NASCITA BIOLOGICA E NASCITA INIZIATICA

di

Francesco Guida

Il rituale di iniziazione al grado di Apprendista mi ha sollecitato riflessioni e voli di pensiero così arditi da farmi temere di essere andato oltre le intenzioni di far emergere immagini e pensieri inerenti all ‘argomento. Eppure, trovo forti similitudini tra la nascita biologica e la nascita iniziatica.

Il punto di partenza per queste disgressioni è la Separazione.

Quando nasce un bambino avviene una separazione dolorosa e traumatica con il corpo e con la coscienza della madre. Qui prende origine il complesso di separazione.

Prima era l’ Uno che coincideva con il Tutto, il feto era “tutt’uno” con la madre, pur essendo una individualità, un quid pluris rispetto al corpo della madre, una dipendenza da questa: con la nascita, si spezza traumaticamente questo legame. Si spezza, ma non completamente.

Il ricordo inconscio dello stato fetale, che nel processo di formazione dell’individuo – la gravidanza avanza in maniera serena, diviene “memoria araldica ” o “nostalgia dell’Eden ” o dell’Adamo prima della caduta, non abbandonerà mai l’individuo nella sua vicenda terrena.

L’ Uomo, inseguito dal complesso di separazione, ricorrerà incessantemente, consapevolmente o inconsciamente, la ricongiunzione col Tutto per tornare ad essere Tutt’uno, o per dirla con linguaggio moderno, per raggiungere l’equilibrio tra I ‘Io ed il Sé.

La religione, velata da simboli, riti ed allegorie, sotto questo profilo, è stata la più antica ed efficace forma di elaborazione del pensiero umano, per raggiungere questo obbiettivo.

In tal contesto la vecchiaia, se la possibilità dell ‘evoluzione dell’individuo è stata fruttuosa e non sprecata, diventa il momento di preparazione a questo viaggio di ritorno, alla ricongiunzione; e quando I ‘evoluzione ha raggiunto i massimi livelli, si manifesta forte in individui, come i mistici o gli iniziati, persino il desiderio libero e cosciente del “passaggio ” per il ricongiungimento, dell ‘ annullamento dell ‘ Io, in favore dell ‘ allungamento del Sé, che da personale diviene universale e quindi cosmico.

Il Cosmo.diventa, così, la Grande Madre, veniamo dal Tutto e torniamo al Tutto.

Ma cosa centra la Massoneria con tutto ciò?

Attraverso i suoi simboli, i suoi riti e i miti, la Libera Muratoria offre una possibilità per raggiungere questa meta, in alternativa per alcuni o in integrazione per altri, alle proposte confessionali.

Osservando da vicino il processo della nascita biologica, riscontro delle similitudini con quello della nascita iniziatica.

Il bambino muore nascendo, muore alla vita di feto in quanto la separazione dalla madre per lui è veramente la morte, la fine di un ciclo per iniziarne un altro, ma egli non sa che ne sta iniziando un altro (la dinamica è la stessa per I ‘uomo anziano che si avvicina alla morte fisica scarsamente evoluto: egli può sperare, più o meno convinto che ci sia qualcosa dopo la morte, ma vive I ‘ angoscia del dubbio). Si sente espulso dall ‘ ambiente in cui si era abituato e cresciuto, da dove ha trascorso, un tempo, al caldo e al buio, per essere proiettato violentemente, senza comprendere perché, in un altro luogo, in un’ altra dimensione. In quel momento di passaggio non può nemmeno respirare, tutte le funzioni, tranne quelle cerebrali e cardiache, sono bloccate.

Come potrebbe non vivere traumaticamente questo avvenimento?

Ma è proprio questa che impone la Vita.

Studi scientifici sulla prenatalità e sulla psicologia evolutiva hanno infatti dimostrato che proprio per il trauma della nascita l’individuo acquisisce, permanentemente, la spinta della vita, a superare le difficoltà; ed i nati da parto cesareo, che tale sforzo non hanno compiuto, durante il corso dell ‘esistenza si rivelano più lenti e meno attenti ad affrontare le difficoltà.

Oltre questo, il feto sente il dolore della madre, le sue urla di dolore, aumentandone I ‘ ansia ed il terrore. Appena fuori, dall ‘utero, viene afferrato da mani che per lui sono dure, estranee, ostili, anche se lo contengono con grande delicatezza. Avverte il freddo, sensazione prima sconosciuta, e la culla, per quanto morbida, non regge il confronto col magma amniotico su cui era adagiato.

Resosi conto della diversità di ambiente, è tabula rasa sulle funzioni cognitive, si trova alle prese con il suo corpo, e non lo conosce, non sa cosa sono le braccia e si produce dolore senza comprendere come e perché.

Dove si riscontra in Massoneria il dramma della nascita?

Una risposta, ma non l’unica né esaustiva, si può rinvenire nel Rituale di Iniziazione al grado di Apprendista: già precedentemente, il momento della tegolazione – non sembri azzardato – può essere paragonato al gioco della seduzione, all ‘inseminazione e alla gestazione.

Due sono le ipotesi di contatto tra il profano e l’ Istituzione Massonica: o contatta o è contattato.

Tradizionalmente si verificava la seconda situazione in quanto vigeva in modo il segreto dell’ appartenenza , sia degli iscritti che della sede di ritrovo tanto che gli approcci erano discreti e riservatissimi da parte degli adepti. In alcuni periodi storici, non in tutti per la verità, la tegolazione impegnava un lungo periodo dedicato alla osservazione del profano, alla raccolta minuziosa di informazioni per evitare tragici errori (l ‘ errore di affiliare una spia si pagava con anni di prigione).

Attualmente, come è ovvio, quel tipo di rigore si è attenuato ma è ben desto il rigore morale.

Tale fase non può assimilarsi come la manifestazione del desiderio dell ‘uomo verso la donna, il desiderio di donarsi e farla propria? Non vi è in Massoneria il desiderio di allargare la catena dell ‘unione fraterna tra gli uomini, e l’esigenza di perpetuazione del messaggio iniziatico?

La tegolazione, da sempre sottolineato come un momento delicato ed importantissimo per il futuro dell’Istituzione e del profano, impone da parte di che ne è incaricato, un Maestro, doti di particolare capacità, quali la sensibilità, la serenità, la lucidità, la preparazione massonica, l’esperienza . In una parola, la maturità.

Le conseguenze negative le conosciamo ciascuno di noi, con testimonianza del proprio Oriente.

La tegolazione porta ad un ‘ inseminazione, non di contenuti, ma di possibilità nuove.

La Massoneria non ha da offrire dogmi ma la possibilità di usufruire e condividere un metodo di ricerca, di perfezionamento di sé stessi: sta al profano accettare la possibilità o meno.

E nasce “il fidanzamento “, periodo di conoscenza reciproca, che, per la natura stessa del rapporto, è limitato ma foriero sia intellettualmente che intuitivamente di positivi futuri sviluppi.

In questa fase, gli informatori registrano le attitudini e la situazione del profano, curando particolarmente che il soggetto “bussi alla porta del Tempio perché chiede la Luce’ .

Il tegolatore, intanto, fornisce i primi stimoli per far recepire al profano di che tipo di esperienza si tratti. A “matrimonio avvenuto “, con la votazione positiva preliminare al rito di iniziazione, il profano ormai iniziando, è chiamato a vivere la prima esperienza del V.I.T.R.I.O.L., nel Gabinetto di Riflessione, dico prima esperienza in quanto non può esaurirsi nello spazio di 30-60 minuti, ma si ripresenta ciclicamente, durante la vita massonica.

La fase che merita maggior attenzione in questo momento è quella del Visita Interiora Terrae, ovvero la “discesa agli inferi” o il cammino nella “selva oscura “, la Morte. Significativa oggettivazione di vera e propria morte è il testamento: non può esservi testamento se non seguito dalla morte.

Il Gabinetto di riflessione assume, pertanto, il ruolo della odierna Sala Travaglio degli Ospedali. Dopo tanto tempo di attesa, l’iniziando sente che qualcosa di particolare sta per accadere, non sa, o non dovrebbe sapere, cosa succederà di lì a poco, è assalito da un senso di inquietudine derivantegli sia dall’ambiente insolito: stanza stretta, luce fioca, senza finestre, pareti nere, strani simboli e parole minacciose sulle pareti, e poi…il teschio e quel testamento! Dopo il necessario periodo di solitudine e di privazione delle sue risorse artificiali (i metalli), egli viene accompagnato nella Sala Parto, il Tempio, ove si compirà il mysterium dell’lniziazione ed è invitato a superare le prove.

Il superamento delle prove è un elemento naturale in ogni processo evolutivo.

In natura, affinché ci sia evoluzione, vige la legge del più forte, solo i forti avanzano e per i deboli, se non vi è distruzione, vi è quantomeno soggezione. La cultura invece ci spinge alla solidarietà ed al soccorso del più debole. Così il feto se vuol vivere deve impiegare tutta la forza di cui è dotato, altrimenti è aborto. Nelle prove d’iniziazione massonica tale momento assume valenza puramente simbolica, ma se volgiamo lo sguardo ad un remoto passato tradizionale, nelle sette iniziatiche le prove erano veramente tali, anche a rischio della vita o della integrità. e poteva accadere che il candidato non solo le superasse ma vi soccombesse o ne uscisse menomato.

Le prove, quali spinte uterine, ultimano il passaggio dalla “caverna” alla luce. E luce sia!

