MASSONERIA E COVID: GRANDE ORIENTE E GRAN LOGGIA…

Massoneria e Covid: Grande Oriente e Gran Loggia, “avanti con vaccini e green pass”

09 settembre 2021 | 18.37

Interviste ai gran maestri Stefano Bisi e Luciano Romoli

Avanti con i vaccini e con l’obbligo di green pass. E’ questa la posizione, sulla lotta al Covid, che accomuna la massoneria italiana, dal Grande Oriente alla Gran Loggia d’Italia.

 Si entra in loggia solo con il green pass, che noi abbiamo stabilito come obbligatorio; la stessa prescrizione varrà ovviamente per l’evento che terremo nei giorni 1 e 2 ottobre al PalaCongressi di Rimini per il tradizionale raduno annuale della gran loggia, cui parteciperanno circa 2.500 persone”. E’ quanto riferisce all’AdnKronos il gran maestro Stefano Bisi alla guida del Grande Oriente d’Italia, l’organizzazione della massoneria più rappresentativa.

“Per cui – spiega ancora Bisi – da noi si entra solo se si è vaccinati, o con il tampone nelle 48 ore precedenti o se si è guariti dal Covid. E per entrare si dovranno superare tre passaggi per tre controlli: fuori dalla sede per mostrare il green pass con il documento di identità personale, all’ingresso per la misurazione della temperatura corporea, al varco con la lettura ottica del QrCode specifico per l’evento. E l’intero staff addetto all’organizzazione e all’accoglienza degli accreditati è vaccinato con doppia dose”.

Evento che avrà per titolo ‘Fratelli in viaggio per riveder le stelle’, preceduto dalle celebrazioni del 20 settembre, ricorrenza della breccia di Porta Pia con la presa di Roma e la fine dello Stato Pontificio, il cui manifesto recita ‘Libertà è responsabilità’, dove “la parola da sottolineare è il verbo, perché la libertà presuppone appunto che sia affiancata dalla responsabilità. Anche in questa epoca contrassegnata dalla pandemia per il Covid: io sono vaccinato e come me lo è la gran parte dei miei fratelli massonici”, sottolinea il gran maestro del Grande Oriente.

“Il vaccino è l’unica arma che possa riuscire, se non a debellare, quanto meno a contenere il Covid e la diffusione di eventuali e successive varianti del virus: non vedo altre strade percorribili, almeno al momento, per poter tornare a quella che ora possiamo definire come vita normale”. E’ quanto afferma all’Adnkronos Luciano Romoli gran maestro venerabile della Gran Loggia d’Italia.

“La Gran Loggia si muove nel perimetro della norma, che tutti noi presumiamo nasca da considerazioni di carattere medico e scientifico. Tutte le nostre riunioni e cerimonie vengono fatte con obbligo di green pass o di tampone e nel pieno e convinto rispetto di ogni prescrizione”, tiene a sottolineare Romoli, ricordando che le attività delle logge massoniche “rientrano in quelle dei centri culturali”.

Con l’equinozio di autunno del 18 settembre, inizieranno contemporaneamente le cerimonie ufficiali in ambito regionale della Gran Loggia, “che terremo nel totale rispetto di tutte le leggi e anche dei consigli dei bravi medici. E fra i nostri affiliati – riferisce il gran maestro venerabile – prevalgono di gran lunga i vaccinati, nella convinzione che più ci si vaccina più si restringe l’area di rischio”.

(di Enzo Bonaiuto)

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LA LIBERTA’

Ringrazio il Maestro Venerabile per avermi concesso la possibilità di trascrivere i pensieri da me espressi durante la Sua lettura del lavoro “La Libertà”.

La Libertà è un termine universale tanto che in essa si racchiudono e si possono specificare tante forme e declinazioni.

Il mio intervento si concentra, in primis, su un aspetto non toccato finora della Libertà economica.

Questa nasce nel periodo in cui si fonda la Massoneria Moderna, nel Settecento, con la fine della classe aristocratica e il crearsi della nuova borghesia.

Proprio oggi, in questo periodo di crisi mondiale ed ancor più  nazionale sentiamo in maniera inevitabile una grave carenza della Libertà economica.

La grave contrattura finanziaria, una sovranità monetaria oramai legata a speculazioni bancarie, fanno sorgere, nell’individuo di oggi, domande e dubbi sulla Libertà economica su cui riflettere.

Ascoltando ho sentito poi parlare di Libertà in crisi; quella legata al non potersi muovere, relegati nelle  nostre abitazioni durante i vari lockdowns.

Quella violata o forse anche abusata dal quantitativo enorme di false nozioni, di pensieri minimi espressi su social-network, senza il minimo motivo o il minimo raziocinio.

Oggi tutti vogliono scrivere, ma pochi leggono e tanto meno pensano.

Al riguardo Vito Mancuso scrive: “Non parlare se sai leggere; non leggere se sai scrivere; non scrivere se sai pensare”. (Vito Mancuso, I quattro maestri)

Quindi io credo che il termine Libertà (legata alla parola, al pensiero) sia abusato e difficilmente compreso.

Se ci sentiamo mancare la Libertà nel momento in cui viene bloccato il nostro sito internet o la propria pagina FB o tutte le volte in cui non c’è permesso esprimere un qualsiasi concetto, ne dovrei dedurre che in Massoneria, l’Apprendista dovrebbe esprimere disagio nel vedersi per anni, tolta la parola.

L’Apprendista dovrebbe sentir venire meno un simbolo, posto nel Trinomio alle spalle del Maestro Venerabile.

Invece io credo che sia proprio la figura dell’Apprendista a rappresentare al meglio la Libertà.

La Libertà è nell’ascolto, nel comprendere.

Proprio in questo momento storico dove tutti abbiamo a disposizione un cellulare o un pc con il quale possiamo conoscere lo scibile umano, pochi ascoltano e ancor meno vogliono comprendere.

L’apprendista non si sente mancare la Libertà: il capire e il conoscere sono la base della sua libertà.

“Conoscere la Verità e la Verità vi farà Liberi” Giovanni (8,32)

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LA MASSONERIA SULLE STRADE DEL MONDO

LA MASSONERIA SULLE STRADE DEL MONDO

Marco Tuponi

Di quale mondo vogliamo trattare: del mondo ini­ziatico o del mondo profano, del mondo politico o di quello spirituale, di quello individuale o di quello collettivo, di quello che è stato, di quello che è o di quello che sarà?

In questo contributo cercherò di percorrere “incessantemente” tutte queste vie sia come singoli individui all’interno di una comunità, sia come iniziati all’interno della nostra Istituzione che nella Società Civile, camminando in una direzione e poi in un’altra, rivolti al passato, al presente e tracciando un’idea di sentiero per il futuro e soprattutto essendo cosciente che tutto ciò debba ricercarsi continuamente nella vita quotidiana di ognuno di noi.

Il mondo iniziatico coinvolge da sempre tutti i popoli della terra da quando l’Homo sapiens sapiens esiste. Per essere ac­cettato all’interno di una comunità, sia essa religiosa o laica, civile o militare, maschile o femminile, sono sempre esistite cerimonie d’iniziazione o comportamenti codificati per gli ini­ziati.

L’universo massonico è globale, e questo ha determinato un’omogeneità sostanziale nei propri riti d’iniziazione o di cre­scita a prescindere dalla latitudine o dalla cultura del popolo.

Certamente la Massoneria è frutto del pensiero occidentale, ma ha sincreticamente accolto simboli di altre culture che hanno segnato la vita anche dell’Occidente (intesa come cul­tura greco-romana): due su tutte, l’ebraismo e la cultura egi­zia.

Quando le potenze europee, Gran Bretagna e Francia in testa, hanno iniziato a conquistare il mondo, hanno diffuso anche nei Paesi dominati la propria cultura, compresa quella masso­nica con i propri principi, i propri valori ed i propri riti.

In tal modo la luce massonica si è diffusa nei cinque continenti, allargando sempre più i propri orizzonti e ricevendone in cam­bio, in qualche caso, contaminazioni culturali.

Quando la Massoneria, tramite l’Impero Britannico, sbarcò in India, si pose il problema, per ammettere Fratelli Indù al pro­prio interno, di come giustificare l’apparente politeismo in­diano con l’idea del G.A.D.U. Problema che fu superato in quanto la filosofia e la religione indù prevede, comunque, un’unità spirituale data da Brahama, spirito creatore di tutto e scintilla dell’universo.

Su questo aspetto è paradigmatica la poesia “Loggia Madre”di Kipling nel punto dove recita: “Ognuno rifacendosi al Dioche meglio conosceva. L’uno dopo l’altro si parlava … con Mao­metto, Dio e Shiva che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste”

In India la nostra Istituzione non aveva velleità rivoluzionarie, ma solo quella di far crescere il mondo interiore di ogni singolo Fratello.

Diversa è stata la percezione della Massoneria nelle Americhe, in quanto la nostra Istituzione ha avuto, in questi Paesi, la fun­zione di risvegliare le coscienze con uno spirito rivoluzionario, promuovendo e contribuendo all’indipendenza dal giogo delle potenze europee.

Da cui la domanda: la Massoneria se serve può essere consi­derata rivoluzionaria ed è stata rivoluzionaria?

Dipende dal significato che diamo a questa parola.

Se con “rivoluzionaria” intendiamo il rovesciamento dello sta­tus quo, in qualche modo la Massoneria potrebbe essere con­siderata tale, perché essa tende a non sopportare gli ambienti e le situazioni prevaricanti, costringenti, limitative della libertà di pensiero. Per cui, se il proprio seme germoglia in una   questi diritti vengono negati o limitati, la Massoneria, che propugna uno spirito libero (meglio, è essa stessa per de­finizione Libertà) nel pensiero, nelle idee, nel confronto, non può e, per me, non deve essere spettatrice, ma deve agire op­ponendosi anche al potere costituito, che opprime quel Paese, quella Società, quel gruppo di persone.

D’altra parte, la Massoneria non è rivoluzionaria senza se e senza ma, per partito preso, movimentista e contro il potere costituito, e ne è un esempio il fatto che, al momento della no­stra Iniziazione, dichiariamo fedeltà alla Repubblica Italiana ed alle sue leggi ed in primo luogo alla Costituzione.

Per cui vedo con grande difficoltà la possibilità che un anar­chico possa condividere un’esperienza in Massoneria, come, in senso regolare, non è accettata una Massoneria che non crede nel G.A.D.U.

Nella storia della nostra Istituzione si sono avute parecchie te­stimonianze in tal senso. Si pensi a quando i Massoni hanno non solo appoggiato teoricamente le idee illuministe, ma le hanno praticate partecipando alla Rivoluzione delle Colonie Americane contro la Gran Bretagna, alla Rivoluzione francese nelle cui fila hanno militato tanti Fratelli, alla carboneria ita­liana, ai movimenti indipendentisti ottocenteschi in America Centrale e Meridionale.

Tra i Padri Fondatori degli USA figurano vari Fratelli Massoni, a partire da Giorgio Washington e Beniamino Franklin, men­tre Simon Bolivar fu l’eroe dell’indipendenza di Bolivia, Co­lombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela e Benito Juarez, primo presidente indio del Messico liberale si oppose alla dittatura di Antonio Lopez de Sant’Anna.

Tutti questi furono Fratelli Massoni.

Universalismo e Massoneria, Diritti dell’Uomo e Massoneria, Società delle Nazioni e Massoneria, ONU e Massoneria, Croce Rossa e Massoneria. La nostra Istituzione viene da lontano, ha percorso molta strada e molta strada ancora l’aspetta.

La diffusione del pensiero massonico, i valori ed i caposaldi della Massoneria sono oramai patrimonio del sentire co­mune e sono diffusi in tutto il mondo, le dittature e gli stati autoritari non li amano, invece i giovani Stati e le giovani de­mocrazie sono attratti da essi: si pensi, negli anni venti del secolo scorso, cosa avvenne in Turchia con il movimento dei “giovani Turchi” capeggiato da Mustafà Kemal detto Ataturke la “rivoluzione” laico-massonica che fece uscire quel Paese da secoli di arretratezza e chiusura culturale.

In tutto il continente africano la Massoneria si sta diffon­dendo sempre più a macchia d’olio, anche se originaria­mente ispirata e portata dai colonizzatori europei.

