IL SIMBOLO IN MASSONERIA

IL SAMBOLO IN MASSONERIA

di Luciano Romol

Dalla notte dei tempi, da quando l’uomo ha levato gli occhi al cielo scorgendo l’immensità dell’Universo, tre interrogativi accompagnano la sua esistenza: “Chi sono. Da dove vengo, Dove vado”. Per trovare risposte ha indagato la Natura, raggiungendo livelli di conoscenza sempre più profondi, ha supposto dimensioni trascendenti, declinandole attraverso le diverse culture, ha cercato una finalità nella vita e un destino al di là di essa. Con l’evolvere delle civiltà, del livello di conoscenza e delle capacità tecniche nacque l’architettura. Si fece strada l’idea dell’Universo come realizzazione di un modello intelligibile, pensato da un “Grande Architetto” più o meno identificabile con la “sua” creatura. Da centinaia di anni uomini “liberi e di buoni costumi” fanno riferimento all’architettura, riunendosi nei templi massonici per confrontarsi sulle grandi domande esistenziali. Si definiscono Liberi Muratori e utilizzano riti, simboli, allegorie e miti mutuati dalle antiche gilde muratorie, i cui membri avevano portato il cielo sulla terra costruendo cattedrali, mentre miglioravano se stessi nella ricerca di una regola interiore che avesse valenza universale. Non a caso “Ciò che è in alto è analogo a ciò che è in basso” è il motto che la Libera Muratoria ha fatto proprio, riprendendolo dalla tradizione ermetica. Il Libero Muratore conduce il proprio percorso lungo le impervie strade di una ricerca che non avrà mai fine. Ma ogni individuo è un universo unico, diverso dagli altri, pertanto ogni massone procede verso la Verità seguendo un itinerario autonomo, ampliando il proprio orizzonte attraverso il confronto con gli altri e nutrendosi di altre esperienze, con lo scopo di “edificare Templi alla Virtù e lavorare per il bene della Patria e dell’Umanità”. E poiché il massone usa come strumento il pensiero, e le buone idee comportano buone azioni, la tradizione muratoria prevede che alle conquiste intellettuali faccia seguito una pratica attuazione. In questo incessante lavoro il simbolo ha importanza centrale. La mente umana è simbolica per eccellenza, ha la capacità di cogliere una pluralità di significati partendo dai significanti. Attraverso il simbolo la Libera Muratoria riesce a perpetuare nel tempo i suoi principi senza cristallizzarsi in una dottrina, senza irrigidirsi in dogmi, senza chiudersi in una sistematica o in un decalogo comportamentale. Il simbolo genera sensazioni immediate, è percettivo, suscita considerazioni, emozioni, concetti; da solo può illuminare, aprire orizzonti, indicare nuove strade. La lettura del simbolo è individuale e mai definitiva. Nel lavoro latomistico sollecita l’intuizione di chi indaga, ne amplia gli orizzonti conoscitivi ed esistenziali, ne esalta la perspicacia. Il simbolo “parla”, fornisce improvvise assonanze e repentine “folgorazioni” da utilizzare come nuovi punti di partenza per procedere oltre. Sul piano operativo massonico il significante può assumere diverse sembianze: un’immagine, un gesto, un oggetto, ma anche un suono o una pietra. Il massone stesso può essere un simbolo, anche in funzione del ruolo che ricopre nel tempio. Sono simboli i paramenti indossati, i gesti rituali, gli arredi, e poi la Bibbia, sulla quale poggiano squadra e compasso, simboli a loro volta. Lo stesso tempio massonico è un simbolo, colmo di altri simboli, come le grandi opere dell’arte e dell’architettura, in primis le grandi cattedrali del Medioevo, “libri di pietra” della Tradizione. Anche il linguaggio scritto e parlato ha le valenze del simbolo. Il linguaggio rituale, in particolare, sollecita la capacità di trascendere l’immediata interpretazione letterale di un discorso per giungere a percezioni di più ampio respiro, in cui i vocaboli esprimano invece di definire, sollecitino visioni piuttosto che raccontare, aggiungendo una funzione simbolica a quella semantica e sintattica. Essere massoni significa quindi riuscire a comprendere le potenzialità del simbolo e del linguaggio come simbolo, significa porsi in grado di utilizzarle, per aprire nuovi spazi alla mente, rendendola più ricettiva, significa riuscire a dilatare le funzioni del linguaggio per guardarvi attraverso, scorgendo gli orizzonti più ampi che non sarebbe possibile scorgere altrimenti. Grazie al simbolo si mantiene viva la parola, il dibattito, la ricerca. Il simbolo è libera lettura e sforzo comune nella ricerca di condivisione e confronto. E’ il filo di Arianna che sorregge l’iniziato in quel percorso in interiora terrae che lo porterà a sconfiggere il proprio Minotauro; è il canto che apre le porte degli Inferi a Orfeo, in cerca della propria Euridice; è Virgilio che guida Dante nel suo viaggio all’Inferno fino ad uscire“… a rivederle stelle”.

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IL PROCESSO A GALILEO GALILEI

IL PROCESSO A GALILEO GALILEI

Jules Michelet nella sua Histoire de France lamenta che ai suoi

tempi gli Archivi Nazionali, di cui egli era direttore, fossero stati privati

di gran parte dei documenti che prima contenevano. Stringe il cuore, egli dice, di vedere vuote le stanze sulle quali è ancora scritto Dataria,

Congregazione dei Riti, Inquisizione,…

A spiegare questi lamenti dell’illustre storico, giova ricordare che

quando la Repubblica francese fece la sua seconda spedizione in Italia,

dopo avere occupata Roma ed avervi proclamata la repubblica, i

Francesi vuotarono letteralmente gli Archivi Vaticani, incassarono tutto

con molto ordine e molta cura e spedirono ogni cosa a Parigi, dove tutto

fu riordinato in apposite stanze con le iscrizioni sopra riferite. Gli

Archivi Vaticani rimasero così a Parigi fino alla restaurazione, cioè fin

dopo il 1815, quando il Papa spedì mons. Gennaro Marini a riprendere

ogni cosa e tutto fu restituito ad eccezione del volume contenente le

carte del secondo processo di Galileo Galilei.

Inutili furono le insistenze di mons. Gennaro Marini, Nunzio

Apostolico, il quale veniva rimandato da Erode a Pilato, dal Ministro

degli Affari Esteri al conte di Blacas, e da questi ad altri personaggi

della Corte sotto vari speciosi pretesti, finché dopo due anni di

tergiversazioni mons. Marini dové tornare a Roma senza il prezioso

processo.

Il volume, o incartamento processuale che dir si voglia, era già

stato letto con molta attenzione da Napoleone I il quale lo aveva anche

qua e là postillato e più volte nei suoi momenti di stizza contro il

Pontefice, aveva minacciato di pubblicarlo per intero. Anzi la

pubblicazione fu incominciata e poi sospesa. Un foglio o due già

stampati si devono trovare alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana.

Scomparso Napoleone il processo passò nelle mani di Luigi XVIII,

che, secondo il conte di Blacas, se lo era portato nella propria camera e intendeva di leggerselo anche lui. Morto Luigi XVIII il processo passò

nelle mani di Carlo X, il quale, arse anche lui dalla voglia di farsi

leggere il famoso processo e oppose un costante rifiuto alle reiterate

insistenze della Corte di Roma,

Fece anzi di più. Quando fu costretto a fuggire a Gorizia per la

rivoluzione del luglio 1830, sua prima cura fu quella di portarsi via il

processo del Galilei. Soltanto dopo la sua morte, il conte di Blacas tornò

a Parigi col processo e lo consegnò a Luigi Filippo. Questi cedette alle

preghiere del Papa e restituì quell’incartamento che, a quanto sembra,

era allora assai più voluminoso di quello che oggi non sia e si

comprende: nessuno potrebbe dire infatti per quante mani quelle carte

siano passate, né si può affermare con sicurezza che tutti abbiano

rispettato i documenti raccolti.

La voglia di possedere un documento raro, di togliere di

circolazione un qualche cosa che potesse dare noia all’autorità religiosa

o qualche altro motivo di vario genere possono avere spinto aduna

sottrazione che nessuno in questi casi sarebbe portato a considerare

come un furto vero e proprio.

Pio IX, ricevuto il prezioso manoscritto, se lo portò anche Lui nella

propria camera e lo tenne fino a quando, dopo l’assassinio di Pellegrino

Rossi, sotto la minaccia di essere fatto prigioniero dai rivoluzionari,

non fu costretto a fuggire da Roma. Ebbene, sua prima cura, uscendo

dalla propria camera, fu di mettersi sotto il braccio il processo di

Galileo e di consegnarlo, prima di montare in carrozza, nelle fidate mani

di mons. Marino Marini, nipote di mons. Gennaro.

Quale interesse presentavano mai quelle famose carte se un

Imperatore della statura di Napoleone I, se due re devoti alla Chiesa,

avevano sempre rifiutato di privarsene, se lo stesso pontefice, nell’ansia

crudele della fuga, spese alcuni minuti, che potevano decidere della sua

libertà personale, nella ricerca di quel processo che certamente non

poteva essere lasciato sull’inginocchiatoio prossimo al capezzale come

un libro di preghiere e nel chiudere il ripostiglio dove egli lo

conservava?!

Si giustifica pienamente la cura di Pio IX a voler sottrarre il celebre

processo agli occhi indiscreti dei nemici della Chiesa, ma per

contrapposto non si comprende come mai per oltre trenta anni i

possessori di quelle carte avessero sempre rifiutato di consegnarle al

loro legittimo proprietario quando si osservi che, messo fuori causa

Napoleone I, gli altri due erano clericaleggianti.

Bisogna di necessità ammettere che in quel processo si contenesse

qualcosa di molto ostico per l’inquisizione, ossia per la Chiesa, e che i

re di Francia lo tenessero come un’arma da adoprare per ottenere dalla

Chiesa qualcosa di grande interesse per loro. Che cosa abbia ottenuto

Luigi Filippo da Pio IX patteggiando la restituzione del processo, non

sappiamo, ma certo il do ut des è di regola fra potentati come fra umili

privati.

Mons. Marini, prefetto degli Archivi segreti della S. Sede e prelato

domestico di Pio IX, conservò gelosamente il processo, se lo lesse, egli

dice, con molta attenzione e nel 1850 pubblicò due memorie lette

all’Accademia Romana di Archeologia per assicurarci che nulla, proprio

nulla, assolutamente nulla c’era nel processo che potesse far torto alla

Inquisizione. A sentir lui Galileo fu trattato con due paia di guanti, gli

si usarono i maggiori riguardi e se fu costretto ad abiurare in camicia,

tenendo in mano la candela accesa dinanzi ai membri del tremendo

tribunale, questo era il rito e non si poteva fare alcuna eccezione.

Ora, dal momento che nulla c’era contro l’Inquisizione, come ci

assicura mons. Marmi, perché non pubblicare, senz’altro il processo?

Non era questa la miglior maniera di chiudere la bocca a tutti coloro che, nemici della Chiesa o semplicemente critici in buona fede, affermavano che la tortura era stata inflitta al Galilei? Non so se qualcuno abbia fatta questa osservazione a mons. Marini, qualcuno dovrà certo averla fatta, ma là risposta non venne.

Ma un fatto nuovo era avvenuto. Durante la Repubblica Romana il prof. Silvestro Gherardi, fisico e matematico, poté introdursi negli

Archivi Vaticani e mettere le mani sopra i volumi che contenevano gli

appunti presi dal fiscale della Inquisizione alle sedute dello stesso

Tribunale e che servivano per stendere i verbali di quelle sedute. Il

Gherardi trovò così molti degli appunti che si riferivano al processo

famoso e ne prese copia e quando gli fu possibile (egli fu poi Preside

 I particolari della fuga di Pio IX sono molto ben descritti nella Histoire de la Révolution di Rome di ALPHONSE BALLAYDIER, uno scrittore cattolico, che però esalta il valore di Garibaldi e dei suoi legionari e depreca l’ipocrita condotta del generale francese Oudinot. Il Ballaydier è anche autore di un libro Roma e Pio IX, che tratteggia il Papa della prima maniera, così diverso da quello che fu di poi, tanto che nel 1847-48 si dava per sicuro che Pio IX fosse stato affiliato alla Massoneria.

dell’Istituto Tecnico di Bologna e di quello di Firenze) li dette senz’altro alle stampe.

Era intanto avvenuta la pubblicazione di quel processo per opera di

Paolo Geber, austriaco e cattolico a cui il Papa aveva concesso di

poterlo esaminare e pubblicare per la prima volta, a perpetua vergogna

di tutti coloro che facevano colpa ad Urbano VIII di avere ordinato che

si infliggesse la tortura allo scienziato, reo di voler sostenere il moto

della terra intorno al sole, negando così i noti passi del libro di Giosué,

dell’Ecclesiaste e dell’Ecclesiastico, mentre la Bibbia, diceva Urbano

VIII, era stata scritta ex ore Dei.

