Il Carrubo

Il Carrubo

Tornando indietro agli anni ho un’emozione
legata ad un carrubo e a un pozzo antico,
col ruvido suo tronco a protezione,
sognavo il mio futuro come amico.

Immaginavo mete da scalare,
e ho messo tanti sogni nel cassetto,
sicuro di poterli realizzare,
ma il tempo poi non fu così perfetto.

Di quel che feci sono soddisfatto:
c’è qualche sogno ancora ed ho un progetto
che non dispero di realizzare.

Dalle chimere io non sono attratto,
e non farei alcunché, sol per dispetto,
ma voglio la mia vita da gustare.

MIMMO

Foto: Carrubo Gallipoli
Questo è il maestoso Carrubo della Masseria Paccianna di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di Moulay Idriss. Sotto quel carrubo glorioso veniva, un tempo, a sostare il poeta gabelliere, Raffaele Carrieri, conscio del fatto che “noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà”.
Qui veniva “a incidere dispersi richiami, sulle spesse cortecce del sughero della storia, che lievi ondeggiavano al vento, come un nulla di cui si possa parlare”, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905.
Parliamo di un eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano, ma anche quella dei grandi autori francesi, da Apollinaire a Valery, o dei surrealisti spagnoli come Lorca. … Un poeta che disse che la poesia non si fa, la poesia siamo noi, quello che avremmo voluto essere e non siamo.
“questo patriarca arboreo può datare più di 500 anni, con poco meno di 14 metri di circonferenza alla base…….”.

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Garibaldi …chi era costui

“Quello del monumento”, mi rispose laconicamente un giovane studente di tanti anni fa a Roma, senza aggiungere altro. Oggi sarà anche lui anziano e sovvenendomi la banalità della frase, trovo significati e sfumature che invece la qualificano. Per gli Italiani Garibaldi è nato a cavallo. Si può
discutere sulla preferibile identificazione, se in bronzo o nel bianco marmo del Gianicolo, ma la sua dimensione, da sempre, è monumentale: monumentale e astratta. Quasi riduttivo anteporre il nome, Giuseppe, al peso specifico del cognome, perché facendolo si corre il rischio di umanizzarlo.
Può sembrare un’affermazione ad effetto ma, a ripercorrere il suo tempo, ci fu un’omissione generale sulla sua persona, sicuramente leggendaria, ma confinata in alto, nell’Olimpo dei Grandi, sacralizzata come una reliquia. Delle reliquie non si parla e da queste ci si aspetta il miracolo.
Finalità opposte e comunque convergenti, dal Patto di Roma del 21 aprile 1872, apparentemente positivo, suggerirono di sorvolare sull’esame critico del Garibaldi politico, Massone, idealista e libertario, protettore dei deboli, in un mosaico preoccupante di interventi, da Montevideo a Cuba e dopo la spedizione dei Mille, l‘incontro con Bakunin, fuggiasco dall’isolamento siberiano, dove anche lì era atteso il “grande Capo, l’Amico della povera gente: Garibaldov, il liberatore”.

E  l’amicizia fra loro e l’intesa di un’Internazionale dei popoli, da entrambi condivisa e partecipata, diversa e lontana da quella preconizzata da Marx nel Capitale, anticipatrice del bagno di sangue dell’assolutismo sovietico. Troppi gli interessi contrastanti, inevitabili i rischi per l’aristocrazia
al potere da parte del nuovo, coraggioso Tribuno del Popolo, Garibaldi, cittadino del Mondo, condottiero degli umili, la cui idea di Libertà si identificava con l’applicazione della giustizia. Figura preoccupante e scomoda per l’ordine costituito, quanto risolutiva se ben giocata al tavolo dei rapporti d’Oltralpe, da un Cavour avvezzo al servilismo sabaudo.
Se il Parlamento viveva le prime fasi vulcaniche dei tentativi di accesso di una qualche forma di democrazia, imbavagliata da una retorica governativa palesemente dinastica, la Massoneria si trovò a dover arginare la massiccia offensiva clerico-reazionaria, all’insegna dell’Enciclica Humanum genus, fiancheggiata dalle false rivelazioni dell’infame Léo Taxil. Le lotte sociali acquisivano priorità, aggravate dalla forzosa annessione di un Sud impoverito ed oltraggiato che indussero lo stesso Garibaldi, e poi Nino Bixio, ad urlare in Parlamento la loro condanna della barbarie perpetrata dai generali dell’esercito piemontese.
Per questo Giuseppe Garibaldi fu più osannato che capito, più acclamato che ascoltato, più usato che rispettato.
Amareggiato, dopo 32 anni di permanenza alla Camera decise di dimettersi, con la seguente dichiarazione: “Non posso più contare tra legislatori in un paese ove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia…”
Il suo impegno politico attivo durò otto legislature. Ricordando che la prima Legge Agraria del Regno reca la firma di Giuseppe Garibaldi, si ha memoria di suoi importanti interventi, nell’ambito militare: sostituzione dell’esercito permanente con una milizia popolare.
L’abolizione della pena di morte. L’abolizione dei fondi dello Stato a favore del clero, con obbligo di lavoro dei religiosi. Abolizione delle prefetture ed ampliamento del suffragio elettorale. Bonifica del territorio della Gallura in Sardegna ed analogo intervento nell’Agro Pontino. Ammodernamento tecnico e navigabilità del Tevere.
Molteplice, complessa e nel contempo semplice, la sua concezione etica del dovere: “L’Umiltà, patrimonio vero dei grandi uomini”. Le sue vicende meritano d’essere raccontate e conosciute senza alcun tipo di belletto e lo si farà in seguito, entrando nel merito di fatti anche poco conosciuti che tracciano con sobrietà la grandezza del suo animo. Penso che convenga, per completezza d’argomento, chiudere con l’ultima fase dell’ambito politico e la fulminea ripresa della spada, fortemente indicativa della variabilità del vento…
Dopo la caduta della Repubblica Romana del 1849, i suoi Valori dolevano nel cuore di tanti Italiani. Proclamato il Regno d’Italia a Torino nel 1861 lo stesso Francesco Crispi, Presidente del Consiglio, dichiarò un equivoco la delibera su Roma Capitale previa consenso sia del Papa che dei Francesi, votata con entusiasmo per acclamazione all’unanimità in Parlamento… Garibaldi seguiva i fatti a distanza, dalla Sardegna, determinato a rimettersi generosamente in gioco, intuendo la fatalità dell’epilogo che ormai si presentava nitido, costasse anche la vita. Mi sia consentito il “presente”, brevemente, per meglio scolpire la gravita dei fatti e l’indegnità dei mandanti…
Si imbarca nel 1862 per la Sicilia ed a Palermo afferma, fra
l’entusiasmo del popolo: “…Bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro!”.
Dalla Sicilia alla Calabria parte l’iniziativa. Ad Aspromonte si oppongono ai pochi volontari Garibaldini, i soldati dell’esercito italiano, con l’ordine di bloccare la marcia verso Roma e di aprire il fuoco anche contro il Generale Garibaldi, che fu gravemente ferito. Garibaldi fu diffamato come “Nemico della Patria”. Un certo Generale Malla arringò la truppa con termini dispregiativi, fino al punto di proporre al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, il processo contro Garibaldi. Ma fu davvero battaglia di popolo, una delle pagine più sublimi del nostro Risorgimento, di cui i posteri dovrebbero sforzarsi d’essere degni… Il 20 settembre 1870 nasce la Terza Roma, auspicata sia da Dante che da Mazzini e realizzata da Giuseppe Garibaldi, che sancisce la caduta del potere temporale dei Papi e la consegna alla Storia nella sua pienezza di Tempio dell’Arte, Faro del Diritto, Strada Maestra verso la Libertà.
Da ricordare che con Roma Capitale l’Italia stabilì la sua unione, libera finalmente dai lacci stranieri e clericali, ma non di costruire i propri destini Repubblicani e civili, secondo gli ideali Mazziniani, Garibaldini e Massonici…Ideali che apparentemente nulla poterono in precedenza, a salvaguardia della stupenda e brevissima pagina eroica scritta dalla Repubblica Romana, ma divamparono e infiammarono “dentro” il cuore degli Italiani di allora: proseguirono come un fiume carsico incurante della distanza dal Mare e del tempo, consegnandoci intatto lo Spirito Laico che fu alla base dell’apporto Massonico in Epoca Risorgimentale.
Questo è il Testimone che ci chiama a raccolta, in virtù non di una rimembranza confinata e lontana, ma di un continuum spaziotemporale, di quella Progressione Esponenziale che ci accomuna e ci nutre, data dalla nostra capacità di entrare in Risonanza. 10 III 19 Fr. Gian Carlo Lucchi

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INNO ALLA GIOIA

IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI

  LUDWIG BEETHOVEN

26 MARZO 1827

TRADUZIONE

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, – chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

ORIGINALE

O Freunde, nicht diese Töne !
Sondern laßt uns angenehmere anstimmen
und freudenvollere !

Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlischer, Dein Heiligtum !
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt ;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo Dein sanfter Flügel weilt.

Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein !
Ja, wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund !
Und wer’s nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund.

Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur ;
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod ;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott !

Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt’gen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.

Seid umschlungen, Millionen.
Diesen Kuß der ganzen Welt !
Brüder ! Über’m Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen ?
Ahnest Du den Schöpfer, Welt ?
Such’ihn über’m Sternenzelt !
Über Sternen muß er wohnen.

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Viaggio con Pinocchio

Da un pezzo di legno a ragazzo in carne e ossa: da profano ad Iniziato(di  Paolo  Pisani)

L’interpretazione di un’opera lettera­ria offre, in certi casi, aldilà del valore ap­parente e del significato più popolare, contenuti ed esempi simbolici ed esoteri­ci inseriti, magari, in maniera volutamen­te disorganica, ma accertabili ed indivi­duabili. E il caso di quel ‘Pinocchio’, scrit­to da Carlo Collodi, pseudonimo di Car­lo Lorenzini che, laudato da generazioni di commentatori e considerato come uno dei capolavori della letteratura per l’in­fanzia, può essere rivisto con angolazio­ne alternativa, operando un lavoro esege­tico sul mito, sulla ritualità e sulla sim­bologia. Non è, pertanto, una violenza della fantasia, l’andare ad analizzare og­getti, momenti e personaggi di questo co­nosciutissimo libro, con spirito ed atteg­giamento massonico.

Partendo, dunque, dalla genesi collo-diana, quel “pezzo di legno”, a cui po­tremmo anche riconoscere “virtù metal­liche”, connesse ad un diorama filosofico­simbolistico del ‘‘percorso’’, assume l’i­deale significato di’ ‘pietra grezza” che, presa forma di burattino, si ribella al la­voro di Geppetto (figura dell’Iniziato). Pertanto, Pinocchio potremmo interpre­tarlo come un suo sdoppiamento: la par­te più profana, meno tollerante, più egoi­sta, di tanto in tanto, però, recuperata e lievemente “levigata”: come quando, tornato a casa – cap. VII -, Geppetto dà al burattino la colazione e nel successivo capitolo rifà i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l’abbe­cedario (simbolico mezzo di conoscenza e ricerca).

Gli stessi doveri del Libero Muratore, di “.. .soccorrere il proprio Fratello, alle­viare le sue disgrazie…”, non sono estra­nei al comportamento di Pinocchio. È il caso dei burattini di Mangiafoco – cap. XI

– che non solo difende, ma che salva dal­le fiamme, offrendo anche se stesso, in una sorta di spontaneo e generoso frater­no olocausto. Un gesto che non è occasio­nale, ma che ritroviamo, con contenuti più vasti, a favore della “bella Bambina dai capelli turchini” (la Fatina). Un per­sonaggio, questo, basilare nella storia del libro, in cui ci imbattiamo nel cap. XVI, quando, dopo l’impiccagione di Pinoc­chio, lo fa raccogliere e, portatolo nella sua casa, chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. Ebbene, quella “Bella Bambina”, potremmo interpretarla come la Libera Muratoria, la sua casa come la Loggia ed i tre medici, come il Maestro Ve­nerabile, il 1° ed il 2° Sorvegliante. Ed è nei suoi stessi confronti che Pinocchio mette in pratica il dovere di un Libero Muratore di aiutare un Fratello con i pro­pri mezzi, allorché – cap. XXXVI – alla notizia che la povera Fata giace in un let­to di Ospedale ed abbisogna di cure ed aiuto, con slancio, offre i suoi unici 40 sol­di. Un gesto che si ripeterà, in senso op­posto, allorché il burattino troverà, ai pie­di del letto, un vestito nuovo ed un pic­colo portamonete d’avorio con una dedi­ca della Fata turchina, con dentro 40 zec­chini.

Ed è qui che risuona alla mente, la fra­se che il Maestro Venerabile rivolge al po­stulante durante la cerimonia di iniziazio­ne: “…come Voi in questo momento, tutti possono trovarsi senza risorse”. La rivisitazione di Pinocchio in chiave di al­legoria massonica, può forse apparire a qualcuno una fabulazione, una persona­le invenzione, ma Collodi, da uomo non solo di “natura”, ma anche “di cultura” qual’era, ha offerto e costruito troppe “si­militudini”, per poterle definire casuali e considerarle fortuite.

La stessa crescita del naso, come casti­go alle bugie dette, può essere interpretata come una ulteriore accentuazione del­la pietra grezza e quindi un aggravio al lavoro di levigatura a cui far fronte. La stessa acqua del mare, in cui si getta il bu­rattino quando – cap. XXIII – vuoi anda­re in aiuto di Geppetto (la figura dell’I­niziato), assurge al ruolo di una purifica­zione ed il corpo del pescecane, altro non è che una sorta di Gabinetto di Riflessio­ne, in cui Pinocchio ritrova se stesso (Gep­petto), mostrando pentimento per ciò che ha commesso: “…ora non vi lascio più, mai più”, sino ad abbandonare le sem­bianze di burattino – cap. XXXVI – e di­ventare un ragazzo in carne ed ossa. Ciò appare come la conferma della sua com­pleta iniziazione, il nascere, o rinascere, di quella condizione indispensabile attra­verso la quale proseguire da “uomo libe­ro e di buoni costumi” la vita muratoria.

C’è da chiedersi se queste avventure ap­partengano ad un’unica mano o si collo­chino a livello di Catena di Iniziati; la ri­sposta non è semplice ma la cosa certa è che le potenzialità di questo libro vanno aldilà delle scontate significatività e di­mensioni, mostrando archetipi occulti e latenti, non estranei al mondo Massoni­co.

Un’opera, dunque, da leggere non so­lo con gli occhi, ma degna della più at­tenta meditazione.

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Un percorso iniziatico nelle fiabe e nei racconti:

1° parte


anche Pinocchio…

di Donatello Viglongo

argomento assai vasto, da sempre sotto gli occhi di tutti, ma che assai raramente viene inteso come percorso iniziatico e messaggio sapienziale all’umanità (o, con un concetto più riduttivo e, anche utilitaristico, come scrive Tilde Giani Gallino … le fiabe, mentre in apparenza raccontano storie di re, di prin­cipesse e di figli di re, in realtà trasmettono messaggi che agiscono sull ‘inconscio dei bambini (e anche degli adulti che le raccontano), e li aiutano a superare i loro problemi, ed i conflitti che possono riguarda­re il rapporto dei bambini con se stessi, con i fratelli, con i genitori1)Infatti, parte delle favole, dei racconti, dei romanzi che gli adulti hanno da sempre destinato ai bimbi, ai ragazzi, alla gioventù (e in versioni commentate letterariamente da valenti eruditi, oggetto di culto per la li­breria di casa), sono nella realtà ‘messaggi’ nei quali illuminati o ispirati, uomini colti, saggi e sapienti hanno riversato il frutto della loro sapienzialità per evidenziare, distinguere il bene dal male. Interrogativo ancora senza “la” risposta, con molte, troppe risposte: Se Dio c’è, da dove il male? Già Epicuro si era posto l’interrogativo, poi il profeta Isaia citò Colui che fa il bene e crea il male….. .24/26 aprile 1998 a Padova un convegno nazio­nale su Male, Bibbia e Occidente: ma ancora l’interrogativo non ha avu­to una soluzione univoca, tranquillizzante.

Una premessa: poche parole sulla letteratura per l’infanzia.

Nei giorni della Fiera del libro per i ragazzi di Bologna (8/11.4.1999) apparvero titoli come Il libro per ragazzi? In Italia non esiste. Mancano idee, illustratori e librerie…un bilancio sconfortante per l’editoria del settore… La colpa non è solo delle case editrici, ma anche dei genitori e della tv [Cinzia Leone]. Ma le cose straniere belle non si comprano. La grafica fa spesso schifo  [Marco Giusti]. Il servizio, corredato da altre interviste, è firmato da Maria Laura Rodotà su La Stampa dell’11.4.1999. Lo stesso quotidiano nel supplemento tuttolibri del 15 aprile lancia, con il Premio Grinzane Cavour (esempio di infaticabile fantasia creativa. sotto la direzione del suo inventore, il professor Giuliano Soda) “C’era  una svolta”. Un gioco con i nostri lettori aspettando la Fiera del Libro di Torino. Scegliamo una fiaba e proviamo ad inventare un nuovo per­sonaggio o un diverso finale: ci prova per prima Bianca Pitzorno riscrivendo La Bella e la Bestia. Le fiabe proposte, tratte dalle raccolte dei fratelli Grimm, di Perrault e di Andersen sono: Biancaneve, Cappuccetto rosso, Hansel e Gretel, Raperonzolo, Il principe ranocchio, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Il gatto con gli stivali, Pollicino, Pelle d’asino, Barba blu, la Sirenetta, La principessa sul pisello, il brutto anatroccolo, I vestiti nuovi del­l’imperatore. Oltre mille lettori hanno giocato.. .per inventare nuovi  personaggi e finali diversi delle fiabe più celebri… La più ‘svol­tata’ è Cappuccetto Rosso, seguita da Biancaneve e Cenerentola: prevale il gusto di farsi beffe della tradizione, con estro e ironia… (tuttolibri, 12.5.1999, giorno di apertura della Fiera del Libro di Torino) annunciando la premiazione dei vincitori ed un dibattito conclusi­vo con Enzo d’Alò (regista, famoso per aver tracciato con La freccia azzurra e con La gabbianella una via italiana al cartoon), Roberto Denti (inventore italiano della libreria per ragazzi e scrittore). Bianca Pitzomo, Tilde Giani Gallino; La Stampa, 14 maggio: L’attualità delle fiabe rilanciata dal concorso “C’era una svolta”. Cenerentola, bimba del Kosovo. 1300. testi reinventati.….risultati sorprendenti. La fiaba più utilizzata è quella di Cappuccetto rosso con 250rifacimenti, seconda è Biancaneve (150),terza Cenerentola (140). Curioso risultato, che lascia perplesso d’Alò: Io avrei scelto Pinocchio. Bianca Pitzomo implora: leggiamo le fiabe originali, accostiamoci al loro valore letterario.. .Solo al valore letterario? Quale futuro, quale sviluppo per fiabe e racconti modificati raccolti da tuttolibri? Anche dal convegno Spazi e confini del romanzo (frutto di uno dei progetti pensa­ti cinque anni or sono dell’Associazione nuova civiltà delle macchine) tenutosi a Forlì nei primi giorni di marzo 1999, è stata riservata una certa attenzione alla letteratura per la gioventù: è sufficiente la citazione di un passaggio del pedagogista americano Jerome Bruner: Quando Peter Pan chiede a Wendy di ritornare con lui nell’”Isola che non c’è”, per convincerla le spiega come potrebbe insegnare come si raccontano storie ai ragazzi perduti che non si trovano. Se imparassero come si organizza un racconto i ragazzi perduti sarebbero forse in grado di crescere.. .perché. . il mondo che diventa favola tro­va nella narrazione letteraria la sua forma ideale . . .L’utilità e l’importanza della fiaba e della favola nell’infanzia.. .è evidente.. .e il meccanismo (processo psicologico che rassi­cura, permette nuovi assetti emotivi e nuove capacità di pensare, afferma Giuliana Milana dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Infantile), funziona finché il bimbo prova gu­sto, sino a sette, otto, dieci anni . . .Poi, ovviamente, troverà interesse per altre forme letterarie.. .Ma non si permetta quella nonna o quel nonno di variare, di modificare la prima versione della fiaba raccontata al nipote: sarà prontamente richiamato dal piccolo ascoltatore che vuole le parole che ha mandato a mente ascoltandola la prima volta… (la formula rassicurante…). Anche Panorama, 8.4.1999 dedica attenzione a fiabe e raccon­ti: Giorgio Ieranò: Lasciateli divertire. Quella che vince è la linea ”Pinocchio”:… La letteratura per l’infanzia è in piena rivoluzione. Tramonta la tendenza deamicisiana, moralistica ed educativa, e trionfa quella collodiana, ludica e trasgressiva. . .Una lettera­tura… esposta alle mode e alle correnti della storia… Sarà, ma chi ha detto che Collodi, Pinocchio, non è educativo? E’ come dire che la Commedia di Dante non è formativa. . .Interpretazioni, deformazioni giornalistiche da osservare attentamente…

Già nell’antichità Esopo, Fedro con le loro favole (parte delle quali, le più leziose abbiamo studiato a scuola, allo stesso modo del Decamerone di Boccaccio: chi non ricorda Chichibio cuoco e la gru?…), assolsero a questo compito; ad essi fecero seguito altri messaggi illuminati anche sotto forme diverse: pensiamo alle Cattedrali gotiche ed ai molteplici simboli che le decorano: il più semplice, sul quale camminiamo: il pavimen­to a scacchiera bianca e nera: il bene e il male… la fiaba ha la sua fisica e la sua metafisica. Quanto alla prima, incontriamo gli oggetti – setacci, ponti, cavalli, spade, scarpe, rane, rocce – e i personaggi della vita quotidiana – soldati, mugnai, mamme, nonne, frati e fratelli. Quanto alla metafisica, ecco apparire fate, divinità dell’acqua, eremiti ambigui come quelli dei tarocchi, diavoli, streghe, orchi e orchesse. E infine, quel che conta di più, gli oggetti che derivano dalla commistione dei due ordini di realtà: bastoni che si muovono da soli. unguenti che rendo­no invisibili le persone o le fanno resuscitare, uccelli che simettono a raccontare le malefatte di una regina, topi che fanno ridere le principesse, rane che  si fidanzano con principi….scrive Gian Paolo Caprettini nell’introduzione al  Dizionario della  fiaba.

