PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
Pubblicato in Pinocchio | 1 commento

I NUMERI SACRI NELLA TRADIZIONE PITAGIRICA MASSONICA

I numeri sacri nella tradizione pitagorica massonica

 (libera elaborazione dal volume di A. Righini)

 Nell’architettura antica, specialmente in quella sacra, avevano grande importanza le questioni di rapporto e di proporzione; l’architettura classica regolava la proporzione delle varie parti di un edificio, ed in particolare i templi, basandosi sopra un modulo segreto. Sopra l’architettura egiziana e specialmente sopra la Piramide di Cheope esiste tutta una letteratura che ne mostra il carattere matematico; ed anche procedendo con molto scetticismo, è certo, ad esempio, che tale Piramide si trova esattamente alla latitudine di 30° in modo da formare col centro della Terra e con il Polo Nord un triangolo equilatero; ed è anche certo che essa è perfettamente orientata e che la faccia rivolta a settentrione è esattamente perpendicolare all’asse di rotazione terrestre, anzi alla posizione di questo asse al tempo della sua costruzione. Ed anche i costruttori medioevali non erano guidati da criteri puramente estetici e si preoccupavano dell’orientamento della chiesa, del numero delle navate, e così via; e l’arte dei costruttori era posta in connessione con la scienza della geometria. La squadra ed il compasso sono i due simboli fondamentali di mestiere dell’arte muratoria; e la riga ed il compasso sono i due strumenti fondamentali per la geometria elementare. Per i pitagorici, tra le quattro scienze liberali, cioè l’aritmetica, la geometria, la musica e la sferica o astronomia, la prima stava alla base di tutte le altre. Tanto la Bibbia quanto l’Architettura portavano alla considerazione dei numeri; ed oggi la fisica moderna si riconduce alla considerazione dei numeri e dei rapporti numerici. Non stupisce quindi che i liberi muratori identificassero l’arte architettonica con la scienza della geometria e dessero alla conoscenza dei numeri tanta importanza da giustificare la loro pretesa tradizionale di essere i soli ad avere conoscenza dei « numeri sacri ». In opere che indiscutibilmente appartengono a Platone leggiamo essere « la geometria un metodo per dirigere l’anima verso lo Essere eterno, una scuola preparatoria per una mente scientifica, capace di rivolgere le attività dell’anima verso le cose sovraumane », essere « perfino impossibile arrivare ad una vera fede in Dio se non si conosce la matematica e l’astronomia e l’intimo legame di questa ultima con la musica ». Per studiare le proprietà dei numeri sacri e la loro funzione in Massoneria, la via che si presenta spontaneamente è dunque quella di studiare l’antica aritmetica pitagorica. La comprensione dei nu- meri pitagorici faciliterà la comprensione dei numeri sacri alla Massoneria. | In aritmetica, anche pitagorica, vi sono tre operazioni dirette: l’addizione, la moltiplicazione e l’innalzamento a potenza, accompagna- te dalle tre operazioni inverse. Ora il prodotto dell’unità per se Stessa è ancora l’unità; ed anche la potenza dell’unità è ancora l’unità; quindi soltanto l’addizione permette il passaggio dell’unità alla dualità. Secondo Aristotele il due è il solo numero primo pari; il tre a sua volta può essere considerato solo come somma dell’uno e del due; mentre tutti gli altri numeri, oltre ad essere somma di più unità, sono anche somma di parti ambedue diverse dell’unità. Alcuni di essi possono essere considerati come somma di due parti uguali tra loro, e si chiamano numeri pari; gli altri, che non sono la somma di due parti uguali, si chiamano numeri dispari. Nella tradizione massonica i numeri dispari, in quanto divisibili solo in due parti diseguali, di cui una è pari e l’altra è dispari, ossia in parti che hanno diverse parità, hanno avuto sin dalle origini, carattere sacro o divino; come risulta dai numeri che esprimono le età iniziatiche, dal numero delle luci, dei gioielli, dei fratelli componenti un’officina, ecc. Sulla terna « 1, 2, 3 » sin dall’antichità sono emerse alcune osservazioni: il numero 2 è il solo per il quale accade che sommandolo con se stesso o moltiplicandolo per se stesso si ottiene il medesimo risultato, mentre per l’unità il prodotto dà di meno della somma e per il 3 il prodotto dà di più; 1, 2 e 3 sono i soli numeri interi positivi la cui somma sia uguale al prodotto; 1, 2, 3 è la sola terna d’interi consecutivi per la quale accade che la somma dei primi due è uguale al terzo; ed infine che la somma di più interi consecutivi supera sempre il numero che segue l’ultimo degli addendi, tranne nel caso in cui gli addendi sono due, ossia: 1+2=3. Il che fa concludere che la triade, la Santa Trinità, si può ottenere solo mediante l’addizione della monade e della diade. Il tre inoltre è il primo numero che ammetta una raffigurazione piana mediante i tre vertici di un’ triangolo; è il numero dei lati del Delta luminoso ed è il numero sacro dell’apprendista o novizio. Il numero quattro ammette anche una raffigurazione geometrica spaziale; e siccome è l’ultimo numero che si ottiene passando dal punto alla linea, dalla linea al piano e dal piano allo spazio, nel senso generico greco e pitagorico della perfezione, è un numero perfetto. L’assieme della monade, della diade, della triade e della tetrade comprende il tutto: il punto, la linea, la superficie ed il mondo concreto materiale e solido: e non si può andare oltre. Quindi anche la somma

1 +2 +3+4= 10

 ossia l’assieme o la quaterna dell’unità, della dualità, della trinità e della tetrade, ossia la decade, è perfetta e contiene il tutto. Con parola pitagorica essa è detta « tetractis »; e questa che abbiamo ora considerato è la tetractis per eccellenza, la tetractis per la quale i pitagorici prestavano giuramento. Di interesse fondamentale per i pitagorici fu poi l’accostamento, scoperto da Pitagora, tra l’armonia musicale ed i numeri della tetractis. Nel tetracordo di Filolao, che non era altro che la lira di Orfeo, le lunghezze delle quattro corde erano regolate dai rapporti numerici 1, 3 : 4, 2: 3, 1 : 2, cioè dai rapporti tra i numeri della tetractîs. La tetractis donava così ai pitagorici la chiave dei misteri dell’acustica ed essi estesero a tutto il dominio della fisica le conclusioni di questa scoperta. Essa divenne uno dei fondamenti della loro filosofia aritmologica e si comprende che essi abbiano potuto considerare la tetractis la sorgente e la radice dell’eterna natura. Sviluppando gli studi, i Pitagorici rilevarono che i valori delle lunghezze delle quattro corde del tetracordo di Filolao — 1, 3/4, 2/3, 1/2 — avevano particolari caratteristiche: il 2° termine era la media aritmetica degli estremi, il 3° la media armonica degli estremi ed il 4° la metà del primo. 4 Per cui poterono formare una nuova proporzione avente per incognita il 3° medio, ricavando così un 5° valore; e così seguitando lo ’ sviluppo con questa legge di « quinta » determinarono numericamente le «sette » note. Ed il cinque ed il sette li ritroviamo poi nell’individuazione dei | giorni della settimana. Se in corrispondenza dei 7 punti di divisione della circonferenza scriviamo i nomi dei 5 pianeti noti agli antichi e quelli del Sole e della Luna nell’ordine della loro distanza dalla Terra cioè: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno e procediamo andando dal primo punto (Sole) al quinto (Luna) e da questo al quinto (Marte) e così via, si ottengono i giorni della settimana nel loro ordine: domenica (sun-day), lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato (satur-day). Se si eccettua la denominazione della domenica, che è cristiana, e quella del sabato, che è ebraica, sono questi gli antichi nomi pagani dei giorni della settimana ancora oggi in uso in quasi tutte le lingue. Tre, cinque, sette: 3 numeri fondamentali per i Pitagorici, 3 numeri sacri per i Massoni. Nella Loggia vi sono 3 lumi sublimi, ossia il Sole, la Luna ed il Delta luminoso; 3 luci, ossia il Maestro venerabile ed i due Sorveglianti; 3 pilastri, 3 finestre, 3 gioielli mobili, ossia la squadra, la livella e la perpendicolare; 3 gioielli immobili, ossia la pietra grezza, la pietra cubica e la tavola da tracciare; 3 ornamenti, ossia il pavimento a mosaico, la stella fiammeggiante ed il nastro ondeggiante. Triplice è il viaggio simbolico del profano per essere ammesso a ricevere la luce, triplice la batteria, il bacio, il toccamento della tegolatura, triplice l’enigma proposto al profano (ora domande, per  il testamento), tre i passi dell’apprendista.  Nella Loggia e nel Quadro di Loggia di Compagno, la Stella fiammeggiante sostituisce il Delta tra il Sole e la Luna: vi sono 5 lumi invece di 3; la tegolatura, la batteria, l’età ed i passi si basano sul 5 invece che sul 3.  I gradini da salire per ascendere all’Oriente sono peraltro 7 e 7 sono i gradini da ascendere nella Camera di Mezzo. Il loro numero è quello delle 7 scienze liberali; l’apprendista è tenuto a conoscere le prime 3, grammatica, retorica, logica; il compagno deve conoscere di più l’aritmetica e la geometria; il maestro muratore deve anche conoscere le ultime 2, la musica e la sferica (astronomia), ossia l’armonia delle 7 note e l’armonia delle sfere o astri. Sette infine sono i nodi del nastro ondeggiante che avvolge le colonne del tempio. Risulta evidente il carattere pitagorico, puro ed arcaico di tre simboli fondamentali della Massoneria: il Delta luminoso, la Stella fiammeggiante e la Tavola tripartita. Il significato simbolico dei numeri sacri. « noti ai soli liberi muratori » va quindi determinato in conformità, e coincide con la filosofia pitagorica. Un ulteriore approfondimento dell’argomento, del quale la storia ci tramanda numerose trattazioni, alcune delle quali affascinanti nel loro eloquente sviluppo della scienza dei numeri, non potrebbe essere proseguito se non entrando in dettagli di sviluppi di calcoli numerici, difficilmente descrivibili nella forma discorsiva che si è proposta questo riferimento che vuole semplicemente costituire, per chi lo desideri, stimolo ad altre indagini e certamente premessa per la scoperta di altre affascinanti analogie.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO.

La costruzione del Tempio Aspetti simbolici esoterici operativi

Premessa

Per parlare di costruzione del tempio bisogna pensare a ciò che il Maestro libero muratore deve teoricamente possedere e mettere in pratica, cioè « l’Arte reale ». Infatti, la traduzione pratica del processo iniziatico viene così chiamata perché fa dell’Iniziato un « Re », un maestro di sé e della natura. « Arte reale » significa arte di costruire, sia in senso materiale che spirituale; è anche l’arte di governare nel segno del Verbo solare, non con la Forza, ma con lo Spirito, non le singole nazioni, ma l’umanità. Il bagaglio delle tradizioni architettoniche che costituivano l’arte reale era un tempo segreto religioso, posseduto e trasmesso dai Maestri costruttori; divenuto non ortodosso quando la Chiesa affermò i suoi dogmi, fu prudentemente nascosto dietro la figura di Salomone. Quando infatti, nel secolo XVIII, con il sorgere della Massoneria moderna, i Massoni iniziarono a costruire solo spiritualmente, richiamandosi alla leggendaria saggezza del re biblico, essi ambirono ad erigere il tempio immateriale di una futura umanità, istruita intellettualmente e divenuta saggia attraverso l’istruzione e la saggezza dei suoi componenti: Tempio ideale, da erigersi attraverso la costruzione intellettuale e morale di se stessi; — il tempio universale della Sapienza —, nella ricerca di quegli obiettivi che l’uomo ha da sempre perseguito, analizzando il cosmo e sintetizzandone i risultati, studiando i rapporti fra il divino e l’umano, fra spirito e materia e tentando così di comprendere le leggi supreme che lo regolano. È di questa costruzione spirituale che si intende parlare, trattando l’argomento nei suoi momenti simbolici, esoterici ed operativi. A ciò si aggiungerà un cenno storico sul tempio di Salomone.

Cenni storici

Per gli scopi riassuntivi di questa trattazione pare sufficiente rammentare che Salomone (971-931 a. C. circa), figlio di David e terzo re di Israele, diede impulso alle attività commerciali e fu ‘un grande costruttore. Tra le sue opere vi è il tempio di Gerusalemme. L’unica fonte scritta che fornisca notizie in merito è la Bibbia, che ne descrive la magnificenza delle linee architettoniche, delle « decorazioni e degli arredi interni. Gli archeologi hanno tentato ;- lungamente, ma invano, di pervenire alla scoperta di reperti che, * ne attestassero l’esistenza. Solo recenti reperti di scritti babilonesi attestano la distruzione di Gerusalemme per opera di Nabucodonosor (597 a. C.), circostanza in cui, verosimilmente, dovrebbe essere andato distrutto anche il tempio. Si può invece affermare che fonti archeologiche relative ad altre costruzioni dell’epoca citate dalla Bibbia, dimostrano l’attendibilità complessiva del racconto biblico, specie per le analogie ‘di tecniche di costruzione, di lavorazione della pietra e di fusione del rame, ampiamente usato nel decoro del tempio. Anche la planimetria di resti di altri templi, scoperti in zona, riconduce a quella del tempio di Salomone. La tradizione ci indica come luogo di costruzione del tempio quello ove era la roccia sulla quale Abramo si accinse a sacrificare il proprio figlio Isacco. Ora vi sorge la moschea di Omar detta appunto anche Cupola della Roccia. Per 1a sacralità dell’edificio, è evidente l’opposizione mussulmana alla effettuazione di scavi in sito. Dobbiamo quindi, fino ad oggi, accontentarci di testimonianze indirette, storiche e archeologiche che suffragano la veridicità e la credibilità della diretta testimonianza fornita dalla Bibbia.

La costruzione del tempio dal punto di vista simbolico

 La trattazione del vasto, profondo, enigmatico panorama della simbologia del tempio potrebbe essere fatta elencando i vari simboli con la relativa interpretazione, con il rischio di fare un astruso inventario di oggetti che, una volta dimenticatone il contenuto, tornerebbero ad essere privi di significato per i più. Oppure si può cercare di abbinare il significato del simbolo alla sua efficacia pratica; dimostrare che l’iconografia del tempio massonico possiede ed emana un qualcosa che si traduce in azione, pensiero, movimento, un qualcosa di vivo che ha contribuito e contribuisce a mantenere viva la Massoneria, cementando la, fratellanza. Spesso i simboli appaiono al neofita (abituato a ragionare in termini pratici, razionali e non ideali), ostici, incomprensibili, arcaici, inutili, quasi un puerile gioco di misteri. Tutte le istituzioni umane fanno uso di simboli. Quelli politici o religiosi sono di facile e immediata interpretazione, ma diverso è il caso della simbologia massonica, oscura, inesplicabile, inquietante, specie nelle prime fasi del cammino iniziatico. Mentre la simbologia profana raggiunge subito il cuore dell’uomo, suscitando sentimenti o emozioni, quella massonica, prima di giungere al cuore, deve essere analizzata dal cervello, capita nei suoi diversi significati, meditata e assimilata con un maturato impegno intellettuale; richiede cioè il passaggio dell’individuo dalla condizione di pietra grezza a quella di pietra levigata. Pervenuti a questo stadio, i dubbi lasciano posto alla consapevolezza di come all’interno del tempio nulla sia superfluo e lasciato al caso, ma tutto possegga un significato ben preciso, rispondente a esatte finalità. A questo punto appare chiaro che il primo, vero tempio massonico è quello che ciascuno deve edificare nella propria coscienza ed a questo fine il simbolo serve in quanto, come spiega la sua etimologia, costituisce un segno di riconoscimento, un richiamo alla meditazione all’introspezione. Se ci si dedica allo studio dei simboli, penetrandone l’essenza e comprendendo il messaggio che essi contengono, ci si rende conto di quanto essi siano necessari alla Massoneria della quale, insieme ai rituali, costituiscono la vera forza motrice. Per i Massoni il simbolo è un linguaggio universale, che tutti i fratelli sparsi sulla terra recepiscono e conoscono; esso, insieme con il Rituale, rappresenta il cemento della fratellanza, radicata, sentita e vissuta da tutti i Liberi muratori, oggi come in passato. È proprio grazie al simbolismo ed ai rituali che sveliamo a noi stessi i veri motivi che ci hanno condotto all’Iniziazione: basta pensare al profondo significato che possiede, per chi abbia sensibilità, l’insieme dei gesti simbolici della catena d’unione o l’abbraccio del Maestro venerabile al neofita, con le indimenticabili parole: ‘«tu sei mio Fratello ». Per concludere, una definizione di Wirth: «il simbolo è una finestra aperta sull’infinito, è il legame esteriore dei Fratelli, che sparsi – sulla superficie del globo, hanno aspirazioni comuni e cercano,  sotto forme tramandate dalla Tradizione, la stessa verità, per diffonderla fra gli uomini ».

