CONSIDERAZIONI SUI PRESUPPOSTI PER UN BUON SVOLGIMENTO DEI LAVORI

CONSIDERAZIONI SUI PRESUPPOSTI PER UN BUON SVOLGIMENTO DEI LAVORI

Il tempo, e forse certamente ancor più la vita quotidiana, o profana se si preferisce, ha modificato, forse in modo definitivo, il modo di lavorare di questa antica confraternita.

Mi rendo conto che non è possibile, oltre certi limiti, andare contro quelle che sentiamo come “necessità”, ma credo sia comunque molto importante esserne consapevoli per trasmettere le nostre conoscenze a chi verrà dopo di noi. I tempi cambiano, e con essi anche gli uomini: venti o trenta, ma anche solo dieci anni fa, forse nessuno fra noi avrebbe potuto preconizzare l’attuale situazione del mondo e dell’umanità. Perché allora escludere che, nel giro di forse non molto tempo, non ci possa essere una modificazione, anche sostanziale, che faccia in qualche modo risultare utili le considerazioni che mi appresto a sviluppare? Guardando alla nostra istituzione ed al suo operare, la prima considerazione da fare e che molto si dev’essere modificato, nel corso dei quasi tre secoli di massoneria moderna, per non parlare di tempi più remoti. Ma una cosa, e la più importante, si è sostanzialmente preservata: il suo simbolismo! Nelle prime frasi del rituale di iniziazione al grado di Apprendista, quando si parla di principi perfetti ed immutabili per la ricerca del vero, credo ci si riferisca proprio a questo!!

«La morale è per noi la legge naturale, universale ed eterna che guida ogni uomo intelligente e libero»,

Almeno in parte, si può dedurre che la ricerca del vero debba avvenire per imitazione della natura”,

Perché «solo regolando inclinazioni e costumi perverremo a quell’equilibrio che costituisce la saggezza, cioè la scienza della Vita». Il processo iniziatico in massoneria si basa sul lavoro artigianale nella scienza architettonica- e l’elemento sicuramente più importante è la pietra grezza da costruzione: essa è quindi un gioiello che, se opportunamente lavorato, realizzerà l’ideale costruttivo: il tempio!

Abbiamo identificato così una prima tema di elementi, ternario che è la base per l’opera muratoria dell’artigiano: e la verità (G.A. D. U.) e gli strumenti (le nostre regole, i principi) e il libero muratore (la pietra). Anticamente la loggia era un vero e proprio cantiere, in cui Si trovavano tutti gli attrezzi di lavoro e ogni cosa utile o Necessaria al lavoro, compresi i progetti, o “disegni”, architettonici.

Oggi il nostro tempio appare molto diverso, ma solo a chi si ostini a volerlo vedere in modo Superficiale: gli strumenti continuano ad esserci, il piano architettonico viene tracciato ogni volta che ci si riunisce in tornata rituale, con la collaborazione (partecipazione?) di tutti i fratelli (i muratori) presenti.

L’arredo del tempio non concede, in fondo, molto spazio al superfluo.

Si tratta di imparare vedere ed a valutare quanto ci viene proposto, non dimenticando mai che il lavoro del libero muratore si basa sull’analogia esistente tra macro e microcosmo.

Un bello e buon lavoro sarà far risplendere tutto questo al di sopra dei veli e del grigiore che l’incrina e l’incomprensione ha loro addossato, relegandoli nel cantuccio dell’attenzione dove ancora si trovano.

Nei vecchi catechismi in grado d’apprendista, al di là delle differenze più o meno formali con quelli in uso oggigiorno, vi è un costante richiamo alla necessità di individuare questi elementi, concentrando il proprio sguardo su di essi, fino a fissarli nella propria mente? come ciò che vi è di più essenziale, al di là di ogni speculazione mentale: penso, Come già sosteneva il carissimo fratello Fabrizio, che bisognerebbe innamorarsi di questi strumenti, dei contenuti dei rituali d’apertura e chiusura dei lavori alla stessa stregua con cui ci si può innamorare di una bella donna: non sono i suoi ragionamenti, mai suoi attributi fisici, l’armonia dei suoi movimenti, la grazia di cui si circonda che colpiscono ed avvincono. Ma questi elementi, un po’  trascurati, se non sopportati malvolentieri, formano veramente un tesoro prezioso, la sola cosa di cui la massoneria può veramente vantarsi.

In tale patrimonio si trovano concordemente allusioni ad una localizzazione sacra della loggia (in una valle dove regna la pace e la giustizia; il punto geometrico conosciuto solo dai figli della vedova), al suo orientamento (verso oriente), alla sua forma geometrica (il quadrilungo e doppio quadrato), ai gioielli di cui si abbellisce e che la decorano (fissi: pietra grezza e pietra squadrata, tavola da disegno; mobili: squadra, livella e perpendicolare), alle luci che la illuminano (delta luminoso, sole e luna), ai tre pilastri che la sostengono (saggezza, forza e bellezza).

Vi sono poi due colonne J. e B., e ancora altri, quali il cielo stellato, il

pavimento a scacchi e lo zodiaco tracciato sulle pareti, senza contare quelli. altrettanto importanti del gabinetto di riflessione.

Questo esercizio incessante che la tradizione massonica ripete, nel grado di apprendista, richiamando continuamente il numero tre’, impone, come premessa ad ogni ulteriore lavoro, una indagine profonda del suo simbolismo, senza dispersioni extra massoniche nel senso che, dopo aver abbandonato il punto di vista esteriore,

profano, è comunque sempre alla nostra tradizione che dobbiamo rivolgerci: tutte le altre, pur ortodosse, possono solo servire come metodo “esterno” di comprensione.

La pietra grezza deve essere lavorata operativamente, con gli strumenti e le tecniche adeguate, così come il tempio Va elevato secondo le regole tradizionali dell’architettura: operare diversamente significa disconoscere la propria natura e non farsi riconoscere Come liberi muratori.

II vero decoro del tempio massonico si identifica nella realizzazione di

un’officina tradizionale di autentici costruttori, dove si possano apprendere le regole della scienza architettonica ed operare conseguentemente.

 Da tutto ciò deriva l’attaccamento ai simboli e in generale a tutto il patrimonio veramente massonico, la cura del tempio fino alla sua stessa pulizia, perché  nell’ordine e nella sobrietà possa risplendere l’officina nella sua reale natura, nella sua identità di luogo dove si riuniscono gli artigiani costruttori, i liberi muratori.

Nella tradizione massonica si trova una certa insistenza per l’abbigliamento, tuttavia, gli elementi indicati a riguardo non sono molti; i guanti ed il grembiule, entrambi di colore bianco, consegnati ritualmente al termine del rito di iniziazione.

Niente altro!

L’uso di portare il vestito e la cravatta, ritenuto d’obbligo o quasi, può solo esser raccomandato.

Una cosa pare fondamentale: che presentarsi in tempio in abito scuro, da “cerimonia” è solo il frutto di una falsa interpretazione moralistica, derivante con ogni probabilità da una moda perbenista e borghese del XIX secolo con cui si voleva imitare quanto si faceva nel mondo profano, il presentarsi eleganti ai lavori rituali eseguiti in luogo sacro.

Va altresì ricordato che, nell’ottocento, per la classe “agiata”, vestire con abito “buono” era assolutamente normale. e inimmaginabile era il presentarsi in modo non “ortodosso” a chicchessia.

Ma, in questa come in altre occasioni, sono convinto che la cosa migliore sia quella di rifarsi alla forma tradizionale massonica.

Da questo punto di vista l’abito del massone non può essere che un abito da lavoro, e in particolare quello di un artigiano costruttore.

Se esaminiamo il significato del colore nero, constatiamo come esso richiami il principio non manifestato e il caos primordiale: esso non può allora essere adatto al “nuovo nato”, al neofita libero muratore. Ed allora, almeno in grado d’apprendista, dovrebbe essere eliminato il colore scuro, quel colore nero, abbandonato nella camera di riflessione, nel primo viaggio riferito all’elemento terra. Esso ricorda troppo le tenebre esteriori appena abbandonate e sembra essere effettivamente all’opposto del buon senso e del simbolismo che dovrebbe richiamare.

Per contro l’idea dell’abito bianco è associata a quella di nuova nascita: oltre ai veri neonati, basti pensare alla tunica dei catecumeni del cristianesimo primitivo o di altre tradizioni. I sufi poi vestono il mantello bianco poiché sono preservati dalla menzogna: esso rappresenta insomma, col suo simbolismo, l’essere ritornato allo stato di purezza, almeno virtuale, dopo le prove iniziatiche attraverso i quattro elementi.

Un’investitura fatta con abito bianco, anche in sede massonica, potrebbe essere plausibile, almeno a titolo di pura ipotesi. Proprio quel bianco che ritroviamo nel colore del grembiule e dei guanti.

Gli artigiani del passato, fieri della propria professione (e identità), stampavano ed esibivano materialmente sul proprio vestito i segni distintivi della loro corporazione. Tali simboli il massone dovrebbe portarli con se in tempio, e soprattutto imprimerseli netti nella mente e nel cuore anche se questo oggi non è più materialmente possibile (per ovvi motivi).

Ma questa idea che è andata fissandosi sulla foggia o meglio sul colore dell’abito, non è altro che un aspetto distorto della necessità di presentarsi effettivamente purificati; il che si tradurrà, come si è visto per il tempio, in un’accurata pulizia della persona e dei vestiti, i quali, non potendo assumere la foggia adeguata alla forma artigianale massonica nel mondo profano moderno, dovranno assumere un aspetto il più ordinato possibile, lontano da ogni eccentricità della moda, rispecchiando uno sforzo di ordine ed armonia fin dall’elemento corporeo, in giusto equilibrio con se stessi e soprattutto segno di una ricerca di purificazione profonda conseguente all’assunzione di un punto di vista tradizionale.

Dopo aver esaminato il vestito, esaminiamo Ora un altro indumento che viene raccomandato: la cravatta, considerata un complemento necessario del vestito. Essa suggerisce un’idea di centralità così come, del resto, anche il grembiule: mi pare che alludano alla copertura di tutto il tronco del corpo, dalla parte più alta a quella più bassa; il loro punto di giunzione si trova approssimativamente all’altezza dell’ombelico, che in grado d’apprendista è ricoperto dalla “bavetta” rialzata del grembiule, quasi a volersi ricollegare con continuità all’indumento superiore; è anche in sua corrispondenza che viene a cadere il nodo che stringe il grembiule.

Questa è la zona del corpo che separa la parte inferiore da quella superiore. Dopo la discesa agli inferi, fatta dall’apprendista, muto di necessità di fronte a ciò che gli è inintelligibile, e “tutto” (il tronco) coperto, e protetto, possiamo invece intravedere la nuova e diversa mansione e situazione del compagno d’arte, il cui ombelico viene ad essere scoperto, essendo egli un operaio già sufficientemente esperto.

Possiamo scorgere nell’abbigliamento del massone un disegno verticale, in cui si collocano due nodi, uno alla gola, (della cravatta), e uno all’ombelico, (del grembiule).