Dopo il drammatico travaglio c’è l’initium di una nuova vita. L’iniziato, tolta la benda che lo tratteneva nella primitiva dimensione, si guarda intorno inebetito, cerca di mettere a fuoco le immagini e vede per qualche attimo offuscato, vede, ma non comprende, assapora sensazioni nuove che hanno sopraffatto la sua capacità critica.

Come il neonato, dopo un parto regolare, è abbagliato dalla luce, elemento che prima del passaggio non conosceva, vede confusamente e non comprende, vive solo di emozioni, sente che colei, su cui è stato adagiato, è sua madre, riconosce dai differenti suoni la voce di suo padre, così, dopo l’iniziazione, il neofita viene accompagnato fra le colonne di Mezzogiorno, colonne della luce piena che possono reggere solo i Compagni e i Maestri ma non gli apprendisti, per caricarsi di quell ‘energia solare, buon viatico per il futuro lavoro. •

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LA STORIA DELLA TORTURA 

LA STORIA DELLA TORTURA

Tre millenni di torture: dagli Egizi all’Iraq. Con un denominatore comune: la crudeltà degli aguzzini è sempre giustificata con un interesse superiore: la sicurezza dello Stato, l’ortodossia religiosa, la lotta al crimine. Ma rimane orribile, inutile, spesso controproducente.

 

La storia della tortura

Una tortura (e relativa esecuzione pubblica) di un leader protestante durante le guerre di religione in Francia nel ‘500. Università di Ginevra

 

Mi hanno fatto inginocchiare. Volevano che dicessi chi erano i leader. Quando ho risposto che non sapevo niente, dopo avermi ammanettato, hanno tentato di affogarmi, di strangolarmi, mi hanno dato calci nella pancia. Mi hanno tolto i vestiti e hanno minacciato di violentarmi. Poi mi hanno fatto inginocchiare davanti a un monte di sterco di vacca ancora caldo. Mi hanno avvicinato un coltello al collo e mi hanno fatto mangiare mezzo chilo di sterco».

 

Valdecir Bordignon, agricoltore brasiliano, ha ricevuto questo trattamento nel 1999 dagli squadroni di polizia del Paranà, in Brasile, a caccia dei capi del movimento dei “Senza terra”.

 

Oggi rivediamo scene simili in diversi Paesi del mondo, anche evoluti. Un’aberrazione moderna? Tutt’altro. Oggi la tortura dispone di strumenti ingegnosi, ma è tuttora l’uso di metodi violenti e umilianti in nome di un interesse superiore: stanare criminali, punire o far confessare colpevoli di delitti, intimidire i nemici. Un male necessario? La storia (e la scienza) dicono di no. Eppure, l’uomo è ben lontano dall’averlo compreso. Anche perché le radici di questo comportamento sono molto più antiche di quanto si pensi…

In un’illustrazione del ‘600 la rappresentazione di varie torture fatte agli schiavi italiani catturati dai saraceni: impalati, squartati da 2 navi, bruciati vivi, crocefissi, bruciati con candele, murati vivi, fatti a pezzi, trascinati da cavalli.

 

Radici millenarie. Le prime tracce della tortura risalgono già agli antichi Egizi, che fin dal XX secolo a. C. usavano metodi crudeli (soprattutto bastonate e frustate) per intimorire, punire o far confessare i malfattori o i nemici.

Un torturato appeso per le braccia e tormentato con tizzoni infuocati.

Un torturato appeso per le braccia e tormentato con tizzoni infuocati. Nell’antica Roma si usava la graticola: il prigioniero era steso su un letto di ferro sospeso su carboni ardenti.

 

Ma fu con i Greci, e soprattutto con i Romani che la tortura prese piede: non a caso la parola tortura deriva dal latino torquere (torcere il corpo). Inizialmente applicata agli schiavi (per i liberi la credibilità era convalidata dal giuramento) poi si estese con l’assolutismo imperiale: fu usata sui rei di lesa maestà, sui maghi e sui bugiardi.

 

La tortura diventò uno strumento giudiziario perfettamente legale: la confessione era indispensabile, nel diritto romano, per formulare una condanna. La flagellazione, con la frusta formata da lunghe cinghie di pel di bue che tagliavano come un coltello, era la più utilizzata. Ma vi erano anche altri metodi: gli schiavi che avevano tentato di fuggire erano marchiati a fuoco sulla fronte; sotto l’imperatore Costantino allo schiavo colpevole di aver sedotto un uomo o una donna liberi veniva versato piombo fuso in gola. La stessa crocifissione di Gesù (cruciare significava “tormentare”) era uno dei terribili supplizi riservati ai malfattori.

 

 

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MEDITAZIONI Dl UN VIANDANTE SOLITARIO… …VERSO LA LUCE

MEDITAZIONI Dl UN VIANDANTE SOLITARIO… …VERSO LA LUCE

Non intendo sprecare il mio tempo commentando i difetti altrui. Se mi scoprirò incline a rallegrarmi nel criticare il mio prossimo, criticherò prima me stesso a voce alta, davanti agli altri.

Non criticherò nessuno se non richiesto dalla persona stessa e, anche allora, solo col desiderio di aiutarla.

Cercherò di rendermi gradito a tutti con atti di bontà e di considerazione verso gli altri, cercando sempre di rimuovere ogni malinteso causato da me, deliberatamente o meno.

Voglio continuare a tenere alta la fiaccola di gentilezza inesauribile, per guidare i cuori di coloro che mi fraintendono.

Mi asciugo le lacrime di amarezza, pensando che tu non ti curi se svolgo una parte piccola o grande, purché la svolga bene.

Cercherò DIO prima di tutto, e solo allora tutti i miei desideri saranno appagati. Vivere in un palazzo oppure in una catapecchia, sarà la stessa cosa.

Userò il denaro che mi sono procurato onestamente, per vivere con semplicità, eliminando ogni lusso.

Sono giunto alla determinazione che nessuno può provocarmi, insultandomi con parole o atti, e che nessuno può influenzarmi con le sue lodi, facendomi  credere più grande di quel che sono.

Non mi curerò affatto di un atteggiamento critico, falso e spietato e nemmeno delle ghirlande di elogio.

Il mio unico desiderio e di fare la tua volontà e di piacere a te, Padre mio Celeste.

Voglio dire la verità, ma in ogni caso eviterò sempre di esternare verità spiacevoli o dannose. Non porgerò mai alcuna critica che non sia mossa dalla benevolenza.

Voglio diffondere la luce solare del mio benvolere, ovunque regni il buio dell’incomprensione. Paramahansa Yogananda

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IL SIMBOLO IN MASSONERIA

IL SIMBOLO IN MASSONERIA

di Luciano Romoli

 

Dalla notte dei tempi, da quando l’uomo ha levato gli occhi al cielo scorgendo l’immensità dell’Universo, tre interrogativi accompagnano la sua esistenza: “Chi sono. Da dove vengo, Dove vado”. Per trovare risposte ha indagato la Natura, raggiungendo livelli di conoscenza sempre più profondi, ha supposto dimensioni trascendenti, declinandole attraverso le diverse culture, ha cercato una finalità nella vita e un destino al di là di essa. Con l’evolvere delle civiltà, del livello di conoscenza e delle capacità tecniche nacque l’architettura. Si fece strada l’idea dell’Universo come realizzazione di un modello intelligibile, pensato da un “Grande Architetto” più o meno identificabile con la “sua” creatura. Da centinaia di anni uomini “liberi e di buoni costumi” fanno riferimento all’architettura, riunendosi nei templi massonici per confrontarsi sulle grandi domande esistenziali. Si definiscono Liberi Muratori e utilizzano riti, simboli, allegorie e miti mutuati dalle antiche gilde muratorie, i cui membri avevano portato il cielo sulla terra costruendo cattedrali, mentre miglioravano se stessi nella ricerca di una regola interiore che avesse valenza universale. Non a caso “Ciò che è in alto è analogo a ciò che è in basso” è il motto che la Libera Muratoria ha fatto proprio, riprendendolo dalla tradizione ermetica. Il Libero Muratore conduce il proprio percorso lungo le impervie strade di una ricerca che non avrà mai fine. Ma ogni individuo è un universo unico, diverso dagli altri, pertanto ogni massone procede verso la Verità seguendo un itinerario autonomo, ampliando il proprio orizzonte attraverso il confronto con gli altri e nutrendosi di altre esperienze, con lo scopo di “edificare Templi alla Virtù e lavorare per il bene della Patria e dell’Umanità”. E poiché il massone usa come strumento il pensiero, e le buone idee comportano buone azioni, la tradizione muratoria prevede che alle conquiste intellettuali faccia seguito una pratica attuazione. In questo incessante lavoro il simbolo ha importanza centrale. La mente umana è simbolica per eccellenza, ha la capacità di cogliere una pluralità di significati partendo dai significanti. Attraverso il simbolo la Libera Muratoria riesce a perpetuare nel tempo i suoi principi senza cristallizzarsi in una dottrina, senza irrigidirsi in dogmi, senza chiudersi in una sistematica o in un decalogo comportamentale. Il simbolo genera sensazioni immediate, è percettivo, suscita considerazioni, emozioni, concetti; da solo può illuminare, aprire orizzonti, indicare nuove strade. La lettura del simbolo è individuale e mai definitiva. Nel lavoro latomistico sollecita l’intuizione di chi indaga, ne amplia gli orizzonti conoscitivi ed esistenziali, ne esalta la perspicacia. Il simbolo “parla”, fornisce improvvise assonanze e repentine “folgorazioni” da utilizzare come nuovi punti di partenza per procedere oltre. Sul piano operativo massonico il significante può assumere diverse sembianze: un’immagine, un gesto, un oggetto, ma anche un suono o una pietra. Il massone stesso può essere un simbolo, anche in funzione del ruolo che ricopre nel tempio. Sono simboli i paramenti indossati, i gesti rituali, gli arredi, e poi la Bibbia, sulla quale poggiano squadra e compasso, simboli a loro volta. Lo stesso tempio massonico è un simbolo, colmo di altri simboli, come le grandi opere dell’arte e dell’architettura, in primis le grandi cattedrali del Medioevo, “libri di pietra” della Tradizione. Anche il linguaggio scritto e parlato ha le valenze del simbolo. Il linguaggio rituale, in particolare, sollecita la capacità di trascendere l’immediata interpretazione letterale di un discorso per giungere a percezioni di più ampio respiro, in cui i vocaboli esprimano invece di definire, sollecitino visioni piuttosto che raccontare, aggiungendo una funzione simbolica a quella semantica e sintattica. Essere massoni significa quindi riuscire a comprendere le potenzialità del simbolo e del linguaggio come simbolo, significa porsi in grado di utilizzarle, per aprire nuovi spazi alla mente, rendendola più ricettiva, significa riuscire a dilatare le funzioni del linguaggio per guardarvi attraverso, scorgendo gli orizzonti più ampi che non sarebbe possibile scorgere altrimenti. Grazie al simbolo si mantiene viva la parola, il dibattito, la ricerca. Il simbolo è libera lettura e sforzo comune nella ricerca di condivisione e confronto. E’ il filo di Arianna che sorregge l’iniziato in quel percorso in interiora terrae che lo porterà a sconfiggere il proprio Minotauro; è il canto che apre le porte degli Inferi a Orfeo, in cerca della propria Euridice; è Virgilio che guida Dante nel suo viaggio all’Inferno fino ad uscire“… a rivederle stelle”.