La costruzione esoterica del tempio

La simbologia rappresenta inoltre il linguaggio dell’esoterismo cioè dell’«inse-gnamento segreto », della «ricerca della Verità » del « tentativo di avvicinarsi all’essenza delle cose, ricercando e individuando i rapporti che esistono fra l’uomo e lo spirito del mondo che lo circonda ». Alla parola Tempio, dal punto di vista esoterico, deve essere attribuito un duplice significato: di tempio individuale, interiore, che si costruisce mediante lo studio della simbologia tradizionale e la sua applicazione soggettiva fino al raggiungimento della conoscenza di se stessi (compito dell’apprendista e del compagno) e di tempio universale, la cui costruzione inizia nelle varie officine per portare poi nel mondo profano lo spirito massonico (compito del Maestro). E Il primo lavoro del Massone è quindi rivolto alla ricerca di se stesso, nel tentativo di avvicinarsi all’essenza delle cose e giungere alla verità. 11 momento iniziale di questo cammino iniziatico di purificazione è rappresentato dalla « morte profana »; solo dopo questa catarsi può iniziare quella ricerca che è stata il filo conduttore di tutta la storia del pensiero umano: «conosci te stesso » dell’oracolo di Delfo, « impara a diventare ciò che tu sei » di Pindaro, « divieni ciò che sei » di Kant. Il dialogo personale con il simbolo rappresenta il collegamento con il pensiero degli uomini più illuminati di ogni fede, religione e pensiero, alla ricerca « dell’essenza celata della conoscenza antica » (G. Porciatti) tesa al riconoscimento della deità nell’individuo. Il passo successivo di costrizione esoterica è rappresentato dall’applicazione di questo studio, perché esso non rimanga fine a se stesso. Questa opera è ancora del tutto individuale, in quanto non esistono né principi codificati né regole tramandate, ma tale applicazione è demandata solo alla capacità del singolo di assimilare e fare propri gli insegnamenti della simbologia. La costruzione esoterica del tempio universale è l’ultimo atto del lavoro massonico ed è compito proprio del Maestro. Questo impegno inizia in un momento, variabile da individuo a individuo, in cui la conquista esoterica personale viene rivolta agli altri; ciò avviene quando il Massone ha saputo dominare e guidare tanto bene se stesso da essere in grado di guidare e sorreggere gli altri, anche al di 1à del. vincolo fraterno. Questo compito nell’attuale contesto sociale è però di difficile attuazione. L’uomo contemporaneo è istintivamente poco ricettivo ad un messaggio esoterico. Portato alla dissacrazione si sofferma all’apparenza concettuale più che ricercare e approfondire l’ermetismo di un linguaggio simbolico. Le bellissime e valide definizioni quali « la massoneria è un’arte di vita » (Lennhoff) o «la Massoneria è un bel sistema morale velato nell’allegoria e illustrato dai simboli » (Moramarco), rischiano di restare lettera morta, ideali astratti e non realizzati se non possono essere adattati alla realtà contemporanea e se continuano a essere racchiusi nelle dottrine storiche che compongono l’esoterismo (occultismo, spiritismo, teosofia, autosofia, ecc.), anche se nulla osta a che singoli Massoni moderni possano essere cultori di queste discipline ed interpretare personalmente il linguaggio esoterico universale in chiave di una di queste espressioni. Compito del Massone che si accinge alla costruzione del tempio universale è l’estrinsecazione del concetto di Società iniziatica e di quello di fratellanza. La Società iniziatica di cui si deve dare l’immagine non potrà mai essere egualitaria (come vorrebbe la corrente sociopolitica moderna), in quanto tende a sviluppare l’originalità dei suoi membri pur nel contesto di una vita comunitaria; la Massoneria di oggi deve avere quel volto nuovo dato dal giustapporsi di varie tendenze, promosse e realizzate proprio nella disparità delle scelte individuali e nella molteplicità degli indirizzi che operano sotto il ségno della squadra e del compasso. Anche l’interpretazione del concetto di fratellanza è assai ardua: essa va da una concezione esclusivamente operativa, di cui forte è la tentazione nella nostra società arrivistica, ad una di tipo emotivo, di cui l’individuo, isolato nel contesto sociale, ha forte desiderio. Presentare pertanto fuori delle colonne un contesto di fratellanza situato fra questi due estremi è impresa difficile, che richiede al Maestro di aver compreso fino in fondo il concetto di fratellanza massonica. L’estrinsecazione delle idee base di Società iniziatica e di fratellanza potrebbe far credere ad una inopportuna divulgazione del segreto massonico, ma tale ipotesi è concettualmente errata, perché il segreto massonico non può essere divulgato nemmeno volendo; esso è per sua natura inviolabile, in quanto il Massone lo conosce per intuizione, non per averlo appreso, lo scopre frequentando la Loggia, osservando, ragionando, deducendo. Chiunque non sia stato capace di penetrare il mistero non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri; poiché questo segreto è il risultato di una individuale esperienza di vita massonica verso l’evoluzione spirituale: ogni Massone ha il « suo » segreto. La costruzione esoterica del tempio è quindi una ricerca di mezzi e non di fine. Conosciuto il vero significato della vita, l’iniziato, elevato al grado di Maestro, raggiunge la pienezza iniziatica dei suoi poteri-doveri, per cui gli compete l’azione di proiezione universale, senza interrompere la sua ricerca spirituale. Questa proiezione universale deve fondersi su due indirizzi: il rispetto dell’esoterismo simbolico tradizionale e la conoscenza dell’uomo immerso nel contesto storico-sociale contemporaneo, al quale dirigere il messaggio esoterico. Questi due indirizzi, apparentemente antitetici, devono essere coagulati e per eseguire questa sintesi si devono perseguire in parallelo due orientamenti: uno pratico-operativo, rivolto alla ricerca del trascendente e del vero; l’altro, speculativo. Essi trovano fondamento nel riconoscimento che. in ogni uomo, pur nella complessità e relatività della sua natura fatta di stimoli e di idealità, esiste invece l’essenza del giusto e del vero.  Da tutto ciò discende che si può realizzare la costruzione esoterica del tempio universale solo se dapprima si sia riusciti a realizzare se stessi, partecipando come entità attive ed operanti al lavoro comune e integrato che si svolge nelle nostre officine. Solo quando si è raggiunta la pace interiore si sente il bisogno di trasmetterla ad altri: «il Maestro deve sapersi collocare tra squadra e compasso, fra ordine esterno che presiede ogni forma vivente e la creazione permanente dello spirito ». Non ha quindi valore l’ascesi individuale perseguita nell’isolamento; in un determinato momento la costruzione esoterica universale diventa un’esigenza indispensabile per il completamento di quella interiore. Concludendo, la costruzione esoterica universale comporta l’impegno del Maestro a portare fuori delle colonne l’esoterismo in chiave moderna. Ciò si ottiene vivendo in modo massonico la vita profana e rendendo partecipi gli altri del frutto della propria conquista interiore.

La costruzione del tempio. Operatività

Come già si è accennato, viviamo in una società in crisi generale, dominata dal materialismo, dal relativismo e dall’agnosticismo, spiritualmente vuota, che ha disperso il patrimonio di valori tradizionali senza offrirne dei nuovi, se non il soddisfacimento di interessi materiali, per cui la diffusione dei principi massonici assume un grande valore per tutti gli uomini veramente liberi. È indispensabile la presenza di uomini liberi e di buoni costumi che, indipendentemente dal nome con cui invocano Dio, credano nel G.’.A.’.D.’.U.’.  , amino l’universo, la patria, la famiglia ed il prossimo come se stessi; che nella perenne ricerca del giusto e del vero combattano contro l’ignoranza e contro i principi mistificatori di coloro che aspirano soltanto al dominio dell’uomo sull’uomo. Che i nostri principi vengano percepiti e compresi è il presupposto  perché molti profani possano sentirsi potenzialmente Massoni e pronti, anche se ancora inconsciamente, a entrare nella nostra famiglia. A questo fine è riservata una primaria attività operativa per i Massoni: il proselitismo. ‘ Il proselitismo deve essere condotto con grande cautela, e deve tendere soprattutto non al numero ma alla qualità dell’individuo. I  tegolatori devono sentirsi responsabili ed essere particolarmente preparati per vagliare accuratamente le qualità morali degli iniziandi. È il presupposto perché essi possano entrare fra le nostre colonne. – Una seconda espressione operativa è l’obbligo di dare ai profani esempio di vita vissuta massonicamente che si possa estrinsecare in un vero e proprio « magistrato civile ». La Massoneria, tuttavia, non agisce come organizzazione di massa: è quindi estranea ad ogni compromesso di potere. L’azione massonica non avviene per intervento pubblico, ma è svolta su piano personale. Anche così, tuttavia, è possibile portare un contributo per la soluzione di grandi problematiche civili: di tipo culturale, sociale, tecnico, politico, filosofico. Nell’ambito dell’organizzazione massonica, gruppi di studio, quali ad esempio le camere tecniche, possono esaminare questi problemi e cercare di trovare adeguate risposte e linee di comportamento. E si possono anche anticipare i grandi temi del nostro tempo. L’immagine che si trae da tutto ciò è quella di cerchi concentrici, che si aprono, si chiudono e si riaprono. Grazie al nostro impegno troviamo nuovi fratelli che a loro volta ne troveranno altri. Cosi il Massone realizza l’anelito di miglioramento, dentro e fuori di sé, dentro e fuori del tempio. La luce e la forza di penetrazione della Massoneria saranno tanto più vaste e feconde quanto più e meglio essa avrà saputo proporsi come antesignana di una società più giusta e più vera.

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

DANTE ALIGHIERI; UOMO POLITICO E POETA INIZIATICO

 Dante Alighieri uomo politico e poeta iniziatico :

 di Emilio

Mentre da destra e da sinistra si tende ad appropriarsi della figura e dell’Opera dantesca, si dimentica con troppa facilità l’atteggiamento critico, illuministico, tipicamente massonico che costituisce il nocciolo ideologico dell’opera del Poeta. I nazionalisti vedono in lui il precursore dell’unità nazionale, colui che ha dato all’Italia una lingua ufficiale e che ha fissato inequivocabilmente i suoi confini al Brennero ed al Quarnaro; i preti lodano in lui l’autore del Poema sacro della Cristianità; i letterati magnificano la grandiosa architettura del poema e l’armonia solenne della terzina endecasillabica; infine gli esuli, i fuorusciti, i falliti della politica hanno fatto di Dante un emblema di forza morale o addirittura di resistenzialismo oltranzista. Figura poliedrica, l’Alighieri si manifesta singolare, originalissimo, avulso dal suo secolo e decisamente proiettato nel futuro, sì da essere annoverato fra i precursori ed i profeti del Rinascimento italiano. In questa luce noi vogliamo valutare Dante: un esempio luminoso di mentalità e di dottrina massonica « ante litteram », un uomo cioè che seppe accendere nelle tenebre del Medioevo una fiaccola che permise finalmente agli italiani d’allora di guardarsi in faccia e di prendere coscienza di sé medesimi come individui e come popolo. Nei libri di storia si legge che il Medioevo finisce nel 1492 colla. scoperta dell’America: per il nostro Paese però questa data ha un valore puramente formale. Se per Medioevo si intende quell’arco di tempo che va dalla caduta dell’impero romano d’occidente alla rivalutazione della Romanità perduta, dalle invasioni barbariche alla fusione dell’elemento italico con quello germanico, dal crollo della cultura classica, pagana € solare, sepolta da un cristianesimo malinconico e punitivo, fino alla nascita di una nuova cultura libera da eccessive ipoteche religiose, ebbene, il Medioevo non termina con Cristoforo Colombo, ma con Dante Alighieri. Con lui il timido esperimento letterario noto come « dolce stil – nuovo » prende forma e vigore: la produzione letteraria in lingua volgare ha un esempio colossale a cui ispirarsi e la nuova poesia + esce dalle corti e dai castelli ove era timida ospite ad imitazione dii quella provenzale ed entra trionfalmente nella vita cittadina non più come robetta da trovatori o da canzonettisti, ma come pura espressione letteraria di una nuova cultura foriera di nuovi tempi. Se i concittadini ed i contemporanei non apprezzarono abbastanza l’Alighieri ed i suoi meriti eccezionali, la immediata posterità invece non gli fu avara di quei giusti riconoscimenti che al Poeta vivente furono purtroppo negati. In fatti il Trecento ed il Quattrocento furono pieni di lui e della sua opera: nacque una vera e propria scienza, la dantologia, che ancora oggi, a sette secoli di distanza, è ancora viva ed indaffarata a risolvere antichi problemi biografici e ad interpretare il pensiero dantesco. Chi fu, in sostanza, quest’uomo piccolo, magro, di colorito fosco, che inaspettatamente balza alla ribalta della cronaca politica fiorentina, cade in disgrazia e nell’oblio, poi, in tutta modestia, lentamente si ipertrofizza fino a giganteggiare nella letteratura del suo paese come un innovatore della espressione linguistica ed un riformatore di quella poetica? Veniva dal popolo, da quel popolo benestante, pulito, che costituisce il braccio e la mente della Firenze comunale di allora: lo dice il suo stesso nome, Durante di Alighiero, nome privo di serti nobiliari e suonante di semplicità borghese. Del padre, egli non parla mai: era un piccolo mediatore, una figura scialba di cui la storia tace. La gloria della famiglia era l’antenato  Cacciaguida, fine e spirituale guerriero, di cui il Poeta dimostra di andare molto orgoglioso: non è escluso comunque che in questo atteggiamento vi sia una punta di snobismo e di desiderio di nobilitare il lignaggio, un po’ come i nostri odierni arricchiti © arrivati che sbandierano il nonno garibaldino o un prozio vescovo, ignorando la schiera dei parenti nati, vissuti e morti nella più completa oscurità. Per quanto concerne gli studi, Dante aveva frequentato con successo il Trivio e il Quadrivio, corso che corrisponde al nostro Liceo Classico. Era stato poi un paio di anni scolare a Bologna, ma non pare vi si sia addottorato. Ritornato a Firenze, intenzionato a darsi alla vita pubblica, si era iscritto ad una delle arti maggiori e precisamente a quella dei Medici e Speziali. Cosa lo abbia indotto ad iscriversi proprio a questa corporazione non si sa: è certo però che, pur avendo in campo biologico una solida cultura, non esercitò mai la medicina o la farmacia. Guelfo di parte bianca, combatté a. Campaldino; fece rapida carriera politica e raggiunse la carica di Priore nel Comune di Firenze: tradita però da Bonifacio VIII la fazione Bianca, fu cacciato in esilio dal nuovo Podestà, messer Cante de’ Gabrielli da Gubbio, sotto l’accusa infamiate di broglio e baratteria. Amareggiato, in miseria, irato contro l’ingratitudine dei suoi concittadini, il Poeta andò  ramingo per l’Italia provando di persona

… come sa  di sale

Lo pane altrui e come è duro calle

Lo scendere  e salir l’altrui scale.

