PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».(ANSA). GAL 15-OTT-02 18:35 NNN
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Utopia e pensiero Massonico

(C. S.)

          Al fine di comprendere meglio il significato di utopia in riferimento all’uomo massonico risulta utile differenziare due forme di pensiero utopico:

“L’UTOPIA RAZIONALE e L’UTOPIA DISINCANTATA”; quest’ultima si configura al nostro modo di pensare e di agire.

L’UTOPIA RAZIONALE o il RAZIONALISMO UTOPICO è la pretesa ambiziosa di ottenere razional-mente uno scopo prefissato, credendo che la meta lontana sia stata già raggiunta, scambiando il sogno per la realtà. L’utopista, in questo caso, deve dunque uscire o vincitore o vinto nei confronti dei suoi rivali che non condividono gli stessi ideali, non professando la stessa visione utopistica. L’utopista deve essere molto severo nell’imporre i suoi ideali agli altri, spesso deve usare metodi brutali nell’eliminare e soffocare le posizioni dei rivali. Questo metodo utopistico razionale genera violenza e diventa pericoloso. ”Il sognare una società perfetta è pernicioso” (Popper).

          Le ideologie utopiche rivoluzionarie hanno generato i totalitarismi che in nome di principi come uguaglianza sociale e libertà, si sono proposti di estirpare la violenza con la violenza commettendo delitti ingiustificabili. 

          I Puritani speravano di fondare una società perfetta da un punto di vista morale e religioso ed altrettanto sperava Robespierre, ma quel che essi realizzarono non fu il cielo in terra bensì l’inferno di una spietata tirannide (Popper). Il XX secolo, per quanto riguarda lEuropa, è stato segnato dall’ideologia utopistica tedesca del nazionalsocialismo, dal sogno di ricostituire il Sacro Romano Impero, e di creare una grande potenza in Europa, in grado di competere con l’America e Russia; dall’ideologia utopistica Italiana del Fascismo, dall’ideologia utopistica del riscatto sociale del Comunismo. Ideologicamente volevano la pace ma hanno fatto molte guerre, volevano un’armonica convivenza del genere umano, ma hanno ucciso milioni di persone.

          La fine di queste ideologie totalitarie è liberatoria solo se ci rendiamo conto che i grandi ideali, di solidarietà e di giustizia che erano alla base di quelle utopie, devono essere cercati con più pazienza e modestia, sapendo che l’uomo non possiede nessuna ricetta definitiva. La misura umana è imperfetta e perfettibile. Il mondo non può essere redento una volta per tutte ed ogni generazione deve spingere, come Sisifo, il suo masso per evitare che esso gli rotoli addosso schiacciandolo. -(Sisifo mitico eroe Greco, al quale si attribuiva una grande astuzia, padre naturale di Ulisse,  riuscì ad ingannare perfino il Dio della Morte Ade, riuscendo ogni volta a sfuggire alla morte. Per questo fu condannato da Zeus nell’al di là a rotolare eternamente una pietra per trasportarla su un’altura, donde poi la pietra precipitava ogni volta in basso. Si dice anche lavoro di Sisifo, quando si lavora molto, con grande fatica ma non si ha nessun vantaggio).

          -(Robespierre, 1758 – 1754, deputato all’Assemblea Costituente, esponente di primo piano dei giacobini, chiamato l’incorruttibile per la sua alta moralità, onestà, per i suoi sentimenti democratici e per i suoi programmi di uguaglianza dei diritti umani. Egli si batté perché LUIGI XVI fosse giustiziato. I suoi ideali portarono, durante la Rivoluzione Francese ad un periodo di terrore fino a che egli stesso fu giustiziato insieme ai suoi 82 collaboratori. La Rivoluzione Francese nel revisionismo storico sempre più diffuso, sino a ieri considerata matrice della modernità e della libertà, viene invece bollata oggi come madre dei totalitarismi e le sue violenze fanno sbiadire la memoria di quelle contro cui essa è insorta).

          – (I Puritani che nel 1600-1700 in Inghilterra, ispirati ad un eccessivo rigore morale si opponevano a qualsiasi influenza cattolica all’interno della Chiesa Anglicana, risposero fondando una chiesa separata di tipo calvinista, riuscirono  sotto la bandiera del rigorismo morale ed evangelico a trasformare un progetto religioso puritano evangelico in un progetto politico fino a sfociare nella Rivoluzione Inglese).

           L’UT0PIA UNITA AL DISINCANTO  al contrario di quella razionale, è un modo di pensare più malinconico ma fortemente consapevole della realtà e dei limiti umani. Significa conoscere chiaramente che l’incanto non ci sarà, ma nonostante tutto ci illudiamo di credere che l’incanto può apparire quando meno ci si aspetta. E’ una contraddizione che l’intelletto non può risolvere, è una speranza che dà il senso alla vita, perché esige contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso. Il disincanto è una forma ironica, malinconica e agguerrita della speranza.

          La speranza non nasce da una visione del mondo rassicurante ed ottimistica bensì da una visione reale senza veli dell’esistenza. La speranza è la più grande virtù, proprio perché l’inclinazione umana a disperare è così forte che è difficile riconquistare la fantasia dell’infanzia e credere che domani andrà meglio. La speranza si identifica con lo spirito dell’utopia, che insegna che dietro ogni realtà ci sono altre realtà che vanno liberate. La speranza rischiara il grigiore del presente, fa capire che la realtà non è soltanto piattezza e miseria.

          Nel “DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE, Leopardi mostra la struggente vanità di attendere, alla fine di ogni anno, un anno più felice di quelli passati, anch’essi attesi ogni volta nella fiducia che avrebbero arrecato una felicità che invece non hanno mai portato. Questo breve testo, così inesorabile nella diagnosi del male del vivere, è tuttavia esente dal facile pessimismo apocalittico di tanti autori odierni, compiaciuti di annunziare continuamente disastri e di proclamare che la vita è solo vuoto, errore e orrore.    

Il dialogo leopardiano è pervaso da un amore per la vita e da una utopica e disincantata attesa di felicità “E pure la vita è una cosa bella. “Non è vero?” dice il passeggero leopardiano, che pensa il contrario. ”Cotesto si sa”, risponde il venditore di almanacchi.

DIALOGO DI UN VENDITORE  D’ALMANACCHI  E DI UN PASSEGGERE

(Dalle “Operette morali” di Giacomo Leopardi)

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo, si, certo

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

   Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete alma­nacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

­Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né me­no, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta  io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il prin­cipe, o che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto,  non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il   caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di pri­ma, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quel­la vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e  si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

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Fratel Garibaldi

 