é stato da poco rieditato, destinato al lettore adulto, Il Brancaleone. opera anonima nel panorama della novellistica italiana: perché.. .si colloca .sul crinale che separa la forma-novella dalla forma-romanzo, stando peraltro… a mo’ di collante tra le due forme, dato che, completamente dismessi gli abiti della tradizione decameroniana…. l’opera recupera alla lon­tana la lezione apuleiana (il romanzo di un asino) per allonta­narsene in altra direzione: tralasciando le metamorfosi e con­ducendo il quadrupede tra uomini e bestie a conoscere quanto il mondo sia “misero” e instabile, pieno di “stenti e travagli”, cosi stilando mediante quelle peripezie….un romanzo di formazione che ha però quale referente non tanto l’asino (che anzi dimentica spesso gli “avvertimenti” dei genitori e della vita, ricedendo alle tentazioni) quanto il lettore…

Tutti dovrebbero saper distinguere il bene dal male, il bianco dal nero, aspetto che è alla base, secondo un personale modo di sentire, per una corretta comprensione dei racconti e delle favole che non sono tutte interpretabili in chiave iniziatica, essendone state scritte e divulgate altre per confondere le idee e smitizzare, come è avvenuto, il significato profondo delle nar­razioni che oggi chiamiamo fiabe e racconti con simboli e allegorie  . Ma per un aggiornamento sulla contrapposizione tra il bene e il male, una lettura della voce sul Dictionnaire initiatique di Hervé Masson, su tradizione ed esoterismo, L’invenzione della tradizione, di E. J. Hobsbawm e T.Ranger, per iniziazione, un romanzo di W. Golding, Riti di passaggio ed un saggio di A. Van Gennep, I riti di passaggio.2)

Dai tempi della mitologia….potrebbe essere l’inizio…, così come si era proposto di fare nel 1907 P. Saintyves (occasionale o voluto pseudonimo di P. Nourry ?) che nella prefazione a Les Contes de Perrault et les récits parallèles, pubblicati nel 1823 affermava che un mito è sempre e soltanto il commento, l’esegesi di un rito: su questa base egli interpretò i racconti come sopravvivenze a livello narrativo di antichi rituali, calendariali o iniziatici.3).  Così Cenerentola è la fidanzata del Sole, la matrigna è l’anno vecchio, le sue figlie i mesi dell’ in­verno destinati a cedere all’arrivo della primavera,4)  Pollicino è l’adolescente che viene condotto dal padre nella boscaglia dove dovrà subire pericolose prove iniziatiche. Cappuccetto rosso (sia nella stesura di Charles Perrault che in quella dei fratelli Grimm che si discostano tra loro soprattutto nel finale) è la trasposizione di fatti rituali iniziatici: Cappuccetto rosso era un’adolescente molto bugiarda….sentenzia la giuria popolare del processo simulato a Venezia nell’ ottobre 1984 (magistrati Luigi M. Todaro, Valeria Castagna e Gino Contini, pubblica accusa il magistrato Aurelio Verger, parte civile l’avvocato Antonio Franchini, difensore l’avvocato Domenico Carboni Schittar, studioso di antropologia ed inventore del processo che ha sostenuto la tesi che protagonista è un uomo, uno stregone travestito da lupo, simbolo della società pastorale e nomade, del bene e, più tardi, ma incolpevole, perché il fatto storico che sta sotto la fiaba è un rito di iniziazione. Attraverso la paura, il buio, la tortura, un creduto stato di morte e una resurrezione magica, si addestravano -gli adolescenti alla vita…) Secondo Erich Fromm. . .il “cappuccetto di velluto rosso” è un simbolo delle mestruazioni… Questa fiaba, in cui le principali figure sono rappresentate da tre generazioni di donne (il cacciatore che appare alla fine è la figura convenzionale del padre senza peso effettivo), simbolizza il conflitto tra maschio e femmina; è la storia del trionfo delle donne che odiano gli uomini, e termina con la loro vittoria, esattamente all‘opposto del mito di Edipo nel quale si afferma la figura dell’uomo 5)…Questo il parere dello psicoanalista tedesco che ha tentato una integrazione tra psicoanalisi e marxismo…

L’opinione e la spiegazione di psicologi e psicoanalisti è essenzialmente scientifica (umanamente arida) e lascia alquanto increduli: Bruno Bettelheim, psicologo dell’infanzia, si produce in questo enuncia­to a proposito della fiaba Hansel e Gretel:.. tratta delle difficoltà e delle ansie del bambino che è costret­to a rinunciare al suo attaccamento dipendente dalla madre e a liberarsi della sua fissazione orale… Hansel e Gretel, succubi della loro fissazione orale, non esitano a mangiare la casa che simboleggia la cattiva madre che li ha abbandonati 6).

Charles Perrault fu chiamato all’Académie Francaise nel 1671 e partecipò, dopo averla suscitata, alla Querelle des ancients et des modernes, dichiarandosi a favore dei moderni nei dialoghi satirici Paralleli degli antichi e dei moderni e in Gli uomini illustri che sono apparsi in Francia durante il XVII secolo.   Il suo  nome  è  legato   a I racconti di mia madre Oca: 11 racconti di fate (Otto in prosa e tre in poesia) che sono tra i più famosi esempi di letteratura per l’infanzia: La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto rosso, Barbablu, il Gatto con gli stivali, Cenerentola, Pelle d’asino.. .Inaugurò, con questi raccolti, il genere letterario della fiaba che non aveva precedenti in Francia.

Per Vladimir Jakovlevic Propp7) il passaggio dal rito al mito è inteso come un fatto di generazione; il “mito” folklorico comincia ad esistere quando il “rito” che lo ha fatto nascere cessa di essere praticato e rappresenta per questo una sopravvivenza in sé non decifrabile nel suo senso ‘storico’. E’ peraltro possi­bile superare questo atteggiamento (pseudo) storico, ipotizzando che anche nelle culture folkloriche europee moderne, materiali mitici e rituali siano in rapporto di “attualità”, e che miti e riti costituiscono trasfor­mazioni diverse di elementi diversi.

La fiaba è introdotta nel bacino del Mediterraneo in epoca medioevale, posteriormente alle invasioni barbariche: è regalia delle popolazioni nordiche e indiane. Recentemente, recensendo il Dizionario della fiaba (oltre che catalogo ragionato delle voci che corrispondono a personaggi e oggetti ”iabeschi”, è interpretazione di valori simbolici e funzioni narrative delle oltre settecento fiabe che compongono il repertorio italiano), Roberto Denti scrive:…uno strumento validissimo non solo per chi è convinto che il           mondo della fiaba non sia indispensabile soltanto alla prima infanzia a cui da troppi anni è stata relegata (e che richiede sempre da parte dell’adulto una profonda competenza) ma anche a coloro che non dimenticano come in esso possiamo ritrovare gran parte delle nostre radici antropologiche8)

Infatti.. .Immagini, storie, simboli, emozioni accompagnano da sempre l’infanzia. Edward Clodd è l’autore di Fiabe e filosofia primitiva. Saggio sulla filosofia selvaggia nelle novelle popolari, pubbli­cato nel 1906, nel quale prendendo spunto dalla fiaba per noi non molto nota Tom Tit Tot e dalle sue varianti scozzese, basca, indiana, tirolese e gallese illustra i caratteri incidentali delle fia­be, le idee primitive sui nomi, la magia ed i tabù, le parole, il nome e l’anima: caratteri universali che caratterizzano la gene­ralità delle fiabe.

Pinocchio è oggi sinonimo di bugiardo anche nell’aula del Parlamento grazie ad una fortunata trasmissione televisiva che in­dubbiamente è del tutto fuorviante delle intenzioni dell’inventore del burattino più famoso del mondo. Carlo Lorenzini, in arte Collodi,9) si accostò incidentalmente alla fiaba: nel 1875 il libraio/editore Felice Paggi gli chiese di tradurre le fiabe di Perrault:;10) incarico accettato.. .prima con curiosità, poi con entusiasmo, e già entro l’anno uscirono i Racconti delle fate… che lo orienteranno per sempre alla letteratura infantile;11) una “Avvertenza” precede quei racconti: Nel voltare in italiano.., m’ingegnai, per quanto era in me, di serbarmi fedele al testo francese. Parafrasarli a mano libera mi sarebbe parso un mezzo sacrilegio. A ogni modo, qua e là mi feci lecite alcune leggerissime varianti, sia di vocabolo, sia di andatura di periodo, sia di modi di dire: e questo ho voluto notare qui in principio, a scanso di commenti, di atti subitanei e di scrupoli grammaticali o di vocabolario: Peccato confessato mezzo perdonato: e così sia.. .A dire il vero i peccati di Collodi sono tanti e, come accade nella vita.. .sono tra le cose più piacevoli. La Corte del Re Sole si trasferisce con il suo seguito luminoso, in una Toscana insieme granducale e umile 12) .E così via. Qui, anticipando per qualche verso il carattere di Pinocchio, sta l’originalità del Collodi che di fatto “crea”, sulla trama di Perrault, qualcosa di nuovo, tant’è che I racconti delle fate vengono pubblicati non come traduzione, ma con il nome “Collodi” in copertina.

Senza dubbio Collodi conosceva il linguaggio della tradizione: Le avventure di Pinocchio sono un percorso iniziatico scandito secondo le fasi dell’opera alchemica: riassumere in poche righe i tanti simboli a sostegno di questa tesi, non è agevole e sarebbe anche prosa noiosa per il lettore che sicuramente ricorda l’episodio della lapide della bambina dai capelli turchini abbandonata dal suo fratellino Pinocchio.. . il principio dell’iniziazione del burattino ammesso ad una prima gnosi effettiva: la seconda . . .nel ventre della balena dove il burattino Pinocchio rinviene una candela, un tavolo, residui di cibo, cioè gli ingredienti di un momento di un cerimoniale iniziatorio ancor oggi praticato nelle logge libero-muratorie: il cosi detto Gabinetto di riflessione13). Anche il burattino Pinocchio impiccato come l’Appeso dei tarocchi è parte del percorso iniziatico14). Poco interessa che Carlo Lorenzini/Collodi sia stato affiliato ad una loggia moratoria, fatto non fondamentale ai fini della comprovata conoscenza iniziatica, in quanto Lorenzini/Collodi può aver ritrovato altre vie, altri percorsi per conseguire l’iniziazione15): è fondamentale, di contro, constatare che Pinocchio è un percorso iniziatico sotto forma di racconto nel quale sono presenti una serie di simboli da attraversare o superare per passare dal male al bene: così lo è, con diversi valori, la Divina Commedia.

Molteplici le chiavi di lettura date a Pinocchio: piace ricordare, contemporanei di Croce, quella di Pietro Pancrazi che nel 1921 considerò per primo in Italia, sulle orme del francese Paul Hazard, l’opera di Collodi adatta anche agli adulti: una svolta cui seguì, nel ‘933 il Commento a Pinocchio di Armando Michieli:16) . . .ciò che si può dire ai fanciulli, giova pure dirlo agli adulti… Collodi parla ai fanciulli, ma anche agli adulti… ci riconduce ai primi anni, quando la mamma, che era la nostra Fata reale, metteva sulla nostra fronte, curva sul magico libro, un tenerissimo bacio.. .Lorenzini non è un predicatore, un moralista che si proponga una missione, non è neppure un pedagogista… Lorenzini persuade con i fatti più che con le parole… I libri di Collodi sono libri di verità. Di vera libertà… E quando Pinocchio, burattino di legno chiede ed ottiene di diventare un ragazzo per bene, compie cioè l’evoluzione più completa della libertà, libertà nel bene, allora si ha il capolavoro… Un insieme di verità e fantasia che non si sa dove l’una finisca e l’altra cominci.., tutto è rivestito di umorismo, che è la nota fondamentale, commento dell’esperienza, molto più efficace delle ammonizioni. . .Le avventure di Pinocchio si compon­gono di un ‘unità morale. Due estremi: Pinocchio burattino e Pinocchio ragazzo,… Il legno […un legno animato] di cui è composto Pinocchio è.. .il principale elemento comico del romanzo.., costruzione che salta, corre, si divincola, nuota, picchia, piange, grida, si commuove, ride, si lamenta, beffa, piace.. . E’ il     divertimento del teatro dei burattini… Elemento comico, ma anche morale. Perché Pinocchio è un libro di allegoria: dir così non è un‘esagerazione… E’, infatti, l’aprirsi al simbolismo che avrà in Giorgio Manganelli17) e nel suo Pinocchio: un libro parallelo, una puntuale (e qua e là esasperata) interpretazione psicoanalitica del racconto; ricordando l’amico nel giorno della morte (28.5.1990), Alfredo Giuliani scri­ve: Dalla parte di Pinocchio… Negli ultimi anni cinquanta, tanto lontano risaliva la nostra amicizia, il nostro eroe preferito, più volte oggetto di labirintiche e gratificanti chiacchiere, era Pinocchio. Pinocchio ci ap­pariva disubbidiente per eccellenza; e diversamente da  tanti altri, noi a Pinocchio non trovavamo niente da rim­proverare. Tutti sanno che al Collodi si è sempre eccepito il finale del libro laddove il burattino si dichiara “con­tento di essere diventato un ragazzino perbene”. Per noi scandalizzarsi di tale metamorfosi (che conclude un li­bro ricco di metamorfosi misteriose) non aveva molto senso. Ecco, in Manganelli, nel suo ilare sarcasmo, agi­va l’incongruenza coerenza di Pinocchio, delizioso custode dell’errore e perciò destinato, alla fine, pedagogi­camente, a rientrare, non senza ironia, nei ranghi; e ciò per il burattino equivale a morire 18).

… Che Pinocchio sia stato . . . Scritto per i grandi facendo finta che sia per i piccoli.., esprime l’esigenza dell’ordine morale ma anche di quel tanto di disordine, di inquietante mistero non razionalizzabile che è nella vita.., è pensiero anche di Claudio Magris.

1)-   Tilde Giani Gallino, Raccontate e guarirete. Eterne voci del­l’inconscio, tuttolibri, 12.5.1999.

2)-  L’invenzione della tradizione, Einaudi Editore, Torino 1987 (Cambridge University Press, 1983); Riti di passag­gio, Longanesi Editore. Milano 1982 (Faber and Faber, London 1980);  I riti di passaggio, Boringhieri Editore, Torino 1981 (E. Nourry, Parigi 1909).

3)-  Non pochi i libri intorno ai ‘miti’ pubblicati nel 1998: R. Callois, Il mito e l’uomo, Bollati Boringhieri Editore, Torino; tre edizioni dei miti greci di Apollodoro: Fondazione Valla, Adelphi (con il titolo Biblioteca), Oscar Mondadori (Il libro dei miti); due dizionari: L. Biondetti, Dizionario di mitologia classica. Dei, eroi, feste, Baldini e Castoldi. Milano; E.M.Moormann e W Uttrhoeve, Miti e personaggi del mondo classico. Dizionario di storia, letteratura, arte, musica, Bruno Mondadori, Milano.

4)- A Cenerentola fu dedicato nel 1984 un festival cinematografico a Gabicce Mare con in programma Cenerentola di Fernando Cerchio (1949) dall’opera di Rossini, libretto di J. Ferretti; Cindarella di Disney (1950) dalla fiaba di Perrault: The Slipper and the Rose. The story of Cindarella di Brian Forbes (1976), ancora da Perrault; Cenerentola 80 di Roberto Malenotti (1983); Oreste del Buono, La Stampa, 8.7.1984: Cenerentola era un’as­sassina? Metamorfosi di una fiaba che viene da lontano: ingannevolmente semplice come Cappuccetto Rosso, nasconde invece una massa tumultuosa di materiale complesso. Nel mondo occidentale arrivò pubblicata in napoletano con titolo”La gatta Cenerentola”. Una storia intricata e decisamente nera: principi, fate, ma anche un piano criminoso: Fino al 1983 se ne contarono 345 versioni: da allora quante turpi varianti sono state elaborate?

5)-  E.Fromm, Il linguaggio dimenticato, Ivlilano 1977, pag. 228.

6)-  B. Bettelheim, Il mondo incantato, Milano 1977, pag. 176.

7)- 1895-1970, saggista russo. Studioso del folklore, ha pubblicato saggi di fondamentale importanza sugli elementi compositivi della fiaba: Morfologia della fiaba (1928), Le radici storiche dei racconti di fate (1946; 1949 in italiano).

8)- Dizionario della fiaba. Simboli, personaggi delle fiabe italiane, a cura di 6. P. Caprettini, C. Carlevans, A. Perissinotto, P. Osso, Meltem Editore 1998 (con un cospicui indici “delle raccolte regionali”, “alfabetico dei titoli”, “delle unità figurative” ed una ampia “Bibliografia”. Lo stesso editore ha mandato in libreria M. Varano, Guarire con le fiabe. Come trasformare la propria vita in un racconto, 1998, intorno alle cui tesi Tilde

9)- Lorenzini assunse il nome d’arte Collodi nel 1859, al suo trentatreesimo comple­anno (numero di un certo significato esoterico, summit della scala del Rito Scoz­zese Antico ed Accettato; Collodi è il nome del paese natio della mamma: potreb­be derivare da cum-lode che nelle saghe medioevali indica il ritrovamento del senno perduto (am-lode da cui Amleto). Giornalista umorista, collaborò a vari periodici (La Nazione, Il Fanfulla, il Giornale per i bambini di cui fu anche Direttore; fu soprattutto scrittore di libri per bambini: Gli amici di casa, Un romanzo in vapore, da Firenze a Livorno, guida storico umoristica, Il signor Alberi ha ragione, Racconti delle Fate, Giannettino, Minuzzolo, Macchiette, Il viaggio di Giannettino per l‘Italia, Storie allegre, Occhi e nasi. Ricordi dal vero e, anche, I misteri di Firenze ad imitazione dei misteri di Parigi di Sue. L’Espresso (15.4.1999): Le avventure di Pinocchio avrebbero un seguito. Esce, dopo 116 anni dalla sua prima edizione, presso l’editrice La Scuola, “L’altro Pinocchio “, di Vito Costantini. A cura di Barbara Quagliarini con un’appendice di “materiale di lavoro” ad uso degli insegnanti. L’autore ha rinvenuto, tra le pagine di due vecchi volumi comprati da un rigattiere quattro fogli manoscritti

[riprodotti nel volume con la firma di Carlo Collodi e datati 21 ottobre 1890
[cinque giorni prima della morte di LorenzinilCollodi]

. Gli inediti sarebbero stati scritti poco prima di morire. La casa editrice bresciana ha deciso di mandarlo alle stampe, e lasciare l’ultima parola agli esperti. Il libro si apre con Pinocchio che si risveglia da un lungo sogno: aveva creduto di essere trasformato in un bambino in carne e ossa. Ma è un diverso

“Pinocchio” scritto da Vito Costantini e corredato da note esplicative di termini il cui significato sfugge, forse, ai bambini. Ma Pinocchio è anche dal 1998 un Balletto-fiaba con le coreografie di Anna Razzi e Joseph Fontano, scene di Lele Luzzati, costumi di Giusi Giustino e musiche di Gaetano Panariello: spettacolo da non perdere, ricco di fantasia e ben interpretato realizzato dalla Scuola del Teatro San Carlo e rappresentato a Milano al Nuovo Piccolo Teatro il 22/23 aprile 1999.

10)-  Charles Perrault approda pur egli in età matura alla fiaba, superati i cinquant’anni, vedovo, padre di tre figli.

11)- Collodi nasce nel 1826: 49 anni nel 1875: era segretario di prima classe presso la Prefettura di Firenze; giornalista arguto, un repertorio di commedie di discreto successo e di romanzi destinati ad assicurargli l’oblio (I misteri di Firenze). Aveva diretto, a più riprese, un giornale satirico/politico Il Lampione, che doveva “far luce a chi brancolava nelle tenebre”.. .(G.Pontiggia, Prefazione a C. Collodi, I racconti delle fate, Adelphi Editore, Mila­no 1990).

12)-  G. Pontiggia, op.cit., pag. XVIII.

13)-  Una prova”ricostruita” della affiliazione di Carlo Lorenzini ad una loggia muratoria è in N. Coco e A. Zambrano, Pinocchio e i simboli della “Grande Opra”, Atanor Editrice, Roma 1984; ripresa da Fernando Tempesti (con la lettera del 1844 di Carlo Lorenzini al libero muratore Piero Barbera la cui chiusa è.. .ln ogni modo mi creda, il “fratello” Collodi) nella prefazione 1980 a Chi era il Collodi. Com‘è fatto Pinocchio al Pinocchio pubblicato nell’Universale Feltrinelli, 1972 con un saggio introduttivo di oltre cento pagine:Femando Tempesti è forse il maggior studioso italiano di Pinocchio.

14)-  M.T Fiorentino, Tarocchi e cammino iniziatico, Mediterranee Editrice, Roma 1997, pag. 92 e sgg.

15)-  Le logge muratorie conferiscono soltanto una iniziazione virtuale, favoriscono cioè motivi di riflessione, di meditazione, indirizzi, percorsi per conseguire l’illuminazione. La via è individuale, non collettiva.

16)-   Armando Michieii, Commento a Pinocchio, Fili Bocca Editori, Torino 1933.

17)-   Giorgio Manganeili, Pinocchio: un libro parallelo, Einaudi Editore, Torino 1977.

18)-   Alfredo Giuliani, Dalla parte di Pinocchio, la Repubblica, 29.5.1990.