E dei legami e nodi dovrebbero stringere e decorare la teorica candida veste dell’iniziato, nella sua semplicità primitiva. Tale veste avvolge con i suoi elementi costitutivi l’essere, separandolo e unendolo allo stesso tempo dal mondo esteriore, con un legame sacro, un “nodo d’amore” che ricorda il cordone ombelicale, l’inizio della vita.

Tavola del Fr.’.A. Bgg,  )

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DELL’ATTRIBUZIONE DI FORZA E BELLEZZA AI DUE SORVEGLIANTI DI LOGGIA

DELL’ATTRIBUZIONE DI FORZA E BELLEZZA AI DUE SORVEGLIANTI DI LOGGIA

del Fr.’.  A.  C.

Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,

in merito all’argomento espresso dal titolo di questo lavoro, esistono in Massoneria due posizioni contrastanti ove l’una sostiene che la Forza debba essere attribuita al Primo Sorvegliante e la Bellezza al Secondo, mentre l’altra sostiene il contrario. Nell’ultima edizione dei Rituali editi dal G. O. I ha finito per prevalere la seconda delle due posizioni o, meglio, non si è ritenuto di dover modificare i precedenti rituali in uso (editi nel 1969) nei quali la Bellezza veniva già attribuita al Primo e la Forza al Secondo Sorvegliante laddove, in quelli precedenti tale data, esisteva la dizione, a mio avviso più corretta, conforme alla prima delle posizioni citate: Forza al Primo Sorvegliante e Bellezza al Secondo.

Le considerazioni che seguono, pur non avendo la pretesa di trattare compiutamente questo argomento, spero possano contribuire ad una maggiore chiarezza su tale controversa questione. Per are ciò sono tuttavia necessarie alcune considerazioni di carattere generale sulla tematica delle “opposizioni”.

Esistono in effetti due forme fondamentali di opposizione, l’una a carattere “verticale” e l’altra a carattere “orizzontale”. La prima esprime un rapporto analogo a quello esistente fra Essenza (polo superiore) e Sostanza (polo inferiore) o, per usare il linguaggio aristotelico, quello fra Forma e materia (impropriamente Spirito e materia). Gli esempi analogici di questo tipo di opposizione sono molteplici, eccone alcuni:

e Testa e piedi (corpo umano);

* Tetto e pavimento (edificio);

* Volta stellata e pavimento a scacchi (Tempio);

* Cielo e Terra (cosmologico);

* Compasso e Squadra (attrezzi simbolici);

* Maestro e discepolo oppure padre e figlio (rapporti umani) con numerosi altri dello stesso genere.

La inversione degli attributi avrebbe, in questo caso, un carattere propriamente “diabolico” in

quanto sovvertirebbe, per effetto di tale capovolgimento, il senso dei riti e la corretta direzione della

“discesa” delle influenze spirituali.

Il secondo tipo di opposizione si esplica invece sul piano di intersezione della verticale con il piano orizzontale secondo quanto espresso dal simbolo della croce:

piano orizzontale —

Questo tipo di opposizione si configura come “speculare” o “simmetrica” ed ha un carattere meno radicale della precedente. Per tale motivo, gli scambi di attribuzione fra i due termini di tale

opposizione o, per meglio dire, di tale complementarismo, pur essendo tutt’altro che indifferenti,

sono in genere meno gravi di quelli dell’altro tipo e, in ogni caso, alquanto più frequentemente riscontrabili.

Deve tuttavia essere precisato che scambi di questa natura, pur non comportando una vera a propria sovversione come nel caso delle “inversioni verticali”, hanno comunque l’inconveniente di sminuire il simbolismo e, conseguentemente, di sminuire l’efficacia dei riti compiuti adottando l’errore.

Esemplificazioni analogiche di questo genere di

* Destra opposizioni possono essere le seguenti: e sinistra (nel corpo, in un edificio, ecc.);

* Filo a piombo e livella (fra gli attrezzi simbolici);

* Uomo e donna, moglie e marito, padre e madre (nei rapporti umani) e antri ancora.

Va detto per inciso che queste considerazioni molto generiche si complicano ulteriormente quando si considera che, sullo stesso piano orizzontale, esistono di nuovo due opposizioni cruciali: l’una “relativamente verticale” (asse Nord-Sud o dei Solstizi) e l’altra “relativamente orizzontale” (asse Est-Ovest o degli Equinozi) come illustrato qui di seguito:

                                                NORD

                                   OVEST                   EST

                                                SUD

Pur non intendendo, in questa sede, approfondire in modo particolare questo punto, peraltro importante, vorrei annotare che, analogicamente a quanto detto in precedenza, anche qui sono maggiormente dannosi gli scambi riguardanti l’operazione relativamente verticale degli altri, a meno che, qualora le circostanze lo richiedano, non vengano effettuati in modo corretto avendo cioè in vista che, in questo tipo di configurazione, lo scambio di due dei termini deve sempre comportare lo scambio degli altri due ?.

Fatta questa premessa, appare evidente che, nel caso di Forza e Bellezza, ci troviamo in presenza di una opposizione orizzontale di tipo simmetrico come ad esempio nella psiche umana, quella esistente fra la “mente” e “l’anima emozionale”? . La Saggezza verrebbe così ad essere il polo superiore di una opposizione “relativamente verticale” il cui polo inferiore, essendo rappresentato da tenebre ed ignoranza, non può trovare posto nel Tempio se non identificandolo con il lato Nord cui non è “assegnata”, essendo appunto illato oscuro, alcuna Luce. L’opposizione di Forza e Bellezza che. come si è detto, meglio sarebbe definire come “complementarismo”, presenta caratteristiche di tipo attivo-passivo aventi forti analogie con il binario uomo-donna, oppure con la volontà attiva (Marte astrologico) da un lato e l’affettività, nonché la sensibilità estetica (Venere astrologica), dall’altro.

Cominciano qui a delinearsi i rapporti analogici rispettivi del primo e del secondo grado massonici. Nel primo grado, il lavoro si svolge soprattutto agendo sul piano del carattere che è il piano femminile o animico dell’essere umano, ovvero l’insieme degli impulsi non razionali di natura “vitale” che condizionano il comportamento; questo piano deve essere riequilibrato affinché si possa poi procedere con profitto a quello superiore (secondo grado). In camera di Apprendista si impara a sviluppare le “virtù” sotto il controllo, quasi “materno”, del Secondo Sorvegliante. Qui si apprende ad essere plastici e flessibili nei confronti delle influenze superiori ed a percepire la bellezza attraverso un atteggiamento ricettivo di “ascolto”, rinunciando temporaneamente all’uso attivo della parola (il Silenzio dell’ Apprendista).

Nel secondo grado, invece, il lavoro si svolge sul piano mentale o del pensiero (lato maschile e comporta un processo di ordinamento delle facoltà razionali. Questo corrisponde  alla squadratura e politura della pietra grezza, fino alla trasmutazione della stessa in pietra cubica destinata, quest’ultima, a servire come “base sostanziale” o punto di appoggio per la “piramide discesa dal Cielo”, che la trasformerà in “pietra cubica a punta” rappresentativa della perfezione della Maestria.

La pietra squadrata dovrà pertanto essere solida e forte onde poter sopportare il peso della consapevolezza superiore che finirebbe altrimenti per frantumarla’. Il Primo Sorvegliante segue, come un padre attento e severo, questa seconda fase della evoluzione iniziatica.

In aggiunta a quanto detto, non sono forse inutili le seguenti osservazioni: e il Secondo Sorvegliante alza la sua colonnina durante la “ricreazione” che corrisponde ad un atteggiamento nel suo insieme edonistico e passivo (la fruizione e il riposo); e il Primo Sorvegliante, d’altro canto, alza la sua colonnina durante il “lavoro”, momento di fatica e di esplicazione della forza di volontà; e la fasi di costruzione di un edificio prevedono “l’ideazione” del progetto (Saggezza), cui seguono

“l’attuazione” dello stesso attraverso l’erezione del corpo-struttura dell’edificio stesso (Forza) e, infine, “il compimento” attraverso l’abbellimento della forma esteriore visibile (Bellezza); e l’elemento associato al Secondo Sorvegliante è l’Acqua (che in astrologia corrisponde alla “emotività”) e questo fatto è conforme a quanto detto in precedenza a proposito della caratteristica di “plasmabilità” che deve assumere il carattere di chi si trova ancora in primo grado, laddove l’elemento associato al Primo Sorvegliante è, invece, l’Aria (che in astrologia corrisponde al “pensiero”) di nuovo conforme alle caratteristiche generali sopra indicate per il secondo grado.

Molti altri sviluppi e accostamenti potrebbero ancora essere fatti riguardo a questo tema; uno in particolare mi sembra importante perché serve a spiegare una apparente incongruenza: l’attribuzione, quale gioiello, di un attrezzo di tipo “passivo” coma la livella al Primo Sorvegliante e di un attrezzo di tipo “attivo” come il filo a piombo al Secondo Sorvegliante. Una spiegazione di questo fatto potrebbe essere ricercata facendo riferimento al noto simbolo taoista dello yin-yang che,nell’esprimere simbolicamente il dualismo cosmico, di cui Forza e Bellezza non sono che una specificazione particolare, prevede la presenza, in ciascuno dei due termini, del termine opposto (cerchio bianco in capo nero, lo yang che nasce dallo yin, e cerchio nero in campo bianco, lo yin che nasce dallo yang)

evidenziando così il principio di “mutazione” che deriva dalla non-dualità principale. Questo significa che nel cosmo non esistono dualismi assoluti e irriducibili, ma che ogni cosa tende a mutarsi nel suo contrario (similmente a quanto espresso dall’analogo simbolismo della “doppia spirale”).

Nel caso che stiamo esaminando, una interpretazione semplice, fra possibili altre di natura più complessa, è la seguente: l’attribuzione del filo a piombo al Secondo Sorvegliante e della livella al Primo Sorvegliante, evidenziando come la dolcezza e la comprensione del Secondo Sorvegliante debba essere, quando il caso lo richiede, corretta da una giusta severità, mentre l’abituale “rigore” del Primo Sorvegliante debba, talvolta, essere temperato da una opportuna “indulgenza” che sappia tenere conto della imperfezione e delle debolezze umane.

Una obiezione, sollevata da alcuni a proposito dell’argomento in esame, consiste nel fatto che la sgrossatura della pietra grezza richiede l’uso della forza affinché, alla fine, possa essere intravista la bellezza dell’opera. Bisogna osservare, a questo riguardo, che al Bellezza, rappresentata dal Secondo Sorvegliante (guardiano della colonna degli Apprendisti), deve essere concepita come punto di riferimento esemplare in funzione del fine da raggiungere, che è la purificazione dell’anima. Compiuta tale purificazione, potrà avere inizio la fase attiva della crescita interiore e qui il naturale punto di riferimento sarà la Forza rappresentata dal Primo Sorvegliante (guardiano della colonna dei Compagni).

