesso “Stiamo attenti” ti rende antipatico. Mettere la mascherina ti fa sbeffeggiare. Dire che le varianti azzannano, ti fa tacciare da odioso menagramo.

Però i contagi raddoppiano, i no vax proliferano. Ci vuole consapevolezza del rischio di ricascarci, nelle zone rosse, per evitarle. Per far crescere la nostra ripresa, per tornare a scuola e al lavoro in presenza, per goderci teatro, cinema, concerti, viaggi, vacanze, shopping, feste, matrimoni, battesimi, balli, eventi, ci vuole il coraggio di avere paura.

O no?

ARTICOLO SEGNALATO DAL FR.’. A .F.

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COSTRUTTORI DI SOGNI POSSIBILI

COSTRUTTORI DI SOGNI POSSIBILI

DI GUSTAVO  RAFFI   EX G.M. DEL GOI

UN ANTICO SEGRETO MASSONICO

Nel suggestivo rituale della Catena d’Unione si fa esplicito riferimento ai Liberi Muratori come ai custodi di un antico segreto: quello del grande amore del Grande Architetto dell’Universo per gli uomini. Ma i Liberi Muratori sono, anche, i custodi di un altro – e non meno importante segreto – quello di “essere sognatori”. Sembra un segreto minore: anzi, sembra quasi il segreto di Pulcinella. Ma non è così. Sognare non è comune a tutti. Molte persone, infatti, non sognano.

Non sognano perché glielo impediscono le ansie, le nevrosi, le depressioni, le difficoltà, i disagi, i dolori, le tristezze, l’infelicità: o, più semplicemente, le vicende – talora insopportabili – della vita quotidiana. E, allora, le loro notti diventano cupe, pesanti, plumbee. E, al risveglio, si sentono più stanchi di quando si sono coricati: con il risultato che tutto diventa più faticoso e – quello che è peggio – grigio e senza speranza. Non sognare può essere considerata la metafora di una vita senza colore, senza brio, senza respiro: come le notti senza sogni. Può essere la metafora di una vita senza ideali, senza fantasia, senza creatività, senza voglia di spendersi: per sé e per gli altri. In questo caso, diventa un lungo tunnel oscuro dove i disagi si accumulano ai disagi e dove domina una solitudine che ben presto si trasforma in egoismo. È l’egoismo di chi non è capace di slanci disinteressati, di chi abbraccia il meschino interesse, la signoria del denaro, le suggestioni del potere o il narcisismo più sfrenato: in una parola, quelli che noi chiamiamo i “metalli”. Non è questa la vita che ci piace! Non è questa la vita che vogliamo vivere! Non è questa la vita dei Liberi Muratori! Poco importa, se – guardandoci intorno – ci accorgiamo che questo è il modello imperante di vita: il modello che i mass-media cercano di accreditare come l’unico possibile. Poco importa se molti – in ogni parte del mondo e soprattutto in Occidente – si accontentano di vivere una vita succube del consumismo, della pubblicità e del finto progresso. Poco importa se preferiscono i sogni televisivi – teleguidati – dove tutto è falso, posticcio, casuale e distraente. Poco importa – ancora – se molti annullano la loro dignità in folli corse verso un potere che è solo uno “specchietto per le allodole”. La forza del sogno Sognare significa “essere”. Non significa” avere”. Per questo, il sogno stato considerato – a ragione – come l’altra faccia (forse quella più vera) dell’esistenza: quella a cui dobbiamo guardare. Quella su cui dobbiamo plasmare la nostra esistenza. Non a caso un grande scrittore spagnolo del Seicento – Calderon de la Barca – diceva che “la vita è un sogno e il sogno il sogno di un sogno”.

Certo, sognare – come d’altronde la vita – è impegnativo. Talora, infatti, il sogno produce incubi. Di questi incubi ne abbiamo avuti tanti: le guerre, le intolleranze, i totalitarismi, le persecuzioni religiose, i razzismi e – insieme a loro – il disinteresse sociale, l’egoismo, il rifiuto di considerare l’altro come, in tutto e per tutto simile a noi. Se noi guardiamo alla storia passata e recente questi incubi si sono materializzati in visioni d’orrore che ci turbano. Visioni dove le segrete dell’Inquisizione si sovrappongono alle celle dei lager, dei gulag e degli infiniti luoghi dove l’Umanità sofferente si domanda se sta sognando l’inferno. Ma si sovrappone anche alle periferie degradate, ai bambini che muoiono – ovunque nel mondo – per fame e per sete, alle grida delle donne violentate, al silenzio di chi non può parlare, alla libertà impedita o ai diritti umani disattesi.

E anche in questo caso, chi vive queste situazioni – tanto estreme quanto drammaticamente comuni – si domanda con angoscia se sta vivendo un sogno spaventoso: un sogno da cui implora di uscire. Un sogno che vorrebbe dimenticare. Ma i sogni – i sogni importanti – al pari degli incubi non si dimenticano: rimangono ben fissi nella nostra mente. E, ogni tanto, ritornano alla memoria e non dobbiamo cancellarli. Così come non dobbiamo cancellare dalla nostra mente gli oscuri sogni del passato che molti vogliono – seppur in forma mutata proporre: oggi. Voglio ricordare – tra i tanti – i fondamentalismi che insanguinano il mondo e le mille forme di oscurantismo che si ripropongono come risposta alle difficoltà del presente. Sono sogni che vogliono, di nuovo, una Umanità impaurita, sottomessa, prona e tremante. Che vogliono seminare il disordine e l’odio dietro l’apparenza della ricerca di una identità: che consiste in ben altro. Ma i Liberi Muratori respingono questi sogni: non sono i loro sogni. I sogni dei Liberi Muratori Non sono questi i sogni che piacciono ai Liberi Muratori. Non sono questi i sogni che i Liberi Muratori vogliono sognare. I Liberi Muratori vogliono sognare un mondo migliore e più giusto: un mondo dove possano coesistere etnie, idee, religioni, politiche diverse. Questo è il loro mondo, il mondo in cui credono. Il mondo che si è aperto dinnanzi ai loro occhi quando sono entrati nella catena iniziatica che stringe tutti coloro che – nel mondo – si sentono Fratelli. D’altronde che cos’è l’Iniziazione se non un sogno ad occhi aperti: un sogno che ci trasporta in una realtà dove le comuni abitudini degli uomini non hanno cittadinanza e dove tutto “è giusto e perfetto?”

Una grande figura iniziatica – il mago Prospero de La Tempesta di William Shakespeare – pronuncia una frase su cui non possiamo non riflettere: «siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni, la nostra breve vita è racchiusa da un sonno».

In fondo è proprio così e i Liberi Muratori lo sanno bene. La nostra vita, infatti, si può paragonare ad un lungo sogno in cui scambiamo l’apparenza per realtà o – forse meglio – la realtà per apparenza: senza che ce ne accorgiamo. E su questo dovremo riflettere di più, prima di imbarcarci in tante inutili avventure. Ma Prospero – il mago dietro cui si nasconde John Dee – non vuole dirci che dobbiamo contrapporre la realtà al sogno. Vuol dire che dobbiamo essere capaci di sognare nel modo giusto: in modo che i sogni possano diventare reali. O, quanto meno, possibili. Come ricorda Bachelard: “Il sogno ad occhi aperti non è un vuoto mentale. È piuttosto il dono di un’ora che conosce la pienezza dell’anima”. Ma questa – a ben vedere – è l’essenza stessa dell’Esoterismo. Il giorno in cui siamo stati iniziati non abbiamo forse accettato di iniziare un lungo sogno? Un sogno che è diventato la nostra stessa vita! Era – ed è – un sogno che sembrava (e sembra) andare contro la realtà. Che sembra opporsi alle comuni realtà. Quelle che quando entriamo nel Tempio abbandoniamo – materialmente e spiritualmente – lasciando al di fuori il nostro habitus esteriore. Cambiamo “pelle”, linguaggio, postura. Le regole esteriori – come nel

sogno – non hanno più valore e le gerarchie profane si annullano davanti a quelle che dovrebbero essere dettate dal sapere, dalla saggezza e dalla riflessione. Tutto – nel Tempio – è pace, equilibrio e armonia: come nei sogni, nei sogni più belli. Quelli che ricordiamo con gioia: la stessa gioia che ci conduce ad incontrarci – dopo giornate di lavoro defatigante – con i Fratelli, traendo forza, alimento spirituale e piacere.

E altrettanta gioia e piacere la sperimentiamo quando progrediamo nel lavoro iniziatico, la cui vera ricompensa non sono le forme esteriori – i famosi “pennacchi” – ma quella interiore basata sul sentimento di essere diversi e migliori. È quel sentimento profondo che ci fa capaci di vedere la realtà in un altro modo. E questo modo è, ancora una volta, il sogno: il sogno della Libera Muratoria. Un sogno ad occhi aperti da cui non si vorrebbe mai essere svegliati.

Un sogno a cui abbiamo la fortuna di essere stati chiamati, ubbidendo ad una voce interiore a cui possiamo dare il nome di vocazione, ma che – più laicamente – vogliamo considerare una scelta: una scelta  radicale. Si è trattato di una scelta decisiva. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che non viviamo solo di Massoneria e per la Massoneria. Qualcuno – e a ragione – potrebbe dire, anche, che non sogniamo solamente e che nella vita questi sogni non hanno cittadinanza.

Non è così. Noi non viviamo soltanto nei nostri Templi: è vero. Siamo nel mondo, nella società, nella realtà esteriore: in mezzo ai problemi, alle difficoltà, a necessità che – troppo spesso – ci stringono in una morsa di ferro. E, talora, ci fanno dimenticare di sognare. Ma se non sogniamo, dimentichiamo quello che siamo. E ci convinciamo che il sogno della Libera Muratoria si arresta – quando terminiamo i nostri Lavori – sulla soglia del Tempio. Così, qualche volta, viviamo una doppia realtà. La realtà del sogno e quella della vita profana: con la sua banalità, i suoi sofismi giuridici, le sue forme, le sue norme, le sue gerarchie, i suoi interessi. In questo caso, bisogna ricordare le parole – sapienziali – del mago Prospero che ci dice che siamo fatti della sostanza del sogno. Che ci dice che dobbiamo – ad ogni costo – rimanere sognatori: come nel Tempio. Perché i Liberi Muratori non possono abdicare alla loro natura. Ma cosa vuol dire “essere sempre sognatori”?

Essere sognatori rimanda – se vogliamo  esprimerci visivamente – a cieli azzurri, a  prati verdi, a boschi, a montagne innevate, ad aurore e a tramonti. Sono immagini di pace, di armonia, di fratellanza, di tolleranza, di disponibilità e di gioia che riempiono l’animo e in cui prendono forma i nostri valori. Sono i valori in cui crede la Libera Muratoria Universale e che professa il Grande Oriente d’Italia. Ma essere sognatori significa fare di queste visioni lo sfondo della nostra vita e di proporla agli altri. Significa che dobbiamo concretizzare questi

sogni trasformandoli nella realtà: nella realtà sociale. Come hanno sempre cercato di fare i Liberi Muratori. Sottrarsi a questo compito equivale a naufragare nel nulla delle buone intenzioni, o nel sentimentalismo. O, ancora peggio, nel narcisismo di chi pensa che la fortuna di poter sognare lo affranchi da qualsiasi responsabilità e lo faccia felice e contento. Bisogna dunque che il nostro sogno – quello della Libera Muratoria – divenga concreto e palpabile: in noi stessi, nella società e nell’Ordine. Diceva Aristotele che “La speranza è il sogno di chi è sveglio”. E aveva ragione. Per questo è necessario impegno, lavoro, coraggio, progettualità e perseveranza: come, d’altronde, dicono i nostri Rituali. Come dice la nostra Tradizione: quella del Grande Oriente. Sognare nella società Non è un mistero che stiamo vivendo momenti difficili: basta leggere i giornali e guardare la televisione per accorgersene. Quello che era la realtà per eccellenza – ossia l’associazione tra liberalismo e mercato – sta miseramente naufragando in una crisi senza precedenti. Una crisi che sta mettendo in discussione

gli tessi standard consumistici di vita a cui eravamo abituati e che, bruscamente, ci ha svegliati non da un sogno qualsiasi ma dal “sonno della ragione”. Dire che dopo questa crisi – di cui non si vede ancora la fine – il mondo sarà diverso è affermare una ovvietà e una banalità.

Indipendentemente dai suoi esiti, va da sé che bisognerà riconsiderare il modo con cui buona parte degli Stati hanno vissuto sino ad ora: incuranti della realtà e dimentichi dei bisogni altrui. Se questo non

avverrà le conseguenze potranno essere assai più disastrose di un generale abbassamento del tenore di vita: come si dice. Tutte le crisi economiche portano con sé pericolosi contraccolpi politici, istituzionali,

sociali e culturali. Significa perdita di fiducia nelle istituzioni, nella politica, negli uomini e nella possibilità di un progresso equitativo.

 Ci sarà il rischio che prenda piede – insieme alla disoccupazione e alla povertà – un diffuso disagio sociale che può aggravare la già esistente crisi di identità con il rischio di trasformarla in aggressività. Una aggressività che si rivolgerà all’interno verso tutti coloro che sono eccentrici rispetto alla società (i diversi, in tutti i loro aspetti, per intenderci) e all’esterno verso tutti coloro che– estranei alla nostra società – vi cercano una soluzione ai loro problemi esistenziali (immigrati, etc.). A questo si aggiungerà il rischio di una regressione culturale che può portare all’irrigidimento dottrinario, a forme reazionarie e alle tentazioni di un dogmatico ritorno al passato. Può voler dire ripiombare in incubi di cui la storia del Novecento (e non solo del Novecento) ha dato drammatici esempi.

A questa ipotetica (e non augurabile) prospettiva la Libera Muratoria non può rimanere estranea. Senza scendere sul terreno della politica o della religione deve, tuttavia, far valere la potenza luminosa del sogno contro le tenebre degli incubi. Diceva Morrison: “Datemi un sogno in cui vivere perché la realtà mi sta uccidendo”.

Deve poter dare il suo contributo di riflessione, di esempio e di azione per invertire ogni negativa linea di tendenza. Ogni Loggia, ogni Fratello e il Grande Oriente dovranno impegnarsi a fondo – con gli strumenti a loro disposizione – per riaffermare, propagandare e testimoniare il proprio sogno di libertà, di tolleranza e di fraternità. Essere esoteristi non significa nascondere la testa nella sabbia. Significa lavorare per progresso e il benessere dell’umanità. È, quindi, indispensabile impegnarsi a fondo per la solidarietà, per i diritti umani, per la cultura del dialogo e per una intelligente multiculturalità. Ma tutto ciò non è altro che rendere possibili i nostri sogni, estendendoli alla società tutta: in un momento in cui la società deve poter sognare e nel sognare trovare rimedio ai propri mali.

I nostri antichi Maestri erano capaci – con mezzi modestissimi – di trasformare i loro sogni spirituali in gigantesche opere architettoniche. Ora tocca a noi farlo. È venuto il momento – in una società in cui nessuno più sembra capace di sognare – che i sognatori facciano sentire la loro voce: una voce secolare, alta e forte che può risuonare con forza quando tutto tace. Non è facile. Non porta successi immediati. Ma è proprio nei momenti di maggiore tenebre che la Luce può brillare.

Sognare nell’Ordine Ma non solo alla società è giusto pensare. Dobbiamo guardare anche a noi stessi: ai nostri sogni, soprattutto dopo questa tornata elettorale che – è inutile negarlo – è stata pesante e combattuta sino all’estremo limite della decenza. Il che – dove non si è scivolato nell’inutile, volgare e sgradevole calunnia – è perfettamente comprensibile e può essere considerato come un segnale di vitalità del nostro Ordine. A patto, ovviamente, che ora si possa riprendere a lavorare: senza astio, acrimonia, vendette o altro. I Liberi Muratori sono sognatori: non sono né politici né pirati. Per questo, la diversità di opinioni e di idee è sempre ben accetta se diventa il trampolino di lancio per un futuro che deve essere straordinario: come devono essere i sogni, i nostri sogni. Infatti, se vogliamo – come si è detto – rendere i nostri sogni dei concreti mattoni per la costruzione del Tempio dell’umanità è tempo di chiudere inutili polemiche e di rimboccarsi le maniche.

Il lavoro che è stato fatto nel passato è sotto l’occhio di tutti. Nessuno può negare che ha cambiato, radicalmente, il nostro Ordine, rendendolo rispettato e rispettabile. Ora bisogna concludere questo lavoro, sanando anche le ferite che molti interventi anonimi di alcuni facinorosi hanno provocato al nostro interno e, più gravemente, all’esterno. Bisogna adoperarsi tutti per una leale pacificazione – doverosa tra avversari corretti – e per continuare a rendere l’Ordine Massonico un effettivo lievito iniziatico e un solido punto di riferimento

per chi – nel sociale – guarda a noi come a portatori di valori importanti ed indiscutibili. Con armonia, equilibrio e rinnovato entusiasmo dovremo quindi impegnarci a fondo nel lavoro di Loggia che è il centro della Vita Muratoria, valorizzando particolarmente il Grado di Maestro che deve essere praticato al massimo in quanto sono i Fratelli Maestri le colonne portanti dell’intero Grande Oriente. Sono i Maestri – sotto la saggia guida dei loro Venerabili – che possono dare il ritmo ai numerosissimi Apprendisti che attendono da loro un esempio e uno stile. Che attendono di poter sognare quello che si aspettano di sognare e che rifiutano un modello di Libera Muratoria vecchio stile: lontana dalle loro menti e dai loro cuori. Noi vogliamo, invece, che la Libera Muratoria del domani sia – nella continuità con i suoi eterni principi – una grande scuola di vita, di libertà e di democrazia dove l’esperienza esoterica sia uno straordinario valore aggiunto. Un valore aggiunto che moltiplichi le capacità individuali, facendo di ogni Fratello un costruttore di sogni. Ma non di sogni alla maniera di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Bensì di sogni concreti, possibili e palpabili. Sogni in cui l’approfondimento interiore si unisca alla solidarietà, alla disponibilità e alla presenza nella vita collettiva.

Ma per far questo dobbiamo migliorare l’organizzazione del Grande Oriente, renderla più efficace e più razionale. Dobbiamo modernizzarla nelle sue strutture e renderla più comunicativa in modo da esplicitare – agli occhi dell’opinione pubblica – il nostro impegno. Dobbiamo, inoltre, potenziare le opere di solidarietà che – da tempo e con commuovente e ammirevole impegno – meravigliosi Fratelli portano avanti. Il vero esoterista non può che essere solidale con chi è più povero e bisognoso: non solo di un aiuto concreto ma anche di un sorriso. Sognare vuol dire sorridere.

Non dobbiamo dimenticarlo. Carissimi Fratelli, ospiti e amici questa Gran Loggia non vuole essere la celebrazione né di vittorie e tantomeno di sconfitte.

E neppure vuole essere il trionfo di una vuota e banale retorica. Non è questo lo stile dei Liberi Muratori. Questa Gran Loggia vuole essere un

grande momento di unione da cui trarre energie, entusiasmo e volontà per continuare – al meglio – sulla nostra strada. Una strada che è quella che ci vede – da sempre – “costruttori di sogni possibili”. Questo è quello che desiderano tutti i Fratelli, questo è quello che si percepisce frequentando i lavori di Loggia. Questo è quello che cercano tutti coloro che bussano, incessantemente, alla porta di nostri Templi per avere la Luce. Ma la Luce non è che la splendida metafora di quel sogno che l’umanità vuole che sia realizzata e che si traduce nella Fratellanza fra gli uomini, nella Uguaglianza con tutti gli uomini e nella Libertà per tutti gli uomini. Questo è il sogno della nostra vita di Liberi Muratori. D’altronde come scriveva Paolo Coelho – un grande scrittore che ha tradotto in letteratura molti principi dell’esoterismo – “È proprio la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita interessante”. E noi vogliamo che la nostra vita sia bella, utile, gioiosa, felice ma anche interessante.

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BALSAMO GIUSPPE-CAGLIOSTRO

BALSAMO Giuseppe –

di Giuseppe Abramo

Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia

(Palazzo Giustiniani)

Avventuriero meglio conosciuto sotto il nome di “Alessandro,

conte di S. Germano”, detto “Cagliostro”.

CAGLIOSTRO Alessandro, conte – Avventuriero, il suo vero nome era “Giuseppe Balsamo” (Palermo 1743 – S. Leo 1795); a 15 anni prese l’abito dei Confratelli della Carità a Caltagirone; ben presto fuggì a Palermo e di là a Roma, ove sposò nel 1768 Lorenza Feliciani.

Dopo avventurose peregrinazioni in varie città d’Italia e d’Europa, fu a Parigi, ove fra l’altro introdusse la Massoneria di Rito Egiziano (da lui inventata). Coinvolto nell’affare della collana della regina, dovette lasciare Parigi, e dopo molte avventure, si fermò a Roma, dove per i suoi tentativi di organizzazione massonica venne arrestato (27/12/1789) e chiuso nella fortezza di San Leo.

1 – Appunti biografici e fonti Le citazioni sopra riportate sono due voci del Dizionario Enciclopedico Treccani, che rispecchiano l’opinione corrente nella cultura profana che vuole vedere Cagliostro come un avventuriero, un impostore, un ciarlatano. Non voglio entrare nel merito del problema, ma una cosa è certa: molte sono le fonti su Cagliostro, ma sono poche quelle in cui l’interpretazione del personaggio non sia partigiana. Tuttavia, almeno due sono le fonti che restano fondamentali nella storia di Cagliostro. Nel 1791 venne                      pubblicato dalla Stamperia della Reverenda Camera Apostolica un “Compendio” della vita di Balsamo il cui titolo esatto è Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo denominato il conte di Cagliostro, che si è estratto dal Processo contro di lui formato in Roma l’anno 1790 e che può servire di scorta per conoscere l’indole della setta de’ Liberi Muratori. Il “Compendio”, purtroppo per la verità e per la storia, è stata la fonte più importante, se non unica, di notizie intorno a Cagliostro; l’opera base, in particolare per tutte le innumerevoli altre che hanno testimoniato all’insegna della più o meno dichiarata faziosità. Il compilatore del Compendio, mons. Marcello Barberi (Procuratore Fiscale generale del Governo          ammesso già d’ordine al giuramento del segreto del S. Uffizio sin dall’11 gennaio 1790) durante il processo a Cagliostro fu assistente dell’Abate Giuseppe Lelli, uno dei sostituti della Cancelleria del Tribunale del S. Uffizio, e provvide agli interrogatori e alla raccolta delle “prove” contro “l’inquisito”.

Quando Cagliostro venne condannato, il Barberi si accinse alla compilazione della sua opera con uno scopo precipuo e dichiarato sin dalla prefazione: Intendiamo parlare della vita di Giuseppe Balsamo, conosciuto al mondo sotto la denominazione di Conte Alessandro di Cagliostro. A dir tutto in due parole: Costui è stato un IMPOSTORE FAMOSO. Queste parole sono sottolineate nel testo, che poi è lo svolgimento del programma denigratorio. D’altra parte nel processo, gli stessi difensori di Cagliostro (Conte Gaetano Bernardini, Avvocato dei Rei della Sacra Inquisizione a cui venne aggiunto mons. Carlo Luigi Costantini, Avvocato dei Poveri per tutti gli altri Tribunali di Roma), per difendere il loro assistito dalla grave accusa di appartenere alla Massoneria e d’averla diffusa anche negli Stati Pontifici, nonché di credenze e pratiche eretiche, magiche e superstizione sostennero, sostanzialmente, la tesi che Cagliostro fosse soltanto un imbroglione.

Nel 1885 lo Stato italiano acquistò per la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele” di Roma, un manoscritto (Ms. Fondo Vittorio Emanuele 245), compilato nel 1790, forse ad uso dello stesso Tribunale del S. Uffizio, che non contiene i veri e propri atti processuali (verbali, interrogatori, ecc.), ma l’essenziale di quanto era emerso dall’istruttoria, nonché le perizie, l’accusa, le difese e molti documenti di grande interesse.

Per quanto ci risulta, il manoscritto non è stato mai pubblicato, e per quanto possa sembrare strano non è stato consultato — o lo è stato molto sommariamente — da storici e biografi, poiché, da sempre, è stata accreditata l’ipotesi che esso sostanzialmente confermi quanto riportato nel Compendio, considerato anche che il Barberi, nel redigere la sua opera, ha sicuramente adoperato le carte contenute nel manoscritto, tanto è vero che nel suo libro si trovano pagine intere del manoscritto stesso. Ma io credo che chiunque avesse confrontato le pagine delle due opere, avrebbe potuto con facilità rilevare che molto era stato taciuto, sviato, falsato, inventato secondo l’opportunità della tesi che si voleva dimostrare.

Infatti — indipendentemente dal Barberi il quale, in fondo, difendeva il suo operato come inquisitore — dal manoscritto risulta con quale preconcetta ostilità e con quale determinato proposito venne condotto il processo. In verità, la sorte dell’inquisito era già decisa prima del processo, nel quale fu trascinato non per ciò che aveva fatto, ma per ciò

che rappresentava.

La Chiesa, infatti, anche per effetto del minaccioso svolgersi della Rivoluzione francese era più che preoccupata per l’azione della Massoneria in generale e della Massoneria Egiziana di Cagliostro in particolare. Occorreva pertanto dare un esempio di rigore inesorabile, non solo condannando uno dei capi della Massoneria, celebrato come un mago famoso da re, principi e imperatori, ma occorreva anche distruggerne il prestigio e l’ascendente.

