PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

PINOCCHIO: IL MITO DEL BURATTINO SECONDO FOLCO QUILICI

  1. NSA) – ROMA, 15 OTT – «C’è ancora molto, molto da scoprire su d i lui», con questa frase si chiude il bel Viaggio nel mondo di Pinocchio di Folco Quilici (durata circa 50 minuti) che Raitre proporrà domenica alle 23.10. Realizzato da un’idea di Paolo Fabbri e prodotto da Raitre con Arte Geie, Ex Nihilo, F.Q.P.E. e Avro Tv, il film documentario attraversa il mito di Pinocchio in ogni sua forma. Si va dalla vita di Lorenzini di cui si sfatano alcune leggende («Non era Massone come qualcuno ha detto, nè donnaiolo e giocatore», ci tiene a dire Quilici) alle mille versioni di Pinocchio che sono state date in tutto il mondo.  Si visita poi la fondazione di Carlo Collodi che raccoglie centinaia di edizioni del libro, si vedono sequenze del primo film a lui dedicato nel 1911 fino al Pinocchio di Comencini e a quello di Disney. Ma ci sono anche due rari cartoni animati: uno russo, ‘Buratinò e l’inedito Pinocchio di Enzo D’Alo ancora in produzione per la Rai. E anche, infine, un omaggio alla singolare lettura del mito Pinocchio che ne ha dato Carmelo Bene. E il Pinocchio di Benigni? Risponde candidamente Folco Quilici a margine della proiezione stampa a Viale Mazzini: «Non l’ho ancora visto. Il fatto è che devo mettere insieme tutti i miei nipotini per andarlo a vedere».  Per il resto dal documentarista anche una sua lettura del mito Pinocchio: «Pochi sanno che Collodi non ha avuto padre e forse il suo Pinocchio alla ricerca del babbo non è che una sua proiezione e anche un qualcosa che in un modo o nell’altro riguarda ognuno di noi». Sulla messa in onda in seconda serata del film documentario interviene il direttore di Raitre Paolo Ruffini: «non è vero che è un orario penalizzante – dice il direttore -. In fondo non è un programma per i ragazzi, ma chissà si potrebbe anche pensare a una replica in un altro orario più agevole».
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POTERE, AUTORITA’, AUTOREVOLEZZA

Potere, Autorità, Autorevolezza

(M.  L. )

        Il Potentissimo ha parlato nella sua tavola soprattutto di pre-potere e ne ha giustamente evidenziato il senso negativo. Io vorrei invece parlarne in modo diverso, tanto più che nella vita profana sono, come ben sapete, un uomo pubblico.

In tutte le collettività è necessario che taluni cittadini vengano singolarmente investiti di una autorità che serva a fare le leggi, per l’applicazione delle stesse e, quando necessario, a reprimere chi dovesse mettersi contro le regole stabilite all’interno della società. Si dice così che queste persone sono investite di un potere.

Spesso  lo Stato che conferisce tale prerogativa, ma esempi di potere o di esercizio dello stesso li troviamo un po’ in tutti i campi, nelle aziende private, nella scuola, nella famiglia così come nella Massoneria, quando la Loggia o la Camera Capitolare, sceglie il suo M.V. o il suo Presidente, conferendo a lui i poteri che ben conosciamo. Il potere è quindi fondamentale e non si può prescindere da questo, pena una totale anarchia.

C’è però da osservare che il potere, che è poi il mezzo per raggiungere l’obiettivo programmato, può essere esercitato in modi diversi, dipendenti essenzialmente dalle persone delegate allo scopo ed in ogni caso si può distinguere tra autorità ed autorevolezza, due aspetti che possono trovarsi in misura diversa in colui che ha il potere e che lo caratterizzano.

Chiariamo intanto che l’autorità è derivata dalle funzioni che una persona svolge ed è conferita dalle istituzioni, dalle leggi dello stato e/o dalla collettività, mentre l’autorevolezza   derivata dal particolare valore individuale, da meriti acquisiti o dal proprio prestigio, in modo tale che la persona avrà stima, credito e fiducia: qualità fondate esclusivamente sulla sua personalità. E’ quindi chiaro che il potere conferisce alle persone l’autorità, ma non l’autorevolezza, mentre è con l’esercizio del potere che l’uomo potrà rivelarsi autorevole, ricco di virtù personali e potrà quindi arricchire il suo ruolo di umanità e giustizia.

Il potere si trasforma spesso in arroganza di potere (o pre-potere come lo ha chiamato il Potentissimo) quando si cerca di imporre una volontà che nasce da interessi particolari, da profitto economico, protezione, egoismo ecc. ed è una violenza contro la morale. facendo un esempio, i giudici della procura di Milano che nel 1995 avevano un grande potere conferito loro dallo stato ed avevano acquisito una enorme autorità, avevano nel contempo anche una grande autorevolezza derivata in gran parte dalle numerose inchieste di “Mani pulite” e dalla grande popolarità che ne era derivata. Ma quando fecero di tutto per gettare fango sul capo del governo legittimamente eletto dagli italiani ed i cittadini capirono finalmente il vero scopo delle loro azioni, che erano poi tese a prevaricare l’ordine costituito, persero completamente la loro autorevolezza, pur mantenendo il potere e l’autorità.

 Questo dimostra che, chi nell’esercizio delle funzioni di potere esalta se stesso o esercita il potere con il gusto del comando o del dominio, la sua diventerà una pratica priva di contenuto etico. Quando invece l’autorità conferita viene usata con spirito di servizio ed arricchita di umanità, umiltà e modestia, essa trasformerà una persona da autoritaria ad autorevole.

L’applicazione di leggi, di regole, di codici comportamentali, non è e non può essere un fatto meccanico, ma richiede saggezza, capacità interpretativa, buonsenso, equilibrio, obiettività, poiché non si governa o non si esercita il potere con le sole leggi scritte, ma anche con quelle non codificate e non codificabili che non sono meno importanti e che hanno invece un peso non indifferente nell‘esercizio delle funzioni pubbliche.

Dobbiamo inoltre aggiungere che alla base del comportamento della persona c’è una propria morale, quella “religione laica” come l’ha chiamata il Potentissimo, quella coscienza personale, aggiungo, che indica e distingue ciò che è bene da ciò che è male.

 Ecco perché è molto importante per chi deve esercitare un potere, tanto più se si tratta di un uomo pubblico, che questo abbia, oltre alla sua autorità, anche una certa autorevolezza, una qualità che si può certamente acquisire con gli insegnamenti appresi in anni di vera appartenenza alla Libera Muratoria ed aggiungo, a quella del RTSTATAT

FOLLONICA  21 Novembre 2001  E T  V T 

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PREMESSA -ABOLIZIONISMO

Premessa

Il mio contributo all’abolizionismo è parziale. So di descrivere soltanto un particolare approccio all’abolizionismo, inevitabilmente segnato dalla mia storia, dalla mia formazione di sinistra radicale. Il nesso che ho stabilito tra merce e pena, per esempio, potrà infastidire qualche amico proveniente dalla scuola liberale. Invito tuttavia questo amico a non desistere dalla lettura. Non mi interessa infatti attaccare il mercato in quanto tale, ma criticare una società ormai dominata dalla logica del mercato fino al punto d’aver asservito o messo in ombra il «sistema del dono». Veicolo di questa invasione mercificante di tutte le relazioni sociali è stato il rapido evolversi del potere in una forma centralizzata che ha sconfitto (e utilizzato come maschere ideologiche le loro spoglie) tanto l’idea di rivoluzione liberale che quella socialista. Il frutto di questo potere, lo Stato nazione, ora in crisi sanguinosa nel mondo, ha visto nel sistema penale lo strumento tanto importante quanto sottovalutato della propria evoluzione.

 
Gli antropologi ci raccontano che un tempo, in comunità più piccole dove la socializzazione era maggiore, le sanzioni penali erano spesso sostituite dalla disapprovazione pubblica. Questo oggi è praticamente impossibile perché si deve constatare che esiste un legame quanto mai ambiguo tra i valori morali di molti rei e quelli formalmente onorati dalla società. Il reo è un delinquente non autorizzato o un non-delinquente che viene criminalizzato mentre nei sistemi di potere trovano ormai molto spazio forme di delinquenza non criminalizzata che sono tra le più pericolose (Comfort, 1996). La vera disapprovazione pubblica è una risposta culturale al comportamento asociale: dialogante ed educativa è molto più efficace di qualunque repressione. E la sanzione, comunque, non conosce l’idea di privazione della libertà; può volere un risarcimento o allontanare (esiliare), ma non riduce l’altro a un’inesistenza di morto-vivente; non umilia ma dà per scontato che si debba rispettare la soggettività altrui. Ma il potere centralizzato (come le sue metropoli) è guidato dall’asocialità e non può perciò criticare realmente l’asociale non autorizzato dichiarato delinquente. Semmai lo crea e lo usa in un tragico gioco di maschere. Spesso lo inventa: molti giovani puniti per uno spinello esprimono magari con quell’atto e i riti che lo circondano un bisogno di socialità che non sanno come realizzare altrimenti, ma comunque più elevato di quello presente in chi li condanna. L’abolizionista sarà perciò anzitutto un anti-settario, un amico della verità perché il suo primo compito è quello di far cadere il gioco delle maschere, ridare valore alla realtà smontando le rappresentazioni dietro alle quali si nascondono gli autoritari i quali proiettano le loro insicurezze e ambiguità sui capri espiatori: i delinquenti non-autorizzati stabiliti dal sistema penale.  Sentirsi completamente diversi dal delinquente è comodo: fino al punto di poter essere ancora più delinquenti di lui. Inoltre, le masse addestrate a colpevolizzare i capri espiatori oggi minacciano i loro stessi improvvidi maestri della classe dirigente. Non basta più loro avere in pasto i delinquenti indicati dal sistema penale. Essendo la colpevolizzazione un processo di semplificazione interpretativa, si estende con facilità. In Belgio c’è già qualcuno che stabilisce l’equazione classe dirigente = pedofilia; da lì nella testa di qualcuno ogni omosessuale viene confuso con un pedofilo aggressivo e si diffonde l’uso della denuncia anonima contro il vicino «strano». (Nell’Urss di Stalin si denunciava il vicino «controrivoluzionario», per placare i propri demoni o magari per ottenere il posto del vicino). In Italia l’odio per la corruzione è diventato in taluni desiderio di eroi adatti all’epoca, ovvero di uomini forti e giustizieri, come se avere a che fare con una dittatura fosse meglio che avere a che fare con dei truffatori. Il sistema penale alimenta se stesso cooptando masse per favorire una nuova fase del potere centralizzato. Non è un disegno, è una prosecuzione della propria logica per forza d’inerzia, il risultato di una autodifesa ai limiti dell’inconscio in una fase storica nella quale il potere centralizzato va in pezzi. Il proseguire come ieri in un contesto che non è più lo stesso aumenta all’inverosimile la ricerca dei capri espiatori, rischia di dar corpo ai fantasmi fino al rovesciamento completo della realtà, in un meccanismo fatalmente cannibalesco… Un giudice francese diceva recentemente, tra l’analisi e l’auspicio, che l’800 fu il secolo del legislatore, il ‘900 dell’esecutivo, il 2000 sarà forse il secolo dei giudici; il presidente della Camera paventa il rischio di una «repubblica giudiziaria»…
Per superare questa tragica trappola mentale l’abolizionista dovrà perciò essere una persona capace di confrontarsi con il prossimo non in base alle sole idee dichiarate, ma in base a ciò che ognuno fa: opera su se stesso, quindi, prima ancora che sugli altri. Linguaggi diversi possono nascondere esperienze vicine, linguaggi simili possono mascherare esperienze lontane fra loro.


