HIRAM IN TIROLO

Correva l’anno 2017, trecentesimo anniversario della prima Gran Loggia in Inghilterra, ma anche cinquecentesimo anniversario della Riforma di Lutero, ed eravamo reduci da letture massoniche che sostanzialmente rievocavano la “exposure” di Samuel Pritchard del 1730, “Masonry Dissected”, come prima apparizione della figura di Hiram in un documento scritto. Potrete quindi capire la nostra sorpresa quando, visitando la mostra su Martin Lutero che si teneva a Castel Tirolo, sopra Merano, nell’estate del 2017 ci siamo imbattuti in un video del professor Hanns-Paul Ties2 che illustrava la penetrazione della Riforma nelle valli tirolesi portando a testimonianza di ciò  scritti e opere monumentali dell’epoca, fra cui spiccava un’immagine di Hiram, nel castello di Juval, sotto lo stemma della famiglia Sinkmoser, datato 1547. Castel Juval è piantato lì, su una roccia severa che gli permette di dominare l’intersezione della val Venosta con la val Senales. Sotto, estesi meleti e vigneti tagliati da un Adige ancora giovane e poco vigoroso. Dritto, le montagne dai ghiacciai perenni. Sopra, il cielo percorso dai freddi venti che da sempre regolano la vita di chi abita il Tirolo meridionale. In questa rocca maestosa e ben curata Reinold Messner ha sistemato con intelligente passione cimeli portati dai suoi viaggi in oriente, figure e divinità di culture lontane, ben integrate nel contesto allegorico quasi non si fossero mai spostate dal luogo d’origine. In un locale privato, chiuso ai visitatori, una finestra dà su un panorama mozzafiato, uno di quelli dove lo sguardo nelle giornate limpide si perde per chilometri e chilometri, incanalato solo dalle pareti della valle. Sopra la finestra vi è dipinto lo stemma dei Sinkmoser, una delle famiglie che hanno abitato il castello nel XVI secolo; sui muri interni, cioè sulla mazzetta dell’infisso, vi sono tre figure circolari in rosso pompeiano dipinte nel 1547, come ci indica lo stemma ma anche la storia del castello, dal pittore rinascimentale tedesco Bartlme Dill Riemenschneider: si tratta di figure bibliche, e quella centrale riporta chiaramente l’immagine di Hiram. Del castello sappiano che venne costruito nel 1278 dal feudatario venostano Ugo di Montalban per poi attraversare la storia fra decadimenti e ricostruzioni: nel 1368 passò ai signori di Starkenberg, nel 1540 ai già citati Sinkmoser, poi al principe regnante del Tirolo che lo assegnò nel 1581 ai conti Hendl di Coldrano; nel 1813 fu acquistato dal contadino Joseph Blaas; venne quindi venduto ormai in rovina nel 1913 al conte olandese William Rowland per poi decadere di nuovo ed essere acquisito e ristrutturato da Reinold Messner nel 1983, il quale vi insediò la sede principale del circuito MMM, il museo della Montagna da lui ideato. Quando nel 1540 Hans Sinkmoser acquistò il castello era in preparazione il Concilio di Trento (1545 – 1563) ed alla famiglia originaria di Hall, cittadina non lontano da Innsbruck, serviva una sistemazione non lontana dalla città del Concilio ma neanche troppo vicina ai palazzi che ospitavano i cardinali e le loro trame. Hans era figlio del sindaco della città, Wolfgang, il quale era fratello di Mark Sinkmoser, consigliere aulico dell’imperatore, “segretario latino” e inviato come delegato al Concilio. Mark Sinkmoser si muoveva tra la val Venosta e Trento, e spirò in castel Juval nel 1569. I Sinkmoser acquistarono il castello ormai quasi in rovina e lo ristrutturarono portandolo allo splendore. Opere per cui presumibilmente vennero fatte arrivare maestranze da fuori come avveniva normalmente per edifici di una certa complessità come appunto castelli, ma anche chiese, masi e palazzi. Alla nostra domanda se la figura biblica di Hiram nella decorazione cinquecentesca del castello non indicasse la presenza di una corporazione di massoni, Hanns-Paul Ties ci spiegò di ritenere “… improbabile che ci sia un legame fra la raffigurazione di Hiram e una qualsiasi gilda di scalpellini operante all’epoca di esecuzione dell’affresco. La metà del Cinquecento è un periodo storico in cui la fioritura dell’architettura tardo gotica nel Tirolo storico, caratterizzato da un alto numero di scalpellini provenienti dalla Germania meridionale e organizzati in diverse gilde, era già superata. Il rinnovamento di stampo rinascimentale della costruzione del Castello di Juval sembra piuttosto attribuibile ad un singolo maestro massone di nome Bartlme Hueber, residente in Val Passiria a nord di Merano. La raffigurazione di Hiram nel Castello di Juval, che del resto sembra riferirsi non soltanto all’artefice Hiram (cfr. l’attributo delle due colonne), ma allo stesso momento anche al re Hiram di Tiro, che aiutò Salomone nella costruzione del Tempio tra l’altro mandandogli l’artefice dello stesso nome (cfr. l’attributo della corona), a mio parere è piuttosto attribuibile – come alcuni altri elementi assai singolari della decorazione del castello – alle simpatie cripto- riformatorie sia del committente Hans Sinkmoser, sia del pittore Barlme Dill Riemenschneider, documentato come anabattista da una serie di fonti giurisdizionali”. Procedendo lungo queste due linee di pensiero indicate dal professor Ties, occorre comunque ricordare che la prima parte del Cinquecento fu un periodo di grandi sconvolgimenti dal punto di vista del pensiero religioso e sociale. Martin Lutero pubblica le sue 95 tesi nel 1517, è scomunicato da papa Leone X nel 1521 e termina nel 1534 la traduzione dall’ebraico in tedesco della Bibbia, destinata a soppiantare la cosiddetta Vulgata (traduzione in latino in voga nel mondo cattolico), giudicata non attendibile e manipolativa delle Antiche scritture. E’ in questo periodo che la narrativa dell’Antico Testamento diventa di dominio pubblico, fenomeno che, vedremo, accadde anche in Inghilterra, oltre che sul Continente. Lo spirito della Riforma si diffuse rapidamente e, oltre alla versione luterana, si conobbero espressioni più radicali come l’Anabattismo, ma anche conseguenze sociali come la Rivolta dei contadini del 1525. L’Anabattismo preconizzava un’idea di comunità impostata sulla suddivisione delle risorse materiali e spirituali, sulla non violenza e sul rispetto pedissequo dei comandamenti dell’Antico e Nuovo Testamento; una concezione egalitaria della società in contrapposizione al sistema verticistico rappresentato dai poteri temporali. Si chiamavano anabattisti perché si facevano ribattezzare da adulti, quando erano in grado di comprendere a pieno il significato del Battesimo. Bartlme Dill Riemenschneider era un artista tedesco di Wuerzburg, figlio del famoso intagliatore Tilman. Si era formato ad Augusta nella bottega di Hans Burkmair e forse aveva frequentato lo studio di Albrescht Duerer a Norimberga. Tilman Riemenschneider era stato molto attivo nella Rivolta dei contadini di Wuerzburg del 1525 contro il principe vescovo Konrad II, il quale però ebbe la meglio con il suo esercito soffocando nel sangue la rivolta. L’artista venne imprigionato e torturato per due mesi, si dice che gli furono rotte le mani al punto di non poter più lavorare, mentre il figlio Bartlme Dill, allora poco più che ventenne, scappò e trovò rifugio a Bolzano. Quando Riemenschneider arrivò a Bolzano tutto il Tirolo era in fermento sia perché la sollevazione dei contadini si era estesa in tutta l’area, sia perché si stava diffondendo il protestantesimo nelle varie interpretazioni. Quest’ultimo passaggio, più che lo sconvolgimento degli schemi sociali, fu alla base della condanna dell’imperatore Carlo V, che nel 1529 promulgò l’Editto di Spira il quale stabiliva che “Chiunque ribattezza o si fa ribattezzare dopo aver raggiunto l’età della ragione, uomo o donna che sia, deve essere condannato a morte, sia con la spada, sia con il fuoco, sia con ogni altro mezzo, senza alcun processo preliminare”. La persecuzione degli anabattisti era in realtà già iniziata nella logica di riportare l’ordine e la quiete dopo la Rivolta dei contadini e l’esplosione delle nuove teorie religiose. Nel 1528 si tennero numerosi processi ed anche Bartlme Dill Riemenschneider venne arrestato: dopo qualche mese di carcere abiurò e venne perdonato, ed il suo talento impiegato in una serie di opere ancora visibili in chiese, come l’Adorazione dei Re Magi nella chiesa parrocchiale di Postal, castelli e stufe in maiolica, tra le quali la “Stua granda” nel Castello del Buon Consiglio a Trento, commissionata dal principe vescovo Bernardo Clesio (1532). La comunità anabattista in Alto Adige era in poco tempo scomparsa, ma cellule vivevano nella clandestinità. Ancora nel 1537 lo stesso Bartlme Dill Riemenschneider accoglieva i fedeli per riunioni notturne presso la sua casa di Bolzano. Presumibilmente, vien da pensare, l’abiura del 1528 non fu autentica, ma servì per salvargli la vita e per continuare a lavorare, cioè a sopravvivere. Perché Riemenschneider dipinse la figura di Hiram fra le due colonne in castel Juval, nel 1547? Sappiamo che Riemenschneider non era nuovo a dipingere personaggi dell’Antico Testamento. Le due immagini laterali della mazzetta sono infatti Eud sulla destra e Iefte sulla sinistra. La figura di quest’ultimo è quasi illeggibile nel dipinto in quanto deteriorata dal tempo, ma lo stesso soggetto è riproposto sulla Stua granda del Castello del Buon Consiglio insieme ad altri personaggi biblici. Eud si trova anche lui nel libro dei Giudici, capitolo 3. E’ uno dei 12 figli di Giacobbe, ed è dipinto mentre trafigge con la spada re Eglon anche in immagini precedenti a Riemenschneider, come in una miniatura del manoscritto dello Speculum humanae salvationis (1360 circa, ULB Darmstadt). L’episodio che riguarda Iefte è in Giudici 11,30: per vincere gli Ammoniti fece voto a Dio di dargli la prima persona che avrebbe incontrato al suo ritorno dalla battaglia: la prima fu la sua unica figlia, che piangendo sulla sua verginità accettò di essere immolata a Dio. Essi sono due esempi di personaggi biblici, chiamati Giudici, che in realtà erano dei condottieri / salvatori del popolo di Israele durante il periodo di insediamento nella Terra promessa. Essi venivano scelti da Dio per riscattare gli Israeliti quando erano sottomessi dai popoli vicini (Ammoniti e Moabiti). Questo di solito accadeva quando gli israeliti, dimenticandosi del loro patto con il Signore, si lasciavano andare all’idolatria. In sostanza le due figure dei Giudici della mazzetta, che sorregge l’arco su cui è dipinto il medaglione di Hiram, rappresentano dei salvatori della patria che hanno permesso al popolo di Israele di consolidarsi nella Terra Promessa e dar luogo ad uno Stato teocratico simbolizzato dal Tempio di Salomone il cui artefice è appunto Hiram. In questo senso la rappresentazione scelta dall’artista sarebbe coerente sia con la sua visione utopica di uno stato teocratico, che con una assimilazione di castel Juval con il tempio di Salomone. Più precisamente, usando le parole del professor Ties, “Se è inimmaginabile ipotizzare che Sinkmoser vedesse nel castel Juval una sorta di ‘nuovo tempio di Salomone’, nella raffigurazione del castello sembra essere stato molto importante per lui sottolineare una personalissima religiosità riformatrice e attraverso gli affreschi identificare il castello come ‘casa’ nella quale veniva santificato ‘il nome del Signore. Un edificio, questo è il messaggio del Libro delle Cronache, ‘al nome del Signore mio Dio, che sarà a lui consacrato’”. Le interpretazioni che vedono le tre figure rappresentare una testimonianza della religiosità anabattista di Riemenschneider lasciano tuttavia aperte alcune domande. Hiram in Tirolo 9 Piastrella della Stua Granda dipinta da Bartlmä Dill Riemenschneider con l’allegoria di Iefte, tema ripreso in Castel Juval. Trento, Castello del Buonconsiglio.   Più precisamente, usando le parole del professor Ties, “Se è inimmaginabile ipotizzare che Sinkmoser vedesse nel castel Juval una sorta di ‘nuovo tempio di Salomone’, nella raffigurazione del castello sembra essere stato molto importante per lui sottolineare una personalissima religiosità riformatrice e attraverso gli affreschi identificare il castello come ‘casa’ nella quale veniva santificato ‘il nome del Signore. Un edificio, questo è il messaggio del Libro delle Cronache, ‘al nome del Signore mio Dio, che sarà a lui consacrato’”. Le interpretazioni che vedono le tre figure rappresentare una testimonianza della religiosità anabattista di Riemenschneider lasciano tuttavia aperte alcune domande. Perché l’artista avrebbe avuto interesse a proporre l’anabattismo nel palazzo di un delegato imperiale al già in corso Concilio di Trento? Perché lo avrebbe fatto nonostante le gravi persecuzioni inflitte agli anabattisti, per di più quando la maggior parte di loro era stata costretta alla fuga in Moravia? Perché per indicare la “casa del Signore” è ricorso ad una figura biblica? A questo punto dobbiamo ritornare alla domanda originariamente posta al professor Ties, ovvero se ci fosse o meno una corporazione coinvolta nell’opera, dato che la rappresentazione dell’Hiram del medaglione ha delle caratteristiche spiccatamente massoniche. Lo studioso ci ha sostanzialmente risposto che “tale pista di ricerca non è stata approfondita per via della discrepanza cronologica tra l’esecuzione dell’affresco e la genesi delle leggende massoniche”. In effetti la Massoneria organizzata nasce nel Settecento, in epoca barocca, e l’affresco è rinascimentale; ma la figura di Hiram risale alle corporazioni di mestiere (gilde), che furono soprattutto attive nel periodo gotico ma che proseguirono fino ed oltre il periodo rinascimentale, come dimostra tutta una serie di manoscritti inglesi, collettivamente noti come “Antichi Doveri”. Le maestranze si spostavano per l’Europa grazie a documenti che più di garantire franchigie e libertà particolari servivano ad accreditare i lavoratori e a dichiararne la loro capacità operativa, e con tutta probabilità le gilde corporative incontrandosi si scambiavano informazioni ed insegnamenti, ma anche concetti simbolici che così viaggiavano da una parte all’altra del continente. Al pari dei costruttori britannici, francesi, italiani e di altre regioni, gli Steinmetzen5 erano riuniti in corporazioni e si spostavano per prestare la loro maestranza ove era necessario, come al duomo di Bolzano. Noto è il maestro massone sudtirolese Bartlme Hueber, contemporaneo di Riemenschneider: di certo si conoscevano, anche perché entrambi operarono secondo la loro arte presso Castel Giovo, in val Passiria e non è escluso che lo avessero fatto anche presso castel Juval. E’ segnalata anche la presenza cospicua di maestri comacini in Tirolo provenienti da Como: “Attraverso la Chiesa veronese, la Valle del Sarca ed oltre le Giudicarie migrarono i maestri ed allievi lombardi verso il Tirolo italiano e fecero di Trento una piazzaforte della loro Arte”. I maestri comacini erano attivi anche in Alto Adige dove con molta probabilità hanno preso parte ad opere costruttorie presso castel Tirolo e dove si sono incontrati con i colleghi delle corporazioni tedesche scambiandosi insegnamenti e informazioni. Nel Tirolo già nel 1460 gli Steinmetzen si diedero appuntamento a Vipiteno per darsi una forma organizzativa unica con due sedi, una ad Hall ed una a Merano, e dal 1500 l’organizzazione si consolidò fino ad essere realtà importante nella società civile regionale. Presso l’Archivio storico di Merano abbiamo potuto visionare documenti costitutivi della corporazione a partire dal 1495, come pure una riforma della corporazione degli Steimetzen “di Merano” risalente al 1709, un ordinamento che prendeva spunto dallo statuto precedente dei muratori e degli scalpellini. Esso tra i 41 punti prevedeva regole per la formazione degli apprendisti e dei garzoni, obbligava gli iscritti ad una condotta retta, contava di un esame per divenire capomastri, regolava i rapporti fra i maestri e contemplava un sostegno economico nei casi di difficoltà. Tornando però agli Antichi Doveri, il discorso si fa molto complesso e difficilmente riassumibile. Per questo facciamo riferimento alle Transactions of the Quatuor Coronati Lodge e alle pagine relative alla figura di Hiram nel “Maestro Libero Muratore” di Gianmichele Galassi. Di fatto gli Antichi Doveri sono una serie di manoscritti di regolamenti e costituzioni delle antiche corporazioni medievali in Inghilterra su cui si basano le prime Costituzioni di Anderson del 1723. Essi vengono raggruppati in famiglie dagli storici della Massoneria. Il più antico, il “Poema Regio”, è della fine del Trecento e quello successivo, il “Manoscritto Cooke”, è del Quattrocento. Per considerazioni la cui complessità va al di là dello scopo di questa ricerca, il “Cooke” e i successivi manoscritti della famiglia a cui appartiene, al contrario del “Poema Regio”, indicano che le idee riformiste cominciavano a penetrare in Inghilterra e suscitavano un nuovo interesse per la narrativa dell’Antico Testamento. Come già abbiamo accennato più sopra, il periodo in cui ciò avviene è la prima parte del Cinquecento, esattamente come nel continente all’epoca delle opere di cui stiamo parlando. Tutti questi manoscritti sono divisi in due parti, una prima consistente in una storia molto elaborata sulla trasmissione dell’Arte, e una seconda consistente in un Codice di Doveri Generali e Speciali, risalente a Enrico VI, nel Quattrocento. La prima parte, nota come “History”, serviva a qualificare la corporazione come depositaria delle conoscenze dell’arte del costruire. È a partire proprio dal “Cooke” che abbiamo l’associazione del re Salomone, del re di Tiro, e della figura del “CapoMastro” alla corporazione dei massoni. E tuttavia il nome del “CapoMastro”, cioè Hiram, non viene mai citato in chiaro ma vengono usate varie allitterazioni dall’ebraico che collettivamente hanno il significato di “un uomo dotato di grande conoscenza e capo delle maestranze per la costruzione del Tempio di Re Salomone”. L’ebraico all’epoca era tenuto in gran conto come lingua originale delle Scritture e come tale veniva studiato per affrancarsi dal latino della Vulgata. Il fatto che il nome di questo personaggio fosse celato, viene interpretato dagli autori come prova che già allora le corporazioni lo considerassero di grande importanza, quasi un santo patrono, che il suo nome venisse usato come una parola di passo per iniziati e che la sua figura fosse protagonista di rappresentazioni misteriche, note come “Miracle Plays” o “Moralities”, che si tenevano per tutto il Cinquecento. Furono successivamente proibite in quanto ritenute superstizioni quando Giacomo VI Stuart succedette a Elisabetta Tudor come Giacomo I, re (cattolico) di Scozia e Inghilterra. Chi avesse voluto il nome in chiaro, avrebbe dovuto ricorrere alla Bibbia in inglese dell’epoca che si basava sulla traduzione dall’ebraico di Lutero e quindi, visto che siamo in Tirolo, ai versetti delle 2 Cronache 2,13 e 2 Cronache 4,16, che in tedesco rispettivamente dicevano: “So sende ich nun einem weisen Mann, der Verstand hat, Huram = Abif” (Quindi ora mando un uomo saggio, di grande conoscenza, Huram = Abif) e poi “…alle ihre Gefaesse machte Huram = Abif dem Koenig Salomon zum Haus des Herrn aus lauterm Erz”. (… Huram=Abif fece per re Salomone tutti i loro contenitori in puro metallo per la Casa del Signore). Il nome di Hiram, quale artefice dei lavori in bronzo e delle colonne Jachin e Boaz, fatto venire da Tiro dal re Salomone – per la costruzione del Tempio – si trova nel Libro dei Re. Esso è di due secoli più antico del Libro delle Cronache, ma è in quest’ultimo che si parla della cooperazione di Hiram, re di Tiro, a cui fa riferimento il manoscritto Cooke e seguenti. Quindi come prima considerazione, se il medaglione di Hiram fosse una citazione biblica esso avrebbe dovuto recare il nome Hiram = Abif almeno in Tirolo, visto che la Bibbia di Lutero era disponibile dal 1534 ed è rimasta così fino ai giorni nostri. Nelle Bibbie inglesi apparve chiaro ai traduttori come il doppio nome corrispondesse ad una difficoltà di interpretazione dei caratteri ebraici da parte di Lutero, e venne successivamente corretto – ritenendo Abif un patronimico in ebraico – con le espressioni “(mio padre) Hiram” e “Hiram (suo padre)”; era inteso nel senso di suddito, visto che all’epoca il re era considerato il padre del suo popolo. Di fatto il doppio nome sparì dalle Bibbie inglesi a partire dalla metà del Cinquecento. Per quanto riguarda i manoscritti delle corporazioni, il nome di Hiram non fu mai utilizzato in chiaro, al suo posto venne adottata una rappresentazione di un personaggio che riuniva in sé le caratteristiche regali del Re di Tiro (suo padre o suo protettore) e le conoscenze tecniche della geometria e della metallurgia, che il I Libro dei Re cap.7 attribuiva a Hiram, l’artefice fatto venire da Tiro, da re Salomone, per la costruzione del tempio. Questa è proprio la rappresentazione che fornisce il medaglione di Hiram di Castel Juval. Ma c’è ancora di più. Infatti se ritorniamo al manoscritto “Cooke e seguenti”, nella “History”, troviamo la leggenda secondo cui all’epoca di Noè le conoscenze tecniche della geometria e delle scienze in generale vennero incise su due colonne in previsione della vendetta del Signore, una ignifuga di marmo in caso di incendio, e una in materiale inaffondabile in caso di diluvio. Successivamente al diluvio universale le due colonne furono ritrovate, rispettivamente da Hermes e da Pitagora, che trasmisero poi i segreti dell’arte a tutto il continente e all’Inghilterra. Quindi le due colonne che sostiene il personaggio del medaglione di Castel Juval sono sì le due colonne, Jachin e Boaz, della tradizione del Libro dei Re significanti “stabilità e forza”, ma sono anche rappresentative dei segreti dell’arte del costruire, che verrebbero così trasmessi da Hiram alla corporazione. Per tutte queste considerazioni noi siamo propensi a credere che il medaglione di Hiram, più che una citazione biblica, sia il veicolo di un messaggio corporativo, che si unisce alle simpatie cripto-riformiste del committente dell’opera. Ma alla fine, cosa ci dice la figura di questo affresco del 1547 in Castel Juval? In primo luogo, che sul Continente esisteva una cultura corporativa simile a quella inglese della stessa epoca e che la figura di Hiram quale patrono dell’arte del costruire fosse in qualche modo comune, così come la tinta ebraica di tutta la ritualità massonica sembra proprio provenire dall’interesse per la narrativa dell’Antico Testamento suscitata dalle idee riformiste e dalla traduzione della Bibbia dall’ebraico. Ma la cosa più elettrizzante è che il famoso doppio nome “Hiram = Abif”, dopo essere scomparso dalle Bibbie inglesi a partire dalla metà del Cinquecento, riappare all’improvviso nelle Costituzioni di Anderson del 1723 e nelle “exposures” di cui abbiamo parlato nell’incipit. Dove mai avranno potuto prenderlo i fratelli del Settecento, se non da vecchie tradizioni operative risalenti alla prima metà del Cinquecento, quando ancora stava scritto nelle prime Bibbie inglesi derivate dalla traduzione di Lutero dall’ebraico?

