MOZART MASSONE VIETATO IN SANTA CROCE

MOZART MASSONE VIETATO IN SANTA CROCE

Il concerto non si è tenuto nella Basilica fiorentina, ma al Cenacolo. Irremovibile il priore nonostante le critiche e le proteste Contro la decisione è insorto anche il grande Muti

 No a Mozart in chiesa. Non voglio questa musica. Tanto più nel periodo dell’Avvento e della Quaresima francescana. Irremovibile fino in fondo, secondo quanto riferito dai media, il padre guardiano Paolo Bocci, priore della Basilica di Santa Croce a Firenze nella sua decisione presa di negare lo spazio sacro al concerto dedicato al celebre genio della musica e massone salisburghese che si tiene ormai tradizionalmente nel giorno della sua morte il 5 dicembre. Un evento che richiama sempre tantissimo pubblico. In programma il Requiem e l’Ave Verum Corpus, che il geniale Wolfgang Amadeus scrisse nell’anno stesso della sua scomparsa per la solennità del Corpus Domini, e che sono stati poi eseguiti dall’Orchestra da Camera Fiorentina, diretta dal maestro Giuseppe Lanzetta, all’interno del Cenacolo, un luogo certamente di grande suggestione ma che non può accogliere più di 300 persone, invece delle oltre mille e cinquecento spettatori che, gratis, gli anni passati solitamente sedevano in religioso silenzio ad ascoltare la divina musica. “Può sembrare semplicistico dire che è tutto un equivoco. Eppure è così”: ha tentato di smorzare i toni e di ridimensionare il caso, che ha suscitato fortissime polemiche, il quotidiano dei vescovi L’Avvenire, che ha parlato di ‘difetto di comunicazione”, spiegando che gli eventi culturali del complesso monumentale non sono di competenza dei Frati minori conventuali, ma dell’Opera di Santa Croce, ente laico. Ed è probabile che i Frati, prendendo posizione, abbiano voluto in qualche modo “difendere il proprio ruolo di garanti di quello che avviene all’interno della Basilica”. Contro l’assurdo niet francescano ha levato forte la sua voce il grande Riccardo Muti, che, intervistato dal Corriere della Sera si è dichiarato attonito e dispiaciuto, definendo quella di Mozart una musica celestiale e ricordando quel che diceva Sant’Agostino: cantare amantis est, fare musica, cantare, è di colui che ama. E sulla vicenda è intervenuto naturalmente anche il Gran Maestro Stefano Bisi, autore per altro di un libro dal titolo “Mitra e Compasso” dedicato 4i complessi rapporti tra Chiesa e Massoneria, pubblicato di recente. Bisi ha definito il divieto “follia pura”. “ Bandite anche — ha detto — il Cantico di San Francesco perché Fratello Sole e Sorella Luna,e il cielo stellato sono simboli massonici”. Si tratta di una di quelle notizie, ha aggiunto, che “inducono a riflettere sullo stato dei tempi che viviamo e sul sonno della ragione che, almeno in questo caso, sembra toccare da vicino anche chi, come i francescani, dovrebbe fare della Tolleranza verso tutti un continuo e infinito atto d’Amore oltre che di professione religiosa. Vietare la sublime opera di Mozart nel Tempio per la sua militanza muratoria ci pare ridicolo — ha aggiunto Bisi — persino offensivo per tutti gli “uomini di buona volontà” che amano solo e innanzitutto la grande musica classica, che non guardano con pregiudizio alcuno alle scelte fatte in vita da nessun genio. La Bellezza di Mozart è talmente immensa e universale — ha sottolineato — che persino, voglio ricordarlo come esempio, Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, oggi Papa Emerito, di certo uno che ha mai concesso aperture alla Massoneria dai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ama suonare sin da quando era ragazzo le note dello straordinario compositore. Stiamo parlando di un teologo e di un uomo di straordinaria cultura. Non sappiamo se anche lui, com’è accaduto a noi, sia rimasto basito nell’apprendere che in una delle più importanti Basiliche di Santa Romana Chiesa sia stata bandita la sacra musica del “massone” Mozart. Noi continuiamo a credere nel buon senso e nella ragione da parte di tutti gli uomini, senza fare distinzione alcuna e nei nostri templi echeggiano sempre tutte le musiche — anche quelle di grandi compositori non necessariamente massoni — che possono elevare lo spirito dei fratelli durante i lavori iniziatici”. “Se un giorno, ragionando per assurdo, dovesse emergere l’appartenenza di Michelangelo alla Massoneria — ha proseguito Bisi — allora si dovrebbe nascondere quella meraviglia del Giudizio Universale dentro la Sistina? O, nel caso di Leonardo da Vinci, il Cenacolo a Santa Maria delle Grazie? Pensiamo che nessuno, Papa, Re o semplice, libero cittadino, arriverebbe mai a prendere una simile decisione. Eppure a Firenze è successo. Per una volta i toscani saranno privati della Letizia e della Gioia di godere di una musica, quella di Mozart, ‘luminosa e al tempo stesso profonda’ come scrisse Ratzinger. Una musica per tutti gli animi. Che da secoli affascina ogni essere umano e che per i secoli che verranno continuerà a stupire e incantare l’Universo Umano”.

TRATTO DA “ERASMO” ANNO IV n° 11

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DIFFERENZA TRA SACRO E PROFANO

