CIVILTA’ DEGLI ETRUSCHI

dal libro: “Civiltà degli Etruschi”

di Mauro Cristofani

………………Per quanto siano ancora scarsamente utiliz­zate, per l’età storica, le tecniche di rileva­mento paleobotanico, molteplici indicazio­ni sulla produzione agricola ci provengono dalle evidenze archeologiche o dalle fonti letterarie latine, che si riferiscono però a tempi recenti. Non c’è dubbio che la pro­duzione cerealicola costituì l’aspetto fonda­mentale delle coltivazioni, e che ad un più razionale sistema di sfruttamento dei suoli contribuirono opere di ingegneria idrauli­ca, rilevate soprattutto nel meridione, con­sistenti in cunicoli sotterranei per la cattura e la conservazione delle acque piovane, sca­vati nel terreno tufaceo, esito di uno sforzo collettivo, direttamente organizzato dal­l’autorità politica.  

      Si affiancarono a queste, già nel trentennio finale del VII° secolo, produzioni di tipo speculativo, come quelle della vite e dell’olivo, forse importata dalla Grecia. I contenitori di questi liquidi, anfo­re da trasporto (6.9) e unguentari (6.10) rinvenuti anche al di fuori dell’Etruria (8.7) attestano l’esistenza di una sovrapproduzio­ne destinata probabilmente anche al com­mercio estero. Contemporaneamente si as­siste a uno sviluppo dei mezzi di produzio­ne. Le rappresentazioni dell’aratro (6.3-5) o quelle di attrezzi con zappe, falci e bidenti (6.7) mostrano la notevole articolazione della strumentazione agricola, adatta sia alla coltura dei cereali che a quella dei vi­gneti.

      Il consumo dell’olio e del vino, prodotti nella Grecia propria e nella Grecia dell’Est, appare limitato inizialmente, nel VII° secolo a.C., al ceto “principesco”: nella prima metà del secolo la documentazione è concen­trata a Cerveteri, che ha restituito un’anfora euboica, due attiche SOS, una chiota ed una corinzia A e che detiene, per tutto l’arco cronologico di oltre duecento anni sopra in­dicato, l’indiscusso primato di presenze. Nella seconda metà del VII°, che registra una netta preminenza rispettivamente delle SOS e delle chiote, sopraggiungono tipi di altre fabbriche (Samos, Grecia orientale), ri­scontrabili pure in contesti tombali di rilie­vo, oltre che a Caere, a Veio e Vulci.

      Anche nel VI° secolo a.C., quando pure l’Etruria ha una sua produzione di anfore e del relativo contenuto, avviata dall’ultimo quarto del secolo precedente e massiccia­mente attestata a Vulci (con non poche oc­correnze in tombe di medio e modesto livel­lo), le necropoli sia ceretane che vulcenti continuano a restituire contenitori di fab­bricazione greca, che ora aggiungono, con maggiore addensamento nella prima metà del secolo stesso, anfore “à la brosse”, “cla­zomenie”, laconiche, corinzie E; queste ul­time, come le “ionico-marsigliesi” e le mas­saliote, compaiono inoltre, benché in nove­ro assai ridotto, a Tarquinia. D’altro canto, i primi risultati degli scavi condotti dal Cen­tro di studio per l’archeologia etrusco-­italica  nell’area urbana di Caere ( 1983-84) sembrano confermare che l’im­portazione di vino greco perdura nel corso del VI° secolo, anche a discapito di quello etrusco, che ha il suo epicentro produttivo a Vulci, e orientano quindi ad assegnare ai più meridionali approdi di Caere la funzio­ne di centri di smistamento in Etruria del­l’olio e del vino greci………………..

…………………Le anfore qui raggruppate rappresentano alcuni dei principali tipi usati in epoca ar­caica per il trasporto del vino, che dalla fine del VII° secolo a.C., quando ne comin­cia la produzione su larga scala, è il perno di un sistema organizzato di scambi, volti all’acquisizione di materie prime. Insieme a ceramica dipinta di imitazione corinzia, a vasellame di bronzo, ma soprattutto a broc­che e vasi potori in bucchero (qui esemplifi­cati da un kantharos), probabilmente desti­nati alle aristocrazie locali, questi conteni­tori, il cui centro primario di fabbricazione è stato riconosciuto a Vulci, si diffondono numerosi nell’area tirrenica, in Sicilia e in particolare nella Francia meridionale.

      L’ec­cezionale quantità di anfore vinarie e buc­chero restituita tanto dai numerosi relitti lungo le rotte costiere che dagli insedia­menti della Linguadoca e della Provenza fino alla Catalogna – punti di approdo con probabili funzioni di redistribuzione verso l’interno e in certi casi addirittura stabili basi – attesta fra le popolazioni celto-liguri una forte presenza di commercianti etru­schi fra la fine del VII° secolo a.C. e la seconda metà del VI°………………….

Pubblicato in Storia | Lascia un commento

BREVE STORIA DEI MOVIMENTI ISLAMICI IN ITALIA

BREVE STORIA DEI MOVIMENTI ISLAMICI IN ITALIA

di Dimitri Buffa

La storia recente dell’Islam in Italia, sia pure limitata al secolo XXesimo, è fatta di incomprensioni tra gli stessi fedeli della medesima religione. Alcuni moderati altri decisamente no, oggi li troviamo divisi su tutto e inseriti in almeno quattro o cinque organizzazioni teologico culturali diverse che provvederemo di seguito a illustrare. Avvertendo subito il lettore che per i gusti liberali del nostro giornale riusciamo a concepire come interlocutrice solo l’Associazione dei musulmani italiani, al cui fondatore Shaik Massimo Abdul Hadi Palazzi dobbiamo l’enorme mole di notizie qui sinteticamente riportate.

L’ Unione delle Comunità ed Organizzazioni islamiche in Italia (Ucooi) fu fondata nel 1990, è la sigla dietro la quale agisce la filiale italiana dell’organizzazione integralista dei Fratelli Musulmani, chiamata dai suoi membri semplicemente “la Fratellanza”. La stessa organizzazione agiva invece in passato con il nome di Unione degli Studenti Musulmani in Italia (Ucoii) e il cambiamento di nome è indice di proporsi sotto veste diversa, di far passare oggi come rappresentanti di non meglio precisate “comunità islamiche” quelli che in passato erano definiti come “rappresentanti studenteschi”. Nell’un caso come nell’altro, si trattava però sempre e comunque di militanti professionisti della Fratellanza, giunti in Italia allo scopo di costituire delle filiali dell’organizzazione, da inserirsi nella sua potente rete mondiale.

La Fratellanza viene fondata ad Ismailia, in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna, un maestro elementare che era stato ammesso alla Massoneria britannica, e che ha inteso drenare qualcosa di analogo nel mondo islamico.

Sulle prime l’organizzazione non è tanto integralista, quanto carrierista; mira a reclutare in seno al mondo islamico uomini inseriti nei posti-chiave, e a far loro giurare assoluta segretezza e obbedienza al capo. Alla morte di al-Banna però, il suo successore Sayyid Qutb si sposta su posizioni politiche molte estreme, legittima la pratica del terrorismo a fini politici, aderisce alla confessione wahhabita, e fa schierare in questo senso l’intera organizzazione. Nel momento in cui scoppia la guerra fra i due Yemen, il mondo arabo diviene terreno di scontro fra il nazionalismo arabo laico rappresentato dal dittatore egiziano Nasser, e l’integralismo wahhabita, guidato dal Re Feisal d’Arabia Saudita. La Fratellanza si schiera con decisamente a fianco del re Feisal, ne viene ricompensata con ingenti finanziamenti, e diviene uno dei principali strumenti della politica estera saudita. Sarà grazie alla Fratellanza che il regime saudita potrà esportare l’integralismo prima nei paesi arabi, poi in Pakistan, ed infine in Occidente.

……..[omissis]……..

Dimitri Buffa

La Repubblica

28.01.2002     

In tre anni di “cura” del manager l’ospedale era stato rivoluzionato: dai muri scrostati alla pioggia di cantieri

Molinette, nel regno di Odasso gestito come una banca d’affari

Assieme alle tangenti superreparti, cinema e ristorante

Così il dentista di Nizza Monferrato aveva trasformato il vecchio nosocomio

Angoli da clinica svizzera, padiglioni terminati dopo un quarto di secolo

Un medico di sinistra “Meglio un competente disonesto che un incompetente onesto”

SEBASTIANO MESSINA

TORINO – Fossero ancora affidate al canonico del Duomo, il prete che senza saperlo fondò l’ospedale dando riparo sotto il campanile a un poveraccio che stava morendo davanti alla chiesa, forse le Molinette non si ritroverebbero con i sigilli del magistrato per questa brutta storia di mazzette e di tangenti. Di sicuro non sarebbero diventate la banca dei piaceri del dottor Luigi Odasso, il manager dalla carriera inarrestabile passato dalle Molinette alle Vallette, dal terzo ospedale d’Italia al primo carcere piemontese. Ma chi poteva immaginare, chi poteva sospettare, che questo dentista col pallino dell’organizzazione, questo cinquantenne grigio e svelto arrivato dalla provincia per dare la sua scalata alla politica potesse mettersi in tasca in un solo pomeriggio 90 milioni, cioè il triplo dell’intera somma che settant’anni fa spese il municipio per costruire il nuovo ospedale al posto della “mulinetta”, del vecchio mulino sulla riva del Po?

Se qualche sospetto l’ha avuto, la segretaria di Odasso se l’è tenuto per sé. E oggi non ce lo viene certo a raccontare a noi, aprendoci la porta tra le due gigantesche anfore di bronzo – “Theriaca” e “Mithridat” – che sono il simbolo delle Molinette. Era lei che gestiva il traffico frenetico e incessante degli appuntamenti del direttore generale, era lei che all’ora di pranzo gli ordinava il toast con la coca cola, era lei che qualche volta – senza immaginarne il contenuto, si capisce – gli lasciava sul tavolo le buste con le mazzette, quelle buste che Odasso intascava furtivamente, guardandosi ogni volta intorno nell’inutile ricerca delle microspie che lo avrebbero incastrato. “Io so solo che lavorava come un matto. Arrivava alle otto del mattino e usciva la sera alle nove, questo me lo ricordo bene. E ci faceva correre tutti senza un momento di respiro”.

Diciamo la verità: si vede. Sotto la carrozzeria di una Seicento, Odasso aveva un motore da formula Uno, e del resto quasi mai, in questa città, la realtà coincide con l’apparenza: o la supera o la smentisce. Tre anni fa, quando l’ex dentista di Nizza Monferrato conquistò la poltrona dalla quale – oltre a gestire un fiume di miliardi – si comandano 98 reparti, cioè i 5.561 medici, infermieri, impiegati e operai che ogni anno curano 44 mila malati, questo colosso della sanità piemontese era un elefante stanco e acciaccato, con i muri scrostati e le porte cigolanti, un labirinto con le indicazioni scritte col pennarello, cantieri abbandonati qua e là e neanche un bar dove prendere un caffè. Era una vecchia signora che viveva di nobili ricordi, di romantiche generosità e di isolate eccellenze. Era ancora l’ospedale del mitico Achille Mario Dogliotti, il caposcuola della chirurgia piemontese, al quale la città ha intitolato la strada che costeggia le Molinette sul lato del Po, fiera di avere ancora nello stesso ospedale suo genero e suo nipote (il quale, come amano ripetere con un sorriso i torinesi, è l’unico medico del mondo che lavora nel reparto del padre e nella via del nonno).

Tre anni di cura Odasso hanno cambiato faccia alle Molinette. Là dove c’era la vasca delle rane ora c’è il centro oncoematologico subalpino, un repartogioiello che sembra rubato di peso a una clinica svizzera. Lo scheletro di cemento armato della palazzina Ciocatto ha smesso dopo un quarto di secolo di essere un’eterna incompiuta ed è diventato il centro di anestesiologia. E finalmente il maestro italiano dei trapianti di fegato, Mauro Salizzoni, ha avuto un reparto che non somiglia più a una trincea abbandonata. Odasso era un manager turbodiesel: andava a mille, e non lo fermava nessuno. Gli chiedevano un vero caffè, al posto delle macchinette automatiche? E lui faceva aprire un barristorante che sembra un autogrill. Gli chiedevano i cartelli per i reparti? E lui faceva disegnare i percorsi colorati, con le frecce e i segnali satinati. Gli chiedevano qualcosa per distrarre i pazienti? E lui apriva un cinema con 450 posti dentro l’ospedale (questa settimana danno “La mummia, il ritorno”).