Ma la pubblicazione del Gherardi venne a dimostrare che non tutto

il processo era stato pubblicato. Parecchie cose vi mancavano ed allora

seguì la pubblicazione più completa fatta da Domenico Berti e infine

quella più recente di Antonio Favaro e Isidoro Del Lungo, per grazia

speciale di Leone XIII. I due ultimi confessano nella prefazione che si

tratta soltanto di ciò che rimane del processo di Galileo e che ormai non

è più possibile parlare dell’integrità del processo stesso.

In questo articolo abbiamo voluto soltanto ricordare le vicende del

processo galileiano. Perché questo processo sia stato mutilato e come

alcuni hanno asserito in più parti falsificato, giudichi il lettore come

meglio gli aggrada. Noi non vogliamo entrare nelle ragioni ora assurde

ora ridicole degli apologisti di una causa perduta. Ci vorrebbe un

volume e basti pensare che mons. Marini cita un passo di quel famoso

zibaldone che sono i Pensieri diversi del Tassoni per dimostrare con

questa alta autorità il torto del Galilei, a sostenere il moto della terra.”

Dove poi gli apologisti hanno assolutamente torto è quando affermano

la dolcezza usata dalla Chiesa verso i reprobi e specialmente verso il

grande scienziato, che secondo tutti loro, dal Marini al Wohlwill, il

Galilei fu sempre trattato con singolare bontà e perfino indulgenza dalla

Corte di Roma.

Se ne piu di chi un, po. Quando. il tremendo tribunale

dell’Inquisizione a cui non potevano opporsi né principi né imperatori,

chiamò a sé il pregiudicato Galileo, nulla valsero per ottenere una

dilazione, né i buoni uffici del granduca, né il referto dei medici sulle

gravi condizioni del vecchio scienziato, né i pericoli di un lungo

viaggio, mentre tutta Italia era infestata dalla peste – quella stessa che

il Manzoni descrisse ne / Promessi Sposi. Urbano VIII, inflessibile,

fece rispondere che ove il presupposto reo contro la fede recalcitrasse

ancora, fosse senz’altro incarcerato e trasportato a Roma in ferri. Come

inizio di un trattamento gentile non c’è mica male.

Ma, si dice, piegatosi il Galilei ai voleri del Papa, che del suo

operare egli solo è giudice, le cose mutarono è il Papa si ammansi.

Concesse, che il Galilei abitasse a Villa Medici, lo fece chiudere nelle

carceri dell’Inquisizione in luogo salubre, il tempo appena necessario

per le pratiche processuali e dopo l’abiura generosamente lo rilasciò.

Ed infatti resulta che proprio Urbano VIII presiedette più volte il

2 II primo studio serio sui Pensieri Diversi del Tassoni fu il mio (1881), copiato letteralmente dall’Ambrosi e ricordato dal Belloni e dal Getti. In parecchi quesiti il Tassoni sostiene che la Terra è immobile, partendo da considerazioni, diciamo, aristoteliche. In uno poi fa osservare

come il moto della terra è in contradizione con quello che osserviamo degli uccelli e degli insetti, i quali per lui, non prendono parte a quel moto. tribunale dell’Inquisizione, così come Clemente VIII fece a proposito di Giordano Bruno, e prima di andarsene in villeggiatura ordinò che al Galilei fosse comminata la tortura. Altro indizio anche questo delle ottime intenzioni del Papa verso il vecchio infelice.

Quanto ai bei locali occupati a Villa Medici e nelle carceri

inquisitoriali, si tratta di affermazioni fatte a gran distanza di tempo e

dai paladini della Corte di Roma; per chi ha pratica di processi politici

e ascolta i testimoni pro e contro può giudicare dell’attendibilità che

meritano le testimonianze interessate. Gli amici di Galileo, suoi

coetanei, tacciono su questo punto.

Ma fu veramente inflitta la tortura a chi allora era onore d’Italia e

decoro del suo tempo? Nella « Revue des questions Historiques »,

pubblicazione dell’Università Cattolica di Lovanio del 1910-1912,

apparve uno studio di un signor Leone Garzend, il quale sulla scorta di

molti codici del diritto ingisitoriale volle dimostrare che la tortura non

poteva essere stata inflitta: 1° per l’età; 2° perché convinto d’eresia; 3°

perché non era digiuno il dì della condanna.

Non ho potuto controllare le affermazioni del Garzend sui vari

codici che egli cita, ma ho sott’occhio il Sacro Arsenale (!) ovvero

Prattica dell’Officio della S. Inquisizione, con l’inserzione di alcune

regole fatte dal P. Tomaso Menghini Domenicano e di diverse

annotazioni del dott. Giovanni Pasqualone, fiscale della Suprema

Generale Inquisizione di Roma (Roma, 1693), nel quale non si trovano

le eccezioni sollevate dal sig. Garzend e dove si dice ancora che la

tortura non disdice alla mansuetudine evangelica, perché anzi conviene

al reo convinto di eresia, in quanto la pena corporale purga l’anima dal

suo peccato.

E il Pasqualone aggiunge che il venire al rigoroso esame, come è

scritto nella sentenza del 22 giugno 1633, significa avere applicato la

tortura, come sostenne Domenico Berti. Ma il Garzend sostiene che

neppur questo è vero, lasciando libera l’ipotesi che le parole furono

inserite nella sentenza, per spaventare gli scienziati del tempo, poiché

la sentenza fu letta in quasi tutte le chiese, inviata a tutte le Corti e

promulgata in Santa Croce dinanzi agli amici e allievi del Galilei

appositamente convocati.

Il Garzend vorrebbe anche distruggere l’ipotesi che la tortura fosse

stata anche minacciata, che cioè il Galilei fosse stato legato nudo alla

presenza del carnefice e degli strumenti del supplizio e che gli fosse

dato uno zuccherino, cioè un colpo a posteriori improvviso, come

parrebbe dalla ematuria di origine renale di cui soffrì poi il Galilei,

secondo quanto osservò il Gherardi.

Dopo la scoperta della lettera dell’inquisitore Maculano al nipote

di Urbano VIII, nella quale egli chiedeva di essere autorizzato a

intrattenersi da solo col Galilei, affermando che sarebbe riuscito a farlo

ritrattare, possiamo ben ritenere che il Maculano avrà cercato di piegare l’animo del Galilei facendolo riflettere sui pericoli che la Riforma

faceva correre alla fede e dipingendogli come ultima risorsa i gravi

tormenti che erano a disposizione del Sacro Arsenale. Così la fede del

cattolico e la debolezza della senilità cospiravano insieme. Ma le parole

del Galilei ai suoi giudici in quel memorabile 22 giugno suonano come

tremenda accusa contro di loro: « Io sono nelle loro mani; facciano di

me quello che loro credono ».

Quanto al resto come all’affermazione ripetuta da Augusto Conti

che Galileo, uscito di carcere se ne andò a Villa Medici svelto e franco

come un giovanotto, sono di quelle bugie interessate a cui nessuno può

credere in buona fede, poiché nessuna risposta è possibile dare a questa semplice domanda: Se fosse stato vero, come affermò nel 1850 mons. Marino Marini che nulla, proprio nulla, assolutamente nulla esiste nel processo che possa nuocere al decoro della Chiesa e dell’Inquisizione, perché non pubblicare allora per intero tutto quel processo, senza attendere ulteriori manomissioni e falsificazioni, proprio allora in cui le ire dei liberali avvampavano più forti contro la Corte di Roma?

E nella mia Storia della Fisica (Torino, 1913, pag. 129) dicevo: « E

come giustificare la tortura morale implacata e implacabile che rimane

documentata insieme alla persecuzione fin dopo la morte del grande

filosofo? »

Rinaldo Pitoni

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FARE LA VERITA’

DI ANTONIO BINNI

Questo testo è dedicato ai «veritatis cultores, fraudis inimici». L’espressione «fare la verità» ha varie attestazioni nei Vangeli e nelle Lettere. In quanto tale, è oggetto di una ermeneutica biblica. Agostino la fa propria a sua volta nel primo paragrafo del Libro X delle Confessioni. Il che non deve destare affatto meraviglia, perché il testo che ha reso celebre il Vescovo di Ippona altro non è che un intreccio di citazioni tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. L’espressione «fare la verità» è formula suggestiva e intrigante, dal momento che già prima facie l’accento posto sulla azione rende palese l’allusione a qualcosa che in precedenza non c’era, a un’opera materialmente fabbricata. Il che a sua volta sottende che la verità non si può acquistare sul banco di un mercato, perché non è un dato di fatto esistente in natura, come i lampi e i tuoni, considerato che va appunto «fatta», cioè realizzata. Il che, com’è evidente, implica un processo, alla cui origine c’è la volontà di verità, che solo dopo una lunga e faticosa rielaborazione raggiunge la verità, intesa come risultato ed epilogo di un percorso lastricato di non verità. Solo superando la non verità si consegue infatti la verità intesa come l’alloro che incorona il vincitore. L’espressione «fare la verità» rivela inoltre, da subito, che quel fare ha un costo che si deve essere disposti ad accollarsi. Un costo spesso eroico, dal momento che talvolta comporta una lotta corpo a corpo, talaltra invece del tutto lieve, risolvendosi l’operazione di verità in un semplice accertamento, come avviene, ad esempio, per le c.d. verità evidenti, del tipo «la pioggia bagna». Nella moderna filosofia il soggetto ha una importanza decisiva. Non v’è tuttavia necessità di far ricorso a questo insegnamento, del tutto consolidato, per comprendere il fatto che «fare la verità» postula un soggetto. Un soggetto dal cuore puro che si fa carico del processo veritativo, quanto dire una parte diligente nella operazione di «fare la verità». La verità comporta però un indirizzo, e non avrebbe senso se, oltre al soggetto agente, non registrasse un soggetto destinatario, che potrebbe essere anche lo stesso operatore di verità, come avviene quando si apre il colloquio con la propria coscienza. Ciò posto, dobbiamo ora chiederci cosa si intenda per verità. Secondo l’insegnamento tradizionale, la verità è corrispondenza della proposizione alla cosa. Accogliere questa teoria, per quanto difficile a precisarsi, diviene poi inevitabile, avuto riguardo alla sede alla quale sono destinate le nostre odierne riflessioni. Ad altrimenti contenersi si finirebbe infatti inevitabilmente per uscire dal seminato. Siamo poi del tutto consapevoli che la scienza è la migliore approssimazione della verità. La realtà è però enormemente più vasta degli ambiti trattati dalla scienza della natura. Si deve pertanto riconoscere che la verità non coincide necessariamente con le verità scientifiche. Ci sono infatti moltissime forme di verità perfettamente legittime che non hanno niente a che fare con la scienza. Per concludere: la realtà non è necessariamente qualcosa di raro, per essere invece il più delle volte una esperienza comune. Quando si fa la verità, all’evidenza, non si fabbrica la verità ma, all’opposto, il modo del suo farsi. Come a dire che vanno indagati gli atti che si compiono quando viene attuato il processo veritativo. Non si deve, tuttavia, pensare alla esistenza di un qualche mitologico «metodo scientifico», come se ce ne fosse uno soltanto, per di più infallibile e perciò idoneo ex se ad escludere tutti gli altri. L’idea di un metodo destinato a ottenere con certezza risultati veri è un sogno della prima modernità, da cui ci siamo svegliati da tempo. È vero invece che quello dei mezzi, al fine veritativo perseguito, è tema di libertà e fantasia, non esistendo una ars inveniendi universale. Per concludere sull’argomento si deve così dire: il metodo, per definizione, è ciò che indica la via che occorre calpestare in vista dello scopo avuto di mira. Come tale è ripetibile, mentre il risultato di ciò che viene prodotto attraverso il metodo è molto meno ripetibile di quanto non si desidererebbe, perché il metodo è un «fare», mentre il risultato (che non sempre si ottiene) è un «sapere». Sempre sul piano fattuale è da ultimo opportuno sottolineare che la verità, se non è scritta su di un documento, è destinata a non sopravvivere. Un’ultima chiosa: non è inopportuno sottolineare un dato di fatto inoppugnabile, ossia che ogni verità nasconde un silenzio che va squarciato. Da questo punto di vista la conoscenza altro non è che il passaggio dalla realtà alla verità, fatto in vista degli umani obiettivi. Appurato che la verità abbisogna di un soggetto agente, di una azione, di una documentazione, se non si vuole farla fagocitare dall’oblio, rimane infine da chiedersi a che scopo facciamo la verità, ossia quale sia il suo fine. Così rispondiamo al pensiero interrogante: lo scopo della verità è fare luce non solo nel soggetto che la cerca, ma pure nella comunità dove la verità viene all’evidenza, qui dovendosi rimarcare lo stretto legame fra verità e comunità. Per inciso sottolineiamo che la solidarietà non ha nulla a che fare con la verità. Né si può surrogare la verità con la democrazia, che tanta cattiva prova di sé ha dato allorquando si è tentato di esportarla, né la democrazia con la verità. Oggi si è perso il culto della verità perché si è finito con il considerarla come uno strumento di potere. Il vizio storico che inficia questa opinione è evidente. Ravvisare nella verità un effetto del potere significa infatti delegittimare la tradizione che culmina con l’Illuminismo, un’epoca storica nella quale invece sapere e verità sono stati veicoli di emancipazione, di contropotere, di virtù. Avere affrontato il tema prescelto da quest’ultimo angolo prospettico assume allora un valore ancora maggiore e ancora più significativo, perché si restituisce al vero ciò che è stato travisato. Del resto, una vita senza verità finirebbe per essere noiosa oltre che scomoda, più di un mondo saturo di banconote false. Per finire. Abbiamo volutamente affrontato il tema trattato in termini del tutto diversi da quello tradizionale, completamente incentrato sulla caduta del «velo di Maia», per fare emergere la nascosta verità. Il benevolo lettore vorrà pertanto perdonare l’azzardo, frutto unicamente del desiderio di evitare inutili, noiose, ripetizioni.