Poco male se il fine giustificò i mezzi. E che i mezzi non furono sempre corretti risulta anche da una annotazione di pugno di mons. Costantini, uno dei difensori di Cagliostro, riportata dal manoscritto citato (nota 22, pag. 752): Il fisco vuole Cagliostro eretico, anzi eresiarca e poi sostiene (e noi crediamo che dica bene) che egli nulla credesse del suo libro e delle sue imposture. Felice chi sa conciliare il fisco col fisco. Ciò che non si crede non è eresia, perché l’eresia è un ERRORE, una FALSA OPINIONE venuta, creduta e infusa nell’INTELLETTO, benché conosciuta CONTRARIA alla dottrina cattolica.

Senza voler qui rifare il processo o giudicare della sua costituzionalità giuridica o morale, un fatto è certo: i giudici credettero o fecero finta di credere alle cose più assurde come quella che l’inquisito fosse il fomentatore della rivoluzione francese, che volesse abbattere la Chiesa romana ed erigere sulle sue macerie quella Massonica-Egiziana. Inoltre chiaramente, dagli atti si evince che l’unico testimone fu quello a carico (la moglie Lorenza) e che non fu minimamente verificato il fondamento delle sue asserzioni, divenute importanti capi d’accusa e non fu citato

alcun teste che avrebbe potuto migliorare la posizione dell’accusato; né tanto meno si pensò a un confronto con i cosiddetti “parenti” siciliani, al fine di stabilire la verità sull’identità. Infine, come se non bastasse, i giudici si arrogarono competenze a loro estranee, giudicando delitti che — se commessi — erano stati perpetrati fuori dai territori pontifici.

Ciò premesso c’è da osservare che la Chiesa avvertiva in Cagliostro un

pericolo, quindi non si trattava solo di processarlo per un reato di lesa religione, ma agiva soprattutto sotto la spinta di un’ineluttabile necessità politica. In conclusione dunque, lo condannò, lo denigrò, ma agiva perfettamente in linea con il suo punto di vista. Oggi, certamente, non è più possibile conseguire le prove storiche degli avvenimenti e delle circostanze che li determinarono; oggi si può dire che è vero tutto

e il contrario di tutto ciò che si è detto di Cagliostro (guarigioni miracolose, profezie, imbrogli, esorcismi, superstizioni, idolatrie), sicché penso che per una valutazione attendibile della sua vita, del suo operato e del suo pensiero, oggi non resterebbe che consultare i documenti sequestrati dal Sant’Uffizio e gelosamente, troppo gelosamente, custoditi dal Vaticano.

Non per questo però gran parte degli scrittori che si sono occupati di Cagliostro avrebbero dovuto condividere un’opinione artatamente creata, storicamente anche falsa, e che in definitiva poneva, o mirava a

porre, in secondo piano, o in luce negativa o addirittura ignorava, nel personaggio, ogni aspetto esoterico e iniziatico.

 Gli studiosi di questo personaggio possono tranquillamente dividersi in sostenitori e detrattori, comunque tanto gli uni che gli altri concordano nel riconoscere che chiunque fosse l’uomo passato alla storia come il Conte Alessandro Cagliostro di S. Germano, egli aveva possibilità eccezionali che gli consentivano di muoversi in un orizzonte

proibito a gran parte degli esseri umani. Di queste doti Cagliostro darà dimostrazioni sbalorditive.

Come non abbiamo voluto rifare il processo a Cagliostro, così non intendiamo riscrivere la sua vita; ci accontentiamo delle citazioni del Dizionario Treccani innanzi riportate, sottolineando semplicemente che esse danno per certa l’identità di Balsamo e di Cagliostro che nessuno ha mai dimostrato e limitandoci a suggerire agli Autori delle voci del Dizionario di aggiungere qualche notizia in più su un avvenimento decisivo della sua vita: la sua iniziazione massonica. Infatti, il 12 aprile 1777 venne ammesso alla “Loggia della Speranza” numero 289, appartenente all’Obbedienza dell’“Alta Osservanza”. La cerimonia ebbe

luogo alla Taverna Reale, a Gerard Street nel quartiere di Soho a Londra. In virtù di questa dignità, Cagliostro — come è storicamente provato — è entrato a far parte di sodalizi che già vantavano secoli di storia e che esercitavano una certa influenza sulla vita dell’epoca. È stato Cavaliere di Malta, Rosa-Croce, Gran Maestro della Stretta Osservanza Templare, membro di club aristocratici, corrispondente di accademie scientifiche. Con questi biglietti da visita è passato di corte in corte, di palazzo in palazzo, ricevuto con tutti gli onori. È stato ospite del re Federico di Prussia, del re Stanislao di Polonia, di Caterina di Russia, del principe di Brunswick, del conte di Saint-Germain, dei circoli esoterici più famosi di Europa: gli Eletti Cohen, gli Invisibili della Chiesa Sconosciuta, i discepoli di Swedenborg e di Robert Fludd.

A Lipsia, durante un banchetto offerto in suo onore dall’alta nobiltà tedesca, incontra padre Pernety, il famoso benedettino francese che ha dovuto abbandonare il suo forno di alchimista nella Rue Saint- Benoit di Parigi, sotto accusa di stregoneria. Padre Pernety ha istituito un nuovo rito massonico ispirandosi alla tradizione cabalistica, a Tritemius, a Swedenborg, ad Adam Weishaupt (fondatore degli Illuminati e alle cui idee attingerà un po’ tutta la Massoneria a sfondo magico-spiritualista). Padre Pernety consacra i suoi adepti dicendo di iniziarli alla Scienza che è la prima e più antica di tutte le scienze, che emana dalla Natura o meglio che è la stessa Natura, professata nell’arte e fondata sull’esperienza. Cagliostro subisce profondamente il fascino di queste teorie che gli consentono di riunire in una sola filosofia le sue

quietudini teologiche e la sua prepotente vocazione per il mistero: nasce così il suo famoso Rito massonico Egiziano, sul quale mi corre l’obbligo di qualche modesta informazione.

2 – Il sistema della Massoneria Egiziana

Il sistema della Massoneria Egiziana è contenuto nel “Rituale” il cui testo originale, curato da Marc Haven e Daniel Nazir è stato pubblicato a Nizza nel 1948 (Editions des Cahiers Astrologiques). In realtà sembra che il manoscritto originale (donato alla loggia “Saggezza Trionfante”) sia andato perduto e che Haven ne abbia rintracciato alcuni brani trascritti da un lionese, un certo Romand.

Delle due copie storicamente accertate una è andata perduta e un’altra ci è pervenuta, non sappiamo con quali interpolazioni ed errori.

Inoltre fra i numerosi documenti, sequestrati a Cagliostro all’epoca del suo arresto ad opera dell’Inquisizione, vi era anche un “Rituale” (forse originale e in francese) che, insieme al resto fu bruciato coram plaudente populo in Piazza della Minerva, a Roma. Il S. Uffizio ebbe però

cura di farne fare la traduzione italiana — come si rileva dal Ms. 245 — e che forse esiste ancora sigillata negli archivi vaticani, insieme alla documentazione originale del processo. Il Ms. 245 ne contiene numerosi passi e un accurato sommario. Il rito Egiziano — nelle due versioni maschile e femminile — si inserisce in quella visione della iniziazione — peraltro, anche massonica — la cui idea motrice è la realizzazione dei “piccoli misteri”, attraverso i quali, l’uomo, “caduto”,

“degenerato”, ritorna al suo stato “umano”, alla sua natura di Uomo degno di questo nome.

La “realizzazione”, secondo Cagliostro, avveniva in tre tappe (apprendista, compagno e maestro), nelle quali sostanzialmente si perveniva alla conoscenza di sé, alla cognizione  della materia di cui si compone l’universo, nonché alla completa padronanza del proprio spirito e del proprio corpo, con a capacità di dominare le reazioni, le passioni e di controllare i piaceri e i dolori conquistando così la tranquillità interiore e la immobilità esteriore.

Tutti gli adepti erano tenuti all’osservanza di sei comandamenti (amore di Dio, rispetto del sovrano, della religione e della legge, l’amore del prossimo, la fedeltà e la devozione all’Ordine e la totale sottomissione alle regole del rito) nonché all’obbedienza di tre imperativi (la tolleranza, rispettosa dell’universalità di tutte le religioni, della dignità umana e del desiderio del bene sotto tutti i cieli; il segreto, forza della meditazione in silenzio, chiave di ogni azione iniziatica, legge degli antichi misteri; il rispetto della natura, immensa verità degli alchimisti, i  quali sanno che in essa è celato il segreto della creazione di Dio.

A questa fase iniziale, seguiva poi una nuova “realizzazione” che non si effettuava più nella loggia, (essendo necessario un apposito fabbricato)

e che, possiamo dire, portava alla realizzazione dei “grandi misteri” e cioè quelli della rigenerazione spirituale e della rigenerazione fisica (le

due famose quarantene).

La prima quarantena per diventare moralmente perfetto impone al candidato di ritirarsi su una montagna cui darà il nome di Sinai o di Sion, dove deve innalzare un padiglione di tre piani ciascuno con una camera. Vengono quindi date le misure e il tipo di arredo dell’edificio e finalmente 13 maestri si chiudono nel padiglione senza poter più uscire per lo spazio di 40 giorni. Ogni giorno sei ore sono dedicate alla meditazione, tre alla preghiera e alle offerte divine, nove alla consacrazione degli strumenti e alla confezione della cosiddetta carta vergine.

Nelle restanti sei ore si riposa. Al trentesimo giorno il candidato riceve dagli Angeli una speciale parola d’ordine e uno speciale sigillo, contenente il fuoco sacro. La prova volge al termine lasciando il candidato stesso perfettamente saggio. La seconda quarantena per ringiovanire e diventare fisicamente perfetto ha inizio nel plenilunio di maggio. Il candidato si ritira in campagna con un assistente e si sottopone alla dieta prescritta (pane, erba, insalata, lassativi e acqua

piovana). Dopo sedici giorni si fa fare un salasso e ingoia la sera e la mattina un grano di materia prima. Il giorno dopo aumenta la dose di due e così quello successivo, fino al trentaduesimo giorno, quando al tramonto subisce un altro salasso.

L’indomani si corica e ingerisce un grano di materia prima, quella con

cui Dio ha comunicato la vita ad Adamo.

Dopo di che comincia a sudare ed evacuare, quindi spossato sviene. Tornato in sé cambia letto e si rifocilla con un consumato di manzo ed erbe refrigeranti. Il giorno dopo ingoia un altro grano di materia prima sciolta in una tazza di brodo. Ricomincia a sudare ed evacuare. A

questo punto l’assale una gagliarda febbre che gli farà perdere la pelle e cadere i capelli e i denti.

Nel trentacinquesimo giorno, se l’ammalato è in forze fa un bagno tiepido. L’indomani scioglie in un bicchiere di vino vecchio e generoso l’ultimo grano di materia prima e si addormenta, ed è allora che rinasce il pelo e la pelle e cominciano a rigermogliare i denti. Nel trentottesimo

giorno fa un altro bagno in acqua ordinaria inzuppata di Nitro, dopo il quale comincia a vestirsi e a passeggiare per la stanza. Nel trentanovesimo giorno prende dieci gocce del Balsamo del Gran Maestro in due cucchiai di vino rosso e finalmente nel quarantesimo

giorno abbandonerà la casa ringiovanito e ricreato perfettamente.

Non possiamo seguire passo passo quel tanto o quel poco che abbiamo del Rituale delle quarantene, anche perché non siamo proprio sicuri di avere tutte le chiavi per andare di là da una semplice lettura e di un appropriato commento. Lo studio che ci è sembrato più interessante è quello del Righini, che parte dai documenti riportati nel Manoscritto 245, il che gli permette la comparazione con l’interpretazione e i commenti degli Inquisitori.

La chiave di lettura proposta è quella ermetica ed è proprio l’ermetismo che (a proposito dell’alimentazione prescritta nelle quarantene) parla di acqua pluvialis, di rugiada che emana dall’Albero della Vita e resuscita i morti nella tradizione cabalistica.

Ma spesso ci troviamo di fronte a difficoltà interpretative di non poco conto e che poi in fondo sono le stesse che ogni testo ermetico ci propone anche se talora il simbolismo è trasparente ed in linea con

la tradizione. Così, ad esempio la linea è ortodossa di fronte alla scelta temporale delle quarantene. Si ripete quella di Mosè sul Sinai, di Gesù nel deserto, di Lucio nell’Asino d’oro (come preparazione all’iniziazione d’Osiride), del trattato alchimistico De alchimia dialoghi del 1548 (ove nella proposizione n. 74 si parla di una nigredo di 40 giorni per preparare l’apparizione del bianco e del rosso), delle consuetudini cristiane (la Quaresima che precede la Pasqua di resurrezione), del Ramadan, del Corano che al pari dell’Esodo parla del “ritiro” di Mosè.

Il numero 40 è spesso associato alla rigenerazione tanto nella tradizione ebraico-cristiana che in quella pagana ed ermetica. Il periodo della rigenerazione umana richiede 40 giorni come quello della generazione

fisica 40 settimane (10 mesi lunari). Questi 40 giorni naturalmente non vanno intesi alla lettera, ma il simbolismo è particolarmente importante. Ciò detto resta sempre da comprendere e precisare che cosa è la “carta vergine”, la “materia prima”, con la quale ci si alimenta

nelle diete delle quarantene e tante altre situazioni e termini che ricorrono nel processo iniziatico del sistema che, secondo il suo Autore, conduce all’immortalità. Restano comunque le perplessità anche del Gentile che giustamente osserva che “alla lettera la rigenerazione — promessa attraverso il ritiro di quaranta giorni per il rifacimento del corpo ed altrettanti per la sublimazione dello spirito — ha qualche

nota di strano e sotto certi aspetti di macabro” e forse qui sta pensando alla caduta dei capelli, dei denti e ad altri particolari momenti “depurativi e rigenerativi”. Non avendo la possibilità di andare oltre, a conclusione delle riflessioni sul sistema proposto da Cagliostro, è forse utile e opportuno limitarsi a porre le basi di una speculazione che mira a trovare soluzioni a quello che sembra essere il problema più importante da risolvere: come si deve intendere l’immortalità alla quale si riferisce l’Autore del sistema?

È logico che, parlando d’immortalità la prima cosa che si presenta alla nostra mente è la permanenza dell’individualità umana (la coscienza dell’uomo che al più e ne va in Paradiso o nei campi elisi o in dimore olimpiche o valhalliche ad adorare il Signore da cui si sente distinto). È chiaro quindi che quando Cagliostro e il Sant’Uffizio parlavano d’immortalità, usavano un linguaggio diverso.

Ma se l’“immortalità”, di cui parla Cagliostro, fa riferimento a piani e livelli iniziatici, come meglio vedremo in seguito nella lettura del suo Credo, ebbene, il riferimento non è all’immortalità come viene di solito concepita, ma ad una vera immortalità in cui si attua l’identificazione con dio e solo allora, infatti, si potrà dire Ego sum qui sum, cioè solo allora si è pervenuti a quello stato che ci è noto con la parola “indiamento” che è lo stato al quale tende la via iniziatica, che — come già detto — nulla altro è se non “raggiungere durante la nostra permanenza nel mondo fisico la conoscenza diretta, l’esperienza del trascendente”, la cognitio dei esperimentalis di Tommaso d’Aquino, cioè

una conoscenza sperimentale di Dio attraverso una esperienza viva, precisa e fondamentale che pone l’essere in contatto immediato con Dio.

A questo punto forse possiamo concludere che se è esatta l’interpretazione di Cagliostro che abbiamo cercato fin qui e che cercheremo ancora meglio di inseguire nelle parole, nei suggerimenti e nei commenti del Credo, è giusto pensare che Cagliostro — o chiunque abbia scritto quella pagina — non era lontano da quella visione della Massoneria intesa come una scuola illuminativa che attraverso il simbolo, il mito ed il rito, cioè attraverso i “supporti” provenenti dall’insegnamento tradizionale sviluppa quell’intelligenza intuitiva che permette di comprendere e forse anche di immedesimarsi nella vita nascosta della realtà metafisica, nel trascendente che è in noi, come in ogni particella del mondo che ci circonda.

3 – Il “credo” di Cagliostro

Fatte queste premesse vorrei salvaguardare, in ognuno, la piena capacità di trarre le proprie conclusioni, senza sottolineare notizie o ricorrere ad espedienti per amor di tesi. Infatti, al riguardo mi sembra estremamente importante quanto diceva il Fr. Gentile, secondo il quale

l’autentico “mistero” di Cagliostro non è tanto nel personaggio storico

quanto nell’immagine che ciascuno di noi porta dentro. Pertanto, perché questa immagine non sia condizionata, ho,

fin qui, cercato di mantenere la ricerca in termini di razionalità e di informazione, per quanto possibile obiettiva.

Ma poiché Cagliostro è “inafferrabile” e (continuando a citar Gentile) “quando crediamo di averlo afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che cos’è, egli ci è già sguizzato via come un’anguilla e ci troviamo a mani vuote”, non mi resta altro che suggerire di utilizzare come strumento di giudizio quanto Cagliostro stesso dice di sé in alcune importanti e magnifiche pagine nelle quali emerge — a giudizio di critici non faziosi — una coscienza e una conoscenza che comprovano l’elevatezza iniziatica di chi le ha scritte e che nessun ciarlatano può simulare senza tradirsi e contraddirsi.

Queste pagine sono contenute in un opuscolo che circolava a Parigi nel 1786, quando Cagliostro venne coinvolto nell’affare della “Collana della Regina” e sono riportate da Marc Haven nella sua opera (Le Maitre Inconnu) ed anche nell’introduzione del Rituale della Massoneria Egiziana. La rivelazione del significato esoterico e massonico del documento deve molto ad un Fratello: Arturo Righini (Ignis – Rivista di studi iniziatici, 1925) che lo tradusse e lo commentò, precisando che i vari passi del contesto appaiono rivolti a dei Liberi Muratori praticanti i gradi “scozzesi”. Non mi resta che riportare il documento, cercando di

riassumere il commento del Righini.

Non sono di alcun epoca, né di alcun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza, e se immergendomi nel mio pensiero risalgo il corso delle età, se distendo il mio spirito verso un modo di esistenza lontano da quello che voi percepite, divengo colui che desidero. Partecipando coscientemente all’essere assoluto, regolo la mia azione secondo l’ambiente che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione, perché sono libero; il mio paese è quello in cui fisso momentaneamente i passi. Datatevi, se lo volete, da ieri, rialzandovi con l’aiuto degli anni vissuti da antenati che vi furono estranei; o da domani, per l’orgoglio illusorio di una grandezza che non sarà mai la vostra.

Sin dall’inizio Cagliostro afferma la sua indipendenza, dal tempo e dallo spazio, per separarsi in modo netto e categorico dal modo d’essere proprio dei mortali e si dichiara cosciente della e nella sua partecipazione all’essere assoluto. Come questi, quindi, è al di fuori del tempo e dello spazio. Perciò i singoli momenti e luoghi sono per lui equivalenti, sono parimenti e dipende da lui divenire colui che desidera in un dato momento e luogo. Cagliostro vive la sua eterna esistenza spirituale ed è libero perché è cosciente di essere colui che è. Ego sum qui sum è l’affermazione che può essere fatta solo da colui che ha realizzato l’immortalità spirituale e fisica (raggiunta attraverso le due quarantene). Questo brano, a mio modo di vedere, è di particolare importanza perché “costringe” ad affrontare il problema del tempo e dello spazio in relazione alla coscienza dell’iniziato.

Ritengo infatti che la chiara visione di questi limiti della condizione e

della coscienza umana sia essenziale ad ogni sviluppo iniziatico.

Sostanzialmente si tratta di capire e di dimostrare che il tempo e lo spazio esistono fin quando non vengono scardinati dalla condizione umana di coscienza o per mezzo della morte fisica o per mezzo di quella iniziatica. Tempo e spazio esistono nella mente umana e non è la coscienza umana che esiste, in uno spazio e in un tempo concepiti ed esistenti come assoluti ed indipendenti dalla vita del singolo.

Capisco che il problema non è facile, ma non è nemmeno “trascendentale”. Per meglio spiegarmi, forse non è superfluo fare qualche esempio, magari andando ad attingere ad esperienze scientifiche, che, spesso, sono di gran lunga inferiori a quelle iniziatiche. Mi riferisco ad un singolare esperimento (che ho citato anche in altre occasioni), e che fu effettuato qualche anno fa, intorno agli anni Settanta: su due jet supersonici si misero alcuni orologi atomici, cioè di massima precisione, più esatti del movimento di un pianeta, e i due jet, lanciati ad eguale velocità furono fatti girare intorno al mondo in senso contrario. Quando tornarono alla base gli orologi che si trovavano su un apparecchio segnavano un orario diverso da quelli che si trovavano sull’altro, eppure erano stati perfettamente sincronizzati in partenza. La spiegazione scientifica l’aveva già data Einstein il quale con la sua teoria della relatività ha infranto determinati confini del normale e del possibile. Infatti fino a lui si era certi che il tempo avesse sempre lo stesso ritmo, anche se gli orologi andavano avanti o indietro. Dopo di lui la misura del tempo è diventata relativa, in quanto secondo la sua teoria il temposi misura a seconda di come ci si muove perché non è un valore assoluto.

Alla scienza l’esperimento citato ha dimostrato la fondatezza della teoria di Einstein, ma a noi che cosa può insegnare?  Se su quegli orologi in movimento il tempo è trascorso in modo diverso, è evidente

che tempo e spazio non sono concetti separati, ma in rapporto fra loro.

Quindi eventi separati nel tempo possono trovare punti di incontro nello spazio, e viceversa (e, in questa sede, oggi, senza aprire un altro capitolo, sommessamente suggerisco di pensare alle profezie, alle visioni, alle trasmissioni medianiche di Cagliostro, e non solo).

Vi è quindi un mondo dove le cose non accadono seguendo una logica del prima o del dopo. Vale a dire che le cose succedono in una sorta di “tempo spaziale continuo”, dove il prima e il dopo, la causa e l’effetto non sono fra loro separati, ma fanno parte dello stesso quadro, dello stesso insieme. Questo mondo è quello che vive concretamente e realmente nella mente dell’iniziato, che non è di alcun epoca né di alcun luogo e il cui essere spirituale vive la sua eterna esistenza fuori del tempo e dello spazio. Torniamo, ora, allo scritto di Cagliostro.

Non ho che un padre: varie circostanze della mia vita mi hanno fatto supporre a questo proposito delle grandi commoventi verità; ma i misteri di questa origine e i rapporti che mi uniscono a questo padre incognito sono e restano i miei segreti; che coloro che saranno chiamati a divinarli, a intravederli, come io ho fatto mi comprendano e mi approvino. Quanto

al luogo, all’ora, dove il mio corpo materiale, circa quaranta anni fa, si è formato sopra questa terra; quanto alla famiglia che ho scelto per questo, voglio ignorarli; non voglio ricordarmi del passato per non aumentare le responsabilità già pesanti di coloro che mi hanno conosciuto perché è

scritto: “tu non farai cadere il cieco”. Io non sono nato dalla carne né dalla volontà dell’uomo: io sono nato dallo spirito. Il mio nome, quello che mi appartiene e che da me proviene, quello che ho scelto per comparire in mezzo a voi, ecco quello che io reclamo. Quello con cui mi si chiamò alla mia nascita, quello che mi è stato dato nella mia giovinezza, quelli sotto i quali in altri tempi e luoghi, fui conosciuto, li ho lasciati, come avrei lasciato dei vestiti non più di moda e ormai inutili. In questo passo non particolarmente complesso, Cagliostro allude — come commenta il Reghini — ad un genitore che evidentemente non è il padre del suo corpo. Si potrebbe pensare che si riferisca ad un padre che lo aveva spiritualmente formato, e su questo torneremo in seguito ma, al momento, in mancanza di ulteriori elementi è meglio non formulare altre supposizioni. Tuttavia Reghini ritiene che Cagliostro, con questo padre incognito alluda addirittura all’essere assoluto o ad un “capo della gerarchia spirituale della terra”. Il Gentile a riguardo opportunamente osserva che: Siamo nell’ambito di quell’atmosfera penetrata dai veri e presunti messaggi ed ordini dei Superiori Incogniti, pro-pria dell’epoca di Cagliostro ed anche vicini al concetto del Re del Mondo. In conclusione questo passo nel suo complesso sembra riferirsi alla rigenerazione spirituale delle “quarantene” più che semplicemente

alla nascita iniziatica o come vorrebbe il Reghini ad una scelta di incarnazione quando pensa ad una nascita fisica intesa come “incorporazione” avvenuta in modo diverso dal solito, poiché, non è per un caso né per una legge che egli è nato dove è nato; egli ha scelto la sua famiglia. Un’ultima, breve osservazione va fatta sul punto dove l’Autore parla del nome con il quale vuole essere chiamato o dove mi sembra abbastanza evidente il riferimento a un nome non anagrafico, ma iniziatico. Eccomi: sono nobile e viaggiatore; io parlo e la vostra anima freme riconoscendo antiche parole; una voce, che era in voi, e che si era taciuta da bel lungo tempo, risponde all’appello della mia; io agisco e la pace torna nei vostri cuori, la salute nei vostri corpi, la speranza e il

coraggio nelle vostre anime. Tutti gli uomini sono miei fratelli; tutti i paesi mi sono cari; li percorro perché dappertutto lo Spirito possa discendere e trovare un cammino verso di voi. Ai re, di cui rispetto la potenza, non chiedo che l’ospitalità sopra le loro terre e quando mi è accordata, passo, facendo intorno a me il maggior bene possibile; ma non faccio che passare.