Le differenze tra il sacro e il profano
(Alpina 6-7/2013)   Una delle caratteristiche più evidenti della civiltà contemporanea mi sembra la crisi che sta attraversando la dimensione del sacro. L’uomo del XXI° secolo si ritrova completamente assorbito da preoccupazioni profane come il lavoro, le proprie finanze, il divertimento … Il tempo dedicato allo spirito, a ciò che in tutte le altre epoche della storia era considerato essenziale, è ormai ridotto ai minimi termini. Questo processo – ed è forse questo l’aspetto più sorprendente – non viene vissuto come inquietante ma semplicemente come l’esito di un’evoluzione storica nella quale l’uomo avrebbe preso coscienza che per attribuire senso e valore alla vita la sacralità non risulta né necessaria né sufficiente ma forse, addirittura, che possa essere considerata irrilevante. Ideali e valori che solo qualche decennio or sono parevano assoluti, oggi vengono relativizzati e spogliati di qualsiasi aura sacrale. Il risultato di questa progressiva erosione della sfera del Sacro è ciò che Nietzsche chiamava l’ospite inquietante, cioè il nichilismo, il deserto di qualsiasi valore, il nulla. I sentimenti dominanti sono quelli della disillusione, della rassegnazione e del disimpegno. L’unico valore sempre più idolatrato è quello del dio denaro e il suo correlato naturale, il consumismo, chiamato a colmare tutti i vuoti esistenziali e culturali emersi prepotentemente in questi ultimi tempi. Ebbene se l’eclissi, il tramonto degli assoluti, degli ideali più alti e nobili non è più una previsione pessimistica o una semplice ipotesi, ma un dato di fatto incontestabile, sorge la domanda spontanea di chiedersi se anche la Massoneria sia stata drammaticamente travolta da tale tendenza nichilistica per cui la si possa collocare in quelle istituzioni polverose, corrose dal tempo e ormai, a tutti gli effetti, anacronistiche. Penso che esistano diverse buone ragioni per poter rispondere negativamente a tale domanda. In primo luogo sono i giovani stessi a manifestare un evidente disagio e malessere di fronte alla mancanza di punti di riferimento sui quali poter contare. Inoltre i surrogati che vengono loro propinati assomigliano spesso a mode pseudo culturali effimere che durano il lasso di tempo fugace di qualche stagione. Ma soprattutto la credibilità e la modernità del nostro Ordine credo risiedano nell’aver saputo indicare l’esistenza di un legittimo spazio concettuale per la trascendenza all’interno del quale i dogmi di qualsiasi tipo non hanno diritto di cittadinanza mentre la libertà, il dialogo, la cultura e la critica costruttiva erano e rimangono i veri protagonisti. Daniele Bui             Tema Il Sacro in Massoneria   Sacro Il termine «sacro», dal latino sacer, sancisce un’alterità, un essere “altro” e “diverso” rispetto all’ordinario, al comune, al profano. Profano Il termine «profano», dal latino profanus (fuori), indica ciò che è comune, ossia opposto all’eccelso, al sublime, al sacro. Othmar Dürler – Il Dovere, Lugano Tra sacro e profano Che cos’è il sacro? Nell’accezione comune, sacro è ciò che è molto importante, non importa se riferito a qualcosa di concreto o di astratto. Fondamentalmente, però, che rende sacro o profano un luogo, un’azione o, addirittura, un pensiero, è sempre un confine, una separazione. Se consideriamo dei concetti positivi, implicanti delle perfezioni non confutabili, come il bene, il bello, il vero, queste astrazioni potranno esse definite sacre, alla precisa condizione che siano rigorosamente separate dai loro termini opposti, negativi, quali il male, il brutto, il falso. Ma anche questi concetti, o valori, hanno la loro flessibilità sia nei luoghi sia nei tempi; infatti ogni civiltà ha la sua propria idea del sacro. Le culture cambiano, hanno una loro storia e con essa muta anche la nozione di sacro. Testi o luoghi detti sacri diventano tali soltanto quando l’essere umano sa estraniarli dalla profanità, creando realmente o idealmente un rigoroso confine tra questi due mondi. Vi riesce con l’introspezione, alla ricerca della Verità del Macrocosmo nel profondo del proprio Microcosmo personale. Le parole altisonanti di un testo o lo sfarzo di un Tempio non sono per nulla garanzia di sacralità; ne hanno la potenzialità, in quanto separabili dalla profanità. Ma soltanto l’uomo di buona volontà sa trasformare in sacro non solo le parole e i luoghi, ma tutto ciò che lo circonda, se il suo cuore e la sua mente sanno assumere l’adeguato e corretto atteggiamento. Esattamente come i Simboli massonici che diventano tali soltanto quando il Massone, da oggetti o utensili muti, sa trasformarli e riempirli di significati, significati che non soltanto «parlano», ma che diventano insegnamento e guida per chi li sa ascoltare. Dunque, che trasforma le parole, gli oggetti o i luoghi da profano in sacro, è esclusivamente l’uomo stesso. Il concetto profano assume anche il significato di non aderente, estraneo, non iniziato, sia in senso sociale sia in senso metafisico. Da sempre i riti iniziatici hanno lo scopo di separare e introdurre in un mondo nuovo colui che sta per essere iniziato; in senso sociale quando il candidato accede ad una tribù, un club, una scuola ecc., in senso trascendentale quando l’iniziando passa da uno stato fisico-materiale a quello sacro, prevalentemente spirituale. Il processo d’iniziazione implica spesso, simbolicamente, una morte e una rinascita, poiché oltre ad un inizio comporta anche l’abbandono di un livello precedente e l’ascesa ad uno successivo più elevato. Ecco che nella vita di tutti i giorni si dirà che l’uno non è più profano in medicina ma iniziato all’arte medica, che un altro non è più una semplice matricola ma membro effettivo di un corpo studentesco ecc., in ambito metafisico, per contro, che una persona, superata ad esempio l’Iniziazione massonica, non è più considerata profana ma iniziata al mondo sacro della Libera Muratoria. L’iniziazione può quindi dare accesso a innumerevoli ambienti, associazioni o comunità, ma porta a «luoghi sacri» soltanto quando si basa sui citati concetti assoluti che implicano la sfera spirituale dell’individuo. Una di queste iniziazioni, e non pretendiamo sia l’unica, è quella massonica, in quanto esclusivamente tendente a percorrere, nel limite del possibile, la via della perfezione morale-spirituale; un evidente passaggio da una condizione profana ad una sacra. In Massoneria, segnatamente durante i Rituali, l’aggettivo sacro ricorre sovente. Si parla di una parola sacra, del libro della legge sacra ecc. E, nel Flauto magico di Mozart, Sarastro canta: «In queste sacre sale non si conosce la vendetta!» L’iniziando, proveniente dal cosiddetto mondo profano, passando dalla morte simbolica ad una nuova vita (VITRIOL), non può che raggiungere un luogo sacro, dove tutto ciò che lo circonda assume valore sacrale. Lasciate momentaneamente le esigenze fisiche-materiali, si dedica per un lasso di tempo alla crescita interiore. Comprenderà il sacro soltanto assimilando, poco alla volta, i Rituali, sacri anche questi, poiché in opposizione a qualsiasi testo profano. Assumerà egli stesso carattere sacrale: si distinguerà dal mondo ordinario (profano), avendo subito un processo (iniziazione) che lo ha elevato e reso diverso in senso qualitativo. Il Tempio – luogo sacro Parlare di Tempio o di luogo sacro è tutt’uno. Già nell’Antichità si cercava il contatto con l’imperscrutabile, il trascendentale, gli dei. Per potersi appartare, riflettere, meditare, evolvere, occorrevano luoghi particolari, nei quali, il giusto ambiente e le appropriate energie terrestri e celesti fornivano le condizioni ideali. Si sceglieva dunque la radura di un bosco, la sommità di un’altura, un’isola nel mare, o qualsiasi altro luogo sotto la volta stellata, ritenuto adatto da chi ne aveva il dono di riconoscerlo. Ma occorreva delimitarlo. Dapprima senza alcuna costruzione, allineando semplicemente alberi, pietre o altro, dandone una forma circolare, quadrata, rettangolare ecc., si creava il luogo sacro. Ecco la nascita delle più antiche forme di Tempio. L’essenziale, allora come oggi, è sempre stata ed è tuttora la delimitazione; fissare il limite tra il profano e il sacro. Sempre, nella storia, questi Templi, divenuti col tempo degli imponenti edifici di culto, dal Tempio di Salomone alle imponenti Cattedrali gotiche, hanno in ogni epoca segnato il luogo dove, dimenticato il mondo fisico-materiale, ci si è dedicati alla ricerca e allo sviluppo della mente e dello spirito. Il nostro Tempio massonico non è nulla di diverso. Quando il Massone ha superato la porta d’ingresso e lasciato i metalli nel mondo profano, egli si trova in quel luogo sacro le cui mura e colonne non fanno altro che delimitare, ossia rigorosamente separare, come in passato, il sacro dal profano. Ma verso l’alto, come ai tempi arcaici, anche i nostri Templi moderni hanno tutti la volta celeste, l’apertura che ci lega simbolicamente all’imperscrutabile, alla Verità alla quale tendiamo. Così anche ai giorni nostri, lontano dalla vita agitata, egoistica e superficiale, il Massone ha il suo Tempio, il suo luogo sacro; sacro proprio perché dedicato solo allo spirito, allo sviluppo del Tempio interiore di ogni addetto e, di riflesso, alla grande costruzione ideale della Massoneria: il Tempio dell’Umanità. Ma il Tempio non è soltanto uno spazio. In esso vanno considerati anche i concetti di tempo, azione e partecipanti. Infatti, in Tempio, in un lasso di tempo, si svolgono azioni in presenza di persone. I nostri lavori, ad esempio in primo grado, si aprono a mezzogiorno e si concludono a mezzanotte. Anche questo tempo simbolico, separato rigorosamente da quello che trascorre fuori Tempio, assume valore sacro. Le Tre Grandi Luci, ad esempio, disposte in modo appropriato, assumono il valore di Simboli, ossia una funzione sacra, ma soltanto durante il tempo della loro particolare disposizione, per poi tornare ad essere normali attrezzi o oggetti di lavoro. In questo tempo si svolgono delle azioni che, in contrasto con quelle della vita profana, non possono che assurgere a gesti sacri, quelli del Rituale. Infine, non dimentichiamolo, anche l’uomo, ossia il Fratello Massone, quando, lontano dalla vita quotidiana, segue e vive in Tempio il Rituale da vero Iniziato (consacrato), assume a tutti gli effetti un carattere sacrale. Passando dal teocentrismo all’antropocentrismo, ecco che il divino, il sacro, si è trasferito dagli dei all’essere umano, sublimando quest’ultimo e facendogli scoprire, o meglio riscoprire (dopo l’oscurantismo) la sua personale natura divina. Conclusioni Provando a generalizzare, si può affermare che il un concetto misterioso, che esula dall’ordinario, e che rivela qualche cosa del tutto singolare, diverso, superiore, identificabile con un insieme di valori. Il sacro non coincide mai con la normalità. A qualsiasi cosa si riferisca, il sacro scaturisce sempre da una ricerca interiore. Ma l’uomo è fatto di materia e di spirito; è giusto che ognuno, anche il Massone, si dedichi ad entrambi gli aspetti. L’uno può e deve influenzare l’altro. Poiché la nostra vita si svolge prevalentemente fuori Loggia, il giusto equilibrio tra sacro e profano è assolutamente indispensabile in tutte le nostre attività quotidiane. La misura adeguata e la simbiosi necessaria tra le due realtà, permettono l’armoniosa convivenza tra gli esseri umani (orizzontale) e l’ascesi morale individuale (verticale); in Massoneria si tratta di realizzare la terza «Piccola Luce»: la Bellezza. È doveroso, trattando questo tema, accennare all’eccezionale opera di Paul Naudon «Le origini della Massoneria» che, non a caso, porta il sottotitolo «I mestieri e il sacro». Questa splendida antologia massonica ha come fil rouge, dall’Antichità fino alla Massoneria speculativa odierna, la sacralità dei pensieri, dei luoghi e delle opere che i nostri predecessori hanno saputo realizzare e sviluppare nel corso di oltre due millenni. Già nell’Introduzione (pag. 10) Naudon scrive: «Il punto comune, maggiore e costante, che rileveremo [in questo libro] attraverso i secoli, se non addirittura attraverso i millenni, sarà la coesistenza e l’interdipendenza degli obiettivi massonici con il senso del sacro.» Mi piace, concludendo, ricordare il biblico sogno di Giacobbe: nulla più di quell’onirica scala, che collega il cielo con la terra, può simboleggiare in modo maggiormente eloquente l’unione-separazione tra il sacro e il profano.
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SAGGEZZA