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LA MISURA DELLA FELICITA’

LA MISURA DELLA FELICITÀ.

 Sulla nuova esigenza di inserire la felicità tra i misuratori del nostro benessere

 di Salvatore Sansone Avvocato

Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana. […] Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. […] Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Robert Kennedy, 1968

Quale che sia il nostro concetto di felicità, o meglio quale che sia il modo in cui la percepiamo e riteniamo di essere felici traducendola in una condizione dello spirito per conquiste emozionali ovvero in una condizione di gioia per conquiste materiali, oggi si pro-pone un orizzonte nuovo: quello della sua considerazione tra i parametri tecnici e non, per “misurare” la qualità della vita. Quello della felicità non è più solo un concetto sentimentale ma diventa un concreto indice che concorre alla valutazione del nostro benessere. Nel loro rigore accademico le scienze economiche non comprendono concetti quali felicità, relazioni amicali, rapporti affettivi, dono, gratuità, qualità della vita. Accade ora che sempre più economisti si occupino di felicità ovvero di queste condizioni sentimentali; in verità si tratta di un fenomeno molto più ampio che non si limita al solo campo dell’economia. L’informazione e la comunicazione puntano sui social network, sulle community che dialogano, si consigliano, si citano, producono notizie e valori. E ancora la rivoluzione della rete, dei “blog” e del “web” non sono altro che l’altra faccia dello stesso cambiamento ma sul fronte della comunicazione. Il marketing segue la stessa sorte. Qualcuno entusiasticamente parla di un’aria nuova, di una nuova sensibilità per una serie di condizioni che inesorabilmente crescono recuperando nuove dimensioni e ponendo la necessità di una interdisciplinarietà complessa. Ma la sensazione è invero quella che il tema della felicità “parametro” sia, nella sua valenza metaforica, al contrario, la testimonianza della diffusa influenza relativistica del pensiero debole. In assenza di forti principi fondanti è la nostra soddisfazione che offre un senso alle cose. Il Prof. De Rita, sociologo e segretario generale del Censis, parla di “declino del conflitto”; in un editoriale della fine di novembre sul Corriere della Sera, De Rita sostiene che viviamo in una società dove vince il pragmatismo del quotidiano e non un’idea di futuro migliore attraverso spinte ideali fondate su emozioni forti: è l’epoca del “mellifluo consenso”. E condividendo sul punto le acute riflessioni del Prof. Natalino Irti, conclude come non sia più il tempo della rappresentanza di interessi e bisogni collettivi, ma di “rappresentatività esistenziale”, di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell’esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Rifugiandosi nella ricerca della felice soddisfazione dei nostri bisogni, intesi nel senso più ampio e anche più nobile del termine, tentiamo di riequilibrare il senso perduto delle cose e della vita. Ecco allora la domanda: come si misura oggi il nostro vero benessere? Sul presupposto di premessa, il PIL (Prodotto Interno Lordo) non può più essere considerato un misuratore adeguato dello sviluppo. Elaborato negli anni Trenta dall’economista statunitense Simon Kuznets, premio Nobel per l’Economia, il PIL rappresenta il valore complessivo di beni e servizi prodotti in uno specifico ambito territoriale (un Paese, una regione, una città o il mondo intero) in un certo intervallo di tempo (solitamente un anno) e destinati a usi finali. Il tema di riflessione è che la ricchezza di una nazione non possa essere rappresentata unicamente dai valori delle produzioni di beni e servizi ricompresi nel PIL. La somma di questi valori prende in considerazione soltanto le transazioni che avvengono nei mercati formali non tenendo in alcun conto beni che pur avendo certamente un alto valore, per es. etico o comunque non strettamente economico, contribuiscono sicuramente alla ricchezza. Il volontariato, la beneficenza, la solidarietà non sono ricompresi tra i parametri di valutazione eppure hanno un “valore” che certamente contribuisce alla ricchezza di un paese. Molti studiosi e ricercatori, supportati da importanti organizzazioni internazionali quali l’OCSE e l’Unione Europea, stanno indirizzando i propri sforzi intellettuali nella elaborazione di un indice alternativo al PIL: le proposte sono varie, molto serie e interessanti. Tra gli elementi da prendere in esame in questi nuovi indicatori di “ricchezza” è necessario inserire valori nuovi non esclusivamente tecnico-economici quali l’accumulo a lungo termine di ricchezza (naturale, economica e sociale), la soddisfazione personale nel lavoro e nella famiglia, i livelli di aspettativa di vita, di istruzione, l’impatto negativo dell’inquinamento, il degrado delle risorse e molti altri. Un Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, a partire dal 1993 propone come indice l’Human Development Index (HDI) che pone alla base della misurazione un sistema di molteplici variabili: l’esistenza di uno stato di diritto, la tutela del patrimonio ambientale, il funzionamento di sistemi diffusi socio-sanitario e di educazione, la realizzazione di effettive opportunità di sviluppo economico a livello locale. Esiste poi il Genuine Progress Indicator (GPI), Indicatore del Progresso “Reale” o effettivo che dal 1995 si pone l’obiettivo di calcolare il differenziale di qualità della vita distinguendo tra spese di valore positivo (che aumentano il benessere, come quelle per il lavoro domestico o i servizi del volontariato) e negativo (come i costi da sostenere per la lotta alla criminalità, contro l’inquinamento o per gli incidenti stradali). Nel 1999, la Banca Mondiale ha varato il Genuine Savings Index (GSI) che misura la variazione netta di valore del capitale di un Paese partendo dal PIL, aggiungendo le spese di scolarizzazione e sottraendovi i costi relativi alla distruzione di risorse naturali. L’Università di Yale, propone l’Environmental Sustainability and Performance Indexes; la Sustainable Society Foundation il Sustainable Society Index – SSI. E ancora, non meno importanti, l’Happy Planet Index – HPI, Indice di Felicità del Pianeta, che mette in relazione le risorse utilizzate da un dato Paese con l’impronta ecologica, l’aspettativa di vita e la felicità dei suoi abitanti, e il PIQ – Prodotto Interno di Qualità, che indica in termini monetari quale parte di PIL sia collegata a produzioni di qualità. Esistono poi due curiosi misuratori che, basandosi sul potere di acquisto delle valute nazionali, sono utilizzati dagli interpreti di varie discipline per condurre indagini e valutazioni: l’indice “Big Mac” e l’indice “Kalashnikov”. Il primo si ottiene dividendo il costo in valuta locale del famoso panino in una nazione, per il costo nella valuta locale di un’altra nazione (entrambe in rapporto al dollaro statunitense); il valore ottenuto viene confrontato con il tasso di cambio ufficiale per capire se la moneta sia o meno sottovalutata. Il secondo offre, invece, lo stato dei diritti umani nel mondo osservando il prezzo a cui viene venduto il fucile Kalashnikov: a un basso costo corrisponde una maggiore violazione dei diritti umani. E ancora il sovrano del Bhutan nel 1972 ha adottato l’indice della Felicità Interna Lorda, o Gross National Happiness – GNH, per valutare il livello di sviluppo del suo Paese. Con questa modalità vengono messi a sistema lo sviluppo umano, la governance, la crescita equilibrata, il patrimonio culturale e la conservazione delle risorse naturali. Il Bhutan, in questi trent’anni, ha compiuto progressi notevoli (diffusione dell’elettricità, creazione di un capillare sistema sanitario ed educativo in tutti i villaggi, aumento dell’aspettativa di vita da 46 a 66 anni), la sua popolazione ha guadagnato sicuramente in felicità. Ma non solo l’economia parla di felicità; anche la politica comincia a cambiare. Negli ultimi anni governanti e politici nei loro discorsi non disdegnano riferimenti romantici al diritto alla “felicità”. Basti pensare ai discorsi di Obama durante le primarie negli Stati Uniti (il Paese del “diritto alla ricerca della felicità”). Il presidente francese Nicolas Sarkozy, a sua volta, ha chiamato Amartya Sen e Joseph Stiglitz, premi Nobel per l’Economia, perché propongano nuovi e più adeguati strumenti di misura della crescita. Tony Blair quand’era ancora primo ministro, nel 1999 sosteneva che l’avanzamento di un Paese andava misurato non solo con il PIL ma anche in termini di qualità della vita, sviluppo sostenibile, soddisfazione personale. Le teorie e i dibattiti su una “economia della felicità” sono in costante crescita. Recentemente il giornalista e studioso Luca De Biase ha affrontato il tema in un interessante libro pubblicato da Feltrinelli: Economia della felicità. De Biase evidenzia quanto sia importante questa “umanizzazione” della visuale economica: quanto le variabili umane come intuizione, sentimenti e preconcetti possano influire e determinare il comportamento economico delle persone.  Significativo sul punto il cosiddetto “paradosso della felicità” elaborato dall’economista statunitense Richard Easterlin. Aumentando il reddito pro capite, dapprima l’indice di felicità aumenta, ma oltre una certa soglia ulteriori aumenti di reddito lo fanno diminuire. Tutti banalmente possiamo pensare che col crescere della ricchezza la gente possa essere più felice. Invece Easterlin ha dimostrato con dati statistici che non è vero e che oltre un certo punto si sta peggio anziché stare meglio. Subentrano le preoccupazioni del “troppo”: troppo lavoro, troppo poco tempo per sé, troppo stress negativo etc. Riflettendo c’è ragione per allarmarsi perché questo paradosso toglie legittimazione sociale all’economia. La domanda è: Che senso ha lavorare di più per stare peggio? E ovviamente le risposte sono diverse. Così come non sono univoche le diagnosi sui livelli di felicità, sui sistemi per misurarli. Il sociologo olandese Ruut Veenhoven insegna all’Università “Erasmus” di Rotterdam “Condizioni sociali per la felicità umana” e cura una banca dati mondiale sul tema, che dà origine a una classifica annuale dei Paesi più e meno felici. Egli spiega che sebbene sia fortemente aumentato l’interesse degli economisti verso la felicità quale nuovo parametro da introdurre per valutare il benessere effettivo, il loro approccio tende a concentrarsi di più sul rapporto tra felicità e variabili economiche come guadagno e occupazione. Invero la felicità cui si riferiscono politici ed economisti riguarda la soddisfazione sociale, lo stato di benessere del cittadino legato a condizioni quali ambiente, lavoro o equità e non la ricerca individuale della propria felicità, che può consistere in un amore, avere un figlio, professare una fede. Ma è possibile essere felici se la società in cui viviamo condiziona in noi comportamenti, desideri e persino sentimenti? Padre Gianpaolo Salvini, direttore della rivista dei Gesuiti Civiltà cattolica, nel maggio 2006 ha pubblicato un articolo intitolato Il malessere nella società del benessere nel quale sintetizza la diagnosi delle nostre insoddisfazioni. Dipendono dal fatto che, in base all’aria che respiriamo, tutti noi puntiamo la nostra riuscita sul conto in banca, sulla bella casa, sull’automobile, su sicurezze date da beni e servizi materiali. Mentre la felicità viene soprattutto dai beni relazionali, cioè da quei rapporti gratificanti con gli altri che non sono oggetto di mercato. Si parla dei rapporti interpersonali ispirati a quello che chiameremmo amore, o per lo meno alla simpatia, a un’intesa vicendevole. Cosa potrebbe fare la politica? Come sempre, quando si entra in ciò che è gratuito e personale, c’è una sfera nella quale l’ente pubblico non arriva; però certamente può mostrare, attraverso modelli culturali e stili di vita che di solito non ci si realizza solo col conto in banca o la ricchezza accumulata, ma soprattutto nel mettersi in rapporto con gli altri e anche nel sacrificarsi per gli altri. È una prospettiva che dà una speranza. I “beni relazionali” dei quali parla il direttore di Civiltà cattolica, e che non sono conteggiati nel PIL, rappresentano ciò che oggi si ritiene di sacrificare nella folle corsa alla “malata” pretesa di successo sociale. Il problema quindi non si risolve perfezionando il mercato come sostengono i liberisti o eliminando le diseguaglianze come sostengono i neo socialisti diminuendo i beni privati a vantaggio di quelli pubblici. Per essere più felici occorre ridare valore effettivo ai legami sociali e alle relazioni con finalità fraterne, di aiuto, di solidarietà, di amicizia: dobbiamo rendere un valore la “reciprocità” che è la traduzione in ambito economico del principio di fraternità. La reciprocità è il legame tra le persone dal quale nasce quel bene relazionale che ci garantisce la gioia di vivere. La sfida allora diventa quella di incidere culturalmente per rendere tutto questo non semplicemente una speranza ma un programma da mettere in atto attraverso una “ingegnerizzazione” della “reciprocità” a tutti i livelli. I politici dovrebbero favorire a livello legislativo il ritrovamento dei legami sociali con incentivazioni nel cosiddetto “terzo settore” come cooperative sociali, consumo critico, finanza etica, commercio equo solidale, banco alimentare, banche del tempo: tutte espressioni della società civile che cresce. Lo Stato dovrebbe creare strumenti anche finanziari che favoriscano queste espressioni. Se la modernità con i suoi disvalori tende a cancellare dalla nostra cultura il principio di reciprocità, lo sforzo deve essere quello di recuperarne il valore come senso del nostro impegno. Forse è da questa speranza che dobbiamo ripartire per il recupero dei valori.