Il Gran Maestro scomodo

di Aldo Alessandro Mola

Contro quanto molti ritengono, la Massoneria italiana non ha mai fatto i conti con la figura storica di Giuseppe Garibaldi. La notizia della morte del nizzardo giunse al Grande Oriente d’Italia mentre era in corso l’Assemblea che elesse a Gran Maestro Aggiunto Adriano Lemmi, elevò da 5 a 10 lire la tassa per il diploma di maestro massone, ribadì il divieto dell’erezione di ‘logge operaie‘, propose di studiare il modo migliore di partecipazione della donna al «lavoro massonico» e ventilò la convocazione di un congresso massonico internazionale per la unificazione dei rituali e degli statuti delle logge: 1 groviglio degl’insoluti assilli che avrebbero travagliato la vita dell’Ordine sino alla sua temporanea eclissi, sotto la marca di persecuzioni e leggi speciali.
Pianto «come padre e come figliuolo» della Libera Muratoria 2 , dal 1883 Garibaldi cominciò a essere relegato nel reliquario dell’Istituzione, col solenne dono della sciarpa massonica cinta dal nizzardo a New York e recata da G.B. Fauché, 18°: l’uomo che aveva fornito i due vapori per l’imbarco dei Mille, la notte del 5 maggio 1860.
«La Massoneria – aveva ammonito la ‘Rivista Massonica‘ nella rievocazione dell’ex Gran Maestro all’indomani della morte – non si preoccupa delle piccole gare dei partiti, che se ne contendono le spoglie ed il nome per farsene bandiera».
Tracciare un profilo storico di Garibaldi avrebbe comportato, inevitabilmente, di definirne la parte avuta anche nella vita dell’Ordine, dalla sua tormentata ricostituzione all’elezione del nizzardo alla Gran Maestranza 3 e dalle sue repentine dimissioni agli anni in corso, segnati certo dall’intreccio tra Libera Muratoria e mondo politico – parlamentare e non – ma senza che nessuno s’azzardasse a trarre un pur provvisorio bilancio e a indicare il senso riposto e ultimo di quelle intersezioni.
Molti nomi rimbalzavano dal Comitato della Lega della Democrazia e dalla sua stessa Commissione esecutiva al Consiglio dell’Ordine e da questi ai direttivi d’organismi fiancheggiatori dell’uno e delle altre. Al contempo, tuttavia, rimaneva insoluto il quesito sulla più autentica vocazione della Massoneria italiana, nell’anno che vide taluni autorevoli esponenti della sua componente mazziniana – quale Ettore Ferrari – far ingresso nella Camera, elettiva e giurante e, al tempo stesso, consolidarsi al vertice dell’Istituzione uomini – come Adriano Lemmi – di cui nessuno sapeva dire con certezza sino a qual punto si ritenessero vincolati allo Statuto.
Garibaldi era pertanto destinato a una rapida assunzione nell’Olimpo politicamente indistinto di eroi al disopra della discussione ma, pertanto, sottratti a una proba valutazione storiografica: come di fatto presto accadde, anche per opera di suoi intimi compagni di lotta, le cui biografie garibaldine subito divennero canoniche non solo per la scelta dei momenti e dei temi da privilegiare nella ricostruzione del ‘personaggio‘, ma anche nella sproporzione tra il periodo antecedente e quello seguente Aspromonte e, in subordine, nel silenzio dal quale rimase quindi circondata l’intera partecipazione di Garibaldi alla vita della Massoneria italiana, infatti del tutto taciuta nelle pur corpose opere di Jessie White Mario, Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla… 4
La stretta correlazione tra le file dell’Ordine e quelle della militanza politica – del resto celebrata da Garibaldi stesso nella convocazione e nell’annunzio dell’esito, apparentemente positivo, del ‘Patto di Roma‘ del 21 aprile 1872 -, poiché avrebbero riverberato specularmente qualsiasi giudizio formulato sul Garibaldi massone o sul Garibaldi politico, scoraggiarono o consigliarono di rinviare un esame critico della figura e dell’opera del nizzardo al momento (mai raggiunto, invero) nel quale il ricordo e la discussione delle singole tappe della ‘Democrazia italiana‘ più non avessero rischiato di riaprire antiche e malsopite polemiche e di compromettere precari equilibri e instabili convergenze.
D’altra parte, mentre governo e parlamento attraversavano la complessa e controversa esperienza del ‘trasformismo‘, la Massoneria doveva fronteggiare la prima greve fase dell’offensiva clerico-reazionaria, già sospetta di connivenze con interessi d’Oltralpe, scandita dall’Enciclica Humanum genus e dalla bordata di ‘rivelazioni‘ dell’ex confrère Léo Taxil: proprio l’autore di libelli anticlericali che s’eran fregiati di calorose prefazioni firmate da Giuseppe Garibaldi. 5
Non solo per l’inconfrontabile rilievo nella storia del pensiero la Gran Maestranza Lemmi perseguì quindi, sopra ogni altra, l’evocazione di Giordano Bruno, assunta a terreno di coagulo tra laici e laicisti e quale asse capace di congiungere la cultura della Terza Italia con le sue remote radici rinascimentali e umanistiche, sì da affermare l’esistenza di una più grande Italia nel confronti della quale la dinastia sabauda non risultava affatto necessaria.
Perciò il Gran Maestro non prese personalmente parte al ‘Pellegrinaggio Nazionale a Caprera‘, guidato da Menotti Garibaldi, che pur aveva fatto parte del Gran Consiglio dell’Ordine. Parimenti non fu concessa alcuna patente di rappresentatività dell’Ordine ad Autori che negli stessi anni impugnavano questo o quell’aspetto del ‘massonismo garibaldino‘ per farne insegna e strumento anche di battaglie propugnate dal Grande Oriente: tra gli altri l’antroposofo e storico della filosofia della storia R. Escalona, il cui opuscolo Il rogo di Garibaldi 6 raccoglieva, tuttavia, anche nel sottotitolo (Il suo testamento – il rogo antico e l’ara crematoria di Campo Verano) uno dei punti programmatici della Gran Maestranza Lemmi, l’erezione di un famedio massonico a ridosso dell’inaugurazione del crematorio nel cimitero monumentale di Roma.
L’abbondanza di ‘numeri unici‘, ‘ricordi‘ e ‘discorsi‘ su Garibaldi nei primi dodici anni seguenti la sua morte fu icasticamente stigmatizzata il 12 maggio 1894 da Antonio Labriola, che ai ‘cari amici‘ promotori di un ennesimo fascicolo di Caprera (In Commemorazione di Giuseppe Garibaldi e di Alberto Mario) 7 scriveva: «I tempi che corrono sono poco lieti. Auguriamoci che l’Italia divenga degna di commemorare Garibaldi, non per lusso di vaniloquio, non a dileggio dell’immortale». Da Padova, Achille Loria a sua volta invocava «e sia fra breve… » «… un altro eroe della giustizia e della pace che adduca le falangi lavoratrici all’anelata redenzione».
Mentre il governo Crispi ordinava la repressione poliziesca dei ‘fasci siciliani‘ e del ribellismo endemico alimentato da profondo malessere economico, l’ombra di Garibaldi si proiettò sull’Ordine , quale spartiacque e causa di distinzione e persino di divisione, anziché come termine di riferimento unitario.
Già nella serie di discorsi pronunziati dal Gran Maestro Lemmi nei ricevimenti massonici nei principali centri della penisola (con omissione della Sardegna) 8 il nome di Garibaldi era ricorso meno di quello di Mazzini e persino di Carducci: esso era poi stato del tutto taciuto a Milano il 16 giugno 1892, come nel discorso conclusivo del periplo, a Roma nel gennaio 1893, sulla cui traccia Lemmi avrebbe infine svolto l’orazione introduttiva alla Conferenza massonica di Milano, il 20 settembre 1894 9: vero punto d’arrivo del dibattito sulla ‘questione sociale‘ in corso nell’Ordine dalla morte di Garibaldi alla crisi del progetto di ‘riforme dall’alto‘ espresso dai governi Crispi e, in larga misura, dal primo ministero Giolitti.
Eludere i nodi non significa però scioglierli. Se n’ebbe conferma poco appresso, quando proprio l’inaugurazione del monumento di Giuseppe Garibaldi in Roma divenne occasione della manifestazione di un dissidio che avrebbe lacerato per un decennio la Comunione massonica italiana.
L’art. 2 della legge 3 giugno 1882 n. 780 aveva stabilito l’erezione di un monumento garibaldino in Roma 10 . Solo un anno dopo, però, il progetto prese corpo, con un primo stanziamento pubblico, approvato dalla Camera al termine di un dibattito nel corso dei quale l’On. Ettore Pais-Serra aveva proposto Caprera quale ubicazione del monumento, contro l’avviso del presidente del consiglio, Depretis, e del relatore sul disegno di legge, Crispi, secondo i quali esso doveva sorgere in Roma e precisamente – come di fatto avvenne – sul Gianicolo: a memoria della difesa della Repubblica Romana, in linea, cioè, ancora una volta, con un asse storico che non conduceva necessariamente a Casa Savoia. Perciò, in Senato, il relatore Caracciolo di Bella aveva avanzato una trasparente riserva: la subordinazione dei lavori per il monumento di Garibaldi all’assicurazione che anche quello di Vittorio Emanuele II sarebbe stato realizzato a tempi brevi, quale sede definitiva delle ‘auguste ceneri‘ del Gran Re, solo provvisoriamente tumulate al Pantheon.
Negli anni seguenti, il Grande Oriente d’Italia aveva seguito con vigile assiduità i lavori della commissione reale incaricata di seguire il progetto (e folta di uomini intrinseci all’Ordine: da Ferdinando Martini a Giuseppe Fiorelli) e massone era risultato anche il vincitore del concorso, Emilio Gallori. Il Governo dell’Ordine – riformato nel 1893, con l’istituzione della Giunta, che di lì innanzi ne sarebbe stato l’organo decisionale supremo, accanto al Gran Maestro – puntò sull’inaugurazione del monumento garibaldino al Gianicolo, quale momento qualificante a solenne sanzione dell’identità tra l’Ordine liberomuratorio e l’ordine del Regno.
A render più solenne l’evento il parlamento proclamò il XX settembre festa nazionale, con una schiacciante maggioranza e il voto contrario di una pattuglia di uomini nei quali l’acuto notaio dell’Italia di fine secolo, Domenico Farini, antivide i lineamenti di un ‘partito cattolico‘, peraltro non privo di suggestioni su certi ‘democratici‘, quali Imbriani 11 . Ma all’approssimarsi della data fatidica – 20 settembre 1895 – anche un osservatore niente affatto tiepido nel confronti del presidente del consiglio, il sen. Alessandro Rossi, in una lettera da S. Orso (4 marzo 1895) riprendeva la parola d’ordine lanciata da mons. Carini a Guido Fusinato: «disfarsi della Massoneria» e notava compiaciuto che «se non di nome, di fatto Crispi si è staccato dalla massoneria», commentando: «ecco un altro dei suoi intuiti d’uomo superiore di Stato» e contrapponendo al siciliano la pervicacia anticlericale del Gran Maestro in carica.
Lemmi, in effetti, da mesi era in posizione quanto mai imbarazzata: non tanto per le bordate d’accuse scandalistiche che continuavano a piovergli addosso da varie parti 12, quanto per l’ormai palese divaricazione tra la condotta di Crispi e le attese di tanta parte della Famiglia liberomuratoria, il cui governo era quotidianamente tempestato da richieste ultimative di energico intervento sul presidente del consiglio o, quanto meno, della sua sconfessione, senza mezzi termini, da parte del Grande Oriente, che, diversamente, rischiava di rimanere implicato nell’odiosità delle misure repressive adottate da Crispi non solo contro gli anarchici, bensì, in genere, contro tutte le opposizioni: radicali, repubblicane, democratiche avanzate, tutt’insieme eredi e continuatrici di quel Garibaldi che il secondo dei Mille s’apprestava a evocare sul Gianicolo per il 25° di Porta Pia.
Il 20 settembre 1895, venerdì, Crispi pronunziò in effetti il discorso d’inaugurazione «per la sostanza canonica e chiesastica, per la forma polemica e piuttosto volgaruccia non conveniente all’occasione», a giudizio di Domenico Farini 13 .