 

 

 

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LA PERFEZIONE È IL GADU

LA PERFEZIONE È IL GADU.

Questa è la risposta! E l’Uomo? Cosa pretende da tale incontaminato termine?

Giù, dunque! Indeboliamo la vista, acuiamo i sensi e via, in un tuffo a volo d’angelo, nell’”Uomo” e nel suo incessante non cadenzato, endemico “Divenire”, entrambi attori protagonisti del “buco nero” della Perfezione e…. subito, in una trama incalzante sin dal suo prodromo, ecco il “Dubbio”: l’Antagonista!

L’Uomo……. è stato definito come un essere… “ svantaggiato rispetto agli altri esseri viventi ani mali: non ha una pelliccia per proteggersi dal zanne per attaccare e difendersi, non è veloce come una gazzella o forte come un leone, non ha la vista dell’aquila o l’olfatto del cane o l’udito del gufo, ma ha tre qualità fondamentali in più: una mente in grado d’immaginare cose che ancora non esistono, il linguaggio per comunicare le sue idee e l’abilità nel maneggiare oggetti. Così l’Uomo ha sviluppato la capacità di trasformare oggetti esistenti per ricavarne altri che non esistevano”.

Quell’Uomo, inevitabilmente scaltrito dalla perizia dei tempi, un giorno creò la lancia e si sentì dominante, perché fu in grado di difendersi, un altro scoprì il fuoco e si sentì fiero, perché si credé potente, un altro ancora inventò la ruota e si sentì fiducioso, perché fu in grado di spostarsi più agevolmente; infine iniziò a incidere e far segni su ogni cosa e si sentì indispensabile, perché fu in grado di fissare e tramandare i suoi pensieri. Aspirazioni… studi si rincorrono nel cammino delle generazioni di uomini, capaci di innescare

altre aspirazioni…..altri studi…..altre creazioni, alla ricerca di………?

L’Uomo…. “Non è che una Canna, la più debole della natura; ma è una Canna che pensa. Non è necessario che l’universo intero si armi per di struggerlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo, ma, quand’anche l’universo lo distruggesse, l’uomo sarebbe più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire e del vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E’ questa la via per innalzarci e non attraverso lo spazio o la durata, che non saremmo in grado di riempire. Impegnamoci, dunque, a ben pensare: ecco il E’ il tracciato sull’Uomo di Blaise Pascal, uno dei più grandi esponenti della filosofia di sempre. L’acuto delle tante parole sin qui sprigionate indirizza un immaginifico faro sull’uomo, quale: “Essere che tende a elevarsi al di sopra di se stesso”, rapito dal suo cervello, “l’Idea Progrediente e Finita”e dal suo Spirito, “l’Idea Eterea e Infinita”,

dall’albero del sapere Aristotelico.

Egli è “Intelligenza”, nel cogliere e intendere quanto espresso dall’ambiente esterno, “Capacità”, nell’atto di pensare, di giudicare, di adattamento e, infine, “Desiderio”, nel suo sviluppo. Se l’Uomo è facilmente identificato nel suo essere “Intelletto” ricettivo e stabile, ecco piombare tanto imponente, quanto logicamente naturale, il Dubbio sulla possibile identificazione di quel suo essere “Desiderio” emissivo e transeunte e sul più introspettivo e nitido contenuto di quest’ultimo.

Che cosa è la sua incontenibile tendenza – quasi brama – di miglioramento?

Cos’è questa sua continua aspirazione a elevarsi al di sopra di se stesso?

Forse la Ricerca della Perfezione? E la Perfezione esiste o è un’utopia?

Che significato dà l’Uomo a tale concetto?

E’ in grado di conferire a questa un’identità propria, a lui riconducibile, o tende a confonderla con un qualunquistico, materiale “Limite”?

Esegesi della Perfezione

 

Parte prima: Il dubbio di Giovanni Amendola

 

Prima di sguinzagliate analisi che possano condurci a ventagli di risposte, forniamoci del  giusto bagaglio, irrorando la nostra mente con ciò che l’Uomo stesso professò sulla Perfezione li dove il “verbo” non manca: nei testi di ogni tempo di Letteratura e Filosofia.

In ambito letterario, il termine Perfezione è definito come: “Stato, condizione di ciò che è condotto a termine”; Perfezionare: “Completare, concludere, finire, ultimare, apportare modifiche a qualche cosa al fine di migliorarla”; infine il termine Perfezionismo è descritto come “aspirazione a raggiungere una perfezione ideale non facilmente attuabile”, quindi una “tendenza a migliorare indefinitamente qualcosa senza considerarla mai finita”.

In Filosofia si sente ancora l’eco dei grandi pensatori del passato quali Platone, Aristotele, Plotino, per citarne alcuni tra i più chiassosi, che hanno di “Lei” parlato seguendo una linea “Idealistica”, abbandonata, poi, dai filosofi moderni, o rivista in rapporto alla scienza, alla storia, all’analisi dell’esistenza umana.

Per Aristotele è perfetto: “Sia ciò di cui non si può concepire nulla di superiore sia ciò che raggiunge il suo vero fine”.

Per Platone la Perfezione è realtà autonoma, si trova nel mondo delle Idee, che sono entità metafisiche sussistenti, risiedenti nell’ Iperuranio, una regione aspaziale (pari all’empireo dantesco o al paradiso cristiano), dove viene in vita anchel’anima.

Plotino insiste, caparbio, sul carattere di perfezione esemplare delle Idee.

Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto semplicemente come Marco Aurelio, imperatore, ma anche filosofo e scrittore, scrisse nel suo diario privato, che divenne noto come “Diariodi Meditazioni”: “Non aspettarti la Repubblica di Platone; sii soddisfatto anche dei più piccoli progressi”. Epitteto afferma: “Non abbandoniamo i perfetti”. Arreso all’assenza di una “Perfezione Assoluta”, aveva intuito che si doveva solo fare il meglio con quello che si ha.

Colonne che reggono la trabeazione dell’esigenza di cercare risposte autentiche ai quesiti posti e, a tal uopo, stimolano a intervistare non l’Uomo in generale, ma, più in dettaglio, i suoi “Esseri”: “ L’Uomo della Ragione pura” e “L’Uomo dello Spirito assoluto” e giunge in me – sprone naturale – l’istinto di rivolgermi, proprio al fine di trovare la chiave capace di aprire la Porta non  scontata di tal enigma, al Profano e all’Iniziato.

Sono spinto, difatti, a ritenere che la risposta a questi dubbi – che trasudano necessità d’intensa introspezione – alla fine vada a costituire come uno dei temi che identificano l’essenza di questi due Attori.

Che cosa sono la Perfezione, la Perfettibilità e il Perfezionismo per l’uno e cosa sono per l’altro?

Di Costoro “dobbiam far la conoscenza!”. Entrambi partono dalla scoperta della natura e della vita, da un’esperienza che Guido Crocetti definisce di “Benessere bambino”, “una condizione psicofisica orientata al gioco, al godimento puro,  alla scoperta”.

Con la maturazione del corpo e dello spirito, l’Iniziato sente e sviluppa la sua “Vocazione”, alcune “Canne Pascaliane” mutano e si ornano di un “Fascio di Grano”; ci si avvia a un diverso percorso, la “I” diventa “Y” e ci si affaccia a una finestra che mostra due paesaggi diversi di Perfezione : la rappresentazione d’Idee ben definite e contingenti, del Profano, contro l’immagine di un’Idea senza lineamenti e, quindi, infinita, dell’Iniziato.

Per poter estrapolare la risposta al Dubbio, è opportuno focalizzare l’attenzione sull’Essenza di ciascuno di cotanti Protagonisti.

L’indagine sull’Iniziato non può prescindere dal tratto dell’Allocuzione tenuta alla Gran Loggia del 25 febbraio 2006: “Le anime hanno perso le ali -L’Abbandono dell’Esoterismo e il De Profundis della Liberamuratoria”, in cui l’Ill.mo e Ven.mo G.M. della G.L.R.I. Fr. Fabio Venzi così Lo descrive: “L’iniziato è, per definizione, colui che possiede la conoscenza, appunto la gnosi. Questo

ci porta a rivolgerci un’ulteriore quesito. E’ sufficiente per divenire Liberomuratore essere considerato “uomo libero e di buoni costumi”? Si può aderire alla Liberamuratoria perché si “crede” in essa? Sono convinto che ciò non sia abbastanza.

E’, infatti, necessario che quest’uomo abbia in sé un’intuizione, un’aspirazione alla conoscenza, una particolare attitudine spirituale, una forte volontà dell’intelletto, una sensibilità e predisposizione dell’animo, l’amore per il sapere. L’esoterismo è un’ispirazione dell’anima che richiede, nel momento in cui si pratica, tensione mentale e presenza spirituale”.

L’Iniziato è, quindi, Spirito Puro e, come tale, è cosciente che il proprio percorso di perfezionamento può essere compiuto nell’unico sentiero possibile: quell’Anima che lo costituisce.

L’iniziato sa che la Perfezione assoluta è solo il G.A.D.U. e che questa è inarrivabile, ma sente la presenza o meglio l’esigenza di un’altra Perfezione: un divenire costante senza spazio e senza tempo, la “Via del suo Spirito”, che percorre in ogni sua parte, conscio e indifferente riguardo all’impossibilità di vederne l’arrivo.

La Perfezione per l’Iniziato non può esistere come concetto individuato e circoscritto, ma indeterminato e indistinto.

Essa è espressione dello Spirito, che è infinito, quindi anch’essa infinita!

L’Iniziato è conscio dell’essenza concreta di una sola realtà: la Perfezionabilità (il fatto d’essere perfezionabile) e la non Perfettibilità (il fatto che non può per sua natura raggiungere la Perfezione).

Il Profano – giusto per fare anche con lui le opportune “intime” presentazioni, osservato con sguardo più ampio – è colui che, basandosi sulle sensazioni prodotte dal suo corpo e dal suo cervello, dà vita a delle “Convinzioni suggestive”: la presunzione della “Immortalità a breve termine” – pensiamo, ad esempio, alla frase: “ Ci vediamo domani!”- ed ancora … la convinzione che il progresso generi, di fatto, la Perfezione.

Per il Profano esiste la Perfezione in ambito contingente, cioè basata in estrema pratica – blasfema per il nobile tema – sul “concetto matemaico della frazione”: 1/5 non è la perfezione 2/5 neanche, ma 5/5 si!

L’intero è la perfezione! Una Perfezione parziale o “su denominatore”.

Si tratta di una Perfezione tecnica, oggettiva e limitata, dunque possibile “intra terminum”! In ambito Profano la Perfezione, pertanto,     esiste come idea universale, ma come “Traguardo contingentato”, esclusivamente rapportato a singoli “denominatori” voluti e preordinati.

Se, però, non ci fossero questi “Folli” individui atti a ricercare Assiomi, il mondo resterebbe così com’è!

La Ricerca della Perfezione di costoro svolge un ruolo fondamentale non per il concetto di Perfezione stessa, ma semplicemente per quel che questa travolge.

Non si tratta di una vera e propria aspirazione, ma di una non accettazione di ciò che è il presente, espressa attraverso tentativi di trovarne gli errori, acciocché si possa dare origine a possibili nuove soluzioni, in pratica: la volontà di costruzione!

In conclusione, veniamo accompagnati alla formulazione della parola Perfezione, con due accezioni diverse: la “Perfezione Pura” spirituale e la “Perfezione Impura” materiale.

Possiamo concederne l’esistenza, allontanandoci, certo, dall’umanamente utopistica idea di Perfezione Assoluta?

La risposta sta nel concetto che, quale epilogo di questa “Trama”, unisce i due Attori protagonisti:

“l’Armonia”, che, per il Profano, è costituita dall“Appagamento pragmatico momentaneo”, mentre per l’Iniziato è costituito dalla “Ricerca incessante aspaziale ed atemporale”

Ora…, appena giunto ad una risposta, ecco un Dubbio: Se la Perfezione Impura deve ritenersi meramente “di Obiettivo” e quindi, poiché finita, impossibilitata ad assurgere ad “Assoluta” e la Perfezione Pura è figlia dello Spirito e quindi presente in “abiti” da questo prodotti, può ad esempio l’Arte, in quanto esternazione compiuta dell’anima, assurgere all’idea concettuale di Perfezione Assoluta? Può essere considerata tale per perfetta sublime discendenza? Lo è in ogni sua forma ed espressione o anche questo è utopia?

Per quale ragione Michelangelo, contemplando il suo “Mosè”, al termine delle ultime rifiniture e stupito egli stesso dal realismo delle sue forme, sclamò “Perché non parli?” percuotendone il ginocchio con il martello che impugnava?

Un tuffo ancora, che spremerà da quel silenzio, compagno di ogni dubbio, gocce di uno specchio interiore che non ci permette di pettinarci: lo Spirito!

Giriamo la Clessidra!

 

dalla Rivista Massonica DE HOMINIS DIGNITATE XVIII G.L.R.I

 

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RIFLESSIONI SULL’ASTROLOGIA

RIFLESSIONI SULL’ASTROLOGIA

di

Paolo Caradonna Moscatelli

In questi tempi assistiamo al dissolversi delle entità più stabili, sotto l’influsso di una nuova concezione dinamica dello spazio-tempo, in seguito alla magia delle rivelazioni scientifiche.

Partendo dal più comune oggetto che maneggiamo, inconsapevoli delle forze elettromagnetiche che lo governano, fino al dominio della personalità umana, ora analizzata in termini complicati di pulsioni e complessi, ovunque la nostra mente cerchi di conoscere la realtà, essa incontra la preoccupazione del mondo moderno per I ‘ attività ritmica, per il gioco motorio ondulatorio e elettromagnetico di energie polari.

I nostri antenati abitavano un universo stabile come un insieme statico di proprietà ben definite in definitiva rassicuranti.

Noi viviamo in una dimensione apparentemente più dinamica, in cui nessun momento è troppo breve per essere esaminato e nessun oggetto è troppo piccolo per non essere scomposto fino al gioco sub-atomico delle particelle.

Contro i concetti classici di permanenza e identità, si erge ora la consapevolezza di un intrinseco dinamismo della vita e così paradossalmente noi assistiamo al rinascere, sotto altra forma, di concetti antichi di millenni; alla ragione intesa come dogma, si oppone una nuova concezione dell ‘universo, dell ‘ uomo e della sua essenza come un oceano di energie dominato dal dualismo polare che sembra essere, ad ogni livello della fisica, il fondamento della realtà.

E così ritornano, in una sintesi filosofico-scientifica, i concetti di flusso e riflusso, di espansione e contrazione, di solve e coagula, di respiro di Brahma, di Yinn e Yang, di vita e di morte quali fenomeni non opposti ma complementari e fecondi.

L’astrologia è una scienza nata dall’esperienza umana, esperienza e consapevolezza di un superiore ordine celeste, contrapposto al Caos apparente della terra: in tal modo l’ordine diviene una spinta basilare alla comprensione e alla evoluzione di una scienza altamente istintuale e altamente simbolica.

Ogni sistema filosofico, ogni religione, ogni scienza tenta di spiegare il disordine e di riconciliarlo con l’ordine interno dell’uomo, simbolo della Creazione.

L’ astrologia è in questo senso il più antico tentativo di conciliare l’ordine celeste – anch’esso in evoluzione – con il disordine terrestre, non certo nella cancellazione del secondo a vantaggio della esaltazione mistica del primo, ma, al contrario, nella profonda coscienza del loro reciproco dinamismo.

Al profano, la filosofia classica regala l’idea di un regno del cielo come sede di Forze positive e creative, capaci di influssi positivi sul mondo terrestre vissuto come passivo, ricettivo, inerte e caotico; il regno del cielo diviene così il mondo delle Idee, la “natura naturans” attiva in contrasto con la “natura naturata” passiva, bisognosa di controllo da parte delle intelligenze divine, e intrinsecamente perversa per il peccato originale da redimersi per diretto intervento divino.

Ma l’iniziato sa che l’opposizione tra ordine e caos è solo apparente e il caos terrestre è solo finzione o apparenza.

L’ordine è ovunque- ma l’uomo mostra di non vederlo quando passa da una comune accezione del termine ad un concetto più vasto e più comprensivo egli sente che il caos è il frutto di una sua visione incompleta, della sua incapacità di abbracciare la totalità di una situazione.

L’uomo è nella sua essenza fisica, animica e spirituale un “tutto ordinato” ma è anche da considerare

una “totalità minore” dotata di infinita possibilità di interazione con una “totalità maggiore” (dialettica del micro e del macro-cosmo).

Tale interazione, spesso sofferta, è molto perturbante per la “totalità minore” ma è sentita dalla “totalità maggiore” come attività ciclica creativa e come sacrificio.

In questo senso, l’esperienza umana è sofferenza, è cammino, è iniziazione verso l’identificazione della totalità, superando il nostro modo di considerare diviso ciò che è unito.

L’uomo infatti divide la realtà stabilendo due quadri di riferimento, raggruppando cioè in una categoria tutte le esperienze dolorose centrate sull’ individuo, dall’ altra tutte le esperienze remote, centrate sul livello dell’inconscio collettivo.

Così l’esperienza umana è bipolare ma ogni dualismo è in essa contenuto, è la integrazione delle totalità, è la fonte della realizzazione della pace interiore e il dovere del “saggio” che sente, prima di altri, il ritmo, il cambiamento insito in tale processo e che trasforma, quindi, il dolore esistenziale in pace collettiva.

Alla luce di ciò, l’ astrologia aiuta a comprendere l’ esperienza umana come un fatto bipolare, un’alternanza ciclica di energie, quasi un algebra della vita.

Essa usa i pianeti come simboli dell’esperienza vista alla luce della interrelazione prima spiegata.

In questo senso si perpetra il delitto dei sedicenti astrologi che promettono di divinare il futuro amore, salute e denaro – che spesso sono l’anticamera di una soluzione “magica” a caro prezzo dei dolori dell’uomo.

Tale venalità ancora l’uomo al caos, non lo fa progredire verso l’integrazione con il cielo e lo rende ancor più schiavo dell’apparente dualismo, mentre portare alla luce l’attuale dal potenziale, trasfigurare la sfera dell’uomo terrestre con quella della totalità maggiore è la vera meta dell’uomo iniziato.

Possiamo dire che la vera funzione iniziatica dell’astrologia è quella di rivelare all’individuo i momenti-seme della sua esperienza ciclica.

In quei momenti equinoziali lo Spirito può agire entro l’anima umana in termini di nuovi “impulsi cosmici” o di significato creativo.

Tali momenti sono rivelati in vari modi: in termini stagionali, quando il Sole attraversa l’ Ariete, il Cancro (porta degli uomini), la Bilancia e il Capricorno (porta degli dei) e in termini esoterici, con una visitazione dello “spirito creativo” come già compreso nell’ antichità e celebrato con varie feste.

Ma oltre al ciclo annuale anche il ciclo mensile legato alla Luna stabilisce punti-radice di cambiamento perché ogni pianeta è legato a tutti gli altri da fondamentali rapporti di posizione (trigono, opposizione, quadratura, quinconce, sestile) che al di là dei più noti aspetti divinatori, rappresentazioni pulsioni in cui l’individuale e il collettivo si integrano in modo simbolico.

Un buon aspetto di Giove con Mercurio, ad esempio, amplifica i fenomeni di comprensione, mentre un aspetto difficile tra Luna e Saturno può costituire uno stimolo al ripensamento del proprio Karma.

La natura dello Zodiaco, anello di forma perfetta e quindi simbolo di perennità, ci insegna a superare le categorie, nella comprensione che una cosa, un’esperienza non è in sé buona o cattiva, bianca o nera, attiva o passiva ma ciclica e quindi ci insegna a superare il momento, l’attimo dannato di faustiana memoria, per comprendere che il polare, il duale, il ciclico vengono inquadrati e unificati dall’Uno.

La durata, spesso infinitamente breve, ma spesso infinitamente lunga, di questi cicli educa l’uomo a collocarsi nella sua reale dimensione, conscio delle forze opposte che lo governano e della necessità della loro compresenza, l’identificazione con una sola di esse rende l’uomo schiavo più di prima e il credere alla eliminazione di una di esse (vedi le grandi religioni) rende l’uomo immobile impedendogli di comprendere e di progredire.

A tal proposito basta riflettere sul segno cinese dello Yang e dello Yinn dove bianco e nero si inseguono, si completano, dove al crescere dell’uno corrisponde il calare dell’ altro come nei cicli di manifestazione divina (manvantara), ma in cui l’uno contiene l’altro.

L’astrologia è quindi anche rinascita, nel senso poetico con cui Gibran Kahlil si esprime “una breve calma di vento e un’ altra donna mi partorirà”

Vorrei concludere queste mie riflessioni, forse noiose, con un assioma: nessuna esperienza può avere valore spirituale se non è riferita alla totalità del ciclo in cui avviene…

Soltanto colui che riuscirà a sintonizzarsi con questo ritmo sarà finalmente libero, in un perpetuo atto di Incarnazione, nella totalità del Tutto. •

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MULTIPLICES INTER DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX

MULTIPLICES INTER
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

 

Il Papa Pio IX. Venerabili Fratelli.

Fra le molteplici macchinazioni e le astuzie con le quali i nemici del nome cristiano osarono assalire la Chiesa di Dio, e si sforzarono, benché inutilmente, di rovinarla e di distruggerla, si deve ascrivere senza dubbio, Venerabili Fratelli, quella perversa società di uomini, che chiamasi comunemente Massonica, la quale prima si unì nei nascondigli e nelle tenebre, e poi uscì fuori con impeto, a comune danno della religione e della società umana.

I Romani Pontefici Nostri Predecessori, memori del loro ufficio pastorale, appena ne scoprirono le insidie e le frodi, stimarono opportuno non indugiare ad arrestare con la loro autorità, a colpire con la sentenza di condanna, come una lancia, e a disperdere quella setta, la quale esprimeva scellerataggine e fabbricava molti e nefandi mali contro le cose sacre e pubbliche. Invero Clemente XII Nostro Predecessore, con le sue Lettere apostoliche proscrisse e riprovò la setta medesima, e sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto e da assolversi soltanto dal Romano Pontefice, proibì a tutti i fedeli non solo di iscriversi ad essa, ma anche di promuoverla ed aiutarla in qualsiasi maniera. Benedetto XIV confermò poi in una sua Costituzione questa giusta e dovuta sentenza di condanna e non tralasciò di eccitare i sommi Principi cattolici, affinché contribuissero con tutte le forze e le cure per estirpare questa perdutissima setta, e per allontanarla a comune salvezza. E fosse piaciuto a Dio che i detti supremi Principi avessero posto orecchio alle voci del Nostro Predecessore! Fosse piaciuto a Dio, che si fossero comportati con minore negligenza in un affare così grave! Non si sarebbero certamente deplorati dai nostri padri, e non si deplorerebbero da Noi tanti moti di sedizioni, tanti incendi di guerre, onde arse tutta l’Europa, e infine tanta acerbità di sciagure, di cui fu ed è tuttora afflitta la Chiesa.

Inoltre, non deponendo i malvagi il loro furore, Pio VII, Nostro Predecessore, fulminò con anatema la setta dei Carbonari, nata di fresco e diffusa ogni dove, specialmente in Italia; e Leone XII, acceso di pari amore per la salute delle anime, con sue Lettere apostoliche condannò, e proibì a tutti i fedeli, sotto la gravissima pena della scomunica, tanto quelle prime società clandestine, che abbiamo menzionate, quanto le altre, qualunque esse siano e comunque si chiamino, le quali cospirano contro la Chiesa ed il potere civile. Nondimeno, queste cure praticate dalla Sede Apostolica non ottennero il risultato che era da aspettarsi.

Non è mai stata domata, infatti, e bloccata questa setta Massonica, della quale parliamo, ma al contrario si è diffusa in ogni parte, tanto che in questo tempo pieno di calamità si esercita impunemente ovunque, e più audacemente si manifesta. La qual cosa Noi stimiamo che si deve in gran parte attribuire al fatto che molti, forse perché ignorano i propositi iniqui che si agitano in tali ritrovi clandestini, credono falsamente che questo genere ed istituzione di società sia innocuo in quanto unicamente si occuperebbe di aiutare gli uomini, di sollevarli dalle loro miserie, e perciò non si debba temere alcun danno per la Chiesa di Dio.

Ma chi non può facilmente comprendere come questo apprezzamento si allontani dal vero? Che cosa significa infatti quella riunione di uomini, di qualsivoglia religione e di qualsivoglia fede? Che cosa significano quelle riunioni clandestine, che cosa il severissimo giuramento fatto da coloro che sono iniziati in tale setta, di non manifestar mai nulla di ciò che può appartenere ad essa? Infine, a che mira l’inaudita atrocità delle pene, alle quali si obbligano di soggiacere, se per avventura manchino all’obbligo del giuramento? Dev’essere certamente empia e nefanda quella società, la quale ha eccessivamente in orrore il giorno e la luce: poiché, come scrisse l’Apostolo, “chi opera male, ha in odio la luce”. Occorre dire quanto dissimili da queste sono le pie società dei fedeli, che fioriscono nella Chiesa Cattolica! In queste niente vi è di celato o di nascosto; sono manifeste a tutti le leggi con cui si reggono; sono manifeste le opere di carità che si esercitano secondo la dottrina del Vangelo. Eppure queste associazioni cattoliche così salutari, così opportune a dare eccitamento alla pietà, e conforto ai poveri, non senza dolore vediamo in alcuni luoghi osteggiate, ed in altri anche soppresse; mentre al contrario viene favorita od almeno tollerata la tenebrosa setta Massonica, tanto nemica della Chiesa di Dio, tanto pericolosa per la sicurezza dei Regni. Ed è per Noi, Venerabili Fratelli, una cosa grave e dolorosa da sopportare il vedere che nel riprovare tale setta, secondo le Costituzioni dei Nostri Predecessori, alcuni siano trascurati e quasi sonnacchiosi, mentre in un’opera di tanta importanza la ragione del ministero e dell’ufficio loro affidato richiede che essi siano vigilantissimi.

E se vi sono taluni i quali credono che le Costituzioni Apostoliche, pubblicate con la pena di anatema, non abbiano alcun vigore in quelle regioni ove le suddette sette sono tollerate dal potere civile, costoro di certo grandemente s’ingannano; e Noi altra volta, come sapete, Venerabili Fratelli, condannammo l’assunto di questa malvagia dottrina, e di nuovo, oggi, lo riproviamo e lo condanniamo. Quel supremo potere di pascere e di reggere tutto il gregge del Signore che, in persona del Beatissimo Pietro, ebbero da Gesù Cristo i Romani Pontefici, ed il supremo magistero che debbono conseguentemente esercitare nella Chiesa, dipendono forse dalla potestà civile, o possono in qualche modo essere da questa impediti e ristretti? Per tali cose, affinché tutti i semplici, e principalmente i giovani, non siano tratti in inganno, ed affinché dal Nostro silenzio non si prenda alcuna occasione di difendere l’errore, stabilimmo di alzare la voce apostolica, Venerabili Fratelli, e qui nel consesso vostro confermando le ricordate Costituzioni dei Nostri Predecessori, con la Nostra autorità apostolica riproviamo e condanniamo quella setta Massonica e le altre società dello stesso genere, che con la diversità delle sole apparenze si costituiscono di giorno in giorno e congiurano contro la Chiesa e le legittime potestà, sia in pubblico come in privato; vogliamo che da tutti i fedeli di Cristo di ogni condizione, grado e dignità, ed in qualunque luogo della terra si trovino, esse siano tenute come proscritte e come riprovate con le stesse pene che sono contenute nelle sopra citate Costituzioni dei Nostri predecessori.

Ora, concludendo, con paterno affetto dell’animo Nostro ammoniamo ed eccitiamo i fedeli, che per caso si fossero iscritti a tali sette, che vengano a più sani consigli, e che abbandonino quei gruppi funesti e quelle conventicole affinché non precipitino nel baratro dell’eterna rovina; altresì per la sollecita cura delle anime, da cui siamo stimolati, esortiamo tutti gli altri fedeli affinché si guardino dalle ingannevoli parole dei settari, che mostrando una certa apparenza di onestà con odio acceso sono spinti contro la religione di Cristo e contro i legittimi Principati, ed a questo solo tendono ed operano: a manomettere tutti i diritti, tanto divini quanto umani. Si rendano conto che questi seguaci delle sette sono come lupi che, coperti della pelle di agnelli, come Gesù Cristo predisse, verranno a sterminio del gregge; intendano che debbono essere tenuti nel numero di coloro la cui consuetudine e compagnia l’Apostolo ci proibisce in tal maniera, che apertamente comandò che neppure li salutassimo.

Dio, che è ricco di misericordia, commosso dalle preghiere di tutti noi, faccia sì che, aiutati dalla sua grazia, gl’insipienti rinsaviscano, e gli erranti si riconducano nella via della giustizia; faccia sì che, compresso il furore degli uomini perduti che per mezzo delle citate società operano azioni empie e nefande, la Chiesa, come la società umana, possa finalmente riaversi da così numerose e così inveterate calamità.

Affinché tali cose riescano secondo quanto desideriamo, interponiamo, come postulatrice presso il clementissimo Dio, la Santissima Vergine, Madre dello stesso Dio, Immacolata dalla sua origine, alla quale è stato dato di stritolare i nemici della Chiesa ed i mostri degli errori; ancora imploriamo il patrocinio dei Beati Pietro e Paolo, dal cui glorioso sangue quest’alma Città è stata consacrata.

Col favore e con l’aiuto di essi, Noi confidiamo che più facilmente otterremo ciò che domandiamo con insistenza dalla bontà divina.

25 settembre 1865

 


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L’ANTIMASSONERIA “POLITICA” DELLA CHIESA CATTOLICA:

L’ANTIMASSONERIA “POLITICA” DELLA CHIESA CATTOLICA:

                            ALLOCUZIONE Dl PIO IX

(1865)

di

Giorgio Richiardi

Il 25 settembre 1865, in concistoro segreto. Pio IX condannava esplicitamente la Libera Muratoria con una allocuzione, le cui prime parole recitano:

“Nel numero delle molteplici macchinazioni ed arti, colle quali i nemici del nome cristiano osarono assalire la Chiesa di Dio, e si sforzarono, benché inutilmente, di rovinarla e di distruggerla, si deve ascrivere senza dubbio, o Venerabili Fratelli, questa perversa società di uomini, che chiamasi comunemente Massonica, la quale prima si unì nei nascondigli e nelle tenebre, e poi uscì fuori con impeto, a comune danno della religione e della società umana. .

Fulmine a ciel.sereno ! Benché già molti papi avessero condannato esplicitamente la Libera Muratoria, nessuno si attendeva un ulteriore attacco. E così forte. Persino il Times scriveva, sorpreso:

“Non possiamo che chiederci: cosa significa tutto ciò? E il Papa ispirato o delirante, o sta semplicemente facendo pratica del suo Latino, in modo da tenersi in esercizio per l’imperatore Napoleone, quando questi comincerà il ritiro delle sue truppe da Roma?

Ma con il senno di poi, cioè di chi può osservare i fatti a debita distanza, anche se risulta difficile spiegare la causa immediata dell’intervento pontificio, quella allocuzione assume un significato speciale. Perché chiude energicamente il primo capitolo della storia dell’antimassoneria cattolica, quello dei papi-Re che condannano I ‘Istituzione su basi politiche. Quando i papi non saranno più Re, le loro condanne assumeranno dimensioni principalmente religiose. Ed è di questo significato speciale che vogliamo parlare.

Il contenuto dell’allocuzione.

Ma cosa dice, in sintesi, l’allocuzione? Leggiamone i passi principali. Dopo l’apertura, che abbiamo già citato, prosegue:

…Le cui (della Massoneria) insidie e frodi come prima scopersero i romani Pontefici Nostri predecessori… stimarono di non dovere punto indugiare di arrestare colla loro autorità, e di colpire colla sentenza di condanna, come con una lancia, e disperdere quella setta, la quale ispirava scelleraggine, e molti e nefarii mali fabbricava contra le cose sacre e pubbliche. Ed in vero Clemente XII Nostro predecessore, con le sue Lettere apostoliche proscrisse e riprovò la setta medesima… sotto pena di scomunica da incorrersi nel fatto stesso e da assolversi soltanto dal romano Pontefice… Questa giusta e dovuta sentenza di condanna Benedetto XIV confermò dipoi in una sua Costituzione, e non lasciò di eccitare i sommi Principi Cattolici, acciochè contribuissero con tutte le forze e le sue cure per estirpare questa perdutissima setta, e per allontanarla a comune salvezza. E fosse piaciuto a Dio che i detti supremi Principi avessero porto orecchio alle voci del Nostro predecessore!…

Non si sarebbero certamente deplorati dà nostri padri, e non si deplorerebbero da noi tanti moti di sedizione, tanti incendi di guerre, onde arse tutta I ‘Europa, e finalmente tanta acerbità di sciagure, onde fu ed è tuttora afflitta la Chiesa. Inoltre, non rimettendo i malvagi il loro furore, Pio VII, Nostro predecessore, fulminò coll ‘anatema la setta de’ Carbonari, nata di fresco e diffusa ogni dove specialmente in Italia; e Leone XII, acceso di pari amore della salute delle anime, con apostoliche sue Lettere condannò e… proibìti tanto quelle prime società clandestine, che abbiamo menzionate, quanto le altre, qualunque esse siano e comunque si domandino, le quali cospirassero contro della Chiesa e del civile potere. Nondimeno questi studi, messi dalla apostolica Sede, non ebbero quel risultato che era da aspettarsi. Concio sia che non è mai stata domata e raffrenata questa setta massonica, della quale parliamo, ma per lo contrario si è così diffusa in lungo e in largo, che in questo tempo calamitosissimo, in tutte le contrade impunemente si esercita… La qual cosa noi stimiamo che si deve in gran parte ascrivere a ciò, che molti, perché forse ignorano i consigli iniqui, i quali si agitano in cotali ceti clandestini, si siano dati a credere falsamente, che questa maniera e istituzione di società sia innocua… Ma chi può facilmente intendere, quanto questa opinione si dilunghi dal vero? Imperciòche cosa significa quell ‘aggregamento di uomini, di qualsivoglia religione e di qualsivoglia fede? Che cosa significano quelle conventicole clandestine, che cosa il severissimo giuramento fatto da coloro, che sono iniziati in questa setta, di non manifestar mai nulla di ciò, che può appartenere ad essa? Finalmente a che mira l’inaudita atrocità delle pene, alle quali si obbligano di soggiacere, se per ventura manchino alla fede del giuramento?

Dev ‘esser certamente ampia e nefaria quella società, la quale ha così eccessivamente in orrore il giorno e la luce: imperciocchè, come scrisse I ‘Apostolo, chi opera male, ha in odio la luce. Or quanto grandemente dissimili da questa deve dirsi, che sono le pie società de’ fedeli, che fioriscono nella cattolica Chiesa! In esse niuna cosa si toglie al cospetto e si nasconde, sono manifeste a tutti le leggi, con che si reggono, sono manifeste le opere di carità… Eppure questi sodalizi cattolici così salutari… non senza dolore vediamo in alcuni luoghi osteggiati, ed anche in altri aboliti; mentre per l’opposto viene favorita o almeno tollerata la tenebrosa setta Massonica, tanto nemica della Chiesa di Dio, tanto pericolosa anche della sicurezza de’ regni. Ed è poi per Noi, Venerabili Fratelli, una cosa grave e dolorosa a sopportare, il vedere che nel riprovare cotesta setta, giusta le Costituzioni de’ Nostri predecessori, alcuni siano trascurati e quasi sonnacchiosi; mentre in un ‘opera di tanto momento la ragione del ministero e dell’officio loro commesso richiede, che essi siano vigilantissimi. E se vi ha di quelli, i quali portano opinione, che le Costituzioni apostoliche, pubblicate colla pene di anatema, contra le sette occulte e contra i seguaci e fautori di esse, non hanno alcun vigore in quelle regioni, ove dal civil potere le mentovate sette si tollerano; costoro al certo s ‘ingannano a partito…

Per le quali cose, acciocché gli uomini semplici e principalmente i giovani non siano tratti in inganno, ed acciocché dal Nostro silenzio non si prenda alcuna occasione di difendere l’errore, stabilimmo di alzare la voce apostolica, o Venerabili Fratelli; e qui nel consesso Vostro confermando le mentovate Costituzioni de’ Nostri predecessori, coll ‘autorità Nostra apostolica, riproviamo e condanniamo quella setta Massonica e le altre società dello stesso genere, che colla diversità delle sole apparenze si costituiscono di giorno in giorno, le quali macchinino contra la Chiesa e le legittime potestà, sia in pubblico, sia in privato…

A questo punto possiamo lasciare il testo, che contiene solo più l’esortazione retorica e la preghiera finale. Come avete sentito, l’allocuzione dice assai poco; anche fisicamente, è un documento breve. Ma cita esplicitamente le precedenti costituzioni antimassoniche di quattro papi, delle quali si pone come ultimo capitolo: questo potrebbe permetterci di studiare la sequenza dei documenti precedenti e di rintracciarne la sostanza politica, se la nostra ipotesi è vera.