DALLA RIVISTA HIRAN 2009/1

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MAZZINI E MARX

Mazzini e Marx

di Gian Biagio Furiozzi

 Università di Perugia

I centenari sono spesso utili per fare il punto sui personaggi (o sugli avvenimenti) di cui si celebra la ricorrenza. Così, il primo centenario della nascita di Giuseppe Mazzini dette l’avvio a una ripresa di studi sul suo pensiero e sulla sua azione, oltre che alla promozione della grande edizione dei suoi scritti. E va detto che a interessarsi a lui non furono solo personalità dell’area repubblicana, ma anche quelle dell’area socialista. Sulla rivista di Filippo Turati C r i t i c a S o c i a l e, su quella di Bissolati e Bonomi Azione Socialista, e su altre ancora, uscirono articoli che esaminavano il rapporto tra Mazzini e il socialismo. Allo scoppio della prima guerra mondiale, furono alcuni esponenti socialisti (Gaetano Salvemini, Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati) a riprendere con più convinzione le sue idee sulla necessità dell’abbattimento dell’impero austro-ungarico e di una nuova sistemazione dell’Europa. Tuttavia, è stato a ridosso di questo secondo centenario che si sono approfonditi i rapporti dell’Esule genovese con il socialismo, con il comunismo e con lo stesso Carlo Marx: un rapporto che non può essere liquidato (come talvolta si è fatto) facendo riferimento soltanto a qualche espressione ferocemente polemica, come quella uscita dalla penna, non certo tenera,         dell’autore del C a p i t a l e, secondo cui Mazzini non sarebbe stato che un “vecchio asino reazionario”. Qualche merito il Genovese lo avrà pure avuto, se la parola “Manifesto”, che ancora oggi viene usata in italiano in tutto il mondo, fu coniata da lui nel 1831 allorché fondò la Giovine Italia. Così come fu lui a coniare il termine “nazionalismo” e l’espressione “tratta dei bianchi”, con riferimento ai bambini italiani sfruttati per le strade di Londra. Fu sempre lui a utilizzare per primo il termine “Internazionale” per una associazione politica comprendente vari Paesi, anche se questo termine era stato inventato dall’inglese Bentham. Mazzini e Marx erano accomunati dalla condizione di esuli politici. Entrambi vissero a lungo in Inghilterra. E questo Paese rappresentò per entrambi un punto di riferimento per le rispettive riflessioni politiche. Per Marx l’Inghilterra rappresentava la prefigurazione dello sviluppo che avrebbe dovuto avere, a suo parere, la società capitalistica, destinata a uno scontro finale con un proletariato sempre più organizzato e cosciente di sé. Avrebbe dovuto essere, in sostanza, il primo Paese socialista (e poi comunista) del mondo. Previsione che, come quasi tutte quelle marxiane, sarebbe stata clamorosamente smentita dalla storia, la quale avrebbe curiosamente fatto scoppiare la prima rivoluzione comunista in un Paese arretrato come la Russia zarista, tanto che Antonio Gramsci l’avrebbe definita una rivoluzione “contro il Capitale”, inteso come libro… Per Mazzini, invece, negli anni Quaranta dell’Ottocento l’Inghilterra rappresentava un modello politico per ciò che già allora essa era: cioè uno Stato costituzionale rappresentativo, basato su un Parlamento eletto dai cittadini (anche se non da tutti), su un equilibrio dei poteri e sul riconoscimento delle principali libertà individuali: di associazione, di stampa, di religione, di corrispondenza, etc. A quest’ultimo proposito, va ricordato che Mazzini divenne una celebrità, in Inghilterra, proprio in occasione della violazione della sua corrispondenza da parte della polizia, cosa che provocò, nel 1844, un lungo dibattito in Parlamento e sulla stampa inglese. Se Marx ed Engels teorizzavano l’ateismo, sappiamo che Mazzini credeva in Dio, anche se non era seguace di alcuna religione particolare. Egli sottolineava più il concetto di dovere che quello di diritto. Affermava il valore della famiglia. Dava importanza alla volontà individuale e ai valori morali. Circa la questione sociale, che Mazzini riteneva peraltro essere la questione più importante insieme a quella nazionale, tanto da dedicare I doveri dell’uomo agli operai italiani, le differenze con la concezione marxiana sono ovviamente notevoli, come ha dimostrato Franco Della Peruta in numerosi scritti, a partire dal classico Democrazia e socialismo nel Risorgimento. Egli non guardava al proletariato come attore esclusivo del rinnovamento sociale e politico, ma era favorevole a una alleanza tra ceti medi, operai e artigiani. Considerava essenziale una collaborazione tra l’intelletto, il lavoro e il capitale. Più che di proletariato, parlava genericamente di popolo. Non dedicò troppa attenzione al ruolo delle campagne. Solo dopo l’Unità, osserva sempre Della Peruta, egli manifestò maggiore apertura verso il ruolo delle masse contadine. In ogni caso, per lui l’indipendenza dell’Italia doveva venire prima di ogni altra cosa. Anche se indirettamente, tuttavia, Mazzini ha svolto un ruolo nella stesura del Manifesto del Partito Comunista scritto da Marx e da Engels nel 1848, come ha dimostrato recentemente Salvo Mastellone. Infatti, tra l’autunno del 1846 e la primavera del 1847 Mazzini pubblicò su un giornale inglese una serie di articoli dal titolo Pensieri sulla democrazia in Europa nei quali è contenuta una forte e preveggente critica del comunismo, che avrebbe condotto – predisse – a uno Stato autoritario governato da una gerarchia arbitraria. Più che a una dittatura del proletariato, esso avrebbe condotto ad una dittatura della classe politica comunista sulla massa dei cittadini. Egli anticipava così, fin d’allora, la teoria della “nuova classe” che sarebbe stata esposta oltre un secolo dopo da Milovan Gilas. Il comunismo, aggiunse Mazzini, avrebbe portato ad una società chiusa come quelle delle api e dei castori, alla soppressione delle libertà fondamentali, alla disgregazione della famiglia, all’abolizione della proprietà privata e al materialismo. Per replicare a queste accuse, venne chiamato a Londra il giovane Carlo Marx che, insieme a Federico Engels, nel 1848 avrebbe dato alle stampe il famoso Manifesto. Giuseppe Mazzini, dunque, alla metà dell’Ottocento era al centro del dibattito politico in Europa. Nonostante questi contrasti, come sappiamo, Mazzini e Marx, insieme all’anarchico Bakunin, furono i promotori della Prima Internazionale, fondata a Londra nel 1864. Questo si spiega con il fatto che la Prima Internazionale, a differenza della Seconda, non fu composta solo da socialisti marxiani ma, per l’appunto, da socialisti di varie tendenze, da anarchici e da repubblicani. Il 1° articolo dello Statuto affermava infatti che a essa potevano aderire tutti coloro che fossero interessati alla “emancipazione delle classi lavoratrici”, tanto che vi aderì anche Giuseppe Garibaldi. Certo, si trattò di una coabitazione assai contrastata, e a tratti vivacemente polemica. Polemica accentuatasi in occasione della Comune di Parigi del 1871, sostenuta da Marx e da Bakunin e fortemente criticata dal genovese, che ne condannò il carattere violento, collettivista e autoritario. Nel giugno del 1871, in tre articoli sulla Roma del P o p o l o, condannando tanto il terrore del Comune parigino quanto la feroce repressione dell’Assemblea di Ve r s a i l l e s , Mazzini difese la repubblica democratica fondata sul principio del p r o g r e s s o morale, intellettuale, economico  da svolgersi per mezzo dell’associazione. Invece condannò la repubblica proletaria teorizzata da coloro che in nome della questione sociale fomentavano l’odio, invocavano il ricorso alla forza e badavano solo ai problemi economici. Ripropose la repubblica popolare rappresentativa, per conciliare mediante l’associazione la classe operaia con la classe media. Respinse infine la lotta di classe, che politicamente avrebbe preparato la dittatura . Pochi giorni dopo, sullo stesso giornale, ribadì che suo impegno era di combattere il m a t e r i a l i s m o e i sistemi di un socialismo arbitrario, settario, violento, che nega ogni tradizione dell’umanità, nega le più sacre tendenze ingenite nell’uomo e guida logica – mente all’anarchia e al dispotismo. Per qualche tempo Mazzini sperò di poter neutralizzare l’influenza di Marx e, giovandosi delle simpatie che egli riscuoteva fra i trade-unionisti inglesi, di sostituirsi a lui nella effettiva direzione dell’Internazionale. D’altra parte Marx cercò in tutti i modi di contrastare l’azione mazziniana in Italia, utilizzando anche l’azione concorrente di Bakunin, il cui viaggio in Italia fu da lui favorito e incoraggiato proprio, come confessò, con l’intento di “porre delle mine” contro Mazzini. Il fatto è che Mazzini e Marx erano troppo diversi per temperamento e per cultura, oltre che per visione politica. Marx ostentava un ironico disprezzo per Mazzini, a cui rivolse in ogni occasione ogni tipo di insulti e di nomignoli: lo definì Teopompo, il buon Giuseppe, san Piero l’Eremita, arrivando a definirlo leccapiatti della borghesia. Ma, come ha osservato a suo tempo Nello Rosselli, si tratta di sbeffeggiamenti a cui non bisogna dare un peso eccessivo, allorché si ricorda che era una incorreggibile abitudine dell’autore del C a p i t a l e di rivolgerli a tutti coloro che attraversavano il suo cammino, o che comunque non condividevano le sue idee. Nel caso di Giuseppe Mazzini, poi, vi si univa una punta d’invidia per la immensa popolarità da lui conquistata in tanti anni di lotta, e di mal celato timore per le vaste influenze delle quali poteva e sapeva disporre. I due uomini, insomma, erano nati per non intendersi. E, osserva ancora Nello Rosselli, mentre Marx “si studia e si ammira, ”Mazzini “è sentito” in ogni parte del mondo: per la sua sensibilità, per la sua umanità, per la sua larga simpatia umana. Profondamente pervaso di spirito religioso, Mazzini conquistava i suoi lettori e i suoi ascoltatori non tanto e non solo con la forza logica del ragionamento, quanto con il calore della sua persona – le convinzioni, con frequenti e sapienti ricorsi al sentimento, all’intuito, alla fede, col tono ispirato della parola. Così, se da Marx venne formulata una ferrea legge economica che, se non annulla, certamente attenua l’influsso dei valori morali, da Mazzini venne una predicazione di amore; venne il sogno della solidarietà fra le classi sociali, una dottrina di educazione e di elevazione morale. Lo stesso Mazzini, pur riconoscendo che Marx era “uomo d’ingegno acuto”, aggiunse che questi era di tempra dominatrice, geloso delle altrui influenze, senza forti credenze filosofiche o religiose e con più elemento d’ira che non d’amore nel cuore. Nel corso dell’ultimo secolo, numerosi autori hanno cercato di provare l’esistenza di un “socialismo” mazziniano, anche se assai diverso da quello marxiano: da Aurelio Saffi (1905) a Francesco Mormina Penna (1907), da Federico Comandini (1914) a Oliviero Zuccarini (1922). Rodolfo Mondolfo, nel classico volume Sulle orme di Marx, effettuò un tentativo (che Gian Mario Bravo ha definito non riuscito anche se elegante e intelligente) di dimostrare una convergenza generale tra il pensiero dei due autori; ma è significativo che nel volume mondolfiano non venga accennato all’atteggiamento di Mazzini verso la Comune di Parigi. In anni più vicini a noi, Ettore Passerin D’Entreves ha rinvenuto alcune convergenze, in una relazione al convegno su Mazzini e l’Europa, del 1972, dove con equità mette alla luce le possibilità di sviluppo e i limiti dell’insegnamento mazziniano. Vanno infine citati i lavori di Aldo Romano, Richard Hostetter, Pier Carlo Masini e Gastone Manacorda. Resta isolata e assai singolare l’affermazione di Piero Gobetti secondo cui Mazzini e Marx sarebbero da considerare i due più autore – voli rappresentanti del liberalismo contemporaneo. Quello che si può riconoscere, come osservò anche Michele Bakunin, è che l’azione mazziniana preparò il terreno per le future scelte rivoluzionarie di molti giovani già suoi seguaci. Con ciò concorda Gian Mario Bravo, secondo cui l’azione di Mazzini fra gli operai, nelle associazioni, per la creazione di un partito democratico e repubblicano, predispose le masse lavoratrici ad accogliere le proposte dell’Internazionale, avanzate da Marx e da Engels fin dal 1847- 48, allorché parlarono di un “partito politico di classe”, e riaffermate poi, dopo l’organizzazione internazionale degli anni ’60, come conseguenza dell’insegnamento della Comune. Ne sarà testimonianza l’evoluzione di personaggi come Andrea Costa e Carlo Cafiero. È stato osservato a questo proposito, che molti seguaci lo abbandonarono per alimentare le schiere dell’estrema sinistra, perché Mazzini sarebbe rimasto ancorato ad una tematica valida negli anni ’30 dell’Ottocento ma non più nei decenni delle rivoluzioni democratiche. Forse è vero, ma resta il fatto che gli stessi Marx ed Engels, pur nella confutazione accesa, avrebbero recepito dal mazzinianesimo quanto esso aveva offerto di costruttivo per l’emancipazione e l’organizzazione del movimento operaio. Mazzini criticava, con grande chiarezza ed estrema durezza, ogni forma di socialismo autoritario, lo abbiamo visto. Ma va precisato che, al tempo stesso, egli criticava il liberalismo, per il suo esasperato individualismo e perché si identificava per lo più con il sistema monarchico in generale e con quello sabaudo in particolare. Sottolineava in questo contesto la forma della libera associazione democratica dei cittadini, portatori certo di diritti, ma anche soggetti ai doveri. Rivendicava per quei tempi uno spazio politico tra liberali di destra ed egualitari di sinistra. Egli si dichiarò più volte contrario alla proprietà e al capitale accumulati con il lavoro degli altri, mentre il vero produttore di beni muore di fame. Protestò contro i privilegi politici concessi ai proprietari terrieri e ai capitalisti, come se il denaro – disse – fosse sinonimo di virtù e di intelligenza. Manifestò, però, rispetto per la proprietà che fosse frutto di lavoro, credendo nel “progresso collettivo” e nella democrazia repubblicana, la quale doveva mirare all’educazione, all’associazione e al progresso, e non all’individualismo. I teorici comunisti pensano al “mondo”, osservò, invece bisogna occuparsi del miglioramento dell’“uomo”, richiamandosi al problema educativo e riconoscere il principio religioso della fraternità. Pur accettando le istanze di giustizia che erano alla base di molte correnti socialiste, egli rifiutò sempre la lotta di classe e la violenza come mezzo di lotta politica. Nel Manifesto del partito comunista Marx afferma che la conquista della democrazia consiste nell’arrivo del proletariato alla condizione di classe dominante. Due anni dopo, in un suo M a n i f e s t o, Mazzini gli risponderà che occorreva pensare allo stabilimento della “Democrazia europea”. E per lui la democrazia era il progresso di tutti attraverso tutti sotto la guida dei migliori e dei più saggi.

Questa definizione mazziniana della democrazia è riportata nel Dizionario di Oxford, a testimonianza della sua fama nel mondo anglosassone. Scopo finale della democrazia, aggiunse Mazzini, doveva essere lo sviluppo della vita sociale: una definizione che Salvo Mastellone, suo massimo studioso contemporaneo, ha giustamente definito “veramente straordinaria”. Possiamo essere senz’altro d’accordo con lui, in considerazione dell’importanza che essa ancora riveste per le prospettive future dell’umanità. E a coloro che ancora oggi insistono ad accusare Mazzini di essere un pensatore non più attuale perché non avrebbe colto l’evoluzione verso la società industriale e a considerare attuale, ormai, solo la sua “spinta etica”, possiamo replicare, con Giuseppe Galasso, che, soprattutto dopo il crollo del comunismo e delle altre ideologie totalitarie, l’insegnamento mazziniano resta più attuale e valido di quello marxiano, perché riesce a coniugare l’etica della responsabilità individuale con quella della solidarietà sociale.

Tratto dalla rivista HIRAM 2007/3

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I PUNTI DI RIUNIONE

I punti di riunione

 di Giuseppe Cacopardi Saggista

Non so quali domande abbia evocato, e quali riflessioni indotto, sapere che la loggia si è riunita nel punto X, Y, Z. Col tempo, ciascuno ha capito che il significante “punto” ha più di un significato, sotteso all’aggettivo; qualcuno ha anche intuito quasi la rarefazione della materialità se non la trasmutazione dal fisico al metafisico. Se il punto geografico è connesso alla topografia di un luogo abitato, le cose cambiano col punto geometrico: esso non è più “ciò che non ha parti” di Euclide, ma è divenuto un “oggetto” come la retta e il piano, definizione nata dalle speculazioni matematiche seguite alla crisi dell’evidenza geometrica. Questa è valida per la geometria euclidea, limitata alla misurazione di modeste zone di territorio e al calcolo delle loro superfici; quando si passò a vaste aree di territorio non pianeggiante ma accidentato da monti e valli, da mari e profondità marine e poi all’intero globo terracqueo furono necessarie altre geometrie, non euclidee. Le cui particolarità esemplifico dicendo che se la somma degli angoli di un triangolo euclideo è 180, è minore per la geometria iperbolica, e mag-

giore per l’ellittica: la comprensione di questa e altre particolarità richiede applicazione di conoscenze teoriche e filosofiche non facili per tutti; che divengono escludenti con la geodesia, oggi implicata anche nei calcoli per il lancio e le orbite dei satelliti artificiali e per i viaggi delle sonde spaziali. A noi però del punto geodetico può bastare ciò che è limitato alla Terra, rilevabile col riferimento al piano orizzontale di una livella a bolla e alla direzione della Stella Polare; le geodetiche-linee di minima resistenza rappresentanti la distanza più breve fra due punti di una superficie curva sono necessarie anche per comprendere la (teoria della) relatività. Credo però che fra di noi, in senso esoterico, coi diversi aggettivi si vogliano introdurre concetti metaforico-allegorici indicanti differenze operative: nel punto geografico si compiono lavori preparatori e di servizio al cantiere, nel punto geometrico si realizzano i piani particolari, nel punto geodetico si studiano e preparano i progetti e le operazioni esecutive per ubicare la costruzione “universale” da erigere per il bene e il progresso dell’Umanità. Nel punto geografico non occorrono geometrie, negli altri si opera con geometrie diverse, l’euclidea per i particolari, le non euclidee per le vaste superfici; qui è insostituibile il calcolo delle geodetiche per la stabilità dello spazio e nel tempo delle grandi opere progettate dai terricoli riferendoci alla Stella Polare dello spazio extraterrestre. Se esso è detto finito o infinito, la diversità può essere dovuta al punto di vista dell’osservatore, se interno o esterno a ciò che viene osservato. Comunque, le due geometrie sono funzionali alle necessità diverse del nostro “territorio” di ricerca e conoscenza, valutando anche – con e per la relatività che ci avvolge e coinvolge – che ciò che non vediamo neppure con gli occhi della mente può esistere o esiste ugualmente, celato dalla capacità visiva su cui interferiscono la rifrazione atmosferica e la curvatura dello spazio-tempo. Forse sul nostro cercare e operare influiscono energie anche umane ancora ignote o non rilevabili coi mezzi che oggi possediamo, con noi e su noi operanti. Parrebbe che più ci limita la nostra finitezza, più siamo spinti, “gettati” (Heidegger) verso una dimensione non euclidea che non comprendiamo ma a cui non possiamo resistere o sottrarci: abbiamo bisogno di qualcosa fuori di noi per capire chi siamo? Mi piace credere che per il punto geodetico dove ci riuniamo passino le linee geodetiche emananti dal contatto binario di ciascuno dei cinque punti della Mae-stria, che hanno reso possibile – nonostante le resistenze della nostra non euclidea corporeità e personalità – l’instaurarsi della Fraternità. L’ascesa da formule mute a parlanti sussidi esoterici può aversi con l’ampliamento operativo della “geodeticità”; allo scopo propongo di mettere insieme il punto geodetico coi cinque punti della Maestria, in un grafico psicagogico. Esso sarebbe disegnato con la stella pitagorica iscritta nel pentagono; da ciascun doppio vertice sorgono linee che armonicamente intersecate riproducono al centro un piccolo pentagono inverso con un cerchio puntato (eco del punto geodetico esterno alla figura). Il modello è il mandala buddhista: le sue implicazioni religiose o archetipali secondo Jung ciascuno può condividere e seguire o no. In questo disegno, tecnicamente Yantra, le figure del fiore di loto e delle divinità (il tutto colorato con vivaci colori) sono sostituite da linee rette, angolate, curve, intersecate o no; esterno al disegno un punto raggiante quale Stella Polare: questo insieme può essere usato per pause di concentrazione e meditazione con cui introiettare la spiritualità dell’elevazione a Maestro. Il complesso, costellazione-simbolo operativo dei Maestri, denominabile Aquilone, adoperato a fine psicagogico, tende a indurre un comportamento quasi automatico, involontario, di vero Maestro: se lo scopo trasmutasse in fine conseguito, sarà A.G.D.G.A.D.U.