 La sua carriera politica fu dunque assai breve ed a 35 anni era già finita; inutili furon gli sforzi del Poeta per reinserirsi nella vita pubblica: i fiorentini non lo vollero più e non vi fu più fazione che lo riportasse in carica. Rotto ormai ogni rapporto col partito Guelfo e fattosi Ghibellino, sollecitò l’imperatore Arrigo di Lussemburgo ad intervenire a stabilire l’ordine in Firenze, ma ogni sforzo fu vano e l’imperatore, per quanto sensibile alla lode, non dimostrò mai sufficiente fiducia o simpatia per quell’agitato fuoruscito. Nelle corti ove fu ospite, l’Alighieri fu sempre tenuto in grande considerazione per la sua opera poetica, molto meno per la sua abilità politica o per la sua persona: gli incarichi a lui affidati dai suoi potenti protettori furono infatti sempre di modesto rilievo. Lo stesso Cangrande della Scala, che pure gli fu amico, lo tenne presso di sé diversi anni come confidente aulico, come animatore e « vedette » della sua brillantissima corte, ma non gli conferì mai un incarico politico né una cattedra universitaria. Guido Novello da Polenta, a Ravenna lo ospitò con grande affetto, ma non gli fu prodigo d’incarichi: l’unica volta che, nell’estate del 1 321, lo inviò come ambasciatore al Doge di Venezia, se ne dolse amaramente poiché il Poeta contrasse febbri  malariche nell’attraversare il  delta del Po e rientrato in Ravenna, si aggravò fino a morirne la notte fra il 13 ed il 14 settembre. . Questa è in sintesi tutta i la sua biografia: una vita avventurosa; se vogliamo, ma squallida, densa di frustrazioni e di insuccessi” che incidono sempre più profondamente sul suo carattere duro, indomito, dotato di un « humor » fine ma caustico che egli manifestava con battute che l’aneddotica del tempo ci presenta sempre mordaci e severe. Tutt’altra cosa la sua vita interiore: già nella « Vita nova », opera giovanile, egli ci dà una rappresentazione fantastica della realtà, idealizzandola al punto da far ritenere, non senza ragione, che egli di una scintilla di verità abbia fatto un fuoco. Esempio classico è quello di Beatrice: nella realtà egli vide Beatrice Portinari la prima volta ad una festa di bambini, quando lei non aveva che nove anni. La rivide nove anni dopo, quando entrambi erano nell’«età dei facili amori » ma non si parlarono nemmeno. Poco dopo Dante sposava Gemma Donati, sorella di Forese e nipote di Messer Corso, e Beatrice sposava Messer Simone de’ Bardi, morendo breve tempo dopo. Tutto qui: Dante e Beatrice non solo non erano amanti, ma neanche conoscenti e fra loro due non vi fu mai assolutamente nulla. Ma la fervida fantasia del Poeta volle dare all’immagine di donna ideale da lui concepita un corpo ed un nome e questo compito toccò alla defunta Beatrice Portinari in Bardi: ella divenne la creatura eterea, spirituale, incarnazione dell’Eterno Femminino, rappresentazione vivente della grazia celeste, personificazione dell’amore platonico e della carità. La moda stilnovistica di idealizzare la Donna, raccolta e potenziata da Dante, non aveva solamente precedenti poetici provenzali e cavallereschi, verificatisi praticamente in tutta Europa dopo il mille: aveva ben più profonde radici nell’antichità classica e bisogna riconoscere che, se pure nella forma Dante accetta gli schemi letterari del suo tempo, nella concezione filosofica egli va molto più indietro, fino a raggiungere quel concetto profondo di principio femminile dell’universo, cantata nella mitologia  vedica sotto il nome di Maia, la vergine madre di Krishna, di Iside dagli Egizi, di Demetra dai Greci: figure arcane, ideologicamente coincidenti, che dominano una « quarta dimensione » extrasensoriale. Nella mitologia cristiana questa figura è impersonata da Maria, i cui attributi (verginità, immacolata concezione) e la cui simbologia richiamano con impressionante analogia (manto, azzurro, luna ecc.) gli schemi pagani delle personificazioni analoghe. Perché Dante abbia scelto Beatrice e non Maria a simboleggiare l’Amore e la Grazia, appare abbastanza ovvio: infatti il culto della Vergine Maria, pressoché sconosciuto in epoca paleocristiana, si era esteso nel Medioevo in maniera’‘impressionante, fino a raggiungere sia tra il clero che tra le plebi la forma e le dimensioni di una vera idolatria. Lo stesso termine di « Mariolatria » coniato dagli studiosi di storia del cristianesimo ci dice chiaramente di quali proporzioni doveva apparire il fenomeno. Dante quindi non poteva mettere un personaggio tanto importante dell’Olimpo cattolico a fargli da cicerone in Paradiso: la scelta, oltre che di gusto discutibile ed eccessivamente pretenziosa, poteva essere considerata anche irriverente. Scelse cosf Beatrice, creatura sublime ma terrena, sua ispiratrice di opere giovanili, e nessuno può dire che non sia stata una scelta felice. Come e perché, dopo operette giovanili di non grande rilievo, l’Alighieri si sia accinto alla grande opera che per vent’anni e più l’avrebbe impegnato e « fatto macro », ce lo dice egli stesso nell’argomento del poema, cioè nella prima terzina dell’Inferno: a trentacinque anni, vale a dire agli albori del nuovo secolo, ebbe una crisi di coscienza. Questo è il significato della « diritta via smarrita » nella « selva oscura ». Sono parole sue: ammette quindi di essersi trovato in un ginepraio per non aver camminato sempre sul sentiero della saggezza e della virtù, sedotto dalle lusinghe del vizio, che gli appare sotto la forma simbolica delle tre belve (la lince, il leone e la lupa) che rappresentano chiaramente il desiderio smoderato di piaceri, la superbia, l’avidità di cariche e di guadagni. Vizi o tendenze più che comuni purtroppo in un uomo ancor giovane che vedeva in quell’anno il culmine della sua carriera: infatti Dante fu nominato Priore del Comune di Firenze, assieme a cinque colleghi, il 15 giugno 1300, e nella sua carica fu un duro, come del resto lo era stato anche cinque anni prima quando, come membro del Consiglio, rifiutò con estrema veemenza l’ospitalità ai fuorusciti pistoiesi: da vero oltranzista, ordinò di tagliare la lingua ai traditori che in occasione della « rivolta dei Magnati » avevano voltato gabbana e si oppose decisamente al richiamo dall’esilio di messer Corso Donati, nonostante la mediazione e le garanzie offerte dal cardinale d’Acquasparta. E non bisogna dimenticare che Corso era zio di sua moglie, quindi può darsi che l’Alighieri, oltre che l’avversione ideologica, abbia buttato sulla bilancia anche qualche bega familiare. Il 30 luglio, a dispetto di Bonifacio VIII e del Cardinal Legato, Dante e i suoi Priori concludono alleanza con Bologna ed il Papa, indispettito, monta i Lucchesi contro i Fiorentini. Il priorato di Dante scade il 15 agosto: il nuovo Consiglio conferma le decisioni del precedente ed il Cardinal Legato, perduta ogni speranza di piegare i Fiorentini ai voleri del Papa, lascia Firenze non senza aver lanciato un anatema contro il governo della città. 1 rapporti col Papato sono così definitivamente rotti: un’ambasceria, capeggiata da Berto Frescobaldi, pare che pacifichi la situazione, ma il 30 novembre il Papa, inopinatamente, annuncia ufficialmente che il 2 febbraio Carlo di Valois, fratello del re di Francia, sarebbe giunto in Italia alla testa di un esercito allo scopo preciso di ricondurre la Toscana sotto l’obbedienza della Chiesa. A questo punto il partito Bianco si spezza: mentre lo stesso « leader » Vieri de’ Cerchi propone una politica di moderazione e di compromesso col Papa, Dante e i suoi fedeli esplodono colla consueta decisione e si pongono a capo di una corrente decisamente intransigente che purtroppo prende il sopravvento ed adotta una linea di condotta estremamente cruda e faziosa. Durissima fu la sentenza contro i Neri di Pistoia, attuata dal fiorentino Andrea Filippi inviato a Pistoia come podestà: furono fatte esecuzioni in massa, processi sommari, epurazioni spaventose; in questa bella azione, i Guelfi di parte Bianca ed i loro mortali nemici, i Ghibellini, si trovarono d’accordo e finirono per fare amicizia: il che dimostra ancora una volta che nel nostro paese i costumi non cambiano col passare dei secoli. 1 Neri residenti a Firenze, temendo che nella loro città si ripetesse la strage di Pistoia, fuggirono in quel di Montevarchi per attendere i liberatori, che quella volta erano rappresentati dai Francesi di Carlo di Valois, il quale mandava proclami di resistere e di raccogliere decime, ma tardava a venire. L’ultimo discorso politico di’Dante al Consiglio dei Cento porta la data del 28 settembre 1301: chiede pieni poteri ai Priori. Intanto i Francesi sono giunti a Bologna: i Bianchi inviano ambasciatori a Carlo, il quale risponde con fredda cortesia; i Neri invece ottengono un pieno successo diplomatico” e l’assicurazione da parte del Valois di schierarsi a loro favore. Quando si tratta di inviare un ambasciatore al Papa, i Priori propongono l’Alighieri; secondo quanto racconta Dino Compagni, Dante dà ai colleghi una risposta che è un condensato di spavalderia e di egocentrismo: «Se io vado, chi resta? E se io rimango, chi va? ». È chiaro che da questa frase traspare una velleità piuttosto forte di volere strafare e di assumere atteggiamenti dittatoriali da uomo necessario ed insostituibile. Non sappiamo 3e Dante abbia preso parte alla ambasceria oppure no: certo è che essa costituì un errore diplomatico. Dino Compagni infatti commenta: « Demmo loro intendimento di trattare la pace quando si convenia  arrotare i ferri >». Ma ormai l’errore era commesso e bisognava insistere nel processo di pacificazione. Fu nominato un nuovo consiglio misto di quaranta membri, metà Bianchi e metà Neri, per dimostrare che la pace era fatta e che a Firenze il partito Guelfo aveva raggiunto la riunificazione. Il 1° novembre, festa d’Ognissanti, Firenze addobbata attendeva l’arrivo del paciere ufficiale, Carlo di Valois, seguito da un esercito di francesi, affiancati da complementi marchigiani, guidati da Cante de’ Gabrielli, e da un contingente di romagnoli, alla cui testa cavalcavano Maghinardo da Susinana e Malatestin da Rimini. Il principe Carlo, al contrario del re suo fratello, era un gentiluomo, buono e forse un po’ ingenuo, che credeva fermamente nella nobiltà della sua missione: quindi niente epurazioni, niente vendette, niente guai. Tutto doveva consistere in un perdono generale ed in una solenne cerimonia di pacificazione, seguita da una propiziatoria funzione in Duomo. Ma la sua sola presenza in città lavorava in favore dei Neri: molti Bianchi cambiarono colore e Pazzino de’ Pazzi, il più nero dei Neri, era addirittura ospite in casa di Lapo Saltarelli, esponente della  parte Bianca. Tutto ciò spinse Vieri de’ Cerchi ad accostarsi al Papa, proponendogli la cessione della città in cambio della sconfessione e della umiliazione dei Neri, i quali, venuti a conoscenza della subdola manovra degli avversari, passarono immediatamente a vie di fatto, ferendo gravemente Orlanduccio Orlandi e provocando disordini di piazza per indurre Carlo ad assumere i pieni poteri. Messer Corso Donati, uomo di eccezionale tempra e coraggio, da anni esule, di notte rientra in città e raduna i suoi partigiani, i quali furiosamente si buttano al saccheggio ed alla vendetta: aprono le carceri ed assoldano i delinquenti comuni perfarsi aiutare nella distruzione delle famiglie avversarie. E al buon Carlo, destato nella notte dal clamore della canaglia e dal bagliore degli incendi, si dà ad intendere che si tratti dell’incendio accidentale di qualche casupola dal tetto di paglia, cosa che aveva seminato un po’ di panico fra il popolino… I francesi se ne stettero tranquilli nei loro alloggiamenti e lasciarono che il massacro continuasse, mentre veniva nominato podestà quel Cante de’ Gabrielli che era entrato in Firenze al seguito del Valois: a questo punto le epurazioni raggiungono proporzioni enormi, nonostante la presenza del principe, che personalmente le condannava ma non poteva in alcun modo impedirle. Fra i primi ad esser colpiti vi fu proprio Dante, ma prima che la sentenza fosse promulgata, l’Alighieri aveva già preso il largo. Nel libro «del Chiodo », conservato negli archivi fiorentini, la sua sentenza di morte porta la data del 27 gennaio 1302 ed è motivata così: « Per aver turbato la pace a Pistoia, per essersi opposto al Papa ed al Valois, infine per broglio elettorale e baratteria ». Fuggito col fratello Francesco in Valdarno, poi ad Arezzo, Dante nutrì vive speranze che il regime instaurato dai Neri cadesse, ma ogni illusione fu abbandonata colla partenza del Valois ed il Poeta prese stabile dimora in Arezzo in una casa degli Ubertini, assieme al fratello ed ad un tal Ser  Petracco, il cui figlio Francesco avrebbe  dato tanto lustro alla lirica italiana del secolo. Qui lo raggiunse Gemma coi figlioli, anch’essi cacciati da Firenze nonostante la stretta parentela non Corso Donati. Questi gli avvenimenti di quei fatidici anni 1300 e 1301 che coincisero col « mezzo del cammin di nostra vita» per l’uomo politico Alighieri: è chiaro quindi che quando il Poeta si autoaccusa di superbia, di avidità di potere e di lusso, lo fa in piena coscienza ed implicitamente riconosce di esser stato un fazioso ed un estremista spietato. Ecco la « sélva oscura » nel suo più crudo e profondo significato: l’attaccaménto materialistico ai beni ed agli amori terreni, errore profondo simile a foresta impenetrabile ove non brilla la luce del sole ma cova costante il pericolo di esser vittime di belve subdole e spietate; errore nel quale purtroppo il Poeta, per fatalità o carattere o potenza delle circostanze, riconosce di esser caduto. E si noti il fatto che mentre succedevano quei tremendi avvenimenti a Firenze, il Poeta, pur al centro della tenzone, già scriveva la prima cantica della « Commedia », tant’è vero che nella fuga si preoccupò di mettere in salvo appunto i primi tre canti dell’Inferno, che si suppone siano stati scritti quando al furore della lotta era ormai subentrata la nausea per gli orrori della guerra civile ed un poetico bisogno di quiete per dedicarsi a più elevate attività. È verosimile quindi che il pentimento sia stato precedente alla disfatta politica dell’Alighieri e non frutto di un complesso di frustrazione ed è logico pensare che egli, mentre tuonava contro i Neri dai banchi del Consiglio cittadino, già aspirasse a tirarsi fuori dalle brutture della politica per dedicarsi alla sua grande vocazione artistica: vero è, comunque, che la sua linea politica non cambiò, né si addolcì il suo estremismo, ma la purificazione dello spirito richiede tempo, molto tempo libero e Dante purtroppo non ne aveva e gli avvenimenti incalzavano. Ma nei momenti di tregua, nella pace della sua casa, il Poeta sentiva il bisogno di evadere, di elevarsi, di purificarsi alla luce della cultura classica. Riprende lo studio dell’Eneide e, affascinato dall’arte virgiliana, riceve l’ispirazione per la costruzione di quella gigantesca architettura poetica dell’aldilà che doveva costituire l’ossatura del poema, chiamato modestamente « Commedia ». I tre viaggi compiuti dal Poeta nell’Inferno, Purgatorio e Paradiso non hanno nulla di didascalico né di bigotto: essi simboleggiano invece i tre tempi di una vera e propria iniziazione a misteri sublimi; essi raffigurano con chiarezza lampante la graduale, lenta ascesa dell’uomo alla conquista della conoscenza e della grazia. Il primo viaggio simbolico si svolge nel regno del vizio e della dannazione, conseguenza inevitabile degli errori commessi per amor della carne da coloro che « hanno perduto il ben dell’intelletto ». Il secondo viaggio rappresenta la purificazione, l’espiazione e l’oblio delle colpe di coloro che, caduti nell’errore, hanno saputo ravvedersi in tempo. Il terzo viaggio, il Paradiso, rappresenta la iniziazione suprema; la grazia e la pace di cui godono coloro che hanno sempre camminato sui sentieri della virtù. i Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, è proprio nel Paradiso che la concezione dantesca si avvicina di più agli schemi classici iniziatici: analogamente a Ermete Trismegisto ed ai Pitagorici, Dante pone la sede delle « forme cosmiche » nelle sfere dei sette pianeti; nettamente pitagorica è la concezione matematica dell’armonia delle sfere celesti, aventi fra di loro gli stessi rapporti proporzionali che hanno le sette note musicali. Delle tre cantiche, l’Inferno è quella dove i concetti pagani classici maggiormente si fondono colla concezione cristiana: il fatto è d’altronde spiegabile, in quanto gli antichi autori, da Omero a Virgilio, si erano cimentati a descrivere il regno delle ombre e Dante, fedele seguace, non ha inteso allontanarsi troppo dagli schemi illustri ormai così validamente codificati. Quindi, pur mantenendo fermo il concetto cristiano di « peccato », inesistente o molto ambiguo nella letteratura classica, nonché il concetto di « punizione di vari gradi », la topografia dell’Inferno è quella pagana: l’Acheronte, lo Stige, la città di Dite; i supplizi descritti sono di ispirazione classica, come quello di Tantalo e di Sisifo. Gli stessi mostri (Caronte, Cerbero, Gerione, il Centauro) sono presi di sana pianta dalla letteratura pagana ed i dantologi non hanno nemmeno tentato di dare alle loro figure un significato allegorico cristianeggiante. Minosse solamente, che in vita fu giudice imparziale e spietato, rappresenta la giustizia divina in senso assoluto che regna sovrana nel diabolico penitenziario. .La Gorgone, che ha serpi al posto dei  capelli e impietrisce chi la guarda, è l’emblema del dubbio: esso infatti rende le idee aggrovigliate come serpenti e paralizza ogni attività in colui che «ne venga posseduto; esso è il contrario della fede che dà ai mortali la sicurezza dei propri pensieri e delle proprie opere. Dante non dà spiegazioni su questo punto, ma lascia al lettore la facoltà di interpretare il giusto significato della figura, colla famosa allocuzione

«O voi ch’avete gli intelletti sani

Mirate la dottrina che s’asconde

Sotto il velame delli versi strani! »

 Non si creda che i «versi strani » di cui è piena la Commedia costituissero un comodo sotterfugio per nascondere ad occhi profani il reale pensiero dell’Autore: Dante non ha mai avuto di queste viltà, ma ha sempre chiaramente manifestato il proprio pensiero sull’avarizia del clero, sul potere dei Papi, sulla politica del suo tempo, con una spregiudicatezza che non aveva precedenti nella letteratura di tutto il Medio Evo. Va bene che quando scriveva il canto XIX dell’Inferno Dante non era più Guelfo e che gli gravava sul collo una condanna al rogo in contumacia; però bisogna notare che in quei tempi colla religione non si scherzava e che la gente saliva sul rogo per insulti ben inferiori a quello di identificare la Chiesa colla meretrice descritta da Giovanni nel XVII capitolo dell’Apocalisse!:

 « Quando colei che siede sopra l’acque

Puttaneggiar coi regi a lui fu vista,

Quella che con le sette teste nacque

E dalle dieci corna ebbe argomento

 Finché virtute al suo marito piacque ».

