TIRANNI E I DITTATORI HANNO PAURA DELLA PAROLA

I TIRANNI E I DITTATORI HANNO PAURA DELLA PAROLA, ANCHE SE QUESTA E’ SCRITTA NEI LIBRI

Questo lavoro vuole essere un omaggio a Tullio De Mauro, il più noto linguista italiano, ministro anche della Pubblica Istruzione (incarico che siamo capaci di assegnare perfino a chi non ha né laurea né diploma e questo dato dovrebbe già farci riflettere) scomparso in questo anno. Ma con questa tavola voglio anche ricordare i geniali autori del libro e del film “Fahrenheit 451” uscito nelle sale giusto 50 anni fa.

Nessu­no conosce realmente cosa e quanto bruciò ad Alessandria. Secondo alcune fonti, all’apice del suo splendore la Bi­blioteca di Alessandria d’Egitto racchiu­deva tra i 700.000 e il milione di rotoli – ­papiri e pergamene – greci, egizi, babilo­nesi, assiri, fenici e persiani. Era il sogno di Tolomeo I: raccogliere in un unico luo­go il sapere universale e farlo tradurre in greco. Secondo la tradizione fu Giulio Cesare, nella campagna contro l’ultimo dei Tolomei, nel 48 a.C., a distruggere la biblioteca. In realtà in quella occasione bruciarono solo alcuni depositi di libri, e non l’edificio centrale, mentre la versione che ha avuto più seguito è quella che attribuisce l’in­cendio definitivo agli arabi.

Fu l’emiro Amr Ibn al-As a dare tutto alle fiamme, nel 641: «Se il contenuto dei libri si accorda con il libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di diffor­me, non c’ è alcun bisogno di conservar­li. Procedi e distruggili», gli ordinò il Ca­liffo Omar. Si narra che i rotoli furono usati come combustibile per i bagni termali di Alessandria che sembra che fossero circa 4.000. Ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.

Nessun popolo nel corso dei secoli è rimasto immune dai roghi. Le opere del sofista Protagora, bandito dal­la città, furono bruciate sulla pubblica piazza di Atene nel 411 a.C. La sua col­pa? Aver scritto di non poter accertare, riguardo agli dei, “né che sono né che non sono, opponendosi a ciò molte cose: l’oscurità dell’argomento e la brevità della vita uma­na”.

­          Anche Augusto fece bruciare le opere di storia non gradite. Caligola, invece, ridusse in cenere i versi di Omero e Virgilio, mentre Diocleziano ordinò che fossero bruciati tutti i libri cristiani.

Proprio la Chiesa – che da perseguitata divenne la Grande Persecutrice – fece largo uso del fuoco, al quale dannò non solo i libri “profani “, ma spesso anche quelli dei propri autori cristiani.

I cristianissimi imperatori Teodosio e Valentiniano nell’anno 448 della nostra era ordinarono la distruzione con il fuoco dei tomi del filosofo Porfirio e «di qua­lunque scritto che offende Dio o turba le anime». Lo stesso apostolo Paolo, del re­sto, con la sua predicazione a Efeso ave­va spinto i nuovi adepti al primo dei roghi: «Portarono i loro libri assieme e li arsero in presenza di tutti. Così la pa­rola di Dio, cresceva potentemente e si rafforzava», recitano gli Atti degli Apo­stoli.

Martin Lutero nel 1520 diede alle fiamme la bolla di scomunica con la quale Papa Leone X con­dannava 41 delle 95 tesi affisse sulla por­ta della chiesa di Wittenberg, ingiungen­do al monaco di ritrattarle. Un piccolo fuoco che scatenò da subito i giganteschi roghi dell’Inquisizione. Nel 1524 e nel 1527 a Venezia arsero i primi libri “luterani “. Contemporanea­mente in tutta Europa prese fuoco la cultura ebraica.

L’Index Librorum Prohibitorum emanato dalla Congregazione del Sant’ Uffizio nel 1559, sotto papa Paolo IV, colpiva gli scritti della Riforma, il Tal­mud e ogni tradizione che non si unifor­masse alle regole della Chiesa di Roma. Finirono nell’ elenco il Decameron, tutta la produzione di Erasmo da Rotterdam e le traduzioni in volgare delle Sacre scrit­ture.

 La secolare storia della censura ec­clesiastica si chiuderà solo nel 1966 quando il segretario del Sant’Uffizio, cardinale Alfredo Ottaviani, annunciò che l’Indice non sarebbe stato più pubblicato. Il pon­tefice era Paolo VI. Tra i libri proibiti nel Novecento c’erano stati: tutto Benedetto Croce, tutto Giovanni Gentile, l’opera omnia di Al­berto Moravia e così via. L’ultimo provvedimento censorio in as­soluto della storia dell’istituzione fu La vita di Gesù di Jean Steinmann, con de­creto emesso il 26 giugno 1961.

Ancora nella Firenze degli umanisti, il rogo dei libri «infettati dalla peste dell’e­resia» fu paragonato dal Cardinal Anto­nio Michele Ghisleri ai roghi di suppellettili e vestiti che si bruciavano per disinfettare la città dalle epidemie vere e pro­prie. Il passaggio all’età moderna fu scandito dalle censure di Galileo Galilei e dal rogo di Giordano Bruno. Anche dal­l’ altra parte dell’Atlantico, subito dopo la scoperta del Nuovo Mondo, s’alzarono le fiamme: il primo vescovo del Messico bruciò l’intera letteratura azteca.

E l’Illuminismo? Nel Settecento il Parlamento di Parigi condannò l’Emilio di Jean-Jacques Rousseau a essere bru­ciato nel cortile del Palazzo di Giustizia. Il testo era colpevole di sottomettere la religione all’ esame della ragione, di discutere di dogmi, di attribuire all’auto­rità sovrana un carattere falso e odioso. La sentenza fu eseguita l’11 giugno 1762.

Tiberio, Adolf Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot, gli ayatollah. Ogni tiran­no ha avuto il suo rogo. Berlino, 10 mag­gio 1933: la “Beucherverbrennung” più tristemente nota della Storia, segna l’ini­zio della persecuzione del regime nazio­nalsocialista contro il mondo della cultu­ra “degenerata “, contro intellettuali di origine ebraica, o di fede marxista, contro chiunque sia ostile al Reich: in dieci gior­ni le squadre naziste guidate da Joseph Goebbels bruciano di fronte alle univer­sità e alle biblioteche di Berlino un milio­ne di libri. Il gerarca, nel discorso in cui tratta dell’estinzione della Storia, parla «dell’immondizia e del sudiciume rap­presentati dagli scadenti letterati ebrei che riempiono le biblioteche»: nella lista nera figurano più di 3.000 titoli di autori come Gor’kij, Bertolt Brecht, Erich Maria Remarque, Sigmund Freud, Rosa Luxemburg, i fratelli Mann, Albert Einstein. Come dimenticare quelle fiamme, ed anche quelle vittime.

Roma, Ventennio Nero. Anche l’Ita­lia mussoliniana conosce i suoi “roghi di libri”, sebbene senza fuoco e fiamme: dopo l’in­troduzione di una censura preventiva sulle pubblicazioni (aprile 1934), nel­l’ambito della campagna antisemita, il fascismo compilò diversi elenchi di au­tori ebrei. Editori e librerie furono “esor­tati” a distruggerne le opere giacenti, si intimò alle biblioteche di far sparire i “li­bri sgraditi” fino all’agosto 1939, quan­do il Duce decise di togliere dalla circola­zione tutti i libri di scrittori ebrei dal 1850 in avanti.

All’Est manca il rogo ma­teriale, ma la manipolazione e la soppressione della cultura sono state ad­dirittura più capillari. Il potere sovietico ha esercitato verso i libri “sgraditi” una repressione di tipo diverso dal rogo: la censura, il se­questro e la conservazione «negli archivi letterari del Kgb». In 70 anni la polizia segreta sequestrò e distrusse una quan­tità incredibile di opere manoscritte. Sentalinskij nel saggio ricorda che Sol­zenicyn ha chiamato “infelice” lo spraz­zo di cielo che si estende sopra la Lubjanka. Era lì che arrivava il camino che per decenni ha disperso nel cielo di Mosca la cenere dei manoscritti bruciati. Quanti libri, che ormai nessuno più po­trà leggere, sono volati via da quel cami­no.

E oggi? Purtroppo i roghi non sono ancora scomparsi. Esempi? Egitto, luglio 1985: al Cairo 3.500 esemplari de Le mille e una notte vengono sequestrati con l’accusa di “te­sto scandaloso”. Il procuratore generale chiede e ottiene di bruciare le copie in­criminate sulla pubblica piazza: le favo­le narrate dalla bella Shahrazad al suo re sono anti-islamiche e licenziose, sgradi­te ai fanatici religiosi. I padri del po­polo, laici o religiosi che siano, che pro­mettono ai loro sudditi un avvenire tan­to radioso quanto improbabile, non pos­sono non detestare le favole.

Iran, febbraio 1989: l’imamKhomei­ni emana la fatwa che condanna a morte lo scrittore anglo-indiano Salman Rush­die per il contenuto “blasfemo” del suo romanzo Versi satanici. Nel­lo stesso 1989 in Inghilterra un gruppo di fanatici diede pubblicamente fuoco alle copie del romanzo di Rushdie non po­tendo bruciare o uccidere l’autore in per­sona, cosa che desideravano a tal punto da essere spinti ad infierire addirittura sui suoi traduttori.

Cina, luglio 1999: il partito comuni­sta si scaglia contro i membri della setta Falun Gong, seguaci di una dottrina fondata sui prin­cipi del buddismo, un culto messo fuori legge perché «induce alla superstizione religiosa e alla sovversione». Il governo di Pechino arresta in massa 1.200 diri­genti e 3.000 quadri del movimento, poi annuncia il “programma di rieducazio­ne” che verrà imposto loro e infine ordi­na la distruzione di migliaia di libri della setta: solo nelle città di Wuhan e Tianjin sono bruciati pubblicamente oltre 200.000 volumi. Ex Jugoslavia, estate 1999: i serbi in Kosovo lasciano dietro di loro librerie e biblioteche incendiate. Non esistono a tutt’ oggi dati precisi. È solo una appendice alla sanguinosa pulizia etnica in atto nel paese.

Cuba, novembre 1999: la Federazio­ne internazionale delle Biblioteche (Ifla) denuncia che Fidel Castro ha mandato la polizia a requisire tutti i volumi arrivati negli ultimi tempi a rimpolpare gli scaf­fali delle biblioteche dell’isola (attraver­so lasciti, donazioni, cessioni di librerie) “che non siano conformi al regime”. Si registrano intimidazioni, maltrattamen­ti, arresti di bibliotecari e la distruzione di ingenti quantità di libri.

Usa, marzo 2001: in Pennsylvania, i pente­costali dell’Harvest Assembly of God Church accendono un’enorme pira fuori dalla loro chiesa dando alle fiam­me le icone del “diavolo moderno”: cd di Bruce Springsteen, vec­chi album degli anni ’70, videocasset­te del Pinocchio di Walt Disney e anche i sulfurei romanzi di Harry Potter.

“Ci liberiamo dalle cose che ci al­lontanano da Gesù: è il nostro modo di esprimere l’amore per Dio”, dichiara il reverendo George Bender. Un amore che lo porta a distruggere anche i libri dei Testimoni di Geova e dei Mormoni, colpevoli – a suo dire – di non essere «veri cristiani».

Nel dicembre dello stesso anno ad Alamogordo, nel Nuovo Messico meri­dionale, il pastore della Comunità di Cristo Jack Rrock getta su un enorme falò i libri del maghetto Harry Potter, «capolavori di sotterfugi satanici». At­torno al “sacro fuoco”, ven­gono distrutte anche opere di William Shakespeare.

Usa, novembre 2002: nel Maine, un gruppo di integralisti reli­giosi inscena una protesta di piazza ancora una volta contro i romanzi del­la saga di Harry Potter: «Sono pieni di stregoneria e riti pagani», sentenzia il reverendo Douglas Taylor. Siccome le leggi dello Stato proibiscono di brucia­re libri pubblicamente, gli attivisti de­cidono di tagliare le pagine ad una ad una al grido di «Alleluia! Alleluia!».

          La lista è impressionante, ma quello che è più grave è il fatto che il fuoco ha continuato a bruciare. Solo due recentissimi esempi: il reverendo Terry Jones, dopo una notte durante la quale ha avuto una visione mistica, ha pubblicamente dato alle fiamme una copia del Corano proclamando poi “la giornata internazionale del Rogo del Corano”.

          E così la violenza si è diffusa e, oltre alle minacce di morte contro lo stesso reverendo Jones, gli integralisti hanno cominciato a bruciare le chiese cristiane in diverse parti dell’Africa.

Infine leggevo testualmente sul giornale “La Nazione” del 20/7/2012: Il deputato israeliano Michel Ben Ari, discepolo del rabbino Kahane, ha stracciato una copia del Vangelo. Per rendere la scena più eclatante, questo deputato ha fatto il gesto all’interno del parlamento israeliano, aggiungendo che: “il libro è abominevole, ha promosso l’uccisione di milioni di ebrei durante l’Inquisizione. Questa è un’orribile provocazione missionaria da parte della Chiesa, non c’è dubbio che il libro e coloro che lo hanno inviato appartengono alla spazzatura della storia”.

Bell’esempio di integralismo religioso.

Fratelli, dopo aver letto questa sconcertante sequenza di fatti, risulta chiaro che la volontà di affermare le proprie convinzioni bruciando i libri (ed insieme a questi le idee di chi li ha scritti) non conosce tregua: esi­sterà sempre un fanatismo pronto ad alimentare questi roghi. E quanto è successo agli autori prima citati, sembra destinato a non finire.

La stampa, dai tem­pi di Gutenberg, ha sempre raccontato e continua a raccontare ogni giorno agli uomini storie e poesie, piccoli eventi e lo sbarco sulla luna, idee geniali ed il crollo delle torri gemelle, bellissime preghiere e bugie colossali. Ma ogni giorno l’odio di altri vuole imporre cosa è giusto e cosa no. Sono finiti al rogo gli scritti degli avversari politici, degli “eretici”, quelli degli sconfitti di tutte le guerre o degli storici “scomo­di”, le idee e le teorie rivoluzionarie.

Che si tratti di religione, di intolleran­za politica, di inquisizione o di censura, di ignoranza o megalomania, il rogo di libri è il rogo della libertà. E la paura dei libri non è che paura degli uomini liberi.

Come certamente saprete, c’è stato chi ha saputo tessere una interessante trama intorno a quanto ci siamo detti sino ad ora, ed ancora c’è stato chi ha saputo trarne una pellicola cinematografica di grande successo.

Fahrenheit 451 è la temperatura a cui brucia la carta dei libri secondo il si­stema di scala adottato nei paesi anglosassoni. Fahrenheit 451 è anche il libro più noto di uno dei più noti romanzieri di fantascienza: Ray Bradbury morto nel 2012. Pubblicato nel 1953, resta leggendario anche per la regia cinematografica di Francois Truffaut del 1967.

Nel libro si racconta che in uno stato dal regime dittatoriale, leggere o possedere un libro significava commettere un reato grave. Grave al punto che esisteva un “corpo dei vigili del fuoco” preposto, non a spegnere incendi, bensì a bruciare ogni tipo di volume – ed a volte perfino la casa – di coloro che venivano sorpresi a leggere. Il popolo non poteva avere idee od opinioni personali. Si doveva solo guardare la T.V. attraverso la quale il regime comunicava ciò che si doveva o non si doveva fare.

“I libri rendono la vita triste, solo bruciandoli tutti gli uomini saranno veramente eguali e felici. Non c’è niente nei libri ed i libri non hanno niente da dire” Sono le parole del comandante.

Il protagonista, uno dei vigili del fuoco di nome Montag, spinto dalla voglia di conoscere, sottrae alcuni libri dal fuoco e li nasconde a casa. Ma anche sua moglie è presa dal sistema: i libri che suo marito ha portato sono secondo lei “non reali”, mentre ciò che lei stessa giudica “il suo mondo, la sua famiglia” sono i televisori attaccati ad ogni parete. E così sarà lei stessa a denunciare il marito alle autorità.

Ma Montag ha capito, dopo la lettura di alcuni dei libri si sente più consapevole, si fa coraggio e quando viene costretto ad incendiare la sua stessa casa, dove ha nascosto testi come Moby Dick o David Copperfield, si ribella. Prima uccide il capitano dei vigili del fuoco poi scappa e raggiunge un altro gruppo di sovversivi che facevano la resistenza al regime. Ciascuno di loro è diventato un uomo-libro dal momento che ha imparato a memoria uno dei testi ormai perduti che in questo modo sarà tramandato oralmente alle generazioni future. Anche Montag diventa uno di loro. Sembra di vederli questi uomini-libro nelle ultime pagine del romanzo, radunati attorno alle loro parole da cui risorge la memoria.

 I finali del libro e del film sono abbastanza diversi, ma ambedue molto interessanti. Nel romanzo, il capo dei ribelli dice a Montag: “Incontreremo una gran quantità di persone nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci chiederanno cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco perché, alla lunga, vinceremo”.

Nel film manca invece questa certezza nella vittoria e la scena finale è sostituita con quella di un ragazzo che sta cercando di imparare a memoria un libro dal suo nonno il quale, pian piano, si sta spengendo. L’immagine è suggestiva ed addirittura commovente. E’ il simbolo di come si può trasmette il sapere alle generazioni future: i libri si potranno forse bruciare, ma si possono conservare dove nessuno potrà mai trovarli, cioè nel proprio cervello.

Cari Fratelli, credo che le riflessioni sui temi proposti possano essere molteplici. Per quanto mi riguarda, ne metto una al vostro giudizio. L’ingresso prepotente di nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana, mi preoccupa.  Se vogliamo il pericolo non è più quello che i libri vengano bruciati, ma che vengano pian piano accantonati e, forse, dimenticati. E non parlo solo per il fatto (secondo me già grave) che stanno per essere sostituiti con quelli virtuali, ma perché quasi non ci rendiamo conto di quanto siamo presi e trasportati in un vortice inesorabile.

L’umanità sta cambiando, le immagini sempre più belle e veloci, catturano molto facilmente un individuo. L’uso continuo delle tecnologie ha portato molte persone a sentirsi parte di una nuova realtà sempre più semplice, basta un click per arrivare ovunque si voglia.

Non dobbiamo certo aver paura del nuovo, ed è vero che ci sono anche aspetti positivi, ma molti studiosi stanno lanciando l’allarme: stiamo disimparando a pensare, e leggere diventa sempre più una fatica.

Ma, se Fahrenheit 451 ci ha insegnato qualcosa, cerchiamo di non perdere il senso della misura, di non lasciarsi rimbambire dal fascino dei nuovi mezzi multimediali, di non costruirsi un mondo finto dietro ad uno schermo, piccolo o grande che sia, perché la vita reale è al di fuori del computer e del telefonino.

M. L.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

PAROLA D’APPRENDISTA

Carissimi Fratelli

Altre gallerie | Lascia un commento

RIFLESSIONI SULL’IMPORTANZA DELLA PAROLA

RIFLESSIONI SULL’IMPORTANZA DELLA PAROLA

E SUI SUOI DIVERSI SIGNIFICATI

Rispettabilissimo Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,

       tutti noi sappiamo che la nostra Istituzione si fonda sui concetti di FRATELLANZA, UGUAGLIANZA e di LIBERTA’. Non a caso un profano, prima ancora di essere introdotto nel Tempio, deve dichiarare di essere un Uomo Libero e la stessa Massoneria, come è stato detto più volte, si ripropone di riportare l’ideale di Libertà nella società profana, per evitare che non siano prevaricati i Diritti dell’Uomo a qualsiasi ceto sociale, razza o religione esso appartenga.
       Nelle scuole e nelle università del Medio Evo gli insegnamenti venivano fatti basandosi sui testi obbligatori imposti dalla Chiesa che così controllava (ed ancora tenta di controllare) il pensiero delle nuove generazioni.
       Nella odierna civiltà profana, assistiamo poi al tentativo di massifica re gli individui già adulti e le loro idee, a favore di una società politico—economico—religiosa sempre più forte e prevaricatrice.
       Una delle possibilità di contrastare tutto questo e di rendere la società profana, è quella della Libertà di espressione e di pensiero.
       Ecco quindi una prima riflessione: il principale mezzo per rendere possibile questa libertà espressiva è la PAROLA.

PAROLA QUINDI = PENSIERO = LIBERTA’.

       Ma la Parola non è solo strumento di comunicazione con gli altri, essa serve anche quale mezzo di riflessione interiore. Pensiamoci bene: ognuno di noi, quando sta in silenzio qui in Loggia tra le Colonne, riflettendo, parla dentro di sé, usa cioè la Parola nel suo interno.
       Mentre la comunicazione interpersonale supera in qualche modo lo spazio che ci circonda, la comunicazione interpersonale appare come il mezzo fondamentale per superare il tempo.

PAROLA QUINDI = LETTURA INTERIORE.

       E’ vero che la Parola è il mezzo fondamentale della comunicazione, ma non è l’unico. La Massoneria ha saputo tradurre moltissime Parole in Simboli, perché le stesse possano essere comprensibili a tutti  i Fratelli del mondo.
       La Parola è un Simbolo come lo è per esempio un Mattone. I Mattoni, per chi vuole costruire, possono dar luogo ad un muro e continuando possono edificare un Tempio. Le Parole combinandosi tra loro formano messaggi, discorsi, poesie, balaustre ecc...
       Ecco quindi una terza riflessione: PAROLA = SIMBOLO.
       Abbiamo visto fino ad ora che ciascuno può interpretare un messaggio, sia se questo è parlato (con la Parola), sia se è visivo (con i Simboli) ma può farlo anche se questo è provocato soltanto da strumenti. Voglio dire che in Loggia tutti i Fratelli possono riflettere ascoltando le parole del Maestro Venerabile, oppure possono cercare dentro il loro animo osservando i vari Simboli, ma possono farlo anche ascoltando la musica.
       Sappiamo bene che il Fratello Mozart ha composto decine di brani con profondi significati Massonici ed ascoltando questi si possono provare sensazioni simili o forse più intense di tutte le altre. C’è quindi una profana analogia tra parola e musica, basti pensare a quel grandioso inno alla Fratellanza che è la nona sinfonia di Beethoven: .. .“an die Freud”...
       Ebbene, il grande compositore l’aveva creato traducendo in musica le parole scritte da un grande poeta quale era Friedrich Schiller.
       Ecco perciò che PAROLA = LIBERTA’ CREATIVA = MUSICA.
       C’è un famoso libro dal titolo “Farenheit 451”, dove l’autore narra di un regime stolto e dittatoriale che aveva dato ordine di bruciare tutti i libri allora esistenti (l’analogia con quanto è accaduto veramente in Germania durante l’avvento del Nazismo è fin troppo evidente.)
       Ma i componenti un gruppo di partigiani, prima di consegnare con la forza gli ultimi libri alla polizia, erano riusciti ad impararli a memoria: così si era organizzata la resistenza al regime, ed ogni uomo—libro cercava poi di tramandare ad altri il suo sapere. Ad un certo punto il capo dei partigiani dice una frase che è il significato del libro stesso: “. . .noi ricordiamo e per questo vinceremo...
       I libri, e le parole in essi contenute, servivano a fissare il pensiero dell’Uomo ed a tramandarlo nel tempo, per questo anche noi abbiamo l’obbligo di proteggere la Parola, perché in essa c’è la sola possibilità di ricordare il passato.
       Fratelli, anche io, quale appartenente alla grande Famiglia Massonica sottoposta di continuo agli attacchi di Forze profane ed ignoranti, non vi nascondo di sentirmi molto vicino a questi partigiani, ed è per questo che mi viene spontaneo di dire che PAROLA SCRITTA - CONTINUITA’ DELLA TRADIZIONE MURATORIA.
       Ma voglio finire con la definizione che un grande umanista ha dato della PAROLA: sono opere di noi Uomini tutte le cose che vediamo: le case, i villaggi, le città. Sono opere nostre le pitture, le sculture, le scienze, le invenzioni. Sono opere nostre le varie lingue e LA PAROLA, un ingegnoso strumento che i primi uomini, quando si accorsero di non poter vivere soli, senza un reciproco aiuto, inventarono per comunicare agli altri i propri sentimenti...”
       Carissimi Fratelli, nel ringraziare il Fratello Santini per la bella Tavola che ci ha proposto e che spero serva di spunto per molte altre osservazioni o riflessioni, vorrei sollecitare tutti a far sì che i    nostri Lavori siano sempre di più ricchi di queste iniziative, anche se modeste.
       Mi rivolgo in primo luogo agli Apprendisti, ma ricordo a tutti che oltre che con l’esempio, è anche CON LA PAROLA che potremo realizzare quell’Edificio da costruire per il bene dell’Umanità ed alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo.

M. L.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

L’ULTIMO VIAGGIO DI ULISSE

“L’ULTIMO VIAGGIO DI ULISSE”  FR. C. S.

…DALLA SUA PATRIA – ITACA –

…ALLA GENTE CHE IGNORA IL MARE,

ALLA SUA “VERA” PATRIA

…DAL MONDO DELLA MATERI.

…AL MONDO SPIRITUALE

… AL REINTEGRO CON IL DIVINO.

Una stupefacente rilettura per la nostra

“Anima da Iniziati”

Credo che uno dei principali effetti della Libera Muratoria sia di agire indirettamente, quasi senza accorgersene, sulla nostra “ ANIMA DA INIZIATI ” e far sì che essa “transiti intuitivamente” – spontaneamente – da un piano “Materiale / Fisico” a uno “Spirituale / Metafisico”  fino al raggiungimento della così detta “coscienza cosmica”. Questa “trasmutazione dell’anima” si ottiene sfruttando l’arma migliore posseduta dall’uomo, cioè la “Volontà “, continuamente “potenziata”, nel nostro caso specifico, dal “Lavoro Massonico”.  E’ grazie a questa “straordinaria forza interiore” che noi possiamo compiere il nostro “ ULTIMO VIAGGIO”.

Il “viandante”, è la rappresentazione allegorica dell’Uomo, del Maestro Libero Muratore che percorre, con un cammino senza fine, la sua “strada iniziatica-spirituale”. Egli pur rimanendo sempre il “medesimo” uomo, in realtà muta continuamente in un “altro”…come quando si osserva un fiume… esso rimane sempre il “medesimo”…sempre lo stesso fiume…”sempre uguale” …che “passa e resta”…ma l’acqua, che scorre nel suo alveo, non è mai la stessa…è “sempre diversa”…sempre un’”altra”. A tal punto che, è impossibile sapere dove si trova la sua anima… nello spazio e nel tempo nella sua marcia perpetua. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges dice che la Sfinge chiedeva a tutti i viandanti: non “quale sia” l’animale che da piccolo cammina a quattro zampe, da grande con due e da vecchio con tre, ma “dove esso sia ” cioè dove fosse la posizione dell’uomo (della sua anima), nello spazio e nel tempo. Questo era il vero “enigma” .

La lettura dell’Odissea di Omero ci stimola a riflettere su questo particolare e affascinante tema: il passaggio dal mondo della materia a quello spirituale, fino al reintegro nel divino, che rappresenta il nostro ultimo e “vero approdo”… la nostra “vera patria”. Mi riferisco in particolare all’episodio, riportato nel libro undicesimo dell’Odissea (Nota 1°), dove è predetto, dall’indovino Tiresia, il così detto “ultimo viaggio di Ulisse”. Tiresia, maestro della verità, indica a Odisseo (Ulisse) la via che dovrà percorrere nello spazio e nel tempo. Gli dice che, ritornerà a Itaca, terra dei suoi padri, ma solamente dopo molte difficoltà dovute all’ira di Poseidone (Nettuno), perché Ulisse aveva accecato suo figlio Polifemo (Nota 2°). Dopo aver punito i Proci (Nobili di Itaca e dei territori vicini che aspiravano al suo trono, contendendosi la mano di Penelope, sua sposa) Ulisse ripartirà per il suo ultimo viaggio, portando un remo. Ulisse “Volgendo le spalle al mare” si dirigerà verso una valle dell’entroterra, fino ad arrivare in un luogo dove le “genti” non conoscono il mare, né le navi con i fianchi purpurei, né i remi e non si nutrono di cibi conditi con il sale. Tiresia gli predice che il “segno” dell’arrivo in quel luogo, sarà quando troverà un viandante che scambierà il remo con un ventilabro. Il viandante, infatti, chiederà a Ulisse se è un “ventìlabro” quello che porta sull’omero. Dopodiché…Ulisse dovrà subito piantarlo in terra e offrire in sacrificio a Poseidone un toro, un ariete ed un verro aggressivo…poi Ulisse ritornerà in patria…dove gli giungerà la morte, consumato da mite vecchiaia.

Qual’ è il significato di questo episodio?

Credo che i punti chiave siano rappresentati dal mare, dal remo, dal paese senza sale e senza mare, e dal ventìlabro. Ulisse rappresenta l’allegoria dell’uomo, dell’anima umana, che passa, grazie a un percorso di purificazione e spogliazione progressiva, da un piano materiale (fisico: mare, remo, navi, colori purpurei, sale) a uno spirituale (metafisico: dove le genti sono inesperte del mare, delle navi e del sale; ignorano il remo a tal punto da scambiarlo con un ventilabro, strumento che conoscono bene e sono capaci di usarlo). Porfirio (Nota 3°) approfondì le interpretazioni allegoriche dell’Odissea scrivendo un’opera dal titolo “La filosofia di Omero”. Egli considerava, infatti, Omero un autentico filosofo; maestro di Platone; un poeta ispirato che sotto la finzione letteraria nascondeva significati trascendenti. I miti omerici, diceva, offrono una visione dei misteri divini e si rivolgono a “anime iniziate” che intendono elevarsi al divino. Anche secondo Plotino (Nota 4°), gli episodi omerici, sono di origine divina, perché emanati proprio dalle divinità; essi agiscono sull’anima elevandola sino al fine supremo dell’unione con il divino. Il pensiero filosofico dominante sia di Plotino sia di Porfirio fu, infatti, la riflessione sul “progresso del pensiero” (dal corporeo all’incorporeo, dal molteplice all’Uno); cioè sul “processo di ascesa al divino” (Nota 5°). Porfirio, considerava “Ulisse” il simbolo dell’anima umana che cerca il divino e il “mare” è il simbolo della materia. Anche nella dottrina platonica dei principi, il mare, rappresenta la “materia” (Nota 6°), che equivale al principio contrapposto all’Uno, cioè al principio della molteplicità, della disuguaglianza, dell’indeterminatezza e del disordine. L’anima umana, dopo essere caduta nella materia (simboleggiata dall’acqua, dal mare, dal remo, dal sale (Nota 7°) desidera tornare alla sua vera patria, all’Assoluto e per fare questo attraversa molte peripezie passando attraverso tutti gli stadi della ri-generazione, fino a ritornare tra coloro che sono “estranei ad ogni flutto ed inesperti del mare”. Ulisse ri-diventa come loro “ inesperto del mare” (anima inesperta) cioè non limitato, non dotato di scopo. Cosi la fine del saggio è quella di ritornare all’inizio: Ulisse è ritornato “apriron amorphian” (“terra dall’infinita mancanza di forma”) cioè  “infinito”. Pertanto la valenza di questa interpretazione allegorica è duplice: da un lato è filosofica (Ulisse simbolo dell’anima, il mare simbolo della materia, la gente inesperta del mare simbolo dello spirito) e dall’altro è etico-religiosa (l’anima deve staccarsi dalla materia per tornare a Dio). (Nota 8°).

Affascinante, in questo episodio omerico, è anche la simbologia del “ventìlabro”. Esso non è altro che una pala di legno assomigliante a un remo, ma si differenzia da questo per la presenza di alzate laterali. Il ventìlabro (significa “lavorare con il vento”) serve per impalare il frumento (pula e seme) e lanciarlo in aria facendoli fare un ampio arco – di solito nelle ore pomeridiane quando Zefiro è più costante- . La “pula”, più leggera, è portata via dal vento, il “seme”, più pesante, cade a terra per poi essere raccolto. Il ventilabro, quindi, è simbolo di “separazione”. Esso grazie al vento (simbolo dell’”anima”, potenziata dal continuo lavoro interiore e dalla forza di volontà) separa… la pula (simbolo della materia… tutto ciò che non è necessario) dal seme (simbolo divino, perché racchiude in sé il “grande mistero della natura”… il ciclo della vita, della morte e della rinascita.) (Nota 9°).

CONSIDERAZIONI  FINALI

Voglio terminare la mia tavola magnificando il significato di “ANIME INIZIATE” – termine che ho utilizzato sia nel titolo sia nell’introduzione – Essere iniziato significa: ricevere le chiavi della porta di questo “magico percorso” per la  “nostra anima”. Significa iniziare a essere stimolati dagli enigmi che avvolgono il nostro misterioso vivere (sempre il mistero è glorioso, sempre sia lodato), noi siamo al mondo non tanto per risolvere gli enigmi ma per amarli. Significa avvicinarsi al mondo della simbologia, del mito, della allegoria, della natura. Significa iniziare a comunicare in modo “intuitivo” con l’universo, con il divino. Significa rendere tutto più sottile, trasparente, chiaro, sintetico, assoluto (significa iniziare a “separare il sottile dallo spesso con maestria”). Significa iniziare un viaggio attraverso un “labirinto” (il nostro percorso iniziatico), cercando di evitare gli ostacoli, di non farsi sbalzare fuori e di arrivare al centro. Significa concentrarsi su noi stessi, perché questo labirinto è dentro di noi e deve portarci verso una sorta di “Tempio Interiore”, dove risiede la parte più misteriosa e spirituale della nostra individualità, del nostro essere. Questo viaggio deve caratterizzarsi da un “progressivo e lento distacco” dall’”Oscuro” alla “Luce”; dal “Materiale” allo “Spirituale”, dal “Perituro” all’”Eterno”, dall’”Istintivo” (irrazionale/passionale) all’”Intelligenza”…alla “Saggezza”. 

Mi piace finire con una frase, ripresa, ancora una volta da Plotino: « L’insegnamento giunge solo a indicare la via e il viaggio; ma la visione sarà di colui che avrà voluto vedere »

  NOTE

Omero, Odissea: Libro undicesimo: « Ed ecco l’anima apparve del vate Tiresia…del dolce ritorno tu vuoi sapere Ulisse…eppur, benché da sciagure colpiti, ad Itaca giungerai…ritorno farai su nave straniera alla patria e troverai nella casa sventura: superbi uomini che i tuoi beni divorano e insidiano con offerte di nozze la tua sposa divina. Ma di morte tu punirai la protervia…punito i Proci… prendi un remo spianato e migra al più presto di là, fin tanto che a genti tu giunga che ignorano il mare né si nutrono di cibi conditi col sale; che nulla sanno di navi coi fianchi purpurei né di remi lisciati…e un segno ti annunzio ben manifesto: quando un viandante ti chieda incontrandoti se un ventilabro è quello che porti su l’òmero, ficca subito in terra il remo spianato ed offri vittime belle al sovrano Posidone, un toro e un ariete e un verro aggressivo, prolifico…»

2°. Polifemo è un Ciclope, è il simbolo della “materia” (della vita sensibile, della forza primitiva degli impeti passionali e selvaggi del cuore); il cui unico occhio simboleggia il dominio di forze oscure, non controllate dalla razionalità. Polifemo è figlio di Thossa e Poidone – poseidon vuol dire “ materia”, “essenza umida” che si agita come le onde del mare. Il filosofo Omero, impersonificandosi con Ulisse, acceca Polifemo, distaccandosi simbologicamente dalla materia e elevandosi su un piano spirituale, quello della “contemplazione” (Theoria).  Porfirio critica Odisseo per aver ucciso Polifemo violentemente, perché secondo lui è un errore re-scindere in modo improvviso, rapido, il legame con il sensibile – altrimenti le tracce dolorose dello strappo rimangono. Il “distacco” deve essere lento; la migliore separazione è quella ottenuta con il superamento dell’oblio, mediante un progressivo e costante “esercizio intellettuale – spirituale”, simile a una “pratica ascetica” (Ascesi deriva dal greco “askesis”, che vuol dire esercizio, allenamento di un atleta per il superamento di una prova. Per ascetismo si intende una  << regola di vita tesa a raggiungere, attraverso il distacco dalle cose terrene, quella purificazione dell’anima che consente di dedicarsi compiutamente alla vita spirituale  e contemplativa, fino all’unione mistica con la divinità >> . Nel nostro caso ci si riferisce a un “ascetismo terreno” – vicino alla filosofia della Grecia antica – dove non è necessario per praticarlo ritirarsi dal mondo, al contrario dell’”ascetismo extraterreno” , quello praticato dell’”eremita” – che vive isolato o del “monaco” che vive in comunità – monasteri-. Quest’ultimo tipo di ascetismo era ostacolato anche dalla religione ebraico-cristiana alle origini. Infatti, l’ascetismo praticato dagli Apostoli era chiaramente di tipo terreno – perché derivava direttamente dalla filosofia antica – esso non insegnava a estraniarsi dal mondo, anzi a diffondere la “Parola” andando verso il mondo.) Ulisse quando ritorna nella sua patria, dopo il suo primo e tormentato viaggio, a Itaca, si consiglia con Atena, dea della “Saggezza”; egli è infatti alla ricerca della “saggezza”, frutto di ascesi, conoscenza e azione. Azione è spogliarsi delle tuniche per ritornare alla propria, vera “essenza”, al “nous” (Intelletto)… al fine supremo di assimilarsi a Dio (Deus meumque ius). E’ qui, nelle viscere più profonde dell’uomo, che Dio ha la sua sede, ossia in “nous”.   L’unione con il divino, si realizza, pertanto, contemplando il Dio che è in ognuno di noi, in un” incontro da solo a solo”, non dopo la morte ma in questa vita. Questo incontro risulta possibile perché l’intelleggibile ( tutto ciò che può essere capito o conosciuto con l’intelletto) ed il divino fanno parte di noi; entrambi  sono legati ed affini. L’anima umana, quando troverà la luce, riceverà le istruzioni sulla vita eterna, come Ulisse, che ha ricevuto istruzioni da Atena, la “Saggezza Divina”.

   3°. Porfirio : nacque a Tiro in Fenicia nel 233 d.C.; studiò filosofia ad Atene e poi a Roma, diventando allievo di Plotino. Egli compose la prefazione delle “Enneadi”, l’opera più importante di Plotino ; morì in Sicilia intorno al 270 d.C.

4°. Plotino è stato uno dei più importanti filosofi dell’antichità greca-romana, erede di Platone e padre del neoplatonismo. Nacque nel 203 d.C. in Egitto e morì in Italia (Campania) nel 270 d.C. dopo aver trascorso gran parte dei suoi anni a Roma.

5°. “Processo di ascesa al divino” secondo Plotino e Porfirio : questo itinerario dell’anima verso Dio coincide con una tensione verso la propria interiorità più profonda, per cogliere in noi stessi l’”Uno”, fondamento del Tutto. L’anima, intesa come coscienza e riflessione, si rivela a se stessa e si coglie come unità unificante del molteplice. Questa ”unio mystica”, frutto di una disciplina interiore, estranea alla magia, è una “fuga da solo a solo” – per ascoltare e contemplare in sé il divino trascendente. L’antico motto di Socrate “ conosci te stesso”, è interpretato da Plotino e sviluppato da Porfirio nel senso di conoscere l’essenza dell’universo che è l’”anima“, capace di incentrare in sé l’”universo tutto”. Plotino, riferendosi ai misteri, afferma che è possibile vedere l’Uno ed è possibile vedere se stessi colmi di luce intellettuale e anzi divenuti noi stessi quella luce. L’oggetto ultimo della loro filosofia era di prepararsi alla morte.

6°. Mare. L’immagine del mare è il simbolo della materia “hylè”. La materia è inerte, fluida, amorfa, senza forma, priva di vita, priva d’intelligenza, priva di anima, priva di pensiero, senza qualità. Essa sempre diviene e mai permane in uno stato particolare e per questo infinita, illimitata, senza ordine. La materia è identificata anche con il male perché danneggia le anime, come tutto ciò che è corporeo. Plotino la paragona a un fiume impetuoso e instabile – una realtà perennemente fuggevole “indefinita” (aoristos) e illimitata in profondità ed in larghezza. I platonici applicano il concetto di materia anche al “corpo umano” e ai “corpi in genere” (rheustos). Dobbiamo precisare che questa concezione della materia risale in ultima analisi alla mitica cosmogonia del Timeo di Platone. Per Aristotele lo “ spazio o luogo “ (chora) e la “ materia” erano identificati in una sola cosa; nel medio platonismo si individuano due soli principi “Dio” e “ Materia”. La materia è incorporea perché è diversa dai corpi chesono una sintesi tra materia e forma. Il cosmo (Kosmos) deriva da “diakosmesis”(ordinamento). Questo termine sembra sia stato coniato da Pitagora, che designando in tal modo per primo l’universo. Il “cosmo” è il mondo come totalità ordinata “ordos” e armonica rispetto al “chaos” originario. La materia, a differenza del cosmo, è senza ordine “ disordinata” ed è “resistente” alla “ provvidenza divina” che cerca di operare, combattendo contro i demoni ulici – demoni della materia-cercando di portare la materia all’ordine.  La terra…il mondo terrestre…la materia  abitata dai demoni ulici, è “ priva di luce –tenebrosa , oscura”; il mondo celeste – spirituale, abitato da dei, eroi e demoni buoni, è invece “invaso dalla luce .

. Il sale è sacro e oggetto di tabù; appartiene sia alla vita e sia alla morte, conserva e distrugge. Per gli uomini può essere simbolo di ospitalità, amicizia, vita comunitaria; esso è anche un agente di purificazione e un ingrediente di filtri magici.  Il sale è il simbolo del mondo della materia, della generazione, dei sensi, dell’autocoscienza: vi si associano lacrime, amarezza, tristezza. Uscire dal mare, significa liberarsi del sensibile e purificarsi (sale e mare sono quindi anche agenti di purificazione). Plutarco menziona il divieto di non usare sale nei periodi di purificazione e astinenza, perché esso suscita sete, appetito e desiderio sessuale. La liberazione finale di Ulisse è di uscire al mondo della materia, arrivare tra uomini che non ne hanno esperienza: non mangiare cibo mescolato a sale significa “purezza”, non cedere ai piaceri, non nutrirsi di illusioni e seduzioni corporee.

. Questa riflessione “antica” sembra acquisire anche una valenza di tipo socio-politico. Basta, infatti, pensare alla nostra società contemporanea, piatta e folle, dilaniata dal dilemma morale tra desiderio materiale e ricerca spirituale…dove conta solo ciò che appare, dove crediamo… ci illudiamo che sia possibile possedere…ottenere tutto, dove tutto si vende e dove tutto si compra. Comunque mi chiedo che cosa può davvero saziare il desiderio dell’uomo?

9°. Il termine “Ventìlabro” è riportato anche nel Vangelo di Matteo ( Mt., 3,12) dove si parla della predicazione del Battista: << Egli ha in mano il ventìlabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile>>. Crisostomo (dottore della Chiesa Greca, nato ad Antiochia intorno al 348 d.C.) commenta questo versetto dicendo che il Battista ha in mano il ventilabro per incalzare il popolo giudaico che facilmente si rilassava e cadeva nella negligenza, presentandoli il castigo eterno: brucerà la pula con fuoco inestinguibile! Egli ammoniva il suo uditorio esortandolo a non essere pula ma rimanere grano; perché mentre il grano non è intaccato dalla ruota dentata del carro, la pula invece è calpestata da tutti.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

MASSONERIA E LETTERATURA UMORISTICA

Massoneria e letteratura umoristica

Una quota importante della letteratura di intrattenimento è senz’altro rappresentata dal genere comico ed umoristico. Il suo obiettivo è quello di farci ridere. Tuttavia è auspicabile distinguere testi che hanno lo scopo di suscitare nel lettore una semplice risata che si esaurisce nella battuta da quelli che invece mirano, attraverso lo scherzo, a innescare nel lettore una riflessione più profonda.

Credo che sia quest’ultima la letteratura umoristica che dovrebbe avere la precedenza in massoneria. Nel linguaggio comune il termine «umorismo» è spesso usato impropriamente come sinonimo di comicità e giovialità: si dice che chi «ha senso dell’umorismo» è spiritoso e scherzoso, fa ridere e accetta gli scherzi. Chi ne è sprovvisto è invece serioso e spesso permaloso e incapace di cogliere situazioni divertenti e comiche. Tuttavia è bene sottolineare che non tutto ciò che è ilare o che suscita le nostre risa è umoristico. È necessario distinguere una comicità fine a sé stessa da un umorismo arguto. La comicità si propone come obiettivo di provocare una risata per puro divertimento, l’arguzia si situa ad un livello superiore perché mira ad un piacere intellettuale. Analogamente l’umorismo e la satira sono strumenti che servono per aprirci gli occhi e riflettere su alcuni aspetti della realtà che sovente vengono ingiustamente dimenticati. Un maestro della letteratura italiana che si distinse per l’impiego calibrato di tale ausilio è Luigi Pirandello che oltre ad aver studiato i meccanismi del riso utilizzò l’umorismo e l’arguzia per descrivere cosa si nasconde dietro le apparenze dei comportamenti dell’uomo. In questo senso l’umorismo, al di là dell’apparenza del divertimento, lascia intravvedere una dimensione a volte triste e amara. Questo modo di comunicare verità scomode si diffonde nella seconda metà dell’ottocento soprattutto nella borghesia che privilegia un atteggiamento moderatamente critico e che rappresenta uno dei tratti distintivi della classe media. In effetti alcuni dei più importanti autori del romanzo borghese sono anche stati dei sottili umoristi. Si pensi ad esempio a Charles Dickens, Italo Svevo e James Joyce.

La comicità si propone come obiettivo di provocare una risata per puro divertimento, l’arguzia si situa ad un livello superiore perché mira ad un piacere intellettuale.

Le forme del testo comico

I contorni poliedrici del testo comico e umoristico sono svariati e ardui da catalogare dal momento che spesso le molte tipologie sconfinano una nell’altra arrivando parzialmente a sovrapporsi. Tuttavia una classificazione utile, anche se non ineccepibile, potrebbe essere la seguente: si è in presenza di una satira quando una persona o una consuetudine sociale vengono dileggiate o sbeffeggiate. Siamo per contro confrontati ad una parodia quando si imita qualcuno ridicolizzandolo; si tratta di una specie di dissacrazione di ciò che il soggetto rappresenta; essa è particolarmente diffusa nell’ambito carnevalesco. Quando l’imitazione raggiunge il parossismo si perviene alla caricatura, cioè una tecnica che prende di mira soprattutto personaggi noti come uomini di potere, politici, o personaggi del mondo dello spettacolo. La comicità diventa ironia se non addirittura sarcasmo quando vengono espressi giudizi opposti a quelli che palesemente sono difesi dall’autore. In questo caso le parole diventano veri e propri oggetti contundenti che intendono ferire intenzionalmente la vittima.

Il meccanismo della risata

Che cosa in una situazione particolare fa scattare la molla della risata? È difficile rispondere a tale domanda. Filosofi, psicologi e critici letterari hanno cercato di procedere ad una anatomia della risata per cogliere quell’elemento necessario e sufficiente per innescare il riso. Ma l’operazione si è rivelata complessa dal momento che l’oggetto riso presenta dei contorni sfumati, è sfuggente e mutevole. Esso dipende dal momento, dalle circostanze, dal nostro ambiente. Gli studi hanno piuttosto messo in evidenza le tecniche in grado di provocare la risata. Vediamo le più conosciute: una fonte inesauribile di comicità è il gioco degli equivoci, dei malintesi, dei giochi di parole, delle espressioni ambigue, dei doppi sensi. Anche la goffaggine degli individui è spesso soggetto di risate. L’imbarazzo, l’errore lo scambio di persone suscitano per lo più situazioni spassose. Anche l’esagerazione, tutto ciò che è accentuato, sopra le righe sortisce una reazione ilare. Appare buffo, strampalato anche chi si trova fuori posto, nel luogo e nel momento sbagliato. Altre tecniche impiegate per suscitare risate sono il caso insolito oppure i casi strani, bizzarri e stravaganti. In linea di massima si può dire che la legge della risata si fonda sul rovesciamento. Ci fa ridere tutto ciò che è contrario a quello che abitualmente vediamo o di cui abbiamo esperienza. Pirandello parlava di avvertimento del contrario come facoltà di cogliere dimensioni del reale che non coincidono con ciò che normalmente avviene. Scrive Pirandello «Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti…e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere.» All’avvertimento può inoltre seguire il sentimento del contrario, che sopraggiunge quando riflettiamo sulla scena comica e prendiamo coscienza dei suoi tristi e dolorosi risvolti. Dietro la maschera imbellettata dell’anziana signora scorgiamo la sofferenza di chi vede sfuggire la giovinezza e con essa l’amore per la persona desiderata. Il sentimento del contrario è quindi l’autocoscienza dell’essenza amara di un fatto ed in ultima analisi della vita stessa.

Ci fa ridere tutto ciò che è contrario a quello che abitualmente vediamo o di cui abbiamo esperienza.

L’umorismo tra Fratelli

Credo che l’umorismo rappresenti uno strumento privilegiato per disinnescare inutili e pericolose tensioni tra Fratelli.

Mi piace pensare che l’umorismo ed il buon umore possano essere dei tratti caratteristici del Libero Muratore. In un’associazione come la nostra nella quale le persone si incontrano frequentemente è facile che possano sorgere delle incomprensioni, dei dissapori e addirittura conflitti. Ebbene credo che l’umorismo rappresenti uno strumento privilegiato per disinnescare inutili e pericolose tensioni tra Fratelli. Molte volte l’umorismo avvicina le persone e riesce ad appianare situazioni difficili. Nel Motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio Freud considerava l’umorismo come un meccanismo comunicativo che permette al soggetto di esprimere i contenuti dell’inconscio, solitamente repressi, in modo non traumatico o aggressivo per l’interlocutore. La battuta rappresenta un canale di sfogo: libera l’energia che impegniamo nel tenere sotto controllo impulsi aggressivi del nostro inconscio. La liberazione della tensione ed il rilassamento che ne consegue risultano pertanto benefici. Inoltre ricordiamoci che come diceva Aristotele «l’uomo soltanto, fra tutti gli animali ride». Il riso in effetti risulta una proprietà specifica del genere umano. Che ridere costituisca un’azione immanente all’uomo lo si può desumere dal fatto che nessuna civiltà o etnia è stata finora trovata priva della capacità di ridere. Da questo punto di vista si può quindi dire che ridere è segno di umanità. Una persona che non ride mai rivela qualcosa di sinistro, di poco raccomandabile, in fin dei conti di disumano. Solo l‘uomo ride e solo l’uomo parla ma anche il riso e l’umorismo sono una forma di linguaggio, un codice universale che ci permette di trasmettere e condividere emozioni e stati d’animo, a condizione naturalmente di possedere un minimo di arguzia per coglierne le innumerevoli sfaccettature. D.B.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

VALORE E SENSO DEL NOSTRO LAVORO

Valore e senso del nostro lavoro

Il concetto che Henry Ford aveva dell’operaio medio è oggi ormai quasi completamente abbandonato e il lavoro in serie della catena di montaggio è diventato il simbolo del lavoro alienante e frustrante che nessuno farebbe se avesse altre possibilità. Ma dall’affermazione che il lavoro monotono è un supplizio per qualsiasi essere umano non discende logicamente che il lavoro “variato” sia necessariamente una caratteristica sempre desiderabile. In effetti una variazione troppo accentuata nel proprio lavoro è fonte di stress, di costi energetici (fisici, mentali ed emozionali) altissimi. Il tempo per la famiglia, gli amici e lo svago si assottiglia notevolmente a causa del bisogno di aggiornamento costante. Con un lavoro soggetto a molteplici cambiamenti si aumentano le difficoltà a strutturare e organizzare il tempo, a stabilire dei contatti sociali gratificanti, a formarsi un’identità e un ruolo sociale. Per molti imprenditori dell’industria contemporanea la flessibilità favorirebbe l’aumento dell’occupazione. In realtà, analisi oggettive e rigorose del mondo del lavoro, mostrano eloquentemente che la flessibilità diventa spesso un semplice sinonimo di precarietà, un attacco generalizzato al diritto del lavoro. Il suo quadro etico e normativo, anziché considerarlo, come si dovrebbe, un’irrinunciabile acquisizione della modernità, viene oggi interpretato come un arcaismo, un retaggio del passato. La nuova società che si sta rapidamente costituendo è composta da un ristretto gruppo di privilegiati con un posto stabile, ben retribuito, con buone prospettive di carriera e di gratificazione personale e un altro composto da lavoratori temporanei, precari, senza una dimora lavorativa stabile, impiegati sulla base delle fluttuazioni del mercato. Le conseguenze di un lavoro intermittente, a chiamata non sono rilevabili solo nell’immediato ma anche sul lungo periodo. I progetti di vita rinviati potrebbero diventare irrealizzabili, le esperienza di vita frammentarie faranno emergere un curriculum eterogeneo, discontinuo e dunque poco apprezzato. In poche parole i costi personali e sociali della flessibilità minano la qualità di vita in modo incisivo. Ebbene il nostro Ordine, da sempre mosso da ideali di giustizia e fratellanza, ha secondo me il dovere di stigmatizzare questi cambiamenti e di arginarli, forse anche solo diffondendo quelle ricerche scientifiche che mostrano che la flessibilità non solo non contribuisce ad aumentare la libertà dell’individuo ma altresì non sembra neppure potersi vantare di una maggiore efficienza.

Daniele Bui

Tema

Il lavoro

Se il compito dell’Apprendista è quello di imparare, dal Compagno ci si attende che sappia mettere in pratica ciò che ha appreso. Il lavoro è quindi al centro dell’attività del Compagno ed è appunto su questo tema che vorrei attirare la vostra attenzione.

Daniele Bui, Loggia Il Dovere.

Il lavoro nell’antichità e nel Medio-Evo

Tradizionalmente il lavoro è stato percepito come un’attività forzata e penosa. Si pensi

– Alla sentenza divina nella Bibbia: “Tu guadagnerai il tuo pane con il sudore della tua fronte”

– O al mito dell’età d’oro, un’epoca felice nella quale l’uomo non aveva bisogno di lavorare. Parlando dei primi uomini, Platone dice che: “ Avevano frutti abbondanti dagli alberi e da molte altre piante, che nascevano non ad opera dell’agricoltura, bensì perché la terra li produceva spontaneamente … È facile, aggiunge Platone, giudicare che gli uomini di allora erano infinitamente più felici di quelli di oggi” (Il Politico, 272°)

– La lingua stessa traduce questo concetto: L’etimologia di lavoro, in francese, travail, viene dal latino popolare tripalium, che designa sia uno strumento al quale si sottomettevano i cavalli per ferrarli, sia uno strumento di tortura. Tripaliare (in latino volgare) significa torturare.

– Si parla anche di travaglio nel caso di donne che stanno partorendo per sottolinearne la sofferenza. Per i greci il lavoro ha sempre rappresentato la miseria e non certo la nobiltà dell’uomo.

Callicle, nel Gorgia di Platone, afferma che l’uomo che lavora con le mani, va disprezzato, va chiamato banausos per offenderlo e addirittura sembra che nessuno avrebbe voluto dare la propria figlia come sposa ad un costruttore di utensili. Per Aristotele gli “operai meccanici” non avevano neppure diritto di cittadinanza tant’è che li aveva relegati al rango di schiavi.

Marco Terenzio Varrone, parlando degli strumenti con cui si lavora la terra, li divide in tre categorie: strumenti parlanti (=schiavi), strumenti semiparlanti (=buoi), strumenti muti ( =gli utensili) L’opposizione tra schiavi e liberi si estendeva all’opposizione tra tecnica e scienza, tra forme di conoscenza legate alla manipolazione e una conoscenza pura espressa nella contemplazione della verità. Il disprezzo per gli schiavi, considerati inferiori per natura, si ampliava così alle attività che essi esercitavano.

Le sette arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia) si chiamavano liberali perché erano le arti proprie degli uomini liberi in quanto contrapposti ai non liberi o schiavi che esercitavano le arti meccaniche o manuali.

La rivalutazione del lavoro manuale

Per una rivalutazione della vita attiva bisognerà attendere fino al 1400. L’elogio delle mani, che è presente nei testi di Giordano Bruno, la difesa delle arti meccaniche, che compare in tanti testi di ingegneri e di costruttori di macchine del 1500 e che viene ripresa da Bacone e Galileo possono essere compresi e valorizzati pienamente solo tenendo conto del contesto storico nel quale emergono.

Per rendersi conto dell’importanza e del significato di queste prese di posizione in difesa del lavoro manuale nonché del suo valore culturale vale la pena di ricordare che alla voce “mécanique” il Dictionnaire français di Richelet (pubblicato nel 1680) riceveva ancora la seguente definizione : “il termine meccanico, in riferimento alle arti, significa ciò che è contrario a liberale e onorevole : ha senso di basso, villano, poco degno di una persona onesta.” Le tesi di Callicle quindi sono tutt’altro che tramontate ancora nel Seicento.

L’illuminismo, che assume la Rivoluzione scientifica come modello di razionalità, prosegue l’opera di rivalutazione del lavoro empirico soprattutto nell’Encyclopédie dove Denis Diderot colloca le arti ed i mestieri in una posizione centrale. Anche Jean-Jacques Rousseau, nei suoi scritti pedagogici, illustrando l’educazione che dovrebbe essere impartita ad Emilio, prende il lavoro manuale ad esempio di un apprendimento produttore di socievolezza e solidarietà.

Hegel contribuisce a sua volta a rivalutare il lavoro. Memorabile è l’episodio dialettico del padrone e dello schiavo. Due uomini lottano uno contro l’altro. Uno è coraggioso, accetta di rischiare la vita nel combattimento, mostrando così che è un uomo libero. L’altro, che non osa rischiare la sua vita, si sottomette. Il vincitore non uccide il suo prigioniero, al contrario lo conserva come testimone e specchio della sua vittoria. Tale è lo schiavo, il servus, colui che alla lettera è stato conservato. Il padrone obbliga lo schiavo al lavoro, mentre lui si gode la vita. Il padrone non coltiva il suo giardino, non fa cuocere i suoi alimenti, non costruisce la sua casa. Ha il suo schiavo per questo. Il padrone non conosce più i rigori del mondo materiale perché ha interposto uno schiavo tra il mondo e lui. Ma il padrone viziato dall’ozio, presto non sa più far niente. Per contro lo schiavo, costantemente occupato a lavorare, impara a vincere la natura utilizzando le leggi della materia e recupera una certa forma di libertà (il dominio della natura) con le sue scoperte tecniche. Attraverso una conversione dialettica esemplare, il lavoro servile gli rende la sua libertà. Fu un uomo pavido, rinunciò alla sua libertà per non morire, ridiventa ora un uomo libero ponendosi come libertà ingegnosa contro la natura che assoggetta al momento stesso in cui il padrone, che non sa più lavorare, ha sempre più bisogno del suo schiavo e diventa il qualche modo lo schiavo dello schiavo.

Quindi la dinamica servo padrone (che corrisponde al tipo di società del mondo antico) è destinata a mettere capo ad una paradossale inversione di ruoli, ossia ad una situazione per cui il padrone diventa servo del servo e il servo padrone del padrone. Infatti, il padrone, che inizialmente appariva indipendente, nella misura in cui si limita a godere passivamente del lavoro altrui, finisce per rendersi dipendente dal servo. Invece quest’ultimo, che inizialmente appariva dipendente, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Il lavoro appare allora, come per noi Massoni, l’espressione della libertà riconquistata.

Il lavoro quindi non contribuisce solo a rendere più abitabile, più umano il nostro ambiente naturale ma il lavoro umanizza anche il lavoratore. Ogni lavoro, diceva Emmanuel Mounier, travaille à faire un homme en même temps qu’une chose (contribuisce alla costruzione di un uomo contemporaneamente alla costruzione di una cosa). Si tratta di un principio fondamentale in Massoneria. Sia prima che dopo il Fr. Anderson il nostro Ordine si è costantemente definito un’istituzione che vede nel lavoro un mezzo di perfezionamento, uno strumento indispensabile nella ricerca della verità. Nella Massoneria operativa il lavoro era sostanzialmente quello relativo alle edificazioni di cattedrali. Con l’avvento della Massoneria speculativa esso è diventato un’attività costante volta al miglioramento spirituale dell’iniziato. Lavorare è forse il miglior esorcismo contro l’egoismo naturale. Lavorare significa uscire da sé stessi. Gli psichiatri applicano questo principio quando prescrivono un lavoro ai loro pazienti. Il malato mentale a cui si consegna un piccolo lavoro ritrova un qualche equilibrio e si rende utile, si occupa, si dimentica un po’ di sé stesso. Il lavoro dà all’esistenza un ordine, una regolarità salutari. Il tempo nel quale vive l’ozioso è discontinuo ed eterogeneo; scorre al ritmo capriccioso delle passioni. Il tempo del lavoratore, regolato dagli orari, impone alla vita un equilibrio salubre.

Inoltre il lavoro contribuisce ad inserire le persone nel tessuto sociale. Lavorare significa trovare un suo posto nella società di cui tutti gli elementi sono solidali. L’uomo non può compiere i gesti più ordinari, bere un bicchier d’acqua, accendere una lampadina … senza usufruire del lavoro degli altri. Si pensi solamente a quante persone sono coinvolte affinché noi possiamo vestirci alla mattina. C’è il lavoro dei contadini e degli allevatori per il reperimento della materia prima, il lavoro dei conducenti che trasportano i prodotti, dei commercianti, il lavoro dei tecnici che hanno costruito i telai che servono a fabbricare gli indumenti … Il nostro lavoro rappresenta così un debito che noi abbiamo contratto usufruendo del lavoro altrui. Esiste una sorta di solidarietà sincronica dei lavoratori che si scambiano vicendevolmente i loro servizi e una solidarietà diacronica che ci permette di trarre profitto dai lavori di chi ci ha preceduto e che dovrebbe obbligarci moralmente a lavorare per chi verrà dopo di noi.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

A.G.D.G.A.D.U.

Dio è la saggezza eterna, immutabile, intelligente,

tu l’onorerai con la pratica delle tue virtù …

Fai il bene per amore del bene …

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te stesso …

Onora i tuoi genitori …

Rispetta gli anziani …

Istruisci la gioventù, proteggi l’infanzia …

Ama la tua Patria e obbedisci alle sue leggi,

adoperandoti per il loro perfezionamento …

Fuggi le false amicizie,

ama i buoni,

compatisci i deboli,

fuggi i cattivi …

Non odiare nessuno …

Parla fermamente con i grandi,

sinceramente con gli amici,

dolcemente con gli inferiori,

teneramente con i poveri …

Cerca la verità, rispetta le credenze e le fedi sincere …

Rispetta la donna …

Non abusare mai della sua debolezza …

Sii per tuo figlio un protettore fedele …

Fa che fino a dieci anni ti creda,

che sino a venti ti ami,

che sino alla morte ti rispetti …

Sino a dieci anni sii per lui il maestro,

sino a venti il padre,

sino alla morte l’amico …

Sforzati di conoscere gli uomini

per imparare a conoscere te stesso …

Pubblicato in Simbologia | Lascia un commento

LA PAROLA

La parola

La parola – strumento dell’uomo libero ? Assolutamente. In questi tempi inquietanti dove le libertà fondamentali sono minacciate da tutti i pericoli (estremismo, Stato ficcanaso, intrusione degli interessi economici nella sfera privata, spionaggio informatico), è più che mai essenziale ricordare che il diritto alla libera espressione è primordiale e deve restare intangibile. Ciò vale per ciascuno, e a maggior ragione per il massone.

Inutile ricordare in dettaglio che la parola libera è un elemento centrale delle tenute massoniche : che sia per l’apprendista, attraverso la sua trasformazione più arricchente  –  il silenzio – o per il maestro, attraverso la ricerca della Parola smarrita, il Verbo è onnipresente nel Tempio, sia per il suo ruolo creatore che per la sua funzione semplicemente rituale. No, ciò che pone problemi oggi, è proprio la difficoltà di fare capire questa parola nell’assordante trambusto che caratterizza il mondo profano.

Non dimentichiamolo : la grandezza del massone si misura dalla sua facoltà di utilizzare e di rendere operativo, fuori dal Tempio, il proposito dell’uomo libero. Ora non è sufficiente parlare saggiamente affinché il discorso sia efficace. Non è neanche sufficiente dire la verità : in un mondo affidato all’irrazionale, è illusorio voler far trionfare, continuamente e senza scopo, la Verità di parola. No, ciò che ci viene richiesto, è proprio di parlare in modo giusto. Per essere chiari, noi dobbiamo, nella disarmonia generale, essere dei correttori di voci e dunque adattare il nostro discorso alle circostanze umane, troppo umane si potrebbe dire parafrasando Nietzsche. Non è dato a tutti di essere Zarathoustra ; anche, più modestamente, sappiamo adattare la nostra parola a coloro ai quali è destinata : i nostri umani fratelli.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

È giusto porre dei limiti alla libertà di parola?

Dopo gli eventi drammatici di Parigi sono in molti a chiedersi se è opportuno – e soprattutto se è giusto – porre dei limiti alla libertà di parola. Il problema non è nuovo e si ripresenta ogni volta che una parte di cittadini si sente offesa da certe forme e da certi contenuti espressivi.

Discutendo della strage di Parigi mi è capitato di ascoltare diverse persone affermare testualmente: «Se la sono cercata !». In altri termini secondo loro non ci sarebbe da stupirsi di queste reazioni violente da parte di frange dell’integralismo islamico come risposta al tipo di satira offensiva dei giornalisti di Charlie Hebdo. Ritengono che il massacro si sarebbe potuto facilmente evitare con un minimo di prudenza editoriale. Sono quindi convinti della necessità di porre dei limiti alla libertà di espressione e di sanzionare chi non li rispetta. Anche il governo inglese ha deciso di seguire questa politica preferendo sacrificare la libertà di parola nell’interesse di altri valori come la sicurezza o la sensibilità religiosa all’offesa. Non si tratta, beninteso, di giustificare l’azione dei terroristi ma piuttosto di comprenderla per prevenire aggressività e violenza.

Il nodo della questione

Il perno del problema è quello di capire quali possano essere i limiti precisi a cui fanno allusione. John Stuart Mill nel suo memorabile Saggio sulla libertà aveva sostenuto che in ogni caso una certa moderazione nell’espressione delle proprie idee è auspicabile. Una linea di demarcazione che segna i limiti di un’accettabile libertà di parola è individuato da Mill nella specifica situazione in cui essa diventa un incitamento a far del male ad altre persone. Non tanto un danno psicologico ma fisico. Quando esprimere un’idea costituisce un atto di incitamento «a qualche azione malvagia », allora l’ espressione di tale idea deve essere esclusa in base al «principio del danno». Un famoso esempio di Mill teso ad illustrare questo principio riguarda la contrapposizione tra un articolo di giornale in cui si afferma che i commercianti di grano sono affamatori dei poveri e la stessa opinione espressa ad una folla inferocita riunita davanti alla casa di un particolare commerciante di grano.

In una società libera, tutte le forme di credo dovrebbero essere aperte all’esame, alla critica, alla parodia e potenzialmente al ridicolo.

Il governo inglese ha deciso di seguire questa politica preferendo sacrificare la libertà di parola nell’interesse di altri valori come la sicurezza o la sensibilità religiosa all’offesa. Non si tratta, beninteso, di giustificare l’azione dei terroristi ma piuttosto di comprenderla per prevenire aggressività e violenza.

Il nodo della questione

Il perno del problema è quello di capire quali possano essere i limiti precisi a cui fanno allusione. John Stuart Mill nel suo memorabile Saggio sulla libertà aveva sostenuto che in ogni caso una certa moderazione nell’espressione delle proprie idee è auspicabile. Una linea di demarcazione che segna i limiti di un’accettabile libertà di parola è individuato da Mill nella specifica situazione in cui essa diventa un incitamento a far del male ad altre persone. Non tanto un danno psicologico ma fisico. Quando esprimere un’idea costituisce un atto di incitamento «a qualche azione malvagia », allora l’ espressione di tale idea deve essere esclusa in base al «principio del danno». Un famoso esempio di Mill teso ad illustrare questo principio riguarda la contrapposizione tra un articolo di giornale in cui si afferma che i commercianti di grano sono affamatori dei poveri e la stessa opinione espressa ad una folla inferocita riunita davanti alla casa di un particolare commerciante di grano. incitamento e perciò passibile di esclusione dal generale «principio del danno».

Se decidessimo di prendere tale ragionevole principio come criterio per stabilire ciò che è permesso esprimere o meno e lo applicassimo al caso delle vignette su Maometto mi sembra che da queste non emerga alcun incitamento da parte dei giornalisti ad esercitare violenza fisica su qualcuno. Da questo punto di vista le vignette non dovrebbero essere sottoposte ad alcuna censura. Gli integralisti islamici potrebbero rispondere sostenendo che le vignette colpiscono quanto loro hanno di più sacro e prezioso per cui è assolutamente intollerabile che possano essere pubblicate.

Personalmente ritengo che l’idea che le credenze religiose dovrebbero ricevere una particolare protezione non dispone di argomenti convincenti. In una società libera, tutte le forme di credo dovrebbero essere aperte all’esame, alla critica, alla parodia e potenzialmente al ridicolo. In effetti alcune credenze paiono a tal punto ridicole che noi ci sentiremmo immorali ed offesi a doverle considerare in modo serio. Perché dovrebbe essere proibito dimostrare avversione per una religione? Perché non si dovrebbe poterlo fare se le credenze di quella religione o le attività svolte in suo nome meritano di essere disapprovate? Se certi insegnamenti o certe credenze religiose sono così antiquati, ipocriti e offensivi per i diritti umani non si vede per quali ragioni non si possa criticarli. Inoltre l’affermazione secondo la quale le autorità sono giustificate a far tacere chi esprime opinioni immorali coinvolge un rischioso assunto di infallibilità che può impedire il progresso umano. Mill cita i casi di Socrate messo a morte per presunta empietà. E Cristo, condannato alla pena capitale in Giudea per ciò che le autorità consideravano un insegnamento immorale. In ambedue i casi la presunta infallibilità dei giudici supera la prova del tempo. La storia ha giudicato Socrate e Gesù degni di essere ascoltati e le loro idee degne di essere discusse. Per la Libera Muratoria riconoscere la propria fallibilità è una condizione per poter affrontare seriamente qualsiasi questione.

Un diritto da difendere

Come ha scritto Noam Chomsky «Una delle lezione più chiare della storia, compresa la storia recente, è che nessun diritto è garantito; i diritti sono sempre conquistati». Come non essere d’accordo con tale affermazione quando anche nelle democrazie apparentemente più solide la libertà di parola è minacciata da organizzazioni criminali che portano a forme di autocensura per paura di eventuali rappresaglie? Posso capire che molti musulmani si siano sentiti ridicolizzati, offesi ed insultati dalle vignette di Charlie Hebdo, ma la causa di questo loro stato d’animo non è la libertà di parola; essa è solamente il veicolo del messaggio. Sembra piuttosto il loro modo particolare di percepire le vignette alla luce di un apparato culturale ideologico che le interpreta come blasfeme e meritevoli di vendetta l’origine della reazione violenta. Il problema non pare quindi la libertà di parola che invece rappresenta il presupposto per ogni democrazia che meriti questo nome. La questione concerne piuttosto il multiculturalismo. Per la Libera Muratoria la buona società è la società aperta, intesa come una società pluralistica fondata sulla tolleranza e sul riconoscimento del valore della diversità. Ma il Multiculturalismo, come ha più volte ribadito Giovanni Sartori, non persegue un’integrazione differenziata, ma una disintegrazione multietnica. La domanda che dobbiamo porci è allora la seguente: fino a che punto la società pluralista può accogliere senza disintegrarsi antagonisti culturali che la rifiutano? D:B.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

LA MORTE


Dobbiamo avere paura della morte?

Che cos’è la morte? Benché si tratti di un fenomeno naturale ed universale la risposta presenta svariate difficoltà. Già a partire dalla definizione ci sono divergenze. Un’altra domanda è quella di sapere come sfuggire all’angoscia della morte. In questa Tavola presenteremo alcune delle più significative risposte a tale questione.

Fino agli anni sessanta la morte era definita a partire dall’arresto respiratorio (il segno dello specchio davanti alla bocca) e dall’arresto del cuore. Nel 1966 l’Accademia di medicina ridefinisce la morte come arresto del funzionamento cerebrale. Quando il tracciato encefalografico è piatto durante un certo numero di ore si considera che la morte è certa anche se le complesse apparecchiature di rianimazione sono riuscite a mantenere nell’organismo una circolazione e una respirazione artificiale. Sorge allora il problema morale attorno alla legittimità o meno di tenere artificialmente in vita un organismo il cui cervello è ormai irrecuperabilmente morto e il problema dell’accanimento terapeutico.

La pensabilità della morte

Molti sostengono addirittura che la morte sia un fenomeno impensabile, inconcepibile in prima persona. La morte in terza persona è banale e quotidiana, è la morte delle pratiche amministrative, interessa diverse scienze come la demografia, la biologia e la medicina ed è quindi perfettamente concepibile.

La morte in seconda persona è un’esperienza tragica, e come tale è perfettamente intelligibile. È la morte di qualcuno che si ama e di cui non vorremmo mai distaccarci. La possibilità o l’eventualità di questa separazione è la principale sorgente del dolore davanti alla morte (eventualità che nello stesso tempo è una fatalità dal momento che se l’ora è incerta il fatto stesso è inevitabile).

La morte in prima persona è invece la notte enigmatica dove la nostra vita sparirà. L’idea di non essere più, di sprofondare nel nulla è per molti una fonte di angoscia. È forse l’angoscia fondamentale nascosta in fondo a tutte le nostre paure. È la morte di cui, contrariamente alla terza e alla seconda persona, non possiamo fare esperienza e per tale ragione si ritiene quindi impensabile.

In ogni caso la morte è un tema che riguarda tutti. Sia coloro che credono che sopravvivranno alla morte dei loro corpi, per andare in Paradiso o all’Inferno, o in qualche altro luogo diventando uno spirito, o ritornando sulla terra in un corpo differente, forse non più come essere umano. Sia coloro che credono che cesseranno di esistere e che quindi il sé si estingue quando il corpo muore.