TRATTO DALLA RIVISTA MASSONICA “OFFICINAE”

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IL LABIRINTO

IL LABIRINTO

di M. Utari

Il è lo strumento, il mezzo, attraversoil quale cercherò di raggiungere la mia verità, simbolicamente rappresentata da un «hortus conclusus» in cui si trovano l’albero della vita, l’albero della sapienza, circondati da un muro. La sapiente mano di un Compagno Libero Muratore lo ha composto con pietre mirabilmente tagliate, trasformandone la materia grezza e donando loro la dignità delle più alte idee.

Il mistero dell’origine del labirinto si perde nella notte dei tempi.

Quando la storia era ancora mito, e l’uomo-fanciullo si esprimeva attraverso immagini come un poeta, molti sono i fatti o le occasioni che hanno ispirato l’idea del labirinto, e gli hanno dato, sempre, un significato religioso, o per lo meno sacrale.

Forse, le intricate foreste colpite dal fulmine divino hanno provocato nell’uomo il terrore di sentirsi perduto in un groviglio inesplicabile di cui bisognava in ogni modo trovare l’uscita per la propria salvezza.

Forse il cielo nuvoloso, così affascinante perché continuamente bello e diverso, ha ispirato la prima immagine grafica e poetica del labirinto.

Forse l’esigenza di conoscere il futuro ha spinto gli aruspici ad esplorare la profondità labirintica delle viscere delle vittime, nel cui intimo essi cercavano i misteri della vita futura, e del volere degli Dei.

Queste ipotesi, ed altre simili, sembrano a prima vista frutto di una mente fantastica, ma trovano fondamento in tradizioni di popoli molto

lontani fra di loro, sia nello spazio che nel tempo.

Il suo simbolo esprimeva la difficoltà della vita, ma anche la tortuosità

dell’ascesi spirituale.

Per questo venne adottato in tutte le Tradizioni Misteriche come percorso iniziatico di avvicinamento al luogo sacro in cui l’adepto doveva essere accolto.

Solo coloro che ne scoprivano la chiave di accesso, cioè che superavano

le prove incontrate durante il viaggio, potevano penetrarvi.

Era, in ultima analisi la difesa nei confronti dei profani che non avevano

una guida (vedi il filo di Arianna) o che semplicemente non avevano le qualità per raggiungere il luogo ove si svolgevano i sacri riti.

Il centro del Labirinto, luogo nascosto e difeso, venne associato all’uso

Madre Terra divenne «morte-rinascita», vittoria dello spirito sulla materia, sugli istinti e sulle passioni.

QUESTE, a mio parere sono le idee-forza espresse dal Labirinto.

Nel lungo cammino umano ci sono state molte interpretazioni. In molte

situazioni contingenti si è attinto alla sua ricchezza di significati, ma sempre a sostegno di tesi alte ed onorabili.

Per questo mi piacerebbe concludere, come dimostrazione, facendo una piccola analisi sul Labirinto della Cattedrale di Chartres sopranzi citato.

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Definita un’area nello spazio, il labirinto appare come la distanza più

lunga e difficile da percorrere per raggiungere il centro e, ovviamente,

per poi poter tornare al punto di partenza.

È l’opposto della linea retta, quale definizione di distanza più breve

e più facile tra due punti. A Chartres non esistono corridoi ciechi od altri inganni. L’inganno è di ordine psicologico, determinato da svolte a destra ed a sinistra, ora verso l’interno ora verso l’esterno.

Raggiungere il centro è il coronamento di uno sforzo che deve superare

processi di sorpresa, di dubbio, di insicurezza, provocati dalla segmentazione dello spazio, dall’isolamento e dallo sconcerto derivante

dalla mancanza di punti di riferimento. L’avvicinamento al centro è lungo e sconcertante: è LABOR INTUS.

È il percorso dell’animo umano entro una valle di sofferenze, verso la ricerca della verità. Il labirinto diventa «Itinerarium mentis et cordis ad Deum». Dio, il Logos, è l’obbiettivo che una volta raggiunto, od avvicinato, dona il senso all’esistenza, trasforma l’uomo da cosa ad

essere spirituale, consapevole della propria dignità individuale.

Nel Vangelo gnostico di Filippo si legge: «la Verità non è venuta nuda

in questo mondo, ma in simboli ed immagini. Non la si può afferrare

in altro modo».

Alla luce di questa affermazione il labirinto diventa uno dei simboli più importanti nella Tradizione Esoterica, perché attraverso uno sforzo di ricerca interiore permette a chi lo osserva di proiettarsi verso le idee, verso l’illuminazione, verso l’intellezione spirituale. La conoscenza è conquista di colui che riesce a cogliere la chiave di interpretazione, l’ordine logico che pervadono il labirinto.

Questo, nel suo più puro significato esoterico ci può permettere di passare, come affermava Dante, dalla «metafisica in sé» rappresentata dalla linea retta, all’idea di una «metafisica in noi», che va ricercata seguendo a volte percorsi accidentati e dolorosi.

Dal punto di vista etimologico, diverse sono le radici da cui far derivare

la parola labirinto. La più accettata è LABRIS, l’ascia bipenne rappresentata a Creta, simbolo di potere e di giustizia.

La più vicina alla mia tesi è Lab-lav, cui sottende nella lingua greca,

un’idea di peso (pietra, roccia), e, forse in maniera più specifica, il peso dell’operare, del lavoro per la trasformazione dell’ambiente, dell’aggregazione e della compattezza. A questo punto è bello ricordare

un brano di una canzone medievale attribuita al Compagno d’Arte La Gaité de Villebois.

«Compagno che vai d’intorno,

A quale opera sei intento, giorno dopo giorno?

Nella natura intera io prendo

L’innumere e scabra materia,

E con il mio cuore e con le mie mani,

impugnando l’utensile che canta e risuona.

Io la trasformo e la plasmo.

E così opero per tutti gli uomini».

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IL DISCORSO DI RAMSAY

IL DISCORSO DI RAMSAY

Il nobile ardore che manifestato, Signori, per entrare nel nobilissimo ed illustrissimo ordine

dei Liberi Muratori, è una prova certa che voi possedete già tutte le qualità necessarie per

diventarne membri, vale a dire l’umanità, la morale pura, il segreto inviolabile ed il gusto delle arti

belle.

Licurgo, Solone, Numae tutti i legislatori politici non hanno potuto rendere durevoli le loro

istituzioni!: per quanto sagge fossero le loro leggi, esse non si sono potute allargare a tutti i paesi e

in tutti i secoli. Non mirando che alle vittorie ed alle conquiste, alla violenza militare ed

all’innalzamento di un popolo sopra un altro, esse non poterono divenire universali, né convenire al

gusto, al genio e agli interessi di tutte le nazioni. La filantropia non era la loro base. L’amor di

patria male inteso e spinto all’eccesso distruggeva spesso, in queste repubbliche guerriere, l’amore e

l’umanità in generale. Gli uomini non si distinguono essenzialmente per la differenza delle lingue

che parlano, degli abiti che portano, dei paesi che occupano, delle dignità di cui sono investiti. Il

mondointero non è che una grande Repubblica di cui ogni nazione è una famiglia ed ogni individuo

un figlio. È per far rivivere e spandere queste massime essenziali, ricavate dalla natura dell’uomo,

che la nostra Società fu dapprima stabilita. Noi vogliamo raccogliere tutti gli uomini di uno spirito

illuminato, di costumi dolci e di una indole gradevole non soltanto per l’amore delle belle arti ma

ancor più per i grandi principi di virtù, di scienza e di religione, in cui l’interesse della fratellanza

diventa quello del genere umano tutto intero, da cui tutte le nazioni possono attingere salde

conoscenze e dove i sudditi di tutti i Regni possano apprendere ad amarsi mutualmente senza

rinunciare alla loro Patria. I nostri Antenati, i Crociati, raccolti da tutte le parti della Cristianità nella

Terra Santa vollero riunire così in una sola Fratellanza i singoli di ogni Nazione’. Quale debito

abbiamo verso questi uomini superiori i quali, senza grossolano interesse, senza neppure dare

ascolto al naturale desiderio di dominare, hanno immaginato una istituzione di cui l’unico scopo è la

riunione degli spiriti e dei cuori, per renderli migliori e formare, nel corso dei tempi, una Nazione

tutta spirituale in cui, senza derogare ai doveri diversi che la differenza degli stati comporta, si

creerà un Popolo nuovo il quale, essendo composto di molte Nazioni, le cementerà in qualche modo

tutte col legame della virtù e della scienza.

La sana morale è la seconda disposizione richiesta nella nostra Società. Gli ordini religiosi

furono stabiliti per rendere gli uomini cristiani perfetti, gli ordini militari per ispirare l’amore della

vera gloria; e l’Ordine dei Liberi Muratori per formare degli uomini e degli uomini amabili, dei

buoni cittadini, dei buoni sudditi, inviolabili nelle loro promesse, fedeli adoratori del Dio

dell’Amicizia, amanti più della virtù che delle ricompense.

Palliciti servare fidem, sanctumque vereri

Numeri amicitiae, mores, non munera amare.

AVENDO PROMESSODI ESSERE FEDELI E DI RISPETTARE IL SACRO NUME DELLA AMICIZIA DI AMERE I COSUMI NON I FAVORI

Non è peraltro che noi ci limitiamo alle virtù puramente civili. Abbiamo tra noi tre specie di

Fratelli: Novizi o Apprendisti; Compagni o Professi; Maestri o Perfetti. Si spiegano ai primi le virtù

morali, ai secondi le virtù eroiche, agli ultimi le virtù cristiane, in modo che il nostro istituto

contiene tutta la filosofia dei sentimenti e tutta la teologia del cuore. Per questo un nostro venerabile

Fratello dice:

Massone, illustre Gran Maestro,

Ricevete le mie prime emozioni.

Nel mio cuore l’Ordine le hafatte nascere,

Felice se nobili sforzi

Mi fanno meritare la vostra stima,

E mi innalzano al vero sublime,

Alla prima verità,

All’essenza pura e divina,

Dell’anima celeste, Origine,

Fonte di vita e di luce.

Poiché una filosofia triste, selvatica e misantropa disgusta gli uomini alla virtù‘, i nostri

Antenati Crociati vollero renderla amabile mediante l’allettamento dei piaceri innocenti, di una

musica gradevole, di una gioia pura e di una gaiezza ragionevole. I nostri festini non sono quelli che

il mondo profano e il volgo ignorante si immaginano. Tutti i vizi del cuore e dello spirito ne sono

banditi e ne sono proscritti l’irreligione e il libertinaggio, l’incredulità e la deboscia. I nostri pasti

somigliano a quelle virtuose cene di Orazio, in cui si trattava di tutto quello che poteva illuminare lo

spirito, regolare il cuore e ispirare il gusto del vero, del buono e del bello.

O noctes cenaeque Deum Vv

sermo oritur, non de villis domibusve alieni ; VI sed, quod magis ad nos

pertinet, et nescire malum est, agitamus; utrumne

di vitiis homines, an sint virtute beati;

quidve ad amicitias usus rectumne trahat nos,

et quae sit natura boni, summumque quid ejus°.

SI PARLA NON DELLE VILLE O DELLE CASE ALTRUI MA DISCUTIAMO DI CIO’ CHE E’ PIU’ VICINO E CI RIGUARDA E CHE E’ MALE IGNORARE: SE GLI UOMINI SIANO FELICI CON IL DENARO E CON LA VIRTU’ O DA CHE COSA SIANO SPINTI ALL’AMICIZIA DALL’INTERESSE E DA L’ONESTA’ E QUALE SIA L’ESSENZA DEL BENE E QUALE LA SUA FORMA PIU’ ALTA

Così, le obbligazioni che l’Ordine vi impone sono di proteggere i vostri Fratelli con la vostra

autorità, di illuminarli con la vostra luce, di edificarli con le vostre virtù, di soccorrerli nei loro

bisogni, di sacrificare ogni risentimento personale e di perseguire tutto quel che può contribuire alla

pace ed all’unione della Società.