La Massoneria s’era preparata alla manifestazione di Roma con tutt’altro slancio. Le Logge erano state invitate a farsi rappresentare dalle bandiere , venne progettata una lapide da apporre nel Palazzo Senatorio in Campidoglio per ricordare i Fratelli «che cospirarono , soffersero e morirono per la liberazione di Roma» 14 e uno speciale comitato fu incaricato di approntare adeguati ricevimenti per i delegati delle Comunioni straniere e delle Officine italiane. Ma quale bilancio fu poi tratto dalla manifestazione? La prima riunione della Giunta di governo della Massoneria italiana successiva alla solenne festa garibaldina (21 ottobre 1895) non dedicò neppure un istante a compiacimenti retrospettivi. Bisognava infatti rispondere alle Logge milanesi Cisalpina Carlo Cattaneo e La Ragione che chiedevano se il Gran Maestro avesse continuato a incalzare per condurre a buon porto l’iter parlamentare del disegno di legge a tutela degl’infortuni sul lavoro e, soprattutto, venne sul tappeto il fermo rifiuto di Ernesto Nathan di prender parte ai lavori massonici sino a quando l’Ordine non avesse «veduto chiaro nelle accuse mosse contro il F. Francesco Crispi» 15 .
In effetti da mesi Nathan aveva invitato il Gran Maestro ad affrontare di petto la ‘questione Crispi‘ : che non era, ben inteso, un corollario dello ‘scandalo della Banca Romana‘, un brandello della lotta per il potere, né un duello tra l’anziano statista e Cavallotti o Giolitti, bensì chiamava in causa i rapporti tra la Massoneria e il governo, mentre questo, presieduto da un massone, anziché col paese – cioè con la dinamica sociale – s’identificava strettamente con lo Stato cioè con istituzioni contro le quali non solo si stavano schierando molti ‘fratelli‘ ma era proceduto a lungo il Risorgimento stesso, compreso quel Giuseppe Garibaldi che dopo trentadue anni di elezioni alla Camera se n’era dimesso con una motivazione lapidaria – «… non posso più contare tra legislatori in un paese ove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia…» , 16 – che s’attagliava a Crispi e a chi gli stava dietro non meno che all’incipiente trasformismo del 1880.
La manifestazione garibaldina di Roma – presenti il re , la regina , i presidenti dei due rami del parlamento – costituì tuttavia il momento di massimo accostamento tra la cometa massonica e il sistema monarchico : con i labari delle Logge italiane schierati a ridosso del monumento , ornato di simboli liberomuratori e oratore ufficiale un presidente del consiglio notoriamente in odore di Grande Oriente.
Tutt’altro fu invece l’esito della partecipazione massonica alla celebrazione delle Cinque giornate di Milano, sullo scorcio dell’anno precedente. Infatti, come deprecò il Potentissimo in Giunta, il 12 novembre 1894, «… fino da quell’epoca si manifestavano in molti FF. di Milano (le tendenze) di trascinare la Massoneria in mezzo alle lotte della politica militante». 17
L’ala massonica – decisamente schierata per le riforme sociali – nel 1893-95 dette battaglia per portare il Grande Oriente a fianco dei partiti di sinistra.
A fine 1893 il Gran Maestro aveva fatto rispondere da Nathan a incalzanti appelli di logge attestate a favore dei fasci siciliani che «… non tutto ciò che si domanda da quelle organizzazioni è giusto e possibile». Parallelamente era stata sottoposta a censura grave l’iniziativa di alcune Officine che avevano discusso pubblicamente intorno alla compatibilità con l’Ordine di personaggi del mondo bancario e politico implicati nello scandalo della Banca Romana, in tal modo mettendone a nudo la qualità massonica. La tendenza a propalare i nomi degli iniziati dilagava tuttavia dal sud al nord, se Lemmi dovette intervenire anche nei confronti della Loggia La Cisalpina Carlo Cattaneo, diffidandola dal render noti i nomi dei relatori impegnati nel dibattito sulla politica sociale propugnata dall’Ordine. Quelle insistenze erano però difficili da contenere giacché non erano dettate solo da una voglia di sfida dinanzi alle sortite dei clericali, indirettamente incoraggiati dalle roventi polemiche di certe frange democratiche contro Crispi (e Lemmi), bensì dall’orgoglio di chi, dall’interno delle Officine, si sentiva (e si credeva) tutt’uno col governo del paese e s’arrogava pertanto poteri che il Gran Maestro dichiarava invece insussistenti: come a proposito dei provvedimenti governativi nei confronti dei fasci: «… il Grande Oriente ha fatto e fa quanto gli è stato possibile per i condannati dai Tribunali Militari della Lunigiana e nella Sicilia, ma, non essendo esso al governo dello Stato, non può che limitarsi ad un’azione consigliatrice. Poichè l’ha fatta e la fa ha compiuto e compie il proprio dovere». Era poco: ma era anche tutto ciò che in effetti il Grande Oriente potesse fare.
Anche nell’ambito della Giunta dell’Ordine dilagavano ormai opinioni difformi se a Ernesto Nathan pareva che i suoi membri potessero «… prendere pubblicamente questo o quell’atteggiamento nella lotta dei partiti e in ragione della loro rappresentanza massonica, comportandosi come cittadini, a norma dei convincimenti loro e della loro coscienza» senza recar nocumento all’Istituzione.
Come far intendere – in tale situazione – che in mancanza di precise imputazioni massoniche Francesco Crispi non poteva essere sottoposto ad alcuna pubblica sentenza (misura del resto eccezionale per l’Ordine) e neppure a procedimento formale?
Al rigoroso rispetto delle Costituzioni dell’Ordine da parte degli uomini di vertice della Comunione molte Officine risposero tuttavia con atteggiamenti d’aperta ribellione mentre già taluno propendeva per adattar le norme alla realtà invece di sforzarsi di estrarre l’ordine dal caos. Caso emblematico, clamoroso nei riflessi pubblici e rovinoso per gli effetti interni, fu la decisione della loggia La Ragione di Milano di guidare un manipolo di Officine lombarde, a bandiere spiegate, alla manifestazione celebrativa delle Cinque giornate, che voleva far da monito nei confronti di un’amministrazione che le sinistre giudicavano ormai più vicina a Radetszky che alla tradizione liberale e garibaldina.
In tale condizione – che di seduta in seduta vedeva il Gran Maestro impegnato a respingere pressioni, appelli, rimbrotti delle Officine più disparate – non v’era spazio propizio per dibattiti storiografici che entrassero nel merito del ruolo svolto da Giuseppe Garibaldi nella travagliata vicenda della democrazia italiana. Perciò le manifestazioni che di quando in quando riproponevano il nome del Primo Libero Muratore d’Italia erano, per quanto possibile, avviate sui binari morti della pura e semplice celebrazione di un nome senza soggetto, di una formula astratta, ridondante di formule enfatiche, quanto privo di connotati storici documentati. Su quei binari Garibaldi rimase – carro da parata, da mettere in circolazione di quando in quando, ma sempre più stinto, con palesi i segni del tempo – per i decenni seguenti.
Il centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi – salutato nel paese dal discorso detto in Campidoglio da G.C. Abba e da una messe di robusti studi storici, già in vista del cinquantenario della spedizione dei Mille e della proclamazione del regno – fu anno di lutto per la Comunione italiana, abbrunata l’anno prima dalla morte di Adriano Lemmi. Passò infatti all’Oriente Eterno il fratello Giosuè Carducci, che non fece in tempo a ricevere dall’Istituzione la statua d’argento della Poesia, fusa da Ettore Ferrari su mandato dalla Massoneria italiana.
Per contro scialba e quasi imbarazzante fu la presenza – o piuttosto l’assenza – di Giuseppe Garibaldi nell’attenzione di una Comunione pur intenta a procacciar le fortune di quei “blocchi popolari” la cui remota origine risaliva appunto a ‘patti‘, ‘leghe‘ e altrettali ‘fasci‘ a suo tempo raccolti da Garibaldi tra le diverse componenti della democrazia italiana.
A Milano a tutto giugno del 1907 si doveva convenire che «Per le onoranze a Garibaldi… si è forse al punto di prima se non si è fatto un passo indietro» 18 . A Palermo la celebrazione garibaldina si risolse in un’agape fraterna in onore non tanto del duce dei Mille bensì di quel R. Vittorio Palermi, che sarebbe poi stato navarca di tutt’altre venture. Per Roma, un Comitato appositamente creato presso il Grande Oriente giunse a proporre «un grande corteo massonico verso le 5 pomeridiane del 3 luglio» al monumento del Gianicolo, con deposizione di corona bronzea modellata dall’instancabile Gran Maestro, Ettore Ferrari, esecuzione degl’inni garibaldini con ‘appositi cori‘ e lettura di versi patriottici. Un grande banchetto avrebbe concluso la manifestazione, per la cui riuscita sottoscrissero fratelli e Logge italiane e straniere: 124 lire l’Ausonia di Torino (qualcosa come 150-200 mila lire di oggi), 50 la Cavour dello stesso capoluogo subalpino, 135 l’Aurora Risorta di Genova (altra Officina ‘storica‘), 122 la Concordia di Firenze, 160 la Lirae Spada di Roma, 200 la XX settembre di Firenze, 100 la Michelangelo della stessa città, e via discendendo, sino alle 40 de La Terza Italia di Palermo, che da sola versò quanto le emblematiche Giuseppe Mazzini di Livorno e Giuseppe Garibaldi di Porto Maurizio: ventimila lire d’oggi per Loggia (cinquecento ogni ‘Fratello‘, in media) per ricordare la nascita del Primo Libero Muratore d’Italia, Gran Maestro effettivo nel 1864 e Gran Maestro Onorario ad vitam.
In un tripudio di manifesti dal testo già allora improponibile 19 – pel ritardo culturale anche nei confronti dell’allineamento operato con le modifiche alle Costituzioni dell’Ordine – cadde la commemorazione di Garibaldi, pronunziata da Ulisse Bacci al Teatro di Sansepolcro il 20 settembre 1907 20 . L’unico esplicito cenno al rapporto tra il nizzardo e la Massoneria propostovi dal Gran Segretario della Comunione peninsulare – il cui Libro del Massone italiano dall’anno seguente avrebbe fatto testo – anziché sciogliere interrogativi, ne apriva di nuovi: e soprattutto sull’attendibilità di un metodo che certo non confortava quanti identificavano Massoneria e positivismo, quanto meno sul versante del positivismo storiografico, fondato sulla rigorosa documentazione d’ogni asserto. Diceva infatti Bacci che Garibaldi «… forse in quel tempo (1834 circa), ma non può asseverarsi con certezza assoluta, chiese ed ottenne la iniziazione nell’Ordine Massonico, che di concerto coi Mazziniani, nelle Logge segretissime allora, cospirava per la redenzione e l’unità d’Italia»: affermazioni che costituiscono un arco voltaico tra Taxil e Luzio, ma poco hanno a che fare con la storia.
Peraltro – in forza di non si comprende qual riserbo – nessun cenno vi veniva fatto ai rapporti corsi tra Garibaldi e le Officine di Montevideo , New York, Londra, né, del resto, alla parte avuta dal nizzardo nell’Istituzione – Grande Oriente e Riti – prima e dopo la fuggevole assunzione della Gran Maestranza.
Il cinquantenario della morte del nizzardo (1932) vide la Massoneria italiana in una posizione anche meno favorevole per ‘fare i conti‘ con Garibaldi. L’anno prima il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia in esilio, Alessandro Tedeschi, dette mandato alle sparute Logge alla sua obbedienza di rievocare Mazzini e il XX settembre. Il 1932 21 trascorse tra difficoltà e amarezze: su quanto rimaneva dell’Ordine scese l’ombra di Domizio Torrigiani, spentosi nella terra di Tommaso Crudeli duecent’anni dopo l’iniziazione di Antonio Cocchi nella prima loggia inglese in terra toscana. Il pegno alla Massoneria nei confronti di Garibaldi rimase da riscattare: esso venne lasciato in deposito ai posteri, per quando si fosse fatto appello al senso della storia per trovar le ragioni dei travagli antichi e nuovi della Libera Muratoria nella penisola. 1 U. BACCI, Il libro del massone italiano, Roma, 1911, vol. 2, p. 360. La mattina del 3 giugno 1882 la ripresa dei lavori assembleari fu preceduta da una seduta funebre in onore di Garibaldi.

