NIETZSCHE

NIETZSCHE   

 di  Antonio Binni

È stato un caso esemplare di fraintendimento di giudizio, forse il maggiore conosciuto. Considerato, dapprima, come un originale pensatore: di poi, di volta in volta, come un visionario di genio o un semplice moralista, è stato, da ultimo, finalmente riconosciuto per quello che era veramente: un autentico filosofo. Un filosofo rigoroso, profondo, acuto, penetrante, sorretto da una cultura solida e da una logica ferrea. Da giovane gli è stata incredibilmente respinta la candidatura per la cattedra di filosofia alla Università di Basilea perché riconosciuto come del tutto digiuno della materia. Eppure fu certamente il filosofo più influente del Novecento, con un suo posto nella storia del pensiero occidentale accanto a Descartes, Leibniz, e Kant. Ma non è mai stato un filosofo di professione! Divenne filosofo attraverso un avventuroso esercizio del pensiero e della scrittura compiuto nella più profonda notturna e meridiana solitudine. Il che gli permise di non sottostare ai canoni tradizionali propri della filosofia accademica. Con la conseguenza che il suo pensiero ha finito per influenzare la letteratura mondiale e, in particolare, quella di lingua tedesca. Si pensi a Thomas Mann e al suo capolavoro La montagna incantata (1924) e all’austriaco Robert Musil con il suo romanzo-fiume L’uomo senza qualità (1930). Per non ricordare ancora l’importanza della sua riflessione critica sull’opera musicale di Wagner, l’amico nemico per tutta la sua vita. Nietzsche era professore di filologia classica. Né si può dire che abbia appreso la filosofia da qualcuno. Non si può dunque non gridare al miracolo, anche se dal gusto molto amaro, visto che un pensiero, così vasto e acuto, come quello del Nostro, si è affermato quando questi era ormai sprofondato nella notte della follia. All’evidenza, non può essere questa la sede per tracciare una epitome, anche soltanto succinta, di una dottrina tanto complessa e variegata quale è stata, per certo, quella del Nostro filosofo con l’approdo – noto – quanto inevitabile – al nichilismo, visto che, affermata la morte di Dio e dei valori tradizionali della civiltà occidentale, non poteva restare che il nulla. Quel nulla che è poi divenuta la cifra della moderna filosofia. A conferma e riprova della incisiva influenza e fortuna che il Nostro autore ancora oggi ha sulla materia. Da qui la conseguente necessità di una scelta che circoscriva e delimiti l’analisi: scelta che palesemente non può essere dettata unicamente da un criterio soggettivo. Riflettere su un punto o un altro di un fiume in piena di una riflessione incandescente non può infatti che essere, in principalità, dettato da una motivazione oggettiva. Da qui la preferenza all’argomento prescelto perché trattasi di un tema, oltre che di evidente importanza, di intrigante originalità soprattutto perché mette in discussione un pensiero, ancora oggi dominante. A venticinque secoli dopo Socrate, noi continuiamo infatti a pensare ancora socraticamente, nonostante la critica, serrata e distruttiva, che, di quel pensiero, ha fatto Nietzsche invero con un’acutezza e una lucidità che non possono non lasciare sbalorditi. Socrate ha insegnato che la vita non è degna di essere vissuta senza quella ricerca che conduce alla conoscenza. Socrate comanda così di sapere, conoscere, classificare, descrivere. Solo così la vita si redime dalla sua animalità per divenire autenticamente umana. Nell’ottica socratica solo la conoscenza ha allora valore, non la vita in sé! L’esistenza, in tutta la sua complessità, a questa stregua viene così sacrificata sull’altare della conoscenza. Veduta che ancor oggi domina il nostro modo di pensare perché è alla conoscenza-scienza che si guarda dai moderni come l’unico punto di riferimento autenticamente sicuro. Fare della conoscenza la funzione guida della vita significa però – obietta il Nostro – allontanarsi dalla vita, non parteciparvi, visto che si conosce solo ciò di cui non si partecipa. La razionalità, osserva ancora, non appartiene alla vita, è al di fuori della vita, alla stessa è pertanto estranea. La domina dall’alto, per finire poi per giudicarla, quando invece la vita non accetta di essere giudicata. La vita che agli albori abbiamo incominciato a vivere socraticamente – che è poi quello che noi ancora stiamo facendo – secondo Nietzsche – risulta plasmata sul modello del dio Apollo, che è luce, misura, ordine, ragione, che, in quanto tale, osserva appunto la vita a distanza con un atteggiamento interrogativo, non partecipativo, essenzialmente valutativo. Ma, afferma ancora il Nostro, l’esistenza conosce pure un cuore di tenebra costituito da molteplici forze che si intersecano e violentemente si intrecciano. È il fondamento irrazionale dell’esistenza, forze barbariche che si chiamano passioni, tormenti, eccessi. Sotto i colori sgargianti di Apollo si nasconde Dioniso, il dio del delirio, dell’ebbrezza. Il dio che invita a superare il limite. Il dio della contraddizione lacerante e della dissonanza, abisso profondissimo, fondo della esistenza stessa, che è crudeltà e ferocia. Apollo e Dioniso – il giorno e la notte – sono allora i due principi che, di per sé avversi, furono conciliati dai Greci nella forma della tragedia: dolore del conflitto sfociato nella pace dello spazio-tempo. A differenza di noi moderni abituati, invece, a tenere ingenuamente separati i due profili esistenziali: la ragione, con la sua creazione intellettuale, da un canto, e la ubriachezza, dall’altro. Secondo il Nostro filosofo è poi colpa di Socrate l’avere spezzato il fragile equilibrio fra i due principi opposti. Socrate, superando Omero ed Eschilo, ha infatti costituito il punto di inversione fra i Greci e i moderni. Da qui, secondo il Nostro autore, la necessità di un ritorno all’antico in vista della creazione di un uomo “nuovo” e di una “nuova” società. Nuova, perché riempita da uno o più sensi, non dati, ma creati dalla volontà di potenza (Wille zur Macht) dell’uomo nuovo. Dove la volontà di potenza altro non è che potenza di metamorfosi, sguardo sul futuro essenzialmente incompiuto. Uomo nuovo, perché è un uomo che ha abbandonato la condizione umana per accedere ad una umanità superiore. L’Übermensch, non è infatti, come pure abitualmente si traduce, un super-uomo, ma un uomo altro. Il prefisso über indica, infatti, il superamento, l’oltrepassamento, l’andare oltre, uno sfondamento in avanti che sfocia appunto in un altro da sé. Questo “uomo nuovo” – proprio come il massone! – esteriormente non si distingue dai suoi simili. Interiormente è invece profondamente diverso, perché, con un lavorio impietoso di analisi verso sé stesso, sa realizzare un perfetto equilibrio fra la ragione apollinea e la forza barbarica dionisiaca. Una visione, dunque, nuova, perché non più socratica, e di un uomo “nuovo” e di un mondo “nuovo”, intravisto dal Nostro, a conferma della sua natura di autentico filosofo. Filosofo autentico è infatti chi sa interpretare i segni del tempo presente e prefigurarne, nel contempo, il futuro, contribuendo – per dirla con Epicuro – “a guarire le malattie dell’anima” dei contemporanei. Conviene ribadirlo. Non siamo in presenza di scritti di ricerca, né di studi disinteressati. All’opposto, si tratta di scritti che si propongono di intervenire sulla situazione presente e di lasciare un segno indelebile nelle coscienze dei lettori. Un autentico insegnamento se, com’è pacifico, educare significa proprio far cambiare direzione al modo di pensare. Questa è la “nuova strada” per una umanità “nuova”, non più socratica, capace di superare lo stato attuale nel quale il Nostro scrive. Anche se poi, in questa società non più socratica, non si ha più bisogno di verità trascendenti né di Dio, prodotti di una fondamentale domanda di sicurezza propria del socratismo. Fotografia puntuale del nostro oggi, mentre l’anticristianesimo del Nostro è propriamente il frutto della mai tradita esperienza del luteranesimo da parte del filosofo, figlio e nipote di pastori. È pacifico che Nietzsche non abbia mai avuto contatti con la massoneria. È probabile che ne abbia perfino ignorato l’esistenza. Ciò malgrado, è significativo il fatto che il suo “altro uomo” assomiglia terribilmente alla figura dell’iniziato massone! Anche quest’ultimo è infatti chiamato a incontrare la Luce, un mondo nuovo, senza però mai trascurare nulla, sia esso giorno, sia esso notte. La stella polare del massone coincide infatti col motto di Terenzio: “nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. Così, senza staccare mai i piedi dalle strade polverose della esistenza quotidiana fatta di luce e tenebre, questi intraprende l’ascesa verso l’Alto, mirando al senso ultimo dell’essere e dell’esister

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FENOMENO PARANORMALE O PSI

FENOMENO PARANORMALE O PSI

TRACCIAMO QUINDI UNO SCHEMA DEL CAMPO DI APPLICAZIONE DELLA PARAPSICOLOGIA.

PSI COGNITIVI (E.S.P.)

G.E.S.P.

        MENTALI

        INTELLETTUALI

        PSICHICI

        TELEPATIA

        CHIAROVEGGENZA

        PRECOGNIZIONE

        RETROCOGNIZIONE

NELLO SCHEMA SOPRA ACCENNATO BISOGNA TENERE CONTO DELLA PRIMA SIGLA CON CUI VENGONO ENUMERATI I FENOMENI PSI-COGNITIVI O DI ESP.

LA SIGLA -G.E.S.P.- CHE SIGNIFICA -GENERAL EXTRASENSORY PERCEPTION- E VIENE CITATA PERCHE’ SOTTO DI ESSA SONO COMPRESI TUTTI QUEI FENOMENI PER I QUALI NON SIA CERTA E SICURA L’ATTRIBUZIONE ALLE CATEGORIE DI TELEPATIA, CHIAROVEGGENZA, PRECOGNIZIONE E RETROCOGNIZIONE.

E’ INFATTI SPESSO DIFFICILE UNA CATALOGAZIONE PRECISA DI CERTI FENOMENI, IN QUANTO GLI STESSI FENOMENI POSSONO PRESENTARSI IN FORMA POCO CHIARA E CON MECCANISMO MISTO (TELEPATICO-CHIAROVEGGENTE, TELEPATICO-PRECOGNITIVO E SIMILARI).

QUANDO NON SI SIA PIU’ CHE CERTI DI AVERE UN FENOMENO RIGIDAMENTE TELEPATICO O CHIAROVEGGENTE O PRECOGNITIVO, PRUDENZA VUOLE CHE SI CATALOGHI QUESTO FENOMENO COME -G.E.S.P.-, INTENDENDO CON TALE LOCUZIONE LA ACCERTATA EXTRASENSORIALITA’ DEL FENOMENO, MA VOLENDO DI PROPOSITO NON PRONUNCIARSI SULLA CATALOGAZIONE DELLO STESSO PER QUANTO RIGUARDA IL SUO MECCANISMO DI PRESENTAZIONE O REALIZZAZIONE.

PUR CONTINUANDO A DESCRIVERE QUESTI FENOMENI A SE’ STANTI SI PUO’ RAGIONEVOLMENTE RITENERE CHE ESISTE UN’UNICA FACOLTA’ O CAPACITA’ ATTRIBUITA ALLA PSICHE PER LA QUALE UN ESSERE VIVENTE PUO’ METTERSI A CONTATTO, E QUINDI CONOSCERLO DIRETTAMENTE, CON OGNI EVENTO MENTALE O MATERIALE, SOGGETTIVO O OGGETTIVO, DEL PASSATO, DEL PRESENTE E DEL FUTURO E SENZA I LIMITI IMPOSTI DALLO SPAZIO O DALLE BARRIERE NATURALI.

LA TELEPATIA

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LA FORZA DELLA FORZA

LA FORZA DELLA FORZA – MARTE Ora diventa più facile percepire quanto è latente nelle forze.  

I Miti della civiltà ellenica sono sorgenti di suggerimenti. L’esploratore li deve considerare dal punto di vista, che si adatta alla sua natura di esploratore : possono allora presentarsi alla sua percezione aspetti nascosti e invisibili .

Si osservi l’immagine di Ercole. Egli rappresenta simbolicamente l’azione, perciò non è colui che agisce, ma piuttosto il verbo agire. Ogni azione implica in noi l’equivalente di un Ercole, che non deve essere considerato un Dio ma solo un “semidio”, un eroe. Si consideri la relazione fra verbo (azione) e la parola “eroe”. Si osservi anche un eroe deve seguire le regole degli Dei e che Marte è proprio un Dio. All’accorto osservatore le considerazioni fatte dovrebbero far apparire in modo più chiaro tanti aspetti latenti delle nostre percezioni.

Per l’Ercole che è in noi la forza è necessaria per agire. Ma agendo, con successo, ci si deve accorgere che in noi nasce la percezione di una forza ben più importante, implicita nel Significato di agire con una coerente forza interiore.

L’esploratore dovrebbe abituarsi a questo strano e difficile “doppio livello” dell’interiorità. Osservate bene : la forza di una azione genera in noi la Coscienza della forza. La forza della forza genera in noi il Significato della forza. Provate a vedere le cose da questo punto di vista.

Ci si dovrebbe accorgere, a questo punto, che si aprono davanti a noi gli sconfinati territori dei Significati, che non sono certamente quelli, molto più limitati, della Coscienza. Per il vero esploratore, quello che ha riconosciuto il Significato della sua vocazione, dovrebbe essere un giorno di grande gioia.