SAGGEZZA

La Saggezza non va confusa né con la sapienza né con il sapere, essa è un modo superiore di essere e di agire. Nel mondo d’oggi, contraddistinto da egoismo e violenza, evidentemente non è facile. Il Massone ha il privilegio, da mai sottovalutare, di poterla raggiungere, se lo desidera, lavorando su sé stesso tra le mura del proprio Tempio; scoprirà allora che saggi non si nasce, ma lo si può diventare, in quanto, penso, la Saggezza è null’altro che «vivere moralmente il sapere»

Il Massone, come Socrate, ha per scopo unico la ricerca della Verità. E come Socrate, anche la Massoneria nulla impone e nulla insegna. Sollecita unicamente ogni individuo a cercare, nella più totale libertà, con la propria ragione e la propria coscienza, la sua esclusiva verità. E ancora una volta Socrate ci insegna la via: «Conosci te stesso!» È la via dell’umiltà e del coraggio. Occorre infatti più coraggio guardarci allo specchio, ossia imparare a conoscerci con profonda e meditata introspezione, che osservare, criticare e forse anche disprezzare chi, sovente modestamente schivo ma grande di cuore, ci circonda durante la nostra vita di tutti i giorni.

Il Massone sa che diventare Maestro significa soltanto iniziare a diventarlo, che non lo sarà compiutamente per tutta la vita e che soltanto l’umile e costante pratica della Tolleranza e dell’Amor fraterno lo porteranno verso la vera maestria.

Da Massoni occorre tenere sempre presente che la convinzione di essere nel giusto ed avere quindi il diritto di agire di conseguenza, non sempre favorisce la perfetta convivenza. Ciò che per l’uno può apparire giusto per altri può essere sbagliato ed ingiusto. _ allora indispensabile il rispetto dell’opinione altrui. Se pretendiamo la libertà di pensiero, questa va concessa anche ad ogni nostro simile. Oltre alle leggi scritte, occorre applicare la legge morale, affinché questa, distinguendo il bene dal male, detti nella coscienza individuale di ognuno, come insegnano i principi massonici della Tolleranza e dell’Amore, l’armoniosa convivenza tra i Fratelli e gli uomini tutti.

La Massoneria, sia a livello individuale che collettivo, riveste un carattere di assoluta e imperativa riservatezza. Un’apertura al mondo profano è pertanto impensabile e contraria ad ogni principio iniziatico; ridurrebbe il nostro Ordine ad una qualsiasi associazione a sfondo sociale. Che la Massoneria si presenti, spontaneamente o su richiesta, al momento opportuno al mondo esterno tramite i media, che faccia, se ritenuto utile, qualche opera di beneficenza o si renda all’occasione utile al prossimo sotto la luce del sole, non nuoce evidentemente a nessuno. La vera via rimarrà comunque sempre quella della discrezione e del buon esempio.

La libertà è soprattutto uno dei pilastri fondamentali del credo massonico. La libertà coltivata dal Massone è quella interiore, spirituale; quella del pensiero, della coscienza, della ricerca. Sotto questo aspetto la Massoneria è la Scuola della Libertà. La Libera Muratoria è l’esatto opposto di tutte le sette e religioni; non impone alcun credo, non vincola né l’intelletto né la coscienza; essa educa i suoi addetti a valorizzare, nella più totale libertà, i doni più belli che il G.A.D.U. abbia donato all’uomo: l’intelligenza e i sentimenti, la ragione e il cuore. Il Massone si è assunto il non facile compito della propria liberazione spirituale. Quando ogni essere umano si sarà liberato dal giogo dei dogmi, ma anche dai propri preconcetti, l’umanità camminerà verso orizzonti migliori. Nel suo più intimo, l’uomo non si sentirà soltanto libero, ma, finalmente, felice.

Famiglia, lavoro e Massoneria; tre impegni, tre «attività» che richiedono, ognuna, tempo, passione e dedizione. Ogni ambito, sia esso familiare, lavorativo o massonico, preso a sé, potrebbe costituire un’occupazione a tempo pieno. Come dunque conciliare i tre compiti, tutti di massima e vitale importanza? Ecco la domanda da analizzare. Nella vita ogni persona, presto o tardi, si trova confrontata con dei doveri, degli impegni, degli obblighi; arriva il momento di impegnarsi professionalmente, di formare una famiglia, ma anche di evolvere interiormente. Occorre fare delle scelte? Fissare delle priorità? O conciliare le diverse attività?  Sono profondamente convinto che i vari impegni siano interdipendenti e complementari, e che nessuno possa escludere l’altro. Il lavoro è indispensabile per il mantenimento e il benessere della famiglia, d’altra parte lo sviluppo interiore della persona, ossia, la coltivazione e la pratica delle virtù, è altrettanto fondamentale sia per lo svolgimento onesto di una professione sia per la costituzione amorevole e duratura di una famiglia. C’è tempo per tutto, se volontà, impegno, convinzione, intelligenza e amore uniscono in armoniosa simbiosi le parti in causa. Il lavoro e la famiglia hanno i loro «momenti» e si regolano da sé. L’evoluzione interiore non invade alcuno spazio; si coltiva in silenzio in ogni luogo e in ogni momento. Per il Massone non sarà dunque mai una questione di scelta, bensì un modo più intenso e profondo di vivere sia gli impegni familiari sia quelli della vita professionale e sociale. Ma ricordiamoci che non esiste soltanto la Massoneria; la maturazione interiore si sviluppa anche tramite l’arte, la musica, la natura, l’istruzione ecc.: lo spirito massonico ne è una parte preziosa, discreta, presente ovunque.

L’Amore fraterno più che un sentimento è una regola iniziatica; quanto potrà coinvolgere il cuore, e verso chi dirigersi, è difficile da stabilire; dipende unicamente dalla sensibilità individuale, ma anche dalla cerchia di Fratelli in cui l’Iniziato vive, opera ed evolve. Mentre l’amicizia è collocabile prevalentemente nell’ambito sociale profano, la Fratellanza, pur iniziando dalla ragione, tende inevitabilmente verso l’Amore assoluto, l’Amore che alchemicamente trasforma, crea, eleva. Il legame tra Fratelli non è quello dell’amicizia, è molto più profondo, è un legame spirituale, quello che porta gli Iniziati, col reciproco sostegno, verso il perfezionamento personale, che dovrebbe a sua volta contribuire – utopia, speranza, certezza? – al miglioramento morale e al benessere sociale di tutta l’umanità.

La Felicità va cercata, conquistata, coltivata e diffusa tra le genti, in quanto diritto inalienabile di ogni essere umano sin dalla sua nascita. Utopia o no, l’uomo tende alla felicità; per essa va quindi lottato con ogni mezzo, non solo a livello di governi e istituzioni internazionali, bensì anche con il contributo attivo di ogni singolo cittadino. Le sensazioni definite Felicità e le rispettive cause sono variamente definibili. Psicologicamente, ma anche filosoficamente, la felicità può rappresentare uno stato di grazia, totale serenità, assenza di preoccupazioni e, fisicamente, assenza di ogni tipo di sofferenza. Ma l’assenza del male non basta; la vera Felicità è raggiunta soltanto quando allo stato di passiva serenità si aggiunge il piacere attivo; l’arte, la natura, ma anche le piccole cose come un sorriso, una melodia, un cibo, tutto quanto può essere gradevole alla nostra mente, al nostro cuore, ai nostri cinque sensi.