In Cina, partendo da Hong Kong e Taiwan, sta riprendendo qualche vigore anche nella Cina popolare.

Nell’Est Europa la rinascita delle Logge è coincisa con la ri­nascita della democrazia.

In URSS esistette fino al 1922, anche se pure durante l’im­pero zarista fu ostacolata, ora dal 1992 con la Loggia Armonia sta di nuovo rifiorendo: il libero pensiero ha bisogno di pra­terie sconfinate.

Particolare è la situazione di Cuba, in quanto il Castrismo non l’ha mai osteggiata: anzi è stata ed è una convivenza ben riu­scita, determinata dal fatto che la Massoneria cubana si è sempre professata apolitica: vivi e lascia vivere.

Spesso si sente dire che la Massoneria governa il Mondo: direi che in modo più credibile la Massoneria semplice­mente cammina per le strade del mondo. L’ecumenismo massonico tramite i propri ideali permette ai Massoni di sen­tirsi tutti Fratelli.

Tra la simbologia massonica c’è il disegno di un cerchio con un punto nel mezzo: ciò significa che il punto centrale è il massone e la circonferenza è il mondo che lo circonda e di cui è parte.

Nel 1926 Mussolini sciolse tutte le Logge e così fece anche la Spagna franchista. Più recentemente nell’Iraq di Saddam Hussein era addirittura prevista la pena di morte per chi si dichiarava Massone.

Ho detto all’inizio di questo mio scritto che il Mondo è da in­tendersi sia come iniziatico, sia come profano.

Nel mondo profano la credibilità che nella società civile un’idea massonica possa costituire la strada maestra per te­stimoniare la positività del pensiero Massonico spesso, in passato, ma anche ora, dipende dalla misura in cui i suoi lea­der testimoniano la sua validità.

In passato anche le religioni si trasmettevano in tal modo: per esempio, tra i non Cristiani la diffusione della religione cristiana spesso derivava dal fatto che il re o il principe di un popolo accogliesse questo nuovo credo; ne sono testimo­nianza la conversione dei popoli germanici (per esempio Clo­doveo per i Franchi) e della Russia con il principe Vladimir.

In Massoneria, il fatto che a capo di essa, in alcuni Paesi (si pensi ad esempio alla Gran Bretagna, alla Svezia, agli USA) ci siano o ci siano stati capi di Stato o personaggi di spicco del potere costituito, certamente ha influenzato positiva­mente la diffusione dei valori massonici in quel territorio(nella metà del ’700 non essere massone tra i nobili o i po­tenti significava non “essere alla moda”).

Anche in Italia, alla fine dell’800 – primi del ’900, il fatto che molti uomini di governo fossero Massoni, nonostante l’av­versione della Chiesa Cattolica, contribuiva non solo alla dif­fusione della Massoneria, ma ne esaltava la sua credibilità anche nel mondo profano.

Interessante è rilevare come la Massoneria non solo in India, come ho detto prima, è stata di ampie vedute, ma anche in

altri Paesi ha assorbito la cultura locale se è vero, come è vero, che addirittura in Zaire, pur mantenendo intatti i propri prin­cipi, ha dato vita ad un particolare rito detto appunto “zairese”. In tale variante locale, gli appellativi di alcuni gradi fuoriescono dalla terminologia tradizionale per assorbire, al proprio in­terno, le tradizioni iniziatiche africane, in particolare bantu. Per esempio, tra i sette gradi di cui si compone è stata introdottala figura del “Maestro della Foresta” giustificata dal fatto che, nel continente africano, molte iniziazioni, per esempio l’entrata nella pubertà per i maschi, sono contrassegnate dalla sfida del­l’uomo con le forze della natura, e tra queste c’è la foresta nel suo insieme.

Questo sincretismo è forse molto distante dal nostro modo di sentire la ritualità come un caposaldo della tradizione, ma anche questo significa che la Massoneria è alla ricerca anche di sé stessa e delle proprie tradizioni sulle strade del mondo.

La Massoneria è certamente tradizione ed i propri riti non sono fini a sé stessi, bensì sono parte dell’amalgama che ci fa sentire tutti Fratelli; da ciò penso potrebbe discendere che il solo cam­biamento di un nome, però mantenendo la sostanza e la ritua­lità tradizionale, non svuoti la nostra Istituzione anzi la arric­chisca, come lo è per il rito zairese su citato.

Per esempio, se si osserva l’iconografia cristiana a seconda delle latitudini, anche la nostra europea, Gesù, La Madonna e San Giuseppe prendono le sembianze Nord Europee, Sud Eu­ropee, Sud Americane, Africane, Orientali. I vari modi di rap­presentare le statuette del presepe ne sono la prova visibile e tangibile, raffigurando i vari personaggi con le caratteristiche somatiche e culturali (abbigliamento, cibo ecc.) dei vari Paesi.

Certamente questa diversità iconografica non solo non ha stra­volto la Chiesa, ma nemmeno i suoi riti; anzi l’ha portata con vigore sulle strade del mondo: anche questo è ecumenismo.

Pensiamo anche alla lingua utilizzata durante il rito, ad esem­pio, nel Cattolicesimo la Messa: il Concilio Vaticano Secondo ha abbandonato la liturgia in latino anche se, in teoria, il fatto che a tutte le latitudini si utilizzasse una sola lingua avrebbe dovuto dare un’omogeneità. Ho detto in teoria, in quanto la lingua latina non era compresa dalla maggioranza della popo­lazione, per cui quello che poteva essere inteso come un punto di forza, l’omogeneità linguistica, era finito per diventare un punto di debolezza ed un freno per la diffusione del pensiero cristiano ed un allontanamento dalla spiritualità religiosa.

È come se i nostri rituali fossero solo in inglese o francese: chi li seguirebbe? Solo pochi poliglotti.

Per noi massoni è fondamentale ritrovarci nel Tempio ed è in quel frangente, con grande libertà intellettuale che ognuno di noi esprime i propri pensieri di fronte ai Fratelli, non dando luogo ad un dibattito, ma ad un insieme di pensieri unici che mirano a far riflettere tutti gli astanti affinché ciascuno dei pre­senti possa trarre giovamento dalle opinioni degli altri.

In questi nostri lavori, ascoltando i Fratelli, ognuno di noi deve scavare dentro di sé per capire se il proprio modo di essere nella società e nel mondo a cui appartiene sia coerente con ciò che sente di condividere e che in quel momento condivide.

Contrariamente a quanto accade nella Camera dei Gradi Azzurri durante i lavori del Rito non è vietato parlare di Politica e di Re­ligione, ma non nel senso che si debba fare politica o si debba disquisire di temi dogmatici (anche se non ci vedrei nulla di strano nel farlo), ma Politica e Religione in un senso immanente, costruttivo, contribuendo con idee anche nuove al migliora­mento del vivere comune contestualizzando la situazione per poi propugnare con i propri comportamenti tutto ciò sulle strade del mondo.

Pensate a che dibattito si sta facendo sulla “questione morale” in politica e nella società civile e quanta incoerenza più o meno accentuata vediamo sia in noi che fuori di noi.

Siamo esseri umani e come tali fallaci altrimenti saremmo il G.A.D.U. che come Entità ideale ed astratta non erra per defini­zione.

Mi sta sempre più stretta questa “paura” che, noi Massoni, ab­biamo di manifestarci nel mondo profano, di dichiararci aperta­mente in esso, a causa dei pregiudizi sulla nostra Istituzione (in parte dipesi, almeno per l’Italia, da errori compiuti da nostri Fra­telli o sedicenti tali: si pensi alla P2; ma esistenti anche in Stati imbevuti di principi massonici come gli USA, che nell’’800 die­dero i natali ad un discusso massone statunitense, Albert Pike, in odore di razzismo).

In fondo lavoriamo per accrescere noi stessi, ma anche e soprat­tutto per il bene dell’Umanità e certamente questo non può es­sere considerato da nessuno un fine esecrabile.

Poi, capire cosa significhi esattamente lavorare per il bene ed il progresso dell’Umanità è tutta un’altra cosa.

Penso che tutti noi si abbia delle priorità nel nostro cuore permettere in pratica questo enunciato che, ripeto, in senso teorico, nessuno può mettere in dubbio.

Modernamente, vedo e vorrei sempre più una Massoneria par­tecipe alla vita civile, compresa quella politica, ma non con il Par­tito dei Massoni (fantomatico partito della Borghesia come, in modo errato, la definì Gramsci nel suo famoso discorso alla Ca­mera del 16 maggio 1925), bensì come un Istituzione composta da uomini che, come tanti infiniti rivoli, si inseriscano, non in modo carsico, ma palese, schioppettante, prorompente, con ca­scatelle anche un po’ rumorose, in ogni anfratto della società ci­vile e nel mondo intero e pulsante, almeno con un’onestà d’intenti ed un’apertura mentale che il nostro essere ci insegna, senza pregiudizi di sorta, con la vitalità del rinnovarsi continua­mente proprio dell’acqua che scorre.

Ripeto: bene le nostre “idee universali”, ma lasciandole “troppo universali” si finisce per teorizzarle troppo e per renderle prati­camente inapplicabili: ecco la necessità dell’adattamento al luogo ed alla cultura, al tempo ed allo spazio, di cui ho detto al­l’inizio di questo scritto (il rito “zairese” ci deve fare riflettere).

Ciò non deve essere visto come la volontà da parte dei Massoni di conquistare il Potere sul mondo, diventando una sorta di Pro­teus del pensiero laico, come vorrebbe dipingere la nostra Isti­tuzione quell’abominevole falso costituito dai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, bensì ognuno esponendo le proprie convin­zioni, proprio come si fa durante i lavori nel Tempio, avere la di­sponibilità di ascoltare gli altri, coloro che la pensano in modo differente da te, provando a spiegare ognuno le proprie idee agli altri e se, per caso, nell’immediato, quelle idee dovessero essere messe in minoranza, con correttezza accettare che, chi ha vinto, decida ciò che deve decidere mentre, chi ha perso, cerchi di ana­lizzare, dentro se stesso e con i propri collaboratori, cosa non è stato all’altezza delle proprie idee e cosa, invece, lo è stato, de­terminando il successo degli uni e l’insuccesso degli altri.

Questa eticità di comportamento e di senso di coerenza nel com­portamento, penso che i Massoni la possano irradiare sulle strade del mondo.

Ammesso e non concesso che si possano tracciare delle conclu­sioni a di questo mio scritto, direi che se la Massoneria vorrà pro­cedere incessantemente a percorrere le strade del mondo per lavorare per il progresso ed il bene dell’Umanità, promuovendo i propri valori, dovrà mantenere rigorosamente la sostanza dei propri rituali, dei propri principi, dei propri atteggiamenti, ma di volta in volta, qualora occorra, calibrarli se ciò viene vissuto come una contingenza necessaria e positiva rispetto al luogo di riferimento ed al tempo in cui si vive ed opera.

HIRAM  3/2019

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CENTRALITÀ DELL’UOMO: STUDIO ANTROPOLOGICO

CENTRALITÀ DELL’UOMO: STUDIO ANTROPOLOGICO

Pietro F. Bayeli

Origine dell’uomo

Quanto cammino ha fatto l’uomo!

Secondo l’ipotesi evoluzionistica di Charles Darwin: dalla scimmia all’homo erectus, su di un percorso mutazionale di varianti genetiche ed ambientali. Addirittura, secondo la teoria darwiniana dell’ “Origine Comune delle Specie”, l’uomo quale essere organico proviene da elementi organici primitivi cellulari nati (come, quando e perché?) e vissuti millenni fa nella profondità delle acque dalle cui moltiplicazioni e mutazioni genetico-ambientali sono derivati tutti gli esseri viventi, tra questi gli animali e tra questi l’essere umano. Questo essere organico subisce modifiche nella mente e nel corpo, nella psiche e nel soma, sia congenite che acquisite, sia genetiche che ambientali. Eredità genetica, selezione ambientale creano piccoli cambiamenti strutturali che lentamente lievitano e si evolvono nel tempo, si confermano e si perpetuano nella prole. L’ipotesi dell’origine e dell’evoluzione dalla scimmia trova una sua indiretta conferma proprio nella curiosità dell’uomo che, al pari delle scimmie, tutto vuole conoscere, ma al di sopra delle scimmie tutto vuole sapere, comprendere, capire, elaborare.