Visto così il mondo ti si rivela in modo spesso originale. Tanti che credevi vicini ti sono lontani, altri che credevi lontani ti sono vicini. Non si possono più usare facilmente le ideologie, le parole come maschere che rinnovano un inganno il quale a sua volta rinnova la sofferenza e l’ingiustizia. Ma questo è quel che può imparare per esempio ogni persona che finisca in galera. Atrocemente. Alcuni rimangono distrutti dalla disillusione. Altri, superando quell’inevitabile prima fase , sono meravigliati dalla sorpresa, sorpresa che può diventare una strada per una nuova percezione della realtà e perciò una preziosa resistenza alle sofferenze.

 
È per questo che nelle pagine che seguono, per parlare d’abolizionismo, parlo soprattutto del carcere visto e vissuto dal di dentro. La soggettività del recluso è quel che il sistema penale deve ignorare e far ignorare a priori, organizzandosi come un mercante fuori luogo che pensa di misurare, di poter rendere quantificabile la soggettività umana: non sapendo dunque quello che fa.

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PREGHIERA DEL MASSONE

 Preghiera del Massone

Dio Onnipotente

suscitatore dello Spirito e della Materia

Costruttore dell’Ordine eterno

nel caos primogenio

così come noi,

eletti dalla Tua iniziazione,

lo siamo tra gli uomini,

Grande Architetto dell’Universo

che fino dall’antichità ieratica dei millenni

ci hai fatti partecipi

della Tua forza e della Tua  Gloria

china su di noi la Tua fronte immane,

circonfusa di nembi e di  luce

ed ascolta la nostra preghiera.

Tu Creatore,

Tu Ordinatore,

Tu Giudicatore

del pensiero e dell’essere egualmente eternabili,

fa che la nostra vigile ansia

di tutte le ore

lo spirito umano esca dalle sue tenebre,

così come per Te,

dal caos ardente uscì l’Universo.

Fa che da ogni plaga e da ogni era del mondo

generazione per generazione,

pietra su pietra

s’innalzino innumeri verso di Te

i nostri Templi.

Fa che ogni giorno la nostra volontà  redentrice

spezzi, per tutti e per sempre,

la cieca oppressione della materia.

Fa Dio, che su questa terra,

centro divino del cosmo,

l’ ansare angoscioso dell’odio

diventi, per ciascuno e per tutti,

il respiro pacato dell’amore.

Fa Dio, che ogni uomo sia, infine,

il servo fedele dell’altro

e che siano tutti Tuoi servi

nella comunione universa di Te e del Creato.

Dio Onnipotente

hai ascoltato la nostra preghiera,

e solo quando l’avrai esaudita

noi Ti chiederemo, Dio,

di spegnere il fuoco rigeneratore

che arde nelle nostre   fucine

e di dare ai Tuoi operai,

perennemente fedeli,

la mercede e il riposo

che da cento secoli attendono !

Ma sino al giorno del Tuo esaudimento,

in questo Tempio di luce

 e in questa notte di fede,

sull’aperto Vangelo

e sulla spada vendicatrice,

noi  Ti giuriamo, Dio Onnipotente,

che non avremo né tregua, né sosta

sinché il mondo  non sarà costruito

per il Tuo esempio

e alla tua somiglianza

e con tutti i  Templi  innalzati nei secoli

dai Tuoi muratori

non avremo eretto nell’Infinito,

il Tempio eterno di tutti gli uomini

che in Te,

Padre,

si saranno riconosciuti Fratelli.

Così sia.

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POTERE, MORALITA’ E CORRUZIONE

 Potere, Moralità e Corruzione

(G . T.)

          La moralità, collocata cosi, in mezzo fra il potere e la corruzione sembra essere già condannata in partenza, compressa e premuta fra due macigni molto più potenti di lei.

          Riflettendoci bene la moralità riesce ad emergere solo per merito dei poveri e dei diseredati, di quella sterminata schiera di poveri in canna che muoiono di inedia e che, non avendo la possibilità di accedere al potere, non possono nemmeno corrompere perché la loro corruzione non vale niente, non la compra nessuno.

          La filosofia e la religione ci hanno detto da tempo, a cominciare da Aristotele e da Gesù (ma anche in altre esperienze religiose), che la morale, cioè la filosofia della pratica dei comportamenti umani è ancorata a valori fondamentali ed essenziali quali l’uguaglianza e la libertà che, chiaramente, contraddicono gli opposti disvalori del potere esorbitante, della violenza e dell’inganno.

          Sicché non c’è comportamento morale che possa contraddire i principi di uguaglianza e libertà.

          Ora i valori di uguaglianza e libertà non sono stati inventati né da Aristotele, né da Gesù. Essi trovano fondamento nella stessa natura umana e non c’è bisogno di essere cristiano o buddista o senza fede per credere ad essi.

          Il mondo è fatto necessariamente da uomini uguali e liberi. Altrimenti non sarebbe tale.

          E il pre-potere è la negazione della uguaglianza e della libertà (badate bene che dico pre-potere, non potere, cioè lo straripamento del potere, non il “potere” legale dello Stato, dei genitori, degli educatori, dei sovraordinati).

          La nostra tradizione politico-economica, specie quella più moderna, ci ha talmente abituati alta pratica del potere (leggasi pre-potere) da fargli perdere o passare sotto silenzio il prave attentato che esso reca a principi fondamentali di vita come l’uguaglianza e la libertà.

          Dunque si tratta di una grave alterazione a principi strettamente legati alla natura umana che fanno, in definitiva, saltare gli equilibri della civile convivenza.

          La Moralità di cui si sta parlando non è ovviamente quella dei moralisti, né si misura in centimetri di lunghezza delle minigonne. La morale designa infatti ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, suggerisce o impone gli atteggiamenti da tenersi di fronte a fattispecie concrete che si verificano nella quotidianità, sia privata, sia familiare, e nelle piccole e grandi aggregazioni civili, Stato compreso.

          La Morale di cui parliamo è una religione laica che affonda le sue radici nella natura umana e trova nella uguaglianza e nella libertà i valori congeniali alla creatura umana, quali che siano le opinioni intorno alla sua derivazione e collocazione nel cosmo e sulla missione in terra dell’Uomo.

          La Libertà viene vista in genere nella sua faccia più evidente, che è quella attiva, che ci consente cioè di realizzare la nostra volontà con un potere di scelta fra più soluzioni possibili.

         Ma detta libertà attiva non deve sfuggire la sua interfaccia che è la responsabilità.  

          L’esercizio della propria libertà non può offendere o danneggiare i diritti o gli interessi altrui.

          In definitiva non ci può essere libertà senza responsabilità e non si può essere responsabili di ciò che non sia stato liberamente voluto.

          Il rapporto fra libertà e potere è normale quando il potere rispetta la libertà, ma il potere della nostra tavola che noi abbiamo chiamato pre-potere è, invece, l’invadenza del potere oltre il giusto, il lecito e il consentito: è l’asservimento altrui al proprio interesse per fini propri o di gruppo, fini quasi sempre economici, mondani, temporali. –

          Perciò il contrasto con la moralità è insanabile, sia perché il pre-potere non rispetta la libertà, sia perché non tollera nemmeno le responsabilità.

          Ma il potere, quando esorbita dai limiti del “legale”, vulnera profondamente anche l’altro principio fondamentale della convivenza civile e dell’umano consorzio: l’Uguaglianza.

          Questa, come sappiamo, è una regola costituzionale “naturale» sancita ed accettata dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e dalle Costituzioni di tutti gli stati moderni.

          Naturalmente uguaglianza vuoI dire che a situazioni identiche deve corrispondere identico trattamento. Non vuoi dire che lo stesso bene va distribuito a tutti nella identica misura.

          Il lattante avrà bisogno di cibo in misura minore dell’adulto; al malato e all’anziano occorrerà più assistenza che al sano e al giovane; alcune categorie sociali hanno bisogno di protezione in misura diversa da altre che si proteggono da se stesse o che corrono minori rischi.

          Questa regola della interpretazione razionale e logica della uguaglianza è stata ed è largamente accettata sul piano costituzionale-giuridico e su quello politico delle moderne democrazie.

          Purtroppo esistono larghe sacche di uomini e popoli che non hanno la possibilità di accedere al minimo vitale di risorse e ricchezze del globo e che quindi limitano e compromettono fortemente questo concetto di uguaglianza.

          Come possiamo contrastare questa ingiustizia noi massoni e scozzesi?

          Facendosi paladini delle classi meno provvedute economicamente ed intellettualmente, aprendo alle coscienze una nuova fase dei rapporti umani che consenta di guardare in maniera nuova al problema dell’uguaglianza, scalzando dalle fondamenta l’esorbitanza del “potere”, che ha sempre trovato buon gioco nella ignoranza della gente comune.

          Nella storia dell’umanità il potere è stato quasi sempre ad appannaggio di pochi; anche oggi è in buona parte così perché all’aumento della cultura ha fatto riscontro l’affinamento delle tecniche di impossessamento e di esercizio del potere.

          Insomma nel passato l’asserita uguaglianza è stata più un concetto che una realtà, più una ipotesi che un riscontro obiettivo.

          Il nostro compito di massoni illuminati è quello di perseguire una “Nuova Uguaglianza” risvegliando le coscienze degli uomini di buona volontà, che non intendono più dare deleghe in bianco, che sono in grado di esprimere giudizi congrui e logici su ogni fatto, che desiderano partecipare direttamente alla gestione del Potere, che sanno volere, capire e decidere sui nuovi orizzonti finora esclusi dalle loro possibilità di intervento.

          Solo cosi potremo annullare il binomio potere-corruzione e far trionfare la moralità.

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NON GRIDATE PIU’

“Non gridate più”: invocazione alla pace

La poesia Non gridate più, scritta da Ungaretti dopo la fine della seconda guerra mondiale, è contenuta nella raccolta Il Dolore (sezione I ricordi).

NON GRIDATE PIÙ

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

Il poeta si rivolge agli uomini sopravvissuti a quell’immane tragedia che continuano a funestare il mondo con l’odio di parte e le divisioni politiche. Queste grida piene di rabbia e di rancore coprono le flebili voci dei morti che invocano pace, rendendo inutile il loro sacrificio: in questo modo, è come se venissero uccisi di nuovo[1]. Gli uomini calpestano la memoria con la stessa non curanza con cui calpestano l’erba, ma solo l’impercettibile sussurro di chi non c’è più può indicare a chi è rimasto la via della salvezza.

La rima (udire/perire) e la ripetizione di parole (non gridate/ non gridate; se/se) e di suoni (cessate, sussuro, passa, crescere, se, sperate) creano l’effetto di una invocazione sommessa e dolente, che sembra svanire nel nulla.


[1] Ungaretti utilizza l’espressione Uccidere i morti una figura retorica detta adynaton (in greco: impossibile) che consiste nell’affermare come se fosse certo qualcosa di impossibile a realizzarsi.

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MASSONI E CARBONARI

Massoni e Carbonari calabresi dal 1806 all’Unità

di E. E.

(in Hiram n. 2, febbraio 1986 – Soc. Erasmo, Roma)
da:
ESOTERIA

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Il periodo francese (1806-1815)

ldecennio napoleonico, durante il quale la Calabria passa sotto il dominio francese, che si conclude con la fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro nell’ottobre del 1815, è segnato dal ritorno al potere di molti di coloro che sostennero la repubblica napoletana del 1799. Tra di loro mancano non pochi elementi dei Clubs Giacobini come Pasquale Baffi di S. Sofia d’Epiro 1, Giuseppe Logoteta di Reggio Calabria 2, Domenico Bisceglia di Donnici, Nicolò Carlomagno di Verbicaro, e altri. Erano tutti rimasti vittime della reazione borbonica seguita alla vittoria della controrivoluzione sanfedista del Cardinale Ruffo, “il gonfio prete di Nelson, un impasto di superstizione e di peccato”, come lo definisce Oreste Dito 3. Tante di queste vittime erano massoni, che nei Clubs Giacobini, egemonizzati fin dalla nascita nel 1793 dai fedeli di Hiram, come Laubergh, portavano l’esempio e l’insegnamento, se non di Antonio Jerocades, cui si deve tuttavia il sorgere della Libera Muratoria in Calabria 4, di Francesco Saverio Salfi e di Gregorio Aracri, intellettuali di vasto impegno in cui la ricerca della luce della verità partiva dai condizionarnenti di un’educazione molinista, dalla quale si liberavano attraverso una puntuale contestazione dall’interno di quella cultura e di quella visione del mondo, facendo prevalere l’esigenza di un’intima e autentica religiosità5.

La Massoneria in Calabria, come in tutto il Mezzogiorno, venne duramente perseguitata dai Borboni, sulla base anche del largo consenso che la monarchia di Napoli incontrava tra le masse, alle quali la Libera Muratoria veniva presentata come strumento dell’oppressione straniera, per di più condannata dalla Chiesa. Il ritorno dei Francesi con Murat si accompagna alla ricerca del consenso nel mondo delle sette, in seno al quale si individua un sostegno irrinunciabile col quale ripararsi dalle cospirazioni e dalle sommosse sempre possibili specialmente tra le forze armate. La Massoneria e la Carboneria sono le istituzioni che meglio possono svolgere il ruolo di difesa organica del potere nel Meridione: questo è il giudizio che ne danno i murattiani.

“Fu una massoneria di maniera -riconosce Armando Dito, riprendendo un giudizio del padre6 – formale, paralizzata dalla volontà napoleonica, che… ne fece la cariatide simbolica del suo cesarismo”.

Il giudizio è severo ma non può non essere condiviso, se è vero che è la Carboneria a incontrare il favore di quanti vogliono sottoporsi al duro esercizio della virtù nella verità. E tuttavia il tema dei rapporti massoneria-carboneria, con tutte le differenze di simboli e riti, in relazione alla loro proiezione nel politico, meriterebbe un diverso approfondimento. Bisognerebbe cioè indagare fino a che punto il dissolversi delle Logge massoniche nelle Vendite carbonare, sia dovuto ad un’autonoma scelta di diversa identità, o sia invece da riportare all’impossibilità di ancorare a lungo la Libera Muratoria ad un potere quale che sia, e in special modo ad un potere che fa del militarismo “più pomposo” (Dito) la base su cui edificare un consenso originariamente cercato col trinomio “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”, cui i massoni di tutti i tempi conferiscono significati propri e in ogni caso alternativi a quelli che si realizzano in certi momenti della storia. Così come andrebbe indagata la ragione per cui il trinomio massonico viene sostituito nelle Vendite carbonare con quello di “Libertà, Uguaglianza, Patria”, che non sia solo quella della valenza nazionalistica (limitata però alle regioni meridionali), intorno alla quale sarebbe dato registrare una sorta di convergenza con la pretesa propria del regno murattiano di legittimarsi come regno dell’Italia Meridionale, onde contrastare la posizione filoborbonica che agitava lo stesso tema.

In ogni caso non è elusa l’esigenza di educare le masse al concetto di uno stato dell’Italia del Sud senza i Borboni, sicché, mentre la Massoneria si rivolge alle “classi elevate”, la Carbonerla è diretta al “popolo”. Ed Oreste Dito precisa che “mentre la Massoneria figge lo sguardo nel Grande Architetto dell’Universo… la Carboneria umanizzò una delle tante forme massoniche”7. Una valutazione questa che se da un lato elimina un possibile dualismo tra le due istituzioni dall’altro sembra formulata sulla scorta dell’interpretazione ricorrente nelle carte di polizia, come quelle pubblicate anni fa da Giuseppe Gabrieli sulla “Rivista Massonica”8.

Una lettura secondo le linee proprie della storiografia massonica potrebbe portare a conclusioni non sempre coincidenti con l’ipotizzata equazione, di cui qui si è fatto cenno. Merita però di essere riletta quest’altra parte della valutazione di Oreste Dito: “La Massoneria è la mente che non si stanca mai e che dirige sempre; la Carboneria fu il braccio che ne plasmò il concetto: e mentre la Massoneria è universale ed eterna, la Carboneria fu particolare e temporanea”9. Sicché viene avvalorata l’ipotesi in base alla quale la Massoneria, per sua natura, rifiuta il contingente, su cui tuttavia agisce “umanizzandosi” in altre forme e con il tipo di impegno imposto dalle necessità dei momento. Alla Massoneria i Carbonari ricorrono per quella parte – aggiunge ancora il Dito – del simbolismo che meglio concorreva a scuotere i sentimenti dei popolo” e “visse soltanto il tempo necessario ad infondere negli uomini le virtù del cittadino e il sentimento della Patria”10. Ciò che si evince anche dalla formula del giuramento carbonaro, incentrato sulla difesa della Patria anche a costo della vita, mentre nei due Gradi della Carboneria, quello di Apprendista e di Maestro, il passaggio dal primo al secondo, detto viaggio al monte degli ulivi, ripete “le sofferenze, le atrocità, le prepotenze che la tirannide aveva fatto soffrire al Cristo, uomo e Dio”11. Il passaggio da un Grado all’altro è poi, come è noto, raggiungibile attraverso i quattro viaggi dalla Baracca alla Foresta, e ancora all’interno della Baracca, con una non secondaria differenza coi passaggi simbolici dell’iniziando attraverso gli elementi tutto all’interno del Tempio di Hiram. La spiritualità dell’iniziazione massonica, umanizzandosi nell’affiliazione carbonara, ricorre dunque ad una più accentuata “materialità”, per ottenere l’adesione a riti in ultima analisi preparatori all’azione da svolgere al di là della Foresta.

Un altro aspetto del problema è nella questione se si debba parlare di protezione della Massoneria sulla Carboneria o di controllo. “La Massoneria – osserva a questo riguardo Gabrieli – accoglieva ovviamente i galantuomini, mentre nella Carboneria troviamo i braccianti che non potevano certo battersi per un’Italia unita o per la repubblica, ma miravano unicamente alla terra di cui una buona parte era in mano proprio ai galantuomini”12. In tale interpretazione il concetto di popolo si arricchisce di soggetti sociali diversi da quelli contenuti nell’equiparazione del popolo al terzo stato, alla borghesia, propria del pensiero politico rivoluzionario francese, e prevalente anche in Italia per buona parte del secolo XIX. Per di più da quest’angolo visuale non sfugge che la Carboneria possa avere svolto una funzione di contenimento della jacquerie calabrese, in un tentativo, peraltro non riuscito, di conciliazione delle pretese padronali sulla terra e delle rivendicazioni contadine, nei confronti delle quali le leggi eversive della feudalità rimangono lettera morta, anche a causa della composizione sociale del murattismo (galantuomini, contadini poveri e braccianti, militari di vario grado).

Le Vendite carbonare erano abbastanza diffuse in Calabria: ad Altilia, ad opera di Gabriele De Gotti, a Cosenza, dove troviamo l’Acherontea dei Bruzi, l’Equilibrio, il Soccorso; ad Aprigliano, S. Fili, S. Pietro in Guarano, a Paola, a S. Benedetto Ullano, a Pedace, a Zumpano, a Celico, a Rogliano, e ancora a Tessano e a Castelfranco, come a Catanzaro dove si ha notizia di due Vendite al pari di Reggio Calabria, e infine a Squillace, a Crotone, a Mesoraca, a Nicastro, a Maida, a Monteleone (oggi Vibo Valentia) e a Palmi, oltre che nel distretto di Gerace13.

Nella Carboneria si ritrovano esponenti di non secondaria importanza provenienti dall’esperienza repubblicana del 1799, che a partire già da prima dei 1813, quando il conflitto con Murat appare ormai insanabile, rigettano la protezione francese in seguito all’atteggiamento decisamente antipopolare e repressivo assunto dal governo murattiano in Calabria. La Massoneria invece continua a sostenere il murattismo anche dopo la ormai constatata incapacità del governo di garantire l’applicazione delle leggi emanate a favore dei ceti più umili, come quelle del 1806. La ripresa dei Lavori nelle Logge massoniche, mentre sul trono ritornano i francesi, prima con Giuseppe Bonaparte e poi con Gioacchino Murat, è fortemente condizionata alla volontà del potere, “tanto vero – rileva Armando Dito – che Gioacchino Murat ne era il Gran Maestro e Giuseppe Zurlo, Ministro degli Interni o come dicevasi della Polizia, Gran Maestro Aggiunto”14.

Tale condizionamento induce a scegliere la Carboneria, per continuare a edificare Templi alla virtù. “Numerose le Logge in Calabria sotto il dominio napoleonico – narra ancora Armando Dito -: ‘Allievi di Salomone’, Pizzo, ‘Alunni di Pitagora’, Paola, ‘Colonia Venetria’, Stilo; ‘Costanza Erculea’, Tropea; ‘Federazione Achea’, Belvedere; ‘Filantropia Ipponese’, Monteleone (oggi Vibo Valentia); ‘Filantropia Numestrana’, Nicastro; ‘Gioacchino I’, Cosenza; ‘Monti d’Ariete’, Belmonte; ‘Pitagorici Cratensi’, Cosenza; ‘Perfetta Armonia’, Reggio; ‘Umanità Liberale’, Catanzaro; ‘Virtù Trionfale’, Bagnara; ‘Virtù’, Reggio; ‘Zaleuco’, Gerace; ‘Valle della Viola’, Mammola”. 15

La rottura definitiva tra Carboneria e murattismo è segnata dalla impiccagione di Vincenzo Federici di Altilia, considerato il vero capo dell’Istituzione in Calabria, avvenuta nel 1813; e nei due anni successivi l’esaltazione dei sentimenti antifrancesi, in nome della difesa della patria, porta all’uccisione di Gioacchino Murat e alla restaurazione della monarchia borbonica a Napoli, senza che quest’ultimo fatto debba necessariamente presupporre un momento preferenziale della Carboneria, che in ogni caso non disdegna di sostenere le richieste della concessione della costituzione dei 1812, aprendo così una nuova fase nel processo di formazione dello stato nazionale in Italia.

Borbonici e Francesi aiutano l’espansione della Carboneria, senza però riuscire nell’intento, alternativamente motivato, di servirsene come strumento di potere, sicché, secondo Oreste Dito, essa “per lo scopo educativo che seppe rivolgere alla completa rigenerazione del popolo, non formò borbonici, non formò francesi, ma seppe infondere ne’ cuori dei montanari calabresi il sentimento nuovo della patria, e d’allora i Calabresi incominciarono a sentirsi italiani”16.

Il periodo delle esperienze costituzionali (1820-1821)

La fase delle battaglie costituzionali, nel biennio 1820-1821, è preceduta all’interno della Carboneria da un profondo ripensamento che coinvolge quasi tutte le Vendite carbonare calabresi. Proprio nel 1820 matura la scissione della Carboneria in due sette contrapposte. Da un lato si schierano a sostegno dei Borboni i Calderari, guidati dal principe di Canosa, dall’altro i “repubblicani”, con alla testa ancora Gabriele De Gotti di Altilla e Gaspare Andreotti dell’Acherontea di Cosenza.

La restaurazione borbonica nelle Due Sicilie avvia un periodo di ferrea repressione, che costringe la Massoneria a manifestarsi “con diverse filiazioni”, tutte comunque ispirate a criteri di riforma e di rinnovamento, dopo le strumentalizzazioni e la tutela napoleonica e murattiana. In Calabria i secolari problemi della regione non trovano adeguata soluzione nei provvedimenti amministrativi del governo di Napoli. Nel 1816 viene istituita la provincia di Calabria Ultra prima, corrispondente all’attuale provincia di Reggio Calabria, che va ad aggiungersi a quella di Calabria Ultra seconda (Catanzaro) e Calabria Cura (Cosenza), mentre la politica demaniale non produce gli effetti attesi dai ceti rurali, per la mancanza di una qualsiasi volontà legislativa in questo campo. I contrasti intorno alla proprietà della terra diventano pertanto più acuti, specie nella Sila, senza che il governo borbonico riesca a regolare per legge i rapporti sociali nelle campagne. In questo clima matura la frattura insanabile all’interno della Carboneria calabrese tra i sostenitori di una nuova costituzione da richiedere ai Borboni (contando per questo sulla disponibilità dichiarata del Duca di Calabria, erede al trono) e coloro (in verità un piccolo gruppo minoritario) che individuano nella repubblica lo strumento costituzionale adeguato a soddisfare le esigenze politiche e sociali cui si rifanno le Vendite carbonare, nel loro spirito originario.

I fatti del ’20-’21 trovano perciò la Calabria interessata alle esperienze costituzionali, pur in presenza di vivaci contrasti tra i Carbonari. La risposta prontamente favorevole al moto del Morelli, da tempo iscritto alla Carboneria, che costringe Ferdinando 1 a concedere la costituzione alle Due Sicilie, e l’adesione alle iniziative rivoluzionarie di Guglielmo Pepe, massone e carbonaro insieme, sono i momenti in cui meglio si manifesta un’ampia convergenza del movimento democratico e liberale della regione in relazione al problema sollevato dal Pepe della “fondazione della monarchia costituzionale”. Per di più proprio intorno a tale questione si realizza un importante incontro tra Massoneria e Carboneria connotato dall’individuazione di comuni obiettivi. Raffaele Poerio, Gran Maestro della Carboneria Catanzarese, si dichiara ormai convinto che “Mercé i penosi e lunghi travagli del nostro Sacro Ordine il Sole più lieto risplende nelle Foreste e coi suoi cocenti raggi ispira al nostri petti libertà”17.

Ma l’esperienza costituzionale durerà ben poco. La rigida politica di restaurazione, inaugurata in Europa col Congresso di Vienna, esige che il potere monarchico non travalichi i limiti imposti dall’assolutismo all’espressione delle esigenze politiche e sociali, che, se possono essere manifestate al sovrano, non possono trovare nella costituzione garanzie rappresentative. La concessione della costituzione a Napoli viene pertanto considerata un grave errore politico, che può portare a conseguenze facilmente prevedibili in fatto di estensione della libertà.

I Borboni rifluiscono pertanto sul più vieto assolutismo, rientrano a Napoli con l’aiuto delle truppe austriache, omologando il loro regno a quelli delle altre regioni d’Italia e ponendo sotto rigida tutela politica anche Francesco, duca di Calabria ed erede al trono, per le sue spiccate tendenze carbonare.

La repressione vede, tra i primi, Michele Morelli salire sul patibolo, nel luglio del ’22, dopo aver rifiutato l’assistenza religiosa e invocato da Dio la giusta punizione per il re spergiuro. A Cosenza, in particolar modo, l’intendente De Matteis esercita il suo zelo con inusitata violenza, perseguendo non solo i capi ma anche i gregari del moto costituzionale, mentre Raffaele Poerio tenta invano la riscossa a Gimigliano, a Staletti (il paese di Aracri),a Mesoraca e a Rossano, vedendosi costretto a fuggire a Malta.

Alle repressioni e alle esecuzioni spesso sommarie, orchestrate dal Principe di Canosa, nominato Ministro di Polizia nel governo provvisorio del 15 marzo 1821, si aggiunge “lo spurgo” degli ufficiali e dei funzionari settari, che avevano sostenuto le rivendicazioni costituzionali e partecipato, a vari livelli, alle riforme politiche appena avviate.

In effetti l’epurazione dei carbonari dagli uffici e dagli alti gradi dell’esercito è resa necessaria dal fatto che “fino alle estreme classi della società la Carboneria aveva reclutato i suoi numerosissimi adepti: mettendo da parte gli ultimi avanzi del moto giacobino del ’99, i molti ed influenti ed esperti militari e funzionari e professionisti che il regime murattiano aveva esaltato e le folte schiere dei carbonari, restava ben poco su cui fondare un’attiva opera di Governo”18. Perciò il re raccomanda di concentrare i provvedimenti epurativi sul mondo della scuola e della burocrazia, evitando che coloro i quali provengono dalle Vendite carbonare possano “riassumere posti direttivi o subalterni nell’apparato dello Stato”19.

La nuova restaurazione borbonica a Napoli avviene pertanto dopo una fase in cui Carbonerla e Massoneria hanno maturato esperienze tali che hanno consentito loro una sensibile espansione nella società e nello Stato, per cui i governi di Napoli dovranno in ogni caso adottare una politica che senza disattendere le direttive della Corona, emanate sulla base della politica ribadita a Lubiana, tenga nella dovuta considerazione il consenso di base di cui godono le sette carbonare e la Massoneria. Quest’ultima impensierisce un po’ meno il regime, mentre la Carboneria appare insidiosamente divisa al suo interno, tanto che il primo ministro Medici sarà costretto ad ammettere, scrivendo al principe Ruffo, che il suo Ministero “rimane nella dolorosa posizione di essere Carbonato presso i Calderari, e Calderato presso i Carbonari”20, con ciò riconoscendo che, se -come dice nella conclusione della lettera – nel novembre del ’22 “è preferibile essere boja piuttosto che Ministro di Stato”, il moto costituzionale, con le esperienze di governo avviate, ha posto le basi di nuove e diverse fasi di lotta contro i regimi assoluti, che d’altra parte non possono che ricorrere alla più dura repressione.

La ricerca di nuove vie di opposizione (1822-1848)

Il ritorno dei Borboni a Napoli con le armate austriache è anche l’inizio di un lungo periodo caratterizzato, a parte il tentativo di ripresa dell’azione insurrezionale dei ’37, dalla frattura tra Stato e società, tra monarchia borbonica e istanze di rinnovamento. E però non va trascurato che proprio nel due decenni che sembrano dominati dal ristagno del movimento liberale gli effetti dell’azione di propaganda svolta dalla Carboneria trovano riscontro nel comportamento dei governi borbonici del primo periodo post-costituzionale, che non possono ignorare, pur senza rinunciare all’impiego degli strumenti repressivi, che la Carboneria ha contribuito a diffondere nel paese “idealità costituzionali e concetti democratici”, per i quali l’azione di contenimento condotta dal governi dei Ciriello, dei Medici e dei Canosa non può dirsi concluso con la pura e semplice estromissione dei settari dagli uffici e dalle scuole del regno.

D’altra parte è dato registrare anche in Calabria mutamenti di una certa importanza nel corpo sociale, come “il rafforzamento del nuovo ceto borghese” (Cingari) sensibile alle istanze liberali e un certo miglioramento nelle campagne, favorito anche dalla politica demaniale borbonica, che se non incide profondamente sull’assetto generale della proprietà terriera, impone in ogni caso la dimostrazione della legittimità del possesso da parte dei proprietari, inducendo, nel casi di palese usurpazione, a nuove possibilità di uso delle terre demaniali da parte dei contadini21.

Dopo il fallito tentativo della spedizione del Pepe nel 1830, che si aggiunge a quelli del Rosaroll a Messina e del Morice in Irpinia, la tradizione carbonarica in Calabria si accosta, più che alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, alla setta denominata I Figliuoli della Giovine Italia, fondata da Benedetto Musolino. E questo il risultato delle riflessioni avviate sulle sette e sulle cospirazioni degli anni precedenti, in cui si sono ravvisati limiti funzionali e operativi che portano a cercare nuovi modi di aggregazione.

Gli storici, non solo profani, divergono nella valutazione di questa nuova setta, di derivazione carbonara, secondo Oreste Dito, per ricordare “troppo da vicino il militarismo illuminato e democratico della Carboneria”22. Giuseppe Berti la fa sorgere nel biennio 1832-1834, mentre Franco Della Peruta la colloca decisamente nel 183423. La questione dell’anno di nascita non è secondaria, in quanto una sua accettabile definizione consente di verificare la tempestività con cui il fronte d’opposizione al Borboni operante nelle società segrete reagisce al tentativi rivoluzionari del ’30-31.

In realtà nel 1834 l’azione di reclutamento da parte del Musolino risulta ben avviata da tempo, per cui deve essere dato il massimo credito a quanto Musolino stesso ricorda in un suo scritto: “L’idea di fondare la setta della Giovine Italia Meridionale surse in me dopo i casi infelici di Romagna del 1831″24. Nella stessa occasione si rafforza in lui la convinzione che solo una setta organizzata sul piano militare può condurre a fondo la battaglia contro i Borboni. Pertanto il giudizio di Oreste Dito, facente leva sul carattere militare della setta musoliniana come su quello che maggiormente attrae gli elementi dispersi dell’antica Carboneria, appare accettabile, anche se va integrato nella valutazione globale delle premesse ideali e politiche cui si ispira la nuova società segreta. In questo quadro, ancora, il Dito fa prevalere l’ascendenza mazziniana della setta del Musolino, mentre altri, come Berti, tende a negarla del tutto. Ora, non c’è dubbio che la premessa di fondo è data dal rilievo mazziniano delle insufficienze proprie della Carboneria: la scissione subita, la repressione borbonica dopo il ’21 vengono analizzate e ripensate nelle loro conseguenze così come nei loro presupposti. Per Mazzini il momento critico da esaltare è quello della limitazione dell’obiettivo nazionale all’ambito territoriale meridionale oltre che l’incapacità strutturale della monarchia borbonica di accettare qualsiasi riforma costituzionale in senso democratico. Da qui la necessità di porsi l’obiettivo primario dell’unità nazionale, dell’indipendenza dallo straniero e della libertà garantita dalla repubblica.

Tali premesse ricorrono anche in Musolino, e se è difficile negare almeno l’influenza mazziniana su di lui, è altrettanto difficile non riconoscere il carattere autonomo de I Figliuoli della Giovine Italia nella concezione dei riti e dei gradi inseriti nella prospettiva di quello che Musolino definisce “lo svolgimento finale del problema umanitario”. Non solo quindi il problema nazionale-unitario”, ma anche quello sociale sta a cuore al Musolino, che individua nelle battaglie da compiere un momento di elevazione politica, morale e sociale, per pervenire alla trasformazione della società in senso democratico ed egalitarto. Il tema sociale è invece dal Mazzini considerato privo di priorità rispetto a quello nazionale e unitario.