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DOLCE NELLA MEMORIA

Dolce nella memoria. Quando le campane cominciarono a squillare e cominciarono le onde del suono a dilatarsi intorno su le terre benedette, noi ci fermammo nel mezzo del sentiero. – È la Purificazione – disse Giacinta. Ave, Maria! Io ricordo: ella era tutta bianca, in una veste di lana quasi monacale. Le pieghe abbondavano su ‘l petto, le si stringevano fitte alla vita, le ricadevano libere fino ai piedi. Ella aveva nella pelle del collo, della nuca, delle tempie, sparso un colore dolce di oro, qualche cosa d’indefinibilmente aureo e trasparente, sotto la peluria a pena visibile. Su ‘l pallore delle guance le perle pendenti dalla conchiglia rosea dell’orecchio stillavano uno splendore vago, talvolta leggermente opaco. Era scoperta una parte della nuca, su cui fioriva una nebbia meravigliosa di capelli: il resto del collo era coperto dalla cravatta di velo bianco alta, sotto i giri delle perle: il resto dei capelli era fermato in un gran nodo fulvo e si diffondeva ai lati in una velatura di cipria che li faceva sembrare cinerei. Ricordo tutto. Ella disse: – Ave, Maria! – candidamente. Poi mi sorrise da quella bella bocca smisurata. E restammo un momento ad ascoltare le campane che suonavano nella grande solennità del mattino di febbraio. Eravamo in vicinanza di Fontanella. Su quelle alture li ultimi vapori bianchi si sollevavano dal suolo e si fondevano nell’aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillamento di brina recente. Tutto il terreno pareva cristallizzato, e su quel fondo mobile di splendori li alberi nudi sorgevano come fredde efflorescenze di pietra. Da un lato un gran mucchio d’alberi di fico grigi aveva delle forme mostruose di ramificazione. Rammento ancora che certi altri alberi dai rami numerosi e sottili, forse olmi, forse pioppi mi dettero l’impressione puerile di giganteschi millepiedi eretti su una estremità. Giacinta pregava; vedevo le sue labbra muoversi al proferire sommesso delle sillabe. Io la guardavo. Ella non era veramente bella, di una bellezza pura; nel sorriso la bocca le si allargava salendo ai lati verso i lobi degli orecchi, ma i denti avevano una nitidezza gemmea; li occhi avevano l’iride piccola e il globo grande addolcito da quella tinta lieve d’indaco che è comune nei bambini. Così mi piaceva. Già ella aveva messo nella mia puerizia vergine un turbamento, qualche cosa che somigliava un germe d’amore. Ella usciva dai sedici anni, donna. E dopo un momento disse: – Andiamo verso la chiesa. Camminavamo al fianco, pe ‘l sentiero rompendo a pena con qualche parola il silenzio. Da un lato si stendevano le vigne morte coi tralci rossi che aspettavano i tagli del ronco, poiché presentivano la primavera; dall’altro lato si allungavano i solchi di grano nell’infanzia verde e gentile. Quando sboccammo su la strada di Chieti, un branco di pecore ci guardò passare; le mansuete bestie nere e bianche stavano con la testa alta, con li orecchi rosei contro la luce, su l’erbe corte nell’idillio mattinale: e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capezzoli tra le zampe delle madri. Giacinta sorrise quasi teneramente, volgendosi; ella era pia. II. La chiesa stava in fondo a una strada protetta da uerci che avevano una gravità di patriarchi ed una età di numi. Di fuori gli scrostamenti dell’intonaco lasciavano vedere il mattone rossastro, si aprivano ai lati le finestre semilunari. Su la cuspide ottusa della facciata una croce di ferro tendeva le braccia. Era una chiesa di architettura semplice e rude, simile a quelle che i fanciulletti con poche linee tracciano sui margini dei libri odiosi. Si affacciavano attorno su la piazza le case dei coloni, i cumuli alti di paglia secca. Io conservo ancora un’impressione di colore; le pignatte di terracotta vermiglia su certi fusti d’albero contorti altissimi in quel cielo di un azzurro così spirituale. Ed ho ancora dinanzi la faccia cava di quella femmina malata che ci tese la mano per l’elemosina su la porta. Una faccia d’una tinta indefinibile, dove di vivo non restavano che due occhi tristemente glauchi di rospo solitario nell’ombra di un fazzoletto nero a piccoli fiori gialli legato sotto il mento. Una mano che faceva pensare alla palma pelosa dell’anatra. Entrammo nella chiesa io e Giacinta tra la folla. I contadini ossequienti ci lasciavano passare nella graveolenza dell’olio ch’essi portavan lucido ai capelli. Giungemmo nel mezzo; dove cominciava digradando verso l’altare, la mèsse delle cristiane inginocchiate, una gran mèsse varia di teste coperte dai fazzoletti di seta gialli, rossi, neri, a palle, a strisce, a fiorami. L’altare sorgeva intorno tutto fiammeggiante di ceri votivi, i cui raggi si rinfrangevano su le palme di zinco sottoposte, su le dorature false della custodia, su i fiori artificiali di fili d’argento e di lana. Presso l’altare, da una eminenza la Vergine sovrastava alla turba dei fedeli; la Regina delle Vergini, tutta bella nella veste di raso azzurro a ricami d’oro, tutta gloriosa nel diadema di metallo bianco a grosse pietre gemmanti, tutta illuminata dall’adorazione di quelle anime peccatrici che supplicavano il perdono. Io e Giacinta eravamo rimasti in piedi, stretti l’uno contro l’altra dalla pressione della folla, silenziosi, guardando. Nell’aria, già fatta tepida da tanti aliti umani, in mezzo alle esalazioni della turba nuotavano li odori acuti delle giunchiglie, delle viole e del rosmarino. Un chiarore cupo scendeva dalle finestre semilunari coperte di tende rosse. Non si udiva che il soffiare dei mantici su l’organo e a tratti quando uno apriva la porta per entrare, la voce lamentevole e rauca della mendicante malata. – Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam… – cominciò il prete a’ piedi dell’altare. Giacinta stava immobile, ascoltando. Ella sola era in mezzo a tutto quel tumulto di colori nella penombra; ella sola era diritta ed esile, emergente come un gran fiore d’acqua che si protenda verso la luce. Ed ella credeva, ella era pia. Accanto a noi, rammento, s’alzava una specie di tabernacolo di legno scuro, chiuso da tre vetrate, che custodiva il simulacro di San Rocco in gesso dipinto. Stavamo sotto la protezione del santo. Un cane barbone, accovacciato sopra il piedistallo, ergeva il muso verso il protettore; e il martire dalla barba nera, additando con la sinistra mano una piaga paonazza sul ginocchio nudo, con la destra sorreggendosi al bastone di pellegrino, guardava immobile nel vuoto con due occhi di vetro bianco forati. In cima al tabernacolo pendevano due piedi accoppiati e un braccio, formati rozzamente nella cera, rossicci come vere mutilazioni di membra d’uomini, ex voto. – Confitebor tibi in cithara, Deus, Deus meus! – seguitava il prete, con la voce cavernosa, a’ piedi dell’altare. L’organo in alto metteva degli accordi profondi ma sommessi, cambiando ad ogni momento il tono. Le canne lucenti dello strumento sorpassavano la sommità del baldacchino; e là dietro, nel coro, dallo strappo di una tendina apparve d’un tratto il sole e si allungò nell’aria in una striscia d’oro tutta formicolante di atomi. Una parte del Cristo crocefisso si disegnò scura su quella striscia gloriosa. – Gloria Patri. et Filio, et Spiritui Sancto… Tutta la turba si piegava in un raccoglimento e la gran voce dell’organo rispondendo dominava il canto rauco del prete. L’ombra era accresciuta dal contrasto del sole nel coro; cresceva il tepore alimentato dai fiati dei genuflessi, un tepore pesante che persuadeva la sonnolenza, che abbatteva li spiriti nella contemplazione inerte del dio. – Domine exaudi orationem meam. Io e Giacinta eravamo stretti l’uno contro l’altra, Una specie di affievolimento cominciava a prendermi, un calore intenso mi saliva alla faccia; aveva una sensazione strana di tutto quell’agglomeramento di uomini sopra cui passava l’onda della preghiera, nell’ombra rotta dai bagliori tremoli dell’altare. Io pure credevo; e dalla mia fede di fanciullo i suoni dell’organo sacri e l’odore dolce che emanava da Giacinta suscitavano delle visioni confuse, delle visioni infinite, di mezzo a cui, non so perché, fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia; il ricordo, per esempio, di tanti gigli dai grandi calici argentei che mi assopirono co ‘l profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella; il ricordo di un grappolo di nidi che io feci cadere con una canna dalla grondaia, una mattina di primavera, per rubare le piccole ova perlate alle rondini covanti. – Oremus te, Domine, per merita Sanctorum tuorum… E li accordi dell’organo misero un lungo fremito su tutte le teste. Giacinta s’inchinò. Io la tenevo per la mano. Ella era più alta di me; io le appoggiavo leggermente il mio capo su la spalla. Io non so quel che ella sentisse; ma la mia era una sensazione pura e mite; era un languore che mi saliva a poco a poco le vene, era quasi una tenerezza che mi vinceva l’anima e mi faceva piegare le ginocchia inconsciamente e piegare il capo. – Tu solus Dominus, tu solus Altissimus, Jesu Christe… Ci fu un movimento confuso in tutta la turba inginocchiata, ci fu su tutta la turba il passaggio rapido di qualche cosa di biancastro. Erano forse le mani che facevano il segno della croce dalla fronte al cuore. L’organo d’improvviso ascese alle voci acute, gittò nella navata un grande accordo gioioso d’Inno che attraversò tutte quelle anime come un fascio di raggi e le assunse al paradiso. Ma si sentì tra la folla il tintinnare delle monete di bronzo su ‘l piatto che il chierico portava in giro; poi si sentì in alto lo scorrere stridulo delle tendine rosse. Una gran luce piovve dall’alto; fu una emersione di colori, in basso, alla luce. – Kyrie, eleison. Christe, eleison, Kyrie, eleison. Cominciarono le voci nel coro, malferme, incerte; le voci delle bambine che non si vedevano. Parvero zampilli salire in quell’aria dove il sole di febbraio diffondeva una virginale beatitudine di nimbo, quasi una evanescenza di polviscoli biondi. Io chiusi li occhi, ebbi un lungo brivido di letizia, mi strinsi a Giacinta che seguiva a voce bassa la litania; e l’istinto dell’amore, che si andava determinando lentamente nel mio organismo di fanciullo, metteva in quella letizia mistica una vena lieve di desiderio sensuale. Io vedevo, a traverso le palpebre, un bagliore roseo, una gran selva rosea fiorire, a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre. – Sancta Maria, ora pro nobis! Le voci si facevano sicure e limpide; le cadenze dell’organo si seguitavano in tono minore. La turba aveva da prima un ondeggiamento di teste indistinto; poi, a poco a poco, trascinata dal cantico, stupefatta dal calore e dall’odore misto dell’incenso e dei fiori, a poco a poco, si protese in avanti, si protese verso la Vergine, con uno di quelli impeti ciechi che la superstizione dà alle anime semplici. La Vergine risplendeva nella luce superiore; avea la faccia bianca e impassibile, li occhi immoti e senza sguardo e in que’ globi di cristallo la fascinazione intensa che è solo nelli occhi delli idoli informi e dei pesci morti. – Virgo prudentissima. Virgo veneranda. Virgo predicanda… Allora tutte le voci irruppero; fu un gran cantico di tutte le voci, una grande elevazione di laudi nell’aria, in alto, verso la navata che coronavano i raggi del sole crescenti e i vapori del turribolo, in alto, in alto. – Rosa mystica. Turris Davidica. Turris eburnea… In alto! Una tenerezza infinita di amore invadeva la turba genuflessa, un soffio ardente e dolce passava sopra tutte le teste e le prostrava nella preghiera su ‘l pavimento. – Consolatrix afflictorum, ora pro nobis! Giacinta cantava anch’ella, reclinata, con un rossore spirituale su ‘l volto, con lucidi li occhi, vibrando come uno strumento sonoro. Io non avevo piegato le ginocchia, non v’era spazio intorno a me; ma una specie di sbigottimento folle mi teneva, perché io solo soprastavo a tutti li altri in giro, e quelle creature umane così prostrate e così ciecamente imploranti, quella vivente massa di materia da cui irrompeva un così alto inno di passione quasi inconsciamente, e quel sole che empiva la navata e qua e là s’abbatteva su i dorsi, e quei vapori strani ora nauseanti ed ora celesti, e sopra tutte le cose quella madonna immobile e rigida, quei santi immobili e rigidi guardanti nel vuoto, mi davano uno spettacolo pauroso, mi sconvolgevano la piccola anima incolta. E l’inno cresceva, le litanie ascendevano; pareva che al lungo fremito le canne dell’organo scoppiassero. – Regina virginum. Regina Sanctorum omnium, ora pro nobis! L’agnello di Dio veniva ora nel cantico, l’agnello di Dio che scancella i peccati del mondo. Era l’ultima elevazione delle laudi. – Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix! L’organo cessò; si propagò il rombo della navata, e il rombo cessò. Si faceva nella chiesa un silenzio, dove i credenti ancora prostrati respiravano gravemente. Poi tutte le fronti si rialzarono, tutte le mani si levarono nel segno della Croce; un bisbiglio corse nella turba; dalla porta aperta entrò un’ondata di aria libera purificatrice. Dal coro venivano voci rotte; dietro l’altare si vedeva un ondeggiamento confuso di stendardi. Io e Giacinta eravamo ancora sotto il tabernacolo di San Rocco. Quando sollevai li occhi verso di lei, ella mi sorrise; ma io non so ora fermare nelle parole quel sorriso: fu come il passaggio di qualche cosa di benigno e di luminoso su la sua faccia che restò triste; non fu un moto della bocca né delli occhi, no; parve, ecco, quasi un bagliore che accendesse il profilo pensoso di una statua bianca; no, neppure; io non trovo la frase. Restammo dopo in silenzio, aspettando che dalla sacrestia cominciasse a svolgersi la processione. Alla porta, su lo spiazzo, un gruppo di uomini vociferava: si metteva all’incanto la gloria di portare su li omeri il peso dell’immagine di Maria. – Cinque carlini! Un ducato! Due ducati!… La turba aspettava. Quasi tutte le femmine le mani incrociate su ‘l ventre e nelli occhi uno stupidimento smorto; li uomini guardavano verso la porta, con un mormorìo. In mezzo a loro, nel solco lasciato libero, su ‘l pavimento cominciò a muoversi una massa incerta, nerastra, un mucchio di cenci, e a strisciare lentamente verso l’altare. – Due ducati! tre ducati! Da quel mucchio di cenci usciva una testa umana, come dal guscio di una testuggine sbuca la testa verdastra tentennando. Era la mendicante malata; io la riconobbi con un brivido di ribrezzo, perché ella non aveva più il fazzoletto che la coprisse: appariva un cranio deforme, pieno di rosicchiature simile a un teschio dissotterrato dove ancora rimanesse qualche ciocca di capelli grigi e qualche avanzo di cotenna rossiccia. E quel cranio veniva innanzi su ‘l pavimento, sospinto dal corpo che le palme delle mani e le ginocchia sorreggevano. – Tre ducati! tre ducati e mezzo! La mendicante faceva tante croci con la lingua su i mattoni, in gloria di Maria; voleva andare sino ai piedi di Maria; voleva essere degna di baciarle il lembo della veste. Raccoglieva le forze, contraendosi, puntando le dita dei piedi scalzi. Dai due lati del solco la gente guardava con l’indifferenza di chi è avvezzo a uno spettacolo di orrore. Ma sopraggiunse un uomo alto, vestito di una cappa turchina, con un gran naso adunco, iroso; percosse col piede la mendicante, la rialzò brutalmente da terra, la trascinò fuori della porta: – Via! via! – Tre ducati e mezzo! quattro ducati! L’incanto era finito. Dietro la sacrestia cominciò a squillare il campanello; poi, d’un tratto, un grande scoppio di campane in alto fece tremare la chiesa dalle fondamenta. E i primi stendardi si mossero orizzontali, uscirono all’aria, si raddrizzarono e sventolarono; erano due stendardi violacei con le trine d’argento. Din don! din don! Si mossero gl’incappati azzurri, con i ceri accesi, a due a due, in fila. Din don, din don dan! Si mosse un terzo stendardo, altissimo, di scarlatto cupo orlato d’oro, con una palla d’oro in cima all’asta. Din don dan! Si mosse il Cristo gigantesco, inchiodato su la croce, tutto chiazzato di lividure e di sangue, portato su la bocca dello stomaco da un uomo mambruto sorretto da due altri ai lati. Din don, don don! Gli strumenti d’ottone cominciarono una marcia trionfale; i mortaletti saltarono. Si moveva alfine la Vergine delle Vergini, la Stella mattutina, la Torre d’avorio, in mezzo alle grida del suo popolo, e usciva al sole, usciva a spargere la benedizione su tutte le campagne seminate. – Alleluja! alleluja! La turba delle femmine e delli uomini trascinata seguiva lo scintillare e l’ondeggiare del manto in alto. Li stendardi investiti dal vento sbattevano e si attorcigliavano alle aste. Nella strada la polvere si sollevava a buffi involgendo tutta la pompa. Il baldacchino rosso oscillava su i quattro sostegni dorati, minacciando i preti cantori. Io e Giacinta vedemmo allontanarsi la processione tra le querci patriarcali, vedemmo li ultimi sventolamenti violacei nell’aria chiara, vedemmo brillare la croce su ‘l diadema della Madonna, perdersi poi tutte quelle forme mobili nel fiammeggiamento del sole che proteggeva la campagna deserta… – FINE –
Edizione HTML a cura di: mailto:%20toniolo@iol.it Ultimo Aggiornamento: 13/01/02 21:05
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LA QUADRATURA DEL CERCHIO

LA QUADRATURA DEL CERCHIO

del Fr.Massimo Zappia

mazappi@tin.it

Indice

    Quadrati e Cerchi

    Mondo Antico

    Tradizione islamica

    Tradizione cristiana

    Estremo oriente e India

    Quadrato, ottagono e cerchio

    Conclusioni

    Appendici

QUADRATURA : l’operazione, il fatto di quadrare, di ridurre a forma quadrata; con riferimento all’uso estensivo e figurato riportiamo dal Pirandello ” s’era sentita a posto in quella casa di contadini arricchiti, ove tutto aveva la solida quadratura dell’antica vita patriarcale “.