 Nei tre versi che seguono, agli occhi del Santo Uffizio c’era veleno ed eresia più che sufficiente per far incenerire l’opera ed il suo autore, ma quei distinti prelati arrivarono tardi e quando si accorsero del pericolo, Dante era già morto e la vendetta postuma fu impedita a furor di popolo, come vedremo in seguito.  La forza penetrante di questa affermazione dantesca è paurosa: vi è in essa la potenza dialettica di un Savonarola e la intransigenza mistica di un Calvino:

«Fatto vi avete Iddio d’oro e d’argento

E che altro è da voi all’idolatre,

Se non ch’egli uno, e voi ne orate cento? »

È quale è la causa di questa spaventevole decadenza mistica e morale del clero, se non il potere temporale dei Papi?

« Ahi, Costantin, di quanto mal fu: matre

 Non la tua conversion, ma quella dote

Che da te prese il primo ricco patre! »

 Bastano queste poche affermazioni per affermare il pensiero massonico di Dante Alighieri e per scrivere il suo nome sull’albo d’onore dei precursori del riscatto umano dalla schiavitù ideologica medioevale. Già nel « De monarchia » egli, ancora Guelfo, aveva auspicato una netta indipendenza del potere civile da quello spirituale, per il bene dei popoli e della stessa Chiesa: concetto nuovo per quei tempi, specialmente nel nostro paese, il quale, destinato a subire per ben altri cinquecento anni l’ipoteca politica papale, ben meritava l’invettiva del canto VI del Purgatorio:

« Ahi, serva Italia di dolore ostello,

 Nave senza nocchiero in gran tempesta,

 Non donna di provincie, ma bordello!… »

L’un l’altro ha spento, ed è giunta la spada

Col pastorale; e l’un con l’altro insieme

Per viva forza mal convien che vada…»

 «…di oggimai che la Chiesa di Roma

 Per confonder in sé due reggimenti

Cade nel- fango e sé brutta e la soma ».

  Bollato a fuoco il politicantismo papale, Dante non esita a dichiarare la sua fede nella dottrina cristiana e nella validità dei suoi principi etici e spirituali. Nel canto XXIX del Purgatorio ci presenta l’allegoria della Chiesa secondo i suoi intendimenti. Essa è rappresentata da un carro avanzante in solenne processione, preceduto da stendardi dei colori dell’iride e da 24 vecchi venerandi, simbolo dei libri dell’Antico Testamento, e da quattro animali con faccia d’aquila, di uomo, di toro e di leone, rappresentanti i quattro Evangeli. Il carro, imponente sulle due ruote, simboleggianti la vita attiva e quella contemplativa, è trainato da un Grifone, mitico animale dal corpo di leone e dal capo e dalle ali d’aquila, simboleggiante il Cristo. Attorno al carro, danzano sette vergini (le virtù teologali e cardinali); chiude il corteo una coppia di vecchi, dall’aspetto l’uno di seguace di Esculapio, l’altro di uomo d’arme (Luca e Paolo di Tarso). Sul carro, trionfante e fiorita di gigli, appare raggiante Beatrice, simbolo della grazia e dell’amore, impersonante l’eterno femminino delle tradizioni mistiche iniziatiche. L’etica dantesca, per quanto fondamentalmente aristotelica, è nella sua essenza tipicamente cristiana e scevra di qualsiasi sfumatura paganeggiante. Il cammino della virtù è rappresentato come un monte da scalarsi cioè come una conquista faticosa e progressiva

 «…questa montagna è tale

Che sempre al cominciar di sotto è grave

E quanto uom più va su e men fa male »

 Concetto perfettamente aderente al simbolismo massonico, quello della via che si spiana sotto i piedi dell’uomo che persevera a camminare sui sentieri della virtù: e, una volta. trovata la via giusta, continuare su quella gioiosamente, certo che essa si presenterà  sempre più agevole: e tutto ciò senza curarsi affatto del parere volgo:

« Vien retro a me e lascia dir le genti

Sta come torre ferma che non crolla

Giammai la cima per siffiar de’ venti! »

È evidente nel pensiero dantesco il concetto cristiano di « libero arbitrio », moderato e diretto da quel senso di « coscienza » più fichtiano, cioè massonico, che kantiano: in altre parole, le buone azioni nascono dalla consapevolezza e dal piacere interiore di opera- re nel bene e nella giustizia ( Fichte) e non dalla caparbia decisione (« imperativo categorico ») di voler fare ad ogni costo il bene ed il giusto anche se costa fatica e dolore (Kant). E sopra tutto, mai curarsi delle chiacchiere altrui e delle apparenze: ognuno giudica col proprio metro e dal proprio egocentrico punto di vista le azioni degli altri, senza tener alcun conto dei sentimenti e delle circo- stanze che le hanno prodotte. Per questo i giudizi del prossimo sono così spesso errati! Nell’etica dunque, così come nella politica e nella religione, gli atteggiamenti mentali e gli ideali di Dante appaiono chiaramente massonici. Tipicamente massonico è il disprezzo che il Poeta nutre per i tiranni temporali, specie quando questi si alleano coi tiranni spirituali per combattere le idee foriere di tempi nuovi e sbarazzarsi degli oppositori, È questo il caso del Re di Francia, Filippo IV il Bello, odiato da Dante non tanto perché fratello del Valois, ma soprattutto per la disumana ingiustizia perpetrata sotto il suo regno a danno dell’Ordine dei Templari. Il famigerato processo si celebra nel 1312, a seguito delle decisioni prese dal papa Clemente V, al Concilio di Vienna, di sopprimere l’Ordine, sospettato di immoralità, di dialogo cogli infedeli e soprattutto di attività magi- che, cabalistiche ed alchimistiche severamente proibite. Nel 1313, Giacomo De Molay e i suoi cavalieri salgono il patibolo scagliando

contro il Papa e il Re la loro terribile maledizione. Efficientissima maledizione, si può dire, in quanto entro otto mesi entrambi questi personaggi decedono di misteriose ma inesorabili malattie. Già nel canto VIII del Purgatorig Dante, incontrando Filippo III ed Enrico I di Navarra, li chiama:

«Padre e suocero son del mal di Francia,

Sanno la vita sua viziata e lorda

E quindi vien il duol che sì li lancia ».

Addirittura, la pena inflitta ai parenti di Filippo il Bello sarebbe causata dalla cognizione dei vizi del loro rampollo e dalla loro incapacità a correggerli. Nel canto XX, è il fondatore della dinastia, Ugo Capeto, che si autoaccusa di una colpa analoga:

«Io fui radice della mala pianta

Che la terra cristiana tutta aduggia »

 e si rammarica di vedere i fiordalisi di Francia patteggiare col Papa ad Alagna la rovina di Firenze:

« Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso

 E nel vicario suo Cristo esser catto,

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

 Veggio rinnovellar l’aceto e ’l fele

E tra i vivi ladron esser anciso ».

Ultima visione, la più mostruosa di tutte: Filippo il Bello viola illegalmente la sede dei Cavalieri del Tempio a Parigi:

Veggio il nuovo Pilato sì crudele

 Che ciò nol sazia, ma senza decreto,

 Porta nel Tempio le cupide vele.

 O Signor mio, quando sarò io lieto

 A veder la vendetta che, nascosa,

 Fa dolce l’ira tua nel tuo segreto? »

Completata la catarsi attraverso i due viaggi simbolici dell’Inferno e del Purgatorio, Dante si accinge a varcare la soglia del regno degli eletti, il Paradiso. Ora il Poeta è in grado veramente di comprendere l’armonia delle sfere celesti e di avvicinarsi a coloro che godono la eterna gioia. Il lirismo dell’Alighieri raggiunge nel Paradiso le vette più alte: sfilano innanzi a lui i Beati ed i Martiri che la Chiesa ha glorificato nei secoli. Nessuna religione, antica o i moderna, aveva mai avuto un cantore di tanta classe e di tanto acume. Ma il Papato, ben lungi dall’accettare la Divina Commedia come il poema della Cristianità, rinnova i suoi strali contro il Poeta e la sua opera e non esita a porla all’Indice del Santo Uffizio come libro nefasto e proibito. Dante muore a Ravenna nel 1321, fra il compianto generale del popolo che si associa al cordoglio di Guido Novello da Polenta, Signore della città e amico fraterno del Poeta. Il suo corpo viene sepolto cristianamente nella chiesa di S. Francesco ed alle solenni onoranze partecipa tutta la città in lutto. Ma da Bologna giunge un ordine perentorio: il Cardinal Legato, Bertrando del Poggetto, vuole che la salma del Poeta, bollato di eresia, sia dissepolta e distrutta. Nel frattempo Guido Novello è caduto in disgrazia ed ha perso la Signorìa, ma il popolo, che venera le spoglie mottali di Dante, si ribella all’ordinanza ecclesiastica con generoso sdegno; gli stessi frati minori custodi del sepolcro si rifiutano di obbedire e fanno causa comune coi cittadini. Bertrando del Poggetto è così costretto a lasciar cadere l’ordinanza ed a ritirarsi in buon ordine. Passano i secoli e l’Umanesimo ed il Rinascimento fanno giustizia dell’oscurantismo medioevale: i Papi si evolvono, le condizioni politiche mutano ed all’opera dantesca viene riconosciuto tutto il suo reale merito letterario e religioso: la Divina Commedia, che per due secoli era stata riservata ad un numero limitato di iniziati ed aveva costituito un piccante successo antipapale, con l’invenzione della stampa entra nelle case del popolo evoluto, nelle canoniche del clero umanista e raffinato. Ogni diatriba, ogni rancore antico cade ed i fiorentini vorrebbero che le spoglie mortali dell’esule ‘trionfalmente entrassero nel «bel San Giovanni» che egli aveva per vent’anni inutilmente lacrimato. Sorge così la diatriba fra Ravenna e Firenze: la città che non lo volle vivo non lo avrà mai neppure morto. Gli stessi frati di S. Francesco, a scanso di colpi di mano clandestini o di ordini perentori, trafugano nottetempo le ossa cortese e le nascondono in una cassetta, che murano nelle pareti del, convento. Le ossa di Dante cessano così di esser fonte di contese: sono sparite per sempre. Solo alla fine dell’Ottocento, durante i lavori di restauro del convento, un muratore trova una misteriosa cassettina, la cui etichetta non lascia dubbi sul contenuto: OSSA  DANTIS. Nessuna città ha mai custodito con tanto amore e tanta gelosia i resti mortali di un cittadino onorario. Ravenna ha questo merito: essa che fu l’ultima tappa di un duro peregrinare, ha assunto nei secoli il diritto di proclamarsi seconda patria del Poeta. I tempi sono mutati: la vecchia città adriatica, silenziosamente sopita sulle antiche glorie e le vestigia illustri, oggi si evolve con una rapidità sorprendente e si avvia a diventare uno dei centri industriali più moderni del Mediterraneo. Ma di questo la vetusta « Città del silenzio » non se ne gloria: non delle mute testimonianze di un passato imperiale, non dei fantasmagorici opifici che specchiano nella notte miriadi di luci nelle acque cupe del Candiano, essa mena vanto. L’orgoglio di Ravenna vecchia e nuova è ancora là, in fondo a un vicolo, dentro un tempietto tondo e ridicolo come una zuccheriera, ed è costituito da poche ossa corrose dal tempo e dalle vicissitudini. Poveri resti della umana miseria; ma per il popolo ravennate quelle ossa sono più preziose di tutti i tesori perché testimoniano al mondo intero l’ospitalità sincera, l’apprezzamento di un’opera geniale ed anticonformista, la volontà di tutto un popolo di resistere alla sopraffazione e di abbracciare un ideale che il « Ghibellin fuggiasco » trascinava faticosamente per una Italia infida e litigiosa e che essi, i Ravennati, seppero comprendere ed impugnare come una bandiera. Sette secoli: tanto tempo è passato. Ma Dante è sempre attuale, perché i suoi principi sono universali, scientifici e duraturi. Egli appare ancor oggi più che mai il Profeta di una rinascita umana che iniziò ai tempi suoi e che del tutto non è ancora compiuta, egli 27

è ancora il Bardo della nuova concezione della vita e ‘della religione perché nel suo cuore, per quanto preso dalla politica, si nascondevano quei principi che sono universali ed eterni in quanto ispirati direttamente da Dio. E quando il Poeta, ripulitosi delle scorie psicologiche, dei pregiudizi, dell’odio di parte e di un vago intellettualismo, seppe scoprirli dentro di sé, la Verità balzò lampante e dalla sua penna sgorgarono fiumi di saggezza e di poesia.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