Per farla breve: era un manager con i controfiocchi. Passeggiando per le Molinette, lungo le vecchie palazzine in stile fascista affiancate dal vetrocemento odassiano, si capisce perché un medico di sinistra, al megabar ultramoderno affollato di chirurghi e di parenti, commenti sottovoce: “Non si può dire, ma qui dentro è molto meglio avere un competente disonesto che un incompetente onesto”. E si capisce anche perché l’ex dentista del Monferrato, dopo aver mostrato ai torinesi quello che sapeva fare, si fosse convinto che nulla era impossibile per uno come lui: un seggio in Parlamento, una poltrona da assessore, un ufficio da sottosegretario…

Ma proprio questa orgogliosa presunzione è stata l’errore che lo ha perduto, il passo falso che lo ha fatto scivolare nel doppio fondo proibito delle sue meraviglie. Lui che stupiva ministri e onorevoli, lui che faceva favori a generali e presidenti, lui che andava ai ricevimenti con il prefetto e il questore, un giorno deve essersi convinto che non sarebbe successo proprio niente, se lui si fosse fatto scivolare in tasca qualche spicciolo. E magari che era anche giusto, in fondo, darsi da solo il premio che gli spettava per tredici ore di lavoro al giorno. Pensava di essere al sicuro, di essere invulnerabile, oltre la porta metallica color panna del suo ufficio di direttore generale, presidiata dalle quattro segretarie che regolavano il traffico dei suoi cento appuntamenti quotidiani.

Pensava che nessuno potesse vederlo, alle 13,20 del 26 novembre, quando la donna che gli portava la mazzetta mensile lasciò scivolare una busta gonfia di soldi, senza dire una parola, dentro la scatola di cioccolatini che doveva servire solo a nascondere il malloppo. Pensava che bastasse tacere per ingannare le temute microspie, il 12 novembre alle 9,35 del mattino, quando un’altra signora, parlando di progetti e di contratti, gli infilò in silenzio un’altra busta nella sua agenda, facendogli segno con la mano che lì dentro c’era quello che si aspettava. Pensava che gli bastasse usare un eufemismo, alle 14,31 del 15 ottobre, quando mandò a chiamare il gestore del bar ultramoderno dicendogli: “Mi aveva detto coso che dovevi darmi dei documenti”. “Sì – rispose l’altro, stando al codice e allungandogli una busta con quindici milioni – quindici documenti. E mi ha detto: siccome devi darli ogni tre mesi, invece di darli a me vai lì”. Tutto registrato nelle videocassette. Tangenti sulla sorveglianza, sugli alberi da piantare, sulle pulizie, sulle telecamere da installare, sulle macchinette del caffè, sugli affitti, sulla progettazione e persino capolavoro sulla consulenza per “l’ottimizzazione dei costi”.

A poco a poco, Odasso ha ammesso quasi tutto. L’unica accusa che non manda giù, arrivando a gridare “bastardo!” al teste che lo ha chiamato in causa, è quella sulla bustarella che avrebbe incassato per far saltare la fila a un dializzato che aspettava il trapianto del rene, uno che giura di aver venduto la macchina per racimolare il prezzo della corruzione. Se lo condannassero anche per questo, l’ex dentista potrebbe dire addio non solo alla poltrona di manager, ormai sepolta sotto una montagna di imputazioni, ma anche alla professione di medico, per il momento in sonno come la sua tessera della massoneria. E’ questa la paura che mi è sembrato di cogliere nello sguardo spento di Luigi Odasso, quando l’ho incontrato davanti all’ufficio del giudice che stava per interrogarlo, scortato da due agenti della polizia penitenziaria: “State scrivendo troppo, di me, troppo…” mormorava, lui che fino a ieri avrebbe dato un mese di vita per un titolo di giornale in più.

Oggi è deserto, il suo studio alle Molinette. Visto adesso, dopo aver letto le intercettazioni che lo hanno inchiodato, sembra una trappola vuota. Dietro la sua scrivania c’è l’armadio con le tendine gialle a plissè, che nascondevano i munifici regali di Natale sequestrati dalla Finanza: un samovar per un ministro, un uovo di Fabergè per un altro ministro, un orologio per il presidente della Regione, un vassoio d’argento per il sindaco… Al centro della parete principale, sopra due elefantini di bronzo che hanno l’aria di essere un dono non abbastanza gradito, un dipinto a olio con San Giovanni Battista. E sotto il quadro, nella sua apparente innocenza, c’è il condizionatore Baltur nel quale era nascosta – chissà come, chissà dove – una delle due microcamere che lo filmavano mentre riceveva le bustarelle, mentre andava in bagno a contare i soldi, mentre li infilava guardingo nel portafogli, e persino mentre dava le pacche sul sedere alla sua amante. L’altra era stata piazzata dentro l’orologio a pendolo dorato che stava alle spalle della poltrona presidenziale di pelle nera, unica concessione alla simbologia del potere che il modesto Odasso aveva permesso.

Gli impietosi filmati che la guardia di finanza ha raccolto in due mesi e mezzo di sorveglianza video rivelano anche i suoi sospetti, dopo una bustarella più grossa delle altre: si vede, sullo schermo, lui che cerca di qua e cerca di là, curvo e goffo nella sua bonifica da dilettante, arrivando a un passo dalla scoperta, con l’occhio che si avvicina alla telecamera sempre di più, sempre di più, occupando alla fine tutto lo schermo. Ma non sempre basta guardare, per vedere. Specialmente alle Molinette. Specialmente a Torino.

Il Mattino

27.01.2002     

A VICO EQUENSE

I giovani e la Sinistra: l’Arci chiude il congresso

L’impegno dei giovani nella politica, in particolare sui temi della Sinistra. Al congresso nazionale dell’Arci (oggi le conclusioni, a Vico Equense) il confronto si accende sui nuovi modelli di partecipazione giovanile nella difficile realtà internazionale. Cambiano i tempi, aumentano i problemi, si trasforma profondamente anche la struttura organizzativa dela più importante associazione nazionale di tempo libero e promozione sociale. “La Sinistra italiana esca dal provincialismo, torni a riflettere sui problemi del mondo, faccia entrare nella sua coscienza e nelle sue case le tante tragedie di cui si parla ancora troppo poco, a cominciare da quella palestinese”, spiega Antonio Bassolino, nel corso del suo saluto ai delegati. La Sinistra, per il presidente della Regione Campania, deve puntare sui temi della pace e del rapporto con i movimenti “per ritrovare i suoi spazi”.

La pace, dunque, va riconquistata perchè “oltre alla tragedia dell’11 settembre c’è ancora da affrontare la questione palestinese, per la quale si fa troppo poco”. Con il movimento No Global ed i giovani – prima di Bassolino era intervenuto il portavoce della Rete, Francesco Caruso, con il quale il Governatore della Campania ha detto di condividere alcune indicazioni – “dobbiamo avere una discussione seria, senza opportunismi, considerando le diversità di ruolo e i punti di dialogo, facendo assieme il cammino possibile”. “Considero del tutto naturale che il movimento sia insieme No Global, conservando la sua carica contestativa, e al tempo stesso New Global per interpretare nuovi diritti di cittadinanza, giovanili”. E proprio i giovani, ricorda il Governatore, “hanno saputo anticipare alcune importanti momenti di svolta dando anche avvio in maniera decisa ad una battaglia contro il neoliberismo”.

Protagonista della seconda giornata, ieri, è stato don Luigi Ciotti. “L’Italia esiste, ma anche le mafie esistono ancora. – ha detto il fondatore di “Libera” – Non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare gli intrecci con la politica, i poteri occulti, la massoneria. La corruzione ha ripreso vigore, sotto diverse forme, dal nord al sud, da Torino alla Sicilia. Non esistono oasi felici, sarebbe assurdo pensarlo. Dobbiamo reagire, insistere nella nostra azione di lotta, perchè in gioco c’è forse la sopravvivenza del nostro sistema democratico”. Oggi le conclusioni della quarta assise nazionale, come accennato, con la celebrazione della giornata “della memoria”, affidata ad Arrigo Diodati, uno dei fondatori dell’Arci, e l’elezione dei nuovi organismi dirigenti. Partigiano sopravvissuto all’eccidio nazista di Cravasco, Diodati leggerà poesie e testimonianze sulla Shoah, accompagnato al piano da Vittorio Nocenzi. Tutti i delegati (371, rappresentanti di un milione e centomila soci) esporranno la stella gialla dei deportati. Fra gli ospiti esterni è prevista la partecipazione del segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino.

f. m.

La Repubblica

27.01.2002      Medici e imprenditori Ecco la corte dell’assessore Burzi

IL RETROSCENA/1

SOCIETÀ APERTA – L’associazione ha acquisito notevole influenza nelle sale che contano

PAOLO GRISERI

Torino.

Un’associazione culturale, quasi una corrente politica, ma anche un centro di relazioni per i torinesi che contano. La rete di collegamenti che attraversa “Società Aperta”, l’associazione presieduta da Angelo Burzi finita nel mirino dei magistrati, è di quelle che qualsiasi ufficio di pubbliche relazioni vorrebbe avere. Culturalmente situata nella zona di confine tra la tradizione liberale e quella radicale italiana, “Società Aperta” ha acquisito negli anni una notevole influenza sulle scelte delle amministrazioni locali, in particolare, naturalmente, su quelle della giunta regionale. Ma annovera tra i simpatizzanti anche personaggi come Beppe Lodi, oggi assessore della giunta Chiamparino al termine di un percorso altalenante tra centrodestra e centrosinistra.

Nell’elenco degli iscritti figurano personaggi come Sergio Rolando, recentemente nominato direttore dell’ufficio controllo di gestione della Regione Piemonte. Iscritto è anche uno dei principali collaboratori di Rolando, Nicola Longo, consulente dello stesso ufficio e socio della Nagima, una delle società che hanno ottenuto importanti consulenze da Odasso alle Molinette. L’ufficio controllo di gestione, secondo quanto ha affermato recentemente lo stesso Burzi, dovrà essere potenziato proprio per vigilare sulla correttezza di comportamento dei dirigenti regionali. Un altro socio di rilievo è Carlo Di Giacomo, presidente del Csi, il consorzio informatico della regione. Ha aderito all’associazione l’attuale direttore dell’Ires, l’istituto di ricerche sociologiche della Regione, Marcello La Rosa. La Rosa, editore e medico, è stato uno dei principali canali per avvicinare a “Società Aperta” gli uomini del mondo della sanità. Importanti i rapporti con il mondo universitario. Sono iscritti il professore del Politecnico Giovanni Perona e il geologo Rosalino Sacchi, rappresentante della Regione al Museo di Scienze naturali.

L’attività dell’associazione in periodi non elettorali è costituita essenzialmente da appuntamenti di approfondimento e da cene di autofinanziamento. Ma è in programma in primavera anche il varo di una testata che funzioni da organo informativo sull’attività del gruppo. È prevista per quest’anno anche la terza edizione della scuola sul pensiero liberale che ha già caratterizzato l’attività degli anni scorsi. Tra i principali organizzatori della prima edizione della scuola (1999) figura il professor Angelo Maria Petroni, nominato nel 2000 rappresentate della Regione nel consiglio della Compagnia di San Paolo. Uno dei nuclei costitutivi dell’associazione è proprio quello di una parte dei liberali torinesi. Tra gli iscritti figura Nicoletta Casiraghi, ex presidente della provincia, e figurava anche Giuseppe Dondona, l’ex assessore liberale a Palazzo civico scomparso alcuni anni fa.

Nel mondo dei costruttori uno dei principali soci di “Società aperta” è Paola Orsini, figlia di Prospero, titolare della Icz costruzioni. Orsini ha anche ospitato l’associazione nella prima sede, quella di via Viberti. Ma la parte del leone nell’elenco degli iscritti la fanno gli uomini della sanità: i direttori generali Ugo Podner Komaromy, Mario Lombardo, Gianluigi Boveri, Giorgio Balzarro. Hanno partecipato alle attività organizzate da “Società Aperta” anche Luciano Scarabosio, fratello del notaio candidato da Forza Italia al collegio senatoriale delle Vallette, e l’ex direttore generale dell’ospedale Gradenigo Carlo Manacorda. Numerosi i medici che compaiono nell’elenco degli iscritti. Tra questi i primari Luigi Parigi e Dario Giobbe. Non c’è dunque da stupirsi troppo se tra gli iscritti figurano anche Luigi Odasso e Aldo Rosso. Non è un mistero che alcuni dei soci appartengano alla massoneria. Una militanza che lo stesso Burzi non ha mai nascosto.