2 Rivista Massonica, 1882.

3 A tale proposito rimandiamo a ALDO A. MOLA, LUIGI POLO FRIZ, I primi vent’anni di G. G. in Massoneria (1844-1864). Da Apprendista a Gran Maestro., Nuova Antologia, Firenze, f. 2143, luglio-settembre 1982.

4 Vedansi, per es., G. GUERZONI, G., Firenze, Barbera, 1882, voll. 2; L. PALOMBA, Vita di G. G., Roma, Perino, 1882 J. LABOLINA(A. Vecchi), G. Vita e gesta, Bologna, Zanichelli, 1882; J.WHITE MARIO, G. e i suoi tempi, Milano, Treves, 1884 (ora in ed. anastatica, con pref. di G. Spadolini, Napoli, De Dominicis, 1982). La stessa sproporzione ha del resto continuato a caratterizzare (condizionandone quindi i risultati) le biografie successive: comprese quelle, recenti, di RIDLEY, G., Milano, Mondadori, 1975 (che dedica meno di cinquanta pagine al quindicennio successivo a Mentana sulle oltre settecento del volume), M. MILANI, G. G.: biografia critica, Milano, Mursia, 1982 (con 50 pp. su oltre 500) e M. GALLO, G.: la forza di un destino, Milano, Rusconi, 1982, (70 pp. su quasi 500). Superfluo ricordare che in tutte queste opere è sistematicamente taciuta o appena accennata – senza tentativi di approfondimenti critici – l’appartenenza di Garibaldi alla Massoneria: tema che, eluso per ragioni politiche sulla fine dell’Ottocento, viene ora ‘dimenticato‘ o troppo sbrigativamente liquidato con approssimazioni ferme alle viete argomentazioni di A. Luzio. Così il citato M. Milani afferma: «G. ha della M. un’idea strumentale in senso politico», aggiungendo che G. si «mostrò massone piuttosto distratto». Per un aggiornamento sul tema rinviamo a C. GENTILE, G. G., il gran maestro dell’Umanità, Foggia, Bastogi, 1981 e ad A.A MOLA, Garibaldi vivo: antologia degli scritti con documenti inediti, pref. di Lelio Lagorio, Mazzotta, 1982, sezz. VI-VII.

5 TAXIL, Le fils du Jèsuite, précedé de pensées anticléricales, intr. par le Général G. Garibaldi, Paris, Strauss, 1879; ID., Les jocrisses de sacristie, pref. Lettre de Garibaldi sur le cléricalisme, Civitavecchia, 27 aoút 1879, Paris, Librairie National, 1879. Taxil invelenì poi anche su Garibaldi in I misteri della massoneria svelati, (trad. L. Matteucci), Genova, Fassicorno, 1888, alle pp. 830-97.

6 Roma, Agenzia giornalistico-libraria E. Perino, 1883. Escalona era altresì autore di un saggio su G. e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, e di libelli antipapali.

7 Sassari, Stabilimento grafico Dessi, 1894, con testi di Gabriele Rosa, Giuseppe Sergi, Arturo Graf, Stefano Canzio, Achille Loria, Giuseppe Mazzoni, Giovanni Bovio, Alfonso Aroca, Giuseppe Castiglia, Antonio Labriola e inediti di Garibaldi e di Mazzini.

8 Lemmi accennò a Garibaldi nel discorso di Genova (dopo la celebre evocazione di Mazzini: «E tu Grandissimo Maestro, che solitario riposi a Staglieno… ») e in quello di Torino (ove Garibaldi fu definito espressione del «genio democratico e laico ( .. ) custode incorrotto deli diritto e della dignità nazionale» e invocato quale incitamento alla difesa della patria: cioè, in quel momento, in funzione antifrancese, in linea con l’atteggiamento di Crispi).