ESOTERISMO DEL GREMBIULE MASSONICO

ESOTERISMO DEL GREMBIULE MASSONICO”
Relatore Athos. A. Altomonte
  Civitavecchia, Sunbay Park Hotel , 15 marzo 2003
  Il particolare che più colpisce l’immaginario comune dei confratelli massoni, è il grembiule ch’essi indossano, come segno distintivo e simbolo iniziatico della Libera Muratoria nei suoi 3 gradi di capacità, qualità e virtù. Un “vestimento” che ricorda i costruttori operativi del medioevo, e gli edificatori del Tempio di Gerusalemme: voluto da re Davide, e ultimato da suo figlio Salomone. L’Architetto Hiram Abif dirigeva i lavori di costruzione del primo Tempio di Gerusalemme, ed era Maestro e guida morale di tutti i costruttori minori, in ogni grado e qualità. Il Maestro Hiram, ucciso da tre Cattivi Compagni, sacrificò la propria vita per mantenere il “segreto sui lavori compiuti”, di cui non volle rivelare la Parola di Passo. Per questo, divenne il simbolo della spiritualità dell’Ars Muratoria, e figura centrale del mito della maestranza massonica. Hiram, l’Architetto, distinse le legioni dei suoi operai in tre categorie: gli Apprendisti Introdotti, i Compagni d’Arte ed i Maestri Liberi Muratori. Una suddivisione ancora vigente nella Massoneria Azzurra. A disciplinare i tre gradi, erano preposti gli Architetti sovrintendenti e revisori, che garantivano i ritmi e laqualità dell’Opera, con regole e strumenti ancora presenti nei Templi massonici. Operai, Maestri ed Architetti, si riconoscevano comunicandosi Segni e Toccamenti segreti, a cui si aggiungevano le Parole di Passo, con cui si poteva accedere sin nei comparti più segreti delle costruzioni sacre (v. Camera di Mezzo). Anche oggi l’uso di segni, toccamenti e parole segrete, sono usati per distinguere gli appartenenti ai diversi gradi della Piramide massonica. La Fratellanza dei Costruttori, costituitasi attorno alle Piramidi, ha preso origine molto più ad oriente. E in suo ricordo, è nata la formula: «come il sole s’alza da est anche la saggezza procede da Oriente». I consessi iniziatici hanno un uso comune, quello d’accettare i postulanti, solo dopo ch’essi abbiano superate le prove richieste, che potevano variare da consesso a consesso. Ma una regola a tutti comune, era il giuramento del silenzio su quanto appreso ed il segreto sui lavori compiuti. Costruire un edificio sacro in Pietra, significa dare forma materiale ad un’idea Divina. E perseguendo questo scopo, le iniziazioni dei costruttori avevano indirizzi diversi. Quelle di base erano di carattere professionale. Ma, gli operai migliori, potevano aspirare ad essere “introdotti” ai misteri minori. Che, nelle classi degli esecutori materiali, servivano ad accrescere la conoscenza degli ideogrammi architettonici a cui, poi, avrebbero prestato la propria opera. Le iniziazioni ai misteri maggiori, invece, erano indirizzate agli ideatori dei progetti. E sottintendevano un approccio diretto alle conoscenze, riservate alla Casta Sacerdotale, i cui maggiori depositari erano gli Hierophanti, depositari degli Insegnamenti del Tempio, e gli unici che potevano iniziare i migliori tra loro.* *Nota:gli Hierophanti (da cui il termine, ieratico) erano sacerdoti ed iniziati, che non promuovevano alcun contatto con chi, amplificando le credenze popolari, diffondeva criteri religiosi exoterici. Erano iniziati che non seguivano i culti esteriori, destinati al popolo, perché eredi di una spiritualità che perseguiva l’illuminazione interiore, che discendeva da un principio di divinità, che non concepiva l’adorazione di principi materiali (conoscenza esteriore, la divinità materiale). Gli Hierophanti erano iniziatori di canoni interiori, perciò invisibili, e per questo creduti segreti. Costruttori di ponti ideali, con cui collegavano il proprio cielo interiore (il piano della coscienza divina) alla materia mentale (il piano della coscienza fisica) sino ad infuocarla:producendo, di fatto,l’illuminazione. Gli iniziatori infuocavano la coscienza fisica (la terra) e, attraverso i canoni di una Dottrina Segreta, raggiungevano una elevatissima condizione rituale e teurgica, che esprimeva quell’assonanza di gesti-suoni e parole, ch’era la prerogativa dei più alti gradi della gerarchia iniziatica. Infuocare la “terra interiore” dell’iniziato, è il supremo atto rituale che conclude il più sacro degli atti: la sacralizzazione della materia vivente. Questo, agli occhi comuni, rendeva l’iniziato un semidio o un messaggero di Dio, così, com’è ricordato: le divinità camminavano tra gli uomini.   Anche in occidente, i Costruttori di sacre forme erano Iniziati che, con “sacrum facere“, ideavano le geometrie che riproducevano nella pietra idee divine. Così, come già in oriente, anche in occidente, le costruzioni divennero grandi “Libri di Pietra” che indicavano gli scopi di Dio in terra. Affinché i canoni della Dottrina Segreta non fossero utilizzati per scopi profani, i tratti della Grande Opera, che si trasmettevano dal misticismo ebraico, furono ri-velati (velati due volte) nelle geometrie degli edifici (come l’Albero sephirotico inscritto nel frontone delle Cattedrali), nei monogrammi segreti e parole di passo, nei segni misteriosi, ed in tutti gli arredi rituali, i cui significati restano impenetrabili agli occhi dei “non-introdotti” ai misteri. Anche se, ad Oriente come ad Occidente, incuranti del tempo e dello spazio, i grandi “Libri di Pietra” continuano a trasmettere lo spirito della Dottrina Segreta degli Hierophanti. Quadri e miniature ci mostrano operai nell’atto di usare strumenti per erigere Templi “alla Gloria di Dio”. A questo contribuiva la fatica degli operai, che si cingevano i fianchi con grembiulini di pelle d’agnello, per difendersi dai colpi degli arnesi e dalle schegge. Il grembiule d’Arte, dunque, è un elemento storico della tradizione “operativa”, che con l’avvento della Massoneria speculativa assunse il valore di simbolo iniziatico. Così, non da non essere più un vestimento operativo ma, assieme ad una fascia di ricordo cavalleresco, divenne un quadro che illustrava gli elementi esoterici di un grado o di un ufficio massonico. E questo non solo nella Massoneria Azzurra ma anche nella Massoneria Rossa, Nera e Bianca, o in ogni altro Rito, dove fascia e grembiule divennero segni distintivi della dignità massonica. Correlando la cintura che permette di cingerlo in vita al “segno di maestro massone”, appare evidente l’analogia con i cordoni di “castità” degli Ordini cavallereschi, mistici e templari. Ovverosia, con tutti quei vestimenti rituali e religiosi che indicano il distacco dalla confusione sessuale, per dirigerne le energie verso l’intelletto, e dunque per scopi diversi da quelli del piacere e della generazione materiale. Il cordone, insomma, è il simbolo di una ricercata purezza che ricorda l’afflato mistico che animava le Antiche Osservanze iniziatiche.   Il Tour de France Il Giro di Francia, è conosciuto dal grande pubblico per un evento ciclistico internazionale. Originariamente, però, il “Tour de France” era un percorso di perfezionamento artigianale, attraverso il quale l’apprendista diventava compagnon e poi compagnon finito. Compiendo tre volte il periplo del percorso, i compagnoni passavano da una costruzione all’altra, da una chiesa ad una cattedrale, così, esperienza dopo esperienza, raggiungevano la maestranza nell’arte del costruire. Il termine compagnon deriva dal latino “cum panis“, nel significato di “colui che condivide il pane“. Da cui il termine “compain”, che in francese significa compagno. I compagnon accettavano le regole di una vita comunitaria, condividendo tutti i precetti ed i segreti del mestiere. Questo ricorda il principio di condivisione fraterna, ch’era a fondamento dellaRegola templare: raffigurato dal mangiare in due dalla stessa ciotola, e dall’usare in due lo stesso cavallo (v, sigillo). L’assonanza sussiste, perché i Costruttori delle Cattedrali appartenevano all’Ordine Templare, i cui affiliati educavano gli operai più esperti. Dunque, il tour serviva a trasformare il compagnon in artefice, utilizzando un percorso iniziatico squisitamente professionale. Ma il modello iniziatico delle Confraternite artigianali e delle Gilde operaie cambiò, e di molto, con gli sconvolgimenti politici che seguirono la rovina dell’Ordine Templare. Membri illustri dell’Ordine, come architetti, ricercatori, alchimisti che forgiavano i metalli, banchieri delle Commende, assieme a molti cavalieri, per sottrarsi all’avidità sovrana (di re Filippo il Bello) e alla persecuzione religiosa (di papa Clemente V, eletto con gli auspici del sovrano francese) si avviarono a volontario esilio. Ma non tutti si allontanarono. Molti chiesero asilo alle Confraternite operaie, dove profusero il loro sapere iniziatico diffondendo tra i Liberi Muratori il simbolismo dei propri “misteri”. Questa fusione, determinò l’avvento di quel fenomeno culturale chiamato Massoneria speculativa. Per effetto della spinta intellettuale dei “transfughi” di altri Ordini, la Libera Muratoria modificò il proprio assetto misterico. Mutando il proprio indirizzo iniziatico, che da professionale divenne umanistico, filosofico e scientifico. L’avvicinamento di FF. “Illuminati” cambiò pure la vecchia impronta rituale. E tra quelli che determinarono questo cambiamento va ricordato l’inglese Elias Ashmole, rosacrociano del XVII secolo, che arricchì la Massoneria speculativa del 3° grado: Maestro Massone. Dando a questo grado una singolare peculiarità spirituale. Il suo misticismo rituale, infatti, esprime precetti tutt’altro che di “mestiere”. Tanto che nella cerimonia per la costituzione del nuovo maestro, viene raffigurata la resurrezione spirituale del Maestro Hiram.   Venuta meno la funzione di protezione fisica, le dimensioni del grembiule vennero regolate in funzione simbolica. E tra il XVIII e il XIX secolo, le sue dimensioni furono portate a 35-40 cm. di altezza per 35-40 di larghezza. Questi numeri, esprimevano un antico canone della tradizione iniziatica, che riconosceva in quegli anni la maturità, perciò, “l’età giusta” per essere ammessi ai misteri del Tempio. Dove i segreti dell’Arte non erano più fisici ma intellettuali. E «. la pietra non fu più pietra.» ma divenne il simbolo del temperamento umano, da levigare, per renderlo adatto a congiungersi con altre pietre fraterne. Così da riconoscere il principio di Coesione Fraterna ed Universale, che viene rappresentato sottoforma di chicchi di melagrana. Il grembiule è composto da tre parti: una base quadrata, una bavetta triangolare e una cintura. Apprendisti e Compagni indossano grembiuli in pelle o di raso bianchi, senza decori. Mentre il grembiule dei Maestri è bordato di rosso ed è ornato variamente: con cocche o Tau, oppure, decorato da due lettere rosse “M” (Mac) e “B” (Benac), a raffigurare la Parola Perduta. La forma del grembiule non cambia nei tre Gradi, ma riveste significati diversi in ragione del grado e delle funzioni del massone. Il quadrato di base ed il triangolo della bavetta, oltre che nella sua valenza geometrica e matematica (v. immagine), è la rappresentazione dei sette livelli di conoscenza, a cui si ascende attraverso le sette arti Liberali: grammatica, retorica, oratoria, aritmetica, musica, astronomia e geometria. Poi, ricordando il precetto per cui: «Dio, creando, geometrizza l’universo», l’aspetto geometrico fu posto all’apice di una scala ideale di conoscenza, e la lettera G accomunata al Pentalfa Fiammeggiante ch’è il simbolo della più alta iniziazione. Grammatica, retorica e dialettica componevano il cosiddetto Trivio. Fondamentale per il sapere, perché, senza regole del linguaggio non ci può essere comprensione né comunicazione. Dunque, per dare forma giusta e perfetta al pensiero, è fondamentale raggiungere la padronanza del linguaggio e l’abile uso dello strumento verbale. Perciò, per imparare, si deve prima imparare a tacere e ad ascoltare. Il triangolo ed il quadrato del grembiule si sommano dando forma al pentagono, che unisce il quaternario della materia fisica al triangolo della perfezione divina. I numeri sacri che corrispondono a questa “forma” sono il 3, il 4 ed il 5, che si scompongono rispettivamente in 1 2 / 3 1 /3 2 .  Dai numeri 3 4 5 nasce il 12, riconducibile (1) al numero 3, simbolo del ternario spirituale. Il quadrato rappresenta il quaternario dei 4 elementi: terra (minerali dello scheletro, ossa, coscienza fisica), acqua (fluidi fisici, coscienza emotiva), aria (mente, pensiero astratto), fuoco (energia, coscienza spirituale). I significati dei 4 elementi, trattati nella conferenza precedente, sono stai velati nella metafora dei 4 evangelisti e dei 4 animali che velano quattro cicli zodiacali, che corrispondono alle quattro ere. Terra e acqua corrispondono alla parte fisica-emotiva della personalità, che la mente deve imparare a disciplinare e controllare. Dominando i gangli energetici da cui trovano impulso gli elementi inferiori, posti al disotto della cintura, si porta l’attenzione dell’iniziato verso l’alto, cioè, verso la triade rappresentata dal triangolo della bavetta. Tra i significati del “Quaternario” (terra, acqua, aria e fuoco) troviamo i quattro stadi della vita: infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia. Poi, i quattro punti cardinali, con alto, basso destra (mascolino) e sinistra (femminino), utilizzati per l’orientamento interiore. Inoltre, la ciclicità delle quattro stagioni e delle quattro Ere, che antiche concezioni suddivisero in Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo e del Ferro. Con questo, si comincia a ravvisare il “disegno” iniziatico additato ai massoni. Un “viaggio” che porta a sublimare gli elementi del quaternario materiale in quelli del triangolo superiore. Per ottenere ciò, è necessario un processo di metamorfosi interiore che gli ermetisti chiamano: trasmutazione metallica. Che trasformi le sensazioni pesanti della natura passionale, nei pensieri ignei della volontà spirituale, fino alla Ragion Pura. L’elemento acqua salendo verso l’elemento fuoco (coscienza spirituale) crea un effetto infausto, che gli alchimisti chiamano vapore astrale. Sono le nebbie dell’illusione, in cui può perdersi il “Viaggiatore”, che si risolvono nella formula alchemica: «solve et coagula», per rendere secca e solare la “via umida” della coscienza fisica. Questo permette di considerare un altro aspetto: la Via secca e la Via umida non sono un riferimento al sesso del viaggiatore, bensì alla sua coscienza, lunare s’è fisica e solare s’è illuminata dalla triade superiore. I colori del grembiule servono a rafforzare il concetto, perché, il nero al suo interno, significa l’annullamento (simbolico) di ogni indesiderabile colore emotivo che possa sprigionarsi dai centri bassi della personalità. Mentre, il colore bianco del suo esterno, rappresenta il rifrangersi in quei centri delle energie intellettuali. La cintura che divide in due il grembiule sottolinea la divisione tra triade e quaternario. Che bisogna superare con un “ponte”, che crei quell’inversione di coscienza, riprodotta dall’abbassarsi della bavetta nel quaternario inferiore. A rappresentazione di un’altra tappa del percorso iniziatico, dove volontà ed intelletto discendono ad equilibrare il caos degli istinti. Resta il fatto che queste rappresentazioni sono puramente simboliche. Ma possono essere viste come l’indicazione di ciò che può essere fatto levigando la propria pietra, smussandone gli angoli, fino ad esaltare aspetti più sottili di se stessi. Allora, levigare il proprio temperamento, significa trasformare il piombo della natura materiale nell’oro di una coscienza sottile. E questo è il compito di chi vuole rendersi vero iniziato: che non costruisce più cattedrali di pietra ma Templi interiori. Cosciente di non usare più strumenti che producono schegge ma frammenti di conoscenza. I primi strumenti dell’iniziato sono il retto pensare, fondato sull’amore intelligente; il retto parlare, governato dall’auto-dominio; il retto agire, basato sulla comprensione di leggi, anche soprasensibili. Tutto, come redatto in regole antichissime, per iniziati che non si adornano di gioielli, ma di tolleranza, silenzio ed’uniformità iniziatica. Il triangolo che “scende” nel quadrato, sottintende un primo contatto tra la coscienza fisica e quella sottile, nella ri-unione dei due poli (mascolino-femminino) che costituiscono la natura umana. Ciò avviene, attraverso la costruzione di un segmento coscienziale, che una metafora definisce “Ponte” o “Arco reale”, cioè l’Ars Regia. La costruzione di ponti interiori è prerogativa dei pontefici (pontifex), iniziati d’alto valore, capaci di ri-unire «l’alto al basso», seguendo la regola di: «come in alto così in basso», sanno riflettere il cielo interiore nella terra della materia fisica. A rafforzare l’idea, contribuisce il termine francese del grembiule, detto “tablier”, che significa “tavolato o ponte”. Che ci ricorda come ogni cultura iniziatica ha sempre rappresentato con un ponte, il passaggio dallo stato profano (incosciente, dormiente) a quello d’iniziato (cosciente, risvegliato, ri-nato). I colori bianco e nero, anche nel grembiule massonico indicano uno stato di latente dualità tra poli opposti. Un conflitto risolvibile con la capacità di discriminare (simb. la spada) e con il retto giudizio (simb. la bilancia), con cui si genera quell’equilibrio che rende gli opposti complementari. Poiché, l’equilibrio intellettivo, crea un terzo polo mentale (v. sintesi), che annulla i due aspetti apparentemente inconciliabili di mascolino e femminino. Raggiunto l’equilibrio tra “spinte diverse”, i sensi fisici non sono più il solo mezzo d’indagine della coscienza. Ma è la sintesi mentale a diventare un punto di riconoscimento cosciente, capace d’evolversi fino diventare il principio dominante attraverso cui si esprime una coscienza che, non più dominata dagli impulsi della natura inferiore, può riflettersi nell’intelletto. Questo genera un punto mentale (v. baricentro egoico) che illumina la coscienza fisica, creando un effetto che viene raffigurato dal Pentalfa o Stella Fiammeggiante. A quest’ultimo tratto del percorso iniziatico pochi massoni vengono introdotti. Forse perché ci s’indirizza su significati piuttosto lontani dall’aspetto più tradizionale della Libera Muratoria. Ch’è più infuso di devozione religiosa che di scienza iniziatica. Il sentimento religioso è un aspetto diffuso ad ogni livello della Massoneria. In ogni suo ufficio. In ogni suo atto rituale. La presenza di un’anima religiosa nella Massoneria, non può essere ignorata. Anzi, va analizzata, per comprenderne gli aspetti profondi . E scrutare nell’aspetto devozionale della Massoneria sarà l’oggetto di un prossimo lavoro in cui verrà scrutata la religiosità ignorata della Libera Muratoria.
Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

DOMANDE FREQUENTI

FREQUENTLY ASKED QUESTIONS

Aggiungiamo al sito una sezione di domande sulla Massoneria, prendendo spunto da una richiesta fattaci da Mario, un giovane studente che ci ha contattato per una ricerca scolastica sulla nostra istituzione.

Saremo lieti di aggiungere nuovo materiale a questa lista: basterà contattarci all’indirizzo harmoniauniversalis@yahoo.it, ponendoci nuovi quesiti.

Cosa significa per voi essere massoni?

Come vi ponete nei confronti di chi non lo è? E come si pongono quelli che non sono massoni nei vostri confronti?

Quale è il rapporto tra voi e la religione?

Quali sono gli elementi fondamentali della vostra simbologia e cosa significano?

Che scopo ha la massoneria?

Quanti membri conta la massoneria in italia e nel mondo?

Ci sono differenze tra la massoneria italiana e quella di altri paesi?

Esistono dei gradi o dei ruoli all’interno della massoneria?

Esistono dei riti particolari?

1. Cosa significa per voi essere massoni?

R. Significa appartenere a un gruppo di uomini che si riconoscono in un’esigenza di approfondimento interiore e di conoscenza di sé. Tale approfondimento si compie, in primo luogo, attraverso la meditazione su un corredo simbolico, ricco di significati filosofici ed etici. Dal punto di vista sociale, essere massoni significa porsi come obbiettivo il miglioramento della comunità umana; dal punto di vista spirituale significa scoprire e coltivare in sé il desiderio di attingere una dimensione dello spirito purificata dalla limitatezza propria di ogni soggettività.