In grande maggioranza gli ex carbonari aderiscono alla setta del Musolino, mentre l’espansione mazziniana in Calabria è del tutto trascurabile, almeno fino al 1848, anche se elementi di notevole livello intellettuale e politico sono già dalla parte del Genovese.

“Ciò che in primo luogo divideva Musolino da Mazzini – nota Paolo Alatri – era il rifiuto che il primo opponeva al misticismo romantico dell’altro: Musolino aveva avuto una formazione, e conservava una mentalità, sostanzialmente illuminista, positivista, naturalistica, materialistica e ateistica”25, che trova conferma nelle modalità di affiliazione alla sua setta. Esistono due gradi: agli affiliati di primo grado si svelano gli scopi immediati della setta – la cacciata dello straniero, l’abbattimento dell’assolutismo, l’unità nazionale, la dittatura rivoluzionarla del partito democratico. Quelli del secondo grado, una ristrettissima élite definita “Padri della Missione Suprema” sono invece consapevoli del fine ultimo, che è una radicale trasformazione della società, “lo svolgimento -come s’è già ricordato – finale del problema umanitario”. Si prevedono inoltre un Capo Supremo, residente a Roma, Dieci Consoli nelle regioni italiane, un Colonnello a capo di ogni provincia, e un Capitano per amministrare il comune. E esplicitamente richiesto che nessun affiliato sia analfabeta, forse perché il veicolo di trasmissione delle idee della setta è affidato al segno grafico essoterico e non al simboli propri dell’esoterismo.

Gregorio Aracri e Luigi Settembrini sono tra i primi ad aderire da Catanzaro alla setta del Musolino, mentre da Cosenza si accosta Raffaele Anastasio e da Reggio Girolamo Arcovito.

Nel ’37 si tenta la prova dello scontro con i Borboni. L’esperimento però, non autorizzato, fallisce, anche per una delazione e i principali capi vengono in seguito arrestati. Musolino stesso è imprigionato a Napoli nel maggio del ’39, e dopo di lui il fratello Pasquale, Luigi Settembrini, Saverio Bianchi, Raffaele Anastasio, Nicola Ricciardelli.

L’arresto del Musolino segna la fine della setta, e l’opposizione ai borboni resta affidata a tentativi generosi ma non bene organizzati, che portano alle dure condanne della Gran Corte Criminale di Cosenza per i fatti del marzo ’44, alla fucilazione dei fratelli Bandiera, alla repressione seguita ai moti di Reggio Calabria nel ’47. E tuttavia durante queste prove s’affaccia un gruppo di giovani, liberali e democratici, che offrono anche un bell’esempio di vita vissuta tra cospirazione e letteratura. Sotto la guida di Francesco De Sanctis poi daranno vita al movimento letterario e politico che il critico irpino definisce, appunto, “romanticismo calabrese”26 che manifesterà il grado di maturità ideale e politica negli anni ’48-60 e che vede, tra gli altri, impegnati Domenico Mauro, Biagio Miraglia, Giuseppe Campagna, Vincenzo Padula.

Intanto il fronte liberale e democratico si allarga, in Calabria, tanto che la costituzione che il re di Napoli concede nel ’48, convocando anche i comizi elettorali, non è altro che una presa d’atto, peraltro tardiva, della maturazione di nuove condizioni politiche. Il contenimento delle istanze democratiche e liberali che i Borboni contano di attuare ad elezioni concluse trova a Cosenza, dove vengono eletti al parlamento Domenico Mauro e Benedetto Musolino, l’immediata risposta del Governo provvisorio, presieduto da Giuseppe Ricciardi e in cui sono presenti anche il Musolino e il Mauro, mentre Biagio Miraglia dirige “Il Calabrese”, organo d’informazione ufficiale. E’ un momento di grande tensione ideale e politica, che vede l’esperimento di un governo liberale il quale però ben presto si rivelerà incapace di condurre a fondo la battaglia contro i Borboni, per l’articolata composizione sociale del gruppo dirigente. E’ un mese denso di avvenimenti quello della metà maggio metà giugno del ’48 a Cosenza27 , durante il quale i massoni della città fondano il Circolo Nazionale con Tommaso Ortale, Domenico Mauro, Federico Anastasio, Francesco Federici, Biagio Miraglia, Pietro Salfi2′ . A Castrovillari svolge regolarmente i suoi Lavori la Loggia “Lagana”, con il sacerdote Raffaele Salerno, Muzio Pace, Carlo Maria Loccaso, mentre altre Logge e nuclei massonici lavorano a S. Demetrio Corone, a Lungro, a Spezzano Albanese, a S. Lorenzo, a Saracena, a Cassano, ad Amendolara, a Diamante e a Paola.

Nella città di Catanzaro, Templi alla virtù si edificano nella Società Evangelica, con Domenico Angherà, i Greco, Gregorio Aracri, Eugenio De Riso29, mentre a Nicastro frequentano i Templi di Hiram, tra gli altri, Giovanni Nicotera e Francesco Stocco30.

La Massoneria, in tutti i suoi Gradi, è ora manifestamente impegnata a sostenere l’esperimento rivoluzionario, assieme ai mazziniani, ai radicali come Musolino e Mauro e alle altre componenti del movimento liberale calabrese.

La rivoluzione dura, però, appena un mese. Essa è l’unica del Meridione: la controrivoluzione, attuata con successo dal Borboni, non riesce a incontrare ostacoli consistenti, soprattutto sul piano militare, ma anche per l’incapacità dei governo Ricciardi di dominare il processo politico in corso. Musolino non sarà avaro di critiche nei suoi confronti, rivendicando a se stesso e al Mauro chiarezza di idee e di propositi non condivise dalle altre tendenze emerse nella rivoluzione calabrese. in cui prevale una tattica attendistica che apre la via ad un epilogo di segno repressivo e reazionario31.

La diaspora della democrazia e la campagna di liberazione dei Mezzogiorno (1848-1860)

L’epilogo del ’48 in Calabria provoca la caduta verticale della tensione ideale e politica che aveva animato la regione. La diaspora dei capi della rivoluzione verso i luoghi dell’emigrazione politica priva la

Calabria degli elementi necessari alla ripresa immediata della battaglia contro i Borboni. Corfù, Malta, Marsiglia, Parigi, e ancora Genova e Torino accolgono gli esuli calabresi che, specialmente negli stati sardi, hanno modo di ripensare alle esperienze del passato e di prepararsi a nuove e più dure prove per la libertà, l’indipendenza e la democrazia nella prospettiva unitaria e nazionale.

Soprattutto a Genova gli emigrati politici calabresi compiono scelte decisive per il futuro del movimento liberale nel suo complesso. Qui i contatti con i capi della democrazia italiana, a cominciare da Agostino Bertani (in seguito a fianco di Adriano Lemmi), Carlo Pisacane, per finire a Mauro Macchi e Francesco De Sanctis, inducono i Musolino, i Miraglia, i Mauro, i Mileti e tanti altri a prendere atto della necessità di coniugare i temi della indipendenza e dell’unità con quelli della democrazia e della giustizia sociale32.

Le proposte dei murattiani, nel 1855, per una soluzione tripartita della questione italiana (con un regno del Nord da affidare al Savoia, uno del Centro da assegnare al Papa e uno nel Sud da mantenere per il Murat con la protezione francese) incontra un vasto fronte di opposizione, in cui molti calabresi, massoni o vicini alla Massoneria, svolgono un ruolo di primo piano, a difesa del principio di nazionalità e di indipendenza, sotto la guida di Carlo Pisacane33 anche se alcuni, come Stocco, non sono insensibili alle suggestioni della politica cavouriana connotata da una certa disponibilità verso il murattismo, articolata com’è e condizionata da rapporti internazionali che oggettivamente fungono da contenimento delle esigenze unitarie.

Nicotera e Mileti, specialmente, premono per il ritorno immediato all’azione nel Mezzogiorno, in un confronto non sempre agevole con mazziniani, garibaldini e democratici avanzati come Musolino. La spedizione del Pisacane è da loro incoraggiata e sollecitata, mentre Bertani non nasconde le sue perplessità. Il Massone Nicotera è il calabrese più eminente al seguito di Pisacane, mentre Carlo Mileri (presente nella Massoneria napoletana post-unitaria), dopo il fallimento dell’impresa, si accosta al radicalismo di Bertani, divenendone il portavoce nel movimento garibaldino e in seguito nei primi anni di vita unitaria.

Dopo il ’57 il tema delle alleanze politiche necessarie per liberare il Mezzogiorno dal Borboni si svolge in direzione della partecipazione della democrazia italiana alla Società Nazionale col motto “Italia e Vittorio Emanuele”, che segna la scissione, da tempo maturata, tra l’intransigenza mazziniana e la disponibilità garibaldina alla collaborazione con il Cavour e Casa Savoia.

Intanto in Calabria il partito borbonico registra sensibili diminuzioni di consenso: molti proprietari terrieri, delusi dalla politica demaniale del governo di Napoli, ispirata a rozzo paternalismo, passano nelle file dei liberali, condizionando così fin dall’inizio l’esito finale dell’iniziativa garibaldina nelle regioni meridionali e, in particolar modo, in Calabria, finendo con l’egemonizzare il movimento liberale con comportamenti “gattopardeschi”34.

La rivoluzione del ’60 si configura così come il risultato delle spinte divergenti all’interno del movimento garibaldino. Nonostante i decreti di Garibaldi a favore dei contadini poveri, emanati in Sicilia e in Calabria (abbastanza incisivi quelli a favore dei contadini della Sila e dei Casali di Cosenza, dell’agosto del ’60), 1 rapporti sociali nelle campagne non subiscono alcun mutamento, specie dopo la partenza del Generale per Napoli. A Cosenza il Governatore Generale da lui nominato, Donato Morelli (cui nel ventennio post-unitarlo verrà intitolata una Loggia massonica a Rogliano) vanifica gli effetti dei decreti garibaldini, chiamando a far parte del governo gli esponenti della grande proprietà terriera, come i Guzzolino.

I massoni, a liberazione avvenuta, sostengono il plebiscito per l’annessione della Calabria al Piemonte, avviando anche la ripresa dei Lavori con le garanzie concesse dallo Statuto albertino, e partecipando così al rinnovamento della vita massonica, dopo la dispersione durante il periodo borbonico, che sarà avviata da Garibaldi con la sua Gran Maestranza del Supremo Consiglio di Palermo35.

Fin dal 1860, o poco più tardi, riprende i Lavori una delle due Logge esistenti a Cosenza al tempo di Gioacchino Murat, I Pitagorici Cratensi (l’altra era, come s’è detto, la Gioacchino I). Essa assume la denominazione di Pitagorici Cratensi Risorti, ad indicare che delle due Logge del periodo murattiano quella dei Pitagorici era stata la meno esposta alla strumentalizzazione da parte del potere (ma il giudizio storico non concorda con tale valutazione). Ciò dovrebbe anche significare la volontà della Massoneria cosentina di risorgere all’insegna dell’autonomia e della libertà, per dedicare tutto il Lavoro d’Officina ai fini istituzionali della Libera Muratoria.

Animatore de I Pitagorici Cratensi Risorti è Erennio Ponzio, priore di una confratemita religiosa (come il parroco Beniamino De Rose, massone e mazziniano) e personalmente impegnato, dal settembre al novembre del ’60, a sostenere sulle colonne de “Il Monitore Bruzio”, il giornale ufficiale del governo della Calabria Citra, le ragioni dell’annessione, per plebiscito, della Calabria al Regno del Piemonte36. Nel “Supplemento” del 13 ottobre pubblica un accorato lungo appello al clero cosentino per invitarlo a partecipare al plebiscito e convincere i fedeli cattolici a votare per il si, presentando la consultazione come un momento decisivo a favore della libertà e dello statuto, con Vittorio Emanuele37.