9 Atti Ufficiali della Conferenza massonica di Milano, a cura del Grande Oriente d’Italia, Roma, 1895, pp. 9-16: per un’analisi del pensiero di Lemmi negli anni Novanta rinviamo ad A. A. MOLA, La risposta della Massoneria alla “Rerum Novarum”, in Storia della Massoneria: studi e testi, Torino, Centro di documentazione massonica, 2, 1982, in corso di stampa. 10 D. FARINI, Diario di fine secolo, a cura di Emilia Morelli, Roma, Bardi, 1961, p. 650.

11 Garibaldi in Parlamento, a cura di S. Furlani, Camera dei Deputati, Segreteria Generale, Ufficio stampa e pubblicazioni, 1982, vol. 2, pp. 735 e ss..

12 La campagna scandalistica contro Lemmi (a tacere degli anni 1860-70, durante i quali presero a circolare in Italia i famosi estratti di sentenze pronunziate a Marsiglia nel 1844 contro un Adriano Lemmi di Firenze di anni 22, poi utilizzati negli Anni Novanta) seguì un complesso sviluppo: le accuse contro Lemmi provenivano da un’unica fucina francese (quel Léo Taxil che sicuramente aveva avuto rapporti con elementi dell’estrema frangia democratica italiana negli anni durante i quali era famoso libellista anticlericale) e da Oltralpe venivano riciclati sulla stampa italiana. Essa, cioè, rispondeva contemporaneamente agl’interessi di quanti in Italia consideravano Lemmi il principale appoggio di Crispi, ‘traditore‘ della democrazia, e di quanti, Oltralpe, vedevano nello statista siciliano un pericolo per la sicurezza francese. Perciò i vari Taxil, Margiotta, Diana Vaughan, Docteur Bataille e simili scagliarono le loro frecce alternativamente ora contro Lemmi, ora contro Crispi. Taxil – assai significativamente – uscì dal gioco quand’ormai da un anno Crispi era stato travolto da Adua, Lemmi s’era dimesso da Gran Maestro e la tensione franco-britannica per la gara coloniale sconsigliava Parigi d’inasprire i paesi. Sulla letteratura antimassonica rinviamo all’eccellente J. A. FERRER BENIMELI, El contubernio judeo-maçonico comunista, Madrid, Editorial Istmo, 1982. Il versante italiano del tema meriterà tuttavia una specifica ricerca, che prevediamo ricca di sorprese.

13 D. FARINI, Op. cit., p. 776.. Farini notò anche che Crispi, in pratica, non aveva quasi parlato di Garibaldi, nè di Cavour, insistendo, invece sull’opera del governo in carica.

14 Verbali della Giunta del Grande Oriente d’Italia, istituita dall’Assemblea Costituente Massonica del Maggio 1893, seduta del 25 giugno 1895 (che fu l’ultima prima delle manifestazioni del 20 settembre).

15 Ivi, seduta del 21 ottobre 1895. Alla seduta, presieduta da Lemmi, presenziarono Ballori, Sani e Meyer. Il verbale della seduta risulta però firmato anche da Ettore Ferrari, Luciano Morpurgo e Ulisse Bacci (verbalizzante). Dai Verbali risulta in modo inconfutabile che Crispi – benchè non quotizzante, nè, per quanto si sa, assiduo alle sedute di Loggia (del resto egli era stato da tempo iscritto alla Loggia Propaganda Massonica) – era considerato a tutti gli effetti ‘Fratello‘ e come tale sempre annotato.

16 Garibaldi in Parlamento, op. cit., vol. 2°, p . 816.

17 Verbali, cit., alla data.

18 Rivista Massonica, 1907, 15 giugno, p. 254. Per contro una solenne celebrazione rituale massonica di Garibaldi ebbe luogo presso la Gran Loggia di Francia, sotto la presidenza del Potentissimo Gran Maestro, Mesureur. Ma nelle stesse settimane le file dei massoni di Roma erano impegnate per assicurare la vittoria del ‘blocco popolare‘ di Nathan nelle elezioni supplettive per la conquista dell’amministrazione capitolina.

19 Per alcune esemplificazioni rinviamo a Rivista Massonica, 1907-1908.

20 Ivi 1907, 30 novembre, pp. 386-97.

21 Seduta del Governo dell’Ordine, 5 giugno 1932 (Parigi), presenti A. Tedeschi, Giuseppe Leti, Giacomo Carasso, Ettore Zanellini, Alberto Giannini, Francesco F. Nitti. Accanto a Chiesa fu rievocato Filippo Turati, «soldato valoroso della nostra comune battaglia».

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{15-08-2001}

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Uccelli – Libertà – Massoneria

Tempio di Ghirlanda – Tornata di Venerdì 13 Novembre 2015

Presentazione foto del Fratello Anso Pecorini

Uccelli – Libertà – Massoneria

“Nessun altro animale sa economizzare il suo tempo e godere la vita meglio dell’uccello. L’uccello non conosce noia: il giorno non è mai troppo lungo e la notte troppo breve per questo beniamino della Natura. La sua grandissima mobilità non gli permette di sciupare metà della sua vita dormendo o fantasticando; l’uccello vuole adoperare lietamente e festosamente il tempo che gli è concesso.”

                                                                                                                  (Alfred Edmund Brehm)

Il volo del gruppo di uccelli è l’immagine della Loggia che percorre il suo viaggio iniziatico.

Il primo fenicottero è colui che, tagliando l’aria e decidendo la direzione del volo, compie lo sforzo fisico ed intellettuale maggiore e simboleggia il Maestro Venerabile: un Fratello che si assume per un tempo limitato ed in maniera libera, per il bene della collettività  della quale è partecipe, la responsabilità  e lo sforzo maggiore.

Gli uccelli che migrano stanno a simboleggiare anche il nostro continuo movimento nella ricerca del progresso e del nuovo nella libertà  del cielo dove nessuna strada è tracciata, se non la direzione che il nostro istinto, e l’esperienza esoterica, delle innumerevoli generazioni che ci hanno preceduto, ci indicano.

La volata a cuneo rappresenta simbolicamente la squadra con la sua apertura rigida, che normalmente assume il gruppo durante i lunghi trasferimenti, ed il compasso con la sua apertura variabile nei momenti in cui si cambia la direzione o in quelli in cui il vento, troppo forte o debole, consiglia il cambiamento per ridurre lo sforzo o per sfruttarne la portanza.

L’ Uomo associa al volo degli uccelli il senso di libertà, ed è questo che io provo quando fotografo queste meravigliose creature.

La libertà nel volo degli uccelli significa partire dal presupposto che libertà significhi assenza di resistenza, per l’ uomo libertà è fare quello che si vuole, andare dove si vuole, non avere costrizioni e il volo degli uccelli ne rappresenta perfettamente la metafora;  quindi occorre muovere da questo dato di fatto, che ci appare sotto gli occhi e cioè che se gli uccelli rappresentano il massimo della libertà, questa deve essere intesa fin da principio come assenza di resistenza e se questa è la base di partenza è normale che questa venga poi proiettata all’esterno verso forme che incarnano innanzi ai nostri occhi l’ assenza di costrizioni. Ovviamente l’ uccello non è più libero di una qualsiasi altra creatura, di una formica, come di un pesce o di un fiore, la libertà che rappresenta l’uccello ai nostri occhi è la proiezione del nostro concetto di libertà intesa come assenza di vincoli, anche perché la libertà più che essere un fattore fisico è un fattore mentale.

Dice una canzone di Guccini:

Fossi un uccello
alto nel cielo
potrei volare senza aver padroni.

Ma sono un uomo
uno fra milioni
e come gli altri ho il peso della vita
e la mia strada
lungo le stagioni
può essere breve, ma può essere infinita;
la tua libertà
cercala, che si è smarrita.

Grazie Fratelli per avermi consentito di mostrarvi queste foto e per avere condiviso con me il senso di libertà e di pura gioia che questi uccelli sanno trasmettere.