2. Come vi ponete nei confronti di chi non lo è? E come si pongono quelli che non sono massoni nei vostri confronti?

R. Siamo ugualmente legati, affettivamente e intellettualmente, a Fratelli come a profani (coloro che, nel nostro gergo, non sono massoni). Non crediamo che il non essere massoni costituisca in alcun modo un motivo di demerito. I valori fondanti della Massoneria (libertà, uguaglianza, fratellanza, tolleranza) trovano applicazione sia con i confratelli, sia con l’umanità. Anzi riteniamo che la loro applicazione sia un dovere etico per ogni massone che, come tale, deve essere un cittadino esemplare. Purtroppo, la tolleranza non viene sempre ripagata con la stessa moneta: non si può nascondere che esistano ancora dei gruppi di persone pregiudizialmente avverse alla Massoneria, e un gruppo ancora più ampio che la guarda con superficiale diffidenza. Di solito la diffidenza è causata da fenomeni di devianza (ad esempio la irregolarissima loggia P2), che però i veri massoni combattono da sempre. Pensiamo che la maggiore informazione sui nostri scopi ed attività sia l’unica via di eliminare la diffidenza, così come accade in molti altri paesi d’Europa e del mondo.

3. Quale è il rapporto tra voi e la religione?

R. Ciascun massone è portatore di una propria visione del mondo e della trascendenza, che insieme determinano il rapporto con Dio. Quindi – in molti casi – egli appartiene ad una religione. L’unico requisito imprescindibile che viene richiesto per l’ammissione in massoneria è credere in quello che viene chiamato Grande Architetto dell’Universo, così detto proprio affinché ognuno vi possa riconoscere il Dio in cui crede, senza escludere quello degli altri, in obbedienza al principio della Tolleranza. Alcuni, più che il Dio delle religioni storiche, lo identificano in un principio spirituale. In ogni caso, bisogna dire con fermezza che non esiste un Dio massonico, che la massoneria non è una religione, e che, anzi, tra l’altro, è un modo per permettere a persone di religioni diverse di condividere un’esperienza dello spirito. Dal momento che la fratellanza è universale, incasellare i fratelli a seconda del loro orientamento religioso (o politico, ideologico, socio-economico, culturale, sessuale ecc.) non avrebbe alcun senso e contribuirebbe solo a ricreare le artificiose divisioni del mondo profano all’interno del Tempio massonico.

4. Quali sono gli elementi fondamentali della vostra simbologia e cosa significano?

R. La massoneria che pratichiamo oggi (cosiddetta speculativa), prende a prestito il corredo simbolico dei massoni operativi dell’Europa occidentale del medioevo e della prima età moderna. Un po’ romanticamente, si fa riferimento ai costruttori delle cattedrali, che erano organizzati in Logge. Quindi i simboli che usiamo (e si tratta di simboli tangibili: ad esempio la squadra ed il compasso sono sempre fisicamente presenti in Loggia) sono quelli che venivano usati dai muratori. Naturalmente, in Loggia, questi strumenti non vengono utilizzati per i loro impieghi originali. Sono a disposizione di tutti i Fratelli per meditare sulla loro valenza simbolica. Il rituale, che è una sorta di rappresentazione drammatica usata durante le riunioni di una loggia, fa largo uso di questi strumenti, attraverso cui favorisce la meditazione dei Fratelli sui valori propri della massoneria, quelli sopra ricordati. Per fare un esempio concreto, all’apprendista ammesso (ovvero il massone appena creato tale) viene spiegato come la pietra grezza (appena estratta dalla cava) viene trasformata in una pietra adatta all’impiego architettonico attraverso strumenti quali il maglietto e lo scalpello. Questi riferimenti si riconducono all’apprendista stesso (la pietra grezza), che attraverso la volontà (lo scalpello), unita al martello (la forza della volontà), si trasforma in un uomo migliore. Va comunque osservato che il simbolismo massonico è una materia estremamente complessa in cui non si finisce mai di imparare. Questo si spiega con la ricchezza della Tradizione, e con la complessa lettura archetipica che se ne può fare. Ad ogni modo, va detto che il massone compie una ricerca simbolica individuale, tanto che il corredo simbolico con cui ciascun massone vive la sua esperienza non sarà mai perfettamente identico a quello di un altro. E non c’entrano la cultura o le letture istruite: il simbolo si rivolge all’anima, più che all’intelletto.

5. Che scopo ha la massoneria?

R. E’ estremamente difficile dire se la massoneria, come istituzione storica, abbia avuto degli scopi, non essendo mai stata un’organizzanizzazione monolitica e controllabile, proprio per la natura dei valori che essa trasmette. Certo la libertà individuale, la sua difesa e la sua promozione, sono uno degli scopi universalmente riconosciuti propri di ogni istituzione massonica, e non a caso una frase tradizionale recita “lavorare per il Bene ed il Progresso dell’Umanità”. Tuttavia, crediamoo che la domanda “Che scopo ha la massoneria?”, alla fine venga a coincidere con la prima “Che cosa significa essere massoni?”. La massoneria, col suo simbolismo e col suo modo peculiare di far stare assieme gli uomini, offre gli strumenti e un’occasione: sta ad ogni singolo massone trovare il modo di adoperarli. Certo, chiunque intraprenda correttamente questa strada non può che diventare un mattone migliore per la società.

6. Quanti membri conta la massoneria in italia e nel mondo?

R. La storia massonica italiana è purtroppo caratterizzata da una certa litigiosità a livello di vertice (su questioni che spesso non interessano granché la maggioranza dei massoni) che si è spesso tradotta in scissioni. Quindi il numero totale degli iscritti è incerto, mancando un organo centrale che coordini tutti i massoni italiani. Si può comunque ritenere che esistano circa 40.000 massoni divisi in tre Gran Logge principali e numerose obbedienze medio-piccole. Nel mondo, la massoneria negli USA è la più numerosa, contando più di due milioni di membri. In Inghilterra sono circa 300.000. La massoneria esiste nella maggioranza dei paesi ad esclusione di quelli in cui retti da regimi totalitari (va ricordato come la massoneria sia stata ugualmente perseguitata e vietata da tutti i regimi totalitari).

7. Ci sono differenze tra la massoneria italiana e quella di altri paesi?

R. A livello mondiale, il nucleo simbolico della massoneria è simile per tutti i massoni. Cambia però il modo di vivere la massoneria. Negli USA, ad esempio, molti dei discorsi sulla filosofia o sulla natura dell’uomo che appassionano i massoni italiani, sarebbero viste con sorpresa. Per contro, il tema del volontariato e della beneficenza che tanto appassiona i massoni d’oltreoceano, a noi potrebbe sembrare naturalmente collocato altrove. In Gran Bretagna, la patria della massoneria speculativa (fondata nel 1717), la massoneria è un’istituzione più tradizionalista di quanto non lo sia da noi. Bisogna anche ricordare che esistono obbedienze (strutture organizzative massoniche a livello nazionale) che si distinguono per il fatto di accettare o meno l’affiliazione delle donne, così come esistono organizzazioni massoniche esclusivamente femminili.

8. Esistono dei gradi o dei ruoli all’interno della massoneria?

R. Per funzionare, le cerimonie massoniche richiedono che alcuni Fratelli ricoprano degli incarichi specifici. Ad esempio, un membro della Loggia viene annualmente eletto suo capo: il Maestro Venerabile ha la responsabilità globale del buon funzionamento della Loggia. A lui spetta anche il compito di presiedere le riunioni (tornate rituali). Il Maestro Venerabile è assistito da numerosi ufficiali i cui ruoli e responsabilità dipendono dal rituale e/o dalla Gran Loggia. I principali ufficiali sono comunque il Primo e il Secondo Sorvegliante. Esistono poi incarichi di tipo amministrativo quali quello di Segretario e di Tesoriere. Le Logge si federano tra loro per formare una Gran Loggia (o Grande Oriente). Questa gran loggia (anche denominata obbedienza, o comunione massonica) elegge un Gran Maestro con compiti simili a quelli del Maestro Venerabile di una Loggia, semplicemente con un’autorità maggiore e – spesso – con ruoli di pubbliche relazioni. La nostra obbedienza si chiama Gran Loggia Regolare d’Italia. Va comunque detto che la gerarchia massonica serve solo a farla funzionare. Nessun vero massone si sentirebbe migliore di altri solo perché gli è stato affidato un incarico.

9. Esistono dei riti particolari?

R. Ciascuna Loggia deve seguire un rituale (una sorta di sceneggiatura) per funzionare. Di rituali ne esistono moltissimi, alcuni dei quali sono molto pittoreschi e usano parole e titoli che rimandano indietro nel tempo. Una caratteristica comune a quasi tutti i rituali è quella della loro progressività iniziatica. Un massone appena creato (Apprendista Ammesso: primo grado), non può assistere ad una cerimonia svolta nel secondo grado (quello di Compagno di Mestiere), e così via. L’iniziazione, il rito che ammette un profano all’interno della fratellanza, è sempre una cerimonia suggestiva, in cui il candidato si impegna a non rivelare i segreti che gli verranno confidati (ma è bene precisare che si tratta di segreti simbolici, non oggettivi), e promette di portare assistenza ai fratelli nei limiti della legge e della morale. Nella cerimonia, egli rinuncia alle tare della vita profana, per rinascere simbolicamente ad una vita più elevata. Esistono poi numerose altre cerimonie, dall’installazione del Maestro Venerabile neoeletto, alla creazione di un Maestro Muratore, che allude alla leggendaria figura di Hiram Abif, l’architetto del Tempio di Re Salomone, che è in qualche modo il personaggio in cui si compendiano molti dei simbolismi essenziali della massoneria.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

IL DIALOGO

IL DIALOGO

Affinchè le parole non restino sterili enunciazioni, occorre tenere costantemente aperta la porta del dialogo, senza alcuna preclusione

Bisogna che i potenti guardino con nuovi occhi coloro ai quali la fortuna non ha arriso, e si mostrino disponibili alla solidarietà: la loro posizione non muterà, ma sarà possibile aprire un varco nelle reciproche incomprensioni e contrapposizioni che generano solo intolleranza e odio.

E’ necessario che sia riconosciuto a tutti gli uomini, di qualsiasi razza e condizione, dignità e spazi di pari opportunità, alla conquista di una convivenza civile, nel rispetto dei ruoli che l’intelletto umano concede.

.

Devono cadere le barriere  fra le genti, per consentire il libero scambio di cultura, di idee, di esperienze economiche che offrano nuove metodologie per raggiungere mete comuni.

Occorre che si trovino mezzi e strumenti idonei per debellare la povertà in cui si dibattono i Paesi emarginati dallo sviluppo.

Le Religioni possono essere non ciò che separa, ma stimolo efficace per il risveglio delle coscienze.

Occorre determinare i presupposti per un nuovo modo di organizzare la società civile, individuare modalità di equa distribuzione del reddito prodotto dal Paese a tutela dei più deboli e costruire una società più giusta.

E’ il momento di promuovere un NUOVO UMANESIMO  facendo riferimento alle esperienze culturali cristiane, laiche, riformiste, riformatrici, liberali, per concorrere alla realizzazione di un sistema democratico compiuto.

Per fare ciò non basta operare coerentemente nel proprio ambito: è necessario l’impegno che ogni Massone può esprimere, in grado di proiettarsi verso il cambiamento e governarlo.

 (Documento redatto nel dicembre del ’99)

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

COVID, LIBERTA’ E RASPOSABILITA’

Foto Claudio Furlan – LaPresse 09 Novembre 2020 Milano (Italia) News Area tamponi per i pazienti covid allestita dal’ Esercito in Via Novara Nella foto: operatori sanitari effettuano i test Photo Claudio Furlan – LaPresse 06 November 2020 Milan (Italy) News Swab area for Covid patients set up by the Army in Via Novara In the photo: health workers carry out tests

Covid, libertà e responsabilità

Pubblicazione: 19.11.2020 Ultimo aggiornamento: 07:00 – Giorgio Bordin

Davanti a una malattia sconosciuta come è il Covid, il nostro sistema sanitario ha retto meglio di molti altri paesi grazie alla dedizione e alla responsabilità di medici e infermieri

(LaPresse)

L’epidemia Covid in Italia ha messo a dura prova il nostro sistema sanitario. Eppure abbiamo assorbito l’impatto con esiti inaspettati e stupefacenti. Molti nel mondo guardano all’esperienza italiana come un punto significativo da cui ricavare modelli per riorganizzarsi. Il risultato è ancora più sorprendente se si pensa alla struttura del sistema sanitario, un’organizzazione talmente complessa da non lasciare molto margine a previsioni ottimistiche.

Il tema della complessità è abbastanza recente, nella storia occidentale. L’industrializzazione degli stati nazionali e la formazione di aziende di grandi dimensioni hanno rimpiazzato a partire dall’Ottocento i modelli tradizionali di amministrazione, ponendo problematiche nuove. Le organizzazioni, crescendo in dimensioni, non si sono trasformate solo in quantità (cioè sono diventate più complicate), ma sono cambiate nella loro qualità, diventando complesse. I due termini non sono equivalenti.

Esiste una profonda differenza tra un sistema complicato e un sistema complesso. Nel sistema “complicato” i diversi fattori non sono variabili. È un grande orologio pieno di ingranaggi, una catena di montaggio difficile da congegnare, ma facile da far funzionare, dentro la quale l’opera dell’uomo può essere ridotta dall’automazione e tende ad essere stritolata.

Nel sistema “complesso” i diversi fattori sono variabili, e questo ne capovolge il funzionamento. La complessità di un sistema o di una organizzazione non dipende dal numero di elementi, benché questo tenda ad essere elevato, ma dalla presenza di interazioni non lineari fra di loro, per cui non c’è proporzionalità o ripetibilità nei rapporti fra stimoli ed effetti, poiché l’esito di un processo influenza retroattivamente il processo stesso modificandolo in tempo reale. È caratterizzato da dinamicità e capacità di reazione agli stimoli ambientali, pertanto non è immobile, anzi evolve, con fenomeni di adattamento all’ambiente simili a quelli di un organismo vivente.

Inoltre il grado di complessità in un’organizzazione come quella sanitaria si eleva a potenza se si considera che gli stessi snodi del sistema sono rappresentati da persone in relazione fra di loro, a loro volta portatori di enormi complessità: ogni utente vive in modo differente la propria percezione di salute e malattia, e ogni operatore sanitario personalizza il proprio paradigma professionale in relazione a contesti culturali, etici e sociali.

È una sfida grandissima per il management che però, invece di essere raccolta in tutto il suo fascino e nella provocazione della sua portata, è il più delle volte schiacciata in tentativi riduzionistici di governo della complessità: la si spezzetta nei suoi elementi unitari, tentando di semplificarla e ingabbiarla in rigide procedure da cui ci si aspettano risultati meccanici, deterministici, derivati dai modelli industriali di gestione.

Purtroppo, ciò che è complesso non può essere semplificato senza perdere qualcosa per strada, talvolta anche la sua stessa identità. Il carattere non lineare dei sistemi complessi fa sì che partendo da una condizione in ingresso, è possibile prevedere un esito, ma solo su basi di probabilità, e mai di certezza. Piccole variazioni in ingresso – anche solo la variabilità individuale propria dell’oggetto dell’azione di un sistema sanitario – possono portare ad ampie differenze in uscita rispetto a quello che ci si attendeva.

Di fronte a queste premesse stupisce, dunque, ancora di più quanto è avvenuto in questa emergenza Covid, dove l’organizzazione era totalmente impreparata a gestire quello che è avvenuto, in assenza di procedure adeguate, formazione del personale ad ogni livello, risorse non solo materiali o strutturali, ma anche di supporto scientifico all’azione diagnostica e terapeutica. Cosa dunque ha potuto reggere nel nostro sistema sanitario? L’affidabilità e la dedizione degli operatori, cioè proprio quel contributo variabile dell’organizzazione, che ha conferito ad essa stabilità e resilienza.

La resilienza è l’opposto della fragilità: è la capacità di un metallo di assorbire il colpo senza frantumarsi. Ma qui c’è stato qualcosa in più: una risposta proattiva connotata da energia creativa, unità e vivacità professionale. L’abbiamo sperimentato in molti, lo raccontiamo spesso, quando ce lo domandano: pur nella difficoltà e drammaticità del momento eravamo sorprendentemente contenti di lavorare e percepivamo che si stava lavorando bene, con soddisfazione: tanta stanchezza e poco burnout.

Si sono così realizzate risposte operative che, pur nella loro provvisorietà, possono essere modelli da implementare e rendere stabili, non solo per affrontare un’altra ondata di Covid, come le circostanze attuali stanno facendo temere, ma anche per meglio gestire i problemi di sempre: quelli dell’acuzie e anche quelli della cronicità, che non abbiamo certo messo da parte.