2° parte

Un percorso iniziatico nelle fiabe e nei racconti:

anche Pinocchio…

di Donatello Viglongo

Fernando Tempesti, autore di un saggio/introduzione al Pinocchio da lui curato nel 1972, fa risalire il dialogo del Collodi a quello del teatro popo­lare toscano ed in particolare alla maschera di Stenterello; rileva anche ne Le avventure di Pinocchio una stesura non unitaria, ma tre distinti mo­menti tra loro intervallati, con un forte stacco tra il primo e il secondo tempo… ma lo stacco è sensibile anche fra il secondo e il terzo tempo1); fatto che nulla toglie all’unitarietà del racconto che anche per il Tempesti…piace, malgrado o appunto per il suo non proprio per i bam­bini, e poco confessabile, modello; e il suo autore si gode la libertà….che probabilmente lo faceva qualche volta impallidire nel Umore che il suo contrabbando formale…fosse scoperto e interpretato per quello che era, l’intrusione della forma essenziale di un personaggio non per bambini in un giornale per bambini… Una libertà non di tutto riposo….piacevole ma poco tranquilla, che gli mette una gran fretta di finirla, di concludere ed impiccare il suo burattino, per scrivere, se non altro, la parola fine…. .Ma l’editore Guido Biagi insistette con la complicità dei piccoli lettori e quando riprese il racconto….Collodi non distrusse la forma, la struttura base del suo personaggio, semplicemente aumentò i cenci favolistico-pedagogici del suo travestimento, lo fece ancora più travestito che non fosse prima… Scrive Pietro Citati (la Repubblica, 26.1O.1990):…Sebbene ‘Minuzzolo’ e le traduzioni delle fiabe siano deliziosi, niente, in questi libri, preannuncia lo scoppio improvviso e grandioso di genialità che fa di Pinocchio il terzo libro di prosa del nostro Ottocento, dopo ì Promessi Sposi e le Operette morali. Come Carlo Lorenzini, colle sue bombette, i toscani, le pistole con­tro i ladri e il fazzolettone rosso per la spesa, abbia potuto scrivere ‘Pinocchio’ resta, in buona parte, un mistero. Sappiamo quando lo scrisse…perché uno dei libri più felici e ariosi di ogni tempo non nacque dall’ispirazione feconda di un grande scrittore a puntate, come Dumas e Dickens, ma da una ispirazione intermittente, che si interruppe e si arre­stò più volte. L’unica cosa certa è che Collodi non era solo. Aveva letto l’Odissea, Gli uccelli di Aristofane, Apuleio, la Storia vera di Luciano, le  Favole francesi, Le avventure di Robinson,  I viaggi di Gulliver e con l’aiuto di questi libri è possibile scrivere qualsiasi racconto fantastico…..libro inspiegabile: nato per metà dal calcolo accurato di un artigiano metico­loso, e per l’altra dall’ispirazione imprevedibile che scende dai campi misteriosi della Favola… Ma quel.. .Collodi non era solo, può far pensare ad un lavoro di gruppo, di una equipe.. . La Loggia? Un pensiero anche di Nicola Coco e Alfredo Zambrano. Nel loro Pinocchio e i simboli della Grande Opera 2)si riallacciano alla affermazione di Roberto Calasso3): Un libro iniziatico? Chiunque sperimenti qualcosa, senza saperlo si inizia. E poi i libri inizia­tici sono quelli che hanno maggiore diffusione: si pensi alla Bibbia ed a Pinocchio per sottolineare come le Avventure non possano non essere considerate diversamente da un viaggio in altra dimensione esistenziale o come una via di iniziazione intesa nella sua portata operativa…  Uno stu­dio che è analisi minuziosa ed approfondita delle Avventure con richiami antropologici-culturali, alchemici, al simbolismo tradizionale, alla libera moratoria: un testo da leggere per rivivere quel capolavoro letto ed ascolta­to nell’infanzia senza andare oltre al senso esteriore della favola e, al più, al significato letterale. Leggere quelle pagine e capire, vivere il percorso iniziatico del burattino Pinocchio… .Rivisto da un’angolazione realmente alternativa e sulla scorta di un complesso lavoro esegetico sul mito, sulla ritualità e sulla simbologia, il capolavoro collodiano laudato e chiosato da generazioni di commentatori acquista tutt’altra significatività e, for­se anche dimensione. Ma poi, le Avventure distillate sul periodico Giornale per i bambini, appartengono veramente ad un’unica mano, o piuttosto si collocano a livello esponenziale di un circolo, di un cenacolo, di una cate­na di iniziati?…

La balena: La grande balena spruzza4)….dalla tradizione biblica alla mitologia classica, dai bestiari alle favole dei santi del Medioevo è un proliferare di miti e saghe sul più grande mammifero della terra… L’avventura di Giona, l’incontro di Pinocchio, i duelli di Moby Dick: nei libri che formano la cultura occidentale a cetacei e capodogli spetta un posto d’onore…

Da Esopo a Fedro, a La Fontaine5) (si ispirò principalmente ad Esopo del quale scrisse una biografia fantastica, premessa all’opera; si ispirò an­che a Fedro, Orazio e Rabelais. L’intento dichiarato, ma non sempre rag­giunto, fu moralistico; nelle favole rappresentò la vita umana con al centro dell’attenzione la società francese del tempo), si rincorrono i valori moralistico-simbolici attribuiti agli animali, tra cui la balena, ma anche il cane (Anubis, Cerbero…Associato alla morte, agli inferi, al mondo sotter­raneo, ai regni invisibili: guardiano dell’oltretomba e guida alle anime dei morti…) Indubbiamente i personaggi, gli animali, gli ambienti che anima­no le fiabe hanno un riscontro con un simbolo: i nani, per esempio, legati alle grotte, alle caverne nei fianchi delle montagne, accompagnano spesso le fate (signore della magia, simbolo dei poteri dello spirito e delle capacità d’immaginazione… dall’apparenza aerea), personificano le manifestazioni incontrollate dell’inconscio e sono considerati invulnerabili, irresponsabili ed ascoltati come dei folli che rivelano un mondo sconosciuto….Il principe rappresenta la promessa di un superiore potere, la preminenza fra i suoi simili: il principe azzurro che risveglia la principessa addormentata nel bo­sco, esprime le virtù regali allo stato adolescenziale ed a lui è legata l’idea di giovinezza e splendore….Un caso a parte il principe delle tenebre, Lucifero….I colori….Il bianco, con il suo contrario, il nero si pongono alle estremità del­la scala cromatica: sono sempre presenti nelle fiabe ed ognuno ha una sua ragione, motivazione e significato simbolico: il viola è il colore della tempe­ranza (XIV arcano dei Tarocchi), composto in uguale proporzione dal ros­so (colore del fuoco e del sangue strettamente legato al principio della vita) e dall’azzurro, il colore più profondo, più immateriale, presente nella natu­ra come trasparenza, fatto di vuoto: vuoto dell’aria, vuoto dell’acqua….Sono, queste, alcune concatenazioni, parallelismi, collegamenti tra i simboli, le fiabe e la vita quotidiana con le sue credenze, almeno nella stagione arcai­ca, l’epoca d’origine dei racconti popolari…

Anche Severino Boezio6) confrontò animali e uomini che si sono allon­tanati dalla via del bene. Il simbolismo attribuito agli animali si differenzia secondo le epoche ed i paesi, ma sempre risponde alla necessità di facilitare la comprensione della morale religiosa: per quanto si riferisce alla balena, questa occupa un ruolo ragguardevole ed incarna spesso la mostruosità più oscena e terrorizzante. Ed a Boezio fa riferimento Dante….Ma se i filologi avessero dato orecchio principalmente a Dante, costui gli avrebbe menati dritto dritto a Boezio, e questi alle scuole dei misteri platonici e della filoso­fia occulta7).

Non è casuale il richiamo alla Commedia dantesca: c’è un parallelismo a distanza di secoli tra Dante e Collodi. Intorno al primo non è ancora placa­ta la polemica tra i sostenitori della tesi che vuole Dante ed i Fedeli d’Amo­re cantori di fanciulle reali, in carne e ossa, vale a dire una eccelsa poesia cristiana e basta e Ugo Foscolo, Gabriele Rossetti, Giovanni Pascoli, Luigi Valli e tanti altri ancora che sostengono essere quella poesia che s’asconde sotto il velame, messaggio iniziatico a sfondo politico-riformatore. Dante iniziato e Dante cantore di Santa Romana Chiesa.

Collodi….Pinocchio… E’ un riformista, secondo il professor Vittorio Frosini8) per il quale….Con la storia del Burattino, Collodi addita i mali del tempo e quindi i rimedi, di foggia moralistica. Come è ovvio per un mazziniano. Sbaglia chi è accaduto in Italia e in Urss legge Pinocchio in chiave rivoluzionaria. Il libro mira a correggere l’Italia di fine Ottocento, non a ribaltarla, a rifondarla…

E dagli con Pinocchio! Da mazziniano a cattolico. Così laici e cattolici vogliono appropriarsi del Pinocchio-pensiero, Biffi, Pinocchio e la Cri­stianità, Pinocchio? Un fratellino della Loggia di Firenze.9)  Da una parte Giacomo Biffi, Cardinale di Bologna

(1993, aprile: ad Aosta, in una conferenza sul capolavoro del Collodi affer­ma…. L’incredibile successo di Pinocchio non si può accordare con l’inter­pretazione moralistica che lo assimilerebbe alle stucchevoli letture educative dell’Ottocento.. .Se questa fosse l’anima dell’opera, probabilmente non avrebbe oggi più lettori di quanti non ne abbiano l doveri dell’uomo di Mazzini in aperta polemica con il prof. Giovanni Spadolini, storico, uomo politico di di­chiarata fazione, senatore; 1998, agosto: ripubblica negli Oscar, un libretto Con­tro Maestro Ciliegia. Commento Teologico alle Avventure di Pinocchio (Jaca Book Editrice, Milano 1977): singolare interpretazione in chiave teologica del racconto: capitolo per capitolo il cardinale evidenzia affinità e concetti della predicazione del clero che il Collodi, certamente a sua insaputa, ha celato nel capolavoro: l’opera di Collodi contiene cioè un messaggio positivo che è quasi un quinto vangelo… Chi ha mai negato i contenuti altamente morali racchiusi nelle Avventure? Ma è sicuro il cardinale Biffi che Collodi-Lorenzini, laico e Libero Muratore (come sembra certo) non avesse coscienza di quanto scrive­va… Opinione che lascia sconcertati….Non è che il Cardinale, la Chiesa voglia­no appropriarsi, far loro Collodi, laico (e religioso) così come in passato è acca­duto per la Commedia di Dante, altro spirito laico e religioso?). 238 pagine, il Commento teologico del Cardinale Buffi, da lui definito libretto e piccolo seme di libertà nel Commiato a cui segue una Postilla su il caso Pinocchio e del suo autore. La verità oltre le ideologie, postilla che sembra riassumere il pensiero dell’autore di questa interpretazione che se non strumentalizzata è ’asservita al dogmatismo della Chiesa, sul quale fa adagiare, con stringente, ma non sem­pre scorrevole ragionamento, momenti della vita di Lorenzini/Collodi e capi­toli od episodi delle Avventure. Una chiave di lettura che non lascia dubbi sulla volontà dell’autore di dimostrare infondate e di parte le altre non poche letture dalle quali il Cardinale Biffi vorrebbe differenziarsi in virtù della predestinazione a lui riservata sin dal  07.12.1935, ricorrenza di Sant’Ambrogio, giorno in cui il padre gli fece dono delle Avventure….il primo libro della mia vita.., quasi a riconoscere informa per così dire ufficiale la mia capacità di leggere recentemente acquisita.. .Doveva avere non più di sette/otto anni il poi Cardinale Biffi visto che camminava….la mano nella sua mano ruvida e forte di suo padre. Poi… Un giorno non databile della mia giovinezza, mi apparve la luce.. .Sotto il velame della fiaba, traspriva una dottrina nitida e definita.. .Quanti anni aveva allora Giacomo Biffi  ‘giovane’?

Quanti anni di studi in seminari ed istituti chiesastici o monacali ad unico indi­rizzo di studi aveva frequentato? Era forse già sulla via predestinata del cardinalato? Commento teologico, il significato ed il contenuto sono chiarissi­mi: interpretazione di parte, come altre, alla quale i media hanno dato inusita­to risalto essendo l’autore principe di santa romana Chiesa.. .Considerazione che vale anche per l’altra parte: il Senatore Spadolini, storico, ‘firma’ di quoti­diani e periodici, ma anche Segretario di un Partito (il Repubblicano) e Presi­dente del Senato: personaggio di richiamo per i media: da tempo, anche in contributi giornalistici (La Stampa, 6.2.1990: Collodi,  profeta triste dell’Italia moderna ed altrove) sosteneva la tesi di un Pinocchio [che] offre uno spaccato della società italiana in via di costruzione che parte da una finalità ideale, tipicamente mazziniana, di una società migliore. La morale del Collodi è la morale dei Doveri dell’uomo, la redenzione operata da un burattino che diventa uomo è la redenzione laica di chi si appoggia alle proprie forze e fa leva sul libero arbitrio. (nell’Autunno del Risorgimento aveva collocato il falegname letterario fra gli lmmortali d’Italia per l’opera che trova le vie del cuore….che nasce da una vita smagata, di delusioni, di patimenti. L’antico mazziniano del ‘48 non si riconosce nell’Italia dei primi anni del regno, così incerta e malferma, gravata da tante ingiustizie. E il suo libro nasce da un amore per la patria che si fonde vorrei dire mazzinianamente con l’amore per l’umanità… E altrove (La Stampa, 20.10.1990) : Pinocchio, summa di tutte le malinconie e di tutte le frustrazioni del suo autore, servirà a guidare intere generazioni di italiani e costituirà, insieme col Cuore il più saldo fondamento della pedagogia nazionale…Se la trasformazione in asino aveva rappresentato la punizione e il castigo per la smodata voglia di divertimento e di piacere, l’avventura, fra tragica e surreale, del pescecane sarà la via per la riconquista della personalità, per il ritorno a quella condizione umana, che impone ogni giorno una fatica e una dedicazione senza limiti.. .Là fatina dai capelli turchini, che riporta Pinocchio sulla via del bene, non è altro che l’espressione allegorica del miracolo borghese, di quella fede nella bontà dell’uomo, che toglie ogni margine alla trascendenza, che sostituisce, fin dall’infanzia, Dio con le fate, il demonio con l’orco. Interpretazione anche questa a senso unico nella quale èstrumentaliz­zata ed esasperata la presenza militante di Carlo Lorenzini (non ancora Collodi) a Curtatone e Montanara, la successiva vicinanza all’impresa sabauda di unifi­cazione italiana, ambiente che abbandonò presto per la professione e l’impie­go statale…

Lorenzini/Collodi scrisse un racconto con contenuti di profonda simbologia iniziatica, intelligibile a chi sa leggere.. .Chiese, partiti politici, uomini di chiesa e politici di parte avrebbero dovuto, dovrebbero rispettare la realtà e non tentare di appropriarsi delle glorie letterarie, poetiche, scien­tifiche d’Italia con interpretazioni che nulla hanno a che vedere con la criti­ca legittima, dovuta ma obiettiva sul contenuto dell’opera: non stiracchiata a destra o a sinistra o al centro di schieramenti comunque sempre di parte.

In margine alla polemica Fernando Tempesti esprime il convincimento che non c’entrano né mazziniani né neoguelfi. Il viaggio del burattino al­tro non è che l’allegoria dell’affiliazione alla Massoneria, visto tra l’altro che Carlo Lorenzini faceva parte della più importante loggia di Firenze (Giovanni Neri, Il Secolo XIX, 18.4.1993 e con altreparolema identico significato, Vittorio Paliotti, Il Mattino 18.04.1993)

Sussiste una metafora religiosa nella fiaba del burattino, che deve farsi  uomò [che] si sposa alla liturgia di un cammino iniziatico che prevede dure prove da superare, e soprattutto la penetrazione del mistero della morte e della rinascita. In realtà, questo burattino dà molto a pensare su quanto rappresenta nel mondo inesplicabile della fiaba: in tutto ciò che gli accade c’è qualcosa che sfugge sia alla logica del racconto che a quella dell’invenzione fantastica, senza che l’autore stesso riesca a venirne a capo. Nelle intenzioni di Collodi, probabilmente, le disavventure di Pinocchio sono un monumento alla morale dell’epoca, della quale, senza volerlo finiscono per denunciare le più aberranti crudeltà, scrive Franco Cuomo10).

Cecilia Gatto Trocchi in una ricerca sulle radici storiche dell’esoterismo in Italia, dedica un capitolo alla Iniziazione di un burattino meraviglioso nel quale richiama il pensiero di Asor Rosa: C’è chi vede in Pinocchio una piatta ideologia borghese che tenta di ricondurre a un ordine e a una di­sciplina la fantastica irrequietezza popolare; l’Autrice svolge un’indagine ragionata non priva di originalità correlando le Avventure di Pinocchio con Il libro dei morti egizio, L’Asino d’oro di Apuleio, il Serpente verde di Goethe11)….L’erudizione supporta la volontà di dare sempre nuovi riferimenti di carattere iniziatico: lecita fatica che sfocia quasi sempre nella simbologia libero-muratoria con espressioni a volte ironiche, altre volte stantie cita­zioni difatti sepolti dalla polvere del tempo a danno della moratoria che è, ancor oggi, l’unica istituzione iniziatica attiva in Italia soggetta a persecu­zione da sempre dalle chiese dominanti nella penisola12).

Collodi libero muratore come pare essere certa Maria Teresa Gentile (L’albero di Pinocchio, Roma 1982)? o solamente partecipe intelligente dell’ambiente toscano secondo l’opinione di Tina Tomasi (Massoneria e scuola, 1980), sul quale influirono non poco le logge Nuovo Campidoglio e Concordia con particolare riguardo alla struttura della scuola ed alla rifondazione di una morale laica (religione civile, per taluno) da contrap­porre al clericalismo? Lorenzini/Collodi fu vicino, fu corteggiato, assunse anche la direzione del Giornale per i bambini, da Ferdinando Martini fondatore del Fanfulla della Domenica e del Giornale per i bambini, perso­naggio di rilievo nella cronaca politica, Ministro della Pubblica Istruzione nel 1893, molto vicino ad Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, figura centrale delle vicende pubbliche dell’epoca; Martini è libero muratore ed amico fraterno di Carducci, altro libero muratore: l’intento era realizzare la rifondazione di una pedagogia laica per togliere i fanciulli dalle ugne dei preti:13) in questo ambiente culturale, laico (e anticlericale) lavora e vive Lorenzini/Collodi… E’ di scarso rilievo avere certezza della affiliazione di Carlo Lorenzini/Collodi ad una loggia, anche perché le vie tradizionali per conseguire la conoscenza iniziatica sono più di una:

Lorenzini/Collodi può aver percorso altra via per conseguire l’iniziazione:14) è di primaria importanza riconoscere Le avventure di Pinocchio in un percorso iniziatico nel quale sono presenti simbologie da attraversare e su­perare per ’rinascere’ a nuova vita, per distinguere il bene dal male: un per­corso iniziatico così come è, in un’epoca e valori diversi, la Divina Comme­dia. E non è rilevante, in questa sede, approfondire se il Grande Oriente d’Italia, cioè la Libera Muratoria, fosse parte attiva, dirigente del movimento risorgimentale (quindi già moratoria di ispirazione illuminista, la deviazione risorgimentale) o se, al contrario, alcuni non pochi, tanti affiliati alle logge fossero partecipi di quel movimento: Le Avventure di Pinocchio furono, sono racconto che può aver risentito dell’atmosfera di quel periodo storico, così come può aver risentito dell’ambiente tradizionale del quale, indubbia­mente, Lorenzini/Collodi fu partecipe. Le esasperazioni non giovano all’operina….semmai la danneggiano…

1)- La conferma nel 1990 dalla ristampa anastatica delle 26 puntate de La storia di un burattino (Libreria Editrice Salimbeni, Firenze) pubblicate sul Giornale per i bambini di Roma tra il 7.7. 1881 e il 25. 1. 1983 con una premes­sa dello stesso Tempesti; i tre periodi: il primo: 7.7.27. 10.1881 (capito­li I/XV: Pinocchio im­piccato); il secondo: 16.2. – I.6.1882 (capitoli XVI/XXIX); il terzo: 23.11.1882/25.1.1883 (capitoli  XXX/XXXVI).

2)- Linee di approccio an­tropologico-culturale alla ‘religiosità’ ed all’ ‘esoterismo’ delle ‘av­venture’. Con testo a fronte del Collodi anno­tato dagli autori (con una attenta e cospicua bibliografia) cit. Nicola Coco, ricercatore nell’Università di Roma. Alfredo Zambrano stu­dioso delle dottrine er­metiche con particolare riguardo all’alchimia ed ai tarocchi.

3)-  Direttore editoriale Adelphi ed autore di ro­manzi-saggi: L’impuro folle, La rovina di Kasch, Le nozze di Cadmo e Armonia, Ka, quest’ultimo presentato a New York nei primi giorni del dicembre 1998 da Wendy Doniger, docente di Storia delle religioni nell’Università di Chicago e da Gita Metha, lettrice di un capitolo dedicato alla creazione.

4)-  Mario Schiavone, Il Sole 24 Ore, 7.8.1988.

5)-  Le Favole di La Fontaine, traduzione in versi di Emilio De Mar­chi, 1886 con una intro­duzione intelligente sul mondo della favola. Jean Le Fontaine (1621-1695), poeta francese autore di 12 raccolte di favole, rinnovò la tradi­zione esopica, rappre­sentando senza miti i meccanismi elementari della commedia umana. Sulla stessa linea i Rac­conti e novelle in versi, i cui soggetti discendo­no da Boccaccio ed Ariosto.

6- ) 480-525 d.C., filosofo tra i più illustri a caval­lo del V e VI secolo, di­scepolo di Proclo. Con­sole e Senatore di Roma, godette della fiducia di Teodorico; caduto in disgrazia per l’invidia di esponenti goti, mori per supplizio. Scrisse la pre­gevolissima De Consolati o ne Philosophie alla quale si ispirò anche Dante Alighieri.

7)-  Gabriele Rossetti, Il misticismo della Divina Commedia, ‘Capitolo ultimo? Dei 5 volumi de il mistero dell’amor pla­tonico nel Medioevo, Nino Aragno Editore, Torino 1999.

8)-  Vittorio Frosini, La fi­losofia politica di Pinocchio, Edizioni La­voro, Roma 1990.

9)-  Alcuni titoli dell’apri­le 1993: Corriere della Sera (Cesare Medail), la Repubblica, Il Secolo XIX (Giovanni Neri), Il Mattino (Vittorio Paliotti).

10)-  Franco Cuomo Pinocchio uno scomodo burattino. Una fiaba crudele, in Abstracta n. 11, Anno 20. 1/1987.

11)-  R i s o r g i m e n i o esoterico. Storia esoterica d’Italia da Mazzini ai giorni nostri. Oscar Mondadori. 1996. L’Autrice è docente di antropologia culturale nell’Università di Perugia. A. Asor Rosa, Storia d’Italia, voi. IV, Le voci di un ‘Italia bam­bina. pagg. 925-949, Einaudi Editore, Torino 1975.

12)-  Il Vaticano ed il  ‘vec­chio’ Partito Comunista Italiano, le sue recenti trasformazioni ed i ‘nuo­vi’ partiti comunisti.

13)-  La Repubblica, 18.8.1996, Al burattino Pinocchio date squadra e conpasso. Un testo massonico il libro di Carlo Collodi?

14)-  Le logge moratorie conferiscono soltanto una iniziazione virtuale, favo­riscono cioè motivi di ri­flessione, di meditazione, indirizzi, percorsi per conseguire 1’ illuminazio­ne. La via è individuale, non collettiva.

3° parte

Un percorso iniziatico nelle fiabe e nei racconti:

anche Pinocchio…

di Donatello Viglongo

Corsi e ricorsi della storia.

Nel dicembre 1998 studenti delle scuole statali protestano contro l’ipotesi di finanziamento alla scuola pubblica di estrazione privata, studenti delle scuole di estrazione privata religiose con sacerdoti e suore in testa, manifestano per sollecitare l’attenzione del Par­lamento e del Governo, sostenuti dalla Commissione Episcopale Italiana e dallo stesso Pontefice più volte   intervenuto direttamente… E’ un problema, quello I della compatibilità e della parità tra le attuali ‘tre realtà della scuola pubblica (statale, non statale religio­sa, non statale laica) che ha portato sconquasso nell’Ordine libero-muratorio (all’epoca unitario) nel 1908; ora le componenti muratorie italiane sembrano tenersi lontane dal conflitto. Quale il motivo per il quale capolavori laici della letteratura, og­getto di studio e di lettura nelle scuole, debbano essere classificati ed eti­chettati come “patrimonio” di schieramenti religiosi di parte (laicità non vuol dire areligiosità) o da altri, laici ma di parte?…

Non essendo conosciuta una “schola” iniziatica diversa dalla muratoria questa viene sistematicamente aggredita, sia pure con ironia, per aver avu­to questa o quella loggia, il privilegio di ispirare (forse) ad uno od a più tra i suoi affiliati, un percorso iniziatico che recepito è stato trasferito in una composizione diffusa in tutti i paesi del mondo…

Il 7.7.1881  Il Giornale per i bambini, diretto da Guido Biagi, esce con le prime pagine della Storia d’un burattino…una bambinata, come la descri­ve Collodi all’amico; nel febbraio dell’anno successivo il nuovo titolo: Le avventure di Pinocchio: le puntate terminano nel gennaio dell’893 e qual­che giorno dopo esce dall’editore Paggi il volume.

Trascorsi cento anni le celebrazioni: dal convegno di studi sulla Simbologia di Pinocchio” promosso dalla Fondazione Carlo Collodi a Pescia il 24-25/5/1980,all’edizione critica, patrocinata dall’Accademia della Cru­sca e pubblicata dalla Fondazione Carlo Collodi di Pescia a cura di Ornella Castellani Pollidori che ol­tre all’aspetto linguistico riportato ad espressioni vive, vivacissime della par­lata fiorentina, ha felici in­tuizioni interpretative di taluni particolari del rac­conto1) sul quale indugiarono anche Prezzolini e Croce, il quale ammise nel 1937..Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità, ed egli si rizza in piedi ed entra nella vita come l’uomo che intraprende il suo noviziato…

Nel gennaio 1987, a Venezia, per iniziativa di Piero Zanotto s’aprì nelle sale della ”scuola Grande di San Teodoro”, una eccezionale rassegna:….duecento artisti di tutto il mondo interpretano il burattino di Collodi. Noi Pinocchio lo vediamo così: punk, borghese e anche erotico…..dove in quel borghese c’è anche Pinocchio perso in cieli color rosa che si ancora conficcando il lun­ghissimo naso, come una meridiana, nel nostro pianeta: quasi egli ne fosse l’orologio che ne scandisce il tempo. Così come i veri miti hanno sempre fatto 2). . .Nell’ottobre 1990,ricorrendo cento anni dalla morte di Collodi a Tori­no. C’è Pinocchio e Pinocchio centro tavole di dieci grandi illustratori (da Mazzanti a Chiostri, da Mussino a Wait Disney, da Bernardini a Cassinelii) esposte nel salone de La Stampa; nel ’990, in luglio il bel volume di Zanotto Pinocchio nel mondo che….vuole evidenziare la straordinaria popolarità di Pinocchio oltre ogni confine ed i tanti mascheramenti e travestimenti ai quali fu sottoposto in Italia ed in altri paesi 3); la Repubblica ricorda l’evento con un nuovo processo virtuale non dibattuto in aula, ma sull’edizione del 17febbra­io: lettere, fax, dossier nati dalla fervida mente di Beniamino Placido, quattro pagine da leggere: ”Pinocchio ci scrive’con lettere e documenti quasi autentici e articoli di S. Malatesta (Il paesaggio di Collodi è toscana o Italia?) e L. Malerba (Meglio di legno che di carne, è più ecologico); Vostro devotissimo buratti­no’”.Intervengono nell’affaire, il Tribunale dei minorenni, Rai-tre, Il Manife­sto, psichiatri, sociologi e Vigili del Fuoco; ‘Storia prima gioiosa poi cupa e inquietante Vuoi restare di legno, non vuoi diventare un bambino. Questa richiesta apre un caso che qui ampiamente documentiamo; ‘Mille balene, tanti carabinieri, nessuna fata. Si riunisce una Commissione d’inchiesta, c’è un messaggio del Capo dello Stato. Poi, nella confusione, il burattino di Collodi sparisce….lasciando un corpus di informazioni critiche, di riferimenti a com­mentatori ed esegeti dell’opera che non è possibile, pur meritandolo, essere citati in questa sede.

Oltre che tradotte in cir­ca duecento lingue, Le av­venture di Pinocchio sono state versate in tanti dialet­ti e parlate italiane dal friulano al bergamasco, dal napoletano al siciliano, in piemontese4): edito, que­st’ultimo, nel 1981anno del centenario del libro diven­tato anche cartone anima­to, film, commedia musica­le, rappresentazione teatrale e simbolo di un campionato d’Europa di calcio…

Le Avventure di Pinocchio rappresentano l’unico libro italiano del­l’Ottocento che incorpori quei tratti e quei temi eu­ropei (prima di tutto il gotico della Fatina dai capelli turchini […”Pinocchio la chiama mammina e Fatina; ella ha la ri­dente freschezza del­l’infanzia, la soave gravità della madre,  la sorprendente po­tenza della magia; è la fata più originale e  viva che si possa incontrare nel mondo delle fiabe; ed ha un solo segno della sua natura misteriosa, quella sorprendente chioma azzurra”…]: la sua casetta, la sua bara, la sua morte 5):

Qui giace

la Bambi­na dai Capelli Tur­chini

morta di do­lore

per essere stata abbandonata

dal suo fratellino Pinocchio

Più di una riflessione riferita alle  Avventure di Pinocchio  calza anche per sommi capi, per altri autori che ”la retta via” hanno trovato come Diogene: da Hans Christian Andersen 6) (in una lingua parlata, quasi, trasfigura le esperienze, anche amare, proprie in una originale intuizione della natura), ai Fratelli Grimm 7) (…persuade­re qualche editore a pubblicare i racconti per bambini.., noi siamo dispo­sti a rinunciare a qualsiasi retribuzione.., non abbiamo che un desiderio, quello di incoraggiare.. .delle raccolte di questo tipo…), che interpretano e motivano il sorgere del romanticismo tedesco dalla… grande fioritura del Medioevo, di quel loro Medioevo che tutti i romantici idealizzarono.. .Fiabe per i bambini…, le loro; ma soprattutto del focolare, che è quanto dire del simbolo il quale unisce i piccoli coi grandi nella serena atmosfera della famiglia, scrive Giuseppe Cocchiara, dell’Università di Palermo, Direttore del Museo Etnografico G. Pitre, nella prefazione alla raccolta; da William Butler Yeats 8) (famosi questi otto versi:

Tutte le parole che raccolgo,

Tutte le parole che scrivo,

Devono aprire instancabili le ali,

E non fermarsi mai nel loro volo,

Fino a giungere là dove è il tuo triste, triste cuore,

E cantare per te nella notte,

Oltre il luogo ove muovono le acque,

Oscure di tempesta o lucenti di stelle

(1892, gennaio: Dove vanno i miei libri) ; a Leo Frobenius9) e le sue Fiabe del Kordofan (regione del Sudan) nelle quali sono alcuni capolavori della favolistica; alle Fiabe africane raccolte da Paul Radin 10) (…l’apparire delle prime raccolte di racconti popolari africani sia stato accolto da incredulità e scetticismo, giacchè esse fornivano la prova più lampante che i loro creatori non erano dei primitivi.. .Ai missionari.. .va riconosciuto il merito d’essersi mantenuti immuni dai pre­concetti, almeno fino al punto da equiparare quei racconti popolari indi­geni coi nostri ‘Marchen’ e favole per l’infanzia…); alle Leggende e fiabe raccolte dal Nobel Llermann Hesse con maghi, santi, uomini dei boschi, avventurieri: personaggi di una fantasia meravigliosa in un mondo ab­bagliante” 11)…agli italiani Gianni Rodari e Italo Calvino l2) autore, quest’ultimo, di una impareggiabile raccolta di Fiabe italiane.. .circa duecento.. .dalla tradizione popolare e tradotte da lui stesso dai vari dialetti in italiano. Un vero e proprio viaggio tra le fiabe italiane, così come è intitolato il primo capitolo della introduzione al volume….   La mia prima formazio­ne diciamo tra i sei ed i ventitré anni è quella che va da Pinocchio a America di Kafka, altro libro decisivo della mia vita.. .Ogni elenco [di libri per l’infanzia] credo deve cominciare da Pinocchio che ho sempre corsi­derato un modello di narrazione, dove ogni motivo si presenta e ritorna con ritmo e nettezza esemplari, ogni episodio ha una funzione e una ne­cessità nel disegno generale della peripezia, ogni personaggio ha un’evi­denza visiva e una inconfondibilità di linguaggio…

Gianni Rodari 13) scrittore per l’infanzia da Il Libro delle filastrocche, a Il libro degli errori, dalle Novelle fatte a macchina a Le avventure di Cipollino a La filastrocca di Pinocchio.. ..Tanti ancora gli scrittori o raccoglitori/curatori di fiabe: dalle Fiabe Transilvane raccolte da Claudio Mutti 14), alle Fiabe del folklore delle regioni italiane, Fiabe popolari Italiane 15) (un viaggio in Italia inedito e pieno di sorprese tra principi fauni, fate malefiche e folletti aggiustatutto…), le Fiabe abruzzesi, le Fiabe di Roma e del Lazio, le Fiabe molisane, Le più belle fiabe del mondo 16)Le favole della tradizione ebraica dedicate . . .a tutti i bambini che ancora verranno: perché sono loro tutte le storie del mondo 17); Fiabe indonesiane curate da Giulio Soravia, una raccolta di Fiabe giapponesi per tanti aspetti simili alle occidentali: si stringono, quasi in un cerchio magico, uomini ed animali, esseri divini e spiriti della natura; in un substrato filosofico diverso permeato dal buddhismo e, anche, dallo zen, si ritrova il ‘proibito’, la contiguità tra stato umano e stato animale, le imprese titaniche…..il percorso iniziatico18). Dopo la raccolta della Yeats, i Racconti di fate e tradizioni irlandesi, raccolte da T. C. Croker 19); le Fiabe sudamericane e messicane, sullo sfondo di foreste lussureggianti, mari caldi, altopiani ventosi sotto la cornice di vicende magiche: donne rese madri dal succo di frutti tropi­cali, rane che vincono gare atletiche contro le volpi, sciamani che custodiscono il segreto di fiori lunari.. .Carlo Lapucci con Il Libro delle veglie, racconti popo­lari di diavoli, fate e fantasmi 20) rievoca il tempo in cui uomini e donne ….raccontavano storie. ..con una dovizia di particolari ed una ricchezza d’immagini…che lasciavano tutto l’uditorio a bocca aperta e col fiuto sospeso.. .Quasi il Decameron del Boccaccio.. .Ed un piccolo volume I magni­fici racconti di Hibernia. Collezione delle storie più belle attualmente esisten­ti. Con riso, gioia e lieti racconti tutti i ra­gazzi e le ragazze trascorrevano le ore del­le lunghe nottate invernali con gioia e di­letto 2l), il cui traduttore ed adattatore San­ti Longo, scrive: Che siano racconti istrut­tivi si deduce dall’eccellente morale che ciascuno di essi contiene.. .storie adatte a persone di ogni tipo e disposizione, alcu­ni strani, altrifantastici, altri ancora so­lenni e anche divertenti e vivaci…

E Luigi Capuana? Ricordato per Il Marchese di Roccaverdina (il suo capo­lavoro), quasi dimenticato per le fiabe che pure rappresentano un momento particolare nel contesto della letteratu­ra per l’infanzia e la gioventù per il sano ‘verismo’ che le contraddistingue da C’era una volta al Raccontafiabe, da Chi vuoi fiabe, chi vuole? a Si conta e si racconta a Le ultime fia­be22).Molte, forse troppe le raccolte di fiabe: centinaia di volumi, grandi e piccoli, sud­divisi per regioni e stati ed aree geografiche, trascritte da appassionati del genere: in tutte o quasi il tratto fonda­mentale è, attraverso la narrazione dell’avventura fanta­stica e irreale, la distinzione del bene dal male…

Una minore e diversa for­tuna, rispetto a Lorenzini/Collodi ebbe Giovanni Bertinetti, autore de Le orec­chie di Meo (e di una serie di altri titoli con Meo protagonista) del quale Felice Pozzo tratteggia un profi­lo presentando la riedizione del libro nel 1988 con le vignette di quell’altro genio che fu Attilio Mussino, principe degli illustratori; personaggio estro-verso23 … A tanti anni di distanza dalla sua prima pubblicazione (e dalla seconda) una nota “d’autore” per Le Orecchie di Meo: L’espresso, 7.5.1989,Marmellata d’albicocca e strutture narrative,”La bustina di Minerva”, fir­mata Umberto Eco: una trama, vicende che richiamano Pinocchio. ..ebbene si’, Bertinetti teneva d’occhio Collodi, non ne aveva lo stile e la profondità archetipa, avrebbe in ogni caso scritto un libro piacevolissimo e invece ha pubblicato un capolavoro perché (con rimandi espliciti dal testo alle illustrazioni) ha deciso di farlo con Attuo Mussino. . .Ne ho ancora la pri­ma edizione.. .questo libro l’ho consumato con gli occhi…

Il Giornalino di Gian Burrasca di Luigi Bertelli, in arte Vamba  (il buffo­ne, pseudonimo emerso dall’Ivanhoe di Walter Scott, che ha compiuto cen­t’anni nel 1997) . ..Giannino nasceva il 20 settembre del 1897.. (data sinto­matica, patriottica e laica, ma anche ‘equinozio d’autunno’, significativo nella tradizione astrologico-alchemica e non solo…); il suo Giornalino, capola­voro di umorismo e malinconia, racconta l’infanzia della Patria…e’ il ter­zo modello d’epoca. Diverso adorazione al passo libero, assolutamente bischero di Pinocchio, e al canonico, inamidato stile deamicisiano. Una sorta di terza via, insomma. Ma, per carità, senza un particolare sottinte­so politico, cosi’ Mario Luzi poeta fiorentino in eterna attesa del Nobel per la letteratura (non sarà che il Nobel non arriva anche a causa di testimo­nianze del genere gratuitamente distribuite?).

Non è forse quel Giannino il ritratto del l’innocenza?….studiato come un documento molto speciale di una non troppo palese storia dell’infanzia, ma anche come rassegna di metafore, perfino inquietanti, riferite ad eventi che il libro commenta, descrive, ma anche anticipa…..il diario di Giannino Stoppani nasce certo da una intenzione, tanto pedagogica quanto politica, che l’Autore….noto con lo pseudonimo di Vamba, da lui pro grammaticalmente adottato, aveva già voluto rendere chiarissima addirittura nella epigrafe con cui inizia ‘Ciondolino’, un romanzo di formiche, preceduto da questo av­viso perentorio: Ho pensato, bambini, di farvi vedere molte cose grandi ne­gli esseri piccoli….Più tardi, nel mondo, vedrete molte cose piccole negli esseri grandi… ”(Ebbe, Il Giornalino di Gian Burrasca, un seguito nel 1996:Oreste del Buono (OdB) scrisse Il Giornalino di Gigi Tempesta ambientato nel terzo millennio).Con espressioni sicuramente più patriottiche e politiche socialisteggianti anche Vamba è nel filone che conosce, dice e non dice.. .ma pare sapere… Indubbia­mente Rita Pavone, interprete del film nel 1964,dette volto e anima vivace al racconto di Vamba, rilanciandolo all’attenzione di grandi e piccini con scarsi accenni alla simbologia patriottarda e risorgimentale, dietro la quale per analogia 24) . . .E patì pure, come Pinocchio, tentativi di appropriazione ideologica: Alessandro Galante Garrone, che nel 1920aveva undici anni, futuro ‘giacobino’, deci­frònel tempo un’impronta civile del diario (innegabile), indicandone la discendenza radicale, da Felice Cavallotti…anche in considerazione della collaborazio­ne di Piero Calamandrei al Giornalino della Domenica (Galante Garrone scrisse la biografia di Cavallotti e di Calamandrei…). Ma Giannino non è l’immagine dell’in­nocenza, ovvero il contrario della politica?

Senza dubbio il cinema e poi la televisione ha som­mamente esaltato il mondo delle fiabe: la rappresenta­zione visiva, l’animazione e più di recente la proiezione casalinga con videocassette a colori ha centuplicato la co­noscenza di fiabe e racconti in capolavori filmici e ani­mati dapprima firmati soltanto da Walt Disney 25), studi trasformatisi, dopo la morte del fondatore nel dicembre 1966,in una ”mayo” di Hollywood: ma le prime fiabe animate, Biancaneve e i sette nani (1937), cui seguono, Fantasia, Pinocchio, Dumbo, Bambi, Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie, Le avventure di Peter Pan, Lilli e il vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La carica dei 101,La spada nella roccia, il libro della giungla (1967), pur spersonalizzandosi via via per ne­cessità di mercato, rappresentano il contrasto tra il bene ed il male, sempre soccombente, evidenziando lo spartiacque tra i due opposti.. .Sottolineando la compo­nente iniziatica del romanzo di Carlo Collodi (ed elimi­nando molti episodi) Disney produce il miglior suo lungometraggio animato, quello che meglio esemplifi­ca la sua capacità di fondere componente favolistica e dimensione fantastica…momenti straordinari che testi­moniano la capacità d’invenzione di Disney…Due Oscar 26) . . .Secondo Pier Carpi è necessario distinguere tra l’originale ed autentica produzione di Walt Disney da quella modificata in seguito da altri autori, nota soprat­tutto in Italia., fatta dagli autori italiani, unica produ­zione veramente nota in Italia e oggi diffusa al punto tale da aver occupato tutti i mercati internazionali in cui si edita il marchio Disney.. .E consiglia, per guardare il Disney iniziato, un cortometraggio non molto noto: ( Ben-Beniamin”. .La storia di un topolino che oggi vive nel cappello del monumento di Franklin a Boston 27).

A proposito del bene e del male e dei film per ragazzi: i bambini discutono e si infervorano, ripetono le situazioni chiave del film ed esigono un immediato commento, si appassionano, esprimono il loro disap­punto per le sortite del personaggio antipatico, esprimono ad alta voce i loro pareri sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto. è un capolavoro critico, il loro, che dovrebbe insegnare agli adulti come si fanno le recensioni… (Pier Luigi Baftista, “Papà, ti spiego io cos’è il bene e cos’è il male’; Panorama, 24.12.1998).

Dall’operina vista nei suoi aspetti iniziatici e letterari ma non dimenti­chi dei confronti, dei parallelismi, dei luoghi e degli animali che sono stati protagonisti delle pagine di altri scrittori, ad un altro scrittore per l’infanzia e gli adulti: Rudyard Kipling anche per una qualche similitudine con Emilio Salgari .. .conosceva l’India del nord, ma i Libri della Giungla sono am­bientati nel sud. Per molte cose si basava su fotografie…e’ incredibile come Kipling sia riuscito a trasformare una foto sfocata in una pagina di letteratura.. .Nessuno dei due, dunque, aveva conoscenza diretta dell’am­biente nel quale erano collocate le straordinarie avventure. Kipling viene ora ‘riscoperto’ (al pari di Salgari) come autore ‘grande”, non solo per ragazzi…Non era un vero poeta ma un abilissimo versjficatore. ..Le poesie. ..hanno un peso importante nella costruzione dei ”Libri della Giungla’‘. .Nel mondo anglosassone se ne sono occupati autori serissimi, anche Joyce. Borges diceva che Kipling aveva un senso del tragico e del male simili a Kajka. E Freud considerava i ”Libri della Giungla” uno dei dieci libri da leggere assolutamente. Tutti i racconti di Kipling si offrono a diversi livelli di lettura: da ragazzi si amano per l’immersione nella na­tura, da adulti si notano i riti di passaggio tra adolescenza e maturità, il distacco dalla madre, il ritorno alla caverna materna 28)….Fu, e la critica tutta ne è a conoscenza, libero muratore29), attento frequentatore dei lavori dai quali indubbiamente apprese (e conferì) motivi di saggezza. Il lungo soggiorno in India (interrotto dagli anni scolari in Inghilterra che rappre­sentarono una sofferenza se sono vere le notizie dei suoi biografi), gli aprì altri percorsi iniziatici. Non da trascurare che le logge inglesi in India, se pur lavoravano secondo la ritualistica della Gran Loggia Unita d’Inghil­terra, non potevano sottrarsi al fascino dei riti secolari, delle religioni delle più antiche civiltà orientali l’un l’altra sovrappostesi nello sterminato sub continente; usi, costumi, ritualità, atmosfere, religiosità che hanno anche in qualche misura corretto il carattere ed il modo di pensare del futuro pre­mio Nobel (…per l’opera più segnalata di indirizzo idealistico…), così come nel tempo accadde a più di un italiano durante gli anni di prigionia inglese in India, durante il conflitto 1940-1946:influenza benefica. Per la persona­le esperienza di chi scrive, un tutto sommato breve soggiorno in India, non è possibile sottrarsi al fascino delle consuetudini, dei riti quotidiani, dei profumi e dei colori, dell’architettura e della vegetazione, dei contrasti del­le civiltà, dell’atmosfera, anche se nel 1981le condizioni di quel paese erano sicuramente diverse dalle situazioni ambientali dei tempi di Kipling. Il pro­cesso di conoscenza iniziatica dell’erudito Kipling è sicuramente iniziato prima della iniziazione virtuale nella loggia di Lahore. I suoi scritti testimo­niano l’influenza della cultura, della civiltà e dell’ambiente nel quale è nato e cresciuto sino a sei anni e nel quale è ritornato ad immergersi anni dopo: quei primi sei anni hanno inciso e non poco: chi ha letto, in edizione inte­grale i Libri della giungla e, soprattutto, Kim rifletta… Libro famoso, sem­pre molto discusso. Riesce difficile incasellarlo, il peggior difetto per al­cuni critici. Che cosa era: un lungo racconto per ragazzi, il diario di un viaggio? La memoria dell’adolescenza indiana di Kipling, una storia di spionaggio? Un romanzo d’iniziazione, uno degli ultimi libri perfettamente compiuti della letteratura europea? 30) Fu attraverso ”Kim”,.che lo scritto­re restituì le atmosfere, le strade, e i personaggi che aveva conosciuto e frequentato come giornalista.. .Pubblicato in Inghilterra all’inizio del se­colo narra, le vicende di un giovanetto di Lahore….che vive, come un Wilhelm Meister 31) di testa inglese.. .al seguito di un vecchio lama che muo­ve verso il Fiume sacro dell’India, ossia verso Benares 32) ,per bagnarsi nel Gange dove il mito religioso tramanda il racconto della freccia lanciata dall’arco della divinità.., la commistione di un elemento sacro e di un elemento profano… il giovane Kim, che affianca un così mistico personaggio, adempie in realtà.. .a portare traverso le tappe di un pittoresco pellegrinaggio notizie delle regioni settentrionali.. .L’itinerario si svolge tra­verso uno dei paesi più ricchi di sogno e più variati di sfondi naturali e storici. ..Se aggiungiamo.. .Il ragazzo nato e cresciuto in India ha i suoi usi e costumi, che non somigliano a quelli di nessun altro paese; e i suoi ma­estri raggiungono il suo spirito per vie che un maestro inglese non capi­rebbe 33). . .Indubbiamente Kipling riconobbe e raffigurò i suoi fratelli mag­giori, autentici fratelli intesi come emblemi di solidarietà e solidarismo, di lealtà e generosità; riassunse anche le vocazioni non univoche di questi fra­telli maggiori rispettosi del proprio credo religioso collocato nel sistema delle caste, dello Stato e della sua burocrazia, dell’esercito e delle classi sociali.. All’interno di una qualsivoglia loggia muratoria tutti fratelli…

Anche il racconto L’uomo che volle essere re 34)(destinato agli adulti), chiaro esempio di storia ambientata in una reale zona geografica avvolta da misteri e leggende, il Kafiristan (terra dei miscredenti), più recentemente battezzata Nuristan (terra degli illuminati), regione dell’Afganistan, ai tempi di Kipling inesplorata, selvaggia, proibita agli europei 35), evidenzia, nella tragicità della conclusione, alcuni valori fondamentali espressi per simboli e leggende che oltrepassano la chiave burlesca con la quale i protagonisti procedono alla iniziazione alla maestria dei capi e dei sacerdoti del villag­gio. Protagonisti che si rigenerano in extremis e divengono dei re nel momento in cui si rendono conto di appartenere alla razza umana in virtù dei principi di solidarietà e di coraggio contemplati in una sorta di con­tratto goliardico, ma non lontani da quelli espressi dal credo delle società iniziatiche (ivi compresa la muratoria) i cui valori calati nei rituali e nei principi esercitarono una indubbia  influenza su Kipling si ‘da infonderli nella legge della giungla alla quale Mowgli si atterra’…

Nell’ottobre 1998un piccolo avviso editoriale per la pubblicazione di una nuova edizione de I libri della Giungla e altri racconti di animali: L’universo epico-leggendario.. .Le scritture ”animali” di Kipling raccolte in un unico vo­lume: qualcosa di selvaggio e dolcissimo, di ancestrale e di fraterno che rie­sce a toccare nell’intimo lettori giovani e adulti 36). . .Un periodico: . . .un rac­conto in anteprima. Cosi ”parlo” il cane di Kipling. ..Una nuova traduzione. Così i ”Libri della giungla’”escono dal ghetto della narrativa per ragazzi. In­sieme a racconti, con un protagonista speciale, mai apparsi in Italia 37).