                                                                                                                 Anso Pecorini

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Garibaldi ateo

Garibaldi ateo

Gilberto Pisu 2019-04-30

In prossimità del X Memorial Garibaldi Lodges Olbia 16 – 17 – 18 – 19 maggio 2019 a cura di Gian Carlo Lucchi – Sul presunto ateismo di Garibaldi


Personaggio discusso e discutibile, valoroso e avventuriero, donnaiolo e carismatico, Garibaldi rifiutò il comando generale delle truppe americane del Nord, perché il Presidente non firmò, come da lui richiesto quale condizione, il decreto di abolizione della schiavitù … questo per dire, senza troppe chiacchiere, che era un idealista e certamente dotato di coraggio non comune, tanto da inimicarsi non solo la Chiesa, ma anche il Re Vittorio Emanuele II e l’astuto Cavour.
L’atteggiamento censorio oggi è cosa facile, anche perché la prima vittima di ogni guerra, come ci ricorda Petacco, è sempre la Verità e ovunque si potrebbe fare ottima pesca nel torbido, ma a chi è dedito alla lapidazione facile di Garibaldi, sebbene detto da un laico e Mazziniano, suggerirei l’invito attribuito a Gesù nei Vangeli : “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”… Ogni uomo resta tale, con le sue luci e con le sue ombre. Forse sarebbe preferibile riportare il mito alle sue umane dimensioni, ma parallelamente guarire dall’atteggiamento populista della “tuttologia”…
Disse Norberto Bobbio, uno dei cervelli migliori di questa Italia italiota, a chi gli chiedeva giudizi politici e deduzioni future : “Sono un filosofo, che diamine ! Non mi si può chiedere di parlare su tutto !”. Da questo vizietto converrebbe guarire … e ciascuno si tenga i suoi gusti.
Ma falsare la verità storica non è lecito, perché si inganna chi è in buona fede.
A me pare sensato e veritiero lo scritto inviato da Anna Tola, scrittrice e studiosa di Garibaldi, alla direttrice del Museo Garibaldino di Caprera, nel settembre 2013 e pubblicato su “Gallura Informazione”. Le ragioni con cui chiede che venga tolto l’attestato sembrano serenamente convincenti.
Per la cronaca trattasi di un attestato apparso solo nel 1977 – che ebbi modo di vedere in cornice nella piccola Casa museo di Caprera, ove si indica Garibaldi come Presidente Onorario della Società Atea di Venezia e scoperto nel corso dei lavori di restauro museale.
È intuitivo che il suo nome, certamente ambito e qualificante, potesse dar lustro e decoro alla piccola compagine, ma che ciò potesse coinvolgerlo nella persona resta dubbio e non dimostrabile. Ancora la studiosa Anna Tola scrive: “è importante sottolineare come Garibaldi, in tutti i suoi scritti si sia sempre dichiarato credente in Dio, nel Vangelo, di Gesù e nell’immortalità dell’anima e non nell’ateismo”.
Ma è mio dovere aggiungere, senza acredine nei confronti di alcuno, che avendo, entro i miei strettissimi limiti, studiato e tentato di analizzare senza entusiasmo la figura storica di Garibaldi, l’attribuzione di ateismo alla sua persona è una forzatura e un falso.
E avendo letto diverse cose da lui scritte e qualcuna avendola, come l’unica che possa essere definita Opera letteraria “Clelia – Il governo dei preti”, ne traggo qualche punto che lascio al libero giudizio del lettore, con la premessa che, se è vero che all’epoca l’anticlericalismo fu radicale e frequentemente plateale … come ci ricorda Spadolini, con i funerali al simulacro di Garibaldi poi gettato nel Tevere dai cattolici, e dai “Liberi pensatori” (con questo termine comprendo tutto il mondo in ebollizione in ambito social-liberale) al simulacro di Pio IX, scagliato poi nel fiume, per Garibaldi non fu sempre così. Inizialmente invocava coi suoi scritti – modesti in
verità, rispetto alla dimensione dell’Uomo – il clero perché in nome di Dio scegliesse di schierarsi col popolo … Ma vediamo le sue parole.
Pg 13 del libro citato “In ogni mio scritto io ho sempre attaccato il pretismo, più particolarmente perché in esso ho sempre creduto di trovare il puntello d’ogni dispotismo, d’ogni vizio, d’ogni corruzione”. Ma precedentemente, nel 1861 scriveva : “Incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime. Essi senza falsare la loro coscienza di Italiani non ponno rimanere complici di quanto si operi in Roma, a detrimento della causa santa del nostro Paese.
Che si alzino dunque coraggiosi sulle braccia dei diritti della umana razza. Che scendano nel fondo del loro cuore …”.
E l’anno successivo, ai preti lombardi : “Non solamente dal Governo ma dalla Nazione intera voi sarete appoggiati, benedetti nella vostra missione riparatrice. Avanti, dunque! Porgete il vostro concorso alle aspirazioni sante del popolo colla generosa risoluzione dei primi cristiani …” Chi ha letto l’ottimo lavoro di Vittorio Gorresio “Risorgimento scomunicato”, facilmente si identifica con quel fermento, mentre Garibaldi cercava ancora di “Ammettere quanti più sacerdoti possibile nelle logge massoniche da lui ispirate” (sic).
Pg. 14 Dopo la ferita ad Aspromonte (1863) l’atteggiamento era mutato; mandando il suo sostegno al giornale “Il martello dei preti”, scrisse: “Io lodo la comparsa del vostro Martello, e spero che l’userete sempre con perseveranza sulla triste genìa dei preti, che nel Santo nome di Dio ruba la vita e la libertà al popolo”.
Non può sostenersi, se si è in buona fede, alcuna sfumatura di ateismo.
Garibaldi non fu un grande Massone … era già grande prima di entrarvi. Ma fu, nel breve periodo parlamentare, buon politico, coerente col suo amore per il popolo. La prima Legge Agraria del Regno d’Italia porta la sua firma.
Italiano di nascita, indomito come pochi, la sua statura umana può dirsi patrimonio dell’Umanità.
13 III 2019


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Garibaldi

GARIBALDI UOMO E MASSONE

Di A.Sbardellati

Reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano

Questa affermazione di Giuseppe Garibaldi rappresenta, a nostro parere, la sintesi del suo modo di essere nella società.

Dice di lui George Sand : ” Garibaldi non assomiglia a nessuno, ed in lui vi è qualcosa che fa riflettere…… è un uomo fatto per comandare , ma attraverso la persuasione: non può governare che uomini liberi.”

In una società “distratta” come quella attuale , rivisitare l’uomo e il massone Garibaldi può aiutare a trovare un filo conduttore alle tensioni e alle aspirazioni, un invito all’introspezione e alla ricerca di noi stessi , forse un aiuto a “crescere”. Non a caso già il figlio Ricciotti aveva catalogato diciottomila pubblicazioni riguardanti il padre: il personaggio Garibaldi sempre ha fatto discutere e sempre troverà stimatori e detrattori, ammiratori e scettici: è il destino di tutti i grandi.

Un’analisi superficiale del personaggio farà di Garibaldi solamente un grande condottiero, colui che sapeva arringare i propri uomini e spingerli alla vittoria . Garibaldi è certamente questo, ma è anche molto di più: è uomo di pensiero, valente scrittore e decoroso poeta, ricercatore dell’uomo in ogni dimensione , modello di altruismo e sensibilità sociale .

Tracciare un profilo di Garibaldi uomo sembra a prima vista opera semplice, di routine, ma se ciò vale per la maggior parte delle persone, non lo è certo per questo individuo dotato di personalità poliedrica e di capacità e sensibilità ben al di sopra della norma.

Nasce a Nizza il 4 luglio 1807 e già nel ‘22 lo troviamo marinaio sulla ” Costanza ” , nel suo primo vero viaggio per mare verso Odessa . Si tratta quindi di un marinaio per vocazione , che nel mare trova quel senso di libertà sempre agognato. Autodidatta per quel che concerne l’acquisizione delle discipline sportive e belliche, altrettanto lo fu culturalmente, un autodidatta appassionato ed attento tanto da costruirsi una solida cultura di cui non fece mai sfoggio, ma che traspare dagli scritti e dai discorsi pubblici.

La scoperta della Giovine Italia accende il cuore di lui che scriveva “ amante appassionato del mio paese fin dai primi anni, ed insofferente del suo servaggio……. io cercavo dovunque libri , scritti che della libertà italiana trattassero ed individui ad essi consacrati “. Dopo i moti mazziniani del ‘34 fugge in Sud America , per scrivere una delle pagine più belle delle vicende per la liberazione di quei popoli oppressi , sempre avendo nel cuore la situazione italiana . Forte della fama di generale imbattibile , il 15 luglio 1848 salpa verso l’Italia con circa 70 legionari che si erano ricoperti di gloria in questa terra straniera . All’arrivo forma un corpo di volontari di 3500 uomini offrendoli a Carlo Alberto, ma è osteggiato in ogni maniera; ben altro si attendeva quando “andò ad offrire senza rancore il braccio e quello dei compagni a colui che mi condannava a morte nel ‘34 “

Il 9 febbraio 1849 proclamava a Roma:

1) Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano,

2) il Pontefice avrà tutte le garanzie necessarie d’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale,

3 ) la forma di governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana,

4) la Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.