Abbiamo dei segreti: sono dei segni figurativi e delle parole sacre che costituiscono un

linguaggio tanto muto quanto eloquentissimo per comunicarli alla maggiore distanza e per

riconoscere i nostri Fratelli, qualsiasi lingua essi parlino. Erano delle parole di guerra che i Crociati

si davano l’un l’altro per garantirsi dalle sorprese dei Saraceni che s’insinuavano spesso fra loro per

sgozzarli. Questi segni e queste parole richiamavano il ricordo di qualche parte della nostra Società

o di qualche virtù morale o di qualche mistero della fede. È accaduto a noi quel che non è accaduto

ad alcuna altra società. Le nostre Logge sono state fondate e sono sparse in tutte le nazioni civili

eppure tra una si grande moltitudine di uomini nessun fratello ha tradito i nostri segreti°. Gli spiriti

più leggeri, più indiscreti, meno addestrati a tacere apprendono questa grande scienza, entrando

nella nostra società. Tanto l’idea dell’unione fraterna ha impero sugli spiriti! Questo segreto

inviolabile contribuisce potentemente a legare i sudditi di tutte le nazioni ed a rendere la

comunicazione dei benefici facile e mutua tra noi. Ne abbiamo molti esempi negli annali del nostro

Ordine. I nostri Fratelli che viaggiano in vari Paesi non hanno avuto che da farsi conoscere alle

nostre Logge, per esserne immediatamente ricolmi di ogni genere di aiuto, nel tempo stesso delle

guerre più sanguinose, ed illustri prigionieri hanno trovato dei fratelli laddove credevano di non

trovare che dei nemici.

Se alcuno mancasse agli impegni solenni che ci obbligano, voi sapete, Signori, che le pene

che gli imponiamo sono i rimorsi della sua coscienza, la vergogna della propria perfidia e la

esclusione dalla nostra Società secondo queste belle parole di Orazio:

Est etfideli tuta silentio MI

merces; vetabo qui Cereris sacrum

vulgarit arcanae, sub iisdem

sit trabibus, fragilemque mecum

salvati phaselon… ..’. VI E’ UN PREMIO SICURO ANCHE PER IL SILENZIO FEDELE; MAI VORRO’ CHE CHI HA DIVULGATO MISTERIOSI SEGRETI DI CERERE STIA SOTTO IL MIO STESSO TETTO O SALPI CON ME SU FRAGILE BETTELLO

Si, Signori, le famose feste di Cerere ad Eleusi, di Iside in Egitto, di Minerva ad Atene, di

Urania presso i Fenici e di Diana in Scizia avevano rapporto con le nostre. Vi si celebravano dei

misteri in cui si trovavano molte vestigia della antica religione di Noè e dei Patriarchi. Esse

terminavano con dei pasti e delle libagioni e non vi si conosceva né l’intemperanza né gli eccessi in

cui i Pagani caddero a poco a poco. L’origine di queste infamie fu l’ammissione di persone dell’uno

e dell’altro sesso alle assemblee notturne, contro l’istituzione primitiva. È per prevenire tali abusi

che le donne sono escluse dal nostro Ordine. Noi non siamo così ingiusti da considerare il sesso

[femminile] come incapace del segreto. Ma la sua presenza potrebbe alterare insensibilmente la

purezza delle nostre massimee dei nostri costumi.

La quarta qualità richiesta dal nostro Ordine è il gusto delle Scienze e delle Arti liberali.

Così l’Ordine esige da ciascuno di voi di contribuire con la sua protezione, con la sua liberalità o

col suo lavoro ad una vasta opera, alla quale nessuna Accademia può bastare, perché tutte queste

Società essendo composte da un piccolo numero di uomini, il loro lavoro non può abbracciare un

oggetto tanto esteso. Tutti i Grandi Maestri in Germania, in Inghilterra, in Italia e altrove esortano

tutti gli Scienziati a tutti gli Artefici della Fratellanza ad unirsi per fornire i materiali di un

Dizionario Universale delle Arti liberali e delle Scienze utili; la Teologia e la Politica soltanto

eccettuate. Si è già iniziata l’opera a Londra e con la riunione di nostri Fratelli la si potrà portare

alla sua perfezione in pochi anni. Non vi si spiegano soltanto i termini tecnici e la loro etimologia,

ma vi si da anche la Storia di ogni Scienza e di ogni Arte, i loro principi e la maniera di lavorarvi.

Con ciò si raccoglieranno i lumi di tutte le Nazioni in una sola opera che sarà come una Biblioteca

” Universale di tutto quello che c’è di bello, di grande, di luminoso, di solido e di utile in tutte le Arti

nobili. Questa opera aumenterà in ogni secolo, secondo l’incremento dei lumi, e spargerà ovunque

l’emulazione e il gusto delle cose belle e delle cose utili.

Il nome di Libero Muratore non deve dunque essere preso in un senso letterale, grossolano e

materiale, come se i nostri fondatori fossero stati dei semplici operai della pietra o dei Geni

puramente curiosi che volessero perfezionare le Arti. Essi erano non soltanto abili architetti che

volevano consacrare i loro talenti e i loro beni alla costruzione dei Templi esteriori, ma altresì dei

Principi religiosi e guerrieri che volevano illuminare, edificare e proteggere i Templi viventi

dell’Altissimo. È quanto sono per dimostrarvi sviluppandovi la Storia o piuttosto il rinnovamento

dell’Ordine.

Ogni Famiglia, ogni Repubblica, ogni Impero di cui l’origine è perduta in una oscura

antichità, ha la sua favola e la sua verità, la sua leggenda e la sua storia. Alcuni fanno risalire la

nostra istituzione fino ai tempi di Salomone, altri fino a Mosè, altri fino ad Abramo, alcuni fino a

Noè ed anche fino a Enoch che costruì la prima città, o fino ad Adamo. Senza la pretesa di negare

tali origini, passo a cose meno remote. Ecco dunque parte di quel che ho raccolto negli antichi

Annali della Gran Bretagna, negli Atti del Parlamento Britannico che parlano spesso dei nostri

privilegi, e nella tradizione vivente della Nazione Inglese, che è stata il centro della nostra

Fratellanza dal secolo XI.

Dal tempo delle Crociate in Palestina, molti Principi, Signori e Cittadini si associarono e

fecero voto di ristabilire i Templi dei Cristiani nella Terra Santa e di impegnarsi a ricondurre la loro

Architettura ai suoi primi fondamenti. Essi convennero molti antichi segni e parole simboliche tratti

dal fondo della Religione, per riconoscersi tra di loro dagli Infedeli e dai Saraceni. Non si

comunicavano questi segni e queste parole se non a coloro che promettevano solennemente, e

spesso anche al piede degli Altari, di non mai rivelarli. Questa promessa sacra non era quindi un

giuramento esecrabile, come si insinua, ma un rispettabile legame per unire i Cristiani di tutte le

Nazioni in una sola Fratellanza. Qualche tempo dopo, il nostro Ordine si unì intimamente coi

cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. Da allora, le nostre Logge portano tutte il nome di Logge

di S. Giovanni. Questa unione si fece secondo l’esempio degli Israeliti, quando innalzarono il

secondo Tempio. Mentre tenevano cazzuola e calcina in una mano, essi portavano con l’altra la

spada e lo scudo.

Il nostro Ordine, di conseguenza, non deve essere considerato come un rinnovamento dei

Baccanali, ma come un Ordine morale fondato in remota antichità e rinnovato nella Terra Santa dai

nostri Antenati, per richiamare il ricordo delle verità più sublimi in mezzo agli innocenti piaceri

della Società. I Re, i Principi e i Signori, al ritorno dalla Palestina nei loro Stati, vi fondarono

diverse Logge. Dal tempo delle ultime Crociate si vedevano già parecchie Logge erette in

Germania, in Italia, in Spagna, in Francia e di là in Scozia per effetto della stretta alleanza degli

Scozzesi coi Francesi; Giacomo, Lord Steward di Scozia, era Gran Maestro di una Loggia fondata a

Kilwinning nell’ovest della Scozia nell’anno MCCLXXXVI, poco dopo la morte di Alessandro III

re di Scozia ed un anno prima che Jean Balliol salisse sul trono. Questo Signore ricevette Liberi

Muratori nella sua Loggia i conti di Gloucester e di Ulster, l’uno inglese e l’altro irlandese.

A poco a poco le nostre Logge e le nostre solennità furono neglette nella maggior parte dei

luoghi. Da questo accade che di tanti storici solo quelli di Gran Bretagna parlino del nostro Ordine.

Esso si conservò peraltro nel suo splendore tra gli Scozzesi, a cui i nostri Re di Francia affidarono

durante parecchi secoli la guardia delle loro sacre persone.

Dopo le deplorevoli traversie delle Crociate, lo scadimento degli eserciti cristiani ed il

trionfo di Bendoidar, Soldano d’Egitto, durante l’ottava ed ultima Crociata, il gran Principe

Edoardo figlio di Enrico III re di Inghilterra, vedendo che non vi era più sicurezza per i suoi

Confratelli in Terra Santa, di dove le truppe cristiane si ritiravano, li ricondusse tutti e questa

colonia di Fratelli si stabilì in Inghilterra. Avendo questo Principe tutto quello che fa gli Eroi, amò

le arti belle, si dichiarò protettore del nostro Ordine, gli accordò nuovi privilegi e allora i Membri di

questa Fratellanza assunsero il nome di Liberi Muratori, secondo l’esempio dei loro antenati.

Da quel tempo, la Gran Bretagna fu la sede del nostro Ordine, la conservatrice delle nostre

leggi e la depositarla dei nostri segreti. Le fatali discordie di religione che gravarono e lacerarono

l’Europa nel sedicesimo secolo fecero degenerare l’ordine dalla nobiltà della sua origine. Si

mutarono, si dissimularono, si soppressero molti dei nostri riti ed usi che erano contrari ai

pregiudizi dei tempi. È così che molti dei nostri Fratelli dimenticarono, come gli antichi Ebrei, lo

spirito delle nostre leggi e non ne serbarono che la lettera e la scorza. Si è cominciato ad apportarvi

qualche rimedio. Non si tratta che di continuare a ricondurre infine tutto alla sua primaria

fondazione. Questa opera non può essere difficile in uno Stato ove la religione ed il governo” non

potrebbero essere che favorevoli alle nostre Leggi.

Dalle Isole Britanniche l’Arte Reale comincia a ripassare in Francia sotto il regno del più

amabile dei Re, di cui l’umanità anima tutte le virtù, e sotto il ministero di un Mentore che ha

realizzato tutto quanto di favoloso aveva immaginato. In questi tempi felici in cui l’amore della

pace è diventato la virtù degli Eroi, la Nazione, una delle più spirituali d’Europa, diverrà il centro

dell’Ordine. Essa spanderà sulle nostre Opere, i nostri Statuti ed i nostri Costumi le grazie, la

delicatezza e il buon gusto, qualità essenziali in un Ordine di cui la base è la Saggezza, la Forza e la

Bellezza del genio. È nelle nostre Logge future, come nelle Scuole pubbliche, che i Francesi

vedranno senza viaggiare i caratteri di tutte le Nazioni e che gli Stranieri impareranno per

esperienza che la Francia è la patria di tutti i Popoli: Patria genti humanae.

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IL CARATTERE FONDAMENTALE DELLE COSTITUZIONI ORIGINARIE DELLA LIBERA MURATORI

IL CARATTERE FONDAMENTALE

DELLE COSTITUZIONI ORIGINARIE DELLA LIBERA MURATORIA

di Arturo Righini

Sino al 1717 ogni loggia massonica era libera ed autonoma, i Fratelli di

una officina erano ricevuti come visitatori nelle altre purché sapessero rispondere

alla tegolatura, ma ogni Maestro Venerabile era l’autorità unica e suprema per i

Fratelli di una officina. Nel 1717 si ebbe un mutamento con la costituzione della

prima Grande Loggia, la Grande Loggia di Londra, e poco dopo venivano

compilate per opera del pastore protestante Anderson le Costituzioni massoniche

per le Logge all’Obbedienza della Gran Loggia di Londra; e, sebbene teoricamente

un’officina potesse e possa, mantenere la propria autonomia o mettersi

all’Obbedienza di una Gran Loggia, nella pratica vengono oggi considerate Logge

regolari quelle che direttamente od indirettamente sono emanazione e derivazione

della Gran Loggia di Londra, supponendo che questa derivazione e soltanto essa

possa conferire la «regolarità».

Ora è molto importante notare che le Costituzioni dell’Anderson affermano

esplicitamente che per essere iniziato ed appartenere alla Massoneria si richiede

solo di essere un uomo libero e di buoni costumi, ed esaltano (a differenza delle

varie sette cristiane) il principio della tolleranza reciproca di ogni Fratello per le

altrui credenze, aggiungendo solo che un Massone non sarà mai uno «stupido

ateo». Taluno potrà forse pensare che l’Anderson ammetta che il massone possa

essere un ateo intelligente, ma è più verosimile che l’Anderson da buon cristiano

ammetta che un ateo è necessariamente uno stupido, seguendo la massima che

dice: Dixit stultus in corde suo: Non est Deus. Bisognerebbe qui fare una

digressione ed osservare che in questa disputa tanto chi afferma quanto chi nega

non ha in generale nozione alcuna di quanto afferma esistere o no, e che la parola

Dio viene adoperata di solito con un senso talmente indeterminato da rendere vana

qualunque discussione. Comunque, le Costituzioni della Massoneria sono

esplicitamente teistiche; e quei profani che accusane la Massoneria di ateismo

sono in mala fede od ignorano che essa lavora alla gloria del Grande Architetto

dell’Universo; ed osserviamo ancora che questa designazione oltre ad essere in

armonia col carattere del simbolismo muratorio ha un significato preciso ed

intelligibile a differenza di altre designazioni vaghe o prive di senso come quella

di «Nostro Signore», di «Padre di tutti gli uomini», ecc.