Nel primo Libro della Giungla Mowgli bambino sperdutosi nella fore­sta, viene allevato da una lupa (anche Romolo e Remo furono allattati da una lupa…) vive tra animali selvaggi sui quali acquista una primazia: l’orso bruno Baloo, il serpente Kaa, la pantera Bagheera lo salvano dal branco delle scimmie che lo hanno catturato; la tigre Shere Khan gli è nemica, ma Mowgli la sconfigge. Avviandosi verso la pianura dove l’uomo vive e lavora i campi il ragazzo intuisce, sente l’umanità ed in lui prende coscienza il concetto….ora so che sono nato uomo.. .completato poi da.. .il mio cuore è in mano tua.. .della fanciulla incontrata…

Nel secondo libro il mito della giungla è del tutto umanizzato. . .Si prenda la conclusione.. .con il commiato del ragazzo-lupo Mow gli dai suoi fratelli animali: Ricorda che Bagheera ti ha amato; gli dice la pantera con la quale Mow gli ha intrattenuto un rapporto cruciale, esistenzialmente e ritualmente. Mow gli ”singhiozzava, singhiozzava”. Ecco la caratteristica ambivalenza kiplinghiana, il dilemma non risolvibile. Mowgli, avendo acquistato l’età e la coscienza genitale, deve lasciare la giungla e ritorna­re tra gli uomini, ma in questo modo perderà qualcosa di se; di non ricuperabile. Il ‘”inguaggio verbale, sempre doppio, implicitamente nega il contrario”, scrive acutamente Fatica, indicando l’incontro tra nevrosi e stile. Kipling si colloca tra i padri del modernismo. . .Monti suggerisce astu­tamente (in una edizione della Bur de ”I libri della giungla” ) che Mow gli incarni una metafora 38).

Una curiosità. Ad un lettore di una certa età che gli chiedeva se dovesse vergognarsi di leggere Kipling, Verne, Stevenson, Indro Montanelli rispon­de il 18.12.1998(Corriere della Sera) :…E perchè mai? …Lei legge libri, non incassa tangenti.. .Le sarà uno dei pochi nella sua generazione che quando citano Rudyard Kipling o R. L. Stevenson, sanno ciò che dicono, invece che ripetere cose orecchiate qua e là…Ma come non dire che Giulio Verne ha scritto uno dei più grandi libri di viaggio? [Il giro del mondo in 80 giorni] Il mondo è pieno di pallidi imitatori, ma quell’idea di Phileas Fogg che scommette di girare intorno alla terra e tornare al ‘Reform Club’ di Londra in ottanta giorni e; nella sua semplicità, geniale (compreso il finale, giocato sui fusi orari). Non so quanti sceneggiatori di Hollywood sarebbero capaci di tanto. Per quanto riguarda Rudyard Kipling, lei sa quanto io lo ammiri. Chi l’ha accusato di essere un colonialista reaziona­rio non ha capito niente: era soltanto figlio del suo tempo, dotato di fan­tasia, coraggio e senso etico. Rappresentava il meglio  dell’Inghilterra im­periale, e ha scritto pagine memorabili. ”If” è la poesia che riassume il mio credo laico: anni fa l’ho incorniciata, e mi segue dovunque… ”Il libro della jungla” è un classico, insuperato nel suo genere. Lo ha adottato come te­sto-guida lo scoutismo (altra ottima idea britannica). E la versione di Walt Disney, mi assicurano, è magnjfica…

Prima di Kipling Francois Rabelais 39), narratore fantastico e popolare, dalla visione rovesciata e carnascialesca del mondo in antitesi alle bugie della cultura ufficiale, pare vicino alla natura curiosa e scapestrata, con Gargantua e Pantagruele, opera letteraria scritta nel 1500,destinata a let­tori adulti, nella quale la libertà è considerata requisito essenziale per giu­stificare la vita, e Jonathan Swift con i Viaggi di Gulliver40). Paul Naudon ha tracciato una ricostruzione del pensiero di Rabelais, cancellando sostan­zialmente le non poche ipotesi precedenti basate sui soli criteri letterari e su metodologie che avevano trascurato di inquadrare Rabelais nel suo tem­po. La logica del XVI secolo non può essere paragonata a quella dei secoli successivi. Eredi della cultura antica, ancora compenetrati del Medio Evo, essi non pensavano soltanto con le ”parole”, ma spesso con ”simboli”. Il simbolo non riveste un senso; provoca un’illusione. Esso si rivolge simul­taneamente ai due poli del pensiero, l’intuizione e la ragione. Il metodo che esprime, ”l’esoterismo” non è dogmatico: è ”iniziatico”e ”tradizionalista” …non si può trascurare l’innegabile aspetto esoterico del romanzo di Rabelais. è evidente che i simboli ne sono la chiave e che aprono aspetti insospettati sull’insegnamento ascoso di Gargantua e di Pantagruele …Rabelais fu un grande iniziato, senza dubbio iniziato a società esoteriche.. .e che,fedele alla tradizione, egli volle servire da anello di con giunzione tra il passato, il presente e l’avvenire, trasmettendo, sotto il piacevole velo della finzione, un profondo messaggio iniziatico agli uomini desiderosi di continuare il suo viaggio sulla via della Conoscenza 41)L’infanzia di Pantagruel figlio del gigante Gargantua, il personaggio di Panurgo, la navigazione di questi con Pantagruel attraverso luoghi fantastici e pittoreschi, con allusioni agli avve­nimenti patrii del tempo e le considerazioni su vinti e vincitori, poi l’isola sonante, è di fatto una celebrazione della civiltà rinascimentale, con un invito all’uomo comune al culto della conoscenza, condizione irrinunciabile per la sua elevazione e per l’affermazione di valori universali come la tol­leranza e la libertà. Umanista intelligente, colto, enciclopedico, originale sviluppò tematiche di indubbio rilievo, più d’una ancor oggi, a distanza di quattrocento anni genuina ed attuale 42). Puntagruele e Panurgo, tratto dal testo di Rabelais è la trasposizione di oggi a teatro (dopo quella del 1968 di Jeans-Louis Barrault ”Rabelais”), testo e regia di Tonino Conte, in scena nell’aprile 1999al Teatro della Tosse di Genova.

Grande satirico, Swift risolse brillantemente il paradosso grottesco e l’invenzione fantastica in un linguaggio di classica compostezza. I Viaggi sono un romanzo allegorico-avventuroso. Gulliver è medico, ma soprattutto marinaio: il primo viaggio termina con un naufragio nell’isola di Lilliput i cui abitanti non superano l’altezza di 16 centimetri. Nel secondo arriva nel paese di Brobdingnac, abitato da giganti alti circa 16 metri. Il terzo itinerario lo porta nell’isola volante di Laputa, abitata da mate­matici e pensatori astratti; poi raggiunge Lagado, capitale del Balnibarbi, il paese di inventori di stru­menti inutili. L’ultimo viaggio lo porta nella terra degli Yahoo, mostri ripugnanti, schiavizzati da ca­valli filosofi.. .La grande invenzione del libro consiste nell’aver tradotto uno sfondo di idee sociali e filosofiche in immagini e figurazioni fantastiche…Il Gulliver si ricollega ad una tradizione serio-comica, che ha il suo antico antecedente nei racconti paradossali di Luciano di Samosata, e la maggior fonte d’ispirazione moderna nell’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam. Prima di Swift, è Erasmo che riprende lo sguardo a distanza sull’umanità come formicaio… poi è Erasmo il diffusore dello scetticismo giocoso, come svalutazione dell’orgoglio delle nazioni e della boria dei dotti; infine è Erasmo che rigetta le durezze dottrinarie dell’intelletto in favore d’una razionalità pratica del senso comune: ispirazione sapienzale che sta dietro l’Utopia di Thomas More, all’epica comica di Rabelais, alle fantasie filosofiche di Cyrano de Bergerac, fino all’utopia gulliveriana (che riprende quella di Thomas More) ….scrive Gianni Celati nell’Introduzione a I viaggi di Gulliver, ri­chiamando anche il dire di Swift. . .Indubbiamente i filosofi hanno ragione quando dicono che nulla è grande o piccolo se non per via di comparazione.. .I primi due viaggi sono stati immortalati nel film Viaggi di Gulliver del 1960 con suggestivi effetti speciali ed originale colonna sonora; nel 1976 nuova versione della sola prima avventura in Gulliver nel paese di Lilliput, nel quale le riprese dal vero con interpreti (R. Harris, C. Schell, N. Shelley), vengono combinate con disegni animati. In tempi più recenti Gulliver è passato anche sulle reti televisive che hanno comunque privilegiato l’aspetto sceni­co ed avventuroso, ma l’allegoria, il contrasto bene-male ed altre simbologie non sono certamente sfuggite all’osservatore attento.

L’iniziato od illuminato Gustavo Adolfo Rol (morto a Torino il 21 settembre 1964) dai più detto ”sensitivo” età di 11anni, il 7 febbraio 1914scrisse di suo pugno sul frontespizio de Le avventure di Pinocchio . . .non saranno le mie (Le avventure di Pinocchio) perchè io sento che sono nato con un cuore che non ha bisogno di fare l’esperienza di un burattino ed anche con uno spirito che non avrà bisogno delle disgrazie per diventare forte. Per queste cose io sarò un vecchio fra i giovani, quando son giovane, ed un vecchio tutto solo quando sarò vecchio. ~ Premonizione? Preveggenza? Sicura­mente un caso unico che nulla toglie alla considerazione pressoché unanime: Lorenzini/Collodi ed i lettori/interpreti del folklore popolare hanno svolto, e svolgono, una identica alta missione: iniziati o appartenenti o affini a società iniziatiche, fedeli interpreti della tradizione, hanno servito quale anello di congiunzione tra il passato, il presente e l’avvenire, trasmettendo, sotto il piacevole velo della fin­zione e dell’allegoria, un profondo messaggio iniziatico agli uomini desiderosi di continuare il viaggio sulla via della Conoscenza..

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UN “FRATELLINO” DELLA LOGGIA DI FIRENZE

di Cesare Medail; il sole 24 ore, 11 Aprile 1993



“Lunatici apostoli d’un simbolo politico e religioso, nel quale la mia natura, l’esperienza, la tradizione del mondo e dei miei studi mi vietan di credere”: tra quegli “apostoli” Giovanni Prati collocava l’autore di Pinocchio, e Ferdinando Tempesti, uno dei maggiori studiosi di Collodi, commenta che la frase è “non poco sibillina fino a quando non si legge in quel simbolo il simbolo massonico”.

Se l’affiliazione del mazziniano Carlo Lorenzini alla libera muratoria era solo un’ipotesi, ora è divenuta certezza: nell’introduzione al Pinocchio appena uscito nei classici dell’Universale Feltrinelli, Tempesti reca come prova, oltre alla frase del Prati (1885), una lettera al Massone Pietro Barbera (1844), che termina: “In ogni modo mi creda, il fratello Collodi”.
Il più famoso burattino del mondo, dunque, è figlio di una loggia? Le infinite esegesi di un libro diffuso quanto la Bibbia e il Corano vanno rivedute alla luce dei simboli muratori? Fernando Tempesti cita addirittura uno studio basato su quest’ipotesi, Pinocchio e i simboli della “Grande Opera” (Editore Atanor, 1984), autori il sociologo Nicola Coco e lo specialista di dottrine ermetiche Alfredo Zambrano.

I due studiosi riportano frammentarie notizie circa l’affiliazione di Lorenzini a una data obbedienza: la madre, per esempi, addolorata di avere un figlio massone, lo aveva convinto a fare atto di presenza alla messa di mezzogiorno in Santa Maria Maggiore, a Firenze; ma soprattutto ricostruiscono i rapporti fra Collodi e Ferdinando Martini, giornalista-editore fiorentino, al quale Carducci scrisse una lettera da massone a fratello e che fu collaboratore del Gran Maestro Lemmi, uno dei veri fondatori del Grande Oriente Italiano.
Ebbene, sarà proprio Martini a pubblicare a puntate le Avventure di Pinocchio sul suo Gioranale per i bambini.Dato che dopo l’unità d’Italia, i massoni (e in particolare, a Firenze, le logge Nuovo Campidoglio e Concordia) s’impegnarono a fondo nella rifondazione in chiave laica della pedagogia scolastica con un occhio di riguardo alla letteratura per l’infanzia (“togliere i fanciulli dalle ugne del clero”, Rivista Massonica, 1873), è facile inquadrare l’attività di Martini, e quindi di Collodi, in tale disegno, tanto più che grande assente da Pinocchio è proprio “il substrato religioso ecclesiale”, come notano Coco e Zambrano. Ma questo non è ancora sufficiente ad arruolare Collodi nella framassoneria toscana.
I due studiosi formulano tre ipotesi: a) Collodi era veramente iniziato e Pinocchio è la traduzione di un’esperienza esoterica opportunamente adattata al contesto politico-culturale; b) Fu solo il prestanome di un cenacolo massonico, come quando “diresse” il giornale di Martini; c) Fu il prestapenna di una “committenza” segreta. Gli scarni dati biografici circa il padre di Pinocchio non consentono di rispondere con certezza.
Una circostanza, però, insieme con le nuove notizie di Tempesti depone a favore della tesi iniziatica: Lorenzini cambiò il proprio nome in Collodi nel ’59, in coincidenza del suo trentatreesimo compleanno, cifra di alto significato nel processo di maturazione massonica: e verrebbe da cum-lode che, nelle saghe medievali, indica il ritrovamento del senno perduto (amlode, da cui Amleto).

Ma le prove dell’ispirazione massonica di Pinocchio vanno cercate nel testo: una sorta di cammino iniziatico, scandito secondo le fasi della Grande Opera alchemica (la cui filosofia s’intreccia agli ideali massonici ottocenteschi). E’ impensabile riassumere qui l’analisi dei simboli portata a sostegno di tale ipotesi, dal “serpente verde” di Goethe ai “grilli alchimisti” a alle “idee-balocchi” dei Colloqui per massoni di Lessing, per non parlare delle analogie coi Tarocchi (per tutte, Pinocchio impiccato come l’Appeso). Ci limitiamo a ricordare, al capitolo XXIII, la lapide della bambina dai capelli turchini abbandonata dal suo fratellino Pinocchio. Sarebbe la prima iniziazione del burattino, ufficialmente Fratellino, “ovvero ammesso a una prima gnosi effettiva”, mentre la seconda avviene nel ventre del Pesce-cane dove trova una candela, un tavolo, residui di cibarie, vale a dire “un apparechiamento cerimoniale tipico”.

Come spiegare, a questo punto, il successo multiculturale del figlio di una loggia toscana? Simboli e segni di riferimento appartengono a un linguaggio universale, adottato dalla maggioranza delle tradizioni e, di conseguenza, dalla fiaba: Collodi ha “attinto ad un piano simbolico che appartiene ad un mondo in cui vigono idee madri ed archetipi universali” scriveva nel ’77, richiamandosi a Jung, lo psicoanalista Emilio Servadio (Passi sulla via iniziatica, Ed. Mediterranee). Sapendolo massone ed innamorato di Collodi, Tempesti scrive che Servadio gioirà nel ritrovarselo fratello; ma già in quel saggio aveva visto nel soggiorno di Pinocchio in una cavità oscura (il Pesce-cane), prima della mutazione finale, un’analogia “con il Gabinetto di riflessione in cui viene posto il profano prima dell’iniziazione massonica…”

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Pinocchio, l’Oca e il labirinto: sui significati della favola.

 


La favola di Pinocchio è diventata, nel giro di un secolo o poco più, una storia condivisa da un’intera cultura e oramai fatta propria anche da molte altre. Viene naturale chiedersi il perché di tanta fortuna di un testo che, nato in una situazione biografica, storica e letteraria ben precisa, farebbe pensare ad una impossibilità di tradurne completamente il senso. Non è certo una questione nuova, questa: fa parte di quell’appassionato dibattito che da tempo cerca di indagare le ragioni per cui un classico è e rimane un classico, per qualsiasi lettore di qualsiasi cultura.

Le tante interpretazioni date a Pinocchio creano spesso l’impressione di essere legate al contesto storico e culturale cui fanno riferimento. Solo qualche esempio:

PINOCCHIO MASSONE – Geppetto e Cavour 

” Gli anni cari di Collodi, di De Amicis…in cui l’Italietta aveva incominciato a farsi le ossa, a trovare uno stile, a trovare una misura dì vita e di civiltà”.

Giovanni Spadolini

 “Dirozzare le menti delle classi meno agiate, sottraendole all’ignoranza ed alla speculatrice superstizione… nell’intendimento di togliere i fanciulli dalle ugne del clero”.
Rivista della massoneria italiana, 1873

PINOCCHIO CATTOLICO – Geppetto e Dio 

“Carlo Collodi ebbe la gran ventura di inserirsi, con la sua fantasia, nel filone della verità. Anche Pinocchio, come tutti i capolavori italiani, ha fondamento nella verità della dottrina cattolica”.
Piero Bargellini

“L’agonia di Pinocchio , appeso all’albero da tre ore… di Cristo in croce riecheggia, perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!… se tu fossi qui”..

Card. Giacomo Biffi

http://www.augustea.it/dgabriele/italiano/lett_collodi.htm

PINOCCHIO FREUDIANO – Com’è lungo quel naso

“Non starò a dire quali interpretazioni abbia suggerito alla critica psicanalitica il fatto che a Pinocchio il naso cominci a crescere proprio davanti a Fatina!”

Gianni Turcheda 

“Ravvisato quindi un collegamento iniziatico-sacrale Pan-Priapo-Pinocchio, diviene ora più agevole… comprendere la fisionomia rino-fallica del Burattino”.

Nicola Coco-Alfredo Zambrano

PINOCCHIO ESOTERICO – Falegname o stregone

“Solitario, in quella stanza simile a un antro magico… l’opera di Geppetto non è stata opera di intaglio… Il suo è stato un lavoro di alchimia”.

Rodolfo Tommasi


“Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l’innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinanzi in una radura sacra… introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora-degli-animali”.

Elémire Zolla

PINOCCHIO POLITICO 1 – L’anarchico di legno

” E la sera… si sentiva passare, rassicurante, sul sonno di tutti, il calmo passo doppio dei carabinieri. Non ridete; dietro a Pinocchio io rivedo la piccola Italia onesta di re Umberto”
Pietro Pancrazi  

“Nel paese degli Acchiappacitrulli sono gli onesti, che vengono senz’altro condannati… Un episodio che la dice lunga sulle venature anarcoidi e sulla sfiducia nelle istituzioni di Collodi”.
Gianni Turchetta  

PINOCCHIO POLITICO 2 – La new-economy ed il paese dei balocchi

“Ma gli altri? Dico la folla silenziosa e smarrita che ogni mattina, da mesi, quando apre il computer sul sito “Campo dei Miracoli” non trova più i suoi zecchini, e bestemmia il giorno in cui ha creduto che davvero la vecchia economia, quella fondata sulla maledizione del lavoro e del sudore, fosse rimpiazzata da una nuova di zecca, nella quale dal denaro nasce il denaro, ininterrottamente, per naturale clonazione?… La moneta come un seme di cuccagna, da lanciare nel campo infinito della Chiocciola @ per vederlo germinare, e generare intere foreste di fronde tintinnati d’oro… E infatti Pinocchio esita, e si domanda, “a bocca aperta per lo stupore: ‘Ma com’è mai possibile che diventino tanti?’”
Michele Serra, da “Il Pinocchio delle Borse e il barbiere di Agnelli”, Repubblica 16.03.2001  http://www.rutelli2001.it/dalpaesedeibalocchi.php  

Se si rimane nell’ottica di comprendere la ragione della fortuna di Pinocchio, nessuna di queste potrebbe a buona ragione essere definita come un’interpretazione “classica”, ma solamente una delle tante possibili, distinguibile eventualmente dal grado di autorità conferitole dall’argomentazione o dall’autore.