Questo può avvenire purché si guardi a questo fenomeno cercando di imparare qualcosa. Mi sembra di vedere due lezioni importanti:

  • ogni fenomeno ha sempre un motore, qualcosa che lo motiva. Si è stati di fronte al bisogno di salute che si incontrava, nell’idea più o meno consapevolmente espressa che ci si prende cura dell’uomo malato e di ogni uomo, senza distinzioni, senza tregua, senza recriminazione. Non diamolo per implicito: altri paesi non hanno fatto così, vedi l’esempio recente della Svizzera;
  • la libertà e la responsabilità degli operatori sanitari ha avuto modo di esprimersi senza vincoli, irrigidimenti, costrizioni burocratiche o normative, così ha dato il meglio di sé riorganizzando il sistema. Occorre scommettere su questa libertà partendo dal dato, che abbiamo visto, ma non possiamo dare per scontato, che esiste un tessuto di operatori della salute ancora capaci di muoversi sorretti dall’ideale.

Ci sono oggi condizioni facilitanti, che a febbraio e marzo non avevamo: il tempo di organizzarci, i soldi per dotarci di maggiori risorse strutturali e tecnologiche, conoscenze epidemiologiche e fisiopatologiche sulla malattia da Covid-19 che non esistevano allora.

Il tempo sta passando, i soldi non li stiamo usando bene, ma più allarmante libertà e responsabilità di medici e infermieri stanno tornando ad essere ingessate in rigidi protocolli, inadeguati ai bisogni che tutti avvertono. Tutti temono di potersi trovare ancora allo sbaraglio nel caso si debba riaffrontare un’emergenza come quella passata.

Kafka scriveva che “si temono la libertà e la responsabilità e quindi si preferisce soffocare dietro le sbarre che ci si è costruiti da sé”. È una tentazione dietro l’angolo di chiunque. Bisogna renderlo esplicito e condiviso, perché l’energia non decada e possa generare luoghi di lavoro più adeguati allo scopo per cui sono nati. Non è spontaneo, è un lavoro nel lavoro, occorre un metodo nuovo e antico insieme: la corresponsabilità.

©

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

GLI IDEALI MASSONICI SONO IMMUTABILI NEL TEMPO

Gli ideali massonici sono immutabili nel tempo

Massoneria un’idea moderna

Durante il fine settimana del 5 e 6 giugno 2004 hanno avuto luogo a Lucerna le Assise di Gran Loggia della GLSA. In quell’occasione il GM della GLSA Alberto Menasche, con il suo Direttorio Ticinese, ha brillantemente raggiunto la metà del suo mandato. Durante il festoso e solenne Rituale di Gran Loggia della domenica il Grande Oratore Mauro Pedretti si è rivolto ai presenti con una interessantissima relazione che riportiamo integralmente qui di seguito (n.d.r.):

(Revista massonica svizzera agosto/settembre 2004)

Sono convinto che parlare di «Massoneria un’idea moderna» sia oggi di grande attualità e che questo tema meriterebbe ben più ampie discussioni e dibattiti all’interno delle nostre Logge. Posso già sin d’ora garantirvi che è intenzione del Direttorio di voler affrontare ed approfondire prossimamente questo tema assieme a tutti voi. Per il momento mi limiterò ad accennare ad alcuni aspetti che penso meritino di venire dibattuti ed approfonditi. Se guardiamo al passato ci accorgiamo per esempio che, nel XVIII secolo, la Massoneria contribuì in modo importante alla rottura degli schemi sociali preesistenti. L’Inghilterra abbracciò per esempio il concetto Newtoniano dell’Universo. La scienza e la ragione prevalsero sugli antichi schemi e sugli antichi concetti medievali. Anche oltre oceano la Massoneria si trovò intimamente coinvolta con i moti rivoluzionari americani. La Costituzione e le Leggi della giovane America si trovarono permeate in modo tangibile ed innegabile dai nostri Ideali Massonici. A quel tempo la Massoneria partecipò concretamente e con successo alla costruzione di una società migliore. A quel tempo la Massoneria era vista dai suoi membri, ma non solo, come un’organizzazione che insegnava dei principi che, se applicati coerentemente, avrebbero contribuito a creare una società migliore, più libera, più democratica e più giusta. A quel tempo i Massoni avevano una visione concreta del futuro ed erano determinati ad applicare i loro ideali anche al mondo profano con l’aspirazione di voler contribuire alla creazione di una società migliore non solo per i Massoni ma per tutta l’umanità. Questa importante spinta socio-politica andò però affievolendosi progressivamente ed incontestabilmente con l’affermarsi dello Stato di diritto. Questo declino del coinvolgimento concreto e fattivo dei Massoni a favore di uno Stato migliore iniziò praticamente in concomitanza con la fine della seconda guerra mondiale. Da quel momento in poi i Massoni fallirono di intervenire come in passato, in modo coraggioso ed illuminato, nel dibattito per il miglioramento della Società futura. Sembra quasi che, a partire dal dopoguerra, i Massoni abbiano perso lo spirito ed il desiderio di voler creare e modellare il loro destino. Da quel momento in poi, la Massoneria non si avventura più nel mondo reale, si racchiude in se stessa e si limita ad approfondire temi toccanti unicamente la sfera spirituale ed etica del singolo individuo. Da quel momento in poi, la Massoneria si accontenta di agire verso l’esterno unicamente attraverso modeste attività caritatevoli. Oggi si ha l’impressione che per la Massoneria i temi etico-morali ed i temi socio-politici appartengano a due mondi diversi. Oggi la Massoneria è molto lontana dal mondo reale, da quel mondo che, proprio secondo i nostri ideali e secondo i nostri Principi Massonici, noi vorremmo migliore! La Massoneria oggi è molto lontana dai problemi di politica socio-economica o dalla politica culturale della nostra società. La Massoneria oggi si limita unicamente ed egoisticamente allo sviluppo morale del singolo individuo e si è allontanata dal mondo profano in modo simile forse solamente a quello di certi monaci Buddisti! E tutto questo capita proprio in un momento in cui il mondo profano avrebbe profondamente bisogno dei nostri principi, dei nostri ideali di tolleranza e comprensione delle idee altrui, di fratellanza fra popoli e razze diverse, di uguaglianza fra persone di estrazione e culture diverse. Quanti dei nostri politici avrebbero qualche cosa da imparare dalle nostre semplici regole di comportamento e di rispetto delle altrui opinioni.

Ma torniamo per un momento ai problemi che affliggono il mondo attuale, limitando l’analisi al mondo occidentale che meglio conosciamo. Negli ultimi anni, in generale, il nostro benessere materiale è sicuramente aumentato. Abbiamo anche vinto molte malattie e risolto molti problemi concernenti la vita di tutti i giorni. Ma a dispetto di tutti comfort a disposizione non abbiamo però trovato la felicità, la pace e la tranquillità. Malgrado tutto questo progresso tecnologico l’uomo non è migliorato moralmente in ugual misura. Se ci guardiamo attorno cosa vediamo? Individui frustrati e stressati, gente malcontenta, ognuno vuole maggiori diritti, ognuno desidera maggior sicurezza, ognuno domanda maggiore benessere. Ad ogni piè sospinto noi sentiamo parlare di diritti, ma quante volte sentiamo parlare di doveri o di obblighi? Mai! Cosa può insegnare la Massoneria a questo mondo moderno? La Massoneria ci insegna i doveri che abbiamo verso gli altri; ci insegna i doveri e gli obblighi verso la famiglia, la comunità, il paese. Ad ogni diritto corrisponde un dovere o un obbligo. La Massoneria parla poco di diritti ma ha molto da dire sui doveri e sugli obblighi che ognuno di noi dovrebbe rispettare. Se ognuno di noi facesse il suo dovere, tutti ne approfitterebbero e nessuno avrebbe bisogno di gridare ai propri diritti. I nostri antenati, i Massoni operativi, lavoravano utilizzando la forza delle loro braccia. L’idea del lavoro è da sempre intrinsecamente legata alla Massoneria. Per questo noi possiamo di nuovo insegnare al mondo attuale che il lavoro è qualche cosa di onorevole, che il lavoro è necessario e meritevole e che il lavoro aiuta a raggiungere la felicità interiore. È essenziale che la Massoneria prenda coscienza di questa sua forza. È essenziale che la Massoneria trovi di nuovo il tempo e la voglia di dialogare e di formulare delle proposte in risposta ai bisogni e ai problemi della nostra società. I nostri Fratelli debbono sentirsi preparati ed in grado di comunicare al mondo profano queste nostre idee e debbono saper portare all’interno delle varie istanze ed istituzioni del mondo profano queste nostre proposte. Dobbiamo di nuovo mostrare al mondo profano che la Massoneria è un’organizzazione che vuole partecipare attivamente, e non solo a parole, al bene e al progresso dell’Umanità. I nostri Fratelli debbono sentirsi fieri di appartenere ad una Associazione disposta a impegnarsi e a combattere per un mondo migliore. Questo guardare avanti e saper discutere di idee nuove darà al nostro Ordine una nuova vitalità e il sentimento che la Massoneria desidera partecipare in modo costruttivo al bene e al progresso della nostra società. All’uomo moderno piace essere associato con istituzioni efficienti e ben strutturate. Se esaminiamo il nostro Ordine da un punto di vista puramente amministrativo ci accorgiamo che abbiamo un numero incredibile di Ordini e Gradi. Il risultato è che la Massoneria è divisa in un grande numero di unità che per definizione divide le risorse a disposizione. I nostri sforzi sono diluiti in una molteplicità di Associazioni che diluiscono a loro volta l’efficacia della nostra azione. In questa ottica dovremo probabilmente in futuro riesaminare criticamente tutta la nostra struttura massonica e capire se questo dispendio di energie non sia controproducente alla nostra immagine e funzione. Finché continueremo a diluire il nostro tempo e le nostre energie in una serie infinita di Ordini e Associazioni simili tra loro ed ognuno inteso ad avere funzioni analoghe, è impossibile che il profano possa farsi un’immagine positiva della Massoneria. Il Massone moderno non può accontentarsi di vedere l’Ordine semplicemente come una vecchia venerabile fratellanza dove degli amici trascorrono in compagnia ore piacevoli. Il Massone moderno non può nemmeno continuare a vedere il nostro Ordine unicamente come un meccanismo adatto ad imparare poche e semplici lezioni morali, attraverso l’uso di simboli e Gradi. Se il Massone potesse vedere l’Arte come una Istituzione prestigiosa dove i Fratelli possono anche dibattere e confrontarsi su idee e problemi attuali importanti, dove potere e influenza vengono usati per il bene della società, allora questo potrebbe essere l’inizio di una apertura positiva del nostro Ordine verso il mondo profano.

Se invece il Massone continua a vedere l’Ordine unicamente in funzione dello sviluppo morale interiore personale di ognuno di noi, allora è evidente che la possibilità di intervenire concretamente nel mondo profano è preclusa per definizione. Se invece il Massone comprende che il «non parlare di politica» si riferisce al non parlare di politica partitica in una Loggia coperta, se capisce che la regola di «non parlare di questioni di religione » si riferisce unicamente al non parlare di questioni confessionali in una Loggia coperta, allora si, potremo progredire. I Massoni potranno incontrarsi, discutere, analizzare e dibattere sulle vere questioni morali sui grandi problemi di oggi e farsi un’opinione basata sui nostri Principi Massonici. Così facendo il Massone coltiva e illumina la sua ragione e si prepara a contribuire concretamente alla grande causa di voler un mondo migliore.

La Massoneria possiede caratteristiche uniche che la differenziano da altre Istituzioni e che la predispongono in modo naturale a poter intervenire con autorevolezza e credibilità in tale senso. La Massoneria non ha mai avuto un’interpretazione unilaterale della storia. Non esiste nessun fatto storico che, se provato errato, possa mandare la Massoneria in crisi. I Principi Massonici di verità, eguaglianza e tolleranza, si integrano in modo perfetto nell’etica delle società occidentali moderne. La storia della Massoneria è relativamente senza macchia. Non vi sono Inquisizioni di cui la Massoneria deve scusarsi. Nessun Imperialismo che possa piazzare la sua immagine in cattiva luce. Nessuna guerra di cui deve rispondere. Nessuna persecuzione sistematica di cui dichiararsi colpevole e nessuna intolleranza religiosa o razziale. La Massoneria può vantare una lunga storia, a livello internazionale, dove l’appartenenza all’Ordine non è mai stata condizionata dalla razza, dal credo religioso o dalla nazionalità. Nell’ambito delle nuove economie globali emergenti, grazie al suo internazionalismo di lunga data, la Massoneria si trova nella posizione di poter rispondere in maniera credibile ed autorevole per esempio alle questioni di etica e di morale con cui queste nuove realtà economiche e sociali si trovano confrontate. E non da ultimo, il lungo e storico cammino basato sulla ragione e sugli ideali dell’illuminismo la fanno l’Istituzione predestinata per antonomasia a divulgare la futura filosofia morale del 21 esimo secolo.

Ma prima di imbarcarci in questa missione, i Massoni dovrebbero farsi un’idea articolata ma chiara di che cosa è la Massoneria e che cosa rappresenta. La Massoneria non è una filosofia semplicistica. La sua missione è di esaltare i valori dell’anima umana e non di confinarla. Il suo scopo è di aumentare e non di diminuire le libertà degli uomini. La sua funzione è di coltivare e non di manipolare il pensiero umano. La Massoneria non vede l’uomo come mero ingranaggio nei meccanismi di uno stato industrializzato. Lo vede invece come una creatura nobile che sa scrutare con curiosa meraviglia nel pensiero del Grande Architetto dell’Universo. La Massoneria non vede l’uomo come una creatura bestiale legata alla cruda ricerca del piacere, lo vede piuttosto come una creatura complessa che lotta alla ricerca della verità e di una felicità basata su valori veri e duraturi. Non lo vede come un naufrago che si dibatte senza speranza in un mare sempre in tempesta, ma lo vede piuttosto come persona in grado, attraverso l’uso del pensiero e della ragione, di padroneggiare i tumulti della vita. La Massoneria è un’idea moderna perché i suoi ideali, la sua morale, la sua filosofia e la sua spiritualità sono delle costanti sempre attuali e immutabili nel tempo. La Massoneria è un’idea moderna in grado di dare un senso alla vita delle giovani generazioni future. Ma per adempiere a questa missione il Massone moderno non deve vergognarsi od avere paura di essere Massone ma deve di nuovo avere il coraggio di ritornare a promuovere i suoi ideali anche all’esterno delle Logge, nel mondo profano, e deve di nuovo avere il coraggio, se necessario, di ritornare sulle barricate.