Ancora più chiaramente richiedeva : ” L’assemblea proclami fin da questo momento che la causa della Sicilia e la causa di Venezia rappresentano la causa italiana”

Passa dalla Repubblica Romana al secondo esilio sempre avendo ben presente il bene della patria da anteporre ad interessi personali anche legittimi. Da qui prende le distanze da Mazzini, nel “Programma Italiano ” dichiara: Bisogna fare l’Italia innanzi tutto. L’Italia è composta oggi di molti elementi: piemontesi, repubblicani, murattiani, borbonici, papisti, toscani ed altri…..Tutti questi elementi debbono amalgamarsi al più presto o essere distrutti, non c’è via di mezzo. Il più forte degli elementi italiani io credo sia il Piemonte e consiglio di unirsi a lui….”

Il 2 marzo 1859 incontra Vittorio Emanuele II e ne trae un’ottima impressione tanto da diffondere un foglio di istruzioni agli italiani che si compendia nella parola d’ordine : ” insorgete al grido : Viva l’Italia , via Vittorio Emanuele “

Conquistato il meridione a questo grido, il 7 novembre del 1860 si ritira in volontario esilio a Caprera lanciando l’ultimo proclama agli italiani che termina “ Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi”

“….se la sveglia

del popolo , leon che dorme , è udita,

del destino d’Italia io non dispero ” ( dal Poema autobiografico ).

Da Caprera esce soltanto per intervenire in parlamento contro le scempiaggini del governo verso il meridione e per recarsi a trovare Manzoni a cui regala un mazzo di fiori. “ Lo conserverò –dice lo scrittore – in memoria di uno dei più bei giorni della mia vita “

Si giunge ai fatti di Aspromonte , altra grave vergogna per il governo italiano, e , alla fine di una spasmodico 1862, si ritira ancora a Caprera sino al 1866. Un intermezzo in Inghilterra nel 1864, dove sarà accolto come il Messia. Poi la campagna in Trentino e Mentana con una puntata a Ginevra nel 1867, invitato ad un Congresso Internazionale per la pace di cui è nominato Presidente onorario.

Propone che la Lega per la pace e la libertà lavori a questi fini:

1) Fratellanza fra i popoli,

2) impossibilità di guerre tra loro

3) istituzione di un congresso universale permanente, arbitro di dissidi tra le nazioni

4) decadenza del papato

5) religione di Dio come espressione di Verità e Ragione

6) il sacerdozio dell’intelligenza e della scienza , sostituito a quello della rivelazione e del dogma,

7) rivolta all’oppressore, unico caso di guerra permesso.

Tutto questo si commenta da solo.

Quanto abbia influito sul comportamento di Garibaldi l’idealismo di Hegel o la filosofia della massoneria di Fichte è difficile quantificare , certo che il dettato filosofico hegeliano di giustificazione della rivoluzione con partecipazione attiva agli sforzi di emancipazione degli uomini dalla dura servitù ed ancora la capacità di armonizzare questo con la valutazione della restaurazione ed il rispetto dell’autorità quando essa lo merita, sembrano essere il filo conduttore dell’atteggiamento di Garibaldi.

Grande generale e grande uomo dunque, ma forse l’aspetto più qualificante del nostro è il suo essere massone.

Stabilire i particolari della vita massonica del fratello Garibaldi, dei suoi contatti rituali e a quali logge sia stato affiliato o quante siano state dalui ispirate o a lui si siano intitolate in Italia e all’estero è impresa praticamente impossibile. L’essere appartenuto a più logge sparse nel mondo è la conferma della continuità del pellegrinaggio di un uomo illustre che resta sempre un ” fratello ” ed un ” operaio “.

Il generale ebbe la Luce nel 1844 nella loggia brasiliana ” Asilo de la Virtude “, ed a Montevideo venne ricevuto Fratello regolare in officina di probabile origine francese ” Amis de la Patrie “; è ancora ricordato nella loggia ” Tompkins ” a Stapleton, nello Stato di New York e lì tuttora lavora una loggia che porta il suo nome.

La qualità di “fratello ” assume in Garibaldi una nota davvero originale : fin da quando era in vita si costituiscono officine intitolate a lui ed anche a qualcuno dei suoi familiari. Già nel 1869 hanno vita ed azione , oltre a ” I figli di Garibaldi ” ( Napoli ) , ” La guida di Garibaldi ” ( Vittoria ) , ” Mentana ” ( Siracusa ), due logge ” Garibaldi ” ad Ancona , ed ” Annita ” ( sic ) a Palermo. Inoltre logge a suo nome in località marittime come Nizza , Tunisi, Napoli, Bari, Taranto, Livorno ecc..

Il periodo più denso di attività muratoria del fratello Garibaldi va dal 1860 al 1867. E’ l’epoca di Palermo e Napoli, di Londra e della Scozia. Dagli anni 1862-64 egli trae , dalla vita delle logge, le gioie maggiori in mezzo a prove politiche ed umane drammatiche ed alle rinnovate speranze di azione . Dalle alte cariche che fu chiamato a ricoprire , nelle quali sempre si dimostrò padre che testimonia la Luce ai figli , ricorderemo la Gran Maestranza Palermitana , la proclamazione della Costituente di Torino del 1862 a ” primo massone d’Italia ” ed infine la sua elezione a Gran Maestro nella Costituzione fiorentina del 1864 con 45 voti su 50 rappresentanti, cumulando così questa carica con la gran maestranza del Supremo Consiglio Palermitano. Cumulo che portò per poco tempo, riuscendo a riunificare tutta la Massoneria Italiana. Questo risultato , che viene qui proposto come un qualcosa di inevitabile ,costò sacrifici ed impegno in un’Italia frammentata socialmente e culturalmente , dove il desiderio di protagonismo toccava ogni aspetto della realtà, quindi, anche se in proporzione minore, anche quello massonico. Solo Garibaldi avrebbe potuto ottenere un risultato di tal genere e lo ottenne con la semplicità di modi e il carisma innato che non aveva bisogno di verifiche .

Il Grande Oriente fu quindi costituito dai rappresentanti dei due riti, l’Italiano e lo Scozzese.

A Garibaldi fu inviata una delegazione latrice di questa lettera :

Valle dell’Arno, il 24° giorno del 3° mese

dell’A.V.L. 5864

Generale ,

i Liberi Muratori riuniti a Firenze, per mandato di meglio che 70 Officine massoniche, ebbero un pensiero, quello di unificare la massoneria in Italia come di riscontro al bisogno della completa unificazione della Patria nostra ed ebbero in mira di sollevare l’Ordine Massonico all’altezza del progresso dei tempi e del grado della moderna civiltà; quindi, rispettando i Riti Massonici, ne fu proclamata la piena libertà, come da per tutto si proclama e si deve proclamare la libertà di coscienza e la libertà dei culti.

In Italia vi erano due G.O. per due Riti diversi, ma l’unità politica reclamava l’unità massonica che moralmente rappresenta il progresso dell’Umanità. In Italia primeggiava un Gran Maestro che nella sua persona incarna l’idea dell’Unità Nazionale, e la Costituente di Firenze, rispettando i Riti e proclamando cotesto Gran Maestro per tutta la Massoneria Italiana, ha corrisposto al desiderio universale , ha percorso la via che rimaneva ed ha organizzato la base al grande edificio nazionale….

…….fu proclamato il solo che si poteva proclamare, indicato dall’unanime voto di tutti gli Italiani unitari.

—–Egli è vero che si è talvolta troppo sacrificato ” nume insaziato della concordia “, ma non può dirsi essere identico il caso, quando si tratti di proseguire la vera via dell’unificazione , quella che rappresenta il progresso morale dell’Umanità, di riscontro al progresso politico dei Popoli.

—- Potrebbe Giuseppe Garibaldi esser mai quell’italiano che respinga il lavoro unitario della Costituente di Firenze?

Nel 1867 così scriveva il Fratello Giuseppe al Supremo Consiglio Palermitano: “ ….Se la vecchia lupa della diplomazia da una parte e l’apatia del popolo dall’altra ci contendono Roma, chi in Massoneria oserà contenderci una patria , una Roma morale, una Roma Massonica? Io sono del parere che l’unità massonica trarrà a sè l’unità politica d’Italia……

Reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano….

Uniamoci e saremo pronti per vincere realmente con la virtù il vizio, con il bene il male, e la Patria e l’Umanità ve ne saranno riconoscenti “

Alla Costituente del 24 aprile 1879 Garibaldi fece pervenire una stringata missiva : ” Miei cari fratelli, invio un saluto di cuore ai miei fratelli della Massoneria Italiana e particolarmente al Gran Maestro Mazzoni, che tanto la onora in faccia alla Massoneria Universale ”

In occasione dell’inaugurazione del Tempio delle logge ” Ragione e Cisalpina ” di Milano il 4 novembre 1880 agli omaggi di queste così rispose:….Dovunque si tratti di una causa umanitaria, noi siamo certi di trovare l’antica nostra Massoneria base fondamentale di tutte le associazioni veramente liberali….. mi vanto e vado superbo di aver sempre appartenuto e di appartenere alla Massoneria “

Nel 1872 così aveva scritto ” che la Massoneria incarni in sè stessa tutto quanto c’è di onesto, di generoso, di aspirante al miglioramento umano in Italia prima, nel mondo poi, non è questa la missione degna della più antica , della più grande delle società umane ?”