Non sono un nobile viaggiatore? Non credo che ci si debba particolarmente applicare nella interpretazione di quanto precede, che, a mio avviso, non è altro che una chiara ed esplicita dichiarazione di “fede” massonica, di parole rivolte da un Fratello a Fratelli.

Come il vento del Sud, come la rifulgente luce del Mezzogiorno che caratterizza la piena conoscenza delle cose e la comunione attiva con Dio, io vengo verso il Nord, verso la bruma e il freddo, abbandonando dappertutto sul mio passaggio alcune particelle di me stesso, prodigandomi, diminuendomi ad ogni stazione, ma lasciandovi un po’ di chiarezza, un po’ di calore, un poco di forza, sino a che in fine io sia arrestato e fissato definitivamente al termine della mia carriera, all’ora in cui la rosa fiorirà sulla mia croce. Io sono Cagliostro.

L’Autore sembra tornare con insistenza sul simbolismo massonico: e infatti è a mezzogiorno che in Loggia siedono i Maestri ed è a mezzogiorno che il sole, simbolo della divinità, risplende con il massimo

fulgore. Tutto il suo peregrinare dal nord al sud, con dispendio di energia e distribuzione di forze, giunge al termine quando, in Roma,

fece fiorire la rosa ermetica sopra la croce cristiana.

Per una migliore cognizione del testo, non credo superflua una brevissima lettura del simbolismo proposto. La più importante componente del Rosa-crucianesimo è senza dubbio l’ermetismo, al quale si affiancano elementi del cristianesimo (sia pure come punto di

partenza per una interpretazione esoterica) e la letteratura dei Fedeli d’Amore e delle tradizioni trovadoriche romantiche, dove la rosa aveva assunto una particolare importanza. Inoltre dal punto di vista spirituale “Rosacroce” è un titolo che contraddistingue uno stato di

coscienza o di realizzazione interiore. Infatti, nel simbolismo universale più che cristiano, la croce raffigura l’incontro dell’alto (la verticale) con lo stato terreno (l’orizzontale). Tale incontro in genere e per i più, si risolve nella cosiddetta “caduta” o per dirla con gli gnostici, nella “crocifissione dell’uomo trascendente nella materia”. Per l’iniziato invece significa il pieno possesso delle possibilità della condizione umana, la quale ne risulta trasformata tanto che lo sviluppo può essere concepito come una espansione, un’apertura, un “fiorire” come appunto è indicato dalla rosa che si dischiude esattamente al centro dell’intersezione dell’asse verticale con quello orizzontale, e che pertanto diventa simbolo di completezza, di raggiungimento del fine, e quindi di perfezione. Inoltre la rosa è anche simbolo della transizione o del passaggio necessario alla perfezione: nella Divina Commedia, Dante

giunge al Paradiso attraverso la “Rosa Mistica”; Apuleio fa recuperare le fattezze umane al protagonista dell’Asino d’Oro, facendogli mangiare delle rose e nel Roman de la Rose a questo fiore viene attribuito il significato di veicolo e fine della trascendenza mercè il potere santificante dell’amore. Infatti a tale riguardo va precisato che l’amore

essendo unione, quindi annullamento di dualismo, di separazione, di ritorno all’androgino primordiale è un modo di pervenire al “centro”. Lo stesso atto fisico dell’amore esprime il desiderio di “morire” di “dissolversi” nell’oggetto del desiderio. Simbolo di questo volersi trasferire nel “centro” è ancora la Rosa e nell’Estremo Oriente il fior di loto.

Perché vi occorre qualche cosa di più? Se voi foste degli infanti di Dio, se la vostra anima non fosse così vana e così curiosa, avreste di già compreso! Ma avete bisogno di particolari, di segni e di parabole: ebbene ascoltate! Risaliamo ben lontano nel passato perché lo volete.  Ogni luce viene dall’Oriente; ogni iniziazione dall’Egitto; io ho avuto tre anni come voi, poi sette anni, poi l’età d’uomo e, a partire da questa età, non ho più contato. Tre settenari d’anni fanno ventuno anni e realizzano la pienezza dell’organismo umano.

Anche nel simbolismo massonico la luce viene dall’Oriente, come a questo simbolismo appartiene tutto il discorso delle età rituali. Tre anni dell’Apprendista, sette del Maestro, l’età d’uomo, trentatré del 18° grado (Rosa-Croce), un secolo e più del 30° grado (Cavaliere Kadosch) che dice anche a proposito della sua età non conto più, ed infine, secondo alcuni

rituali, sembra che il triplo di sette sia l’età del Cavaliere Eletto dei IX.

Nella mia prima infanzia sotto la legge di rigore e di giustizia ho sofferto

in esilio, come Israele fra le nazioni straniere. Ma come Israele aveva con sé la presenza di Dio, come un Metraton lo vegliava nelle sue vie, così pure un angelo possente vegliava sopra di me, dirigeva i miei atti, illuminava la mia anima, sviluppando le forze latenti in me. Egli era il mio maestro e la mia guida. La mia ragione si formava e si precisava; mi interrogavo, mi studiavo e prendevo coscienza di tutto quello che mi circondava; ho fatto dei viaggi, parecchi viaggi tanto intorno alla camera

delle mie riflessioni che nei tempi e nelle quattro parti del mondo; ma quando volli penetrare l’origine del mio essere e salire verso Dio in uno slancio dell’anima mia, allora la mia ragione taceva impotente e mi lasciava in balia delle mie congetture. Un amore che mi attirava in una maniera impulsiva verso ogni creatura, un’ambizione irresistibile, un sentimento profondo dei miei diritti ad ogni cosa dalla terra al cielo, mi spingevano e gettavano verso la vita, e l’esperienza progressiva delle mie forze, della loro sfera di azione, del loro giuoco e dei loro limiti, fu la lotta che dovetti sostenere contro le potenze del mondo; fui abbandonato e tentato nel deserto; ho lottato con l’angelo come Giacobbe, con gli uomini e con i demoni, e questi, vinti, mi hanno appreso i segreti che concernono l’impero delle tenebre perché non potessi mai smarrirmi in alcuna delle

vie dalle quali non si torna. Nella condizione attuatasi in virtù della legge “di rigore e di giustizia”, sembra manifestarsi una chiave di lettura.

È noto che “il re di giustizia”, dall’eterno sacerdozio è per la tradizione ebraica Melchisedek, re di Salem (pace) prete di El-Eloim, l’Altissimo, addirittura superiore ad Abramo, che da lui ricevette la benedizione e al cui ordine appartiene anche Gesù del quale appunto si dice “prete secondo l’ordine di Melchisedek”. Ciò premesso, Reghini tende ad identificare in questa figura il padre “unico e incognito” a cui allude Cagliostro e quindi aggiunge: Se Cagliostro afferma qui la sua appartenenza e dipendenza a questo stesso ordine di Melchisedek, egli non fa che affermare la propria regolarità iniziatica e, sono forse questi in parte, i segreti ed i rapporti che lo uniscono al suo padre unico.

Inoltre, la spada e la bilancia (rigore e giustizia) compaiono nelle iconografie cristiane nelle mani dell’Arcangelo Michele.

Cabalisticamente la connessione verbale tra Michael, Maleak (angelo) e Melek (re) conferma il riferimento a Melchisedek. Infine Cagliostro, essendo sottoposto a legge di rigore e di giustizia, è assistito da un angelo, che paragona al Metraton, alla presenza di Dio. Nel Metraton si collegano la Shekinah “la presenza reale della divinità”.

Con questi riferimenti le parole di Cagliostro sembrano acquistare un senso abbastanza preciso, tuttavia, quell’espressione “legge di rigore e

di giustizia” lascia la porta aperta verso ulteriori speculazioni. Infatti, la condizione che si attua in virtù della legge “di rigore e di giustizia”, a

mio modo di vedere indica un preciso percorso per un cammino iniziatico, per un progressivo e dinamico sviluppo verso la legge Universale d’Evoluzione e d’Amore, verso la conoscenza diretta e l’esperienza della Verità. Per raggiungere lo scopo è necessario trasformare il divenire miserevole dell’Uomo in attualità d’esistenza eroica scoprendo innanzi tutto se stessi e costituendosi per compiere “il lavoro”. E qui, per meglio rendere il mio pensiero, mi rifaccio ad un simbolismo che si ricollega ad antichi rituali che dicono che tre Fratelli formano una Loggia semplice, cinque una Loggia giusta e sette una Loggia giusta e perfetta. Analogamente tre Fratelli dirigono una Loggia, cinque la illuminano e sette la rendono giusta e perfetta.

Ciò significa che la Loggia semplice caratterizzata dal TRE è l’uomo pensante costituito da una componente fisica, una animica ed una spirituale. Tale Loggia, o tale uomo, il che è lo stesso, è rappresentabile con un triangolo ed è retta dal Sole, dalla Luna e da Mercurio cioè l’uomo non esiste senza un principio positivo, uno negativo ed uno equilibrante, il che vale come dire senza Fuoco Acqua ed Aria).

L’Uomo e quindi la Loggia prende coscienza di sé quando alle componenti suddette (Sole, Luna, Mercurio) si aggiungono la Forza e la Bellezza. Ciò significa conoscere la legge binaria con tutte le implicazioni e derivazioni. Tale Loggia è rappresentabile con una stella a cinque punte ed è retta anche da Venere e Marte. Infine, l’Uomo, padrone della legge binaria, raggiunto l’equilibrio fra le opposte polarità, acquisisce la Maestria ed è in grado di applicare GIUSTIZIA e RIGORE, esercitando il suo libero arbitrio. Tale Loggia è rappresentabile con una stella a sette punte ed è retta oltre che da Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, anche da Giove (Giustizia) e da Saturno (Rigore). Ebbene tutto il travaglio che Cagliostro ha innanzi illustrato, a me sembra riconducibile allo sforzo di chi lavora alla costituzione di sé ed in sé dell’Essere, per realizzare quella espansione di coscienza

destinata a rendere reali i vari gradi di iniziazione virtuale e in definitiva per raggiungere, durante il tempo della presenza nel mondo fisico, la conoscenza diretta, l’esperienza del trascendente.

Per concludere questa lunga parentesi nella lettura del testo, dobbiamo fare un’ultima osservazione sulla manifesta allusione ai viaggi simbolici delle cerimonie iniziatiche, nonché alle quattro parti del mondo, cioè i quattro punti cardinali che corrispondono ai quattro lati del Tempio. Infine il deserto, al quale allude l’Autore sembra un chiaro richiamo al senso di solitudine spirituale, di squallore e di abbandono che investe e opprime colui che perde la speranza dell’altezza e che è  terrorizzato dall’esaltante ma pericolosa esperienza del VITRIOL. In questo stato di desolata disperazione — concludiamo con il Reghini — non vi è più nessuna ragione né superiore né umana per attenersi aduna condotta piuttosto che ad un’altra. Ma una volta raggiunto lo scopo, l’uomo non può più essere tentato, perché raggiunta la perfezione morale (prima quarantena) conosce il bene e il male e perciò non può più smarrirsi nelle vie da cui non si ritorna che conducono tra “la perduta gente” e nelle “diserte spiagge” dantesche.

Un giorno — dopo quanti viaggi ed anni! — il Cielo esaudì i miei sforzi: si ricordò del suo servitore e, rivestito di abiti nuziali, ebbi la grazia di essere ammesso come Mosè dinanzi all’Eterno. Da allora ricevetti come un nome nuovo, una missione unica. Libero e padrone della vita, non pensai più che ad impiegarla per l’opera di Dio. Sapevo che Egli confermerebbe i miei atti e le mie parole, come io confermerei il suo nome e il suo regno sopra la terra. Vi sono degli esseri che non hanno più angeli custodi: io fui uno di questi. Ecco la mia infanzia, la mia gioventù quale il vostro spirito inquieto e desideroso di parole la reclama; ma che sia durata per più o meno anni, che si sia svolta nel paese dei vostri padri o in altre contrade, che vi importa? Non sono un uomo libero? Giudicate i miei costumi, vale a dire le mie azioni; dite se sono buone, se ne avete viste di più possenti, e, allora, non vi occupate della mia nazionalità, del

mio rango e della mia religione. Se proseguendo il corso felice dei suoi viaggi, qualcuno di voi perviene un giorno a toccare quelle terre d’Oriente che mi hanno veduto nascere, che ei solamente si ricordi di me, che pronunci il mio nome, ed i servitori di mio padre apriranno dinanzi a lui le porte della città santa. Allora egli ritorni a dire ai suoi fratelli se ho abusato tra voi di un prestigio menzognero, se ho preso nelle vostre dimore qualche cosa che non mi apparteneva.

Finalmente dopo tanti viaggi ed anni — del cui simbolismo ormai ci è chiara la trasparenza — gli sforzi fanno raggiungere la meta. Ecco l’abito nuziale, per le “mistiche nozze” del linguaggio ermetico e cabalistico, e secondo il costume iniziatico l’abbandono del nome secolare e, senza più angeli custodi, una nuova nascita glorificata e spiritualizzata dalla Grande Opera.

4 – Il Sigillo del Serpente

A questo punto, lo spazio che ci è stato concesso non ci consentirebbe di andare oltre, ma parlando di Cagliostro come si fa ad ignorare il famoso “Sigillo del Serpente” che molti considerano “la sua firma esoterica”, il simbolo nel quale, insieme al “credo” ha condensato tutta la sua conoscenza. Quindi, quasi come una appendice di chiusura, o di “sigillo” solo qualche annotazione, come dire, “a piè di pagina”.

Il simbolo è costituito da un serpente ritto sulla coda, con una mela in bocca, trafitto da parte a parte da una freccia in modo da sembrare una “S”, mentre la freccia forma una “I”. Dunque il monogramma “SI” che sta per Superieur Inconnu (“superiore sconosciuto”).

In tale sigillo si può vedere innanzitutto il numero 8, ritenuto il simbolo dell’equilibrio cosmico e ancora la perfezione che precede la resurrezione. Senza dire che numericamente l’8 rappresenta l’infinito.

Qualcuno nel Sigillo o nel serpente ha visto un riferimento alla simbologia egizia. Se la tesi è sostenibile, riferendoci a Cagliostro può servire a spiegare la sua professione di guaritore, poiché nell’antico Egitto il Serpente era il dio della guarigione, secondo il principio che il veleno annulla il veleno, ma anche presso i  Greci troviamo due serpenti attorcigliati al caduceo di Esculapio, dio della medicina; un serpente compare ancora sullo scudo di Athena e nel Partendone.

In verità sono molte le interpretazioni date a questo simbolo che riassumono sfaccettature molto correlate di quel mondo particolare del personaggio che lo aveva chiamato a raffigurare forse una o tutte le interpretazioni che seguono: La realizzazione iniziatica: il serpente, forma terrena e involuta, conquista il frutto della conoscenza e quindi muore, rinascendo a nuova vita più evoluta. Il Male, con la fatidica mela di Adamo ed Eva nelle fauci mentre la freccia qui diventa lo sguardo divino che lo trafigge. La corrente astrale, una sorta di rete invisibile presente in tutto l’universo, trafitta da una volontà capace di dominarla.

I quattro elementi, la terra rappresentata da un piccolo lembo di spiaggia, l’acqua dall’onda marina, l’aria del cielo nuvoloso del paesaggio, il fuoco del serpente dalla forma sinuosa, il cui profilo si innalza in mezzo ai flutti.

La materia nella sua faticosa ascesa verso l’integrale purezza, che passa dalla forma compatta e solida (la terra) alla forma liquida (acqua), poi allo stato gassoso (aria) ed allo stato raggiante (fuoco). Simbolo strettamente alchemico. In tal caso il Serpente è l’ideale rappresentazione del principio alchemico primordiale, detto anche “mercurio iniziale”, che è scorrevole come l’acqua e come questa serpeggia. La freccia assume qui il ruolo dell’agente maschio che penetra la materia greve e femmina. Forse, infine, con il serpente e la freccia Cagliostro ha voluto simboleggiare nel suo sigillo niente altro che il maschio e la femmina che insieme all’acqua magica formano i tre grandi protagonisti della Grande Opera alchemica.

TRATTP DA “HIRAM”  2009/1

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NOBEL PER LA PACE-ERNESTO MONETA

ERNESTO TEODORO MONETA

NOBELPERLAPACE1907

di Velia Iacovino

Combattente garibaldino, libero muratore, tra i più brillanti giornalisti dell’Otto­cento, Ernesto Teodoro Moneta, nato da un’antica e aristocratica famiglia il 20 settembre1833 a Milano, dove morì il 10 febbraio del 1918, ingiustamente poco celebrato, perché forse malin­teso nelle sue apparenti contraddizioni, è l’unico italiano ad essersi aggiudicato il Nobel per la Pace, il più ambito riconoscimento del mondo. Ri­conoscimento, che gli venne conferito, insieme al giurista francese Louis Renault, il 10 dicembre1907 per il suo appassionato impegno nella pro­mozione “della fraternità delle genti”, come recitala scritta in latino incisa sulla medaglia che gli fu consegnata in quella speciale occasione. Di bel­l’aspetto, affascinante ed empatico, Moneta amava andare a cavallo, recitare in spettacoli teatrali ama­toriali e scrivere recensioni per Il Secolo, il quoti­diano fondato nel 1866 da Edoardo Sonzogno e che dal 1867 fino al 1895 fu lui a dirigere brillantemente. (Nobel Lectures, Peace 1901-1925, Editor Fred­erick W. Haberman, Elsevier Publishing Company,Amsterdam, 1972 – https ://www. nobelprize. org/prizes/peace/1907/ moneta/biographical/ ).

La Massoneria e la famiglia

Nel corso del tempo c’è anche chi ha sollevato dubbi sulla sua iniziazione massonica. Ma a spaz­zarli definitivamente via è oggi la testimonianza diretta della sua pronipote Alessandra Ricci Mo­neta Caglio Monneret de Villard, avvocato pena­lista, che abbiamo intervistato. “Purtroppo – ha spiegato la discendente del premio Nobel- buona parte dei documenti del mio trisnonno sono an­dati perduti… ma in famiglia tutti sapevano della sua appartenenza alla Massoneria, sia per le sue idee sia per i litigi furiosi con la moglie prima e col figlio maggiore poi, entrambi ferventi cattolici. Mi raccontava mia madre che, quando mio nonno, entrò anche lui nella Libera Muratoria, il padre gli rimproverò aspramente di essere ‘eretico’ come Ernesto Teodoro, che era profondamente e frater­namente legato a Giuseppe Garibaldi da un forte rapporto di stima e di amicizia che proseguì anche dopo la campagna dei Mille”. C’è stata una vo­lontà precisa “da parte dei membri più fanatica­mente religiosi della nostra famiglia – sostiene Alessandra Moneta- di cancellarne per sempre  l’identità massonica”. Identità che invece emerge con forza e tutta evidenza dalle sue prese di posi­zione, dai suoi scritti, da quel progetto di pace in­ternazionale, che portò avanti con impareggiabile passione e che aveva radici nella sua  formazione. Un progetto in cui credette fortemente, convito come era della necessità di costituire libere comu­nità nazionali guidate da istituzioni rappresenta­tive che si occupassero di realizzare un’armoniosa e pacifica convivenza tra i popoli. Moneta fu fino in fondo un libero muratore che non temette maidi schierarsi e che seppe dare senza retorica forma concreta ai suoi principi, attirando su di sé una sorta di ingiustificata damnatio memoria e che ha sempre pesato sulla sua figura e che ancor oggi resta difficile da dissipare.

In punta di penna e di sciabola

Le note biografiche, pubblicate sul sito del Premio Nobel, confermano i forti dissapori familiari, cau­sati dal suo strenuo anticlericalismo, che pur ap­pariva in contrasto con la sua profonda religiosità. “Si allontanò dalla moglie e dai suoi due figli du­rante la sua vita – si legge- in gran parte perché la moglie non fu in grado di accettare questa ap­parente incoerenza nell’atteggiamento del marito verso la fede che per lei significava così tanto”. Ebbe a dire di lui Morris Ghezzi, giurista, socio­logo, libero muratore, per molti anni vicepresi­dente della Fondazione Moneta (oggi non più attiva): “Fu un apostolo dell’universalismo e uma­nesimo libero muratorio che gettò le fondamenta della modernità e che come nella Rivoluzione francese e in quella americana anche in Italia di­resse le fila delle guerre e dei movimenti che por­tarono all’Unità d’Italia ed alla nascita della democrazia nel nostro paese. Moneta fu una figura di grandissimo rilievo mondiale, purtroppo quasi censurata nella memoria del nostro paese, e un convintissimo assertore dei principi della Masso­neria Universale alla quale si rifacevano anche Ga­ribaldi e Cavour, che gettò le basi per una nuova visione del diritto internazionale autonomo dalle nazioni. Appartenne a quella composita schiera di intellettuali che con la penna e la sciabola fonda­rono l’Italia moderna, democratica, socialista, at­traverso una rivoluzione compiuta che fu l’Unità del paese. Una figura dalla religiosità laica e teo­sofica vincente, che da guerriero si convertì ai principi kantiani sulla pace universale e ne divenne un apostolo fino al Premio Nobel” (Tabloidn. 7/8 2003 Fabrizio De Marinis  

direttore de Il Secolo meritò nel 1907 il Nobel per la pace. In punta di sciabola”).  In prima linea

Personaggio affatto facile da decodificare, dalle in­comprensibili -per molti- antinomie, visse una vita intensa. Dal 18 al 22 marzo del 1848 – non aveva ancora compiuto 15 anni- prese parte alle Cinque Giornate di Milano per poi cercare di ar­ruolarsi come volontario nell’esercito piemontese senza riuscirvi poiché il Comitato lombardo di emigrazione, al di là del Ticino, ne aveva respinto la richiesta, inviandolo invece alla Scuola militare di Ivrea affinché potesse proseguire gli studi (Ful­vio Conti – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume75 – 2011). Successivamente Moneta, come pro­vano documenti scoperti solo nel 2007 nell’archi­vio storico dell’Università di Pavia, frequentò il prestigioso ateneo pavese – lo stesso nel quale si formò un altro Nobel italiano e massone, il medico istologo Camillo Golgi- seguendo con brillanti ri­sultati nell’anno accademico 1852- 1853 il corso di discipline politico-legali, che influì molto sulla sua futura vocazione pacifista. Ma presto Moneta preferì tornare alle battaglie risorgimentali. Nel1858, “subito dopo l’attentato di Felice Orsini a Parigi, fondò una società segreta di giovani d’azione, della quale egli solo aveva tutti i nomi ele fila” (Appunti autobiografici, in “Giù le armi! Ernesto Teodoro Moneta e il progetto di pace internazionale” Clau­dio Ragaini, Franco Angeli). A Torino l’anno succes­sivo, mettendo da parte i suoi ideali repubblicani, aderì alla Società nazionale italiana, il cui pro­gramma prevedeva l’unificazione sotto la dinastia dei Savoia, collaborando con due giornali che ne propagandavano gli ideali: L’Unità nazionale e Il Pic­colo Corriere d’Italia. Subito dopo si arruolò come volontario nel corpo dei Cacciatori delle Alpi, co­mandati da Garibaldi.

L’ultima battaglia

Partecipò alla Spedizione dei Mille restando al fianco dell’Eroe dei due mondi anche in seguito, fino alla sfortunata battaglia di Custoza del 1866,durante la quale divenne assistente di campo del generale Giuseppe Sirtori (1813-1874), politico e patriota italiano, ultimo comandante dell’Esercito meridionale, cinque volte deputato, con cui strinse una profonda amicizia destinata a durare tutta la vita, nonostante la forte disillusione che  aveva provato proprio nel corso di quell’ultima campagna militare che segnò la fine della sua car­riera militare e il ritorno alla vita civile e alla sua vera passione: il giornalismo.

Un giornale per costruire l’Italia

Sotto la sua sapiente guida durata 30 anni, Il Secolo divenne tra gli organi di informazione più vivaci e innovativi dell’epoca, punto di riferimento di tutto quel vasto movimento di pensiero democra­tico e socialista fortemente coinvolto nei processi unitari e nelle grandi riforme sociali. Con Moneta il numero dei lettori passò in breve tempo da 30mila a oltre 100 mila grazie anche ad alcune ini­ziative popolari che tra cui la pubblicazione di ro­manzi a puntate firmati da scrittori come Victor Hugo, George Sand, Julius Verne, Alexander Dumas, e la promozione di lotterie e concorsi a premi. Dalle colonne del suo quotidiano il gior­nalista ex garibaldino espresse un’opposizione critica, da radicale moderato, al governo sia della Destra storica che della Sinistra costituzionale, si scagliò contro il clero, che considerava un fattore di forte ostacolo al progresso sociale, e propose l’abolizione della leva obbligatoria da sostituire con periodiche esercitazioni militari da tenersi nei comuni di residenza.

Amico di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Lev Tolstoj, Vilfredo Pareto, Emilio De Marchi, Ed­mondo De Amicis, Scipione Borghese, Felice Cavallotti con i quali intratteneva intese corrispondenze, nel 1887 fu tra i promotori della Unione Lombarda per la Pace e l’Arbitrato Internazionale che, grazie a lui crebbe trasformandosi nella Società Internazionale per la Pace, e dopo la sua morte nella Società per la Pace e la Giustizia Internazionale.