Dieci candidature per la poltrona dell’ex manager

IL RETROSCENA/2

LA SUCCESSIONE – La Regione farà le sue proposte, ma l’ateneo ha il diritto di veto

ALBERTO CUSTODERO

Sono dieci i nomi che si contendono la poltrona delle Molinette, sette candidati e tre outsider. Domani, in giunta, ci sarà la prima discussione per decidere una rosa di candidati da proporre all’Ateneo che, per legge, ha diritto di veto. Eccoli. Bruno Vogliolo, manager dell’Asl di Tortona, Giorgio Rabino, capo a Moncalieri, Giovanni Monchiero, numero uno ad Alba, Giuseppe De Intinis, direttore all’Asl 3, Gian Luigi Boveri, manager del Sant’Anna, Giorgio Balzarro, direttore a Novara e, infine, Alessandro Bertinaria, del San Luigi di Orbassano. Gli altri tre sono Paolo Bruni, direttore sanitario all’Istituto di Candiolo, Giovanni Fiorucci, suo collega al Valdese e Manfredi Grasso, stesso lavoro al Cottolengo. Si tratta di dieci tecnici, tutti nomi noti da decenni nel mondo sanitario piemontese.

Il caso vuole che alla sostituzione di Luigi Odasso sia candidato l’allievo di un altro Odasso, Antonio (ex sovrintendente sanitario del Mauriziano): si tratta di Bertinaria, una lunga esperienza all’Ordine (autore, anni fa, di un discusso mansionario per il direttore sanitario che comprendeva, fra l’altro, il punto “raccomandazioni varie per visite ambulatori e servizi”), un’antica appartenenza alla Massoneria nell’obbedienza del Grand’Oriente, loggia dedicata ad Adriano Lemmi (soprannominato il “banchiere del Risorgimento”), la stessa della quale fece parte Antonio Mussa, europarlamentare nelle file di An e oncologo di fama alle Molinette (entrambi da anni in sonno). Balzarro, iscritto a Società Aperta, énfant prodige della Sanità piemontese (fu allievo dell’ex direttore sanitario del San Luigi Altadonna, poi di De Intinis), tentò, nel marzo del 2001, il “prodigio” di fare a Novara un centro trapianti di fegato senza avvisare i vertici della regione che avrebbe dovuto fare concorrenza a quello delle Molinette. Con questo precedente, come sarà accolto se sarà designato lui in corso Bramante? Boveri (che vanta un lungo passato nel partito liberale), conosce meglio di chiunque altro le Molinette, avendo fatto per vent’anni con grande professionalità il coordinatore amministrativo, senza mai incorrere in alcun problema. Molto vicino a Burzi (la cui moglie ha nominato al Sant’Anna come consulente), è iscritto a Società Aperta. Giorgio Rabino, a Moncalieri, è stato autore di una forte razionalizzazione dei servizi (che prevede anche la chiusura dei reparti di ostetricia e pediatria al nosocomio di Carmagnola). E vittima di uno spiacevole episodio circa un mese fa, quando, all’inaugurazione del nuovo pronto soccorso (era presente l’assessore D’Ambrosio), un’ambulanza s’incastrò fra le porte della struttura evidentemente non collaudata. Giuseppe De Intinis, considerato l’uomo forte della sanità torinese, ha declinato l’invito per incompatibilità familiare. La moglie, infatti, lavora come medico internista alle Molinette: vuole evitare di diventare marito e manager della consorte. Si considera “maestro” di Balzarro che considera la persona giusta in corso Bramante. Fra chi si è autocandidato, c’è Fiorucci, una vita al Regina Margherita come primario di laboratorio, una grande passione per la comunità esoterica Damanhur. Fra gli outsider, c’è anche il direttore sanitario dell’Istituto di Candiolo, Bruni, già direttore generale nelle Marche. Infine, Vogliolo, per una decina d’anni (dal ’74), direttore sanitario alle Molinette, poi passato all’ex Astanteria Martini. Da manager è stato a Biella e Asti, distinguendosi a Tortona. L’ultima parola, ora, spetta all’Ateneo, che non disdegnerebbe la promozione dell’attuale direttore amministrativo, Pier Luigi Carosio.

La Nazione

26.01.2002     

Iniziano le conversazioni mensili sulla storia e la cultura della Massoneria

Il Grande Oriente d’Italia Palazzo Giustiniani, il più antico e numeroso Ordine Massonico in Italia, organizza per il secondo anno con la collaborazione della Loggia Francesco Burlamacchi dell’Oriente di Lucca una serie di incontri aperti al pubblico al fine di illustrare i principi della Libera Muratoria ed il ruolo che la Massoneria ha svolto e continua a svolgere per il bene dell’umanità. Le conversazioni mensili su “Storia-Cultura-Pensiero Massonico” saranno introdotte e moderate da Guido D’Andrea, promotore e conduttore degli Incontri del Grande Oriente d’Italia al Caffè Storico Le Giubbe Rosse di Firenze. Gli incontri, che anche quest’anno si terranno il mercoledì sera a Lucca presso il Caffè Storico Di Simo in via Fillungo 58, alle ore 21, approfondiranno il tema dei rapporti di alcuni personaggi storici lucchesi con la Massoneria. Gli incontri saranno introdotti da una relazione cui seguirà un dibattito aperto al pubblico e avranno il seguente calendario.

30 gennaio “Giosuè Carducci e la Massoneria” professor Silvio Calzolai (Storico delle Religioni, università di Ravenna ed università di Firenze).

27 febbraio “Giovanni Pascoli e la Massoneria” professor Silvio Calzolai (storico delle religioni università di Ravenna ed università di Firenze).

27 marzo Presentazione nel libro “Il Caso Massoneria” da parte dell’autore Professor Delfo Del Bino.

Seguiranno poi il 24 aprile e il 29 maggio incontri su “Boccherini e la Massoneria” e “Cavalieri Templari: Monaci-Guerrieri”.

La Gazzetta del Sud

26.01.2002     

S. Giov. La Punta / 5 consiglieri, solidarietà a Brancato

Cinque consiglieri comunali di San Giovanni La Punta, Nicola Bertolo (Forza Italia), Giuseppe Lo Faro, Gianpiero Scuderi e Giovanni Russo (An) e Andrea Messina (Cdu), con una nota diffusa alla stampa, esprimono ampia solidarietà e sostegno all’avv. Mario Brancato, in riferimento alle notizie diffuse dai mass media e relative all’indagine su mafia e massoneria. “Ricordiamo” – dicono i consiglieri comunali puntesi- “che per la strenua e tenace lotta alla mafia e all’illegalità, quest’uomo ha dovuto subìre anche danneggiamenti personali e patrimoniali, tutt’altro quindi che convivenze o presunte responsabilità con ambienti malsani della nostra società. Sicuri e convinti dell’estraneità dell’avv. Brancato ai fatti che gli vengono contestati nonchè dell’infondatezza delle accuse come da lui stesso dichiarato agli organi di stampa, attendiamo che al più presto venga fatta chiarezza e venga stabilita la verità”. Bertolo, Lo Faro, Scuderi, Russo e Messina, così concludono: “confidiamo, nonostante tutto, nel serio e imparziale operare della magistratura di cui siamo fermamente fiduciosi per il trionfo della vera giustizia”. Intanto continua l’attività dei magistrati della Procura, Bertone e Mignemi, nell’inchiesta che ha portato all’emissione di sedici avvisi di garanzia e altrettanti decreti di perquisizione che hanno portato al sequestro di numerosa documentazione. Tra i documenti acquisiti dalla Dia, anche quelli relativi al “caso Catania” del quale l’avv. Brancato sarebbe stato chiamato a testimoniare.

La Gazzetta del Sud

25.01.2002     

Catania / Maravigna a muso duro contro il Grande Oriente:Massoneria, l’inchiesta etnea scatena polemica tra le logge – Domenico Calabrò

CATANIA – “La massoneria è qualcosa di alto e nobile… la mafia è un’altra cosa, è un cancro da estirpare con pervicacia e determinazione. Il crimine di ogni genere l’ho sempre lottato, l’ho sempre combattuto”. Così dichiara il dott. Pietro Ivan Maravigna, maestro venerabile della Loggia “Antichi doveri” dell’Oriente di Catania, ma anche commissario di polizia e consigliere comunale di Forza Italia a Catania, raggiunto – unitamente ad altri 15 indagati- da un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta su intrecci tra mafia e logge massoniche segrete. “Evidentemente l’intesa strategica tra mafia e massoneria non è un teorema degli anni 80 ma un fatto, sostiene il deputato europeo Ds Claudio Fava che aggiunge: un mafioso del clan Santapaola e un commissario di Ps insieme nella stessa loggia coperta sono lo spaccato di un pactum sceleris che serviva a garantire impunità, carriere, profitti. E voti”. Gli risponde lo stesso Maravigna: “E’ evidente che Fava parla senza conoscere i fatti e sono certo che mi chiederà scusa quando avrà chiari i toni della vicenda. Spero che non continui ad abusare del rispetto e della simpatia che irrazionalmente gli porto”. Quali fatti? Notizie di reato i magistrati che indagano ne hanno avute parecchie e traggono spunto da contrasti interni alla massoneria e alla posizione non proprio adamantina di alcuni affiliati che hanno subìto sanzioni. Da qui si è sviluppata l’obbligatoria azione penale (i magistrati procedenti sono meticolosi) che poi ha coinvolto anche l’avv. Mario Brancato, il primo a denunciare fatti che hanno determinato il “caso Catania”, oggetto di approfondimento da parte del Csm e dei magistrati della Procura di Messina, poichè interessa la posizione di magistrati catanesi. Tranquillo per quanto riguarda l’aspetto giudiziario della vicenda, il dott. Maravigna, reagisce invece alla nota del Grande Oriente d’Italia. Ecco cosa dice:

“Non intendo assolutamente entrare nel merito dell’indagine per il rispetto che da indagato, da servitore dello Stato, da libero muratore porto al lavoro dei magistrati, ma non posso non indignarmi di fronte alla dichiarazione di tale signor Bianchi, gran maestro aggiunto del Grande Oriente d’Italia, il quale in spregio ad ogni principio di rispetto della legge costituzionale di presunzione di innocenza di persone sinora indagate anticipa sentenze anche di natura morale sostenendo forse troppo frettolosamente la assoluta estraneità della sua obbedienza a tale indagine. Ricordi il signor Bianchi che se esiste in Italia una legge che istituisce il divieto per le associazioni segrete (legge Anselmi) è per quanto accaduto negli anni bui di Gelli all’interno del Grande Oriente Italiano. Non riesco a capire – conclude il dott. Maravigna – come possa essere arrivato alla carica di gran maestro aggiunto un individuo che in una loggia seria non potrebbe che sedere al massimo, a vita e per errore, tra i banchi degli apprendisti”.

Infine una nota della Camera Penale di Catania che, su sua richiesta, ha sentito l’avv. Brancato. E’ stato convenuto che non si svolgerà nessuna assemblea, non apparendo l’avv. Brancato inquisito a causa dell’esercizio della sua attività professionale. La Camera penale ha comunque manifestato solidarietà a Brancato, riconoscendolo come professionista serio e stimato.

Il Giornale di Sicilia

24.01.2002     

Il Grande Oriente d’Italia precisa: nulla a che spartire con la vicenda

CATANIA – “Il Grande Oriente d’ Italia di Palazzo Giustiniani, la maggiore istituzione libero muratoria italiana, non ha nulla a che spartire con gli avvenimenti criminali ed i personaggi coinvolti nell’inchiesta avviata dalla Procura distrettuale Antimafia di Catania”. Lo ha detto in una nota il Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’ Italia di Palazzo Giusitiniani, Massimo Bianchi, in merito all’ inchiesta avviata a Catania dalla Procura etnea “Ancora una vota – ha aggiunto Bianchi – facciamo appello al Parlamento, alle forze sociali e politiche perchè si facciano interpreti delle indifferibile necessità, emersa anche in questa circostanza, di emanare una legge sulle associazioni, volta a tutelare la denominazione Massoneria Universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani e ad imporre a chi diffonde notizie su questa o qualla associazione di indicare chiaramente a quale organizzazione si fa riferimento”.

Il Giornale di Sicilia

24.01.2002     

CATANIA. Un’inchiesta che fa rumore. Per le accuse formulate e anche per i nomi coinvolti. I due sostituti procuratori presso la procura di Catania Amedeo Bertone e Sebastiano Mignemi contestano a sedici indagati – tra i quali un docente universitario, un commissario di polizia, un avvocato, un vigile urbano – l’appartenenza a una loggia massonica strutturata in modo tale da incidere sull’esercizio di funzioni pubbliche. Un’imputazione che lambisce quella di associazione mafiosa, che però non viene formalmente contestata: gli indagati avrebbero utilizzato a proprio favore l’appartenenza di alcuni ‘fratelli di loggia’ a Cosa nostra, come il cugino di Nitto Santapaola, Natale D’Emanuele. Tra gli accusati spiccano i nomi del consigliere comunale di Forza Italia e funzionario di polizia Ivan Maravigna e di Mario Brancato, avvocato e testimone d’accusa nell’inchiesta avviata due anni fa dal sostituto procuratore Nicolò Marino nei confronti dell’imprenditore Sebastiano Scuto e dell’attuale sindaco di San Giovanni la Punta Santo Trovato. Proprio quest’ultimo era stato avversario di Brancato nella corsa a sindaco del comune. Una competizione elettorale sulla quale tuttora pende l’esito di un ricorso amministrativo presentato dall’avvocato catanese.