Ma il numero e dalla varietà delle interpretazioni ci fanno azzardare a muovere noi un suggerimento per una risposta alla nostra questione: Pinocchio è senza dubbio una buona metafora, un buon modello per spostare un discorso più o meno complesso sul piano delle immagini, per aiutare a comprenderne il senso. Esistono però metafore create dalla letteratura che si prestano più di altre ad entrare nell’universo linguistico e culturale umano, perché possiedono alcune caratteristiche che le rendono archetipi, modi generali di vedere il mondo, strutture concettuali fondanti della natura e della cultura dell’uomo.  

Ci viene in aiuto un piccolo libro di Carlo Lapucci, “Il libro delle filastrocche (Domino Vallardi editore), dove si legge un parallelo tra la favola di Pinocchio ed i giochi della più antica tradizione: “Se si collegasse la storia di Collodi con i giochi popolari come quello dell’Oca, Pela il chiù, Carica l’asino (guarda caso Scaricalasino, con Bengodi e Cuccagna, è un paese citato nel libro), il Gioco del Barone, ecc., vi si riconoscerebbero immagini consuete, comuni al “Libro dei sogni”, come ai Tarocchi: il Bagatto, il Matto, l’Impiccato, la Pozza del Gambero, la Morte, la Prigione…”

Il gioco dell’Oca appartiene a quei giochi che sono una metafora del vivere sociale e della comunicazione narrativa: un inizio ed una fine, la presenza della natura e degli animali, l’impedimento al movimento (il carcere), i pericoli, il caso (i dadi), e soprattutto il viaggio labirintico dell’esistenza, con le sue imprevedibili direzioni.

L’idea di concepire Pinocchio come il percorso stabilito dal Gioco dell’Oca o come una narrazione determinata dalle carte dei Tarocchi, oltre a fare la felicità di Calvino e delle teorie strutturali sulla narrazione, ci porta su un piano interpretativo con cui abbiamo più confidenza: la dimensione narrativa del gioco (o l’essenza ludica delle storie), e il raccontare storie come attività fondante della natura umana.

Pinocchio è un libro scritto per essere raccontato, per la narrazione orale.

L’intersecarsi degli eventi di una favola, e di una storia in generale, è un vero e proprio labirinto, una rete di possibilità virtuali che ha bisogno, per esprimersi, del filo di Arianna, della guida di Virgilio, dell’opera del narratore. Inoltre, “la fantasia popolare reinventa liberamente poi queste immagini: il labirinto può diventare tanto una tela di ragno, quanto un serpente, giocando quindi una partita più con l’inconscio che con la razionalità che stenta a rintracciare l’identità delle immagini”.

 “Con lo smarrimento di Pinocchio davanti al serpente siamo arrivati alla spirale, il simbolo del labirinto che si trova verso la metà del libro, come verso la metà del gioco è appunto lo smarrimento di colui che segue il percorso paradigmatico: è la selva oscura dello smarrimento che si incontra nel “mezzo del cammin di nostra vita”, smarrimento che l’eroe è destinato a superare in molti modi, poiché si tratta di una prova vinta a suo modo anche dal burattino. Il fatto che costituisca il centro è anche indice che il labirinto è l’elemento che riassume e condensa l’intero…”

Le storie nascono da strutture di pensiero talmente conNATURAte al vivere umano che costituiscono il mezzo più efficace (e talvolta più scientifico) per conoscerne il produttore, l’uomo stesso. L’uomo vive di storie ed in esse vi si riconosce; in alcune di queste molto di più, per il fatto che vanno a pescare a fondo nella natura culturale dell’uomo, perché recuperano immagini che sono a fondamento della conoscenza che l’uomo ha del suo mondo: il senso di mancanza (sia esso povertà o solitudine o prigione), il nascere, il morire, il rapporto di comunicazione con la natura e gli animali, il perdersi, il pericolo, la pazzia, il desiderio, …  

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PINOCCHIO: OVVERO IL TRIONFO DELL’IO


Avrebbe potuto essere un re, o per tale lo avrebbero potuto confondere i piccoli lettori ai quali Carlo Lorenzini, in arte Collodi, si rivolse nelle prime righe del suo geniale libro di avventure. Invece, Pinocchio fu e per sempre rimarrà nella fantasia collettiva, un ciocco di legno.

Il participio passato in questo caso è d’obbligo visto che il ciocco di legno in questione, al termine del romanzo, verrà sopraffatto dalle sembianze umane di un bel fanciullo con occhi celesti e capelli castani, con tanto di vestiario nuovo e stivaletti di pelle, o meglio, sostituito da quello “schermo” esterno, indispensabile per l’inserimento del giovane Pinocchio nel “gioco” sociale al quale tutti sembrano doversi adeguare.

C’era dunque una volta, e non a caso, un ciocco di legno. Legno: materia prima, sostanza basilare, facilmente riconducibile alla parte più intima dell’essere umano, al nucleo vitale o, per usare una terminologia non ancora coniata negli anni collodiani, al soggetto dell’inconscio. Un ciocco di legno ancora da plasmare, che le abili mani di un padre falegname-scultore levigano e intagliano fino a produrre un burattino a propria immagine e somiglianza. Nonostante le rimostranze dell’indifeso ciocchetto, che ad ogni intaglio pare ripetere: “ohi, non mi far male!”, Geppetto riuscirà, infatti, a realizzare un abbozzo d’infante: Pinocchio. Fortunatamente, la prima fase della creazione si limiterà ad una mera forma fisica esterna, senza intaccare la sostanza di cui Pinocchio è composto: il legno.

Si potrebbe ipotizzare che il Collodi mazziniano, reduce da battaglie risorgimentali conclusesi solo una decina di anni prima rispetto alla stesura definitiva del romanzo, abbia voluto lanciare un monito universale, dimostrando quanto l’influenza esterna, le pressioni politiche, sociali o familiari che siano, possano modificare o addirittura schiacciare la natura dell’individuo, annullando la libertà propria di un organismo allo stato puro. Ma, partendo probabilmente da un messaggio politico e scrivendo con fervore patriottico, Collodi si trovò nella necessità di inventare una forma chiara e giustificativa della configurazione dell’individuo fino a giungere, magari istintivamente e precorrendo i tempi, a creare una distinzione tra inconscio e conscio, tra soggetto e io, o ancora tra Es e Io, dove il legno rappresenti l’inconscio e il bimbo in carne e ossa il conscio.

L’aspirazione a divenire un bambino “vero”, ad assumere una forma esterna adatta ad interagire correttamente, secondo regole socialmente riconosciute, con gli altri, potrebbe essere positiva e accrescitiva a patto che l’essere finale (il bambino umano) non dimentichi la propria origine. In caso contrario, il finale del romanzo, risuonerebbe come una sconfitta, una perdita totale della propria sostanza primaria.

Ripercorrendo le avventure di Pinocchio, pare di aver a che fare con un essere fin troppo consapevole della propria identità e non disposto a sottostare alle regole della società che lo circonda. Pinocchio non accetta la scuola, l’educazione, si rifiuta di chinare la testa persino alla legge e appare sordo ai richiami della propria coscienza, incarnata da un grillo parlante. Eppure, dovrebbe essere proprio la coscienza ad influenzare la formazione dell’Io, modificato dall’azione diretta del mondo esterno, direbbe Freud.

Ma Pinocchio pare non volersi creare un lo. Un lo visto come oggetto, configurazione immaginaria, una facciata esteriore dell’individuo (strutturalmente subordinato, in un contesto sano, alla ragione dell’inconscio, ma che, oserei aggiungere, spesso rischia di acquistare più potere rispetto al soggetto stesso, soprattutto, in società dove la “facciata” conta più del contenuto). Il burattino dì legno, disubbidiente e bugiardo, sfugge all’edificazione dell’Io, egli, sostanzialmente, vuole rimanere nucleo, soggetto, come a dimostrare di non aver bisogno di “maschere” per vivere. Ma, la sua nudità lo rende incapace di interagire con gli altri, con la società tutta. Pinocchio cade e ricade in trappole ovvie anche per i più ingenui, non riconosce falsità e inganno, perché facenti parte di un interesse personale, o meglio, di un egoismo tipico dell’Io che il “ciocco di legno” non comprende.

Non saranno le disgrazie materiali a sopraffare il legno, eppure l’Io avrà la sua vittoria.

Abbindolato da gatto e volpe, scaltrezza e astuzia, ferito dai sensi di colpa instaurati in lui, naturalmente, dalla fata-madre, il burattino di legno sarà definitivamente sconfitto dall’Amore. Infatti, lontano da case, prigioni e scuole, alla larga da istituzioni a cui non si è piegato, in un simbolico ritorno all’origine, nelle profondità del mare, all’interno del ventre di un pescecane, ecco che Pinocchio, di nuovo di legno, ritrova Geppetto, unica fonte di amore “disinteressato”. E, l’affetto per questo padre, povero e sincero, condurrà il burattino ad una rinascita. Pinocchio uscirà dal ventre del pescecane già mutato e assumerà le sembianze di un bambino “vero”, dopo essersi chinato alle “responsabilità sociali”. Il burattino lavorerà per mantenere il padre, studierà e sarà obbediente fino a risvegliarsi in vesti umane, per il pieno e ineluttabile trionfo dell’Io.

Non rimane che chiedersi: cosa ne sarà del ciocco di legno guardato con sospetto dagli azzurri occhi del nuovo Pinocchio?

(In “Il Pensiero Mazziniano” N° 3 – 2002)

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Pinocchio il rito iniziatico di un burattino


Articolo di Iakov Levi  

(Parte prima)

7 maggio 2002

È ormai più di un  secolo che la storia di Pinocchio affascina adulti e bambini. Questa fiaba commovente ha ormai superato l’esame del tempo. Ma perché la troviamo così commovente? Cosa ci sta raccontando tra le righe che ci penetra senza passare per la coscienza?

Un bambino che nasce. Ma non è un bambino ma un burattino. E non nasce da una mamma, come tutti i bambini, ma da un ceppo di legno. Dov’è la mamma? Come può un bambino nascere senza una mamma? E nasce già grandicello, all’età giusta per andare a scuola. Tutti gli stadi più importanti dello sviluppo umano sono saltati. Pinocchio non ha provato il calore dell’utero materno, non è stato allattato, accudito, accarezzato, baciato. Non ha teso le manine verso l’agognato volto femminile, e non c’era un sorriso materno che incontrasse le sue prime moine. Era un pezzo di legno impacciato che aveva bisogno di amore materno per emergere dalla materia grezza e sentirsi vivo. E la prima cosa che fa, appena nato, è fare i dispetti e dire le bugie. Un bambino che riceve l’affetto di cui ha bisogno non dice le bugie. Le bugie si dicono per sostituire una realtà inaccettabile con una fantasticata. La realtà inaccettabile era che Pinocchio non aveva una mamma. Ma è vero? È questa la vera storia, o la fiaba ci nasconde qualcosa, una realtà esistenziale su cui è stato fatto calare il sipario della rimozione. Come nel mito biblico, dopo alcune battute d’apertura, la scena si apre su un Dio padre che si china sulla terra per forgiare con le sue mani di deus faber il primo uomo dalla materia prima, così la storia di Pinocchio comincia con un padre che si china su un ceppo di legno, la materia prima, per creare suo figlio. Dopotutto anche il padre di un altro Figlio era stato un falegname.

Appena Pinocchio comincia a muoversi e a dire le bugie, gli cresce il naso, ovvero ha un’erezione. Gli imperatori bizantini, quando volevano escludere qualche parente dalla possibilità di salire al trono gli tagliavano il naso in quella che è un’evirazione simbolica. In questa maniera lo escludevano definitivamente dai potenziali concorrenti. Con le parole di Abraham: “In talune donne nevrotiche il naso assume il significato di un surrogato genitale maschile 1.

Che strana storia! Un bambino appena nato, che non è un bambino, ma un burattino, nato da un ceppo di legno per mano di un padre falegname e che ha subito delle erezioni. E non si comporta affatto bene, fa le bizze e va ammonito e sgridato continuamente.

Dove troviamo nella vita reale, bambini appena nati, senza una mamma, fatti (ovvero nati) da un padre, che sono quasi adolescenti, che hanno continue erezioni e che sono ammoniti, sgridati e puniti continuamente? In un posto solo: nel campo dei giovani novizi nel fitto della foresta. Con le parole di Reik, che ha analizzato per esteso i contenuti mentali dei riti della pubertà:

La proibizione più importante cui debbono sottostare durante questo periodo è quella che vieta loro il commercio con donne…Se essi lasciano le capanne per breve tempo, devono coprirsi il viso nel caso dovessero vedere ragazze e donne, e in modo particolare non devono vedere la madre2.

Infatti nella storia di Pinocchio la madre non c’è, la può solo fantasticare nell’immagine della Fata turchina, che appare e scompare evanescente, come in un sogno. Non solo, ma durante questi riti viene raccontato alle madri e alle sorelle che il mostro si è mangiato i loro figli e fratelli. Come Sara era morta per il dolore mentre Isacco passava il suo rito iniziatico sulla montagna, così la madre di Pinocchio, condensata nella fiaba con quella della sorella, muore per il dolore per la morte del figlio – fratello.

Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:

QUI GIACE

LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI

MORTA DI DOLORE

PER ESSERE STATA ABBANDONATA

DAL SUO

FRATELLINO PINOCCHIO

Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario,  dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all’intorno ne ripetevano l’eco. E piangendo diceva: O Fatina mia, perché sei morta? (Cap.XXIII).

La fiaba di Pinocchio non è l’unica che ci parla di una saga iniziatica in cui muore la sorella, invece, o come condensazione con la madre. Infatti anche ne “ I dodici fratelli” dei Fratelli Grimm è la sorella che rimane muta (= morta) per sette anni affinché i fratelli possano resuscitare. Anche in “I sei cigni” la sorella è quella che si adopera per per far resuscitare i fratelli. Pianta la madre – sorella, Pinocchio deve tornare alla sue fatiche insieme ai padri e ai fratelli: Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto (XXIII).

Si getta in mare, ovvero si riappresta a morire e a rinascere, questa volta dal padre invece che dalla madre. Anche il Colombo è equivalente al simbolo del genitale che appare nello stesso contesto di riti d’iniziazione puberale, come nel mito biblico di Noè che manda la colomba dall’Arca per vedere se sia già stato perdonato dal Padre. Ugualmente lo stesso elemento uccello = genitale = rito iniziatico (circoncisione) = rinascita, appare nelle fiabe “Il brutto anatroccolo” e “I sette corvi”.

Reik descrive gli ammonimenti e le minacce dei padri ai giovani novizi: “Se sentiamo dire che seguite ragazze e donne, vi getteremo nel fuoco” 3.

E il Collodi:

Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina, dov’egli s’era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo. E perché gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro: Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all’arrosto. Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un’occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un’anguilla fuori dell’acqua, strillava disperatamente: Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!…(X)

Arlecchino e Pulcinella rappresentano, insieme a Pinocchio, il gruppo dei novizi che durante il rito diventano fratelli di sangue. Infatti nel capitolo seguente Mangiafoco starnutisce e perdona Pinocchio, il quale poi difende dalla morte, a rischio della propria vita, il suo amico Arlecchino che a sua volta rischiava di finire nel fuoco al posto suo (XI). Si crea una solidarietà di gruppo basata sui terrori e le esperienze comuni. I giovani iniziati insieme saranno un corpo solo per tutta la vita 4.

Reik continua:

Il più importante risultato dell’istruzione ricevuta nella foresta è il mutato atteggiamento del giovane verso gli uomini della tribù. S’insegna al giovane che non deve più altercare con uomini; e che, se suo padre lo rimbrotta, egli non deve opporsi…Nella tribù dei Luritcha s’insegna gravemente al tatata (giovane circonciso): “Tu devi essere obbediente come noi lo siamo, tu devi comportarti come noi ci comportiamo. Noi siamo molto proclivi alla collera, quando un giovane circonciso non ci obbedisce, noi lo uccidiamo. Se tu vuoi vivere, comportati bene, altrimenti ti gettiamo nel fuoco” 5.

E il Collodi:

“Davvero,–disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio,–come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti: anche i Grilli-parlanti.” Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s’imbatte negli assassini (XIV).

Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia grande(XV).

I riti d’iniziazione puberale vengono eseguiti nelle tribù selvagge di tutti i continenti dalle Americhe, all’Africa e all’Australia e, malgrado divergano nei dettagli, come l’età degli iniziandi che può variare lungo tutto il periodo di latenza, hanno tutte i seguenti elementi comuni: 1) I giovani vengono rapiti dai padri e portati via alle donne. 2) Vengono portati in un posto che simboleggia il ventre materno, come una caverna o una capanna o un grande padiglione, che però viene chiamato il ventre del mostro (Il Balum, o spirito, in Australia), dove rimangono per svariati periodi di tempo. Alle donne viene raccontato che i giovani sono stati divorati dal mostro. 3) Viene inflitta loro la circoncisione o una mutilazione equivalente, come l’estrazione di un dente. Contemporaneamente vengono minacciati di morte e maltrattati. 4) Il mostro acconsente a vomitarli e a restituirli alle donne, in cambio di una certa quantità di maiali (nella saga biblica fu sacrificato un ariete, invece di un maiale, al posto di Isacco). Gli iniziati tornano all’accampamento e fanno finta di essere appena nati e di dover imparare tutto di nuovo, perfino come mangiare e camminare.

La circoncisione, estrazione del dente o un mutilazione equivalente corrisponde per Pinocchio ai piedi che gli bruciano. Il burattino non può più camminare e il padre deve rifarglieli (VII), e nella sua ripetizione nei “Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale” (XVIII).

Mangiafuoco è il mostro balum, infatti il suo nome condensa il mangiare di balum con la minaccia degli adulti di gettare nel fuoco i novizi. Quando starnutisce (= vomita) è segno che rinuncia a un bambino per divorarne un altro:

Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era un cattiv’uomo. Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando “Non voglio morire, non voglio morire!” principiò subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne poté più, e lasciò andare un sonorissimo starnuto. A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigliò sottovoce: Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che s’è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo…. Perché bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s’inteneriva davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore (XI)

Ma subito dopo richiede Arlecchino al posto di Pinocchio, che Arlecchino aveva chiamato “fratello”: “piliatemi quell’Arlecchino lì, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito ben bene”

Anche qui appare il montone della saga biblica nello stesso contesto. Gli Australiani offrivano invece maiali al mostro.

La solidarietà di sangue tra i novizi e l’atto eroico richiesto appaiono subito dopo:

-Vi domando grazia per il povero Arlecchino!… Qui non c’è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco lui, perché io voglio che il mio montone sia arrostito bene. In questo caso,–gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di midolla di pane,–in questo caso conosco qual è il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!…

Al che tutti si commuovono e il mostro risparmia i giovani (XI).

Non dobbiamo meravigliarci se Pinocchio era ogni volta sgridato, ammonito, punito e si mostrava sempre contrito e pentito solo per ricadere nuovamente in nuove bugie e nuove erezioni. Quest’ultime erano invero la ragione di tante minacce e tanti ammonimenti.

Reik spiega: “Ai giovani cui vengono impartite le leggi e il codice morale della tribù che essi dovranno osservare è consentito un ultimo sfogo. In Australia i ragazzi gettano fango contro chiunque incontrano” 6.

E il Collodi: “Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l’alba e ballavano sempre” (XI).

Reik:

Presso i Janude nel Camerun i giovani che devono venire iniziati distruggono tutto ciò che cade loro nelle mani e nel Darfur rubano i polli. I ragazzi che sovente sono guidati dai loro maestri, attaccano nottetempo gli abitanti del loro villaggio e li depredano. I giovani circoncisi attaccano voracemente le stalle di padri, rubano il bestiame, e bistrattano chiunque si opponga. I giovani durante questo periodo hanno il diritto di rubare e di compiere altri atti di violenza (vedi nota 5).

Nella storia di Pinocchio avviene un’inversione della stessa scena e Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio (XXI).

I riti d’iniziazione puberale, che nella nostra preistoria erano universali e hanno lasciato tracce inconsce indelebili che emergono nelle fiabe e nei miti, si svolgevano come nella fiaba di Pinocchio: i giovani venivano rapiti alle madri, alle quali si diceva che il mostro li voleva in sacrifizio, venivano portati nella foresta e tenuti lì per mesi, dove dovevano dimenticarsi di avere mai avuto una madre, s’insegnava loro la legge del clan attraverso torture ed ammonimenti per indurli a rimuovere le pulsioni incestuose e parricide, e rinascevano dai padri, come nel mito biblico e come nella fiaba, dove la figura materna è rimossa e cancellata, ed è il padre che crea l’uomo: Jahvé il vasaio e Geppetto il falegname. Il naso di Pinocchio smetterà di crescere solo quando, al termine del rito iniziatico, avrà rimosso le sue pulsioni incestuose. Solo allora diventerà un bambino vero, ovvero un iniziato riuscito.

Quanto aveva voluto Pinocchio, durante i lunghi mesi di attesa nella foresta diventare un bambino vero, cioè superare il rito! E soprattutto aveva nostalgia della madre, per questo faceva le bizze, e più aveva nostalgia della mamma, più diceva le bugie e il suo “naso” cresceva. Per questo ci commuove, era ancora un bambino e già era obbligato a diventare adulto, a dimenticarsi della mamma e a ubbidire al padre falegname. Tutti gli elementi del rito appaiono nella fiaba. L’allontanamento dalle madri e dalle sorelle. I libri di scuola che Pinocchio vende per i suoi divertimenti, ovvero gli insegnamenti dei padri che cerca di rifiutare. Le minacce di morte e le torture. La solidarietà reciproca tra i novizi terrorizzati. La circoncisione. La morte e rinascita che sono ripetute, poiché: “l’importanza e la portata di un processo sono espressi per mezzo della ripetizione [come nei sogni]” 7.

Ci sono nella fiaba anche elementi che passarono ai miti dei popoli dopo che questi riti erano già stati superati, e le cui tracce emersero nelle imprese degli Eroi. L’incontro di Pinocchio con il serpente, il mostro fallico femminile che gli eroi arcaici dovevano esorcizzare, come Mosè, Orfeo, Ercole, Perseo, l’Apollo di Ovidio e fino a San Giorgio e Tamino del Flauto Magico:

Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare. Che sia morto davvero?…—disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra. E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.(XX)

Lo stesso fango della Madre Terra, da cui era emerso il Pitone che Apollo, il dio iniziatico, era stato costretto a trafiggere con mille frecce (Metamorfosi, I, 435-445).

Il viaggio sembra interminabile: Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata. (XXIV) come Ulisse aveva “ritrovato” la donna in Circe, Nausica e Calipso approdando alle loro isole, solo per perderla di nuovo.

Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dé quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri (XXVII).

L’apice del rito è la rinascita, e la piena identificazione con i padri torturatori

Con le parole di Reik: “Riconosciamo in tutti questi riti la forte tendenza a distaccare i giovani dalle madri, a incatenarli più fermamente alla comunità degli uomini e a sanzionare più strettamente l’unione fra padre e figlio che era stata allentata dall’inconscia tendenza incestuosa del giovane” 8.

Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci ritorna ed esser un burattino come prima ; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane (XXXIV) [ripetizione di Mangiafuoco]…E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima. E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata 9…A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un’ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare: Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più! –Dunque gli occhi mi dicono il vero?–replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi,–Dunque tu sé proprio il mì caro Pinocchio? –Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!… [ e qui Pinocchio riassume a Geppetto tutte le sue peripezie, come se il padre non le conoscesse fin troppo bene!]…- Allora, babbino mio,–disse Pinocchio,–non c’è tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire… -A fuggire?… e come? –Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare. –Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare. –E che importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia (XXXVI).

La scena di Pinocchio e Geppetto, insieme, profondamente nel ventre del Pesce – Cane, con una fiammella sul tavolo di Geppetto, è equivalente a quella descritta da Platone nella parabola della caverna (Rep., VII). Anche lì i giovani novizi nella caverna = ventre materno, che nel nostro caso è diventato quello paterno, stanno aspettando di mettersi a correre verso la luce, ovvero di rinascere.

Come Enea aveva salvato il padre Anchise portandolo sulle spalle nella sua di impresa iniziatica, così Pinocchio prende in spalla il padre ed entrambi, insieme, vengono vomitati dal ventre del pescecane, il balum delle tribù australiane e, dopo una lunga nuotata, padre e figlio emergono dalle acque, ovvero rinascono insieme, ripetizione dell’espulsione peristaltica dal ventre del pescecane, per tornare in simbiosi al villaggio natio.

I riti iniziatici puberali, che nella preistoria dell’umanità erano universali, non vengono da tempo più eseguiti nelle società civili, ma le tensioni che ne avevano generato il bisogno continuano a persistere e hanno trovato sfogo nella fiaba di Pinocchio. L’autenticità e quindi la bellezza di questa fiaba deriva dal tessuto della descrizione di eventi reali celati dietro il sipario di un’esposizione fantastica dalla bocca di un bambino che ci parla del dramma delle tensioni del periodo di latenza e puberali. Abbiamo trovato il motivo per il quale la fiaba di Pinocchio continua a commuoverci, poiché è la storia della riconciliazione tra padri e figli e, come tale, è una storia vera.

I riti della pubertà e l’orda freudiana

Abbiamo visto come gli arcaici riti della pubertà che furono eseguiti nella nostra preistoria per decine di migliaia di anni abbiano trovato espressione, attraverso il veicolo filogenetico, nella fiaba di Pinocchio. Non possiamo immaginare, infatti, per quale altra via possano essere giunti fino a uno scrittore del XIX secolo, che niente sapeva di questi riti, che vengono eseguiti ancora oggi dai selvaggi dell’Africa, America, Asia e Australia, descritti da Frazer, Atkinson, Robertson Smith e decodificati da Reik.

La fiaba di Pinocchio ci aiuta a mettere in luce anche un altro aspetto di questi riti.

Quando i giovani venivano rapiti dai padri, separati dalle madri e dalle sorelle, costretti a vivere tra di loro in isolamento e in piccoli gruppi 10, in astinenza e sotto la costante minaccia di evirazione imposta dai padri, si ricostituiva così anche l’habitat psicologico che aveva caratterizzato l’orda primitiva, descritta da Freud.

L’ambiente mentale dei piccoli gruppi di novizi era, dunque, una ripetizione di quello dell’orda primigenia, e anche i contenuti mentali che avevano caratterizzato quest’ultima venivano, così, reattivati.

Ed ecco il nesso tra il Figliol Prodigo, il più giovane dei figli, che torna a casa per uccidere il padre sotto delega dei fratelli (come nell’orda primigenia) 11, e che alla fine si riconcilia con lui (come nei riti della pubertà iniziatici).

I riti della pubertà avevano dunque lo scopo di ricostituire l’evento primario, ma nello stesso tempo anche di farne l’undoing, cambiandone l’esito finale: non più parricidio ma bensì riconciliazione.

Ecco il nesso tra il Figliol Prodigo, che aveva sperperato il patrimonio paterno con prostitute (Luca 15,30), e quello che ci dice Freud a proposito dell’orda primigenia, citando Atkinson: “…una banda giovanile di fratelli che vivevano insieme in celibato forzato, o al massimo in relazione poliandrica con qualche singola femmina in stato di cattività” 12.

Il nesso tra patrimonio e forza virile è stato stabilito da Abraham 13, raccontandoci di una sua paziente che aveva sognato che il padre avesse perso il suo patrimonio e una gamba, e che aveva interpretato come un desiderio di evirazione diretto verso il padre. Secondo Abraham il patrimonio e la gamba sono una ripetizione dello stesso concetto.

A mio parere, malgrado entrambi siano simboli fallici, la gamba sta più per il pene stesso e il patrimonio sta per sperma o forza virile.

Siamo infatti soliti associare il denaro (patrimonio) con “liquidità”. Di qualcuno che ha denaro a disposizione diciamo che “dispone di liquidità”. Questa è naturalmente associata anche a urina e enuresi. Tuttavia non vi è contraddizione alcuna, poichè l’associazione tra sperma e urina è stata confermata da Abraham stesso nel suo lavoro sulla ejaculatio praecox, in cui spiega come urina e sperma, nella eiaculazione prematura, siano concetti equivalenti 13b.

Il piede, invece, si associa a qualcosa di duro e rigido, e si adatta a rappresentare il pene stesso. Pinocchio perde i piedi ed è Geppetto che deve rifarglieli. I piedi – pene sono pars pro toto, in quanto il bambino si identifica con il proprio pene, come se questo fosse il suo intero corpo, e non solo una parte di sé. I piedi – pene bruciano ed è il padre che li rifà, ovvero Pinocchio muore ed è dinuovo il padre che lo ricrea. La storia ci racconta della percezione infantile di dovere il pene = vita al padre. Il concetto di dovere la vita al padre è il nucleo di tutte le religioni monoteiste e queste risucchiano invero dagli arcaici riti della pubertà, dove i figli vengono fatti rinascere dal padre, il quale, allo stesso tempo, con il suo intervento ripristina la completezza del genitale che era stata compromessa dall’evirazione simbolica che era stata parte del rito puberale. Ovvero, solo identificandosi con il padre e rinascendo da lui, il figlio riceve la legittimazione ad avere un pene completo e di avere accesso ai rapporti eterosessuali. Vita, pene, sperma e virilità sono dunque il feudo assoluto del padre.

A questo concetto si riallaccia quello della Santa Trinità, dove il Figlio, completato il proprio rito puberale iniziatico attraverso la Crocifissione, sale in cielo a ricongiungersi e ad identificarsi con il Padre, e così si ripristina la completezza del genitale, che era stata turbata dal peccato originale di evirazione e cannibalismo dell’orda primitiva sul corpo del Padre. Durante il rito iniziatico i padri, evirati e cannibalizzati, erano diventati gli eviratori e i divoratori (il Balum). La legge del taglione aveva avuto la sua. Adesso padre e figlio erano “pari”. Finalmente può avvenire la riconciliazione. Il figlio si siede dextera patris, la Trinità = completezza del genitale viene ripristinata in quanto il tre è il simbolo non solo del genitale, come sostiene Freud 13c, ma del genitale completo = perfetto = non evirato. La Crocefissione = rito puberale aveva portato la Salvezza = ripristinazione del genitale, rappresentato dal numero tre.

Vita, pene, sperma e virilità sono dunque del padre.

Per lo spermatozoo come feudo assoluto del Padre:

L’albero della conoscenza (id’a) rappresenta il corpo del Dio 14 . Il peccato originale era dunque il peccato di cannibalismo primigenio sul corpo del padre. Ma conoscenza in ebraico è conoscenza genitale. “Adamo conobbe Eva sua moglie, e partorì Caino” (Gn. 4,1), “Caino conobbe sua moglie che partorì Enoch” (Gn.4,17), “Falli uscire di qui che li vogliamo conoscere” (Gn. 19,5), “Ho due figlie che non hanno conosciuto uomo” (Gn. 19,8). (La traduzione italiana svisa completamente il senso del racconto biblico).

Quando l’uomo si cibò dell’albero della conoscenza si cibò dunque del genitale paterno, per incorporare ed acquisire la potenza sessuale che i figli dell’orda tanto invidiavano al padre. Anche la fiaba di Pinocchio ci parla di un albero di zecchini che avrebbe dovuto crescere se il sacrilegio fosse riuscito: “ –E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?..”(XIX). L’albero della conoscenza biblico (il genitale del dio) emerge nella fiaba attraverso la fantasia – desiderio di Pinocchio, dopo la quale, come nel mito biblico, avviene l’orgia di pentimento e disperazione.

Come il Figliol Prodigo, anche Pinocchio sperpera gli zecchini del padre, ovvero la forza virile che solo a lui appartiene. Il bambino che ha le prime polluzioni si sente in colpa poichè percepisce la sua appena acquistata forza virile come un atto di sfida verso il padre, un atto di appropriamento indebito, e da qui i suoi rinnovati terrori di evirazione. Il padre non lascerà impunito quest’atto di hybris. Non a caso Ulisse, dopo aver deflorato la città di Troia e dopo il coito degli eroi greci dal cavallo da lui marchingegnato, simbolo dell’eiaculazione, dovette subire la maledizione di Poseidone e darsi alla fuga (Cfr. la maledizione di Giacobbe a Ruben, Gn., 49,3-4).

Sperperare gli zecchini che aveva indebitamente carpito al padre condensa dunque anche un atto di undoing della propria hybris, sotto il peso dei sensi di colpa e del terrore della legge del Taglione. Ma gli zecchini sono del padre e, seppellendoli, nel momento stesso in cui si sbarazza dell’oggetto del peccato, mette in atto contemporaneamente anche il desiderio di morte vero il padre, rappresentato dalla sua stessa forza virile. Seppellisce il genitale paterno, o il suo sperma, ovvero seppellisce il padre stesso. La condensazione è il risultato delle forze antitetiche che sono in atto, doing e undoing nello stesso acting out, come in ogni sintomo nevrotico.

Pinocchio, come il Figliol Prodigo, sperpera gli zecchini del padre, e sotto l’influenza dei mali consigli di due più che dubbi amici, il gatto e la volpe. Vediamo come questo avviene:

Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò, che cosa hai fatto del tuo zampetto. Il Gatto voleva rispondere qualche cosa ma s’imbrogliò. Allora la Volpe disse subito Il mio amico è troppo modesto –e per questo non risponde. Risponderò io per lui, sappi dunque che un’ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po’ d’elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha l’amico mio, che ha davvero un cuore di fatto Cesare?… Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l’ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto sussurrandogli: Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!…(XVIII).

La zampa rappresenta il pene maschile 15. Non solo, ma “quella destra davanti’’, ripetizione fallica come il Cristo che si siede dextera Patris 16, e ogni gesto osceno di sfida che si esprime rizzando l’avambraccio destro verso il nemico. Muzio Scevola era stato colui che si era auto-evirato bruciando la mano destra non, come razzionalizza la leggenda, perché questa aveva fallito ma poiché aveva tentato, ovvero si era eretta a sfida (aveva avuto un erezione) contro Porsenna che, come ogni re, è il simbolo del Padre. Il Gatto dunque aveva rinunciato a una zampa, si era autocastrato, per darla al vecchio stanco lupo che, come in Cappucetto Rosso, i Sette capretti e i Tre porcellini, rappresenta la minacciosa imago paterna.

Facendone un atto masochista di pietas filiale il gatto risolve, attraverso quella che è un’inversione, la propria pulsione di evirare con un morso il padre. Attraverso quest’accorgimento il gatto mantiene anche il proprio narcisismo: “Non è lui che me lo ha preso ma sono stato io che gliel’ho dato”. Infatti, il Collodi alcuni capitoli prima ci aveva raccontato quale era stata la scena primaria:

Allora l’assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, provò a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto (XIV).

Vi è però un altro livello che si condensa a questo, e che si ricollega a quello del Figlio Prodigo che aveva sperperato il patrimonio paterno con le prostitute, e a quello dell’orda primigenia “che vivevano insieme in celibato forzato, o al massimo in relazione poliandrica con qualche singola femmina in stato di cattività’’.

Freud ha scoperto come il bambino interpreti la forma del genitale femminile come la ferita prodotta dall’evirazione inferta dall’uomo alla donna durante il rapporto sessuale 17. Il rapporto eterosessuale viene, dunque, interpretato come un atto attraverso il quale la donna perda il proprio pene e dopo del quale rimane evirata, e questa è la precondizione per la sua femminilità. In questo contesto il gatto ha quindi perso il proprio pene in conseguenza di uno strupro dopo del quale è diventato donna. Se aggiriamo l’inversione prodotta dalla fiaba, per la quale era stato il gatto a ‘donare’ il proprio pene al padre — lupo, abbiamo la situazione originale, nella quale il bambino fantastica che la donna sia diventata tale per un’evirazione subita dal padre. Ci sono uomini che possono essere potenti solo con prostitute o mutilate, proprio perchè solo così viene rimossa l’inibizione rappresentata dalla fantasia del pene femminile che, in alcuni nevrotici, fa da strumento apotropaico contro l’avvicinarsi alla donna e la pulsione genitale. Il gatto, che ‘dona’ al povero lupo il proprio pene, diventa così, dopo la propria auto-evirazione, una bambina, e la sua ferita diventa una vagina attraverso la quale può avere rapporti eterosessuali come femmina.

La dea egizia Basti, la dea dalla testa di gatto adorata a Bubasti, viene paragonata da Erodoto ad Artemide (Hist., II/59), la dea vergine che in Asia Minore era considerata la Grande Madre e come tale rapresentata a Efeso coperta da numerose mammelle (polymastos). Come Atena ostentava la lancia a rappresentazione del suo pene verginale, strumento apotropaico contro la deflorazione, per Artemide questo era rappresentato dall’arco e le frecce. La connotazione di verginità della dea non deve indurci in errore, poiché questa era anche Grande Madre. La verginità della Madre non è altro che l’altro polo di quello di prostituta, come il bambino conserva questa doppia immagine della madre come vergine e come prostituta nella stessa condensazione. Vedi la Maria Vergine e la Maria Maddalena, la stessa imago scomposta in due concetti, apparentemente antitetici, che si completano a vicenda. Inoltre vedi l’orda israelita che pone l’assedio su Gerico, entro le cui mura dimora una prostituta (Raab – Giosué, 2), e l’orda achea che pone l’assedio su Troia, entro le cui mura dimora una Regina. E’ La stessa imago scissa in due figure diverse.

Anche un’altra fiaba dello stesso Collodi ci presenta il Gatto come imago femminile, “Il gatto con gli stivali”, in cui l’illustrazione rappresenta un gatto con due enormi baffi, spostamento del pelo pubico femminile dal basso verso l’alto come i capelli -serpenti di Medusa (infatti i bambini spesso disegnano barba e baffi sulle immagini del volto femminile) dentro due enormi stivali in cui quasi annega simbolo della vagina, come ogni scarpa in cui si inserisce il piede. E questo ci riconduce alle protagoniste di scene pornografiche che molto spesso indossano stivali, come simbolo di castrazione femminile. Con le parole di Baudrillard a proposito della spogliarellista

Lei ha dei guanti che le tagliano le braccia, il che è sempre molto bello, delle calze verdi rosse o nere [o degli stivali] che le tagliano analogamente le gambe all’altezza della coscia…qui proprio il corpo che la donna circonda d’una manipolazione sofisticata, d’una disciplina narcisistica intensa, senza debolezze, fa di lei e del suo corpo sacralizzato un pene vivente, che è la vera castrazione della donna. Essere castrato significa essere coperto di sostituti fallici. La donna ne è coperta, è costretta a farsi fallo nel suo corpo, a pena di non essere forse mai desiderabile 18.

Anche dalla descrizione di Baudrillard emerge l’associazione castrazione = donna, come nel gatto di Pinocchio. Inoltre il Gatto era non solo zoppo ma anche cieco, ripetizione di evirazione (vedi Edipo che si acceca), e la Volpe era zoppa come il Gatto:

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco tutt’e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe… –Guarda me!–disse la Volpe.–Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba. –Guarda me!–disse il Gatto.–Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi (XII)

Inoltre evirate proprio perché [non] avevano voluto studiare, ovvero seguire gli insegnamenti paterni. Infatti il bambino, quando deve prendere atto che la donna non possiede un pene come il suo, si spiega la cosa come una punizione inflitta dal padre, ed è terrorizzato che la stessa sorte spetti anche a lui.

Vediamo cosa dice Abraham di donne cieche da un occhio, orbe o zoppe:

Una delle più piacevoli fantasie del paziente consisteva nella rapresentazione di portar via a una ragazza miope (possibilmente con un occhio solo) il pince – nez o di strappare la gamba artificiale a una ragazza amputata, e renderle in tal modo inerti. Che si trattasse in questi casi di fantasie di evirazione spostate si poté riconoscere ripetutamente dalle associazioni del paziente. Particolarmente importante in questo senso fu però un sogno del paziente che abiamo già menzionato. Si riferiva a una ragazza che egli conosceva di vista, la quale vedeva solo da un occhio. La sua rappresentazione nel sogno era che a questa persona l’occhio mancante fosse stato cavato con un colpo dal padre. Di qui fummo condotti più oltre all’angoscia del paziente di perdere un occhio.

Questa angoscia si rilevò determinata in modo duplice: dall’idea della punizione per un guardare proibito, e dallo spostamento dell’angoscia di evirazione dal genitale all’occhio…Entrambe le rappresentazioni avevano chiaramente il carattere del taglione 18b.

Il Gatto e la Volpe, la ripetizione della donna evirata nella veste di due malandrini, astuti ed infidi. Qui emerge la diffidenza che emerge nel bambino quando scopre che la donna non ostenta un pene come il suo. Prima di arivare alla conclusione che sia stata evirata dal padre, si insinua il sospetto che forse ce l’abbia, ma lo stia nascondendo da qualche parte. Con le parole di Abraham: “la concezione secondo cui la donna possiede un pene tenuto nascosto nel corpo ma molto grosso 19”. Questa è la genesi della diffidenza maschile verso l’altro sesso. Le donne sono seducenti, infide, non si può mai sapere dove nascondano il pene mancante.

La peculiarità della volpe come emerge da tutte le fiabe, comprese quelle di Esopo, è l’astuzia

Del serpente è scritto: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio” (Gen. 3,1). Astuto quindi come e più della volpe. Nella mia ricerca ho raggiunto la conclusione che il serpente non rappresenta il simbolo del pene maschile, come avanzato da Abraham, Reik, e, sia pure con qualche riserva, da Freud, bensì sia il simbolo del pene femminile, ovvero della clitoride. Una delle ragioni che mi hanno portato a questa conclusione è che in tutte le leggende, miti e rappresentazioni raffigurate dei popoli non ho mai incontrato il serpente direttamente associato con dei ed eroi maschili, bensì solo a figure femminili. Dove dei ed eroi sono associati al serpente, è solo attraverso un bastone, che infatti rappresenta il fallo maschile (Mosè – Esculapio).20

Il serpente rappresenta la clitoride femminile , quindi abbiamo l’associazione volpe = astuzia = serpente = clitoride.

Inoltre tutti gli animali con una morbida pelliccia ci ricollegano al pube femminile. Non a caso le donne si ammantano di pellicce come allusione all’imago del proprio genitale. Pellice di volpe, di castoro, e di visone.

Ed ecco il gatto e la volpe, le prostitute con le quali il Figliol Prodigo aveva sperperato il patrimonio paterno, e che (singole femmine in cattività) i maschi dell’orda primigenia dovevano condividere tra di loro.

Dove sono le prostitute dei riti iniziatici puberali?

Secondo i Kikuyu dell’Africa occidentale il primo coito che i giovani testé circoncisi fanno porta alla loro morte o a quella della loro compagna. Essi cercano di evitare questo triste destino nel modo seguente. Dopo che si sono compiuti di pubertà, quindici o venti uomini si raccolgono insieme, afferrano certe vecchie in un luogo solitario, ne abusano sessualmente e poi le uccidono. La morte di queste vecchie libera i giovani da ogni pericolo 21.

Non ricorda forse quei padri che nelle buone famiglie borghesi portano il figlio adolescente ad avere il suo primo rapporto sessuale con una prostitta, per iniziarlo ai misteri del sesso?

Ed ecco anche la matrice di ogni misogenia. Con le parole di Reik: “come conseguenza di questo rafforzamento dei legami tra la generazione dei padri e quella dei figli emerge anche una nuova ostilità verso le donne” 22, che erano state, per ricalcare un’espressione comune nel nostro contesto estremamente calzante: “Il pomo della discordia”. La degradazione della madre a prostituta era stata una conseguenza del senso di colpa verso il Padre.

Vediamo quindi che tutti gli elementi della condizione dell’orda primigenia riappaiono nei riti della pubertà, nella parabola del Figlio Prodigo e nella fiaba di Pinocchio attraverso la coazione a ripetere filogenetica, non importa quanto ci sembri di esserci allontanati ormai dal modus mentale primitivo.

Anche il cristianesimo, produzione della crisi del mondo antico che aveva superato il modus mentale tribale, nel processo di regressione innescato da quest’ultima, fece una reattivazione dei riti della pubertà iniziatici arcaici con una innovazione. Il rito, invece di essere perpetrato su tutta la comunità dei giovani, viene delegato al loro rappresentante, che sarà d’ora in poi il Vicario. Vicario dei figli presso il Padre e non Vicario del Padre. Accettando il vicariato, il resto dell’umanità viene così esentato dal passare il rito in carne, in grazia del Cristo che lo ha passato in vece loro. Infatti Paolo esenta i fedeli dalla circoncisione, che è il simbolo più crudo delle minacce di evirazione così accentuate in questi riti. Al posto del rito viene la fede, e questa è quella che il Vicario sia risorto, ovvero che abbia completato con successo il rito iniziatico dove la ressurrezione per mano del Padre e dal Padre è l’apice di tutto il processo. Chi crede che il Cristo sia risorto e si identifica con Lui, è considerato come se avesse passato lui stesso con successo il rito, e viene accettato al Regno dei Cieli, trasposizione figurata della società degli adulti.

Troviamo nella saga evangelica tutti gli elementi che abbiamo trovato nei riti della pubertà descritti da Reik e nella fiaba di Pinocchio. Gesù, che era venuto in nome del Padre dice: “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu non venga gettato in prigione”(Mt., 5, 25). Pinocchio viene arrestato dai carabinieri portato davanti al giudice e gettato in prigione (XIX). E i novizi venivano rapiti alle madri dai padri e messi nel campo in mezzo alla foresta. Il Vangelo: “Avete inteso che fu detto: Non comettete adulterio, ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già comesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt., 5,27). E i selvaggi descritti da Reik: “Se sentiamo dire che seguite ragazze e donne, vi getteremo nel fuoco”. Le minacce di evirazione: “Conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nel Geenna (il fuoco). E se la tua mano destra è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te” (Mt., 5, 29) (come Muzio Scevola), e a Pinocchio bruciano i piedi e i Picchi gli ridimensionano il naso. La solidarietà tra iniziati insieme (Mt., 5,43), come tra Pinocchio, Arlecchino e Pulcinella. La storia della barca e della tempesta sul lago di Galilea (Mt.,8, 23-27) corrisponde a Pinocchio in mare che nuota disperatamente verso il suo babbino. I due ciechi che inseguono Gesù e gli propongono di fare miracoli (Mt., 9,27) corrispondono al gatto e alla volpe che gli propongono di seppellire gli zecchini nel Campo dei Miracoli. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è una ripetizione degli altri miracoli e corrisponde alla supposta moltiplicazione degli zecchini. Non a caso sorridiamo ascoltando la storia di Pinocchio, il gatto, la volpe, il Campo dei Miracoli e la moltiplicazione degli zecchini, poichè inconsciamente sappiamo di aver già sentito questa storia, e adesso possiamo ammiccare increduli, dove nella saga evangelica ci era stata imposta, invece, la credulonità. Reik sostiene che anche gli adulti che raccontano storie di prodigi e di Balum alle donne e ai bambini, se la ridono tra di loro, perché sanno di stare raccontando fandonie. Così stanno le cose nel paese di Acchiappacitrulli.

Le storie di Gesù ripetono in numerose scene le peripezie di Pinocchio e dei giovani novizi nel bosco. Dagli insegnamenti nel Tempio, dove i rabbini non sono altro che il saggio-pedante grillo parlante contro i quali Gesù si ribella, alla cattura nel Getsemani, la prigione e il processo, ripetizione della stessa avventura capitata al burattino. Fino a che Gesù è tra i suoi discepoli, apparentemente avviene un’inversione, poiché Egli si identifica con gli insegnamenti del Padre e come vicario di questi egli appare, ma il velo della sovrapposizione cade con la Cattura, il Processo e la Croce. Qui la sua vera natura di Figlio, in contrapposizione al Padre, e non in simbiosi con Lui, diventa evidente. La cattura, il processo e la prigione di cui Gesù, come vicario del Padre, aveva minacciato i suoi fratelli vengono esperimentati da lui stesso, come vicario dei figli. Il processo di Pinocchio non è che una ripetizione di quello di Gesù:

Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì e commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:–Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione (XIX).

“Gli dice Pilato: ‘Che cos’è la verità?’. E detto questo uscì dinuovo verso i Giudei e disse loro ‘Io non trovo in lui nessuna colpa’”(Gv., 18,38) …”Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare” (Gv., 19,1).

Invece di liberare Gesù, Pilato libera Barabba, il ladrone. Alla stessa maniera Pinocchio viene lasciato libero solo quando dichiara di essere un criminale: “–Domando scusa,–replicò Pinocchio,–sono un malandrino anch’io–In questo caso avete mille ragioni,–disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare” (XIX).

Il XIX capitolo di Giovanni è l’esatto parallelo del XV capitolo di Pinocchio.

Il processo di Gesù e quello di Pinochio hanno in comune l’evento centrale, che in ambo i racconti era stato rimosso, ma che emerge dalla sentenza. Apparentemente entrambi vengono condannati proprio perché innocenti. Ma è davvero così? Il peccato di cui nessuno ci dice niente, ma che è implicito dalla sentenza è quello di cui si era macchiato Gesù, come vicario dell’orda fraterna: parricidio e incesto. Infatti il primo uomo aveva carpito la potenza sessuale paterna cibandosi dell’albero della conoscenza, che, come abbiamo visto, rappresenta il genitale del dio. E adesso il Cristo, come Vicario di tutti i figli e come secondo Adamo, deve espiare di persona. Lo stesso peccato di Pinocchio che, impadronitosi degli zecchini di Geppetto, li aveva seppelliti.

Gesù e Pinocchio non avevano ascoltato i rabbini –Grillo parlante, e adesso arrivano gli assassini (XIV) “E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff… gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni…” (XV), come la ferita alla costola inflitta a Gesù dal centurione romano. “-Ho capito,–disse allora uno di loro,–bisogna impiccarlo! Impicchiamolo, impicchiamolo,–ripeté l’altro”. “Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!’” (Gv.,19,6). Lo impiccano alla Quercia grande (XV). La Quercia grande, come l’albero della vita eterna è la Croce, e infatti nella teologia cristiana la Croce viene paragonata all’albero della vita eterna (vedi la scena della Deposizione di Benedetto Antelami, all’interno del Duomo di Parma, dove la Croce è rappresentata con dei germogli). All’albero della Vita viene crocifisso Gesù per aver profanato l’albero della Conoscenza, la conoscenza genitale paterna.

Come Pinocchio aveva due compagni, che passarono il rito iniziatico insieme a lui, Arlecchino e Pulcinella, così Gesù ebbe due compagni nel suo rito sul Golgota, e tre sono le croci che si stagliano, come tre erano stati i burattini.

“Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno” (XV).

E il Vangelo: “Chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe” (Gv., 19:31) “Dunque?–gli domandarono gli assassini,–vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! non rispondi?… Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprir noi” (XV). E il Vangelo: “posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca” (Gv.,19,29).

“Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai (XV). Come i centurioni ai piedi della Croce aspettano che Gesù inali l’ultimo respiro.

Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.A poco a poco gli occhi gli si appannavano e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo… e balbettò quasi moribondo: –Oh babbo mio! se tu fossi qui!… E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito(XV).

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce ‘Eli, Eli, lemà sabactàni?’…E Gesù, emesso un alto grido spirò” (Mt., 27,45-49).Questa  la morte di Ges, di Pinocchio, e di tutti i giovani novizi ingoiati dal Balum. Ma il Balum che ha inghiottito, anche restituisce alla vita:

“In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo…” (XVI). “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano” (Mt.,27,55). E qui, come nella fiaba, anche nel Vangelo entrano in scena le donne. Nella fiaba la Fata turchina tira giù Pinocchio dall’albero e assiste alla sua ressurrezione, e le donne del Vangelo diventano le spettatrici e le protagoniste della sua Resurrezione. Come nei riti di pubertà iniziatici il figlio “morto” viene restituito alle donne dopo che il Balum lo ha vomitato, e rinasce tra di loro a vita nuova, purificato dalle sue fantasie incestuose e parricide.

© Iakov Levi

Seconda parte

Note:

1 Karl Abraham, “Nevrosi di traslazione, Complesso femminile di evirazione” in Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1975 e 1995, vol.I, p.119. back

2 Theodor Reik, “I riti della pubertà”, in Il Rito Religioso, Boringhieri, Torino 1949 e 1969, p.137. back

3 Ibidem, p.138. back

4 Ibidem, pp.150 — 1 back

5 Ibidem, p.143 — 4 back

6 Ibidem. back

7 Ibidem, p.149 back

8 Ibidem, p.53 back

9 Sulla fantasia infantile di aver già incontrato il padre nell’utero materno, quando questi visitava la madre attraverso il rapporto sessuale, vedi Karl Abraham, “Nevrosi di traslazione” in Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1975 e 1995, vol.I, p.146. Pinocchio che incontra Geppetto nel ventre del pescecane rispecchia questa fantasia. back

10 Freud, «Totem e Tabù», in Opere, B.Boringhieri, Torino 1989, vol.VII, pp.129 — 139. Freud cita Darwin, che sostiene che i gruppi di primati maschi vivevano in piccoli gruppi, «Darwin dedusse dalle consuetudini di vita delle scimmie superiori che anche l’uomo visse in origine in orde relativamente piccole». La parola orda richiama alla mente un enorme numero di maschi, ma in realtà si trattava di un numero esiguo. Così anche i gruppi di novizi. Come riporta Frazer (The Golden Bough: Balder the Beautiful, vol. II, terza edizione, London 1913, p.227) ogni clan doveva spesso aspettare mumerosi anni prima di raccogliere un gruppo di novizi sufficente da iniziare insieme. Da qui anche il numero di soli tre burattini della fiaba di Pinocchio, che vengono minacciati e torturati insieme. back

11 Iakov Levi, “Il figliol prodigo”, in “Forum”, in Scienza e psicoanalisi rivista multimediale di psicoanalisi e scienze applicate, http://www.psicoanalisi.it/utilities/faqforum4.htm, 24 Gennaio 2002. back

12 S.Freud, ibidem, p.146. back

13 Karl Abraham, “Nevrosi di traslazione, Complesso femminile di evirazione” (1920), in Opere, B.Boringhieri, Torino 1975 e 1995, vol.I, p.123. back

13b K.Abraham, ÒSulla ejaculatio praecoxÓ (1917), in op.cit., pp.74 Ð82 back

13c Sigmund Freud, ÒIntroduzione alla psicoanalisi, Simbolismo nel sognoÓ, in Opere, in 11 vol. a cura di Cesare Luigi Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1989, vol.VIII, p.326. back

14 T.Reik, Myth and Guilt, Braziller, New York 1957. back

15 K.Abraham, ibidem. back

16 Un parallelismo tra Horus, il dio figlio, e Cristo appare in una lettera di Jones a Freud del 18 Dicembre 1909, in cui scrive: “…also in Egyptian phallic worship that the right penis was the Father, the right testicle Horus (Christ) and the left Isis ( Maria)” in The Complete Corrispondence of Sigmund Freud and Ernest Jones 1908-1939, Edited by R. Andrew Paskauskas, The Belknap Press of Harvard University Press Cambridge, Massachusetts and London, England, 1993, p.35. back

17 Sul rapporto deflorazione = evirazione e la forma della vagina come una ferita dovuta a quest’ultima Freud riporta : “…durante lo svolgimento del sogno il paziente avesse ritenuto che la donna fosse evirata e avesse, in luogo del membro virile, una ferita; nella sua interpretazione la ferita doveva servire al rapporto sessuale e l’evirazione era la condizione della femminilità’’ (S.Freud, «Una nevrosi infantile», in op.cit., vol.VII, p.552). Sul rapporto deflorazione = ferimento e l’aggressività che si risveglia nelle giovani donne contro il marito dopo la deflorazione vedi: K. Avraham, «Complesso Femminile di Evirazione», in op.cit., vol.I, pp.113 — 114. back

18 Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1992, pp.121 e 123. back

18b K.Abraham, ÒPsicoanalisi ed etnologia – Limitazioni e trasformazioni del piacere di guardareÓ, in op.cit., vol.II, pp.576 Ð 577. back

19 K. Abraham, «Una teoria sessuale dei bambini non considerata» (1925), in Opere, B. Boringhieri, Torino 1975 e 1997, vol. I, p. 396. back

20 Iakov Levi, Eva – Verginità e castrazione nel mito greco e nell’Oriente semitico, http://www.geocities.com/psychohistory2001/EvaPartePrima.html back

21 T.Reik, “I riti della pubertà”, in Il Rito Religioso, op.cit., p.140. back

22 Ibidem, p.162. back

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Pinocchio ha perso la testa


Se chiedete a un bambino di otto-nove anni, ragionevolmente sveglio, per quale arcano motivo la Fata di Pinocchio abbia i capelli turchini, o perché il Pescatore sia verde, facile che vi risponda: chi se ne frega. Ah, questi innocenti! Per lui Pinocchío – meglio: Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino – è una bella storia: fa ridere e spaventa (spaventa, più che far ridere); strabilia e fa chiedere a ogni pagina: e dopo?

Male, ragazzo mio, male! direbbe Geppetto. E avrebbe ragione: della storia del Burattino inventata da Carlo Lorenzini (in arte Collodi) tutto si può dire, tranne che sia una storiella qualsiasi, dove i particolari sono lasciati al caso. Nessun citrullo potrebbe crederci: sotto la scorza allegra, Pinocchio vuol dire tante cose, alcune molto inquietanti. Ed è meglio che anche i bambini inizino a pensarci, tenendosi bene a mente le minacce del Grillo Parlante: “Povero grullerello! Ma non sai che, così facendo, diventerai da grande un piccolo somaro?”

Carlo Collodi

IL LEGNO FILOSOFALE

Già, ma quali sono i significati nascosti di Pinocchio? A riaprire la querelle sul caso Collodi, ci ha pensato Rodolfo Tommasi, giornalista e critico letterario, autore di Pinocchio. Analisi di un burattino, pubblicato da Sansoni. Già dal titolo, la parola “analisi” mette sull’avviso. Si tratta di una lettura, non peregrina, del capolavoro collodiano che poggia per buona parte sulle “psicologie profonde” di Jung, e per l’altra su interpretazioni esoteriche: “Stiamo parlando” dice infatti “dell’alchimia di Pinocchio, o meglio di un Pinocchio alchemico che fa da struttura portante – anche se ben mascherata – al messaggio lanciato all’infanzia di una nuova morale avventurosa e avveniristica, eversiva perché deve portare alla conoscenza qualunque sia il prezzo che essa richiede”. E ancora: “Il premio dell’umanizzazione altro non è che il fallimento… quando nella grande lotta tra l’Assoluto e l’umano vince l’umano, la Verità muore, muore lo Spirito, comincia la vita”.

Brivido di panico, nella schiena di chi ha sempre creduto che Pinocchio altro non fosse che una “birba di un figliuolo”. O di chi si è scaltrito da tempo a leggere i sensi profondi del Burattino, ricavandone però tutt’altri, cattolicissimi risultati: Pinocchio sciamano? Questo poi no! Ci sarà un equivoco…

Nessun equivoco. Elémire Zolla (che su queste faccende li sa lunga) nel suo ultimo libro Uscite dal mondo dedica anch’egli un capitolo a Collodi, e non lascia scampo: “Questa è la chiave che c’introdurrà nel Pinocchio… Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l’essenza dell’intrattenimento. Era ciò che da loro si voleva. Resterà il pubblico degli innocenti … ” Ed eccolo svelato, il primo arcano: gli innocenti non sono i bambini, ma “gli unici cui valga la pena schiudere i misteri”. Altro che letteratura per l’infanzia: siamo nel bel mezzo di un percorso iniziatico.

D’altronde, sul fatto che Pinocchio non sia “una bambinata” (secondo il noto depistaggio dello stesso Collodi) bensì un vero e proprio Mito, sono tutti d’accordo. E da cent’anni dura anche il dibattito su cosa veramerne tale Mito dica. Lo si è letto (e con molte ragioni) in chiave risorgimentale, come progetto massonico di educazione ai valori della Nuova Italia: una, borghese e anticattolica. Poi lo si è letto in chiave antiborghese, fidando nel parallelo tra i temperamenti anarcoidi e popolani del Burattino e del suo creatore.

Negli anni 40 Piero Bargellini li “battezzò” entrambi, aprendo il filone delle interpretazioni cattoliche, forte del fatto che “in Italia si possono mangiare i preti e dar loro, nell’essenziale, ragione” Infine il cardinale di Bologna Giacomo Biffi, col suo Contro maestro Ciliegia, è andato ancor più a fondo nel “commento teologico”.

Possibile che nessuna di queste letture abbia un briciolo di vero? E che siano inattendibili anche quelle psicanalitiche che hanno mostrato come, col naso fallico che si ritrova, Pinocchio non può che aggirarsi inquieto nei paraggi incestuosi della Fata Turchina, la mamma sorella? Di interpretazioni, come è noto si vive.

COLLODI E IL GRAN MAESTRO

La più accreditata degli ultimi tempi è però proprio quella gnostíca del “Pinocchio alchemico”, simbolo della rigenerazione dell’essere. Per renderla plausibile tocca rispondere a una domanda: chi era Collodi? Il libro di Tommasi inizia proprio da qui. E lo fa in modo assai sintomatico: procedendo per illazioni. Perché, si chiede l’autore, Collodi ottenne una licenza ecclesiastica per la lettura dei libri posti all’Indice? Non sarà che, sotto l’aria bonaria, coltivasse “segretamente fedi irrazionali, suggestioni misticheggianti, passioni alchemiche?” e “quali erano le sue “Scritture” blasfeme?” Poche, ammette Tommasi, sono le risposte certe. Ma, giusto per questo, perché non ipotizzare un Collodi alchimista, iniziato a una delle tante logge massoniche toscane?

L’azzardo, del resto, non è nuovo. Nel 1984 la casa editrice Atanòr, specializzata in cose di massoneria ed esoterismo, pubblicò un Pinocchio e i simboli della “Grande Opra “: anche qui gli autori, Nicola Coco e Alfredo Zambrano, si diffondevano in una documentata e illuminante (ancorché complicata) interpretazione misteriosofica del libro. Ma avvertivano che “d’altra parte, se si eccettuano poche e frammentarie notizie… l’appartenenza del Lorenzini a una determinata “obbedienza” non risulta materialmente certa”. Aggiungevano inoltre che, se è vero che in Pinocchio “il vero Grande Assente del racconto è il Dio cristiano o il substrato religioso ecclesiale”, e se anche “la frattura con la morale cristiana è palese… diviene sufficiente questo dato per attribuire a Lorenzini la qualità di Fratello o Iniziato ai Misteri della Frammassoneria?” Certo che no. Ma, concludevano gli autori, bisogna leggere e interpretare, per poter giudicare da che parte stava Collodi.

Nell’interpretazione “teologica”del cardinal Biffi, Pinocchio è l’uomo che, nonostante e attraverso le sue continue cadute, giunge alla salvezza, alla felicità, in virtù della grazia che gratuitamente gli è elargita attraverso la presenza materna della Fata-Chiesa.

Per gli esegeti gnostici, dice Zolla, è invece la storia di un’iniziazione intesa come un “liberarsi da se stessi, dalla propria natura di burattini utopisti, ricercatori di soluzioni umane, per rompere i propri limiti”. Pinocchio deve diventare sì un “liberato in vita”, ma nel senso della caduta: “Quando uno spirito muore, diventa uomo. A chi credere? A chi si vuole, naturalnente, se non altro in omaggio al collodiano paese di Acchiappacitrulli, dove è regola che il giusto sia capovolto.

MORIRE AL CAPITOLO QUINDICI

Però Zolla & Co. hanno molte frecce al loro arco: come negare ad esempio che Pinocchio, nascondendo sotto la lingua le monete di Mangiafuoco, compia il rito dei morti che pagavano il traghetto dell’Acheronte? O che il Burattino viaggi tra i quattro elementi della tradizione alchemica (acqua, terra, fuoco, aria)? O che i personaggi del racconto siano gli arcani dei tarocchi (l’Impiccato, la Morte, il Diavolo)? O che l’episodio del serpente verde che sbarra la strada a Pinocchio sia ripreso, pari pari, da una fiaba, dichiaratamente iniziatica, del frammassone Goethe? E che ogni animale risponda a simbologie più esoteriche che cristiane? Le “coincidenze” sono troppe, per poterle chiamare con questo nome. Tanto che, illazione per illazione, Coco e Zambrano ad un certo punto abbandonano il Collodi-autore per attribuire una “così complessa sintesi/gnosi” addirittura “un cenacolo di emanazione”: una ipotetica setta iniziata decisa a divulgare, nell’Italietta post-risorgimentale, il verbo massonico.

Un altro dato fa riflettere. Come tutti sanno, o forse no, la prima stesura del Pinocchio terminava molto prima: al capitolo quindici, con la morte di Pinocchio impiccato alla quercia. Collodi non voleva andare oltre. Il cardinale Biffi, a proposito, spiega: “Era una fine amara se si vuole, ma anche suggestiva: il burattino di legno toccava il vertice dell’umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte”. Inoltre prosegue, prima di morire “Pinocchio aveva intravisto la salvezza”.

Una salvezza però, impersonata dalla Bambina Turchina “come un’immagine di cera” che dice, ancor più inquietante degli assassini che inseguono il Burattino: “Sono morta anch’io. Aspetto la bara che venga a portarmi via”. Perché mai Collodi, anche da cristiano inconsapevole, avrebbe voluto terminare il racconto su questa visione di morte? Sul Giornale dei bambini, il 27 ottobre 1881 la parola “fine” sigillava la cupa morte dell’eroe. Era un racconto per bambini? E se sì, che razza di racconto?

Le uniche interpretazioni proibite son quelle banali. Come, forse, quella che fece Walt Disney, buonanima, nel suo film a cartoni. A meno che… non avesse capito tutto anche lui. Ma in tal caso, cosa intendeva dirci? L’illazione continua.

Da massone a freudiano. Che cosa hanno detto di lui

PINOCCHIO MASSONE – Geppetto di Cavour ” Gli anni cari di Collodi, di De Amicis…in cui l’Italietta aveva incominciato a farsi le ossa, a trovare uno stile, a trovare una misura dì vita e di civiltà”.  Giovanni Spadolini  “Dirozzare le menti delle classi meno agiate, sottraendole all’ignoranza ed alla speculatrice superstizione… nell’intendimento di togliere i fanciulli dalle ugne dei clero”.  Rivista della massoneria italiana, 1873  
PINOCCHIO CATTOLICO – Geppetto e Dio “Carlo Collodi ebbe la gran ventura di inserirsi, con la sua fantasia, nel filone della verità. Anche Pinocchio, come tutti i capolavori italiani, ha fondamento nella verità della dottrina cattolica”. Piero Bargellini “L’agonia di Pinocchio , appeso all’albero da tre ore… di Cristo in croce riecheggia, perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!… se tu fossi qui”.. Giacomo Biffi  
PINOCCHIO FREUDIANO – Come è lungo quel naso “Non starò a dire quali interpretazioni abbia suggerito alla critica psicanalitica il fatto che a Pinocchio il naso cominci a crescere proprio davanti a Fatina!”  Gianni Turcheda “Ravvisato quindi un collegamento iniziatico-sacrale Pan-Priapo-Pinocchio, diviene ora più agevole… comprendere la fisionomia rino-fallica del Burattino”.  Nicola Coco-Alfredo Zambrano  
PINOCCHIO ESOTERICO/Falegname o stregone  “Solitario, in quella stanza simile a un antro magico… l’opera di Geppetto non è stata opera di intaglio… Il suo è stato un lavoro di alchimia”.  Rodolfo Tommasi  “Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l’innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinanzi in una radura sacra… introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora-degli-animalì”.  Elémire Zolla  
PINOCCHIO POLITICO – L’anarchico di legno  ” E la sera… si sentiva passare, rassicurante, sul sonno di tuttì, il calmo passo doppio dei carabinieri. Non ridete; dietro a Pinocchìo io rivedo la piccola Italia onesta di re Umberto”  Pietro Pancrazi  “Nel paese degli Acchiappacittulli sono gli onestì, che vengono senz’altro condannati… Un episodio che la dice lunga sulle venature anarcoidi e sulla sfiducia nelle istituzioni di Collodi”.  Gianni Turchetta  

(da “Il Sabato” del 2 maggio 1992 pagg. 56-58)

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