L’incontro con il giovane Mussolini

Nel 1902 conobbe Benito Mussolini con cui ri­mase in lungo e costante contatto epistolare. L’in­contro ebbe luogo a Forlimpopoli, dove il futuro duce si era avvicinato al socialismo militante e si era diplomato maestro. L’occasione fu il matri­moni che ebbe luogo il 15 gennaio di quell’anno nella cittadina romagnola del figlio di Moneta Luigi con Augusta Rossetti, nella cui tenuta il nonno di Mussolini lavorava come fattore (intervi­sta con Alessandra Moneta). Il celebre giornalista si intrattenne con il giovane maestro famoso nella contrada per i comizi in difesa dei braccianti che teneva nel forlivese. E chissà se sulla decisione che poi prese, sei mesi più tardi, di emigrare in Svizzera per sfuggire al servizio militare non abbia influito proprio quel colloquio con Moneta.

Nel 1890 fondò l’almanacco a contenuto popolare L’Amico della Pace, nel 1895 divenne il rappresen­tante italiano nella Commissione dell’Internatio­nal Peace Bureau e nel 1898 fondò la rivista La Vita Internazionale, cui collaborarono i più grandi intel­lettuali dell’epoca. In un momento storico in cui il pacifismo non era un’idea radicata, contribuì a  diffondere sentimenti umanitari, a favorire l’affra­tellamento dei popoli e le soluzioni arbitrali nelle vertenze internazionali, battendosi per promuo­vere la trasformazione graduale degli eserciti per­manenti. Nel 1906 programmò e costruì un Padiglione per la pace all’esposizione internazio­nale di Milano e presiedette il 15º Congresso In­ternazionale dedicato a questo tema che la sua città ospitò.

Una nuova idea di pace

La sua idea di pace non aveva nulla di utopico e retorico e per questo venne spesso mal compresa. Moneta non credeva al pacifismo assoluto che ri­fiuta apoditticamente ogni forma di violenza e ri­teneva legittima la difesa nazionale, polemizzando a questo riguardo con l’amico Tolstoj e altri grandi del suo tempo. Era fortemente calato nella realtà e fermamente convinto che la pace fosse la natu­rale conseguenza del compimento di quello spirito di solidarietà tra gli uomini e tra le comunità umane che contribuiscono alla realizzazione del benessere per tutti. E che a tale fine bisognava la­vorare. “Il pacifismo, come lo abbiamo sempre sostenuto(…) non cerca di cancellare i paesi gettandoli nel crogiolo del cosmopolitismo, ma di organizzarli, se già non è così, secondo i dettami della giustizia. In varietate unitas! Più ogni nazione contribuisce alla società mondiale con la ric­chezza delle proprie attitudini, della propria razza e delle proprie tradizioni, maggiore sarà lo sviluppo futuro e la felicità dell’umanità”. Sono le sue parole, parole tratte dal discorso che due anni dopo la cerimonia di premiazione, fu invitato a tenere all’Istituto Nobel per la pace di Oslo nell’agosto del 1909 e nel corso del quale raccontò il momento preciso in cui ragazzino, non ancora quindicenne, durante le Cinque giornate di Milano, vide morire un gio­vane austriaco, un nemico, rendendosi all’improv­viso drammaticamente conto di “tutta la crudeltà e la disumanità della guerra che mette i popoli l’uno contro l’altro a reciproco danno, popoli che dovrebbero avere tutto l’interesse a comprendersi ed essere amici”. (Cfrhttps://www.nobelprize.org/prizes/peace/1907/moneta/lecture/). In quello stesso intervento intitolato La pace e il diritto nella tradizione italiana, Moneta disse anche parlando delle battaglie risorgimentali alle quali aveva par­tecipato: “La nostra rivoluzione non è stata un’improvvisa rivolta contro un regime tirannico; ma il risultato diun lungo periodo di evoluzione intellettuale e morale, por­tato avanti da uomini di grande talento e di rare qualità spirituali, poeti e filosofi, veri educatori del popolo, che ci hanno insegnato che la libertà può essere conquistata ri­schiando la morte, ma è preservata solo dall’adesione ai principi di giustizia e attraverso atti di virtù civica”. E citò come grande esempio Cicerone, “che gettò i primi semi del diritto internazionale (…). Cicerone era con­tro tutte le guerre a meno che non fossero assolutamente inevitabili” e sosteneva che le controversie potes­sero essere risolte in due modi: “con la ragione o con la forza; un modo appartiene all’uomo e l’altro alle bestie; si dovrebbe usare la forza solo quando la ragione si rivela impossibile”.

Il dopo Nobel

Un discorso che non mancò di suscitare polemi­che, che si fecero ancor più roventi nei suoi con­fronti quando nel 1911 si schierò pubblicamente a favore della Guerra di Libia e nel 1915 dell’en­trata dell’Italia nel Primo conflitto mondiale. Ci fu persino chi arrivò a chiedere che gli venisse riti­rato il Nobel, non comprendendo le sue motiva­zioni. Moneta pensava che allargando la propria sfera d’influenza nel Mediterraneo il giovane Regno unitario potesse contribuire al manteni­mento della pace europea in un’ottica di bilancia­mento tra potenze. Il suo era un approccio realista e politico, non certamente utopico, alle relazioni internazionali. Un approccio che il pacifismo scon­tato o l’isolazionismo neutralistico non potevano condividere, ma che si fondava su una visione del mondo, in cui i singoli paesi, ciascuno con la pro­pria identità e cultura potessero armonicamente interagire tra loro, intervenendo in caso di neces­sità in difesa di popoli oppressi, intrecciando re­lazioni commerciali, attraverso utili scambi anche culturali, affidando la soluzione di contenziosi non alle armi ma ad organismi ad ok, super par­tes. Una visione che è alla base della nascita prima della Società delle Nazioni e poi delle Nazioni Unite, del Fmi, dell’Organizzazione mondiale per il commercio e di tribunali arbitrali internazionali. Dal 1901 Moneta soffrì di glaucoma e subì nume­rosi interventi agli occhi cecità. Morì di polmonite nel 1918, all’età di 84 anni. Venne sepolto a Mis­saglia (Lecco), nella tomba di famiglia.

Le opere

Molteplici sono i suoi scritti, tra cui i quattro vo­lumi dell’opera Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, usciti nel 1904, 1905, 1906 e 1910, un vero e proprio compendio sulle relazioni internazionali; La morte dell’Imperatore Guglielmo. L’utopia di Mazzini e la Pace, Milano, 1888; Il Governo e la Na­zione, Milano, 1888; Del disarmo e dei modi pratici per conseguirlo per opera dei Governi e dei Parlamenti, Città di Castello, 1889; Irredentismo e gallofobia: un po’ di storia, Milano, 1902; La pace e il diritto nella tradizione  italiana, Milano, 1909; L’opera delle Società della pace dalla loro origine ad oggi, Milano, 1910; Patria e Uma­nità, Milano, 1912; L’ideale della Pace e la Patria, Mi­lano, 1912.

La memoria

Per incuria e per una serie di circostanze è stato fatto purtroppo scempio del suo archivio e della sua memoria e a ricordare questo grande italiano  al quale il nostro paese deve molto, ci restano un busto, inaugurato nel 1924, nascosto in un angolo  dei Giardini Pubblici di Milano in Piazza Cavour, dove un piccolo Pantheon invaso dalle ortiche, ri­corda altri letterati ed eroi garibaldini, e un alto­rilievo in bronzo opera dello scultore bolognese Luigi E. Mattei, che la Presidenza della Repubblica ha inserito nelle proprie collezioni aperte ai visitatori il 29 novembre 2007 in occasione dei100 anni dal Nobel. Per questa importante ricor­renza Missaglia, località dove Moneta è sepolto e dove spesso per lunghi periodi si ritirava, facendola spola tra l’abitazione di Tegnoso della moglie e quella delle sorelle a Contra, di cui fu anche sin­daco, il Comune lo ha omaggiato con una manife­stazione e una mostra itinerante di documenti rievocativi allestita da Pietro Redaelli, fotografo che è stato il primo a trovare e recuperare la cor­rispondenza epistolare tra Moneta ed alcuni scrit­tori e combattenti del tempo, come Ada Negri, Cesare Cantù, Giuseppe Garibaldi ed il generale Giuseppe Sirtori. Anche la Fondazione Anna Ku­liscioff gli ha dedicato una mostra nel marzo 2018 ospitata presso l’Archivio di stato di Milano, che svelava per la prima volta scritti inediti di Mo­neta, nonché pregevoli vignette satiriche sulla guerra e sulla politica. Nel 1983 in occasione dei150 anni dalla nascita, le Poste italiane gli hanno dedicato un francobollo commemorativo

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PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA- GIOSUE’ CARDUCCI


PREMIO NIBEKL PER LA LETTERATURA

Carducci il conservatore sovversivo

Giosue, la forma preferita dal poeta, Carducci è probabilmente lo scrittore più popolare dell’am­bito letterario italiano della seconda metà dell’ot­tocento e dell’intera epoca moderna. Fu il poeta dell’innovazione nella tradizione, interprete e in­quisitore della condizione umana e le sue opere dalle “Rime Nuove” alle “Odi Barbare” furono sempre improntate a una straordinaria purezza e solennità di stili, sulla scia degli antichi classici greci e latini, esattamente come farà anni dopo un altro massone premio nobel per la letteratura, Sal­vatore Quasimodo. Le sue opere subirono costan­temente giudizi contraddittori e controversi, per esempio le “Nuove poesie” furono duramente re­censite da Giuseppe Guerzoni, mentre Bernardino Zendrini e persino Ivan Turgenev osannarono “la sua prosa nervosa, tagliente, succosa, mobilis­sima, sapiente impasto di alta letteratura e di par­lata viva”. Il prof. Marco Rocchi dell’ Università di Urbino in un ottimo saggio, “Quel diavolo d’un Carducci”, ci ricorda in effetti che il poeta non fu un uomo semplice o un uomo per tutte le stagioni. Così in questo breve profilo più che disquisizioni sulle sue opere, sull’erudito inappuntabile, sul­l’insegnante carismatico, si son voluti cogliere al­cuni aspetti della sua vita giornaliera e della sua visione del mondo, la vita come “l’ombra di un sogno fuggente”, tendendo a tenere in non cale le tracce di un poeta ampolloso, austero, celebrativo: “io sacerdote de l’augusto vero, vate de l’avvenire” o “un poeta è un grande artiere”. In particolare il pregevole “laboratorio carducciano” del prof. Marco Veglia dell’Università di Bologna, anche at­traverso lo studio di una campionatura delle sue lettere, ha restituito “la coerenza di un intellet­tuale libero, di un “conservatore sovversivo”(com’egli amava definirsi) che, nel concetto di cul­tura quale fondamento dell’azione…” trovava la sua vera essenza. In occasione del primo centena­rio della morte di Carducci, Marco Veglia ha vo­luto dedicare una biografia a Carducci che si è rivelata una testimonianza assolutamente innova­tiva e di gran rilievo su questo scrittore. Dunque stringatezza ed essenzialità, come invocato dallo stesso Carducci, che amava ripetere “chi potendo esprimere un concetto in dieci parole ne usa do­dici, lo ritengo capace delle peggiori azioni”, e bando ai compromessi di ogni genere: “è pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d’accordo con molti”.

Il giovane ben pensante, ben leggente, beni studiante

Giosue Carducci nacque in Val di Castello nel1835, crescendo “selvatico” nella Maremma to­scana, figlio di Ildegonda Celli e di Michele, car­bonaro, liberale, medico condotto che curò col chinino il figliolo spesso ammalato. Il padre per lavoro si recò nel piccolissimo sperduto e deli­zioso paesello toscano di Bolgheri, che poi grazie a Carducci diverrà noto in tutto il mondo, attual­mente una frazione di Castagneto Carducci in pro­vincia di Livorno con poco più di cento abitanti e con un vino fra i più pregiati al mondo, la Sassi­caia, della tenuta san Guido (da lì principiò la pas­sione per il vino). Studiò dagli Scolopi a Firenze dove con altri amici, con Giuseppe Chiarini, Giu­seppe Targioni Tozzetti, Giuseppe Torquato Gar­gani, fondò la società degli Amici pedanti che intendeva promuovere la restaurazione del classi­cismo a scapito delle ondate romantiche. Fu poi a Firenze e alla Normale di Pisa dove si laureò in Lettere e filosofia. Insegnò prima nei licei, nel gin­nasio di San Miniato e al liceo Forteguerri di Pi­stoia, e dopo ebbe la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna che tenne fino al suo pensionamento nel 1904. Già l’esperienza a San Miniato con la sua prosa polemica e urticante ci restituisce il volto vero di un poeta con tutte le sue “appiccature”. Sposò una parente, Elvira Me­nicucci da cui ebbe un figlio Francesco che morì poco dopo la nascita e ancora la disgrazia della morte del piccolo Dante a tre anni, a cui dedicherà “Pianto antico”: “tendevi la pargoletta mano” alme lograno, un pianto antico doloroso e malinco­nico, una ninna nanna per cullare il figliolo dece­duto. Nel 1857 avvenne la fine dell’amato fratello Dante che era morto forse suicida dopo una lite col padre che un anno dopo morì per il terribile do­lore. Da allora cominciò a pubblicare con l’editore G. Barbera. Le parole pronunciate già nel 1856 dal Carducci relative ad una “società giovanile benpensante, ben leggente, beni studiante”, trove­ranno poi una eccezionale consonanza con gli ideali latomistici e con l’intero percorso della sua vita.

La cattedra di letteratura italiana all’Univer­sità di Bologna

Nel 1860 appena giunto a Bologna il 27 novembre di quell’anno, in un’aula gremita, fece una pro­lusione sulla letteratura nazionale e cominciò le sue lezioni spesso disertate, sino al giorno in cui si presentarono solo in tre: “la lezione di diritto commerciale mi toglie tutti i giovani”. Carducci amò molto Bologna che “surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna e il colle di sopra bianco di neve ride”. Andò dapprima ad abitare nella lo­canda “Aquila nera” di via Calvinazzi, pensione “sobria, ma decorosa e accogliente” della famiglia Ghelli, poi abitò a via Brocca indosso 777 (dal1870 n. 20), e dopo in Strada Maggiore al n. 37 in una abitazione del celebre chirurgo Francesco Riz­zoli e infine nella palazzina delle Mure Mazzini invia del Piombo. L’università di Bologna gli affidò anche un compito prestigioso, quello di dirigere un comitato di storici e letterati per stabilire la data convenzionale della istituzione universitaria felsinea fissata da Carducci nel 1988.

La cattedra di “Eloquenza italiana” voluta dal mi­nistro della pubblica istruzione Terenzio Mamiani Della Rovere ricevuta presso l’Ateneo felsineo fu un’occasione straordinaria per Carducci che ebbe così modo in particolare di incardinarsi nell’am­bito risorgimentale con massoni mazziniani roma­gnoli per i quali bisognava assolutamente continuare sino alle annessioni di Venezia e di Roma. G.F. Pasini sostiene che per merito partico­lare del Carducci Bologna in quegli anni “diventa un centro di iniziative culturali dove l’amore perla poesia si unisce a quello per la ricerca erudita, e alla passione politica”. A Bologna inaugurò un formidabile sodalizio con l’editore Nicola Zani­chelli, giunto lì da Modena, sodalizio paragona­bile a quello di Benedetto Croce con Giovanni Laterza. Il figlio di Nicola, Cesare, fu uno dei pochi invitati alla cerimonia del nobel che si tenne a casa Carducci per le sue assai precarie condizioni di sa­lute. In un minuscolo spazio della libreria, ancora esistente e visitato, noto come “la saletta”, Car­ducci incontrava i colleghi, gli studiosi e gli amici, ospiti del calibro di Giovanni Pascoli, di Lorenzo Stecchetti, di Severino Ferrari, di Aurelio Saffi, di Marco Minghetti, di Gabriele D’Annunzio che andò a salutarlo nel 1901, facendo venire di con­tinuo squisite bottiglie di vino. Amò infatti il vino incondizionatamente – “nei calici il vin scintilla, sì come l’anima ne la pupilla” – esaltandolo come simbolo di un soprannaturale pagano e si racconta che, in un’occasione, dopo una bevuta fuori dal­l’ordinario venne sorretto e aiutato a tornare a casa da un domestico della famiglia Marcheselli, vicini di casa, un tal Domenico, che vedendolo barcol­lare con molto garbo lo sorresse e fu ripagato da una calda stretta di mano e da un “grazie bra­v’uomo”.

Come ricorda Antonio Saccà fu soprattutto nel pe­riodo bolognese che Carducci “accresce la nostra poesia di una musicalità larga, sonora, sonante, un empito di vigorosa cadenza” da un lato e dall’altro la sua severità di docente – una volta cacciò via un allievo che si era firmato prima col cognome e poi col nome – seppe stemperarsi giocando sinanco a carte con i suoi allievi. In 43 anni di insegnamento non ripeté mai la stessa lezione anche se alcune di queste lezioni non le ha mai sentite quasi nessuno tant’è che Carducci una volta scrisse: “mi sento come un istrione pagato che si chiama professore”. La sua aula era in via Zamboni 33, un’aula piccola e modesta, di recente restaurata, frequentata da pochi uditori, ma via via che la fama del poeta si ampliò l’auletta non fu più capace di ospitare tutti. Se individuava qualche estraneo al corso di studi  erano severe reprimende perché in quell’aula “si doveva andare solo per studiare e non in cerca di impressioni sullo studioso celebre”.

Il profondo respiro massonico di Giosue Car­ducci

Carducci agli inizi degli anni sessanta entrò in massoneria perché sentiva il bisogno di una casa, di un sito adatto alle sue esigenze “dove un rico­vero trovar potrai o de’ miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenne libretto?” e perché era un convinto assertore della teoria del dubbio e del­l’ascolto: “ai giudizi dei nemici vuol si avere sem­pre la debita osservanza”.

Sulla loggia bolognese della sua iniziazione sono state avanzate le ipotesi più svariate. C’è chi so­stiene che entrò nella “Concordia umanitaria” o nella loggia “Severa” e chi fu iniziato nella loggia “Galvani” – come indicato nella rivista Lux nel1925 allorquando un anziano massone bolognese, Salomone Sanguinetti, ricordava di aver intro­dotto lui stesso il Carducci nel tempio della loggia Galvani. Questa tesi è stata sostenuta dalla “Rivi­sta massonica” del 15 febbraio 1907, dalla rivista “Acacia”, dall’”Albo carducciano” redatto da Fu­magalli e Salveraglio, dal G. Oratore G. Albano, che ebbe l’incarico di redigere la commemora­zione ad opera del Goi. Romeo Monari sostiene che l’ode di respiro massonico “Dopo Aspro­monte” venne letta in una riunione di loggia dopo la sua affiliazione. E’ certo comunque che appar­tenne alla loggia “Felsinea” in base al ritrova­mento di una sua agenda del 1866: “Mi feci associare ai fr. e fui fatto maestro e segretario prov­visorio. Andai alla loggia Felsinea. Pagai d’entrata come maestro lire trenta e cinque in acconto”.

Nel 1867 scrisse una lettera di doglianze a nome della loggia “Felsinea”, che lo aveva visto fra i sette fratelli fondatori, che gli valse l’espulsione da parte del G.M. Lodovico Frapolli. La loggia in­ fatti da scozzese volle mutare il proprio rito in simbolico unendosi al Gran Consiglio di Milanoe il Goi agì di conseguenza. E’ stata ritrovata a quel tempo la firma di Carducci al diploma di maestro di Francesco Magni, poi ottimo rettore dell’Ateneo felsineo. Sinanco in questa fase fu sempre attivo e partecipe alla vicenda lato mistica come dimostra anche il carteggio fra il poeta e il G.M. Lemmi pubblicato nel 1991 a cura di Cri­stina Pipino. Ma poi Adriano Lemmi ed Ernesto Nathan lo convinsero a rientrare tant’è che il 20aprile 1886 venne affiliato a Roma alla loggia “Propaganda massonica”, dove nel 1888 rag­giunse il 33° grado del Rito scozzese antico e ac­cettato. In quello stesso anno fu fatto membro onorario della loggia “VIII Agosto” fondata da Augusto Dalmazzoni nella solenne inaugurazione avvenuta a Bologna nel palazzo del Podestà.

La “bontà dell’elemento”: Giovanni Pascoli

Di rilievo anche il rapporto fra Giovanni Pascoli e Carducci. Quando Pascoli, giovane studente uni­versitario socialista venne arrestato per aver par­tecipato ad una manifestazione politica, fu portato nel carcere bolognese di San Giovanni in monte dove entrò in una cupa e preoccupante depres­sione. Una sera nella sede felsinea della massone­ria, una guardia carceraria parlò di un giovane studente depresso e disperato, ritenuto prossimo a un gesto terribile, e Carducci presente chiese il nome di questo giovane: “ma Pascoli è uno dei miei allievi prediletti!”. Da poco infatti aveva messo con la matita blu un “molto bene” a un suo compito particolarmente gradito al poeta. E così nel giro di pochi giorni Pascoli venne scarcerato, e anni dopo, Carducci gli fece avere la sua cattedra di Letteratura italiana all’Università e una collo­cazione all’interno della loggia bolognese “Riz­zoli” subito dopo la laurea del Pascoli nel 1882.In un verbale del 23 settembre 1882 della loggia “Rizzoli” si legge che “il profano Giovanni Pascoli,  professore, desidera farsi iniziare massone, ma do­vendo egli partire subito per il luogo del suo im­piego occorre in vista della bontà dell’elemento che la loggia soprassieda alle formalità d’uso”. Alla “Rizzoli” vi era come M.V. il suo avvocato di­fensore di un tempo Barbanti Bròdano e nel mi­lieu massonico lo stato maggiore della democrazia bolognese da Costa a Ceneri, da Regnoli a Filo­panti, da Saffi a Carducci, tutti accumunati da un sogno di fratellanza universale che, come ricorda Fabio Roversi Monaco, venne interrotto dalle “trincee della prima grande guerra”.

La chiesa di Polenta e la cacciata dell’asperso­rio

Come ricorda Marco Cuzzi la società “Dante Ali­ghieri” fondata nel 1889 che ebbe uno spiccato sentimento irredentista vide fra gli altri il cospi­cuo sostegno anche del Carducci insieme a Chia­rini, Saffi, Barzilai, Guerrazzi e Menotti Garibaldi fu portato nel carcere bolognese di San Giovanni in monte dove entrò in una cupa e preoccupante depres­sione. Una sera nella sede felsinea della massone­ria, una guardia carceraria parlò di un giovane studente depresso e disperato, ritenuto prossimo a un gesto terribile, e Carducci presente chiese il nome di questo giovane: “ma Pascoli è uno dei miei allievi prediletti!”. Da poco infatti aveva messo con la matita blu un “molto bene” a un suo compito particolarmente gradito al poeta. E così nel giro di pochi giorni Pascoli venne scarcerato, e anni dopo, Carducci gli fece avere la sua cattedra di Letteratura italiana all’Università e una collo­cazione all’interno della loggia bolognese “Riz­zoli” subito dopo la laurea del Pascoli nel 1882.In un verbale del 23 settembre 1882 della loggia “Rizzoli” si legge che “il profano Giovanni Pascoli,  professore, desidera farsi iniziare massone, ma do­vendo egli partire subito per il luogo del suo im­piego occorre in vista della bontà dell’elemento che la loggia soprassieda alle formalità d’uso”. Alla “Rizzoli” vi era come M.V. il suo avvocato di­fensore di un tempo Barbanti Bròdano e nel mi­lieu massonico lo stato maggiore della democrazia bolognese da Costa a Ceneri, da Regnoli a Filo­panti, da Saffi a Carducci, tutti accumunati da un sogno di fratellanza universale che, come ricorda Fabio Roversi Monaco, venne interrotto dalle “trincee della prima grande guerra”.

La chiesa di Polenta e la cacciata dell’asperso­rio

Come ricorda Marco Cuzzi la società “Dante Ali­ghieri” fondata nel 1889 che ebbe uno spiccato sentimento irredentista vide fra gli altri il cospi­cuo sostegno anche del Carducci insieme a Chia­rini, Saffi, Barzilai, Guerrazzi e Menotti Garibaldi.

Il 30 settembre 1894 Carducci parlò a San Marino in occasione della inaugurazione del nuovo Pa­lazzo Pubblico con una splendida orazione sulla “libertà perpetua”, mentre tre anni dopo, allor­quando la contessa Pasolini lo condusse in visita alla chiesa di San Donato in Polenta nei pressi di Bertinoro, scrisse la celebre “La chiesa di Polenta ”che termina con una commossa preghiera alla Ma­donna a cui Carducci fu sempre devoto: “Ave Maria, quando su l’aure corre l’umil saluto, i pic­cioli mortali scoprono il capo e curvano la fronte”. In questa circostanza Carducci fu pervaso da un forte misticismo facendo cadere il suo tradizionale anticlericalismo e sembrò che volesse farsi promo­tore di una sorta di riconciliazione con la chiesa soprattutto per sostenere gli interessi dell’istitu­zione monarchica. Il suo furore anticlericale con i suoi eccessi ben noti dei tempi giovanili era ormai al tramonto, l’”Inno a Satana”, “salute o Satana o ribellione”, esempio del più viscerale e veemente anticlericalismo, anche se certo lo sberleffo non mancò mai: “Via l’aspersorio, prete e il tuo metro”. Non gli importa più dei preti che sono “più vecchi de’ lor vecchi dei” e dopo aver maledetto il papa tempo prima, “oggi col papa mi concilierei”.