La moderatezza è una virtù che viene attribuita agli umili, ai mansueti, a coloro che non “brillano”sulle pagine dei giornali o sugli schermi dei televisori. Le virtù dell’uomo della strada sono l’umiltà, la modestia, la sobrietà, la semplicità, l’ingenuità, la dolcezza, la mitezza … In altri termini la moderatezza, consciamente o inconsciamente, mi sembra che venga percepita come una virtù “debole”, da contrapporre alle virtù “forti”, quelle considerate autentiche, cioè quelle che si accollano ai grandi personaggi che si sono distinti nel corso dei secoli. Si dimentica però spesso che accanto agli epiteti eroici sovente troviamo attributi tutt’altro che nobili quali“arrogante, prepotente, crudele, violento, spietato, sanguinario …” che restituiscono alla moderatezza e alla mitezza il loro giusto valore. In realtà la moderatezza è una qualità fondamentale del Massone e di ogni persona veramente stimabile. Anche per il Massone, come già per Aristotele, la moderatezza o il giusto mezzo non significano mediocrità ma bensì perfezione ideale e regola suprema dell’agire. Impulsi, passioni e sentimenti tendono all’eccesso o al difetto. Il Massone, con maglietto e scalpello guidati dalla ragione, si impegna a levigare le asperità dalla propria pietra grezza affinché assuma la misura, la proporzione e l’equilibrio della forma giusta e perfetta.

La Bellezza per i Massoni si presenta piuttosto come la ricerca lunga, paziente e costante di una vita per la creazione di una realtà spirituale nuova, nella quale le imperfezioni dovute all’egoismo, alla brama di potere, al desiderio insaziabile di denaro e onori potranno essere finalmente, se non eliminate, almeno ridimensionate.

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LO ZERO- NULLO E INEFFICACE

LO ZERO -Nullo e inefficace

Lo zero investì la USS Yorktown come un siluro.

Il 21 settembre L997 , in navigazione al largo della Virginia, I’incrociatore lanciamissili da un miliardo di dollari si arrestò con un sussulto: in avaria,la nave rimase immobile.

I vascelli da guerra sono progettati per resistere all’impatto di una torpedine o all’esplosione di una mina, ma benché la Yorktown fosse adeguatamente corazzata nei confronti delle armi convenzionali, nessuno aveva pensato a proteggerla contro lo zero. Fu un grave errore.

I calcolatori di bordo erano stati appena aggiornati con nuovo software per il governo dei motori, e della bomba a tempo che vi si annidava – uno zero da rimuovere in fase disinstallazione – i tecnici, malauguratamente, non si erano accorti. Per qualche ragione lo zero fu trascurato e restò dov’era, celato nei meandri del codice, per manifestarsi però non appena un’istruzione lo richiamò in

memoria… mandando in blocco il programma.

Nel momento stesso in cui il sistema di calcolo della Yorktown cercò di dividere per zero, 80.000 cavalli vapore si resero inservibili, e ci vollero quasi tre ore per collegare ai motori i comandi di emergenza, consentendo così alla nave di arrancare in porto. I tecnici impiegarono due giorni per sbarazzarsi dello zero, riparare il sistema di propulsione e rimettere il vascello in assetto di combattimento.

Nessun altro numero può causare altrettanto danno. Malfunzionamenti informatici come quello che folgorò la Yorktown non danno che una pallida idea del potere dello zero. Intere culture hanno eretto baluardi contro di lui e sistemi filosofici sono crollati sotto la sua azione, poiché lo zero è diverso dagli altri numeri: consente di spingere lo sguardo sull’ineffabile e sull’infinito. Per questo motivo è stato temuto e odiato, e anche posto fuorilegge.

 (da  “ZERO. La storia di una idea pericolosa”.  Autore  Charles  Seife)

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IL TEMPO

Il Tempo

Il tempo non si trattiene; la vita è un compito da fare e che ci portiamo a casa. Quando uno guarda e… sono già le sei del pomeriggio. Quando uno guarda ed è già venerdì. Quando uno guarda ed è finito già il mese. Quando uno guarda ed è già finito un anno. Quando uno guarda e già sono passati 50 o 60 anni. Quando uno guarda e si accorge di aver perso un amico. Quando uno guarda l’amore della propria vita andarsene e accorgersi che è tardi per tornare indietro… Non smettere di fare qualcosa che ti piace per mancanza di tempo, non smettere di avere qualcuno accanto a te o di goderti la solitudine. Perché i tuoi figli subito non saranno più tuoi e dovrai fare qualcosa con questo tempo che resta. In quanto l’unica cosa che ci mancherà sarà lo spazio che solo si può godere con gli amici di sempre, quel tempo che purtroppo non torna più… Prova ad eliminare il “dopo”… dopo ti chiamo… dopo lo faccio… dopo lo dico… dopo io cambio… ci penso dopo…. Lasciamo tutto per dopo come se il dopo fosse il meglio, perché non capiamo che: dopo il caffè si raffredda… dopo la priorità cambia… dopo l’incanto si perde… dopo il presto si trasforma in tardi… dopo la malinconia passa… dopo le cose cambiano… dopo i figli crescono… dopo la gente invecchia… dopo le promesse si dimenticano… dopo il giorno é notte… dopo la vita finisce…… Non lasciare niente per dopo perché nell’attesa del dopo puoi perdere i migliori momenti, le migliori esperienze, i migliori amici, i migliori amori….. Ricordati che il dopo può essere tardi, il giorno è oggi, non siamo più nell’età in cui ci è permesso di posticipare. Magari avrai tempo per leggere e dopo condividere questo messaggio o altrimenti lascialo per…. “dopo” : Sempre uniti: ‘ sempre insieme

Gilberto Pisu

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VALORE E SENSO DEL NOSTRO LAVORO

Valore e senso del nostro lavoro
(Alpina 12/2013)

Il concetto che Henry Ford aveva dell’operaio medio è oggi ormai quasi completamente abbandonato e il lavoro in serie della catena di montaggio è diventato il simbolo del lavoro alienante e frustrante che nessuno farebbe se avesse altre possibilità. Ma dall’affermazione che il lavoro monotono è un supplizio per qualsiasi essere umano non discende logicamente che il lavoro “variato” sia necessariamente una caratteristica sempre desiderabile. In effetti una variazione troppo accentuata nel proprio lavoro è fonte di stress, di costi energetici (fisici, mentali ed emozionali) altissimi. Il tempo per la famiglia, gli amici e lo svago si assottiglia notevolmente a causa del bisogno di aggiornamento costante. Con un lavoro soggetto a molteplici cambiamenti si aumentano le difficoltà a strutturare e organizzare il tempo, a stabilire dei contatti sociali gratificanti, a formarsi un’identità e un ruolo sociale. Per molti imprenditori dell’industria contemporanea la flessibilità favorirebbe l’aumento dell’occupazione. In realtà, analisi oggettive e rigorose del mondo del lavoro, mostrano eloquentemente che la flessibilità diventa spesso un semplice sinonimo di precarietà, un attacco generalizzato al diritto del lavoro. Il suo quadro etico e normativo, anziché considerarlo, come si dovrebbe, un’irrinunciabile acquisizione della modernità, viene oggi interpretato come un arcaismo, un retaggio del passato. La nuova società che si sta rapidamente costituendo è composta da un ristretto gruppo di privilegiati con un posto stabile, ben retribuito, con buone prospettive di carriera e di gratificazione personale e un altro composto da lavoratori temporanei, precari, senza una dimora lavorativa stabile, impiegati sulla base delle fluttuazioni del mercato. Le conseguenze di un lavoro intermittente, a chiamata non sono rilevabili solo nell’immediato ma anche sul lungo periodo. I progetti di vita rinviati potrebbero diventare irrealizzabili, le esperienza di vita frammentarie faranno emergere un curriculum eterogeneo, discontinuo e dunque poco apprezzato. In poche parole i costi personali e sociali della flessibilità minano la qualità di vita in modo incisivo. Ebbene il nostro Ordine, da sempre mosso da ideali di giustizia e fratellanza, ha secondo me il dovere di stigmatizzare questi cambiamenti e di arginarli, forse anche solo diffondendo quelle ricerche scientifiche che mostrano che la flessibilità non solo non contribuisce ad aumentare la libertà dell’individuo ma altresì non sembra neppure potersi vantare di una maggiore efficienza.