Brancato, al quale qualche giorno fa è stato perquisita la propria abitazione, è anche accusato di voto di scambio per avere promesso assistenza legale gratuita ad alcune delle sedici persone coinvolte nell’inchiesta di Bertone e Mignemi.

Il nome del legale, che è stato interrogato dai magistrati per oltre sei ore, veniva già fuori due anni fa. Una lettera anonima mandata ad alcune personalità tra cui il Procuratore capo di Catania lo indicava come appartenente alla massoneria e legato alla criminalità organizzata e per questo in grado di condizionare le elezioni di San Giovanni la Punta. Brancato aveva sporto querela contro ignoti, specificando però di poter rivelare l’identità dell’anonimo: un vigile urbano (Maurizio Arcifa, che risulta tra i sedici ora indagati) che lo aveva introdotto nella massoneria e che poi aveva manifestato ostilità nei suoi confronti. Dalle successive dichiarazioni di Brancato si sviluppò poi l’inchiesta del sostituto Marino. Un’indagine partita dal comune di San Giovanni la Punta fino ad allargarsi e a dare origine all’ormai noto “caso Catania”. E proprio al caso Catania Brancato ritiene che siano da collegare gli sviluppi dell’inchiesta a suo carico: “Sulla base dei verbali di sequestro – riferisce l’avvocato – ci sono seri sospetti per pensare che tutto sia da collegare al caso Catania. E’ stata infatti sequestrata una carpetta intestata a questo tema e questo mi fa pensare che io paghi lo scotto per le denunce fatte sugli intrecci mafiosi al comune di San Giovanni la Punta. La mia battaglia per le legalità si pone infatti alla base dell’arresto dell’imprenditore Scuto e a possibili collusioni con soggetti della magistratura. E, fatto ancor più grave, proprio Marino mi ha citato al Csm, come ho appreso da un giornale, quale teste sulle vicende che riguardano il presidente dell’Anm Giuseppe Gennaro e altri magistrati. Questa azione tende a delegittimare la mia posizione e possibilmente a non farmi sentire dall’Antimafia, perché‚ la Commissione spesso sente solo i testimoni e non gli imputati” E la loggia? “Regolarmente denunciata alla Digos. Voglio anche precisare di non farne più parte per le pressioni ricevute da ambienti massonici perché‚ io ritrattassi le mie dichiarazioni al sostituto Marino”. Mario Brancato, al quale mesi fa fu incendiato lo studio (le indagini, tuttora in corso, non esludono la matrice dolosa) vuol parlare anche dell’accusa di voto di scambio. “Fui proprio io a chiedere al prefetto di Catania, con una lettera, di vigilare sul regolare svolgimento delle elezioni a San Giovanni la Punta. Il sostituto Bertone sostiene di non essere a conoscenza della lettera”. E la Procura? I magistrati preferiscono non rilasciare dichiarazioni trincerandosi dietro un secco “no comment”.

Giuseppe Giustolisi

La Sicilia

24.01.2002     

Un’inchiesta della Procura coinvolge personaggi eccellenti

Mafia e massoneria

Venti gli indagati, perquisizioni e interrogatori-fiume

L’avv. Brancato: “Sequestrate carte sul “caso Catania””

Un’inchiesta sulla massoneria, su logge palesi e segrete, investe, a distanza di oltre due anni e mezzo dall’inizio delle indagini, venti persone tra presunti mafiosi e funzionari di polizia, avvocati e consiglieri comunali, vigili urbani in attività e in pensione, collaboratori di avvocati e professionisti. Tutti colpiti da un’informazione di garanzia, che si è tradotta in perquisizioni a catena e in interrogatori-fiume, con polemiche, smentite e accuse inusuali in altre inchieste giudiziarie, e che avrà altri “strascichi”. Tanto è vero che ieri, a tarda sera, si è riunito il direttivo della Camera penale e che sabato il “caso” potrebbe essere dibattuto in un’assemblea pubblica di avvocati.

I sostituti procuratori Amedeo Bertone e Sebastiano Mignemi hanno ipotizzato nei confronti di Carmelo Di Bella, Giuseppe Cesarotti, Francesco Cesarotti, Giuseppe Minniti, Giorgio Cannizzaro, Pietro Cannizzaro, Sebastiano Greco, Michele Miraglia l’associazione per delinquere di stampo mafioso, contestando inoltre a Carmelo Di Bella, Giuseppe Mirenna, Natale D’Emanuele, Giorgio Cannizzaro, Sebastiano Grasso, Carmelo Maurizio Arcifa, Mario Brancato, Marcello Avitabile, Fedele Valguarnera, Salvatore Monforte, Rosario Riela, Francesco Caruso, Pietro Ivan Maravigna, Vittorio Panebianco e Amore Maurizio Costante di fare parte di un’associazione massonica “articolata in logge, alcune segrete, alcune operanti, sia pure all’interno di associazioni palesi”; a Mario Brancato e Carmelo Di Bella la rivelazione di segreto d’ufficio e il voto di scambio; agli stessi e a Michele Miraglia la violenza privata per “avere usato… violenza nei confronti di persone (non ancora identificate) incaricate per l’affissione dei manifesti elettorali del candidato sindaco Trovato”; ad Amore Maurizio Costante e Carmelo Di Bella, infine, la rivelazione del segreto d’ufficio.

Le reazioni, dicevamo, non si sono fatti attendere. Anzi. In un comunicato, per esempio, gli avvocati Enzo ed Enrico Trantino, difensori dell’avv. Brancato, “esprimono il loro stupore per l’iniziativa della Procura catanese. L’inesistenza di indizi a carico dell’avv. Brancato – affermano – rende incomprensibile la notifica dell’informazione di garanzia e dell’invito a comparire, e preoccupante la perquisizione eseguita; tanto più che gli stessi magistrati implicitamente ammettono l’inconsistenza degli elementi acquisiti, procedendo a piede libero nei confronti di altri soggetti, indagati per associazione mafiosa nel medesimo procedimento. Ci auguriamo solo che si tratti di un eccesso dei Pm procedenti”.

Afferma il consigliere comunale Maravigna: “Ho ritenuto, ritengo e riterrò sempre la mafia un cancro maligno da estirpare con la più grande determinazione e la massoneria una istituzione alta e nobile che con questa non deve mai avere nulla a che fare. Ritengo di aver fornito ai magistrati tutti gli elementi idonei a fare definitiva chiarezza sulla mia posizione nonché ulteriormente valutabili per lo sviluppo delle indagini”.

E l’avv. Brancato di rimando: “Non so se mostrare più sorpresa, stupore o indignazione per questo episodio, che mi sembra al di fuori di ogni logica, soprattutto alla luce anche dell’interrogatorio, nel quale i Pm non sono riusciti a contestarmi un solo fatto specifico”.

– Le accuse sono però pesanti…

“Le accuse sono tanto pesanti quanto infondate. Mi auguro che non siano strumentali. Un particolare inquietante mi fa pensare… In sede di perquisizione mi è stata sequestrata la mia cartella che riguarda il “caso Catania””.

– Scusi, cosa centra il “caso Catania” con l’inchiesta…

“Infatti. Mi domando perché gli uomini della Dia hanno cercato e sequestrato documenti sul “caso Catania”. E ciò mi fa pensare che questa indagine ha comunque collegamenti con il “caso Catania”, in quanto io sono il teste principale, o uno dei testi principali sulle vicende, o malevicende, che si sono verificate nel “caso Catania”. Sono stati addirittura indicato dal dott. Nicolò Marino al Csm quale teste di riferimento (fatto che ho appreso dai quotidiani) nelle accuse che egli avrebbe lanciato contro alcuni soggetti al vertice della Procura. Mi aspettavo quindi, a giorni, una convocazione al Csm e una, probabile, alla Commissione antimafia. E oggi, indagato di reato connesso, potrei non essere più legittimato a testimoniare”.

– Non le sembra fantapolitica…

“Lascio ai lettori ogni commento…”.

– Esaminiamo le accuse. Lei farebbe parte della massoneria…

“Non ne faccio parte ma ne facevo parte. Mi sono allontanato quando non ho più creduto negli uomini che facevano parte di questa istituzione, dopo avere provocato l’espulsione per indegnità di un personaggio e, soprattutto, dopo che mi venne contestato che “mi ero troppo interessato a fare battaglia” in ordine al “caso Catania”. Altri “poteri” volevano che l’avv. Brancato non parlasse”.

– Ma è accusato anche di violazione di segreto d’ufficio, voto di scambio e violenza…

“Avrei violato il segreto d’ufficio per avere pubblicamente sostenuto che alcune persone a San Giovanni la Punta andavano arrestate. A questo punto riscriviamo il codice. Violenza? Un certo signore, che tra l’altro si vanta di essere uno dei 7 uomini d’oro della rapina miliardaria, di essere in contatto con il presidente Bush e con l’ex presidente Gorbaciov, ha detto che, incontrando alcuni attacchini che affiggevano manifesti per un mio avversario politico, avrebbe avuto una lite con questi e li avrebbe bastonati. Io, per l’accusa, sarei il mandante di questo episodio. Infine, il voto di scambio, perché io, candidato alle elezioni, avrei detto a tutti i miei assistiti, di votarmi se residenti a San Giovanni la Punta o avessero parenti a San Giovanni la Punta. Mi si contesta che in cambio di questi voti io li avrei assistiti gratuitamente… Ho presentato le relative fatture per dimostrare che questi signori avevano pagato. In ogni caso, la scelta di farmi pagare una o mille lire è mia e non di un procuratore della Repubblica”.

L. S.

Gazzetta del Mezzogiorno

23.01.2002     

Catania / Con una raffica di perquisizioni domiciliari è scoppiata un’inchiesta destinata a fare clamore

Mafia e massoneria, sedici avvisi di garanzia

Domenico Calabrò

CATANIA – Scoppia un’inchiesta che innescherà clamore. Sedici avvisi di garanzia e altrettante perquisizioni domiciliari sono state adottate dai magistrati della Procura distrettuale antimafia (Amedeo Bertone e Sebastiano Mignemi) a conclusione della prima fase di un’attività effettuata dalla Direzione Investigativa Antimafia sulla connessione tra mafia e massoneria. Spiccano i nomi del commissario Pietro Ivan Maravigna, funzionario della Polizia postale di Reggio Calabria e dell’avv. Mario Brancato (al quale alcuni mesi addietro è stato incendiato lo studio) che con Carmelo Di Bella e Carmelo Maurizio Arcifa sarebbero stati i promotori o, comunque, svolto un ruolo direttivo nella consorteria massonica. Con loro anche Giuseppe Mirenna, Natale D’Emanuele (cugino di Nitto Santapaola), Giorgio Cannizzaro, Sebastiano Grasso, Marcello Avitabile (docente universitario), Fedele Valguarnera, Salvatore Monforte, Rosario Riela, Francesco Caruso, Vittorio Panebianco, Amore Maurizio Costante e Agnese Landi. Avrebbero fatto parte, unitamente all’imprenditore Giovanni Riela (poi ucciso), di un’associazione massonica costituita in “logge”, alcune segrete, alcune operanti sia pure all’interno di associazioni palesi, tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali effettive o comunque rendendo sconosciuti in tutto o in parte ed anche reciprocamente i soci, che svolgeva attività diretta a interferire sull’esercizio delle funzioni di istituzioni e amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici, anche economici, e quindi a conseguire profitti e vantaggi, patrimoniali e non, ingiusti per sè o per altri. Con l’aggravante di avere commesso il fatto anche avvalendosi di un’associazione mafiosa. La vicenda è una “bomba”. L’avv. Brancato (che non ha mai negato di essere massone avrebbe sostenuto di essere stato costretto al “sonno” poichè sarebbe stato massonicamente “richiamato” per le sue azioni legali dei mesi scorsi) è lo stesso professionista (fu candidato sindaco di San Giovanni La Punta espresso da An e dal Polo e venne sconfitto; poi passò nelle file del Ccd e candidato alle scorse regionali) che con denunce ripetute all’indirizzo del sindaco di San Giovanni La Punta, Santro Trovato e di riflesso poi dell’imprenditore Scuto, innescò il meccanismo che fece esplodere il “caso Catania” in cui sono chiamati in causa magistrati, accusati da altri magistrati. Nell’indagine (sarebbero state sequestrate foto di un indagato con un deputato) si parla di massoneria deviata intrecciata con la cosca mafiosa Santapaola e di voto di scambio nel caso delle elezioni a San Giovanni La Punta.