Carducci e i suoi molteplici amori

Di un certo rilievo nella vita di Carducci il rap­porto speciale con la regina Margherita di Savoia, rapporto fatto di ammirazione reciproca e di forte attrazione della quale Carducci scrisse che “si muove e cammina musicalmente con certe pause wagneriane” considerandola come un’icona per un nuovo inizio della storia d’Italia. Il 21 novem­bre 1890 la regina donò un suo ritratto al poeta ac­compagnato da una dedica: “in segno della grande ammirazione che sento per il poeta che, unendo  in sommo grado ne’ suoi versi il senso d’italianità gentile e di ferrea latinità, seppe fare della sua poesia la più alta espressione dell’Italia risorta”. La regina venne tradita dal re per tutta la vita con la contessa Eugenia Bolognini Litta Visconti, detta “Litta” o “la bolognina”, moglie di Giulio Litta Vi­sconti che a conoscenza della tresca utilizzava la moglie per condurre in porto i suoi affari commer­ciali. In occasione dell’uccisione del marito assas­sinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, la regina ammise la “bolognina” alla veglia funebre anche se qualche anno prima le aveva sparato pro­babilmente due colpi di pistola senza buon esito mentre la Litta si dileguava in una carrozza.

Carducci ebbe molti amori, con Dafne Gargioli, Adele Bergamini, Silvia Pasolini, Maria Anto­nietta Torriani, Anna Maria Mozzoni, la scrittrice Annie Vivanti, Carolina Cristofori Piva, la Lidia delle “Odi barbare”, moglie di un alto ufficiale “Lidia su il placido fiume e il tenero amore, al sole occiduo naviga”. In una occasione Carducci volle stare con Lidia sino ad una partenza. “Già il mo­stro, conscio di sua metallica anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei occhi sbarra; immane pel buio gitta il fischio che sfida lo spazio” – il poeta accom­pagnò alla stazione la donna amata, in una mat­tina d’autunno, sotto la pioggia, fra un crepitio difreni e il rumore secco degli sportelli sbattuti del treno, mentre il mostro, il treno, il ladro di affetti, gli rapisce il volto di Lidia che lo saluta con tra­sporto, con un pallido rossore, e lui, il poeta, che piano piano, con accurata lentezza ritorna a casa, dove non si ha voglia di tornare, fra la nebbia con cui vorrebbe confondersi, barcollando come un ubriaco, avendo ormai smarrito il senso della sua vita e della sua persona, immerso in un tedio infi­nito, in un dolore acuto, lancinante, che prende forte il petto e lo squassa senza remissione: ”Vo­glio crogiolarmi in questa mia dolorosa stanchezza che mi pare debba essere eterna”.

Quando al Nobel Giosue Carducci “batté”Leone Tolstoj

Nel 1906 Carducci vinse il premio nobel per la let­teratura nello stesso anno in cui un altro italiano, massone, l’istologo Camillo Golgi, di cui si è oc­cupato da par suo Claudio Bonvecchio, vinceva il premio nobel per la medicina. Il nobel per la let­teratura è stato assegnato cinque volte ad italiani: Grazia Deledda nel 1926, Luigi Pirandello nel1934, Salvatore Quasimodo nel 1959, Eugenio Montale nel 1975 e Dario Fo nel 1997. Fra i cin­que uomini vincitori due massoni, Carducci e Quasimodo, e la figura di Pirandello di cui si parla nell’introduzione. Una vittoria straordinaria per Carducci dato che gli altri candidati erano del ca­libro di Leone Tolstoj. Il barone De Bildt, membro dell’Accademia di Stoccolma, prima nel 1904 e poi nel 1906, aveva proposto la candidatura di Car­ducci e a lui si unirono il conte Ugo Balzani, pre­sidente della società romana di storia patria e il prof. Jhoann Vising, rettore della scuola superiore di Gottemburg. La motivazione del premio reci­tava: “non solo in riconoscimento dei suoi pro­fondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo capo­lavoro di poetica”. Il nobel, caso più unico che raro, gli venne consegnato a Bologna date le sue precarie condizioni di salute, era costretto in car­rozzella, dall’ambasciatore di Svezia. La sera del10 dicembre, il barone De Bildt, passato prima da Londra e poi da Roma, venne prelevato dall’Hotel Brun di Bologna dal marchese Tanari prosindaco che lo condusse a casa Carducci dove lo attende­vano il fratello Valfredo, le figlie Beatrice, Laura, Libertà, i generi Masi e Guaccarini, i nipoti, Vit­torio Puntoni, il prefetto di Bologna, il senatore Pier Desiderio Pasolini con la moglie la contessa Silvia, il marchese Nerio Malvezzi e poche altre persone. La cerimonia fu molto semplice ma par­ticolarmente sentita. Il barone consegnò a Car­ducci un telegramma del re: “Felicitez de ma part Monsieur Giosue Carducci du prix Nobel qu’il asi bien merité”. Carducci ringraziò il popolo sve­dese: “nobile nei pensieri e negli atti”. In quella occasione il barone disse: “la libertà del nostro pensiero non si conturba sotto le volte gotiche ed è perciò che abbiamo sentito che possiamo, senza venire meno alla nostra fede, stendere le mani irriverente omaggio verso di Voi. La severità morale delle vostre liriche, la candida purezza nella quale sorge il vostro canto verso le alte cime, tutta l’au­stera semplicità della vostra vita sono pregi eleva­tissimi, davanti ai quali ci inchiniamo tutti, a qualunque religione o partito a cui apparteniamo. Sono doni di Dio, che sotto qualunque forma ap­parisca, è sempre lo stesso e da lui imploriamo che continui a scendere sul vostro venerando capo la santa benedizione che si chiama amore”. In quella  occasione non fu consegnata la medaglia che in­vece venne data al ministro d’Italia a Stoccolma poi recapitata al Carducci tre giorni dopo da un funzionario della Banca Commerciale. Il consiglio comunale di Bologna inviò al poeta il seguente messaggio: “come la madre affettuosa si gloria del­l’omaggio al suo figlio insigne, Bologna che è vo­stra madre adottiva è superba di voi”.


Si spense due mesi dopo, la notte fra il 15 e il 16febbraio 1907 per un attacco fatale di broncopol­monite. I funerali solenni registrarono una enorme partecipazione popolare e i suoi studenti e i suoi fratelli massoni vegliarono la salma rive­stita delle insegne massoniche. Ricordato anche da numerose logge a lui intitolate in Italia come la n. 103 e la “Ça ira” a Bologna (sonetti carduc­ciani sulla rivoluzione francese), originariamente loggia democratica composta prevalentemente da artigiani, come la 752 a Vibo Valentia, come la n.813 a Roma o la n. 824 a Follonica. Riposa alla certosa di Bologna accanto alla madre, alla moglie, ai figli e vicino alla sua tomba monumentale vi sono quelle di Enrico Panzacchi e il sepolcro di Severino Ferrari, poeta felsineo di “gentile e uma­nissimo cuore”.


TRATTO DA MASSOCICAmente n. 21

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PREMIO NOBEL PER LA FISICA- ENRICO FERMI

ENRICOFERMI

NOBELPERLAFISICA1938

di Massimo Andretta

Enrico Fermi nasce a Roma, in via Gaeta, il 29 set­tembre 1901 da Alberto, impiegato del Ministero delle Comunicazioni, e da Ida De Gattis, inse­gnante elementare. È il terzo genito della sua fa­miglia, dopo la sorella Maria (1899) ed il fratello Giulio (1900), la cui morte prematura, nel 1915,avrà un notevole impatto emotivo ed inciderà con­siderevolmente sul suo percorso formativo. Infatti, Enrico Fermi, forse anche per colmare il grande vuoto che si era creato in lui dopo la dipartita del fratello, comincia a dedicarsi con ancor maggior assiduità di quanto già facesse, fin dall’età di dieci anni, allo studio della matematica e della fisica. Inoltre, questo tragico evento, lo lega ancor di più ad un carissimo amico di studi del fratello, Enrico Persico, suo futuro collega universitario ed altro valente fisico italiano. Mentore nel cammino di studi di Enrico Fermi fu un amico di famiglia e collega del padre, l’ingegner Adolfo Amidei, che presta al giovane Enrico i suoi libri di matematica e fisica, per formargli solide basi matematiche e dargli le nozioni fondamentali della fisica del­l’epoca. In anticipo di un anno sulla normale car­riera scolastica, Fermi si diploma “con onore”, nel luglio 1918, presso il prestigioso Liceo Classico all’Esquilino, allora intitolato ad ”Umberto I  ora“ Pilo Albertelli“). Ed è proprio l’amico di famiglia e mentore Amidei a suggerirgli di provare ad en­trare alla prestigiosa Scuola Normale Superiore si immerge ancor più a capofitto nello studio, impadronendosi rapidamente di un vasto e approfondito incluse le ultime conquiste della Fisica Moderna dell’epoca. A questo proposito, il 31 luglio, scrive  al già ricordato suo amico, Enrico Persico

«Io seguito a fare la mia solita vita: la mattina a Ladispoli e la sera all’ufficio meteorologico. Finiremo i bagni il 10 agosto ma non ti so dire che cosa faremo dopo perché il babbo non sa quando potrà prendere il suo congedo; ti terrò informato. La lettura del Chwolson procede celermente e calcolo di averlo finito tra un mese o un mesee mezzo perché ho trovato circa 1000 pagine da saltare perché le conoscevo»1.

Il “Chwolson” che sta leggendo è il grande “Traitéde Physique” di O.D. Chwolson, un’opera monu­mentale in quattro tomi e 4.350 pagine, nell’edi­zione di Parigi del 1908-1913, che Fermi consulta nell’Ufficio Centrale di Meteorologia, dove era a capo della sezione climatologica il prof. Filippo Eredia, già suo professore al liceo.

Il 22 agosto del 1918, proprio pochi giorni dopo la conclusione dello studio del “Chwolson” da parte di Fermi, esce il bando del concorso di am­missione alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Le modalità di svolgimento delle prove ed i criteri di ammissione alla Scuola sono, all’epoca, un po’diversi dalle attuali, prevedendo la possibilità, ad esempio, di svolgere le prove, a richiesta del can­didato, anche in alcune altre università italiane convenzionate con la Scuola Normale di Pisa. Traesse vi è la Regia Università di Roma, presso la    quale Enrico Fermi chiede di poter sostenere l’esame di ingresso. La data del 28 ottobre, previ­sta per la prima prova scritta, viene però rinviata a causa delle condizioni sanitarie in Italia, ove im­perversa l’epidemia di spagnola, e si tengono il 12novembre successivo (la storia, come vedete, si ri­pete drammaticamente!). Il regolamento del­l’epoca prevede che le prove di ammissione consistano in tre scritti, da svolgersi in giorni suc­cessivi, rispettivamente di Algebra, Geometria e Fisica, ciascuno consistente in una disertazione scritta su un argomento assegnato e nella solu­zione di un problema. Il quarto giorno si sareb­bero sostenuti gli orali. Le prove scritte ed i verbali degli orali devono essere trasmessi a Pisa per la correzione degli elaborati e la valutazione complessiva dei candidati. Dopo l’orale del 15 no­vembre il giudizio su Fermi della commissione ro­mana è eccezionale:

«La commissione è lieta di constatare che il giovane Fermi ha risposto mostrando ampiamente di avere una cultura   superiore di molto a quella che ordinariamente si riscontra negli studenti ottimi di scuole secondarie. Il Fermi ha espo­sto i vari argomenti con molta esattezza, rigore matematico e precisione massima, mostrando completa padronanza degli argomenti anche più recentemente illustrati. […] La Commissione nominata dal signor Rettore per esaminare il giovane Enrico Fermi, aspirante ai posti messi a concorso dalla R. Scuola Normale Superiore Universitaria di Pisa, si è riunita di nuovo oggi 26 novembre 1918 per assegnare i voti agli esami orali sostenuti dal detto giovane Fermi. I  Commissari unanimemente decidono di assegnare i se­guenti voti: Algebra dieci, Geometria dieci, Fisica dieci. E se i regolamenti lo consentissero la Commissione darebbe con plauso la lode. I voti su indicati si riferiscono, si in­tende alla massima votazione. G Pittarelli, F.Raffaele, Fi­lippo Eredia».

A questo proposito, l’amico e collega di Fermi, Emilio Segrè, scrive:

«Tutto il saggio [di Fermi] continua a un livello e con una maestria che avrebbe fatto onore a un esame di laurea universitaria. L’esaminatore, il Prof. Pittarelli, professore di Geometria descrittiva all’Università di Roma, era un buon matematico, un buon pittore dilettante e una ottima persona; naturalmente rimase strabiliato del compito di Fermi e decise di parlare col candidato, per quanto ciò non fosse prescritto dai regolamenti. Alla fine del colloquio Pit­tarelli disse a Fermi che nella sua lunga carriera di pro­fessore non aveva mai incontrato uno studente come lui, che senza dubbio egli era una persona straordinaria, che sarebbe andato molto lontano e sarebbe diventato uno scienziato importante e che per quel che riguardava l’am­missione alla Scuola Normale era sicuro che avrebbe vinto uno dei posti perché era inverosimile che ci potessero essere altri concorrenti dello stesso calibro. Fermi stesso mi rac­conto questi fatti molti anni dopo con ovvia soddisfazione e gratitudine per Pittarelli che lo aveva incoraggiato e gli aveva infuso fiducia nella propria abilita».

La fama del giovane Fermi nasce, in particolare, dal suo famoso compito ammissione di Fisica, lar­gamente e giustamente pubblicizzato (ed ancora un “mostro sacro” fra gli studenti Normalisti di Fi­sica a Pisa). La prova di Fisica, che consiste, come già accennato, in un tema e in un problema, si pre­senta con un tale ordine e precisione da destare meraviglia ed ammirazione in chiunque lo legga. Il tema teorico di carattere generale proposto era: Caratteri distintivi dei suoni e loro cause; il problema,  invece, chiedeva il valore dell’intensità della cor­rente a partire dalla deviazione dell’ago magnetico di una così detta “bussola delle tangenti di Pouil­let-Weber”, uno strumento che, all’epoca, veniva usato per la determinazione sperimentale delle correnti e, in alternativa, del campo magnetico ter­restre. La soluzione di questo problema richiede costruzioni geometriche e calcoli trigonometrici non banali, che Enrico Fermi svolge in due “fogli di brutta”. Ma ciò che desta, ancor oggi, ammira­zione è lo svolgimento del tema teorico di carat­tere generale. L’argomento viene svolto in sette pagine, in cui vengono discusse la produzione e la propagazione del suono, con un dettaglio ed una profondità di argomentazioni e tecniche ma­tematiche difficilmente riscontrabili anche in stu­denti di Fisica agli ultimi anni dell’università. Come sorgente del suono Fermi sceglie una verga elastica incastrata a una estremità, perfetta mente libera dall’altra, che viene fatta oscillare trasver­salmente, la cui trattazione costituisce, già da sola, un problema non banale di fisica matematica.

Nel trattare tale argomento, Fermi sfrutta a fondo le sue conoscenze di fisico-matematica maturate grazie allo studio approfondito, in particolare, di un testo ponderoso, in due volumi, dei primi de­cenni dell’‘800, il Traité de mécanique di Poisson, pietra miliare nel campo.

Come è ovvio, Enrico Fermi vince il concorso per un posto interno alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si iscrive al Corso di Laurea in Fisica dell’Università di questa città. Quattro anni dopo, il 4 luglio del 1922, si laurea, “summa cum laude”, con una tesi sperimentale sulla diffrazione dei Raggi X. Come richiesto dai regolamenti ancora vigenti della Scuola Normale Superiore di Pisa, pochi giorni dopo, il 7 luglio, consegue anche il Diploma di Abilitazione di detta Scuola, con una tesi dal titolo “Un teorema di calcolo delle proba­bilità ed alcune sue applicazioni”. Le eccezionali doti e capacità di Enrico Fermi in ambito scienti­fico sono confermate anche dal fatto che, ancora studente universitario, pubblica diversi lavori teo­rici di Elettrodinamica e Relatività Ristretta, ar­gomento, quest’ultimo, che ben pochi, all’epoca, e non solo in Italia, comprendevano anche solo superficialmente.

Una volta laureatosi, ritorna a Roma, ove incontra il professor Orso Mario Corbino, evento decisivo per la sua futura carriera scientifica, e non solo. Corbino è Senatore del Regno, Professore di Fisica Sperimentale e Direttore dell’Istituto di Fisica della Regia Università di Roma. Corbino, con grande lungimiranza, è interessato allo sviluppo scientifico del suo Istituto e capisce di aver trovato in Fermi l’elemento adatto per il suo progetto. Di­venta subito il nume tutelare del giovane fisico, tanto che, nel 1923, lo fa accogliere nella sua stessa Loggia Massonica, l’”Adriano Lemmi”, al­l’epoca all’obbedienza di Piazza del Gesù, poi pas­sata sotto il GOI dopo la fine della II Guerra Mondiale.

Nello stesso anno, sempre con l’appoggio di Cor­bino, che era anche membro della commissione esaminatrice, ottiene una borsa di studio per l’estero del Ministero della Pubblica Istruzione. Si reca allora, per alcuni mesi a Gottinga, presso quello che diventerà, dopo pochi anni il famoso “Istituto Max Born”. Qui estende la sua rete di co­noscenze con i maggiori fisici del tempo, ma il suo soggiorno risulta, forse, un po’ in anticipo sui tempi dello sviluppo delle conoscenze scientifi­che. Infatti, le importanti ricerche sulla nuova Meccanica Quantistica partiranno solo nel 1925con Werner Heisenberg, e saranno poi estese in collaborazione con lo stesso Born, e Pasqual Jor­dan. Al suo ritorno a Roma, Fermi tiene, per inca­rico, il Corso di Matematica per i Chimici per l’A.A. 1923-1924. Nell’autunno del 1924, usu­fruendo di una borsa di studio della Rockefeller Foundation, si reca per tre mesi a Leida, dove sta­bilisce ottimi rapporti con Paul Ehrenfest, rice­vendo utili stimoli per il suo coinvolgimento in problemi di Meccanica Statistica. La visita a Leida di Fermi è accuratamente preparata da Vito Vol­terra, un altro fisico massone, che si occupa non solo di ottenere l’assenso della Rockefeller Foun­dation per l’appoggio finanziario, ma scrive anche personalmente a H. A. Lorentz per favorire i con­tatti di Fermi con Paul Ehrenfest e con i laboratori sperimentali di Heike Kamerlingh Onnes e Wil­lem Hendrik Keesom. Negli anni accademici1924-25 e 1925-26 Fermi riceve l’incarico di Fisica Matematica e Meccanica Razionale presso l’Uni­versità di Firenze, ove ritrova, fra l’altro, il suo compagno di studi a Pisa, Franco Rasetti. Nel 1926 vince il concorso per la neoistituita cattedra di Fi­sica Teorica presso la Facoltà di Scienze dell’Uni­versità di Roma, voluta proprio per lui da Orso Mario Corbino. In questa nuova sede, Enrico Fermi aggiunge, alla sua instancabile attività di ricerca, anche un’intensa ed encomiabile opera di maestro, con l’intento, sostenuto dal suo nume tu­telare, di creare una Scuola Italiana di Fisica. Si costituisce così, negli anni 1926-38, all’Istituto di Fisica di via Panisperna, il famosissimo omonimo gruppo che vede fisici teorici, quali: U. Fano, B. Ferretti, G. Gentile jr., E. Majorana, L. Pincherle, G. Racah, G. C. Wick, accanto a sperimentali quali: M. Ageno, E. Amaldi, E. Fubini- Ghiron, B.Pontecorvo, E. Segrè.

Il 18 marzo 1929, Enrico Fermi viene nominato trai primi trenta membri della neocostituita Accade­mia d’Italia. Ritroviamo testimonianza della sua soddisfazione per tale nomina in una pagina di un suo quaderno di appunti di ricerca custodito alla Domus di Pisa, ove scrive a caratteri maiuscoli con la matita blu la frase: “A – VII – 18-3-29 – INCIPITVITA NOVA | GAUDEAMUS IGITUR”. Si tratta di

una delle pochissime manifestazioni personali in un quaderno di ricerca di Fermi, dove egli ri­prende, nell’appropriato contesto “accademico”, le parole di un inno goliardico certamente appreso negli anni di studio a Pisa: “Gaudeamus igitur, Iuve­nes dum sumus”. Tra l’altro, una sagace astuzia del Regime era stata quella di garantire agli Accade­mici d’Italia non solo simbolici diritti di prece­denza nelle cerimonie ufficiali (subito dopo il Vice Avvocato Generale dello Stato), ma anche una sorta di congrua prebenda di ben 36.000 Lire annue, corrispondenti a circa il doppio dello sti­pendio di un professore universitario.

Cercare di sintetizzare la vastissima attività scien­tifica di Enrico Fermi, dai primi anni ’20 fino alla data della sua morte prematura, nel 1954 (a causa di un tumore allo stomaco, forse conseguenza, come per molti altri fisici del tempo, proprio dei suoi esperimenti con sostanze radioattive) non è certo compito facile. Possiamo, comunque, tentare di suddividere la sua produzione scientifica in tre distinti periodi, a seconda dei differenti argomenti prevalentemente studiati, nel corso degli anni, da questo eccelso scienziato e grande didatta. I lavori svolti nei primi anni, dal 1921 al 1933, sono circa un’ottantina: oltre ad alcune questioni di Relati­vità Ristretta ed Elettrodinamica, riguardano, es­senzialmente, problemi di Fisica Atomica, Molecolare e dello Stato Solido. Di tali lavori, in­dubbiamente il più importante è quello, scritto a Firenze, sulla statistica di particelle indistinguibili ed anti-simmetriche, come definite all’epoca dallo stesso Fermi, che da allora prende il nome di “Sta­tistica di Fermi-Dirac” (essendo P.A. M. Dirac un altro grande fisico del ‘900 che giunse, per altre vie, alle medesime conclusioni del collega ita­liano). È, poi, sempre dei primi anni ’30 la formu­lazione di Enrico Fermi dell’Elettrodinamica Quantistica secondo un approccio che si rifà a con­cetti che costituiranno la base della così detta “Se­conda Quantizzazione”, usata in tutte le trattazioni successive, fino ai giorni d’oggi, non solo del­l’Elettrodinamica Quantistica, ma di tutta la così detta “Teoria Quantistica dei Campi”. Bastereb­bero, invero, solo questi primi lavori per annove­rare Enrico Fermi tra i grandi scienziati del XX secolo.

Il secondo periodo della sua attività scientifica può essere collocato tra il 1933 ed il 1949. È il pe­riodo della Fisica Nucleare e delle sue applica­zioni, che si apre con, forse, il più celebre dei lavori dello scienziato italiano, quello sulla teoria della disintegrazione “beta” dei nuclei radioattivi(vale a dire con emissione di un elettrone carico negativamente da parte di un nucleo atomico).Teoria, quella di Fermi, che costituisce, ancor oggi, il fondamento delle trattazioni delle così dette “In­terazioni Deboli”. Da questo lavoro, e sotto la spinta delle ricerche dei coniugi Curie a Parigi sulla radioattività indotta su elementi leggeri, “I Ragazzi di via Panisperna”, sotto la guida di En­rico Fermi, giungono, nel 1934, alla scoperta della radioattività artificiale indotta dai “neutroni lenti”. Scoperta per la quale il fisico italiano riceve il Pre­mio Nobel nel 1938.

E questo anche il periodo del “ripensamento” di Enrico Fermi nei riguardi delle posizioni politiche del fascismo in Italia, che culmina, nel 1938, con l’accettazione di una cattedra alla Columbia Uni­versity. Si ricordi che, in quell’anno, sono promul­gate, in Italia, le leggi raziali che colpiscono direttamente la famiglia di Enrico Fermi, la cui   moglie era di origine ebrea. Fermi riceve il premio il 10 dicembre, durante una cerimonia che desta anche scandalo e polemiche in Italia, in quanto il fisico non si presenta, alla consegna del premio, con i paramenti da Accademico d’Italia, ma in semplice tight. Anche la sua “lectio magistralis” ed il discorso alla cena ufficiale di festeggiamento per il conferimento del Nobel vengono giudicati, da molta stampa italiana, assolutamente “poco apologetici” e riguardosi nei confronti dell’Italia. Di fatto, il 2 gennaio 1939 i coniugi Fermi sbar­cano in America ove risiederanno fino alla morte di Enrico Fermi.

In America, Enrico Fermi riprende il suo lavoro di maestro e ricercatore con la stessa “ragionata aggressività” di fronte ai problemi ancora insoluti della nascente Fisica Nucleare del tempo. Fermi pubblica alcuni fondamentali lavori sulla fissione dell’Uranio nel 1939, ma oramai è ben chiaro che se fosse stato possibile innescare una reazione a catena con elementi fissili, questa avrebbe potuto produrre una quantità elevatissima di energia che sarebbe stata possibile impiegare sia per scopi pa­cifici, sia bellici. Intuizione, questa, che forse ebbe, primo fra tutti e con notevole capacità di preveggenza, l’allievo indubbiamente più promet­tente di Enrico Fermi fra “I Ragazzi di via Pani­sperna”, Ettore Majorana che scompare, misteriosamente, senza lasciare alcuna traccia, il26 marzo 1938.