Quale ultima considerazione, si potrebbe ancora annotare che le tre Luci, il Maestro Venerabile con i due Sorveglianti, sono le 4 ipostasi simboliche dei biblici Salomone(il re-profeta), Hiram di Tiro (il re-guerriero) e Hiram Abif (il capo degli artigiani) i quali, nella loro rispettiva posizione gerarchica, corrispondono alle tre categorie sociali con cui sono suddivisi gli uomini della “caste superiori” nelle civiltà che, come quella indù, si reggono ancora in conformità coni principi tradizionali e cioè: i Sacerdoti, custodi della sapienza e detentori della Saggezza, i Guerrieri, custodi delle leggi e detentori della Forza, e infine gli Artigiani, il cui rapporto con il terzo principio, la Bellezza, è di per sé evidente.

Alla luce di quanto fin qui esposto, ritengo si possa concludere che le caratteristiche generali di Forza e Bellezza siano nettamente a favore delle attribuzioni dell’una al Primo Sorvegliante e dell’altra al Secondo, le quali, peraltro, sono perfettamente coerenti con la logica successione delle tre frasi rituali espresse durante l’accensione delle candele in apertura dei Lavori di primo grado:

Che la Saggezza illumini il nostro lavoro.

Che la Forza lo renda saldo.

Che la Bellezza lo irradi e lo compia.

Sarebbe, a questo punto, legittimo chiedersi se, l’apertura verso il mondo profano e le “concessioni” fatte a questo punto di vista del tutto esteriore dalla Massoneria italiana in questi ultimi anni, non abbiano una qualche relazione con lo “scompenso” rituale causato appunto dalle improprie attribuzioni di Forza e Bellezza adottate dalla maggior parte delle logge nostrane. È questa forse una ipotesi non del tutto da scartare e che, in ogni caso, potrebbe costituire un utile spunto per riflessioni di non secondaria importanza circa la funzione ed il ruolo di organizzazioni iniziatiche, quali la Massoneria, negli equilibri del mondo.

 A.G.D.G.A.D.U.

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SIMBOLOGIA

SIMBOLOGIA

(pensieri) del Fr .’. A.C.

La necessità di ricercare, ritrovare, adattare particolari fenomeni alle esigenze spirituali è sempre stata appannaggio di tutte le culture, da quelle primordiali a quelle più evolute. Manifestazioni di questo tipo riempiono la storia evolutiva dell’umanità e la letteratura non ne è estranea.

L’uomo terrorizzato da fenomeni che esulano dalle sue capacità raziocinanti, li ha sempre posti su di un piano trascendente e ne ha fatto dei simboli, creando leggende, tradizioni, usi e religioni. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno feticistico nel quale la staticità culturale ha tentato di giustificare i reverenziali timori col completo asservimento dell’uomo verso immortali esseri ritenuti capaci di regolare il corso delle esistenze.

Il sole, apportatore di speranze e felicità, al suo sorgere, e di timori, al suo calare; la luna, intesa come pallido lume delle notti; il tuonare del cielo; lo scatenarsi delle forze della natura furono anticamente, e lo sono ancora oggi fra i popoli di primordiale cultura, segni tangibili di suprema volontà. Ma il mondo, la storia dell’umanità, la cultura dell’uomo hanno progredito creando un incommensurabile frattura fra il raziocinio e la spiritualità, anche se simboli di quelle antiche civiltà ancora oggi sussistono in molti ambienti.

Religioni moderne hanno sentito il bisogno di mantenere vivi strutture ed emblemi ed hanno creato ancora nuove simbologie. Correnti filosofico spirituali, da quelle orientali alle occidentali, hanno ricercato il collegamento tra materia e spirito, tra immanente e trascendente, facendolo passare attraverso sensazioni, che questo o quel simbolo o rito simbolico possono determinare, cercando di spiegare come sia possibile la ricerca dell’Io per mezzo di essi. Templi perfettamente orientati, are scientemente poste, analitiche funzioni cabalistiche, numeriche e geometriche, deambulazioni astrali, hanno sempre fatto da catalizzatori dell’animo umano e sempre saranno i condizionatori del suo divenire sin tanto che l’uomo non si accorga in quale stato confusionale si dibatte il suo vivere. Egli allora ricercherà la pace, ricercherà un’oasi nella quale poter riordinare le idee.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura e.

con questi endecasillabi inizia il più bel poema simbolico che mai sia stato donato all’uomo di buona volontà:

3 cantiche

33 canti per cantica

3 precise situazione psicologico spirituali

Disperazione Espiazione Estasi;

Stato confusionale Iniziazione Luce;

Staticità Dinamismo Realizzazione.

L’iter intrapreso attraverso i tre regni mette a nudo, all’attento osservatore, le possibili situazioni nelle quali l’essere trova la sua collocazione nell’arco esistenziale.

Sono i momenti che coinvolgono ogni azione e mettono in evidenza che il vivere vitam nella sua parabola fisica tocca limiti concreti, mentre nella consecutio spirituale l’essere è soggetto a sollecitazioni che tendono a condizionarlo. Come il flusso della corrente elettrica è rappresentabile da una sinusoide oscillante attorno all’ascissa cartesiana, così l’animo irrequieto alterna momenti di esaltazione spirituale a profonde prostrazioni.

Discende le spire dei gironi infernali; muore lentamente, rivivendo ogni stadio di sua vita profana dibattendosi fra dubbi, errori, fallacità.

Risale l’aspra erta del Purgatorio; rinasce faticosamente alla vita dello spirito e si avvia lungo l’impervio cammino che lo porterà alla conoscenza di sé stesso ed, in seguito, alla comprensione del divino.

Raggiunge l’etereità paradisiaca; con il continuo scrutare nel proprio Ego, con il raggiungimento dell’affrancamento dall’immanente, conquista una più ampia visuale, una più ampia panoramica dei valori che trascendono il profano cammino. Più chiara appare la realtà, più netta e profonda si determina la separazione fra presente e futuro, mentre la nebbia della incertezza lascia il posto allo splendore del sole. Ed allora, solo in quell’attimo non più fuggente, l’uomo avrà conoscenza del significato simbolico, ne capirà il più remoto valore. In quell’istante i Simboli non avranno più significato.

Quanto sopra potrà trarre in inganno il non attento uditore, poiché potrà pensare che la simbologia sia fallace ed inutile. Ciò potrebbe essere e lo sarà sicuramente, ma solo per colui che nel simbolo vede la verità assoluta e lo erge a feticcio; per coloro invece che ne esaminano il significato, che ricercano in esso la possibilità di astrazione, a mano a mano che ne scoprono i nascosti segreti lo assimilano e lo superano.

Pertanto giusti e perfetti debbono essere sempre le posizioni, gli orientamenti, le deambulazioni, i segni e l’ordine di ogni scuola iniziatica, ma non devono attrarre in modo assoluto per non distrarre l’attenzione da ciò che effettivamente significa ESSERE NEL TEMPIO.

 .

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SAGGEZZA

SAGGEZZA

del FR.’.  A.  C.

Venerabilissimo, Rispettabili Fratelli Maestri, questa mia tavola non ha titolo e non principia con alcun preambolo propiziatorio poiché sono convinto di vivere in un Tempio, le cui colonne sono “ornate” da Fratelli.

Nella tornata in atto i Fratelli sono “Maestri” ed il mio dire sarà pertanto più franco, più aperto poiché non potrà ledere a coloro che non hanno ancora conosciuto il ritorno di Hiram.

All’Oriente sedete voi, Venerabilissimo Maestro, voi che con la vostra scienza muratoria istruite la Loggia ed io vi devo obbedienza, rispetto e fedeltà. L’ho giurato 23 anni fa. Non sono molti; sono una vita.

Siete un simbolo che non ho inventato io, che non ha inventato l’uomo, ma che, scaturito dal più profondo incognito dell’Umanità, poiché d’essa facciamo parte, ci pone in ogni istante del nostro rapporto con la vita iniziatica di fronte alla più pesante responsabilità.

Infatti, ogni anno la saggezza dell’Officina decreta che un Fratello Maestro salga all’Oriente e guidi, istruisca, rappresenti, presieda.

Da dove proviene questa saggezza?

Non è il frutto di intrighi politici, non è l’accordo di correnti, non è il gioco di poteri occulti, ma è l’osservazione, più o meno inconscia, più o meno attenta, di una Vita, fra varie Vite, vissuta nella sacralità del Tempio, vissuta nel rapporto umano, vissuta nella disponibilità più aderente al significato del trinomio Libertà – Uguaglianza – Fratellanza, essa ci perviene dal Grande Architetto dell’Universo che ci guida nel Tempio per mezzo di quella ritualità che esalta il nostro lavoro.

Ed è proprio per questo motivo che lasciamo i metalli fuori del Tempio, è per questo motivo che assumiamo la predisposizione, l’atteggiamento, la correttezza, la disponibilità, la coerenza a quella logica muratoria che non ci consente ipocrisia alcuna.

Dobbiamo essere schietti, leali, consapevoli del mondo diverso in cui siamo stati chiamati a vivere, che abbiamo accettato nostra sponte, che tentiamo di conquistare cercando di superare difficoltà immense, scavalcando ostacoli ardui, penetrando lentamente il bosco dell’ignoranza per raggiungere lo splendore della prateria.

Ed allora, ben venga il lavoro sereno, allegro con momenti di spensierata giovialità.

Questo agire, però, non sia portatore di malcostume, non sia gli “ozi di Capua”, non faccia mai perdere di vista che il grembiule di Maestro, ornato di rosso, con frange dorate, non è riconoscimento di acquisiti meriti, non è diploma di raggiunta libertà, ma è l’obbligo ad essere sempre e costantemente SE STESSI.

Non assume quindi il Maestro atteggiamenti che esprimano un qualsivoglia stato d’animo, sia che agisca un Fratello fra le colonne o l’autorità all’Oriente; non esprime commento alcuno sia ad alta voce e tanto meno sussurrando; ha sempre la certezza che la vita nel Tempio “è perfetta” come lo assicura il Primo Sorvegliante quando si esprime:

“Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto”.

Tutto ciò ho voluto dirvi Rispettabili Fratelli poiché sono con voi tutti unito in quel credo comune che ci ha sollecitati a bussare alla porta del Tempio, unito a voi tutti nell’anelito di ricerca, di conquista, di serenità, di pace.

Sia dunque il lavoro comune veramente unione d’intenti, cementatore di ideali, fautore di realizzazioni che, se pur non comunicabili col verbo, lo siano per la costante attenzione ai doveri imposti e liberamente accettati.

Come possiamo pretendere capolavori dagli Apprendisti e dai Compagni se NOI Maestri non siamo in grado di esprimere correttamente quella parte di saggezza raggiunta?

A.’.G.’.D.’.G.’.D.’.A.’.U

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I GIOVANI E LA MORALE

I GIOVANI E  LA MORALE

di G. D. N.

I giovani, contrariamente a quanto in genere si tende a credere, hanno un preciso senso di orientamento etico, anche se in molti casi non rispecchia quello di noi adulti.

Interrogandoli sui loro orientamenti di vita, sulle scelte di fondo, sui criteri alla base delle loro decisioni, riscontriamo una notevole uniformità di tendenze e questo al di là delle differenze geografiche, di sesso o di ambienti. Per quanto riguarda i principî, possiamo quindi dire che esiste un consenso morale. Cambiano invece le modalità di concretizzarli, di tradurli nella pratica quotidiana e nei modelli di vita.

Questo perché i giovani riconoscono ad ogni persona la possibilità di fare scelte con criteri propri.

Schematizzando possiamo ridurre a tre i criteri fondamentali su cui si fonda l’orientamento morale giovanile.

Il criterio base è il principio dell’autorealizzazione: il giovane d’oggi è un soggetto che si affaccia alla società con una forte esigenza di radicamento personale, di dare un senso alla sua vita e realizzare le sue potenzialità.

Rileva una attenzione per la sfera della libertà ed espressività personale e quindi un rifiuto dei condizionamenti.

AI di là dei vincoli del sistema che riconosce esistere, cerca una propria individualità.

Questo è un dato molto importante, tipico di una cultura della società avanzata o pluralista, che permette ad ogni persona di ritagliarsi un suo spazio, sebbene piccolo, ridotto, ridimensionato rispetto alle attese, in cui giocare la propria libertà.

E questo è un valore: è l’affermazione dell’autonomia di realizzazione al di là dei vincoli del sistema sociale.

Il secondo criterio è un corollario del primo e chiarisce la prospettiva dell’agire morale. Lo potremo definire «l’intento dell’affettività».

Qualsiasi situazione, avvenimento, relazione, viene valutata in base alla sua possibilità di migliorare o meno la comunicazione interpersonale. Il giovane valuta positivamente le situazioni in cui si sente accolto  e accettato, nelle quali può essere riconosciuto e riconoscere gli altri.

Egli intende costruire la propria identità all’interno di uno scambio affettivo e delude le aspettative di coloro che si aspettano una maggiore

attenzione per la carriera e il successo mondano. Anche questo è un dato positivo.

Il terzo criterio è quello della «praticabilità».

I giovani ricercano una qualità della vita realizzabile nel contesto quotidiano, non si propongono grandi ideali, ma tendono a obiettivi praticabili; a delle mete che in qualche modo si possono comporre con

le tensioni, le speranze, le difficoltà, i bisogni dell’esistenza quotidiana.

Siamo in presenza di giovani realisti meno velleitari di un tempo, intenti

a creare delle sane, pacifiche, vivibili condizioni di vita.

Tutto questo in un contesto dove invece sembrano prevalere l’insicurezza, l’incertezza, la frammentarietà.

Sembra assente nei giovani la preoccupazione di conformare il proprio

comportamento a norme morali oggettive universalmente riconosciute,

ispirate da istanze sociali, religiose o politiche.

Essi vivono in un contesto sociale in cui prevale la cultura che propone

come criterio primo quello dell’autorealizzazione e pone il soggetto al centro delle cose: è l’individuo a determinare ciò che è bene e ciò che è male. E’ vero che esistono criteri tendenzialmente uniformi, ma, senza schematizzare, possiamo affermare che la nostra è una società così complessa e articolata che, se non ha senso dire che la persona è libera da ogni condizionamento, non ha neppure senso dire che il soggetto non ha libertà ed è sempre condizionato.

L’ambivalenza è ovunque ed emerge anche nel rapporto tra libertà e determinismo, creatività e costrizione.

A questo riguardo, la condizione giovanile prefigura quello che capiterà un domani, quando i giovani saranno adulti e dovranno confrontarsi con la molteplicità dei modelli e delle istanze culturali, bombardati continuamente dai mass-media, liberi dalle barriere geografiche, costretti a ridurre la propria vita culturale a spazi ristretti, per potere a questo livello, trovare un equilibrio.

È impensabile che una persona potrà far fronte a tutte le sollecitazioni

che le arriveranno dalla sua esposizione socio-culturale.

Sarà necessariamente costretta a ridurre il suo ambito di conoscenza e, all’interno di questo, trovare una risposta.

Ciò significa che un equilibrio sarà possibile, ma solo a patto di restringere i confini del problema che di volta in volta verrà immesso

nel campo di riferimento.

Lo si vede già oggi di fronte ad alcuni fenomeni. Chi interroga i giovani o gli adulti su problemi emergenti come l’eutanasia o la fecondazione artificiale constata che le persone non conoscono il problema nella complessità delle sue istanze etiche e culturali. L’individuo valuta il problema in base a due o tre convinzioni che valgono in termini personali.

Dal punto divista dei principî oggettivi siamo evidentemente difronte ad una riduzione e semplificazione del problema. Eppure, oggi, è in questo modo che i giovani impostano la loro esistenza.

È una delle tante ripercussioni provocate dalla complessità sociale sulla coscienza del singolo.

Oggi è impensabile che in campo morale, come in altri, si arrivi al l’oggettivo. La semplificazione è una condizione di governabilità.

Di fronte alla molteplicità dei problemi e delle soluzioni possibili, l’individuo è costretto, se non vuole esplodere, a semplificare e ridurre

la complessività del problema.

I giovani in questo sono dei prototipi. Sono i primi ad inaugurare un processo decisionale che non si propone di risolvere tutto, ma di elaborare una soluzione possibile che permette al singolo di affrontare

in modo non traumatico la realtà. Anche se la società ha il suo peso, si rilevano capaci di trovare degli anticorpi che permettono loro di affrontare le situazioni secondo modelli non convenzionali.

Nella distinzione tra bene e male, da sempre cardine di ogni concezione

morale, il bene è fondamentalmente, per i giovani, essere se stessi, è non dipendere dagli altri non solo in termini economici, ma in senso spirituale. È realizzarsi: riuscire a far coincidere l’ideale con la vita quotidiana, con le scelte pratiche di tutti i giorni. È essere autentici. Il bene è un bene soggettivo. Bene non significa uniformare il comportamento ad un ordine morale esteriore, ma va cercato dentro di sé.

E qui i giovani ci danno una lezione di vita e di moralità, quando interrogati rispondono che per loro l’essere prevale sull’avere, sulla  carriera, sul successo. E noi sentiamo allora che i principî massonici

che ci hanno affascinato e che tentiamo di realizzare, rispecchiano in fondo gli ideali insiti nel cuore umano, quegli ideali che da giovani spontaneamente si abbracciano, prima che il vivere nel mondo ci contamini.

Il richiamo alla serietà, all’onestà, alla sincerità, alla correttezza è continuo nella concezione morale dei giovani.

Altrettanto forte è la convinzione che per ogni persona esiste una zona

«franca» rappresentata dalla sua esperienza e autonomia, che nessuno

può violare.

La tolleranza è una virtù cara ad un’ampia fascia giovanile; soprattutto

i soggetti con istruzione medio-elevata, accettano il pluralismo delle scelte e manifestano grande tolleranza nei confronti della diversità di opinioni e comportamento.

A volte sono rigidi. Criticano con severità il modello etico dei padri, centrato sull’apparenza, sul successo, la buona reputazione, le consuetudini o le abitudini. Almeno a parole, vogliono una vita più autentica e immediata, meno dipendente dal consenso generalizzato, dalle consuetudini, e dalle norme tradizionali.

Non sono contro le norme come tali. Rifiutano quelle norme che sono prive di senso o costringono a impostare la vita in modo troppo formale.

Sono sensibili ai problemi della giustizia, auspicano una maggiore distribuzione dei beni, condannano l’evasione fiscale e l’assenteismo, chi si è arricchito troppo o ingiustamente.

In altre parole sono migliori di noi perché più «nuovi», più intatti.

Ma hanno bisogno del nostro aiuto; schierandoci al loro fianco, noi possiamo far si che le difficoltà non li fiacchino, la negativa esperienza

della non conseguenzialità fra sforzi e risultati nella scuola e nel lavoro non li demotivi e li induca ad accontentarsi di spazi troppo ristretti.

Se così fosse, rischieremmo di avere delle nuove generazioni che, rifiutando lo sforzo di trovare soluzioni radicali, avranno orientamenti

morali autori produttivi che si perpetueranno senza rigenerarsi e senza maturare scelte alternative.

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FORZA DI GRAVITA’ E MASSONERIA

FORZA DI GRAITA’ E MASSONERIA

del  FR .’. CE.  S.

Rispettabilissimo Maestro Venerabile.

Carissimi Fratelli che sedete all’Oriente,

carissimi Fratelli che ornate le colonne,

“T – 4 minutes”. Una voce riecheggia nell’aria della florida. Un soave vento muove le candide nuvole che costellano il cielo pomeridiano e accarezza il freddo acciaio del vettore spaziale Falcon heavy della compagnia SpaceX. Il John F. Kennedy space center di Cape Canaveral si trova sul lembo più orientale della parte lagunare della florida. Da questo stretto pezzo di terra sono partite le più importanti missioni spazial dell’umanità e nel momento in cui stavo guardando queste immagini, ci si stava apprestando ad aggiungere una nuova pagina al libro della storia.

Nell’aria attorno alla piattaforma di lancio si sta addensando una nube bianca come risultato del contatto tra l’aria stessa e il mix di ossigeno liquido e cherosene che sta riempiendo i serbatoi del razzo e che ne costituisce il carburante per il volo. La nube assomiglia tanto ad una soffice palla di zucchero filato e dona all’immagine un carattere amichevole e fanciullesco, spazzando via quella sensazione di timore e soggezione che si subisce di fronte a questo razzo di 70 metri. Si rimane ammagliati da questa sagoma proprio come la Ginevra di Rousseau che nelle “Fantasticherie del passeggiatore solitario” guardava il monte Bianco e ne rimaneva spaventata dalla mole e dalle decine di leggende terrificanti che accompagnavano la fama della regina delle alpi.

“T –1 minute, i computers del Falcon heavy hanno preso il controllo del countdown, il vettore è configurato al volo. Space x, qui controllo di volo: go for lounch”. Il controllo di volo comunica che tutti i milioni di parametri sono in linea con quanto previsto in fase di programmazione e progettazione e che il lancio può essere effettuato.

“10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, iniezione… decollo”. I 27 motori Merlin D1 si accendono con un boato sprigionando fiamme e una mastodontica quantità di energia che mette in vibrazione la terra per alcune centinaia di metri. Migliaia di litri di acqua sono riversati senza controllo al piede della torre di lancio con la funzione di assorbire le devastanti oscillazioni indotte ed evitare che queste possano disintegrare le strutture di lancio. Oltre 22 mila chilo-newton di forza strappano il razzo dal suolo della Florida e lo spingono in verticale verso la sua destinazione finale: Marte. Migliaia di persone, sopraggiunte nella zona, gridano, saltano, incitano il Falcon a volare, come se la loro eccitazione potesse diventare energia utile a superare le resistenze fisiche che stanno attanagliando il vettore. Resistenze rappresentate dall’attrito con l’aria ma soprattutto dalla forza di gravità. Lui, meraviglioso frutto di ingegneria, sogno e pazzia, accelera la sua corsa e dopo appena 120 secondi guarda il globo terrestre da 40 chilometri di altezza, navigando ai confini della stratosfera ad una velocità di 4500 km/h. A T + 2.30 minuti, il razzo è un piccolo puntino fiammeggiante sopra le teste dell’umanità e si appresta ad affrontare una nuova fase della sua missione. I due boosters laterali si distaccano dal corpo principale e rallentano la loro corsa. Fratelli fedeli e in piena simbiosi, si muovono come un’entità unica. Dispiegano le loro piccole ali per il controllo della traiettoria e scendono, in un’apparente caduta libera verso la Terra.