Daniele Bui

Tema

Il lavoro

Se il compito dell’Apprendista è quello di imparare, dal Compagno ci si attende che sappia mettere in pratica ciò che ha appreso. Il lavoro è quindi al centro dell’attività del Compagno ed è appunto su questo tema che vorrei attirare la vostra attenzione.

Daniele Bui, Loggia Il Dovere, Lugano

Il lavoro nell’antichità e nel Medio-Evo

Tradizionalmente il lavoro è stato percepito come un’attività forzata e penosa. Si pensi

– Alla sentenza divina nella Bibbia: “Tu guadagnerai il tuo pane con il sudore della tua fronte”

– O al mito dell’età d’oro, un’epoca felice nella quale l’uomo non aveva bisogno di lavorare. Parlando dei primi uomini, Platone dice che: “ Avevano frutti abbondanti dagli alberi e da molte altre piante, che nascevano non ad opera dell’agricoltura, bensì perché la terra li produceva spontaneamente … È facile, aggiunge Platone, giudicare che gli uomini di allora erano infinitamente più felici di quelli di oggi” (Il Politico, 272°)

– La lingua stessa traduce questo concetto: L’etimologia di lavoro, in francese, travail, viene dal latino popolare tripalium, che designa sia uno strumento al quale si sottomettevano i cavalli per ferrarli, sia uno strumento di tortura. Tripaliare (in latino volgare) significa torturare.

– Si parla anche di travaglio nel caso di donne che stanno partorendo per sottolinearne la sofferenza. Per i greci il lavoro ha sempre rappresentato la miseria e non certo la nobiltà

dell’uomo.

Callicle, nel Gorgia di Platone, afferma che l’uomo che lavora con le mani, va disprezzato, va chiamato banausos per offenderlo e addirittura sembra che nessuno avrebbe voluto dare la propria figlia come sposa ad un costruttore di utensili. Per Aristotele gli “operai meccanici” non avevano neppure diritto di cittadinanza tant’è che li aveva relegati al rango di schiavi.

Marco Terenzio Varrone, parlando degli strumenti con cui si lavora la terra, li divide in tre categorie: strumenti parlanti (=schiavi), strumenti semiparlanti (=buoi), strumenti muti ( =gli utensili) L’opposizione tra schiavi e liberi si estendeva all’opposizione tra tecnica e scienza, tra forme di conoscenza legate alla manipolazione e una conoscenza pura espressa nella contemplazione della verità. Il disprezzo per gli schiavi, considerati inferiori per natura, si ampliava così alle attività che essi esercitavano.

Le sette arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia) si chiamavano liberali perché erano le arti proprie degli uomini liberi in quanto contrapposti ai non liberi o schiavi che esercitavano le arti meccaniche o manuali.

La rivalutazione del lavoro manuale

Per una rivalutazione della vita attiva bisognerà attendere fino al 1400. L’elogio delle mani, che è presente nei testi di Giordano Bruno, la difesa delle arti meccaniche, che compare in tanti testi di ingegneri e di costruttori di macchine del 1500 e che viene ripresa da Bacone e Galileo possono essere compresi e valorizzati pienamente solo tenendo conto del contesto storico nel quale emergono.

Per rendersi conto dell’importanza e del significato di queste prese di posizione in difesa del lavoro manuale nonché del suo valore culturale vale la pena di ricordare che alla voce “mécanique” il Dictionnaire français di Richelet (pubblicato nel 1680) riceveva ancora la seguente definizione : “il termine meccanico, in riferimento alle arti, significa ciò che è contrario a liberale e onorevole : ha senso di basso, villano, poco degno di una persona onesta.” Le tesi di Callicle quindi sono tutt’altro che tramontate ancora nel Seicento.

L’illuminismo, che assume la Rivoluzione scientifica come modello di razionalità, prosegue l’opera di rivalutazione del lavoro empirico soprattutto nell’Encyclopédie dove Denis Diderot colloca le arti ed i mestieri in una posizione centrale. Anche Jean-Jacques Rousseau, nei suoi scritti pedagogici, illustrando l’educazione che dovrebbe essere impartita ad Emilio, prende il lavoro manuale ad esempio di un apprendimento produttore di socievolezza e solidarietà.

Hegel contribuisce a sua volta a rivalutare il lavoro. Memorabile è l’episodio dialettico del padrone e dello schiavo. Due uomini lottano uno contro l’altro. Uno è coraggioso, accetta di rischiare la vita nel combattimento, mostrando così che è un uomo libero. L’altro, che non osa rischiare la sua vita, si sottomette. Il vincitore non uccide il suo prigioniero, al contrario lo conserva come testimone e specchio della sua vittoria. Tale è lo schiavo, il servus, colui che alla lettera è stato conservato. Il padrone obbliga lo schiavo al lavoro, mentre lui si gode la vita. Il padrone non coltiva il suo giardino, non fa cuocere i suoi alimenti, non costruisce la sua casa. Ha il suo schiavo per questo. Il padrone non conosce più i rigori del mondo materiale perché ha interposto uno schiavo tra il mondo e lui. Ma il padrone viziato dall’ozio, presto non sa più far niente. Per contro lo schiavo, costantemente occupato a lavorare, impara a vincere la natura utilizzando le leggi della materia e recupera una certa forma di libertà (il dominio della natura) con le sue scoperte tecniche. Attraverso una conversione dialettica esemplare, il lavoro servile gli rende la sua libertà. Fu un uomo pavido, rinunciò alla sua libertà per non morire, ridiventa ora un uomo libero ponendosi come libertà ingegnosa contro la natura che assoggetta al momento stesso in cui il padrone, che non sa più lavorare, ha sempre più bisogno del suo schiavo e diventa il qualche modo lo schiavo dello schiavo.

Quindi la dinamica servo padrone (che corrisponde al tipo di società del mondo antico) è destinata a mettere capo ad una paradossale inversione di ruoli, ossia ad una situazione per cui il padrone diventa servo del servo e il servo padrone del padrone. Infatti, il padrone, che inizialmente appariva indipendente, nella misura in cui si limita a godere passivamente del lavoro altrui, finisce per rendersi dipendente dal servo. Invece quest’ultimo, che inizialmente appariva dipendente, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Il lavoro appare allora, come per noi Massoni, l’espressione della libertà riconquistata.

Il lavoro quindi non contribuisce solo a rendere più abitabile, più umano il nostro ambiente naturale ma il lavoro umanizza anche il lavoratore. Ogni lavoro, diceva Emmanuel Mounier, travaille à faire un homme en même temps qu’une chose (contribuisce alla costruzione di un uomo contemporaneamente alla costruzione di una cosa). Si tratta di un principio fondamentale in Massoneria. Sia prima che dopo il Fr. Anderson il nostro Ordine si è costantemente definito un’istituzione che vede nel lavoro un mezzo di perfezionamento, uno strumento indispensabile nella ricerca della verità. Nella Massoneria operativa il lavoro era sostanzialmente quello relativo alle edificazioni di cattedrali. Con l’avvento della Massoneria speculativa esso è diventato un’attività costante volta al miglioramento spirituale dell’iniziato. Lavorare è forse il miglior esorcismo contro l’egoismo naturale. Lavorare significa uscire da sé stessi. Gli psichiatri applicano questo principio quando prescrivono un lavoro ai loro pazienti. Il malato mentale a cui si consegna un piccolo lavoro ritrova un qualche equilibrio e si rende utile, si occupa, si dimentica un po’ di sé stesso. Il lavoro dà all’esistenza un ordine, una regolarità salutari. Il tempo nel quale vive l’ozioso è discontinuo ed eterogeneo; scorre al ritmo capriccioso delle passioni. Il tempo del lavoratore, regolato dagli orari, impone alla vita un equilibrio salubre.

Inoltre il lavoro contribuisce ad inserire le persone nel tessuto sociale. Lavorare significa trovare un suo posto nella società di cui tutti gli elementi sono solidali. L’uomo non può compiere i gesti più ordinari, bere un bicchier d’acqua, accendere una lampadina … senza usufruire del lavoro degli altri. Si pensi solamente a quante persone sono coinvolte affinché noi possiamo vestirci alla mattina. C’è il lavoro dei contadini e degli allevatori per il reperimento della materia prima, il lavoro dei conducenti che trasportano i prodotti, dei commercianti, il lavoro dei tecnici che hanno costruito i telai che servono a fabbricare gli indumenti … Il nostro lavoro rappresenta così un debito che noi abbiamo contratto usufruendo del lavoro altrui. Esiste una sorta di solidarietà sincronica dei lavoratori che si scambiano vicendevolmente i loro servizi e una solidarietà diacronica che ci permette di trarre profitto dai lavori di chi ci ha preceduto e che dovrebbe obbligarci moralmente a lavorare per chi verrà dopo di noi.