La guerra è già in atto in Europa e si sta esten­dendo in tutto il resto del mondo; i risultati delle ricerche nucleari vengono, pertanto, considerati di importanza militare strategica e secretati. Fermi ed il suo gruppo lavorano per il Governo degli Stati Uniti, prima alla Columbia University, poi, dal1942, all’Università di Chicago, dove, il 2 dicem­bre dello stesso anno, entra in funzione la prima pila nucleare progettata e costruita dal fisico ita­liano. Dopo tale successo, che trasforma la così detta “Neutronica” da un complesso capitolo della Fisica Nucleare in un’importante branca dell’In­gegneria, con notevoli e complesse implicazioni industriali, economiche e sociali, Enrico Fermi si dedica allo sviluppo e perfezionamento della Pila Atomica. Questo fino all’inverno del 1944 quando si trasferisce, in qualità di consulente generale, a Los Alamos, presso i laboratori del così detto “Progetto Manhattan” per la costruzione, sotto la guida di J.R. Oppenheimer, delle prime Bombe Atomiche.

Finita la guerra, Enrico Fermi torna a Chicago ove, nel gennaio 1946, viene nominato Professore e Membro dell’Institute of Nuclear Studies. Istituto che, dopo la sua morte, prenderà il suo nome. A Chicago, Fermi continua, fino al 1949, lo studio delle applicazioni dei “Neutroni Lenti”, ora pro­dotti, con ben maggiore intensità di quanto avve­niva in Italia, per mezzo di un reattore nucleare. Con l’entrata in funzione, nel 1951, del nuovo ci­clotrone da 450 MeV9dell’Università di Chicago, inizia il terzo periodo dell’attività scientifica di Enrico Fermi, questa volta focalizzata allo studio delle proprietà di nuove particelle, i mesoni π,detti anche “Pioni”. Anche in questo nuovo campo Fermi e collaboratori ottengono notevoli risultati: basti ricordare la scoperta della produzione, nel­l’urto pione-protone, della prima, così detta, “ri­sonanza”, poi chiamata, in seguito, (1236).

Anche a Chicago, Fermi affianca la sua attività di ricerca all’opera instancabile di docente, guida e maestro di una nuova generazione di scienziati; egli crea qui, per la terza volta nella sua vita, una nuova scuola di fisica, incentrata sullo studio delle nuove particelle elementari. Tra gli allievi di que­sto periodo spiccano fisici teorici quali: G. Chew, M.L. Goldberger, T.D. Lee, C.N. Yang e fisici spe­rimentali quali: W.O. Chamberlain, A. H. Rosen­feld, J. Orear, J. Steiberger, e C.A. Wattenberg, noti alle generazioni successive di fisici delle par­ticelle elementari. Negli anni del primo dopo­guerra, Enrico Fermi torna anche in Italia. La prima volta, al Congresso Internazionale sulla Ra­diazione Cosmica, che si tiene a Como nell’estate del 1949. Fermi ritorna poi, per l’ultima volta, nella sua patria di origine, nell’estate del 1954 pertenere un corso (indimenticabile per i fortunati partecipanti in quanto a contenuti scientifici e la chiarezza espositiva) sulla Fisica dei Pioni, alla Scuola Estiva di Varenna10. Ma la sua salute è già irrimediabilmente minata. Rientrato a Chicago, si sottopone ad un intervento chirurgico esplorativo che, purtroppo, sancisce il referto nefasto ed ine­luttabile del male che lo consuma già da troppo tempo. Anche in questa circostanza, pianamente consapevole del suo destino, affronta l’ultima prova della sua vita con la sua abituale calma e se­renità. La morte lo coglie nella sua abitazione, nei pressi dell’Università di Chicago, il 29 novembre del 1954.

È molto difficile, e forse anche privo di senso, cer­care di esprimere un giudizio su Enrico Fermi, scienziato, uomo e massone. Come rari altri gi­ganti del passato, quali Newton e Maxwell, da scienziato egli ha saputo riunire, forse ultimo dei grandi, competenze e notevoli capacità sia teori­che, sia sperimentali. Dote, tra l’altro, non co­mune, è stato anche un formidabile didatta, non solo per le sue capacità espositive, la logica del suo pensiero, la sicurezza nel calcolo matematico, ma, soprattutto, per la sua capacità di sviscerare gli argomenti in modo chiaro e completo, senza la­sciare nulla in ombra o esplicitato solo parzial­mente. Alcuni sui testi, quali laTermodinamica12, sono tutt’oggi studiati nei corsi universitari di Fisica. Oltre a circa una decina di testi monografici e specialistici, le sue note e le sue memorie originali sono state raccolte in due vo­lumi di oltre duemila pagine13, che costituiscono il più valido monumento ad un genio quale quello di Enrico Fermi. Dal punto di vista più pretta­mente scientifico, forse, si può osservare come la sua dedizione assoluta alla ricerca abbia fatto sì che egli abbia mostrato uno scarso interesse agli aspetti più epistemologici della Fisica, in gene­rale, e della Meccanica Quantistica in particolare. Ma la sua assenza nel dibattito sulla Filosofia della Fisica, in generale, forse è dovuta anche alla sua prematura dipartita.

Le vicende personali e gli avvenimenti storici hanno fatto sì che ci pervenissero solo scarse prove documentali dell’attività di Fermi come Massone. Resta tuttavia la testimonianza di tutta la sua vita, per chi sappia leggere le doti profonde di Vero Ini­ziato di Enrico Fermi: un’esistenza, la sua, im­prontata alla calma ed alla serenità, dedicata tutta allo studio della Natura, alla ricerca di quelle schegge del Grande Architetto che riverberano nelle pieghe più profonde dell’Universo. Un grande scienziato, come ho scritto, forse l’ultimo dei grandi, capace di coniugare le riflessioni teo­riche con gli aspetti pratici sperimentali, ma anche un grande Maestro, conscio dell’importanza di co­stituire, al di là delle ricerche personali, una va­lida scuola di nuove generazioni di giovani ricercatori. E queste sono, indubbiamente, le te­stimonianze migliori che un Massone possa dare di sé, in tutta la propria vita, ben oltre ed al di là delle ritualità dei Lavori di Loggia.

TRATTO DA MASSOCICAmente n. 21

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PREMIO NOBEL PER LA LETTURATURA- SALVATORE QUASIMODO

SALVATOREQUASIMODO

NOBELPERLALETTERATURA1959

di Giovanni Greco

La famiglia e un’“infanzia errata”

Salvatore Giuseppe Virgilio Francesca Quasimodo nacque il 20 agosto 1901 a Modica che era uno dei tre circondari in cui era divisa la provincia di Si­racusa. Nel 1927 il regime fascista abolì i circon­dari e Modica passò all’interno della provincia di Ragusa. Il futuro poeta, autodefinitisi “modicano dei monti”, così descriverà la terra di Modica: “lamia terra è nei fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache”. A Modica vi è il Museo casa natale di Quasimodo con lo studio milanese, una camera da letto, la scrivania e una macchina da scrivere Olivetti.

Salvatore era il secondogenito di Clotilde Ragusa e di Gaetano, con tre fratelli Enzo, Ettore e Rosina e venne battezzato nella parrocchia di Maria SS. del Rosario di Allume e a battezzarlo fu mons. Francesco Maria Di Francia, fondatore delle Suore  Cappuccine del Sacro Cuore di Roccalumera alla  presenza anche della levatrice Carmela Mazzullo.  Da Roccalumera proveniva la famiglia paterna e sua nonna paterna, Rosa Papandreu, veniva da Pa­trasso ed era figlia di profughi greci. La madre Clotilde per Quasimodo rappresentò una riconci­liazione antica, fu l’essenza di un pianto ellenico, fu dolore, fu pietà, fu vita. Salvatore la salutò così: “Il tuo sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori. Addio, cara, addio, mia dulcissima madre”.

Roccalumera, il paese del padre, era il luogo in cui Salvatore ragazzino andava in estate e in spiaggia per fare i bagni e per meditare, “come fanno i gio­vani, tragicamente”. Mentre per Sciascia “la mia terra, la mia Sicilia è Racalmuto” (villaggio morto per gli arabi), per Quasimodo “la mia terra è sui fiumi stretta al mare, è il mare di Siracusa, la foce dell’Imera, i pianori d’Acquaviva, la spiaggia di Roccalumera” (cfr. Salvatore Quasimodo e Roccalumera a cura di Carlo e Federico Mastroeni).

La giovinezza sotto la torre Saracena di Roc­calumera

In gioventù seguì i trasferimenti del padre capo­stazione delle ferrovie, da Roccalumera a Gela, da Acquaviva a Trabia, da Aragona Caldara a Licata, ma la sua vita durante l’infanzia si legò soprattutto alla città di Messina dove visse dolorosamente l’esperienza del terremoto del 28 dicembre 1908.Salvatosi a stento con la famiglia visse per qualche mese in un carro merci. Il padre aveva infatti il compito di riorganizzare la stazione ferroviaria, e non essendoci containers o altre soluzioni, ven­nero usate come abitazioni, in primis per i ferro­vieri, vagoni ferroviari dismessi. Non dimenticherà mai le devastazioni, i morti e le fu­cilazioni degli sciacalli sorpresi a rubare. Salva­tore da ragazzo ha sofferto anche la fame, come si evince chiaramente dalla poesia “Fame”: “Fame, da tempo presso il mio giaciglio! Umile, t’accolsi, ché non covo rabbia per alcuno, umile, che è sem­pre stato poco il mio pane”. Il ricordo di quel tempo con la conseguente “scienza del dolore” fu rivissuto poi anche in una poesia dedicata “Al padre”: “Dove sull’acqua viola era Messina, tra fili  spezzati e macerie, tu vai lungo binari e scambi col tuo berretto di gallo cedrone. Quel rosso del tuo capo era una mitria, una corona con le ali d’aquila””. Ora qui ti dico “ciò che non potevo un tempo, come il campiere dice al suo padrone: “Ba­cia mu li mani”. Questo, non altro”.

Il fratello Enzo, un po’ più grande di lui, nato nel1899, morì prematuramente per una grave malat­tia. Salvatore allora gli dedicò una poesia: “Vicino a una torre saracena, per il fratello morto”, doveri evocò la sua giovinezza e il forte legame con Enzo. A Roccalumera esiste un’antica torre di guardia (di recente restaurata), un’antica torre che risale al mille, costruita durante la dominazione araba, detta la torre saracena, che in caso di al­larme comunicava con le torri vicine con gli spec­chi di giorno e col fuoco di notte, poi si suonavano le campane e partivano dei messi per avvisare gli abitanti delle contrade più lontane dalla costa. Latorre quand’erano piccini era stata il punto d’in­contro di Salvatore, di Enzo con i loro amichetti. Per tanto tempo di fronte alla torre vi era una lo­canda dove si recavano i viaggiatori italiani, ma soprattutto inglesi, scozzesi e tedeschi. In quella poesia Salvatore ricorda così il fratello: “Il tuono tetro su dall’arcobaleno d’aria e pietra all’orecchio del mare rombava una infanzia errata, eredità di sogni a rovescio”, mentre la sorella Rosina, nata nel 1905, nel testo Tra Quasimodo e Vittorini dice di Totò “non ricordo che studiasse, ma leggeva di                                                                                                                                                                                                                                                                   tutto. A scuola era bravissimo e i suoi temi veni­vano sempre letti a tutta la classe

La koiné ermetica

Conseguì poi la licenza fisico-matematica presso un istituto tecnico e nel 1919 si trasferì per breve tempo a Roma dove si iscrisse alla facoltà di Agraria facendo i lavori più svariati per mantenersi agli studi, da commesso in un negozio di ferramenta a impiegato della Rinascente. Ebbe in quel periodo professori di lettere straordinari quali monsignor Mariano Rampolla Del Tindaro, nello stato del Va­ticano, pronipote dell’omonimo cardinale segreta­rio di stato di papa Leone XIII a cui Quasimodo penserà sempre con accorata devozione: “Mariano Rampolla è stato per lunghi anni anche a me in­comparabile amico di studi, di conversazioni, di ministero, di preghiera, amico dell’anima, e lo porto nel mio cuore con affettuosa memoria e con devota riconoscenza”. Non dimenticherà mai quando andò via dalla casa paterna: “quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca” e che non c’è ”tempo nemmeno perla madre, quando chiama la strada, e ripartivo, chiuso nella notte, come uno che tema all’alba direstare”. In fondo lui che aveva un nome da tro­vatello quasi modo geniti infantes, introito gregoriano dalla liturgia pasquale dalla prima lettera di Pie­tro, fu un “trovatello” anche nella costruzione dei fondamenti della sua vena poetica. Sin da allora cominciò a sviluppare un suo autonomo linguag­gio poetico liberando una sensualità molto pro­nunciata e con “Oboe sommerso” diede inizio al suo ermetismo. In quel contesto celebrò anche Apollo, il dio del sole e Ulisse, l’esule per eccel­lenza, scrivendo in modo essenziale e suggestivo, attuando una sorta di completo ribaltamento del decadentismo dannunziano. Secondo Pier Vin­cenzo Mengaldo, filologo e storico della lingua ita­liana, Quasimodo cercò di attuare una sorta di “Koinè ermetica capace di cogliere gli aspetti del mediterraneo e della sua isola”. L’accentazione del cognome mutato in sdrucciola risale a quel pe­riodo.

La massoneria, il perfezionamento indivi­duale e l’imperativo “rifare l’uomo”

Già nel 1922 lo troviamo di ritorno in Sicilia dove il 31 marzo venne iniziato nella loggia “Arnaldo da Brescia” di Licata a ventuno anni, dove già era libero muratore il suo papà. Al riguardo la figlia Rosina così ricorda gli orientamenti del padre: “A Roccalumera, feci la prima comunione. Papà era contrario, apparteneva alla massoneria, “la cricca” diceva mia madre che non vedeva volentieri il suo assentarsi ogni venerdì sera”. Il padre Gaetano Quasimodo era fraterno amico di Luigi Occhi­pinti, in massoneria dal 1908, e di Ludovico Fulci, esponente lato mistico di rilievo. In particolare Luigi Occhipinti, zio di Giorgio La Pira, faceva parte di un cospicuo gruppo di commercianti e imprenditori messinesi strettamente connessi col presidente della camera di commercio Francesco Saccà, M.V. della loggia “Mazzini e Garibaldi”. Successivamente il Goi gli dedicò una loggia a Li­cata, la loggia n. 1059 col suggello delle sue pa­role: “Un raggio mi chiude in un centro buio, ed è vano che io evada” sulla base della sua convin­zione: ”rifare l’uomo, questo è il punto”. Quasi­modo era un fr. interiormente incatenato al tempio, avvinto dalle tornate con i fr. e dal grande peso simbolico della pietra da levigare (cfr. In pie­tra mutata ogni voce di M. Rocchi, Catania 2020), co­stantemente capace di avvertire l’angustia del tempio quando si chiudeva in se stesso.

Sin dai primordi della sua esperienza massonica individuò nella parola lo strumento principale(“io non sono un mercante della parola”), la parola per sgrossare la pietra grezza per farla diventare  cubica, la parola e la poesia, in una terra, la Sicilia, veramente straordinaria anche sotto questo pro­filo. Dagli antichi letterati, poeti e scrittori, da Gio­vanni da Lentini a Domenico Tempio, da Luigi Capuana a Giuseppe Pitrè, da Tommaso Canniz­zaro a Giovanni Meli, da Enrico Onufrio a Gio­vanni Formisano, da Federico De Roberto a Luigi Pirandello, da Tomasi di Lampedusa a Ignazio Buttitta, da Vitaliano Brancati a Elio Vittorini, da Gesualdo Bufalino a Leonardo Sciascia, da Andrea Camilleri a Vincenzo Consolo, da Grazia Deledda ad Alessio Di Giovanni, da Santo Calì a Mario Ra­pisardi, da Arrigo Testa a Giacomo Giardina, da Ruggierone da Palermo a Lucio Piccolo, da Gio­vanni Alfredo Cesareo a Giovanni Verga: un pa­trimonio unico a livello mondiale. La parola sgrossata, “tu vedi che per sillabe mi scarno”, la parola il suo grimaldello per cogliere la condi­zione umana cercando sempre di andare alla ri­cerca della parola perduta. Non casualmente Sergio Solmi parla della sua poesia la cui “cellula elementare è la parola” e ciò si evince anche dal carteggio Quasimodo-La Pira (siciliano di Poz­zallo) all’interno del simbolismo iniziatico “per ri­fare l’uomo, questo è il problema capitale”. Nelle sue poesie degli anni trenta, “Mai ti vinse notte così chiara” e “Parola”, l’iniziazione e la sgrossa­tura della pietra grezza, attuata da Quasimodo mediante il verso poetico, rappresentano la congiunzione della sensibilità siculo-latomistica alla sensibilità greca. Quasimodo dunque avvertì grande affinità dunque con i lirici greci: Alceo, Anacreonte, Saffo entusiasmandosi per la loro im­mediatezza, per la spontaneità, per la suggestione che sapevano creare e per la straordinaria capacità  di andare all’essenza delle cose. Enorme fu quindi la sua attività di traduttore, esercitata su autori come Ruskin, Eschilo, Moliere, Euripide, Eluard, Neruda con cui strinse una forte sintonia perso­nale. In questo contesto Quasimodo, si ripromette con la sua parola poetica, di promuovere il perfe­zionamento individuale, il perfezionamento di una comunità spirituale tentando di riscoprire  dentro di sé la forza del sacro puntando a un cen­tro interiore, alla totalità, alla totalità dell’essere, a quella “imparlabile totalità a cui sempre si sono rivolti i mistici e gli illuminati di ogni epoca”(Claudio Bonvecchio) ai fini di “una nuova sensi­bilità spirituale”. Proficuo fu anche sotto il profilo latomistico il rapporto di Quasimodo con un ar­meno esule in Puglia, Hrand Nazariantz, dopo il genocidio armeno: “battello d’esilio, dove rechi l’anima peregrina?”. Nazariantz appartenne alla G.L. Nazionale Italiana che il 20 settembre 1923 lo elesse 1° G. Sorvegliante, ebbe a scrivere, al ri­guardo dell’appartenenza massonica: “Essere fra­telli, dividere il pane e il cuore, il destino della vita, il destino dell’anima nell’onore e nell’orgo­glio di soffrire”.

L’amata Sicilia come “dolore attivo”

Quasimodo allorquando si allontanò dalla sua terra natia e scrisse “Bacia la soglia della tua casa” perché la sua casa, la sua terra natia rappresenta­rono sempre il faro luminoso della sua esistenza: “Di te amore m’attrista mia terra, se oscuri pro­fumi perde la sera d’arancio d’oleandri, sereno cammina con rose il torrente che quasi ne tocca la foce”. Amore per la sua isola che produce anche, per dirla con Gesualdo Bufalino, in solitudine:“ Isole che ho abitato/ verdi su mari immobili/d’al­ghe arse, di fossili marini/ e spiagge ove corrono in amore/ cavalli di luna e di vulcani”. Grande cura verso le immagini e la gente della sua terra: ”Scende la sera: ancora ci lasciate/o immagini care della terra, alberi/ animali, povera gente chiusa/dentro i mantelli dei soldati, madri/ dal ventre inaridito dalle lacrime”. Nel 1958 ebbe il premio Viareggio per “La terra impareggiabile” intesa in quel “gettarmi alla terra, quel/ gridare alto il nome del silenzio/ era dolcezza di sentirmi vivo” (“Maiti vinse notte così chiara”). Anche qui Quasimodo fece molto spesso i conti con una sua particolare tristezza esistenziale e con la consapevolezza della sua precarietà, e per un ristoro dell’anima, ogni  volta che poteva attraversava lo stretto per rive­dere gli amici della sua terra, dando vita a “Vento a Tindari” e dando inizio al mito dell’esilio ricor­dato poi da Luciano Anceschi come “un rimpianto estenuato di luce edenica”.

Le sue formazioni: un arabo che cantava da greco

Si trasferì poi a Firenze nel 1929 dietro sollecita­zione di Elio Vittorini che aveva sposato sua so­rella, che lo aveva in grande considerazione e che intendeva valorizzarlo a livello nazionale tant’è che già l’anno dopo le Edizioni di Solaria stampa­rono Acque e terre (Firenze 1930). La raccolta incon­trò opinioni diversificate, da quelle perplesse di Montale che parlava di abilità più che di poesia vera e propria a quelle più generose di Vittorini che parla di una poesia “che si forma parola per parola levandosi di dosso la materia”. Anche quando nel 1931 venne trasferito al Genio civile di Imperia, frequentando spesso i circoli genovesi unitamente a Camillo Sbarbaro e Angelo Barile, incocciò in critiche severe, come quella di Giu­seppe de Roberto che scrive di una “destrezza ver­bale” che a volte si trasforma in non-senso. Sondrio fu l’ultima tappa allorquando lasciò il la­voro di geometra per seguire appieno la passione della sua vita. Proprio nel 1931 Montale recensì con maggiore profondità il giovane poeta soste­nendo che non si poteva negare a Quasimodo “di­gnità di ricerca” con una evoluzione evidente che Quasimodo nel 1968 dall’abilità per sfociare nella poesia, mentre un Cesare Zavattini da lui avvinto, lo fece entrare nella redazione de “Il tempo” (cfr. Colloqui. “Tempo”1964-1968) perché condivideva l’idea che per Qua­simodo non era “un’abitudine o un mestiere, ma rappresentava la strada più completa per la cono­scenza di noi stessi”.

Anche Eugenio Scalfari racconterà di Quasimodo sostenendo che “era un poeta che mi piaceva molto, così lo conobbi e diventammo amici”. Per Scalfari la traduzione dei lirici greci, la creazione al riguardo di un’opera innovativa e originale ri­mane il punto più alto della sua opera e quando glielo disse, Quasimodo rimase perplesso. Poi tempo dopo: “Ho riletto i miei lirici greci, se mi daranno il nobel forse me lo daranno per questo”. In realtà le sue traduzioni dei lirici greci (1940)per la semplicità, l’originalità e la purezza, rappre­sentarono uno dei vertici più alti della sua produ­zione.

Quasimodo e Giorgio La Pira, l’operaio dei sogni e l’operaio del vangelo

Dal 1941 al 1968 insegnò letteratura italiana presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Dopo essersi formato all’interno della poesia er­metica, via via diede espressione alla sua visione di terra, di mare, di stagioni, di personaggi. Fu in particolare in questo periodo che strinse amicizie intellettuali di rilievo da Carlo Bo a Salvatore Pu­gliatti, compagno di banco di suo fratello Ettore e primo critico della sua poesia, a Giorgio La Pira che lo invogliavano a più impegnative prove poe­tiche inducendolo anche a creare la rivista “Nuovo giornale letterario” fondata su un simbolismo par­ticolarmente eclettico (e dove collaborò con Lio­nello Fiumi, Filippo De Pisis e Giuseppe Villaroel) a Renato Guttuso, il migliore illustratore della sua poesia date le comuni affinità elettive -entrambi una sorta di fico d’india, spinosi fuori e dolci dentro – come poi sosterrà Salvatore Pugliatti  in una intervista del figlio Alessandro. Giorgio La Pira, l’”operaio del vangelo”, gli scrisse: “la parola ti serva per imprigionare l’infinito nei tuoi versi… un verso perfetto è un frammento di eternità” e cosa vi è di più perfetto di “E fu subito sera”?

In un carteggio che ebbi col sindaco di Firenze per ben otto anni, sino alla sua morte avvenuta alla fine del 1977, perle preziose per la costruzione del mio orizzonte culturale – si favoleggiava di un mio viaggio nel Minas Gerais, terra assai cara anche ai campani fra fine ottocento e inizi novecento – una volta beffardamente mi scrisse che era partito, alla mia stessa età di allora, da posizioni rigidamente anticlericali e non casualmente Giuseppe Miligiricorda che il notaio Nunzio Arrigo affermò che un giovanissimo Giorgio La Pira rifiutò ad un prete l’ingresso in casa per la tradizionale benedizione pasquale con le esatte parole: “Grazie reverendo. Non costumiamo” (cfr. Gli anni messinesi di Giorgio La Pira, Milano 1980). Da lì il suo cammino spiri­tuale fu lungo e lo portò lontano, fino a Mosca, nel1959, allorquando parlando al Soviet Supremo disse che dopo che i sovietici si erano liberati del cadavere di Stalin dovevano sbarazzarsi del cada­vere dell’ateismo. Poi “il sindaco santo”, nel 2018, verrà dichiarato Venerabile da papa Francesco.