Flebili getti di aria si liberano dai lati dei due razzi e aiutano a mantenere la traiettoria di volo. A T + 6.40 minuti quelle masse di acciaio ruotano su loro stesse di 180 gradi e dispiegano 3 lunghe gambe metalliche.

La forza di gravità sta bramando ciò che le appartiene, il suo nutrimento, masse e corpi, peso da attrarre verso il suo centro, senza possibilità alcuna di fuggire alla sua influenza. Quei corpi sono attratti al suolo con incredibile forza ma, la riaccensione dei loro 9 motori genera una forza opposta che permette ai due di atterrare delicatamente, in una sorta di balletto sincronizzato, esattamente in corrispondenza nel punto previsto. Concluso l’atterraggio si stagliano sull’orizzonte tra le grida di felicità dei presenti, fieri, fumanti e anneriti.

Chi meglio degli astronauti può rappresentare la tendenza umana a salire, elevarsi, non solo spiritualmente ma anche fisicamente, e a volersi cimentare in quelle che, come già definite dal fratello Alessandro, sono vere e proprie ascensioni iniziatiche?

Sul lancio descritto non sono presenti astronauti ma la storia ci ricorda come la Massoneria e lo spazio abbiano un rapporto molto stretto. Numerosi sono i massoni che hanno contribuito a scrivere la storia dell’esplorazione spaziale. Tra i più celebri vi è Edwin Eugene Aldrin Jr. conosciuto più semplicemente come Buzz. Partecipò, nel 1969, alla missione Apollo 11 e fu il secondo uomo a mettere piede sulla Luna.

Massone e figlio di massone, fu membro della "Montclair Lodge N. 144", nel New Jersey, e in seguito della "Clear Lake Lodge N. 1417" di Seabrook, Texas. Divenne nel 1969 33º del Rito scozzese antico ed accettato dalla Giurisdizione Sud degli Stati Uniti di cui portò le insegne con sé sull’Apollo 11. Su mandato del Gran Maestro del Texas reclamò per la Luna la giurisdizione massonica della Gran Loggia Texana lasciando su di essa, assieme alla bandiera americana, il gagliardetto della Gran Loggia. Lui stesso, dichiarò nel suo libro “Ritorno sulla Terra” di aver fatto comunione una volta atterrato sulla Luna e pronunciò queste parole nella trasmissione radio con la Terra “Vorrei cogliere quest’occasione per chiedere ad ogni persona che si trovi in ascolto, chiunque sia, di raccogliersi per qualche istante, rendersi conto di ciò che è successo in queste ultime ore, e ringraziare Colui in cui crede e nella maniera in cui crede”. Lui come Uomo iniziato ha sconfitto la forza di gravità e si è elevato.

Il conflitto tra massa e forza di gravità è sì invisibile ma, contemporaneamente, follemente tangibile. Anche il più piccolo salto del nostro corpo, il minimo tentativo di tendere a qualche cosa che sta più in alto di noi, viene bloccato e rallentato dalla forza di gravità. Questa lotta mi ha portato a riflettere sul rapporto tra l’uomo e la sua propensione al tendere verso l’alto, verso l’Universo, verso la Luce, la conoscenza, verso il Divino e gli ostacoli che lo stesso trova durante il suo cammino. Qualsiasi religione, qualsiasi mito hanno guardato verso l’alto per soddisfare le varie divinità. Un iniziato, un massone ha intrisa nel suo essere questa tendenza.

L’uomo profano muore nell’oscurità del gabinetto di riflessione, pochi attimi prima della sua iniziazione, sprofonda negli abissi e nelle viscere terrestri, per poi elevarsi e rinascere una volta purificato da aria, acqua e fuoco. È vero che il libero muratore tenda verso l’alto, verso la conoscenza con i suoi pensieri, con la sua mente, con il suo essere e con la sua anima ma se la forza di gravità ponesse il suo freno anche a questi particolari mezzi di ascensione immateriali? Oppure, se la sola ascensione immateriale non fosse più appagante per l’uomo? In fondo, la gravità pone un limite alla libertà.

Socrate stesso, proprio nel manifestare il suo amore per la libertà, si sdegnava del dover essere assoggettato alla forza di gravita. Capì che la forza di gravità stesse agendo sul suo peso e si impegnò con tutto sé stesso per poter eliminare questo vincolo. Non vi riuscì e non riuscì né a volare fino al sole né a rimanere sulla Terra. Rimase bloccato, in una posizione intermedia tra libertà e schiavitù, felicità e miseria. Platone invece, come descritto nel “Aerostato della Filosofia” di Michelstaedter, volle costruire un mezzo che lo elevasse fino al Sole. Si impegnò quindi nel costruire un aerostato pieno di assoluto – sarà poi Hegel a sbarrare la strada all’assoluto con le sue teorie. Una volta in alto, Platone invitò i presenti a guardare verso il basso, adesso che potevano finalmente vedere le cose nella loro totalità, avendo acquisito la leggerezza sufficiente a volare e staccarsi da terra. Aristotele, tuttavia ha un pensiero diverso e fece entrare aria nell’aerostato così da poter discendere a terra. Aveva capito che la leggerezza potesse diventare il nome di un sistema e che non vi era la necessità di un aerostato per vedere le cose nella loro interezza.

Riecheggia con suono roboante nella mia mente la parola peso. E se anche l’anima ne fosse prigioniera e quindi subisse la forza di gravità? Nel 1901 il medico statunitense Duncan MacDougall mise in atto una serie di esperimenti finalizzati a determinare il peso dell’anima. Sostenne che al momento del trapasso il corpo umano perdeva il peso relativo dell’anima in ascensione verso l’Essere Supremo. Come risultato di questa sua campagna sperimentale durata 6 anni, affermò che il peso dell’anima era di 21,3 grammi. Ma l’Anima è ineluttabile di fronte alle leggi della fisica e sale all’Universo – non a caso la parola, dalla sua etimologia latina “universus – tutto intero “suggerisce questo moto a luogo, verso l’Uni, volto tutt’intero nella stessa direzione. Ringrazio il fratello Giuseppe per aver portato la mia attenzione su questo aspetto.

Le riflessioni che mi hanno portato a scrivere questa tavola basavano le loro fondamenta sull’assumere la forza di gravità come nemico assoluto a quella volontà, che diviene quasi una endemica necessità, di tendere verso l’alto. Ma man mano che mi soffermavo a riflettere su questo concetto, ho capito di essere in errore.

Ipotizzando che essa scompaia, il mondo e l’Universo subirebbero una mutazione radicale che, secondo alcune teorie scientifiche, potrebbe portare all’implosione della materia e al nulla assoluto. L’Uomo stesso, ovviamente, cambierebbe e da qua la domanda “l’Uomo è Uomo anche se estrapolato dal suo Mondo?”.

La risposta che mi sono dato è NO, l’Uomo è Uomo proprio perché presente nel suo mondo. La forza di gravità è, in realtà, fedele compagno dell’uomo. Essa lo aiuta a rimanere saldo alla sua esistenza, gli rammenta la sua fragilità nei confronti del cosmo, ne evidenzia la sua imperfezione e lo sprona a migliorarsi quasi sfidandolo.

Agisce, assieme a lui, anche sul lavoro di levigatura che viene svolto dal libero muratore. Attingendo a piene mani alla formula fisica che ci dice come la forza sia data dal prodotto tra massa e accelerazione – F = m x a – mi piace pensare che la forza di gravità (accelerazione), si vada ad interfacciare con i colpi di quell’ipotetico scalpello (massa), quindi come la guida saggia di un Padre ne determini la forza, affinché il giovane Uomo, con il duro lavoro, possa riuscire a far passare la sua pietra da uno stato di imperfezione, passività e incoscienza ad uno più disciplinato, creativo, elevato, finalmente adatta alla costruzione di quell’edificio rappresentato dal suo percorso di vita.

In conclusione, non dobbiamo negare la nostra tendenza a salire in alto ma neppure accontentarci di una mediocre caduta in basso. La leggerezza non è né la costruzione di un vuoto pneumatico, né il tentativo di scendere fino a un minimo sopportabile. Come ci insegna il Socrate di Michelstaedter, essa consiste piuttosto nel riuscire a oscillare tra due poli spesso diametralmente opposti.

FR .’. C.  S.

In occasione dell’intervento di Ce.  Massa Marittima 12/11/21

Voglio ringraziare per la bellissima Tavola Cesare, che mi ha permesso di fare alcune riflessioni sulla attuale visione del mondo, mi sembra che nell’ultimo decennio questa visione sia completamente mutata rispetto agli anni fa precedenti…il mondo oggi non è nient’altro che una rete di relazioni, correlazioni, interferenze …viviamo in un mondo fatto di relazioni…tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcos’altro. Nessuna cosa ha proprietà se non è in relazione con l’altro. Anche noi qui stasera siamo in relazione l’uno con l’altro. Mi riferisco, riprendendo i concetti della Tavola appena esposta, all’interazione tra la mente dell’uomo e la gravità. Socrate stesso, come ha detto Ce., si sdegnava di dover essere assoggettato alla forza di gravità. Voglio sottolineare, con questa mia riflessione, di come la “Gravità” influenzi le scelte e il pensiero dell’uomo, così come altri fenomeni fisici che sono stati verificati nell’ultimo decennio e che hanno influenzato la visione della realtà e dell’intero universo.

La forza gravitazionale, secondo la teoria classica newtoniana – il fisico (Isaac Newton del 1643-1727) a cui cadde – si racconta- una mela in testa- era considerata una forza di attrazione tra due corpi di massa diverse, direttamente proporzionata alla massa e inversamente alla distanza. Questa visione è stata superata dalle intuizioni di Einstein nel 1916, nell’ambito della teoria della relatività: dove la gravità non era considerata più una forza ma un fenomeno collegato alla distorsione dello spaziotempo. Solo recentemente nel 2016/2017

sono state identificate le onde gravitazionali, è stato udito il loro sibilo, il rumore dell’universo (dall’interferometro in California e dal Virgo a Cascina ( sede di uno dei più importanti laboratori di fisica mondiali, con tre bracci di quattro kilometri ciascuno con vuoto assoluto – ultravuoto). Onde che sono scaturite e lanciate da uno scontro di due buchi neri avvenuto milioni di anni fa. Le onde arrivano da noi ad una velocità della luce e non interferiscono con la materia per cui mantengono la memoria e ci permettono di capire cosa è successo nell’universo miliardi di anni fa…si è aperta la strada alla “astronomia gravitazionale”.

