PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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CHE COS’E’ DIO?

RIFLESSIONI SU DIO

Domanda:
Che cos’è Dio?

J. Krishnamurti:
Come pensate di scoprirlo? Accetterete le indicazioni di qualcun altro? O cercherete di scoprire da soli che cosa è Dio? Fare domande è facile, ma fare esperienza della verità richiede una grande intelligenza, una grande quantità di indagini e ricerche.
La prima domanda è: accetterete ciò che un altro dice su Dio?
Non importa chi sia costui, se Krishna, Buddha, o Cristo, perché potrebbero essersi tutti sbagliati, così come può sbagliarsi il vostro stesso guru. Certamente, per trovare la verità, la nostra mente deve essere libera di indagare, il che significa che non può semplicemente accettare o credere. Potrei darvi una descrizione della verità, ma non sarebbe mai uguale alla vostra personale esperienza della verità. Tutti i testi sacri danno una descrizione di Dio, ma quelle descrizioni non sono Dio. La parola “Dio” non è Dio, non è forse così?
Per trovare ciò che è vero, non dobbiamo mai accettare, non dobbiamo mai farci influenzare da quello che i libri, i maestri e chiunque altro possano dirci. Se ci facciamo influenzare da loro, troveremo soltanto quello che loro vogliono farci trovare. Dobbiamo sapere che la nostra mente può creare l’immagine di ciò che desidera; può immaginare Dio con la barba, o con un occhio solo; vederlo blu o viola. Dobbiamo quindi essere consapevoli di avere dei desideri personali e non farci ingannare dalle proiezioni dei nostri stessi bisogni e desideri.
Se desideriamo vedere Dio sotto una certa forma, l’immagine che ne avremo sarà conforme ai nostri desideri, e quell’immagine non sarà Dio, non è così? Se siamo afflitti e vogliamo essere confortati, o tendiamo al sentimentalismo e al romanticismo nelle nostre aspirazioni religiose, finiremo per creare un Dio che soddisfi le nostre aspettative, ma ancora non sarà Dio.
Pertanto la nostra mente deve essere completamente libera; solo allora possiamo trovare ciò che è vero, e non accettando una qualche superstizione, né leggendo un cosiddetto testo sacro o seguendo qualche guru. Solamente quando siamo liberi, quando siamo realmente liberi dalle influenze esterne come dai nostri desideri e dalle nostre aspirazioni così che la mente sia completamente sgombra, solo allora è possibile trovare cosa è Dio. Ma se ci fermiamo a fare congetture, allora le nostre supposizioni valgono quanto quelle del nostro guru, e sono altrettanto illusorie.
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CESARE BECCARIA

CESARE BECCARIA

From “Dei delitti e delle pene”

Cap. 27 Dolcezza delle pene

1 Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento

del quale debbo affrettarmi. Uno dei più gran *freni* dei delitti non è la crudeltà delle pene,

ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di

un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una

dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore

impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità;

perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la

speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei

maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso

accordano, ne aumenti la forza. L’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di più

per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano più delitti,

per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon sempre quelli

delle più sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava

la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di

ferro ad anime atroci di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad

immolare i tiranni per crearne dei nuovi.

2 A misura che i supplicii diventano più crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si

mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s’incalliscono, e la forza sempre

viva delle passioni fa che, dopo cent’anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi tanto quanto

prima la prigionia. Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena

ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata

l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è

dunque superfluo e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali

che conoscono, e non su quelli che ignorano.

Si facciano due nazioni, in una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala

dei delitti, la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell’altra la ruota. Io dico che la

prima avrà tanto timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione

di trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l’istessa ragione servirebbe per

accrescere le pene di quest’ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti più

lenti e più studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni.

3 Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle pene, contrarie al fine

medesimo di prevenire i delitti. La prima è che non è sì facile il serbare la proporzione

essenziale tra il delitto e la pena, perché, quantunque un’industriosa crudeltà ne abbia

variate moltissimo le specie, pure non possono oltrepassare quell’ultima forza a cui è

limitata l’organizzazione e la sensibilità umana.

Giunto che si sia a questo estremo, non si troverebbe a’ delitti più dannosi e più atroci

pena maggiore corrispondente, come sarebbe d’uopo per prevenirgli. L’altra conseguenza

è che la impunità stessa nasce dall’atrocità dei supplicii. Gli uomini sono racchiusi fra certi

limiti, sì nel bene che nel male, ed uno spettacolo troppo atroce per l’umanità non può

essere che un passeggiero furore, ma non mai un sistema costante quali debbono essere

le leggi; che se veramente son crudeli, o si cangiano, o l’impunità fatale nasce dalle leggi

medesime.

4 Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d’orrore pe’ barbari ed inutili tormenti che

da uomini, che si chiamavano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti? Chi

può non sentirsi fremere tutta la parte la più sensibile nel vedere migliaia d’infelici che la

miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che hanno sempre favorito i pochi ed oltraggiato i

molti, trasse ad un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di delitti

impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d’altro che di esser fedeli ai propri

principii, da uomini dotati dei medesimi sensi, e per conseguenza delle medesime

passioni, con meditate formalità e con lente torture lacerati, giocondo spettacolo di una

fanatica moltitudine?

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IL PENSIERO COME FORZA

Il pensiero come Forza

Probabilmente ha sconcertato chiunque si sia avvicinato all’argomento, aver constatato che il termine Eggregoro o Eggregore sembra avere due diverse e apparentemente indipendenti etimologie e due quasi opposti contesti di sviluppo: da una parte quanto leggiamo nel Libro di Enoch Etiopico riguardo ad esseri sovrannaturali, i Vigilanti (in greco ἐγρήγοροι, egrégoroi), e dall’altra l’utilizzo del termine in senso strettamente magico in Eliphas Levi ed in molti occultisti successivi, per riferirsi ad una particolare Forza-Pensiero in grado di creare un ente psichico, frutto di una volontà collettiva (dal latino grex, gregge, e aggrego, metter insieme)[1]. Nel poscritto al termine di questo lavoro cercher  di ricondurre questi due percorsi ad un’idea comune.

Innanzitutto se ritenessimo che la Realtà è circoscritta a quanto possiamo sperimentare con le nostre percezioni, e limitassimo le nostre percezioni ai canonici cinque sensi, non avrebbe davvero senso continuare il discorso, oppure invece potremmo aprirci ad esplorare le terre incognite di un mondo sottile, che forse è la conoscenza di ieri, il sogno di oggi, o magari la scienza di domani.

Potremmo iniziare il nostro breve viaggio attraverso questo mondo che forse c’è, e che comunque non si pu  accertare che non ci sia, con buona pace di Karl Popper, da questo passo del Kremmerz: 

“Esiste un Mondo Secreto che gli uomini intravedono, sospettano, ne sorprendono le manifestazioni e non se ne danno conto. Per studiarlo occorre studiare singolarmente l’uomo secreto che si nasconde in noi, studiare il mondo secreto delle anime dei vivi nei loro rapporti”. E più avanti:

“Il gran tutto ha analogia completa nelle parti. La corrente vitale è unica”.[2]

Forse potrà sembrare singolare giustapporre nello stesso discorso un filosofo della scienza come Popper ed un filosofo ermetico come Kremmerz: è senz’altro vero che i due autori provengono da mondi che più diversi è difficile immaginare, tuttavia questo azzardato accostamento ci rende il servizio di mettere a fuoco un elemento basilare del nostro argomento: la Realtà pu  sostanziarsi in un numero maggiore di piani rispetto a quelli che di norma sperimentiamo, la Vita pu  avere una maggiore profondità di quella che tutti conosciamo (come dice Kremmerz), ed il fatto che non sia possibile dimostrare che questi piani non esistono, rende la tesi non falsificabile e quindi non scientifica (come direbbe Popper)[3], tuttavia non la invalida agli occhi di chi abbia il giusto grado di senso critico e sappia che anche le cosiddette verità scientifiche sono in realtà sempre e comunque provvisorie: molta fantascienza di ieri fa parte della scienza consolidata di oggi!

Solo se siamo aperti a questo tipo di premessa siamo pronti ad accettare la discussione su un tema come il nostro.

Ripartiamo dunque da quel Mondo Secreto che altro non è che un modo diverso di guardare a quella che chiamiamo Realtà: un mondo dove “ci  che sta sopra è simile a ci  che sta sotto[4][5], dove un insieme è più della somma delle parti, dove il risultato di un’azione cambia con il cambiare dell’intenzione con cui la si compie, dove la forza di un pensiero cambia in base al numero di menti che lo stanno pensando, dove un rito pu  indirizzare l’intenzione e quindi la forza di quel pensiero.

E quale strumento sarebbe mai riuscito a rivelare e misurare tale Forza? In effetti sappiamo che un apparecchio siffatto non esiste, e ci dobbiamo accontentare delle percezioni e delle sensazioni degli uomini. Pu  essere giudicato troppo poco, ma ricordiamo che non esiste neppure un argomento valido che ne neghi l’esistenza, ed un sincero ricercatore della Verità non dovrebbe escludere alcun percorso a sua disposizione.