Le componenti umane della persona

Bene, questo uomo non può, in primis, che occuparsi di se stesso e quand’anche rivolga la propria attenzione alla terra, al mare, al cielo, alle stelle, all’universo intero, lo fa in ragione della propria persona, della propria centralità. È un egocentrismo innegabile, naturale, spontaneo: sia in una visione centripeta di attrazione, di richiamo al proprio IO, di incombenza dell’Ambiente, del Mondo, del Creato, visti come scenari che ci circondano, che esistono perché noi esistiamo; sia in una visione centrifuga di astrazione, di identificazione del proprio IO, dispiegato nella Natura, nella trascendenza di un Universo Infinito. Secondo uno schema antropo-filosofico e di semplificazione didattica l’Uomo è un animale, un individuo, una persona e come tale ha istinto (natura), sentimento (umanità) e razionalità (cultura). Queste categorie si esprimono in bisogni fisiologici, nell’istinto dell’autoconservazione, negli affetti, nei sentimenti, nei pensieri e nelle idee, tutte fra loro strettamente concatenate nel medesimo soggetto. L’uomo nella sua centralità è costituito dalla sua mente, dalla sua spiritualità, dalle sue sensazioni. Tutto ciò è rapportabile al suo cervello, al suo cuore ed ai recettori sensoriali interni ed esterni del suo corpo. Questa combinazione di componenti mentali, spirituali, vegetativi, porta l’uomo ad un continuo, costante, inarrestabile confronto con se stesso, con i propri simili, con la natura, col mondo intero, con il cosmo. La parte razionale e laica è quella empirica delle scoperte, delle invenzioni, delle evoluzioni sociali e politiche, è quella che ad oggi ha fatto percorrere all’umanità il sentiero dalla pietra all’elettronica, dalle caverne ai grattacieli, dalla mortalità precoce alla longevità, dalla legge della clava e del più forte alle attuali imperfette leggi democratiche.

Anche spiritualità, sentimenti e fede virtualmente locati nel cuore, hanno avuto un parziale percorso evolutivo: alla istintiva reazione ferina di odio-amore prevale oggi, purtroppo non sempre, una pacata riflessione, un logico e anche cinico freno, una pragmatica attenuazione del comportamento passionale, d’istinto. Invariate nel tempo le sensazioni di benessere e di salute che risultano essere sempr simili e comuni nella soddisfazione dei sensi, dei desideri e dei

bisogni corporei e viscerali, dei rapporti sessuali. Queste tre parti antropocentriche sono inscindibili, proprie di ciascun essere umano. Interattive, intercambiabili nel senso di una prevalenza ora della mente, ora dei sentimenti, ora della visceralità. Nel novero delle prime due, razionalità e fede, logica e passione, l’uomo ha sviluppato nel tempo costruzioni pragmatiche, empiriche, confrontabili e verificabili, ma anche ideologie metafisiche, trascendentali, di cui ha ugualmente

necessità e bisogno, seppure mai verificabili e tanto meno scientificamente riproducibili.

Sentimenti e razionalità: fede e ragione

Un dato storico del mondo anglosassone esemplifica molto bene le differenze e gli intrecci tra razionalità e passione, tra mente e spirito.

In Inghilterra fino al 1600 le passioni ideologico-religiose avevano funestato il paese con lotte fanatiche e ferali rivoluzioni. I pragmatici inglesi, resisi conto degli effetti sanguinosi e dell’inconcludenza di tali contrasti, decisero di passare dal fondamentalismo ideologico e passionale al raziocinio, alla ragionevolezza.

Emerse così l’utilitarismo,

il tornaconto economico, il calcolo di massimizzare il vantaggio (i benefici) riducendo ai minimi termini il danno (i costi). Il lato sentimentale, amoroso, fideistico esiste comunque in ogni uomo e quindi anche negli inglesi i quali pur avendo e mantenendo sentimenti e passioni, quando vi riflettono sopra culturalmente lo fanno in termini freddi, forse cinici, certo razionali, danno cioè prevalenza alla ragione sul sentimento, al calcolo, egoistico ma del tutto naturale, dei costi e dei benefici. Questo è il metro di vita che filosoficamente viene assunto e privilegiato. Su questi principi utilitaristici vengono considerati e modulati ad esempio sia l’amicizia che il matrimonio: l’una intesa quale reciproco vantaggio di aiuto e di conforto, l’altro propedeutico alla costruzione di un nucleo, di una famiglia, nel ristretto ma comune interesse di un futuro. I latini prediligono invece l’aspetto sentimentale, passionale sia dell’amicizia che del matrimonio: l’amicizia nata e contemplata per una reciproca simpatia, il matrimonio a conclusione di una passione amorosa. Il latino è individuale, soggettivo, singolo, si amalgama difficilmente con altri, tiene molto alla propria esclusività, tutto ciò è geneticamente inverso nell’anglosassone dove lo spirito di comunità, giustamente opportunistico, prevale nettamente. Naturalmente, come tutto in Natura, esistono numerose sfumature sino al paradosso di un inglese sentimentale, soggettivo e di un latino raziocinante, socializzante. Ma gli stereotipi sopra indicati rappresentano tuttavia la maggioranza, il luogo comune. Vi sono dei limiti alla razionalità umana, la quale per conoscere e sapere ha sempre bisogno di porre in relazione ciò che è noto con ciò che è ignoto, ciò che è finito con ciò che è infinito. È così che si entra nel mistero della conoscenza dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande. Quando poi la ragione risulta inadeguata a placare le angosce metafisiche come ad esempio il terrore dell’ignoto, il mistero dell’infinito temporo-spaziale, ci rivolgiamo ai trascendentali sentimenti di fede religiosa che ci riparano dalle nostre paure, dalle sensazioni di vuoto, di incompletezza, di timore, che ci pongono in una bolla protettiva, quasi un ventre materno. Quindi poiché è impossibile appurare per via empirica se l’universo è finito oppure infinito, sia come spazio che come tempo, allora subentra l’anima, il sentimento, la spiritualità. Allora al finito, logico, reale, matematicamente misurabile, filosoficamente concepibile, cosmologicamente conoscibile, si contrappone con meccanismi mentali astratti, con intima richiesta di trascendentale fede, un infinito, eterno, assoluto, perfetto, che per lo più si identifica con l’essenza religiosa. È una esigenza connaturata all’uomo indagare razionalmente le ragioni dell’essere, dell’infinito e rimanerne immancabilmente insoddisfatto. Da qui la necessità di costruire teologicamente una figura possente e paterna, infinita e luminosa, splendente  nella sua perfezione di amore, di giustizia, di bontà, quale faro di fede, speranza e carità (le tre virtù teologali). Dio esprime tutto quello che l’uomo vorrebbe essere, ma non è. Semplicistico, ingenuo, incompleto e rozzo è lo studio sulla complessità dell’uomo fatto di carne e di spirito, cioè del suo intimo corporeo, vegetativo, della sua spiritualità sentimentale, della sua lucida razionalità. Questa grossolana suddivisione con i suoi intrecci complessi e complicati si manifesta durante la vita dell’uomo con mille e più sfumature, molte delle quali sfuggenti, addirittura ignote. Gli aspetti corporali, apparentemente più semplici perché concreti e materializzabili, si manifestano negli organi di senso (tatto, udito, gusto, olfatto, vista), nelle funzioni della veglia, del sonno, dell’autoconservazione, della procreazione, nelle manifestazioni viscerali della fame, dell’alimentazione, della digestione, dell’assorbimento dei nutrienti, della evacuazione delle scorie. Tutte funzioni inavvertite, dimenticate in condizioni di normalità fisiologica; percepite in carenza, in alterazione o in assenza come grave danno patologico in corso di malattia.

L’intreccio delle componenti umane

Se questa è una fugace visione della complessità delle funzioni vegetative dell’uomo, si può immaginare quale ulteriore e più sofisticato intreccio può esservi in campo sentimentale e razionale. Le funzioni corporali non solo sono interdipendenti tra loro, ma influenzano significativamente sia la sfera sentimentale che psichica. Viceversa la sfera psichica ha gioco sulla fisiopatologia del nostro corpo come sulla sfera del sentimento, dell’anima. Quest’ultima, con la sua passione, esercita la propria influenza sia sulla ragione che sul corpo. La letteratura medico-scientifica ha coniato l’anglofono “Brain-Gut-Axis” evoluzione attuale del classico latinismo “Area Psico-Somatica o Somato-Psichica” indicante un collegamento morfologico e funzionale tra le varie parti del corpo umano tramite nervi afferenti sensibili, efferenti motori, collegati da neurotrasmettitori sinaptici come adrenalina, acetilcolina, dopamina e molti altri ancora meno noti ed ignoti che contribuiscono a formare una complessa rete di collegamento: una vera e propria ragnatela. Ogni uomo ha sufficientemente chiaro il principio della propria identità, un misto di consapevolezza razionale, sentimentale e fisica, che si estrinseca nella considerazione della propria persona, ma che progressivamente si espande alla famiglia, agli amici, al paese, alla città, alla provincia, alla regione, allo stato, al continente, al complesso di una cultura occidentale od orientale.

Il prevalere nel tempo delle diverse componenti umane

Anche i tratti dell’arco vitale dell’uomo esaltano ora gli aspetti psichici, ora sentimentali, ora le funzioni corporee. Così nell’età giovanile prevalgono i sentimenti, le passioni, l’irruenza dell’amore o dell’odio, la vita viene vissuta in bianco o nero, senza sfumature, il grigio è inesistente, gli angoli sono acuti, netti, non certo arrotondati né tantomeno sfumati. In età matura di solito prevale la ragione, la responsabilità, la logica, la sensibilità. Tutto ciò condito dalle caratteristiche biologiche (genetiche) personali di bontà o cattiveria, di altruismo o egoismo, di socialità o di intimismo con sfumature le più varie, le più impensabili. L’età avanzata (senectute) evidenzia invece la fase corporea della vita: l’uomo è attento alle proprie funzioni corporali dalle quali trae il maggior senso di benessere. Come ciò sia vero e rappresenti un quadro importante di questa parte declinante e terminale della vita è dato anche dal prevalere proprio degli anziani nel contesto della popolazione sanitaria. Quanto siano importanti le funzioni del cuore o del tubo digerente, o altro organo o apparato sul benessere dell’anziano, altrettanto risultano trascurabili, salvo casi patologici, nell’età giovanile, dove dominano sentimenti e passioni, oppure in età matura quando, senza interferenze negative, mente, anima e corpo raggiungono, forse, il migliore equilibrio possibile.

Equilibrio, parola essenziale, sostanziale nella vita dell’uomo che riprenderemo in un saggio socio-politico della centralità dell’uomo

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LINGUAGGIO,MITOLOGIA E MISTERO

Linguaggio, mitologia e mistero in F.W.J. Schelling

Fabrizio Sciacca

L’orientalista e pastore protestante Joseph Friedrich Schelling inizia precocemente il figlio agli studi classici e teologici, greci, latini e orientali. Wilhelm Jeremias Jacob Cless, il nonno materno del giovane

Schelling, è un erudito teologo svevo. L’ambiente familiare influirà non poco sulla curiosità (prima che sull’educazione) intellettuale di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, che lo accompagnerà dagli anni dello Stift di Tubinga, poi negli studi universitari a Lipsia e Dresda, sino al primo tormentato periodo di insegnamento a Jena e Würzburg.

Dal 1806 al 1820, a parte una breve parentesi a Stoccarda, Schelling è a Monaco. Occupa un posto con funzioni di segretario all’Accademia Bavarese delle Scienze, presieduta da Friedrich Heinrich Jacobi. Vi insegnerà solo a partire dal 1827, dopo qualche anno a Erlangen, quando la città diventerà sede universitaria. Nel 1809 aveva pubblicato le Ricerche filosofiche. Gli anni 1810-15 sono importanti perché attestano l’intrecciarsi di due segmenti speculativi, il primo giovanile e il secondo della maturità, la filosofia della natura e la filosofia della mitologia. La filosofia della natura sta per passare in secondo piano rispetto alla filosofia della mitologia. Questo itinerario è segnato da alcuni passaggi: le inedite conferenze di Stoccarda del 1810; nel 1812, la replica a Adam Karl August von Eschenmayer e lo scritto contro Jacobi; nel 1815, infine, lo scritto sulle divinità di Samotracia, importante anche come traccia dell’intersezione tra filosofia della natura e filosofia della mitologia, , “appendice alle Età del mondo”: è l’ultima vera opera non postuma di Schelling, se si eccettua la prefazione a un volume di Victor Cousin, di molti anni successiva. Lo stile filosofico è dunque quello delle Età del mondo: uno stile descrittivo che si inserisce nello svolgimento delle analisi dialettiche, prima fra tutte quella del rapporto tra l’umano e il divino. Tuttavia, è un’opera del tutto dotata di autonomia; come lo stesso Schelling precisa, un trattato che deve essere considerato del tutto separatamente; e che desidera pure altrettanto separatamente essere esaminato, secondo il suo contenuto particolare.

A Monaco, Schelling sviluppa e intensifica quell’interesse per la vaghezza cronologica e geografica del mondo più antico, quello la cui cultura si esprime nei miti. È un interesse non incompatibile con un disegno razionale: una sorta di vaghezza strumentale che permette di cogliere nei miti orientali i tratti di un linguaggio comune alla storia mitologica dell’identità occidentale. Si tratta di un dispositivo metodologico capace di individuare nella tradizione degli antichi il fondamento della facoltà di creare il nuovo. Questa è pertanto una facoltà filosofica, quello stesso metodo storico-critico che gli consente di enunciare compiutamente il concetto di formazione di un popolo. Il disinteresse per il diritto non gli precluderà la possibilità di elaborare un’idea sia pur minimale di diritti individuali, sorretta da una struttura teorica culturale ad ausilio della quale gli gioveranno le opere giuridico-politiche kantiane, e una concezione non pervasiva della legge in cui lo stato assume una funzione garantista della persona. Nella Storia della filosofia occidentale, Bertrand Russell liquida Schelling in poche righe, per scarsa importanza filosofica. Senza voler condividere per forza questo severo giudizio, chi di Schelling leggesse solo Le divinità di Samotracia potrebbe essere indotto a dare ragione a Russell. Schelling presenta all’Accademia un saggio chiaro e semplice nel testo, ma corredato di un apparato di note densissimo, in cui conferma, enfatizzandola, un’erudizione filologica e linguistica impressionante. Un’opera in cui sembrerebbe aver addirittura abbandonato la filosofia. Il rigore filologico e un indubbio compiacimento micrologico non sono tuttavia fini a se stessi, ma strumentali a un’argomentazione di natura filosofica. Schelling vuole dimostrare come le tre divinità cabiriche – Axieros, Axiokersos, Axiokersa (con l’aggiunta della quarta, Cadmilo o Casmilo) – vadano oltre il riferimento ai misteri di Samotracia e costituiscano, attraverso una serie di mutazioni semantiche, categorie archetipiche della filosofia della mitologia occidentale. Secondo Schelling, la mitologia non necessita di strumenti esterni ad essa per essere oggetto di comprensione e di significato: la filosofia della mitologia non ha per oggetto la mitologia, ma sarà essa stessa filosofia positiva. Si considerino le Annotazioni dello scritto sulla Samotracia: in questo corpus due volte più ampio del testo (“è sembrato necessario eccedere il testo, proprio perché occorreva fondarlo”, scrive nell’avvertenza  introduttiva alle note), Schelling mette insieme riferimenti mitologici, etnologici, archeologici, esoterici, citazioni da fonti classiche e studi della migliore filologia dell’età moderna; e fa dialogare testi sacri, dal paganesimo al cristianesimo, forse anche per dimostrare il carattere universalizzante della religione.

Ne è ad esempio prova il riferimento ad analogie tra il potere mistico-magico delle divinità femminili della mitologia mediterranea e quelle nordiche, come ad esempio accade tra Artemide/Persefone e la divinità norrena Freyja. Questo spiega il costante riferimento di Schelling agli studi sulle religioni nordiche, dall’Edda di Snorri agli studi di Troels Arnkiel e di Friedrich Münter. Lo stesso Münter, nello studio sulle divinità religiose nordiche a sua volta utilizzerà la ricerca di Schelling. Dunque, un’erudizione non priva di significato filosofico: “Se poi le argomentazioni linguistiche dovessero apparire composte con eccessiva acribia, l’autore preferisce essere rimproverato per questo che non esser lodato per l’opposto: perché tali ricerche, se non sono condotte con serenità e con cura spesso dolorosa, non valgono nulla”. Il significato di Schelling è qui filosofico, proprio perché la mitologia non è intesa come interesse per il mito in quanto narrazione storico-documentale, ma come scienza filosofica.

L’approccio filosofico alla mitologia gli sembra in grado di dimostrare come la filosofia possa essere ‘positiva’ anche esprimendosi come filosofia del significato. In tal senso, la mitologia in Schelling è anche filosofia del linguaggio. Attraverso le singolari, capillari ricerche linguistiche contenute nelle Gottheiten, Schelling esplicita come nel linguaggio esista già la chiave di comprensione di significati capaci di trascendere il singolo mito e di porsi come veri e propri universali, categorie positive del pensiero e della cultura: “Ci incamminiamo dunque lungo la perigliosa via della ricerca linguistica […] Si dica pure che, in un periodo in cui ciascuno si credeva capace di fare qualsiasi cosa, una sorta di furore etimologico pretendeva di derivare tutto da tutto, e allo stesso tempo di mescolare nel modo più dissennato anche le antiche leggende divine: tuttavia, rimane il fatto che la ricerca dell’origine e della radice delle parole, svolta non ciecamente ma con arte, e secondo le regole che le sono proprie, sia la parte più nobile della linguistica”.

In tal senso, la filosofia della mitologia di Schelling è addirittura la negazione dell’autoreferenzialità del singolo mito. D’altra parte, la posizione geografica di Samotracia, nell’Egeo settentrionale, segnava per i greci una linea di confine oltre la quale finiva la civiltà e iniziava la barbarie: l’isola era un crogiolo anche dal punto di vista culturale. I riferimenti ai Cabiri non gli impediscono di cogliere affinità persino con la mitologia scandinava, si pensi ad esempio all’islandese Edda. Schelling suona antimoderno e prefigura ciò che Ludwig Wittgenstein, filosoficamente lontanissimo, scriverà nelle sue osservazioni su Frazer: “nel nostro linguaggio si è depositata un’intera mitologia”. Anche le non poche annotazioni di Schelling nei diari attestano un interesse per le migliori fonti etimologico-linguistiche comparate, come l’Alphabetum Tibetanum di Agostino Antonio Giorgi (1762), non a caso già annoverato da Herder e Kant, a conferma che nelle Gottheiten, con strumenti della tradizione mitologicoesoterica Schelling non lavora da storico, ma scrive da filologo e pensa da filosofo.

La filosofia è una sola, ed è uno strumento per decifrare il significato di ciò che ci accade. Tutto ciò che ci accade, scrive nelle Età del mondo Schelling, è una continua alchimia: “ciò vale anche per ogni processo interiore, quando la bellezza, la verità o la bontà, liberate dall’oscurità e dalle impurità che vi sono attaccate, appaiono nella loro purezza. (L’alchimista, a dire il vero, ricomincia dal basso – a prima materia, che egli vorrebbe portare ad ultimam). Coloro che avevano intelligenza di ciò che cercavano, cercavano non l’oro, ma, per così dire, l’oro dell’oro, ossia ciò che rende oro l’oro”.

Perciò anche e proprio in queste pagine emerge con coerenza il fatto che l’approccio di Schelling è teoretico, non ermeneutico: nonostante il frequente ricorso a confronti e comparazioni, le interpretazioni e le divagazioni storiche non lo interessano, spesso lo spazientiscono. Queste pagine, quindi, al di là di pur giustificabili apparenze rivelano una consistenza tutt’altro che segmentata o rapsodica, e una sostanza sistematica tipica della filosofia schellinghiana. Così, la mitologia è un sistema capace di essere filosoficamente catturato nella fissità della sua struttura e perciò dotato di una solidità ben più forte delle narrazioni, storiche o mitiche. Di tali narrazioni essa è, per così dire, la linfa vitale. Rileva ma non meraviglia, dunque, il fatto che anticipando l’idea del mito come modalità epistemologica e cognitiva, Schelling sia citato più volte nelle riflessioni di Károly Kerényi, uno dei padri fondatori dei moderni studi sulla mitologia greca. Nei diari di viaggio in Italia e Grecia, spesso Kerényi rammenta le sue letture delle Gottheiten, che lo accompagnano appena dopo il soggiornoa Samotracia. Quanto ai Cabiri, trova che la soluzione del significato dei grandi dèi stia proprio nella traduzione linguistica dei nomi enigmatici delle divinità di Samotracia; sono per il profano veri e propri enigmi, che si risolvono quasi da soli; pensare a ciò come alla interpretazione più ovvia trasforma semplici traduzioni in piccole scoperte: Axieros è la divinità degna della consacrazione, Axiokersa e Axiokerso quelle degne delle nozze; l’intero passo delle Kunstreisen è ripreso nella grande opera sulla mitologia greca, dove Kerényi aggiunge che Cadmilo è semplicemente un ragazzo o un giovanetto, perché i primi tre nomi erano perfettamente greci, mentre di Cadmilo si capiva solo che la desinenza indicasse un diminutivo: rispettivamente le quattro divinità corrisponderebbero a Demetra, Persefone, Ade e Ermes. Si tratta di considerazioni analoghe a quelle esposte da Schelling, già con chiarezza annotate nei diari del 1815: Axieros è Demetra e Cerere, Axiokersa è Persefone e Proserpina, Axiokerso è Ade, Plutone ma anche Osiride; Cadmilo è Ermes, l’ultimo, inserito per quarto, ma il più elevato: i Cabiri avrebbero avuto la consistenza mitica di archetipi dell’uomo. Non a caso Goethe, che aveva ricevuto il testo personalmente da Schelling, nel Faust allude – con una certa ironia – ai tre più uno nomi dei Cabiri: “Se n’è portati fin qui tre./ Il quarto non voleva./ Lui, diceva, era quello che/ per tutti provvedeva”.

Probabilmente legati alla fertilità, i misteri venivano celebrati nelle isole di Samotracia, Lemno, Imbros (l’attuale Gökçeada, in Turchia) e in Asia Minore. In realtà, la plausibilità della trasposizione al mondo greco e latino non toglie incertezza a significato, origine e funzione delle divinità cabiriche. Non è privo di rilevanza che pur nella monumentale opera di JohannJakob Bachofen, delle feste in onore dei Cabiri a Lemno vi è appena una citazione. I misteri cabirici a Lemno in onore di Efesto vengono infatti solo una volta citati da Bachofen nello studio sul matriarcato.

I misteri che iniziavano al loro culto rimangono quasi del tutto ignoti, così come del tutto particolare sembra a Diodoro Siculo il linguaggio degli abitanti originari di Samotracia: scopritori del ferro (come gli Efesti di Lemno) e lavoratori di metalli, servitori della Grande Madre, talora identificati coi Cabiri o con i  Coribanti e i Cureti, a seconda dei luoghi, come riferisce un’altra autorevole fonte, Strabone. Diodoro Siculo dice che gli abitanti originari di Samotracia usavano un linguaggio loro proprio, di cui gran parte dei termini si è mantenuta fino a oggi nei sacrifici. Karl Lehmann illustra come i coloni greci sarebbero giunti a Samotracia intorno al 700 a.C. e vi avrebbero trovato una popolazione appartenente alla famiglia trace: il culto della polis si sovrappose a quello preesistente, dando vita a due culti contemporaneamente vigenti. Questa bella idea della sovrapposizione è ripresa anche in maniera concettuale da Jean-Pierre Vernant: «come la filosofia si sviluppa dal mito, come il filosofo trae origine dal mago, così la città si costituisce a partire dall’antica organizzazione tribale in una forma che implica un pensiero più positivo e più astratto».

E qui è possibile capire quale fosse il ruolo della verità nella mitologia per Schelling, anche attraverso la sua difesa della posizione di Friedrich Creuzer. Pur non potendo ancora avvalersi delle più aggiornate edizioni della monumentale Symbolik und Mythologie, nelle Gottheiten Schelling appoggia chiaramente la tesi sostenuta da Creuzer sulla mitologia non come collezione di storie avulse dalla storia, ma informazioni sulla verità della storia se non sulla stessa verità storica: in tal senso, queste rinviano a un’unica sorgente simbolica in grado di essere posta come fonte originaria, una sorta di fonte universale significante anche nell’ambito della storia della cultura. D’altra parte, lo stesso Creuzer ricambierà, riferendosi nella seconda edizione del 1821 al “geniale Schelling”, così come nella terza edizione del 1836 lo ricorderà più volte. La mitologia obbedisce per entrambi a una funzione simbolica, è uno strumento di invenzione della storia della coscienza: un processo fisiologico e perciò antecedente al problema politico-normativo della libertà e dei valori.

Come storia della filosofia coscienziale, la mitologia è forse uno strumento al di fuori della filosofia della storia, ma non al di fuori della filosofia: attraverso le immagini, essa rivela ciò che è: “Poiché la scienza a un certo punto è indivisibile dalla storia, ed è quasi necessariamente transito dell’una verso l’altra. La ricerca generale non a caso è preceduta da quella, più specifica, del sistema samotrace. L’intenzione era quella di porre ciò a fondamento: poiché la dottrina cabirica è come una chiave, fatta apposta per aprire tutte le altre: sia per profonda antichità, sia per chiarezza e semplicità della sua forma”.

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MODESTO ELOGIO DELLA DOTTA IGNORANZA

MODESTO ELOGIO  DELLA DOTTA IGNORANZA

Giovanni Greco

Oggi noi siamo sempre più, per usare le espressioni del  G.M. Stefano Bisi, costruttori  di una cittadinanza pluriculturale, con l’opportunità di realizzare compiutamente la nostra umanità anche nello spazio posseduto dalla grande eredità dantesca e perciò desidero agganciarmi ad un aspetto, a un segmento marginale, al concetto di ignoranza espresso da Dante: “Non men che saper, dubbiar mi aggrada”. Non casualmente nel settimo canto dell’inferno, si legge: “Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende”.

Del resto Socrate sosteneva che, “il male del mondo è l’ignoranza”, e professava sempre la sua ignoranza, il sapere di non sapere era per lui il fondamento di qualunque conoscenza, ma c’è ignoranza e ignoranza. C’è l’ignoranza della scuola pitagorica, l’uomo immerso nell’oscurità, c’è l’ignoranza nel buddhismo che rappresenta un velo che va eliminato per determinare la nascita o la rinascita del percorso di un uomo. C’è l’ignoranza di quelli che non capiscono, ma non capiscono con grande competenza.

C’è l’ignoranza incolta, l’ignoranza di chi rifiuta di capire, di chi ritiene quasi tutto inutile e superfluo, l’ignoranza intrisa di stupidità. Senza dimenticare che lo sciocco sapiente è più sciocco di uno sciocco ignorante.

C’è l’ignoranza di chi pensa di sapere e di capire ogni cosa, più e meglio degli altri, di chi ritiene di sapere tutto, ma quello è tutto ciò che sa. Quanti sono quelli che hanno un gran talento nell’ignorare le cose, risultando di una ignoranza enciclopedica?

D’altronde non è casuale che la differenza fra genialità e ignoranza risiede nel fatto che la genialità ha dei limiti.

C’è l’ignoranza dei contadini – fare i contadini non è mai stata una scelta … terra terra – malgrado le sofferenze e le avversità, e anticamente le devastazioni e le guerre, stoici, saggi e imperturbabili, spesso capaci di nascondere la profondità in superficie. Contadini che hanno fatto sacrifici immani per far studiare al meglio i loro figli, auspicando per loro una vita migliore e un riscatto sociale per la famiglia. Pensieri e azioni che nascono dalle asperità dell’esistenza e dalla sua faticosa e coraggiosa quotidianità. Del resto quando Montale parlava degli analfabeti, diceva: “Dagli analfabeti c’è sempre da imparare. Possiedono alcuni concetti fondamentali, quelli che contano. Purtroppo pare che siano rimasti in pochi”.

C’è l’ignoranza dell’adulatore che conosce solo l’arte di dire a una persona ciò che pensa di sé. C’è l’ignoranza di chi non riesce a farsi capire, a far cogliere il suo animo e i suoi intendimenti.

Del resto non siamo proprio noi a nascere senza saper parlare e, a volte, a morire senza aver saputo dire? (Pessoa).

C’è l’ignoranza di chi ammira le altrui capacità, sa coglierle e valorizzarle, ha animo e acume, ma compie ogni sorta di  errori di grammatica (compresi alcuni studenti italiani che portano l’italiano come lingua straniera).

C’è l’ignoranza dell’asino, percepito in senso traslato come un analfabeta, la cui asinità è stata esaltata da Giordano Bruno, la santa stolticia, la pia divozione, la fede contrapposta alla scienza, l’involucro disadorno della verità, la materia grezza.

L’asino rappresenta egregiamente il senso del dubbio, l’umiltà del dubbio, non la vanità del dubbio. Nell’alveo della sua struggente solitudine, l’asino mi appare come un camminatore imperterrito tra gli sterpi del pensiero facendo udire distintamente il rumore insistente di un passo dietro l’altro.

C’è l’ignoranza di non pochi insegnanti, o presunti tali. Alcuni sono dei veri e propri artisti d’avanspettacolo, conoscendo l’arte d’insegnare ciò che non sanno. E’ difficile che un ignorante non cerchi d’insegnare qualcosa. Ma non disperatevi, in compenso nessuno è meno ricettivo di certi insegnanti: è proprio inutile insegnare a un insegnante! La massoneria è ricca di fratelli colti che sono qui per imparare, ma Ì non mancano fratelli ignoranti che sono qui per insegnare.

Alla Columbia di New York vi è un corso sull’ignoranza tenuto dal prof. di neuroscienze, Stuart Firestein, direttore del dipartimento di biologia. Non mi è però ancora chiaro quale è per gli studenti l’esito più funzionale al corso, prendere 18 o 30, essere promossi o bocciati: l’ignoranza a volte può essere ignorata dall’ignorante. C’è poi la dotta ignoranza, di montaignana memoria, quella che ha attraversato tanti saperi e si è resa conto che erano solo parziali. Montaigne: “l’ignoranza è il tratto che più mi caratterizza”.

Questa formula venne utilizzata per la prima volta da sant’Agostino e poi dopo da san Bonaventura, dotta ignoranza, al di sopra e al di là “di ogni più completo conoscere umano”. Dotta ignoranza nel dibattito della Scolastica, che trovò un superamento nello spirito di Nicola da Cusa, capace di concepire una sintesi fra lo spirito umano e quello divino. Per Cusano vi è un continuo progresso della conoscenza e l’esaltazione della potenza della mente, che si traduce nell’ossimoro, cioè in due termini che fungono da opposizione l’uno dell’altro, dotta/ignoranza. Una persona investita di una dotta ignoranza dovrebbe cercare di realizzare una  sorta di “mescolato” sapienziale nel quale incastonare la propria esperienza personale e dovrebbe sapere quasi tutto di un qualcosa e qualcosa di tutto, e dopo aver riscaldato e illuminato, saper tramontare.

Dotta ignoranza per pensare, per vivere, per scrivere. E’ la dotta ignoranza che consente di scoprire gli abitatori del tempo, ma un individuo alla volta, la dotta ignoranza, anteriore alle parole, svolazzante e libera.

Nella nostra vita credo che ogni persona ha attraversato vari aspetti che concernono l’ignoranza, ma se le tappe intermedie sono incerte, il punto d’arrivo per un massone è uno solo, chiaro, inequivocabile, la dotta ignoranza. La dotta ignoranza al centro della vita massonica, la vita massonica al centro della dotta ignoranza, scudo contro l’arroganza e la superbia, è un inno all’umiltà che è quella cosa che quando la si ha, si crede di non averla. Perciò quando scorgo la dotta ignoranza, l’accolgo a braccia aperte, e l’accarezzo ogni volta che la trovo, non importa in quali mani sia. Sono certo che essa è in grado di interpellare l’operosità e la coscienza di altri uomini lasciandosi attraversare e dischiudendosi ad una dimensione multipla di relazioni. La dotta ignoranza abitua alla complessità, all’argomentazione, al dubbio, è in grado di contrastare l’analfabetismo riduzionista, il qualunquismo appagato, è un omaggio alla speranza, è uno dei nomi dell’intelligenza. Per chi si fonda sulle sottigliezze della mente e sulle intuizioni del cuore, la dotta ignoranza è un punto di arrivo e di partenza unitamente alla buona fede e alla dignità. Il nostro mondo si forgia non mediante una neutra teoria dell’essere, ma attraverso la compenetrazione profonda di volti, (“lo viso mostra lo color del core”, Dante) volti da guardare, volti da  volti da accarezzare. Esattamente ciò che a volte accade fra noi.

HIRAM 1/2016

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LIBERTÀ E DIRITTI. COSA MINACCIA L’EUROPA?

LIBERTÀ E DIRITTI. COSA MINACCIA L’EUROPA?

Fabrizio Sciacca

I gravi fatti in Francia e in Belgio implicano una riflessione. Innanzitutto, fondamentale è una domanda. È possibile tradurre libertà e valori in diritti, ovvero: che ce ne facciamo di libertà e valori, se non è possibile renderli universalmente giustiziabili? Per rispondere a questa domanda, credo si debbano chiarire alcuni equivoci.

Il primo equivoco riguarda il concetto di multiculturalismo. Il multiculturalismo non è, contrariamente a quel che si sente dire, una virtù sociale o un bene sociale: è un fenomeno amorale, in sé non ha niente di etico, quindi niente di buono o cattivo. Nasce da spostamenti di popolazioni che di per sé sarebbero rimaste stanziali, se non avessero avuto l’esigenza di migliorare le proprie condizioni di vita: per arricchimento o per fame, lo scopo è quello della sopravvivenza, non quello della pace. L’impatto tra due “culture” racconta, nella storia dell’umanità, di scontri e di lotte per la natura che vuole imporsi, della vita che lotta sulla morte, e di culture resistenti, che per conservarsi preferiscono evitarsi anziché stare a distanza. Società culturalmente affini tendono a coesistere, società culturalmente non affini tendono a

evitarsi. Si spiegano così, ad esempio, le sopravvivenze di costumi irriducibilmente fondamentalisti da parte di membri di comunità islamiche in Occidente. Cittadini europei a tutti gli effetti, eppure così saldamente legati a ideologie e valori non europei da coltivare valori anti-europei, per volere, in nome di quei valori, combattere (per distruggere) i capisaldi della cultura del territorio in cui sono nati, ma di cui essi non sono figli. Il multiculturalismo sventolato come bandierina della pace e della felicità è stato in realtà il lugubre vessillo degli ultimi due decenni di ipocrisia suicida e autolesionista dell’Europa. Multiculturalismo non è sinonimo di pace né di convivenza. E a maggior ragione, nemmeno di fratellanza.

Il secondo equivoco ha a che fare col concetto di tolleranza La tolleranza ha una natura politica? Siamo costretti, storia alla mano, a rispondere di no. Il concetto di tolleranza nacque come concetto teologico, e servì alle dottrine religiose – sottolineerei dottrine religiose cristiane – per porre dei confini più che ad aprire dei varchi rispetto a ciò che era consentito accettare da dottrine religiose differenti (eterodossia) oppure rispetto a ciò che non era consentito accettare in coloro che, appartenendo alla stessa dottrina religiosa, venivano considerati eretici (cioè devianti) rispetto alla dottrina ufficiale (ortodossia).

La tolleranza ha una natura universale? Ha una natura cosmopolitica,

è un ideale condiviso da tutti gli esseri umani? Fa parte del corredo dei diritti umani universali? Se la tolleranza non ha una originaria natura politica, a maggior ragione non appare plausibile dire che essa abbia (mai avuto) una natura politica globale, e la sua adattabilità a sogni cosmopolitici è, più che mai oggi, un’attività onirica di politici in mala fede che spacciano per sogni i loro incubi. Eppure, nella storia dell’umanità c’è qualcosa che gli esseri umani hanno sempre condiviso:

l’esperienza di tecniche di sopravvivenza. Questa esperienza ha una genuina natura politica ed è, a mio avviso, la prima causa della fondazione della politica dagli antichi a oggi. L’inizio della civiltà ha un suo momento di passaggio significativo, che risale almeno a circa dieci millenni fa in Asia Minore, all’epoca dei cacciatori-raccoglitori. È certo che il momento di passaggio verso la fondazione di un ordine sociale complesso sia dato dallo sviluppo sistematico e associato di culture adattive, prima individuali o nomadi, poi stabilmente organizzate. Ed è probabile che dall’intersezione tra pratiche religiose e ricerca di risorse economiche nacque l’agricoltura, una tecnica di adattamento culturale che favorì l’organizzazione di insediamenti permanenti e la crescita economica delle prime società. Se il primo ordine normativo-sociale fu di tipo religioso, è stata la religione a introdurre l’idea di cose come norme sociali o condotte morali, e quindi l’idea della politica come tecnica di stabilizzazione di società ordinate dalla religione. La religione avrebbe quindi un primato genetico sulla politica: semplicemente, ne è la causa. Tolleriamo valori altrui diversi dai nostri? L’oggetto della tolleranza è un valore? No. Noi tolleriamo fatti, non valori. Da questa affermazione apparentemente radicale ma in realtà del tutto ovvia, discendono tre conseguenze non banali.  Tolleriamo fatti che hanno un significato importante per chi li realizza: qualcuno potrebbe anche e persino chiamare questi fatti “valori”, ma il discorso non cambierebbe, perché in realtà non sono valori, e a dire il vero non si vede come un valore – se fosse tale – potrebbe (e dovrebbe) essere oggetto di ponderazione sociale. I valori sono sempre plurali, sono pratiche sociali degne della massima importanza in una società. Dunque sono cose valide secondo la legge. Quindi, non ha senso nemmeno porsi la domanda se ciò che dovremmo essere chiamati a tollerare sia un valore. Se lo è, non sarà vietato, sarà permesso.  In buona sostanza, qui non si tratta di stabilire che cosa sia un valore, né di cercare un criterio per qualificare qualcosa come un valore, poiché tale criterio introdurrebbe una gerarchia di valori e genererebbe una lista di valori sociali praticabili, escludendone inevitabilmente altri sulla base di un metro meramente qualificativo.

Pertanto, multiculturalismo e tolleranza non sono altro che condizioni

necessitate dallo scontro per la sopravvivenza. Per rispondere alla domanda “se è possibile tradurre libertà e valori in diritti”, abbiamo visto che la politica dà una risposta approssimativa e non sufficiente in termini universalistici: se gli esseri umani non raggiungono un accordo, si scontrano. E dal momento che i principi di natura e sopravvivenza governano anche quelle che sono chiamate regole sociali e politiche, non esistono libertà e diritti che possano valere sempre e universalmente. I risultati elettorali in Europa negli ultimi dieci anni hanno fatto emergere due cose: il minimo storico di affluenza alle urne ha evidenziato il massimo scetticismo nei confronti dell’attuale politica

dell’Unione; la generale affermazione del centro-destra e dei partiti nazionalisti e regionalisti ha reso chiara l’esigenza di considerare prioritarie le urgenze della difesa europea come una difesa degli europei. La disaffezione alla tanto celebrata cittadinanza europea attesta il fatto che i diritti degli europei si devono garantire più dei diritti in Europa, e con maggiore sicurezza anziché con maggiore libertà.

Il problema dei diritti in Europa si traduce oggi più che mai nel problema della garanzia dei diritti degli europei. La crisi dei diritti in Europa riguarda soprattutto il conflitto tra il senso di appartenenza a un’identità e il senso di appartenenza a un’istituzione. Il conflitto è stato probabilmente generato, e irrobustito, da un atteggiamento dell’Unione insufficiente o miope rispetto all’obiettivo di creare una simmetria, o una equivalenza, tra il senso di appartenenza identitaria e il senso di appartenenza istituzionale.

Ciò che si è verificato è la diffusione di una crisi dell’opinione pubblica europea, che sorge e si manifesta in forme comunitarie distinte, ma convergenti nell’esprimere un rifiuto deciso di un sistema che non funziona. È un comunitarismo che può essere silenzioso, astensionista, persino qualunquista, o che porta all’espressione di un consenso mirante a strategie di sicurezza dei consociati, ovvero dei cittadini europei, più che alla tutela dei diritti di tutti i residenti. È sicuramente l’esito di un processo storico prodotto da scelte troppo impegnative, o troppo al di sopra degli strumenti e delle risorse da allocare. Ed è l’inizio di una nuova epoca di crisi, che però vuole evitare la perdita del senso di avere una cultura, dato che è solo attraverso la cultura che le realtà significative possono essere veramente sentite. La richiesta che affiora brutale, nettamente percepibile pur senza esser detta, è il non voler perdere la mia cultura: un insieme di abilità e conoscenze scientifiche

che caratterizzano la grammatica semantica degli individui legati alle loro tradizioni e alle loro forme di vita. Paradossalmente ma comprensibilmente, i diritti che si rivendicano oggi nella crisi istituzionale europea non sono i diritti universali. Non sono i diritti umani, ma qualcosa come i diritti fondamentali degli europei. A rigore, ciò che oggi gli europei rivendicano è principalmente il diritto di esistere e quindi di resistere. Gli elettori hanno capito che la politica dell’Unione ha fallito puntando sulla cittadinanza come il requisito della salvaguardia dell’identità europea. La cittadinanza formale non risolve il problema dei conflitti culturali.

Che senso ha parlare di pluralismo in questo caso? Il pluralismo è possibile solo come coesistenza di valori reciprocamente praticabili in un determinato contesto. Il problema ineludibile è che società culturalmente affini tendono a coesistere, società culturalmente non affini tendono a evitarsi. Si spiega così ad esempio la sopravvivenza culturale di costumi irriducibilmente fondamentalisti da parte di membri di comunità islamiche nel Regno Unito. Cittadini britannici a tutti gli effetti, con un lavoro rispettabile (c’è un noto caso che riguardava alcuni medici, ad esempio), perfettamente integrati nella società, parlanti la lingua locale, nati nel luogo in cui vivono: eppure così saldamente legati a ideologie e valori non europei da coltivare valori anti-europei, per volere, in nome di quei valori, combattere (per distruggere) i capisaldi della cultura del territorio in cui sono nati, ma di cui essi non sono figli. Lo stesso discorso vale per i residenti a Parigi o a Bruxelles, islamici di seconda o terza generazione ma cittadini europei a tutti gli effetti. Questo tipo di anti-cultura è l’opposto del senso della tolleranza liberale e del rispetto del pluralismo culturale, e crea di certo un senso di paralisi nella società britannica, la cui governance ha più volte preferito mettere a tacere il problema e non criticare le dottrine dei c.d. minority rights per paura di passare per ipocrita: con la conseguenza di alimentare da un lato una grievance culture, una cultura del risentimento, dall’altro un bisogno di sicurezza che spiega il dilagare del conservatorismo euroscettico. Senza dubbio, le società liberali stanno pagando l’effetto di aver accordato una sorta di acquiescenza, mascherata da tolleranza, nei confronti di ipotetici minority rights. Ciò ha prodotto una distorta dottrina capace di generare un’inversione morale in cui coloro che hanno prodotto e fomentato l’odio ingiusto sono stati sostanzialmente scusati solo in base al fatto di appartenere a un sedicente victim group, di contro a una maggioranza che invece è stata messa in guardia dal reagire perché ritenuta oppressiva della parte aggressiva della società.

Ciò è parte delle minacce che hanno determinato quell’insicurezza sociale che ha fatto vacillare le basi del senso della tradizione e dell’autenticità degli europei. In un momento in cui in Europa la criminalità di immigrazione (sarebbe meglio dire, più in generale, di motivazione culturale extraeuropea) non è più un fenomeno marginale, chi ha liberamente esposto il suo pensiero è stato accusato di intolleranza e quindi di razzismo, come nei Paesi Bassi ad esempio col caso Pim Fortuyn, che detestava essere paragonato a noti personaggi dell’estrema destra europea come il francese Jean-Marie Le Pen o l’austriaco Jörg Haider, e non si considerava neppure particolarmente di destra, o con Theo van Gogh, ucciso da un ventiseienne marocchino-olandese come un animale sacrificale: sul suo petto, piantato come un pugnale, un biglietto di minacce dirette a Ayaan Hirsi Ali, l’attrice somala protagonista del cortometraggio Submission del regista olandese. Ricordiamoci che è stato tollerato pure che, a suo tempo, l’imam di Tilburg non stringesse la mano a Rita Verdonk, il ministro per l’integrazione delle minoranze, perché donna straniera – ciò sufficiente per non avvicinarla. Intendiamoci. O ciò che è politicamente corretto sta mutando natura, o si sta sgretolando quella crosta di facciata che ne ricopriva la vaga sostanza. Lo hanno mostrato l’antieuropeismo e il senso di identificazione di molti olandesi alla morte del regista, probabilmente gli stessi che nel 2005 avrebbero, come in Francia, votato contro la proposta di costituzione per l’Unione europea. Né Pim Fortuyn né Theo Van Gogh erano seguaci del “razzismo”, se mai questa ambigua parola oggi vuol davvero dire qualcosa. L’autenticità di un mondo puro non è un obiettivo perseguibile né è un valore in gioco dal punto di vista politico. Ed è falso che Fortuyn desiderasse violenza e sterminio nei confronti dei destinatari delle sue critiche, sebbene portatori di interessi contrapposti, così come di sicuro è falso che l’arte di Theo Van Gogh propugnasse violenza e morte. Direi che entrambi, invece, sono stati vittime degli ingranaggi arrugginiti di un liberalismo ormai al collasso, manieristico e sterile. La reazione del voto europeo è la risposta      anche contro questo tipo di intolleranza interna da parte di quei moltissimi non europei che vivono in Europa e che non vogliono

cambiare la fisionomia della società europea trasformandola, ma distruggendola. Ed è anche la reazione contro l’incuria di quelle istituzioni pubbliche che hanno permesso che molti quartieri di città europee diventassero ghetti parabolici collegati con il Medio Oriente, con il Pakistan o con il Marocco. La crisi del presente attesta forse la

 crisi della stessa possibilità della politica. L’approdo a forme di esasperato populismo in reazione al violento senso di insicurezza che minaccia gli europei attesta altresì che il sogno multiculturale è finito. Ha generato un’illusione, e si è trasformato in un incubo. Il pluralismo culturale è l’unica possibilità che resta agli europei di aggrapparsi alla cultura liberale dei diritti, ma è probabilmente figlio di un’altra illusione: come prodotto dell’illuminismo, esso è parte della tradizione liberale occidentale, parte della morale giuridica europea. Esso condivide la venerabile idea    kantiana che le idee conoscibili attraverso la ragione siano universali: da ciò noi europei (lo stesso che dire ‘noi occidentali’) abbiamo fatto discendere la nostra idea che i diritti, essendo prodotti della ragione umana, siano in fondo qualcosa di universale, e quindi di estensibile. E quindi da ciò abbiamo fatto discendere l’idea che i valori occidentali siano universalizzabili.

Che questo assunto sia sommamente criticabile dovrebbe essere più che mai chiaro oggi, se si vuole accettare l’idea che la cultura dei diritti, come parte del patrimonio genetico europeo, non sia qualcosa che altri sono disposti a condividere, e che altri sono disposti a estrudere dalle città del Vecchio Continente. Le culture sono fisiologicamente auto-resistenti, e in concorrenza con altre cercano di conservarsi, di sopravvivere; per conservarsi e per sopravvivere cercano di imporsi; solo se costrette sono disposte a cedere o a negoziare. Biologi e genetisti sanno che nei primati superiori, esseri umani compresi, culturalmente

prevale la trasmissione, non l’assimilazione; il problema è quindi che non sempre accade che il semplice fatto  della promiscuità di più culture (ad esempio, culture locali e culture immigrate) in un certo territorio sia di per sé garanzia di mantenimento delle identità culturali. Il pluralismo che fonda la tolleranza, persino questa idea, è un’idea non universale; ci sono altre – molte altre – concezioni del mondo che non accettano nemmeno l’idea della semplice coesistenza, poiché non ritengono giusto condividere la struttura filosofica della simmetria su cui si fonda il concetto di tolleranza. Inevitabilmente contingente a questo concetto è un elemento strumentale alla possibilità stessa di questa pratica civile: la reciprocità come strumento negoziale del principio di tolleranza. In determinate circostanze, quindi, anche il principio di tolleranza non appare più applicabile con successo ed entra severamente in crisi, specie quando le istituzioni pubbliche non riescono a trovare una valida alternativa. Il problema non è l’intransigenza di uno strumento illuministico, poiché da un lato la democrazia liberale dice che occorre essere criticamente disponibili, dall’altro sostiene che l’unica cosa non negoziabile sia l’uso della violenza. Risulta chiaro che la crisi si diffonde quando la non negoziabilità di valori non violenti entra in conflitto con la non negoziabilità di valori fatti valere con la violenza. L’illuminismo liberaldemocratico entra completamente in crisi di fronte a ciò; e questo dilemma indecidibile provoca un collasso istituzionale. L’antieuropeismo di molti europei non è contro l’identità europea e nemmeno contro i diritti di molti individui, cittadini e residenti, che vivono in Europa. Ciò che è contrario alla stessa idea di Europa non è il concetto di identità europea, e nemmeno quello di diritti. Ciò che è contrario all’idea di Europa è quel senso di autodistruzione percepito dagli europei, quel senso di rinuncia e soprattutto di inafferrabilità della realtà attuale. Questo senso diffuso di angoscia non chiede certezza, perché il dubbio è la chiave della ragione occidentale. Questo senso diffuso chiede solo un rischiaramento di un orizzonte oscuro e sempre più opaco: chiede chiarezza per il futuro – cosa ben diversa della certezza, e perfettamente coerente con la ricerca di un cammino verso una direzione chiara. Sia chiara la direzione per tutti, ciascuno trovi la sua strada.

La società umana è ben lungi dall’esser perfetta. Per questo, il cammino verso il miglioramento umano in questo difficile mondo non è (né potrà mai essere) un compito politico, né giuridico. È un compito innanzitutto interiore, apparentemente poco normativo ma sostanzialmente molto più potente di qualsiasi sistema politico: tendere verso una dimensione migliore è un’idea umana, molto umana – eppure non troppo umana.

Come idea, essa è praticabile. Per questo tale idea, del tutto spirituale e introspettiva, ha una natura esperienziale. Pur coltivandosi necessariamente all’interno di ogni anima, l’aspirazione di ogni anima è di riuscire a essere colta da tutte quelle che a essa sono legate, da concreti sentimenti di appartenenza e di unione.

HIMAM 2/3016

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DALLA CONFEDERAZIONE ALLO STATO FEDERALE

Dalla Confederazione allo Stato federativo

Spesso si afferma che la Svizzera è una Confederazione. In realtà dopo il 1848 essa è uno Stato federativo. Per capire questa fondamentale trasformazione che è all’origine della Svizzera moderna è necessario richiamare alla memoria alcuni eventi storici che hanno determinato questo cambiamento di forma di Stato.

Prima di ricostruire sinteticamente quegli eventi del periodo storico che hanno dato origine alla Svizzera moderna è opportuno chiarire in primo luogo i significati di Confederazione e di Stato federativo. La Confederazione è un’unione di singoli Stati che, pur mantenendo la propria autonomia, costituisce anche delle istituzioni sopranazionali come per esempio l’Unione europea. Anche la Svizzera prima del 1798 e tra il 1815 e il 1848 è stata una Confederazione. La denominazione ufficiale della Svizzera è «Confederazione svizzera» il che crea una certa confusione perché il paese, come detto, dal 1848 è uno Stato fderativo. La denominazione deriva dall’epoca in cui la Svizzera effettivamente era una Confederazione. La sigla CH in effetti non è che l’abbreviazione dell’espressione latina «Confederatio Helvetica». Lo Stato federativo invece può essere visto come un’evoluzione della Confederazione di Stati o un compromesso tra lo Stato unitario e la Confederazione. Lo Stato federativo è composto di Stati con le proprie ordinanze, ma stretti fra di loro da una Costituzione che limita le autonomie dei singoli componenti. Esempi di Stato federativi sono gli Stati Uniti e la Svizzera attuale. Ma quali sono le circostanze storiche dalle quali è nato il nostro Stato federativo?

La guerra del Sonderbund

L’Ottocento, apertosi con l’Atto di Mediazione di Napoleone del 1803, vide la Svizzera impegnata a darsi istituzioni e strutture moderne. Il passo decisivo verso la modernità riuscì alla Confederazione elvetica nel 1848 con quel capolavoro di Costituzione che, sostanzialmente, ci regge ancora oggi. Questo momento fu preceduto da un periodo di alterne ed anche cruente vicende sfociate nella guerra del Sonderbund, la quale portò il paese sull’orlo dello sfacelo. Dal 1815 due Svizzere si opposero. Una conservatrice che vuole l’indipendenza dei Cantoni. L’altra, liberale, che mira ad una confederazione più unitaria e democratica. Più a sinistra dei liberali, i radicali vogliono cambiare il sistema instaurando la democrazia e centralizzando il potere. A questa opposizione bisogna aggiungere quelle tra cattolici contro protestanti, campagne contro città, élites contro il popolo. Gli osservatori dell’epoca nei loro commenti parlarono di anarchia e di caos e temevano una dissoluzione della Confederazione. Nel settembre 1843 sei cantoni cattolici e conservatori (UR, SZ, NW/ OW, LU, ZU, FR) conclusero un’alleanza segreta di difesa militare. Più tardi i loro avversari chiameranno tale alleanza il «Sonderbund». Il Patto federale autorizzava gli accordi tra i cantoni ma non quelli con lo straniero. Dal momento che i sette cantoni del Sonderbund si erano assicurati l’appoggio di diversi paesi tra i quali la Francia e la Prussia che inviarono anche delle truppe alle frontiere violarono il sopraccitato patto. I radicali reagiscono ed essendo in maggioranza alla Dieta votarono la dissoluzione del Sonderbund il 20 luglio 1847. La guerra civile era ormai inevitabile. Fortunatamente la guerra durò poco, circa un mese e vide vittorioso l’esercito dei Cantoni rigenerati, guidati dal Generale Guillaume Henri Dufour. Sebbene imposta con la forza, la fine del dissenso tra Cantoni rigenerati e cantoni conservatori, segnò l’inizio di una collaborazione fra i due opposti fronti per modificare il Patto del 1815. I cantoni conservatori decisero infatti di entrare a far parte della commissione che fu incaricata di predisporre un progetto di revisione del Patto. In poco più di un mese essa predispose un testo ispirato, in alcuni punti, alla Costituzione statunitense. L’assetto istituzionale tracciato dalla Costituzione del 1848 è molto simile a quello attuale: un parlamento bicamerale, sul modello di quello statunitense, per garantire al contempo la rappresentazione nazionale e dei cantoni, e un esecutivo di 7 membri, il Consiglio federale, eletto dalle Camere riunite. La costituzione del 1848 contiene un’importante novità rispetto al Patto del 1815, un procedimento appositamente previsto per poter modificare la Costituzione stessa. Tale accorgimento rende flessibile un Patto, seppur di natura costituzionale. La Svizzera diventa uno Stato federale centralizzato anche se continua a chiamarsi «Confederazione». I cantoni non sono più indipendenti ma «sovrani» cioè autonomi ma cedono diverse competenze alla Confederazione (organizzazione centralizzata dell’esercito, soppressione delle barriere doganali tra cantoni, creazione di una moneta unica: il franco, unificazione dei pesi e delle misure). Si installa una forma di governo democratica. I cittadini ottengono dei diritti e delle libertà e sono considerati uguali davanti alla legge. Queste misure favorirono la prosperità generale che era appunto uno degli scopi fondamentali della Costituzione.

Gli ideali massonici della nuova Costituzione

Un tempo si considerava «Nazione» una comunità naturale, o almeno una comunità risultante dalla storia. Originariamente il concetto di nazione designava proprio una comunità di genti che avevano in comune sangue, religione, lingua, storia, costumi e tradizioni. In epoca moderna ci si è resi conto che nessuno di questi fattori è sufficiente per creare una Nazione. Essa designa piuttosto l’unione di persone che, pur diverse per civiltà, razza, religione, si riconoscono come Nazione sulla base di una libera volontà di unione e l’identità di aspirazioni e valori. Da questo punto di vista la Svizzera costituisce uno degli esempi più interessanti, perché gli ideali massonici di libertà, democrazia, neutralità e la secolare volontà di unione hanno fatto sì che popoli di cultura, lingue e religioni diverse si siano sentiti di appartenere a una stessa Nazion

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. D. B.

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EDITORIALI DI G.’.L.’.S.’.A.’L.

Editoriali di GLSA

La Saggezza non va confusa né con la sapienza né con il sapere, essa è un modo superiore di essere e di agire. Nel mondo d’oggi, contraddistinto da egoismo e violenza, evidentemente non è facile. Il Massone ha il privilegio, da mai sottovalutare, di poterla raggiungere, se lo desidera, lavorando su sé stesso tra le mura del proprio Tempio; scoprirà allora che saggi non si nasce, ma lo si può diventare, in quanto, penso, la Saggezza è null’altro che «vivere moralmente il sapere»

Il Massone, come Socrate, ha per scopo unico la ricerca della Verità. E come Socrate, anche la Massoneria nulla impone e nulla insegna. Sollecita unicamente ogni individuo a cercare, nella più totale libertà, con la propria ragione e la propria coscienza, la sua esclusiva verità. E ancora una volta Socrate ci insegna la via: «Conosci te stesso!» È la via dell’umiltà e del coraggio. Occorre infatti più coraggio guardarci allo specchio, ossia imparare a conoscerci con profonda e meditata introspezione, che osservare, criticare e forse anche disprezzare chi, sovente modestamente schivo ma grande di cuore, ci circonda durante la nostra vita di tutti i giorni.

Il Massone sa che diventare Maestro significa soltanto iniziare a diventarlo, che non lo sarà compiutamente per tutta la vita e che soltanto l’umile e costante pratica della Tolleranza e dell’Amor fraterno lo porteranno verso la vera maestria.

Da Massoni occorre tenere sempre presente che la convinzione di essere nel giusto ed avere quindi il diritto di agire di conseguenza, non sempre favorisce la perfetta convivenza. Ciò che per l’uno può apparire giusto per altri può essere sbagliato ed ingiusto. _ allora indispensabile il rispetto dell’opinione altrui. Se pretendiamo la libertà di pensiero, questa va concessa anche ad ogni nostro simile. Oltre alle leggi scritte, occorre applicare la legge morale, affinché questa, distinguendo il bene dal male, detti nella coscienza individuale di ognuno, come insegnano i principi massonici della Tolleranza e dell’Amore, l’armoniosa convivenza tra i Fratelli e gli uomini tutti.

La Massoneria, sia a livello individuale che collettivo, riveste un carattere di assoluta e imperativa riservatezza. Un’apertura al mondo profano è pertanto impensabile e contraria ad ogni principio iniziatico; ridurrebbe il nostro Ordine ad una qualsiasi associazione a sfondo sociale. Che la Massoneria si presenti, spontaneamente o su richiesta, al momento opportuno al mondo esterno tramite i media, che faccia, se ritenuto utile, qualche opera di beneficenza o si renda all’occasione utile al prossimo sotto la luce del sole, non nuoce evidentemente a nessuno. La vera via rimarrà comunque sempre quella della discrezione e del buon esempio.

La libertà è soprattutto uno dei pilastri fondamentali del credo massonico. La libertà coltivata dal Massone è quella interiore, spirituale; quella del pensiero, della coscienza, della ricerca. Sotto questo aspetto la Massoneria è la Scuola della Libertà. La Libera Muratoria è l’esatto opposto di tutte le sette e religioni; non impone alcun credo, non vincola né l’intelletto né la coscienza; essa educa i suoi addetti a valorizzare, nella più totale libertà, i doni più belli che il G.A.D.U. abbia donato all’uomo: l’intelligenza e i sentimenti, la ragione e il cuore. Il Massone si è assunto il non facile compito della propria liberazione spirituale. Quando ogni essere umano si sarà liberato dal giogo dei dogmi, ma anche dai propri preconcetti, l’umanità camminerà verso orizzonti migliori. Nel suo più intimo, l’uomo non si sentirà soltanto libero, ma, finalmente, felice.

Famiglia, lavoro e Massoneria; tre impegni, tre «attività» che richiedono, ognuna, tempo, passione e dedizione. Ogni ambito, sia esso familiare, lavorativo o massonico, preso a sé, potrebbe costituire un’occupazione a tempo pieno. Come dunque conciliare i tre compiti, tutti di massima e vitale importanza? Ecco la domanda da analizzare. Nella vita ogni persona, presto o tardi, si trova confrontata con dei doveri, degli impegni, degli obblighi; arriva il momento di impegnarsi professionalmente, di formare una famiglia, ma anche di evolvere interiormente. Occorre fare delle scelte? Fissare delle priorità? O conciliare le diverse attività?  Sono profondamente convinto che i vari impegni siano interdipendenti e complementari, e che nessuno possa escludere l’altro. Il lavoro è indispensabile per il mantenimento e il benessere della famiglia, d’altra parte lo sviluppo interiore della persona, ossia, la coltivazione e la pratica delle virtù, è altrettanto fondamentale sia per lo svolgimento onesto di una professione sia per la costituzione amorevole e duratura di una famiglia. C’è tempo per tutto, se volontà, impegno, convinzione, intelligenza e amore uniscono in armoniosa simbiosi le parti in causa. Il lavoro e la famiglia hanno i loro «momenti» e si regolano da sé. L’evoluzione interiore non invade alcuno spazio; si coltiva in silenzio in ogni luogo e in ogni momento. Per il Massone non sarà dunque mai una questione di scelta, bensì un modo più intenso e profondo di vivere sia gli impegni familiari sia quelli della vita professionale e sociale. Ma ricordiamoci che non esiste soltanto la Massoneria; la maturazione interiore si sviluppa anche tramite l’arte, la musica, la natura, l’istruzione ecc.: lo spirito massonico ne è una parte preziosa, discreta, presente ovunque.

L’Amore fraterno più che un sentimento è una regola iniziatica; quanto potrà coinvolgere il cuore, e verso chi dirigersi, è difficile da stabilire; dipende unicamente dalla sensibilità individuale, ma anche dalla cerchia di Fratelli in cui l’Iniziato vive, opera ed evolve. Mentre l’amicizia è collocabile prevalentemente nell’ambito sociale profano, la Fratellanza, pur iniziando dalla ragione, tende inevitabilmente verso l’Amore assoluto, l’Amore che alchemicamente trasforma, crea, eleva. Il legame tra Fratelli non è quello dell’amicizia, è molto più profondo, è un legame spirituale, quello che porta gli Iniziati, col reciproco sostegno, verso il perfezionamento personale, che dovrebbe a sua volta contribuire – utopia, speranza, certezza? – al miglioramento morale e al benessere sociale di tutta l’umanità.

La Felicità va cercata, conquistata, coltivata e diffusa tra le genti, in quanto diritto inalienabile di ogni essere umano sin dalla sua nascita. Utopia o no, l’uomo tende alla felicità; per essa va quindi lottato con ogni mezzo, non solo a livello di governi e istituzioni internazionali, bensì anche con il contributo attivo di ogni singolo cittadino. Le sensazioni definite Felicità e le rispettive cause sono variamente definibili. Psicologicamente, ma anche filosoficamente, la felicità può rappresentare uno stato di grazia, totale serenità, assenza di preoccupazioni e, fisicamente, assenza di ogni tipo di sofferenza. Ma l’assenza del male non basta; la vera Felicità è raggiunta soltanto quando allo stato di passiva serenità si aggiunge il piacere attivo; l’arte, la natura, ma anche le piccole cose come un sorriso, una melodia, un cibo, tutto quanto può essere gradevole alla nostra mente, al nostro cuore, ai nostri cinque sensi.

La moderatezza è una virtù che viene attribuita agli umili, ai mansueti, a coloro che non “brillano”sulle pagine dei giornali o sugli schermi dei televisori. Le virtù dell’uomo della strada sono l’umiltà, la modestia, la sobrietà, la semplicità, l’ingenuità, la dolcezza, la mitezza … In altri termini la moderatezza, consciamente o inconsciamente, mi sembra che venga percepita come una virtù “debole”, da contrapporre alle virtù “forti”, quelle considerate autentiche, cioè quelle che si accollano ai grandi personaggi che si sono distinti nel corso dei secoli. Si dimentica però spesso che accanto agli epiteti eroici sovente troviamo attributi tutt’altro che nobili quali“arrogante, prepotente, crudele, violento, spietato, sanguinario …” che restituiscono alla moderatezza e alla mitezza il loro giusto valore. In realtà la moderatezza è una qualità fondamentale del Massone e di ogni persona veramente stimabile. Anche per il Massone, come già per Aristotele, la moderatezza o il giusto mezzo non significano mediocrità ma bensì perfezione ideale e regola suprema dell’agire. Impulsi, passioni e sentimenti tendono all’eccesso o al difetto. Il Massone, con maglietto e scalpello guidati dalla ragione, si impegna a levigare le asperità dalla propria pietra grezza affinché assuma la misura, la proporzione e l’equilibrio della forma giusta e perfetta.

La Bellezza per i Massoni si presenta piuttosto come la ricerca lunga, paziente e costante di una vita per la creazione di una realtà spirituale nuova, nella quale le imperfezioni dovute all’egoismo, alla brama di potere, al desiderio insaziabile di denaro e onori potranno essere finalmente, se non eliminate, almeno ridimensionate.

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POVERTA’, SVILUPPO E IMMIGRAZIONE


Povertà, sottosviluppo e immigrazione  
Gli imponenti flussi migratori di cui siamo spettatori attoniti in questi ultimi tempi trovano la loro origine in un divario economico e tecnologico sempre più profondo tra paesi poveri, in gran parte del sud del mondo e i paesi ricchi, situati prevalentemente nel nord del pianeta. Chi pensava che lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe ridotto il divario tra paesi ricchi e poveri non può che ricredersi davanti all’evidenza dei fatti. Non solo non ha saputo assottigliarlo, ma lo ha notevolmente ampliato. Basti pensare che l’80% delle risorse del mondo sono controllate da appena il 20% della popolazione che è concentrata nei paesi dell’Occidente, mentre appena l’1% delle risorse è a disposizione del 25% della popolazione, che è ammassata, in condizioni di vita precarie e disagiate, nei paesi più poveri. Mentre nelle zone ricche ed industrializzate dell’Occidente il progresso scientifico e tecnologico avanza senza sosta, soprattutto nel campo medico sanitario ed in campo digitale apportando notevoli benefici ai suoi fruitori in termini di allungamento e miglioramento della vita, in alcune aree del Terzo Mondo, in particolar modo dell’Africa, si continua a morire a causa della fame e della mancanza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie. L’emigrazione come conseguenza del divario tra paesi ricchi e poveri Un effetto di tale divario è il recente esodo dai paesi colpiti dalla miseria e sovente anche devastati da conflitti etnici e religiosi, verso i paesi ricchi alla ricerca di condizioni di vita più umane e dignitose. Questa massa di disperati che ha perso tutto approda in luoghi che hanno poco della «Terra promessa». Diffidenza, pregiudizi, discriminazioni e ostilità sono spesso gli ingredienti dell’« accoglienza». E la situazione, come detto, tende a peggiorare progressivamente. Per rendersene conto basta soffermarsi su alcuni dati demografici inconfutabili. Nelle aree del Nord del pianeta si assiste ad un vistoso calo delle nascite ed ad un invecchiamento della popolazione, al contrario nei paesi in via di sviluppo si constata degli incrementi demografici inquietanti. Nel Terzo Mondo infatti aumenta vertiginosamente la popolazione che tende ad accalcarsi nelle grandi metropoli che si estendono in periferie sovraffollate sprovviste di qualsiasi servizio e tutela igienico-sanitaria. Megalopoli come Calcutta, Bombay, Nuova Delhy, Giacarta, Rio, San Paolo, Città del Messico… superano notevolmente i 10 milioni di abitanti. Le loro periferie sono ridotte a vere e proprie «bidonvilles», sprovviste di servizi pubblici e strutture sociali elementari. Ancora oggi oltre un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso ad impianti di acqua potabile e 2 miliardi non dispongono di impianti fognari. Allucinante è soprattutto che ben 13 milioni di bambini muoiono ogni anno nei paesi del Terzo Mondo prima di aver raggiunto il quinto anno di età. Tale mortalità infantile è dovuta soprattutto alla mancanza di vaccini, dato che le vaccinazioni di massa programmate dall’O.M.S. non raggiungono il 70% della popolazione mondiale. Inoltre una quantità incredibile di bambini muore per dissenteria, affezioni alle vie respiratorie, paludismo, malaria. Sarebbe sufficiente una vaccinazione su larga scala di queste popolazioni per ridurre drasticamente il fenomeno. Non parliamo poi del problema dell’AIDS che in queste regioni è lungi dall’essere risolto. A questa situazione già di per sé critica bisogna aggiungere le piaghe dell’analfabetismo e della descolarizzazione. Cosa può fare la Massoneria? Non si può agire se prima non si è compreso la dimensione del problema. È difficile pensare di poter risolvere la questione chiudendo le frontiere e trincerandosi dietro barriere artificiali e sistemi di polizia rafforzati. Le improvvise e virulente epidemie che negli ultimi anni sono emerse nei paesi in via di sviluppo possono evolversi in modo incontrollabile e non si arrestano certo davanti a muraglie militarizzate o a riduzioni drastiche delle concessioni di permessi di soggiorno. Personalmente ritengo che la scienza al giorno d’oggi possa disporre di strumenti efficacissimi per far fronte a molti dei problemi summenzionati. Purtroppo di questi progressi ne beneficia unicamente una fetta molto ristretta della popolazione del pianeta e cioè, inutile dirlo, quella più ricca. La Libera Muratoria, come istanza internazionale, dovrebbe far pressione sui governi affinché si coordino investimenti in campagne sanitarie di massa per la prevenzione delle epidemie; mobilizzare persone e mezzi per l’istruzione e l’apprendimento, fattore necessario per ogni progresso significativo e duraturo. Ma soprattutto è necessario rendersi conto che le politiche di indebitamento e degli scambi ineguali nel mercato mondiale attuate dai paesi benestanti nei confronti di ampie regioni dei paesi sottosviluppati – che si traduce in un imponente ed inarrestabile processo di trasferimento di risorse dal Sud povero al ricco Nord – costituiscono le premesse che impediscono qualsiasi miglioramento dei paesi più poveri. La corda sempre più tesa tra un mondo supertecnologico ipnotizzato dal mito del consumismo e un mondo che non ce la fa più e che sta precipitando nel baratro del caos e della disperazione rischia oggi più che mai di spezzarsi con conseguenze tragiche. I fattori del sottosviluppo sono conosciuti. Come già accennato il colonialismo nella forma di una dipendenza politica e militare prima e nella veste economico commerciale negli ultimi decenni. Esso blocca ogni possibile tentativo di porre le basi per un autonomo processo d’industrializzazione e potrebbe alleviarsi solo nel caso di una rinuncia dei creditori occidentali ad una parte del debito, almeno quella relativa agli interessi. Un secondo fattore concerne l’incapacità di molti governi di dotarsi di istituzioni democratiche. Riconquistata l’indipendenza diversi paesi sono degenerati in regimi dittatoriali i quali hanno preso le difese di ristrette cerchie oligarchiche piuttosto che quelle della popolazione. Costretta al margine del progresso tecnologico ed industriale a causa di decisioni poco oculate dei governanti che hanno preferito investire nell’acquisto di armi piuttosto che in programmi di sviluppo tecnologico e industriale, essa non ha potuto sfuggire alla miseria. Per sperare di rilanciare l’economia dei paesi in via di sviluppo servirebbe in primo luogo ridurre la spirale dell’indebitamento e cercare di tener sotto controllo l’esplosione demografica che ha causato una sovrappopolazione rispetto alla scarsità dei mezzi di sussistenza disponibili con conseguente esodo massiccio verso i paesi industrializzati. La Massoneria si dimostra lungimirante sottolineando come la conquista della pace nel mondo passa anche attraverso una più equa distribuzione delle risorse.
TALOLA DEL FR.’. D. B.  
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