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EPICURO E L’IDEA DI FELICITA’

LUGLIO 2018

Epicuro e l’idea di felicità

Epicuro identificava l’autentico bene con il piacere, ma il suo edonismo ha un carattere del tutto particolare. Diversamente dai cirenaici, i quali riducevano il piacere a puro godimento corporeo, Epicuro identificò, come vedremo in questa Tavola, il piacere supremo con l’assenza di dolore e ritenne i piaceri e i dolori dell’anima superiori a quelli del corpo. La nostra natura richiede pochissimo. Noi invece desideriamo molte cose. Come si spiega questa aporia? Secondo Epicuro siamo noi stessi, la nostra mente la fonte dei nostri guai e la filosofia è il farmaco che ci può liberare dalle vane illusioni.

Il criterio che regola la vita pratica per Epicuro è la ricerca del piacere e l’allontanamento del dolore, in modo che si stabilisca nell’anima dell’uomo uno stato permanente di calma e di serenità con l’eliminazione del dolore fisico (aponia) e del turbamento spirituale (atarassia). Tale stato di serena tranquillità non si ottiene con il godimento sfrenato di tutti i piaceri e con la rimozione di ogni dolore, ma occorre che l’uomo si lasci guidare da una ponderata valutazione delle conseguenze che deriveranno dalle sue scelte, dalla soddisfazione di un piacere presente o dalla sua rinuncia e dalla soppressione di un dolore attuale o dalla sua accettazione: infatti, un piacere soddisfatto può generare dolori più grandi, come un dolore accettato può procurare in seguito gioie superiori. Di conseguenza è a volte necessario per l’uomo limitare l’appagamento dei propri desideri immediati al fine di procurarsi beni più stabili e duraturi anche se non istantanei.

La gerarchia dei piaceri

Per poter raggiungere l’atarassia, Epicuro ha distinto accuratamente i vari tipi di piacere in a) naturali e necessari (mangiare, bere, dormire…); b) naturali e non necessari (mangiare cibi raffinati, bere eccessivamente, dormire troppo…); c) non naturali e non necessari (ricchezza, gloria, onori…).

I primi bisogni devono essere appagati, perché, quando sono stati soddisfatti, cessa nell’uomo quello stato di dolore che nasce dal bisogno e dal desiderio; gli ultimi devono essere sempre rifiutati perché, se vengono appagati, risorgono di continuo con rinnovata violenza, togliendo all’uomo la tranquillità. I desideri della seconda categoria possono essere soddisfatti con moderazione e prudenza, affinché non turbino l’equilibrio interiore.

La filosofia come quadrifarmaco

La sua filosofia si manifesta come una pratica terapeutica. Più precisamente essa prende la forma di un Tetrafarmaco (“quadruplice farmaco”) poiché intende: (a) liberare gli uomini dal timore degli dèi; (b) liberarli anche dal timore della morte; (c) dimostrare che il dolore è breve e provvisorio; (d) indicare quale piacere debba essere perseguito.

Il quadrifarmaco è costituito da quattro massime, che rappresentano un rimedio, o farmaco, contro i dolori e le angosce della vita: in primo luogo non bisogna aver timore degli dei. Gli dei, beati e incorruttibili, non si curano del mondo e quindi gli uomini non devono temere un loro intervento. Secondariamente non bisogna temere la morte. Essa non ha alcun rapporto con l’uomo: come la vita si forma per aggregazione di atomi, così la morte avviene per disgregazione degli stessi atomi, di conseguenza, finché l’uomo esiste, essa non c’è e, quando essa sopraggiunge, l’uomo non è più. In terzo luogo, il male è facile da sopportare. Il male, cioè il dolore, può essere sopportato col ricordo della felicità passata e la speranza del bene futuro. Inoltre, il dolore, se è violento, passa presto; se è leggero può essere tollerato facilmente perché l’organismo vi si abitua. Da ultimo il bene è facile da procurarsi. Il bene, cioè la serenità dell’anima, si può raggiungere facilmente seguendo la saggezza e la prudenza, che suggeriscono quali bisogni possano essere soddisfatti e quali altri invece debbano essere rifiutati.

Il grande valore dell’amicizia

L’uomo, se vuole possedere pienamente la tranquillità della vita e la felicità interiore, deve vivere appartato non partecipando all’attività politica, causa di turbamenti e fastidi. La vita politica per il fondatore del Giardino è sostanzialmente innaturale. Essa comporta, come conseguenza, continui dolori e turbamenti; compromette l’aponia e l’atarassia e, quindi, anche la felicità. Infatti quei piaceri che dalla vita politica molti si ripropongono sono pure illusioni: ci si aspetta potenza, fama e ricchezza, che sono, come sappiamo, desideri e piaceri né naturali né necessari e, dunque, vuoti e ingannevoli miraggi. Ben si comprende, quindi, questo invito di Epicuro: «Liberiamoci una buona volta dal carcere delle occupazioni quotidiane e della politica». La vita pubblica non arricchisce l’uomo, ma lo disperde e lo dissipa, perciò l’epicureo si apparterà e vivrà in disparte dalle folle: «Ritirati in te stesso, soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla». «Vivi nascosto», suona il celebre comandamento epicureo. Solo in questo rientrare in sé e rimanere in sé può essere trovata la tranquillità, la pace dell’anima, l’atarassia. Unica forma di rapporti con gli altri uomini è l’amicizia, libera e disinteressata, che procura conforto duraturo anche nei momenti del dolore.

È a volte necessario per l’uomo limitare l’appagamento dei propri desideri immediati al fine di procurarsi beni più stabili e duraturi anche se non istantanei.

Epicuro come Aristotele distingue tre forme di amicizia, basate rispettivamente sull’utile, sul piacere e sulla virtù. È chiaro che mentre un’amicizia fondata sull’utilità o sul piacere è destinata a finire quando il piacere o l’utilità cessano, l’amicizia fondata sul bene, quindi sulla virtù, è la più stabile e ferma ed è quindi la vera amicizia. Il pensiero massonico da sempre insiste sull’importanza dell’amicizia. Soprattutto nel mondo attuale, caratterizzato da relazioni continuamente prive di coinvolgimento emotivo e improntate all’utile o alla rivalità, l’amicizia rappresenta per la Massoneria il cemento che tiene uniti i Fratelli. Essa è una delle rare Istituzioni che coltiva questo nobile sentimento purtroppo sacrificato a favore di idoli fasulli, di beni illusori in nome dei quali si calpesta ignominiosamente quanto di più onorevole l’uomo è capace. L’amicizia nel mondo contemporaneo, dominato dall’utile economico e dalla competizione per il potere e nel quale i rapporti personali sinceri tendono a lasciare il posto a rapporti impersonali freddi e distanti, costituisce a nostro modo di vedere un ingrediente indispensabile per la fratellanza massonica. Ci sembra possibile un’amicizia senza fratellanza ma ci pare alquanto improbabile una fratellanza senza amicizia D. B.