Erennio Ponzio è da poco uscito dal carcere e col Grado 30, su incarico del Grande Oriente d’Italia, edifica la Loggia di cui si è detto, accogliendovi – come riferisce il Maestro Venerabile Alessandro Lepiane in un rapporto al G.O.I, del 1878 – “un buon numero di cittadini stimabili, la maggior parte perseguitati sotto il governo borbonico, che in quel tempo naturalmente avevano una influenza grande nel paese” 38.

Tutto sembra volgere al meglio per la Massoneria cosentina, che tuttavia non riesce ad impedire “l’ammissione di uomini indegni di appartenervi – scrive ancora Lepiane – ed entrati al solo fine di valersene come un mezzo e come una forza onde far fortuna nel mondo profano”.

In effetti l’esercizio della vita democratica nel primo ventennio postunitario a Cosenza, e, si può dire, in tutta la Calabria, vede il concorso di forze politiche nuove, come il movimento operaio, sia pure egemonizzato da borghesi, specie nelle società operaie di Mutuo soccorso39 e il movimento cattolico, cui la Libera Muratoria, in una prima fase almeno, apporta il contributo notevole dei grado di perfezionamento morale raggiunto nelle Officine. Epperò la corruzione e l’arrivismo che, specialmente dagli anni ’70 in poi, connoteranno la lotta politica locale, non vedono immune, soprattutto a Cosenza, la stessa Massoneria, alla quale chiedono ipocritamente la Luce elementi che ben presto -denuncia ancora Lepiane, “prostituirono la Famiglia massonica cosentina, rovinarono il paese con una amministrazione gretta e partigiana, sfatarono i loro Fratelli onesti”40.

Tale durezza di linguaggio, che in ogni caso riflette le reali condizioni della Libera Muratoria cosentina, è dovuta anche all’incarico commesso dal Grande Oriente al Venerabile Lepiane di riferire sulla situazione della Massoneria a Cosenza, che il 7 ottobre dei 1874 costruisce la Loggia Bruzia, su iniziativa di Pietro De Roberto, la quale viene riconosciuta il 3 dicembre dello stesso anno. La “Pitagorici Cratensi Risorti” non manca di protestare e di ostacolare il sorgere della Loggia del De Roberto, e nell’agosto del 1875 Mariano Maresca 33, Presidente della Sezione Concistoriale di Napoli, scrive ad Erennio Ponzio che la Loggia da lui precedentemente costruita deve essere demolita, “perché composta di elementi intinti di delitti e colpe, e alcuni erano stati sottoposti a giudizio profano e condannati”41.

A questo punto i Pitagorici Cratensi Risorti decidono di uscire dal Templi di Hiram e di rivolgersi a Catania, dove si pratica il culto della Madre Potenza di Rito Egiziano, ottenendo di costituire a Cosenza una Madre Loggia Provinciale. Inoltre, secondo Lepiane, scelgono di atteggiarsi a repubblicani, ingaggiando una persistente campagna diffamatoria contro gli ex Fratelli massoni.

Si apre così il tormentato capitolo della Massoneria a Cosenza dopo l’Unità, mentre a Catanzaro, nel 1864, si edifica la Tommaso Campanella, “per preparare la gioventù ad una nuova guerra contro l’Austria per la conquista di Venezia…”42. A Reggio Calabria la Massoneria, dipendente dal Supremo Consiglio di Palermo, tra il 1863 e Il 1870, è impegnata contro il “movimento borbonico-clericaletemporalista -, specie con la Loggia Domenico Romeo, capo della rivolta del 184743.

Una storia quella della Massoneria in Calabria, prima e dopo l’Unità, in cui è dato rilevare “la reciprocità necessaria” (Mola) tra Iniziazione massonica e impegno politico per la conquista della libertà e dell’indipendenza prima e per la difesa e l’espansione della democrazia dopo il 1860. Per essa il giudizio storico, specie degli storici massoni, non può ovviamente esprimersi in termini apologetici o di condanna, come non può delineare piste preferenziali tra i Lavori di Loggia trasformati in fenomeni socio-politici, ma va riferito al difficile tema della “secolarizzazione” della Libera Muratoria, senza perdere di vista “i dettati delle Costituzioni di Andersen” che vietano l’esercizio della politica nelle Officine, e senza peraltro trascurare che ”In molti casi – (come quello di cui ci siamo occupati, n.d.a.) – nota ancora Aldo A. Mola – proprio l’organizzazione massonica fu il più efficace veicolo di politicizzazione, cioè di educazione ai princìpi ideali presupposti e costitutivi dei ‘programmi , di partito”44.

NOTE

1) Ed Stolper, La Massoneria settecentesca nel Regno di Napoli, P, VII, Pasquale Baffi, un martire dimenticato, in “Rivista Massonica”, n.4, aprile 1976, pp. 232-236. Ma vedi anche Mariano D’Ayala, I liberi muratori di Napoli nel secolo XVIII, in “Archivio storico napoletano”, XXIII, 1898, IV; Cesare Morisani, Massoni e Giacobint a Reggio Calabria (1740-1800), Reggio Calabria, 1907, nonché Carlo Francovich, Storia della Massoneria italiana dalle origini alla Rivoluzione Francese, La Nuova Italia, Firenze, 1975 (2a edizione).

2) Armando Dito, Giuseppe Logoteta massone e giacobino, in “Rivista Massonica” n. 10, dicembre 1977, pp 609-610.

3) Oreste Dito, L’influenza massonica nella storia calabrese dal 1799 ai nostri giorni, Brenner, Cosenza, 1979.

4) Su Jerocades vedi l’ampia nota bibliografica di Michele Cataudella, A. Jerocades: aspetti di letteratura giacobina in Calabria, in “Periferia”, n. 16, genn.-apr. 1982, pp 3-19. Sulle origini della Massoneria in Calabria vedi però Salvatore Stranieri, La Massoneria a Ginfalco, ne “LaSila”, marzo 1982, n. 3, in cui si riporta un documento che dà notizia della fondazione di una Loggia massonica nel 1723, ad opera del “duce di Girifalco del nobil casato di Caracciolo di Napoli”.

5) Sul Salfi vedi G. B. De Sanctis, Francesco Saverio Salfi patriota, critico, drammaturgo, Pellegrini, Cosenza, 1970; Carlo Gentile, Francesco Saverio Salfi, Brenner, Cosenza 1974; sull’Aracri cfr. invece Raffaele Aversa, Gregorio Aracri da Staletti, Pellegrini, Cosenza, 1969. Su tutto il periodo in cui vissero il Salfi, l’Aracri, Jerocades e gli altri personaggi di seguito citati, fondamentale resta Gaetano Cingari, Giacobini e Sanfedisti in Calabria, Casa dei Libro, Reggio Catabria, 1978 (ristampa).

6) Armando Dito, Storia della Massoneria Calabrese Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Brenner, Cosenza, 1980 p. 18.

7) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit., p. 22. E’ interessante, a questo proposito, quanto dice il Pike:”La forza cieca del popolo deve essere controllata e guidata, come la forza cieca del vapore che fa muovere le pesanti armi metalliche e girare e pesanti ruote ed è fatta per perforare e caricare il cannone e per tessere i più delicati merletti”, e altrove: “La forza deve essere regolata dall’Intelletto. L’intelletto è per il popolo e per la forza dei popolo ciò Cile il sottile ago è per la bussola della nave” …… E ancora: “I tiranni usano la stessa forza del popolo per incatenarlo e renderlo schiavo. Sicché il popolo va educato alla lotta per la sua stessa liberazione, cessando così di essere la “titanica potenza dei giganti, che costruisce le fortificazioni dei tiranni ed è incorporata nelle loro armate… La pietra grezza è il popolo: questa massa rozza e disorganizzata. La pietra cubica, simbolo di perfezione, è lo Stato, poiché i governanti derivano i loro poteri dal con senso dei governati e le leggi esprimono il volere del popolo, il governo è armonico, simmetrico, efficiente, con i poteri debitamente distribuiti ed equilibrati”(Alberi Pike, Morals and Dogma, vol. 1, Bastogi di A. Manuali, Foggia, 1983, pp. 43, 45, 48).

8) Giuseppe Gabrieli, Dall’Archivio Canosa: Massoneria e Carboneria, in “Rivista Massonica”, n.9, dicembre 1978, pp. 582-586.

9) Oreste Dito, ibidem.

10) Oreste Dito, ibidem.

11) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit., p. 23. In altri contesti si trovano anche cinque Gradi, da Apprendista a Gran Maestro.

12) Giuseppe Gabrieli, Dall’Archivio Canosa ecc., cit. p. 582.

13) Giuseppe Gabrieli, Legami massonico carbonari, in “Rivista Massonica”, n. 3, marzo 1977, p 147-152.

14) Armando Dito, Storia della Massoneria ecc., cit., p. 23

15) Armando Dito, ibidem.

16) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit. P. 20; idem, Massoneria, Carboneria ed altre societá segrete nella storia dei Risorgimento italiano, Forni, Bologna, 2 a rist., 1979 (cfr. anche l’edizione del 1905, Roux e Viarengo, Torino-Roma); Giuseppe Leti, Carboneria e Massoneria nel Risorgimento Italiano, Libreria ed. Moderna, Genova, 1925 (cfr. anche la ristampa anastatica Forni di Bologna).

17) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit., p. 32.

18) Gaetano Cingari, Mezzogiorno e Risorgimento, La restaurazione a Napoli dal 1821 al 1830, Laterza, Bari, 1976, p. 23.

19) ibidem.

20) Gaetano Cingari, Mezzogiorno e Risorgimenlo ecc., cit., pp. 103-104.

21) Gaetano Cingari, Risorgimento Calabro, in Calabria, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1983, pp. 31-37.

22) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit., p. 35.

23) Franco Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il “partito d’azione”, 1830-1845, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 260; Giuseppe Berti, I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, Feltrinelli, Milano, 1962, pp. 196 e segg,

24) “La Situazione”, opuscolo del 1879, cit. in Benedetto Musolino, Giuseppe Mazzini e i Rivoluzionari Italiani, introduzione di Paolo Alatti, Pellegrini, Cosenza, 1982, vol. 1, p. 7.

25) Benedetto Musolino, Mazzini ecc., cit.

26) Francesco De Sanctis, La scuola cattolicoliberale e il romanticismo a Napoli, XI, Einaudi, Torino, 1953, pp. 57 e segg. ; Gaetano Cingari, Romanticismo e Democrazia nel Mezzogiorno, Domenico Mauro, Esi, Napoli, 1965; Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Guida, Napoli, 1977, pp. 135-153

27) Oreste Dito, La rivoluzione calabrese del ’48, Brenner, Cosenza, 1980.

28) Oreste Dito, L’influenza massonica ecc., cit., pp. 40-41

29) Gaetano Cingari, Romanticismo e democrazia ecc., cit., ad nomina; su De Riso cfr. Gustavo Valente, Emigrazione politica di Calabresi. Il marchese Eugenio De Riso, in “Rivista Storica del Risorgimento”, 1954, pp. 603-608.