Quadrati e Cerchi

Tra i problemi classici della Geometria il più antico è certamente quello della quadratura del cerchio: esso dovette presentarsi alla mente umana fin dai tempi più remoti, suggerito dai numerosi esempi di figure circolari offerti dalla natura stessa.

Esso si può enunciare in modo completo così:

DATO UN CERCHIO, DETERMINARE IL LATO DI UN QUADRATO AVENTE AREA UGUALE A QUELLA DEL CERCHIO DATO.

Benché semplice nella sua enunciazione, in geometria questo problema non è risolubile in modo elementare con il solo uso della riga e del compasso. Si rimanda alla lettura dell’appendice A per una più ampia trattazione del teorema.

Può, però, questo problema trovare soluzioni se affrontato con un diverso approccio; le scuole filosofiche, gli uomini di pensiero, le varie società esoteriche, trattarono l’argomento cercando di risolvere ciò che elementarmente non era possibile?

Certamente il tentativo è stato effettuato più di una volta e probabilmente qualcuno arrivò alla soluzione.

“Nessuno entra qui se non è un geometra ” questo l’avvertimento che allontanava dalla scuola di Platone i semplici ascoltatori, impreparati a pensare da soli.

La geometria del geniale filosofo non era, infatti, quella di Euclide ma si trattava di una geometria più sottile nella sua spiritualità, di un arte piuttosto che di una scienza, consistente nel ricollegare le idee alle forme e nel leggere i segni fatti di linee come le figure dei geometri.

Due delle figure più frequenti e più universalmente usate nel linguaggio dei simboli sono il quadrato e il cerchio, insieme al centro e alla croce.

Esiste una immagine quale il pentacolo del Rebis trasmesso da Basilio Valentino dove si distingue un cerchio nel quale sono inscritti una croce, un triangolo ed un quadrato.

Sono appunto questi gli elementi base dell’ideografismo ermetico ed alchemico. L’ideogramma alchemico di Uno il Tutto è il cerchio; linea o movimento che si conchiude in se stesso e che in se stesso ha principio e fine. Nell’ermetismo questo simbolo esprime l’universo e, simultaneamente la Grande Opera.

Il quadrato è il simbolo della terra, in opposizione al cielo, ma è anche, ad un altro livello, il simbolo dell’universo creato, terra e cielo, in opposizione al non-creato e al creatore; è l’antitesi del trascendente. Il quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l’arresto o l’istante isolato. Il quadrato implica un’idea di stagnazione e di solidificazione, oppure di stabilizzazione . Mentre il movimento scorrevole è circolare e rotondo, l’arresto e la stabilità sono associati a figure angolose, con linee dure e a sbalzi.

Per gli alchimisti e gli ermetisti il quadrato, sormontato dalla croce simboleggiava la pietra filosofale.

Abù Ya’qub dice della tetrade, numero del quadrato, che è il numero più perfetto : il numero dell’intelligenza e il numero delle consonanti del Nome divino (‘llh).

La simbologia del quadrato e quella del numero quattro sono spesso associate. Gli Ebrei facevano del Tetragramma il Nome impronunciabile della Divinità (Jhwh). I Pitagorici facevano della tetraktys (e anche del quadrato di quattro, cioè sedici) la base della loro dottrina.

René Guenon ( Simboli della scienza sacra, edizione Adelphi Milano) riferendosi alla Tetractys Pitagorica osserva che il quadrato è sempre dovunque considerato il numero della Manifestazione Universale nel concetto del Quadrato Perfetto; la formula Pitagorica 1+2+3+4=10 è la circolatura del quadrante e l’inverso 10=1+2+3+4 esprime numericamente la divisione quaternaria del cerchio, cioè il problema ermetico della Quadratura del Cerchio concepibile come massima perfezione umana.

Giordano Bruno nel De Monade scrive ” per monadem, diadem, triadem decas exit. Et tetrade est primum solidi natua reperta. Primus pariter quadrangulus est par, justitiaeque typus. Et quamquam ipse Deus triades numero impare gaudet. Per tetradem cunctis tamem ipsum se explicat alte “. ( appendice N )

Il numero quattro è dunque , in certo modo , il numero della perfezione divina; più in generale , è il numero dello sviluppo completo della manifestazione, il simbolo del mondo stabilizzato.

Questo sviluppo si effettua, partendo dal centro immobile, secondo la croce nelle direzioni cardinali che, nel quadrato, è l’espressione dinamica del quattro.

La manifestazione solidificata viene espressa dal solo quadrato, il cui sviluppo va di pari passo a quello delle civiltà sedentarie. Il cerchio simbolo dell’animazione, è d’altra parte la forma abituale dei santuari presso i popoli nomadi, mentre il quadrato è la forma dei templi presso i popoli stanziali.

Il cubo, ancora più del quadrato, è il simbolo della solidificazione e dell’arresto dello sviluppo ciclico perché, determina e fissa lo spazio nelle sue tre dimensioni. Corrisponde all’elemento minerale, al polo sostanziale della manifestazione. La pietra cubica del simbolismo massonico implica il concetto di compimento e di perfezione. Il concetto di base di fondamento o di stabilità non è estraneo neppure al simbolismo, della Ka’ba della Mecca che è una pietra cubica.

Le età del mondo, la vita umana e i mesi lunari sono ritmati sul numero quattro, mentre le quattro fasi del movimento ciclico vengono espresse dal cerchio; la divisione con la croce di due diametri perpendicolari è la vera quadratura del cerchio. Parliamo del simbolo cristiano del gammadion , (in pratica, un quadrato che racchiude una croce) che è la sintesi di due aspetti del numero quattro: la croce raffigura Cristo circondato dai quattro Evangelisti, o dai quattro animali che ne sono emblemi.

Il cerchio è il segno dell’Unità del principio e di quella del Cielo e, come tale, ne indica l’attività e i movimenti ciclici.

E’ lo sviluppo del punto centrale, la sua manifestazione: tutti i punti della circonferenza si ritrovano al centro del cerchio, che è il loro principio e la loro fine scrive Proclo.

Secondo Plotino il centro è il padre del cerchio e secondo Angelus Silesius il punto ha contenuto il cerchio. Numerosi autori applicano questo stesso paragone del centro e del cerchio a Dio e alla Creazione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Il cerchio può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio.

Il cerchio è la figura dei cicli celesti – soprattutto delle rivoluzioni planetarie – e del ciclo annuale raffigurato dallo Zodiaco.

E’ caratteristico della tendenza espansiva ed è il segno dell’armonia; per questo le norme architettoniche sono spesso stabilite sulla divisione del cerchio.

Perché‚ il cielo si muove con un movimento circolare, chiede Plotino; perché‚ imita l’intelligenza è la sua risposta. Il simbolismo dello zodiaco si ritrova in altri irraggiamenti simili intorno al Centro solare: i dodici Aditya, i Cavalieri della Tavola Rotonda, il Consiglio circolare del Dalai Lama.

La forma primordiale non è tanto il cerchio quanto la sfera, rappresentazione dell’Uovo del Mondo, ma il cerchio è la coppa o la proiezione della sfera. Il Paradiso terrestre era circolare. Il passaggio dal quadrato al cerchio, ad esempio nel mandala, rappresenta il passaggio dalla cristallizzazione spaziale al nirvana, all’indeterminazione del principio, passaggio dalla Terra al Cielo, secondo la terminologia cinese.

Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa si che esso possa rappresentare il tempo, il quale, a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri. Il cerchio può rappresentare anche il cielo , dal movimento circolare e inalterabile.

A un altro livello interpretativo, il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente, il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra, In questo contesto, il cerchio rappresenta l’attività del cielo, il suo inserimento dinamico nel cosmo, la sua causalità, la sua esemplarità e il suo ruolo provvidenziale, in questo modo si ricollega ai simboli della divinità china sulla creazione, di cui produce, regola e ordina la vita.

Il simbolismo non è però sempre così semplice: l’immutabilità celeste trova la sua espressione anche nel quadrato e le mutazioni terrene nel cerchio , ed entrambi gli aspetti sono utilizzati nell’architettura indù tradizionale di cui si é potuto dire che si riassumeva nella trasformazione del cerchio in quadrato e del quadrato in cerchio.

Il Burckhardt (L’arte sacra in oriente ed occidente Ed. Rusconi Milano) osserva che per i popoli nomadi il Santuario per la divinità era concepito circolare, come la loro tenda od il nurago o il trullo.

Per delimitare il Santuario essi fissavano un bastone nel terreno e concepivano il bastone come asse del mondo ed ogni punto sella superfice terrestre era concepito corrispondente a tale asse. Con un filo legato al bastone ruotando formavano il cerchio, trasfigurazione del cielo e del cosmo.

Per i popoli sedentari, continua il Burckhardt, invece il santuario, concepito come tempio, era quadrato ed esprimeva la legge definitiva ed immutabile. Così a qualunque tradizione appartenga ogni architettura sacra ( e non aggiungiamo noi ) può ridursi al tema fondamentale della trasformazione del cerchio in quadrato come posto in particolare evidenza nella genesi del tempio induista.

L’accostamento architettonico era espresso innanzitutto dall’orientamento dell’edificio che veniva eseguita con regole antichissime. ( dalle piramidi a Stonehenge, da Pitagora a Vitruvio ). Per questa operazione di orientamento si usava un bastone ed una corda nel modo sopra descritto; ma il bastone con la sua ombra, proiettata nel cerchio, indicava le posizioni del mattino e della sera e quindi sul terreno si determinavano i punti est-ovest e da tale asse si tracciavano cerchi gemelli intersecantesi per segnare l’asse nord-sud e con altri cerchi si fissavano i quattro angoli del quadrato, cioè la quadratura del ciclo solare; ovvero questa era l’operazione di quadratura del cerchio (confronta il Ragghianti nel suo libro L’arte bizantina e romanica).

L’usanza antica di fondare una città tracciando un solco circolare e poi tracciare al suo interno un quadrato può anche essere collegata alla simbologia delle rote e dei mandala.

(E. Bonvicini Esoterismo nella massoneria antica Ed. Atanor)

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Mondo Antico

Gli egiziani credevano che molto tempo prima della loro civiltà gli dei avessero stabilito il sistema dell’ordine cosmico e l’avessero trasferito sulla loro terra. Una razza di dei aveva governato l’Egitto per molti millenni prima di affidarlo alla loro linea mortale, eppure divina dei faraoni.

Qualcuno ora ipotizza che a ricordo di questo furono costruite le tre piramidi di Giza la cui disposizione e dimensione corrispondono alle stelle della cintura di Orione ( Al Nitak, Al Nilam, Al Mintaka); ovvero le costruirono sulla terra come una immagine di ciò che esisteva nel cielo. (leggi appendice D sulle piramidi)

Platone considerava il quadrato e il cerchio come assolutamente belli in sé; secondo il grande pensatore il quattro si riferisce alla materializzazione delle idee e il tre all’idea stessa: il secondo esprime le essenze e il primo i fenomeni, l’uno lo spirito e l’altro la materia.

Mentre il tre deriva dalla simbologia della verticale, il quattro appartiene a quella dell’orizzontale.

Uno unisce i tre mondi e l’altro li separa, considerandoli ciascuno al suo livello.

Secondo Plutarco, i pitagorici affermavano che il quadrato riuniva la potenza di Rhea, di Afrodite, di Demetra, di Hestia e di Hera.

Commentando questo passo, Mario Meunier precisa: “Il quadrato significa che Rhea, la madre degli dei, la fonte della durata, si manifestava attraverso le modificazioni dei quattro elementi simbolizzati da Afrodite, che era l’acqua generatrice, da Hestia, che era il fuoco, da Demetra che era la terra e da Hera che era l’aria”.

Il quadrato rappresenterà la sintesi degli elementi.

Dai quattro elementi di Democrito passiamo alla sfinge tetramorfa, ai quattro animali sistemati intorno al trono nell’Apocalisse di San Giovanni, alla carta dei tarocchi che raffigura il mondo, alla profezia di Ezechiele, ai quattro evangelisti e alla loro raffigurazione nella chiesa superiore di San Francesco in Assise, e a gran parte della iconografia cristiana; possiamo, quindi, fare questi accostamenti:

Terra – Toro – San Luca – Lavoro – Resistenza – Tacere

Acqua – Uomo – San Matteo – Vita – Luce – Sapere

Fuoco – Leone – San Marco – Azione – Forza – Volere

Aria – Aquila – San Giovanni – Intelligenza – Spirito – Osare

Molti spazi sacri hanno una forma quadrangolare: altari, templi, città ed accampamenti militari. La forma quadrangolare viene adottata per delimitare numerosi luoghi come la piazza pubblica di Atene. Spesso questo quadrato è inscritto in un cerchio, sommità di una collina rotonda, come per gli accampamenti e per i templi oppure in fondo a un cerchio di colline, come per Roma.

Secondo la versione di Plutarco sulla fondazione di Roma essa venne insegnata a Romolo dagli Etruschi come nei misteri. Si scavò dapprima una fossa rotonda, dove vennero gettate le offerte e che ricevette il nome di mund (cioè cosmo). Il mundus era considerato il centro che collega la città al mondo degli spiriti, cosi come il cordone ombelicale collega il bambino alla madre.

La città aveva una forma circolare , anche se Roma viene chiamata dagli antichi urbs quadrata e Plutarco stesso la chiama Roma quadrata, affermando inoltre che essa era al tempo stesso un cerchio e un quadrato. Secondo una teoria la parola quadrata significa quadripartita, cioè la città circolare era divisa in quattro parti da due arterie, il cui punto di intersezione coincideva con il mundus. Nella lingua dell’antico Egitto l’ideogramma che veniva usato per la parola città era un cerchio con due strade che si incrociavano disegnate all’interno.

(Egyptian Grammar by Sir Alan Gardiner printed at Oxford University)

Secondo un’altra teoria, la contraddizione va intesa soltanto come simbolo, cioè come la rappresentazione visiva del problema matematico insolubile della quadratura del cerchio.

Va ricordato anche che nell’Oriente antico, presso i Babilonesi, il quadrato veniva usato per indicare il totale di un conto ed esprimeva l’idea di riunire entro un limite, corrispondendo così a un limite terrestre. Esso sembra un simbolo meno antico del cerchio e forse ne è una derivazione, in ogni modo cerchio e quadrato esprimono un totale, ma il quadrato serve anche ad esprimere un’idea di limite.

Fin dalla più remota antichità, il cerchio è servito a indicare la totalità e la perfezione e a inglobare il tempo per misurarlo meglio; Nella Bassa Mesopotania lo zero è il numero perfetto, che esprime il tutto, e dunque l’universo; il cerchio diviso in gradi, rappresenta il tempo; i Babilonesi l’hanno utilizzato per misurarlo, l’hanno suddiviso in 360°e scomposto in sei segmenti di 60°, il suo nome (shar) indicava l’universo, il cosmo. La speculazione religiosa babilonese ne ha ricavato in seguito il concetto di tempo infinito, ciclico e universale che si è trasmesso nell’antichità ad esempio nell’epoca greca attraverso l’immagine del serpente che si morde coda (v. UROBOROS). Il sole e l’oro, immagini del sole, sono indicate con un cerchio. Nell’antichità il piano circolare è associato al culto del fuoco , degli eroi e della divinità. Il cerchio esprime l’eterno soffio della divinità, che agisce continuamente e in tutti i sensi Il tondo possiede un senso universale rappresentato dal globo e la sfericità, sia dell’universo che della testa dell’uomo, é indizio di perfezione. Platone rappresenta la psiche con una sfera e già presso i Babilonesi troviamo questo complesso cielo-terra espresso dal cerchio e dal quadrato : il quadrato inscrive un limite il cerchio esprime l’illimitato.

Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio , è un’immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sè, mentre il quadrato è il simbolo della materia terrena, del corpo e della realtà.

Nel mondo celtico , il cerchio ha una funzione e un valore magico. Cuchulainn incide un’iscrizione in lettere ogamiche su un cerchio di legno (fatto con un ramo ricurvo) per fermare l’esercito irlandese che invade l’Ulster. Il cerchio viene fissato a un pilastro e ingiunge, a chiunque legga l’iscrizione, di non oltrepassarlo senza accettare un singolar tenzone. Il cerchio simbolizza dunque un limite magico invalicabile. Il cerchio ha applicazioni religiose immediate: il grande idolo d’lrlanda, secondo i testi agiografici, è circondato da altre dodici pietre di minore grandezza disposte in cerchio.

I templi circolari gallo-romani sono inscritti in un quadrato e rappresentano le interrelazioni fra il cielo e la terra.

Vercingetorige, al momento della resa, descrisse a cavallo un gran cerchio intorno a Cesare, il simbolismo del cerchio é duplice, magico e celeste.

In un disegno di arte Vichinga della Norvegia si vede l’immagine pura dell’uomo spiritualizzato senza essere disincarnato.

Il cubo centrale, con i suoi quadrati le sue scacchiere, le sue squadre e i suoi punti, dà un’idea di questo mondo materiale e creato, limitato e inscritto nel tempo e nello spazio. L’ovale della testa, le curve delle arcate sopraccigliari, i salienti delle labbra e la mandorla degli occhi rappresentano il non-creato, la concentrazione , lo spirituale. La sovrapposizione dei due volumi indica le relazioni fra il cielo e la terra, fra il trascendente, e l’immanente, relazioni che tendono verso un’unione nell’uomo. Possiamo vedere in questo caso: l’immagine dinamica di una dialettica fra il celeste trascendente a cui l’uomo aspira naturalmente e il terrestre in cui si trova attualmente.(de Champeaux G.,Sterckx S., Introduction au monde des symboles,Parigi 1966)

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Tradizione islamica

Nella tradizione islamica, la forma circolare è considerata come la più perfetta di tutte ed è per questo che i poeti dicono che il cerchio formato dalla bocca è la forma più bella in quanto è completamente rotonda.

Raccolto in se stesso , senza inizio ne fine, compiuto e perfetto, il cerchio è il segno dell’assoluto.

Il quadrato e la tetrade occupano un posto ugualmente importante nelle tradizioni dell’Islam. Il simbolo supremo dell’Islam è la Ka’ba, un blocco quadrato; esso esprime il numero quattro, che è il numero della stabilità.

Se si rappresenta l’Islam come un edificio, possiamo dire che il tetto è il riconoscimento dell’unicità di Dio, mentre i quattro pilastri sono la preghiera rituale, la tassa, il digiuno annuale e il pellegrinaggio alla casa di Dio. Alla Mecca, il cubo nero della Ka’ba si erge in uno spazio circolare bianco, e la processione dei pellegrini, rito fondamentale del Pellegrinaggio, è essenzialmente costituito da dei giri intorno al quadrilatero e traccia, intorno al cubo nero, un cerchio di preghiera ininterrotta. Anche in occasione di una nascita c’è l’usanza di compiere il giro dei mausolei dei santi, delle moschee o del luogo dove si è svolto un sacrificio.

Il concetto di unicità monolitica è quindi simbolizzato dalla Ka’ba; in origine questa parola significava tanto essere quadrato che essere tondo; è significativo che anche la sua forma si presti a questo duplice significato , perché una parte è cubica e l’altra semisferica.

La Ka’ba ha quattro linee che vanno dal centro ai quattro angoli; è orientata sull’asse di quattro punti cardinali; i quattro ango1i della Ka’ba hanno nomi distinti. Un manoscritto arabo mostra la Pietra Nera della Ka’ba portata nel santuario da quattro capitribù posti ai quattro angoli di un tappeto. D’altronde, molto prima dell’Islam, la Mecca si chiamava Madre delle Città. Nella letteratura popolare viene chiamata anche ombelico della terra, come l’omphalos di Delfi. Ibn Al’ Arabi osserva che la Ka’ba costituisce l’equivalente sulla terra del Trono di Dio, intorno al quale girano gli angeli (Corano, 29, 75). Il cuore dell’uomo, dice questo autore, è la casa di Dio, più nobile, e più importante della Ka’ba stessa. Il cuore degli uomini ordinari è quadrato, perché essi hanno quattro possibilità d’ispirazione: divina, angelica, umana e diabolica; il cuore dei profeti ha invece soltanto tre lati, perché essi sono estranei a ogni tentazione diabolica. Analogamente la Ka’ba, che ha apparentemente quattro lati, in realtà ne ha soltanto tre, se si tiene conto della parte semicircolare che sta di fronte a un lato.

Anche la casa araba è quadrata , come la qubbah, il mausoleo a cupola innalzato sulla tomba dei santi musulmani. Il mausoleo cubico rappresenta la terra o il corpo , con i suoi quattro elementi, e la cupola il cielo o lo spirito.

Per l’architettura islamica, il problema consisteva nel passare dal quadrato al cerchio, dato che il luogo di riunione dei fedeli è una sala quadrata, ma solo una cupola è degna di rappresentare l’incommensurabile grandezza divina. Ritroviamo dunque ai due livelli, architettonico e rituale, la congiunzione quadrato cerchio che era già implicita nell’etimologia.

La danza circolare dei dervisci mawlaiyya (mevlevi), detti dervisci giranti, è ispirata a questo simbolismo cosmico: imitano il giro dei pianeti intorno al sole, il vortice di tutto ciò che si muove ma anche la ricerca di Dio, rappresentato dal sole. Il loro fondatore, il massimo poeta del Sufismo, ha celebrato questa circumambulazione dell’anima “ho girato, scrive, con i nove padri (i pianeti) in ogni cielo. Per anni ho girato insieme alle stelle”

Il neo-platonismo paragona Dio ad un cerchio, il cui centro è dappertutto e questo tema lo si trova anche nel Sufismo soprattutto nel Mathavi di Jalal Al-Din Rumi, nel Roseto dei Segreti di Mahmud Shabastarid. Rumì contrappone la circonferenza materiale del mondo fenomenico al Cerchio dell’Essere assoluto, affermando inoltre che, se si aprisse un granello di polvere vi troveremmo un sole e dei pianeti che girano intorno.

Anche il Trono di Dio è rappresentato con una base circolare: è l’orizzonte supremo, Khatt al-istima, di cui Maometto ha fatto il giro nel Mi’raj in due gettate d’arco. L’estasi maomettana è consistita dunque nel fare il giro dell’inaccessibilità di Dio

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Tradizione cristiana

Anche nella tradizione cristiana il quadrato, data l’uguaglianza dei suoi quattro lati, rappresenta il cosmo; i suoi quattro pilastri d’angolo indicano i quattro elementi. Il cerchio e il quadrato rappresentano i due aspetti fondamentali di Dio: l’unità è la manifestazione divina. Il cerchio esprime il celeste, il quadrato il terrestre , non in quanto opposto al celeste ma in quanto creato; nei rapporti fra il cerchio e il quadrato esiste una distinzione e una conciliazione: il cerchio sarà per il quadrato ciò che il cielo è per la terra e l’eternità per il tempo, ma il quadrato si inscrive in un cerchio vale a dire la terra è dipendente dal cielo. Il quadrato non è altro che la perfezione della sfera su un piano terrestre. Per i cristiani il Cristo rappresenta l’umanità, egli verrà considerato come l’uomo quadrato per eccellenza. Da ciò non solo derivò la costruzione delle chiese ad quadratum ma anche l’uso di porre nelle chiese la Pietra Angolare come simbolo di Cristo Gesù, come si legge nella lettera di S.Paolo agli Efesini ( … Pietra maestra angolare essendo lo stesso Cristo Gesù sopra di cui l’edificio tutto insieme connesso si innalza in tempio santo del Signore … capitolo II,20)

A tale riguardo Marie Madeleine Davy nel suo libro sul simbolismo mediovale scrive che Villard de Honnecourt, architetto che nel XIII secolo compose una raccolta di numerosi disegni stilizzati, ci dà la pianta di una chiesa cistercense del XII secolo, tracciata ad quadratum.

Questa pianta presenta delle analogie con le misure del Microcosmo, cioè dell’uomo, secondo Santa Ildegarda. L’uomo di Santa Ildegarda, con i piedi uniti e le braccia tese, ha cinque misure uguali nel senso della larghezza e della lunghezza; le dimensioni dettagliate nel senso della lunghezza e della larghezza vengono rappresentate da quadrati. Una chiesa, ad quadratum si inscrive in un rettangolo; la sua lunghezza si compone di tre quadrati e la sua larghezza di due quadrati di uguale misura.

La pianta della chiesa cistercense ha 12 misure uguali nel senso della lunghezza e otto nel senso della larghezza, cioè si ha il rapporto dodici ottavi che è uguale a tre mezzi.

Le chiese quadrate sono numerose in Gran Bretagna, come la cattedrale di Oxford, la chiesa di Ramsey o di Saint Cross, le chiese cistercensi in Gran Bretagna sono tutte quadrate, il tempio del Graal è quadrato.

In Germania la maggior parte delle chiese con abside quadrata derivano dalla chiesa cistercense di Morimond; in Francia le chiese quadrate sono cistercensi e hanno capocroci piatti, fiancheggiati da quattro, sei o otto cappelle quadrate; i deambulatori sono rettangolari. Così a Fontenay secondogenita di Chiaravalle e fondata da san Bernardo nel 1118, si aprono sul transetto delle cappelle quadrate o rettangolari; analogamente a Pontigny (1114), a Noirlac (1136) e a Escale-Dieu (1142), che riproduce la pianta di Fontenay.

La cattedrale di Laon presenta un capocroce quadrato; il coro della chiesa di Brinay è rettangolare . In tutte le chiese primitive cistercensi il capocroce è quadrato, ma nelle chiese costruite alla fine del XII e nel XIII secolo, l’abside diventa poligonale. Da notare che la chiesa di San Vincenzo ed Anastasio, vicino a San Paolo delle Tre Fontane a Roma, fu donata a San Bernardo nel 1140 e, molto probabilmente, ricostruita a quell’epoca con un capocroce quadrato. E’ tutta una spiritualità che si inscrive simbolicamente in queste forme quadrate della stabilità, di una stabilità da interiorizzare.

Nella Guida dei Pellegrini a San Giacomo di Compostella l’autore paragona la chiesa a un organismo umano, in cui la navata maggiore è simile a un corpo di cui i transetti costituiscono le braccia; le dimensioni vengono calcolate in funzione delle misure umane. L’uomo quadrato, con le braccia tese ed i piedi giunti, indica i quattro punti cardinali e in essi troviamo riuniti il significato della croce e delle quattro dimensioni che esso implica. Gli autori medievali, che amano i paragoni, ricollegano all’uomo quadrato i quattro vangeli, i quattro fiumi del Paradiso. Thierry di Chartres dice che l’unità è alla base stessa del quadrato, perché viene ripetuta quattro volte.

Secondo Denys le Chartreux (Dionisio il Certosino) il quadrato va esaminato nel suo aspetto allegorico: i corpi quadrati, a suo parere non sono destinati alla rotazione come i corpi sferici, e del resto, il quadrato presenta un carattere stabile. Nel Medioevo vengono costruite città quadrate: Sainte-Foy, Montpazier ecc.

Nella composizione architettonica è importante mantenere la simmetria e la proporzione. La chiesa romanica si ispira al Tempio che, secondo la tradizione, rappresenta nelle sue proporzioni il tempio dell’uomo e le sue dimensioni possono inscriversi in un quadrato. La chiesa romanica non è solamente ad quadratum, secondo la pianta della chiesa cistercense pubblicata nell’album di Villard de Honnecourt, a volte è tonda e, in questo caso, ci troviamo di fronte a un altro simbolo: passiamo infatti dallo spazio-tempo al cielo dell’eternità. Il cerchio non é presente nelle costruzioni bibliche ma é di origine bizantina; sul piano architettonico ha preceduto la cupola e, infatti, le chiese romaniche, riproducenti il Santo Sepolcro di Gerusalemme, hanno una forma arrotondata, come le chiese costruite dai Templari o le abbazie di Charroux e di Fontevrault. L’abside delle chiese romaniche presenta una semi-cupola.

Nell’iconografia cristiana, il motivo del cerchio rappresenta l’eternità; tre cerchi saldati evocano la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Santo Sepolcro di Gerusalemme voleva evocare la grande volta dell’universo che l’uomo rappresenta con la sua calotta cranica. Onorio d’Autun riprende questa duplice divisione parlando di chiesa a croce e di chiesa tonda, usando tanto la terminologia usuale che il senso simbolico implicito.

Se la chiesa nel suo insieme ha la forma di una croce latina, come avviene il più delle volte, conviene notare che tale croce può essere ottenuta sviluppando un cubo le cui facce siano stese sul piano di base; la faccia di base, che rimane nella posizione iniziale, corrisponde alla parte centrale sopra cui s’innalza la cupola.

Secondo il Burckhardt per i Padri della Chiesa l’edificio sacro rappresenta innanzitutto il Cristo, come divinità manifestata sulla terra; al medesimo tempo rappresenta l’Universo costituito da sostanze visibili ed invisibili, infine l’uomo e le sue diverse parti.

La chiesa non è più il punto di partenza dell’evoluzione spirituale, ma ne rappresenta il punto finale supremo.

La chiesa romanica presenta l’immagine dell’uomo ma offre prima di tutto il simbolo del1’uomo perfetto, cioè di Gesù Cristo, il cui nome in ebraico significa anche uomo. Il Verbo, facendosi uomo, assume proporzioni umane, con l’lncarnazione unisce la propria divinità all’umanità, collega il cielo alla terra e mette nel cerchio una forma di quadrato che corrisponde alla forma dell’uomo o – meglio ancora- iscrive il quadrato nel cerchio della divinità, rafforzando così ( poiché il quadrato è simbolo di potenza) il suo significato, come si riscontra, per esempio, nella visione di Daniele, delle quattro bestie e dei quattro regni ( Daniele VII, 1-28 ).

Con la Redenzione, Cristo fa esplodere il quadrato e lo spezza, perché è un re spodestato, e del quadrato non resta altro che la croce: in questo modo, Cristo pone la propria natura umana in seno alla natura divina e l’uomo quadrato, tramite l’Incarnazione, si inserisce egli stesso nel cerchio. In altri termini, l’umanità è collegata alla divinità, come il tempo all’eternità, il visibile all’invisibile e il terrestre al celeste.