Per quanto mi riguarda, non mi interessa dimostrare alcunché, né forse sarebbe possibile farlo, ma intendo solo provare a descrivere quanto tramandano le Tradizioni di molte culture, che attribuiscono una forza oggettiva al pensiero, soprattutto collettivo, come afferma Eliphas Levi:

“Una volontà lucida pu  agire sulla massa della luce astrale e, nel concorso di altre volontà ch’essa assorbe e seco trascina, determinare grandi e irresistibili correnti; che la luce astrale si condensa o si rarefà secondo che le correnti l’addensano più o meno in certi centri determinati” [6] Per Eggregore dunque si intende il risultato di questo concorso di volontà, che si coagulerebbe in un’Entità in grado di realizzare effetti psichici o anche fisici.

In quali condizioni si creerebbe un Eggregore? La risposta a mio avviso è data dalla natura stessa del rituale durante il quale avviene quest’Opera, rituale magico, iniziatico o religioso, ai fini di questo discorso è lo stesso: in un rituale i pensieri e le azioni sono indirizzate verso una direzione comune a tutti i partecipanti.

Basta questo a dar forza oggettiva al pensiero? Ho scritto partecipanti e non semplicemente presenti, perché credo serva una certa qualità dell’esserci, non solo una quantità, anche se forse la mera presenza pu  rendere almeno ricettivi, intendo cioè passivi e non attivi: forse anche questa funzione è utile all’insieme, ma qui non approfondisco, perché questo aspetto ci porterebbe troppo lontano. Il risultato di questa Forza-Pensiero, che è dunque superiore alla mera somma delle parti, costituite dalle intenzioni dei singoli, è una energia che pu  produrre effetti sia verso l’interno che verso l’esterno dell’Eggregore. Il riferimento alla Catena D’Unione massonica è fin troppo ovvio, ed è questa appunto un esempio di Eggregore con effetti innanzitutto all’interno della catena stessa, un mutuo aiuto sottile tra i Fratelli, nel quale si entra attraverso l’iniziazione. Ma se è vero che la Catena d’Unione è un atto rituale ben determinato, l’Eggregore della Loggia forse esiste solo per il fatto che esiste la Loggia e si riunisce ritualmente, e si nutre delle intenzioni dei Fratelli e a sua volta nutre i Fratelli che ne fanno parte, in un solve et coagula circolare.

Alla luce di questo mi pare evidente che la stessa concezione di Fratellanza Massonica acquisti uno spessore suo proprio, ed una prospettiva totalmente peculiare, che la porta molto distante da qualsiasi altra riunione di persone profane, anche di natura religiosa: qui si tratta di un lavoro che ha per sua natura una dimensione trascendente, verticale, senza per  risolversi in mero culto essoterico.

Scrive Guénon riguardo il simbolo della Catena d’Unione:

Circonda la Loggia nella sua parte superiore. Taluni voglio vedervi la cordicella di cui si servivano i massoni operativi per tracciare e delimitare il contorno di un edificio. […] Bisogna innanzitutto ricordarsi che, dal punto di vista tradizionale, qualsiasi edificio era sempre costruito secondo un modello cosmico; d’altronde è espressamente specificato che la Loggia è un’immagine del Cosmo. […] Stando così le cose, l’ubicazione di un edificio doveva essere determinata ed incorniciata da qualcosa che in un certo modo corrispondesse a quella che si potrebbe chiamare la cornice stessa del Cosmo. […] Il tracciato materializzato dalla cordicella ne rappresentava propriamente parlando una proiezione terrestre”.[7]

Si riafferma anche qui, come sempre, il consueto modello di corrispondenza microcosmo-macrocosmo.

Ovviamente l’Eggregore di una Loggia è solo una delle possibili coagulazioni delle intenzioni di un gruppo di individui, e c’è stato chi ha cercato di utilizzare questa forza anche ad altri scopi, ad esempio terapeutici: potremmo iniziare dai rituali sciamanici “primitivi” fino ad arrivare alla Fratellanza di Miriam, fondata alla fine dell’Ottocento da Kremmerz: quest’ultima aveva l’ambizioso obiettivo di guarire a distanza attraverso la forza del pensiero di tutti i partecipanti alla catena.

La stessa estensione di un Eggregore, nel tempo e nello spazio, è indefinita, nel senso che non ci è dato di conoscerla in modo analitico, perci  anche la sua potenza reale ci è ignota: per questo motivo mi sembrano artificiose le suddivisioni che talvolta leggo riguardo pretesi diversi livelli o tipologie di Eggregore.

Al di là comunque degli esempi concreti, che pure non mancano nell’arco della Storia dell’Uomo, vorrei provare ad identificare alcuni fondamenti comuni, per comprendere quali sono gli elementi essenziali che secondo la Tradizione concorrono alla formazione di un Eggregore, e per questo chiedo in prestito al lessico latino due termini tanto simili nella forma quanto diversi nel loro significato, che mi sembrano molto appropriati: Voluntas e Voluptas

Tanto di più ci sarebbe sicuramente da scrivere, ma mi accontento per ora di queste approssimazioni, e chissà che il percorso liberomuratorio non mi aiuti a sondare nuove profondità.


[1] E. Levi, Il dogma dell’Alta Magia, Roma, Atan r, 1993, pag. 14 e altre

[2] G. Kremmerz, op.cit., vol.I, pag. 27

[3] K.R. Popper, Scienza e filosofia, Torino, Einaudi, 1969, pag.182

[4] Ermete Trismegisto (?), Tavola di Smeraldo in F.A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Roma, Laterza,

[5] , pag. 170

[6] E. Levi, Il dogma dell’Alta Magia, Roma, Atan r, 1983, pag. 57

[7] R. Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Milano, Adelphi, 1975, pag.338

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L’EGGREGORE, L’UNITA’ METAFISICA DELLA MASSONERIAA

L’Eggregore, l’unità metafisica della Massoneria
di Enzo Heffler della RL Citius 825 di Firenze del GOI

“Mi può spiegare quale sia la differenza fra un incontro di Massoni e quello di un qualsiasi gruppo di persone ?”
Quella che avete appena udito è la domanda che mi pose anni fa un giovane apprendista, con questo termine i Massoni indicano coloro che da poco tempo sono stati Iniziati alla Libera Muratoria; da un primo esame può sembrare alquanto banale invece essa nasconde tutta una serie di significati di profonda valenza. Anche se ritengo che l’autore del quesito avesse avuto un colpo di fortuna nell’avanzare il tema, poiché non percepiva quanto si celasse dietro quelle parole.

I Massoni “lavorano” per il perfezionamento di se stessi, per forgiare uomini che abbiano acquisito i mezzi necessari per agire per il bene e il progresso dell’umanità. Tale trasformazione avviene all’interno di un forno alchemico, il Tempio Massonico, che viene alimentato dall’energia di tutti coloro che prendono parte alla Tornata.

La tradizione iniziatica di tutti i tempi ha lavorato incessantemente per lo sviluppo dell’intuizione collettiva; coloro che si sono adoperati per tale sviluppo spesso si sono trovati a “sentire” diversamente la realtà. Questo perché avevano imparato a leggere la coscienza collettiva come fosse uno spartito musicale, sentendo sulla pelle le “parole silenti” dell’intuizione. Quest’energia metafisica che alimenta il forno alchemico prende il nome di Eggregore (o di Eggregora: può sembrare strano ma una bibliografia che spieghi VERAMENTE il significato del termine in oggetto è praticamente inesistente).

Cerchiamo di capire: che cos’è un Eggregore ?
Per cercare di essere facilmente comprensibile credo sia utile iniziare parlando degli “insiemi matematici”, vi ricordate quando frequentavamo le elementari e la maestra iniziò il programma di matematica illustrando alla classe cosa fosse un insieme? Proviamo a risvegliare nella nostra memoria questo ricordo: si definisce “Insieme Matematico” quando, dato un gruppo di elementi, si possa stabilire con precisione quali siano quelli che vi appartengono.
In altre parole se prendiamo come base tutte le razze di pesci conosciute, potremo identificare un insieme composto dai solo pesci che vivono in acqua dolce, oppure un secondo insieme unendo solamente quelli che appartengono al genere mammifero, e potremmo procedere con altri esempi del genere all’infinito.

L’elemento cardine è il legame che esiste fra componenti, ossia il possedere o meno certe caratteristiche determina l’appartenenza o l’esclusione dall’insieme che abbiamo definito, in modo esclusivo. Pertanto una prima definizione di Eggregore che possiamo formulare è “un Eggregore è un insieme di persone”, infatti il significato di questa parola indica un “insieme”, un “gruppo” di persone legate da sentimenti, ideali, usi e costumi comuni.

Prima di proseguire occorre premettere che l’Uomo è un continuo emettitore di energia che varia nella sua intensità, frequenza ed ampiezza secondo la sua intenzione, la sua parola e la sua gestualità. Questo è oggi accettato dalla scienza ufficiale che ammette una differenza di potenziale dell’ordine di millesimi di volt, 3 millivolt circa. Non si sa però se insieme a questa differenza di potenziale ci sia un’altra “quantità”, un’altra forma di energia non ancora conosciuta: che sia Spirituale?

Negli ultimi anni si è affermata una branchia della ricerca medica chiamata radioestesia; uomini del calibro del professore di fisica Giambattista Callegari hanno fondato il loro lavoro su questa differenza di potenziale realizzando strumenti medicali (1951) che permettono di amplificare e di usufruire queste energie. Agli Iniziati quanto detto è noto da sempre ed anche a molti scienziati, forse Iniziati anche loro.