Il Messaggero

21.01.2002     

Chi è massone può ottenere incarichi dalla Regione, la Corte europea conferma la sentenza della scorsa estate

E’ diventata esecutiva la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, emessa la scorsa estate, che ha accolto il ricorso del Goi contro la legge 34 del ’96 emanata dalla Regione Marche con la quale si obbliga tutti coloro che aspirano ad incarichi (meno a quelli della sanità) di dichiarare la non appartenenza alla massoneria. La Corte europea ha anche condannato lo Stato italiano al risarcimento danni simbolico di 10 milioni, da versare al Goi. “Una legge assurda, quella della Regione, illiberale e anticostituzionale – aveva commentato il Grande oratore del Goi Brunello Palma – che ci ha discriminato per diversi anni. Una legge vessatoria. Il governo Prodi, pur sollecitato, non ha fatto nulla”. “Ora la magistratura – aveva aggiunto il Grande Maestro del Grande Oriente d’Italia, Raffi – ci ha reso giustizia, anche se troppo tempo è passato. Con questa legge regionale si è perpetrata una discriminazione tra cittadini e si sono coartati i diritti dei liberi muratori che, per conservare il diritto di accesso a ruoli di responsabilità, sono stati costretti a dimettersi dalla massoneria, per non rendere dichiarazioni mendaci”. “Ora – aveva continuato – lo Stato dovrà sollecitare la Regione a rimuovere la violazione abrogando quell’articolo di legge. Anche altre regioni, come il Friuli e la Toscana sono in difetto, ma la norma delle Marche era la più discriminante”. In pratica la sentenza della Corte europea ha condannato lo Stato italiano per aver violato “in pregiudizio dei massoni, la libertà di associazione”. Un pronunciamento che secondo Raffi interrompe “il lungo sonno della ragione e la stagione di criminalizzazione nei confronti dei liberi muratori del Goi”.

La Tribuna di Treviso

20.01.2002     

IN TIVU’: “Il maestro Peter Maag era massone”

m.b.

Anche il maestro Peter Maag, scomparso pochi anni fa, aveva aderito alla massoneria. Lo sostiene Telenordest che per oggi alle 13.30, ha in programma uno speciale della trasmissione Cronache trevigiane, con il venerabile della Loggia Primvera, Paolo Valvo. Le immagini, i simboli, le cerimonie, i significati profondi della massoneria saranno al centro della trasmissione di oggi, a pochi giorni dalla presentazione pubblica, a Treviso, della nuova Loggia. Il settimanale condotto da Luca Pinzi ha voluto compiere un viaggio all’interno della sezione massonica, con l’aiuto del venerabile Valvo. Chi può diventare massone? Come si entra a far parte della massoneria? Ecco alcune delle domande che troveranno risposta all’interno della trasmissione, che svelerà anche alcuni nomi di massoni trevigiani eccellenti. Tra gli altri, appunto, quello del direttore della Bottega del Teatro Comunale, Peter Maag. Trevigiano acquisito.

L’Unione Sarda

19.01.2002     

Massoneria a carte scoperte

La non troppo ricca letteratura sulla storia della massoneria sarda, o piuttosto della massoneria in Sardegna, conta ora un importante contributo con Diario di Loggia, un volume della Edes scritto da Gianfranco Murtas. Si devono allo stesso autore molti articoli di storia della Massoneria che converrebbe raccogliere in un volume organico che sarebbe letto con interesse non solo in Sardegna, se fosse stato risolto l’annoso problema di far passare il Tirreno a molti libri che, nati in Sardegna, nell’isola sono destinati a morire.

Il contenuto del libro di Murtas è precisato nel sottotitolo (La massoneria in Sardegna dalla caduta del fascismo alla nascita dell’autonomia). Periodo, quello che va dal 1945 al 1949, che vide ricostituite o costituite ex novo a Sassari la loggia “Giovanni Maria Angioy”, maestro venerabile Annibale Rovasio; a Bosa la loggia “Salvatore Parpaglia”, maestro venerabile Antonio Angelo Pala ed alla Maddalena la loggia “Giuseppe Garibaldi”, maestro venerabile Giuseppe Olla. Prima fra tutte la loggia “Risorgimento”, di Cagliari, maestro venerabile Alberto Silicani, al quale è ora intitolata la loggia cagliaritana, il venticinquesimo anniversario della fondazione si è inteso celebrare appunto con la pubblicazione del libro di Gianfranco Murtas.

Libro ricchissimo di notizie, quello di Murtas, grazie anche alla documentazione messa a sua disposizione dalla massoneria. La quale rinunciando al segreto, o se si vuole alla riservatezza che per tanto tempo l’ha caratterizzata in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, ha ormai deciso di mettere a disposizione degli studiosi i suoi archivi. Quelli più recenti, e quelli scampati alla bufera che ha investito l’Ordine nel periodo tra le due guerre. La massoneria non ha infatti nulla da nascondere, nemmeno i nomi dei suoi adepti, che hanno partecipato numerosi alla presentazione al Mediterraneo di Cagliari del libro di Murtas.

In questo quadro ha visto la luce un precedente volume sull’attività della loggia cagliaritana intitolata al nome dello scultore Francesco Ciusa, nuorese di nascita ma cagliaritano d’adozione. Ha visto altresì la luce un nuovo libro di Luigi Polo Friz, Sviluppo del rito scozzese antico e accettato in Italia dalle origini al 1867, che intende colmare, per quanto è possibile, quella zona bianca della storia della massoneria che è costituito dall’età della Restaurazione e dal periodo immediatamente successivo: periodo nel quale sarebbero state attive in Italia non meno di 35 logge.

Vero è che non sono state completate superate antiche diffidenze nei confronti della massoneria e dei massoni, residuo della polemica a lungo sostenuta dai cattolici contro quella che venne definita nientemeno come la sinagoga di Satana. Diffidenze che dovrebbero ormai essere superate grazie anche al mutato atteggiamento di autorevoli esponenti del clero, quali i padri Caprile e Benimeli, e soprattutto padre Rosario Esposito, autore di due libri importanti, La massoneria in Italia dal 1800 ai giorni nostri, del 1969, e Le buone opere dei laicisti, degli anticlericali e dei frammassoni, del 1970, del quale ha scritto la prefazione l’ex gran maestro Giordano Gamberini. Entrambi i volumi sono stati pubblicati dalle Edizioni Paoline.

Anche tra i meno informati rimaneva vivo nella seconda metà del Novecento il ricordo delle scomuniche comminate contro i “fratelli”. Già nel 1974 tuttavia il cardinale Seper, prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, su richiesta di alcuni vescovi, precisava che si intendevano effettivamente colpiti dalla scomunica solo gli iscritti ad associazioni che cospiravano contro la Chiesa ciò che non può dirsi della massoneria attuale, malgrado il passato anticlericale di molti massoni, anche se non di tutti. E’ peraltro noto, o dovrebbe esserlo, che la scomunica non è una sentenza definitiva ed irrevocabile, ma , come insegna l’Enciclopedia cattolica, una pena medicinale, scopo della quale è di indurre al ravvedimento i battezzati che per fatti a loro imputabili si sono consapevolmente allontanati dalla comunità dei fedeli.

Libro tutto da leggere dunque, quello di Gianfranco Murtas, anche perchè documentata, o almeno così sembra a chi scrive, un certo sbandamento politico culturale nel periodo considerato di molti “fratelli”, tutti su posizioni rigorosamente antifasciste ed antiqualunquiste, essendo il movimento che faceva capo a Guglielmo Giannini considerato il refugium peccatorum dei fascisti o ex fascisti che non volevano sottoporsi al lavacro battesimale dei sacerdoti dell’estrema sinistra, grazie al quale persino i docenti di mistica fascista potevano diventare maestri di democrazia, sia pure progressiva.

Altra bestia nera veniva considerata la Democrazia cristiana, sulla quale convergevano i suffragi di gran parte dei moderati, per l’ovvia considerazione che, caduto il fascismo, caduta la monarchia, pilastro dell’ordine rimaneva la Chiesa, e non restava perciò che votare per il partito da essa raccomandato ai fedeli e non solo a questi. Rileva inoltre Murtas che, mentre i massoni di Sassari e di Bosa apparivano orientati verso il Partito sardo d’azione, i massoni cagliaritani sostenevano il Partito liberale (che non avrebbe mancato di fondersi, sia pure con troppo ritardo, con l’uomo qualunque), anche perché vi militava, secondo la tradizione di famiglia, non rispettata da Alberto Cocco Ortu, il giovane Francesco, troppo presto scomparso.

Tutti antifascisti, dunque, anche perchè, come risulta dai dati pubblicati da Gianfranco Murtas, l’età media dei massoni sardi nel secondo dopoguerra era abbastanza avanzata, ed ancora vivo era perciò il ricordo delle misure repressive antimassoniche adottate da Mussolini, in vista della conciliazione fra Stato e Chiesa, che nel 1929 avrebbe confermato il consenso del quale il fascismo già godeva nel Paese. E’ peraltro vero che la Massoneria appoggiò D’Annunzio che con i suoi legionari, tra i quali non mancavano i sardi, occupava Fiume, e che molti massoni sostennero il fascismo-movimento ed il fascismo-partito.

Erano inoltre massoni molti gerarchi, a cominciare dai quadrumviri della marcia su Roma del 28 ottobre 1922 Italo Balbo, Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi, nonché Emilio De Bono, fucilato nel 1944 a Verona con Galeazzo Ciano ed altri per il contegno tenuto il 25 luglio 1943 alla seduta del Gran Consiglio. Sarà interessante ricordare che era massone a Cagliari l’avvocato Mauro Angioni, eletto deputato nel 1919 con la lista dei combattenti anche se non aveva preso parte alla grande guerra, dimessosi nel 1921 dal Partito sardo d’azione perché non rieletto nel 1921 e passato al fascismo. Con Angioni passarono al Pnf molti altri massoni, tanto che Paolo Pili scrive testualmente nel suo libro di memorie Grande cronaca, minima storia, che meriterebbe ristampare: “Con Maurino a segretario provinciale (del Pnf) sta vestendo la camicia nera tutta la loggia, e se si tarda corriamo il rischio di essere sommersi”.

Questo rischio lo correvano i sardisti che stavano per passare al fascismo, spinti anche da Paolo Pili, già contrario alla fusione, ma sollecitato da Lussu, che era inizialmente favorevole. Fusione per promuovere la quale Mussolini aveva mandato in Sardegna il generale Gandolfo ed il colonello Sani, entrambi massoni.

Lorenzo Del Piano

La Tribuna di Treviso

13.01.2002     

NUOVA LOGGIA MASSONICA A TREVISO

COME CAMBIA LA MASSONERIA

di Nicola Pellicani

Prima che indossino i paramenti li riconosci solo dal saluto. Non s’accontentano di un ciao, nè di una semplice stretta di mano e non battono il cinque all’americana, ma si baciano tre volte sulle guance. I fratelli del Grande Oriente d’Italia si riconoscono anzitutto da questo rituale. E ieri nella hall dell’Hotel Maggior Consiglio era tutto uno sbaciucchiamento. Uno dopo l’altro sono arrivati quasi in 150, provenienti da ogni parte d’Italia per festeggiare la nascita della nuova loggia massonica Primavera, fondata dal Maestro Venerabile Paolo Valvo, notaio molto conosciuto in città. Baci sulle guance per tutti, ma in particolare per il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, l’avvocato Gustavo Raffi.

D’istinto di vengono in mente Armando Corona e Licio Gelli. L’associazione d’idee è automatica. Quantomeno t’aspetteresti d’incontrare un anziano signore dall’aspetto vagamente funereo. Ma non è così. I tempi cambiano e anche i massoni cercano di stare al passo. Così, il Gran Maestro del Grande Oriente è un romagnolo alla mano, con alle spalle un passato da repubblicano, che si è messo in testa di rendere trasparente, quanto di più oscuro e ambiguo viaggi nell’immaginazione collettiva.

Ma è possibile condurre un’opera di glasnost dentro la massoneria? Raffi ha accettato la scommessa, sfidando le resistenze interne. Come? “Mostrando il vero volto della massoneria. Recuperando il ritardo accumulato sul versante della comunicazione, chiamando, ad esempio, i giornalisti per presentare le nostre iniziative. Realizzando un sito internet dove c’è vita morte e miracoli del Grande Oriente d’Italia”.

C’è tutto, tranne i nomi degli affiliati: “Una questione di rispetto della libertà altrui”, osserva Raffi. Del resto adesso se voi chiedete ad un partito o ad un’associazione la lista degli iscritti forse ve la mostrano?”.

Faccia almeno qualche nome illustre? “Nella massoneria c’erano Salvatore Quasimodo, Salavador Allende e Walt Disney, di loro si può parlare, ma per i viventi occorre la loro autorizzazione”. Inutile anche cercare tra i presenti impegnati nella vestizione, con grembiuli, sciarpe, distintivi e guanti bianchi, un volto trevigiano. Probabilmente entreranno nella sala della proclamazione ufficiale da un ingresso secondario.

“Ritrosie, timidezze – dice Raffi – giustificabili e che derivano da una concezione distorta della massoneria e da una conseguente stagione di grande intolleranza”.

Tutta colpa della P2. Una delle pagine più buie della massoneria: “Sottoscrivo, la P2 era un comitato d’affari non una loggia, e va condannata senza appello. Dobbiamo avere il coraggio di pagare i conti con la storia: la P2 sta alla massoneria come le Brigate Rosse al Pci”. Vale a dire che per la P2 non ha nulla a che fare con con l’attività delle logge massoniche. “Il fatto è – insiste Raffi – che i partiti della Prima Repubblica avevano bisogno di risorse e di faccendieri. Oggi la massoneria è un luogo di confronto e di discussione. Un laboratorio in piena attività dove affrontiamo vari temi dall’esoterismo, al sociale con analisi assolutamente laiche della realtà. In questo periodo discutiamo di globalizzazione, di scienza e scuola, riaffermando il valore della ricerca scientifica che può essere paralizzata in nome del dogma e la centralità della scuola pubblica, come ambiente necessario per imparare la convivenza tra diversi e prevenire emarginazione, razzismo e xenofobia”.

Posizioni decisamente lontane da quelle papali. Del resto Raffi confessa che l’unico Papa per cui i massoni hanno nutrito sentimenti di simpatia è stato Paolo VI.

Insomma, vista così il Grande Oriente d’Italia è un’associazione progressista. Eppure sulla massoneria aleggia sempre quell’alone d’ombra, il sospetto che i “fratelli” si salutino con tre baci, ma si tengano stretti stretti, l’uno all’altro, non solo quando discutono d’esoterismo. Non a caso sull’home page del sito internet del Grande Oriente campeggia una scritta, che suona come un appello: “Cambia idea sulla massoneria”.

La Stampa

09.01.2002     

La rivincita dell´Opera

La accusavano di carrierismo, ora è di moda

ROMA Virtù cristiane e santificazione del lavoro professionale. Opus Dei 2002, l´anno della consacrazione e del cambiamento nell´immagine pubblica. “Adesso stampano un francobollo commemorativo con il volto del loro fondatore- osserva Giulio Andreotti – eppure pochi anni fa li mettevano all´indice in Parlamento”. Si mescolano soddisfazione e sarcasmo nel commentare il radicale mutamento di prospettiva del mondo politico nei confronti della Prelatura. La mente corre alla seduta parlamentare del 24 novembre 1986 e alle interpellanze-choc che bollarono l´Opus Dei come una massoneria dedita ad accumulare potere e una setta regolata da norme segrete che vincolano gli aderenti (anche nelle proprie funzioni pubbliche) ad un vincolo assoluto di obbedienza verso le gerarchie dell´associazione. Tra gli iscritti, infatti, figurano “numerosi funzionari civili e militari dello Stato e dirigenti delle imprese pubbliche”: una “fabbrica delle carriere”, insomma, meritevole di interventi repressivi da parte dello Stato e per la quale si invocava l´applicazione della legge contro le logge occulte del 1982. Malgrado il pluralismo nelle scelte economiche e politiche dei membri dell´Opus Dei, ci vorranno anni perché la nebbia dei sospetti svanisca e renda evidente la vera natura dell´Opera, che non è un´associazione ma una prelatura personale, ovvero un´istituzione ecclesiastica, parte integrante della struttura della Chiesa universale. Libera, per costituzione e patti internazionali, di darsi l´organizzazione ritenuta più opportuna. Persino l´uso del cilicio (assieme al rosario, alla devozione alla Madonna e agli angeli custodi) viene additato come prova del suo presunto carattere “settario”. Oltre ai laici, l´Opus Dei comprende sacerdoti incardinati nella Prelatura. Della Società della Santa Croce fanno parte anche membri del clero diocesano che, pur restando per ogni altro aspetto soggetti al proprio vescovo, ne condividono la spiritualità e godono della sua assistenza spirituale. In realtà il contenuto degli statuti dell´Opus Dei, mirati a formare ad una vita lavorativa e familiare vissuta secondo i valori evangelici, esclude ogni forma di segreto. Della prelatura, che ha a Roma la propria sede centrale, fanno parte quasi 100mila persone (in grande maggioranza laici) dei cinque continenti con la missione di promuovere fra i fedeli cristiani di tutte le condizioni una vita coerente con la fede, portando il Vangelo in ogni ambiente della società e cercando la santità. Alcuni membri dell´Opera, chiamati “numerari”, scelgono il celibato per dedicarsi con maggiore libertà al lavoro apostolico, mentre gli altri, in genere sposati, sono detti “soprannumerari”. Una terza situazione personale è quella degli “aggregati”, che scelgono il celibato ma vivono con la famiglia e sono chiamati ad una minore disponibilità di tempo per il lavoro apostolico rispetto ai numerari.

Giacomo Galeazzi

INDIETRO

Codice HTML © Copyright 2002 La Melagrana. Tutti i diritti riservati.

{08-02-2002}

Pubblicato in Storia | Lascia un commento

LA VIA DELLA PECE

Note varie da “Archeo” e da “Archeologia Viva”

La via della pece

………………………Un frammento di anfora di 32 cm. di lunghezza ha permesso di ripercorrere la «via della pece». Questa materia resinosa, in antico, non serviva solamente a ren­dere impermeabili le barche: le sue migliori qualità, quella macedone e quella bruzia, originaria cioè dell’attuale Calabria, erano adoperate per il trattamento del vino, del quale favorivano l’invec­chiamento.

      Sul frammento di anfora, rinvenuto a Pompei nella casa di G. Giulio Poli­bio in via dell’ Abbondanza e studiato da Stefano De Caro, si conserva il bollo che ne dichiara il contenuto: PIX ­BRUT, facilmente integrabi­le ed interpretabile come «pece bruzia» . La scoperta completa e chiarisce le anali­si chimiche recentemente ef­fettuate su anfore ritrovate nella villa B di Oplontis, ri­sultate anch’esse contenenti pece.

      Dall’insieme si evince che l’economia pompeiana della produzione di vino si integrava con il commercio della pece bruzia, che giun­geva nella città vesuviana in anfore esclusivamente desti­nate ad essa, come ora indica senza possibilità di dubbio il bollo. Questo commercio procurava beneficio all’era­rio pubblico romano, pro­prietario dell’intera Sila, la famosa foresta calabrese nel­la quale la raccolta della pe­ce era una delle principali risorse………………

………………Il rivestimento interno delle anfore con pece veniva fino a qualche tempo fa interpretato come avente lo scopo di aromatizzare il vino, per cui il ritrovamento di anfore recanti internamente tracce di pece veniva invariabilmente accostato al vino ed al suo commercio.

      Oggi, alla luce di diversi ritrovamenti di questi ultimi anni, si è arrivati a capire che la resina all’interno delle anfore serviva all’impermeabilizzazione delle stesse e che quindi il loro contenuto poteva anche non essere vino………..

da Archeo n° 5 Archeologia subacquea

………………A quello di Diano si sono aggiunti gli scavi di altri tre relitti di navi con il medesimo carico, due in Francia al Grand-Ribaud e al Petit Congloue presso Marsiglia, e uno a Ladispoli, a nord di Roma. All’incirca coevi di quello di Diano, essi hanno dato con­ferma della nuova sistemazione di ca­rico con i dolia stivati nella parte cen­trale della nave, mentre gli spazi più stretti di poppa e di prua erano riem­piti con anfore vinarie di forma Dres­seI 2-4.

      Anche i dolia quasi certamente contenevano vino, generalmente quel­lo dell’Italia meridionale destinato al­la Gallia e alla Spagna, e seguivano la medesima rotta commerciale in pre­cedenza percorsa – come si è visto al­l’inizio – da navi cariche di migliaia di anfore di un tipo più antico.

      Al commercio dell’olio, invece, si ri­feriscono i due relitti francesi di Pla­nier III e di Port- Vendres II. Il primo, a 28 metri di profondità, è uno dei tanti individuati intorno all’isolotto di Planier, al largo di Marsiglia. Il suo scavo fu intrapreso nel 1968 da An­dre Tchernia, come primo intervento della allora nuova Direction des Re­cherches Archeologiques Sous­marines, e portato poi avanti in varie riprese fino al 1975.

      Il carico era com­posto da anfore vinarie campane (Dressel 1) e da anfore da olio di Brin­disi. Molte di queste recavano impres­so il timbro con il nome di Marcus Tuccius Galeo, nel quale è stato op­portunamente identificato un impren­ditore commerciale più volte menzio­nato nell’epistolario di Cicerone (Ad Atticum, XI, 12,4; Ad Familiares, VIII , 8,1 ) e del quale lo stesso Cice­rone divenne erede nel 47 a.C…………….

da A.V. notizie del relitto del Giglio

………………… Dovunque, sul luogo, si contava­no semi d’olive a migliaia. Scoprim­mo che queste erano trasportate nelle anfore etrusche: la metà di un’anfo­ra etrusca recuperata durante il se­condo anno fu trovata rovesciata con noccioli d’oliva. Le olive, oggi, non hanno un ruolo significativo nella nostra società, ma in antico erano di indubbia importanza: a buon merca­to, costituivano una risorsa abbon­dante di cibo coltivata su terreni po­veri, l’olio estrattone serviva anche come fonte di luce e grasso da cu­cina.

      Ho trovato interessante la pre­senza di tante olive sul relitto. Que­ste olive volevano dire che c’era un’ industria stabile etrusca di questo prodotto nel tardo VII sec. a.C. Po­teva infatti esserci stata un’industria di olive così ben organizzata da por­tarne ai mercati greci? Poteva essere questa la ragione per cui Solone di Atene, al tempo della nave di Giglio Campese, esentava l’olio d’oliva da proibizione di esportazione di pro­dotti attici agricoli? Era accaduto qualcosa perché ci fosse competizio­ne nascente da oltremare? ………………………..

da A.V. Il porto di Populonia

……………………L ‘origine di Populonia è anti­chissima: affonda le sue radici nell’ Eneolitico, e le prime testimonian­ze parlano infatti di installazioni villanoviane.

      Ma, per quanto Servio attribui­sca la sua fondazione al popolo che abitava la Corsica (Commentari ad Aen. X, 172), la nascita di Popu­lonia ed il suo sviluppo si deve indubbiamente agli Etruschi che la chiamarono Popluna o Fufluna, nome derivante probabilmente dal­la corruzione di quello del dio Fufluns  che era il corrispondente etrusco del greco Dioniso, nome abbastanza pertinente se è vera la notizia che ci giunge da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, che cioè nel territorio di Populonia si producesse una notevole quantità di vino, ottenuto da vitigni che non venivano mai potati e che cresce­vano, a volte, fino a diventare alberi, tanto che, riferisce ancora il naturalista latino, «nella città (Po­pulonia) si trovava una statua di Giove, intagliata in legno di vite». D’altra parte, semi di vite rinve­nuti in tombe nell’area del Chianti dimostrano che furono gli Etruschi ad introdurre in Italia, dall’Orien­te, e ad acclimatarvela, la vite………

 

da: A.V.  Notizie varie  

………………….A Creta era famoso l’olivo che si trovava già nelle foreste insieme ad altri alberi. Le olive venivano macinate e spremute per estrarre l’olio che era la maggiore risorsa dell’isola. Ma c’era anche il vino. La vite selvatica cresceva nei boschi delle regioni orientali del Mediterraneo e qualcuno scoprì che questa poteva essere presa e trasportata vicino a casa per essere innestata con viti già esistenti. Ebbe così inizio un processo che porterà alle moderne viti.

Gli archeologi sostengono che l’addomesticamento della vite dovrebbe aver avuto inizio nel VI-V millennio a.C.

      Fin dall’VIII° sec. a.C. si iniziano a trovare nelle tombe etrusche corredi formati da vasi o ciottole per bere vino. E’ probabile che la vite selvatica fosse stata utilizzata anche prima di questo periodo, in ogni caso la coltivazione della stessa fu episodio più tardo e probabilmente avvenne per mano dei Greci che nel VII sec. a.C. avevano rapporti frequentissimi con gli Etruschi. A partire dal VI sec. a.C. si iniziano a trovare nei corredi tombali le anfore etrusche per il vino. Queste provenivano soprattutto da Vulci che sembra essere stato il maggior centro di produzione, probabilmente perché questa città produceva molto vino……….