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Estremo oriente e India

La terra, misurata dai suoi quattro orizzonti è quadrata, è divisa nelle quattro regioni, occupate da quattro caste, dalle quattro braccia o dalle quattro facce della Divinità: le quattro braccia di Vishnu, e di Shiva o di Ganesha; ad Angkor, la divisione è operata dalle quattro facce del Tumburu, ma ancora più chiaramente dal Bayon (tempio khmer del XII secolo, al centro della cinta muraria di Angkor Thom). Il tempio è sempre costruito a immagine dell’uomo: come il tempio cristiano deriva dalla quadratura secondo le assi cardinali introdotte in un cerchio, la pianta del tempio indù presentata nel Vastu Purusha-mandala è anch’essa una figura quadrata che esprime la divisione per quattro di un grande cerchio che rappresenta il ciclo solare .Se il Cielo è generalmente rotondo e la Terra quadrata, il cambiamento di prospettiva permette a volte di invertire le corrispondenze simboliche. Se, ad esempio, nella costruzione del tempio indù, il quadrato è fissazione, cristallizzazione dei cicli celesti, può all’inverso significare l’immutabilità del principio in rapporto al movimento circolare della manifestazione; poi nella costruzione dell’altare vedico, che è un cubo cosmico, si ritorna al concetto primitivo.

Lo stesso simbolismo cosmico del quadrato si ritrova in Corea, nel Vietnam e soprattutto in Cambogia, non soltanto nella pianta dei templi o della capitaIe Angkor , ma anche nella disposizione del regno, che un tempo era diviso in quattro regioni amministrative cardinali.

Il cerchio e il quadrato sono per eccellenza in Cina la manifestazione tangibile del cielo e della terra, ed insieme con l’uomo sono gli elementi che fanno parte della concezione dei tre poteri; il cielo che ricopre e produce, la terra che sorregge ed alimenta, l’uomo dotato della facoltà di pensare e provvisto di una volontà cosciente.

Durante la dinastia dei Chou il re era considerato il responsabile del legame tra il mondo divino e quello umano; durante il secondo mese della primavera celebrava il culto del Cielo su di un poggio rotondo ed il culto del suolo su un altare quadrato. Questi culti durarono fino al ‘900 anche se con l’avvento dell’impero e del pensiero confucianesimo furono celebrati in periodi differenti.

Dopo la dinastia Han nel momento del solstizio invernale, quando lo Yang, il Principio della luce, del calore, e del maschile cominciava ad essere ascendente e quando si annunciava la primavera l’imperatore offriva al Sovrano dell’Alto dell’Augusto Cielo un sacrificio su un tumulo rotondo innalzato su un piano quadrato che simboleggiava la terra che si stende al di sotto del cielo.Nel solstizio d’estate e quindi con l’ascesa dello Yin, il Principio dell’oscuro, del freddo,e del femminile il sacrificio veniva offerto alla Terra Sovrana; il terreno sacro è circondato da un muro di quattro lati, all’interno vi si elevava su una base quadrata, che simboleggiava la forma della terra, un tumulo che fungeva da altare.

Presso i cinesi la forma quadrata della Terra è un’idea molto antica, lo spazio è quadrato ed ogni oriente è dominato da una montagna cardinale, esso è definito dalle quattro dimensioni yang, parola che significa anche quadrato. Lo spazio quadrato si divide in province quadrate, conformemente al quadrato magico di Yu il Grande e anche secondo il Chou-li in campi quadrati. La città, centro dello spazio, è quadrata con quattro porte cardinali; i vassalli vi sono ricevuti alle quattro porte e si raccolgono in quadrato se si tratta di ristabilire il giusto ordine del mondo.

Per numerare i giorni i cinesi si servivano della combinazione di caratteri particolari, si tratta dei dieci tronchi celesti e dei dodici rami terrestri; Marcel Granet ha notato che i primi erano disposti a quadrato, mentre i secondi erano disposti in cerchio, cosa che ricorda lo scambio di attributi di Fu-Shi e di Nu-Kua.

Fu-Shi fu il primo mitico sovrano cinese, a lui vengono attribuite l’invenzione della scrittura, della musica e dello strumento con cui Yu il grande misurò il mondo; Nu-Kua era considerata la divinità creatrice del genere umano, fu sposa di Fu-Shi col quale viene spesso raffigurata uniti dalle loro code di drago intrecciate. L’attributo di Fu-Shi è il compasso simbolo celeste e quindi yang o maschile, mentre la squadra simbolo terrestre e quindi yin o femminile appartiene a Nu-Kua, ma quando sono insieme è la dea che tiene in mano il compasso mentre l’imperatore la squadra.

Lieh tzù, tra il 570 a.C. e il 490 a.C. filosofo cinese presunto fondatore del taoismo, racconta che quando il cielo azzurro fu completato, i quattro punti cardinali fissati al loro posto, le acque straripanti che inondavano il paese di Ki bloccate, gli animali malefici morti, il popolo pacifico poté sopravvivere ed Nu-Kua riusci a puntellare il paese quadrato e ad abbracciare il cielo rotondo … allora tutto fu tranquillo, tutto divenne perfettamente calmo.

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Quadrato, ottagono e cerchio

Dal punto di vista geometrico la forma ottagonale è più vicina al cerchio che al quadrato. Il cerchio infatti può essere considerato il limite a cui tende un poligono regolare quando il numero dei suoi lati aumenta indefinitamente, l’ottagono è una della prime forme della serie dei poligoni.

Secondo la simbologia cristiana di Sant’Ambrogio la forma ottagonale è il simbolo della risurrezione, l’ottavo giorno secondo Carl Schmidt è il simbolo nello stesso tempo del Cristo e della promessa di risuscitazione dell’uomo trasfigurato dalla grazia

Nei templi di varie religioni possiamo trovare moltissimi esempi di forme quadrate sormontate da forme sferiche. Abbiamo già scritto che queste strutture rappresentano la terra ed il cielo e che, quindi, abbiamo una corrispondenza tra la terra e la forma quadrata ed il cielo e la forma circolare.

In molti casi, però, la cupola non poggia direttamente sulla base quadrata e la forma intermedia è in genere quella ottagonale.

Nella costruzione , la forma dell’ottagono può essere realizzata in vari modi e in particolare con otto pilastri che reggono la volta, ne troviamo un esempio in Cina nel caso del Ming-tang.

Tale trasposizione concettuale dal quadrato al cerchio partiva dalla valenza simbolica che il quadrato simboleggiava la Terra, mentre l’ottagono era l’Uomo ed il cerchio il Cielo, e si designava così l’idea di una via ascensionale verso il cielo; l’ottagono, ma anche il numero otto, ha un significato di mediazione tra quadrato e cerchio, tra terra e cielo ed è, quindi, in rapporto con il mondo intermedio.

L’ottagono è spesso usato nel dare forma ad edifici di particolare significato universalistico e cosmico.

In base alla suddetta concezione i maestri costruttori scelsero le forme geometriche delle Chiese e dei Battisteri richiamandosi alla idea del Celeste e del Terrestre, cercando di esprimere entrambi i concetti di un Tempio Universale, Cosmico, dello Spirito e di un Tempio degli Uomini nel quale si raccolgono per adorare Dio, per invocarlo, ed in esso testimoniare la loro adesione ad un Credo religioso e ad una Organizzazione sacerdotale.Nel antico cristianesimo il battistero aveva forma ottagonale ed era situato fuori dalla chiesa e soltanto coloro che avevano ricevuto il battesimo erano ammessi a penetrare all’interno di essa; quindi il battistero era un luogo di passaggio o di transizione o meglio di rigenerazione , luogo attraverso il quale bisognava passare per poter andare in chiesa che si trova in rapporto all’esterno in una corrispondenza che è quasi un’immagine di quella del mondo celeste in rapporto al mondo terrestre.

Fabre d’Olivet dice che l’uomo non è né un animale né una pura intelligenza; è un essere intermedio, posto tra la materia e lo spirito, tra il cielo e la terra per esserne il legame.

A tale proposito, René Guénon ci ricorda un simbolo abbastanza noto nell’estremo oriente: quello della tartaruga, posta fra le due parti superiore e inferiore della sua corazza come l’uomo fra il cielo e la terra. In tale raffigurazione la stessa forma delle due parti è significativa almeno quanto la loro posizione; la parte superiore, che copre l’animale, per la sua forma arrotondata corrisponde al cielo e la parte inferiore che lo sostiene, per la sua forma piatta corrisponde alla terra.

L’intera costruzione è perciò un’immagine dell’universo e la tartaruga posta fra le sue due parti rappresenta il termine mediano ossia l’uomo. In massoneria ritroviamo la stessa simbologia nel passaggio dalla squadra al compasso e nel modo in cui questi sono disposti l’uno rispetto all’altro. Questi strumenti corrispondono palesemente al cerchio e al quadrato, ossia alle figure geometriche che rappresentano il cielo e la terra; possiamo quindi immaginare che questo passaggio, from square to arch, si realizzi dallo stato umano allo stato sopra-umano, ossia dall’ambito dei piccoli misteri a quello dei grandi misteri di Eleusi.(su Eleusi vedi appendice C) ( R. G. La Grande Triade)

Alcuni esempi di costruzioni basate sulla simbologia dell’ottagono:

la tradizione di basiliche e battisteri, comune al mondo occidentale e bizantina trova un interessante esempio nella Cappella Palatina di Aquisgrana avente forma ottagonale con ambulacro e galleria e dove Federico II fu incoronato nel 1215 re di Germania

Altro esempio e il Castello del Monte (leggi appendice L)

Ma anche il vicino oriente può accostare una tradizione simile e parallela di uso dell’ottagono come figura generatrice di edifici celebrativi che ha trovato espressione nella Qubbat al-Sakhra a Gerusalemme, più nota come moschea di Omar o Cupola della Roccia. In Cina abbiamo il Ming tang (leggi appendice E)

La forma ottagonale si riscontra poi in molte chiese templari come la Chiesa del Tempio di Londra costruita a partire dal 1160

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Conclusioni

L’associazione cerchio quadrato evoca sempre la coppia cielo terra. Per Jung la trinità-quadrupla corrisponde all’archetipo fondamentale della pienezza. L’arte dell’Islam è una perfetta illustrazione di questo simbolo.

Combinata con quella del quadrato la forma del cerchio richiama immediatamente un’idea di movimento, di cambiamento di ordine o di livello. La figura circolare aggiunta alla figura quadrata viene spontaneamente interpretata dalla mente umana come l’immagine dinamica di una dialettica fra il trascendente a cui aspira l’uomo e la Terra su cui si trova in questo momento, in cui si percepisce come soggetto di un passaggio da realizzare fin da ora grazie al concorso dei segni. Lo schema del quadrato sormontato da un arco (frammento del cerchio) – o prolungato orizzontalmente da un arco – e la struttura cubo-cupola così frequente tanto nell’arte musulmana che in quella romanica , materializzano questa dialettica del terrestre e del celeste, dell’imperfetto e del perfetto.

Questa forma complessa provoca una rottura del ritmo, della linea o del livello, che invita alla ricerca del movimento, del cambiamento e di un nuovo equilibrio, rappresentando l’aspirazione a un mondo, o a una vita superiore. E’ divenuta l’immagine classica dell’arco di trionfo, riservato al passaggio degli eroi vittoriosi: nell’ordine intellettuale l’eroe è il genio che ha sciolto l’enigma, nell’ordine spirituale è il santo che ha trionfato sulle tendenze inferiori della propria natura. Ognuno di essi accede nel proprio ordine, a una vita maggiormente partecipe a quella della divinità considerata nella sua potenza, nella sua saggezza o nella sua santità.

“Se il cerchio – scrive il Burckhardt – è inteso come simbolo della Unità indivisa dal Principio, il quadrato esprime la sua determinazione prima ed immutabile, cioè la legge o natura universale; in tal caso il cerchio indicherà simbolicamente una realtà superiore a quella suggerita dal quadrato. Il che vale quando il cerchio è riferito al cielo per designare il movimento ed il quadrato alla terra per comprendere lo stato solido e relativamente inerte; onde il cerchio starà al quadrato come l’attivo al passivo, come la vita al corpo, poiché è il cielo che genera attivamente, mentre la terra concepisce e partorisce passivamente. Tuttavia si può pensare anche ad una gerarchia inversa se si considera il quadrato nella sua accezione metafisica, come simbolo dell’immutabilità del principio, la quale in sé contiene e risolve tutte le sue antinomie cosmiche e se per contro si riferisce il cerchio al suo modello cosmico, che è il movimento infinito, il quadrato esprimerà una realtà superiore a quella rappresentata dal cerchio, così come la natura permanente ed immutabile del Principio trascende l’attività celeste o la casualità cosmica, relativamente esterna al principio stesso.”

“In questo rapporto tra il cerchio e il quadrato, nelle due prospettive indicate dal Burckhardt, si accoglie – osserva il Bonvicini – il simbolismo concettuale della quadratura del cerchio e viceversa.

Il cerchio iscritto nel quadrato è un simbolo ben noto ai cabalisti. Rappresenta la scintilla del fuoco divino nascosta nella materia che la anima con il fuoco della vita

Il cerchio con inscritto il quadrato per i Pitagorici simboleggiava la trasmutazione del quadrato nel cerchio; e simboleggiava anche la quadratura dell’uomo in una proiezione universale, cioè l’Uomo Quadrato, Realizzato.

Il cerchio entro il quadrato simboleggiava la quadratura del cerchio che i Pitagorici concepirono come la massima realizzazione sul piano terrestre ed il quadrato, simbolo della perfezione della sfera, era concepito sul piano terrestre come massima perfezione umana.

Il simbolo del cerchio intrecciato con il quadrato pone poi il terrestre ed il celeste sullo stesso piano, in un concetto di armonia universale; come troviamo scritto nella Tavola di Smeraldo, o Tabula Smaragdina, apparsa nel Medioevo ed attribuita ad Ermete tre volte grande, che è vero senza menzogna, è certo, è verissimo che ciò che è in basso è come ciò che è in alto.

Nell’ Apocalisse di San Giovanni al capo XXI 10 ” et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de coelo a Deo ” e nel XXI 16 “et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo “

San Giovanni ci parla della forma quadrata della Gerusalemme celeste, che la distingue dal Paradiso terrestre, generalmente rappresentato sotto forma rotonda. Questo era il cielo sulla terra mentre la nuova Gerusalemme è la terra nel cielo. La trasmutazione dell’universo, rappresentata dalla nuova Gerusalemme, non indica però un ritorno ad un passato idilliaco, ma è una proiezione in un avvenire senza precedenti.

A questo proposito Guenon dice che vi è sempre analogia e corrispondenza tra l’inizio e la fine di qualunque ciclo, ma, alla fine, il cerchio è sostituito dal quadrato, e ciò indica la realizzazione di quella che gli ermetisti designavano simbolicamente come quadratura del cerchio.

Elifas Levi interpretando il passo dell’Apocalisse dice che l’alta montagna è la regione elevata dell’iniziazione superiore e la nuova Gerusalemme è un pentacolo simile a quello di Ezechiele, a quello di Tebe ed al piano misterioso del giardino dell’Eden. É la quadratura del circolo, il problema di cui gli sciocchi cercano la soluzione ove essa non saprebbe essere e che esprime le due leggi creatrici e conservatrici dell’universo: il movimento e la stabilità.( I misteri della cabala – Atanor editore 1980)

Nel leggere gli ultimi versi del canto XXXIII del Paradiso dell’Alighieri rimane il ricordo: Gerusalemme celeste e/o Paradiso terrestre: allora, lasciato il corpo, salirai al libero etere; sarai un iddio immortale, incorruttibile, invulnerabile.

Indice

Indice Appendici

    Appendice A : la quadratura del cerchio

    Appendice B : Cosa sono i Mandala ?

    Appendice C : Eleusi e i suoi misteri

    Appendice D : La grande piramide

    Appendice E : Il Ming-tang

    Appendice F : Quadrati magici

    Appendice G : Cerchi concentrici

    Appendice H : Amuleti

    Appendice I : Ruota e Tempo

    Appendice L : Castel del Monte

    Appendice M : Profezia di Ezechiele

    Appendice N : Giordano Bruno

    Appendice O : Al-Ka’bah

    Appendice P : Daniele

Appendice A : la quadratura del cerchio

Tra i problemi classici della Geometria il più antico è certamente quello della quadratura del cerchio: esso dovette presentarsi alla mente umana fin dai tempi più remoti, suggerito dai numerosi esempi di figure circolari offerti dalla natura stessa.

Esso si può enunciare in modo completo così:

DATO UN CERCHIO, DETERMINARE IL LATO DI UN QUADRATO AVENTE AREA UGUALE A QUELLA DEL CERCHIO DATO.

Benché semplice nella sua enunciazione, questo problema non e risolubile elementarmente.

Diamo succintamente le ragioni di tale impossibilità.

Sia dato un cerchio di raggio R , indichiamo con C=2 P R la sua circonferenza e con X il lato del quadrato X² = P R²

Essendo C = 2 P R otteniamo R = ½ C / P ovvero X² = P R ½ C/ P

abbiamo quindi alla fine X² = ½ R C

Il problema della quadratura del cerchio è in tal modo ridotto alla ricerca di un triangolo che abbia per base la circonferenza rettificata e per altezza il raggio, ossia è ridotto al problema della rettificazione della circonferenza e, quindi, assumendo il raggio come segmento unitario, alla costruzione di un segmento lungo P .

( area del triangolo è uguale a base per altezza diviso due)

E’ possibile costruire tale segmento colla riga e col compasso? Numerose sono state le ricerche attinenti alla questione sulla quadratura, fatte in questo senso da Ippocrate da Chio (440 a.C. circa) in poi e, anche dopo la risposta negativa data a tale domanda nel 1882 da Lindemann le cui ricerche portarono alla conclusione che il numero P è un numero trascendente e che, perciò, il problema oltre a non essere risolubile elementarmente, non è risolubile nemmeno con curve algebriche di ordine superiore.

Il problema è però risolubile quando si usano curve trascendenti come la quadratrice di Ippia e la spirale di Archimede; ovvero il problema è impossibile se si pretende di usare soltanto riga e compasso, ma diventa possibile se si ricorre a dispositivi che consentono di descrivere a tratto continuo opportune curve trascendenti e quindi non algebriche.Uno studioso di tali curve fu Dinostrato , vissuto nel VI secolo avanti Cristo.

Interrogando un sito di internet abbiamo letto:

Tra i numerosi problemi matematici affrontati dagli antichi greci, ve ne sono alcuni cosiddetti impossibili.

Siamo nell’ambito della geometria euclidea, e i problemi trattano di alcune questioni geometriche, da effettuare mediante riga e compasso (la prima usata per tracciare linee e non per misurare distanze).

Sicuramente tutti avranno sentito parlare della cosiddetta quadratura del cerchio, ovvero la costruzione di un quadrato avente area uguale a quella di un cerchio di raggio unitario, il che in modo ovvio si riconduce alla costruzione di un segmento lungo pi greco volte l’unità.

Altri problemi simili sono la duplicazione del cubo (cioè la costruzione di un cubo di volume doppio al volume unitario), la trisezione dell’angolo, la costruzione di un ettagono regolare. I matematici greci si accanirono per ottenere qualche risultato che non arrivò mai, ed è interessante notare come questi sforzi per raggiungere l’impossibile fanno parte del carattere di questo grande popolo, che del resto avvicinava molto la matematica alla filosofia, cosicché la prima rifletteva dalla seconda una certa ansia ideale.

Per molti secoli ancora questo tipo di problemi furono analizzati con il medesimo tipo di approccio finché, dal 1600 in poi, si cominciò a mettere in crisi le strade battute in passato, e in tal modo si arrivò all’idea fondamentalmente nuova: non cercare la soluzione a questi problemi, ma dimostrare l’impossibilità di arrivare ad una soluzione.

A poco a poco tutti questi problemi classici furono demoliti, l’ultimo a cadere fu quello della quadratura del cerchio, che dovette attendere il 1882 perché F. Lindemann arrivasse a dimostrare la trascendenza di pi greco, ovvero che tale numero non è soluzione di una equazione algebrica a coefficienti razionali.

Ma un contributo notevole a queste dimostrazioni lo si deve anche a Cartesio : i matematici si accorsero presto che la geometria cartesiana (o analitica) aveva fondamentali analogie con quella classica euclidea, e che ogni problema geometrico di costruzioni con riga e compasso poteva essere ricondotto a un ben definito sistema di equazioni algebriche. Da lì alle dimostrazioni il passo fu breve.

Ci vollero ben 2200 anni perché l’italiano Ruffini, il genio norvegese Abel ed altri insigni i matematici dei secoli XVII e X VII potessero arrivare a questi risultati, ma non per questo si pensi che gli sforzi precedenti siano stati inutili : brillanti successi furono ottenuti sotto altri aspetti, anche se questa età non ebbe la soddisfazione di riuscire nel suo obiettivo immediato.

Indice appendici

Appendice B : Cosa sono i Mandala ?

Sono un complesso simbolo universale della vita, sono un circolo magico o tipicamente un circolo che circonda un quadrato, sono dei diagrammi mistici, delle strutture estremamente artificiose che esprimono dei concetti filosofici e religiosi.

Di regola un mandala è un diagramma simmetrico concentrato attorno ad un cerchio e diviso in quattro quadranti di eguale misura; esso è anche costruito sopra cerchi concentrici e quadrati aventi lo stesso centro.

I mandala rappresentano visivamente il rapporto di interazione che esiste tra le varie forze che reggono il cosmo; usati come ausilio alla meditazione e alla scoperta di se stessi sono descritti sia come simbolo di elementi cosmici e sia come simbolo della strada che conduce al superamento del mondo stesso.

Dipinti, scolpiti o semplicemente disegnati aiutano lo yogin a superare gli aspetti visibili del mondo e a penetrare la vera struttura del cosmo fino a raggiungere i più elevati gradi della concentrazione spirituale.

M. Brauen, in The Mandala sacred circle in Tibetan Buddhism, scrive che i mandala sono anche la rappresentazione nel piano di figure tridimensionali; in effetti l’evidenza della tridimensionalità dei mandala può essere trovata in diversi posti dove è cresciuto i buddismo Tibetano, per esempio il Patala a Lhasa dove esiste il Kalachakra mandala, che significa letteralmente “il mandala della ruota del tempo”; nel cuore di Ankor dove il Bayon fu concepito dai suoi costruttori come un diagramma simbolo dell’universo, un mandala fatto di pietra di straordinaria bellezza.

Il Kalachakra mandala raffigura un palazzo divino, in cui sono presenti 722 divinità.

Cinque quadrati messi l’uno nell’altro costituiscono le tappe meditative, che devono essere superate sulla via dall’esterno verso l’interno. I quadrati si aprano da tutti e quattro i punti cardinali su sei grandi cerchi esterni che li circondano, su cui si fonda l’universo.

Il XIV Dalai Lama così si è espresso sulla funzione del rituale di iniziazione del Kalachakra-Mandala: ” l’iniziazione Kalachakra viene annoverata tra le più importanti del buddismo, poiché essa comprende tutto: corpo e spirito, l’aspetto esteriore complessivo, quello cosmico e quello astrologico. Tramite esso possiamo raggiungere l’illuminazione in una sola vita. Crediamo fermamente che la sua forza possa creare la pace, la pace dello spirito e, di conseguenza, quella del mondo “.

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Appendice C : Eleusi e i suoi misteri

Eleusi, oggi Lefsina, è una piccola città dell’Attica famosa per quasi mille anni grazie al santuario di Demetria e Core e ai riti sacri fin da età pre ellenica ad esso collegati.

La più antica menzione dei misteri si ha nell’inno omerico a Demetra dove è narrato il mito di Core (Persefone) rapita da Plutone e di Demetra che peregrinando in cerca della figlia giunge ad Eleusi ed vi insegna agli abitanti l’agricoltura e fonda i misteri.

Ella rappresenta una fase capitale nello sfruttamento della terra, il passaggio dalla natura alla coltura, dallo stato selvaggio a quello civilizzato. Demetra, sorella di Zeus, dea della vegetazione e dunque della generazione, si rivela la dea delle alternanze di vita e di morte; il grano, suo dono, prima di germinare e di crescere passa sei mesi sotto terra.

Una delle miglior descrizioni dei riti dei Misteri di Eleusi è quella di Plutarco, ed è un notevole paragone fra l’iniziazione e la morte: ” L’anima al momento della morte, prova la stessa sensazione di coloro che sono iniziati ai grandi Misteri.

Si tratta dapprima di corse a caso, di svolte dolorose, di marce inquietanti e senza fine attraverso le tenebre. Poi, prima della fine, lo sgomento è al culmine; brividi, tremiti, sudore freddo, spavento. Ma subito dopo una luce meravigliosa si presenta davanti agli occhi e si attraversano luoghi puri e praterie che echeggiano di voci e di danze; parole sacre ed apparizioni ispirano il rispetto religioso. Allora l’uomo, ormai perfetto ed iniziato, è libero e si muove senza angustia, e con il capo cinto da una corona celebra i misteri; egli vive con gli uomini puri e santi; vede sulla terra la moltitudine dì quelli che non sono iniziati e purificati affondare nel pantano ed essere oppressa dalle tenebre e che, per timore della morte, indugia nei mali, illusa dalla felicità di laggiù “.

Secondo l’interpretazione analitica di Paul Diel il senso nascosto dei misteri di Eleusi consisterebbe nella discesa nel subconscio per liberare il desiderio al fine di ricercare la verità su se stessi; Demetra che ha donato agli uomini il pane, simbolo del nutrimento spirituale, darà loro il vero senso della vita: la sublimazione-spiritualizzazione dei desiderio terreno.

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Appendice D : La grande piramide

Secondo Hancock e Bauval le tre piramidi di Giza furono costruite ad immagine della cintura di Orione.

Ma non solo queste sono le solo costruzioni in cui possiamo trovare una correlazione tra la loro pianta e la disposizione delle stelle di alcune costellazioni; ne esistono diverse, un esempio lo abbiamo in Cambogia ad Angor.

Riguardo alla piramide di Cheope, che secondo il mondo accademico fu edificata verso il 2400 a.C., c’è un’altra curiosità degna di attenzione. L’altezza originaria del monumento è di 146,72 metri ed il perimetro della sua base è di 921,45 metri, questi due numeri hanno lo stesso rapporto del raggio di una sfera e la sua circonferenza; questo rapporto è di 2 pi-greco e per ottenerlo i costruttori erano stati costretti a specificare lo strano angolo di circa 52 gradi per i lati della piramide dal momento che qualsiasi altra pendenza avrebbe comportato un diverso rapporto altezza-perimetro.

Il progetto della grande piramide era stato fatto corrispondere con precisione alla dinamica della geometria sferica, molto prima della scoperta ufficiale del numero trascendente pi-greco da parte degli antichi greci; del resto Aristotele spiegava che la geometria era nata nella Valle del Nilo.

Il papiro di Rhind (antiquario scozzese) rappresenta una delle testimonianze più importanti per la conoscenza delle origini della matematica nell’antico Egitto. In questo papiro, scritto in ieratico e risalente al Regno Medio tra il 2000 e il 1800 a.C., lo scriba Ahmes formulò che l’aria di un campo circolare con un diametro di nove unità era uguale all’area di un quadrato con un lato di otto unità, calcolo che attribuisce a pi-greco un valore con una approssimazione abbastanza vicina al suo valore esatto.

La costante pi-greco ricercata per secoli è concretamente espressa nella Grande Piramide, ma aldilà dell’oceano atlantico anche la cosiddetta Piramide del Sole di Teotihuacon in Messico rileva la conoscenza e l’uso deliberato del numero trascendente pi-greco; in questo caso l’altezza di 71,17 metri sta in rapporto di 4 pi-greco al perimetro della sua base di 893,90 metri.

A Teotihuacan, cinquanta chilometri a nord-est di Città del Messico, la piramide del Sole , quella della Luna e quella di Quetzacoatl furono costruite con lo stesso alliniamento delle piramidi di Giza in un tempo ancora non definitivamente datato; le date variano dal 4000 a.C al 600 d.C.

Bibliografia

Andre Pochan L’enigma della grande piramide – Ed. MEB Torino

Peter Lemesurier La piramide svelata – Ed. Armenia Milano

Graham Hancock Impronte degli dei – Ed. Corbaccio Milano

Graham Hancock Lo specchio del Cielo – Ed. Corbaccio Milano Thomas Moreux La scienza misteriosa dei faraoni – Ed. Atanor Roma

R. Bauval e A. Gilbert Il misterio di Orione – Ed. Corbaccio Milano

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Appendice E : Il Ming-tang

Il tetto del Ming-tang (tempio della luce) aveva una forma arrotondata e la sua base aveva una forma quadrata, aveva quattro volte tre porte, cioè aveva dodici aperture all’esterno, tre su ciascuno lato ed in tal modo corrispondevano alle dodici porte della nuova Gerusalemme celeste quale è descritta nell’Apocalisse di Giovanni.

Queste dodici aperture rappresentavano una proiezione terrestre dello zodiaco celeste disposto circolarmente.

La pianta del Ming-tang era conforme a quella della divisione dell’impero cinese che comprendeva nove province. Questa divisione per nove è attribuita a Yu il grande e gli fu ispirata da un diagramma, che secondo la leggenda gli era stato portato da una tartaruga, e in cui i primi nove numeri erano disposti in modo da formare quello che viene chiamato un quadrato magico, così tale divisione del territorio faceva dell’impero un’immagine dell’universo.

Nel corso del ciclo annuale l’imperatore compiva nel Ming t’ang una circumbulazione, in senso solare o destrocentrica, arrestandosi successivamente alle dodici porte e da esse promulgava le ordinanze mensili come si trova così esposto in un trattato sulle memorie sui riti.

Non si sa se un simile edificio fosse stato realmente costruito prima della dinastia Han ed i letterati di quell’epoca non erano d’accordo sulla sua struttura poiché le descrizioni che ne forniscono i libri verso la fine della dinastia Chou sono basate più su speculazioni filosofiche, rituali e numerologiche che non su dati architettonici reali.

Ma la teoria del Ming t’ang illustrava esattamente l’ideale del Figlio del Cielo, il quale, mediante la circolazione rituale identificava la propria vita con l’ordine universale.

Il Ming-tang era anche raffigurato nei locali d’iniziazione della Tien-houei (società segreta cinese), uno dei suoi principali motti era distruggere l’oscurità (tsing), restaurare la luce (ming).

Secondo R. Guenon è lecito accostare il senso del nome Ming-tang all’identico significato incluso nella parola Loggia, essi sono entrambi immagini del cosmo (loka, nel senso etimologico di questo termine sanscrito) considerato come l’ambito o il campo di manifestazione della luce.

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Appendice F : Quadrati magici

Esiste anche una ricchissima tradizione di quadrati magici, poiché il quadrato evoca, con i suoi stretti limiti, il senso del segreto e del potere occulto.

“Tra i simboli segreti, legati all’Occultismo, – scrive M.A. Barbareschi Fino (astrologia, Edizioni R.D . Milano, 1980) – non possiamo dimenticare i quadrati magici, che sono i documenti più occulti che esistono e resistono ai lavori di interpretazione, per cui furono definiti di carattere esoterico. Il quadrato magico, con i segni, i numeri, le parole che racchiude, supera in molti casi, per il suo ermetismo, anche i documenti redatti con molta intelligenza allo scopo di confondere le idee”.

Uno dei più antichi quadrati magici si trova nell’abbazia di Saint Germain des Pres e risale a prima del Mille a.C.

Il quadrato magico è un mezzo per captare e mobilitare virtualmente un potere, racchiudendolo nella rappresentazione simbolica del nome o della cifra di colui che detiene naturalmente questo potere. Il quadrato magico nella sua più semplice forma è composto da nove caselle, il totale di ogni lato è uguale a 15 e le nove prime cifre sono tutte presenti.

Un particolare quadrato magico, di cui abbiamo una testimonianza in Plinio, è costituito da cinque lettere disposte in cinque linee, in modo tale da poter essere lette da sinistra a destra o da destra a sinistra e, verticalmente, dall’alto in basso o dal basso in alto, senza che l’ordine, la natura delle parole e il senso vengano modificati. Secondo alcuni è possibile che questo quadrato sia, invece, di origine celtica.

Le parole sono Sator Arepo Tenet Opera Rotas e questa frase latina inscritta in un quadrato di 5 è stata interpretata nei modi più vari dagli alchimisti e dagli esoteristi.

Il senso probabile è ” il seminatore Areppo regge con fatica le ruote “. Le diagonali sono formate o da sole consonanti o da sole vocali; le prime lettere di ogni parola formano la prima parola, le seconde la seconda e così via, né cambia se la lettura avviene dal fondo o dall’inizio.

Al centro del quadrato il verbo tenet forma una croce che inizia e termina con una T attorniata dall’alfa e dall’omega. Esso è, quindi, strettamente collegato con il culto della croce; a questo proposito il Carcopino cita il passo di uno scrittore del secolo XVI (Cardon, Rerum varietade) che racconta di un cittadino di Lione guarito dalla pazzia consumando un pasto mistico, tre croste di pane ciascuna con il disegno del quadrato, e intervallando con la recita di cinque Pater Noster in ricordo delle cinque piaghe di Cristo e dei cinque chiodi della Croce”.”

Al quadrato magico si attribuisce un potere aprotropaico, ed è presumibile che, qualunque debba essere il suo significato, ad un certo punto le cinque parole possano essere sentite come altrettanti segni cabalistici. Lo proverebbe la strana forma in cui il palindromo ci è stato di recente restituito dagli scavi effettuati in Etiopia : Sador Alador Danet Adera Rodas.

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Appendice G : Cerchi concentrici

La figura del cerchio simbolizza anche i diversi significati della parola: un primo cerchio ne simbolizza il significato letterale, un secondo cerchio il significato allegorico e un terzo cerchio quello mistico.

Il Tawhid, scienza della testimonianza che Dio è Uno, è rappresentato da Al Hallaj con una figura composta da tre cerchi concentrici: il primo cerchio comprende le azioni (di Dio), il secondo e il terzo le loro tracce, e conseguenze sono i due cerchi concentrici del creato . Il punto centrale simbolizza il Tawhid, la scienza, ma si tratta, in fondo, di una scienza della non-scienza di un sapere di non sapere.

Secondo i testi dei filosofi e dei teologi, il cerchio può simbolizzare la divinità considerata non soltanto nella sua immutabilità ma anche nella sua bontà diffusa come origine, sussistenza e consumazione di tutte le cose; secondo la tradizione cristiana, come l’alfa e l’omega.

Lo Pseudo Dionigi l’Areopagita è riuscito a descrivere, in termini filosofici, e mistici, i rapporti intercorrenti tra l’essere creato e la sua causa, grazie al simbolismo del centro e dei cerchi concentrici: allontanandosi dall’unità centrale tutto si divide e si moltiplica. Invece al centro del cerchio tutti i raggi coesistono in un’unica unità e un solo punto contiene in sé tutte le linee rette unitariamente unificate le une in rapporto alle altre e tutte insieme in rapporto al principio unico dal quale tutte derivano. Nel centro la loro unità è Perfetta; allontanandosene un poco cominciano a distinguersi e più se né separano più se né distinguono. In breve nella misura in cui sono più vicine al centro la loro unione reciproca, è più intima e nella misura in cui sono più distanti aumentala la differenza tra di esse.

Nel buddismo Zen troviamo spesso disegni di cerchi concentrici, che rappresentano l’ultima tappa del perfezionamento interiore, l’acquisizione dell’armonia dello spirito.

I cerchi concentrici rappresentano gradi di essere, le gerarchie create e costituiscono la manifestazione universale dell’Essere unico e non-manifestato, in tutto questo, il cerchio è considerato nella sua totalità indivisa. .

Indice appendici

Appendice H : Amuleti

In quanto forma avvolgente, quasi un circuito chiuso, il cerchio è un simbolo di protezione e per questo è spesso usato, in magia, come cordone di difesa intorno alle città , ai templi e alle tombe, per impedire ai nemici, alle anime vaganti e ai demoni di penetrarvi; anche i lottatori tracciavano un cerchio intorno al loro corpo prima di iniziare a combattere.

Il cerchio protettore prende, per l’individuo, la forma dell’anello, del braccialetto, della collana, della cintura o della corona.

L’anello-talismano, l’anello-amuleto o il cerchio magico-pentacolo che portiamo al dito, sono stati usati in tutta l’antichità e da tutti i popoli; si ricollegano infatti alla protezione immediata dell’operatore nei punti più sensibili: le dita della mano, strumenti naturali di emissione e di ricezione del fluido magico, e dunque molto vulnerabili.

Questi cerchi non erano soltanto acconciature, ma anche stabilizzatori per mantenere la coesione fra l’anima e il corpo. Questo simbolismo spiega probabilmente perché i guerrieri antichi portavano un così gran numero di braccialetti, forse ne ricevevano da tutte le persone che si auguravano di rivederli tornare in buono stato, con l’anima debitamente legata al corpo.

Questo stesso valore del simbolo spiega perché anelli e braccialetti vengono tolti o proibiti a coloro la cui anima deve uscire dal corpo, per esempio i defunti, o innalzarsi verso la divinità, per esempio i mistici, anche se in questo ultimo caso può essere presente anche un altro aspetto simbolico, in quanto l’anello indica , fra l’altro , una dedizione e un dono del se volontario e irrevocabile (per questo motivo alcuni religiosi portano la fede).

In ogni caso, quando più valori simbolici si trovano in conflitto, privilegiarne uno significa aumentarne l’importanza ma non per questo cessa di esistere e di esercitare la sua influenza o il valore posti in secondo piano.

Indice appendici

Appendice I : Ruota e Tempo

Il quadrato è la figura di base dello spazio, mentre il cerchio, particolarmente la spirale, è il simbolo del tempo: la ruota gira;

l’eternità è rappresentata dal cerchio che, dopo aver scandito l’arco dell’anno, ha misurato il tempo, poi l’eternità e infine ha significato l’infinito.

Dal cerchio e dall’idea del tempo è nata la rappresentazione della ruota, che ne deriva e che suggerisce l’immagine del cielo corrispondente all’idea di un periodo di tempo (etimologicamente, l’ebraico collega la torre, che è circolare, alla radice girare, e la generazione umana alla radice muoversi in tondo) . Il simbolismo del cerchio comprende il simbolismo dell’eternità o dei perpetui ricominciamenti. Anche presso gli lndiani dell’America del Nord, il cerchio è il simbolo del tempo, perché il tempo diurno , il tempo notturno e le fasi della luna sono cerchi posti sopra il mondo, e il tempo dell’anno è un cerchio intorno al bordo del mondo (Racconto di Capo Spada Sciamano Dakota).

La volta vorticosa dei cieli e la Ruota del cielo sono espressioni correnti nella letteratura persiana e implicano l’idea di destino.Omar Khayyam scrive: poiché la Ruota del cielo non ha mai girato secondo il volere di un saggio, cosa importa contare sette o otto cieli?

Nel Rg Veda si parla di tre ruote: i brahmani sono in grado di vedere le prime due, quelle del sole che probabilmente rappresentano il mondo terreno e quello celeste. La terza, che è accessibile solo a quanti hanno penetrato le verità più profonde, è forse il simbolo della sorgente di ogni cosa, dell’ordine cosmico stesso.

Indice appendici

Appendice L : Castel del Monte

Castello del Monte fu costruito da Federico II nel 1240 circa in Puglia nel territorio del comune di Andria.

Il tracciato di pianta è rigorosamente impostato sull’ottagono regolare, le otto torri hanno forma ottagonale; due ottagoni concentrici disegnano il cortile interno ed il perimetro esterno dei muri, la corona tra il cortile ed il muro esterno è tagliata in vani trapezoidali che si ripetono uguali su due piani.

Nel rispetto di una tradizione esoterica il castello è un concentrato di simboli cosmici; l’analisi del tracciamento geometrico della pianta e del dimensionamento dell’alzato hanno indicato una base di conoscenze geometriche che sembrano legarsi a quelle conoscenze matematiche ed astronomiche che l’occidente andava allora recuperando dalla civiltà araba, erede della tradizione scientifica ellenistica.

Non si può dire nulla sulla sua destinazione, ma così isolato, posto su una bassa collina tondeggiante, era forse destinato a luogo di meditazione collettiva, lo testimonierebbero tutte le sue stanze, nessuna che abbia la parvenza di essere state adibite mai a cucine, dispense o cantine.

Rimane il mistero ed il fascino di Castello del Monte, così come della personalità di Federico II.

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Appendice M : Profezia di Ezechiele

Ezechiele, sacerdote ed iniziato ai segreti del tempio, scrisse la sua profezia allo scopo di conservare, celare sotto simboli tradizionali, le grandi dottrine della teologia occulta degli ebrei e le chiavi della scienza universale dell’antico mondo.

” E mentre guardavo gli animali ecco apparire una ruota in terra presso a ciascuno animale e questa ruota aveva quattro facce…e lo spirito mi sollevò tra cielo e terra , ed in visione di Dio io fui condotto a Gerusalemme “.

Nel capito XXXVII egli vede il mondo come una immensa pianura coperta di ossa, le ceneri umani sono le semenza della vita su cui le quattro potenze soffiano e ne suscitano degli uomini nuovi.

Il profeta traccia poi la pianta del tempio, i suoi cinque ultimi capitoli del suo libro sono dedicati a farne la descrizione.

Il tempio per Ezechiele è l’immagine dell’universo, esso corrisponde al pantacolo degli animali e delle ruote.

La profezia servirà di base e di modello all’Apocalisse, ma San Giovanni non ci racconterà, come Ezechiele i misteri della creazione, ci mostrerà la nuova Gerusalemme simile a quella del profeta dello Shebar , ma come sintesi geroglifica di tutte le conquiste del genere umano.

( Elifas Levi I misteri della Cabala Ed. Atanor)

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Appendice N : Giordano Bruno

Sulla quadratura del cerchio il nolano in una delle sue opere italiane accolse la soluzione del cardinale Niccolò da Cusa modificandola leggermente. Se il Cusano andava in cerca di un quadrato che distava ugualmente dall’inscritto e dal circoscritto, Giordano generalizzando tentò la stessa via per ogni poligono.

Giovanni Muller, insigne astronomo e matematico tedesco, aveva mostrato che quella soluzione era falsa quando non ci si contenti di risultati approssimativi; né giudicava diversamente il Bruno che nel secondo libro del De Minimo dichiarava impossibile ogni quadratura del circolo in quanto ogni grandezza ha un minimo proprio, e tra il minimo della curva e quello della retta intercede pur sempre una differenza, nel calcolo rigoroso non trascurabile.

Nel terzo libro Giordano Bruno invece accolse di nuovo il calcolo di approssimazione, e ritenendo che tra il minimo arco e la minima corda corre una differenza inapprezzabile, credette possibile la quadratura.

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Appendice O : Al-Ka’bah

E’ un piccolo edificio a forma di cubo costruito in pietra lavica sul modello delle tende quadrangolari; racchiude fissata nel muro esterno orientale la pietra nera, blocco di lava o di basalto di colore rosso scuro, veneratissima nel rituale del pellegrinaggio islamico.

La Ka’bah ha le pareti ricoperte da un tappeto nero con iscrizione ricamate, ha il tetto sostenuto all’interno da tre colonne lignee, sorge accanto un muro semicircolare ed intorno si stende un porticato con ampio portone.

Era già meta di culto all’epoca pagana e conteneva altri idoli o feticci, tra essi quello del dio Hubal antica ed importante divinità della Mecca del gruppo tribale Kinana-Quraysh.

Maometto, intorno alla metà del secondo anno dal suo trasferimento a Medina, inserì nel culto mussulmano la venerazione per la Ka’bah giustificando ciò con la rivelazione che essa era stato il primo tempio innalzato da Abramo al vero Dio; entrato vittorioso alla Mecca e recatosi alla Ka’bah distrusse tutti gli idoli lasciando solo la pietra nera.

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Appendice P : Daniele

Daniele fu condotto prigioniero a Babilonia e fu istruito alla corte di Nabucodonosor.

Al capitolo VII viene descritta la sua visione delle quattro bestie, che corrispondono alla figura di quattro monarchie od imperi, e del regno del figlio dell’uomo che pone alla fine dei primi.

La prima delle bestie è una leonessa, con le ali dell’aquila, e per essa viene indicato l’impero dei Caldei; dopo questo regno il profeta vee venire l’impero dei Persiani di cui il simbolo è l’orso. La terza bestia è il leopardo forte ed agile come lo fu il re dei macedoni Alessandro vincitore di Dario. Ed ecco la quarta bestia, terribile e prodigiosa, e forte straordinariamente e aveva dieci corna.

Molti intendono qui l’impero romano, il quale ” sarà il maggiore di tutti i regni e ingoierà tutta la terra e la calpesterà e la stritolerà “.

Alla fine il regno dell’Anticristo, il figlio dell’uomo, che parlerà male dell’Altissimo e calpesterà i santi dell’Altissimo. Poi sarà tenuto il giudizio di Dio e sarà tolto all’empio ogni potere e sarà dato alla chiesa di Cristo il regno di tutta la terra.

La profezia di Daniele, se fu vera profezia e non una storia dei fatti, rimane dopo l’Apocalisse la testimonianza di uno dei massimi profeti.

Per riferire le parole di Giuseppe Ebreo, Daniele non solo predisse le cose future, come fecero anche gli altri profeti, ma di più fissò il tempo in cui i fatti sarebbero dovuti accadere.

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PENSIAMO CHE L’UMANITA’. . .

PENSIAMO CHE L’UMANITA’. . .

Pensiamo che l’Umanità stia vivendo una fase di grandi incertezze nei confronti del futuro che ci si prospetta e delle strade che, per quanto possibile, vi dovrebbero condurre in coerenza con le nostre aspettative.

Siamo tutti consapevoli che, senza rinunciare alle Tradizioni, dovremmo ricercare modelli di vita diversi e più adatti al Tempo che viviamo e che avanza scorrendo con una rapidità sconosciuta finora. Le comunicazioni stanno diventando sempre più istantanee e ci annunciano gli eventi in tempo reale, globalizzando le cause e gli effetti in un quadro che ci vede sempre più nel ruolo di passivi spettatori.

        Possiamo porre un argine alla forzata passività con la quale stiamo assistendo agli eventi ?

        Possiamo delineare una linea di azione che sviluppi nell’Umanità la consapevolezza di poter ricoprire un ruolo di attiva responsabilità ?