Quasimodo e Alfonso Gatto, amici per la …terra

Un rapporto molto intenso Quasimodo lo ebbe con il poeta salernitano Alfonso Gatto, anch’egli attratto dall’ambito ermetico. Gatto sostiene che gli piace pensare che Quasimodo nei suoi versi più ermetici abbia voluto annodare malamente un punto del suo variopinto tappeto orientale per consentire alla trama poetica di liberarsi e di per­mettere ai fili di volar via scomponendosi nel ven­taglio acuminato dell’impermanenza. Per Quasimodo come per Gatto centrale è il rione, il quartiere, i banchetti delle sigarette di contrab­bando, la bella sartina, la ricamatrice, volti, volti da guardare, volti da rispettare, volti da accarez­zare “perché ogni uomo è nato qui con la sua vitae l’ama dentro e la contende ai morti, alle pietre, alle chiese” (A. Gatto). Per entrambi sono i vasci aperti con una bambola sul letto delle prostitute, i portieri degli stabili seduti come statue a fumare e ad osservare, donne che lavorano a maglia nei vicoli, pescatori che rammendano le reti raccon­tandosi il mare, l’arrotino con le sue grida, i ven­ditori ambulanti di caldarroste e di lupini, il chiosco dei gelati a limone, i panni stesi, i gatti, gli scugnizzi. Quasimodo amava sin anco la figura del carrettiere “visibile, invisibile il carrettiere all’orizzonte, nelle braccia della strada chiama ri­sponde alla voce delle isole”. Quante consonanze fra Gatto di “Isola” 1932 o “Morto ai paesi” 1937e l’”Oboe sommerso” di Quasimodo, entrambi aspirano “alla creazione di ritmi e assonanze in­terne” (C. Segre) e con l’uso potente del dialetto -“sentu a voci arraggiata di stu mari”. Gatto e Qua­simodo erano tutti e due polemici ed irritabili (come ricordato da Andrea Camilleri in un’inter­vista), dotati di una carica di pietà umana che li “aiutava a liberarsi di qualunque risentimento”. Entrambi inneggiano al sud e in particolare Qua­simodo: “Oh il sud è stanco di trascinare morti in riva alle paludi di malaria, è stanco di solitudini, stanco di catene, è stanco nella sua bocca di be­stemmie di tutte le razze che hanno urlato morte con l’eco dei suoi che hanno bevuto il sangue del suo cuore”. Entrambi morirono in una macchina lontani da casa, Gatto in un terribile incidente stradale e Quasimodo mentre lo trasportavano, ormai in fin di vita, in un ospedale napoletano.

Quasimodo e Cantatore, l’imbianchino distanze

Quasimodo conobbe a Milano Domenico canta­tore (1906-1998) di Ruvo di Puglia intorno al1924, entrambi con le valige di cartone, uno con la passione per la poesia, l’altro per la pittura. Abitavano con Alfonso Gatto e Leonardo Sini­sgalli in una soffitta, la “cupola”. Fu Quasimodo a convincere l’amico Domenico a scrivere i suoi sentimenti e i suoi pensieri, quelli che trasuda­vano dai quadri e dai suoi disegni, la “tenerezza umana” ch’era capace di marchiare sulle sue tele. Fu così che Cantatore dal 1935 al 1938 pubblicò racconti sulla rivista L’ambrosiano e poi Quasi­modo dedicò all’amico la prefazione della raccolta Il bacio e altre storie e Cantatore ricambiò con belle illustrazioni con acqueforti del volume Uomo del mio tempo. Cantatore, amico carissimo di Hrand Nazariantz, poi nel 1944 scrisse anche “Il pittore di stanze” e nel 1966 “Ritorno al paese”. Soprat­tutto da allora il maggiore protagonista dei suoi quadri fu il sud, i tramonti, gli orizzonti, le figure, le donne vestite di nero. Raggiunse piena consi­derazione verso la fine degli anni trenta e nel 1940ebbe l’assegnazione per chiara fama della cattedra di “Figura” presso l’Accademia di Belle arti di Brera. Il 19 ottobre 1965 Quasimodo si recò a Ruvo di Puglia ad inaugurare la mostra organiz­zata in omaggio all’imbianchino delle stanze e in quella occasione, sul palcoscenico del cinema Giardino Quasimodo rievocò “i giorni della neb­bia”, i sacrifici e le speranze “in una città crudele” e poi il pubblico si commosse quando alla fine i due si abbracciarono a lungo e vinti dalla commo­zione piansero senza vergogna memori dei tempi difficili e disperati della loro vita. Persino la pic­cola Orietta gliel’aveva battezzata Domenico!

In prigione “dalla rocca di Bergamo alta”

Quasimodo e Cantatore entrarono negli anni trenta nel gruppo di Corrente, società artistico-let­teraria che si posizionò contro il fascismo con l’idea di poter sperimentare nuovi modelli espres­sivi per la letteratura e per l’arte.

Antifascista, nel 1943 venne incarcerato a Ber­gamo e di conseguenza compose la poesia “Dalla rocca di Bergamo alta”, mentre nel 1944 fu aggre­dito da una squadra d’azione e nel 1945 si iscrisse al partito comunista e dopo la seconda guerra mondiale sostenne l’esigenza di una poesia civile.   Memorabile il ricordo dei fratelli Cervi: ”Avevano nel cuore pochi libri morirono tirando dardi d’amore nel silenzio. Non sapevano soldati filosofi poeti di questo umanesimo di razza contadina. L’amore la morte in una fossa di nebbia appena fonda”. Dopo la guerra la sua poesia si fece più impegnata e votata verso le ragioni sociali.

Dalla stagione ermetica a quella sociale

Nel 1949 scrisse La vita non è sogno con cui si avviò a salutare la stagione ermetica e nel 1950 gli fu conferito il premio San Babila, mentre nel 1953scrisse il “Discorso nella poesia”, fondato sul­l’identità del poeta, sulla dialettica con la critica militante e sui caratteri della poesia sociale. Quasimodo sempre di più tese ad una “poesia elo­quente” vicina ai problemi dell’uomo e profondamente connessa al mondo reale dimo­strando di non credere nella poesia come conso­lazione, ma inneggiando alla nascita di un poeta come un atto di disordine.

Nel 1958 durante un viaggio in URSS venne col­pito da un infarto a cui seguì una lunga degenza presso l’ospedale Botkin di Mosca. Da lì scrisse al padre sulle sue condizioni dicendo che era seguito dal migliore cardiologo e il padre Gaetano si tran­quillizzò: “un figlio come Salvatore non mente neppure per amore”. In quell’anno mise a punto l’antologia della “Poesia italiana del dopo guerra”. Anni dopo avrà un secondo infarto, aiutato in questo caso, dai medici dell’ospedale di Sesto san Giovanni.

I dieci motivi per cui vinse il premio Nobel

Era a Milano da circa trent’anni, la sua patria d’adozione, in un piccolo appartamento di corso Garibaldi, quando il 10 dicembre 1959 a Stoc­colma ricevette il nobel per la letteratura, candi­dato da Francesco Flora e Carlo Bo, vincendo “perla sua poesia lirica, che con fuoco classico esprime l’esperienza tragica nella vita dei nostri tempi. La tua poesia caro Salvatore Quasimodo è giunta sino a noi”. Non ebbe un peso certo inferiore la candidatura di Quasimodo proposta da Maurice Bowra(1898-1971), critico letterario inglese, famoso per il suo ingegno, professore di poesia dell’Univer­sità di Oxford di cui fu Vicecancelliere e presi­dente della British Academy, studioso dei poeti greci antichi e dei simbolisti francesi e russi.

Quando venne premiato a Stoccolma nella famosa sala dei Concerti insieme ad altri nove scienziati in vari campi, sostenne la necessità di una responsabilizzazione politica della letteratura, si diffuse sul rapporto fra poesia e politica, sulla reale li­bertà del poeta ritenuto un irregolare: “il poeta ar­riva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici”. In particolare illuminante al riguardo lo studio del prof. Enrico Tiozzo (La letteratura italiana e il premio nobel. Storia critica e documenti, Firenze2009) che ha analizzato le carte dei verbali svedesi dimostrando con matematica certezza che la poesia di Quasimodo fosse da tempo assai apprezzata dall’Accademia anche grazie a sapienti traduzioni e saggi critici. A quell’epoca l’Accademia svedese conferiva grande importanza ai trascorsi politici dei candidati, e quando per la letteratura erano ri­masti in lizza solo Ungaretti e Quasimodo, affidò una perizia, un’indagine, al critico letterario sve­dese Ingemar Wizelius (1910-1999) che mise in luce un certo peso rappresentativo di Ungaretti nel periodo fascista.

Perciò ritengo che i dieci motivi per cui Quasi­modo vinse il nobel siano stati i seguenti:

da tempo Stoccolma aveva considerazione e stima per la sua produzione poetica, sin dal 1948;

la riconosciuta straordinaria capacità di scarnificare la sua poesia, con componimenti brevi ritenuti assolutamente esplosivi e di rara originalità;

l’abilità di Quasimodo di saper raccontare senza retorica, senza accuse verso la società o chicchessia, e con grande pu­dore, un’infanzia terribile, di lutti, di fame, di miseria, di sopravvivenza in vagoni ferroviari dismessi, presso amici e parenti per motivi di studio, cercando di comprarsi un libro più che un pezzo di pane;

per la enorme rete di saggi critici, di recensioni, di sapienti traduzioni a livello internazionale che avevano resa ben nota nel mondo la produzione quasimodiana;

per la drammatica essenziale tragicità che esprimeva lad­dove persino l’amata Sicilia rappresentava “un dolore at­tivo”;

per la sua forza innovativa, per la sua capacità di saper ricreare i suoi adorati lirici greci e di conferire loro per­corsi, parole e suggestioni non immaginate dagli stessi an­tichi autori;

il sostegno sfegatato degli assai stimati Bo e Flora e soprat­tutto del “super partes” Maurice Bowra, che costituirà uno dei fattori decisivi;

la posizione politica assunta durante il fascismo con Un­garetti ritenuto fra gli esponenti culturali di punta del re­gime mentre Quasimodo invece era in carcere a Bergamo accusato di antifascismo;

il fatto che era opinione comune dei giudici di Stoccolma che Quasimodo avesse ancora molto da dare a fronte di una vena poetica di Ungaretti ritenuta ormai in fase di stanca;

in un’Europa stremata dalla guerra, in un Occidente an­cora in preda a esitazioni e titubanze ecco il poeta che cerca di recuperare l’antica eredità spirituale, che tenta di risco­prire dentro di sé la forza del sacro e che punta ad un nuovo palingenetico perfezionamento dell’uomo in pieno stile lato   mistico.

Dopo pochi giorni Quasimodo andò a riabbrac­ciare il padre novantenne, un abbraccio che poi ha ricordato per sempre. Finalmente Gaetano orgo­glioso del figlio e felice di ammettere che s’era sbagliato nel contrastare la sua passione giovanile per la poesia che alla fine “gli aveva dato il pane”. In un’intervista di Silvana Gaudio si racconta che quando la sera del 21 ottobre il padre Gaetano seppe dalla radio che il premio era andato al figlio“ pianse a lungo in silenzio”.

Critiche ed encomi

Quasimodo ricevette elogi ma anche critiche che facevano leva sulla sua manifestata sicilianità, che indubbiamente rappresentava il luogo amato e mitizzato, che era la “terra impareggiabile”. In re­altà Quasimodo ha sempre gridato che “il mio paese è l’Italia, e io canto il suo popolo, e anche il pianto coperto dal rumore del suo mare, il limpido lutto delle madri, canto la sua vita”. In particolare in quella circostanza, forse anche per una certa in­vidia letteraria di bassa lega, ebbe espressioni ve­lenose da parte di Ungaretti che pure nel 1932aveva fatto di tutto per far premiare Vento a Tindari(“Tindari mite ti so tra larghi colli pensile sull’ac­qua dell’isole dolci del dio, oggi m’assali e ti chini in cuore”) e che ironicamente scriverà di lui: “c’è modo e Quasimodo di fare la poesia”. In partico­lare Oriana Fallaci gli riservò una intervista piut­tosto insidiosa ritenuta ingrata “E fu subito nobel”, tant’è che Quasimodo la definì “una gior­nalista di ordine sotterraneo, brutta, vecchia e ri­succhiata dalla luna. Per lei non fiori, ma opere di bene” e la descrive come una zitella umorale “la simpatica gira per l’Italia”. Vi furono anche altri critici che lo attaccarono perché volevano che fa­cesse le poesie che loro avrebbero fatto, se le aves­sero saputo fare. Giuseppe Prezzolini con lapidaria chiarezza: “Traduttore egregio da lingue classiche e moderne, e poeta anche di suo, più che ermetico, mistico e mitico, e alla fine anche sociale. Ebbe, non si sa perché, il premio Nobel”. Mentre Stefano Giovanardi lo definì “un minore di talento”, nel1965 Giovanni Pozzi disse che la sua “è una poesia che non persegue suggestioni di canto”, arrivando Ungaretti a definire Quasimodo “un pappagallo e un pagliaccio”. Ad alimentare le polemiche nega­tive fu anche il Corriere della Sera che subiva l’in­fluenza di un avvelenato Montale. Giacinto Spagnoletti ritenne che il passaggio alla poesia so­ciale fosse un esercizio senza particolare costrutto, senza dimenticare sosteneva Quasimodo non, qualche perfida spia, “le spie non possono bere vino con gli amici” e si augurava che nel giorno del giudizio “la sua larva penzoli da un filo diragno”. Manara Valgimigli lo riteneva “ambiguo e fumoso” e in questa querelle nella quale s’inserì anche Sciascia che sostenne che l’Italia aveva rea­gito al nobel a Quasimodo “come a un’offesa” ,forse le considerazioni più equilibrate furono espresse da Carlo Bo che scrisse di Quasimodo:  “ha certo dato assai di più di ciò che le nostre voci non sono riuscite a riconoscere”.

Al Conservatorio Verdi e gli itinerari quasi­modiani

Appena vinto il premio nobel, al ritorno in Italia, immediatamente andò a fare la prima lezione dell’anno in letteratura italiana presso il Conser­vatorio Verdi senza nessuna spocchia, come il sol­dato che ogni giorno compie il suo dovere. In una lunga intervista della rai sostenne che il premio andava al di là del valore letterario intrinseco per­ché “sono stato io solo a vincere nei confronti di altri eminenti letterati” e quando gli vennero ri­cordati i nomi di altri prestigiosi premi nobel, Pi­randello, Deledda, Carducci, lui rispose: “è proprio vero che la poesia ama le terre che galleg­giano sul mare”.

In tal senso, ricorda anche il figlio Alessandro(1949), attore e regista, che ha portato per anni inscena una fortunata pièce dove “Quasimodo rac­conta Quasimodo”, intitolata “Operaio di sogni”, definizione che il poeta diede di sé, ha dato vita a numerosi brillanti “itinerari quasimodiani” e un recital assai apprezzato Da tempo ti devo parole d’amore. Omaggio alla Sicilia. Per Alessandro il padre visse “l’intera esistenza con grande irrequietezza. La vita di mio padre è stata difficile, piena di ombre e di luci. Un uomo per il quale la poesia fu sin da giovane un pensiero fisso, una vocazione, che perseguì nonostante la disapprovazione di suo padre. Arrivò a trasferirsi a Roma per poter colti­vare gli interessi letterari, a costo di una vita magra e piena di difficoltà”. Certo per Alessandro, come era tipico soprattutto nei tempi passati, era stato “un padre con cui non ho mai giocato, mai preso un gelato, mai andato al luna park, di cui non sono stato figlio bambino”.

Amori e ginnastica da camera

Quasimodo dopo alcuni anni di convivenza sposò nel 1927 Bice Donetti (“è sempre tardi per amare”) che lavorava in un noto bar di Messina. Nel 1931, dopo aver vissuto con Bice Donetti a cui dedicò, dopo la morte avvenuta nel 1946, queste parole: “con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte, è lì, nel campo quindici a Musocco, la donna emi­liana da me amata nel tempo triste della giovi­nezza”, “quella che non si dolse mai dell’uomo che qui rimane, odiato, con i suoi versi, uno come tanti, operaio di sogni”. Poi conobbe Amelia Spe­zialetti, già sposata, da cui nel 1935 nacque Orietta che prese il suo cognome. La bimba venne  battezzata dal pittore Domenico Cantatore, amico del poeta, e successivamente accolta con amore a casa di Bice Donetti. Orietta che morì nel 1996ebbe col padre un ampio carteggio, oggi conser­vato presso la Regione Sicilia. Ebbe poi una bur­rascosa relazione con Sibilia Aleramo. Nel 1936 si innamorò della danzatrice Maria Cumani “la vita è con te, anche se talvolta la tristezza ci vince”, da cui nel 1939 ebbe il figlio Alessandro e da cui qualche anno dopo si separò, ma morta la prima moglie Bice Donetti nel 1948 decise di sposare la Cumani. In relazione alla Cumani Giovanna Mu­solino scrisse Il fuoco fra le dita. Nel periodo bellico usava frequentare le cosiddette vedove bianche (“ginnastica da camera”, come la definiva Quasi­modo) e durante il periodo bellico, ospite del pit­tore Mario Sironi, ebbe, secondo il figlio Alessandro, la costanza certosina di portarsi aletto, la moglie, l’amante e la figlia per un senso di equità. A Stoccolma portò la sua segretaria ed amante Liliana Fiandra, mentre la sua ultima com­pagna fu la poetessa Curzia Ferrari, la giovane donna che diede forza e speranza al poeta (cfr. C. Ferrari, Una donna e Quasimodo, Milano 1970). Di lei Quasimodo scriveva che era “più amante del nostro sangue. Terribile pauroso sangue che ci la­scia ad ogni incontro più segni dei segni del­l’anima”: “amava, tradiva, affascinava, era Quasimodo, era mio padre” (A. Quasimodo).Anche Anna Magnani rimase ammaliata dal suo                  spessore intellettuale.

Quasimodo e Martin Luther King

Quasimodo accettò con simpatica ironia di far parte dell’Accademia messinese della scocca, che appunto prendeva il nome dai pomodori appesi per l’inverno, la scocca, insieme a La Pira e Pu­gliatti, e in quel contesto assunse il nome di “Nobel-homo”.

Nel 1960 per la Mondadori, a cura di Carlo Bo e

di Sergio Solmi, uscirono Tutte le poesie nella col­lana “Lo specchio”, mentre l’ultima sua raccolta  “Dare e avere” 1966 sul tema del viaggio, dell’esi­stenza umana e della morte con accenti di notevole liricità. Sempre in questa fase a contatto mental­mente con la morte: “Non ho paura della morte, come non ho avuto timore della vita”.

Nel 1968, dopo l’assassinio di Martin Luther King, fece un discorso commemorativo, poi pub­blicato dalle edizioni Bonajuto di Modica. Quasi­modo lo stimò molto ricordando anche che aveva detto che aveva un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i suoi quattro figli pic­coli sarebbero vissuti in una nazione in cui non sarebbero stati giudicati non per il colore della loro pelle, ma per le qualità dei loro caratteri. Fra l’altro scrisse: “l’assassinio di Martin Luther King ci appare oggi nella misura di un altro profondo attentato alla convivenza dei popoli, un attacco a quella già oscillante e ambigua condizione di fra­tellanza, o meglio di non ostilità, alla quale deve tendere con tutte le sue forze, pratiche e spirituali, l’uomo contemporaneo”.

Quasimodo ed Edoardo Sanguineti, dal poeta-traduttore al traduttore-poeta

Un mio professore di letteratura italiana, il poeta genovese Edoardo Sanguineti, quando andavo a casa sua a Salerno, mi diceva che Quasimodo non lo aveva visto di buon occhio, né a lui né al gruppo dei giovani poeti e sosteneva che “il più vero contributo di Quasimodo quello più origi­nale alla poesia del nostro secolo non è da ricono­scere nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dei lirici greci, che sono uno dei docu­menti più significativi dell’intera stagione erme­tica”: è così che Sanguineti trasforma il poeta-traduttore nel traduttore-poeta. Certo è in­dubbio che le sue traduzioni erano di assai alto profilo originando una profonda ricreazione. Adogni modo non casualmente Giovanni Raboni, dei giovani poeti, aveva detto che ”la poesia di Qua­simodo non ci appartiene”. Quasimodo rispon­deva a certi detrattori sostenendo che bisognava “aborrire i nemici dei poeti, gli schedatori fissi del pensiero critico”. In realtà per Quasimodo il poeta è un “arcobaleno sospeso tra due cime/ come ponte di cristallo lieve lieve/ per il valico dei sogni e delle rime/ dall’abisso ai germogli della neve”. Sanguineti aggiungeva che invece io essendo sa­lernitano ero fortunato perché Quasimodo, avendo voluto bene a Gatto – che aveva risciac­quato i suoi panni in Irno – aveva avuto a cuore i salernitani e la città di Salerno: ”quando il fratello disse all’altro fratello: andiamo ai campi”. In ef­fetti le consonanze ermetiche fra i due sono formi­dabili, congiunte dalla comune visione sociale: “i poveri hanno il freddo dei poveri” (Gatto) e dal­l’amore appassionato per le loro rispettive terre, la siciliana per Quasimodo e Salerno ed Atrani per Gatto: “ogni giorno è colta dalla sorpresa d’es­sere”. Entrambi inoltre dedicarono poesie al mo­vimento resistenziale italiano, Gatto con “Il capo sulla neve” (1949) e Quasimodo sui fratelli Cervi, accumunati poi drammaticamente da una morte avvenuta in macchina, Quasimodo mentre era stato messo in macchina in un disperato tentativo di arrivare a un ospedale di Napoli e Gatto in un terribile incidente stradale con alla guida un suo conoscente.

Quasimodo ha avuto inoltre molti punti in co­mune con un altro prestigioso massone, Giovanni Pascoli, con particolare riferimento a un evangeli­smo sociale e alla determinazione di una intelli­genza laica. Per Anceschi i punti essenziali della poetica di Quasimodo sono perciò rappresentati dalla sicilianità e dalla grecità, dalla sua infanzia e dal calore della sua isola che spesso “si confon­devano in un unico sogno” (C. Princiotta). Certo è che i suoi scritti e le sue poesie sono stati tradotti in quaranta lingue, compreso il coreano e persino in lingua sarda Edd est subitu sero. Tottu sas poesias,tradotte da Gian Gavino Irde, Cagliari 2007.

Gli ultimi cantieri

In buona sostanza i punti cardini sono per Quasi­modo, l’amore per la terra siciliana, il ricordo per l’infanzia e la malinconia, il silenzio e la parola. Quasimodo ama il silenzio in opposizione alle pa­role vane, il silenzio come ponderata scelta lato­mistica, silenzio come meditazione, introspezione, revisione spirituale, il silenzio dove l’apparente vuoto diviene uno spazio pieno, silenzio per sco­prire la nostra identità più profonda, un silenzio per capire e udire di più, il silenzio come fonda­mento del mistero. Non casualmente le parole stanno fra il silenzio e il silenzio.

I suoi pensieri, le sue suggestioni sono diventati i suoi “cantieri”, le sue “formazioni”, i fervidi ser­batoi da cui ha tratto temi e problemi della sua vena poetica. La poetica della parola, per dirla con Oreste Macrì, le parole, per Quasimodo sono come le entrate e le uscite di una partita commer­ciale dell’anima, parole per tenere i conti dei pen­sieri, parole solide come pietre, parole per consentire di andare in un altrove, parole che uni­scono ripe lontane, parole per soddisfare la sua inappagabile curiosità, parole per costruire la me­

moria di una persona, parole come pharmakonconla doppia accezione di medicamento e veleno(come nel caso di Oriana Fallaci), parole spoglie di orpelli quasi nude, parole per formare menti penetranti, parole per emozionarsi, parole per fru­gare fra le ferite. Per Quasimodo parole nemmeno tanto per la poesia o per la scienza quanto per la coscienza, parole per la dirittura morale delle per­sone, parole per non barare, parole per evocare i suoni, i rumori, i sapori, gli odori, parole per con­segnare al lettore una memoria viva e pulsante, parole per evitare che la nostra maschera diventi l’essenza reale, parole per far sì che qualche suo personaggio, come un carrettiere, si alzasse dalla pagina per camminare nelle case delle persone coinvolte. Quasimodo ha avuto più che rispetto, adorazione per la parola pensandola esattamente come Angelo Delsanto per cui la letteratura generala lettura, la lettura genera la cultura, la cultura ge­nera la libertà. Perciò Quasimodo fa riecheggiare il grido di Sallustio: “abbiamo perduto il valore reale delle parole”, parole a cui bisogna dar da mangiare dall’incavo della mano. Certo è che per tutta la vita, nella migliore tradizione massonica, Quasimodo è alla ricerca della parola perduta, una parola di reciproco interesse, di solidarietà, la pa­rola degli affetti. Una parola ricercata alla stessa stregua di un suonatore di violino che cerca di co­gliere i ritmi, le note e le sfumature più sottili e profonde, sapendo così dipingere anche ciò che non si vede. Quasimodo con duttile musicalità è alla ricerca della parola perduta per restituire ciò che ha, senza dimenticare il mare, il passo degli aironi e il richiamo dell’antico corno dei pastori. A prescindere dal luogo in cui si trovava per lui “l’uomo grida dovunque la sorte di una patria”.

…mentre rideva beffarda “la gazza, nerasugli aranci”

Dopo il nobel ricevette numerose richieste di let­ture pubbliche dei suoi scritti in Europa, negli Stati Uniti e in Messico mentre a Messina ricevette una laurea honoris causa. Con Messina ebbe un rapporto speciale, una città che gli suggeriva tanti ricordi: “Riconosco il fanciullo che nel bosforo di Sicilia gettava la sua solitudine di isolano isolato. Qui vivo forse la mia ultima vita”, ma chi “racco­glie invece il pianto mio?”. Un anno prima di mo­rire ebbe una laurea honoris causa anche all’università di Oxford. Morì il 14 giugno 1968ad Amalfi, nella costiera tanto amata dall’amico Alfonso Gatto, dove ebbe una terribile emorragia cerebrale e finì di vivere mentre lo conducevano in macchina a Napoli: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera”. E lì ancora una volta riecheggia una sorta di nostalgia di un intimo processo di riscatto inte­riore di chiaro stampo lato mistico teso a rafforzare la tragicità dell’esistenza. Nel suo necrologio Gianni Brera che l’aveva assai stimato: “Salvatore Quasimodo era un arabo che cantava da greco. Il profilo da uccello palustre, due baffi secenteschi, l’imperiosa imponenza del becco”. E’ sepolto nel cimitero monumentale di Milano. Un uomo del sud, un massone, con una influenza letteraria mondiale, nato e morto nel meridione d’Italia di cui ha cantato i colori più belli, mentre rideva bef­farda “la gazza, nera sugli aranci”.