Maggiore interesse offre il requisito di uomo libero fatto al profano per

iniziarlo ed al Massone per considerarlo Fratello. L’Anderson non fa che

continuare a chiamare liberi Muratori i Free-Masons, e resta solo da esaminare in

che cosa consista questa freedom dei Free-Masons. Si tratta solo di franchigia

economica e sociale che esclude gli schiavi o servi e delle franchigie e dei

privilegi di cui godeva la corporazione dei liberi muratori rispetto ai governi degli

Stati e delle varie regioni in cui essa svolgeva la sua attività? Oppure questo

appellativo di liberi muratori va inteso anche in altro senso di non schiavo dei

pregiudizi e delle credenze che non era il caso di ostentare? Se così fosse sarebbe

vano cercarne le prove documentate, e la questione resterebbe indecisa. Pure è

possibile dire qualche cosa in proposito grazie ad un documento del 1509 la cui

esistenza od importanza sembra non sia stata finora avvertita.

Si tratta di una lettera scritta il 4 febbraio 1509 ad Enrico Cornelio Agrippa

da un suo amico italiano, certo Landolfo, per raccomandargli un iniziando. Scrive

Landolfo: «È un tedesco come te, originario di Norimberga, ma abita a Lione.

Curioso indagatore degli arcani della natura, ed uomo libero, completamente

indipendente del resto, vuole sulla reputazione che tu hai già, esplorare anche lui

il tuo abisso. . . Lancialo dunque per provarlo nello spazio; e portato sulle ali di

Mercurio vola dalle regioni dell’Austro a quelle dell’Aquilone, prendi anche lo

scettro di Giove; e se questo neofita vuole giurare i nostri statuti, associalo alla

nostra confraternita». Si trattava di una associazione segreta ermetica fondata da

Agrippa, ed è manifesta l’analogia tra questa prova dello spazio da fare affrontare

all’iniziando e le terribili prove ed i viaggi simbolici della iniziazione massonica,

sebbene qui la prova si effettui sulle ali di Ermete; Ermete psicopompo, il padre

dei filosofi secondo la tradizione ermetica, è la guida delle anime nell’al di là

classico e nei misteri iniziatici. Anche qui compare la qualifica di uomo libero,

sufficiente ad aprire le porte a chi bussa profanamente alla porta del tempio; anche

qui compare in sostanza il principio della libertà di coscienza e conseguentemente

della tolleranza; le due tradizioni parallele muratoria ed ermetica pongono la

stessa unica condizione al profano da iniziare; quella di essere un uomo libero; e

ne deriva che presumibilmente essa non si riferiva alle franchigie particolari delle

corporazioni di mestiere, che sarebbe stato del resto fuori di luogo pretendere

dagli accepted Masons che non erano muratori di mestiere ma liberi muratori.

Il carattere fondamentale delle Costituzioni massoniche dell’Anderson sta

adunque nel principio della libertà di coscienza e della tolleranza, che rende

possibile anche ai non cristiani di appartenere all’Ordine. Nelle Costituzioni

dell’Anderson la Massoneria conserva il suo carattere universale, non è

subordinata ad alcuna credenza filosofica particolare né ad alcuna sètta religiosa, e

non manifesta alcuna tendenza a lavori di ordine sociale e politico; può darsi che

questo carattere aconfessionale e libero inspirasse anche la Massoneria anteriore al

1717 e che l’Anderson non abbia fatto altro che sancirlo nelle Costituzioni.

Trapiantandosi in America e nel continente europeo la Massoneria conserva

in generale questo suo carattere universale di tolleranza religiosa e filosofica e

resta aliena da ogni partecipazione ai movimenti politici e sociali, talora

accentuando, come in Germania, il suo interesse per l’ermetismo. Sorgono per

altro a partire circa dal 1740 i nuovi riti e gli alti gradi, i quali però hanno cura di

mantenere intatti il rito ed i rituali dei primi tre gradi, ossia della vera e propria

Massoneria detta anche Massoneria simbolica od azzurra. I rituali di questi alti

gradi sono talora uno sviluppo della leggenda di Hiram, oppure si riattaccano ai

Rosacroce, all’ermetismo, ai Templari, allo gnosticismo, ai catari . . ., vale a dire

non hanno un vero e proprio carattere massonico, e dal punto di vista della

iniziazione massonica sono assolutamente superflui. La Massoneria sta tutta nei

primi tre gradi, riconosciuti da tutti i riti, e posti alla base degli alti gradi e delle

camere superiori dei vari riti. Il compagno libero muratore, una volta divenuto

maestro, ha simbolicamente terminato la sua grande opera; e gli alti gradi

potrebbero avere una qualche funzione veramente massonica soltanto se

contribuissero alla corretta interpretazione della tradizione muratoria ed a una più

intelligente comprensione ed applicazione del rito ossia dell’arte regia.

Naturalmente questo non significa che si debbano abolire gli alti gradi

perché i Fratelli insigniti degli alti gradi sono liberi, e quelli di loro cui piace di

riunirsi in riti e corpi per svolgere lavori non in contrasto con quelli massonici

debbono avere la libertà di farlo. Però dal punto di vista strettamente massonico

questa loro appartenenza ad altri riti ed a camere superiori non li pone in alcun

modo al di sopra di quei maestri che non sentono il bisogno di altri lavoro che

quello della universale Massoneria dei primi tre gradi. Del resto è manifesto che

riti distinti, come quello di Swedenborg, quelli scozzesi, quello della Stretta

Osservanza, quello di Memphis . . . appunto perché differenti non sono più

universali, oppure lo sono solo in quanto si basano sopra i primi tre gradi.

Dimenticarlo o tentare di snaturare il carattere universale, libero e tollerante della

Massoneria, per imporre ai Fratelli delle Logge particolari punti di vista ed

obbiettivi, sarebbe mettersi contro lo spirito della tradizione muratoria e contro la

lettera delle Costituzioni della Fratellanza.

La prima alterazione appare in Francia, simultaneamente alla fioritura degli

alti gradi. Il, fermento, degli *spiriti. in cotesto periodo, il ,movimento

dell’Enciclopedia, si ripercuotono nella Massoneria che si diffonde largamente e

rapidamente; ed accade così per la prima volta che l’interesse dell’Ordine si dirige

e si concentra nelle questioni politiche e sociali. Affermare che la rivoluzione

francese sia stata opera della Massoneria ci sembra per lo meno esagerato; è

invece innegabile che la Massoneria subì in Francia, e sarebbe stato difficile che

ciò non avvenisse, l’influenza del grande movimento profano che condusse alla

rivoluzione e culminò poi nell’impero. La Massoneria francese divenne e rimase

anche in seguito una Massoneria colorata politicamente ed interessata nelle

questioni politiche e sociali, e si formò quella che da taluni è considerata come la

tradizione massonica, sebbène sia tutt’al più la tradizione massonica francese, ben

distinta dalla antica tradizione. Questa deviazione e questa persuasione è la causa

prima, sebbene non la sola, del contrasto che è poi sorto tra la Massoneria

anglosassone e la Massoneria francese; anche in Italia essa è stata la sorgente dei

dissensi massonici di questi ultimi cinquanta anni e della conseguente disunione e

debolezza della Massoneria di fronte agli attacchi ed alla persecuzione fascista e

gesuitica.

Comunque anche i Fratelli che seguono questa tradizione massonica

francese non hanno dimenticato il principio della tolleranza, e nelle Logge

massoniche italiane, anche prima della persecuzione fascista, si trovavano Fratelli

di ogni fede politica e religiosa, compresi i cattolici ed i monarchici.

Va anche ricordato che, nel periodo di poco precedente lo scoppio della

rivoluzione francese, non tutti i Massoni dimenticarono la vera natura della

Massoneria, sebbene disorientati dalla pleiade di riti diversi e contrastanti; e si

tenne il Convento dei Filaleti allo scopo di rintracciare quale fosse la vera

tradizione massonica, ossia la vera parola di Maestro che, secondo la stessa

leggenda di Hiram, era andata perduta. Al Convento dei Filaleti convennero

Massoni di ogni rito, tutti desiderosi di ristabilire l’unità. Il solo Cagliostro, che

aveva fondato il rito della Massoneria Egiziana in soli tre gradi, dedito

esclusivamente all’opera della edificazione spirituale, rifiutava di partecipare al

Convento dei Filaleti per ragioni che sarebbe lungo esporre.

L’influenza massonica francese si affermò, dopo la rivoluzione e durante

l’impero, anche in Italia; la presenza anche oggi di alcuni termini tecnici nei

«travagli» massonici, come il «maglietto» del Venerabile, versione poco felice del

maillet ossia del martello, ne fa testimonianza!’, La Massoneria francese e quella

italiana ebbero durante tutto lo scorso secolo intimi rapporti, ed assunsero insieme

talora atteggiamento rivoluzionario, repubblicano ed anche materialista e

positivista seguendo la voga filosofica del tempo. Non si può dire per altro che la

massoneria divenne in Italia una massoneria materialista, perché non soltanto fu

sempre tollerante di tutte le opinioni, ma venerò in modo speciale la grande anima

di Giuseppe Mazzini; ed i grandi Massoni italiani come Garibaldi, Bovio,

Carducci, Filopanti, Pascoli, Domizio Torrigiani e Giovanni Amendola furono tutti

idealisti e spiritualisti.

Era riserbata alla teppa fascista la selvaggia furia di devastazione dei nostri

templi, delle nostre biblioteche ed il vandalismo che fece a pezzi i ritratti ed i

busti dei grandi spiritualisti come Mazzini e Garibaldi che decoravano le nostre

sedi.

D’altra parte bisogna riconoscere che, se la Massoneria anglo-sassone ha

sempre mantenuto il carattere spiritualista e non ha mai pensato a dichiarare la

inesistenza del Grande Architetto dell’Universo, essa è stata spesso incline, e lo è

ancora, a conferire un colorito cristiano al suo spiritualismo, allontanandosi dallo

spirito di assoluta imparzialità ed aconfessionalità delle Costituzioni

dell’Anderson. Non si può negare che l’imporre il giuramento sul Vangelo di san

Giovanni sia una manifestazione non troppo tollerante rispetto a quei profani ed a

quei Fratelli che, essendo agnostici, o pagani, od ebrei, o liberi pensatori, non

sentono particolare simpatia per il Vangelo di San Giovanni e non sanno nulla

della tradizione gioannita. L’intolleranza si accentua con l’andazzo di infliggere la

lettura ed il commento di versetti del Vangelo durante i lavori di Loggia. Questo

mal vezzo, qualora si affermasse, ridurrebbe i lavori di Loggia al livello di un

service di una chiesa quacchera o puritana, ad una specie di rosario e vespro

fastidioso, inconcludente, e ripugnante alla libera coscienza dei moltissimi Fratelli

i quali, anche in Inghilterra ed in America, non solo non vanno alla messa e non

accettano l’infallibilità del Papa, ma non accettano più neppure l’autorità della

Bibbia. Vale la pena di provocare il disagio e l’insofferenza tra le colonne senza

sensibile compenso? Si crede proprio con simili mezzi di convertire gli altri alla

propria credenza e di arginare la potente ondata dell’agnosticismo inglese ed

americano?

Queste considerazioni inducono a mantenere alla Massoneria il suo

carattere universale al di sopra di ogni credenza religiosa e filosofica e di ogni

fede politica. Il che non vuol dire che si debba fare astrazione dalla politica.

Occorre infatti difendersi. L’intolleranza non può lasciare prosperare la tolleranza,

e la tolleranza tutto può tollerare salvo l’intolleranza dichiaratamente ostile.

Appena comparvero le Costituzioni dell’Anderson col loro principio della libertà e

della tolleranza la Chiesa cattolica scomunicò la Massoneria rea appunto di

tolleranza; e l’accanimento contro la Massoneria non si è mai più smentito. In

Italia la persecuzione contro la Massoneria in questo ultimo ventennio è stata

iniziata e sostenuta dai gesuiti e dai nazionalisti”, ed i fascisti per ingraziarsi

questi messeri non esitarono a provocare l’avversione del mondo civile contro

l’Italia con le loro gesta vandaliche contro la Massoneria. I gesuiti hanno perduta

questa guerra; ma la peste dell’intolleranza non è finita, anzi si affaccia sotto

nuove forme e ne segue la necessità di prevenirla.