Appare evidente che per poter tracciare progetti di modelli di vita occorre conoscere meglio noi stessi e l’esistenza che viviamo.

        Ma prima di tutto, possiamo affermare, in piena coscienza, di sapere dove siamo ?

Pur in mezzo a tanti dubbi, ci sembra che ci siano tutte le premesse per una ricerca, estesa anche ai navigatori che vorranno parteciparvi.

Chiediamo al navigatore un po’ di pazienza e di andare alla pagina successiva, dove troverà le indicazioni su come proseguire

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VISITA INTERIORA TERRAE

VISITA INTERIORA TERRAE

I Giardini delle Esperidi non sono un’invenzione della fantasia

Gli esploratori comprendano che nella loro mappa esistono davvero aree mitiche, che possono essere alla loro portata. Anche se è difficile raggiungerle.

Lo scritto di Pietro Negri è di una chiarezza ed onestà interiore, tale da mettere seriamente in dubbio ogni accusa di auto-esaltazione, oppure di vendita interessata di “fumo esoterico”. E’ difficile scorgere fra le righe la malafede. Si obietterà che non dimostra niente di niente. Perciò si tratterebbe di esperienze solo soggettive fuori dalla realtà.

Agli esploratori le responsabilità di percepire nello scritto i Significati nascosti. La domanda importante è : esistono percorsi preferenziali verso le mitiche aree, che possono essere suggeriti , allo scopo di trascriverli sulle mappe ?

Tradizionalmente si consiglia di incominciare nelle viscere della terra, cioè “Visita interiora terrae”. A ritroso, dobbiamo richiedere agli esploratori di riflettere profondamente sui Significati di terra, interiora ed il verbo visitare.

Ognuno si può anche fermare al primo livello di interpretazione, quello semplice e diretto. In tal caso risulta evidente che la frase non ha alcun significato degno di nota. Oppure si può cercare di andare più a fondo, magari agganciandosi ai simboli, specialmente quello della terra. Ma anche così non si va molto più in là.

Ma se per Grazia ricevuta, come in parte per Pietro Negri, o per intuizione, o per altro, si giunge ancora più in fondo, allora incomincia un’avventura esplorativa che neanche gli esploratori più utopici, all’inizio del loro cammino possono osare di sperare di vivere.

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SUL MORIRE . . .

Jiddu  Krishnamurti

      “…per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un’esperienza diretta.. siamo plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione, dagli schemi di vita; siamo invidia, gioia, angoscia, zelo, godimento, ognuno di noi è questo, ovvero il processo di continuità.. ..ognuno è attaccato alle proprie opinioni, al proprio modo di pensare, ed ha paura che senza i suoi attaccamenti non sarebbe nulla, allora si identifica con la casa, la famiglia, il lavoro, gli ideali… ma quanti sono quelli capaci di porre fine a tale attaccamento e realizzare il distacco? E’ necessario comprendere i processi del pensiero poiché la comprensione di ciò che chiamiamo pensiero è la cessazione del tempo.. il pensiero, tramite un processo psicologico, crea il tempo, il tempo poi controlla e configura il nostro pensiero.. ..il senso di continuità è stato edificato dalla mente, quella mente che guida se stessa per mezzo di precisi schemi e che ha il potere di creare ogni sorta di illusione, lasciarsi intrappolare da tutto ciò mi sembra una scelta tanto inutile quanto priva di maturità.. ..non sappiamo neppure cos’è vivere, come potremo mai sapere cos’è la morte? Vivere e morire potrebbero essere la stessa cosa, e il fatto che le abbiamo separate potrebbe essere fonte di grande sofferenza.. abbiamo separato la morte trattandola come un evento che accadrà alla fine della vita, tuttavia è sempre presente.. avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l’abbiamo separata dalla vita relegandole entrambi in compartimenti stagni separati l’uno dall’altro da spazi immensi.. ..una mente imprigionata in tale processo non riuscirà mai a comprendere, comprendere è libertà, ma tra noi sono ben pochi coloro che vogliono essere liberi.. ..lasciamo che l’oceano della vita e della morte sia così com’è.. ..l’io che ha goduto, sofferto e conosciuto, potrà continuare? L’io esiste solo a causa dell’identificazione con la proprietà, con un nome, una famiglia, con successi e fallimenti, con tutto ciò che siamo stati e vogliamo essere. Siamo ciò con cui ci siamo identificati: è di questo che siamo fatti, e senza di questo non siamo. Vogliamo che tale identificazione con gli altri, con le cosa e le idee non abbia fine, persino dopo la morte; ma si tratta davvero di qualcosa di vivo? Oppure non è nient’altro che una massa di desideri contraddittori, di progetti, di successi, di frustrazioni, un groviglio in cui il dolore supera la gioia? ..Meglio il conosciuto che il non conosciuto vero? Eppure il conosciuto è talmente piccolo, insignificante, limitante; il conosciuto è dolore, eppure si desidera che continui.. ..ci affanniamo molto per sapere, quando cessa ogni tentativo di sapere, c’è ancora qualcosa che la mente non è riuscita ad afferrare e a far quadrare. Il non conosciuto è infinitamente più grande del conosciuto: il conosciuto non è che un’imbarcazione in mezzo al mare del non conosciuto.. ..lasciamo che tutto scorra naturalmente.. ..la verità è assai strana: più la inseguiamo più ci sfugge. Non possiamo afferrarla in nessun modo, per efficace e astuto che sia; non possiamo imprigionarla nella rete del nostro pensiero. Comprendetelo a fondo e lasciate andare tutto. Nel cammino della vita e della morte dobbiamo camminare da soli; è un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto. La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze; i suoi dèi e le sue virtù devono essere restituiti alle società che li hanno generati. Occorre raggiungere una solitudine completa e incontaminata…”

-{Jiddu Krishnamurti – frammenti liberamente estrapolati da: “On living and dying”}-

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LE PAURE

LE PAURE

Rendetevi conto che la paura è veramente il più grande nemico della libertà. E’ il peggior “non significato” della Manifestazione. E’ la morte che ostacola il nostro cammino verso il magico mondo dell’Arte e della Bellezza.

L’attento esploratore deve perciò intendere bene la vera origine delle paure. Si deve anche domandare per quali strane ragioni al giorno d’oggi è in atto un mirato processo di diffusione della paura. Si deve infine domandare se egli stesso non contribuisca a tale diffusione con un suo comportamento inadeguato e non del tutto cosciente e se non stia trasformando i non significati -suggeriti da quegli eventi – in significati falsi ma dalla nefasta influenza.

Ci sono molte ragioni per comprendere che la diffusione della paura costituisce un diretto attacco all’individualità interiore. Con maligna abilità si spostano le attenzioni sulle contingenze egoistiche. Il banale egoismo di chi si difende è una manifestazione superficiale ed effimera, che poco ha a che vedere la nostra individualità spirituale.

La paura, generando i fantasmi dei guardiani della soglia, pone tutte le premesse per una schiavitù da eventi, quindi senza Speranza. Osservate bene, e poi valutate la pesantezza di una simile schiavitù, che è di gran lunga peggiore delle schiavitù fisiche, che, almeno, pervenendoci dall’esterno, lasciano aperte le porte a nostre intime reazioni e, quindi, alla Speranza.

Come ci si può difendere dai fantasmi della paura ? Un metodo c’è : provate a prendere in esame il Significato della vostra stessa esistenza e paragonatelo ai non significati generati dalle paure. E’ un’impresa non sempre facile, ma dà i suoi frutti. In primo luogo evidenzia la Dignità di chi si oppone alle manipolazioni.

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SECUNDUM LUCEM

Secundum Lucem

di Moreno Neri

    La materia dell’Arte Reale non è esente da rischi. Perciò andrebbero sistematicamente scartate tutte le opinioni, tutti i “dogmi” che come un fardello ci portiamo dietro dal mondo profano. Spogliati da questi “metalli”, così come simbolicamente essi ci vengono sottratti durante una delle fasi dell’”iniziazione, sarà perciò più difficile fare appello – salvo rarissime eccezioni – ad una terminologia che non ci appartiene. Turn-over lo lasceremo al sindacalista, – è perché non usare il nostro italiano ‘turnazione’?-, il mero concetto d’anzianità nell’avanzamento della carriera lo relegheremo alle carriere della burocrazia. Ci appartiene se mai, dal punto di vista esoterico la categoria dei Cicli, che in un certo senso negano la storia dei piccoli uomini per il suo carattere transitorio e al contrario s’iscrivano in una Legge, in un progetto che è il Piano del Grande Architetto.

    Bisognerà perciò avere la precauzione, e l’umiltà, cui mi appellavo di recente di leggere o di rileggere, qualora la memoria si fosse appesantita per i metalli di cui ci grava il mondo profano, gli Antichi Doveri, la Costituzione, il Regolamento. Già i primi ci permettono di giudicare facilmente quanto certe pretese, lecite nell’ufficio o nel lavoro, siano infondate nello spazio sacro del Tempio.

    Il IV degli Antichi Doveri recita testualmente:

        Tutte le preferenze fra i Muratori sono fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale… Perciò nessun Maestro o Sorvegliante sia scelto per anzianità, ma per il suo merito. (IV Antichi doveri)

    Tale severità ci pare necessaria e affinché non si pensi che ci avvaliamo su nostre presunte “opinioni” per giustificare le osservazioni che abbiamo fatto e che ci accingeremo anche in prosieguo a fare, ci accontenteremo di leggere l’articolo 9 della Costituzione.

        Art. 9 – I doveri dei Liberi Muratori.

        I Liberi Muratori sono tenuti all’osservanza degli “Antichi Doveri” ed alla fedeltà ai Principi dell’Ordine Massonico Universale; essi sono reciprocamente impegnati alla ricerca esoterica, all’approfondimento iniziatico ed alla proiezione dei valori muratori nel mondo profano.

        Sono inoltre tenuti:

        – ad osservare fedelmente la Costituzione ed il Regolamento dell’Ordine, il Regolamento di Loggia ed il Rituale;

        – ad operare effettivamente alla propria elevazione morale, intellettuale e spirituale;

        – ad assolvere gli impegni assunti ed esercitare scrupolosamente le attribuzioni del proprio grado od ufficio nella Comunione;

        – ad intervenire alle Tornate della propria Loggia;

        – a mantenere la discrezione sui Lavori iniziatici;

        – ad astenersi da ogni azione contraria alla lealtà e a comportarsi da uomo d’onore.

        Il Libero Muratore rifiuta il dogmatismo e non accetta limiti alla ricerca della verità. Segue l’esoterismo ed il simbolismo; apprende l’uso dei tradizionali strumenti muratori; esalta il Lavoro, la Tolleranza e la Virtù; opera per unire gli Uomini nella pratica di una Morale universale senza alcuna distinzione di origine, razza, credenze o condizioni sociali.

    Sarebbe sufficiente che ciascun Fratello si attenesse a questa regola per trovare la forza e l’energia che talvolta pare mancare alla nostra Officina. Ma la debolezza è costante e quasi intrinseca, perché affidata e dipendente dai pochi che insegnano tali Doveri e li praticano ed in balia dei molti che li insegnano e non li praticano oppure li praticano ma non li insegnano, giacché ogni dottrina sacra non va classificata ma sperimentata ed ogni regola richiede una specifica “condotta di vita” ed una trasmissione di tale condotta. L’iniziazione sarà perciò giudicata dai suoi frutti.

    A qual punto sia arrivata l’ignoranza del vero lavoro iniziatico lo dimostra questa poesiola di Charles Lloyd Cowser della Loggia Olive Branch N° 792 di Weatherford Texas.

        Il Grado del Coltello e della Forchetta.

        Non frequento le tornate/ .Non ho tempo da perdere io/Ma ogni volta che c’è un agape/Mi troverete sicuramente là/ Non sono in grado di aiutare con i gradi/ Perché non conosco il lavoro/ Ma posso applaudire gli oratori/ E maneggiare un coltello e una forchetta/ Sono così arruginito con

        il rituale/ Che al mio orecchio sembra scritto in Greco/ Ma la pratica mi ha reso perfetto/ Nel grado del coltello e della forchetta.

    Quale sia il lavoro per eccellenza a cui si sono dedicati i saggi di ogni tempo e che non è limitato a partecipazione ad agapi o al compiere cerimonie… forse vi sono Fratelli che non l’hanno mai scoperto: non hanno, appunto, tempo da perdere. Ma suggerisce Oswald Wirth:

        La Grande Opera alla quale ci invita la Libera Muratoria implica una partecipazione effettiva, da parte nostra, all’impresa più sublime che si possa immaginare, poiché non si tratta nientemeno che de/la creazione del Mondo o del suo compimento il che è lo stesso. Siamo chiamati… a indovinare le intenzioni di chi vuoIe farsi, a decifrare, in altre parole, il piano del’intelligenza costruttiva dell’Universo, alfine di poter intervenire utilmente in vista di favorire dovunque il manifestarsi del meglio.

        Operai del perfezionamento morale, dobbiamo saper costruire, con la nostra intelligenza, la nostra anima e la nostra volontà l’edificio …che sarà il Tempio unico d’una Umanità sempre più illuminata, manifestante dovunque un’armoniosa attività, per il sol fatto che sarà protetta da tutti i mali alimentati dall’ignoranza, dall’assenza di intelligenza e comprensione, in altre parole da quel nemico di ogni progresso, comunemente detto: stupidità umana.

        Questa stupidità o mancanza di intelligenza colpevole di tutte le sofferenze che gli uomini si infliggono tra loro, rappresenta per l’Iniziato il grande nemico, l’avversario per eccellenza (avversario — ricorda Wirth- in ebraico si dice ” Shatan “. Il vero Satana che si oppone sempre alla luce creatrice è l’oscurantismo piaccia o non, a coloro che colpiscono d’anatema l’emancipazione delle intelligenze). Avversario che deve essere combattuto senza posa prima in noi stessi, poi attorno a noi. Illuminare se stessi, per poter poi illuminare gli altri, ecco il vero scopo del lavoro massonico. Lavoriamo, lottiamo, alfine di conquistare la luce segretamente, per poi diffonderla. Siamo operai di luce e come tali collaboriamo alla Grande Opera del Grande Architetto dell’Universo.

    Nelle parole di Wirth è dunque implicita l’esistenza di un duplice insegnamento, che è una delle basi della tradizione, e dunque di un doppio lavoro, quello essoterico, destinato al mondo profano, e quello esoterico, che richiede un tempo ed uno spazio sacro, l’uno senza l’altro non ha reciprocamente senso, l’un con l’altro si sostengono vicendevolmente. Se il nostro segreto è che l’Universo è il Tempio del Grande Architetto, non potrà non corrispondervi una scienza pratica nel nostro agire quotidiano. E’ nota quale spesso sia stata la sorte degli ‘operai di luce”. Segni oscuri sempre più premonitori, fanatismi e intolleranze, regni della quantità e dogmi trasformati in strumenti di dominio e di guerra fanno forse apparire distante il Tempio unico di un’umanità sempre più illuminata. Eppure anche nei periodi più oscuri, nei tempi lunghi di una storia invisibile, non sono mai mancati quegli operai che hanno custodito i segreti dell’Arte e diffuso gli ideali della Grande Opera nella perenne e mai dismessa ricerca di un’umanità finalmente disposta, se non all’unità col piano architettonico supremo, almeno alla comprensione.

    Dunque, all’opera! Qui nel nostro Tempio e fuori, in quello dell’Universo. Tenendo fisso nella mente e nel cuore, che ogni evento che accade in seno al Tempio, anche quelli che possono aver irritato qualche Fratello, avviene “secundum lucem”.

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