30) Su Stocco vedi anche Pietro Camardella, I Calabresi della Spedizione dei Mille, Accademia Cosentina, 1976, pp. 47-58. Sul Nicotera vedi, per tutti, Vincenzo Giordano, La vita e i discorsi di Giovanni Nicotera nelle legislature, IX, XI e XII, Tip. Nazionale, Salerno, 1952.

31) Benedetto Musolino, Giuseppe Mazzini ecc., cit , 1, pp. 339-420.

32) Gian Biagio Furiozzi, L’emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, Olschki, Firenze, 1979; Silvia Rota Ghibaudi, L’emigrazione calabrese in Piemonte (1848-1860), in ”Calabria Nobilissima”, XIV, 1960, no. 39-40, pp. 1-18; Bianca Montale, L’emigrazione politica in Genova e in Liguria (1849-1859), Sabatelli, Genova, 1982, per gli esuli calabresi a Genova vedi quanto riporta Enrico Esposito, Carlo Mileti e la democrazia repubblicana nel Mezzogiorno, di prossima pubblicazione in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucama”, 1984.

33) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel regno di Napoli, Dante Alighieri, Roma, 1912, pp. 340-341.

34) Gaetano Cingari, La Calabria nella rivoluzione del 1860, in Problemi del Risorgimento Meridionale, D’Anna, Firenze-Messina, 1965, pp. 154-241.

35) Aldo Alessandro Mola, L’internazionalismo massonico di Giuseppe Garibalai, in AA.VV., Garibaldi e il Socialismo (a cura di Gaetano Cingari), Laterza, Bari, 1984, pp. 147-164; idem, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica, prefazione di Paolo Alatri, Bompiani, Milano, 1977.

36) I Giornali Politici Calabresi del Risorgimenlo (a cura di Giuseppe Grisolia), Cultura Calabrese Editrice, Belvedere M.mo (CS), 1983, “Il Monitore Bruzio”.

37) “IlMonitore Bruzio”, Supplemento, anno 1, n. 10.

38) Oreste Dito, La massoneria cosentina, Brenner, Cosenza, 1978, pp.7 e segg.

39) Enrico Esposito, Il movimento operaio in Calabria. L’egemonia borghese (1870-1892), Pellegrini, Cosenza, 1977.

40) Oreste Dito, La massoneria cosentina, cit., p.7.

41) Oreste Dito, op. cit., p.8.

42) Armando Dito, Storia della Massoneria calabrese ecc., cit., p. 27.

43) Armando Dito, op. cit., p. 36.

44) Aldo Alessandro Mola, L’internazionalismo massonico ecc., cit., p. 147.

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MASSONERIA ROMANTICA

Massoneria ‘romantica’ A lungo il Romanticismo è stato identificato come la voce ideologica e culturale della Restaurazione, soprattutto per quanto riguarda la GERMANIA. Ma il tentativo di leggere il movimento in chiave politica è fuorviante, perché fra i suoi rappresentanti si contano in uguale misura rivoluzionari e conservatori, progressisti e reazionari. Ciò che in generale li accomunò è l’elaborazione di una visione del mondo al di fuori delle reali forze motrici della storia, nella tensione verso un assoluto che cercò conferme nel passato o determinò fughe nel futuro, nell’utopia, nella più totale estraneità dal presente. Lo stesso Goethe ebbe a dire che questo atteggiamento spirituale incarnava ‘il principio della malattia‘ e sotto certi aspetti la sua diagnosi trova conferma nella psicologia moderna.

Un giudizio analogo, applicato alla storia della Massoneria, venne espresso da R. Le Forestier (La Massoneria templare e occultista, 1: La Stretta Osservanza) facendo espressamente riferimento all’origine del fenomeno del Templarismo (vedi capitolo La ‘vendetta’ massonica): «Nella seconda metà del XVIII secolo i mistici rimpiazzano la filosofia dei Lumi: il sentimento religioso ‘soffocato riaffiora in forme psicopatiche, talvolta demenziali». Nell’Ottocento romantico in effetti il Templarismo non cessò di manifestarsi in forme diverse, a partire da quella che assunse nella Loggia dei cavalieri della Croce, affiliata al Grande Oriente di Francia. Continuò con la fondazione da parte del medico Raymond Fabré-Palaprat di un nuovo Ordine impregnato di fantasioso medievalismo, che peraltro giunse a staccarsi dall’organizzazione massonica e sboccò nel 1828 nella costituzione dell’Alta Iniziazione, altrimenti detta Santa Chiesa di Cristo o Chiesa dei Cristiani Primitivi. Tale ‘Chiesa‘, dopo alterne vicende, si estinse attorno al 1840.

A tentare un rilancio del Templarismo in Francia fu un grande scrittore della seconda generazione romantica, affiliato alla Massoneria, ma anche in stretta relazione con vari occultisti: Gérard de Nerval (1808-1855). Egli individuò l’origine della Massoneria in una sintesi tra la tradizione cristiana e la spiritualità delle popolazioni del vicino Oriente, in particolare i Drusi, accostati dai Templari storici durante la loro permanenza in Libano nell’età delle Crociate. Ciò che accomuna personaggi come Fabré-Palaprat e Nerval fu l’insofferenza per il clericalismo cattolico, che li indusse in qualche modo a tentare una divulgazione dei valori perseguiti dalla Massoneria esoterica, l’uno fondando addirittura una Chiesa, l’altro presentando i Templari e i Drusi, per altro senza alcun fondamento storico, come modelli ideali di quell’opposizione ai persistenti abusi clericali e feudali in cui nel tempo presente confluivano le forze più disparate.
Lo sviluppo della Massoneria cavalleresca negli STATI UNITI, invece, si compì nella discrezione e nella segretezza delle logge. Tale differenza è documentata dalle vicende del Rito Scozzese Antico e Accettato (vedi riquadro), di cui il generale ALBERT PIKE (1809-1891) costituì nell’Ottocento la figura di maggior spicco.
Iniziato alla Massoneria nel 1850 a Little Rock, nell’Arkansas, Pike alternò l’impegno nella professione forense con quello militare (guidò uno squadrone di cavalleria nella guerra contro il Messico e nella guerra civile militò con l’Arkansas fra i Confederati). Ma soprattutto coltivò lo studio delle ‘lingue sacre‘ (ebraico, sanscrito e persiano) e delle religioni indo-iraniche, imprimendo il segno delle conoscenze acquisite nella sistemazione dei gradi scozzesi del Rito, di cui nel 1859 era diventato Sovrano Gran Commendatore. Anche Pike, tuttavia, a dispetto della sua vocazione universalistica, non poté sottrarsi a condizionamenti storici e culturali e, quando si pose la questione se uomini di colore potessero entrare a far parte della Massoneria, per influsso dell’ambiente segregazionista dell’Arkansas in cui si era formato, espresse una posizione contraria.   La storia della Massoneria nell’età del Romanticismo non corrisponde tuttavia solo ai fatti e ai personaggi aventi a che fare con il Templarismo. Vi hanno infatti un ruolo fondamentale numerosi Massoni di grandissima levatura che, pur esprimendo in materia di politica posizioni tra loro molto diverse, contribuirono ad allargare il dibattito intellettuale e la circolazione delle idee all’intera Europa.
Il savoiardo JOSEPH de MAISTRE (1753-1821), fiero avversario delle idee liberali e democratiche e approdato a rigide posizioni di dogmatismo tanto in ambito politico quanto in ambito confessionale (fu uno strenuo assertore del primato assoluto della religione cattolica), colse la necessità di una più intima adesione alla fede cristiana, non solo perché fosse appagato il ‘bisogno di spirito‘ comune a tutti gli uomini, ma anche perché potesse concretizzarsi l’ideale della fratellanza universale.
Il pensiero del filosofo MAINE de BIRAN (1766-1824), affiliato al Grande Oriente di Francia, rende invece testimonianza del passaggio della Massoneria francese dal deismo o dallo scetticismo religioso dell’Illuminismo e del periodo rivoluzionario verso forme di un più partecipato spiritualismo, sollecitato dal confronto con il dolore, con la morte e con il mistero dell’immortalità dell’anima. Nelle pagine del suo Diario intimo (1792-1824) traspaiono altresì problematiche tipicamente romantiche come il bisogno di scendere alle radici della propria interiorità, di conseguire una libertà in primo luogo rispetto a se stessi, di definire i rapporti tra le passioni dell’animo e la morale. Dalle stesse pagine emergono, dopo le vicende del Terrore, un richiamo a quella ‘saggezza‘ che l’umanità sembra avere dimenticata, una sostanziale diffidenza nei confronti di Napoleone e la necessità, con l’avvento della Restaurazione, che gli spiriti illuminati si adoperino per promuovere una conciliazione tra il bene dei cittadini e la saldezza di un governo legittimo.
Alla nascita del Romanticismo dettero un forte contributo, fra i Massoni tedeschi, J.G. HERDER (1744-1803), che vide nella storia e nella natura due strumenti sostanzialmente analoghi predisposti da Dio per l’educazione dell’umanità, e F. SCHLEGEL (1778-1829), che esaltò la creatività umana, espressa essenzialmente nell’esercizio libero e spontaneo della poesia.
Ma il contributo forse più importante, anche per i successivi sviluppi del pensiero filosofico in Europa, venne da J.G. FICHTE (1762-1814), iniziatore dell’Idealismo, che oppose al fallimento della rivoluzione ideale e, d’altra parte, all’immobilismo politico e sociale di numerosi Stati tedeschi, un’ambiziosa ‘rivoluzione filosofica‘ fondata sul primato dello ‘Spirito‘. Il Rito Scozzese Antico e Accettato La rapida diffusione della Massoneria in America trova in parte spiegazione nel bisogno di trovare solide forme di aggregazione che facessero riferimento a un patrimonio storico-culturale in comune da parte di chi già risiedeva nel Nuovo Mondo e di chi vi emigrava per le ragioni più varie. La tipologia delle logge riprodusse, nella seconda metà del Settecento, la situazione europea, cosicché accanto a logge simboliche (quelle cioè che iniziavano ai tre gradi basilari), ve ne erano anche parecchie che praticavano gli alti gradi o gradi di perfezione, secondo la prassi dello Scozzesismo. In questo secondo caso il punto di riferimento era costituito dal Rito di Heredom, altrimenti detto degli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, che come il Capitolo di Clermont presentava addentellati con il Templarismo (vedi capitolo La ‘vendetta’ massonica). Il 31 maggio del 1801 a Charleston, nella Carolina del Sud, venne fondato il primo Supremo Consiglio del 33° e ultimo grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, destinato a rinnovare e a soppiantare ogni precedente forma di Scozzesismo anche in Europa, Italia compresa. In proposito va ricordato che «negli anni 1814-1859, quando le vicende politico-militari avevano fatto eclissare, almeno in parte, l’organizzazione permanente dei nuclei massonici italiani, furono per lo più gli altograduati del Rito Scozzese a trasmettere iniziazioni e a garantire la continuità della presenza muratoria; questo spiega come mai, nell’Italia post-unitaria e fino ai primi decenni del nostro secolo, il Rito abbia goduto di tanta fama» (M. Moramarco Nuova Enciclopedia Massonica).

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MASSONERIA MADE IN USA

Massoneria made in USA

Ciò che differenzia nettamente la storia della Massoneria nei Paesi di lingua inglese e soprattutto negli USA da quella della Massoneria latina è in primo luogo il fattore numerico. Data la capillare diffusione dell’istituzione, a partire dagli anni Trenta del 1700 (oggi si contano negli Stati Uniti quarantanove Grandi logge, con più di tre milioni di affiliati), non la si è potuta in linea di massima gravare di tutte le diffidenze che nella percezione collettiva si associano al termine ‘setta‘, compreso il ricorrente sospetto di cospirazione contro l’ordine costituito. Inoltre la pluralità delle confessioni religiose ha evitato che un lungo contrasto con la Chiesa di Roma producesse gli effetti dannosi verificatisi nei Paesi cattolici.