Website der Logen / Sites web des loges / Sito web delle Logge / Website of the Lodge Loge Nr. 1, “Zur Brudertreue”, Frey-Hérosé-Strasse 12, 5000 Aarau Keine Website / No Website: Loge Nr. 2, “La Chrétienne des Alpes”, Rue de Jérusalem 4, 1860 Aigle Keine Website / No Website: Loge Nr. 3, “La Constance”, Place du Marché 17, 1170 Aubonne Loge Nr. 4, “Freundschaft & Beständigkeit”, Byfangweg 13, 4051 Basel Loge Nr. 5, “Zum Fels am Rhein”, Byfangweg 13, 4051 Basel Loge Nr. 6, “Osiris”, Byfangweg 13, 4051 Basel Loge Nr. 7, “Zur Hoffnung”, Brunngasse 30, 3011 Bern Keine Website / No Website: Loge Nr. 8, “Progrès & Vérité”, Avenue de la Gare, 1880 Bex Loge Nr. 9, “Etoile du Jura”, Rue du Jura 40, 2502 Bienne Keine Website / No Website: Loge Nr. 10, “L’Amitié”, Rue de la Loge 8, 2300 La Chaux-de-Fonds 2 Loge Nr. 11, “Libertas & Concordia”, Salis Haus, Masanserstrassse 35, 7000 Chur Loge Nr. 12,“Humanitas,  Scalettastrasse 7, 7270 Davos-Platz Keine Website / No Website: Loge Nr. 13, “Egalité”, Place d’Armes 17, 2114 Fleurier Loge Nr. 14, “Les Amis Fidèles”, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Loge Nr. 15, “Cordialité & Vérité”, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Loge Nr. 16, “Fidélité & Prudence, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Keine Website / No Website: Loge Nr. 17, “Persévérance”, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Loge Nr. 18, “Union des Cœurs”, Rue Massot 3, 1206 Genève Keine Website / No Website: Loge Nr. 19, “Union & Travail”, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Loge Nr. 20, “Espérance & Cordialité”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Loge Nr. 21, “Liberté”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Loge Nr. 22, “Le Progrès”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Keine Website / No Website: Loge Nr. 23, “Les Vrais Frères Unis”, Rue des Envers 37, 2400 Le Locle Keine Website / No Website: Loge Nr. 24, “Il Dovere”,  Via Pretorio 20, 6900 Lugano Loge Nr. 25, “Fiat Lux”, Murbacherstrasse 15, 6003 Luzern Keine Website / No Website: Loge Nr. 26, “Les Amis Discrets”, Rue du Port 11, 1815 Clarens Keine Website / No Website: Loge Nr. 27, “La Bonne Harmonie”, C.P. 744, 2000 Neuchâtel Keine Website / No Website: Loge Nr. 28, “La Vraie Union”, Rue Delafléchère 2, 1260 Nyon Loge Nr. 29, “La Tolérance”, Rue du Gravier 20, 2900 Porrentruy Loge Nr. 30, “Concordia”, Spisergasse 42 / Schlössli, 9004 St. Gallen Keine Website / No Website: Loge Nr. 31, “Bienfaisante & Fraternité”, Rue du Midi 20, 2610 Saint-Imier Loge Nr. 32, “Phoenix”, Postfach 2167, 3601 Thun Loge Nr. 33, “Constante & Avenir”, Rue des Bosquets 33, 1800 Vevey Loge Nr. 34, “Akazia”, Schwalmenackerstr. 7, 8401 Winterthur Loge Nr. 35, “La Fraternité”, Rue Pestalozzi 7, 1401 Yverdon Loge Nr. 36, “In Labore Virtus”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Loge Nr. 37, “Libertas & Fraternitas”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Loge Nr. 38, “Modestia cum Libertate”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Keine Website / No Website: Loge Nr. 39, “Sapere Aude”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Loge Nr. 40, “Masonry Universal Lodge”, Rue Massot 3, 1206 Genève Loge Nr. 41, “Bon Accord”, Postfach 6202, 3001 Bern Loge Nr. 42, “Humanitas in Libertate”, Spisergasse 42 / Schlössli, 9004 St. Gallen Loge Nr. 43, “Cosmopolitan Lodge”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Loge Nr. 44, “Catena Humanitatis”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Keine Website / No Website: Loge Nr. 45, “Lux in Tenebris”, C.P. 218, 1110 Morges Loge Nr. 46, “Tolérance & Fraternité”, Rue Massot 3, 1206 Genève Loge Nr. 47, “Panta Rhei”, Byfangweg 13, 4051 Basel Keine Website / No Website: Loge Nr. 48, “Les Amis Sincères”, Epinassey, 1890 Saint-Maurice Loge Nr. 49, “Pensée & Action”, Avenue de la Gare, 1880 Bex Loge Nr. 50, “La Régénérée”, C.P. 1282, 1700 Fribourg Loge Nr. 51, “Tradition”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Keine Website / No Website: Loge Nr. 52, “Post Tenebras Lux”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Keine Website / No Website: Loge Nr. 53, “Labor & Perfectio”, Route de Colovrex 25, 1218 Grand-Saconnex Loge Nr. 54, “Prometheus”, Ischernstrasse 25, 4528 Zuchwil Loge Nr. 55, “Zur Dreiländerecke”, Byfangweg 13, 4051 Basel Loge Nr. 56, “Aurora Humanitatis”, Lindenhof 4, 8001 Zürich Keine Website / No Website: Loge Nr. 57, “St. Johann am Rhein”, Schützengraben 11, Postfach 456, 8200 Schaffhausen Loge Nr. 58, “Brenno Bertoni”, Via Pretorio 20, 6900 Lugano Keine Website / No Website: Loge Nr. 59 “Veritas”, Via Rovedo 9 c, 6600 Locarno Loge Nr. 60, “Signa Hominis”, Hotel Arizona, via Trevano 63, 6900 Lugano Loge Nr. 61, “Trismégiste”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Keine Website / No Website: Loge Nr. 62, “Les Frères Inconnus”, Avenue de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Keine Website / No Website: Loge Nr. 63, “Helvetia”,  C.P. 1776, 6501 Bellinzona Loge Nr. 64, “Zu den Sieben Rosen”, Byfangweg 13, 4051 Basel Loge Nr. 65, “Bauplan”, Spisergasse 42 / Schlössli, 9004 St. Gallen Keine Website / No Website: Loge Nr. 66, “Flumen Fraternitatis”, Rue de l’Athénée 12b, 1205 Genève Keine Website / No Website: Loge Nr. 67, “Grévîre”, C.P. 136, 1630 Bulle Keine Website / No Website: Loge Nr. 68, “Wahrheit in Liebe”, Greuterhof, 8546 Islikon Loge Nr. 69, “Pythagore”, Place du Marché 17, 1170 Aubonne Loge Nr. 70, “EÔS”, La Ferme du Désert, Chemin de Pierrefleur 74, 1004 Lausanne Keine Website / No Website: Loge Nr. 71, “Saint-Jean du Léman”, Rue Louis-de-Savoie 26, 1110 Morges Loge Nr. 72, “Lux post Meridiem”, Rue de l’Athénée 12b, 1205 Genève Loge Nr. 73, “More Majorum”, Route des Neigles 33, 1709 Fribourg Keine Website / No Website: Loge Nr. 74, “Vitae Arbor”, Rue de la Scie 4-6, 1207 Genève Keine Website / No Website: Loge Nr. 75, “La Parole de Vie”, Rue de l’Athénée 12B, 1205 Genève Loge Nr. 76, “René Guénon”, Av. de Beaulieu 17, 1004 Lausanne Loge Nr. 77, “Caledonia”, Heptagone, ch. du Chêne 7d, 1020 Renens Keine Website / No Website: Loge Nr. 78, “Zur Windrose”, Ratellerstrasse 25, 7320 Sargans Loge Nr. 79, “Weg zur Wahrheit”, Gasthof Rössli Krempraten, Zürcherstrasse 96, 8640 Rapperswil
HomeForumeMail segretario eMail Webmaster  
Calendrier delle Logge  (to top)
Gran Loggia Svizzera Alpina
Rue du Petit-Beaulieu 1, CH-1004 Lausanne
Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

GIASONE ALLA CONQUISTA DEL VELLO D’ORO

home     indietro

Giasone alla conquista del Vello d’Oro

Questa immagine rappresenta Medea e Giasone nell’impresa del Vello d’Oro [rilievo della basilica pitagorica di Porta Maggiore in Roma (fot. Richter)]. Il mito di Giasone è parte integrante della conoscenza iniziatica della massoneria.

L’oracolo aveva predetto a Pelia – usurpatore del trono di Iolco – che doveva guardarsi da un uomo che calzasse un solo sandalo.

Venne il giorno che Pelia notò un giovanotto, vestito di cuoio e pelle di leopardo, che aveva un solo sandalo. Questi aveva perso l’altro sandalo attraversando il fiume Anauro, mentre aiutava una vecchia (la dea Era, travestita) a passare il fiume.

Quel giovane era Giasone, il cui vero nome era Diomede, figlio di Esone, legittimo pretendente al trono di Iolco. Giasone era stato allevato ed istruito da Chirone, il centauro destinato all’educazione di molti personaggi dell’antichità, da Asclepio ad Achille a Enea e molti altri.

Giasone, interrogato da Pelia, gli rivelò chi fosse e gli chiese indietro il trono. Pelia, sapendo che Giasone era protetto da forti alleati, non gli negò il diritto, ma gli impose di riportare a Iolco il Vello d’Oro. Tale vello era custodito nella Colchide, appeso a un albero in un boschetto sacro ad Ares, ed era sorvegliato da un tremendo drago che non dormiva mai. La Colchide era una regione all’estremità orientale del mar Nero, già colonizzata dagli Egiziani.

Giasone accettò. Mandò messi per tutta la Grecia perché cercassero volontari per la spedizione. Si fece costruire da Argo di Tespi una nave che lo conducesse a destinazione. Atena stessa, la dea della sapienza, mise sulla prua della nave Argo un’immagine di buon auspicio. Molti furono gli Argonauti, tra essi lo stesso Argo che costruì la nave, Castore, il semidio Eracle, Eurialo, il sacro cantore Orfeo, il mirmidone Peleo. Eracle, richiesto di comandare l’Argo, preferì stare sotto il comando di Giasone, che aveva organizzato la spedizione.

La prima tappa fu Lemno, dove gli unici abitanti rimasti erano le donne, che intrattennero a lungo gli Argonauti, generando con loro molti figli. Fu Eracle a stimolare la compagnia alla ripartenza. Nel viaggio, giunsero alla penisola Arto, nel mar di Marmara, ove furono accolti dal re Cizico, che li ospitò. Nel corso della notte furono attaccati da alcuni giganti con sei braccia, figli della Terra, ma li sconfissero. Quindi ripartirono verso il Bosforo. Dopo alcune peripezie in mare, furono costretti da una tempesta a sbarcare su una spiaggia della Misia. Eracle e Polifemo, attardandosi nella foresta alla ricerca di Ila, già amante di Eracle, furono lasciati a terra da Giasone, che aveva ordinato di riprendere il mare, pur tra le proteste degli altri Argonauti. Approdarono poi all’isola di Bebrico, quindi a Salmidesso, nella Tracia orientale. Qui liberarono il re Fineo dalle Arpie che lo tormentavano. E costui li ringraziò indicando ad essi la navigazione da prendere sul Bosforo, e invitandoli a raccomandarsi ad Afrodite, non appena giunti in Colchide. Proseguendo nel viaggio sorpassarono le pericolose rocce Simplegadi, che fracassavano le navi che passavano in mezzo a loro. L’aiuto di Atena e il suono della lira di Orfeo non furono di poco aiuto. Entrati nel mar Nero, approdarono nella piccola isola di Tinia. E lì Apollo apparve loro. Orfeo elevò un tempio al dio. Nel tempio gli Argonauti giurarono di non abbandonarsi mai nel pericolo.

Molte furono le peripezie che dovettero superare gli Argonauti. Furono a Mariandine, nei pressi dell’orrido da cui emersero Eracle e Cerbero dall’Ade. Giunsero a Sinope in Paflagonia. Oltrepassarono il paese delle Amazzoni e quello dei Calibi, che vivevano unicamente del loro lavoro di fabbri. Furono attaccati da uccelli bronzei, presso l’isoletta di Ares. Doppiarono l’isola di Filira, dove Crono giacque con Filira, da cui nacque il saggio centauro Chirone. Quindi giunsero in vista del Caucaso e sbarcarono nella terra della Colchide.

Era (Giunone per i Romani), Atena e Afrodite, le dee più potenti dell’Olimpo, aiutarono Giasone nell’impresa, in particolare Afrodite che, tramite il figlio Eros, fece innamorare dell’eroe greco Medea – la maga, figlia di Eete re di Ea. Il consiglio di guerra, indetto da Giasone tra gli Argonauti, decise che occorreva chiedere ad Eete il Vello d’Oro e, solo se questi avesse rifiutato, che se ne sarebbero impadroniti con la forza.

Eete, dopo un primo rifiuto, pose a Giasone e ai suoi alcune tremende condizioni: aggiogare due tori, creature di Efesto (il dio Vulcano dei Romani); questi animali erano temibili, avevano zoccoli di bronzo ed emettevano fuoco dalle narici; infine dovevano tracciare quattro solchi sul Campo di Marte e seminarvi alcuni denti di serpente, i denti superstiti tra quelli seminati da Cadmo a Tebe.

Medea promise a Giasone di aiutarlo, purché la sposasse e la portasse con sé in Grecia. Giasone accettò, e Medea gli fornì un preparato che lo avrebbe reso immune dalle fiamme dei tori. Il farmaco era stato preparato con il croco caucasico, sbocciato dal sangue colato dalle ferite di Prometeo. Così protetto dal succo del fiore magico, Giasone aggiogò i tori all’aratro e li costrinse ad arare il campo. Al termine di una giornata intera di aratura, Giasone seminò i denti di serpente. Immediatamente balzarono dai solchi alcuni uomini armati. L’eroe greco gettò tra essi un sasso, come aveva fatto Cadmo nella stessa situazione, e questi guerrieri nati dalla terra presero a combattersi tra di loro. Gli ultimi superstiti, ormai feriti, furono sconfitti ed eliminati da Giasone.

Eete rinnegò il patto e minacciò gli Argonauti. Con l’aiuto di Medea, Giasone ed alcuni dei suoi riuscirono a penetrare nel recinto sacro di Ares, dove era custodito dal terribile drago il Vello d’Oro. Medea placò il drago con la magia e subito il drago si addormentò. Giasone prese il Vello dai rami della quercia a cui era appeso e quindi corse verso la nave Argo, che salpò velocemente inseguita dalle imbarcazioni di Eete.

Giunti dopo numerose peripezie in Grecia, Giasone sposò Medea e giacque con lei sul Vello d’Oro. Imbarcati di nuovo all’indirizzo di Iolco, gli Argonauti vissero una lunga odissea, costellata di avventure al limite dell’umano, ma sempre aiutati dagli dei, prima fra tutti la triplice dea della Libia – che alcuni credono sia Atena o la stessa madre Iside -, poi Tritone, Apollo. E a nulla avrebbero approdato se non fosse stato per la magia della lira di Orfeo, per gli incantesimi di Medea, e per la sorgente che Eracle aveva fatto sgorgare dal terreno, in pieno deserto, qualche tempo prima, quando era diretto al giardino delle Esperidi.

Giunti a Iolco, Medea, con l’aiuto delle sua arti magiche fece uccidere Pelia, che si era macchiato di crimini orrendi. Giasone peraltro rinunciò al trono a favore di Acasto. Giasone  appese allora il Vello d’Oro nel tempio di Zeus Lafistio, a Orcomeno in Beozia. Quindi accettò il trono di Corinto, che per diritto di discendenza spettava a Medea, ultima figlia di Eete.

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

DICHIARAZIONE DI PRICIPI SU MASSONERIA E RELIGIONE

Dichiarazione di principi su Massoneria e religione

 Approvata dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra il 21 giugno 1985

Introduzione.

In seguito ai recenti commenti su Massoneria e religione e alle indagini svolte da alcune Chiese sulla conciliabilità tra Massoneria e Cristianesimo, la Commissione (Board) ha deciso di rendere pubblica la seguente Dichiarazione, in aggiunta a quella originariamente approvata dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra nel settembre del 1962 e confermata nel dicembre del 1981.

Enunciato fondamentale.

La Massoneria non è una religione, né un sostituto della religione. Essa richiede ai suoi adepti di credere in un Essere Supremo del quale, tuttavia, non offre una propria dottrina di fede.


La Massoneria è aperta agli uomini di tutte le fedi religiose. Nei lavori di Loggia è vietato discutere di religione.

L’Essere Supremo.

I nomi usati per indicare l’Essere Supremo consentono a uomini di fedi differenti di unirsi in preghiera (a Dio come ciascuno di essi lo concepisce), senza che i contenuti delle preghiere siano causa di discordia.


Non esiste alcun Dio massonico. Il Dio del massone è lo stesso Dio della religione che egli professa.


I massoni hanno un mutuo rispetto per l’Essere Supremo in quanto egli rimane supremo nelle loro rispettive religioni. Non è compito della Massoneria cercare di unire insieme religioni diverse: non esiste, perciò, alcun Dio massonico composito.

Il Libro della Legge Sacra.

La Bibbia, considerata dai massoni come il Libro della Legge Sacra, è sempre aperta durante i lavori di Loggia.

Gli obblighi dei massoni.

I massoni assumono obblighi giurando sul Libro della Legge Sacra o sul libro da essi ritenuto sacro. Essi s’impegnano a tener segreti i segni di riconoscimento e a seguire i princìpi della Massoneria.


Le punizioni fisiche, che sono puramente simboliche, non sono oggetto di obbligo. L’impegno a seguire i principi della Massoneria è forte.

Confronto tra Massoneria e religione.

Nella Massoneria non si danno i seguenti elementi costitutivi della religione:

una dottrina teologica; vietando le discussioni sulla religione, si vuole impedire l’insorgere di una dottrina teologica massonica;

l’offerta di sacramenti;

la promessa della salvezza mediante opere, conoscenze segrete e altri mezzi; i segreti della Massoneria riguardano i modi di riconoscimento e non la salvezza.

La Massoneria favorisce la religione.

La Massoneria è tutt’altro che indifferente verso la religione. Senza interferire con le pratiche religiose, essa auspica che i suoi adepti seguano la propria fede e pongano i propri doveri verso Dio (in tutti i nomi mediante i quali Egli è conosciuto) al di sopra di tutti gli altri. Gli insegnamenti morali della Massoneria sono accettabili da tutte le religioni.
In tal modo la Massoneria favorisce la religione.

Nonostante questa dichiarazione e la soppressione dell’antica formula di giuramento (sugli aspetti “orrifici” della quale si erano appuntate le maggiori critiche da parte degli ambienti ecclesiali) avvenuta dietro sollecitazione dello stesso gran maestro, il duca di Kent, il 13 luglio 1987 il Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra approvava un rapporto che qualificava come «blasfemi ed eretici» i riti massonici.


Più di recente, nel 1998, sono insorte per la G.L.U. d’Inghilterra anche difficoltà nei rapporti con lo Stato e con il governo del primo ministro laburista, Tony Blair, in merito ad accuse sull’azione di giudici e poliziotti massoni, che hanno portato a una ingiunzione di consegna delle liste contenenti i nominativi di alcune logge. Il fatto, assolutamente inedito, testimonia di un certo deterioramento della posizione della massoneria all’interno della società britannica.

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento