UGO FOSCOLO, POETA MASSONE

Ugo Foscolo, un poeta massone tra Illuminismo e Romanticismo

Tra le colonne della stessa Loggia di  Vincenzo Monti, la  Reale Amalia Augusta all’0riente di Brescia, sedette anche un altro poeta, che però manifestò un’indole ben diversa, p0c0 incline com’era all’adulazione e sempre disposto a pagare in prima persona le proprie scelte ideali.

Ugo Foscolo, com’è ben noto, era nato a Zante, allora territorio della Repubblica di Venezia, nel 1778. Dopo i primi studi in Dalmazia si trasferì prima a Venezia, dove frequentò i letterati massoni lppolito Pindemonte e Aurelio De’ Giorgi Bertola, poi a Padova.

Di formazione schiettamente illuminista fu però percorso da quelle irrequietezze preromantiche che avevano già caratterizzato Goethe prima di lui.

Di simpatie dapprima giacobine, aveva aderito con entusiasmo alla politica napoleonica – a Napoleone aveva dedicato l’ode A Bonaparte liberatore – per rimanerne poi profondamente ferito quando nel1797, col Trattato di Campoformio, la Francia cedeva Venezia all’Austria. Foscolo si dimise da tutte gli incarichi pubblici e si rifugiò in esilio volontario a Milano e poi a Bologna.

La cocente delusione subita non gli impedì di combattere con le truppe francesi contro quelle austriache a Marengo prima e poi a Cento, ove rimase ferito. Ripubblicò in questo periodo l’ode A Bonaparte liberatore, ma in forma emendata, con un esplicito invito a Napoleone a non assumere le vesti del tiranno.

Tra il 180ó e il 1807 visse a Brescia (ove pubblicò Dei sepolcri): a questo periodo risale la sua affiliazione alla Loggia Reale Amalia Augusta.

Nel 1B0B occupò la cattedra di letteratura italiana dell’Università di Pavia – il cui titolare precedente era Vincenzo Monti – ma questa venne soppressa da Napoleone. 0rmai il tiranno scopriva le carte e il suo vero volto, e ogni manifestazione di libero pensiero era messa al bando.

Da quel momento inizia un tormentato esilio, prima a Firenze, poi in Svizzera. Nel ‘1813 tornò a Milano, dopo la sconfitta a Lipsia di Napoleone, per difendere il Regno d ‘Italia dagli austriaci.

Dopo la definitiva sconfitta del 1814 rifiutò I’offerta del governo austriaco di dirigere una rivista, perché era vincolante un giuramento di fedeltà al regime di Vienna che Foscolo non  sentiva in coscienza di poter prestare.

0uesta decisione segnò l’esilio definitivo di Foscolo, a Londra, dove si spense, povero e malato, nel1827 .

Non è questa la sede per ricordare tutte le traversie che la sua opera principale, Ultime lettere di Jacopo 0rtis, dovette affrontare (tra cui una pubblicazione abusiva nel 1799, e vari rimaneggiamenti fino al 1817).

ll romanzo, in forma epistolare, risale al periodo della delusione di Campoformio, che già l’incipit manifesta senza mezze misure:

Da’colli Euganei, 11 Ottobre 1797

ll sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lacrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. 0r dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso anc0ra sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. per me segua che può. Poiché ho disperato della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. ll mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’pochi uomini, compagni delle nostre  miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de, miei padri.

Da notare la data, 1 ‘l ottobre 1797: non passeranno che sei giorni prima della firma (ufficiale) del Trattato di Campoformio. L’amor di Patria, dunque, e la delusione manifestata agli italiani senza coraggio, almeno altrettanto che a Napoleone, come cifra caratteristica del romanzo.

Esclamano d’essere stati venduti e traditi: ma se si fossero armati sarebbero stati vinti forse, non mai traditi; e se si fossero difesi sino all’ultimo sangue, né i vincitori avrebbero potuto venderli, né i vinti si sarebbero attentati di comperarli. Se non che moltissimi de nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro; presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su, nostri campi onde liberare l’Italia! Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? – Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue italiano; nato dove si parla il nostro idioma. lo da un animo basso e crudele, non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? Sì; basso e crudele – né gli epiteti sono esagerati. A che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia?  Selim I che fece scannare sul Nilo trenta mila guerrieri Circassi arresisi alla sua fede, e Nadir Schah che nel nostro secolo trucidò trecento mila Indiani, sono più atroci, bensì men0 spregevoli. Vidi con gli occhi miei una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe, postillata di mano sua, e mandata da Passeriano a Venezia perché s’accettasse; e il trattato di Campo Formio era già da più giorni firmato e Venezia era trafficata; e la fiducia che l’Eroe nutriva in noi tutti ha riempito l’Italia di proscrizioni, d’emigrazioni, e d’esili. – Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende. Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno n0n guarda a patria; e non l’ha.

E ne ha per tutti: per la chiesa, per i nobili, per la borghesia senza nerbo:

Ben è vero, l’Italia ha preti e frati; non già sacerdoti: perché dove la religione non è inviscerata nelle leggi e ne’ costumi d’un popolo, l’amministrazione del culto è bottega. L’ Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; ma non

ha propriamente patrizi: da che i patrizi difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco

Ma c’è altro, oltre l’impegno politico, nell’0rtis: c’è il simbolismo che emerge qua e là nell’opera e che ha chiari richiami al patrimonio simbolico Iiberomuratorio. Tra i tanti, riportiamo il  brano che segue, in cui il Sole è definito ministro maggiore della Natura;

Parea che Notte seguita dalle tenebre e dalle stelle fuggisse dal Sole, che uscia nel suo immenso splendore dalle nubi d’oriente, quasi dominatore dell’universo; e l’universo sorridea. Le nuvole dorate e dipinte a mille colori salivano su la volta del cielo che tutto sereno mostrava quasi di schiudersi per diffondere sovra i mortali le cure della Divinità. lo salutava a ogni passo la famiglia de’ fiori e dell’erbe che a poco a poco alzavano il capo chinato dalla brina. Gli alberi susurrando soavemente, faceano tremolare contro la luce le gocce trasparenti della rugiada; mentre i venti dell’aurora rasciugavano il soverchio umore alle piante. Avresti udito una solenne armonia spandersi confusamente fra le selve, gli augelli, gli armenti,  i fiumi, e le fatiche degli uomini: e intanto spirava l’aria profumata delle esalazioni che la terra esultante di piacere mandava dalle valli e da’ monti al Sole, ministro maggiore della Natura. – lo compiango lo sciagurato che può destarsi muto, freddo e guardare tanti benefici senza sentirsi gli occhi bagnati dalle lacrime della riconoscenza.

È difficile, in questo brano, non rintracciare l’afflato al Sacro: un afflato che, certo, rimanda a una religione naturale di stampo illuminista, ma che vive già le tormentate domande del romanticismo.

Non è facile trattare in chiave massonica un’opera così densa. Ma alcune suggestioni non possono sfuggire.

Nell’opera si trovano simbolicamente tre Foscolo. C’è Lorenzo Alderani – il destinatario delle lettere, e curatore della raccolta – che è apprendista dell’arte, spettatore esterno ed incredulo, passivo, che non comprende completamente il dramma di Ortis, e la cui cifra caratteristica è l’assenza di qualunque propensione all’azione.

Poi c’è lo stesso Foscolo in carne ed ossa, che matura la propria umanità nello sviluppo dell’opera.

E infine c’è il protagonista 0rtis,che è l’alter ego di Foscolo per  eccellenza il più importante, perchè quello che esegue il rituale della morte. Il Foscolo usa il suicidio del suo alter ego  Ortis e mette così in scena il proprio suicidio con cui supera la  propria condizione di uomo nella sfera privata  e si pone come uomo  nella sfera della storia: è Ortis che incarna  il Maestro massone, è 0rtis il personaggio col quale Foscolo chiude la vicenda privata e rinasce u0m0 migliore per entrare in una dimensione pubblica, storica ed in definitiva eroica. ll suicidio non è per amore di Teresa (No, cara giovine; non sei tu cagione della mia morte. Tutte le mie passioni disperate; le disavventure delle persone più necessarie alla vita mia; gli umani delitti; la sicurezza della mia perpetua schiavitù e dell’obbrobrio perpetuo della mia patria venduta – tutto insomma da più  tempo era scritto) ma per il tradito e impossibile amor di Patria. E lascia Foscolo in una dimensione intermedia, da Compagno d’Arte, ma già nettamente proteso verso la Maestranza.

È come se nell’opera il Foscolo, nel suo percorso Massonico, abbia deciso di mettere in scena ciò che era  – l’apprendista Alderani -e ciò cui aspira -il Maestro 0rtis-. sotto questa luce, forse è voluta – o forse solo inconscia la scena finale in cui tre lavoratori (quasi fossero i tre compagni traditori del Maestro Hiram) sotterrano il cadavere di 0rtis:

La notte mi strascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini.

Ancora al massone Francesco De Sanctis lasciamo il commento     su ll’opera:

Comparve lacopo Ortis. Era il primo grido del disiganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre preludio di più vasta tragedia. ll giovane autore aveva cominciato c0me Alfieri: si era abbandonato al lirismo di una insperata libertà. Ma quasi nel tempo stesso lui cantava l’eroe liberatore di Venezia, e l’eroe mutatosi in traditore vendeva Venezia all’Austria. Da un dì all’altro Ugo Foscolo si trovò senza patria, senza famiglia, senza le sue illusioni, ramingo. Sfogò il pieno dell’anima nel suo Iacopo 0rtis. La sostanza del libro è il grido di Bruto: “0 virtù, tu non sei che un nome vano”. Le sue illusioni, c0me foglie di autunno, cadono ad una ad una, e la loro morte è la sua morte, è il suicidio. A breve distanza hai l’ideale illimitato di Alfieri con tanta fede, e l’ideale morto di Foscolo con tanta disperazione. Siamo ancora nella gioventù, non ci è il limite. illimitate le speranze, illimitate le disperazioni. Patria, libertà, Italia, virtù, giustizia, gloria, scienza, amore, tutto questo mondo interiore dopo sì lunga e  dolorosa gestazione appena è fiorito, e già appassisce.

La verità è illusione, il progresso è menzogna. Al primo riso della fortuna ci era la follia delle speranze, al primo disinganno ci è la follia delle disperazioni. 0usto subitaneo trapasso di sentimenti illimitati al primo urto della realtà rivela quella agitazione d’idee astratte ch’era in Italia, venuta da’ libri e rimasta nel cervello, scompagnata dall’esperienza, e non giunta ancora a temprare i caratteri. Trovi in questo Iacopo un sentimento morboso, una esplosione giovanile e superficiale, più che l’espressione matura di un mondo lungamente covato e meditato, una tendenza più alla riflessione astratta, che alla formazione artistica, una

immaginazione povera e monotona in tanta esagerazione de’ sentimenti.

ll grido di lacopo rimase sperduto fra il rumore degli avvenimenti. Sorsero nuove speranze, si fabbricarono

nuove illusioni. Il romanzo, uscito anonimo, mutilato e interpolato, pura speculazione libraria, destò curiosità, fu il libro delle donne e de’giovani, che vi pescavano un frasario amoroso. Ma non si die’ importanza politica né letteraria, anzi molti, tratti da somiglianze superficiali, lo dissero imitazione del Werther. ll fatto è che non rispondeva allo stato della pubblica opinione distratta da così rapida vicenda di cose e di uomini, e quelle disperazioni erano contraddette dalle nuove speranze. Foscolo si mescolò alla vita italiana e si sentì fiero della sua nuova patria, della patria di Dante e di Alfieri. Le necessità della vita lo incalzavano. E ancora più, uno spirito guerriero che gli ruggia dentro e non trovava espansione, una forza inquieta in ozio. Giovane, pieno d’illusioni, appassionato, con tanto “furore di  gloria”  con tanto orgoglio al di  dentro, con un grande desiderio di fare, e di fare grandi cose, lui, educato da Plutarco, stimolato da Alfieri, quell’ozio forzato lo gitta violentemente in sé, gli rode l’anima.

È la malattia ch’egli chiama nel suo 0rtis con una energia piena di verità “consunzione dell’anima”.

Non si può, infine, fare a meno di dedicare qualche parola anche a Dei sepolcri. Non per l’importanza letteraria del carme, ben nota a tutti, quanto per il senso della morale laica che pervade tutta l’opera, dando un valore alla morte che va ben oltre il premio in un aldilà misterioso e incerto. Per Foscolo, come per i massoni in genere, il premio è qui e ora, e se qualcosa rimane dopo la morte è nell’esempio di chi passa all’0riente Eterno e nel ricordo di chi rimane.

In questa cornice si muove il memorabire íncipit, con il richiamo, ancora una volta, al Sore e a un’armonia che riflette il senso di una visione religiosa, certo, ma non positiva quanto piuttosto naturale:

All’ombra de,cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto e forse il sonno

della morte men duro? Ove più il Sole

per me alla terra non fecondi questa

bella d’erbe famiglia e d’animali,

e quando vaghe di lusinghe innanzi

a me non danzeran l’ore future,

né da te, dolce amico, udrò più il verso

e la mesta armonia che lo governa,

né più nel cor mi parlerà lo spirto

delle vergini Muse e dell’amore,

unico spirto a mia vita raminga,

qual fia ristoro a’  di perduti un sasso

che distingua le mie dalle infinite

ossa che in terra e in mar semina morte?

Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’oblio nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe

e l’estreme sembianze e le reliquie

della terra e del ciel traveste il tempo.

Ed ecco, poco oltre, il valore di ricordo mosso dal sentimento verso ciò che è capace di lasciare qualcosa dopo la morte:

Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de’ suoi? Celeste è questa

corrispondenza d’amorosi sensi,

celeste dote è negli umani; e spesso

per lei si vive con l’amico estinto

e l’estinto con noi, se pia la terra

che lo raccolse infante e lo nutriva,

nel suo grembo materno ultimo asilo

porgendo, sacre le reliquie renda

dall’insultar de’ nembi e dal profano

piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

e di fiori odorata arbore amica

le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d,affetti

poca gioia ha dell’urna; e se pur mira

dopo I’esequie, errar vede il suo spirto

fra ‘l compianto de’ templi acherontei,

o ricovrarsi sotto l e grandi ale

del perdono d’Iddio:  ma la sua polve

lascia alle ortiche di deserta gleba

ove né donna innamorata preghi,

né passeggier solingo oda il sospiro

che dal tumulo a noi manda Natura.

Ma l’eredità di chi lascia questa vita è soprattutto l’esempio, lo stesso   esempio che Foscolo aspira a lasciare  l’esempio delle virtù dell’Eroe, di chi per scelta antepone il bene dell’altro – in primis della Patria, per Foscolo –  al proprio:

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de,forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricettalo.

E allora, chi meglio di Ettore, per incarnare quest’etica  laica, – fondata, e come. potrebbe essere altrimenti -sulla libertà di scelta dell’Eroe? perché non c’è eroismo senza libertà di scelta, non c’è grandezza in un gesto eclatante imposto dall’esterno. Ettore incarna l’entusiasmo contrapposto al fanatismo, dunque, e Foscolo gli affida il compito di chiudere il suo carme:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

Niente premio e niente espiazione per il Massone nell’aldilà. Tutto si gioca qui, su questa terra, nella capacita di lasciare un segno  di essere costruttori di sogni. Ma senza derive materialiste, e anzi con una sacralità che nulla ha da invidiare alle religioni rivelate.

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IL CAMMINO DEI MASSONI


IL CAMMINO SEI MASSONI

Dei massoni il cammino è simile alla vita ed alle sue fatiche;

alle azioni degli uomini assomiglia, quaggiù nel mondo.

Al nostro sguardo I’avvenire asconde,

grado a grado, dolore e gioie.

Noi, senza timore, andiamo avanti sulla nostra strada sempre.

Remoto e grave incombe come un velo su di noi;

il nostro posso tranquillo muove più in alto delle stelle

e nel profondo più delle tombe.

Voi saggi, riflettete ed annunziate così:

s’anche nel cuore dei migliori s’alterna

la fermezza con dubbio’ noi sentiamo

dall’al di Ià chiamare le voci dello Spirito,

dei Maestri il Pensiero

e perciò non manchiamo di esercitare la forza del Bene.

Qui, in immortale serenità si intrecciano le colonne

che debbono ampiamente gli operai premiare.

Noi vi chiamiamo alla Speranza.

(Wolfgang Goethe)

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MAGLIETTO E SCALPELLO

Maglietto e scalpello

 Il Tempio dove noi ci ritroviamo per lavorare, appare come un contenitore di simboli.  Il simbolo è immagine , è pensiero. Esso ci fa cogliere, tra noi e il mondo, alcune di quelle affinità segrete  e di quelle leggi oscure che possono oltrepassare la portata della scienza, ma che non sono, per questo, meno certe. Ogni simbolo è in questo senso una specie di rivelazione.

Lo studio approfondito dei simboli e soprattutto dei simboli massonici, può condurre molto lontano. Ogni cosa è simbolo nel Tempio, le parole stesse non sono altro che simboli di idee; tutti i simboli aprono delle porte, a condizione di non attenersi, come generalmente avviene, alle sole definizioni morali.

Quando il M.V. dice: “ Fratello esperto, mostrate al Neofita la pietra grezza ed insegnategli a compiere il suo lavoro da apprendista” ebbene gli viene consegnato un maglietto ed uno scalpello e da quel momento con la sgrossatura della pietra grezza, oggetto del lavoro degli apprendisti muratori, l’iniziato incomincia così, su se stesso, la lenta opera di trasformazione, quell’impegno che lo porterà a diventare nel tempo, quella “luce” anche per gli altri, la speranza futura ma concreta di un suo armonico inserimento nelle pareti di quell’unico edificio dove la Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza irraggeranno i loro benefici influssi sull’Umanità.

Un simbolismo profondo accomuna Maglietto e Scalpello, due strumenti a prima vista semplici e d’importanza contingente all’occhio del Profano. 

Nel Quadro di Apprendista, vengono raffigurati fra la porta del Tempio e la colonna Jachin. Per l’appunto, la colonna J, attiva e maschile, è la promessa di un futuro generatore a cui si riconduce l’Apprendista entrando nel Tempio e utilizzando, per il suo lavoro quotidiano, questi due strumenti.

All’interno dell’Officina, sempre a destra della Colonna J, si trova il Secondo Sorvegliante , sotto il cui controllo stanno gli Apprendisti. Per loro, il Secondo Sorvegliante è colui che intuisce e istruisce, è colui che comprende le difficoltà dei primi passi  e che, all’occorrenza, sa perdonare gli errori. Così scorre il senso di un collegamento, la traccia e la trama del percorso iniziatico e del perfezionamento morale, fino alla trascendenza dell’uomo rettificato.

Due strumenti essenziali e insostituibili, perciò, nelle mani dell’Apprendista e ugualmente preziosi. Il Maglietto è un diminutivo di maglio, dal latino malleus, martello. Esaminato da solo, lo troviamo in tutta la sua componente attiva, nelle mani del M.V., del Primo Sorvegliante e del Secondo Sorvegliante. E’ un simbolo di potenza e di autorità e, in forma traslata, di saggezza.

Il Maglietto e lo scalpello rappresentano l’attivo e il passivo, il primo è l’emblema del lavoro e della forza materiale, aiuta a rimuovere gli ostacoli ed a sormontare le difficoltà;  il secondo è l’emblema della scultura dell’architettura e delle belle arti e il suo uso sarebbe quasi nullo senza il concorso del maglietto.

Analogicamente essi concorrono allo stesso scopo: poiché, il maglietto emblema della logica, senza la quale non si può ragionare giustamente e della quale nessuna scienza può fare a meno, ha bisogno dello  scalpello, che è l’immagine del mordente degli argomenti della parola, con i quali si perviene a distruggere sempre i sofismi dell’errore.

Il maglietto è il simbolo dell’intelligenza che agisce e persevera, che dirige il pensiero e anima la meditazione di colui che, nel silenzio della sua coscienza, cerca la verità. Visto da questo lato, è inseparabile dallo scalpello che rappresenta il discernimento senza il cui intervento lo sforzo sarebbe vano, se non pericoloso.

Questi due strumenti sono indispensabili per lavorare la pietra grezza. Il primo rappresenta  le risoluzioni prese nel nostro spirito: è lo scalpello di acciaio che si applica sulla pietra, tenuto con la sinistra, lato passivo, corrispondente alla ricettività intellettuale e al discernimento speculativo; l’altro figura la volontà che agisce: è il  maglietto, insegna di comando, che è brandito dalla mano destra, il lato attivo, e che si  riferisce alla energia  agente e alla determinazione morale da cui deriva la realizzazione pratica.

Pur esistendo in varie forme, a seconda delle diverse necessità, lo scalpello non cambia mai la sua delicata funzione ammortizzatrice, e certo non  con lo scopo di nascondere i contrasti e le imperfezioni, bensì di proporsi come componente armonica della volontà, come la più genuina espressione della tolleranza.

La Massoneria universale ha fatto della tolleranza uno dei suoi principi basilari. Quante battaglie ideali essa ha vinto nella sua storia, ma quante ancora ne deve vincere!! Innalzando questo vessillo. E quanti suoi nemici si sono serviti dell’intolleranza per cercare di interrompere l’opera, nascondendo questo atteggiamento bruto dietro falsi simulacri di civiltà e vacue e menzognere professioni di democrazia, giustizia e libertà.  L’intolleranza porta alla disgregazione e alla decomposizione: è un arma micidiale per chiunque la usi. Lo spirito eletto, il vero iniziato la ripudierà sempre e l’allontanerà da se, essendo capace anche di smascherarne i molti camuffamenti. Forte deve essere il monito a non tradire questo principio, che non vuol dire acquiescenza stupida e retriva o sottomissione vile e servile ma nobiltà d’animo, poptenza dell’uomo spirituale, intelligente, paziente, saggia disposizione dei nostri giorni e della nopstra vita. Lo scalpello, nel tradurre le sollecitazioni della volontà, si muoverà senza ritardi ma con moderazione e discernimento.

Parafrasando un passo del Vangelo, la mano destra dell’Apprendista che tiene in mano il maglietto, deve adesso sapere cosa fa la sua mano sinistra che tiene lo scalpello . Il primo risultato non potrà certo essere un lavoro mirabile , ma mirabili sono gli strumenti che ha in mano. Imparando a usarli, si schiuderanno, per lui, altri orizzonti di conoscenza , il suo cammino si farà più sicuro, il suo lavoro più soddisfacente e contribuirà ad innalzare quel Tempio Ideale cui l’uomo sublime tende da quando lo spirito è stato infuso in lui. Un passo dietro l’altro sulla via iniziatica, sulla strada della Vera Luce. Il Maglietto e lo Scalpello diventano strumenti inscindibili per il Massone e non solo per l’Apprendista. Il grande contenuto simbolico viene percepito appieno solo potendoli considerare c complementari ed abbinati. Solo in questo modo, la loro bellezza si moltiplica e si completa.

Il Maestro Venerabile P. P.

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LIBERI MURATORI NELLO SPAZIO

LIBERI MURATORI NELLO SPAZTO

Tra gli astronauti più noti. che fanno parte della Libera Muratoria, vi sono: John Glenn, Edwin E. Aldrin e Virgil Grissom.

JOHN GLENN: 33° del RSAA 1° americano in orbita attorno alla Terra.John J. Glenn, nato il 18 luglio del 1921, a Cambridge, Ohio è stato il primo astronauta americano ad orbitare intorno alla terra,  il 20 febbraio del l962. La sua missione. a bordo della navicella “Friendship 7”, è  durata solo tre orbite, per un tempo complessivo di 4 ore e 55 minuti, ma è stata una delle più importanti pietre miliari nello sviluppo del programma spaziale degli USA.

Divenuto Senatore  degli USA per lo stato dell’Ohio, dopo 36 anni, Glenn è ritornato nello spazio. all’età di 71 anni, a bordo dello Shuttle, e vi è rimasto per ben 10 giorni circa, portando a felice compimento importanti esperimenti relativi alla fisiologia dell’organismo umano ad età… non più giovanile .

Il 77enne  Massone dello Stato di Washington DC ed ha ricevuto il il 33° grado del Rito scozzese   il 10 settembre 1998, il 33°   un mese prima   del suo fantastico viaggio  nello spazio.

John ha portato con sé, sullo Shuttile,  il Brevetto  di  nomina al  33° ed,  al suo  ritorno dallo spazio, lo stesso Brevetto è divenuto uno dei documenti eccezionali posti nel Museo massonico  di Washington.

EDWIN ALDRIN  1° uomo sulla Luna – Missione Apollo 11.   Edwin Aldrin” nato il 20 gennaio del 1930 nel New Jersey, si è laureato a  West Point ed al M.l.T.   Alle ore 09 e 32  minuti EDT del 16 luglio del 1969 è partito  con la missione Apollo 11  verso la Luna, dal Centro spaziale Kennedy.

Aldrin era il pilota del modulo lunare “Eagle”, che si posò sulla Luna, pilotato manualmente dallo stesso Aidrin. alle ore l2 e 50 minuti EDT del 2a luglio 1969″ nel Mare della Tranquillità. E’ rimasto sulla Luna, compiendo esplorazioni ed esperimenti, per 21 ore e 36 minuti, imbarcando sul modulo ben 20 kg di pietre lunari.

Si dice  che  Aldrin abbia messo sotto il suolo lunare una targa con i simboli della Libera Muratoria, Squadra e Compasso.

VIRGIL IVAN GRISSOM Astronauta del l Progetto MercLrry.

Grissorn. nato il 3 aprile 1926 a Mithcell, Indiana, è entrato nel AIR Force degli USA nel 1914. Laureatosi all’Università di Purdue in ingegneria meccanica, nel 1950, divenne pilota degli F-86.

Nel 1955 si laureò in ingegneria aeronautica. E’ stato  pilota in Corea, dove ha avuto  una medaglia al valore.  Ha fatto parte del  Progetto Mercury.

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LA MUSICA NELLA RITUALITÀ DEL TEMPIO

LA MUSICA NELLA RITUALITÀ  DEL TEMPIO

di Paolo Pisani

Ciò che più vale è la nostra capacità di recepire il messaggio espresso dalle vibrazioni

Componente non cefto casuale della ritualità dei Lavori nel Tempio è la Musica. Come certe parole posseggono il potere misterioso di far spuntare un sorriso sul volto degli uomini di ogni paese e di giungere all’anima, così anche la Musica suscita entusiasmo, gioia, amicizia, interiorità. Ad ogni età della vita, in ogni regione e cultura, dal ritmo del tamburo alle sinfonie più sofisticate , la Musica ci libera dai pesi quotidiani, aiutandoci a liberare sulle vie dell’emozione e della verità.

Non quella verità che si spiega o si giudica, ma quella essenziale che ci fa sentire noi stessi, in un Universo di cui diveniamo anche noi una vibrazione tra miliardi di altre. L’uso delle Musiche nel corso dei nostri Lavori, trova ragion d’essere proprio in questo equilibrio interiore che la Musica crea. Una comunicazione segreta con la lenta evoluzione delle stelle, con il ritmo del nostro stesso respiro, del nostro cuore ed è in questi momenti che un senso di unità universale penetra nel più profondo di noi stessi. Come osserva lo stesso Fanise, tra le stelle e noi esistono sinfonie eterne e divine , come i movimenti delle stagioni, come il perpetuo alternarsi del giorno e della norte, come il dialogo della Luna con il flusso e riflusso degli Oceani. Ed è dunque attraverso la Musica che possiamo sfiorare la voce segrera e misteriosa della stessa creazione .

Poco importala scelta di questo o quel compositore , ciò che più vale è la nostra capacità di recepire le sue vibrazioni: il rumore dell’acqua di un ruscello di montagna, il canto degli uccelli in una foresta tropicale o il dialogo del vento ed il deserto, possono anch’essi permetterci di entrare n sintonia con i tre regni (vegetale – minerale – animale) di cui rappresentiamo il prolungamento, avvicinandoci attraverso il miracolo del suono e della Musica, a quel regno divino che, pur vicino, è così inaccessibile.

Arte concreta e nel contempo astratta, trova nelle materie più semplici ed anche più volgari (il pelo d’un archetto di violino, una pelle di capra, una corda di budello) dei “tramite ” per trascinarci verso la spiritualità ed il raccoglimento; unica condizione essenziale : la nostra voglia e disponibilità a partecipare al “viaggio”. Sta in questo la sua universalità. Non tanto per la atavica genesi, antica come l’uomo, quanto perché ci permette ancor oggi di trovare una forma concreta per ridurre la distanza da quel mondo sovraumano che , a noi sconosciuto, ci appare come la chiave dell’Universo che è regolato dal Grande Architetto.

Sensazioni che I’uomo ha sempre avvertito e delle quali figure illustri hanno teso ad oggettivarne il significato, come il grande poeta tedesco Goethe con la sua frase : “La Musica ci dà il presentimento d’un mondo migliore “, oppure del celebre violoncellista spagnolo Pablo Casals con: “Fare della Musica è dare ali d’eternità alla Natura più effimera, rendere umane le cose divine e divine le cose umane “. Del resto I’origine stessa della parola “Musica”, non sembra dovuta al caso se contiene come matrice “Musa”, se è prossima alla parola “Mistica” e presente nell’approccio al mondo divino di ogni epoca e civiltà. Ciò dipende dal fatto che più dell’immagine od il movimento, è

questo il linguaggio preferito dell’emozione, dell’amore, dei sentimenti. Ogni culto, religione e pratica spirituale , accordano alla Musica uno spazio d’onore nelI’espressione dell’indescrivibile, considerandola come supporto più ricco alla stessa preghiera. Dalle recitazioni cantate del Corano, dai canti sacri del buddismo tibetano, alle invocazioni delle forze cosmiche delle religioni precolombiane , sia nel-

le nostre stesse musiche massoniche, si evidenzia la universalità del carattere mediatico della Musica. Un carattere mediatico che non risente delle diversità etniche e culturali, in quanto, pur nella diversità evidente dei linguaggi musicali (un aborigeno australiano che soffia in una tibia o il coro e orchestra della Volksoper di Vienna), I’effetto di quei suoni ed armonie , verrà concepito unicamente dal senso di raccoglimento ed interiorità degli ascoltatori. Il nostro uso prevalente di Musiche composte da Mozan, sta nel fatto che lo sforzo dell’illustre Fratello, fu quello di creare delle sinfonie che , nel piacere dell’ascolto, aggiungessero il linguaggio non verbale della Natura, dell’amore, dell’umanità, della fratellanza, creando all’interno del Tempio le vibrazioni del creato, quel senso di sereno stato che non sempre riusciamo a raggiungere nel corso del nostri Lavori, incapaci di lasciar fuori, non tanto dal Tempio, ma da noi stessi, le angosce, i problemi, i timori, le ambizioni della vita profana. Una Musica dunque che non va interpretata o vissuta come una “civetteria” coreografica, una integrazione fonica, un abbellimento, bensì come la chiave segreta affinché calma interiore, serenità e benessere spirituale, alberghino in noi e facciano sì che tutto sia realmente “… giusto e perfetto” ed i Lavori di Loggia si svolgano in un clima di vera fratellanza, dando alla dichiarazione del 1″ Sorvegliante, nella chiusura dei Lavori in Grado di Apprendista (“tanto quelli dell’una quanto quelli dell’altra manifestamente lo attestano”), in risposta alla domanda del Maestro Venerabile (” . . . gli Ope rai sono contenti?”), u un senso di concretezza e verità.

Divertire, commuovere , educare, rendere felici, guarire, comunicare, queste ed altre sono le potenzialità della Musica, una Musica che in ogni epoca è riuscita ad essere , e continuerà ad essere , il riflesso sonoro del bello, del bene e del vero, della sapienza, della forza e della bellezza, per far sì, come noi Massoni auspichiamo, che anche la civiltà spirituale riesca a guadagnare il cuore degli uomini.

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IL LAVORO DEL LIBERO MURATORE

IL LAVORO DEL LIBERO MURATORE

        Viviamo in un momento di grande confusione, incalzati come siamo dai problemi della nostra terrestrità; cariche le nostre spalle di moltipesi inutili e di fardelli che ci provengono da desideri smodati di ricchezza e da sogni ingannevoli di potere; piena la nostra testa di paure, insicurezze, angosce, ansie di protagonismo. Siamo costretti a strisciare per terra riducendo al minimo l’orizzonte davanti a noi.   Questa mancanza di visuale ci rende ciechi ed indifferenti a tutto quanto avviene intorno a noi e di conseguenza pensiamo solo alla nostra sopravvivenza con spietato egoismo.

        La mancanza di orizzonti rende la nostra vita vuota ed inutile, limitata alla sola soddisfazione dei bisogni elementari. Senza sogni, senza ideali, senza alcuna proiezione verso il mondo del trascendente.

Siamo tutti protagonisti della cronaca, ma nessuno di noi è neanche sfiorato dalla storia.

        Il risultato è che, se ci guardiamo attorno, siamo costretti a vergognarci di noi stessi, a sentirci umiliati e sconfitti. La società profana ci appare ogni giorno più debole, più limitata nei suoi orizzonti, più incerta e confusa sul proprio futuro.

        Solo il mondo iniziatico ha certezze. È l’unico mondo che non sogna rivoluzioni né violente, né programmatiche, né istituzionali. L’iniziato accetta attivamente e con saggezza la tradizione e cerca di interpretarla sempre più profondamente e sempre più coerentemente. L’iniziato lavora alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo e ciò gli consente di guardare verso il cielo in una contemplazione dolce, poetica e realistica nello stesso tempo.

        L’iniziato lavora alla costruzione di una diversa umanità: più giusta, più tollerante, più disponibile a guardare negli occhi il proprio simile, a condividerne gioie e dolori.

        L’iniziato ha i  suoi scampoli di cielo e di beatitudine in questa terra, ed essi si realizzano ogni volta che, con gli altri Fratelli, lavora in Loggia alla edificazione del Tempio della propria personalità, sotto la guida di una Istituzione massonica monda di sospetti e di brutture, protesa all’elevazione materiale, culturale e spirituale dell’inte6 umanità.

        Guai a noi se non elimineremo i maestri di profanità che siedono fra le nostre Colonne, Fratelli che pur cingendo i propri fianchi del grembiule di Maestro sono spiritualmente legati alla Colonna del Nord ed agiscono e si comportano come se la loggia fosse una pubblica piazza o peggio un club profano.

        Bisogna combattere il lassismo, generatore di confusione e disordine. È urgente ed improcrastinabile instaurare una disciplina esteriore che produca scrupolosa osservanza  della sacralità e ritualità della loggia.

        L’insegnamento e la pratica iniziatica devono accompagnarsi ad una grande disciplina interiore, sicché ogni parola, ogni comportamento, ogni gesto, ogni atteggiamento siano di estrema coerenza con I’assoluta esclusione dei metalli dal Tempio.

        La saggezza della Tradizione massonica insegna che si deve lavorare nei tre Gradi: Apprendista, Compagno e Maestro. Ma a quest’ultimo Grado si deve pervenire, non per anzianità, ma per acquisizione di saggezza massonica e di pienezza iniziatica. Solo così, mentre l’umanità striscia per terra, noi saremo una élite che potrà contemplare il cielo da Occidente ad Oriente, da Settentrione a Mezzogiorno e dal Nadir allo Zenith.

ARMANDO CORONA

HIRAM  Gennaio 1988

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LA METAMORFOSI DI UN LIBERO MURATORE

LA METAMORFOSI DI UN LIBERO MURATORE

In occasione del passaggio al Grado di Maestro Libero Muratore di L. S. e A. c.

S. C.

“…Io ( Logos) dimoro in ogni movimento che esiste nella materia tutta”

(Vangelo di Giovanni)

Maestro Venerabile, carissimi Fratelli, Neo Maestri  L. S. e  A. C.

     La Libera Muratoria fonda la sua tradizione su due idee fondamentali: su quella del Grande Architetto dell’Universo (G. A. D. U) e su quella del Mito di Hiram.

 Il G. A. D. U. è il simbolo per eccellenza della Libera Muratoria, ed esprime un concetto simbolico di “Entità Divina”; in sua grazia e in sua gloria si svolgono i Lavori Libero-Muratori. 

 Il Mito di Hiram-Abif è ritualmente ripetuto a ogni elevazione al terzo Grado di Maestro Muratore, ed “affratella” con un legame indissolubile tutti i Maestri Liberi Muratori. Esso è definito “mito”, perchè è completamente inventato e non scaturisce da nessuna elaborazione di fatti reali; si basa su una leggenda biblica che si riferiva alla costruzione del tempio di Salomone. Il Mito di Hiram è originale e viene considerato un capolavoro. La figura di Hiram è stata prescelta probabilmente per il suo alto valore simbolico Muratorio ed Iniziatico. Come Architetto-Costruttore del Tempio di Gerusalemme, rientrava perfettamente nel simbolismo dell’Ordine e non aveva l’aria di qualcosa di avulso, inserendosi inoltre anche se con proporzioni più modeste, al filone che si rifaceva ai “Grandi Edificatori”: dalla costruzione dell’arca da parte di Noè, a quella della città di Enoch da parte di Caino, dalla torre di Babele da parte di Nemrod a quella, appunto, del Tempio di Gerusalemme. Un’analogia con il Mito di Hiram è quello egizio d’Iside e Osiride, che rappresenta uno dei più noti culti delle società segrete iniziatiche delle religioni pagane, insieme ai Misteri Eleusini e Orfici della Grecia ed al culto di Mitra dell’Impero Romano.

Nella cerimonia del terzo grado, colui che deve diventare Maestro Libero Muratore personifica, come se fosse un attore, Hiram … muore in senso simbolico per poi risorgere a nuova vita. Questa  è la “Metamorfosi di un Libero Muratore”.  La metamorfosi rappresenta, da un punto di vista ontogenetico e filogenetico, una trasformazione di forma e di struttura che subiscono tutti gli esseri viventi dal concepimento al termine del loro sviluppo ….essa, comunque,  continua fino al momento della morte e poi ancora oltre la morte …per effetto della cessazione delle attività vitali …passando dalla distruzione autolitica, alla  putrefazione, fino alla decomposizione del cadavere. Alcune metamorfosi nel mondo degli insetti sono fortemente simboliche , basta pensare a quella dei bruchi in farfalle. La simbologia della farfalla in massoneria è simbolo di immortalità , proprio per la sua continua trasformazione; ma è anche simbolo di “ Verità”“ sempre vola qua e là, ora vicina ora lontana, ma sempre fuori portata.” Il Lavoro Muratorio deve essere visto, pertanto,  come una lunga e faticosa “ricerca interiore” al fine di compiere una “trasmutazione dell’imperfetto”, cercando di mirare ad un perfezionamento delle propria condizione personale ed addirittura, utopisticamente  – avendo il Libero Muratore una visione eterna del cosmo, che si manifesta e si integra con “l’azione archetica” del Grande Architetto dell’Universo – anche a quella dell’Umanità.

Il vivere è per tutti gli uomini una continua metamorfosi…una continua trasformazione sia del corpo che dell’anima, è un “lanciarsi avanti”…è un “movimento continuo”… è “dinamicità…non staticità”.  L’”immobilità” rappresenta il non voler crescere…il rifiuto del tutto …rappresenta  l’egoismo di chi non vuole andare avanti …l’isolamento, la solitudine, la mancata ricerca di felicità.

Noi , abbiamo la fortuna di appartenere ad un Ordine Iniziatico,  che  ci dà, sia gli strumenti per accrescere la nostra capacità intellettiva, prevalentemente di tipo intuitivo, – grazie agli innumerevoli simboli situati all’interno del nostro Tempio, simbolo anch’esso del Cosmo infinito…facendoci volare con la mente oltre il cielo stellato fino a raggiungere l’ “Illimitato” –  sia perché ci permette, indipendentemente dalla nostra volontà, di “passare di grado”, cioè di salire gli “scalini della conoscenza”…con lentezza, dandoci il tempo di fermarsi, di guardare indietro – con una visione dall’alto – di riflettere e poi ripartire …questa è la “Lezione Massonica” …è l’acquisizione della forza di uscire da se stessi (morire), per trasformarsi in un altro (rinascere)…come quegli insetti che conoscono l’arte di crescere facendo la muta: la perfetta figura di come erano rimane intatta, ma vuota, leggera e fragile , l’ “esuvia”, mentre il nuovo corpo va avanti, memore del passato e forte per il  futuro.

Mi piace concludere con una fiaba, basata su avvenimenti e personaggi fantastici ma con un forte significato formativo. Il titolo è :

 “LA METAMORFOSI DI PINCTOR”

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita.

E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese “Sei tu l’albero della vita?”. Il sole annuì, la luna annuì e gli sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna-nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell’infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come di resina e di miele, ma anche come di un bacio di una donna.

Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l’ignoto,verso il magicamente prefigurato.

Pictor scorse un uccello sull’erba posato e di luminosi colori ammantato, di tutti i colori il bell’uccello sembra dotato. Al bell’uccello variopinto egli chiese “Uccello, dove è dunque la felicità?”. “La felicità?” disse il bell’uccello e rise con il suo becco dorato, “la felicita, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli”.

Con queste parole l’uccello spensierato scosse le sue piume, allungò il collo, agitò la coda, socchiuse gli occhi, rise un’ultima volta e poi rimase seduto immobile, seduto fermo nell’erba, ed ecco: l’uccello era diventato un fiore variopinto, le piume si era erano trasformate in foglie, le unghie in radici. Nella gloria dei colori, nella danza e negli splendori, l’uccello si era fatto pianta. Pictor vide questo con meraviglia.

E subito il fiore-uccello cominciò a muovere le sue foglie e i suoi pistilli, già era stanco del suo essere fiore, già non aveva più radici, scuotendosi un po’ si innalzò lentamente e fu una splendente farfalla, che si cullò nell’aria, senza peso, tutta di luce soffusa, splendente nel viso. Pictor spalancò gli occhi dalla meraviglia.

Ma la nuova farfalla, l’allegra variopinta farfalla-fiore-uccello, il luminoso volto colorato volò intorno a Pictor stupefatto, luccicò al sole, scese a terra lieve come un fiocco di neve, si sedette vicino ai piedi di Pictor, respirò dolcemente, tremò un poco con le ali splendenti, ed ecco, si trasformò in un cristallo colorato, da cui si irraggiava una luce rossa. Stupendamente brillava tra erba e piante, come rintocco di campana festante, la rossa pietra preziosa. Ma la sua patria, la profondità della terra, sembrava chiamarla; subito incominciò a rimpicciolirsi e minacciò di scomparire. Allora Pictor, spinto da un anelito incontenibile, si protese verso la pietra che stava svanendo e la tirò a sé. Estasiato, immerse lo sguardo nella sua luce magica, che sembrava irraggiargli nel cuore il presentimento di una piena beatitudine.

All’improvviso, strisciando sul ramo di un albero disseccato, il serpente gli sibilò nell’orecchio: “La pietra si trasforma in quello che vuoi. Presto, dille il tuo desiderio, prima che sia troppo tardi!”.

Pictor si spaventò e temette di vedere svanire la sua fortuna. Rapido disse la parola e si trasformò in un albero. Giacché più di una volta aveva desiderato essere un albero, perché gli alberi gli apparivano così pieni di pace, di forza e di dignità.

Pictor divenne albero. Penetrò con le radici nella terra, si allungò verso l’alto, foglie e rami germogliarono dalle sue membra. Era molto contento. Con fibre assetate succhiò nelle fresche profondità della terra e con le foglie sventolò alto nell’azzurro. Insetti abitavano nella sua scorza, ai suoi piedi abitavano il porcospino e il coniglio, tra i suoi rami gli uccelli.

L’albero Pictor era felice e non contava gli anni che passavano. Passarono molti anni prima che si accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Solo lentamente imparò a guardare con occhi d’albero. Finalmente poté vedere, e divenne triste.

Vide infatti che intorno a lui nel paradiso gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto anzi scorreva in un flusso incantato di perenni trasformazioni. Vide fiori diventare pietre preziose o volarsene via come folgoranti colibrì. Vide accanto a sé più di un albero scomparire all’improvviso: uno si era sciolto in fonte, un altro era diventato coccodrillo, un altro ancora nuotava fresco e contento, con grande godimento, come pesce allegro guizzando, nuovi giochi in nuove forme inventando. Elefanti prendevano le veste di rocce, giraffe la forma di fiori.

Lui invece, l’albero Pictor, rimaneva sempre lo stesso, non poteva più trasformarsi. Dal momento in cui capì questo, la sua felicità se ne svanì: cominciò ad invecchiare e assunse sempre più l’aspetto stanco, serio e afflitto, che si può osservare in molti vecchi alberi. Lo si può vedere tutti i giorni anche nei cavalli, negli uccelli, negli uomini e in tutti gli esseri: quando non possiedono il dono della trasformazione, col tempo sprofondano nella tristezza e nell’abbattimento, e perdono ogni bellezza.

Un bel giorno, una fanciulla dai capelli biondi e dalle veste azzurra si perse in quella parte del paradiso. Cantando e ballando la bionda fanciulla correva tra gli alberi e prima di allora non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Più di una scimmia sapiente sorrise alla suo passaggio, più di un cespuglio l’accarezzò lieve con le sue propaggini, più di un albero fece cadere al suo passaggio un fiore, una noce, una mela, senza che lei vi badasse.

Quando l’albero Pictor scorse la fanciulla, lo prese un grande struggimento, un desiderio di felicità come non gli era ancora mai accaduto. E allo stesso tempo si trovò preso in una profonda meditazione, perche era come se il suo stesso sangue gli gridasse: “Ritorna in te! Ricordati in questa ora di tutta la tua vita, trovane il senso, altrimenti sarà troppo tardi e non ti sarà più data alcuna felicità!”. Ed egli ubbidì. Rammemorò la sua origine, i suoi anni da uomo, il suo cammino verso il paradiso, e in modo particolare quell’istante prima che si facesse albero, quell’istante meraviglioso in cui aveva avuto in mano quella pietra fatata. Allora, quando ogni trasformazione gli era aperta, la vita in lui era stata ardente come non mai! Si ricordò dell’uccello che allora aveva riso e dell’albero con la luna e il sole; lo prese il sospetto che allora avesse perso, avesse dimenticato qualcosa, e che il consiglio del serpente non fosse stato buono.

La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell’albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì, con un improvviso dolore al cuore, nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei.

Attratta dalla forza sconosciuta si sedette sotto l’albero. Esso le appariva solitario, solitario e triste, e in questo bello, commovente e nobile nella sua muta tristezza; era incantata dalla canzone che sussurrava lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l’albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore. Il suo cuore, era stranamente dolente, nel cielo della sua anima scorrevano nuvole, dai suoi occhi cadevano lentamente pesanti lacrime. Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così? Perché il suo cuore voleva spaccare il petto e andare a fondersi con lui, con il bel solitario?

L’albero tremò silenzioso fin nelle radici, tanto intensamente raccoglieva in sé ogni forza vitale, proteso verso la fanciulla, in un ardente desiderio di unione. Ohimè, perché si era lasciato raggirare dal serpente per essere confinato così, per sempre, solo in un albero! Oh, come era stato cieco, come era stato stolto! Davvero allora sapeva così poco, davvero era stato così lontano dal segreto della vita? No, anche allora l’aveva oscuramente sentito e presagito – ohimè! e con dolore e profonda comprensione pensò ora all’albero che era fatto di uomo e di donna!

Venne volando un uccello, rosso e verde era l’uccello, ardito e bello, mentre descriveva nel cielo un anello. La fanciulla lo vide volare, vide cadere dal suo becco qualcosa che brillò rosso come sangue, rosso come la brace, e cadde tra le verdi piante, splendette di tanta familiarità tra le verdi piante, il richiamo squillante della sua rossa luce era tanto intenso, che la fanciulla si chinò e sollevò quel rossore. Ed ecco che era un cristallo, un rubino, ed intorno ad esso non vi può essere oscurità.

Non appena la fanciulla ebbe preso la pietra fatata nella sua mano bianca, immediatamente si avverò il sogno che le aveva riempito il cuore. La bella fu presa, svanì e divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò dal suo tronco come un robusto giovane ramo che rapido si innalzò verso di lui.

Ora tutto era a posto, il mondo era in ordine, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un vecchio albero intristito, ora cantava forte Pictoria. Vittoria.

Era trasformato. E poiché questa volta aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, perché da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva. Incessantemente il flusso fatato del divenire scorreva nelle sue vene, perennemente partecipava della creazione risorgente ad ogni ora.

Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente, nuvola e uccello. In ogni forma però era intero, era una “coppia”, aveva in sé luna e sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella doppia in cielo.

Questa favola è stata scritta nel 1922 da Hermann Hesse *

( H.Hesse/ Sull’amore . Edi. Mondadori 2014, pagina 148-152)

* Hermann Hesse ( Calw, Wurttemberg, 1877-Montagnola, Canton Ticino , 1962), autore poliedrico, soggirnò a lungo in Oriente dove acquisì familiarità con le religioni , le filosofie e le letterature di India e Cina, che hanno ispirato alcuni tra i suoi più celebri romanzi tra cui Siddharta. Tra le sue più importanti opera dobbiamo ricordare: Il lupo della steppa;Narciso e Boccadoro; Gioco delle perle di vetro. Non era iscritto all’Ordine Iniziatico ma per le sue pagine esoteriche viene considerato un” massone senza grembiule”. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.

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INIZIAZIONE DEL PROFANO C. S.

Rispettabilissimo Maestro Venerabile,

Fratelli tutti,

Caro F.S.

           Le regole della nostra Istituzione, vogliono che sia il Maestro Oratore a dare il benvenuto al Fratello neofita pronunciando una orazione.

Per questo ti dico: anche se sei confuso per questi momenti che stai vivendo così intensamente, vorrei ancora un po’ della tua attenzione perché tu cominci a riflettere sul rito che si è appena concluso e sulla tua nuova condizione.

           Voglio brevemente ricordarti che oggi tu sei morto come profano. Nel gabinetto delle riflessioni hai scritto il tuo testamento e adesso, dopo aver superato alcune importanti prove, sei rinato FRATELLO LIBERO MURATORE.

           Ma soprattutto questa sera io parlerò a te, che sei un profondo conoscitore di ciò che sta dentro il nostro corpo umano, di come la nostra Istituzione intende l’Uomo.

           Nell’Uomo combattono perennemente due anime: da un lato egli tende verso la luce della Ragione e della Morale, dall’altro è attratto dalle tenebre più oscure. Questo conflitto che ciascuno di noi può sentire dentro di sé in ogni istante della propria vita, è l’assenza stessa della vita umana.

           Socrate, in grande iniziato, diceva sempre: “conosci te stesso, cerca di conoscere le regole elementari dell’Universo e della vita; la Verità non proviene dall’esterno, ma è in noi stessi e questa continua ricerca, guidata dalla Ragione, deve essere il tuo impegno per la vita.”

           La Massoneria può aiutare chi vuol guardare dentro il proprio animo, cercando in quelle parti più sconosciute, a raggiungere la propria identità ed affrontare con più sicurezza i problemi importanti della vita profana.

           Scopo ed essenza della Massoneria è infatti quello di creare uomini nuovi, migliori, che possano, attraverso la loro opera e soprattutto il loro esempio, migliorare la collettività e quindi l’Umanità intera. Per assolvere a questo difficile compito, ti riassumo brevemente come la Moderna Massoneria ha pensato di fare: prima di tutto ha basato le Sue fondamenta sulla solida roccia degli Antichi Doveri della Tradizione Muratoria, poi si è data una struttura Universale in modo che tutti i Fratelli del mondo, senza distinzione di razza o di religione, possano riconoscersi e parlare tutti lo stesso linguaggio dei Simboli, quindi ha costruito le Officine, come quella dove adesso ti trovi, perché siano luoghi dove approfondire, (insieme agli altri Fratelli oppure individualmente), i Concetti Iniziatici, insegnare o apprendere dagli altri Fratelli.

           Anche tu, se dedicherai un po’ del tuo tempo allo studio degli Antichi Doveri, se imparerai ad interpretare il linguaggio dei Simboli e ad usarli nella vita, se frequenterai questa Officina con la gioia di incontrare i tuoi Fratelli, potrai dire di LAVORARE, di assolvere a quel giuramento che questa sera hai prestato al Maestro Venerabile e all’impegno solenne che hai preso con te stesso.

           Adesso che sei Apprendista Libero Muratore, il tuo lavoro essenziale consisterà nello sgrossare la Pietra Grezza, cioè il tuo carattere. All’inizio ti basteranno solo due strumenti: lo Scalpello ed il Mazzuolo. Quando sarai diventato più abile potrai imparare ad usare altri Strumenti a seconda delle circostanze e a seconda dei punti del tuo carattere da modificare.

          Ti occorrerà tempo, ma ti assicuro che anche per tutti coloro che stasera sono presenti in questa Officina, il Lavoro di cui ti parlo non si è ancora concluso.

           Non ti spaventare se all’inizio ti sentirai insicuro, se non troverai il giusto modo di procedere per la strada che ti sei riproposto di percorrere, chiedi aiuto e vedrai che troverai, come anch’io trovai, chi ti condurrà per mano.

           Ma voglio continuare a parlarti dell’Uomo: la tua professione di medico ha qualcosa di particolare che deriva dal fatto che il tuo lavoro ha come oggetto l’uomo ed i suoi beni più preziosi, cioè la salute e la vita.

           Per questo dico che il medico deve essere un punto di riferimento e lui, più degli altri, deve applicare i Principi Fondamentali che la Massoneria insegna.

           Ma il potere che le moderne tecnologie hanno dato al medico ripropone antichi dualismi sotto una luce diversa o ne pone di veramente nuovi: l’inizio e la fine della vita, l’ingegneria genetica, l’eutanasia e l’aborto, i trapianti, la droga, ma anche gli interessi economici di chi orbita in quel mondo e lo stesso rapporto medico-paziente, sono problemi che nascondono spesso la necessità per il medico di operare scelte difficili.

           Ma allora mi chiedo e ti chiedo: come fa il medico a scegliere da solo ? Il comune buon senso non può certo bastare; occorre invece una forte Morale per affrontare certi problemi, ed è per questo che tutti noi pensiamo che la Massoneria possa indicare all’Uomo-medico la giusta strada per riflettere ed affrontare la complessa materia. Ecco spiegato il significato dell’aiuto di cui ti parlavo all’inizio.

           Buon viaggio quindi, carissimo Fratello Spinelli, al servizio dell’Uomo.

           Ti aspetto in Officina ogni volta che ci riuniremo, ricerca con tutti i Fratelli un rapporto di amore e di solidarietà, aumenta la tua capacità di amare, sviluppa la tua fantasia per essere Libero, intendendo per questo la possibilità di essere sempre te stesso, ricerca la felicità nel dare più che nel ricevere e vedrai che così potrai veramente elevarti ad un livello superiore culturale e spirituale e sentirti più vicino alla GLORIA DEL GRANDE ARCHITETTO DELL’UNIVERSO.

                                                                                            ( L.  M.)

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CERIMONIA DI ELEVAZIONE AL 3° GRADO

Cerimonia di elevazione al grado di maestro di C. S. e A. A.

Venerabilissimo,

rispettabili Maestri e soprattutto

neo Maestri C. e A.

con la cerimonia di questa nostra tornata avete raggiunto il grado più alto del nostro ordine; da questa sera il lavoro della nostra officina sarà e dovrà essere per voi più impegnato, più carico di responsabilità nei confronti della loggia e di voi stessi.

      Questa sera è stata raggiunta l’iniziazione integrale, è stata acquisita la pienezza dei diritti massonici; ora forti del solido e proficuo lavoro compiuto nei due gradi precedenti potete veramente portare a compimento la costruzione del tempio interiore.

      Tutto il simbolismo della iniziazione al grado di maestro gravita attorno alla leggenda di Hiram o, più esattamente, all’assassinio di Hiram.

      E’ questo un dramma simbolico che fa della massoneria attuale non una sopravvivenza dei misteri dell’antichità, ma una continuazione degli stessi.

      Apuleio, che nel libro XI delle Metamorfosi sembra descrivere la propria iniziazione, dice: “Il sacerdote, allontanati i profani, mi fa indossare una candida veste di lino e, prendendomi per mano, mi guida nella parte più intima del santuario… Sono giunto al limite della morte; il mio piede si è posato sulla soglia di Proserpina. Al ritorno ho attraversato gli elementi. Finalmente nella notte ho visto il sole irradiare”.

      Va detto anche che la morte simbolica si ritrova non solo nei misteri dell’antichità, ma pure nei riti di iniziazione dei primitivi. In tutte le parti del mondo (Nuovo Galles del Sud, Isole Figi, Congo in Africa, Pellerossa in America ecc.) i popoli non civili celebrano vari misteri ai quali si è ammessi soltanto con l’iniziazione. Quasi sempre contengono scene mimate, che rappresentano delle avventure nel paese delle anime.

      L’elemento drammatico più frequente è dato dalla simulazione di una morte seguita da una resurrezione.

      Qualche volta il trapasso è rappresentato da una inumazione; altre volte con una discesa al paese delle ombre, seguita dal ritorno sulla terra o dall’ammissione nel paese degli dei.

      Il simbolismo poi dell’acacia e dei fiori fa della mimosa l’emblema della sicurezza, cioè in senso più largo, della certezza.Certezza che la morte simbolica di Hiram, come quella di Osiride, come quella di Cristo, annuncia non già una totale distruzione dell’Essere, ma un rinnovo, una metamorfosi.

      Uscendo dalla tomba, uscendo dalla bara, l’Iniziato che prima era il bruco o il verme strisciante sulla terra e nell’oscurità, diventa, uscendo dalla crisalide, la farfalla variopinta che si slancia nell’aria verso il Sole e verso la Luce.

      Questo Sole, questa Luce sono annunciati dalla mimosa, dai fiori gialli dorati, simbolo di magnificenza e di potenza.

      E’ nato un maestro, che da ora in avanti si troverà sempre fra la squadra e il compasso, cioè nel luogo medesimo in cui si iscrive la Stella Fiammeggiante e che è propriamente l’Invariabile Mezzo. Dunque non senza ragione la loggia dei maestri è chiamata “Camera di Mezzo”: il maestro è assimilata con ciò all’uomo vero, posto fra la terra e il cielo ed esercitante la funzione di mediatore. Hiram risuscitato è il Maestro individuato, è l’uomo vero.

       Così se da un lato la Massoneria è una comunione che riunisce degli uomini con una stessa liturgia, cioè per mezzo di riticomuni, da un altro lato essa tende a creare degli uomini, degli individui, ciascuno avente coscienza del proprio valore.

      E questo spiega la difficoltà incontrata dalla Massoneria nella storia recente e passata da parte della Chiesa e dei governi dittatoriali. Questi non possono ammettere che un solo individuo si distingua dal resto del gregge. Invece l’attenzione verso l’individuo è propria della Massoneria: se ogni Loggia ha il suo spirito speciale, ogni massone deve conservare e sviluppare le sue qualità innate.

      La Loggia è per il massone una scuola dove può esprimersi liberamente dinanzi ad un uditorio attento e benevolo. Il confronto delle idee vi avviene senza urti e con cortesia.

      L’apprendista (pietra grezza), dopo una fase durante la quale si sgrossa, acquista delle facce uniformi e diventa compagno. Queste facce (pietra cubica) si levigheranno e perderanno poco a poco la loro rugosità.

      Infine il Maestro, nella pienezza dei suoi diritti massonici e dei suoi doveri, individuato veramente, sarà nella Loggia un elemento, una pietra perfetta, indispensabile all’esistenza della Loggia. Indispensabile anche, mi si permetta fratelli carissimi, nella vita profana e nella società cosiddetta civile.

      Quanto c’è bisogno in essa di uomini veri, quanto c’è bisogno di regolamenti e di comportamenti che si ispirino a quei superiori livelli fissati dalla nostra disciplina etica! Eppure con estrema naturalezza gruppi di uomini faziosi e non veri non si sono fatti scrupolo a fissare, anche con apposite leggi, il diritto di indagare, interferire e quindi discriminare, sul nostro essere Liberi Muratori.

      E tutto ciò in palese contrasto non solo con la norma morale, ma, se si vuole, con gli stessi principi fissati dal dettato costituzionale che pure si ispira ai grandi valori della libertà individuale e della non discriminazione dei cittadini.

      Verità, ragione, giustizia… Quante parole, quante energie, quanta passione, ma anche quanto dolore sono stati spesi per la affermazione nel mondo di questi tre fari, di questi tre fini ideali !

      Amaramente, molto amaramente, noi massoni dobbiamo riconoscere che siamo molto lontani oggi dall’aver accolto e assimilato i tre famosi valori, come d’altra parte ci insegna il nostro Rituale del passaggio al terzo grado, appunto il grado di Maestro.

      Furono i tre cattivi compagni ad uccidere Hiram, che non voleva rivelare il segreto, perché ancora impreparati a raggiungere la completezza della formazione massonica. E quei tre compagni rappresentano allora altrettanti disvalori, valori diversi e opposti rispetto a quei tre famosi della verità, della ragione e della giustizia.

      Furono proprio loro, fanatismo, ignoranza e ambizione, che condussero i tre sciagurati a scagliarsi contro il saggio maestro, a colpirlo con quelli che avrebbero dovuto essere solo strumenti dell’arte, a provocarne la morte ad Occidente del tempio, là dove il sole tramonta per lasciare l’universo, non più rischiarato, nel buio delle tenebre. Appunto delle tenebre del fanatismo, dell‘ignoranza, dell‘ambizione.

      Il fanatismo. Uno dei mali più terribili del nostro tempo che, a dispetto della nostra società civile e tollerante, è ben lontano dall’essere sconfitto e ricacciato. E’ il figlio prediletto della menzogna e nel nostro XX° secolo le vittime innocenti di guerre religiose e di forme più o meno velate di razzismo, stanno a dimostrare quanto la mala pianta del fanatismo sia ancora radicata intorno a noi.

      L’ignoranza non è da meno. I cattivi compagni uccisero il loro buon maestro perché ignoranti, ossia non ancora in grado di conoscere e quindi comprendere l’essenza stessa dell’arte, i suoi segreti più riposti. La scienza moderna è talvolta una scienza ignorante, ha la colpa di aver condotto il mondo sull’orlo del baratro, perché irrispettosa delle leggi eterne come quella inerente per esempio i rapporti uomo-natura.

      Infine l’ambizione. Una delle molle, forse quella più potente e insidiosa, che spinge i cattivi compagni al loro orrendo misfatto. Dal terreno fertile dell’ambizione quanti uomini hanno calpestato altri uomini, quante rivoluzioni tradite, quante atroci tirannidi sorte !

      Noi massoni dobbiamo lavorare sull’uomo, trasformarlo, perfezionarlo per poterlo impiegare nell’edificazione del tempio. Allora la nostra funzione sarà soprattutto una funzione educativa. Educativa sul singolo adepto, come pure su tutti gli altri, sui tanti che non hanno superato né supereranno mai la porta del Tempio. Occorre quindi che il massone trasformi se stesso e contemporaneamente funga da esempio, da stimolo e da modello di comportamento ideale.

      Sul finire del 1700 la Massoneria fornì all’uomo quei formidabili strumenti per dare al proprio pensiero il prezioso orizzonte delle libertà e le conseguenze sono sfociate in quel portentoso e sconvolgente rinnovamento i cui frutti ricadono ancora oggi.

      Alle soglie del 2000 saprà la Massoneria fornire identici contributi all’umanità, offrendole altrettanti straordinari strumenti?

      Il  tempo che stiamo vivendo è un tempo difficile, ma è anche il tempo in cui molte cose si rinnoveranno.

      Il vecchio mondo dei pregiudizi, delle esclusività e del materialismo sta per finire, mentre deve fiorire una nuova era di illuminazione spirituale e scientifica.

      La Massoneria non solo deve contribuire a questo rinnovamento, ma deve offrire all’umanità il maggior numero possibile di uomini che abbiano raggiunto la condizione di Uomo. E questo perché la Massoneria da una parte custodisce le tradizioni e i riti che la legano ai secoli, dall’altra perché si pone all’avanguardia del mondo.

      E quando la Massoneria produce i suoi uomini, cioè i suoi Maestri d’Arte che hanno ruolo d’avanguardia, sforna i suoi pezzi migliori. Questi Maestri avranno la nuova fisionomia dell’uomo rigenerato!

      Siamo di fronte ad uomini che hanno scelto non già la libertà di fare qualunque cosa, ma di fare solo quelle cose che sono compatibili con la scelta, assorbente, di essere massoni, da loro stessi consapevolmente compiuta. E, a scanso di equivoci, è bene ricordare che si tratta di scelte di carattere esclusivamente etico, prima fra tutte la scelta severamente condizionata di essere uomini di “buoni costumi” estesa ad ogni possibile manifestazione del loro agire.  Altri condizionamenti non esistono.

      Non nella religione per la quale al massone viene unicamente richiesto il requisito minimale della credenza dell’Essere Supremo, simbolicamente indicato nel G . A . D . U.

      Non nella politica, non nella scienza, non nella filosofia, ritenuti, come effettivamente sono, strumenti del vivere e del conoscere.

      Fratelli Massoni, come facciamo a ritenerci buoni Massoni se ci ritireremo indietro in questo alto compito? Non dobbiamo essere proprio noi i protagonisti della grande e indispensabile riconciliazione fra uomo e uomo, fra uomo e natura, fra uomo e morale?

      Se non risponderemo all’appello del nostro presente, come faremo poi a lagnarci di nuove crociate o delle denigrazioni dei nostri avversari di sempre? Incamminiamoci pure e i compagni di viaggio non tarderanno a seguirci !

      Sforziamoci a divenire modelli di vita e i sorrisi di intesa si moltiplicheranno ad ogni passo. Termino citando una quartina di un  celebre sonetto di Baudelaire, poeta ottocentesco del simbolismo francese, intitolato “Corrispondenze”:

E’ la Natura un Tempio che a volte ribisbiglia,

dai Vivi plinti formule d’arcana risonanza,

l’Uomo in questa foresta di simboli s’avanza

fra sguardi che l’osservano con aria di famiglia.

l’Uomo in questa foresta di simboli s’avanza

fra sguardi che l’osservano con aria di famiglia.

(Massimo  Corti)

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ORDO AB CHAO

ORDO AB CHAO

(sulla Evoluzione)

Al fine di agire consapevolmente per il domani è necessario conoscere il cammino che l’uomo ha percorso, per scoprire quali siano le leggi che hanno guidato il processo evolutivo e la direzione che esso ha seguito. Conosciute quelle leggi, compresa la direzione evolutiva della vita universale, l’individuo può guardareal futuro con sicurezza, applicando le prime ed ,operando attivamente per accelerare la realizzazione dell’altra. Con i mezzi, che l’esperienza delle generazioni e l’investigazione della natura gli mettono a disposizione, egli può inoltrarsi coscientemente sulla strada dell’evoluzione umana, evitando gli ostacoli frapposti dall’ignoranza e dalle passioni egoistiche.

Bisogna restituirsi a se stessi, scoprire quali siano effettivamente le proprie forze, sapere utilizzare la propria volontà, liberata dai desideri e dalle passioni, per un’opera di revisione dei più alti valori umani, al di là di ogni preconcetto politico e religioso. Le autorità religiose e politiche non assolvono la loro missione naturale: invece di indicare quali siano i mezzi per liberare l’umanità dalle più elementari necessità della vita, al fine di instaurare qui sulla terra la fratellanza universale, esse agiscono in maniera da determinare il più pericoloso disorientamento delle coscienze, nel momento in cui la scienza sperimentale si avvia alla conquista sempre più ampia delle leggi naturali, preparando fra l’altro terribili mezzi di distruzione.

Ora, tali conquiste del pensiero, che potrebbero e dovrebbero essere applicate unicamente al miglioramento della condizione umana, richiedono sempre più urgentemente che l’individuo si emancipi dai condizionamenti passionali, per porsi in grado di utilizzare la sua scienza e la sua forza a beneficio di tutti.

La scienza dell’evoluzione umana, che è tramandata nella dottrina massonica, permette di precorrere le fasi del progresso naturale ed ha le sue leggi nelle leggi stesse del generale processo evolutivo della natura universale: questa scienza, che conferisce all’uomo la chiave della sua essenza, che lo rende cosciente della sua struttura reale, delle sue facoltà e dei suoi fini, altro non è che un mezzo per accelerare l’evoluzione dell’individuo e, di riflesso, della collettività. Se non si comprende profondamente l’idea evolutiva, è impossibile afferrare le leggi che regolano il cammino progressivo, che l’uomo deve percorrere, per giungere all’Oriente luminoso in un meccanismo di autodeterminazione voluta e cosciente.

Concentriamo ora l’attenzione sulla storia della vita che si presenta ai nostri occhi come una evoluzione continua che accomuna il mondo organico a quello inorganico. Nell’evoluzione vi è un ordine progressivo fra materia, vita e mente. Il salto dall’inorganico all’organico è prodotto da un lungo progresso graduale che sfocia in un’alterazione dell’equilibrio preesistente: si forma così un nuovo equilibrio in cui si affermano nuove qualità e possibilità di azione. Le diverse maniere di combinazione degli impulsi che si incidono sulla materia sono la causa delle mutazioni. Un altro grande salto, dopo quello che portò alla formazione della materia organica, fu quello dell’umanizzazione; cosicché il nostro sguardo spazia dall’estrema semplicità degli elementari di segno opposto, positivi e negativi, che si attraggono e si integrano in unità organizzate sempre più complesse dai corpi semplici ai corpi composti con masse molecolari in progressivo aumento, fino ad arrivare a quel limite oltre il quale appare ciò che comunemente si definisce come ” vita “.

L’universo si presenta, dunque, come energia in trasformazione continua verso stati di organizzazione sempre più complessa.

La fase relativamente recente dell’evoluzione è riflessa nello sviluppo del sistema nervoso negli esseri viventi. La materia vivente presenta un aumento ed un perfezionamento continuo del sistema nervoso, dalla comparsa dei primi gangli fino alla formazione di un centro cerebrale la quale procede di pari passo con lo sviluppo di una progressiva complessità degli istinti.

Il differenziarsi e l’affinarsi della funzione della sostanza nervosa, gli istinti che si fanno più complessi, il succedersi di forme sempre più evolute di cerebralità, sono tutti fenomeni che conferiscono un particolare significato all’evoluzione della vita, mostrando come essa non si compia a caso, ma seguendo una direzione e una finalità precise, verso il progressivo aumento di una interiorità. Sicché la semplice constatazione che nell’uomo esista una dimensione interiore implica che nell’intera gamma degli esseri debba riconoscersi, in misure sia pure infinitesimali, questa stessa proprietà. Ora, dal momento che la storia dell’evoluzione si muove verso una progressiva individuazione di questa interiorità, dagli esseri più elementari ai più complessi, dobbiamo dedurre che non vi è interruzione tra le forme più grossolane di materia-energia e la mente umana e che la conquista della riflessione cosciente da parte dell’uomo è un prodotto ed una fase del processo evolutivo della natura.

Dalla forza bruta ai primi bagliori dell’ingegno, dagli animali preistorici all’uomo, il dominio della Terra è passato nelle mani dell’essere che aveva più sviluppata dentro di sé questa interiorità. Ma il cammino si protrae ancor più, indefinitamente, verso un futuro che non ha fine.

Intanto l’anima dell’uomo proietta la sua ombra sull’intero globo terrestre: la sua materia sottile e mobile è uno strumento potentissimo nelle mani di quell’essere che, grazie ad essa, si avvia a divenire il re dell’universo.

L’anima è lo stato più evoluto della materia e costituisce la parte più perfetta della specie umana dopo un’evoluzione di miliardi di anni: è la lastra sensibilissima ed impressionabilissima su cui sono confluite tutte le incisioni dei corpi, determinando l’evoluzione delle sensazioni in forme più ricche ed affinate. Dalla formazione della Terra a quella dell’anima, la trasmutazione della materia in energia sempre più sottile rappresenta la tessitura dell’intero processo evolutivo. Ma tale trasmutazione non ha termine: lo psichismo umano continua ad evolversi incessantemente e con ritmo accelerato, arricchendosi e potenziandosi mediante l’uso delle forze naturali e l’affinamento della sensibilità.

A mano a mano che l’umanità procede nel suo cammino, aumentano parallelamente e di riflesso le esigenze di stati di equilibrio sempre nuovi fra bene e male, gioia e dolore, vita e morte. La sensibilità, affinandosi, diventa sempre più esigente. Dalla caverna alla metropoli, dal coito bestiale all’amore idealizzato e generoso, l’evoluzione presenta un analogo sviluppo, in ogni campo, di questa unica realtà: la spinta della necessità, impulso inconscio verso il meglio, ha fatto avanzare l’uomo in una ricerca continua di nuovi equilibri; e questa ricerca si riflette nell’affinamento del mondo interiore umano. Ad una esigenza ne succede un’altra di ordine meno grossolano, poiché ad ogni desiderio appagato fa seguito un’aspirazione nuova.

Dagli studi sul magnetismo animale a quelli sui fenomeni paranormali e alle ricerche psicologiche, nell’epoca moderna si è venuti via via constatando l’esistenza di forze prima ignorate e di un’altra vita all’interno dell’uomo. Se da millenni le religioni parlano dell’anima, solo oggi un largo strato di umanità sta divenendo cosciente, al di là di ogni fede, della realtà. interiore.

Infatti le leggi dell’anima, patrimonio degli antichi sacerdozi, sono ora oggetto della comune investigazione scientifica.

Lo psichismo non si esaurisce nella sola parte cosciente, ma è costituito da un fondo inesplorato infinitamente più vasto. Quest’immenso serbatoio, in cui sono incise tutte le impressioni, le idee, le forme cadute nell’oblio, rappresenta la grande massa psichica prodotta dalla materia in evoluzione. Come in ogni cellula è inciso un codice che ne determina funzioni ed attività (DNA) così in ogni organismo complesso esiste una materia sottilissima che tutto registra e trasmette e che, in virtù delle sue potentienergie trasformatrici, è un’attiva produttrice di fenomeni. Gli scienziati dirigono da tempo le loro ricerche sul vasto campo dei fenomeni paranormali e cercano di scoprire in quale maniera il cervello umano riesca a produrre un fattore, tuttora sconosciuto, dotato di una forza e di una finalità proprie.

Attraverso il cammino naturale delle nascite e delle morti la materia animica ha finito col costituire una personalità completa all’interno dell’uomo; completa, perché essa vede e sente, al pari del corpo fisico con i suoi cinque sensi; riceve e trasmette immagini ed impressioni; conserva incise, occultate alla coscienza per un tempo indeterminato, forme o idee che non cessano di influire sulla condotta di vita; interferisce nello stato di veglia e svela i suoi contenuti nel sogno. Repressa, inibita dall’uomo ragionante, essa riaffiora in mille maniere e in modo inaspettato, spezzando, spesso gravemente, l’equilibrio superficiale che questi si è fabbricato, condizionato dall’educazione e dal costume di un’epoca e di un ambiente. Ciò che la scienza deve ancora scoprire – e che è un insegnamento fondamentale della dottrina massonica, non teorico od astratto, ma pratico e sperimentabile – è proprio che nell’abisso di questo mondo interiore, occulto, parla una voce che trascende ogni epoca ed ogni ambiente: ” fui, sum, ero “.

Esiste dunque un particolare stato dell’intelligenza umana, che gli antichi chiamarono Thot, Nebo, Hermes, Mercurio e i cristiani Spirito Santo, le cui leggi l’uomo deve arrivare a scoprire. E’ infatti, in questo stato che l’intelligenza si tramuta in forza e agisce dando vita ai più vari fenomeni che la scienza non è ancora in grado di spiegare. A mano a mano che questo stato si consolida e si fissa in lui, l’uomo vede il mondo interiore ed esteriore in dimensioni del tutto nuove, poiché tutte le incrostazioni e le sovrastrutture dell’ambiente cadono progressivamente. Il ” nosce te ipsum. ” può allora diventare una realtà che tramuta la mente umana nella forza più potente che l’uomo abbia mai posseduto.

Riassumiamo i seguenti punti fermi:

  1. l’esistenza di una vita interiore che l’uomo per gran parte ignora;
  2. la quantità energetica dello psichismo, che si riflette in una vasta gamma di fenomeni ancora per la massima parte inesplorati;
  3. un dinamismo psichico orientato finalisticamente verso stadi sempre superiori di conoscenza.

Questo ultimo punto appare la logica conseguenza dell’idea evolutiva: esiste un processo unico, le cui origini si perdono nei tempi, che constatiamo nella sua fase di sviluppo attuale e che non cessa di bruciare le tappe del suo cammino in noi e fuori di noi con un ritmo sempre più accelerato. Davanti ai nostri occhi il mondo si trasforma: gli orizzonti della scienza si allargano smisuratamente e la nostra esperienza può compiersi oltre i confini dello stesso globo terrestre; gli orizzonti della storia abbracciano in una forma sempre più unitaria tutti i popoli della Terra. Anche dentro di noi qualcosa di grande sta avvenendo, alle soglie – come siamo – della scoperta di una nuova dimensione interiore: un fondo di energie, che s’inoltra fino alle sorgenti stesse della vita, attende che la specie più evoluta del mondo vivente, questo ” miraculum magnum ” che è l’uomo, s’incammini nella nuova fase dell’evoluzione verso la creazione, libera e cosciente, dell’umanità futura.

Il motto della Massoneria universale è ” Ordo ab chao ” e noi lo abbiamo scelto come titolo di questo secondo numero dei ” Quaderni del Rito ” perché risponde in pieno all’idea che volevamo svolgere e divulgare. All’ordine esteriore del mondo visibile, costruito via via dall’uomo con l’investigazione della natura e la trasformazione dell’ambiente, corrisponde un ordine interiore, vale a dire una conoscenza progressiva ed una progressiva possibilità di dominio della materia psichica. Allargare l’ordine mentale nella zona di ombra del nostro essere, ancora per massima parte inesplorata, significa applicare ulteriormente la legge espressa nell’ “Ordo ab chao”. In quest’opera si esplica l’attività creatrice dell’uomo, poiché creare è dare forma, ordinare, e la scoperta di leggi ancora ignote è fonte di nuovo potere. L’acquisizione di ogni nuova conoscenza corrisponde ad un allargamento del dominio della volontà. Al caos interiore l’uomo deve sostituire l’ordine: in tal modo egli potrà eliminare gradualmente la necessità esteriore ed interiore inconscia divenendo egli stesso il creatore del suo essere e del mondo che lo circonda.

Una cosa è certa: il godimento della vita non appaga più l’uomo evoluto, se è ristretto all’ordine dei bisogni materiali; una insoddisfazione costante e crescente stimola l’individuo verso qualcosa che va sempre oltre; l’uomo si fa più esigente a mano a mano che sperimenta e conosce; la caduta di tante inibizioni millenarie non ha aperto le porte della felicità; l’anima richiede un cibo più ricco.

Oggi l’uomo è in grado di affrontare la sua grande avventura interiore poiché ha acquistato una più larga cognizione della sua natura. Così ha iniziato a fidarsi delle sue sole forze, poiché ha capito che nessuno può aiutarlo, se non si aiuta egli stesso; ha intuito che la responsabilità dei suoi atti ricade unicamente su di sé.

L’infanzia dell’umanità sta per concludersi e, per alcuni, già si è conclusa. La figura di un padre onnipotente e previdente, ente personale che premia o castiga, non soddisfa più l’intelletto: essa ci appare a volte come una rinuncia alla nostra sete di sapere, che si arresta di fronte all’ignoto, a volte come il rifugio verso il quale ci sospinge la paura della morte.

L’idea di un ordine progressivo tra materia, vita e mente ci propone un universo in continua evoluzione nelle sue parti, in cui tutto è materia in trasformazione. Materia e psiche costituiscono un tutto unico e, quindi, bene e male, cielo e terra non sono che aspetti diversi di una unica energia che si trasmuta: le forze sono materia; la luce è materia; l’elettricità è materia; il pensiero è materia; la simpatia è materia; l’odio è materia; l’amore, dalle sue forme più rozze e bestiali fino a quelle più pure e generose è materia. L’idea evolutiva porta implicita in sé l’ipotesi di un superumano nell’umano, di un superpersonale nel personale, di un infinito nel finito, nella intuizione di una unica legge che abbraccia, in un equilibrio costante, tutti gli aspetti dell’essere e tutti i piani dell’esistenza.

Questa legge universale si presenta come una necessità che spinge ogni cosa al suo fine naturale: la storia dell’evoluzione ci dice come la riproduzione della cellula non avvenga che per necessità, perché, se non si dividesse in due, essa non potrebbe sopravvivere oltre un certo limite alla sua attività; e ci dice pure come l’associazione delle particelle viventi in organismi sempre più complessi sia anch’essa un prodotto della necessità, affinché l’espansione della vita proceda in nuclei sempre più autonomi e differenziati.

La stessa varietà delle esperienze, i tentativi apparentemente falliti, non sono determinati dal caso: se in superficie non è possibile scorgere un ordine in questa materia che lotta, si divide, si divora, in profondità si riconosce l’efficacia dell’energia vitale che spinge l’essere, continuamente, ai limiti delle sue possibilità, sotto lo stimolo costante di una necessità esterna cui nulla si è potuto sottrarre fino alla emersione della specie umana. Non che l’uomo possa violare la legge unica dell’universo, il dio delle tradizioni religiose, ma può tramutarla da una necessità inconscia, quale essa è nel regno naturale, in una volontà libera e cosciente, mediante quella possibilità interiore che in lui si è venuta creando, in una forma sempre più netta, per progressiva sublimazione della materia.

Tramutare questo pensiero in azione, tradurre in fatto questa nuova parte della legge universale, trasformarsi, affrancati dalla necessità esterna ed inconscia, in soggetti coscienti e liberi dell’opera evolutrice, questo è l’obbiettivo, la nuova idea da trasfondere nelle giovani generazioni per aprire la loro mente e convogliare le loro forze alla realizzazione di un fine superiore. Le grandi religioni, gli ordini iniziatici, la Massoneria non hanno mai avuto altro fine che questo: l’avvento del regno divino è una espressione simbolica che vuole indicare all’uomo la possibilità che egli ha di trasformarsi in un creatore, padrone del proprio destino, costruttore di un universo in cui sia legge la sua volontà, nella misura in cui riesca ad incarnare la legge una, unico artefice, unico Architetto dell’Universo.

Per realizzare quest’opera occorre che si stabilisca un diverso rapporto tra la realtà interiore e l’ambiente che condiziona pensieri, parole ed azioni: un rapporto rovesciato per cui è appunto questa realtà interiore che condiziona a sua volta e dirige l’essere umano e l’ambiente in cui vive.

Per fare ciò l’uomo deve conquistare il potere della psiche sulla materia, un segreto iniziatico che può trovare, sperimentalmente, chi abbia il coraggio di liberarsi dall’ignoranza umana e da tutti i condizionamenti del mondo che ci circonda. Noi dobbiamo quindi liberarci di tutto ciò che di artificiale si è accumulato intorno al nucleo più profondo dell’essere attraverso quel processo che la scienza massonica insegna nel suo simbolismo e nei suoi rituali.

Alle continue sollecitazioni, ai continui impulsi che si incidono sul nostro essere e che, nel loro vario modo di combinarsi possono finire col modificare, in tutta la scala dei viventi, certe direzioni preordinate, il Fratello sarà in grado di sostituire impulsi e sollecitazioni provenienti dalla sua intelligenza cosciente, vale a dire da quella parte più profonda del suo essere che affiora mano a mano che viene denudata dalla mente e dal corpo contemporanei. Ripetendo più e più volte tale nuovo tipo di incisione, che si va a riflettere sulla sua unità fisiopsichica, egli potrà riuscire a conquistare un effettivo potere della sua intelligenza sull’intero suo essere.

Il processo evolutivo non sarà più il prodotto di una necessità inconscia e degli influssi esterni, ma sarà guidato dalla interiorità dell’uomo, il quale avrà, così, perfezionato l’opera della Natura, mediante un’Arte che è l’essenza della scienza tramandata dagli antichi sacerdoti e dagli autentici ordini iniziatici. Emersa in maniera sempre più evidente la forza dello spirito, èinevitabile che l’essere più evoluto la usi per perfezionare le produzioni istintive della natura. Tale intervento dell’Arte umana sull’opera della Natura, incidendosi nella stessa direzione evolutiva della legge universale, può risparmiare all’umanità intera pericolose battute di arresto o l’esplosione della violenza fratricida, additando alla sua coscienza il suo destino progressivo e la strada per compierlo.

Concludendo, tenga ben fermi il Fratello, i seguenti punti:

  1. L’evoluzione sua non è che parte dell’evoluzione collettiva ed universale, perché la spinta verso il meglio, che lo porta ad operare nella nostra Fratellanza, non è che un momento della generale spinta insita nell’intera massa di materia-energia in continua trasformazione verso forme sempre superiori di esistenza.
  2. Il suo attuale stato non è che il frutto del lavoro di innumerevoli generazioni tese verso la realizzazione, cosciente o no, di valori universali che l’uomo, nella sua esperienza evolutiva, è venuto via via scoprendo ed incarnando.
  3. Il suo essere attuale, nel suo insieme non è che il prodotto, a sua volta, della materia vivente che ,è andata evolvendosi attraverso il cammino naturale delle nascite e delle morti, dietro lo stimolo della necessità, dagli stati di organizzazione più primitivi e rudimentali in forme sempre più complesse e differenziate.
  4. Il suo essere interiore non è altro che il risultato dello stesso processo evolutivo ed un germe che va nutrito affinché venga alla Luce, al fine di rischiarare il cammino futuro liberando l’uomo dai condizionamenti e dai convenzionalismi che limitano la sua potenza ed offuscano la sua intelligenza.
  5. Esiste una via pratica, che la Massoneria indica nei suoi simboli, per accelerare l’evoluzione; è questa la Grande Opera che gli iniziati di tutti i tempi hanno tramandato sotto forme simboliche che possono essere svelate dalle menti più preparate e mature a beneficio di tutta l’umanità.

Chi non si sente in armonia con questi obbiettivi, chi non vuole dedicarsi a questa opera di riforma delle coscienze, chi si ritiene scisso dalla società umana in cui vive, non è ancora maturo per partecipare attivamente alla realizzazione del programma massonico; chi, invece, comprende profondamente la verità dell’idea evolutiva, riconoscendosi parte di un tutto, cellula di un organismo complesso in trasformazione verso stadi sempre superiori di equilibrio, può arrivare a trasformare la necessità – in libertà.

Roma, marzo 1970

GIOVANNI PICA 33

Sovrano Gran Commendatore

(I Quaderni del Rito n. 2 – Rito Scozzese Antico ed Accettato)

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