La questione tocca tutti perché è in primo luogo un fenomeno biologico. Prima di essere una categoria del vissuto della coscienza, la morte si presenta a noi come un processo biologico, prescritto dal programma genetico, essa non è un incidente o una realtà contingente, ma una parte integrante del sistema vivente. Il vecchio sogno dell’immortalità non è compatibile con i dati biologici che convergono per dimostrarci che la morte è una necessità ineluttabile e un’esigenza della vita.

La morte come fenomeno culturale

La morte interessa tutti non solo in quanto processo biologico ineluttabile, ma anche come fenomeno culturale generale. Da un punto di vista antropologico la prima caratteristica di un essere umano, che segna il passaggio dalla natura alla cultura, è l’organizzazione della sepoltura. L’uomo è il solo animale che sotterra i suoi morti. In tutte le epoche e in tutte le civiltà l’uomo non abbandona mai i suoi cadaveri. Li seppellisce, li imbalsama e li brucia ma compie sempre per loro una cerimonia sacra. Nessun gruppo umano abbandona i suoi morti senza riti e senza sepoltura. Da questo punto di vista il lutto è forse la vera e propria origine della cultura.

Gli assassini di Socrate sono senza potere sulle idee vere che sosteneva.

Probabilmente solo per l’uomo, tra gli esseri viventi, si può parlare di una coscienza della morte. L’intensità di questa coscienza sembra inoltre variare da una persona all’altra, come da un’epoca, o una cultura, all’altra. Da una cinquantina d’anni la morte sembra stia diventando un vero e proprio tabu. Il lutto è ormai nascosto (l’abito scuro, prima di regola, ora non si usa quasi più), le tombe sono visitate sempre meno e appaiono abbandonate all’incuria. Il periodo di divieti che seguivano la morte (astensione da spettacoli, cene, da feste) si è notevolmente accorciato. Non si muore quasi più a casa attorniati da familiari ed amici ma all’ospedale tra professionisti sovente freddi e distaccati. Il prima e il dopo la morte è organizzato nei minimi dettagli per dare il minor fastidio possibile ai parenti.

Questo atteggiamento è un segno e allo stesso tempo un tentativo di sfuggire all’angoscia che la morte suscita. Per lottare contro quest’ultima l’uomo, nel corso dei secoli, ha intrapreso i più diversi stratagemmi.

Il più elementare è quello di fuggire la morte cercando di dimenticarla immergendosi nel lavoro, nelle occupazioni quotidiane o nel piacere.

Un altro atteggiamento corrente è quello di rifugiarsi nella speranza di una vita eterna. È l’attitudine religiosa.

Una possibilità storicamente assai conosciuta è quella di tentare di vincere la paura che ispira. Per esempio secondo Epicuro è per ignoranza che noi temiamo la morte. Questa in effetti è un puro nulla dal momento che fintanto che esistiamo, lei non c’è. D’altra parte quando sopravverrà non ci saremo più noi per preoccuparcene. Per gli stoici il saggio deve imparare ad accettare con serenità la morte ed è la filosofia che dovrebbe insegnare questa serenità. Per filosofi come Platone o Montaigne filosofare è appunto imparare a morire.

Un’altra soluzione è quella di rifiutare ogni consolazione e accettare la sua dimensione tragica. Secondo Heidegger l’uomo è un essere per la morte e l’angoscia che essa implica è il dato essenziale dell’esistenza umana. Rifiutarla è dunque rifiutare di vivere una vita autenticamente umana.

Nelle religioni la simbologia della morte è onnipresente. Serve a ricordarci sempre che polvere eravamo e che rapidamente polvere diventeremo. (Come scrive il poeta Salvatore Quasimodo: Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera)

Se Heidegger ha il merito di ricordarci che nessuna riflessione autentica può dimenticare la morte od occultarla, tuttavia sarebbe sterile e vano assorbirsi unicamente nella contemplazione della nostra finitezza. Proprio perché siamo finiti e mortali dobbiamo agire perché è solo in questo ambito che riusciamo ad accedere a un mondo dove la morte perde il suo potere. Gli assassini di Socrate sono senza potere sulle idee vere che sosteneva. Le sue, così come le idee per le quali noi Liberi Muratori siamo qui ad impegnarci, sono e sempre saranno, indistruttibili ed eterne. D. B.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

POVERTA’, SOTTOSVILUPO E IMMIGRAZIONE

Povertà, sottosviluppo e immigrazione   Gli imponenti flussi migratori di cui siamo spettatori attoniti in questi ultimi tempi trovano la loro origine in un divario economico e tecnologico sempre più profondo tra paesi poveri, in gran parte del sud del mondo e i paesi ricchi, situati prevalentemente nel nord del pianeta. Chi pensava che lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe ridotto il divario tra paesi ricchi e poveri non può che ricredersi davanti all’evidenza dei fatti. Non solo non ha saputo assottigliarlo, ma lo ha notevolmente ampliato. Basti pensare che l’80% delle risorse del mondo sono controllate da appena il 20% della popolazione che è concentrata nei paesi dell’Occidente, mentre appena l’1% delle risorse è a disposizione del 25% della popolazione, che è ammassata, in condizioni di vita precarie e disagiate, nei paesi più poveri. Mentre nelle zone ricche ed industrializzate dell’Occidente il progresso scientifico e tecnologico avanza senza sosta, soprattutto nel campo medico sanitario ed in campo digitale apportando notevoli benefici ai suoi fruitori in termini di allungamento e miglioramento della vita, in alcune aree del Terzo Mondo, in particolar modo dell’Africa, si continua a morire a causa della fame e della mancanza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie. L’emigrazione come conseguenza del divario tra paesi ricchi e poveri Un effetto di tale divario è il recente esodo dai paesi colpiti dalla miseria e sovente anche devastati da conflitti etnici e religiosi, verso i paesi ricchi alla ricerca di condizioni di vita più umane e dignitose. Questa massa di disperati che ha perso tutto approda in luoghi che hanno poco della «Terra promessa». Diffidenza, pregiudizi, discriminazioni e ostilità sono spesso gli ingredienti dell’« accoglienza». E la situazione, come detto, tende a peggiorare progressivamente. Per rendersene conto basta soffermarsi su alcuni dati demografici inconfutabili. Nelle aree del Nord del pianeta si assiste ad un vistoso calo delle nascite ed ad un invecchiamento della popolazione, al contrario nei paesi in via di sviluppo si constata degli incrementi demografici inquietanti. Nel Terzo Mondo infatti aumenta vertiginosamente la popolazione che tende ad accalcarsi nelle grandi metropoli che si estendono in periferie sovraffollate sprovviste di qualsiasi servizio e tutela igienico-sanitaria. Megalopoli come Calcutta, Bombay, Nuova Delhy, Giacarta, Rio, San Paolo, Città del Messico… superano notevolmente i 10 milioni di abitanti. Le loro periferie sono ridotte a vere e proprie «bidonvilles», sprovviste di servizi pubblici e strutture sociali elementari. Ancora oggi oltre un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso ad impianti di acqua potabile e 2 miliardi non dispongono di impianti fognari. Allucinante è soprattutto che ben 13 milioni di bambini muoiono ogni anno nei paesi del Terzo Mondo prima di aver raggiunto il quinto anno di età. Tale mortalità infantile è dovuta soprattutto alla mancanza di vaccini, dato che le vaccinazioni di massa programmate dall’O.M.S. non raggiungono il 70% della popolazione mondiale. Inoltre una quantità incredibile di bambini muore per dissenteria, affezioni alle vie respiratorie, paludismo, malaria. Sarebbe sufficiente una vaccinazione su larga scala di queste popolazioni per ridurre drasticamente il fenomeno. Non parliamo poi del problema dell’AIDS che in queste regioni è lungi dall’essere risolto. A questa situazione già di per sé critica bisogna aggiungere le piaghe dell’analfabetismo e della descolarizzazione. Cosa può fare la Massoneria? Non si può agire se prima non si è compreso la dimensione del problema. È difficile pensare di poter risolvere la questione chiudendo le frontiere e trincerandosi dietro barriere artificiali e sistemi di polizia rafforzati. Le improvvise e virulente epidemie che negli ultimi anni sono emerse nei paesi in via di sviluppo possono evolversi in modo incontrollabile e non si arrestano certo davanti a muraglie militarizzate o a riduzioni drastiche delle concessioni di permessi di soggiorno. Personalmente ritengo che la scienza al giorno d’oggi possa disporre di strumenti efficacissimi per far fronte a molti dei problemi summenzionati. Purtroppo di questi progressi ne beneficia unicamente una fetta molto ristretta della popolazione del pianeta e cioè, inutile dirlo, quella più ricca. La Libera Muratoria, come istanza internazionale, dovrebbe far pressione sui governi affinché si coordino investimenti in campagne sanitarie di massa per la prevenzione delle epidemie; mobilizzare persone e mezzi per l’istruzione e l’apprendimento, fattore necessario per ogni progresso significativo e duraturo. Ma soprattutto è necessario rendersi conto che le politiche di indebitamento e degli scambi ineguali nel mercato mondiale attuate dai paesi benestanti nei confronti di ampie regioni dei paesi sottosviluppati – che si traduce in un imponente ed inarrestabile processo di trasferimento di risorse dal Sud povero al ricco Nord – costituiscono le premesse che impediscono qualsiasi miglioramento dei paesi più poveri. La corda sempre più tesa tra un mondo supertecnologico ipnotizzato dal mito del consumismo e un mondo che non ce la fa più e che sta precipitando nel baratro del caos e della disperazione rischia oggi più che mai di spezzarsi con conseguenze tragiche. I fattori del sottosviluppo sono conosciuti. Come già accennato il colonialismo nella forma di una dipendenza politica e militare prima e nella veste economico commerciale negli ultimi decenni. Esso blocca ogni possibile tentativo di porre le basi per un autonomo processo d’industrializzazione e potrebbe alleviarsi solo nel caso di una rinuncia dei creditori occidentali ad una parte del debito, almeno quella relativa agli interessi. Un secondo fattore concerne l’incapacità di molti governi di dotarsi di istituzioni democratiche. Riconquistata l’indipendenza diversi paesi sono degenerati in regimi dittatoriali i quali hanno preso le difese di ristrette cerchie oligarchiche piuttosto che quelle della popolazione. Costretta al margine del progresso tecnologico ed industriale a causa di decisioni poco oculate dei governanti che hanno preferito investire nell’acquisto di armi piuttosto che in programmi di sviluppo tecnologico e industriale, essa non ha potuto sfuggire alla miseria. Per sperare di rilanciare l’economia dei paesi in via di sviluppo servirebbe in primo luogo ridurre la spirale dell’indebitamento e cercare di tener sotto controllo l’esplosione demografica che ha causato una sovrappopolazione rispetto alla scarsità dei mezzi di sussistenza disponibili con conseguente esodo massiccio verso i paesi industrializzati. La Massoneria si dimostra lungimirante sottolineando come la conquista della pace nel mondo passa anche attraverso una più equa distribuzione delle risorse. D.B.  
Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento