Dicembre

Dicembre

Il sole, che il grand’arco ha già lasciato,
con il solstizio segna breve luce.
In una grotta un Seme è germogliato:
ma al colle-cranio croce lo conduce.

Sotto la neve il campo dorme lento:
muore ogni chicco per ridare vita
a messi per il pane di frumento
per questa umanità tutta impazzita.

Bianco un vegliardo corre sulle renne
e sogni crea ai cuccioli dell’uomo,
nel giorno di una nascita solenne.

Non sempre il limitar di vita è duro,
anche se neve imbianca i tuoi capelli,
se credi in te, radioso è il tuo futuro.

di MIMMO

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Iniziazione di L. P.

Iniziazione di L. P.

Giovedì 9 Febbraio 2018

Ogni qual volta in una Loggia si procede ad una Iniziazione, vi è una grande emozione, una grande “festa” dell’animo, perché la Loggia stessa e tutta la Libera Muratoria si arricchiscono del bagaglio umano e della ricchezza interiore del nuovo entrato. All’Apprendista, che ancora non sa bene quali saranno gli impegni massonici che lo attendono nella futura vita iniziatica, i fratelli più anziani porgono il benvenuto dandogli i primissimi stimoli e consigli per poter iniziare e proseguire al meglio la nuova vita massonica a cui il neofita è rinato nel giorno dell’Iniziazione.

Oggi carissimo Lorenzo è un giorno particolarissimo e di profonda emozione per me che sono tuo padre e il ricordo mi porta a mio padre Luino, tuo nonno, anche lui massone, questa peculiarità ti ha consentito di vivere in un ambiente di profondi valori e, sono convinto, faciliterà il percorso che stai per intraprendere.

In Massoneria si riceve l’amore fraterno soprattutto in quanto lo si è dato; è in Loggia che mirabilmente avviene questa osmosi che è necessariamente spirituale. Nel grembiule da noi indossato, qualunque sia il grado da ciascuno ricoperto, ognuno di noi, in esso, deve riconoscere e quindi rispettare l’onore, la dirittura morale, la lealtà , il richiamo spirituale di tutto il mondo massonico e cioè l’esaltazione dell’unione e della solidarietà  e quindi dell’amore di tutti i Fratelli della Comunione.

Lorenzo voglio salutare il tuo ingresso, che mi rende l’uomo più felice del mondo, con un

Messaggio di saggezza

Vai serenamente in mezzo al rumore e alla fretta ma ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio. Finché è possibile, senza arrenderti, conserva i buoni rapporti con tutti. Dì la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche il noioso e l’ignorante: anch’essi hanno una loro storia da raccontare. Evita le persone prepotenti e aggressive; esse sono un tormento per lo spirito. Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro, perché sempre ci saranno persone superiori e inferiori a te. Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Mantieniti interessato alla tua professione, anche se umile; è un vero tesoro nelle vicende mutevoli del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo è pieno di inganno. Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c’è di buono. Molti lottano per alti ideali e dappertutto la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Non essere cinico, non fingere di amare, perché a dispetto di ogni disillusione l’amore è perenne come l’erba. Accetta di buon grado l’insegnamento degli anni; abbandonando riconoscente le cose della giovinezza. Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna. Ma non angosciarti con fantasie; molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Abbi rispetto di te stesso. Tu sei figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai un preciso diritto ad essere qui. Perciò stai in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca. Qualunque siano i tuoi travagli e le tue ispirazioni, nella rumorosa confusione della vita conserva la pace con la tua anima. Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti, questo è ancora un mondo meraviglioso. Fai di tutto per essere felice.

(Da un manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell’antica Chiesa di San Paolo)

Lorenzo benvenuto in questa Rispettabile Loggia Garibaldi 1436

                                                                                                                             Anso Pecorini

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Uccelli–Libertà–Massoneria

Uccelli – Libertà – Massoneria

“Nessun altro animale sa economizzare il suo tempo e godere la vita meglio dell’uccello. L’uccello non conosce noia: il giorno non è mai troppo lungo e la notte troppo breve per questo beniamino della Natura. La sua grandissima mobilità non gli permette di sciupare metà della sua vita dormendo o fantasticando; l’uccello vuole adoperare lietamente e festosamente il tempo che gli è concesso.”

                                                                                                                  (Alfred Edmund Brehm)

Il volo del gruppo di uccelli è l’immagine della Loggia che percorre il suo viaggio iniziatico.

Il primo fenicottero è colui che, tagliando l’aria e decidendo la direzione del volo, compie lo sforzo fisico ed intellettuale maggiore e simboleggia il Maestro Venerabile: un Fratello che si assume per un tempo limitato ed in maniera libera, per il bene della collettività  della quale è partecipe, la responsabilità  e lo sforzo maggiore.

Gli uccelli che migrano stanno a simboleggiare anche il nostro continuo movimento nella ricerca del progresso e del nuovo nella libertà  del cielo dove nessuna strada è tracciata, se non la direzione che il nostro istinto, e l’esperienza esoterica, delle innumerevoli generazioni che ci hanno preceduto, ci indicano.

La volata a cuneo rappresenta simbolicamente la squadra con la sua apertura rigida, che normalmente assume il gruppo durante i lunghi trasferimenti, ed il compasso con la sua apertura variabile nei momenti in cui si cambia la direzione o in quelli in cui il vento, troppo forte o debole, consiglia il cambiamento per ridurre lo sforzo o per sfruttarne la portanza.

L’ Uomo associa al volo degli uccelli il senso di libertà, ed è questo che io provo quando fotografo queste meravigliose creature.

La libertà nel volo degli uccelli significa partire dal presupposto che libertà significhi assenza di resistenza, per l’ uomo libertà è fare quello che si vuole, andare dove si vuole, non avere costrizioni e il volo degli uccelli ne rappresenta perfettamente la metafora;  quindi occorre muovere da questo dato di fatto, che ci appare sotto gli occhi e cioè che se gli uccelli rappresentano il massimo della libertà, questa deve essere intesa fin da principio come assenza di resistenza e se questa è la base di partenza è normale che questa venga poi proiettata all’esterno verso forme che incarnano innanzi ai nostri occhi l’ assenza di costrizioni. Ovviamente l’ uccello non è più libero di una qualsiasi altra creatura, di una formica, come di un pesce o di un fiore, la libertà che rappresenta l’uccello ai nostri occhi è la proiezione del nostro concetto di libertà intesa come assenza di vincoli, anche perché la libertà più che essere un fattore fisico è un fattore mentale.

Dice una canzone di Guccini:

Fossi un uccello
alto nel cielo
potrei volare senza aver padroni.

Ma sono un uomo
uno fra milioni
e come gli altri ho il peso della vita
e la mia strada
lungo le stagioni
può essere breve, ma può essere infinita;
la tua libertà
cercala, che si è smarrita.

Grazie Fratelli per avermi consentito di mostrarvi queste foto e per avere condiviso con me il senso di libertà e di pura gioia che questi uccelli sanno trasmettere.                                                                                                                 Anso Pecorini

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LA RITUALITA’ IN LOGGIA

LA RITUALITÀ.

Riceviamo e volentieri  pubblichiamo questo lavoro del Fr. A. C. della R. Loggia F. Baracca 973 all’Or. di Grosseto.

È una  piacevole lettura e c’è tanto da imparare.

Mi permetto di esprimere alcune considerazioni prima di riportare a Voi M\V\ ed ai fratelli della nostra Loggia che ci ascoltano, quanto appreso dalla partecipazione al Corso di formazione per i M.d.C. organizzato dal Collegio Circoscrizionale dei MM\VV\ della Toscana.

Come sappiamo il primo incontro si è focalizzato sulla ritualità, come base fondamentale della nostra Istituzione.

La ritualità è alla base del nostro cammino esoterico, una forma di pensiero e di disciplina che accompagnerà sempre la nostra crescita interiore.

La stessa che ci aiuta ad allontanare l’eco dei rumori del mondo profano e che ci accoglie come una madre premurosa, che ci difende e guida nel percorso di allontanamento dai metalli.

Certo alla base c’è la volontà del singolo di crescere e di perfezionare il proprio io smussando e migliorando quegli aspetti che il nostro carattere “grezzo” si trascina dietro e che lo studio e la condivisione, come espressione massima dell’eggregore, può donarci.

I nostri lavori rituali, sono il frutto dell’unione dei singoli, e ribadisco di ogni singolo fratello, che mossi da intenti comuni formano ed elevano con il loro contributo, con la loro energia.

Il punto di riferimento è il nostro rituale, le indicazioni che ci sono pervenute dalla storia dell’Istituzione e che hanno dato una linea guida fatta non per vincolare ma perché frutto di uno studio esoterico preciso, dettagliato e determinato anche nella più piccola della espressione che lo compongono.

Ci sono testi che affrontano con studi profondi e certosini la Ritualità, ma è il cuore alla base di tutto, il nostro sentimento di appartenenza e di voglia di essere e di diventare Massone.

La stessa necessità di essere uno, anche se ognuno è diverso, di sentire quelle emozioni quelle sensazioni che albergano in ognuno di noi quando ci apprestiamo a costruire insieme il nostro Tempio.

Dobbiamo sentire il dovere, nei confronti dei fratelli, di donare la nostra energia e la nostra forza.

Il nostro GRAN MAESTRO in varie occasioni ha paventato la necessità di non perdere di vista la ritualità, come fonte di unione, ma soprattutto come forma di appartenenza che permetta di sentirsi al proprio posto ovunque ci troviamo, un unico grande Tempio dove un unico comportamento ci permette di sapere cosa fare sempre.

Le Sue parole sono state raccolte, ed il Collegio Circoscrizionale dei MM\VV\ della Toscana ha addirittura istituito una commissione che svolgerà il lavoro di verificare e controllare.

La Tradizione è ritualità, la ritualità è forma, ma la forma è sostanza, è il centro della nostra Comunione, per questo non possiamo dimenticarla, modificarla o metterla in secondo piano.

Essa va considerarla come fonte del nostro retaggio di Massoni.

L’armonia che regna sovrana dentro il tempio, è la diretta conseguenza dell’unisono comportamento dei fratelli.

Nel Tempio, non scordiamocelo mai, regna la ritualità che è il frutto della nostra Tradizione e che sta alla base della nostra conoscenza.

E’ il pilastro, il fondamento della nostra Istituzione, che come tutti sappiamo si basa sui rituali in ogni sua manifestazione, che siano le tornate di lavoro ordinario, i funerali, le iniziazioni, l’innalzamento delle colonne o gli aumenti si salario.

Non voglio dilungarmi oltre, e di seguito riporterò quanto è scaturito dagli incontri.

Lascerò al fratello Samuele Luti che stasera ci allieta con la sua arte e presenza, esprimere le considerazioni più adatte per quanto riguarda la musica come fonte di armonia e di generatrice di quelle emozioni, scandendo il tempo ed i momenti fondamentali dei nostri lavori.

Unica mia considerazione in merito è che il M\V\ il Maestro di Armonia o chi per esso, ed il M.d.C. sono coloro che devono concordare e conoscere la musica che segue i lavori in quanto anch’essa parte integrante della ritualità.

Queste di seguito sono le indicazioni scaturite dal primo incontro:

ATTESA INGRESSO NELLA SALA DEI PASSI PERDUTI:

-in silenzio, penombra onde elevare la nostra concentrazione, raccoglimento ed energia per ciò che stiamo per compiere la formazione del tempio interiore e la successiva formazione del tempio mentale e fisico;

INGRESSO NEL TEMPIO:

-ordinato, silenzioso, rispettoso per aiutare il M.d.C. ed il M\V\ ad espletare la preparazione, senza essere richiamati al silenzio ed alla concentrazione;

POSIZIONE DA SEDUTI:

-composta seguendo l’indicazione della posa del faraone, le mani non devono essere tenute in grembo o in altra posizione, devono essere appoggiate sulle gambe con i palmi che appoggiano sulle stesse;

ABBIGLIAMENTO:

-abito scuro, camicia bianca o scura e cravatta scura senza colori vistosi o sgargianti, scarpe scure. E’ ammessa la clamide come ultima risorsa e non come abbigliamento ordinario, e sempre comunque con scarpe scure e pantaloni scuri sotto, la clamide serve per i rituali di iniziazione come tutti sappiamo;

INGRESSO M\V\ DIGNITARI ED UFFICIALI:

-si squadra il tempio, ad ogni angolo con i piedi a 90 ° e dopo che si è insediato il M\V\ ogni giro ci si rivolge a lui passando davanti l’Oriente, questo vale per tutte le deambulazioni, Dignitari ed Ufficiali, Diaconi e M.d.C.;

REGOLO DEL PRIMO E SECONDO DIACONO:

-deve essere tenuta non appoggiata alla spalla ma sull’avambraccio. In posizione seduti deve essere tenuta appoggiata sulla gamba ma retta in verticale e durante la deambulazione i Diaconi devono stare all’ordine per tutto il tempo;

POSIZIONE DELL’ORDINE:

-il gomito deve stare, compatibilmente con lo spazio a disposizione retto all’altezza della spalla, il pollice deve appoggiare sulla giugulare destra e non in altra posizione;

IL SEGNO DURANTE IL PERCORSO DEL 1 E 2 SORVEGLIANTE:

-ci si rivolge con il viso verso il M\V\ e si va all’Ordine solo quando con la coda dell’occhio si vede arrivare i due Sorveglianti;

ORIENTE:

-solo il M\V\ i rappresentati ed ospiti sono seduti all’Oriente, gli altri compresi.

Il Fratello Segretario ed il Fratello Oratore devono mettersi in piedi alla chiamata del Fratello 1° Sorvegliante in quanto l’Oriente è solamente la parete alle spalle del M\V\ e ovviamente la Sua seduta;

QUADRO DI LOGGIA:

-appena posizionato il M.d.C. deve appoggiare il suo regolo in verticale per richiamare tutte le energie presenti nel tempio per la sua costruzione, e dopo lo crea con un disegno; al momento di toglierlo farà la stessa operazione per poter rimandare le energie ai fratelli che le conserveranno fino alla prossima tornata;

PARLARE:

-ci si rivolge solo verso il M\V\ che è l’unico in grado di poter interloquire non si deve rivolgere lo sguardo altrove o verso altri;

APPLAUSO:

-non si deve fare alla fine di un intervento o alla fine della lettura di una tavola di un Fratello; è consentito solo per un intervento ad alto livello emozionale, tipo una tavola o un intervento che coinvolga personalmente il Fratello;

HO DETTO:

-non va mai detto, ne scritto, non ha senso rinforzare una cosa che è già stata fatta;

BATTERIA E TRIPLICE BATTERIA:

-si esegue sempre con la mano destra sulla sinistra senza cambiare;

IL TRONCO DELLA VEDOVA:

-si inseriscono entrambe le mani nei sacchi incrociate, la sinistra nel sacco nero per l’obolo da donare (senza guanto) e la destra nel sacco rosso per le proposte;

REGOLO DEL MAESTRO DELLE CERIMONIE:

-non deve essere mai abbandonato a meno che le mani siano impegnate con oggetti che rendono impossibile tale operazione; deve essere sostenuto con la mano sinistra sopra fino a quando non viene aperto il Libro Sacro, poi la mano sinistra passa sotto la destra;

COPRITORE INTERNO:

-ruolo che deve essere ricoperto principalmente da un ex M\V\in quanto difensore della sicurezza del Tempio, carica di grande significato esoterico e che non deve essere messa in secondo piano. Egli deve sempre impugnare la spada tenendola appoggiata sulla gamba in verticale quando seduto. Inoltre non deve mai dimenticare che è lui il “guardiano del Tempio” e solo lui può e deve aprire la porta a secondo delle necessità;

USCITA:

-il M.d.C. chiama battendo il proprio regolo a terra secondo l’ordine prestabilito i presenti,quando vengono chiamati i Fratelli Maestri non si specifica la loro Colonna di appartenenza, essi devono scendere ordinatamente. Per tutti l’uscita deve essere altrettanto rituale, senza correre, squadrando il tempio da qualsiasi parte del Tempio siano seduti, e devono arrivando davanti al M\V\ inchinarsi e portare la mano destra sul cuore ( al rispetto) senza altri segni.

F.llo A. C.

R…L… Francesco Baracca n… 973

Or… di Grosseto

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In Morte del Fr. ANSO

con la speranza che ti facciano compagnia

FOLLONICA 03 MARZO 2019

Ieri Anso ha lasciato questa Valle Terrena per passare a una Valle Celeste.

Anso ha lasciato cadere i suoi strumenti, ma la sua opera non rimarrà incompiuta, ha avuto la possibilità, con giusto orgoglio, di vedere entrare nella nostra Istituzione suo figlio Lorenzo che sarà pronto a raccogliere quegli strumenti caduti di mano a suo padre.

Anso mi ha dato sempre l’impressione di una persona perennemente coerente con se stesso, ciò che diceva lo faceva, il suo pensiero diventava sempre il suo operare.

Anso era una persona che se lo avevi davanti non potevi fare a meno di guardarlo negli occhi, dove leggevi bontà e generosità, lui ha rappresentato sempre il perfetto Massone, si è sempre posto al servizio degli altri, non chiedeva mai niente per sé e allo stesso tempo non ha mai rifiutato un aiuto a chi avesse avuto bisogno.

Anso come Massone aveva già incontrato la morte: prima quell’Iniziatica che rappresenta la condizione essenziale e inevitabile per una rigenerazione spirituale e rappresenta un nuovo modo di essere per chi non vive solo il presente, la seconda è la morte Mistica che il Massone incontra nei vari passaggi di grado e che rappresenta la capacità per un Iniziato di porre la propria coscienza nelle stesse condizioni in cui si troverebbe con la morte fisica.

E infine ha incontrato la morte fisica che deve rappresentare un nuovo passaggio a un altro stato; è quasi una liberazione, come una crisalide abbandona il bozzolo per liberare lo Spirito verso l’infinito e avviarci con una rinascita verso l’immortalità che è data dal pensiero, il ricordo è la memoria di coloro che fanno avuto il privilegio di poterti conoscere e apprezzare sedendo fianco a fianco fra le colonne.

L’Oratore L. M.

Quando un Fratello passa nelle Valli Celesti siamo tutti un poco più poveri. Tutti noi per tanti anni lo abbbiamo ammirato e non solo per le belle foto. Lo abbiamo apprezzato per la sua generosità e per la sua bontà. Ora mancherà a tutti noi e in special modo a me. Caro Anso ti saluto con un TFA. Giorgio

Loggia – tornata del 15- Marzo 2019

Commiato da Anso

Recentemente il Fr. Anso ha lasciato questa Valle Terrena per passare a una Valle Celeste .

Il Fratello Anso ha lasciato cadere i suoi strumenti, ma il suo lavoro andrà avanti, ha avuto la possibilità, con paterno orgoglio, di vedere entrare nella nostra Istituzione il figlio Lorenzo che pronto a raccogliere quegli strumenti caduti di mano a suo padre continuerà l’opera.

Chi era Anso ?

Molte volte nelle commemorazioni siamo portati a distinguere fra l’operato all’interno della Loggia e la vita profana, con Anso questo mi è molto difficile  perché mi ha sempre dato l’impressione di una persona, un Fratello, perennemente coerente con se stesso, ciò che diceva lo faceva, il suo pensiero diventava sempre il suo operare.

Anso era un Fratello che se lo avevi davanti non potevi fare a meno di guardarlo negli occhi dove vi leggevi bontà e generosità.

Il Fratello Anso ha saputo interpretare appieno nella sua vita lo spirito del Massone, si è sempre posto al servizio degli altri, non ha mai chiesto nulla per se e allo stesso tempo non ha mai rifiutato un aiuto a chi avesse bisogno.

Il Fratello Anso aveva sentito la necessità di approfondire certe tematiche massoniche aderendo al  R.S.A.A. nel quale aveva raggiunto il 18° grado Principe Rosa Croce, grado che si caratterizza per una particolare attenzione che pone nei confronti della Fede che non significa certamente adesione ai dogmi, ma è un atteggiamento dell’anima, è una fiducia primordiale nella benevolenza della vita e del prossimo, e non a caso Anso era così, per lui era inconcepibile essere prevenuti verso chiunque, perché  lui, incapace di fare del male, credeva nell’amore fraterno.

Diceva sempre che l’affetto fraterno è molto importante  per mantenere la stabilità durante i momenti in cui siamo assaliti da dubbi e angosce.  

Anso era un Fratello che amava la nostra Istituzione perché vi trovava come caratteristica la Libertà, valore che lui aveva fatto proprio, anche come filo conduttore della propria passione che era la fotografia naturalistica, indimenticabile fu la tornata di quattro anni fa dove ci presentò un suo lavoro particolare: la  proiezione di diapositive, all’interno del Tempio, accompagnate da un suo pensiero iniziatico:

“Il volo del gruppo di uccelli è l’immagine della Loggia che percorre il suo viaggio iniziatico.

Il primo fenicottero è colui che, tagliando l’aria e decidendo la direzione del volo, compie lo sforzo fisico ed intellettuale maggiore e simboleggia il Maestro Venerabile: un Fratello che si assume per un tempo limitato ed in maniera libera, per il bene della collettività, della quale è partecipe, la responsabilità  e lo sforzo maggiore.

Gli uccelli che migrano stanno a simboleggiare anche il nostro continuo movimento nella ricerca del progresso e del nuovo nella libertà  del cielo dove nessuna strada è tracciata, se non la direzione che il nostro istinto, e l’esperienza esoterica, delle innumerevoli generazioni che ci hanno preceduto, ci indicano.

La volata a cuneo rappresenta simbolicamente la squadra con la sua apertura rigida, che normalmente assume il gruppo durante i lunghi trasferimenti, ed il compasso con la sua apertura variabile nei momenti in cui si cambia la direzione o in quelli in cui il vento, troppo forte o debole, consiglia il cambiamento per ridurre lo sforzo o per sfruttarne la portanza.

L’ Uomo associa al volo degli uccelli il senso di libertà, ed è questo che io provo quando fotografo queste meravigliose creature.”

Il Fratello Anso, come tutti noi, aveva come Massone già incontrato la morte: prima quella Iniziatica che rappresenta la condizione essenziale e inevitabile per cominciare un cammino esoterico, la seconda è la Morte Mistica che il Massone incontra nei vari passaggi di grado e che rappresenta la capacità per un Iniziato di porre la propria coscienza nelle stesse condizioni in cui si troverebbe con la morte fisica, infine ha incontrato la Morte Fisica che rappresenta il passaggio finale a un altro stato, come una crisalide abbandona il bozzolo per liberare lo spirito verso l’infinito e avviarci verso l’immortalità che è data dal pensiero, dal ricordo di coloro che hanno avuto il privilegio di poterlo conoscere e apprezzare sedendo fianco a fianco fra le Colonne,

L’ Oratore L.M.

Il Gran Maestro Stefano Bisi in occasione della visita a Piombino per festeggiare i 50 anni di vita della Loggia XX SETTEMRE ha voluto concludere ricordando un Fratello, morto nei giorni scorsi in un incidente stradale. Si chiamava Anso ed era, per diletto, un fotografo della fantasia. I suoi scatti sembravano fotomontaggi tanto erano singolari. Ricordo l’ultimo esposto all’ingresso del teatro di Follonica. -Rondini su un filo spinato- e la scritta “Nessun filo spinato potrà fermare il vento della Tolleranza e della Libertà”

Piombino 17 Marzo 2019

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LA MORTE ovvero LA FREGATURA

Passato Paolo in un’altra dimensione, in questo finir d’anno mi assumo io l’incarico di ricordare Marcello Fabbri con una poesia,una delle poche formulate in modo scherzoso, che affronta il problema dell’aldilà: quanti di noi si sono posti la fatidica domanda: esisterà o non esisterà?


                             LA FREGATURA
“Io non ci credo:- dice Argante
con gli occhi furbi sul bicchier di vino-
Tu cali l’asso? E io prendo col fante.
Non ci ho mai creduto, nemmeno da bambino,
quando facevo il girotondo.
Ma non è vero niente!
Scopa di tre.
E’ roba messa in giro
per tener buona la gente
da tutti i preti di questo mondo:
frati, pope, monaci, bonzi;
è roba fatta apposta per i gonzi,
proprio come te”.
“Sei un eretico bieco e sconsacrato,

nero come un tizzo di carbone!
Io faccio primiera e settebello.
Gastone, portami un quartino!
Proprio a puntino preparato
per scendere bello bello
dannato senza remissione,
giù, nel profondo dell’inferno;
Te lo dice Gino!”
“Tu sei proprio malato nel cervello;
che baggianate! Ma smetti di cianciare”
“Tu non ci credi? Aspetta di crepare!
E proprio in quel momento, t’assicuro,
ognun di noi vedrà qual’è la verità”.
Giorno per giorno discussero fra loro
sull’argomento dell’eternità:
un contrasto d’idee tra sordo e sordo,
abbarbicato al suo parere,
per cui mai conobbero il piacere
di trovarsi una volta d’accordo.
In coerenza al proprio modo di pensare
ciascun di loro visse la sua vita.
L’uno, nell’ardita esuberanza di chi non è turbato
da alcuno affanno interno
s’inebriò di vino, donne e voluttà
sbeffeggiando la paura dell’inferno.
L’altro invece, di contrario avviso,
ogni giornata lieta oppur noiosa
dedicava alle pie preci, all’amore fraterno, alla carità,
nel miraggio del suo paradiso.
Si dette il caso poi di una grave sciagura.
Allora decise la fatalità
di riunire accanto lettino con lettino,
nell’ultimo sprazzo di vita rantolante
nell’ospedale cittadino,
Gino ed Argante.
Quale amico ad essi più vicino
io li assistevo nella lenta agonia,
arcigna e dura,
finché giunse anche per loro
la scadenza finale d’andar via.
Morirono insieme nello stesso istante.
Fu puro caso o il voler divino
che proprio in quell’attimo
io girassi la testa:
quindi non vidi
chi pronunciò la frase mesta, se Argante oppure Gino.
Udii soltanto, pieno di paura,
roco nell’ultimo respiro,
un fil di voce mormorare:
“Che fregatura……!”

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Solstizio d’inverno

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,

καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

“Nel principio c’era il Logos

e il Logos era presso Dio

e il Logos era Dio.”

(incipit Vangelo di Giovanni)

Nell’infinito spazio senza tempo,

da sempre statico ed in sé totale,

completo nella sua passività,

nel quale tutto è, ma è potenziale,

il Logos-Dio creò la realtà.

Lui, ch’era il punto fermo del gran cerchio

nell’Universo che non c’era ancora,

dove sussiste simultaneità,

con tutti i punti dello spazio nero,

scelse in piena autonomia di Libertà.

Pensiero-Logos è sapienza pura,

è l’intelletto pregno di potenza,

è gran matrice dell’Architettura

e della vera e sola Conoscenza.

Matrice che trasforma volontà

e fu Luce, dell’Universo estate.

Poi la materia apparve in realtà

con energie diverse e condensate.

E da quel punto il Logos poi si espande

ed energia dinamica diviene

e voce e vibrazione all’infinito

nell’universo che confin non tiene.

E il Logos creativo non s’arresta,

saetta nello spazio lampeggiante,

giammai si chiude in sé, si manifesta

e divien vita in parti di materia

dal solo suo Pensiero promanante.

Il Logos poi fluisce come Amore

e nello spazio va in cerca dell’uomo

che immagine divien del Creatore.

Il Logos entra e l’anima pervade

e poi l’avvolge nell’Universale,

dando la vita a nuova creazione,

riproducendo il Fiat iniziale.

L’impercettibile alito del Pneuma

dal Logos passa all’uomo e a lui si dona,

vivente solo con Pensiero in Terra;

l’astratta potenzialità lo sprona

e sorge la Coscienza che in sé serra!

Il sole, che a settentrione brilla,

domiciliato in casa della Luna,

coi raggi suoi sì bassi all’orizzonte,

oltre al calor, che lentamente sfuma,

nel suo solstizio è avara la sua fonte.

Il Sole, ch’è in caverna di Saturno,

caverna cosmica del creativo ciclo,

par che riposi stanco in ciel diurno.

Se la Natura muore senza Luce,

così anche l’uomo va a incontrar la morte,

se Amore verso gli altri non conduce.

Ma Mitra “Sol invictus” e il bambino

che, dalle stelle, sulla Terra scese,

traccian la via alla lucida cometa,

che all’Oriente porta e a vera Luce.

Da ora il sole il suo cammin riprende

in direzion dell’arco suo maggiore,

e, com’ un’aquila reale, stende

le ali in alto ed allo zenit vola.

Se l’uomo, che è seme di gran vita,

nel buio della Terra non vi muore,

giammai potrà la Luce intravedere

per integrarsi appieno al Creatore.

Lode al Bambino sia nell’universo,

che ci manifestò la sua amicizia

ed a colui che il flauto a sette canne

suonando invita l’uomo alla letizia.

Or son perfetti ed in Caverna stanno,

con potenziale forza, ma latente.

Nel gran Silenzio privo di rumore,

il Logos-Dio, qual unica sorgente,

creò quest’Universo per Amore.

Tavola architettonica in versi di Mimmo Martinucci

Il solstizio d’inverno avverrà il 21 dicembre alle 16.28 UTC, tempo coordinato universale, quindi alle 17.28 del fuso orario italiano.

L’orbita della Terra non è circolare, ma ellittica. Di conseguenza, la distanza dal Sole cambia nel corso dell’anno. Al perielio, il punto più vicino alla Terra (quest’anno sarà .. il 4 gennaio prossimo) è di circa 147,1 milioni di chilometri, mentre nel suo punto più lontano, il cosiddetto afelio (7 luglio 2018), è di circa 152,1 milioni di chilometri. Siamo perciò a circa 5 milioni di km più vicini al sole ma, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, l’emisfero boreale (quello a nord dell’equatore) riceve i raggi del sole molto inclinati e, quindi, più attenuati dall’atmosfera terrestre.

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Le stelle tremolanti

Le stelle tremolanti
tra i rami di un carrubo antico

Le luci che s’accendono in città,
già stinto ad occidente
il rosso sanguinoso del tramonto,
mi danno opacità
e m’abbuiano le stelle.

La Luna prepotente
ombre mi crea e strane sensazioni,
come se, al reale ch’è presente,
vi fosse steso un tenebroso velo
che brucia l’emozioni.

Una caverna nera è tutto il cielo
e pare tutta vuota,
dove nemmen Platone
vedrà d’Iperuranio l’illusione
e l’ombre delle idee,
né avvertirà nel cuore un’emozione.

Io solo me ne andrò nella campagna,
sotto al carrubo antico e secolare,
tra sassi e terra rossa,
per scrutare,
tra i rami e tra le foglie,
in uno strappo libero di cielo.

E finalmente mille e mille punti
avvisterò di luci
baluginanti,
che son, come in amore,
gli occhi sgranati, lucidi e sognanti
delle adolescenti.

Vi prego:
al tramontar della mia vita,
già sento che il traguardo si avvicina,
vorrei riposar serenamente.

Portatemi in vetta a una collina,
per rimirare eternamente
le stelle tremolanti.

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La concezione del tempo per un libero muratore

La concezione del tempo per un libero muratore

L’ottimo imperatore Traiano, arrivato sulle sponde dell’Eufrate con le sue legioni, ebbe a dire: “fino ad ora ho sconfitto numerosi popoli ed eserciti, avrei voluto andare oltre, sulle orme di Alessandro, ma ho trovato un nemico contro il quale non ho scampo: il Tempo”.  Meno di un anno dopo Traiano morì. 

Anticamente il tempo era qualcosa di vago e di misterioso circondato da un’aurea di magia, ma ancora oggi non sappiamo come questo funzioni. La sua natura resta il mistero forse più grande. Strani fili lo legano agli altri misteri aperti: la natura della mente, l’origine dell’universo, i buchi neri, il funzionamento della vita. Una cosa è certa: non sappiamo quasi niente di lui, anzi, fisici e filosofi asseriscono che il tempo semplicemente “non esiste”.

Quindi da dove partire per parlare con voi del tempo? Proviamo ad aprire una finestra sul mondo di ieri e di oggi: la nostra vita è sempre di più regolata dallo scorrere veloce e continuo del tempo. Lo possiamo vivere, contare, sprecare e perfino trasformare in denaro, ma della sua natura non sappiamo niente e il tempo non è sempre per tutti uguale, tanto è vero che parliamo di tempo “che non passa mai” o del tempo che “ci sfugge”. Ed il tempo che abbiamo a disposizione può essere diverso da un essere vivente ad un altro. Per esempio c’è un piccolo insetto che vive solo poche ore, mentre alcuni animali vivono tranquillamente più di 100 anni.

Affacciandoci a quella finestra che dicevo prima, ci rendiamo conto di quanto il novecento sia stato il secolo che ha fatto della velocità prima un traguardo, poi un’ossessione. Ovviamente le premesse c’erano state da molto tempo prima con la rivoluzione industriale e lo sviluppo della tecnica. L’esaltazione della velocità arriva però nel momento in cui l’uomo occidentale realizza che “il tempo è denaro”.

L’automobile è stato il simbolo di un nuovo mito, quello di correre sempre di più, quasi ci si potesse allontanare in fretta dal passato e raggiungere più facilmente il futuro. Poi ci sono state le comunicazioni, i giornali, le Tv, il telefono, internet, i social ecc. Le notizie si sono diffuse sempre più velocemente, fino a raggiungere il così detto “tempo reale”. Gli scambi di informazioni o merci corrono oggi con e su strumenti sempre più sofisticati e sempre più veloci.

Sembra insomma che noi desideriamo (e facciamo di tutto perché sia così) che il tempo viaggi sempre più veloce. Questo ha due gravissimi effetti: il primo è che l’esperienza non rimane più. Il passato non ci insegna più niente, perché viene superato, diventa inutile. Prendiamo i vecchi, (come me per esempio) quelli che un tempo trasmettevano saggezza: oggi non hanno più nulla, o così crediamo, da insegnare. Chi di noi nonni non ha ricorso almeno una volta alle conoscenze dei figli o più ancora dei nipoti per risolvere un qualche problema al cellulare o al computer? A me succede abbastanza spesso e vi garantisco che un po’ mi dispiace, dato che vorrei che le parti fossero invertite.

Il secondo aspetto è che noi finiamo per non avere più immaginazione. Non possiamo, non ne siamo capaci. Semplicemente ci limitiamo ad osservare, lasciamo che accada. Non ce ne rendiamo conto ma è così. Non ce la sentiamo di azzardare una previsione. Viene meno la fantasia.

I cellulari ed ancor più i social si sono dimostrati deleteri.  Hanno distolto dalla lettura di libri non solo un numero incredibile di adolescenti, ma anche tantissimi uomini e donne adulte. Si è disimparato a scrivere a mano e, ancor più grave, a dimenticare la nostra vera, bellissima, lingua italiana. Oggi non facciamo più caso agli errori grammaticali, anzi li giustifichiamo dicendo semplicemente che la frase era stata scritta troppo in fretta oppure che con il cellulare resta un po’ complicato correggere.

Noi ci diciamo che non abbiamo tempo per pensare troppo al tempo. Normalmente lo viviamo inconsapevolmente, identificandolo con le lancette dell’orologio o con l’agenda del telefonino. Poi, quando ci capita qualcosa che ci costringe a pensare (una malattia, la morte di una persona cara, la visita di un’opera d’arte, qualcosa capace di metterti in contatto con il divino) ci ritroviamo sperduti. Ma subito dopo ricominciamo a correre, a consumare il tempo, a riempirlo con mille affari utili, ma più spesso con cose inutili. Insomma, noi possiamo anche non occuparci del tempo, ma è certo che lui, prima o poi, si occuperà di noi. Invece di allungare la vita bisognerebbe allargarla. Il tempo senza emozioni è solo un orologio.

Nel suo “De brevitate vitae” Seneca sostiene che la vita appare breve solo a chi non ne sa afferrare la vera essenza, a chi si disperde in futili occupazioni. Di fronte alla massa di persone assediate da attività inutili, Seneca propone un modello diverso. Il Saggio che decide di dedicarsi all’Otium trova nella riflessione filosofica il metodo per recuperare la salute dello spirito e l’arricchimento intellettuale. Parla così il nostro Seneca:

“Molti rimangono impantanati a desiderare la bellezza altrui o a preoccuparsi per la propria. Ci sono quelli sempre scontenti della meta verso cui dirigersi, ma la morte li coglie di sorpresa. Cosa dobbiamo mettere sotto accusa? Il fatto che vivete come se doveste vivere in eterno e mai vi soccorre il pensiero della vostra fragilità, non vi rendete conto di quanto tempo sia già trascorso, lo scialacquate come se poteste attingere ad una sorgente colma e abbondante, mentre, intanto, può darsi che proprio quel giorno che viene regalato, sia l’ultimo. L’apprendistato della vita dura per tutta la vita e tutta la vita è un apprendistato della morte. Tanti grandi uomini, messe da parte tutte le distrazioni, dopo aver rinunciato alle ricchezze, agli obblighi sociali, ai piaceri, si spensero confessando di non aver ancora raggiunto tale conoscenza”.

E durante uno dei numerosi scambi epistolari tra lui ed il suo amico poeta Lucilio, il filosofo fa un’altra considerazione e chiede all’amico: “Lucilio, dammi un consiglio per farmi vivere più a lungo, insegnami come si fa ad allungare il tempo”.

La risposta è molto bella. Dice Lucilio a Seneca: “il tempo è davvero il bene più prezioso che abbiamo e non dovremmo affatto sprecarlo. Giorni fa si festeggiava il compleanno del banchiere Pomponio Sabino: compiva 90 anni. Io – dice Lucilio – nel fargli gli auguri, gli ho chiesto quanti sesterzi sarebbe stato disposto a pagare per tornare ai suoi 20 anni, e lui, con la massima serietà, mi ha risposto: “Tutto il denaro che ho per tornare ai miei 89”. Purtroppo non è possibile tornare indietro, seppure di un solo giorno. Non ci resta, allora, che evitare gli sprechi. L’unico modo che conosco, invece, per raddoppiare il tempo, potrebbe essere quello di partecipare alle gioie e ai dolori di un amico, in modo da vivere contemporaneamente la sua vita e la mia. Addio”

Sembra incredibile come un testo che risale alla metà del I secolo d.C. possa essere, ancora oggi, di estrema attualità ed importanza. È una verità che non si può contradire quella di Seneca, perché nemmeno l’uomo più ricco del mondo può fermare le lancette di un orologio; ad ognuno di noi, ogni giorno, viene “regalato” lo stesso ammontare di tempo, 1440 minuti, non uno in più, non uno in meno. Come spendiamo questo tempo è una nostra scelta.

Io stesso che mi interesso continuamente di storia antica e che resto affascinato da tutto ciò che fa parte di un passato il più possibile remoto, mi chiedo se, facendo questo, io cerchi di fermare in qualche modo il tempo, o addirittura tornare indietro di secoli. E concordo con la definizione che un giornalista ha dato della Storia: “La storia è come uno specchietto retrovisore: non è indispensabile per andare avanti, ma serve quando si fa manovra” e basterebbe riflettere sulle cause della caduta dell’Impero Romano per capire che dovremmo riflettere di più.

Carissimi Fratelli, è proprio perché non sappiamo utilizzare il tempo nel modo moralmente giusto che la vita ci sembra così breve. Tuttavia, noi che siamo degli iniziati, abbiamo il dovere di riflettere su tutto questo. Non dobbiamo perdere di vista quei valori che ci permettono di vivere tolleranti fraternamente. Non dobbiamo limitarci a “galleggiare”: siamo Massoni Scozzesi e dobbiamo dimostrare di essere protagonisti. Noi, in quanto iniziati, abbiamo assunto degli obblighi e degli impegni. Uno degli impegni principali è proprio la conoscenza delle nostre origini, che ci porta ad avere la consapevolezza di appartenere ad un Ordine che ha ed ha sempre avuto come unico scopo il miglioramento interiore individuale per partecipare al progresso dell’umanità.

E poi, se prendessimo più “tempo” per ascoltare i ritmi della natura o dell’universo intero, ci ritroveremmo più ricchi, quantomeno più riflessivi, più propensi all’ascolto degli altri, forse meno aggressivi; sapremmo apprezzare di più ciò che la natura e il mondo intero ci regala sistematicamente. Basti pensare alle infinite opere d’arte che chi ci ha preceduto ha voluto regalarci ma che, visto l’uso che ne facciamo, non ci meritiamo proprio. Uno scrigno pieno di regali disinteressati. Eppure basterebbe poco per nutrirsi del bello che ci circonda e che non aspetta altro che noi. Il nostro Fratello Claudio ha detto più volte che dobbiamo saperci emozionare, dovunque e senza vergogna. Io sono completamente d’accordo con lui e dico quindi che il nostro tempo dovrebbe essere fatto sempre di più di momenti pieni di emozione.

Insomma, Fratelli, la Massoneria e soprattutto il R.S.A.A. ci chiede di essere testimoni del nostro tempo: impariamo quindi a vedere il mondo con occhi diversi, cerchiamo di “sprecare” un po’ del nostro preziosissimo tempo per tentare di conoscere di più noi stessi. Cerchiamo di essere maestri di vita almeno per i nostri figli ed i nostri nipoti, facciamo in modo che essi attivino tutti i loro sensi verso la bellezza, che poi è pura felicità, è amore. E così potremo dire di vivere veramente e chiudere con un sorriso questo breve cerchio che è la vita.

APPENDICE

Nel passato si sono occupati del tempo filosofi, scienziati, religiosi, poeti, pittori ma anche la mitologia greco-romana ha molti racconti con i quali si riflette sul tempo, la sua fugacità o la ricerca del superamento delle sue barriere. Così troviamo Sisifo che imprigiona Tanathos, Orfeo che scende nell’Ade per riportare sulla terra Euridice ed anche molti altri, ma forse quello al quale mi sono più affezionato è il mito di Admeto ed Alcesti che, oltretutto, è una straordinaria storia di amore e di amicizia. Per chi non la conoscesse, la ripropongo in appendice.

Mario Lari 33° Aprile 2019

Le fonti:

  • Carlo Rovelli: L’ordine del tempo – Adelphi
  • Armando Torno: La truffa del tempo – Mondadori
  • Remo Bodei: La scacchiera della memoria – Laterza
  • Luciano de Crescenzo: Il tempo e la felicità – Mondadori
  • Robert Graves: I miti greci – Longanesi
  • Euripide: Tutte le tragedie – Rusconi
  • Seneca: De brevitate vitae – Mondadori
  • Seneca: lettere a Lucilio – Mondadori

Euripide: Admeto ed Alcesti

Nella reggia del re di Iolco, in Tessaglia, si radunarono i pretendenti per Alcesti, la bella figlia del re. Tra questi c’era Admeto, re di Fere, che appena vide la fanciulla, così bella, capì di essere disposto a tutto pur di averla. Il padre disse che avrebbe concesso la mano di sua figlia a colui che avrebbe guidato un carro trainato da un leone e un cinghiale. Un’impresa assai ardua perché i due animali messi a contatto si sarebbero azzuffati. Ma il re voleva per la figlia un uomo eccezionale. Davanti a questa prova Admeto si scoraggiò e tornato a casa si confidò con l’anziano padre che, dopo avergli ribadito che lui era la luce dei suoi occhi e che per lui si sarebbe buttato nel fuoco per l’immenso bene che gli voleva, gli consigliò di fare affidamento sul dio Apollo che era ospite nel loro regno come punizione per aver ucciso un ciclope, e quindi bandito dal regno degli dei.

Apollo, che era diventato buon amico di Admeto per la sua grande generosità e fedeltà, ascoltò il suo problema e lo rassicurò che lo avrebbe aiutato, bastava che si procurasse un leone e un cinghiale. Il giorno fissato per la prova Admeto si presentò coi suoi animali e grazie al dio Apollo fu l’unico che riuscì a domare le due bestie e chiedere la mano della bella Alcesti e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze.

Il dio Apollo fece ritorno sull’olimpo e per ringraziare ancora l’amico sincero, decise di fargli un dono; andò dalle Moire, coloro che hanno in mano la vita dei mortali, e dopo averle fatte ubriacare si fece promettere che quando fosse arrivato il momento di morire, Admeto si sarebbe potuto salvare se qualcuno fosse morto al suo posto pronunciando la frase “Muoio al posto di Admeto!”.

Passati alcuni mesi Thanatos, il dio della morte, si presentò da Admeto..

-E’ giunta la tua ora, le Moire ti concedono una giornata per trovare il tuo sostituto-.

Admeto andò dal padre, gli raccontò l’accaduto. Il padre restò indifferente e neanche il ricordo delle sue amorevoli parole dette al figlio qualche tempo prima lo impietosirono perché non era giunta la sua ora. Admeto si rivolse alla madre che, come il marito, non volle saperne e gli consigliò di ordinare a qualcuno dei suoi sudditi di morire al suo posto, ma quello doveva essere un gesto spontaneo per avere valore. Si recò su un campo di battaglia dove avrebbe trovato dei feriti che forse si sarebbero sacrificati per lui. Sul campo trovò molti morti e quando trovò un ferito, questi morì tra le braccia del re prima di aver capito quale frase pronunciare. Tornato a palazzo ormai verso sera si rassegnò al suo destino. Andò dalla moglie per salutarla per l’ultima volta ma questa stava già pronunciando la frase:

  • Muoio al posto di Admeto.-

  La rappresentazione che Euripide ci dà degli ultimi momenti di Alcesti ha toni commoventi e tocca il suo vertice quando la donna, dopo aver pregato gli dei, dà l’addio al letto nuziale, simbolo di una vita in comune che ora, bruscamente, verrà spezzata. Non riesce a trattenere la commozione e scoppia in lacrime: la sua morte – ella dice – è l’estrema testimonianza del suo amore per lo sposo; nessun’altra donna saprà essergli altrettanto fedele. Le ultime preoccupazioni sono per i figli: Admeto non dovrà contrarre nuove nozze, per evitare che essi debbano sottostare a una matrigna che non li ama. Poi Alcesti muore. Admeto si rade il capo in segno di lutto profondo e bandisce per sempre dal palazzo feste, banchetti e musica. Ma il giorno seguente arriva a palazzo l’amico Ercole e Admeto, pur di non venir meno ai suoi obblighi di ospitalità, tiene segreto il suo lutto: accoglie l’eroe e ordina che gli si prepari un abbondante pasto. Rimasto solo, Ercole banchetta e si abbandona a sonori schiamazzi, ma a un certo punto nota l’aria afflitta dello schiavo che lo sta servendo e da lui apprende che Alcesti è morta. L’eroe prova vergogna per il suo comportamento e vuole dare ad Admeto un segno tangibile della sua amicizia: farà di tutto per strappare Alcesti a Thanatos e restituirla al marito.

Dopo che Ercole si è allontanato, fa ritorno Admeto, reduce dal funerale. È un uomo distrutto: ora che Alcesti è morta, nessuno più gli verrà incontro salutandolo affettuosamente al suo rientro in casa; tutto gli sembrerà vuoto; intorno a lui ci sarà solo il pianto dei figli; ed egli avrà fama di vile, avendo permesso che sua moglie morisse al suo posto.

Ma ecco ricomparire Ercole che, dopo aver rimproverato Admeto per non avergli detto subito la verità, gli mostra la donna che ha con sé, il cui volto è coperto da un velo: è una schiava ‒ così egli dice ‒ vinta come premio in una gara, e vorrebbe che il re la tenesse con sé fino al ritorno dalla ‘fatica’ cui sta per accingersi. Admeto prega però Ercole di affidare la donna ad altri: la sua presenza, infatti, gli ricorderebbe quella di Alcesti, cui la fanciulla assomiglia in tutto, e ciò aumenterebbe il suo dolore; né egli potrebbe portarsela nel suo letto, perché verrebbe meno al giuramento fatto alla moglie. Ma Ercole insiste ed infine, dopo molti rifiuti, Admeto acconsente a portarla a casa. A questo punto Ercole toglie il velo alla fanciulla, che, con grande sorpresa di Admeto, si rivela essere proprio Alcesti: l’eroe, appostatosi presso la sua tomba, dopo una dura lotta è riuscito a strapparla a Thanatos che era venuto a bere il sangue delle vittime sacrificali. Restituita al marito, Alcesti potrà continuare a vivere felice con lui.

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CASO o CAOS ?


L’abete antico con la chioma detta
il ritmo del ponente vento a sera
e l’oleandro in fiore fa civetta
sporgendosi nel lago a primavera.

Le Dolomiti dai crinali rosa,
l’immagine riflessa giù nel lago,
come gran dama quasi che si posa,
stanno a guardare con pensiero vago.

Se il caso solo fosse il dio creatore
allor mi inchinerei al grande evento:
il Caso sconosciuto fu Fattore.

Se Luna, stelle ed anche o’ Sole mio
dal Caso furon fatti con tal arte
allor si adori il Caso come Dio.

Nota: Ordo ab Chaos
L’universo sembra governato dalla teoria del caos, teoria del caos se uno si ripete questa frase sembra essere un controsenso. In realtà il mondo, l’universo e anche le cose di tutti i giorni sono assoggettate a regole molto complesse, talmente complesse da essere considerate caos. La mente umana ha dei limiti evidenti nel capire, dei limiti di intelligenza, a volte di cultura.
Caos è nella mitologia greca la personificazione dello stato primordiale di vuoto buio anteriore alla creazione del cosmo da cui emersero gli dei e gli uomini.
Esiodo, nella sua Teogonia, racconta che in principio c’era Caos , ovvero una voragine senza fine, sterminata e nera. Dal Caos si generarono Gea (la Terra), Tartaro (un luogo infernale situato al di sotto dell’Ade) ed Eros (amore). Dal Caos poi nacquero Notte (l’oscurità della notte) ed Erebo (le tenebre degli Inferi). Dal Caos infine nacque Urano, la personificazione del Cielo infinito. Caos è, per antonomasia, la divinità cosmica più in alto in assoluto insieme ad Eurinome, la Dea di Tutte le Cose.

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