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I GUANTI BIANCHI

I GUANTI BIANCCHI

Con il grembiule i guanti costituiscono l’usuale abbigliamento del Massone e, originariamente, avevano la funzione di proteggere le mani. Come il grembiule evitano le lesioni causate dalle schegge o dalla sostanza del materiale lavorato e inoltre proteggono dal freddo. I guanti, con il grembiule di pelle, sono quindi un rivestimento che costituisce a priori un’evocazione della tenuta dei muratori del Medioevo, finalizzata ad evitare le ingiurie e le irritazioni epidermiche causate dal lavoro della pietra. Nella ritualità massonica la loro origine è dunque lato mistica e non cavalleresca, come talora si è affermato, dalla quale invece deriva l’uso della spada. Mackey e Gould3 rinviano a un’incisione copiata da una vetrata di una cappella absidale della cattedrale di Chartres e pubblicata negli Annales Archéologiques. La vetrata (XIII sec.) rappresenta dei massoni operativi al lavoro. Tutti indossano dei guanti, e, come si ricava dall’immagine e dalla nota finale del testo, il tagliatore di pietra a capo scoperto sotto il compasso sulla destra indossa guanti molto spessi, mentre l’architetto incappucciato a sinistra che sonda il muro a piombo ne porta di più fini. Decisivo è anche il dettaglio dei costruttori della Torre di Babele reperito in una miniatura della Crusader Bible, nota anche come Bibbia Morgan o Bibbia Maciejowski, manoscritto illuminato del 1250, in cui si vede chiaramente che i muratori indossano dei guanti. Pur non essendo molte le immagini medioevali di muratori guantati– al punto che Robert Macoys nel Dictionary ofFreemasonry(1859) affermava perentoriamente che, diversamente dai Liberi Muratori, nessun massone operativo li aveva mai utilizzati, l’uso dei guanti è tuttavia attestato in alcuni documenti riportati nello stesso numero degli Annales6 e menzionati da Mackey e Gould: nel 1381 il castellano di Villaines-en-Duesmois fa un acquisto abbastanza considerevole di guanti per darli agli operai al fine di «salvaguardare le loro mani dalla pietra e dalla calce»; a Digione nel 1383-84 si acquistano numerosissime dozzine di guanti per distribuirli ai maçons per i lavori alla certosa di Champmol; nel registro dei conti 1486-87 della città di Amienssi trova la quietanza al guantaio Pierre Daminois per l’acquisto, la consegna e il pagamento di diverse paia di guanti di pelle bianca di pecora con cinghie da dare ai muratori (machons) e ai tagliatori di arenaria (tailleurs de grez). Gould, nel suo studio, incastona un’altra referenza iconica che si rinviene nelle Vitae duorum Offarum, manoscritto del monaco benedettino Matthew Paris, dove un’immagine che illustra la costruzione dell’abbazia di St. Albans è abbastanza simile a quella della vetrata di Chartres, nonché altre prove documentali di origine britannica. Tra queste i registri della cattedrale di York, nei quali è usuale trovare nel 1355 tuniche, grembiuli, guanti e zoccoli dati come compenso per lavori straordinari, nel 1371 grembiuli e guanti consegnati ai muratori e ad altri artigiani e naprons et cirotecis (grembiuli e guanti) nel 1404. Ulteriori registrazioni appaiono negli anni 1421-22, 1432-33 e 1498-99, fino all’ultima registrazione del 1507: For approns and glovys for settyng to the masons (per grembiuli e guanti per la copertura dei muratori). L’usanza esisteva ancora nel 1629, sotto il cui anno nei conti di Nicoll Udwart, tesoriere dell’Heriot’s Hospital di Edimburgo – splendido esempio di un edificio scolastico di architettura rinascimentale – si trova: Item, for sex pair of gloves to the Maissones at the founding of the Eist Quarter (Inoltre, sei paia di guanti ai Massoni per la fondazione del quartiere orientale). Senza dubbio, altre e nuove ricerche hanno portato8 e porterebbero a prove documentali e testimonianze iconiche eloquenti attestanti l’uso dei guanti. Ma è fuor di dubbio che i costruttori di cattedrali, abbazie e grandi opere civili e militari, pubbliche e private del Medioevo e del Rinascimento indossassero guanti per proteggere le mani dalle conseguenze del loro lavoro. È altrettanto evidente che i massoni speculativi abbiano ricevuto dai loro predecessori operativi i guanti massonici, così come il grembiule, entrambi i quali, essendo utilizzati da questi ultimi per scopi pratici, sono stati assegnati dai primi, nello spirito del simbolismo, a uno scopo più nobile e glorioso. I banchetti a spese dei nuovi membri e la pratica di esigere da loro dei guanti (o denaro per l’acquisto), chiamata clothing the lodge (vestire la Loggia), erano in voga alla fine del XVI sec. e l’usanza durò fino alla seconda metà del XVIII. Infatti, nel 1598 e 1599, William Schaw, Maestro delle Opere del Re e Sorvegliante Generale del Mestiere, pubblicò nuovi Statuti per le logge dei muratori in Scozia, i cui membri erano chiamati Masons e sottoposti a una ricezione rituale nella quale erano “fatti” Brother and Fellow in the Craft (Fratelli e Compagni di Mestiere o d’Arte). Nello Statuto del 1599 – che è un supplemento anziché una revisione di quello del 1598 – si dichiara esplicitamente che il compagno d’arte doveva pagare una tassa d’ingresso per un banchetto e una somma per i guanti dei membri della Loggia. La pratica di origine operativa del dono dei guanti è anche descritta in un’opera del 1686 di Robert Plot, un erudito profano privo di simpatie per la massoneria, in cui si dice che la Society ofFreemasons, alsuo tempo, ammetteva candidati tra persone della più eminente qualità (persons of the most eminent quality) che, nella prima riunione, dovevano portare in dono guanti per tutti e per le loro mogli e offrire inoltre una colazione. Siamo nella fase di ammissione di persone estranee all’ambiente muratorio, nel momento in cui le fratellanze dei muratori inglesi e scozzesi si trasformavano subendo più decisamente l’influenza platonica, ermetica, bruniana e rosacrociana come pure della prisca theologia, dell’erudizione e dell’antiquaria. Intanto, nei primi anni del XVIII sec., il termine tecnico clothing the lodge implicava che ogni Fratello al suo ingresso fosse tenuto a fornire a ogni membro presente un grembiule e un paio di guanti. Lo si capisce dal VII dei Regolamenti Generali delle Constitutions di Anderson del 1723:«Every new Brother at his making is decently to cloathe

[sic]

the Lodge, that is, all the Brethren present, and to depositsomething for the relief of indigent and decayed Brethren» (Ogni nuovo Fratello alla sua ammissione dovrà decentemente vestire la Loggia, cioè, tutti i Fratelli presenti, e depositare qualcosa per il sollievo di Fratelli indigenti e bisognosi). Come anticipato, agli inizi della massoneria moderna, questa fu la consuetudine sia in Gran Bretagna che in America, ma, crescendo il numero degli affiliati, la necessità di fornire costantemente questi abbigliamenti diminuì e l’usanza fu abbandonata. Anche se in pressoché tutte le immagini settecentesche di cerimonie massoniche nessuno porta i guanti, il frontespizio delle Constitutions del 1723 ce ne indica l’uso: il Primo Gran Sorvegliante Josias Villeneau, oltre a portare sul braccio destro diversi lunghi grembiuli con i lacci, tiene nella mano sinistra dei guanti. Si può pensare che il loro uso fosse ancora facoltativo nelle logge e si è anche supposto che il grado di Maestro con la leggenda di Hiram di cui si hanno notizie certe solo dal 1730 non fosse ancora legato alla nozione d’innocenza rappresentata dai guanti. Il primo riferimento a quelli che sono forse divenuti i paramenti più caratteristici della Libera Muratoria nell’immaginario pubblico –il grembiule e i guanti–si trova nel più antico catechismo libero-muratorio a stampa conosciuto.La prima messa a nudo del rituale, noto come A Mason’s Examination (per il nome che gli attribuì Gould), fu pubblicata sotto forma di lettera anonima senza titolo nel n. 4712 dell’11 Aprile 1723 del giornale londinese The Flying-Post or Postmaster. Rivelando segreti gelosamente conservati in copie che circolavano privatamente e che spesso venivano distrutte piuttosto che farle cadere in mani profane,visi accenna: When a Free-Mason is enter’d, after having given to all present of the Fraternity a Pair of Men and Women’s Gloves and Leathern Apron… (Quando un Libero-Muratore è entrato, dopo aver dato a tutti i presenti della Fraternità un Paio di Guanti da Uomo e da Donna e un Grembiule di Pelle…). Se fino ad allora era il candidato che doveva regalare i guanti agli altri membri come parte della tassa di ammissione, negli anni immediatamente successivi sembra che i Liberi Muratori, dopo aver ripreso l’antico costume in uso nelle maestranze dei costruttori, lo rovesciassero e facessero diventare normale che fosse la Loggia a regalare i guanti al candidato e a illustrarglieli come simbolo di purezza. Per quanto riguarda questa innovazione, la prima testimonianza si deve a John Coustos(1703-1746), gioielliere e commerciante in pietre preziose, nato a Berna ma naturalizzato inglese. La sua carriera massonica – non improbabile per la sua formazione giovanile come tagliapietre – è degna di nota per

due eventi. Il primo è la persecuzione e le torture che subì dall’Inquisizione cattolica in Portogallo nel 1743, due anni dopo il suo trasferimento a Lisbona, per l’inosservanza della bolla papale In eminenti avendo costituito una Loggia. Il secondo – che qui ci interessa – è che, divenuto massone nel 1730, per la prima volta, nella Libera Muratoria andersoniana, nel suo caso compare il dono a un neo-iniziato di un paio di guanti come riferisce nelle sue memorie il Tommaso Crudeli britannico. La stessa pratica si osservava nella Loggia di Coustos a Lisbona. Sempre dal 1730 fece la sua comparsa la leggenda su cui si fonda la Libera Muratoria. I guanti bianchi si ritrovano così associati alla morte di Hiram per mostrare che i compagni sono innocenti del suo assassinio. In quell’anno veniva data alle stampe la Masonry Dissected di Samuel Prichard, in cui si trova la prima descrizione del terzo grado e dove Salomone dopo l’assassinio di Hiram order’d … that Fellow-Crafts with white Gloves and Aprons should attend his [i.e. Hiram’s]Funeral (ordinò … che Compagni d’Arte con Guanti bianchi e Grembiule dovessero partecipare al suo [i.e. di Hiram] Funerale). L’ordre desFrancs-Maçons trahi (1745) dichiara che durante il funerale di Hiram nel Tempio, tous les Maitres portoient des tabliers & des gands de peau blanche, pour marquer qu’aucun d’eux n’avoitsouille ses mains du sang de leur Chef (tutti i Maestri portavano grembiuli e guanti in pelle bianca, per dimostrare che nessuno di loro aveva macchiato le sue mani con il sangue del loro Capo). Il Trahi, tra parentesi, è anche il primo documento che parla dell’uso di donare al nuovo iniziato un altro paio di guanti da destinare alla donna che stima di più. Un’identica descrizione della cerimonia funebre del Trahi si trova nell’anonimo Anti-Maçon del 1748, che pure menziona la consegna al recipiendario delle due paia di guanti bianchi. Secondo la confessione rilasciata all’Inquisizione da Coustosil 21 marzo 1743, Solomon caused a command to be given to the Officers and Apprentices …that,wearing their Aprons tied to their waists, as their custom now is, and gloves on their hands, they should go to the said place and disinter the body (Salomone fece eseguire un comando da dare agli Ufficiali e Apprendisti …che, indossando i loro Grembiuli legati alla cintola, come è ora loro costume, e guanti nelle loro mani, si dovesse andare al detto luogo e disinterrare il corpo). Anche un manoscritto rituale francese del 1760 riprende, in modo analogo, la scena: Les memes Maitres, qui avoient ete a la recherche du corps de N.R.M.H. partirent en gands et tabliers blancs, pour marquer, qu’ils n’avoient point trempe leurs mains dans le sang de leur Maitre (Gli stessi Maestri che erano stati alla ricerca del corpo del N[ostro] R|ispettabile] M!aestro] H!iram] partirono in guanti e grembiuli bianchi per dimostrare che non avevano immerso le loro mani nel sangue del loro Maestro). Identiche formulazioni si ritrovano in rituali del settimo e ottavo decennio del Settecento che sarebbe ridondante o addirittura pedante menzionare. Basti dire che la medesima descrizione manoscritta –inclusa, ovviamente, la formulazione data al significato della vestizione dei guanti bianchi – finisce per ritrovarsi nei rituali del Rito Scozzese Rettificato (1782), del Rito Moderno (1786) e del Rito Scozzese Antico ed Accettato (ca. 1815). Ciò che importa è osservare che in tutti i rituali antichi l’insegnamento morale nella maestria implica che essi siano immacolati, che non una sola macchia di sangue li lordi: sono la prova che il Libero Muratore non ha commesso alcun delitto e che l’ignoranza, il fanatismo e l’ambizione non hanno spinto nessun Fratello all’irreparabile. Les Plus Secrets Mystères des hauts grades de la maçonnerie dévoilés, ou le vrai rose-croix fu una delle prime e più celebri divulgazioni dei rituali degli alti gradi massonici che ebbe un notevole successo. Nel rituale del Parfait maçon è lu, il primo dei sette gradi in cui, con gli altri due successivi, si sviluppa il tema dell’assassinio di Hiram, si spiega che i guanti che vengono dativous apprennent que l’innocence seule a du chagrin sans remords (insegnano che l’innocenza sola ha del dolore senza rimorsi). Ciò che sarà compiutamente svelato nel grado di Maestro è racchiuso anche negli antichi rituali in grado di Apprendista. Nel catechismo della Maçonnerie adonhiramite è data la seguente spiegazione: D. Porquoivous a-t-on donné des gants blancs? R. Pour m’apprendre qu’un Maçon ne doit jamais tremper les mains dans l’iniquité. (D. Perché vi sono stati donati dei guanti bianchi? R. Per insegnarmi che un Massone non deve mai immergere le mani nell’iniquità). Nel rituale di ricezione nel grado di Apprendista della Guide des Maçons Écossais il Venerabile, prendendo i guanti da uomo, dice: Ne souillez jamais la blancheur éclatante de ces gants, en trempant vos mains dans les eaux bourbeuses du vice; ils sont le symbole de votre admission dans le temple de la vertu (Non macchiate mai il candore splendente di questi guanti, immergendo le mani nelle acque fangose del vizio: essi sono il simbolo della vostra ammissione nel tempio della virtù). Similmente, il Régulateur du Maçon del 1785, ma stampato nel 1801 –che rappresenta la versione primitiva del Rito Francese – spiega: Les gants, par leur blancheur,vous avertissent de la candeur qui doit toujoursrégner dansl’âme d’un honnête homme, et de la pureté de nos actions (I guanti, con il loro colore bianco, vi avvertono del candore che deve sempre regnare nell’anima di un uomo onesto e della purezza delle nostre azioni). All’atto della fondazione del Grande Oriente d’Italia nel 1805 si affermava che: «I guanti bianchi fanno parte integrante dell’abito massonico di tutti i gradi». Ciò veniva riconfermato quando si andava compiendo l’Unità d’Italia: «Tutti i Massoni durante i Lavori avranno i guanti bianchi», spiegando che quest’obbligo come le altre «prescrizioni» fossero «impreteribili onde conservare la decenza, dignità e carattere massonico della tenuta». Semplificando molto, si può dire che solo a dalla fine del XVIII sec.si riscopre il significato «realizzativo» dei simboli del Maestro d’Opera. Nel caso delle vesti della mano, a questi Autori massonici ma anche a quelli del secolo successivo e dei tempi nostri risultava forse sorprendente che i rituali settecenteschi che avevano rimesso i guanti in gran pompa non evocavano mai l’aspetto «operativo», ma piuttosto l’aspetto morale e poco si curavano dell’aspetto allegorico ed emblematico tralasciando del tutto la conseguentemente possibile interpretazione esoterica. Si è detto che i guanti sono maschere delle mani. Sicuramente i guanti rispondevano a un’esigenza etica collettiva, di sociabilità condivisa, e divenivano simbolo d’uguaglianza tra Fratelli, anche perché alle origini della massoneria moderna dissimulavano i segni del lavoro profano, abolendo le differenze di ceto sociale, nascondendo la mano rozza e callosa dell’operaio e quella rosea e delicata del nobile o del borghese sedentario. Ma, oltre a questo aspetto di cooptazione egualitaria in una società inclusiva – l’incontro sulla livella –, nei guanti bianchi vi è anche il riferimento alla sociabilità elitaria nella quale si sviluppa la Libera Muratoria. Assieme e dopo il grembiule – entrambi ricevuti all’atto dell’iniziazione – sono un oggetto di distinzione che fornisce un senso di delimitazione della propria dignità. Sono un simbolo di separazione dal mondo profano e di reclusione nel Sacro. Nell’esprimere anche un’alterità, una distanza fisica e morale dai profani, nell’etichetta testamentaria rappresentano una barriera e s’indossano perché le mani che dovranno toccare i simboli sacri non possono essere quelle che maneggiano gli oggetti profani nella vita quotidiana: il sacro deve essere preservato da ogni profanazione. Come dice il Maestro Venerabile al neofita: «Accetta questi guanti che ti offrono i Fratelli: non offuscarne mai il candore; le mani di un Libero Muratore devono restare sempre pulite». Questa necessità di purificazione, simboleggiata in ogni tempo dalle abluzioni che precedevano le iniziazioni ai sacri misteri come dal loro uso presso ebrei, musulmani e induisti, resta, come è stato detto, sempre di attualità31 , come forma di preparazione all’unità con il divino. Non solo il colore bianco nella tradizione occidentale è sempre stato associato alla purezza e all’innocenza, ma negli antichi misteri e nelle pratiche pontificali etrusche, greche e romane il lavarsi le mani costituiva un atto cerimoniale di ordine exoterico. E, infatti anche oggi, i guanti vengono indossati prima dell’ingresso nel Tempio a significare e indicare la necessità di essere puri da ogni misfatto o atto colpevole per essere ammessi a partecipare ai sacri riti. Mackey ci rammenta la bella iscrizione che ornava in un tempo remoto il frontone di un tempio a Creta: lavati le mani e piedi, prima di entrare. Possiamo aggiungere come Euripide nell’Oreste rimarchi spesso la purificazione delle mani secondo il rito, affinché le porte – non solo dei templi ma anche quelle della comunità – non siano sbarrate. Mackey Gould e Mainguy hanno collazionato, oltre a qualche fonte classica i primi due, taluni riferimenti all’Antico Testamento e il primo molto correttamente ipotizza che il grembiule alluda al «cuore puro» e i guanti alle «mani pulite» e Irène Mainguylo segue. I guanti consegnati al neofita sono destinati ad insegnargli che le azioni di un libero muratore devono essere pure e senza macchia al pari dei guanti. Nelle logge tedesche, dove la parola usata per guanti è Handschuhe (coperture delle mani) e quella per azioni è ovviamente Handlungen (opere delle mani), la nozione simbolica è ancor più significativa. Seguendo Mackey che si rifà ai versetti dei Salmi 24,3-4 (Chi potrà salire il monte del Signore?/ Chi potrà stare nel suo luogo santo?/ Chi ha mani innocenti e cuore puro), i guanti possono essere considerati come il complemento indispensabile del grembiule. Entrambi hanno lo stesso significato e suggeriscono esigenze di purificazione e di rigenerazione. Strettamente connessi nel rito d’iniziazione, il loro simbolismo segue la considerazione del primo ed entrambi rammentano gli impegni solennemente prestati, la purezza richiesta per ogni Lavoro rituale e l’esigenza che le mani di un Libero Muratore restino pure da ogni azione biasimevole e che nella sua coscienza non alberghi alcun sentimento vile. Ad essi sono legati anche il secondo paio di guanti bianchi da donna che, pure temporalmente, il neofita riceve nel corso dell’iniziazione. Di essi qui non trattiamo, perché l’argomento, per la sua profondità e delicatezza, richiede una trattazione a parte che ci auguriamo di potere un giorno sviluppare. Jules Boucher ne La symbolique maçonnique (1948) parlò dei guanti come un filtro che trasforma in benefico il magnetismo emanato dalle mani, suscitando la derisione di qualche Fratello che segue la corrente cosiddetta «fredda» o «razionalista» della Libera Muratoria. Il massone e alchimista francese osservava come nelle assemblee massoniche, dove tutti indossano guanti bianchi, si sprigioni un’atmosfera particolarissima in cui si avverte un’impressione di serenità e quiete e come la modificazione apportata da questo «segno esteriore» sia più profonda di quanto si possa essere tentati di credere. È per noi indubbio che, insieme certamente a molti altri elementi rituali, la posizione assunta per consuetudine dai Massoni in Loggia, detta «del faraone» o altrimenti «dello scriba» o «della sfinge», dove si siede in una postura eretta e rilassata, con le palme delle mani guantate riposanti tra coscia e ginocchio, crei una speciale energia o atmosfera di pace e armonia. Altri Fratelli, sulla scia di Boucher, hanno detto che mettere dei guanti bianchi è come introdurre le proprie mani in un atanor, strumento di solve et coagula, altri hanno richiamato la teoria dei campi unificati o l’olismo della fisica moderna. Sono tutti nomi in cui ci avventuriamo per esprimere come meglio sappiamo la ricerca dell’ineffabile. I guanti bianchi, come è noto, sono indossati per tutta la durata dei Lavori in Loggia, tranne che per il momento consacrato alla catena d’unione. Si potrebbe dire che questa è l’unica circostanza in cui le mani siano denudate e in cui l’atanor dei guanti non è più utile, perché il Massone è simbolicamente divenuto pietra filosofale e può unirsi con le altre pietre nell’unità della catena di mani e di cuori uniti. La Libera Muratoria si concepisce come l’erede dei costruttori di templi e cattedrali. Basandosi sul simbolismo dei massoni costruttori, il Libero Muratore sta lavorando sulla pietra. L’uso dei guanti, come si è visto, si giustifica come protezione delle mani per questo lavoro.  Nel Medioevo, il provveditore dei massoni consegnava i guanti ai cavatori, ai cementari, ai lapicidi e ai posatori per proteggerli nell’esercizio della loro arte. Se si trapassa, perciò, dalla loro funzione operativa al significato simbolico, i guanti bianchi significano, innanzi tutto, che chi li porta è protetto dalle costrizioni materiali esterne e dalle loro aggressioni. Ferite o lesioni dell’esecutore che possono essere intese come i contraccolpi della sua azione: delusioni, attrazioni e repulsioni, ritorni violenti e inaspettati di ostinate imperfezioni dell’io empirico. Chi li indossa ha fatto ogni sforzo per evitare di contaminare il Sacro o l’Opera a cui lavora in Loggia. Oltre alla cura di non alterare la qualità del suo lavoro, il Massone che toglie, raschia, liscia, ripulisce la sua opera, non lascerà neppure le impronte delle dita perché non può rivendicare la proprietà del Sacro; la traccia che deve lasciare è il dirozzamento in sé, l’essenza della sua opera, la finezza del suo lavoro. Nulla rimarrà del sudore della sua fatica, ma lascerà solo la sua anima, unicamente il suo soffio e il suo spirito, affinché l’Opera viva e si irradi sulla terra. 