D’altra parte giunge l’ora, se non erriamo, di spargere la Massoneria sopra

tutta la superficie della terra e di stabilire una fratellanza tra gli uomini di tutte le

razze, civiltà e religioni; e per assolvere questo compito è necessario che la

Massoneria non abbia una fisionomia ed un colorito che appartiene solo alla

minoranza dell’umanità a cui le grandi civiltà orientali, tutta la Cina, tutta l’India,

il Giappone, la Malesia, il mondo dell’Islam si sono dimostrati, refrattari. La cosa

è possibile sin tanto che la Massoneria non si circoscrive in una qualunque

credenza e resta fedele al suo patrimonio spirituale che non consiste in una fede

codificata, in un credo religioso o filosofico, in un complesso di postulati o

pregiudizi ideologici e moralistici, in un bagaglio dottrinale in cui si creda

contenuta ed espressa la verità cui convertire i miscredenti. Bisogna pensare che,

anche se esiste la vera religione o la vera filosofia, è una illusione il credere di

poterla conquistare o comunicare con una conversione o con una confessione od

una recitazione di formule determinate, perché ognuno intende le parole di questi

credi e formule a modo suo, conforme alla sua cultura ed intelligenza: ed in fondo

esse non sono, come diceva Amleto, che words, words, words. Fin tanto che non ci

si ragiona sopra, permane l’illusione di comprendere queste parole nello stesso

modo; appena si comincia a ragionare, sorgono le sette e le eresie, ciascuna

persuasa di possedere la verità. La sapienza non può essere razionalmente intesa,

espressa e comunicata, essa è una visione, una vidya, essenzialmente e

necessariamente indeterminata, incerta; e, aprendo gli occhi alla luce con la

nascita alla nuova vita, ci si avvia a questa visione. L’arte muratoria od arte regia

è l’arte di lavorare la pietra grezza in modo da rendere possibile la trasmutazione

umana e la graduale percezione della luce iniziatica. Il che non significa

naturalmente che la Massoneria abbia il monopolio dell’arte regia.

Durante questi ultimi due secoli la grande maggioranza dei nemici della

Massoneria ha fatto sistematicamente ed unicamente ricorso soltanto all’ingiuria

ed alla calunnia facendo leva sui sentimenti moralistici e patriottici. Si è affermato

che i lavori massonici consistono in orge abominevoli, svisando a questo scopo i

rituali, si sono svelate le cerimonie massoniche ponendole in ridicolo, si è

accusato i Massoni di tradire la loro patria a causa del carattere internazionale

dell’Ordine, si è affermato che la Massoneria non è altro che uno strumento degli

Ebrei, sempre mirando ad ingannare ed aizzare i fedeli credenti ed il grosso

pubblico contro la «Società Segreta». I Massoni naturalmente sapevano bene che

non si trattava che di calunnie; e, non potendoli persuadere, si è pensato a

sopprimerli od a togliere ad essi la possibilità di adunarsi, di lavorare, di

rispondere e di difendersi.

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I GUANTI DI GOETHE

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Goethe

Goethe aderisce alla Massoneria nella notte di San Giovanni del 1870, notte nella quale viene iniziato nella Loggia “Anna Amalia alle Tre Rose”. Regalerà i guanti bianchi dell’iniziazione, destinati alla sua “polarità contraria”, all’amata Charlotte von Stein, preavvisandola con una lettera “… un piccolo regalo La attende… che posso fare ad una sola donna, per una sola volta nella mia vita!”.

Più tardi Goethe aderirà all’Ordine ancor più segreto degli “Illuminati”, con valenze più radicali anche dal punto di vista politico (contro ogni dispotismo ed i poteri assolutistici). Una rivista russa ha ritrovato e pubblicato il suo giuramento di adesione/iniziazione all’Ordine degli Illuminati (era finito fra i documenti rastrellati dall’Armata Rossa durante l’avanzata nella Germania nazista, durante l’ultima guerra mondiale: “Io sottoscritto, mi impegno con il mio onore e buon nome, rifiutando ogni clausola segreta, a non svelare a nessuno… perfino agli amici più intimi… in nessun modo, indipendentemente che sia assunto o no, i quesiti che riguardano la mia affiliazione alla società segreta, affidati a me dal signor Bode, consigliere di legazione. Tanto più che sono stato assicurato che tale società non intraprende nulla contro lo Stato, la Chiesa ed i buoni costumi. M’impegno inoltre a restituire immediatamente tutti i documenti e le lettere, ricevuti a tale proposito, dopo aver preso le note da me solo concepibili. Se, eventualmente, io ricevessi per custodia qualche documento ufficiale dell’Ordine, devo serrarlo in modo estremamente minuzioso, allegando l’indirizzo di un versato e probo membro dell’Ordine, affinchè, in caso di mia morte subitanea,  quel documento non capiti assolutamente nelle mani di nessun altro. Tutto ciò prometto senza alcuna clausola segreta, e dichiaro da uomo onesto che vuole rimanere tale, che io non abbia impegni con altre società e non divulghi a nessuno i segreti a me affidati in modo riservatofirmato Goethe.

Nel corso degli anni, però, Goethe si rivelò poi sempre più contrario ed ostile alle degenerazioni politiche e mondane della Massoneria, pur non dissociandosene mai (arrivando anche a denunciare quelle che a lui apparivano logge particolarmente “deviate”), desiderando vivere un’esperienza iniziatica più spirituale, esoterica, intimistica. La sua evoluzione personale consistette semmai nel passaggio da una visione “magica” dell’ideale massonico, ad una sua accezione più “umanitaria” (Humanitat). Ed in suo celebre scritto, che riportiamo di seguito, lo stesso Goethe ha voluto precisare in poesia ciò che egli intendeva fosse o dovesse essere la “vera” Massoneria.

COS’E’  LA MASSONERIA

In casa è bontà

In affari onorabilità

In società é cortesia

Nel lavoro è onestà

Con gli infelici è compassione

Contro l’ingiustizia è resistenza

Per la debolezza è aiuto

Davanti ai codici è lealtà

Contro la falsità è smemoratezza

Per i felici è compiacimento

Per l’umanità è dedizione

Con il prossimo è umiltà e tolleranza

Al cospetto di dio è Amore


Maggiori informazioni https://loggiacarbonari.webnode.page/scriptorium/goethe-/?utm_source=copy&utm_medium=paste&utm_campaign=copypaste&utm_content=https%3A%2F%2Floggiacarbonari.webnode.page%2Fscriptorium%2Fgoethe-%2F

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LA LOGGIA AUSONIA ED IL PRIMO GRANDE ORIENTE ITALIANO

LA LOGGIA AUSONIA ED IL PRIMO GRANDE ORIENTE ITALIANO

Capitolo XV

Fondazione della Loggia “La Sebezia”. e del Grande Oriente di Napoli.

Il Supremo Consiglio deluso in tal modo nelle sue speranze in merito al Fratello Nigra e desideroso di provvedere in quell’ora agli interessi più vitali dell’Ordine, invitava ad assumere le funzioni di Gran Maestro interinale il primo Gran Maestro Aggiunto Filippo Cordova il quale, fin da quando era stato accolto tra i membri del Grande Oriente, aveva, in una lettera di ringraziamento dichiarato: «Procurerò, per quanto mi sarà possibile, di adoperarmi nell’interesse dell’Ordine in modo da mostrare che non avete posta la vostra fiducia in persona che non mostri di valutarla altamente». Gli subentrava nella carica di primo Gran Maestro Aggiunto il Fratello avv. Elena che lasciava il posto di Grande Oratore al Fratello prof. Peroglio.

Il 14 febbraio del 1862 il Fratello ingegnere Enrico Lemaire della Loggia Ausonia notificava al primo Gran Sorvegliante, l’avv. Flori, «di aver trovato in Napoli sette Fratelli dispersi e con essi di aver poste le basi ad una Loggia intitolata “La Sebezia”, la prima sorta nel mezzogiorno dell’Italia continentale dopo la cacciata dei Borboni; che in poco tempo ne erano nate delle altre e che la sua si sarebbe messa in relazione con tutte non appena avesse posseduto regolamenti proprii e statuti generali».!

Il Fratello Flori si affrettava a rispondergli congratulandosi con lui, anche a nome del Grande Oriente, «dei suoi lavori massonici»; e perché potesse proseguire «un’opera così bene iniziata», gli spediva alcune copie delle Costituzioni, il protocollo della prima Assemblea Costituente e diverse circolari inviate dal Supremo Consiglio alle Logge. «Appena farete domanda della patente, soggiungeva, sarà mia cura di spedirvela, ciò che spero farete prontamente per essere legalmente costituiti. Noi siamo sicuri che voi vi adoprerete con tutte le forze per ottenere, nell’interesse dell’Ordine, che le Logge costì sedenti riconoscano il Grande Oriente Italiano.

«Dalla circolare che qui unisco rileverete che al primo Marzo, d’ordine del Grande Oriente, siradunerà l’ Assemblea Generale per la nomina del Gran Maestro; procurate, ve ne prego, di farvi rappresentare e, se non potete trasferirvi a Torino, delegate un Fratello che risieda inquesta città a quell’epoca.

«Per quanto vi possa occorrere, il Grande Oriente si mette a vostra disposizione per aiutarvi».

Ma i Fratelli della loggia La Sebezia finivano per provvedere ai loro casi diversamente; su proposta del Vecchio Massone Domenico Angherà fondavano in Napoli, verso i primi del mese di marzo, un nuovo Grande Oriente risiedente in quella stessa Loggia e quindi rispondevano al Fratello Flori quanto segue:

«Carissimo Fratello,

«In seno di questa troverà copia massonicamente legale del temperamento preso da questo nostro Grande Oriente Italiano. E si è stimato prudente consiglio, onde non destare sospetto nelle varie suscettibilità massoniche, l’attendere poco altro tempo, fino a tanto che l’Italia non abbia Roma per Capitale, a riconoscere nella Città Eterna il Grande Oriente Nazionale.

«Rincresce che qualche Officina Massonica che qui si vuole esistente, s’abbia dichiarata tributaria ad altro Potere Massonico al di là del Faro.

«A me piacque sempre lavorare nel puro senso massonico-umanitario e dirigere i lavori della Rispettabile Loggia La Sebezia, da me presieduta, secondo il Rito Scozzese Antico ed Accettato e non dipartirmi punto dal retto sentiero tracciato dagli Statuti Generali dell’Ordine.

«Accetti, carissimo Fratello, per tre volte il fratellevole amplesso e Fraternamente mi creda «All’Oriente di Napoli li 15 aprile 1862.

«Il Fratello Venerabile della Rispettabile Loggia La Sebezia.

«Angherà Domenico».

Questa lettera portava unito il seguente verbale: «Il Grande Oriente di Napoli riunito in comitato centrale, prendendo in seria considerazione il rispettabile uffizio diretto al Fratello Venerabile della Rispettabile Loggia La Sebezia dall’Illustrissimo Fratello Flori, in nome del Grande Oriente Italiano residente in Torino, dietro matura riflessione ha deliberato quanto appresso:

«La società dei Liberi Muratori che nella storia, con vocabolo di convenzione universale, vien detta Franca Massoneria, ha per base e principio l’esistenza di Dio, che riconosce sotto il nome di Grande Architetto dell’Universo, per mezzo della pratica della Virtù, e per fine il perfezionamento del cuore umano. Essa abbraccia tutto il Globo perché ogni abitatore del Globo ha un cuore capace di perfettibilità.

«La Franca Massoneria in ogni distinta nazione si appella Massoneria Nazionale. Ogni Massoneria Nazionale comprende un numero più o meno grande di Officine o Logge filiali dipendenti da una Loggia, che dicesi Loggia Madre, sita nella Capitale della Nazione.

Qualunque Massoneria Nazionale ha un Grande Oriente che si compone delle rispettive deputazioni di tutte le Logge filiali della Nazione.

«La nostra Italia divisa in tante piccole nazioni, per la tristezza dei tiranni, portò di

conseguenza la divisione della Gran Famiglia Massonica Italiana in tante Massonerie Nazionali per quanti erano gli Stati in cui fu tirannicamente divisa. I Massoni dell’Italia Meridionale, benché perseguitali e martoriali sotto tutti i riguardi, furono pure, come registra la storia, i più fidi e costanti a serbare in petto il sacro deposito dei principii massonici umanitari.

«Il Grande Oriente di Napoli è proverbiale nella storia della Franca Massoneria. Libero appena il pensiero sotto il più Galantuomo dei Re, la società dei Liberi Muratori ha creduto riprendere subito i suoi travagli ed addirsi, secondo i suoi professati principii, al perfezionamento dell’uomo; la prima Loggia in Napoli che manifestò segni di vita è stata La Sebezia.

«Alcuni Figli della Vedova, ignorando i veri Statuti Massonici e non sapendo reggersi da se soli, ricorsero altrove a mendicare un punto di appoggio. I membri della Sebezia si mantennero dignitosi al proprio centro.

«Se le vicende politiche avessero sollecitato il conseguimento di Roma (che è la legittima Capitale dell’Italia ed ove un giorno dovrà ogni Massone riconoscere il centro della Massoneria Nazionale Italiana) i Figli della Loggia La Sebezia, che al momento rappresenta la Massoneria locale nel Grande Oriente di Napoli, sarebbero stati i primi a recare in trionfo il rispettivo ramo di acacia sulle avite rive del Tebro.

«Ma siccome le complicazioni politico-religiose ritardarono ancora il cammino (lo che speriamo non si allunghi di troppo) al possesso del Campidoglio, così il Grande Oriente di Napoli ha stimato, nella sua saviezza, mettersi in buona armonia col Grande Oriente di Torino, o Italiano come si pretende appellare (il titolo a nulla vale o influisce), e lo invita ad agire di conserva per fare i più caldi e massonici voti onde quanto prima Liberi Muratori della Massoneria Nazionale d’Italia s’avessero tutti a centralizzare nel Grande Oriente di Roma.