Se la prassi massonica presuppone un fondo di convinzione universale ed armonica, credo che di Garibaldi si possano individuare tre componenti della sua visione cosmica, che identificò in un triangolo di cui lo Spazio potrebbe essere la base, il Vero il cammino dei lati verso il congiungimento, il Sole il vertice.

Spazio: “ Chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo nei suoi portentosi misteri ?….. e l’anima , è essa forse al di qua o al di là della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia l’anima mia è un atomo dell’anima dell’Universo. Questa credenza mi nobilita, mi innalza al di sopra del miserabile materialismo: m’infonde rispetto per gli altri atomi emanazione di Dio…. “

Vero :” Deismo ( intendo teismo ) da una parte e materialismo dall’altra sono gli oggetti delle controversie . Cerchiamo una media proporzionale e chiamiamola vero. Credete che il vero possa convenire per tutti? Io lo credo . Bene interpreti del Vero : Ragione e Scienza…. L’Infinito potrebbe essere la definizione del Vero ( il Tempo: lo spazio , i mondi ) Il Credo può essere designato con la formula : Religione del Vero o Religione dell’Infinito con interpreti la Ragione e la Scienza.

Sole: ” Stabiliamo la religione universale di Dio, padre di tutte le nazioni…. Vi può essere accomodamento fra popoli di diversa schiatta , ma fra preti di diverse sette giammai. La sola chiesa degna di Dio è quella rischiarata dal figlio suo primogenito: il Sole “

” La Massoneria dovrà portare avanti l’umanità. La pratica continua dei suoi sacri principi deve condurre tutti i popoli ad un legame paterno .”

La tendenza a spaziare verso l’umanità dei valori ed il ritrovamento dell’umanità comune e di una assonanza cosmica degli esseri lo rendono Massone. Nel 1881 ebbe conferita la suprema carica dei rami del Menphis e del Nizzain, unificati nella universalità massonica sopra tutto per il suo prestigio e per l’opera tenace di quanti si ispiravano a lui, Nel 1900 i Fratelli d’Egitto dichiararono il loro Gran Maestro Onorario , Giuseppe Garibaldi, “ Le premier Macon du monde “ Il necrologio in Rivista massonica del 1882 nella sua semplicità dà la dimensione del massone quando afferma : ” La Massoneria lo piange come padre e come figliolo” ed ancora “Fratelli, quando la terra non avrà più lacrime , quando non verrà più cosparsa di sangue versato in empie fratricide battaglie, quando il lavoro, l’ingegno, la virtù saranno i soli fattori legittimi e veri del benessere umano, quando si innalzerà l’inno dei felici e dei concordi , senza che sia funestato da nessun gemito di oppresso o di servo, allora il monumento all’eroe sarà veramente compiuto.”

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Dio è la saggezza eterna

Dio è la saggezza eterna, immutabile, intelligente,

tu l’onorerai con la pratica delle tue virtù …

Fai il bene per amore del bene …

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te stesso …

Onora i tuoi genitori …

Rispetta gli anziani …

Istruisci la gioventù, proteggi l’infanzia …

Ama la tua Patria e obbedisci alle sue leggi,

adoperandoti per il loro perfezionamento …

Fuggi le false amicizie, ama i buoni,

compatisci i deboli, fuggi i cattivi …

Non odiare nessuno …

Parla fermamente con i grandi,

sinceramente con gli amici,

dolcemente con gli inferiori,

teneramente con i poveri …

Cerca la verità,

rispetta le credenze e le fedi sincere …

Rispetta la donna …

Non abusare mai della sua debolezza …

Sii per tuo figlio un protettore fedele …

Fa che fino a dieci anni ti creda,

che sino a venti ti ami,

che sino alla morte ti rispetti …

Sino a dieci anni sii per lui il maestro,

sino a venti il padre,

sino alla morte l’amico …

Sforzati di conoscere gli uomini per imparare a conoscere te stesso …

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Lo specchio

Lo specchio di Mimmo

Con l’anima mia nuda al muto specchio
ho chiesto di tornare al mio passato
per rivedere quello che son stato
d’adolescente e non di adesso vecchio

Lo specchio … ha riflettuto e poi ha parlato:
“Non ti voltare indietro mai a guardare,
tu guarda avanti e lasciati sognare,
continua la tua strada da soldato.

Il mondo intorno è come un teatro aperto:
ognuno ha la sua maschera a colori
le maschere cadranno tutte fuori
e il volto vero viene allo scoperto.

Ci sono figuranti burattini,
omuncoli di carta senza menti:
non lasciano una traccia, son perdenti
gli opportunisti, i bari ed i lecchini.

Continua tu a sognare il tuo futuro
non viver di ricordi e lascia stare
i fuochi fatui e le esperienze amare,
ma cerca di vedere oltre ogni muro”.

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Le stelle tremolanti

Le stelle tremolanti
tra i rami di un carrubo antico

Le luci che s’accendono in città,
già stinto ad occidente
il rosso sanguinoso del tramonto,
mi danno opacità
e m’abbuiano le stelle.

La Luna prepotente
ombre mi crea e strane sensazioni,
come se, al reale ch’è presente,
vi fosse steso un tenebroso velo
che brucia l’emozioni.

Una caverna nera è tutto il cielo
e pare tutta vuota,
dove nemmen Platone
vedrà d’Iperuranio l’illusione
e l’ombre delle idee,
né avvertirà nel cuore un’emozione.

Io solo me ne andrò nella campagna,
sotto al carrubo antico e secolare,
tra sassi e terra rossa,
per scrutare,
tra i rami e tra le foglie,
in uno strappo libero di cielo.

E finalmente mille e mille punti
avvisterò di luci
baluginanti,
che son, come in amore,
gli occhi sgranati, lucidi e sognanti
delle adolescenti.

Vi prego:
al tramontar della mia vita,
già sento che il traguardo si avvicina,
vorrei riposar serenamente.

Portatemi in vetta a una collina,
per rimirare eternamente
le stelle tremolanti.

Le stelle tremolanti

MIMMO

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IL SEME RISORGE (Oltre la Fede: il SIMBOLO)

IL SEME RISORGE (Oltre la Fede: il SIMBOLO)

di Mimmo

Il Seme nella terra buia muore
perché sia nuova vita a primavera.

Nell’antro-tomba un corpo giace spento,
con il sudario bianco che lo cela.
Il cuore è fermo, dopo il gran lamento,
il sangue alle ferite più non cola.

Intorno la natura è ferma e tace,
il cielo assume il rosa già in oriente,
le rondini son ferme al loro nido,
la pietra è rotolata lentamente.

Un tuono a ciel sereno spezza l’aria:
un’energia vitale scuote il cuore,
il sangue torna liquido alle vene
e il corpo già abbandona il suo torpore.

Esplode il Seme e irradia il suo sudario,
la Luce vince il buio col Gran Vento,
la pietra lascia spazio all’apertura
e Lui s’invola vivo tra i viventi ! Il Seme nella terra buia muore
perché sia nuova vita a primavera

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Il Carrubo

Il Carrubo

Tornando indietro agli anni ho un’emozione
legata ad un carrubo e a un pozzo antico,
col ruvido suo tronco a protezione,
sognavo il mio futuro come amico.

Immaginavo mete da scalare,
e ho messo tanti sogni nel cassetto,
sicuro di poterli realizzare,
ma il tempo poi non fu così perfetto.

Di quel che feci sono soddisfatto:
c’è qualche sogno ancora ed ho un progetto
che non dispero di realizzare.

Dalle chimere io non sono attratto,
e non farei alcunché, sol per dispetto,
ma voglio la mia vita da gustare.

MIMMO

Foto: Carrubo Gallipoli
Questo è il maestoso Carrubo della Masseria Paccianna di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di Moulay Idriss. Sotto quel carrubo glorioso veniva, un tempo, a sostare il poeta gabelliere, Raffaele Carrieri, conscio del fatto che “noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà”.
Qui veniva “a incidere dispersi richiami, sulle spesse cortecce del sughero della storia, che lievi ondeggiavano al vento, come un nulla di cui si possa parlare”, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905.
Parliamo di un eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano, ma anche quella dei grandi autori francesi, da Apollinaire a Valery, o dei surrealisti spagnoli come Lorca. … Un poeta che disse che la poesia non si fa, la poesia siamo noi, quello che avremmo voluto essere e non siamo.
“questo patriarca arboreo può datare più di 500 anni, con poco meno di 14 metri di circonferenza alla base…….”.

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