Così vale per il campo di Higgs, formato dai famosi Busoni di Higgs, teorizzato appunto dal fisico inglese Peter Higgs nel 1964, e solo nel 2013 è stato identificato il busone di Higgs grazie all’accelleratore lineare del CERN di Ginevra, dove c’è un tunnel di 27 km. Questo si chiama anche Busone di Dio , perche il campo di Higgs è un campo energetico che si trova nel cosmo ed è paragonabile ad un collante: attrae le particelle elementari della materia e le fa aggregare, le fa esistere – come se fosse un azione divina- Il busone cede alla

particella elementare energia e così essa acquisisce massa – diventando pesante, perdendo la velocità, costringendo le particelle, che attraversano il campo d Higgs, ad interagire tra loro e a aggregarsi. Si ipotizza che se venisse meno il campo di Higss, e questo potrebbe succedere, si assisterebbe ad un fenomeno definito “catastrofe da vuoto a energia debole”: le particelle non più aggregate, di frammenterebbero, perderebbero la loro massa, diventando leggere fino a dirigersi in tutte e direzioni con velocità della luce. Tutto scomparirebbe in un attimo.

Ecco queste interrelazioni, interferenza- che influenzano il nostro pensiero, e cambiano completamente la prospettiva di vedere il mondo e l’universo. Quando ero adolescente, ma anche fino a pochi anni fa, credevo di essere completamente indipendente e totalmente libero…ma oggi mi rendo contro che sono solo un insieme di piccole particelle aggregate, cariche di massa.. di energia, che riescono magicamente a pensare, inserite in una rete di reti invisibili e che da un momento all’altro potrebbero scomporsi.

Concludo con una citazione di Wermer Heisenberg ( il fisico che ha ideato la meccanica quantistica, la più grande rivoluzione scientifica di ogni tempo, premio nobel nel 1932) al quale gli chiesero se il divino aveva un posto nelle nuove visioni scientifiche ed egli rispose: “ Il primo sorso del bicchiere delle scienze naturali rende atei: ma in fondo al bicchiere ci attende Dio” .

C.   S.

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SAPIENZA , FORZA, BELLEZZA


Sapienza, Forza e Bellezza

Varcando la soglia del Tempio, soglia posta fra le colonne B e J e che delimita il confine naturale fra il sacro ed il profano, iniziando la deambulazione che da avvio al progredire del rito, il nostro sguardo non può non essere colpito dagli emblemi che ornano e sovrastano i seggi delle tre luci: Minerva, Ercole, Venere.

Sono i tre simboli che presiedono ogni istante della vita iniziatica © profana di tutti i Fratelli quando si tratta di operare.

Durante il rito di apertura dei lavori, il Maestro Venerabile, il Primo Sorvegliante, il Secondo Sorvegliante, formando il perfetto triangolo pitagorico, nel dar vita alle rispettive “luci” ricordano all’Officina silenziosa, attenta ed all’ordine:

– … la Sapienza illumini il nostro lavoro;

_… la Forza lo renda saldo;

-… la Bellezza lo irradi e lo compia.

La vita operativa di ogni essere umano, ma soprattutto l’azione cosciente di colui che ha scelto la via iniziatica deve essere sempre pervasa da questi tre assiomi che regolano e sostengono l’operatività stessa © la rendono coerente ai principî ed agli scopi cui l’uomo deve tendere.

Necessita, peraltro, che ogni momento del nostro progredire sia vigilato verificato, sia per quanto attiene la sfera intellettuale, che per la morale ed estetica.

Il confronto con l’umanità si presenta come una necessità inevitabile, appunto perché attraverso i rapporti col mondo immanente è possibile, verso la conoscenza intesa nel suo più ampio significato, UN costante progredire.

Ecco perché, Fratelli, il massone scolpisce le sue tavole!

Esse non sono e non debbono essere artificiose espressioni di una egoica personalità © tanto meno saggi di arida erudizione, ma devono evidenziare il bisogno di manifestare idee e convinzioni che dal singolo lavoro l’uomo trae a beneficio di tutti.

Queste tavole conterranno quindi la sapienza ammantata dalla umile

constatazione circa la profonda ignoranza che avvolge l’umanità ed il ricercatore  in primis, il quale col filosofo non può che dire: “unum scio, nihil scire”.

Sollecitati da questa constatazione gli uomini di buona volontà lavorano con intelligenza, con costanza e questo loro lavoro lo arricchiscono, lo ingentiliscono, lo infiorano con la bellezza dell’arte.

Una delle maggiori è la scultura cd essa infatti non ci ha forse donato pregiate espressioni di sublime bellezza?

 Minerva sia sempre presente e guidi il nostro lavoro, il nostro agire!

Antica divinità italica fu introdotta nell’Olimpo romano dagli Etruschi e fu in seguito identificata con la divinità greca “Atena”. La dea presiedeva a qualsiasi forma di attività professionale; anche i medici e di maestri la consideravano loro protettrice.

L’influenza della religione greca ne accentuò il carattere guerriero e politico per cui divenne protettrice dello stato e della libertà.

La greca Atena è dea della sapienza e della guerra, attributi che si appaiano saggiamente in quanto la conquista del sapere non si può disgiungere dalla continua lotta che la volontà e la negligenza intraprendono durante la parabola esistenziale.

La più recente tradizione in campo mitologico mette in evidenza il carattere etico della sua personalità e la vuole, infatti, dea della sapienza, intesa come abilità, sia nell’arte della contesa, che nelle opere di pace ed in ogni campo dell’attività umana.

Non si ponga in cattiva luce la personalità di Minerva quando la si identifica come mente della lotta, poiché se il saggio fa mente locale alla battaglia che costantemente accompagna l’agire umano, chiaro apparirà quale lotta tenace debba essere intrapresa per vincere l’ignoranza ed acquisire la conoscenza.

Ecco perché l’emblema di Pallade Atena appare armato di lorica, scudo ed elmo, mentre si appoggia a lunga asta nella posa di colui che con solerzia vigila, osserva ed è pronto a rintuzzare assalti alla libertà.

L’uomo sapiente, il profondo conoscitore delle cose, si ammanta della stessa veste di cui la dea è paludata e, calandosi in un saio di umiltà, si arma dello scudo della superiorità morale, calza l’elmo protettore dell’intelletto e si pone di fronte all’umanità pronto a porgere.

Come la dea sapiente vigila in composta posa ed attenta è pronta al superamento degli ostacoli che si oppongono al progredire, così l’uomo libero, di sani e buoni costumi, non condizionato da alcuna filosofia, ma conscio della propria capacità raziocinante, è pronto all’approfondimento di ogni nozione necessaria all’acquisizione della conoscenza.

Minerva ha, infatti, la funzione simbolica di rammentare all’iniziato quanto sia arduo, laborioso, impegnativo il cammino verso la “Luce”.

Siamo chiamati, dunque, alla conquista del sapere la cui acquisizione si ottiene con l’applicazione, con l’esperienza, con il confronto.

Ed ancora una volta ricorre la necessità dell’applicazione poiché la conoscenza non può pervenire senza la precisa volontà di recepire.

Minerva esprime, pertanto, raziocinio, calma, ponderatezza, apertura mentale e, col suo duplice aspetto, guerra e pace, ricorda che “nulla è assolutamente positivo, nulla è assolutamente negativo”. In ogni atteggiamento esiste una giustificazione che la gratifica, esso ha in se certamente una fonte d’insegnamento che attende il giusto riconoscimento.

Il pensiero sapiente è dunque capace di libera professione, ma, nello stesso tempo in cui si esprime, ha sacro il rispetto dell’altrui libertà.

Ercole sia sempre presente e guidi il nostro lavoro, il nostro agire!

Eroe e semidio, è infatti figlio di Alemena e di Zeus.

La sua struttura è l’espressione della forza fisica, infatti lo sviluppo muscolare è, in ogni suo emblema, evidenziato volutamente per significare appunto l’importanza della forza nella realizzazione del fine cui si tende.

Pesanti furono le imprese cui Ercole dovette sottostare per espiare la gravissima colpa di cui si era macchiato: aveva ucciso, in un impeto di follia, moglie e figli.

Le sue dodici fatiche stanno a significare il duro lavoro che spetta a colui che tende a fini spirituali, a colui che aneli uscire dal baratro confusionale in cui vive, dal caos, da disorientamento.

IL simbolo che ad occidente vigila ed esprime il compito del Primo Sorvegliante vuole appunto ricordare che il lavoro del massone deve in ogni istante essere saldo e coerente ai proponimenti che l’iniziato s’è imposto di seguire.

Forza fisica e forza morale che debbono sostenersi vicendevolmente, che devono condurre in tandem alla realizzazione.

Occorre forza nello “scolpire una tavola”, occorre forza per raggiungere la saggezza necessaria alla corretta azione.

Ercole ne è l’espressione più lampante anche se la sua mitica esistenza è stata volutamente esasperata da intrighi olimpici. Egli riesce a superare ogni difficoltà ed a raggiungere la gloria divina quando, durante la purificazione ultima, sul rogo da lui stesso richiesto, ottiene da Giove la consacrazione fra gli dei.

Le fatiche che dovette affrontare rappresentano la scabrosità della vita, sia profana, che iniziatica, scabrosità che si oppone al progredire e che può essere vinta esclusivamente da fermezza di carattere e di propositi, da costante coerenza di azione e da quella forza morale che scaturisce dalla consapevolezza di se stessi.

Venere sia sempre presente e guidi il nostro lavoro, il nostro agire!

Antica dea italica, simboleggia il risveglio della natura a primavera.

Fu identificata tra il IIo ed il IIIo secolo a. C. con Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore, il cui nome deriva dalla parola greca “afros” che significa nata dalla spuma del mare.

La perfetta armonia del muliebre corpo è l’apoteosi della più pura espressione del significato “bellezza”.

Questa non può essere contaminata da qualsiasi stonatura o deformità, ma necessita di tutte le proporzioni concesse all’artista esigente che intende realizzarla.

Non a caso i latini vedevano in Venere il simbolo del risveglio della natura, in quanto esso si compie nella stagione nella quale avviene l’esaltazione del bello, dell’armonia, della gentilezza, dell’amore.

Fra gli esseri viventi, nei due regni attivi della natura, si fa vivo lo stimolo biologico che si trasforma in toccanti scene d’amore e devozione e si tinge dei più bei colori al rinnovarsi del miracolo della vita.

A questo modello deve rifarsi l’uomo nel tendere a quelle finalità che devono realizzarlo, sempre che sia libero da condizionamenti € stimoli che limitino la sua azione del “vivere vitam”.

È primavera quando cade la benda che acceca il profano rinato nel tempio.

La ricerca del lato migliore in ogni cosa che ci circonda, in ogni evento, in ogni essere che colpisce la nostra sensibilità, il continuo rapportarci con la società, qualunque essa sia, al solo fine di trarre da essa ed a essa donare esperienze, constatazioni,

riflessioni, pone il ricercatore di fronte al bisogno di bellezza spirituale, di armonia concettuale e, perché no, di fronte al bisogno di raffinata produzione delle realizzate capacità.

Non può la mano, la mente dell’uomo guidare il mazzuolo e lo scalpello alla ricerca della forma nascosta nella roccia se il suo animo, la sua fantasia, il suo cuore, la sua abilità non sono pervasi da Sapienza, Forza, Bellezza. È con queste finalità che il Fratello nel Tempio consegna all’Officina la sua opera, con la speranza che la bellezza del lavoro colpisca i sensi © renda accettabile la sua fatica; che la forza espressa nello scolpire renda più significativo il messaggi: attraverso il quale, in sintonia con l’intera compagine, possa realizzare maggiore conoscenza, più consapevole saggezza.