Grazie caro Totò, figlio appassionato della tua terra, un brindisi con un martini e una sigaretta nelle mani.

TRATTO DA MASSONICAmente      n* 21

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PREMIO NOBEL PER LA MEDICINA-CAMILLO GOLGI

CAMILLOGOLGI

NOBELPERLAMEDICINA1906

di Claudio Bonvecchio

 Dopo aver diretto, a Pavia, per più di trent’anni un Collegio Universitario che porta il nome di Bartolomeo Camillo Emilio Golgi e, dopo essermi seduto per più di quarant’anni sulla sedia del suo studio, mi sono sentito quasi obbligato a tracciare il profilo di questo grande scienziato: premio Nobel, nel 1906, per la medicina, ma anche ini­ziato Libero Muratore nella Libera Muratoria Uni­versale. Golgi è nato, terzo di tre figli, il 7 luglio1843 a Còrteno – piccolo paese della bresciana Val Camonica a cui, nel 1956, fu aggiunto il nome di Golgi per onorare il suo illustre concittadino – e raggiunse l’Oriente Eterno, il 21 gennaio 1926, a Pavia: sua città di adozione. Era figlio di un me­dico condotto, Alessandro, pavese di origine, che già subito dopo la laurea – conseguita all’Univer­sità degli Studi di Pavia nel 1838 – si trasferì a Còrteno. E qui non ci si può astenere dal ricordare l’importanza e il valore che ebbero i medici con­dotti nell’Italia ottocentesca e unitaria. Basta scor­rere Dolci ricordi dalle Veglie di Neri di Neri Tanfucio, ossia Renato Fucini, per rendersene conto. “Quando mi destai, “così scrive Renato Fucini” vidi mio padre seduto dall’altra parte del focolare che si asciugava alla fiamma i calzoni fradici di pioggia. Pareva stanco e pallido. Tossiva mala­mente e aveva schizzi di fango fino sulla faccia” .Era il ritratto di medici che, scarsamente remune­rati, soli, senza particolari strumenti, svolgevano, con dedizione estrema e con laico spirito fraterno, il loro compito di medici condotti: la loro mis­sione. Si muovevano a piedi e a cavallo, in situa­zioni estreme e in zone disagiate e dissestate, per portare soccorso medico, umana vicinanza, consi­glio e, spesso, anche aiuto materiale a una popo­lazione poverissima, devastata da malattie sociali e da infime condizioni di vita. L’Italia moderna ha dimenticato questi silenziosi e nascosti eroi del progresso e della Fratellanza. E li ha dimenticati, pure, la Libera Muratoria più incline a celebrare i(pur importanti) fasti politici e letterari del Risor­gimento che la quotidiana fatica e il continuo sa­crificio di questi umili personaggi. Uomini che erano, in molti casi, Liberi Muratori. E che percor­revano pianure e montagne – come Alessandro Golgi – per testimoniare, con la loro quotidiana fatica, una fede spesso religiosa, sicuramente laica, sempre umana e alimentando la fiaccola ideale dell’amore per il prossimo. Questo “stile umano” sicuramente ha influenzato Camillo Golgi che avrà di certo visto, molte volte, suo padre nelle condi­zioni di quel medico così efficacemente descritto da Renato Fucini. Ne è prova la sua sensibilità di medico che lo portò – nel corso della sua straordi­naria attività scientifica – a occuparsi della malaria che, insieme alla pellagra, era una delle patologie che colpiva, con più frequenza, le classi lavoratrici delle campagne sfruttate e lasciate a sé stesse.

Ben presto il giovane Golgi si trasferirà – per un breve periodo a Pavia – poi, dal 1852 al 1856, fre­quenterà il Ginnasio di Lovere (Bergamo) per poi fare ritorno, definitivamente, a Pavia dove termi­nerà i suoi studi liceali nel Regio Ginnasio Li­ceale. Liceo questo – dal 1865 intitolato a Ugo Foscolo e attualmente ancora funzionante (visto che l’ho frequentato pure io) – collocato nell’an­tico convento barnabita di Santa Maria di Cane­pa nuova, attivo come scuola superiore dal 1557 e che vanta, oltre a Golgi, illustri alunni: come Be­nedetto Cairoli, Felice Casorati, Luigi Porta, Fi­lippo Turati, Tranquillo Cremona e altri ancora. Nel 1860, si iscriverà alla Facoltà medica dell’Alma Ticinensis Universitas di Pavia. L’Università degli Studi di Pavia – sorta, come Scuola giuridica, per vo­lontà dell’Imperatore Lotario nel 1825, fondata, come Studium Generale, dall’Imperatore Carlo IV nel 1361 su sollecitazione di Galeazzo Visconti, duca di Milano e riportata a nuova e più presti­giosa vita da Sua Maestà Imperiale Maria Teresa e da Suo figlio Giuseppe II nel Settecento – era une delle più antiche e prestigiose Università Ita­liane. In essa avevano insegnato illustri giuristi e letterati – come Baldo degli Ubaldi, Andrea Al­ciato, Giasone del Maino, Lorenzo Valla, Agrippadi Nettesheim, Girolamo Cardano, Giandomenico Romagnosi, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo – e non meno illustri scienziati: come Lazzaro Spallanzani, Lorenzo Mascheroni, Alessandro Volta, Antonio Scarpa, solo per citarne alcuni. In questo contesto, Golgi avrà avuto modo di partecipare all’attiva vita goliardica incrementata anche dall’esistenza di due secolari Collegi Universitari come il Colle­gio Ghislieri (fondato nel 1567 da san Pio V) el’ Almo Collegio Borromeo fondato nel 1561 da  San Carlo Borromeo.

Ma non si deve pensare che la vita goliardica pa­vese, sicuramente vissuta da Golgi, trascorresse solo in divertimenti, allegria, giochi, passioncelle, avventure erotiche e versi licenziosi: come quelli che fecero cacciare dal Collegio Ghislieri, nel 1726, Carlo Goldoni. I giovani universitari pavesi erano, anche, politicamente, socialmente e patriot­ticamente impegnati. Lo dimostra la probabile presenza di una Loggia della Libera Muratoria nel Collegio Ghislieri e in città, i fermenti rivoluzio­nari francesi fatti propri dagli studenti, la presenza napoleonica in Università e soprattutto – dopo l’eclissi di Napoleone – la grande speranza risor­gimentale che infiammava i giovani universitari pavesi. Basta solo pensare al contributo di sangue dei Fratelli Cairoli, Ernesto, Luigi, Enrico, Gio­vanni e Benedetto: l’unico, sopravvissuto anche se ferito agli altri quattro morti sui campi di batta­glia. O agli studenti pavesi morti – insieme a quelli pisani – nella battaglia di Curtatone e Mon­tanara del 29 maggio 1848 e ai 170, circa, studenti pavesi che parteciparono, con Giuseppe Garibaldi, alla spedizione dei Mille. Non bisogna, poi, di­menticare – oltre all’afflato politico – anche quello culturale e sociale. L’Università degli Studi di Pavia, infatti, era all’avanguardia negli studi scientifici e medici già dal Settecento con l’illustre anatomista Antonio Scarpa, con medici come Sa­muel A. Tissot e Johann P. Frank e, altrettanto lo sarà nell’Ottocento con personaggi del calibro di Bartolomeo Panizza, Giulio Bizzozzero, Eugenio Oehl, Paolo Mantegazza e Cesare Lombroso. L’orientamento prevalente – in sintonia col sentire europeo – era quello positivista. Un Positivismo, certo, in cui la ricerca scientifica si associava, anche, con spinte patriottiche – basta ricordare Carlo Cairoli, Ordinario di Chirurgia, Rettore dell’Università e padre dei già citati Fratelli Cai­roli – e sociali. Non è casuale che il celebre Cesare Lombroso – ebreo di nascita, positivista, raziona­lista, libero pensatore e forse, pure lui Fratello –si sia occupato di quel vero e proprio flagello so­ciale rappresentato dalla pellagra. Rappresentava il desiderio di mettere la scienza medica a dispo­sizione delle classi più umili per favorirne il mi­glioramento e l’innalzamento: come farà lo stesso Golgi occupandosi, attivamente, del problema della malaria non meno drammatico della pella­gra.

È, dunque, in questo contesto estremamente ricco di stimoli che si snoderà il cammino universitario di Camillo Golgi che, ventiduenne, si laureò, nel1865, in Medicina, con una Tesi “Sull’eziologia delle malattie mentali” discussa con Cesare Lom­broso e, subito dopo, iniziò il suo cammino di me­dico e di ricercatore. Infatti, senza alcuna discontinuità, prese servizio presso il pluriseco­lare – era stato fondato su sollecitazione del dome­nicano fra Domenico da Catalogna nel 1448 –Ospedale San Matteo di Pavia, frequentando sia l’importante reparto di Chirurgia che quello di Dermatologia per diventare, subito dopo, Assi­stente della Clinica di Malattie Nervose diretta del già famoso (e oggi criticatissimo) Cesare Lom­broso, di cui da studente era stato allievo. Nel con­tempo, frequentava il laboratorio istologico fondato dal celebre Paolo Mantegazza e diretto da Giulio Bizzozzero che gli sarà mentore e Maestro. Lombroso e Bizzozzero saranno dunque le sue guide in un cammino che lo porterà al vertice mondiale della scienza medica. L’uno, Cesare Lombroso – che era stato un convinto patriota e volontario nell’esercito piemontese – aveva tro­vato nell’Università degli Studi di Pavia (dove si era laureato) un ambiente a lui consono non solo per la celebrità dell’Ateneo ma, anche, per lo spi­rito ivi imperante. La Facoltà Medica – in sintonia con le più avanzate convinzioni dell’epoca – rifiu­tava, infatti, le dottrine vitaliste e orientava le sue ricerche sulla base del metodo sperimentale, im­prontato a un rigoroso materialismo. Questo sti­molò, senza dubbio, gli interessi di Lombroso che iniziò ad occuparsi, attivamente, delle malattie mentali e delle relazioni intercorrenti tra la biolo­gia e le patologie della mente e con questo, senza, dubbio influenzò il giovane Golgi nel per seguire gli studi sull’eziologia delle malattie mentali e neurologiche e, quindi, del cervello. Inutile dire che, in questi studi, Golgi mostrava una sensibi­lità positivista e antimetafisica che si sposava pie­namente anche con le posizioni della Libera Muratoria dell’epoca. Così, sotto la guida di Lom­broso, pubblicò, nel 1868, il suo primo articolo scientifico su di un caso di pellagra e, nel 1869, una importante monografia vertente Sull’eziologia delle alienazioni mentali. L’altro, Giulio Bizzozzero –convinto positivista e enfant prodige della Medicina– esercitò una altrettanta e maggiore influenza su Golgi che aveva preso le distanze da Lombroso che gli sembrava – e aveva, pienamente, colto nel segno – “troppo avventato nelle sue conclusioni e non rigorosamente aderenti ai precetti proclamati da Lombroso”. Questo lo avvicinò agli interessi di Bizzozzero che lo stimolò ad occuparsi di Istologia, interessandosi prioritariamente del sistema ner­voso e perseguendo un metodo rigorosamente sperimentale. Anche in questo caso, accanto a quelle scientifiche era presente il desiderio di sve­lare, grazie all’architettura del cervello, i “segreti, dei comportamenti degli esseri umani. Grazie al giovane Giulio Bizzozzero (era più giovane di lui), Golgi si applicò con grande impegno alla ricerca, giungendo a pubblicare diversi lavori tra i quali uno studio sulla neuroglia (un tessuto fondamen­tale che sostiene l’encefalo e il midollo spinale) che ebbe una discreta risonanza, a livello interna­zionale.

Tuttavia, per motivi prettamente economici e su insistenti pressioni paterne – come è noto la car­riera universitaria, ieri come oggi, non favorisce certo i meno abbienti – Golgi partecipò, nel 1872,al concorso per Primario Chirurgico presso le Pie Case degli Incurabili di Abbiategrasso. E lo vinse. Questa vincita, tuttavia, non si trasformò, per lui, in una comoda sinecura: come poteva accadere in casi consimili. Casi in cui il primariato in una pic­cola cittadina coincideva con una posizione di pre­stigio e di potere, magari aumentati da un matrimonio rappresentativo e da una vita senza particolari stimoli, ma di rappresentanza. Al con­trario, Golgi allestì – con caparbietà e spirito di sa­crificio – un rudimentale laboratorio, continuando nelle sue ricerche. II risultati non si fecero atten­dere. Infatti, sarà proprio a Abbiategrasso che porrà le basi per la cosiddetta “reazione nera”: la fissazione del tessuto nervoso in bicromato di po­tassio e poi l’immersione in nitrato d’argento. Questa reazione facevi si che alcune cellule, così trattate, risultassero al microscopio, rivelando la morfologia e l’architettura del tessuto cerebrale: in tutte le loro ramificazioni. Era l’inizio di quelle che saranno chiamate le Neuroscienze e che, oggi, hanno una importanza straordinaria e, sempre dipiù ne avranno. Grazie a questa scoperta, Golgi studiò, in seguito e con successo, la struttura del cervelletto (le cellule di Golgi della corteccia ce­rebellare), i bulbi olfattori, altri aspetti ancora del­l’area cerebrale e i primi principi della sua teoria generale dell’organizzazione del cervello. Grazie a questi studi e alla rapida diffusione della sua no­torietà, divenne, nel 1876, professore di Istologia nella Regia Università degli Studi Pavia e anche di Anatomia nell’Università degli Studi di Siena. Dopo la parentesi senese, fu nominato in via defi­nitiva (1879) Ordinario di Patologia Generale e responsabile di un reparto nell’Ospedale Dan Matteo.

Gli onori accademici, la notorietà internazionale e il matrimonio (nel 1877 con Lina Aletti, nipote di Giulio Bizzozzero) non lo distolsero dalla ricerca: come già era accaduto durante il periodo trascorso a Abbiategrasso. Al contrario, continuerà la ricerca testimoniata dall’organo tendineo del Golgi, dai corpuscoli di Golgi-Mazzoni, dagli imbuti cornei della mielina, dagli studi sulla malaria (che si concreteranno nella Legge di Golgi), dalle ricerche  sull’istologia del rene, sulla trasfusione del san­gue peritoneale, sui canalicoli delle cellule parie­tali delle ghiandole gastriche e su molto altro ancora

Ma se questo è il cursus honorum strettamente me­dico di Camillo Golgi, non meno importante è quello civile e politico. Un cursus honorum che la­scia intravvedere come l’affiliazione muratoria –di cui non conosciamo i dettagli – ha lasciato, inlui, una importante traccia. Fu infatti Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Pavia per ben due mandati – dal 1893 al 1896 e dal 1901 al1909 – dando un importante e equilibrato contri­buto alla crescita dell’Università, a cui si dedi­cherà con particolare impegno in anni di grande fermento sociale. Suo scopo principale era la di­fesa e l’ampliamento della Università in cui scor­geva la possibilità di dar vita a una Italia in grado di competere con gli altri Istituti Scientifici: a li­vello internazionale. Questo è stato il motivo per cui è sceso in politica, concentrandosi sulla ammi­nistrazione di Pavia: la sua città di adozione, anche se mai dimenticherà Corteno, il suo paese di nascita. Si schiererà nell’Unione Liberale Mo­narchica lottando, nelle elezioni comunali, contro il futuro Senatore a vita Roberto Rampoldi espo­nente della sinistra (amico dei miei nonni) che fu deputato per molte legislature sempre nella Sini­stra. In questa contesa, il vincitore fu Golgi, moti­vato più che dal desiderio di condurre una attività politica vera e propria dalla volontà di difendere   l’Università sia dalle mire milanesi sia dall’apatia dei pavesi. Golgi temeva infatti che Milano vo­lesse dotarsi di strutture universitarie competitive con Pavia – come, per altro stava avvenendo – di­minuendo, con questa frammentazione, la possi­bilità di avere sedi universitarie in grado di compete a livello internazionale. Va, in questo, ravvisata l’intelligenza accademica del Golgi che temeva – cosa questa che avverrà nel secondo do­poguerra – la provincializzazione delle Università ridotte a super Licei a causa della loro dispersione sul territorio nazionale. Sulla notoria apatia dei pavesi basta scorrere la storia di Pavia per tro­varne ampie conferme.

Il suo desiderio – comunque in perfetta sintonia con l’approccio sociale della Libera Muratoria del­l’epoca – era quello di dar vita ad un nuovo e mo­derno Policlinico San Matteo in grado di rispondere alle esigenze della popolazione della nuova Italia. Questo suo progetto – maturato nel periodo in cui fu Assessore alla Sanità nel Co­mune di Pavia – troverà accoglienza soltanto nei primi decenni del Novecento in cui sorgerà, delo­calizzato rispetto alla sede storica, il nuovo Poli­clinico San Matteo.

Con lo stesso spirito di servizio e la medesim aumiltà, terminato il suo periodo di Rettorato, Ca­millo Golgi tornerà all’insegnamento e agli studi

occupandosi sia della rete per i neuronale sia del­l’apparato reticolare interno del sistema nervoso che fu chiamato “apparato di Golgi”. E, con la stessa alacrità intellettuale continuò sino alla morte la carriera di studioso pur ottenendo una lunga serie di onori accademici e pubblici. Fu no­minato Senatore del Regno nel 1900 e fu chia­mato, come già ricordato, ad esercitare, ancora, la carica di Magnifico Rettore nell’Università degli Studi di Pavia dal 1901 al 1909. Nel 1906 ebbe, poi, il grandissimo e meritatissimo onore di rice­vere dalle mani del Re di Svezia il Premio Nobelper la Fisiologia e la Medicina insieme a Ramony Cayal, con cui aveva avuto cavalleresche contese. Ricevette il Nobel prima del Fratello Giosué Car­ducci, Premio Nobel per la Letteratura. Non biso­gna, altresì, dimenticare che fu decorato della più alta onorificenza italiana, il Gran Cordone dell’Or­dine di San Maurizio e Lazzaro, a cui si aggiunse il Cavalierato dell’Ordine Civile di Savoia e l’am­bitissimo Cavalierato dell’Ordine pour le Merite dell’Impero Tedesco. Durante la Prima Guerra Mondiale, oramai anziano, non si sottrasse al suo dovere di patriota, dando il suo contributo come   direttore dell’Ospedale di Guerra che era stato in­stallato nell’Almo Collegio di Pavia, ponendo tutti i suoi sforzi e le sue competenze nel curare i feriti di guerra e nell’adoperarsi per la loro riabilita­zione.

Nel 1918, andò e pensione pur continuando a in­segnare fino al 1920 come Professor Emeritus nel­l’Alma Tciinensis Universitas che lo aveva avuto come studente, Professore e figlio prediletto. Nel 1926raggiunse l’Oriente Eterno lasciando la moglie che lo segui nel 1940. Una semplice tomba li accoglie entrambi nel Cimitero Monumentale di Pavia.

Difficile è stabilire il Cammino Muratorio di Ca­millo Golgi: non avendone alcuna documenta­zione. Non si sa se è stato iniziato a Brescia, a Pavia o a Roma. Non si conoscono né la data di Iniziazione e neppure quella dell’Assonnamento: se mai ci fu un Assonnamento. E neppure sap­piamo se è stato iniziato nel Grande Oriente d’Ita­lia o nella Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori: ma questo, in fondo, poco conta. Quello che conta è che Camillo Golgi è stato – come dimostra tutta la sua vita, il suo im­pegno morale, civile e scientifico – un vero, grande, sincero Libero Muratore. Ha dimostrato come nell’Italia che si stava edificando era possi­bile, per un figlio della piccola borghesia, rag­giungere, per il merito i traguardi più elevati. Ha testimoniato, altresì, una ferrea volontà e un ar­dore civile che l’ha guidato, con sacrifici, in tuttala sua esistenza a migliorare la vita degli esseri umani in nome di quel “bene e progresso  del­l’Umanità” che – oggi come allora – è una delle frasi più significative del Rituale di Iniziazione. Certo era un Positivista, sicuramente non era – al­meno per quanto ne sappiamo – un esoterista: in senso stretto. Ma sappiamo, anche, che fortunata­mente nella Libera Muratoria Universale il filone esoterico e quello più razionalista convivono, pro­ficuamente: divisi su molti aspetti ma totalmente concordi nel lavorare per il proprio perfeziona­mento interiore e per il miglioramento della vita di chi vive accanto a noi. Questa è stata la divisa di Camillo Golgi. Questo – ben più del Nobel e di tutti gli onori terreni – è il suo grande merito e il dovere di ricordarlo come un Fratello che dà lu­stro, in eterno, alla Libera Muratoria Universale. Onore al Fratello Camillo Golgi.


TRATTO DA MASSOCICAmente n. 21

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PREMIO NOBEL – PRFAZIONE

PREFAZIONE

di Stefano Bisi

Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani

Per il Bene e il Progresso dell’Uma­nità”. In queste parole è racchiuso il grande e impegnativo lavoro che tutti i massoni devono incessante­mente compiere per elevare se stessi e cercare di migliorare gli uomini e la Società in cui vivono.

Per questo nobile fine sono stati molti i liberi muratori di eccezionale statura morale ed intellettuale che in ogni Epoca hanno deciso di aderire alla Massoneria e che ne hanno va­lorizzato il pensiero filosofico e gli imperituri e meravigliosi ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Fra di essi ci sono stati anche tanti il­lustri personaggi che nella vita pro­fana sono risultati vincitori del premio Nobel.

Statisti, Scienziati, letterati, filosofi e poeti che hanno assunto cosciente­mente e orgogliosamente l’alto ed imprescindibile onere di migliorare se stessi e contribuire alla crescita e allo sviluppo sociale.

Uomini come Theodore Roosevelt, Winston Churchill e Alexander Fle­ming, accanto ai quali splendono come stelle anche i nomi di eccelsi massoni italiani quali Enrico Fermi, Salvatore Quasimodo, Camillo Golgi, Giosue Carducci ed Ernesto Teodoro Moneta.

Questo libro ha lo scopo di onorarne la memoria, di ricordare attraverso le pregevoli e accurate biografie, le sto­rie di questi straordinari uomini e fratelli. Non per futile e inutile vanagloria ma per far conoscere la loro preziosa opera al servizio del­l’Umanità. Sono stati “Massoni da Nobel”, come recita il titolo di questo volume, e continuano ad essere fulgidi esempi per tutti.

L’auspicio è che, leggendo queste pagine, in tanti possano comprendere, apprezzare e condividere i sani principi propugnati dalla Massoneria e che anche coloro che sono pregiudizievolmente ostili ad essa si pongano delle domande e riflettano a lungo sul perché da oltre tre secoli milioni di uomini che hanno scritto pagine di storia con le loro scoperte e le loro azioni, hanno fatto e continuano a far parte della più universale e sublime scuola iniziatica di pensiero esistente.

Perché la Bellezza della Massoneria è stata, è, e sarà sempre quella di donare al mondo fratelli e uomini illuminati.

TRATTO DA MASSOCICAmente n. 21

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TESTAMENTO DI ALFRED BERNHARD NOBEL

TESTAMENTO DI  ALFRED BERNHARD NOBEL

«Io, Alfred Bernhard Nobel, dichiaro qui, dopo attenta riflessione, che queste sono le mie Ultime Volontà riguardo al patrimonio che lascerò alla mia morte. […]
La totalità del mio residuo patrimonio realizzabile dovrà essere utilizzata nel modo seguente: il capitale, dai miei esecutori testamentari impiegato in sicuri investimenti, dovrà costituire un fondo i cui interessi si distribuiranno annualmente in forma di premio a coloro che, durante l’anno precedente, più abbiano contribuito al benessere dell’umanità. Detto interesse verrà suddiviso in cinque parti uguali da distribuirsi nel modo seguente: una parte alla persona che abbia fatto la scoperta o l’invenzione più importante nel campo della fisica; una a chi abbia fatto la scoperta più importante o apportato il più grosso incremento nell’ambito della chimica; una parte alla persona che abbia fatto la maggior scoperta nel campo della fisiologia o della medicina; una parte ancora a chi, nell’ambito della letteratura, abbia prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole; una parte infine alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace. I premi per la fisica e per la chimica saranno assegnati dalla Accademia Reale Svedese delle Scienze; quello per la fisiologia o medicina dal Karolinska Institutet di Stoccolma; quello per la letteratura dall’Accademia di Stoccolma, e quello per i campioni della pace da una commissione di cinque persone eletta dal Parlamento norvegese. È mio espresso desiderio che all’atto della assegnazione dei premi non si tenga nessun conto della nazionalità dei candidati, che a essere premiato sia il migliore, sia questi scandinavo o meno.
Come esecutore testamentario nomino Ragnar Sohlman, residente a Bofors, Värmland, e Rudolf Lilljequist residente al 31 di Malmskillnadsgatan, Stoccolma, e a Bengtsfors vicino a Uddevalla. […]
Questo Ultimo Volere e Testamento è l’unico valido, e cancella ogni altra mia precedente istruzione o Ultimo Volere, se ne venissero trovati dopo la mia morte.
Infine, è mio esplicito volere che, dopo la mia morte, mi vengano aperte le vene, e una volta che ciò sia stato fatto e che un Medico competente abbia chiaramente riscontrato la mia morte, che le mie spoglie vengano cremate in un cosiddetto crematorio.»
(Parigi, 27 novembre 1895 Alfred Bernhard Nobel)


TRATTO DA MASSOCICAmente n. 21
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