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CROLLO CATRASTROFICO DELLA LINGUA ITALIANA

Crollo catastrofico nell’apprendimento della lingua italiana La situazione attuale nella scuola italiana in generale, e nella scuola elementare in particolare, è talmente grave e drammatica che ci sarebbe bisogno di una palingenesi di portata epocale. Il processo di massificazione e di annientamento dei valori culturali ha portato a una sorta di indifferenza/disprezzo per l’apprendimento della lingua italiana determinando un crollo catastrofico nella volontà e nella passione di comprendere e di utilizzare correttamente la lingua che unifica il nostro paese con la conseguente discriminazione di insegnare a pensare. In realtà il tema della sopravvivenza della lingua italiana, se non il suo perfezionamento, è un problema per tutta la comunità italiana. La prima elementare di Alberto Asor Rosa Alberto Asor Rosa ama ricordare che quando frequentava la prima elementare, nel 1939, nel pomeriggio scendeva nel cortile di un palazzone abitato da dipendenti delle ferrovie per giocare con i suoi coetanei: “di quei ragazzini nove su dieci erano predestinati a seguire infallibilmente le eroiche orme paterne. Si sapeva in partenza quello che sarebbe accaduto: la divisione sociale era già presente in quel cortile”. Del resto la licenza di quinta elementare poteva essere sufficiente per cominciare a intraprendere il percorso della propria vita lavorativa. Da quel tempo le cose sono enormemente cambiate anche all’interno delle scuole elementari, tant’è che la scuola si è predisposta per attenuare le divisioni sociali e le contrapposizioni. Malgrado il livello assai discutibile di alcuni maestri, malgrado “negli ultimi trent’anni la scuola italiana ha avuto i ministri e le ministre peggiori che si possano immaginare” (Asor Rosa), malgrado una sostanziale indifferenza al riguardo dell’opinione pubblica, il ruolo svolto da migliaia e migliaia di maestri elementari è stato ed è straordinariamente alto e deve essere sempre opportunamente valorizzato. I maestri elementari del Goi Nelle fila del Goi ci sono stati e ci sono tanti valenti insegnanti, ma attualmente è assai carente il grande patrimonio dei maestri delle scuole elementari, “maestri universali”, per usare un’espressione attribuita al maestro Pietro Musso. Ciò è dovuto anche al fatto che in questi decenni la stragrande maggioranza dei maestri è costituita da donne che il Goi non può accogliere e i maestri elementari fra i massoni sono una categoria quasi MAESTRI ELEMENTARI MASSONI di Giovanni Greco Alberto Asor Rosa. Foto Lapress estinta e questo è un grave limite che va adeguatamente valutato e a cui bisogna far fronte. Dalle documentate analisi di Ferdinando Cordova relative alla massoneria calabrese dal 1863 al 1950 si registra una matrice piccolo-medio borghese con una quota di maestri elementari di maggiore rilievo rispetto ai medici, agli avvocati, ai benestanti. E questi dati erano ampiamente generalizzabili per l’intero meridione – la loggia “Riscossa” di Gioia del Colle aveva tre maestri elementari, la loggia “Mongibello” di Giarre nove, la loggia “Guzzardi” di Adernò dieci, ecc. ecc. – fino a Roma dove per esempio la loggia “Goffredo Mameli” lavorava con sette maestri. Non sono perciò molto numerosi i maestri elementari massoni di oggi, ma non per questo meno valenti e preziosi come ad esempio Massimo Ciavaglia, M.V. della “Procacci” di Fano e altri cari appassionati fratelli, consapevoli della formidabile funzione civile della parola e della formazione al pensiero critico. I maestri di “Massonicamente” La rivista di storia del Goi ha perciò ritenuto di dedicare un numero speciale ai maestri elementari perché la loro sapienza, l’equilibrio, lo stile, la pazienza, la sensibilità, la passione per la costruzione di una educazione alla legalità, l’amore per i ragazzi, sono doti di cui avvertiamo costantemente il bisogno. Senza dimenticare il notevole livello di attenzione politico-sociale voluto da Michele Coppino, iniziato presso la loggia “Ausonia” di Torino, che si battè per una scuola elementare obbligatoria e gratuita. A fronte, soprattutto in passato, di titolazioni di logge a volte sinanco fantasiose e discutibili, ad alcuni di questi maestri, come l’abate molisano Francesco Longano, autore di un pregevole Purgatorio ragionato o Alberto Manzi di Pitigliano non sono state dedicate logge del Goi. E’ infatti assai opportuno tener dacconto la grande lezione di questi maestri elementari come Guglielmo Miliocchi di Perugia, su cui ha scritto Sergio Bellezza e come Alberto Manzi, già valutati in questa rivista, come Pietro Musso, iniziato nella loggia “Vita nuova” di Cuneo, su cui si è soffermato Edoardo Ripari, che donava il pranzo ai trovatelli e ai bimbi in condizioni disagiate e al termine di ogni anno scolastico organizzava una gran festa nel giardino di casa sua a Margarita. Francesco Longano e Antonio Jerocades, abati e massoni Desidero anche ricordare la bellissima figura di Francesco Longano (1728-1796), abate irrequieto e assai profondo, il cui nome compare a piè di lista nelle logge “La parfaite union”, “L’Harmonie” e la “Vittoria” nelle quali fu molto attivo negli anni sessanta e settanta. Ebbe un’esistenza travagliata per le sue continue denunce di soprusi e di vessazioni puntando il dito soprattutto sulla iniqua distribuzione delle ricchezze, sul lusso smodato di una parte del clero, subendo attacchi feroci dai

“preti messaioli e dai frati ignoranti” capaci solo di stendere “il velo nero della superstizione” per realizzare appieno la tutela dei propri interessi. Insegnò latino a Napoli e poi latino e filosofia a Cerreto Sannita in scuole private dove la sua maestria è stata ricordata da molti suoi allievi. Nel 1779 scrisse “Sull’esistenza del Purgatorio, limitato ai lumi della ragione”, opera ostacolata dagli ambienti ecclesiastici in ogni modo, ma alla fine l’opera ha trovato la sua strada perché nel 2014 Francesco Lepore ha curato il trattatello con una brillante introduzione nella Miscellanea Bibliothecae Apostolicae Vaticanae e il 29 ottobre di quell’anno il G.M. Stefano Bisi a Roma, a casa Nathan, ha ricordato le caratteristiche umane, culturali e massoniche di Longano. Francesco Longano era stato allievo prediletto di Antonio Genovesi, studioso e massone prestigiosissimo – ottimamente ricordato dalla omonima loggia salernitana – alla stessa stregua di Antonio Jerocades (1738- 1803), abate massone che nel 1759 aprì una scuola privata a Parghelia, suo paese natale presso Tropea nella Calabria Ulteriore, e che insegnò anche nel Collegio “Tuziano” di Sora prima di insegnare Filologia ed Economia e commercio presso l’Università di Napoli. Recluso nel carcere vescovile per eresia e sedizione, come è stato egregiamente scritto da Davide Monda nel saggio “Antonio Jerocades, massone militante, educatore e poeta” (2003), insegnò poi a Tropea e dopo a Napoli dove nel 1768 pubblicò il “Saggio sopra l’umano sapere ad uso de’ giovanetti di Paralia”, una delle opere pedagogiche più belle dell’età illuminista. Qui, in un volume di oltre trecento pagine, grazie alla stamperia Simoniana di Napoli, con licenza de’ Superiori, sottolineò l’intenzione dell’Autore di “istruire la gioventù a pensare rettamente”, cercando di rinvenire buoni documenti “per conseguire sì giusto fine”. Iniziato presso la loggia marsigliese S. Jean d’Ecosse, nel 1784 scriveva al suo M.V.: “Questa loggia è la mia madre, qui rinacqui alla luce” e nell’ambito latomistico rafforzò la sua opinione che l’Italia fosse fertile e povera producendo miserabili in abbondanza: “Il regno di Napoli è il paese dei preti. Ivi tutto è della Chiesa. E questa forse è la prima caggione della miseria”. Felice Iervoglini, Luigi Quartucci e Pietro Celestino Giannone A questi maestri vanno aggiunti coloro che poi sono diventati direttori didattici dopo aver svolto per anni la professione di insegnanti, come per esempio il beneventano Felice Iervoglini della loggia “Liberi e coscienti” di Lecce, podestà di Martano o coloro che dopo aver svolto l’insegnamento nelle elementari poi si sono laureati come Luigi Quartucci, sindaco di Cardeto della loggia “Giovanni Bovio” di Reggio Calabria o come molti esuli che hanno insegnato ai bambini per passione e per sbarcare il lunario, come per esempio Pietro Celestino Giannone di Camposanto. Inoltre si è avvertita l’esigenza di riflettere sul modo in cui il nostro Edmondo De Amicis della loggia “Concordia” di Montevideo, percepiva il ruolo delle scuole elementari oltre ad un immortale Pinocchio inventato da Collodi nelle nostre logge, allorquando si reca a scuola e quando è in classe con i suoi compagni. Per riflettere storicamente su queste problematiche e analizzare l’operato di questi maestri, ci si è affidati inoltre alle sapienti penne di alcuni studiosi di vaglia come Stefano Scioli, Gabriele Duma, Lorenzo Bellei Mussini. Gesualdo Bufalino e Leonardo Sciascia Altri due preziosi contributi, uno del dottor Giovanni Casa, già coordinatore responsabile di “Informazione scozzese”, la rivista del Rito scozzese antico e accettato, dal 2011 al 2015 e che conobbe in quegli anni il periodo di maggior fulgore, su Gesualdo Bufalino, il quale ebbe a dire: “Un giorno la mafia verrà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Due magnifici siciliani, Gesualdo Bufalino e Giovanni Casa, che hanno saputo indicarci una via perché – come ribadisce un altro siciliano di razza, Andrea Camilleri – nei siciliani “c’è il sangue di tredici dominazioni. Credo che oggi, noi siciliani, abbiamo l’intelligenza e la ricchezza dei bastardi, la loro vivacità ed arguzia”. L’altro profilo è stato redatto dal prof. Marco Veglia dell’Università di Bologna su quell’incomparabile maestro elementare di Racalmuto e grande scrittore italiano, che è stato Leonardo Sciascia (“che era siciliano prima che la Sicilia fosse Sicilia”, I. Montanelli). Bellissimo il racconto che Sciascia fa del suo preside, il maestro Luigi Monaco: “ne ho un ricordo talmente vivo e profondo che sempre mi capita di confrontare a lui ogni persona severa e serena, veramente colta, veramente giusta, veramente ragionevole … quando lui è morto mi sono accorto che era la ragione per cui ero rimasto a Caltanissetta”. Quando l’università di Messina decise di conferire a Leonardo Sciascia una laurea honoris causa rifiutò, ribadendo l’importanza delle scuole “vascie”, basse, come le più formative per i ragazzi, commentò: “ma perché,

maestro già sugn!”. Come ricorda Veglia, Sciascia poco prima di morire, ribadì che mai in nessun momento della sua vita o nei suoi scritti aveva “fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio”. E’ questa, si può dire infine – conclude Marco Veglia – la lezione di un maestro. MANZI: EDUCARE A PENSARE Uno straordinario punto di riferimento è rappresentato da Alberto Manzi, figlio di Ettore e di una casalinga, Maria Mazzei. Una delle figure più originali e brillanti della pedagogia italiana, autore di oltre 120 titoli di libri, racconti e fiabe per ragazzi che gli valsero riconoscimenti in tutto il mondo. Alberto Manzi cominciò la sua attività di maestro, giovanissimo, nel 1946, presso l’Istituto di rieducazione Aristide Gabelli di Roma. Secondo Manzi “l’intelligenza si sviluppa pensando. Educare a pensare non significa imporre contenuti, non significa dire cosa si deve fare, ma significa porre un individuo in attività. Educare a pensare significa anche creare un’atmosfera intelligente dove crescere”. In realtà Manzi era profondamente kantiano nel ritenere che il maestro non doveva insegnare pensieri, ma insegnare a pensare. Soprattutto dopo l’esperienza della guerra aveva un’idea fissa, quella cioè di contribuire a cambiare tante antiche regole scolastiche, oramai per lui stantie e desuete, una scuola da rinnovare per sollecitare al meglio “lo sviluppo di tutte le capacità intellettive del bambino”. Provino Rai: “questo è quello buono, l’abbiamo trovato!” La sua attività culminò nella celebre trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” nata da un’idea di Nazzareno Padellaro, pedagogista cattolico e responsabile di “Tempo di scuola” e direttore generale del Ministero della pubblica istruzione. Allora insegnava presso la scuola elementare Bandiera di Roma, e quando fece il provino per la nuova trasmissione televisiva, volle improvvisare la lezione a modo suo, convinto com’era che tanto non aveva nulla da perdere e che sarebbe entrato in Rai il solito raccomandato. Chiese ed ottenne che gli comprassero dei cartoncini, dei pennarelli e dei fogli di carta molto grandi. Sino al momento in cui una voce dall’oltretomba disse: ”questo è quello buono per noi, mandate a casa gli altri, l’abbiamo trovato”. L’obiettivo era quello di fare del pubblico la propria classe, disegnando e scrivendo su fogli mentre spiegava: riuscì in una impresa quasi impossibile, entrare nel cuore, nella mente di tanta gente, guardando negli occhi una vastissima classe di invisibili. Alla fine dei vari cicli saranno quasi un milione e mezzo gli italiani che grazie a lui, attraverso la sua trasmissione, conseguiranno la licenza elementare. Più che insegnare a leggere e a scrivere, invogliava gli allievi a farlo perché “occupare una posizione di comando è una opportunità per essere utili, non uno squillo di tromba per la propria presunzione”. Fu un successo strepitoso. Vi voglio bene, Popolizio Antonio Ebbe un’infinità di riconoscimenti, ma quelli a cui tenne di più, provenivano “dalla gente semplice, da coloro a cui dò una mano perché siano padroni del loro pensiero”: “mio fratello – scriveva una signora – ha 35 anni, ha tentato il suicidio diverse volte. Sono 30 anni che è inchiodato sulla carrozzella. Niente scuola, niente di niente. Ma da quando lei ha cominciato a parlare, da quando lo vede in tv, è cambiato. Ora legge, sta tentando di scrivere. Che dice, ce la farà?”. Ce la fece, imparò a leggere e scrivere, ebbe nuovi stimoli per la sua vita e quando prese la maturità scientifica Alberto Manzi, venutone a conoscenza, come mi raccontò nel 1993, andò ad abbracciarlo. Su un foglietto con una calligrafia titubante, Marzia diceva: “Caro maestro ti volio bene e ti lego sempre”, mentre la signora Margherita Popolizio gli voleva far sapere che, per merito suo, il piccolo figliolo che non poteva camminare e usare le manine, vedendolo e ascoltandolo, aveva cominciato a scrivere, tenendo in bocca la penna. La signora, madre di otto figli, parlava del piccolo Antonio che “in compenso è intelligentissimo. E il maestro sapete chi è stato? Siete stato voi, il vostro volto, la vostra voce gli hanno insegnato la cosa più bella, scrivere e leggere. Segue ciò che voi insegnate, pende dalle vostre labbra e non dimentica nulla di quanto voi dite. E’ un vostro alunno devoto che vi rimarrà grato per tutta la vita”. Il bimbo poi aggiunse: “Vi voglio bene, firmato Popolizio Antonio”. Fa quel che può, quel che non può non fa Sempre in lotta con la burocrazia, fu persino denunciato perché non voleva compilare le schede di valutazione, con particolare riferimento ai casi negativi, perciò venne sospeso per alcuni mesi con

ripercussioni sullo stipendio. Amava mettere un timbro su quelle schede dove era scritto: FA QUEL CHE PUO’, QUEL CHE NON PUO’ NON FA. Il motivo derivava dal fatto che non intendeva bollare un allievo carente con un giudizio che poteva rimanere lì nel tempo. Le persone cambiano, si evolvono, sono in continuo movimento e non è giusto etichettare così i casi più difficili. Alberto Manzi, maestro nella vita e nella loggia A Pitigliano, dove fu sindaco – sin quando le cattive condizioni di salute non lo avevano costretto alle dimissioni, e dove venne commemorato a 73 anni nella chiesa di S. Maria Assunta – alcuni ambienti affermano che Manzi appartenne al Goi, così come un anziano massone dell’Oriente di Viterbo ha sostenuto, de oculi, la sua appartenenza latomistica. Del resto la loggia “Giordano Bruno” all’Oriente di Ferrara ha dedicato ad Alberto Manzi una bella tavola intitolata: “Alberto Manzi, maestro nella vita e in loggia”. Non casualmente Manzi non dimenticò mai di lavorare e di riflettere sulle opere di massoni scrittori per ragazzi da Collodi a De Amicis, senza dimenticare taluni massoni a lui cari via via incrociati nel suo percorso. Ciò che veramente gli interessava era sviluppare più che si poteva il senso critico delle nuove generazioni e dimostrare che la vita è fatta per essere usata, e usata bene, non per essere un inutile suppellettile sul comò del niente. Manzi 1950: “La scuola di oggi è la rovina del prossimo futuro” E’ stato il primo incomparabile mito della televisione educativa, strada poi seguita da un altro uomo della sua stessa razza, Piero Angela – il cui papà Carlo è stato uno dei personaggi più prestigiosi del Goi – tutte e tre persone capaci di stupirsi con l’amabilità dei bimbi: “chi perde la capacità di stupirsi è un uomo interiormente morto. Chi considera tutto un dejà vu e non riesce a stupirsi di niente ha perso la cosa più preziosa, l’amore per la vita” (R. Kapuscinski). Quando nel 1950 scriveva ai vertici ministeriali sferzanti considerazioni (“pensierini cattivi avvelenati dalla bile di un fegato marcio”), sosteneva che “la scuola di oggi è la rovina del prossimo futuro. Il male è alle radici, è nel tronco, è nei rami, dovunque. Maestri impreparati e che non vogliono prepararsi sono dilagati nella scuola travolgendo i pochi onesti”. Parole brucianti, attuali ogni giorno di più.