 

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LA VIA MURATORIA E LE ANALOGIE CON L’INDUISMO E IL BUDDISMO di

LA VIA MURATORIA E LE ANALOGIE CON L’INDUISMO E IL BUDDISMO

di

Floriano Negro

La via muratoria è una via simbolica ed esoterica ed è definita dall’ articolo 5 della Costituzione in cui si afferma che l’Istituzione segue “il simbolismo nell ‘insegnamento e l’esoterismo nell ‘Arte Reale” Ciò con il fine di raggiungere una spiritualità laica.

L’Arte Reale è una pratica iniziatica finalizzata alla elevazione spirituale dell’uomo. Le indicazioni operative di questa Arte sono trasferite nei simboli e nei rituali di ogni grado dell’Ordine e del Rito Scozzese. E’ opportuna, a questo punto, qualche parola chiarificatrice.

L’ossatura dottrinaria della Massoneria trae origine dai filoni culturali di antichi Ordini Iniziatici (Templari e Rosacroce), i quali avevano ereditato, a loro volta, tutto un gruppo di dottrine di provenienza egizia e caldaica ed avevano in sostanza la funzione di perpetuare la Tradizione, adattandola alle singole tradizioni culturali del mondo occidentale.

Tali correnti sapienziali sono pervenute fino a noi quasi integre attraverso i simboli, ierogrammi, rituali, innestate nelle corporazioni muratorie che sono le matrici dirette della Massoneria Moderna.

Le tradizioni buddiche non hanno invece avuto bisogno di adattamenti perché si muovevano in filoni culturali congeniali; anzi erano l’ espressione di quei fenomeni culturali, di quelle concezioni del mondo.

Le finalità di dette tradizioni incapsulano, in via di estrema sintesi, la possibilità di realizzare in vita uno sviluppo accelerato rispetto ai consueti ritmi della natura, tale da consentire, attraverso stati di coscienza straordinari, stati di essere sempre più evoluti tendenti alla integrazione dell’uomo con il proprio principio.

In tale senso parlano i simboli muti non a caso disseminati nelle Logge Massoniche.

Con tale interpretazione, la via muratoria presenta forti analogie con la via induista e quella buddica.

La via muratoria non è una via devozionale duale, non ha dogmi, non sacramenti, non culto, non fede. Non è una religione, anche se rispetta tutte le vie religiose, in quanto riconosce in ciascuno di esse la manifestazione esterna essoterica di uno stesso nucleo di verità interne esoteriche. Propone una via di conoscenza diretta, soggettiva, basata sull’espansione degli stati coscienziali dai quali emerga la luce interiore, il principio intelligente, il SE’, l ‘ ATMAN, il maestro interiore.

La via Muratoria consiste essenzialmente in una esperienza spirituale.

Analogamente il Buddismo non è una religione. Non propone una fede o un culto. E’ una disciplina spirituale basata sull ‘esperienza diretta che ha lo scopo di condurre alla liberazione ed alla illuminazione. Non si perde nel pensiero speculativo astratto, ma offre agli adepti mezzi pratici per la liberazione dal dolore, quindi dal Karma.

E’ una via che scaturisce da una visione unitaria della realtà, per la quale gli opposti si risolvono all’interno di una unità che tutto comprende, della non distinzione fra soggetto ed oggetto che è l’essenza stessa della concezione orientale della realtà, ma che è anche uno degli elementi fondamentali della concezione del mondo che emerge dalla fisica moderna, nonché uno dei pilastri della dottrina ermetica che fa parte della tradizione massonica.

Ciò che unisce la via muratoria e la via induista è il metodo esoterico di indagine.

Studiando la materia dal di dentro – indicazione fornita dal V.I.T.R.I.O.L. nel gabinetto di riflessione – si incontra appunto ciò che sta dentro la materia, cioè lo spirito.

E’ questa la via della spiritualità laica, che è ricerca di un Dio immanente, incarnato, che si manifesta attraverso la coscienza, chiamato, secondo le tradizioni, Adamo caduto, Hermes, Hiram risorto, voce interiore, Nume, principio intelligente, scintilla divina.

A qui l’indicazione di esplorare la coscienza (Interiora Terrae), sperimentando (Rectificando) stati di coscienza straordinari, per trovare (Invenies) lo spirito (Occul!um lapidem), che non abita su di un piano di coscienza ordinaria, e perciò, nelle condizioni ordinarie, rimane occultato.

La via muratoria indica attraverso i rituali ed i simboli un complesso di tecniche finalizzate allo sviluppo della coscienza riflessa o consapevolezza. Dalla coscienza in evoluzione emergono valori umani come la libertà e la tolleranza che ni caso costituiscono i capisaldi della Istituzione massonica e dell’Induismo.

A conclusione di queste note introduttive vorrei citare un pensiero di Guenon che così concll suoi studi sull’induismo:

La grande differenza fra Oriente ed Occidente, la sola veramente essenziale, perché tutti altre da essa derivano, per noi è questa: da una parte conservazione della tradizione insieme con ti ciò che essa implica, dall’altra oblio e perdita della tradizione”

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ALCHIMIA

ALCHIMIA

Un via per levigare la Pietra

di

Francesco Rampini

 

Anche in Alchimia c’erano i Materialisti, che passavano il loro tempo sui fornelli, cercando di fabbricale l’oro – praticando così la spagirica – e gli Spiritualisti, che, invece, cercavano di trasmutare il Saturno in Sole, il Piombo in Oro. La differenza tra questi nostri trasmutatori degli elementi è molto più sottile di quanto può sembrare a prima vista.

Anzitutto, entrambi cercavano di realizzare, a modo loro, la modificazione dei metalli.

Il punto di partenza, era, inoltre, per entrambi, la conoscenza ed il possesso della Materia Prima (che nessun testo né tradizione orale esplicitamente menziona o definisce). Senza questo primo elemento non si poteva nemmeno pensare di incominciare. Mancava il punto di partenza.

Gli Spagirici si calavano sui propri fornelli ed incominciavano, secondo procedure estremamente segrete (e di cui abbiamo rinvenuto solo poche tracce), a bruciare, calcinare, raffreddare, aggiungere sostanze, a sottrarre altre sostanze, distillare… fino a che non succedeva “qualcosa”. L’Oro? alcuni dicono che sia stato effettivamente fabbricato; al British Museum c’è un pezzo d’oro fatto da John Dee, circa nella seconda metà del 1600, che si sussurra sia di provenienza “sospetta”. Ma a noi non interessa sapere se e chi si è arricchito con l’Alchimia. Ritengo che nel mondo odierno per fare un po’ di danaro ci siano molte più possibilità, e, in definitiva anche infinitamente meno faticose ( …e sicuramente più certe!) rispetto al metodo alchemico.

Guardiamo, invece, cosa facevano i “teorici” dell’alchimia (veri e propri filosofi), che ricercavano non I ‘oro fisico ma I ‘Oro spirituale. Il linguaggio che quest’ultimi utilizzavano era esattamente identico a quello in uso presso i colleghi “sperimentatori”.

Anche loro dicevano che occorreva anzitutto realizzare una serie di operazioni – o rettificazioni – tendenti a purificare i “metalli”. E qui metalli lo scrivo in corsivo perché si tratta di metalli diversi da ciò che comunemente si intende. Moltissimi autori infatti si riferiscono a tutta una serie di metalli premettendo, davanti al nome comunemente intese, la dizione “nostro”; avremo quindi “la nostra Acqua” oppure il “nostro Mercurio”, proprio per indicare rispettivamente la differenza tra l’ acqua ed il mercurio ordinario -come è possibile trovare in natura- e ciò che invece va inteso e quindi utilizzato dall ‘ alchimista per la propria operazione.

Ogni metallo, ogni sostanza, ogni gesto allude pertanto ad un qualcosa di interiore, si riferisce ad una corrispondenza nei “piani sottili” da identificare, trovare e quindi utilizzare, secondo i precetti dettati dall ‘ Arte. Qui si parla della trasmutazione delle passioni, della corretta comprensione delle informazioni genetiche che sono scritte da milioni di anni nel nostro DNA, del Karma che ci portiamo da altre esistenze, della comprensione della natura del corpo animico, dell ‘Uomo come unità che fa parte di un sistema più complesso ed ampio… fino ad arrivare a fabbricare l’Oro Spirituale.

Già prima abbiamo rilevato che la Tradizione Alchemica non ci parla della Materia Prima. Non ci dice qual è il punto di partenza. L’ Ermetismo si allarga un po’ di più e, per fare ciò, prende a prestito un simbolo di derivazione gnostica: un drago che si morde la coda.

Questo drago, che rappresenta la Natura, con le sue innumerevoli sfaccettature e la sua enorme forza creatrice – distruggitrice, ha un aspetto terribile ed ispira, istantaneamente un certo timore. Mordendosi la coda crea un cerchio perfetto in quanto tutto “l ‘essere-drago” diventa una unità dalla quale non è possibile1ricavare un inizio ed una fine; al centro del cerchio formato dal corpo del drago appare la scritta:

ev TO ItOtV

Il concetto dell’ ev TO 7tocv (en to pan – l’uno nel tutto -) tende a fissare l’aspetto “caos”. Definisce il Principio di Vita che sta dietro alla Grande Illusione. Come “Materia Prima” rappresenta la possibilità indifferenziata, principio di ogni generazione. E’ il drago Ouroburos che si morde la coda, la dissoluzione dei corpi.

L’alchimia, per esprimere lo stesso concetto, utilizza anche simboli più specifici, quali: Veleno, Vipera, Solvente Universale, Aceto Filosofale, proprio per designare l’aspetto della potenza dell’indifferenziato, al cui contatto ogni cosa differenziata viene distrutta.

Vediamo di cercare di capire bene questo concetto, perché è il vero fondamento della comprensione di  tutto il linguaggio ermetico-alchemico.

Il principio di cui si parla, ha due aspetti ( …come il comportamento duplice delle particelle subatomiche ): è Morte e Vita, ha il potere di “solve” e di “coagula”. E’ Ruach, lo Spirito o Soffio “principio indeterminato di tutti gli individui” I è il “Piombo Nero”, la “Quintessenza” che può tutto in tutto e che a colui che sa e ne comprende l’ uso dà Oro e Argento. Ma che porta alla dissoluzione chi sbaglia.

La Materia Prima quindi è il principio di vita “creatore” ed indistruttibile che permea tutte le cose; è indifferenziata, nel senso che può definirsi come la “legge” che regola tutto e da cui tutto deriva. E’ il quid imperscrutabile (utilizzo questo aggettivo solo perché non ce ne sono altri, per definire un qualcosa che evidentemente esiste ma che né la scienza né la Tradizione hanno avuto la possibilità – o l’intenzione – di esplicitare meglio), che “ordina” in modo intelligente tutto I ‘Universo.

Mi rammento che ho letto da qualche parte – non mi ricordo proprio il libro – che le probabilità che hanno avuto le proteine di formarsi all’interno del “brodo” primordiale che esisteva poco dopo – si fa per dire – la formazione della Terra nei tempi in cui il tutto ha avuto luogo, è pressoché identica alla possibilità che ha un computer, ordinando l’ alfabeto secondo regole di stretta casualità probabilistica, di scrivere una pagina della Divina Commedia. Cioè: zero.

Però le proteine si sono formate. Ed il tutto è avvenuto secondo un processo “intelligente” (non so definirlo in modo migliore), che, facendo tesoro delle “esperienze” via via fatte ha modificato il suo “codice procedurale” fino ad arrivare ad un determinato risultato (che non sappiamo dove fosse scritto o quale effettivamente fosse).

Il principio di vita intelligente ed indifferenziato che anima tutto si veicola proprio attraverso la Materia Prima. Questa “energia intelligente” che permea tutto si incorpora nelle singole componenti della materia (che noi sappiamo è, comunque, sempre una forma di aggregazione energetica) e, nel linguaggio alchemico, questa differenziazione viene chiamata “sperma dei metalli”

Se si va a guardare, quindi, un po’ più da vicino al tutto, cercando di interpretare e di capire, al di fuori del linguaggio simbolico, il tutto può essere riassunto molto brevemente, a grandi linee, in questo modo: c’è un principio indifferenziato intelligente che permea tutto e che, via via che tende a “specializzarsi” (in una forma di “involuzione”), dà la vita, sempre intelligente, alle forme (ai metalli) che costituiscono I ‘Universo.

Le forme (tradizionalmente chiamate in Alchimia: Terra, Acqua, Aria, Fuoco e che compongono, quindi, il cosiddetto Quaternario ) sono formate, sotto un profilo alchemico da due componenti fondamentali:

e un principio di “sostanza”, cioè la Materia Prima, veicolo di vita “intelligente” indifferenziata che è ovunque ed in ogni cosa; e un principio di “forma”, cioè un aspetto particolare della Materia Prima, proprio della forma di cui si parla, e diverso da tutte le altre forme di differente natura.

Per spiegarci ancora più chiaramente: la Materia Prima che dà la vita ad un cristallo di quarzo, nel suo primo aspetto, è la stessa che permea tutto l’ Universo e che consente alle particelle atomiche e subatomiche di fare ovunque ed in ogni occasione il proprio dovere; ma se rompiamo il cristallo di quarzo questo tende a spaccarsi su dei piani di frattura diversi rispetto ad un diamante. E questo perché la struttura intima del quarzo è diversa da quella del diamante. Il “codice di vita” dei due cristalli – appunto detto “di forma” – è differente.

Questo principio intelligente, nella sua globalità duale, consente alle forme di evolversi. Se si guarda la Natura non è difficile rilevare come tutto tenda, seppure in tempi non brevi, a migliorare; in altri termini: si procede tendenzialmente dal “peggio” al “meglio”.

L’ Uomo nel tempo è evoluto, gli animali sono evoluti, tutte le forme di vita tendono sempre di più a  specializzarsi e quindi a migliorare. Il processo trasmutatorio alchemico, quindi, parte dal far emergere la Materia Prima nel suo aspetto originario, di “sostanza”, immutabile ed eterno, ignorando l’aspetto di “forma”, necessariamente legato alI ‘”involucro” che lo contiene, delimitato da vincoli di spazio-tempo. La realizzazione di questa operazione (o, meglio, la conoscenza del perché e del come si fa) viene denominata nella Tradizione Alchemica come “il Piccolo Arcano”, a cui si aggiunge anche l’aggettivo: “naturale” Lo strumento per la realizzazione del tutto è la Volontà.

Scritta però con la V maiuscola perché è ben altra cosa dalla volontà che tutti noi conosciamo e che, da chi più e chi meno, quotidianamente viene praticata.

La volontà dell ‘ uomo è una forza molto potente. Basti pensare alle malattie psicosomatiche. Sono tantissime e l’elemento scatenante è sempre la volontà, anche se nella maggior parte dei casi è l’inconscio a “volere”

La volontà manda un impulso realizzatore (o distruttore. .. ) ed avvengono dei piccoli cambiamenti all ‘interno dell’ apparato umano: piccole modifiche di potenziale elettrico, secrezioni aumentate o diminuite, contrazioni o rilassamenti. Tutte queste piccole modificazioni possono benissimo portare al deterioramento e perfino alla distruzione di una perfetta macchina umana. O alla sua guarigione.

Ora, immaginiamo di fare un salto di qualità, in “alto”; proviamo a rendere un po’ più ardito il nostro pensiero e consideriamo la possibilità che la Volontà (attraverso un particolare addestramento), riesca ad estrarre dal nostro essere psicofisico il veicolo che contiene il principio di vita, attraverso una profonda conoscenza ed un corretto uso della Materia Prima.

Qui non si tratta di inviare messaggi al proprio corpo, messaggi fisico-chimici; il lavoro va effettuato solo a livello energetico, facendo uscire l ‘ essere globale dal suo stato di dualità (e quindi di perenne contraddizione) per entrare nell’ unità dell’Essere.

Il lavoro è sempre quello: sgrossare la Pietra (da non dimenticare che la pietra “levigata” non è un semplice cubo quanto, piuttosto un cubo sovrastato da una piramide; e questo proprio a significare che dal quaternario si è arrivati all’unità rappresentata dal vertice, quasi un punto matematico, unitario, della piramide), conoscere il Tao, risvegliare Kundalini, contemplare il Nirvana, andare in Paradiso, ottenere la Pietra Filosofale, l’Elisir di Lunga Vita. In tutti questi casi viene quindi più o meno promessa una sorta di vita eterna.

E la promessa non è mendace. Come poco sopra è stato rilevato, con la morte il corpo fisico, inteso come aggregato energetico, continua a vivere. Per il principio di conservazione dell’energia tutto si trasforma ma niente si distrugge. Ma che fine fa l’ aggregato energetico rappresentato dalla nostra coscienza? Ragionevolmente farà la stessa fine del corpo fisico: si reintegra nei suoi aspetti energetici fondamentali che l’hanno costituito quand’era in vita. Ma noi sappiamo che il corpo fisico dopo la morte come “entità” si dissolve, non esiste più. Diventa un’ altra cosa.

Per la nostra coscienza, grosso modo, avviene lo stesso.

La Tradizione Ermetico-Alchemica, per salvare la coscienza individuale nella sua globalità e quindi garantire alla stessa una “continuità” attraverso le successive esistenze, propone una sua pratica (ben simboleggiata in Massoneria dalla Parola Perduta…).

L’ Alchimia, quindi, attraverso i secoli ci ha tramandato delle oscure parole, il più delle volte assolutamente incomprensibili, contenenti però il concetto di un mondo che è solo energia, modificabile, plasmabile, un mondo con il quale possiamo “dialogare” ed interagire. Solo oggi, alle soglie del terzo millennio, possiamo veramente capire la portata scientifica di questo insegnamento, la grandezza di questa Tradizione, relegata per troppo tempo nel libri di testo delle scuole come una sottospecie di chimica. •

 

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