Ciò ha comportato un più stretto e più trasparente intreccio tra la storia massonica e quella collettiva e la frequente identità dei vertici della gerarchia massonica con quelli del potere politico, civile ed economico. Basti ricordare che, vera e propria officina naturale della leadership del Paese, la Massoneria statunitense ha annoverato tra i suoi affiliati ben quattordici presidenti.
Ma anche negli USA la Massoneria non ha potuto sottrarsi al confronto con la storia e non affrontarne le contraddizioni. Se ne può per esempio ricordare il pronunciamento contro il Comunismo, nel 1948, che contrasta con il principio secondo il quale l’istituzione in quanto tale non può e non deve politicamente schierarsi. Perplessità ancora maggiori suscita la questione dei rapporti con la popolazione di colore. Per quanto giunta a dissociarsi da organizzazioni come il Ku Klux Klan, non si può dimenticare che, almeno dell’ala moderata, di esso fece parte quell’Albert Pike (vedi il capitolo Massoneria ‘romantica’) cui si deve la sistemazione dei gradi scozzesi ancora adottata negli USA. La tradizione razzista di alcuni Stati pesa ancora nella composizione delle relative logge, composte esclusivamente da bianchi anche se non vi sono preclusioni formali all’ingresso dei neri. Questi ultimi, d’altra parte, preferiscono confluire nelle Grandi Logge per sola gente di colore tutte denominate ‘Prince Hall‘, dal nome di chi, alla fine del Settecento, fondò la prima (oggi sono trentanove).

Gli inevitabili condizionamenti ideologici cui è stato e forse è tuttora esposto il Massone americano sono particolarmente evidenti in un personaggio che ha contribuito a cambiare lo stile di vita di tutto il mondo: HENRY FORD (1863-1947), fondatore nel 1903 dell’omonima società automobilistica. Maestro Massone della Loggia ‘Palestine‘ di Detroit, adattò l’etica massonica a una visione del mondo improntata all’élitarismo intellettuale (difese la catena di montaggio affermando tra l’altro che «per certi tipi di cervelli il pensare è proprio una pena»); interpretò riduttivamente il comandamento biblico ‘Non rubare‘ come il fondamento sacro della proprietà privata; arrivò, da posizioni opposte rispetto a quelle del Socialismo scientifico, a individuare nel lavoro la specificità positiva dell’uomo. Soprattutto promosse una violenta campagna antisemita, ottenendo che nel 1921 venisse approvata una legge restrittiva sull’emigrazione, avente anche lo scopo di contenere l’afflusso di Ebrei negli USA.

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MASSONERIA E STATO UNITARIO IN ITALIA

Massoneria e Stato unitario in Italia Fino alla seconda guerra d’Indipendenza molti Massoni italiani, costretti alla clandestinità, espressero individualmente la loro carica ideale all’interno delle correnti di pensiero e d’azione che cooperarono al cosiddetto ‘Risorgimento‘ nazionale.
Nel 1859, a partire dalla Loggia ‘Ausonia di TORINO, l’Ordine puntò a recuperare una propria identità istituzionale con la costituzione di un Grande Oriente Italiano. Gli artefici di questa iniziativa, in un momento storico in cui non era possibile non avere una posizione politica, erano per la maggior parte di orientamento cavouriano, differenziandosi anche da questo punto di vista dalla Massoneria di Rito Scozzese vivacemente attiva a PALERMO, affollata da patrioti garibaldini. Solo nel 1874 si giunse a una costituzione massonica unitaria, promulgata a Roma, da tre anni diventata la capitale d’Italia. In effetti l’uno e l’altro filone si erano trovati d’accordo nel giudizio sulla ‘questione romana‘ e continuavano a condividere un vivace anticlericalismo, anche in risposta ai ripetuti pronunciamenti papali antimassonici: dal 1821 al 1894 ve ne furono ben otto, di cui il più pesante, nel 1884, fu l’enciclica Humanarum genus di Leone XIII. Tale papa non intendeva rinunciare al potere temporale della Chiesa, nella convinzione che fosse necessario al pontefice per proteggere e conservare la libertà di quello spirituale. Tra il 1886 e il 1890 ci fu un tentativo di conciliazione con lo Stato italiano, ma le trattative condotte con Francesco Crispi, uno dei tanti uomini politici dell’epoca affiliati alla Massoneria, non approdarono ad alcun risultato. Probabilmente a compromettere i rapporti con il Quirinale giocò un ruolo importante l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, nel 1889. In quell’occasione oltre tremila Massoni, raggruppati sotto i labari delle logge di appartenenza, parteciparono alla cerimonia inneggiando al ‘martire del libero pensiero‘ (il monumento a Giordano Bruno era stato eseguito da Ettore Ferrari, che avrebbe poi ricoperto la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia).

In generale negli anni dell’assestamento dello Stato unitario la Massoneria diede un forte contributo alla creazione della classe dirigente, corrispondente con quella borghesia che si sentiva in qualche modo erede dei valori espressi dalle lotte risorgimentali e contemporaneamente mirava a dare all’Italia un respiro europeo.
Da un punto di vista ideologico le parole d’ordine erano più ispirate a princìpi astratti che calate in concreti programmi: progresso, fratellanza, solidarietà, esaltazione del lavoro, interclassismo… Il conflitto con il mondo cattolico e le profonde differenze nell’assetto economico e sociale delle varie regioni d’Italia non contribuivano certo a creare un fronte unito per la realizzazione dei suddetti princìpi. Emblematico di questo periodo storico, come personaggio nazionale carismatico, come intellettuale e come radical-massone, fu il poeta GIOSUÈ CARDUCCI (1835-1907), che ascese ai massimi gradi dell’Ordine nel periodo della fortuna politica di Francesco Crispi.
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LIBERTA’ UGUAGLIANZA FRATELLANZA

Libertà – Uguaglianza – Fratellanza

La Loggia, unità base della Massoneria, rappresenta l’elemento costitutivo elementare di un “sistema complesso” che mira al raggiungimento di due scopi ben determinati:
-l’elevazione ed il progresso dell’uomo;
-l’elevazione ed il progresso dell’umanità.
Sul fronte d’ingresso del suo Tempio vi sono tre parole:
Libertà – Uguaglianza – Fratellanza”.

Al contrario di ciò che accade nel mondo profano, dove ancora si lotta per definirli e realizzarli uno alla volta, ogni lavoro della Loggia ha ragione di essere in virtù di questi tre principi presi nella loro globalità. Infatti l’ideale società muratoria non potrebbe fondarsi altrimenti che su questi tre cardini considerati nel più perfetto equilibrio tra loro. Viceversa la Storia insegna come, fin dalla loro prima definizione, ed in particolare proprio nel corso della stessa Rivoluzione Francese che li ha resi universali, essi sono stati oggetto di conflitti drammatici sul modo di interpretarli ed applicarli.
Proprio la mancata determinazione del loro giusto dosaggio reciproco è stata la causa principale dei fallimenti delle prime definizioni sociali del 1789, cui sono seguite quelle del ’91, del ’92, fino al fallimento totale della stessa Rivoluzione Francese.
Da allora, sino ad oggi, sono stati fatti molti esperimenti sociali in questo senso e tutti sono falliti; in particolare proprio nel XIX secolo e nella prima meta del XX sono esplose nel modo più drammatico e tumultuoso le contraddizioni e le tensioni tra i diversi tentativi di attuazione dei tre principi.
Difatti, pur partendo dalla stessa terna di principi, ma privilegiando un valore più degli altri, si è giunti, come è noto, allo sviluppo di ideologie totalmente contrapposte che si sono affrontate in modo sempre più esteso fino a coinvolgere l’esistenza stessa del pianeta. Semplificando drasticamente ai valori intrinseci, si può affermare che la difesa della libertà è il fondamento del liberalismo mentre la tensione verso l’uguaglianza costituisce il principio guida del socialismo. Corrispondentemente la Fratellanza ha assunto sempre valori di contorno, deputati a dar corpo a solidarietà di sostegno al valore di volta in volta privilegiato (solidarietà nazionali o di ideologia o di classe, e comunque sempre “contro gli altri” o elitarie verso gli altri).
Si può dire invece che, all’opposto di quanto è avvenuto nel mondo politico-sociale profano, le varie Frammassonerie europee hanno ereditato dalla tradizione muratoria un modello di equilibrio reciproco fra i tre principi che può dirsi perfetto, in quanto, pur nelle diverse articolazioni obbedienziali, è rimasto praticamente immutato dal tempo della loro definizione esplicita sino ad oggi. Questo equilibrio è basato, contrariamente a quanto si potrebbe pensare di dover fare, non su una applicazione sempre più estesa e dilatata dei singoli principi, presi singolarmente, ma piuttosto sul culto sempre più sentito dei loro valori entro limitazioni chiaramente precisate e definite, per ciascuno di essi, in modo tale da eliminare le contraddizioni insite nella loro reciprocità , in un modello “sociale” o di “morale integrale” che trova le sue origini nel fondo della psiche umana e della sua origine.
La Libertà è rigidamente limitata dal rispetto della propria coscienza come delle idee altrui (nell’ambito di un comportamento che viene rigidamente inculcato ad ogni iniziato fin dal momento del suo primo apprendimento); l’eguaglianza non è assoluta, ma graduata per gradi di saggezza, (simbolizzata dalla “paga del lavoro muratorio”, intesa come incentivazione basata su valori di alta idealità, che da il senso dinamico della vita massonica); la fraternità è infine il cemento che lega gli altri due principi elevandoli dal piano della pura razionalità a quello dell’amore.
L’applicazione pratica dei tre principi è affidata essenzialmente a regole di comportamento (etica massonica, individuale e di gruppo) che trovano il loro spessore insostituibile in una tradizione simbolica e rituale che affonda le sue radici nella storia dell’uomo ed il loro fine nella massima valorizzazione della vita terrena. Alla competizione si contrappone decisamente la solidarietà; il progresso è concepito come risultato della ricerca dell’uomo a migliorare sé stesso, “usando la mente come un cuneo per allargare, meglio che si può , gli interstizi del muro che lo stringe da ogni parte “.
Ciascuno di questi tre principi costituisce quindi per la nostra Istituzione un aspetto di un modello di riferimento individuale dell’Uomo e, tutti insieme, rappresentano la razionalizzazione integrale dell’aspirazione propria della natura umana, nella sua lotta perenne contro il male, per la realizzazione della propria Felicità.
In realtà è estremamente duro e lungo raggiungere quella condizione di maturazione che renda possibile realmente il perfetto equilibrio tra i tre principi. Contro questa constatazione pessimistica la Massoneria moderna si è assunto il ruolo attuale di dimostrare, attraverso il “modello sociale-Loggia” (o “laboratorio-Loggia”), che effettivamente la società naturale, che ancor oggi sembra un’utopia, sia in realtà raggiungibile con il miglioramento delle qualità dell’uomo.
Quanto più l’uomo saprà “elevarsi”, tanto più il difficile equilibrio tra i tre principi diventerà spontaneo e la società principale sarà “felice”, così come già avviene “sperimentalmente” nella società che Fichte ha definito “separata”.

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