DA BOLATTO FR.’. A. C.

A.’.G.’.D.’.G.’.A.’.D.’. U.’.

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IL MASSONE, IL MONDO, IL SUO MONDO

  • IL MASSONE, IL MONDO, IL SUO MONDO

ovvero

una Loggia, un Fratello, un profano!

Maestro Venerabile, Fratelli tutti,

il filo conduttore dei nostri lavori calza in modo perfetto con l’argomento che ci ha occupati, in parte, nell’ultima tornata: “La domanda di affiliazione di un profano, relazioni della commissione tegolatrice”.

Ho seguito con attenzione l’evolversi del fatto anche se nella mia mente, pervasa da continui interrogativi, una ridda di immagini urtavano contro la mia volontà di attenzione.

Ciò che mi ha colpito non il fatto inerente l’esito negativo, nei confronti di un profano, ma la preoccupazione che aveva pervaso l’atmosfera in quel momento.

Ho visto i Fratelli tutti con la spada in pugno, pronti alla pugna.

Avrei voluto vedere i Fratelli rigidi, solenni, impassibili, pronti a reagire con l’intelletto, con l’amore verso l’umanità, scevri di ogni animosità.

È per questo che vi chiedo, carissimi Fratelli di ogni ordine e grado, di

abbandonare qualsiasi atteggiamento rilassante, vedi, ad esempio, il capo appoggiato sul palmo della mano o le gambe accavallate e la mente assente, forse, e di voler assumere quella corretta posizione “faraonica” atta a conciliare lo spirito con la materia.

Ecco, proprio così!

Ora, mentre vi parlo, provate a ripercorrere con la mente le vicissitudini remote o recenti di questa Officina – cosa che ci tocca direttamente – ed a quelle dell’Istituzione che hanno travagliato il nostro passato.

Eppure siamo qui, a volte più numerosi, altre meno; e ci riconosciamo tutti disposti, chi più chi meno, ad agire, lavorare secondo una etichetta od un’altra. Siamo qui tutti colpevoli di errori o meritevoli di elogi.

Siamo qui tutti ancora impregnati di quella umanità che ci limita, che ci induce in errore, che ci spinge a giudicare, che ci opprime con la sua immensa limitatezza.

Vi ho sollecitato a rivangare il passato, ma voglio portare la vostra attenzione su due fatti che ci riguardano da molto vicino, sono di ieri, non sono lontani. Nell’ultima tornata avete sentito di una espulsione, abbiamo votato un rigetto.

Rifacendomi ai due casi precedentemente enunciati, che sono simili, anche se il prima riguarda un “essere umano” già fratello ed il secondo un “essere umano” ancora

profano, non posso dimenticare che i loro nomi furono proposti in Loggia secondo i crismi che i regolamenti e gli statuti impongono; e lasciando perdere l’adamantina dignità di entrambi i presentatori, la serena convinzione dei vari tegolatori, il saggio decidere di tutti i Fratelli, mi domando:

che cosa c’è da recriminare?

Nulla, assolutamente nulla! E la solita risposta.

Di contro, abbiamo la certezza che la incommensurabile presenza del Divino ha dato a tutti noi la possibilità di usare gli strumenti necessari alla difesa dell’Istituto Massonico.

Siate ancora in perfetta simbiosi con me?

Ebbene guardate con gli occhi dello spirito il simbolo a fianco del Maestro Venerabile, quello a fianco del Primo Sorvegliante, quello a fianco del Secondo Sorvegliante.

Compenetrateli, cercate di superare la loro apparenza materiale, sforzatevi di raggiungere il loro più intimo significato; e nel fare ciò non dimenticate un atto rituale che termina recitando così: “per il bene dell’Umanità ed alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo”.

I tre simboli citati esprimono dunque: Saggezza, Forza, Bellezza.

Ed allora eccovi le mie riflessioni: La Loggia ha agito con Saggezza?

Certamente perché ha sofferto nell’istruire, nel temporeggiare, nell’agire, nel condannare. La Loggia ha agito con Forza?

Sicuramente perché il suo agire è stato sempre sereno e non condizionato da alcun sentimento. La Loggia ha agito con Bellezza?

Ciò è più difficile da asserire perché tale angolo visivo riguarda l’animo di ogni singolo Fratello. Tale posizione non è sita nel verdetto del Tribunale, ma, ripeto, nell’animo di chi lo ha ascoltato. Se ha gioito, mi arrogo il diritto di dire che egli non è mio Fratello; se è stato indifferente, mi arrogo il diritto di dire che egli è un mio Fratello degno di ignavia; incosciente; se ha sofferto e meditato, allora egli è mio Fratello, è Fratello dell’Umanità tutta, egli è il mio Maestro. Quando una Istituzione condanna e rifiuta, condanna e rifiuta se stessa perché denuncia la propria limitatezza. Che dire allora di una Scuola iniziatica?

Quale diritto ci nell’Umanità arroghiamo di avere se non siamo capaci di trasferire le nostre conquiste, le nostre realizzazioni?

Misi dirà, allora, si aprano le porte del Tempio ed i mercanti o i mestatori ne facciano loro bottega.

No! Il Cristo li ha scacciati dal Tempio nel momento dell’agire profano, ma non li ha mai esclusi dal rito spirituale.

E voglio concludere: Fratelli, ogni occasione che ci viene proposta nell’iter della Nostra vita, sia religiosa, spirituale, iniziatica o profana non è fine a se stessa, ma è il quesito che siamo tenuti a risolvere per aiutare l’Umanità, di cui siamo parte integrante, a compiere anche il più piccolo passo verso la Luce.

Nulla ci perviene dal caso, tutto ci è offerto dal Grande Architetto dell’Universo.

DA BOLATTO FR.’. A. C.

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GEOMETRIA

GEOMETRIA

di M. Occhiena

Se un mio nipote, nell’età dei «perché?», mi avesse chiesto: «cos’è la geometria?», mi sarei trovato in un qualche imbarazzo. Ma poiché alle domande è giusto dare una giusta risposta, avremmo insieme consultato fonti attendibili. Ed avremmo trovato: «La geometria è un ramo della matematica che si occupa dei punti e delle figure da essi generati»; oppure «Propriamente l’Arte del misurare la terra; ma oggi si piglia in senso più largo e si dice della scienza che indaga la proprietà e la misura delle linee, delle superfici, dei solidi» e poi: «La geometria ci dimostra ed insegna le ragioni delle grandezze, delle figure e dei termini che sono in esse» ed ancora: «La geometria è l’arte per cui noi sappiamo le misure e le proprietà delle cose per lungo e per alto e per ampiezza».

Molto vero, ma forse non ancora tutto il vero.

Il tempo dei primi «perché?» è ormai lontano; nel tempo sono cresciuti e maturati e tempo è venuto per andare oltre il significato apparente delle parole.

Da qualche anno, per mia libera scelta, partecipo a lavori con  i Fratelli, riunendoci tutti insieme in un punto geometrico. Così, ho avuto modo di meditare che il punto non è solo «il più semplice degli enti geometrici, privo di dimensioni», ma un inizio spirituale dal quale partire per giungere ad un altro punto che, a sua volta, sarà insieme arrivo e nuovo inizio.

Poiché in questi nostri lavori mi è stata presentata una riga, con essa traccio una prima linea che diventa la mia strada, il cammino da percorrere per tendere al perfezionamento di me stesso, e per ciò, in tale fase, la linea deve essere «retta»!

Questo tracciare e percorrere la linea, che diventa la Via, è il progressivo lavoro «alla ricerca della verità cui non è posto limite

alcuno» come mi è stato detto all’Iniziazione, aggiungendomi anche,

perché io bene lo intendessi e molto vi meditassi, «occorre che tu sia disposto a lavorare senza tregua al tuo perfezionamento».

Da allora mi si è via via insegnato e ho fatto maggior uso, della riga  perché cominciassi a tracciare linee componendole in figure: primi passi nella difficile arte di costruire superfici per passare poi ai volumi, nell’intento sempre di giungere ad «architettonici lavori».

Nel frattempo ho imparato a capire che lince e figure sono misura ed armonia e che il cammino di lavoro da compiere entro se stessi, è quello di giungere a misura ed armonia considerate non più come solo fatto esteriore, ma come fatto di interiorità: all’estetica va aggiunta l’etica.

Speso alcun tempo a sgrossare pietra grezza con maglietto e scalpello, ho ricevuto dai Fratelli, che me ne hanno fatto consegna con fiducia, squadra, compasso, regolo, leva.

Ero partita da quel punto senza dimensioni ed ora, lavorando di riga e di squadra, mi trovo a tracciare non solo più linee ma a disegnare superfici. Ardirò al quadrato perché quadrata sia la mia vita e quadrati siano i princìpi che la informano e la regolano?

Tenterò il triangolo che mi addita un vertice?

Ed ancora, se mi è stato dato un compasso, ne dovrò fare uso (ahimè, non sono Giotto…). Se vorrò continuare nel lavoro, sempre partendo da un infinitesimo punto che ne diverrà il centro, traccerò un cerchio. Mi fermo a meditare: un punto infinitamente piccolo diventa un centro attorno al quale si sviluppa una linea — curva ora — che lo racchiude, linea curva che parte anch’essa da un punto e su quello stesso punto si completa. Ciò che è principio diventa fine e la fine genera un nuovo inizio.

Osservo questa figura bidimensionale che attinge alla perfezione, per quanto di perfetto sia dato all’uomo di fare e di raggiungere.

Cerco di capirne il significato al di là del segno grafico e delle sue proprietà (dei diametri, degli angoli iscritti, delle corde, di tangenti comuni) via via scoperte da Talete a Baltzer.

Questo cerchio lo posso anche riempire di colori: uno solo? Bianco? Nero? Non risulterà carente? Secondo la teoria dello yin e dello yang, il cerchio comprende entrambi i colori che rappresentano gli estremi per antonomasia, cosicché in esso sia tutto contenuto.

C’è della saggezza in questa teoria!

Maturata l’età dei cinque anni, il Venerabile mi ha additato la Stella Fiammeggiante che racchiude nel suo centro il brillare di una «G»: Geometria, appunto, della quale Talete disse: «È l’Arte della Misura».

Così ora mi dice il Venerabile e spiega perché io meglio intenda:

«La Geometria è l’arte di misurare. Il geometra ha sottomesso l’estensione al suo compasso e misurato le dimensioni dell’universo visibile. Tal metodo razionale ha condotto l’uomo, di verità in verità, fino all’infinito e perciò tale arte deve essere oggetto di studio speciale da parte del Compagno. La lettera “G” che tu vedi nel centro della Stella Fiammeggiante è il simbolo particolare del secondo grado. È l’immagine dell’intelligenza universale».

Ora il vero si approfondisce e se ne discopre la parte che ancora era mancante. Ma io devo continuare nei miei lavori e fare sì che essi diventino «architettonici» per poter «edificare templi alla virtù, scavare oscure, profonde prigioni al vizio». Ma per poter fare ciò mi manca ancora la terza dimensione: dalle superfici occorre passare ai volumi.