      – Vicino a Pompei è stata scoperta la fattoria di Boscoreale, sommersa dalla eruzione del 79 d.C. specializzata nella produzione del vino. E’ stata ritrovata la cantina con 18 grandi dolia che dovevano contenere 12.000 litri di vino. All’esterno è stata trovata anche una parte della vigna ed i  buchi di circa 100 viti. Inoltre sono stati recuperate alcune decine di acini d’uva e, nonostante il tempo trascorso ed il calore dell’eruzione del Vesuvio, si è potuto analizzare il D.N.A. di questi. Adesso si sta cercando di riprodurre questi semi e quindi clonare le viti originarie. Si spera, in questo modo, di poter piantare queste viti e di arrivare  ad una vera e propria vendemmia in modo poi di assaggiare il vino del 78 d.C.

      – Si sa che una volta il ricco Trimalcione fece servire ai suoi ospiti del “Falernum Optimianum annorum centum” mentre Plinio nella sua “Naturalis Historia” (XIV, 55) conferma i vini vecchi anche di due secoli.

      – Alcune qualità del vino Falerno erano (C.I.L. XV, 2, 4537 e segg.) Faustianum, Massicum, Cecubo, Fundanum, Helveolum, Geminum o Gemellum, Formianum, Tudernum.

C’era anche un tipo di vino cotto: il Defrutum.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

TEMPIO

Tempio: Termine derivato dalla radice indoeuropea tem, che significa dividere, delimitare. Definisce un luogo sacro destinato al culto. Anticamente, in epoca arcaica, il culto ignorava la costruzione di templi, come evidenziato dal fatto che gli stessi termini che in età storica designano l’edificio sacro (templum, phanum, sacellum, aedes) in origine indicavano lo spazio naturale, il luogo segnato da caratteristiche che vi testimoniavano la presenza, la manifestazione delle divinità. Quindi il culto si esplicava a diretto contatto della natura venerata o dell’oggetto considerato sacro. È il caso del cipresso di Esculapio a Cos, del bosco di diana a Nemi, della fonte di Saint-Sauveur nella foresta di Compiègne, del dolmen Creuz-Moquem di carnac, del falò della festa celtica di Beltane, del capro del dio egizio Amon, ecc. In seguito il luogo ritenuto sacro venne delimitato nella sua perimetrazione, e segnato da cippi terminali o da recinzioni. Il T. naturale era denominato dai Greci temenoz, ovvero delimitazione del luogo adibito a culto, sul quale poteva anche sorgere un edificio (naoz) dove si conservavano i beni del T., ma spesso anche wpe39.jpg (14032 byte)quelli dell’erario pubblico. Per i Romani il templum significava uno spazio della volta celeste o della superficie terrestre, che veniva determinato attraverso gli auspici. L’esigenza di luoghi stabili e ben definiti da adibire al culto fu avvertita soprattutto dopo le invasioni indoeuropee in Grecia e nella penisola italica. Pur continuando a sopravvivere in luoghi di culto naturali con altare all’aperto, nacque allora in Babilonia, in Egitto e presso gli Ebrei il T. inteso come vera e propria casa od abitazione di Dio. In India il T. chiuso nacque con l’avvento del buddhismo e dell’induismo. Con il cristianesimo il termine T. fu usato genericamente quale sinonimo di basilica o di cattedrale. Y (Massoneria) Il T. massonico è a forma di quadrolungo, ovvero di rettangolo, con un’unica porta d’accesso che viene simbolicamente considerata orientata ad occidente. Ai lati di questa porta si trovano due colonne di elevato valore simbolico. La sala ha una volta azzurra cosparsa di stelle, ed è simbolicamente sostenuta da dodici colonne: sei a settentrione e sei a mezzogiorno, ognuno contraddistinta da un segno zodiacale: esse ricordano le singole verità individuali, rappresentando pertanto un richiamo alla Tolleranza. Intorno alle pareti del T. corre un cordone (v.) rosso, in cui vi sono sette nodi d’Amore (profanamente noti come nodi Savoia), il mediano dei quali è situato al centro della parete orientale, e le cui estremità terminano con fiocchi avvinti alle due Colonne “J” e “B”. Il T. identifica il punto geografico, geometrico o geodetico, in cui lavorano i Liberi Muratori. É una raffigurazione del Cosmo, le cui dimensioni non sono definibili, sia in Massoneria che in tutte le religioni. Infatti per il Massone le sue dimensioni vanno da Oriente ed Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, e dallo Zenit al Nadir. É quindi definito come “un punto situato nel Cosmo, noto ai soli figli della Vedova”. I Lavori che vi si svolgono presuppongono un particolare stato di coscienza da parte di tutti i Fratelli partecipanti. Questo stato di coscienza si identifica con lo stato interiore, a cui fa riferimento il rituale massonico con l’abbandono dei metalli al di fuori della Loggia; una condizione imposta al profano prima della sua iniziazione, e sempre richiesta ai Fratelli prima di accedere al T. al seguito del Maestro delle Cerimonie. Tale stato mentale è assolutamente essenziale per distinguere la Loggia da qualsiasi altra possibile forma di assemblea di uomini, riuniti per perseguire un comune ideale. Tipico ed esclusivo delle sole società iniziatiche, esso implica il totale ed assoluto distacco dal mondo profano, con i suoi tipici vizi e con le passioni che ne derivano. Quindi nel T. si è posti in una situazione interiore particolare, essendo soggetti alle energie interagenti nel Cosmo, nell’ambito della Legge del G.A.D.U. (v.). La comprensione e la padronanza di tale peculiare stato d’animo diventeranno vieppiù accessibili nel corso dell’analisi dei riferimenti e dei simboli presenti nel T., giunti fino a noi attraverso la stretta via della Tradizione Iniziatica, di cui l’Istituzione Muratoria rappresenta il filone occidentale più valido ed attivo. Il T. in sé è quindi un simbolo, sicuramente il più complesso tra tutti i moltissimi simboli muratori. Esso racchiude tutta una serie di significati operativi e sperimentali riferiti all’essere umano, e compresi nell’imperativo “Conosci Te stesso”, che la tradizione vuole leggibile all’esterno della porta d’ingresso, un monito eloquente dal significato simile al “dietro ai sensi vedi che la ragion non vale” dantesco. Secondo Freud il sogno decifrato spesso ci si rivela inconfessabile. Ma nell’inconscio non vi è solo l’infinito, ma anche il sublime. Per il Sebastiani, il T. massonico è la massima rappresentazione del simbolo magico del mondo esoterico, il dominio della via iniziatica, l’edificazione di uno smisurato ordine di vita superiore, oltre l’Universo, oltre l’infinito; il mondo dell’Ego e della coscienza umana, dell’Essere e del non Essere, quello che deve trovare il senso occulto velato dal senso, il vero senso spirituale della vita umana. Ogni particolare dell’arredo, ogni attrezzo ed ogni utensile ha in questo T. un suo significato simbolico; anche il ritmo dei colpi di Maglietto (v.) del Maestro Venerabile e dei due Sorveglianti, parla un suo proprio linguaggio spirituale. Gradualmente il Massone, un neonato sempre rinnovato, vi prosegue il suo cammino nell’Arte Reale, per raggiungere la Luce. Resta inconfutabile il fatto che nessuna Loggia, come nessun Ordine, ha la competenza e la possibilità di determinare il significato di un simbolo, particolarmente quello del G.A.D.U. e quello delle tre Grandi Luci (Squadra, Compasso e Libro Sacro o della Legge, v.). É solo individualmente che ogni massone ha il diritto, la competenza e la possibilità concreta di interpretare i simboli, determinandone il significato. Questa non è che la conseguenza della pratica della Tolleranza massonica, il che significa che ogni Fratello deve poter agire nella piena libertà della sua coscienza. Nella loro collocazione nel Silenzio del Settentrione, gli Apprendisti sono predisposti a percepire ed attivare il proprio “Sole di mezzanotte”, ovvero a conseguire la simbolica conquista interiore, anche solo sfiorandola, il che consentirà loro il passaggio all’altra Colonna. Illuminate le proprie Tenebre e conquistata la vera Libertà dai condizionamenti esteriori, il Fratello diventa Compagno d’Arte, collocandosi nella Colonna di Meridione. Ora, nella piena Luce del Sole allo Zenit, si riflette con l’operatività speculare negli altri Fratelli, negli altri uomini, di cui riconosce l’essenziale Uguaglianza. Le quattro posizioni solari agli equinozi, quando si equivalgono la durata del giorno e della notte, coincidono con le ore 6, 12, 18 e 24. É un fatto che riveste particolare importanza nell’indagine del significato profondo delle ore di apertura e di chiusura degli architettonici Lavori di Loggia. Inoltre al rappresentazione microcosmica del T. porta ad individuare equinozi e solstizi, seguendo il moto apparente del Sole, non più diurno ma annuo. Quindi ogni Fratello può seguire il corso annuale del Sole, con l’attraversamento dei 12 segni zodiacali (v. Zodiaco ed Astrologia), nell’alternarsi delle stagioni. Le 12 Colonne ricordano anche le 12 fatiche di Ercole (v.), corrispondenti ai 12 segni di cui l’Iniziato può e deve percorrere il senso reale e velato attraverso la sperimentazione su sé stesso, per divenire a sua volta un “Sole”, e lavorare veramente per wpe3A.jpg (5470 byte)il bene ed il progresso dell’Umanità. Le significanze dei quattro Elementi (Terra, Acqua, Aria e Fuoco, v.), i cui simboli sono evidenziati ripetutamente, sono riferite ai quattro tipi primordiali della manifestazione cosmica, nonché al ritmo ermetico delle manifestazioni naturali ed al ciclo biologico della vita umana. Le loro attribuzioni energetiche costituiscono il Quaternario, cioè la realtà manifesta, quindi sia l’Universo che l’uomo, che contengono tutte le potenzialità e le Leggi. Ciascun elemento conferisce la propria natura qualitativa a tre diversi segni zodiacali. Perciò l’energia di ognuno di essi si esprime attraverso una diversa modalità funzionale. A seconda della modalità espressa, detto in linguaggio astrologico, tali segni sono denominati come Cardinali, Fissi e Mutevoli, o mobili. I segni Cardinali esprimono l’essenzialità, ovvero la stretta conformità al principio informatore; i segni Fissi la stabilità, cioè la modalità realizzatrice o concretizzante, quindi un aspetto di mantenimento e di conservazione; i segni Mutevoli indicano la variabilità, la modalità trasformatrice che prepara il passignificante. una specifica modalità funzionale: quella essenziale (Cardinali), quella realizzatrice (Fissi) e quella realizzatrice (Mutevoli). Se ne possono trarre diverse analogie, espressioni del principio ermetico di dualità, di polarità positiva e negativa, opposte e complementari: Sole-Luna, Luce-tenebre, Bianco-Nero, Equinozio-Solstizio e Fuoco/Aria-Acqua/Terra. Sono contrapposizioni tutte risolvibili nel punto di equilibrio, al centro del T., in cui ogni Fratello si colloca. Nel T. sono infine evidenti i seguenti simboli: il pavimento a scacchi; i gradini; i cinque scranni dei Dignitari di loggia, con gli attrezzi operativi loro attribuiti (Squadra, Livella e Verticale) ed i tre Pilastri (Minerva, Venere ed Ercole); le tre Luci minori; il Testimone acceso; i tre candelabri dei tre primi Dignitari di Loggia; l’Ara od Altare; le tre Grandi Luci; la Menorah; il Quadro di Loggia; la Spada Fiammeggiante; gli attrezzi operativi (Regolo o Misura da 24 pollici, Cazzuola, Leva, Mazzuolo e Scalpello); la Pietra Grezza e quella Cubica; il Bastone del Maestro delle Cerimonie; la Spada e la Chiave del Copritore interno; la Stella Fiammeggiante o Pentalfa; il Delta luminoso; il Sole e la Luna; la scritta siglata all’Oriente A\ G\ D\ G\ A\ D\ U\ ; il Trinomio, di solito inciso sulla facciata dell’Ara (Libertà, Uguaglianza, Fraternità). Indagini particolareggiate su ogni simbolo elencato possono essere effettuate attraverso la consultazione di ciascuna singola voce. A livello speculativo va infine considerato che il T. è il luogo fisico in cui si svolgono i Lavori massonici. É consacrato dalla wpe3B.jpg (10672 byte)presenza rituale, dalla volontà concorde e dal Lavoro corale che lo trasformano in Loggia, cioè nell’unità Idea-Forza della Libera Muratoria universale, identificandosi così con l’intera comunione dell’istituzione massonica. La Loggia è l’uomo, e l’uomo è la Loggia. Può diventare Officina, cioè Laboratorio, Athanor alchemico, palestra di opinioni liberamente espresse, quindi fucina di idee e di Uomini, vincolati dalla memoria degli ideali e della Tradizione, proiettati nel presente e costruttori del futuro, al di là del mutevole e del contingente. La parola T. implica sacralità. Un T. può essere situato al di fuori di noi o anche trovare posto nella nostra interiorità, ma il presupposto della sacralità rimane invariato. Si deve però comprendere che il T., dal punto di vista esoterico, non rappresenta un punto di arrivo stabile che una volta raggiunto permane in noi. Esso deve essere continuamente da noi riproposto alla vita. In questo senso rappresenta un progetto. Come per l’Officina, non esistono confini netti fra T. interiore e quello esteriore. Siamo noi che facciamo la differenza, guardando dentro e guardando fuori. Si tratta sempre e comunque del T. della vita.