Caro Alberto, eri destinato a diventare un maestro Alberto Manzi è una figura esemplare, per il profondo senso critico, per l’ironia, per la problematica del dubbio, per il rigore e l’onestà intellettuale, per il sorriso ammaliante, per la sua capacità di stupirsi anche a settant’anni, per la sua tensione ad un miglioramento continuo, perché era eternamente curioso, perché era un sognatore e un idealista che voleva solcare mari sempre più vasti, per lo straordinario solidarismo internazionale, eternamente alla ricerca dell’essenza più intima della sua persona e di quella degli altri. I suoi tratti sono stati magistralmente dipinti in copertina dal caro amico della loggia Galvani di Bologna, l’artista Roberto Giusti anch’egli di Pitigliano: un omaggio delicato e profondo da un figlio della terra di Pitigliano ad un altro. Grazie, caro Alberto, per esserti cimentato ogni giorno della tua esistenza alla realizzazione del miracolo di dare forma d’arte e di nobiltà all’insegnamento e alla vita. Grazie per averci fatto capire che noi siamo una istituzione che non si può permettere di vedere le cose quando vengono portate a riva dalla risacca e perciò dobbiamo puntare quasi tutto nella costruzione del nostro futuro altrimenti potremmo rischiare di trovare solo le ragioni dell’essere, nell’essere stati. Eri destinato sin da ragazzo alla sensibilità, eri destinato a diventare un maestro, eri destinato a diventare uno scrittore, eri destinato a diventare Alberto Manzi. Fraterno amico, continua là dove sei a raccontare le tue storie che noi qui continueremo a raccontare di te!

rollo catastrofico nell’apprendimento della lingua italiana

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LA FEDE

La fede

di Anonimo


La posizione degli psicologi nei confronti della fede è molto variegata: alcuni sono fautori delle teorie freudiane, cioè, considerano Dio semplicemente come una proiezione della figura paterna e la religione un mezzo difensivo del soggetto nevrotico o uno strumento repressivo usato nei confronti dei propri simili; altri invece, come Jung, sostengono che l’aspetto spirituale sia un elemento fondamentale della personalità umana, a tal punto che non si può parlare di maturazione psicologica se il soggetto non ha elaborato un concetto equilibrato di religiosità.

Tra questi due estremi, abbiamo tutta una serie di posizioni intermedie che danno un respiro molto ampio all’argomento e mantengono vivo il dibattito: perciò, in tali condizioni, qualsiasi posizione assunta, atea o credente, è ammessa; l’importante è che vi sia il più possibile coerenza tra le proprie convinzioni e le teorie psicologiche professate.

Sicuramente, esiste una profonda differenza tra religiosità e spiritualità e tale diversità è stata decisamente favorita dall’ambivalenza dei “responsabili” di ciascuna religione (sacerdoti, bramini ecc.).

Secondo Baba, la prima causa dell’odierno ateismo, così diffuso, dipende appunto dal comportamento, quantomeno discutibile, dei suddetti rappresentanti. In ogni caso, almeno in termini di principio, Baba rinnova la fiducia a tutte le religioni (difatti, non ne considera una meglio di un’altra), anzi, le ritiene tutte similmente atte alla loro naturale funzione, ossia, quella di ricondurre l’uomo a Dio. Non a caso, il termine religione deriva dal latino re-ligare, che significa, “legare di nuovo”, cioè legare di nuovo lo Spirito individuale al Divino Spirito Universale da cui ha avuto origine; o, almeno, quella di permettergli di capire il significato della spiritualità.

Nei Suoi discorsi, Baba fa tutta una serie di precisazioni circa il significato della fede e della devozione, concetti che solo apparentemente riguardano la religiosità o la spiritualità, di fatto, esse hanno una pregnanza psicologica notevole. Se solo pensiamo che la radice etimologica della parola fede è identica a quella della fiducia, ci accorgiamo dell’enorme valore psicologico insito in questo aspetto: infatti, la fiducia in sé stessi e negli altri sono i pilastri su cui è costruita sia la struttura psichica del soggetto, che quella della società, perciò, esse sono il fondamento della sopravvivenza stessa dell’individuo sulla terra.

In senso generale, il presupposto di tutto il nostro discorso è che la fede, quella vera, non ha nulla a che fare con l’intelligenza, in quanto la trascende: in pratica, se per arrivare ad ipotizzare, o anche a credere nell’esistenza di Dio si può passare attraverso l’intelligenza, per avere fede è necessario qualcosa che l’intelligenza non è in grado di elaborare.

La fede di cui parliamo è intesa come fiducia nel Divino, una sorta di fiducia cieca che, come dice la Bhagavad Gita: “… non cambia mai, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte.”.

Come detto, con l’intelligenza non è possibile capire la fede di cui si  sta parlando, anche se con essa si possono abbozzare delle ipotesi interpretative. Baba stesso, dice: “Solo Dio capisce il devoto e solo il devoto capisce Dio, nessuno dal di fuori può capire questa relazione.”

Badate bene però, che nonostante talune manifestazioni della fede siano francamente illogiche, coloro i quali sono depositari di un simile sentimento, sono tutt’altro che malati di mente; infatti, anche se la fede trascende l’intelligenza, quest’ultima prepara il terreno alla fede vera. Purtroppo però, sia in passato che oggigiorno, si è spesso scambiata una fede vera con una manifestazione isterica o un’esaltazione psicotica (maniacale o schizofrenica).

Tutto ciò è successo perchè i contenuti mistici sono presenti in tutte le malattie mentali, sia nei deliri che nelle allucinazioni degli psicotici (coloro i quali, volgarmente, sono definiti matti), sia nelle visioni pseudo allucinatorie che nelle somatizzazioni isteriche (una tra tutte, le stimmate), persino in certi ritualismi tipici della nevrosi ossessiva.

D’altro canto, siccome la religione può essere vista come un insieme di regole che hanno la funzione di ricondurre e mantenere legato l’uomo a Dio, il rapporto che l’uomo intrattiene con essa diventa, certamente, uno dei più travagliati, sia per una persona “normale” che, ovviamente, per un nevrotico. Per gli psicotici, invece, bisogna fare un discorso a parte: per loro, infatti, l’esistenza di regole chiare costituisce una struttura protettiva di primaria importanza, utile per “tenere insieme la loro mente”, purtroppo però, visto che le regole religiose, molto spesso, sono in contraddizione tra loro, oppure, pescano in ambiti non verificabili (coperti, per lo più, da interpretazioni ambigue del tipo: “Mistero della Fede”), di fatto, anziché proteggere il soggetto, tali regole ambigue favoriscono la dissociazione (le crisi psicotiche), piuttosto che evitarne la comparsa.

Sono dunque questi alcuni motivi per i quali la religione, la fede e la devozione sono sempre state viste con sospetto dagli psicologi, specie se psicoanalisti.

In ogni caso, è oggettivo il fatto che, quando compare la fede, l’uomo viene completamente trasformato (generalmente, in meglio) ed in esso compaiono alcune caratteristiche non riscontrabili in precedenza. E questo succede anche nelle forme di fede, diciamo così, non complete: quando, per esempio, c’è la fede in Dio ma non c’è ancora la disponibilità ad accettare tutte le Sue indicazioni.

Badate bene, molto spesso si usa il termine devozione come sinonimo di fede, anche se, volendo essere precisi, la devozione si dovrebbe riferire più al sentimento di amore che il devoto prova per il Signore, piuttosto che alla fiducia nella Sua potenza. In ogni caso, fede e devozione, normalmente sono compresenti ed, in entrambi i casi, si tratta di sentimenti che, una volta comparsi, non cambiano più, qualsiasi cosa succeda (“… nella buona e nella cattiva sorte”).

Tra l’altro, quando Baba parla di fede, contempla sempre un elemento apparentemente preliminare, come la fiducia in sé stessi.

In realtà il “sé” di cui parla non è quello che comunemente si intende (l’Io immaginario o addirittura l’Io Simbolico), ma è il Sé interiore o Sé Divino (l’Io Reale).

 A questo punto, vediamo alcune delle Sue affermazioni in merito alla devozione ed alla fede in Dio.

“E’ un grave errore ritenere che ci debbano essere ragioni a sostegno della fede. Per avere fede non ci sono ragioni né stagioni. La fede è un fatto che va al di là della ragione.”

“Il fiume della vita deve essere canalizzato fra due sponde, senza le quali l’uomo soccombe la fede, con la quale l’uomo acquisisce la saggezza, l’altra è l’intelletto o la ragione con cui l’uomo dissolve tutti i suoi dubbi. Quando la vita viene protetta da questi due valori, l’uomo è benedetto dalla pace e dalla gioia e raggiungerà il mare della Grazia Divina, che è lo scopo della sua vita terrena.”

“Fate in modo di capire quale sia il sistema migliore per servirvi delle cose.

In tutto, l’unico supporto è la Divinità. Voi avete fede soltanto in questo fragile corpo e non in Dio che ne è il sostegno ed a causa di questa infatuazione avrete a patire delusioni ed ansie. Le ansie poi, vi priveranno di ogni capacità ed energia.

Soddisfatto nei sensi l’uomo dice tra sé: “Sono felice!”; ma è un grosso equivoco. Non siete voi che godete gli oggetti, ma sono gli oggetti che stanno godendo voi: infatti, l’energia dei vostri organi di senso va sempre più calando, perché gli oggetti l’assorbono totalmente; invece, quando siete veramente felici, siete anche più forti.

Quando siete oggetto di godimento siete logori ed esausti; ed è per questo che è stato detto: “Fate attenzione, dalla nascita alla morte ci saranno solo difficoltà e dolori!”.

Cari studenti, le gioie del mondo non durano e non danno un piacere reale. Potete desiderarle ed anche fruirne, ma abbiate sempre fissa nella vostra mente la meta spirituale.

Vivete dunque nel mondo secondo una visione Divina: soltanto così avrete successo in ogni campo.”

 “Senza fede e fermezza il talento non serve a nulla! Solo con la fede e lo zelo, insieme alla fermezza ed alla determinazione, è possibile fare grandi e utili cose nella vita…

Non vi è nulla di sbagliato nella scienza, ma solo nell’uso che se ne fa.

Ciò che oggi si dovrebbe fare è sviluppare, insieme al pensiero scientifico, la fede e la spiritualità.”

 “Il requisito più importante per qualunque cosa l’uomo intenda realizzare è una ferma e risoluta determinazione. Chi tentenna non riuscirà mai ad ottenere alcunchè, nemmeno le più piccole cose. Una mente che non vacilla ed un’energica risolutezza sono qualità essenziali per lo studente che voglia raggiungere i propri obiettivi.”

“Com’è possibile avere fiducia in sé stessi se non si crede nella vita? Chi manca di fiducia in sé stesso sarà sempre assalito dai dubbi e, di conseguenza, non riuscirà mai a sperimentare né pace, né benessere. Ci vuole una fede piena e sicura per poter confidare in sé stessi; e se non si ha fede in sé stessi, come fidarsi degli altri?

Come vive una persona che non si fida degli altri?

E’ impossibile.

La parola “uomo” (Manava) significa proprio “uno che ha fiducia in sé”. Quando egli dà compimento alle   cose in cui crede, si acquieta e si sente appagato, ottiene pace e benessere. L’amore è la regola aurea per sviluppare una simile fede.

“Abbiate una maggiore fiducia in voi stessi, piuttosto che nel mondo…

Abbiate sempre fiducia in voi stessi e sarete beati. Non lasciatevi mai prendere dalle preoccupazioni e dall’ansia. Acquisite abbastanza forza, sia fisica che mentale, per far fronte energicamente alle difficoltà, alle perdite e ai dolori della vita. Ciò vi risulterà facile, se metterete in pratica le quattro massime:

–          Segui il Maestro;

–          Affronta il diavolo;

–          Lotta fino alla fine;

–          Termina il gioco.”

 “Il requisito fondamentale per una vita di successo sta nell’avere fiducia in sé stessi; e solo con la fede e la fiducia in questo particolare Nome potrete avere in voi la Persona che è significata dal Nome stesso.”

“La fiducia in sé stessi oggi c’è e domani non più. La mente odierna è instabile e va soggetta in ogni momento a continui alti e bassi: quando si sente esaudita da Dio, la gente va a riporre dieci immagini sacre, invece che una sola, nella stanza delle preghiere; quando non viene esaudita nei desideri, toglie anche l’unica immagine che prima venerava. Ecco come va la mente di costoro: non è un buon comportamento…

Se la vostra mente continua ad oscillare senza posa, come farete ad avere fermezza o stabilità nella vita?

Ognuno deve fare di tutto per accrescere il coraggio di affrontare con animo imperturbabile le vicissitudini della vita, le gioie, i dolori, i guadagni e le perdite.

Oggi, c’è molta gente che si professa credente in Dio, ma a causa della condotta incoerente di questi “credenti”, molti diventano atei. Parlano di bhakti, di devozione, ma si danno a bhukti, all’edonismo. Questa non è vera devozione: il devoto deve essere disposto ad accettare gioiosamente qualsiasi cosa come un dono di Dio…

Vera devozione è quella che viene rinforzata da una fede incrollabile e rimane solida ed immutabile in ogni circostanza. Solo allora si meritano i frutti della devozione.”

“Si deve porre la massima attenzione alle parole che si dicono, al fine di conservare alla mente il suo potere e mantenere puro il parlare. In qualunque difficoltà, sotto qualunque critica, mantenete sempre fede alla parola data. Ogni vittoria può essere ottenuta solo con Dio al proprio fianco e, in altre parole, quando Dio è installato nel proprio cuore e si ripone piena fiducia in Lui.”

“L’uomo si fa ossessionare dalla febbre di possesso. “Questo è mio! Mi appartiene!”. A causa di questi sentimenti, l’uomo perde la pace della mente e va incontro a tutti gli altri guai; invece dovrebbe credere fermamente nell’aforisma: ‘Quello è Dio!’.”

“L’uomo si sta distruggendo perché crede nelle cose materiali ed ignora il Ruolo ed il Potere di Dio…

E’ il Divino che, sotto forma di linfa, permette a tutti gli organi di funzionare. L’uomo che non riconosce questa verità di base, rimane nell’ignoranza e diventa arrogante ed egoista: crede di essere lui a far tutto e perciò andrà incontro a sofferenza.

 “Solo con una fede incrollabile potrete realizzare Dio; e quella fede vi darà una forza ed un sostegno considerevoli”.

“La mancanza di fede nel è la causa principale dei problemi che oggi esistono al mondo, come la corruzione, l’ingiustizia, i fallimenti, le pene e le sofferenze. La gente non crede in sé stessa, non parliamo poi degli altri.

Anzitutto, sviluppate la fede in voi stessi, nel , che è la vostra realtà interiore e ciò vi renderà soddisfatti. Senza la soddisfazione del non potrete essere felici. Una volta ottenuta la soddisfazione del , allora, automaticamente, sarete pronti per il sacrificio del : non occorre dire che là dove c’è il sacrificio ci sarà anche la realizzazione del .”

“La vera natura della Divinità non può essere capita da tutti, per questo ci vuole fede.

Il primo passo per sviluppare questa fede è la fiducia in sé stessi: chi ha fiducia in sé, otterrà anche soddisfazione nel .

La fiducia in sé stessi rappresenta le fondamenta su cui viene costruita la dimora della realizzazione del Sé: le pareti sono l’appagamento del sé; il tetto è il sacrificio del sé inferiore.

Solo quando siete pronti a sacrificare pienamente il vostro Io inferiore, allora riuscirete ad entrare nella dimora della realizzazione di Dio.

E’ perciò di primaria importanza che siate pronti a sacrificare tutto per Dio

 “Il sacrificio ci dà la forza per progredire: chi si dibatte fra difficoltà e preoccupazioni personali non sa sacrificarsi; ma se ogni essere umano avesse fede in Dio, si sentirebbe più forte, perché la fede può trasformare l’uomo in Dio.”

 “Si diventa quello che si pensa in maniera prevalente.”

 “Devozione significa orientare la mente a Dio. Passare la vita nella visione del Divino è devozione; condurre una vita con la coscienza di essere il corpo è illusione.”

“ Non basta citare una frase da qualche libro per essere un puro saggio: la pura conoscenza può essere conseguita mediante la disciplina spirituale ed una fede incrollabile.

Chi adora Dio ottiene qualunque cosa.”

“Non è vera adorazione quella di chi ama Dio con l’intento di soddisfare desideri mondani. Si deve amare per amore.” 

“Ad un certo punto è necessario porre dei limiti ai desideri: l’uomo che dà libero corso ai desideri, non fa che lamentarsi e non ha mai nemmeno il tempo per pregare…

La devozione, e solo quella, dà forza e sapore alla vita: solo dopo aver gustato quel sapore si giungerà al distacco dalle cose e soltanto quel distacco condurrà alla liberazione.” 

“Liberatevi dell’illusione che Dio si possa trovare in qualche posto fuori di voi: voi stessi siete Dio! Professate questa fede. 

Keshava è la reale incarnazione di Brahmâ, Vishnu e Ishvara. Nell’uomo esistono tutti e tre questi divini principî: i suoi pensieri rappresentano il principio di Brahmâ, che è il principio della creazione. Isha (Shiva) è rappresentato dal cuore. L’intelletto (Buddhi) rappresenta il principio onnipervadente di Vishnu.”

“Fidatevi di ciò che vi suggerisce la Coscienza Divina: nessuno agisca contro i dettami della propria Coscienza.”

“Se obbedite agli ordini sottintesi negli insegnamenti dello Svâmi, la Sua Grazia si diffonderà automaticamente su di voi, non avrete bisogno di particolari preghiere per averla.”

“Attualmente, in ogni nazione c’è tanta violenza e paura. Questa paura va eliminata. Non abbiate timore, Dio è con voi!

Date spazio a questa somma fiducia: “Dio è con me, Io sono in Dio, Io sono in Dio! Eliminata la paura, più nulla vi spaventerà.”

“Il Paradharma è in relazione al corpo e comprende l’etica da rispettare ogni giorno nel guadagnarsi da vivere e nella vita di società. Il Paradharma comporta timori e delusioni; nel perseguire gli impegni del mondo con i suoi codici di condotta, l’uomo viene tormentato da molte paure: paura dell’insuccesso, del disprezzo o della critica, paura causata dall’incertezza e dall’ansia. Ma per colui che segue le vie dello Spirito, nell’Atmadharma, non c’è posto per la paura, né per l’ansia. L’uomo dunque, segua questa via.”  

“Quando riusciste a mantenere Dio nel vostro Cuore con fede piena e coraggio, invocateLo ed otterrete ogni successo.

E’ questo il senso dell’ultimo versetto della Bhagavad Gita: – Là dove c’è Krishna, il Maestro dello yoga, là dove c’è Pârtha, l’arciere, immancabili sono la gloria, la vittoria e la prosperità, ed anche l’immutabile legge della giustizia – .”

“Non giudicate affrettatamente qualunque cosa vedete ad occhi aperti, come se fosse una verità inconfutabile.