A sbozzare e disgrossare il cubo ho già dato mano; ora lo devo perfezionare e dopo iniziare ad innalzare una piramide, immagine del Monte Analogo, la cui cima si cela all’occhio ma che sarà percepibile a viste più acute: quelle dell’intelletto e del cuore, se la volontà saprà essere molta e sorreggere le fatiche dell’ascesa, se la consapevolezza saprà maturare passo dopo passo in continuo salire. Di là acquisirò «conoscenza» della sfera? Essa mi è già stata presentata, ma quanto a capirla, forse, per ora, ho solo tentato. «Un solido in cui i punti situati sulla superficie sono equidistanti da un punto interno detto centro». Sempre quel piccolo punto a far da centro. Sempre quel niente che dà origine al tutto. Sempre quell’infinitesimo piccolo che dà origine all’infinitamente grande: atomo e universo; micro-leggi che si dilatano in macro senza nulla perdere e nulla acquisire perché ordine ed armonia sono già all’inizio.

Sfera, forma che fai sognare, che induci a pensare!

Quanto a costruzione, di sferico per ora forse ho saputo solo fare… bolle di sapone che lievi, salendo, si portavano via piccoli frammenti dei miei arcobaleni. Erano affascinanti nel loro andar pet lo spazio, mentre per lo spazio le prime lucciole tracciavano misteriose vie luminose.

Ma se piccole sfere di sapone, piccole luci ancora fioche, tanto ci attraggono e ci affascinano, quanto più potrà attrarci, affascinarci ed appagarci la visione e la comprensione, seguendo «virtude e conoscenza», della sfera che tutto ingloba e tutto illumina?

Possa il mio cammino giungere a tanto e possa Pan l’Eterno accogliermi nella sua divina armonia!

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IL PADRINO E IL TEMPO

Il padrino


(Alpina 2/2015)

La funzione del padrino è sottovalutata. Spesso fare il padrino di un nuovo anello si riassume più o meno ad assumere un compito prima di tutto amministrativo, fatto di appuntamenti programmati (essenzialmente le sedute di istruzione) e di scadenze previsibili – promozione, poi elevazione del figlioccio. Tuttavia, il ruolo del padrino va ben al di là della semplice gestione di un’agenda iniziatica.

No, decisamente, il padrinato non assomiglia ad un lungo fiume tranquillo. Gli scogli che minacciano il padrino troppo poco attento a ciò che esige la sua funzione e a ciò che attende – a volte inconsciamente – il figlioccio sono molteplici. Non si tratta evidentemente di essere un « maître à penser », e ancora meno un guru. Il padrinato non si riduce mai ad una trasmissione, a senso unico, tra un fornitore di dogmi ed un docile inghiottitore di verità prime. Ciò che è richiesto, al contrario, è uno scambio costruttivo tra due cuori aperti l’uno all’altro e due spiriti liberi. Sì liberi, ecco la parola chiave.

La Massoneria è un insegnamento che privilegia la ricerca comune – non sempre facile – di risposte e l’arte di porre le buone domande. Ciò che è richiesto dal padrino è dunque di dare al suo figlioccio i mezzi per camminare senza paura sul Sentiero d’Oro. E se c’è un insegnamento da prodigare è quello di impegnarsi a iscrivere i propri pensieri e le proprie azioni nel triangolo « Ben pensare, ben dire e ben fare ». Il padrino deve dare l’esempio in questo compito arduo. Arduo, ma altrettanto gratificante perché si arricchirà dei progressi compiuti dal suo figlioccio alla luce della lezione cara ad André Gide : « Credete a coloro che cercano la verità, dubitate di coloro che l’hanno trovata ».

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

Il Massone e l’irreversibilità del tempo

Il Libero Muratore impara presto a rendersi conto che l’universo massonico è scandito da elementi temporali ben precisi: il calendario con i solstizi invernale ed estivo, i lavori di Loggia che si sviluppano da mezzogiorno a mezzanotte, il gabinetto di riflessione nel quale un teschio e una clessidra ci ricordano l’ineluttabile esito della nostra vita.

Daniele Bui

Il tempo è percepito in primo luogo come condizione onnipresente, cambiamento perpetuo che trasforma il presente in passato. Come nella mitologia greca dove Kronos, uno dei titani, si unisce con sua sorella Rea, con la quale ha numerosi figli che divora subito: uno di essi, Zeus, scappa a suo padre e libera i suoi fratelli per formare la prima generazione degli dei dell’Olimpo.

Il tempo, Kronos, distrugge tutto ciò a cui dà vita.

Colui che genera è dunque allo stesso momento colui che annienta la propria prole. Il tempo, Kronos, distrugge tutto ciò a cui dà vita. Questo paradosso costituisce l’essenza del tempo, la sua natura. Il mistero del tempo risiede forse proprio in questa strana privazione di essere. Già Aristotele notava nella Fisica come paradossalmente il tempo che è stato non è più e quello che deve ancora arrivare non è ancora. Da tale punto di vista ciò che è composto di non-esseri sembra sfuggire alla categoria della sostanza. Ora se il tempo è non essere e privazione e l’uomo è iscritto e limitato nel tempo, perché è destinato a morire allora il tempo diventa il marchio della sua finitezza. Se il tempo ci segnala i nostri limiti ciò è dovuto soprattutto alla sua irreversibilità. Se lo spazio è reversibile perché posso andare da Lugano a Berna e da Berna a Lugano, il tempo invece si presenta come irreversibile. Tutto scorre, tutto passa, è una delle prime constatazioni umane. Come scriveva Eraclito non si può scendere due volte nello stesso fiume, perché la seconda volta che mi immergo non sarà più nella stesse acque dal momento che quelle di prima sono già passate. L’irreversibilità del tempo non è nient’altro che l’altro volto della morte, è l’inevitabile causa di distruzione, principio di corruzione. Il tempo è dunque la dimensione nella quale l’uomo coglie la sua condizione come limitata e precaria. L’uomo sospeso tra passato e futuro non può afferrare nulla di stabile. La coscienza del tempo è coscienza di degrado e di morte, il tempo quindi è qualcosa di inquietante. Per questo nell’uomo esiste spesso un rifiuto del tempo e un’aspirazione all’eternità, ad un eterno presente fuori dal tempo.

Il tempo come alleato

Ma il tempo è ugualmente ciò per cui l’uomo si realizza come progetto. L’uomo coglie l’avvenire come un campo di sviluppo di lui stesso, tanto dal punto di vista individuale ( affermazione del proprio io) che da quello collettivo (progresso dell’umanità). Il tempo allora non è più percepito come degrado ed inquietudine, ma come arricchimento e speranza. Il tempo diviene allora storia, cioè durata creatrice fondata su degli atti di libertà. L’uomo è un essere storico: il suo autentico tempo non è quello biologico o cosmologico. Questo è un tempo oggettivo che è la dimensione secondo la quale si ordina la successione dei fenomeni, è il tempo concepito come ambiente indefinito analogo allo spazio, nel quale si sviluppano gli avvenimenti. È il tempo scandito in modo univoco dagli orologi. Tutta-via, accanto a tale tempo oggettivo, scientifico, esiste – come ha ben sottolineato Bergson – un tempo soggettivo, che è il tempo del vissuto del soggetto, il tempo dell’anima che può dilatarsi o contrarsi notevolmente a dipendenza del vissuto degli eventi.

Il vero tempo dell’esistenza è il tempo del lavoro umano.

Ciò che proviamo allora non sono dei secondi, dei minuti o delle ore, ma la continuità e lo spessore quasi materiali di una durata. Il tempo non è più una forma vuota che attornia le cose e gli esseri, ma al contrario la pulsazione stessa della vita. Il vero tempo dell’esistenza non è quello degli strumenti di misura esterni, ma il tempo del lavoro umano, quello per il quale l’uomo informa il mondo ed entra in rapporto con le altre coscienze. Questo è il vero tempo della libertà. Ebbene la Massoneria in quanto ordine iniziatico teso allo sviluppo morale e spirituale dell’individuo deve tener presenti ambedue i fattori temporali menzionati. Lo fa soprattutto attraverso i rituali che costituiscono un «ritorno alle origini» nei quali si riproduce un gesto archetipico in grado di rigenerare il tempo e lottare contro il divenire. Ma può farlo anche nel mondo profano attraverso attività che permettano di cogliere l’ essenza del tempo. Personalmente, come docente di cultura e di filosofia, racconto agli allievi dei primi anni una storiella istruttiva che li invita all’inizio dei loro studi a far buon uso di questo bene prezioso. Il breve racconto, di cui esistono diverse varianti, è il seguente: «Un professore di filosofia, in piedi davanti alla sua classe, prese un grosso vaso di marmellata vuoto e cominciò a riempirlo con dei sassi, di circa 3 cm di diametro. Una volta fatto chiese agli studenti se il contenitore fosse pieno ed essi risposero di sì. Allora il professore tirò fuori una scatola piena di piselli, li versò dentro il vaso e lo scosse delicatamente. Ovviamente i piselli si infilarono nei vuoti lasciati tra i vari sassi. Ancora una volta il docente chiese agli studenti se il vaso fosse pieno ed essi ancora una volta, dissero di sì. Allora l’insegnante tirò fuori una scatola piena di sabbia e la versò dentro il vaso. Ovviamente la sabbia riempì ogni altro spazio vuoto lasciato e coprì tutto. Ancora una volta il docente chiese agli studenti se il vaso fosse pieno e questa volta essi risposero di sì, senza dubbio alcuno. Allora il professore tirò fuori, da sotto la scrivania, 2 lattine di birra e le versò completamente dentro il vasetto, inzuppando la sabbia. Gli studenti risero. Ora, disse il professore non appena svanirono le risate, pensate che questo vaso rappresenti la vostra vita. I sassi sono le cose importanti – la vostra famiglia, i vostri amici, la vostra salute – le cose per le quali se tutto il resto fosse perso, la vostra vita sarebbe ancora piena. I piselli sono le altre cose per voi importanti: come la vostra scuola o il vostro lavoro, la vostra casa, la vostra auto. La sabbia è tutto il resto ….. le piccole cose. Se mettete dentro il vasetto per prima la sabbia, continuò il professore, non ci sarebbe spazio per i piselli e per i sassi. Lo stesso vale per la vostra vita: se dedicate tutto il vostro tempo e le vostre energie alle piccole cose, non avrete spazio per le cose che per voi sono importanti. Dedicatevi alle cose che vi rendono felici: giocate con i vostri figli, portate la vostra compagna al cinema, uscite con gli amici. Ci sarà sempre tempo per lavorare, pulire la casa, lavare l’auto. Prendetevi cura prima di tutto dei sassi. le cose che veramente contano. Fissate le vostre priorità…il resto è solo sabbia. Una studentessa allora alzò la mano e chiese al professore cosa rappresentasse la birra. Il professore sorrise: Sono contento che tu me l’ abbia chiesto. Era solo per dimostrarvi che per quanto piena possa essere la vostra vita, c’è sempre spazio per una birra con gli amici !»

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