Bibliografia
– AAVV, Questioni epicuree, Academia Philosophical Studies, gen. 2015
– Francesco Verde, Epicuro, Ed. Carocci, Roma 2013

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UN SEMINARIO DI ISTRUZIONE

Un seminario di istruzione – qualche riflessione

Maestro Venerabile, Fratelli carissimi, il tema dell’istruzione dell’Apprendista è forse uno dei più produttivi tra quelli cui i lavori di Loggia possono essere dedicati; sarebbe certamente inutile cercare di determinare tutti i motivi, poiché ne esiste probabilmente uno diverso per ogni Fratello, unico come ad esempio è unico ciò che ad ognuno l’approfondimento del simbolo può rivelare. Vale però sempre la pena di chiarirne alcuni e questo sforzo, che in sostanza si traduce nel presentarsi di fronte ai Fratelli dicendo: “ecco, ciò è quanto mi sembra di aver capito”, non è mai certamente lavoro perduto, almeno se sono rispettate le forme, anche rituali, che regolano lo scambio dialettico a lavori aperti. Lo spunto per queste considerazioni è stato dato da un recente “Seminario” tenuto nella Casa Massonica sull’arco di una intera giornata. Il tema era l’istruzione, non soltanto degli Apprendisti. L’argomento non poteva non ricordare, a chi vi aveva partecipato, l’iniziativa presa da questa Officina parecchi anni addietro, con la edificazione ed il diroccamento della Rispettabile Loggia Propedeutica n° 0, i cui lavori si erano svolti nel pieno rispetto delle regoli rituali per due giorni. Il ricordo è particolarmente sentito per la vicinanza del passaggio all’Oriente Eterno del carissimo Fratello Mario Bianco, il cui impegno in un corso regolare di istruzione per gli Apprendisti era certamente stato tra le motivazioni più forti di quella iniziativa. Non è mio desiderio proporre paragoni che semplicemente non possono sussistere, non fosse altro che per la regolarità delle forme, ma più semplicemente constatare come una volta di più si sia rivelato saggio il principio di non parlare di cose massoniche se non in un contesto ritualmente massonico, il cui giuramento del segreto impegna i Fratelli a non riprendere nemmeno tra loro i temi trattati. Fuori dal tempio possono infatti venire meno le condizioni di serenità, equilibrio, autodisciplina, ma soprattutto manca un contesto che, si voglia o meno sentire parlare di spiritualità, è sentito e vissuto da tutti come assai diverso dai ritmi e dai modi della vita quotidiana. Nella mia opinione e nel mio modo di sentire queste circostanze hanno pesato molto nella conduzione del Seminario, tanto che col trascorrere delle ore avevo sempre più forte l’impressione di assistere ad una conferenza che solo casualmente trattava temi di interesse massonico per un pubblico di massoni (e di qualche cameriere di passaggio), ma che avrebbe potuto essere tenuta allo stesso modo per qualunque uditorio in un contesto in cui temi del genere potessero suscitare qualche interesse. Non è raro, anzi è probabilmente la regola, che i lavori di Loggia abbiano un ben preciso filo conduttore, legato alla preparazione ed agli interessi dei Fratelli che vi svolgano una parte più attiva: basti pensare quanto lavoro dello stesso Fratello Bianco doveva all’ispirazione di tipo cabbalistico, almeno nella fase iniziale, ed all’induismo più avanti. Simili riferimenti sono del tutto naturali, poiché le diverse possibili vie dell’Iniziazione hanno tra loro relazioni molto forti, e metterle in evidenza può certamente essere fonte di ottimo lavoro. Ma una cosa è fare riferimento ad un tema, senza forzare né il medesimo, né la sua interpretazione in senso massonico, ed altro è presentare una “chiave” che dovrebbe quasi divenire un riferimento assoluto per i lavori. Forzature di questo tipo non sono purtroppo rare nemmeno per i lavori rituali, che pure dovrebbero avere in sé sufficienti motivi di compensazione ed equilibrio, così che alcune Logge finiscono con l’essere identificate come “eccentriche” per stravaganze di varia natura quando il motivo ispiratore è in qualche modo di tipo “esoterico”, ma a volte anche quando esso si confonde pericolosamente con quelli profani. Nel caso del Seminario ho avuto modo di cogliere e gli uni e gli altri riferimenti, con una impostazione iniziale dichiaratamente “scientifica e sperimentale”, con persino troppo abbondanti e forse talvolta fuori luogo o un po’ gratuite citazioni di scienziati e teorie illustri, specialmente del genere di quelle attualmente più in voga per la divulgazione scientifica. L’idea portante era quella della evoluzione intesa, più che come fenomeno di natura spirituale (e quindi anche solo per questo con termine un po’ malposto), su un piano quasi fisico, del quale simboli e riti dovrebbero essere gli strumenti da adoperarsi in un contesto quasi meccanicistico. Se ho inteso bene, ed il giudizio deve essere necessariamente sospeso fino ad una rilettura della documentazione scritta sul convegno, che è stata promessa a breve termine, questa impostazione sembra essere un po’ troppo vicina ad una visione esclusivamente “magica” della operatività muratoria. È purtroppo ben noto che percorrere certe strade, pure con tutte le buone intenzioni iniziali, possa condurre a risultati non certamente auspicabili, Ciò in special modo quando esse conducano, per impegno o talento, a qualche frutto tangibile. Per non citare che alcuni pericoli, la ricerca di un potere per il potere stesso, e peggio ancora il suo ottenimento, che in questa sfera potrebbe logorare e corrompere ben al di là di quanto accade per i semplici poteri mondani, dei quali la sigla “P2” dovrebbe per noi tutti essere un severo insegnamento, vere o presunte che siano molte delle cose dette al riguardo. Si pensi a quanto forte può essere la tentazione, per chi ritenga di aver conseguito qualche risultato significativo, di forzare volontà ed emozioni altrui, magari in apparente perfetta buona fede. Difficilmente si può immaginare per un Iniziato un “peccato” più profondo e più difficile da emendare. Per tornare più da vicino agli argomenti del Seminario, in più di una occasione è stata ribadita una “equazione” sulla analogia Uomo — Loggia — Universo, ossia del principio per cui “ciò che è in alto è come ciò che sta in basso”. Ma la modestia ed il senso delle proporzioni, specie in presenza di richiami scientifici, vorrebbe forse che il terzo termine fosse “Mondo”, ad indicare quella parte dell’Universo che in qualche modo è alla nostra portata. Dire “Universo” è fare un riferimento assoluto, un po’ come i termini “Infinito” o “Eternità”: simili entità possiamo anche nominarle, ma esse sono al di là di ogni nostra possibile comprensione, ed analogie o deduzioni basate sul loro impiego rischiano di essere nulla di più che proclamazione di orgogliosa ignoranza e presunzione. La stessa scienza, o almeno la sua parte più cosciente, non parla di Universo in senso generale, ma ad esempio solo di “Universi isola” (alla lettura autocontradditorio) o impiega altri termini similmente riduttivi. Per chi vive in un mondo esoterico, o anche solo lo sfiora, questo dovrebbe ricordare il principio per cui “il vero Tao è quello di cui non si può parlare”. E d’altra parte che valore ha, per il duro cammino della coscienza, fare riferimento a canoni oggi ritenuti solidi, quando è evidente a tutti quanto ridicola era la pretesa di avere spiegato “quasi” tutto della scienza ottocentesca? Non è forse probabile che, tra un secolo o meno, saranno le nostre quasi certezze a fare la stessa fine? 1] che non significa, naturalmente, rifiutare la scienza, i suoi metodi ed i suoi risultati, ma solo cercare di inserirne i valori in un quadro più completo, armonico ed equilibrato. Vi è un’ultima osservazione che in questa sede mi sembra meriti di essere fatta al riguardo del Seminario. Quando si inizia da una base razionale, ci si attenderebbe la medesima razionalità per il proseguimento; ebbene, con il passare del tempo mi è sembrato che l’attitudine del conduttore e quella di buona parte degli uditori si facesse via via più emotiva. Ad esempio con la conclusione, tra la smania ecologica e l’apocalittico, sulle gravi responsabilità rispetto ai posteri per la perdita della tradizione iniziatica. Ma se si crede che ciò che l’Iniziazione deve trasmettere possa essere perduto, cioè che i nostri meriti o demeriti contingenti possano in qualche modo influetizare un modello assoluto, i termini orgoglio e presunzione mi sembrano ancora purtroppo ancora necessari. Se mi si perdona il modo di dire, giudicherei un po’ “umido” il clima generale della giornata, cioè di una qualità che mal si concilia con la natura di una iniziazione solare. Pure questo è naturalmente un giudizio soggettivo, ma il contrasto con il clima “secco” dei lavori rituali è stato da me avvertito in modo assai accentuato. Chiedo perdono ai Fratelli se in quella che nelle premesse doveva essere una breve relazione non ho saputo essere del tutto breve. Ma non potevo che riferire nel modo più completo e coerente di cui sono capace, e se ci si assume la responsabilità di giudicare, anche se in via provvisoria per le riserve fatte in precedenza, ogni giudizio deve essere giustificato. Se l’esperienza da me vissuta può essere riassunta dicendo che mi sembra di avere sentito una notevole quantità di cose, tutte in generale “giuste” ed individualmente condividibili, ma anche in qualche modo troppo parziali ed in contrasto tra loro, non posso che esternare questa sensazione e chiedermene il perché. Questo è anche il motivo per cui non mi sono soffermato sui dettagli “tecnici”, quali la circolazione nel Tempio, il ruolo di Dignitari ed Ufficiali, ecc., ma ho invece ritenuto più opportuno limitarmi a quello che mi sembra il nucleo più essenziale della esperienza fatta. E poiché ritengo che il lavoro di Istruzione possa con maggiore profitto essere svolto in forme più appropriate, colgo questa occasione per proporre all’Officina l’impegno a condurre una giornata di lavoro della R. L. Propedeutica, che mi sembra doveroso dedicare al Fratello Bianco, il cui tema potrebbe essere quello della valutazione del lavoro svolto a partire dalle base gettate molti anni fa. A.’.G.’.D.’.T.’.A.’.D.’.U.’.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR,’. G. Bld.

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PROPOSTE PER IL BENE DELLA LOGGIA

Proposte per il bene della Loggia

Desidero dare un contributo alla conversazione informale di sabato 3 marzo 76 riguardante l’orientamento e gli obiettivi della Loggia. La mia vita massonica è ancora breve e per tale ragione non mi sento certamente di essere la persona più qualificata ad esprimere dei suggerimenti, ma poiché sono convinto che l’intensità di appartenenza può sopperire sovente alle limitazioni conseguenti allo spazio-tempo, desidero intervenire con un possibile contributo che vorrebbe essere positivo evitando così di rimanere in una posizione di spettatore critico. Nell’analizzare il problema ho voluto rifarmi ad un tema fondamentale che ispira la Massoneria: libertà, fratellanza, tolleranza. Queste tre attitudini sono a mio avviso strettamente concatenate e conseguenti; solo quando si è liberi si può amare il prossimo, e solo quando si ama il prossimo si può esercitare la comprensione e la tolleranza. Di conseguenza, secondo la mia convinzione, il punto focale del problema si centra sulla libertà, e proprio da questa parola può sorgere un grande equivoco che può essere alla base di grandi dispersioni di energie. Purtroppo in fase di iniziazione si attribuisce al profano una qualità che dovrebbe essere inerente solo al più alto iniziato e cioè: essere un uomo libero che bussa alla porta del tempio. In realtà il concetto dovrebbe essere più restrittivo e dovrebbe confermare che il profano è un uomo “libero da ogni vincolo in contrasto con i principi della Massoneria”. L’assunto che ne deriva è che chi è entrato nella M. è un uomo libero, ma tale assunto, secondo me, non corrisponde necessariamente alla realtà. Analizziamo allora il termine libero. Il lavoro svolto dalla commissione del Fr. Bianco mi ha aiutato a comprendere il significato nascosto della parola. Libertà significa liberazione, liberazione dalle impurità, dalle asperità, da tutto quello che distingue una pietra rozzamente squadrata da una pietra finemente levigata. Se avviciniamo i due concetti sopra esaminati, uomo libero e libertà, ne consegue che un uomo libero è un uomo che ha realizzato la levigatura della sua pietra, di conseguenza, quando le misure fossero giuste e perfette, anche il tempio, nato dalla sovrapposizione di esse pietre, sarebbe di conseguenza armonico, giusto e perfetto. Poiché purtroppo la libertà è un bene tutt’altro che acquisito ma solo perseguibile con tempo e con fatica, ne consegue che il tempio, costruito su pietre che ci si augura almeno squadrate, non è, con ogni probabilità, né giusto né perfetto. A questo punto penso di intuire perché il Maestro M. B. non abbia dubbi sulla linea che la Loggia dovrebbe seguire: la strada della libertà e cioè della liberazione dalle nostre asperità, dalle nostre impurezze. In altre parole è la strada della raffinazione di noi stessi. Può non sembrare una ambizione molto grande ma è una base necessaria per una valida operatività esoterica superiore, dato per assunto che la pietra sia già stata almeno squadrata. Il M. Rolando nella tavola della sua commissione dice: il segreto è incomunicabile e non può essere tradito in quanto può essere recepito solo da chi ha assunto la facoltà di recepire il segreto stesso. Tutta la simbologia dei tre gradi potrebbe benissimo essere divulgata a qualsiasi profano (come avviene attraverso innumerevoli pubblicazioni reperibili ovunque) senza che, ciononostante, possa dire alcunché al profano stesso. Il comprenderla, l’entrare in sintonia con essa, fanno parte di una dimensione completamente diversa che potrà essere sentita solo da chi è libero di recepirla. IL nostro simbolo è il triangolo. Affinché noi possiamo vedere la luce nella sua essenza, noi dobbiamo realizzare due condizioni indispensabili: “che la superficie del prisma sia perfettamente levigata” che l’angolo della sezione del prisma sia giusta e perfetta di sessanta gradi. Solo a queste condizioni il raggio di luce incidente si manifesta nella sua essenza settenaria dell’arcobaleno. L’obiettivo a lungo termine potrebbe essere una Loggia Tantrica, ma oggi, a breve e a medio termine potrebbe essere quella di creare una Loggia Compagna. Il riuscire a realizzarla non sarebbe un piccolo passo. i Poniamoci come obiettivo quello di liberarci per quanto possibile dalle asperità e dai legami profani che ci impediscono di agire il più liberamente possibile. Discutiamo assieme quali possano essere le vie e le tecniche che permettano di ottenere dei risultati confortanti. L’esperienza ed i suggerimenti di ognuno renderanno tutti noi compartecipi in un lavoro comune che ci vede tutti legati in una azione sinergica. La mia sensazione epidermica è che la nostra Loggia sia una Loggia che ha delle grandi possibilità proprio perché giovane e meno legata a una certa abitualità e quindi potenzialmente più libera. L’essenziale è che non ci sia dispersione di energie.

A..G’.D…G’..A.’.D..U..


TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. EMILIO SCIOLDO

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LA PIETRA ANGOLARE

La Pietra Angolare

Una leggenda ebraica racconta che fu fatta richiesta ai Progettisti di costruire il Tempio di Salomone e come di prassi, essi fecero partire dalla cava la Pietra Angolare che doveva sostenere l’intero edificio.
La Pietra Angolare veniva appositamente calcolata ed era un pezzo Unico che aveva la stessa importanza delle fondamenta.
La Pietra Angolare venne recapitata al cantiere Prima ancora che lo stesso avesse Inizio.
Gli artigiani raggiunto il luogo iniziarono a costruire le fondamenta, ma continuavano ad inciampare sulla Pietra Angolare e non riuscivano a procedere in modo veloce, insomma da pietra “ FONDAMENTALE “ divenne pietra di INTOPPO, essa non fu Riconosciuta, fu considerata ostacolo.
Così se ne liberarono e fu fatta scivolare giù nella Valle di Chedron e lì fu Dimenticata.
Al raggiungimento di fine lavori, gli artigiani chiamarono i progettisti protestando per la mancata consegna della Pietra Angolare, ed  erano quasi trascorsi sette anni.
I progettisti dissero che l’avevano mandata già da molto tempo, che doveva essere assolutamente lì, gli artigiani allora fecero Memoria di averla vista e di averla fatta rotolare a valle.
Fu recuperata,  si faceva fatica a riconoscerla, era ricoperta di erbe, muschi, terra, ma lavata e ripulita a Dovere fu riportata al Suo Antico Splendore, fu collocata nel punto a Lei Predestinato in fase di Progetto.

Ora vorrei leggere questa leggenda nel modo più semplice e lontano da studi e teorie.
Si può considerare l’uomo, il Tempio di Salomone, il progetto dove Tutto era preventivamente già Unificato, un Tempio dove erano previste tutte le parti, compresa quella della pietra Angolare,  essa addirittura ha preceduto la costruzione del Tempio.
Se Essa doveva Essere il Cuore del Tempio,  Non poteva mancare o arrivare in ritardo.
Ma, ahimè  l’ artigiano creatore anche’esso preso smania di procedere, non l’ha riconosciuta e l’ha lasciata rotolare …
Nonostante considerata intoppo, non fu portata molto lontana, era solo poco visibile ad occhio umano.
Il tempo l’ha coperta, forse le paure di essere ostacolati, il giudizio subito,  divenire da pietra della CREAZIONE a pietra INTOPPO, l’ingiustizia, e così via ….. ma pulita, lavata, è stata riportata a DIMORA nel luogo a Lei predestinato, nulla Le aveva tolto gli Antichi Splendori.
E’ nulla aveva modificato la sua altezza o la sua lunghezza.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. Ld. Mm

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