«Il Grande Oriente di Napoli non riconosce legittimi quei Figli che, contro gli Statuti Generali dell’Ordine, si sono scissi dal suo seno o resi tributari d’un qualsiasi altro Ordine. I Liberi Muratori delle provincie continentali e meridionali d’Italia non sapranno riconoscere altro

Grande Oriente fuori quello di Napoli e fanno incessanti voti al Grande Architetto dell’Universo per rinunciare volontariamente a questo e riconoscere prestissimo il Grande Oriente d’Italia in Roma.

«I Fratelli Massoni della Sebezia marcano una notabilissima differenza fra Grande Oriente Italiano e Grande Oriente d’Italia.

«Dato dal Grande Oriente di Napoli li 15 marzo 1862.

«Per copia conforme, dal verbale delle deliberazioni ordinarie.

«Il Segretario ad interim

«Gaetano Latessa».

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IL SOLSTIZIO D’INVERN E IL SUO SIGNIFICATO NEI MISTERI

IL SOLSTIZIO D’INVERN E IL SUO SIGNIFICATO NEI MISTERI

 MASSONICI

Siamo nell’imminenza del Solstizio d’Inverno. Lo svolgersi ciclico

del Tempo nella Natura, che per gli Antichi rappresentava uno dei

significati del serpente cosmico Urobòros, è scandito da due assi

temporali che, rappresentati graficamente, formano la grande croce cosmica. Abbiamo l’asse orizzontale dell’equilibrio equinoziale — all’inizio della primavera e dell’autunno — nei punti nei quali la misura

temporale della luce diurna è uguale a quella della tenebra notturna. Ed abbiamo l’asse verticale rappresentato dai due solstizi: quello estivo nel quale abbiamo temporalmente la massima misura di ore di luce diurna, ma anche, per la massima altezza del Sole sull’orizzonte, la maggior misura di luce e di calore che inondano il nostro emisfero boreale; ed abbiamo al solstizio d’inverno, la massima estensione temporale delle ore di tenebra e il gelo che attanaglia la terra, portando al sonno la vegetazione e anche alcune specie animali. L’ordine cruciale che formano graficamente questi due assi — quello equinoziale e quello solstiziale — dà luogo alle stagioni, attraverso le quali si compie l’alchimia trasformativa della Natura. E sulla base dell’antica sapienza

astrologica alle quattro stagioni venivano fatte corrispondere gli elementi della fisica quattro antica.

Il Tempo, che nel suo incessante, inarrestabile, svolgersi come il

serpente cosmico Urobòros, divora se stesso, nel contempo, come

quello, rigenera se stesso. Nella concezione del Tempo che ne avevano

gli Antichi, concezione attinta all’esperienza spirituale dei Misteri e della Religione Olimpica del Mondo Classico, il Tempo non è lineare e

indefinito, tendente ad un èschaton, ad una “fine dei tempi”. ad un

“tempo ultimo” che esaurirebbe il procedere del tempo, e porterebbe

inevitabilmente ad una “fine del mondo”. Per l’esperienza spirituale e interiore degli Antichi il Tempo — che era una Divinità — era, invece,

ciclico e qualitativamente definito. Non solo, ma proprio per il SUO

carattere ciclico, il Tempo, rigenerando incessantemente se stesso, era altresì l’eterno generatore degli esseri. Per cui attraverso un “eterno

ritorno”, con tutte le sue trasformazioni, la rigenerazione del Cosmo e

degli esseri, in tale visione non era contemplata una “fine del mondo”,

in quanto il mondo — non creato dal nulla, bensì emanato dall’Uno, col

quale era coessenziale e consustanziale — veniva ad essere l’effetto

eterno di una Causa suprema e eterna, incessantemente emanatrice e

generatrice. Questa concezione pitagorica, stoica, platonica, ermetica e misterica del Tempo, giungerà sino al nostro Rinascimento, nel quale

animò la visione filosofica di un Giordano Bruno, il quale cercò — con

un’audacia senza pari — di restaurare l’antichissima religio mentis

dell’Ermetismo alessandrino, pagando col martirio sul rogo questa sua

grande audacia.

Per il mondo antico, medievale e rinascimentale, essendo l’uomo

sulla Terra, in quanto microcosmo, analogo a quello che l’Universo è, in quanto macrocosmo, nella Natura e nel Cosmo, può e deve trovare

l’armonia del proprio particolare essere microcosmico con l’universale

essere macrocosmico. E la Via aurea per inverare una tale armonia era

l’imitazione della Natura, e la partecipazione ai ritmi della Natura, vista

come manifestazione del Divino, dell’Uno. Perché imitare la Natura era

imitare il Divino nel processo di emanazione e generazione del Mondo e della Natura. Da qui,.. le feste che, il. mondo. antico,,. greco, romano,

egiziano, orientale, moltiplicava, e i riti nei quali veniva drammatizzato

il vivente divenire della Natura e del Cosmo.

Nel mondo antico, due momenti molto particolari dell’anno erano

proprio i due momenti solstiziali. Nell’antico Egitto, al solstizio d’estate

si aveva il sorgere eliaco di Sothis, ossia il sorgere ad Oriente della

stella di Sirio in congiunzione col Sole. Sirio-Sothis era la stella della

Dea Iside, personificazione della Natura feconda. Era il giorno in cui il

Nilo cominciava a salire, inondando per una intera stagione col suo limo fecondo, le campagne dell’Egitto.

A Roma, invece, aveva una particolare rilevanza il solstizio

d’inverno, nel quale il Sole sembra quasi fermarsi e la sua luce quasi

estinguersi, per poi riprendere vittorioso il suo corso ascendente con

l’allungarsi delle giornate. In quei giorni a Roma si celebravano i

Saturnalia, festività nelle quali si rievocava la perduta Età dell’Oro,

della quale si attendeva. il ritorno, e addirittura si concedeva una

temporanea libertà agli schiavi — la “libertà di dicembre” — perché nella perduta Età Aurea, quando Saturno regnava con Giano nel Lazio, gli uomini erano tutti liberi e felici. Ne parla. Macrobio, nel IV sec. D.C.,

nei suoi Saturnalia. Il giorno del solstizio, il 21 dicembre, era sacro alla

Diva Angerona, e si celebravano le Angeronalia, feste in suo onore. Essa

era la Dea dell’Iniziazione romana, assieme a Flora, alla dea Tacita, alla

Dea Bona, preposta, questa, proprio alle iniziazioni femminili. Il 25 dicembre. allorché il Sole aveva appena un minimo cominciato ad allungare le giornate, si celebrava il Dies Solis Invicti, il giorno del Sole Vincitore sulla tenebra, e il giorno di nascita del Dio Mithra, preposto ad un genere particolare di Misteri, che assieme a quelli Isiaci ed Eleussini, hanno una notevole affinità con quelli massonici. Soltanto nel 352 d.C., ‘a Roma venne fatto coincidere il Natale cristiano con la Festa della nascita di Mithra nel giorno del Sole Invitto.

Infatti, in Massoneria si celebra la festa di San Giovanni d’Estate,

in prossimità a quel solstizio d’estate’ sacro alla-Dea Iside. E ‘i Liberi

Muratori, in quanto “Figli della Vedova”, sono suoi “figli”. Il Maestro

Venerabile, che in Loggia impersonifica Horus, figlio di Iside vedova,

siede all’Oriente su un “trono”. Ora la parola “Iside” in lingua egizia si

dicè Isit “ che significa  “appunto trono ed infatti l’ideogramma che identifica la Dea.

In alcune Obbedienze, e in alcuni Riti, si celebra, o si celebrava —

per esempio nel Rito egiziano del Conte di Cagliostro — anche la festa di San Giovanni d’Inverno, il 27 dicembre. E non è un caso che in loggia la squadra e il compasso — all’apertura di ogni tornata nelle Logge di S. Giovanni, come un tempo erano chiamate — vengano posti sulla pagina del Volume della Legge Sacta, che contiene il Prologo del Vangelo‘ di Giovanni, nel quale si parla della Luce, che splende nelle tenebre, e della Parola creatrice. Nell’Iniziazione massonica, al recipiendario, che viene progressivamente iniziato si trasmettono, appunto Luce e Parola Sacra.

Come nel profondo inverno, al solstizio, il Sole deve rinascere per

portare Luce e Calore vivificante, così l’iniziando, che nel Gabinetto di

Riflessione è ancora immerso nella tenebra è vive il suo solstizio invernale dell’anima, poi ne esce e cerca la Luce che lo trae fuori dalle

tenebre e dal caos. L’iniziando percorre la loggia seguendo il cammino

del Sole, perché egli trova l’ordine, vincendo il caos, proprio “imitando”

il cammino del Sole, e proprio come il Sole al solstizio d’inverno egli

“muore e rinasce”. Dal confronto con le destrizioni contenute nelle

Metamorfosi di Apuleio di Madaura, sappiamo quanto l’Iniziazione

dell’Apprendista sia simile ai Misteri Isiaci.

Il massone nel suo cammino di crescita può trovarsi nuovamente

tra morte e rinascita, e il massone che percorre la loggia da Occidente — dalle tenebre — all’Oriente — alla Luce. Come Hiram e Osiride, muore e rinasce attraversando i solstizi dell’anima.

Alcuni autori, come René Guénon e Oswald Wirth, paragonano

giustamente le due feste solstiziali di S. Giovanni d’Estate e S. Giovanni

‘d’Inverno, ai due volti del Dio Giano, lo janitor, ossia colui che sta

sulla Soglia della Porta dei Misteri, e che può concedere il passaggio a

chi è degno e impedirlo al profano indegno. Ed è significativo che il

giorno di nascita della moderna Massoneria speculativa sia avvenuto nel 1717 proprio nel giorno di S. Giovanni d’Estate, il 24 di giugno.

È auspicabile che ogni Libero Muratore giunga, come il Sole, a

vincere le tenebre, nell’invernale solstizio dell’anima, e a seguire poi il

corso ascendente del Sole, sino alla sua massima luminosità nel solstizio estivo dell’anima.

TAVOLA DEL FR.’.  S.A.S.

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CONSIDERAZIONI SUL TRONCO DELLA VEDOVA E SUL FRATELLO ELEMOSINIERE

CONSIDERAZIONI SUL TRONCO DELLA VEDOVA E SUL FRATELLO ELEMOSINIERE

M..V..: Fr… Elemosiniere, fate passare il Tronco della Vedova.

Maestro Venerabile, Fratelli carissimi,

in fine di ogni tornata rituale, su richiesta del Maestro Venerabile, il Fr… Elemosiniere fa

circolare il Tronco della Vedova ed i Fratelli sono pertanto invitati a “coprire il Tronco” mediante il versamento dell’obolo che ritengono di dover depositare nel medesimo. Il denaro raccolto da queste elemosine rituali verrà in seguito devoluto in favore dei Fratelli che si trovassero in particolare stato di bisogno, oppure in opere di beneficenza; ma questo penso sia un aspetto contingente ed esteriore del simbolo in questione, che in se stesso deve necessariamente contenere un ben più profondo significato iniziatico e spirituale. Soprattutto, mi pare che debba essere messo in evidenza l’aspetto del “dare, di offrire’ un qualcosa di noi stessi, che nel caso in questione è rappresentato dal denaro, dalla moneta che introduciamo nel Tronco della Vedova.

Se si considera che il denaro posseduto è in un certo qual modo come un prolungamento di noi stessi, quale mezzo di potere economico, la rinuncia ad una parte di questo denaro potrebbe ben rappresentare un simbolo di offerta sacrificale e purificatrice di noi medesimi e nel contempo fors’anche, per estensione, un mezzo di purificazione dei beni che si posseggono.

A proposito della moneta (denaro) versata nel tronco, ritengo interessante soffermarmi brevemente ad esaminare l’etimologia delle parole che, soprattutto nelle lingue germaniche ed inglesi, stanno ad indicare la moneta (denaro), poiché così facendo si ottengono delle importanti chiarificazioni. Infatti, da questo esame, emerge che la parola tedesca geld (= moneta, denaro) deriva dall’antico germanico geldan (= risarcimento, inteso soprattutto sotto forma di sacrificio) e che dalla stessa radice deriva pure l’inglese to geld (= pagare tributi) strettamente imparentato a gold (= oro, moneta, denaro) ed anche a guild (= corporazione) che in origine stava ad indicare la Corporazione dei sacrificatori.

Da quanto detto sopra sembrerebbe che le nozioni di moneta, denaro ed oro, comportassero all’origine un carattere implicitamente legato al concetto di sacrificio, di offerta e quindi di purificazione; il che mi pare non si scosti affatto dall’argomento che vado trattando, anzi sia in stretta relazione con questo.

Ricercando il significato della parola Tronco, ho potuto notare che oltre al significato italiano di tronco d’albero, fusto di una colonna (in architettura), si ha per l’inglese Truck il significato di cassa, baule (e, per logica estensione, cofano, sarcofago, bara) e per il francese Tronc il significato di cassetta delle elemosine (e, per logica estensione, cofanetto, bauletto, scrigno).

Inoltre, l’aggettivo tronco deriva dal latino truncus ossia troncato, interrotto, reciso, mancante di, che è abbastanza vicino al senso di Vedova, derivante dal latino Vidua, ossia privata di, spogliata di (pianta vedova di fiori e frutti).