Al di là dello schermo c’è la pura verità; se volete conoscerla ricorrete instancabilmente a Me.” 

“Mentre ripetete il Nome di Dio nella meditazione, non abbiate paura di nessuno! …

Questa è vera fede. Perché correre dietro alla fede di altri? Seguite la vostra. Potete forse chiudere gli occhi e dipendere da un altro solo per il fatto che ha una buona vista? Voi dovete dipendere dalla vostra vista, dalle vostre gambe, dalla vostra fede. Questa è la via più sicura.

Una persona instabile di mente non può avere pace o felicità. Solamente quando avrete stabilito nel vostro cuore questa fede vi sarà possibile seguire il giusto sentiero e raggiungere con successo la meta.” 

“Si dovrebbe agire lo stesso nel modo che si è scelto, anche se non piace ad altri. 

“E’ quanto mai pericoloso cavalcare due cavalli. Montate su uno solo, se ne cavalcate due che vanno ognuno per una direzione diversa cadrete e vi farete male. Adorate Dio con fede incondizionata.”

 “Sviluppate l’amore per Dio; non lasciate la vostra devozione per Dio anche se vi ridicolizzano; non perdete la fede in Lui quando siete nelle difficoltà: considerate ogni cosa, piacere e pena, perdita e guadagno, gioia e tristezza, come doni di Dio, una Sua Grazia.

Non dimenticate di ripetere il Suo Nome in ogni circostanza: il Nome di Dio è l’unica barca disponibile per attraversare il fiume della vita.”

Quando si tratta di Dio, qualunque persona si intrometta, abbandonatela!”

“Quando qualcuno va contro Dio disobbeditegli, fosse anche vostro padre.”

Come detto all’inizio, esistono delle forme di fede, e sono la maggioranza, in cui il devoto si dichiara credente ma, nonostante ciò, continua a mantenere una o più forme di timori terreni: certo sono cose comprensibili però, parlando di fede, ci si potrebbe domandare: com’è possibile avere timore quando si ha fede in Dio?

Naturalmente, si tratta di forme intermedie di fede, oppure, detto in altro modo, di devozione “in formazione”; in ogni caso, a tale proposito, Baba fa un discorso accattivante che ho trovato su un “foglietto volante”, per cui non vi posso dare un riferimento bibliografico.

Dice comunque Baba:

 “Perché vi agitate? Lasciate a Me la cura di tutte le vostre cose. Ci penserò Io.

Io non aspetto altro che voi vi abbandoniate a Me. Io intervengo solo quando voi sapete abbandonarvi completamente a Me. Ed una volta abbandonati a Me non dovete più preoccuparvi di nulla: via ogni paura, via ogni scoraggiamento.

Dimostrate di non fidarvi di Me, invece dovete confidare ciecamente in Me.

Abbandonarsi, significa distogliere il pensiero dalle tribolazioni, distogliere il pensiero dalle difficoltà che incontrate, distogliere il pensiero da tutti i problemi che avete.

Mettete tutto nelle Mie mani dicendo: “Signore, sia fatta la Tua volontà, pensaci Tu!”; che è come dire: “Signore, Ti ringrazio perché hai preso tutto nelle Tue mani e risolverai ogni cosa per il mio bene”.

Ricordate che è contro l’abbandono pensare alle conseguenze di un fatto: cioè preoccuparvi perché una circostanza ha avuto un esito non come volevate voi.

Dimostrerete di non credere al Mio amore per voi; dimostrerete di non credere che la vostra vita è sotto il Mio controllo e che nulla Mi sfugge.

Non pensate mai: “Come andrà a finire? Cosa succederà?”.

Se cedete a questa tentazione, dimostrate di non fidarvi di Me.

Volete o non volete che ci pensi Io?

Ed allora smettete di preoccuparvi voi!

Solo se voi vi abbandonate a Me, Io vi conduco. E se devo portarvi in una via diversa da quella che avete visto voi, vi porto con le Mie braccia.

Quello che vi sconvolge è il vostro stesso ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillarvi, il voler provvedere voi ad ogni costo.

Quante cose Io opero quando l’Anima, nelle sue necessità spirituali o materiali, si rivolge a Me dicendomi: “Pensaci Tu”, e poi chiude gli occhi e riposa tranquilla.

Voi riceverete molto solo quando la vostra preghiera sarà l’affidarsi completamente a Me.

Voi nel dolore pregate perché Io operi, ma sperate che Io operi come volete voi!

Non vi rivolgete a Me, ma volete che Io mi adatti alle vostre richieste!

Non siete infermi che domandano al medico la cura, ma gliela suggeriscono!

Non fate così!

Anche nelle circostanze tristi dite: “Signore, Ti lodo e Ti ringrazio per questo mio problema, per questa mia necessità. Ti prego di disporre le cose come meglio Ti pare per la vita terrena e temporale. Tu sai molto bene cosa sia meglio per me”.

Se mi dite realmente: “Sia fatta la Tua volontà”, che è come dire: “Pensaci Tu”, Io intervengo con tutta la Mia onnipotenza e risolvo le situazioni critiche più incredibili.

A volte avete l’impressione che il malanno incalzi invece di decadere, non vi agitate, chiudete gli occhi e dite con fiducia: “Sia fatta la Tua volontà, pensaci Tu!”. E quando dite così, compio anche un miracolo, quando occorre.

Io penso sempre a voi, ma posso aiutarvi completamente solo quando vi affidate completamente a Me.”

Anonimo

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PALLE BIANCHE E NERE

Palle Bianche e Nere

Ogni atto massonico, nel contesto della Loggia, non può essere esaminato – per ricercarne l’essenza- se non nel senso iniziatico.

Potrà sembrare strano, ma anche le elezioni del Maestro Venerabile e dei Dignitari sono – a mio giudizio – atti che possono essere oggetto di un certo riscontro in tal senso.

Chi sostasse soltanto sull’arida analisi della normativa, dovrebbe concludere che sussiste un determinato meccanismo elettorale e che questo può portare a determinati e vari risultati.

Chi intendesse andare un tantino più in là – mutando concetti ed idee dal mondo profano – giungerebbe alla facile conclusione, quanto mai claudicante, che le elezioni di Loggia sono fondate su criteri misti, in parte «oligarchici» (fondazione della terna in Camera di Maestro) ed in parte ( democratici» votazione in camera di apprendista).

Ma è chiaro che il problema non può essere contenuto in limiti così ristretti e soffocanti: se, ad esempio, a questo proposito, ricordiamo l’art. 2 della nostra Costituzione, dove si dice che la Massoneria «propugna il principio democratico nell’ordine politico e sociale», dobbiamo necessariamente annotare che quella è soltanto la facciata esterna della Istituzione, tanto perché risulti la più conforme ed aderente – come in effetti è – al rispetto delle norme della Costituzione Repubblicana (anche se quest’ultima è di una quarantina d’anni più giovane di quella nostra norma).

Ma la Massoneria non è democrazia nel senso della profanità.

Questo si badi bene – non significa che sia «autoritaria», ma vuol dire soltanto che è essenzialmente iniziatica ed esoterica: in tal senso e soltanto in tal senso non può essere e non è «democratica».

A questo punto c’è da chiedersi: come riportare ad un livello di indagine più autentica il senso della «palla bianca» e della «palla nera» nelle votazioni di Loggia, nonché quello della libera facoltà da parte dei fratelli di votare o di non votare a favore di un determinato fratello?

Non è tutto questo – si obietterà – democrazia? Non credo proprio.

E le ragioni sono di carattere «interiore», non fosse altro che per i significati, la natura e la struttura della comunità massonica in Loggia. Dirò che il problema va in un certo senso, capovolto. Che cosa sono le elezioni in Loggia?

Con una certa prospettiva, sono il normale e logico «ricambio» di forze, nella trazione della catena d’unione che lega i fratelli di quella comunità.

Ma da un altro punto di vista – indubbiamente non trascurabile – rappresentano il momento in cui il mondo esterno (profano) tenta inevitabilmente attraverso la fragilità degli uomini, con le sue passioni, le emotività, le aberranti deformazioni dei metalli, di uscire dai limiti, di prevaricare e di affermarsi prepotentemente anche nella Loggia (mondo interno) con tutti i possibili sviluppi.

Di qui l’astratto ipotetico scontro tra palle bianche e nere (a volte anche rosse) e la influenza notevole che queste avranno sulla vita della Loggia.

Da queste premesse, penso di potere trarre brevi riflessioni. E sono queste.

Anche le elezioni, in Massoneria, sono e devono essere essenzialmente un «atto fraterno» che deve significare – nell’amore – il segno della sincera testimonianza del vincolo profondo che lega concretamente i fratelli in catena, ossia in Loggia.

Come atto di amore, la votazione dovrebbe essere perciò solo di palle bianche (ossia di voti fraterni) e non di palle nere (ossia voti contrari) perché dove è divisione, vi sarà magari qualcos’altro, forse il senso della separativítà, forse «la democrazia profana», ma non vi sarà fratellanza, amore, armonia.

Ciò trova anche un certo riscontro nella stessa normativa massonica che, proprio forse per questa ragione, «non considera» la palla nera, quando questa è una sola.

Ma dal momento in cui piovono minacciose le palle nere in una votazione di Loggia, allora il più delle volte, è il mondo esterno che è entrato con prepotenza in Loggia con le sue passioni deformanti.

In quel momento, la situazione diventa di alta drammaticità perché il fenomeno può risolversi in diversi sensi: chi ha subito le palle nere, per sua intima capacità riesce con l’umiltà e l’amore a dissolvere i significati ed i turbamenti dei dissidenti, considerando questi ultimi i «primissimi» fratelli da reinserire affettuosamente nel circuito magico della catena, oppure la catena è già infranta, la disarmonia prende il sopravvento e sorgono le basi per la creazione di un’altra comunità la quale si ritrovi nei propri vincoli, nei propri affetti, nel proprio lavoro muratorio, nelle proprie energie animiche, in un novello affiatamento. Ed a questo proposito deve dedursi che anche la creazione di un’altra Loggia, quando sia giusta e perfetta, accanto ad aspetti indubbiamente negativi (divisione fra Fratelli), postula sempre, anche problemi di carattere iniziatico fondati sulla sensibilità unitaria di un gruppo che si reinserisce autonomamente come nuovo anello della più grande catena che è rappresentata da tutta la Istituzione Muratoria.

Ecco perché palle bianche e palle nere non vanno gettate sconsideratamente, ma pensate, riflettute, vissute sul piano della iniziazione muratoria, perché esse trascendono sempre il fatto burocratico e politicante delle elezioni.

Per me, io capisco appieno le palle nere, ma voto sempre palla bianca. Per “donare” un atto di amore, e per attenderlo sempre – silente- in fraterno ricambio.

Tratta da Tavole Architettoniche Tracciate dalla R\L\ “Monte Sion” n° 705 Oriente di Roma

TAVOLA SCOITA DAL FR.’. G. T.

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LA PALLA NERA

In una Loggia la votazione per l’ammissione di un profano si svolge senza schede elettorali né pulsanti per il voto elettronico, tantomeno con elezioni truccate o manomissione dei voti. Da noi, dopo la lettura della documentazione, si apre una discussione in cui i Fratelli possono esprimersi e, al termine, l’Oratore fa una sintesi e propone un voto. Mentre i passaggi di grado si deliberano per alzata di mano, in questo caso la votazione è segreta ed espressa introducendo nel sacco (o nell’urna) una palla bianca per il voto favorevole o una nera per il voto negativo. Nelle Logge francesi votano solo i Maestri. Il Maestro delle Cerimonie, che distribuisce a ciascuno le due palle, là è seguito dall’Esperto che presenta un’urna bianca e una nera. Per esprimere un voto favorevole si mette la palla bianca nell’urna bianca e la nera nell’altra (si dice che il vote couleursu rcouleur). Viceversa, per il voto negativo il Maestro mischia i colori (il panache lescouleurs). Il Venerabile poi, assistito da Oratore e Segretario, conta in silenzio le palle delle due urne e annuncia il risultato. Questo sistema è chiamato il voto e il contro-voto. Nelle Logge statunitensi se ne utilizza un altro. Il 1° Diacono porta una cassetta (nelle Logge più eleganti rigorosamente in legno d’acacia) e, deambulando, si ferma davanti a ciascun membro dell’Officina. Ognuno introduce la mano nello scompartimento a uno dei lati del ballot boxche contiene le palle. All’altra estremità, vi è un foro più piccolo dove viene deposta la palla scelta che cade in un cassetto in fondo o, a seconda della foggia del box, in un altro scomparto. Quando tutti hanno votato, lo si apre e si conteggiano i voti, presentandolo al 2° e 1° Sorvegliante che lo ispezionano e infine al Venerabile che dichiara se il candidato è stato ammesso o no. In alcune Logge le palle nere sono state sostituite con cubi per evitare confusioni. Un sistema dal rituale più complesso e antico, tuttora praticato in molte Logge nord-americane, è meticolosamente descritto nell’enciclopedia massonica di Mackey. In stile Emulation e distinto da una procedura rituale molto lunga, è impossibile descriverlo concisamente. Diciamo solo che l’urna sull’ara e la solennità del segno massonico prima della deposizione del voto, chiamato per appello, rimarcano la sacralità e la responsabilità del dovere esercitato. Mackey dichiara che questo sistema è assai migliore di quello in cui l’urna è fatta girare nel Tempio. Interessanti sono anche le formule di chiusura del voto che indicano la complessità del rituale. Il 1° Diacono, su ordine del Venerabile, deve “prendersi carico dell’urna” (take charge of the ballot-box). Dopo essersi diretto all’ara e presa l’urna, sempre procedendo in senso orario, si reca dal 2° Sorvegliante che la esamina e, se tutte le palle sono bianche, dichiara che the box is clear in the South o, se vi è una o più palle nere, che the boxisfoul in the South. Il 1° Diacono si reca poi dal 1° Sorvegliante e dal Venerabile, che fanno le medesime dichiarazioni, con le ovvie varianti di Occidente e Oriente. Analoga formula è prevalentemente diffusa nelle Logge tedesche: nel primo caso si dichiara che la Kugelung (il ballottaggio, da Kugel, palla) è helleuchtend (limpida), nel secondo è trüb (nuvolosa). La regola che stabilisce l’unanimità per l’ammissione può sembrare severa, ma è uno degli antichi regolamenti “collazionati sugli antichi Documenti e uniformati alle Tradizioni più remote della Fratellanza secondo nuovi criteri […] per l’uso delle Logge”. Il VI dei “Regolamenti Generali” (le General Regulations) – la terza parte della Costituzioni di Anderson del 1723 dopo la “Storia” e gli “Antichi Doveri”– dice: “Ma nessuno potrà essere ricevuto quale Fratello di una qualsiasi Loggia particolare, o ammesso quale Membro della medesima, senza l’unanime Consenso di tutti gli Affiliati della Loggia suddetta presenti quando il Candidato viene proposto, l’Assenso dei quali sia stato ritualmente richiesto dal Maestro; e tale Assenso o l’eventuale Dissenso sarà espresso con la cautela e il giudizio che si riterranno opportuni, in Modo virtuale o formale, ma all’Unanimità. Né questo Privilegio intrinseco è soggetto a Dispensa, dal momento che i Membri di una Loggia particolare sono i Giudici migliori, e se si imponesse loro un Membro che provoca divisioni, ciò potrebbe guastarne l’Armonia o intralciarne la Libertà, o addirittura portare alla demolizione della Loggia, il che ogni Fratello buono e leale dovrebbe contribuire ad evitare”. Non solo la regola sancisce l’unanimità per l’ammissione di un candidato, ma anche l’inammissibilità dell’astensione. Mentre questi due elementi sono landmarks, nulla viene detto se il voto debba essere segreto o palese, né delle inchieste né del voto per palle e anzi si specifica che la volontà di ammissione o di rifiuto può essere espressa sia di fatto sia in modo formale. La procedura d’accettazione dei membri era molto semplice e rapida. Così è in molti Paesi e specialmente in Inghilterra, dove il processo ha una natura pubblica in seno alla Loggia, vale a dire che

mai è coperto dall’anonimato: non lo è nella fase del voto, né sono celate, com’è uso in alcune Logge, le identità del presentatore e dei tre Commissari. Quest’ultimo caso per una ragione molto semplice: non c’era commissione d’indagine in Inghilterra. Come molte usanze massoniche che sembrano talora ai Liberi Muratori di una veneranda antichità, la pratica dei “Commissari” è un’innovazione francese che, difatti, si ritrova, insieme al sistema di voto per palle, negli Statuti generali della Franca-Massoneria in Italia, pubblicati nel 1806 dal Grande Oriente d’Italia, d’impronta napoleonica e professanti il Rito Scozzese Antico e Accettato. Oggi nella maggior parte delle Obbedienze massoniche vige la regola: white balls elect and black ballsreject. Ballot è menzionato per la prima volta nella riedizione delle Constitutions del 1738 e, più espressamente, in una nuova edizione delle “Costituzioni”, la terza, pubblicata nel 1756 da John Entick che le rivide, le ampliò e le continuò. Qui, nelle New Regulations, riscritte e adottate nel 1754, si dichiara che “Tutte le Alterazioni o NUOVI REGOLAMENTI, in questa Edizione, sono solo per emendare o spiegare gli ANTICHI REGOLAMENTI per il beneficio della Massoneria, senza rompere in sé le antiche Regole della Fraternità, ma preservando gli antichi Land-Marks” e si trova scritto, a modifica del VI Regolamento: “Ma è stato trovato sconveniente insistere sull’Unanimità in diversi Casi: E di conseguenza i GRAN MAESTRI hanno permesso alle Logge di ammettere un Membro, se non più di tre Palle [Ballots] sono contro di lui; sebbene talune Logge non desiderino tale Dispensa”. Il termine, però, è senza indicazione di colore e può genericamente dire “voto”. Le prime attestazioni di questa modalità risultano essere quelle dei rituali francesi degli anni 1740/60 nel cosiddetto Rito francese moderno, i più fedeli a quelli della Gran Loggia di Londra. In qualche Rito d’adozione femminile è testimoniato, nel 1748, l’uso di far circolare una scatola chiusa a chiave che la stessa recipiendaria doveva aprire per vagliare la sua sorte: una sola palla nera la escludeva dall’Ordine. Anche negli Stati di lingua tedesca la Kugelung appare nel 1767 nei regolamenti riveduti dalla Gran Loggia; eppure, negli anni seguenti in molte Logge austro-germaniche si entrava con un voto a mani levate e il ballottaggio si consoliderà soltanto nell’Ottocento. È perciò probabile che questo sistema di voto per l’accettazione o il rigetto fosse adottato da talune Logge nel periodo di transizione tra la Massoneria operativa e quella speculativa e che si sia reso più strutturato intorno al 1730. Non essendoci landmarks – tranne quelli veduti– o antiche usanze da osservare, le regole su rifiuto e aggiornamenti basate sul numero delle palle nere, gli scrutini e le loro modalità sono le più variabili nelle diverse giurisdizioni e obbedienze e differenti norme sono state applicate in diversi tempi. In molte Logge nord-americane il sistema di voto per palle è utilizzato anche per deliberare sugli avanzamenti di grado. Ma in tutte le sue diverse applicazioni è comune il fatto che la palla nera ha un valore molto superiore di quella bianca: la minoranza, anzi un singolo veto prevale sulla maggioranza. Questo voto massonico non è democratico nella misura in cui lo è troppo, al punto che tutela al massimo il voto anche di un singolo fratello che gode di un immenso potere e che non si rivela alla luce del giorno. L’uso della palla nera, dunque, deve essere esercitato bene e saggiamente. Di fatto, questo sistema negli Stati Uniti ha promosso la segregazione ed è per dar modo agli afroamericani di partecipare alla Libera Muratoria che si è fondata e sviluppata la Prince Hall Freemasonry. E neppure, per quasi tre secoli e in molte nazioni, è stato inusuale, attraverso la palla nera, respingere ebrei, cattolici e altri “stranieri”. Con le stesse modalità buona parte dei membri di religioni non abramitiche trovarono indiscriminatamente (o meglio discriminata mente) sbarrate le porte delle Logge. Sono solo alcuni esempi dell’abuso della palla nera. Nel nostro Paese è poco noto che da questo sistema di voto massonico hanno avuto origine il verbo inglese blackball e il prestito francese blackbouler, passati nel linguaggio comune e che significano “escludere” qualcuno da un gruppo, “respingere, rifiutare, eliminare”. L’espressione fa il suo ingresso dal 1770 nel New English Dictionary, confermando indirettamente come l’uso di questo sistema di voto debba essere fatto risalire a dopo il 1730. I due verbi, più spesso utilizzati nella loro forma passiva, sia nel mondo anglosassone che in Francia hanno una connotazione estremamente negativa. La palla nera non è più, nel sentire comune, un atteggiamento di attenzione e rispetto verso la propria comunità, circolo, loggia etc. nel non ammettere membri ritenuti indegni, ma una pratica aggressiva. La persona blackballed o blackboulé è l’equivalente della nostra vittima del “bullismo” o, alla meno peggio, del “trombato”. La palla nera è un marchio di vituperio o di sfortuna. I modi di dire proverbiali francesi la boule noire lui tombe toujours e il attrape toujoursla boule noire significano “la sorte gli è sempre avversa, è sempre oggetto di maltrattamenti”. Il diniego di ammissione a una Loggia può essere considerato l’equivalente di un ostracismo sociale. Un breve romanzo di Simenon, La Boule noire (1955), pur se non riguarda una Loggia ma un Country Club di una cittadina del New Jersey, bene illustra il modo e gli effetti in cui può essere percepito il rifiuto, poiché ogni domanda d’adesione a una comunità comporta una richiesta di riconoscimento sociale ed essere blackboulé non è solo subire uno scacco ma un’umiliazione. Il racconto delinea anche l’immagine di una comunità costruita sulla difficoltà di entrarvi e la rappresenta

zione veicolata è quella di un circolo chiuso di cui le persone all’esterno possono immaginare qualsiasi cosa. Non sorprende, perciò, osservare che la bacheca contenente i moduli con le foto dei candidati sia chiamata nelle Logge tedesche Schwarze Tafel (Tavola Nera). I   Fratelli anglofoni hanno presto provveduto ad offrirne la traduzione: Blackboard –lavagna (nera). E, in effetti, la procedura di affissione di questo modulo è una sorta di anticipo dell’ipotetica “palla nera”. L’affissione nel vestibolo delle sedi ha precisamente lo scopo di farlo vedere al maggior numero di Fratelli, permettendo a chiunque abbia notizie sul conto del profano e ne ritenga l’ammissione inopportuna per una grave ragione di informare, per iscritto, il Maestro Venerabile della Loggia cui la domanda sia stata inoltrata. Tale è la procedura della nostra Comunione, e non altra. Pure il preavviso, durante le discussioni di Loggia, di una palla nera dovrebbe essere considerato una violazione degli usi e costumi massonici. Per quanto opinabile, il voto è anonimo e segreto e tale deve restare prima, durante e dopo. La norma della segretezza e dell’anonimato è, peraltro, ormai presente lungo tutto il percorso della candidatura in quasi tutte le giurisdizioni massoniche. Nella nostra Obbedienza – si chiama così perché ci sottoponiamo a delle regole –il testo e la firma della tavola con le informazioni negative sul richiedente l’ammissione restano affidate al Maestro Venerabile, il quale deve subito riferirne unicamente il contenuto ai Commissari e al Consiglio delle Luci della Loggia (art. 5 Reg.). Di ogni palla nera devono essere spiegate le ragioni, prima della Tornata successiva, al Maestro Venerabile. Questi, a sua volta, dovrà manifestarle alla Loggia ed alla Gran Segreteria “conservando la riservatezza più assoluta sui nomi dei Fratelli contrari all’ammissione del bussante” (art. 8/ter). Più cogente (perché non era sufficiente una comunicazione orale, ma in cambio l’opponente restava del tutto anonimo) la regola dei menzionati Statuti generali della Franca-Massoneria in Italia per la quale in caso di palla contraria “il Venerabile ordina, che il Fratello, che l’ha messa debba nella prossima Seduta dichiarare in iscritto (senz’obbligo di manifestarsi) il motivo della opposizione, e questa dichiarazione porla nel sacco delle proposizioni, e non potendo intervenire alla Seduta debba mandarla suggellata al Venerabile, o ad una delle altre due Luci, come stima più opportuno, acciò sia essa comunicata alla Loggia per le sue deliberazioni. Se questa dichiarazione non è mandata, si considera per non data la palla nera”. In alcune Logge tedesche e francesi il Venerabile ha l’autorità di stabilire se le motivazioni espresse sono frivole o “leggere”. E ciò perché spesso la giustificazione del diniego non apporta un elemento nuovo che avrebbe potuto essere espresso prima e altrimenti, ma ha un contenuto che si oppone ai principi e valori massonici. Così avveniva anche in Italia nelle Logge di Rito Simbolico, dove, per lo Statuto del 1864, il Venerabile e due Maestri di sua scelta potevano giudicare insufficienti i motivi della palla nera. In molte Logge americane, se le ragioni addotte non sono sufficienti e sinceramente massoniche, il Venerabile si limita a invitare l’oppositore a desistere quando le motivazioni sono personali e vìolano le obbligazioni assunte. C’è chi attribuisce questa pratica alla sopravvivenza di una vecchia tradizione dei clubs inglesi a cui si sarebbe ispirata la Massoneria della metà del XVIII sec. Ma la sua ispirazione risale all’agorà dell’antichità greca. Già si è associata la palla nera all’ostracismo, il voto con cui, per mezzo di un coccio di terracotta, ad Atene, si bandiva qualcuno dalla città. Meglio ancora è Ovidio, che nelle Metamorfosi (XV,41-42) dice che nei processi “era antico costume adoperare sassolini candidi e neri, questi per condannare gli imputati, quelli per assolverli”. Aristotele nella sua Costituzione degli Ateniesi ci descrive una procedura di voto similare fatta con dischetti di bronzo, per metà interi e per metà forati. Ma l’antecedente più diretto di questo sistema di voto va ascritto a un’invenzione italiana. Si è veduto come questo genere di voto massonico è chiamato in inglese ballot, in francese ballotage e nell’espressione tedesca Kugelung. Sono tutti vocaboli che, insieme al ballot box come è chiamata in tutto il mondo anglofono l’urna elettorale, derivano da ballotta, termine proveniente dal toscano e dal veneto che indicava sia la castagna (forse perché si impiegava per esprimere il voto) sia la piccola palla (la pallotta, una palla né troppo piccola né troppo grande),usata un tempo nelle assemblee per dare il voto. Per rientro dal francese usiamo il termine “ballottaggio”, mentre è caduto in disuso il più corretto “ballotazione” e il relativo verbo “ballotare” (“mandare a voti, a partito per bossoli o ballotte” e in modo figurato “parteggiare”). La procedura di voto con piccole palle o altri oggetti analoghi di diverso colore era utilizzata fin dall’Alto Medioevo per l’elezione degli Abati benedettini e dei Dogi di Venezia. Come si è mostrato, benché sia evidente che il voto segreto e per palle bianche e nere sia un’introduzione successiva al 1730, neppure attestata negli antichi catechismi massonici, la Coil’s Masonic Encyclopedia che condivide questa conclusione si domanda a quali scopi massonici sia servita l’attuale procedura di voto. E si risponde dicendo che “lo scopo è quello di avere uomini qualificati nella Massoneria e di tenerne fuori uomini non qualificati e qualsiasi procedura ragionevole diretta a tal fine è buona Massoneria”. Il voto non è utensile da trattare con leggerezza e resta una delle principali salvaguardie o baluardi dell’Ordine che permettono di non dete

riorare il Tempio e di non far cadere la Loggia tra mani impure. L’iniziazione ha, però, anche una speciale funzione: quella di aprirci a ciò che è chiuso e ci appare come odioso o minaccioso. L’iniziazione alla Fratellanza massonica ci consente di entrare gradualmente a contatto con gli altri e di privarci di quegli stereotipi e abitudini impietose che la distanza invece rende troppo sovente possibili. È attraverso questo percorso che gli Antichi Doveri ci dicono che “la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti”. La Fratellanza universale non è uno spazio a geometria variabile, a frontiere mobili in funzione dell’ambiente sociale e dei nostri minuscoli sentimenti o rancori. È per questo principio che nel rituale d’iniziazione il Maestro Venerabile deve domandare al profano: “se, una volta ammesso nella nostra Istituzione, trovaste qualcuno che, per fede religiosa o per altro motivo, avete considerato fino ad ora un nemico, siete pronto ad abbracciarlo ed a considerarlo un Fratello? Prima di rispondere, considerate che l’uomo, da voi ritenuto un nemico, essendo qui fra noi, ha approvato la vostra ammissione ed è pronto ad abbracciarvi”. Il simbolismo e la tradizione massonica non sono filosofia dei poveri o semiologia a buon mercato, ma esistono proprio per fare armonia e opera di pacificazione. Il loro ruolo è, evidentemente, quello d’introdurre un fermento (seppur qualche volta ci sembra acido) venuto dalla notte dei tempi e sistemato da quei Fratelli agli inizi del XVIII sec., così serenamente precursori, che fondarono la Libera Muratoria speculativa moderna. A fronte di un’idea troppo angusta della cooptazione, pur nella salda consapevolezza che la via massonica non è per tutti per quanto sia rivolta a tutti e che occorre guardare alla qualità e non alla quantità dichi aspira a bussare alla porta dei nostri Templi, i nostri pionieri sapevano che principi fondamentali in Massoneria sono il rispetto e l’equità verso tutti. Questa è una tra le ragioni principali per cui la Massoneria è stata fondata e perché esiste. Il diritto-dovere inalienabile del voto è massonicamente incontrovertibile, ciò che può essere oggetto di controversia sono le ragioni del voto, negativo o positivo che sia, quando esse sono non-massoniche e quindi completamente sbagliate, nella misura in cui il privilegio del voto è prostituito a ignobili intenti e a circostanze più che discutibili, che soddisfano sentimenti poco generosi con un voto favorevole od ostile. Ci sia consentito di dire che, dal punto di vista dell’iniziabilità, il voto assomiglia al potere di vita e di morte e che quindi il nostro comportamento verso il profano che viene a noi per ricevere la Luce deve essere sacralmente concorde con il Grande Architetto e con un’intima coscienza, limpida e senza macchia. Per questo, per prevenire l’introduzione nel Tempio di uomini impropri, poiché non ogni persona può essere fatta Massone, resta valido quanto chiaramente espresso dalle Old Regulations a proposito del settario che mina la libertà e l’armonia della Loggia. La Tradizione occidentale ci ha fornito, in più, quell’intimazione che si narra che Platone avesse voluto scolpita proprio sull’ingresso dell’Accademia: “Nessuno ignaro della geometria entri sotto il mio tetto”. Il mondo è pieno di materiale, ma non tutto è appropriato al disegno del Grande Architetto

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. MORENO  NERI

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PALLA BIANCA O NERA

Tavola del fr:. D:. Z:.

L’ammissione di un Profano, in Massoneria, è considerato forse il più importante dei lavori massonici, la conclusione della attività di proselitismo massonico. Purtroppo, questa procedura è molto scaduta di livello e di accuratezza, negli ultimi tempi, forse per superficialità o semplice, diciamo, distrazione.

Probabilmente questa non è l’ultima causa dei malesseri che hanno travagliato, negli ultimi decenni, la Libera Muratoria in Italia (da Renato Ariano: Manuale del Tegolatore). Pertanto credo sia opportuno periodicamente ricordare alcuni principi a cui informare questa importante attività, prima di concedermi qualche osservazione personale.

Anzitutto è bene sottolineare che la Tegolatura è una procedura complessa orchestrata da tre Fratelli nominati ad acta, che operano separatamente:

1° Maestro Tegolatore: indaga sul perché il Profano desidera essere ammesso. Quali sono i suoi interessi profani. Cosa pensa della Fratellanza e della solidarietà umana. Il Tegolatore può suggerire un testo generico che indichi le finalità massoniche. Deve lasciar parlare il Profano a suo piacimento, al fine di comprendere quanto più possibile le sue reali intenzioni.

2° Maestro Tegolatore: deve sondare cosa pensa il Profano sull’esoterismo. Qual è il suo pensiero sulla ritualità in genere. Quali idee si è fatto della Massoneria. Se ha un’idea riguardo la ritualità massonica. Ne illustrerà i concetti generali.

3° Maestro Tegolatore: deve prospettare la serietà dell’impegno e l’obbligatorietà della presenza a tutte le tornate. Inoltre deve menzionare la questione delle tasse e degli altri oneri di carattere economico. Tratterà l’argomento del Testamento morale fornendo qualche indicazione. Potrà affrontare la questione dei rapporti con la Chiesa Cattolica e la differenza tra società segrete e segreto massonico. Indicherà la data della probabile iniziazione ed il preciso ammontare della tassa da versare prima della sua ammissione”.

Il Tegolatore, al momento dell’incontro con il Profano, è Ambasciatore della Massoneria Universale e riveste un ruolo fondamentale per tutta l’Istituzione, e la sua attività è pro droma alla Iniziazione cioè a quella cerimonia nella quale, con un rituale particolare e per mezzo di simboli, il Profano viene ritenuto degno di conoscere i doni fondamentali di cui avrà coscienza solo successivamente e per gradi. Di conseguenza “iniziatico” significa, come aggettivazione, possedere le caratteristiche della conoscenza dei doni e dei simboli scoperti nell’Iniziazione che portano al miglioramento, prima interiore e poi esteriore di sé stessi.

Il Profano dovrà essere anzitutto di “Buoni costumi”, cioè secondo i Landmarks, di buona fama, rispettoso della legge morale interiore e delle leggi civili della nazione in cui vive, legge morale che, secondo gli stessi Landmarks, viene descritta come dettata dalla ragione e definita dalla scienza. Il grado di aderenza a questi principi andrà però giudicato dai Fratelli di Loggia. Per meglio dire i Landmarks avvertono che colui che si ribella alle leggi di un governo non potrà, per questo solo motivo, essere allontanato.

Il riferimento a leggi superiori, in quanto universali, va giudicato dai Fratelli. Si pensi, ad esempio, se fossero ora in vigore Leggi Razziali: il profano che vi fosse contrario ben potrebbe essere accolto fra le Colonne del tempio.

Quello che intendono i Landmarks quando richiedono che il Bussante debba essere di “buoni costumi” riguarda la sua qualità di buon genitore, buon cittadino, rispettoso delle leggi, della morale comune e della libertà altrui; deve essere un soggetto che ha uno stile morale di vita, se non irreprensibile, almeno superiore alla media quanto a serietà, saggezza, discrezione e prudenza, cioè, in buona sostanza essere considerato una persona onesta ed affidabile, corretto nelle relazioni umane, rispettoso delle leggi e degli altri.

Ma il Profano dovrà anche essere libero: un punto molto importante, vero e proprio cardine dell’orientamento umano, avviene nel momento in cui si può passare dalla “libertà da” alla “libertà di”. Si tratta di una differenza qualitativa che conduce a:

libertà da ….. libertà di …..
Bisogni materiali Espressione di vita
Pregiudizi Pensiero
Giudizi altrui Manifestazione
Paure Azione

Fondamentalmente si tratta di un passaggio da una libertà passiva ad una libertà attiva, consapevole, autoalimentatasi. Riducendo l’importanza relativa dei bisogni più strettamente legati alla vita ordinaria, possiamo creare più spazio a bisogni di ordine superiore. Un uomo poco evoluto, non sentirà il richiamo di bisogni trascendenti; un iniziato accetterà la sua vita più nella sfera spirituale che in quella materiale. Saranno perciò rilevanti:

  • gli elementi ordinari della sua personalità, condizione sociale, familiare, intellettuale, professionale;
  • gli elementi di orientamento, di motivazione, di aspirazione, derivanti da bisogni di ordine superiore, quali il desiderio di conoscenza interiore, di lavorare per fini sociali, umanitari, ecc..

La Tegolatura è un lavoro muratorio con due specifiche funzioni, tra loro complementari: presentare la Massoneria al Profano, presentare il Profano alla Loggia. La seconda parte dipende dalla capacità dei Tegolatori di prospettare ai Fratelli della Loggia l’interpretazione e la valutazione – le più obiettive possibili – delle risposte o delle esposizioni fornite dal Tegolato durante l’intervista, in modo da offrirne una vera e propria chiara fotografia, senza alcun commento e giudizio conclusivo (Fonte “Esonet”).

Il terzo passaggio è fondamentale: la votazione. In questo momento si può dire che si costruisce il presupposto del legame indissolubile che accompagnerà i Fratelli di Loggia (e tutta la Massoneria Universale) al Profano durante il Suo cammino iniziatico.

E’ tangibile l’importanza di questo momento: il consenso dell’Assemblea dei Fratelli di Loggia, a cui la Massoneria Universale delega il compito di valutarne le qualità con coscienza e ragionevolezza, unirà per sempre il Profano all’Istituzione intera e questa Assemblea ha il diritto-dovere-potere di scegliere se lasciare il profano nelle Tenebre, ovvero accoglierlo fra le Colonne e donargli la Luce della Conoscenza. Non a caso quindi le Palle della votazione si distinguono in Bianche e Nere. Il richiamo della modalità della votazione ai due modi di esistere è chiaro e palese: è il significato simbolico delle Palle utilizzate.

Meno evidente è il dramma che colpisce il Fratello seduto fra le Colonne del Tempio al momento della votazione: tutto sommato il lavoro dei Maestri Tegolatori è per certi versi più semplice, o almeno neutro, poiché hanno solo l’onere di trasmettere quanto da loro percepito.

Diverso è il giudizio personale della votazione, difficile soprattutto quando il profano si è avvicinato alla Istituzione non con il tramite della conoscenza personale.

Sappiamo, infatti, tutti che il più delle volte la domanda viene presentata da un Profano conosciuto da un Fratello della Istituzione ed è la garanzia di questo Fratello presentatore  che farebbe propendere gli altri Fratelli della Loggia verso un giudizio positivo, perché in cuor loro ritengono che il Profano sia già stato oggetto di selezione, diciamo a monte della domanda formalmente presentata. Ed effettivamente è quanto avviene il più delle volte. Ma non è così scontato che debba sempre essere così: io stesso mi sono trovato di fronte al bivio se scoraggiare a priori un Profano che non ritenevo non adatto, ovvero consentirgli di avere una Sua personale opportunità, cioè quella di presentare la formale domanda ed essere valutato dai Fratelli Tegolatori.

Io, cari Fratelli, ho scelto la seconda strada perché ho pensato che non potevo arrogarmi il diritto di giudicare da solo e di dare una risposta che avrebbe influito sicuramente sulla vita futura di quel Profano. Non potevo precludere, ho pensato, questa opportunità a nessuno, proprio perché aspiro ad essere “uomo libero e di buoni costumi”. E così il profano ha giocato le Sue carte e serenamente la Loggia ha ritenuto che non fosse adatto all’Istituzione, con una scelta consapevole, guidata certamente dal Grande Architetto.

Il risultato è stato che il Profano è ancora mio ottimo amico e lo vedo di frequente, la Loggia è serena e senza macchia: questa è la conseguenza del rispetto delle regole ragionevoli.

Ho detto.

Ferrara, 5 ottobre 2017 E:.V:.

D:.Z:.

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