Dopo questa debita premessa possiamo affermare che quando un insieme di persone si unisce all’intento comune, dovuto come detto da sentimenti, idee comuni, una forma di energia interiore questo genera un Eggregore Vivo, senziente, pertanto:
più uomini con intenti comuni, Eggregore Fisico, mettono in comune, uniscono la loro energia, Eggregore Spirituale.

Possiamo quindi dire che come esistono Eggregori Fisici, formati da uomini, così esistono Eggregori Spirituali che generalmente derivano dagli Eggregori Fisici stessi, in sintesi: da un Eggregore Fisico, un insieme di uomini con idee e scopi comuni, si crea un Eggregore Spirituale.

Appare chiaro che come esistono Eggregori fisici che professano l’elevazione spirituale, ne esistono altri che seguono indirizzi opposti; esistono Eggregori spirituali “buoni” o “cattivi”, “positivi” o “negativi” a seconda del punto di vista dal quale si osservano.
Ad esempio, una folla di fedeli in preghiera è un Eggregore fisico: la sua azione è naturalmente tanto più efficace quanto più sentita è la preghiera, e tanto più ancora se è per tutti una e se è guidata, convogliata da chi ne ha i poteri, verso un determinato obiettivo, si produce un Eggregore spirituale positivo.
Altro esempio: un campo di battaglia medievale, dove nella lotta all’arma bianca ognuno dei partecipanti dimentica ogni suo ideale, ogni sua ragion d’essere, nel desiderio di uccidere l’avversario o, almeno, di salvare la propria vita spegnendo quella altrui, è un Eggregore fisico.
L’azione produce un’energia che lentamente si distacca dal piano fisico che lo genera formando un Eggregore spirituale con caratteristiche di odio, egoismo e di volontà nefasta.
Tanto più forte è la personalità dei partecipanti all’Eggregore fisico e tanto maggiori sono i poteri di chi lo dirige, tanto più forte risulta l’Eggregore spirituale.

Appare evidente che un’Eggregore spirituale trae la sua forma da un’Eggregore fisica, pertanto se essa dovesse venir meno o addirittura, a causa di alcuni dei suoi membri, tramutare i suoi fini l’Eggregore spirituale verrebbe meno a sua volta o cambierebbe il suo scopo e i suoi effetti. E’ per questo che, negli Ordini costituiti, la scelta di coloro che vi apparterranno deve essere accurata. Chi appartiene ad un Ordine Iniziatico appartiene ad una sola ed unica stirpe, in quanto le differenze sono annullate con l’Iniziazione.

L’ammissione all’Ordine attraverso il Rito iniziatico è una nuova nascita,mentre la conquista di un grado nell’Ordine è l’affinamento della stirpe, realizzato tramite il proprio miglioramento; per realizzare tutto ciò appare evidente che occorre un Rito appropriato per ogni passaggio.
E’ agevole intuire come sia estremamente facile commettere un errore o provocare reazioni diverse da quelle prefissate, ed è altrettanto semplice commettendo un sacrilegio “disgregare”.

L’ingresso di un Adepto aumenterà la possanza dell’Eggregore grazie alle qualità e ai difetti da lui posseduti, nel contempo l’Eggregore lo isolerà dalle forze esteriori del mondo fisico e rinforzerà, con tutta la forza collettiva che ha immagazzinato, i lati deboli dell’uomo che si è legato a lei.

Nelle Iniziazioni l’Iniziatore deve ottenere la concentrazione delle “influenze” benefiche e propizie dell’Eggregore, al fine di acquisirle, possedere cioè la forza per poterle in parte trasferire con i suoi gesti, con le sue parole e con le sue intenzioni sul postulante. Un solo gesto sbagliato da parte di uno dei partecipanti al rito, una sola parola in più detta dall’Iniziatore o da un suo assistente può rendere tutto vano ed anche pericoloso. Perché il Rito è azione .

Vi ricordate la domanda iniziale che mi fu posta dal giovane adepto ? “Mi può spiegare quale sia la differenza fra un incontro di Massoni e quello di un qualsiasi gruppo di persone ?”

Una Loggia Massonica genera, attraverso i lavori condotti secondo un rituale ben definito e la loro ripetizione temporale, una forza alimentata da una potente corrente spirituale tratta dalle capacità, dalle qualità, dall’esperienza dei suoi membri; questa energia, che abbiamo chiamato Egregora, li isola dalle forze esteriori e rinforzerà i loro lati positivi. Quindi permette, attraverso una modalità speciale, di legare tra di loro i membri in una catena d’unione e di connetterli ad una realtà superiore che li comprende.

Il particolare legame che si instaura fra i membri di un Ordine Iniziatico, basato sul coinvolgimento di sentimenti di solidarietà, di tolleranza , di affetto volto all’edificazione comune, fonte primaria di alimentazione di questa forza si manifesta anche al di fuori delle Tornate. Se avviene un incontro fra un gruppo di persone, che si ritrovano per la prima volta, in mezzo alle quali vi sono due o più Iniziati, potrete notare come si formi tra di loro una rapida intesa, avviando una conversazione amichevole che può indurre al sospetto che si conoscessero già da tempo.

Se vi ricordate, all’inizio, abbiamo condiviso il concetto che gli Iniziati sviluppino l’attitudine ad una diversa lettura della realtà, avendo affinato la loro intuizione grazie all’energia eggregorica che si è trasferita in loro, per questo motivo è naturale che le affinità intellettive percepite li spingano gli uni verso gli altri, al fine di soddisfare la naturale esigenza di ricreare quel clima che sono abituati a vivere quando si incontrano.

Questo sentimento che prende il nome di Fratellanza non solo prevarica l’appartenenza alla singola Officina, ma anche l’estrazione sociale, il credo religioso e l’orientamento politico, a tal proposito come non ricordare la meravigliosa poesia di Rudyard Kipling “Loggia Madre” che esprime con la semplicità dei grandi queste emozioni.

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L’EGGREGORE COME VIA DI SUCCESSO SPIRITUALE E SOCIALE

L’eggregore come via di successo spirituale e sociale
Monday, 28 August 2017 21:01
E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio Albert Einstein Ogni era sociale ha visto aggregazioni di persone che, più o meno apertamente, hanno portato le persone stesse e la società di riferimento ad avere elevazioni sia spirituali, che psicologiche che sociali. Si pensi solo un attimo all’aggregazione artistico/culturale fondata dai Medici a Firenze che, in contrasto al potere del Vaticano, portò i più grandi artisti dell’epoca a dare il meglio di loro nei vari campi dell’arte della letteratura: persone del calibro di Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Botticelli, per citarne i 4 più grandi che, ironia della sorte, in seguito furono anche ingaggiati dal Vaticano stesso, per quanto fenomenali fossero. Dobbiamo pensare che il Vaticano sia stato nevrotico nel combattere i Medici per poi ingaggiare il loro prodotto sociale? Niente affatto, perché il prodotto ingaggiato dal Vaticano era troppo più importante del pregiudizio vaticaneo. L’aggregazione è fondamentale per la natura umana, o c’è qualcuno che dice il contrario? Se così fosse, ossia che afferma il contrario, allora dovrebbe riscrivere tutti i libri di psicologia, sociologia, filosofia, storia, antropologia, di questo mondo, dal 10.000 A.C. ad oggi. Gli aggregati, di stampo spirituale e psicologico, nonché sociale e politico, sono sempre stati mal visti rispetto all’individuo autoritario pensantesi il moralista o il dio di turno onnisciente. Prima della seconda guerra mondiale il dio, credentesi onnisciente, di turno si chiamava Mussolini, il quale cercò in ogni modo di ostacolare o distruggere l’aggregazione denominata Massoneria. E’ morto Mussolini, la Massoneria è ancora in piedi. Come Savonarola che col suo bieco moralismo voleva abbattere il Vaticano, è morto Savonarola, il Vaticano ancora vive. L’aggregazione, riservata o aperta che sia, è la base dell’eggregore, (i due termini hanno la stessa radice semantica). L’eggregore a cui qui si fa riferimento non c’entra nulla con il termine esoterico, quanto a quella definizione data da Eliphas Levi che la vede, giustamente. a mio parere, come quella particolare energia psichica che va ad instaurarsi in aggregazioni che condividono gli stessi valori, lo stesso clima sociale e gli stessi ideali e che ha il potere di potenziare le buone abitudini degli individui appartenenti all’aggregazione di riferimento, vedasi i romani che con la loro aggregazione sociale hanno creato l’eggregore imperiale dominante il mondo per 2000 anni. L’eggregore romana era basata su disciplina, rispetto del superiore, rispetto di ogni classe sociale, condivisione degli obiettivi imperiali, e repubblicani ancor prima, e quell’eggregore ha creato, nel tempo, il miglior sistema legislativo esistente fino ai giorni nostri (vedasi America e Inghilterra che rispecchiano in pieno il diritto romano), ha prodotto la migliore arte classica esistente, al pari di quella greca, ha prodotto il miglior sistema ingegneristico mai esistito, vedasi gli acquedotti romani, per esempio, ha prodotto un modello politico, sociale e psicologico di riferimento per migliaia di anni. Una piccola aggregazione, di pochi uomini, tredici uomini per l’esattezza, con un leader a capo di nome Gesù, ha prodotto un sistema spirituale/religioso che ha, oggi, come seguito, circa 4 miliardi di fedeli. Si capisce quanto è potente l’eggregore derivante da una ottima aggregazione. Chi ferma questo? Chi può? Solo il buon Dio può, (ma di certo non un dio autoproclamantesi, quindi più delirante che vero moralista) perché un essere umano non può, non ci può riuscire, perché si può spezzare l’aggregazione, ma non si spezzerà mai l’eggregore di riferimento. La Massoneria è un’aggregazione di uomini onesti e leali, ma a chi? A Dio e al suo prodotto; l’uomo e la natura. Chi ha vissuto e vive la Massoneria sa quale eggregore vi sia al suo interno e quanta saggezza questa produca in ogni individuo, chi ne sta fuori non lo può capire, se ne fa un’idea, spesso pregiudizievole (in realtà non è altro che il desiderio di farci parte, d’altronde attacco ciò che temo, perché ciò che temo non lo conosco e inconsciamente lo desidero: si chiama perversione ma bisogna esserne consapevoli per superare tale perversione e tale odio intrinseco che è un odio verso me stesso perché desidero l’immorale e il nascosto e segreto). L’aggregazione Massoneria ha prodotto, attraverso l’eggregore, i seguenti uomini, ne citerò solo alcuni: Totò, Mozart, Washington, Oliver Hardy e Stan Laurel, D’Annunzio, Pascoli, Oscar Wilde, Collodi, Goethe, Alfieri, Cesare Beccaria, Voltaire, Alexander Dumas, Foscolo, Goldoni, Tolstoi, De Amicis, Freud, Jung, Gagarin, etc. E si vuole fermare un’eggregore del genere? Chi può, chi ha questa presunzione? Chi sente queste forza? Chi ha il coraggio Golia l’incirconciso provò ad insultare il popolo ebraico, altra aggregazione che ha prodotto un’eggregore molto importante e fondamentale per il mondo che viviamo, ed è bastato il piccolo circonciso Davide con una fionda a renderlo un corpo morto e inerme. Bisogna chiarire anche il perché si sottolinea la differenza tra incirconciso e circonciso: semplicemente perchè due aggregazioni diverse produssero due eggregori diverse, ma l’eggregore ebraica era più potente, più importante per lo sviluppo del genere umano. Quando un’eggregore è più importante per il bene del genere umano alla fine vincerà sull’eggregore deviata e non salda. E’ la famosa lotta tra bene e male ed è per questo che la Massoneria, dal Tempio di Salomone ad oggi, è ancora in piedi, in tutto il mondo. Chi si sente Golia da sfidare Davide? Chi ha questa “insolenza”, usando il termine stesso usato da Davide prima di sfidare Golia? Oggi c’è una grande ondata che porta con sé una grande voglia di onestà e di moralismo, ma quando avvengono queste ondate, spesso incontrollate, non facenti parte di aggregazioni con sani valori, giusti obiettivi e condivisi principi, ma piuttosto figlie della rabbia sociale, allora ciò che si muove non è Davide il circonciso, quindi intrinsecamente morale perché facente parte dell’aggregazione che glie lo ha insegnato, e del Davide perfettamente onesto, perché Re e reggente del Tempio di Salomone interiore, ma la presunzione, è Golia, con la sua insolenza, la sua ignoranza (dal latino ignorantia, ossia non sapere), il suo credersi dio che tutto risolve e tutto governa, ma Golia perirà come sono già periti, Mussolini, Savonarola e altri dei autoproclamantesi tali. Golia porta sì la sua voglia di onestà e la sua voglia di morale, ma è un’onestà e una morale distorta, figlia più del delirio che dell’umiltà, in definitiva è una onestà e una morale profana, non sacra, di cui il mondo invece ha molto bisogno. Ci tacciano di essere oscuri, segreti, di complottare, di tramare, ma se è tutto alla luce del sole, diciamo piuttosto, e mi si scusi il linguaggio confidenziale che sto usando, che la paura allontana le persone dalla Massoneria, non è la Massoneria ad allontanarle. Quando la paura prende il sopravvento allora si può divenire fugaci, rabbiosi, aggressivi, presuntuosi, violenti, ma se si ha il coraggio di vedere la paura in faccia allora si comprenderà che non sarà stato l’oggetto di riferimento esterno la causa della mia paura, ma io stesso. E’ quello che vive Golia, quando golia chiama a raccolta la Massoneria per volerla controllare. Ma si può controllare l’energia? Si può controllare una sacralità di migliaia di anni? Citando un passo di Shakespeare che diceva: “ci sono più cose in cielo e terra, Orazio, di quanta ne sogni la tua filosofia”, possiamo riformularlo così “ci sono più massoni in cielo e terra, Golia, di quanta ne sogni la tua presunzione” L’eggregore massonica produce uomini leali, onesti, integri moralmente, perfettamente equilibrati, sapienti, e con una caratteristica particolare: uomini liberi e amorevoli del prossimo come di sé stessi. Si discute questo? Chi ha il coraggio? Si vuole impedire agli uomini di divenire uomini liberi e amorevoli? Chi può farlo? Sia chiara una ultima precisazione: ogni aggregazione produce al suo interno una certa macchia oscura, una macchia di eggregore, una devianza, quindi un sotto prodotto che reca danno, quindi malato e pericoloso, vedasi i preti che deviano dal loro percorso per cadere in tentazioni assurde, o vedasi alcuni politici che cadono o sono caduti in devianze sessuali o giochi di potere malsani, o vedasi ancora, nei percorsi spirituali, persone che deviano dal percorso per cadere in rivolta contro il percorso stesso (Giuda contro Cristo), o vedasi infine, in certe categorie professionali, i professionisti deviare dal codice etico e deontologico di riferimento, ma forse lo Stato, la Chiesa Cattolica Romana, gli Ordini professionali, perdono di lustro e fama e, soprattutto di solidità, dinanzi a queste individuali devianze? E’ perché dovrebbe cedere la Massoneria per colpa di alcuni individui deviati? Restano individui deviati, non per colpa dell’aggregazione o dell’egreggore, ma del loro stesso ego smisurato e incontrollabile. Se un massone è mafioso, lo è di per sé e non perché la Massoneria lo ha reso tale, è il suo ego smisurato e incontrollabile che lo fa deviare, perché il suo ego desidera potere, soldi, fama, successo…Ma ognuno è figlio della propria scelta, d’altronde è sempre d’attualità il famoso detto Cristico: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!” Togliete il giudizio voi che leggete, e usate comprensione da fratelli iniziati, anche e soprattutto dinanzi al deviato, non fate come gli uomini profani che si autoproclamano dio e pensano di avere la verità in mano , quando, invece, hanno solo 4 mosche morte: desiderio, mente, intelligenza, e falso ego. Le 4 mosche a volte ci fanno sentire dio, ma quando si morirà delle mosche morte se ne dovrà rendere conto all’unico vero Dio. In definitiva fratelli, dinanzi a Golia che pretende di avanzare, orgogliosamente con la sua ignorantia, contro i “figli di Davide” non siate “come pula che il vento disperde” (Salmo 1), perché tanto non si può disperdere e non si disperderà. Amadeus
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L’EGGREGORE E LA CATENA D’UNIONE

L’EGGREGORE E LA CATENA D’UNIONE

Un termine che non figura nemmeno nel vocabolario della Lingua Italiana, ma che nella pratica e nel simbolismo massonico ha un significato estremamente importante e “tangibile”. Nel tempio l’eggregore è rappresentato dalla fune con sette (o dodici) nodi che abbraccia tutta la loggia dalla colonna J alla colonna B. La sua massima espressione si ottiene quando il lavoro dell’officina coinvolge al massimo grado di coinvolgimento psichico ed intellettuale di tutti i fratelli Eliphas Levi l’ha definito “un fenomeno di psichismo collettivo, volontariamente orientato”.

inserito il 08 05 2011, nella categoria EsoterismoTavole dei Fratelli

Amore_fraterno

Tavola del fr:. E:. B:.

La parola “EGGREGORE” viene dal greco ed indica un “insieme”, un “gruppo” di persone legate da sentimenti, ideali, usi e costumi comuni.

Ragionare di Eggregore vuol dire affrontare un argomento di cui poco o niente si parla, tranne che in particolari occasioni o all’interno di qualche circolo esoterico o in ambienti che trattano la Magia; si hanno così poche informazioni ed altrettante poche possibilità di conoscenza. A tale proposito devo far presente che il vocabolo “eggregore o eggregoro etc.”, non viene riportato nemmeno nel vocabolario dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Il motivo per conoscere bene l’argomento sarebbe quello di riuscire nelle giuste occasioni a partecipare, in modo corretto ed adeguato all’elaborazione di eggregori di ampio sviluppo o di dare slancio vitale o rivivificare quelli già esistenti, avendo per scopo il bene generale ed il miglioramento effettivo della vita umana, sotto tutti gli aspetti, in modo particolare quelli spirituali ed esoterici.

Premessa per formare e sviluppare gli eggregori è raggiungere una giusta ed ideale condizione interiore mediante un preciso lavoro spirituale che deve essere svolto da ogni partecipante o fratello, nel ns. caso, fino al raggiungimento della così detta “Perfetta Unione”.

Si deve dire che il raggiungimento di questo stato interiore, per noi massoni, dovrebbe essere lo scopo, quanto meno iniziale, di ogni tornata rituale.

L’ingresso nel Tempio, la sua squadratura, l’apertura, il lavoro stesso e la chiusura dei lavori, devono essere un’operazione interiore che comporta un cambiamento di stato.

E’ chiaro, infatti, che ingresso nel Tempio, apertura, lavoro e chiusura dei lavori, hanno un senso ed uno scopo solo se vengono interiorizzati, vale a dire se questi momenti simbolici vengono compresi ed assimilati per essere trasformati a livello di coscienza; ove ciò non accada, tutto si trasforma in vuota formalità. Chi non riesce a staccarsi dal piano materiale (metalli) e dal mondo profano, raggiungendo il giusto stato, rischia di restringere e ridurre i simboli (ingresso nel tempio, apertura e chiusura dei lavori) ed i lavori stessi, a semplici raffigurazioni ed esposizioni di pensiero, sterili e prive di valore.

Non è naturalmente cosa facile raggiungere quell’indispensabile preparazione interiore per la quale sono necessari un forte impiego psicologico, esoterico ed iniziatico, che in Loggia ha come luogo deputato la sala dei passi perduti.

Questa preparazione, pur facendo parte di uno stesso processo di consapevolezza, consiste in due fasi: una diretta verso sé stessi, l’altra verso i fratelli.

La prima fase consiste nel cercare di creare intorno a sé il “silenzio”, spogliandosi di tutto ciò che ancora la mente trattiene del mondo profano e che rappresenta una barriera alla ricerca del proprio interiore; la seconda fase, poiché isolarsi significa trovare la calma interiore e non separarsi dagli altri fratelli, consiste nel cercare di stabilire un contatto interiore con tutti i fratelli, creando una così detta “corrente vibratoria” che tende ad unificare la Loggia, iniziando così la formazione di un “EGGREGORE” o più precisamente, come si comprenderà in seguito, di un sotto eggregore. Questa consapevole sensazione d’unità, quasi palpabile, trasforma nel tempio, il lavoro d’unione in una vera e propria catena: catena che per noi Massoni è simboleggiata dalla “Catena d’Unione”.

Il simbolo che rappresenta la catena d’unione, spicca sia sulle pareti del Tempio, che sul Quadro di Loggia ed è raffigurato da una fune con sette* nodi (o dodici)** che parte dalla colonna J e finisce alla colonna B, come in un simbolico abbraccio infinito. Simbolicamente è una fune dal triplice trefolo che va: dal singolo verso l’Eggregore, dall’Eggregore verso il singolo e tramite questo verso tutti i fratelli, testimoniando in modo concreto non solo il legame invisibile che unisce fra loro tutti i membri di una Loggia, ma anche quello con tutti i Massoni sparsi per il mondo, rappresentando il collegamento interiore che si stabilisce tra spiriti, rivolti solidalmente alla medesima opera.

Si può affermare, inoltre, che, indipendentemente dalle sue qualità specifiche, ci si trova di fronte ad un caso di simbolo particolare, in quanto, in certe occasioni, si trasforma in quello che possiamo definire un simbolo “agito ed agente”: si tratta della formazione corporea, fisica, della “Catena d’Unione”.

La Catena d’Unione, che è pressoché invariata dovunque e che dovrebbe garantire la “perfetta unione”, viene costruita in diverse occasioni dall’insieme dei partecipanti ad una tornata e per ottenere gli scopi desiderati ed i massimi risultati; richiede da parte di ciascuno la precisa volontà ad oltrepassare la soglia del tangibile, per giungere all’unione effettiva.

Possiamo quindi ben affermare, che la catena d’unione rappresenta simbolicamente l’eggregore che si dovrebbe formare durante i lavori, quando si opera bene sia esotericamente che iniziaticamente, seguendo il disegno tracciato e rendendo alla fine, tutto “giusto e perfetto”.

Ma in particolare che cosa s’intende o che cos’è un EGGREGORE ?

Tout court si può definire “un fenomeno di psichismo collettivo, volontariamente orientato” (Eliphas Levi).

Nello specifico un eggregore è un’entità collettiva o meglio una massa di energia psichica messa in vibrazione e formata dal pensiero di tutti gli individui appartenenti ad un raggruppamento, ad un popolo, ad una religione, ad un ordine. Egli può essere sia fisico che spirituale essendo in ogni caso, all’inizio, sempre fisico e diventando solo in un secondo tempo spirituale attraverso la successiva elaborazione.

Si può dire che l’eggregore si forma ogni volta che un gruppo di persone si unisce con intento esclusivo ed unico scopo di crearlo, ma se non vi è la precisa e concorde volontà di raggiungere quanto prefissato, l’eggregore si dissiperà rapidamente, come si indebolirà e scomparirà se, pur essendovi l’intenzione di tutti di elaborarlo, esso non viene alimentato nella maniera adeguata.

L’esempio potrebbe essere la festa di un compleanno o di un anniversario, durante il quale, nel momento, in cui tutti gli invitati elevano il proprio pensiero all’oggetto, alla motivazione del convivio, si forma senz’altro un eggregore, ma così come si forma, scompare poiché manca l’intenzione precisa di formarlo ed anche se questa ci fosse, sarebbe destinato a dissolversi, non essendovi, più, dopo quel momento, lo scopo né l’interesse per alimentarlo.

Creare un eggregore di una certa entità, richiede una grande capacità, che consenta di visualizzare il fine lontano dello scopo da raggiungere; la creazione può essere effettuata in due maniere, sia da un gruppo, che singolarmente da più individui. Se viene creato da un gruppo, il gruppo stesso deve essere molto unito, tutti si dovranno conoscere ed avere una perfetta consapevolezza l’uno dell’altro e dovranno avere dei legami di amicizia o fratellanza molto forti. Nella creazione di gruppo, l’intesa è importantissima, bisogna veramente essere sulla stessa “lunghezza d’onda” per arrivare a quanto prefissato.

L’eggregore formato singolarmente da più individui è quello invece che viene creato da persone che possono non conoscersi o addirittura essere nemiche. Prendiamo per esempio il caso assai brutale in cui in un campo di battaglia, dove nella lotta ognuno dei partecipanti dimentica ogni giusto ideale, la sua ragion d’essere, nel desiderio e con un sentimento comune di uccidere l’avversario o, almeno, di salvare la propria vita spegnendo quella altrui: è un eggregore fisico che lentamente distaccandosi appunto dal piano fisico che lo genera,  forma un eggregore spirituale con caratteristiche di odio, egoismo e volontà nefasta.

Un eggregore è, dunque, una aggregazione di forze costituite da energie vitali, emozionali, mentali e spirituali che essendo emanate dall’insieme dei membri di un gruppo, penetrano la coscienza degli individui stessi che l’hanno creato in un rapporto invasivo e quasi sempre permanente, sotto forma di desideri, concetti, aspirazioni, impegni, idee e volontà, elaborando, ciò che viene definito dalla tradizione esoterica, una “forma pensata” per poi strutturarla.

Un Eggregore ha la caratteristica di avere un’efficacia più grande della somma pura, di quanto espresso, singolarmente, da tutti i componenti di un gruppo, di cui rende attive, sia individualmente che collettivamente tutte quelle facoltà, affinché venga  consentita  la realizzazione degli obbiettivi previsti nel programma prefissato in origine.

Gli Eggregori si creano, si sviluppano, ed essendo corrispondenti ai desideri, alle aspirazioni, alle decisioni, alle idee, agli impegni che li hanno generati, dopo aver raggiunto il loro obiettivo e servito al proprio scopo, possono ritornare a chi li ha creati nell’attesa di essere riattivati con nuova forza, oppure possono continuare in altre dimensioni in attesa di mettersi in contatto, anche dopo secoli, con persone pronte a farli rivivere secondo le intenzioni dei fondatori originari, diventando così forti, da continuare ad esistere anche se tutti quelli che hanno contribuito alla loro formazione sono morti e questo soprattutto se la natura della loro attività è spirituale od esoterica.

Essi si pongono, in attesa, tra il mondo superiore (divino) ed il mondo naturale.

E’ evidente che in un’epoca razionalistica e materialistica come la nostra i concetti di cui sopra possono apparire fantasiosi, pur essendo queste forme facilmente sperimentabili in determinati momenti e situazioni e la loro influenza percepibile; abbiamo purtroppo perso la capacità di realizzare il senso e comprendere il valore di fenomeni che per millenni sono stati ben noti.

A questo punto, rientrando in un ordine più strettamente massonico, riporto testualmente quanto ritrovato in una pubblicazione, purtroppo di autore sconosciuto, che ci dovrebbe far ben riflettere e che a molti di noi potrà dare conferme:

“[…] l’eggregore della Massoneria contemporanea, chiamata “speculativa” era noto da tempo prima di essere riattivata all’inizio del XVIII° secolo: la Massoneria speculativa è un sotto eggregore di quello che animava lo spirito della Massoneria, che è molto più antico. La Massoneria attuale, fondata a Londra nel 1717, è un’emanazione dell’Eggregore Massonico del quale è difficile conoscere l’origine che si perde nella notte dei tempi.

Secondo le epoche, questo eggregore si è manifestato sotto forme diverse. La Massoneria Operativa, quella delle corporazioni, del basso e dell’alto Medio Evo, che ha contribuito prima ad edificare le abbazie, poi le cattedrali, è nello stesso modo, un’emanazione dell’eggregore originario del quale conosciamo poco. Tanto vale dire che la forma pensata che dà slancio vitale al concetto della Massoneria è di un’ampiezza fenomenale.

Se così non fosse, la Massoneria avrebbe cessato di esistere molto tempo fa, o si sarebbe evoluta in tale modo che sarebbe oggi impossibile farci riferimento. Il suo nome sarebbe, o perso per sempre, o reliquia del passato, incisa su qualche testo rinvenuto( venuto alla luce) o diventato un mito, tradotto sotto forma di leggende”.

A parziale conferma di ciò basta pensare al manoscritto rinvenuto da Locke -1696- nella Biblioteca Bodleyana, pubblicato solo nel 1748. Attribuito alla mano di Enrico VI d’Inghilterra, enuncia espressamente l’esistenza di un legame tra la Massoneria e la Scuola Italica di Pitagora, affermando che Pitagora (Peter Gower), un greco, viaggiò per istruirsi in Egitto, Siria ed in tutti i paesi dove i Veneziani (Fenici) avevano impiantato la Massoneria. Ammesso in tutte le Logge di Massoni, acquistò un grande sapere, tornò in Magna Grecia… e vi fondò una importante Loggia a Crotone etc.

Concludendo, (sulle tracce di quanto detto dal Fratello Maurizio Nicosia in altre sede e per altro argomento) è cosa facile comprendere che “tradizione Massonica” non è da intendersi obbligatoriamente come “tradizione iniziatica ininterrotta e documentata” ma come trasmissione protostorica e storica, rivivificazione di tradizioni antiche e come insegnamento iniziatico che va oltre il tempo ed il suo trascorrere, grazie anche ad una forma pensata (eggregore) tale, da permetterle la conquista della perennità, diventando così paragonabile ad un fiume carsico che si inabissa e del quale non si conosce né il tempo, né la distanza, né la quantità del flusso incostante con il quale riaffiora.

E:. B:.

P.S.

A distanza di ben quattro anni dalla stesura della tavola, per terminare veramente, mi permetto un’ulteriore considerazione finale:

Quanto sopra deve essere un serio monito per tutti coloro che coscientemente operano immersi nella realtà di un eggregore a non alterare il rito di unione e alimentazione, attraverso l’innesto di innovazioni non conformi, concetti, aspirazioni, decisioni non condivisibili e non condivise rispetto all’apparato eggregorico a suo tempo attivato e da cui trae origine.

Purtroppo alcuni esempi li troviamo in ambito massonico: l’inserimento di idee, pensieri, aspirazioni, decisioni e qualificazioni non condivisibili, se non argomenti politici o religiosi addirittura proibiti, inevitabilmente portano alla destrutturazione dell’eggregore iniziale con il conseguente dissolversi della originaria forma pensata, con l’inevitabile allontanarsi dalle logge da parte di alcuni fratelli che spesso, pur con grande rammarico e rincrescimento, nella speranza e con l’intenzione consapevole di riuscire a ricreare quell’originale eggregore di cui per tanto tempo sono stati operatori ed attivi elaboratori, arrivano ad operare delle gemmazioni.

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Note

*I sette nodi rappresentano le sette regioni dell’Universo: est-sud-ovest-nord-zenit-nadir-centro (uno primordiale), che definiscono il Tempio Cosmico.

** I dodici nodi rappresentano lo zodiaco ovvero l’Universo che definisce il Tempio Cosmico

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DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

G. Leopardi, Operette Morali

Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per

distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo, che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiatoil dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.

Natura – Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita? Islandese – Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.

Natura – Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sonoquella che tu fuggi.

Islandese – La Natura?

Natura – Non altri.

Islandese – Me ne dispiace fino all’anima; e tengo perfermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.

Natura – Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostrapiù che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

Islandese – Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro dellavanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i qualicombattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che nongiovano; sopportando e cagionandosi scambievolmenteinfinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano enocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestiaa chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessunbene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; edisperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostraspecie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontanodai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassidi astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali;che ben sai che differenza è dalla fatica al disagio, e dalviver quieto al vivere ozioso. E già nel primo mettere inopera questa risoluzione, conobbi per prova come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando come tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro.

In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono.

Natura – Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Islandese –  Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura-Tu mostri non aver posto mente che la vita diquest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che          ciascheduna       serve          continuamente    all’altra,      ed     alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’unao l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Pertanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese – Cotesto medesimo odo ragionare a tutti ifilosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quelche distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sadire: a chi piace o a chi giova cotesta vita in felicissimadell’universo, conservata con danno e con morte di tuttele cose che lo compongono?

Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

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LA MASSONERIA E CASANOVA

LA MASSONERIA E CASANOVA Giacomo

Da mesi inseguiva il filo logico di un puzzle che sembrava impossibile da comporre ed ora, mentre le prime luci dell’alba annunciavano un nuovo giorno di ricerche in biblioteca, l’organigramma sembrava finalmente assumere una forma logica.
Una spiegazione poteva venire da una lettura attenta dei primi anni del dopoguerra, quando gli americani avevano a più riprese tentato di riportare unità tra le file sparse dei Trentatré italiani. I tentativi di unificazione si erano sempre mossi nell’equivoco.
Dietro ogni tentativo, comunque, c’era stata la medesima mano, quella di un massone americano agente della Cia, artefice del più grosso guaio capitato al Grande Oriente: la vicenda P2, che aveva messo la Massoneria italiana nel bel mezzo di una bufera giudiziaria e politica che non aveva più avuto tregua.
Ordo ab chao, ordine dal caos. La regola funzionava perfettamente. La Massoneria italiana rimaneva nel caos e nelle mani degli americani rimanevano i fili per riportare ordine. Un ordine di volta in volta funzionale ai loro fini.
Il quadro aveva una sua logica.
C’era però da chiedersi per quale motivo gli americani avessero tanto tempo da perdere per mantenere l’Italia in questa situazione febbrile.
La prima spiegazione poteva essere politica. La Massoneria, terreno di coltura di segrete intese, era il luogo adatto per inventare colpi di stato, da proclamare più che da fare, per tenere il Paese in costante allarme e quindi impedire alleanze di governo che fossero non gradite al grande alleato. Poteva essere. Molte vicende nazionali suggerivano una lettura in quel senso e in fondo il disegno avrebbe avuto una sua coerenza.
Negli ultimi anni però il muro di Berlino era caduto. I due blocchi non c’erano più. Russi e americani stavano insieme agli stessi tavoli del potere internazionale. La motivazione politica si era ridotta ai minimi termini.
Una seconda spiegazione poteva essere relativa alla posizione politica dell’Italia nel Mediterraneo. Da sempre in funzione di mediazione tra mondo arabo e mondo occidentale, l’Italia era il crocevia naturale di intrecci segreti e di diplomazie sotterranee tra nemici dichiarati che tuttavia volevano mantenersi in contatto. Gli americani avevano dunque bisogno di una Massoneria obbediente e disponibile per essere il naturale terreno di sviluppo diplomatico tra ebrei, cristiani, musulmani in un’area calda del mondo così prossima all’Italia com’è il Medio Oriente? Spiegazione plausibile. Ordo ab chao. E di disordine in quel pezzo di mondo ce n’era a sufficienza.

La parte razionale di Gabriele stava di nuovo per avere il sopravvento. Affascinato dal Mistero, stava indagando storie di intrighi politici.
Il suo abito mentale lo teneva ancorato alla realtà storica; non gli permetteva di andare oltre il velo di Maia, al di là dell’apparenza. Voleva capire il Mistero e indagava i segreti.
La Massoneria era ben altro che l’intrigo politico diplomatico del dopoguerra italiano. Sin dalla sua nascita aveva accolto filoni iniziatici che affondavano le loro radici nella notte dei secoli. Bastava dare uno sguardo alla galassia degli uomini, dei testi, delle correnti di pensiero che intorno al fenomeno massonico si erano formati, erano cresciuti e, a volte, si erano spenti lasciando segni più o meno profondi.
La Massoneria rivendicava ascendenza e radici in Pitagora, nella Scuola di Alessandria, nello gnosticismo, nel mito cavalleresco templare, nelle tradizioni alchemiche e cabalistiche, nel sufismo e nel druidismo, nella sapienzialità egizia. Nell’Ottocento intorno al tronco massonico si erano sviluppati rami assai vivi come la teosofia, il magismo teurgico, l’antroposofia, l’angelologia, il neoplatonismo.
Gli studi sul fenomeno massonico non erano che un segno, da interpretare, di nuove vie da percorrere e di nuove sensibilità da coltivare.
La parte più nascosta dell’anima di Gabriele reclamava il suo spazio, ma era forse ancora troppo presto.
Decise di proseguire le ricerche.
Tutto sembrava andare per il meglio. C’erano una chiave politica, una spiegazione, dei motivi plausibili. Eppure, qualcosa non lo convinceva. Tutto era troppo semplice. Troppo logico. Troppo politico. Troppo diplomatico. Ci doveva essere dell’altro. Forse la spiegazione stava altrove.
Ci doveva pensare e soprattutto voleva approfondire, vagliare, scartare.
I servizi segreti. Potevano essere un capitolo interessante. Del resto non era stato un agente segreto anche quel Giacomo Casanova, anch’egli massone, che nella Venezia del Settecento, mentre il massone Goldoni scriveva commedie sull’Istituzione, era al servizio del Tribunale dell’Inquisizione della Repubblica e contemporaneamente del principe di Assia, Kassel? Quel Casanova che scriveva, chiedendo di essere assunto come informatore: “La natura umana, che tende alla conservazione di sé medesima, non ha furore per le cose, che intraprende, che allorquando spera di ricavar da quelle sostentamento. Io, infelicissimo, domando al mio Serenissimo Principe, qualche sussidio, non per avermelo guadagnato, scoprendo cose utili, delle quali egli solo è il giudice, ma acciò il tenue sussidio mi dia coraggio di sperare, che le future, che m’ingegnerò di scoprire, saranno utili. Imploro la sapienza, e l’umanità di VV.EE. a perdonarmi. Grazie”.   La domanda di Casanova per la sua ammissione al servizio degli Inquisitori della Repubblica di Venezia era stata una scoperta dovuta alla fortuna, fatta mentre Gabriele cercava di mettere insieme i tasselli del puzzle.
La fortuna, si sa, “va battuta” e per questo si chiese se non fosse stato quell’improvviso ricordo un segno, un’indicazione. Decise lì per lì di tornare a far visita alla Serenissima. In fondo bastavano poche ore di treno e Venezia d’autunno era piena di fascino. Qualche giorno tra i campielli, camminando a piedi tra calli e canali, respirando il clima della vecchia signora dell’Adriatico non era un brutto programma. La tavola era allettante e ancor di più la possibilità di scoprire tra le carte dell’Inquisizione qualche indizio che potesse far capire, con le chiavi del passato, i segreti del presente.

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SCRITTE SUI MURI

Scritte sui muri

… Ora vi sono due gradi di umanità, e finché il secondo grado non sia stato, nel progresso del genere umano, universalmente raggiunto, vi sono due generi principali di uomini.

Alcuni trovano se stessi nel rappresentare le cose: la propria figura non la colgono che di rimando, riflessa dalle cose, come da uno specchio; se togliete loro le cose, anche il loro io va perduto…

Ma chi diventa consapevole della propria autonomia e indipendenza da tutto ciò ch’è fuori di lui – e tali si diventa soltanto in quanto ci si fa da  sé stessi – non ha  bisogno delle cose a sostegno del proprio io … La sua fede in sé è immediata.

J.G.Fichte (1797)

Squadra e Compasso

Fogli, disegni, appunti sul tavolo scomposti;

la squadra ed il compasso addormentati

ricordo di fatica.

La squadra aperta sui 90°

chiuso il compasso a zero

pareva inerte.

Disse la squadra: guardami compagno

io sono uguale sempre;

segno l’incrocio del discendente con ciò ch’è orizzontale

femina e maschio

eterno divenire.

) Nessuno ha mai provato ad aprire i miei lati

rigidi

ho l’angolo perfetto…

Vibrò il compasso

senza dar sospetto;

fissò la punta di un suo braccio,

l’altro fece girare calmo:

si mosse da Oriente, passò da Nord ad Occidente

sostò un momento a Sud

si riportò ad Est da dove era partito.

Sereno guardò intorno e vide il cerchio ampio

(nel centro restò un punto segnato come luce)

ed alla squadra altera disse soltanto allora:

Tu resti ferma e statica, sei solo materia

Io sono immenso spirito

l’amore, l’universo.

Allora si abbracciarono e insieme disegnarono Cattedrali.

(Santi – Zammitti

Ogni uomo o donna ha un significato non per il suo essere vivo

in un piccolo lampo di tempo fuggente nell’infinito,

ma solo per la sua capacità di scegliere in ogni istante

tra l’Essere ed il Nulla. A.C.

«Le mere scienze di fatti  creano meri uomini di fatto»

Edmund Husserl (1936)

L’educazione dei sentimenti è il più nobile scopo della Massoneria.

Solo attraverso i sentimenti sono superate le opinioni che dividono noi uomini gli uni dagli altri.

(J. W. Goethe)

«Sempiterna temptatio, io mi dico spesso che niente al mondo, salvo un ordine eterno o una bizzarra velleità della materia a far meglio di sé stessa, spiega perché io mi sforzi ogni giorno  di pensare un po’ più chiaramente di prima»

(da l’Opera in nero di Marguerite Yourcenair)

> Oggi non abbiamo più neppure il tempo di guardarci in faccia l’un l’altro, non abbiamo più tempo per parlarci, per stare un po’ assieme. Il mondo ha un disperato bisogno di tenerezza e di gentilezza; la gente muore di fame d’amore, perchè tutti hanno troppa fretta …

MADRE TERESA DI CALCUTTA

“Non ho il dovere di risolvere le difficoltà che creo. Le mie idee possono essere sempre anche un po’ sconnesse, o sembrare anche contraddirsi: conta solo che siano idee in cui i lettori possano trovare materia per pensare da sé”

Gotthold Ephraim Lessing

AMA L’ANZIANO

Lascialo parlare perché nel suo passato ci sono tante cose vere

Lascialo vincere nelle sue discussioni perché ha bisogno di sentirsi sicuro di se.

Lascialo andare tra i suoi vecchi amici perché è  con loro che si sente rivivere.

 Lascialo raccontare storie già ripetute, perché vuole vedere se ami la sua compagnia.

Lascialo vivere tra le cose che ha amato, perché soffre di sentirsi spiantato dalla propria vita.

Lascialo gridare quando ha torto, perché lui ha il diritto alla comprensione.

Lascialo salire nell’ ‘auto di famiglia quando vai in vacanza, perché l ‘anno prossimo avrai rimorso se lui non ci sarà più.

Lascialo invecchiare con lo stesso paziente amore con cui lasci crescere i tuoi bambini, perché tutto fa parte della natura.

Lascialo pregare come vuole, perché avverte l ‘ombra di Dio sulla strada che gli resta da compiere.

Fa questo, o vergognati di essere uomo.

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LINK

LINK

presentati da A…L…C…


I link che proponiamo rappresentano una scelta assolutamente limitata (ancorché in divenire) di ciò che si può trovare oggi sul web relativamente a quei “dintorni della Massoneria” che ci piace frequentare. Link d’altra parte estremamente conosciuti, e quindi forse superflui per chi non si sta avvicinando per la prima volta alla “rete”.
Perché dunque li publichiamo? Soprattutto per ringraziare chi da anni si impegna nella diffusione di una cultura odiata, calunniata, che si cerca di far dimenticare.
Noi che la pratichiamo, invece crediamo che essa sia il miglior nutrimento per quel “civismo universale” che è l’unico antìdoto contro i veleni dell’intolleranza, del dogmatismo, del dispotismo.

Il primo link, un link assolutamente privilegiato, è quello verso ZENIT


E’ infatti fra i promotori, i collaboratori e i “simpatizzanti” di questo sito web che si è raccolto il gruppo di CARBONERIA.org .  ZENIT nacque nell’ormai “preistorico” 1996 con lo scopo di permettere a Liberi Muratori di Obbedienze e tradizioni diverse di conoscersi attraverso lo studio e il dibattito su temi di comune interesse. Promuove diversi forum on-line e una mailing-list: FORMA, riservata ai soli Liberi Muratori.

ESOTERIA è un sito presente anch’esso da lungo tempo in rete. Vi si trova molto materiale interessante dal quale abiamo attinto a josa. E’ una tappa obbligata per chi sia interessato ai molteplici aspetti della LM, anche se a me appare un pochino troppo GOI-centrico.

LA MELAGRANA è il terzo e più giovane dei siti che consigliamo vivamente. E’ il più specificamente “massonico”, tanto da riportare con gran rilievo i link verso i siti web di diverse Obbedienze. Aperto alla collaborazione di tutti i LM, sono molto interessanti le sue pagine riservate, nelle quali si trovano “tavole” di qualità.

E veniamo ai siti “ufficiali”.
I pochissimi che citiamo vanno al di là della semplice presentazione dell’Obbedienza o del Rito al quale si riferiscono.


Il nuovo sito del GRANDE ORIENTE D’ITALIA   è davvero bello e completo. Soprattutto, è aggiornato con frequenza plurisettimanale per quanto riguarda la rassegna stampa. La pubblicazione integrale dei vecchi numeri di Hiram, quasi introvabili, è veramente un “plus”.

Il sito della GRAN LOGGIA D’ITALIA degli ALAM è invece più modesto, e somiglia a quelli di tante altre Obbedienze: più una vetrina che uno strumento di lavoro. Per questo al “nazionale” in tanti preferivamo VITRIOL, il sito della Regione Massonica Toscana, che era un vero e proprio “work in progress”: poco curato graficamente, di consultazione un po’ ostica per una non perfetta indicizzazione dei contenuti (ma non si poteva chiedere di più al Fratello che lo curava con immensa passione e dedizione), VITRIOL pubblicava comunicati ufficiali, tavole, studi, polemiche, atti di convegni, …
VITRIOL , oggi “in sonno”, era un cantiere che pulsava dell’attività della Regione Massonica Toscana…

…alla quale chi scrive si onora di appartenere.

Ma benché io sia Scozzese e “ghinazziano” da capo a piedi, fra i miei due o tre siti massonici preferiti c’è quello del RITO SIMBOLICO ITALIANO. Il SIMBOLICO rappresenta la corrente massonica italiana storicamente più “militante”, più interessata alla “città”: una grande scuola di civismo e di socialità. …E una buona terapia contro la “grembiulite”… I materiali, i documenti messi a disposizione dello studioso, del curioso, sono abbondantissimi – anche da qui abbiamo attinto! -, e per loro tramite il SIMBOLICO dà una splendida immagine di sé.

di Antonio Binni

Quando a metà del sedicesimo secolo scoppia la peste, la Lombardia si trovava in una fase di felice espansione non solo economica, ma pure demografica. Dopo tutto muta. Mentre rimane ancora ignota l’origine del male misterioso e le stesse cause della diffusione del contagio, inizia un flagello spaventoso. La pestilenza miete migliaia di vittime. Nelle vie ingombre di cadaveri, si aggirano, come automi, mendicanti, orfani, vedove, disabili. Mancano i medici. Non ci sono cure. Si capisce che occorre isolare i colpiti dalla peste per evitarne la diffusione, ma la realizzazione di lazzaretti si rivela non solo lenta, ma pure difficoltosa nel trovare gli spazi necessari. Ogni attività economica si arresta per mancanza di mano d’opera. Regna così la miseria e la carestia. Provvidenziale si rivela l’opera di San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano dal 1564 al 1584, infaticabile nell’affrontare la pandemia, anche in prima persona. Così, quando inizia il rigido inverno, mancando i vestiti e le coperte per i poveri e gli abbandonati, per soccorrerli, dispone che vengano tolte dal suo palazzo tende e tappezzerie preziose. Mobilita preti e frati per l’assistenza ai moribondi, con obbligo di accompagnare in preghiera le salme degli appestati al cimitero. Come scrive il Manzoni (ne I promessi sposi cap XXXI, Firenze, La Nuova Italia, 1977, pag. 573), la peste, a buon diritto, fu chiamata “la peste di San Carlo” tanto vasta e diffusa fu la sua carità. Quando, a Milano, nel 1576, era scoppiata la peste, Michelangelo Merisi aveva cinque anni, per essere nato a Milano nel 1571. Dato ora certo, perché nel 2007 è stato casualmente ritrovato il suo atto di battesimo. Per sfuggire al mortale contagio, la famiglia si rifugia nel suo paese natale, Caravaggio, all’epoca in provincia di Cremona; ma, anche lì, si fa sentire pesantemente il morbo. Infatti, la morte colpisce insieme, nello stesso giorno, il padre e il nonno. La caducità della vita diventa così il pensiero dominante del pittore che vela, ma neppure tanto, le sue opere con una lunga riflessione sulla morte che, per chi scrive, è la corretta chiave di lettura del verismo caravaggesco. Infatti, dietro alla scrittura della verità delle cose, che è pur sempre coscienza della vita, nella sua pittura si nasconde la morte, con la sua inevitabilità e con tutto il suo terrore. Dei morti abbandonati, dei bisognosi lasciati a morire senza alcun aiuto, il pittore si ricorderà in alcune sue opere, ma maggiormente in uno dei suoi celebri capolavori, le Sette opere di misericordia, quadro del 1607, dipinto per la Chiesa del Pio Monte della Misericordia, a Napoli, dopo la fuga da Roma perché condannato per l’omicidio del Tommasoni. Il crudo scenario della peste, fonte di tragica morte, è tutto incentrato sul sacerdote che accompagna un funerale, con in mano una fiaccola che illumina un monatto che porta il morto dai piedi nudi che si intravedono. La scena si sviluppa in una strada napoletana affollata, stracolma di dolore e di umano calore, ricca di altri personaggi e di altre figure immerse in contesti drammatici luminosi secondo la cifra propria del pittore. È poi indubitabile che il quadro costituisca una esortazione a impegnarsi concretamente nelle opere di misericordia. A noi, sommessamente, sembra però altrettanto indubitabile che l’anima del dipinto sia proprio la morte, che, in tutta la sua tragicità, su tutto aleggia, come è desumibile particolarmente dalla Madonna col bambino che sovrasta tutta la scena, proprio per dare corpo e sostanza a tutti i dolori della terra, morte compresa. Nella sua apparente estraneità al tema della morte sembra essere l’altro capolavoro del 1509, la Canestra di frutta, commissionata da Federico Borromeo, quando, invece, nulla richiama la finitezza della vita quanto questa opera, pur nella sua generale luminosità. Spie sicure della fine dell’esistenza sono infatti i minuziosi particolari. Frutti bacati, foglie morte, tralci accartocciati, la presenza delle cose, ma particolarmente la scomparsa dell’uomo sono infatti altrettanti particolari che denunziano nel pittore il pensiero della morte, anche a non volere sopravvalutare il rilievo che la natura morta, per definizione, è legata al pensiero della morte, insistiamo, assolutamente dominante nel Caravaggio. Lo stesso pensiero di morte si ritrova parimenti nel successivo olio su tela intitolato Fanciullo con canestro di frutta del 1593/1594. Accanto alla vita lussureggiante costituita dalla frutta nel canestro e, in particolare, dell’uva bianca e nera, delle mele e delle pesche, è dato infatti cogliere la foglia, del colore giallo della morte, in procinto di cadere fuori dal canestro. Anche se poi il pittore, con acuta riflessione, inserisce la morte dentro la vita, rappresentando la spaccatura sanguigna del fico e la butteratura delle foglie a stelo. Identico motivo di morte è dato rinvenire nel successivo olio su tela del 1596/1597 intitolato Bacco. Anche in questa opera, sul capo del dio figurano infatti foglie gialle – il colore della morte – a significare appunto la caducità della vita, che tocca pure la divinità, pur sempre, come l’uomo, destinata col tempo a cessare di vivere, che è sottolineatura di una sorte comune. È tuttavia nell’opera del 1606 – Morte della Vergine – che il pittore, con il suo verismo lombardo, rappresenta la tragedia della morte e il dolore umano, quasi a dirci che la storia sacra è insieme storia di ogni persona che muore. Se la Madonna non avesse l’aureola potrebbe infatti scambiarsi per il cadavere di una annegata con infranto decoro perché rappresentata con le gambe scoperte. Mentre il ventre gonfio, che riporta al cadavere di una annegata, altro non è, invece, che memoria di una maternità misteriosa non svanita neppure nell’abbandono del corpo. Qui, più che altrove, Caravaggio rappresenta la tragedia della morte: dramma che aveva conosciuto di persona in quanto vissuto nella propria famiglia fin da piccolo. Quanto poi al senso attribuito alla morte dal pittore, rimane mistero insondabile. Anche se noi propendiamo per una concezione greca dell’evento, piuttosto che cristiano transito verso una vita immortale. Dunque, non già una apertura alla speranza, bensì una fine di ogni cosa, senza senso, che non sia quello della pura necessità perché la vita, in generale, continui, fine di un ciclo e null’altro. Siamo convinti che questa lunga, ininterrotta, meditazione sulla morte altro non sia che l’altra faccia della vita disordinata del pittore, consumata fra tavernieri, giocatori, facchini, zingare, esseri umani diseredati dai panni sporchi e stracciati, con la felicità di parlare con tutti. Novello Socrate, perché se Socrate era in grado di far scaturire dal proprio interlocutore il buono, il vero e il giusto, così Caravaggio, dal baro e dalla prostituta, era capace di fare scaturire la bellezza. Michelangelo ha voracità della vita, che aggredisce a morsi, che si manifestano appunto con la vita avventurosa, irregolare, ricca di processi, vita violenta, tormentata, impastata con la feccia della strada abitualmente frequentata. Tanto più toccava gli abissi della abiezione, tanto più contemporaneamente toccava le verità più profonde della esistenza, perché la vita, ora, è bellezza, ora, è invece buio, intreccio inestricabile di forze barbariche. Senza, tuttavia, mai perdere il tormento della morte, diffusa nel reale, senza appello e senza speranza. In sintesi un uomo autentico, vivo, ricco di ferite, ma stracolmo di genialità. Tra i tanti autorevoli maestri di pittura, i massoni, che, pur non frequentando la strada, conoscono tuttavia ugualmente le luci e le ombre della vita, prediligono sicuramente Caravaggio. Come Caravaggio, anche i massoni sanno infatti che la vita altro non è che una lunga meditazione sulla morte, senza, però, che quest’ultima prevalga sulla vita. L’uomo, contrariamente a quanto pensava Heidegger, non è infatti nato per la morte, ma per la vita. La preferenza di Caravaggio, da parte dei massoni, poggia poi, se possibile, su di un terreno ancora più saldo. Caravaggio è infatti il pittore della luce, che, nella sua pittura, è un “terzo elemento” accanto al disegno e al colore. Luce che, improvvisa, irrompe per illuminare, squarciando il buio. Come avviene nell’olio su tela dedicato alla Vocazione di San Matteo dove la chiamata, a ciascuno di noi, a una vita autentica, è perentoria e senza scampo. Nell’opera da ultimo richiamata, al pari di quanto avviene in tutti gli altri quadri capolavori che la contengono, la luce è protagonista assoluta perché modella gli spazi e le forme, creando i soggetti. Particolarmente i soggetti. Così come propriamente avviene con la luce massonica chiamata a creare l’Uomo Nuovo, l’Uomo autentico, ansia di infinito mai vinta dalla pur certa esistenza della morte autentico, ansia di infinito mai vinta dalla pur certa esistenza della morte.

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