In base alle considerazioni finora esposte, ritengo utile ricordare, riassumendo a gradi linee, il mito di Iside e Osiride che penso possa servire da valido supporto per lo sviluppo delle considerazioni che seguiranno, tutte inerenti al Tronco, alla Vedova, al Sacrificio.

Osiride, fratello e sposo di Iside, viene invitato dal fratello Seth, invidioso di lui, ad un banchetto ove era stata precedentemente preparata una cassa intarsiata delle dimensioni del suo corpo.

Nel mezzo della festa Seth propone di regalare la bella cassa a chi, degli dei presenti, meglio

si fosse adattata. Quando viene il turno di Osiride egli si trova perfettamente a suo agio all’interno della cassa. Subito Seth ed i suoi complici ne chiudono e sigillano il coperchio imprigionando la vittima (e qui la cassa diventa bara). La cassa, contenente il corpo di Osiride, viene gettata nelle acque del Nilo le quali la trasportano fino al mare e le onde di questo la depositano fra i rami di un piccolo cedro (in altre versioni è un’acacia o un’erica arborescente) nei pressi della città di Biblo (Libano). L’albero, crescendo, racchiude nel proprio tronco la cassa, incorporandola, fino a che questa è del tutto invisibile all’interno di esso.

Un giorno, il re di Biblo fa tagliare il tronco di quest’albero dai suoi carpentieri e ne fa costruire una colonna di sostegno per la sala del trono. Iside, intanto, sempre alla ricerca delle spoglie del marito, giunge a Biblo ed individua il corpo di Osiride all’interno della colonna. Essa sifa riconoscere come dea dal re di Biblo e consegnare il corpo dello sposo, quindi torna in Egitto ove riesce, per alcuni istanti, a far rivivere Osiride; quanto basta per concepire il di lui figlio Horo. Seth, allorquando la sorveglianza delle spoglie di Osiride viene allentata, ne rapisce il corpo e lo smembra in diversi pezzi che sparge in tutto l’Egitto.

Iside non si perde d’animo; con l’aiuto del figlio Horo e degli dei Toth e Anubis, raccoglie uno ad uno i resti sparsi del marito, fino a ricostruirne nuovamente il corpo. Il corpo ricostituito di Osiride viene rianimato per mezzo dei poteri vitali di Iside e degli altri dei supremi, ma egli deve da allora vivere nel regno dei morti, quale legittimo sovrano di tale regno.

Ho citato questo mito in quanto mi pare il più attinente all’argomento trattato, ma avrei logicamente potuto citarne un altro similare proveniente da qualsiasi altra forma tradizionale poiché, essendo tutte queste forme null’altro che facce o adattamenti specifici ad ogni popolo della medesima Verità, non ne avrebbe per nulla cambiato l’essenza profonda del significato implicito del mito stesso. Il mito citato, a mio avviso, non è altro che il simbolo dello sviluppo cosmogonico, dove Iside e Osiride sono rispettivamente la Terra o Madre degli esseri manifestati ed il Cielo o Principio attivo che influendo sulla Madre la induce a produrre e a sostenere la manifestazione. La cassa, contenente il corpo di Osiride, prima galleggiante sulle acque e poi incorporata nel tronco, può rappresentare le possibilità di manifestazione riguardanti il nostro mondo. Lo smembramento e la dispersione del corpo di Osiride sono, secondo me, il simbolo del passaggio dall’unità alla

molteplicità (da intendersi sia in senso macrocosmico che microcosmico, secondo la nota legge di analogia e corrispondenza).

Si può dire, in altri termini, che Osiride, assimilabile secondo una certa accezione al G.’.A.’.D.’.U.’., che in principio è uno, compie in sé medesimo il primo sacrificio cosmogonico o, secondo un altro punto di vista, viene sacrificato dagli dei, ossia dalle potenze che comporta in se stesso, e da uno, dunque, diventa molti.

Il G.’.A.’.D.’.U.’.,.. è dunque allo stesso tempo il sacrificatore e la vittima così come il Cristo,

nella concezione cristiana del sacrificio, è nel contempo sacerdote e oblazione.

È bene ricordare a questo punto che sacrificio deriva dal latino sacrum facere, cioè rendere

sacro, e che nella sua accezione più rigorosa si applica ad ogni azione rituale, ossia compiuta secondo l’Ordine.

La riunificazione delle membra sparse di Osiride, o se si vuole del G. A. D..U.-., eseguita

da Iside (La Vedova) è l’inverso di quel processo di generazione e divisione dovuto alla manifestazione; si tratta dunque di un processo di rigenerazione e reintegrazione (unificazione). È come il riflesso, inverso d’altronde come tutti i riflessi, una imitazione rituale di ciò che fu fatto dagli dei all’inizio. Il sacrificio, in quest’ultima accezione, che ci interessa più particolarmente, ha la funzione di riunire ciò che appare diviso, sparso in un’indefinità di aspetti particolari; cioè riportare l’io al sé.

Quanto detto è, a mio avviso, il sacrificio che l’iniziato Libero Muratore è chiamato a compiere in se stesso, attualizzando le proprie virtualità, il vero cammino iniziatico. L’iniziato Libero Muratore deve morire al proprio io, alla propria individualità umana e rinascere quale essere spirituale. :

Ecco che il sacrificio, visto in questo contesto, comporta essenzialmente l’idea della morte

iniziatica. A questo riguardo le Sheikh Al-’Alawî, maestro spirituale islamico, ricordando il detto del Profeta “Morite prima di morire”, precisa: “Gli iniziati devono morire prima della morte ordinaria, poiché questa è la vera morte (iniziatica) l’altra non essendoché un cambiamento di dimora”. Noi che siamo più abituati al linguaggio evangelico possiamo ritrovare un’espressione analoga nelle seguenti parole di Gesù Cristo: “Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Poiché colui che vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma colui che perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc. 9, 23-25), e parallelamente nelle seguenti affermazioni di Maestro Eckart: “La Sacra Scrittura insiste continuamente sul fatto

che l’uomo deve staccarsi da se stesso. Solo nella misura in cui ti stacchi da te stesso sei padrone di te stesso. Nella misura in cui sei padrone di te ti realizzi. Nella misura in cui ti realizzi realizzi Dio e tutto ciò che ha creato … . Nessuno è ricco di Dio, se non è interamente morto a se stesso”.

A questo punto, mi pare, che anche il simbolo della spogliazione dei metalli del rito d’iniziazione al grado di Apprendista possa essere inteso in questa luce ed essere collegato allo spogliarsi, al termine di ogni Tornata, della moneta (metalli) simboleggiante una parte della nostra individualità versata nel Tronco della Vedova, cioè offerta nel nome del G.’. A.’.. D.’.U.’., Principio reggitore della Libera Muratoria.

Oratore: M..V.., il Tronco della Vedova ha fruttato n° 3 e più mattoni per la costruzione del Tempio.

Bisogna tener presente che la moneta raccolta nel Tronco viene contata in mattoni per la

costruzione del Tempio e simboleggia il lavoro effettuato come interscambio collettivo. Tutto questo è, a mio avviso, assai significativo: più ci liberiamo di una parte di noi stessi, Offrendo in sacrificio al G.’. A.’..D.’. U.’. tale parte, più costruiamo il Tempio interiore, fino all’offerta totale di noi stessi, al compimento effettivo della Grande Opera Architettonica.

Sono propenso a ritenere, da quanto ho esposto finora, che il Tronco della Vedova, che lo si denomini cassa, bara, cassette delle elemosine o tronco, sia una delle rappresentazioni simboliche dell’Albero della Vita, dunque un simbolo centrale (assiale) e di passaggio, luogo di unione fra l’umano e il Divino. Penso che possa essere messo in relazione con il simbolismo della “Porta stretta” evangelica e della “cruna dell’ago” attraverso la quale i ricchi dell’individualità, ancorati alla molteplicità della manifestazione, sono incapaci di passare, ovvero di elevarsi dalla conoscenza distintiva e frammentaria a quella unificata e sintetica, espressione dell’avvenuto distacco dallamanifestazione. Il “povero”, in questo caso, è l’essere che ha saputo vincere i propri contrasti o limiti, la propria “Grande guerra santa” fra la divinità ed il titano che risiedono in lui, imparando innanzi tutto la rinuncia ai frutti dell’azione.

La necessità di saper frenare i propri sensi, la propria sfera passionale ed emotiva legata ai frutti dell’azione, ossia alla ricerca del soddisfacimento generato dal nostro egoismo, è particolarmente insegnata nella Bhagavad Gita, ove Krisna spiega ad Arjuna: “fai ciò che è prescritto, poiché l’attività è migliore dell’inattività, e neppure il sostentamento del corpo è possibile senza l’attività (canto III, 8). Questo mondo è legato alle azioni, all’infuori di quelle del Sacrificio; perciò o Arjuna, libero da ogni attaccamento, con tale scopo (di sacrificio) compi ogni azione (Canto III, 9).Fai perciò sempre ciò che deve essere fatto, ma senza attaccamento, poiché l’uomo che compie le azioni disinteressatamente consegue il Supremo(canto III, 19)”.

A questo riguardo, oltre ad essere, penso, un simbolo centrale, il Tronco della Vedova è, a

mio avviso, un ottimo mezzo operativo mediante il quale il Libero Muratore dovrà imparare ad effettivizzare per prima cosa, e soprattutto, il distacco, la rinuncia ad una parte dei propri beni. Per questo motivo sono tentato di attribuirgli un potere purificatore -quale supporto, nel senso sopra detto, per la costruzione del bene comune: il Tempio. Può essere di grande aiuto soffermarci a riflettere, durante il rito di circolazione del Tronco, sulla necessità di morire iniziaticamente (un po’ il “ricordati fratello che devi morire” delle comunità monastiche medioevali). Se, come ritengo, il Tronco della Vedova rappresenta una configurazione simbolica dell’Albero della Vita, piantato nel centro del Paradiso terrestre, il gioiello dell’Elemosiniere, che è una Corona di rami d’acacia, può dare spunto per ulteriori considerazioni.

Fin dalle più antiche Tradizioni, la Corona, che in origine veniva ricavata mediante un intreccio di rami d’albero, era messa in relazione col carattere sacro attribuito all’albero, in quanto assimilato all’ Albero della Vita. Essa veniva posta sul capo dei sovrani a testimonianza e legittimità del loro potere derivante dall’ Albero sacro. Bisogna considerare, a questo riguardo, che la Corona, essendo formata da un intreccio di rami, ossia prolungamenti dell’Albero, rappresenta, in un certo senso, l’Albero della Vita stesso. Pertanto, l’essere che ottiene l’incoronazione si può dire che venga, in qualche modo, assimilato al potere che emana dall’Albero della Vita, fonte spirituale che delega tale potere.

Da queste brevi considerazioni, mi pare abbastanza evidente la stretta relazione fra il Tronco della Vedova e la Corona di rami di Acacia; anche confrontando tale rapporto con le parole di Gesù: “Io sono la Vite, voi i tralci” (Gv. 15, 5-6), che potrebbero essere traslate in termini Massonici con “Io sono il Tronco, voi i rami”.

Ad ogni modo è comunque probabile che la Corona di rami d’Acacia rappresenti il premio

per il coronamento di un’impresa. L’impresa mi pare logico che sia il passaggio che l’iniziato

Libero Muratore deve effettuare in se stesso; dalla circonferenza delle molteplicità all’unità,

rappresentata, secondo me, dal Tronco, aspetto dell’ Albero della Vita, perno attorno al quale ruota il mondo. i Il Libero Muratore che saprà vincere se stesso mediante il sacrificio dell’individualità, nel nome del G.’.A.’.D.’..U.’., potrà accedere al Paradiso Terrestre. “Beati coloro che lavano le loro vesti, per aver diritto all’Albero della Vita ed entrare nella Città per le porte (Gv. Apocalisse 22,14-15) e cogliere i frutti dell’albero della vita”.

Forse la Corona di rami d’Acacia, vista come limite, potrebbe anche simboleggiare la cinta

del Paradiso Terrestre.

Ricordiamo Fratelli, con costante sollecitudine, che ci troviamo in questa prigione psicofisica appunto perché di essa ce ne liberiamo, utilizzandola come supporto, mediante l’indispensabile aiuto del G.’..A.’.D.’.U.’. e della sua influenza spirituale (forse questa influenza spirituale, in ebraico Scekina, in indù Shakti, è assimilabile alla Madre ed anche alla Vedova), consapevoli della illusorietà di tale composto rispetto alla infinità della nostra origine divina.

Pitagora, nostro grande padre spirituale, nei suoi “Versi Aurei”, dopo tutta una serie di consigli e prescrizioni di vita, conclude così: “… che se abbandonato il corpo, salirai all’Etere radioso, sarai immortale Iddio, incorruttibile, né più soggetto alla morte”. Un poeta persiano,

Sà di, a proposito dell’illusorietà della vita, lancia questo appello che ci deve far molto riflettere:

La vita è neve, e il sol di luglio brucia,

ne resta un poco ancor; spera l’illuso”.

M..V.-.: Fratelli, il Tronco della Vedova ha fruttato n° 3 e più mattoni per la costruzione del Tempio.

TAVOLA DEL FR.’. G. C.

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