Tempio coperto: Espressione massonica usata dal Fratello Copritore Interno nel corso del rituale di apertura dei Lavori, per segnalare al Secondo Sorvegliante che nelle immediate vicinanze del Tempio non vi sono profani (v.). Tale condizione di sicurezza viene successivamente notificata al Primo Sorvegliante, e da questi al Maestro Venerabile, che provvede infine alla verifica della sicurezza interna (v. Copertura).

Tempio del popolo: Setta religiosa fondata da Jim Jones e fiorita negli Stati Uniti nel 1970, perseguitata dalle autorità per le sue manifestazioni di fanatismo, e perciò trasferitasi nella Guyana. Qui fondarono una cittadina che, nelle intenzioni dei seguaci, avrebbe dovuto assumere l’aspetto di un Paradiso terrestre. L’ascendenza del suo capo era tanto forte che, allorché questi ordinò il suicidio generale, novecento persone tra uomini, donne e bambini si tolsero la vita bevendo da un grosso recipiente una bevanda a base di cianuro.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

PASSAGGIO DI MILLENNIO 1999-2000

Passaggio di millennio 1999-2000

Ogni giorno che più ci avvicina alla fine di questo millennio, sembra accrescerci la frenesia di elencare tutte le cose che non riusciamo più a sopportare e le richieste di cambiamenti radicali su molti aspetti della nostra vita.

Non è certamente nostra intenzione metterci a passare in rassegna questi problemi, molti dei quali, in verità, non sono davvero nuovi, essendo stati sempre lungamente rinviati per la loro difficoltà intrinseca. Infatti la maggior parte di essi, e particolarmente quelli che richiedono un maggior senso di responsabilità, sono a carattere “universale” e per essi occorrerebbe un soggetto; quel soggetto che, nonostante il trascorrere dei millenni, non è riuscito ancora a prendere coscienza di sé: cioè l’umanità.

Siamo troppo impreparati non solo per affrontarli a breve scadenza, ma anche per renderci conto delle loro priorità e consistenza. Inevitabilmente dovremo lasciare questo duro compito alle generazioni del nuovo millennio. Infatti il processo evolutivo della conoscenza antropologica, che pure c’è stato, è stato largamente sorpassato da quello sulla conoscenza delle cose per cui questo tempo che sta tra l’ieri e l’oggi, tra un millennio e l’altro, tra ciò che può essere già considerato tenebra e la possibile luce, tempo dell’equilibrio instabile tra la stagnazione nella necessità e la morte generatrice di una nuova vita nella libertà, è sempre più in perfetta analogia con la lenta ciclicità di ogni anno solare e con i suoi significati sapienziali piuttosto che con la ricorrenza dell’Evento sacro che ha dato il via all’attuale calendario gregoriano.

Di conseguenza il fine millennio viene a coincidere in modo singolare con questo solstizio d’inverno che stiamo vivendo in questi giorni, per cui, una volta tanto, ci sembra che queste ricorrenze, tradizionalmente festive, abbiano quest’anno il sapore di una cruda presa di coscienza dell’uomo più che di una festività natalizia. E la stessa apertura giubilare delle porte di S. Pietro non è parsa mai così decifrabile, come dovrebbe essere, in un più sincero abbattimento simbolico delle colonne del Tempio; come dire: Uomo, distruggi il tempio di ingiustizie che hai costruito sinora! Inizia una nuova vita! Intraprendi un nuovo cammino! Dopo duemila anni tocca a te agire! Da solo!

Data questa singolare analogia, non è forse inopportuno ricordare come da sempre, nei nostri Templi massonici durante la celebrazione del solstizio invernale si è soliti citare il nostro Fratello Goethe e le sua esortazione idealista “muori e divieni !” come formula la più pura di una tradizione che non manca mai di ricollegare l’uomo al passato ed all’avvenire nello sfondo della natura e del suo regno dai fini inesorabili. “Essa [la tradizione] è la catena di cui ogni uomo è un anello; catena di cui i liberi muratori devono rendere gli anelli più solidi”

Ed in effetti, mentre i manuali per i giovani manager gridano il loro modello-manifesto- capitalista(1) per la creazione ed il commercio di sempre nuovi prodotti e servizi:

“Crea come Dio!, Comanda come un re! Lavora come uno schiavo!”,

abbiamo osservato con piacere che le opere dell’altro nostro grande Fratello G.B.Fichte ed in generale di tutto l’Idealismo europeo di fine ‘700, compaiono con sempre maggior frequenza negli scaffali delle librerie, manifestando una crescente presa di coscienza dell’eterno ritorno di Nietzsche.

Inoltre, nell’occasione, il più famoso quotidiano economico d’Europa, Il Sole-24ORE, dedica un numero intero dei suoi famosi inserti culturali al tema: “Duemila- Dio tra fede e ragione” e la Chiesa di Roma sembra seriamente impegnata in un’opera di revisione storica dei testi evangelici. Come dire che l’attenzione dell’uomo sembra spostarsi sempre più sul dialogo diretto tra sé stesso e quel Dio che è unico per tutte le religioni, mentre i dogmatismi che gravano sulle interpretazioni storiche delle singole rivelazioni stanno perdendo la loro capacità di attrazione fideistica. Il bisogno di Dio sembra permanere, ma è un bisogno che si stacca sempre più dai riflessi delle cose per risolversi nella propria identità. Magari con l’aiuto delle varie liturgie che vivificano la preziosa molteplicità delle tradizioni culturali.

L’antropologia dell’uomo va maturando (ma sarebbe più giusto dire riacquistando) il suo significato originale: quando Fichte, con la sua “Dottrina della Scienza” pose le fondamenta della scienza moderna affermando(2):

Osserva te stesso – distogli lo sguardo da tutto quanto ti circonda e rivolgilo nel tuo intimo: questa è la prima cosa che la filosofia esige da chi prende a coltivarla. Non è di qualcosa che sia fuori di te che si tratta, ma unicamente di te stesso

non intendeva certamente fare un’affermazione solipsista di un uomo padrone assoluto dell’universo, che può volgere a suo vantaggio esclusivo i valori che sono insiti nelle “cose”, ma piuttosto mettere ordine sia nelle rappresentazioni che gli pervenivano dall’esterno distinguendole tra dogmi e razionalità costruita sulla sensibilità del reale, come nel rivendicare la necessaria autonomia del processo critico della intelligenza che sforzandosi di cogliere, piuttosto che il semplice ed immediato reale, i motivi della sua essenza, alimenta il processo sintetico di costruzione del proprio pensiero, ovverosia del proprio sistema ideale che determinerà il suo agire.

Quindi l’uomo solipsista, è l’uomo che vive delle cose, vede solo le cose, è padrone delle cose e migliorerà la sua vita solo se migliora le cose. L’alternativa fichtiana, che è poi parallela al modello massonico, è l’uomo integrale con tutta la complessità ideale connessa con le sue relazioni con l’Altro, con la Natura e con il suo possibile Creatore. Sono tutti problemi che egli vive dentro di sé, nella propria interiorità, nella propria coscienza, dove risiede anche tutto il patrimonio ancestrale, autentico ed originale della propria natura.

Solo se il suo intelletto conserverà laicamente l’unità di questo molteplice egli potrà continuare a far parte della Natura secondo le funzioni che gli sono naturalmente proprie. Ed in essa l’uomo sarà libero e la Giustizia avrà un fondamento.

Se così non fosse, cioè se gli accadrà di rompere il legame originale con il mondo della Natura, sono convinto che l’uomo, come tale, sarà perduto. Sarà un’altra cosa. Diventerà forse un’automa….

E’ questa ovviamente, una visione personale, ermeneuticamente massonica e quindi pregiudizionalmente da rifiutare per il mondo profano. Ma purtroppo nemmeno la stessa pura scienza, nonostante le attuali illusioni, può rassicurarci sul contrario, come non può né affermare l’esistenza di un purché minimo sistema filosofico che ci conforti per un immediato futuro, né dirci nulla sull’interpretazione dei fini di quella libertà che tutti invocano inutilmente, ma che poi rifiutano di riconoscere in ciò che è già insito nella nostra natura di uomini alle soglie del duemila.

A.Castelli

Solstizio d’inverno 1999 E.V.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

SPACCIO DE LA BESTIA TRIONFANTE

        SPACCIO DE LA BESTIA TRIONFANTE

Giordano Bruno

 Epistola esplicatoria              

 Proposto da Giove, effettuato dal Conseglio, revelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da

Saulino, registrato

dal Nolano;

DIVISO IN TRE DIALOGI, SUBDIVISI IN TRE PARTI

CONSECRATO AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO

sig. FILIPPO SIDNEO

STAMPATO IN PARIGI

M.D.LXXXIIIII (1585)

 Epistola

 Dialogo Primo

 Dialogo secondo

 Dialogo terzo

EPISTOLA ESPLICATORIA SCRITTA AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO SIGNOR FILIPPO SIDNEO DAL NOLANO

Cieco chi non vede il sole, stolto chi nol conosce, ingrato chi nol ringrazia; se tanto è il lume, tanto il bene, tanto il beneficio; per cui risplende, per cui eccelle, per cui giova; maestro de sensi, padre di sustanze, autor di vita. Or non so qual mi sarei, eccellente Signore, se io non stimasse il vostro ingegno, non onorasse gli vostri costumi, non celebrasse gli vostri meriti; con gli quali vi siete scuoperto a me nel primo principio ch’io giunsi a l’isola Britannica, per quanto v’ha conceduto il tempo; vi manifestate a molti, per quanto l’occasione vi presenta; e remirate a tutti, per quanto vi mostra la vostra natural inclinazione veramente eroica. Lasciando, dunque, il pensier dei tutti ai tutti, ed il dover de’ molti a’ molti, non permetta il fato, che io, per quel tanto che spetta al mio particolare, come tal volta mi son mostrato sensitivo verso le moleste ed importune discortesie d’alcuni; cossì avanti gli occhi de l’eternità vegna a lasciar nota d’ingratitudine, voltando le spalli a la vostra bella, fortunata e cortesissima patria, prima ch’al meno con segno di riconoscenza non vi salutasse, gionto al generosissimo e gentilissimo spirito del signor Folco Grivello. Il quale, come con lacci di stretta e lunga amicizia, con cui siete allevati, nodriti e cresciuti insieme, vi sta congionto: cossì nelle molte e degne, esterne ed interne perfezioni v’assomiglia; ed al mio riguardo fu egli quel secondo, che, appresso gli vostri primi, gli secondi offici mi propose ed offerse: quali io arrei accettati, e lui certo arrebe effettuati, se tra noi non avesse sparso il suo arsenito de vili, maligni ed ignobili interessati l’invidiosa Erinni.

Sì che, serbando a lui qualch’altra materia, ecco a voi presento questo numero de dialogi, li quali certamente saranno cossì buoni o tristi, preggiati o indegni, eccellenti o vili, dotti o ignoranti, alti o bassi, profittevoli o disutili, fertili o sterili, gravi o dissoluti, religiosi o profani, come di quei, nelle mani de quali potran venire, altri son de l’una, altri de l’altra contraria maniera. E perché il numero de stolti e perversi è incomparabilmente più grande che de sapienti e giusti, aviene che, se voglio remirare alla gloria o altri frutti che parturisce la moltitudine de voci, tanto manca ch’io debba sperar lieto successo del mio studio e lavoro, che più tosto ho da aspettar materia de discontentezza, e da stimar molto meglior il silenzio ch’il parlare. Ma, se fo conto de l’occhio de l’eterna veritade, a cui le cose son tanto più preciose ed illustri, quanto talvolta non solo son da più pochi conosciute, cercate e possedute, ma, ed oltre, tenute a vile, biasimate, perseguitate; accade ch’io tanto più mi forze a fendere il corso de l’impetuoso torrente, quanto gli veggio maggior vigore aggionto dal turbido, profondo e clivoso varco.

Cossì dunque lasciaremo la moltitudine ridersi, scherzare, burlare e vagheggiarsi su la superficie de mimici, comici ed istrionici Sileni, sotto gli quali sta ricoperto, ascoso e sicuro il tesoro della bontade e veritade, come, per il contrario, si trovano più che molti, che sotto il severo ciglio, volto sommesso, prolissa barba e toga maestrale e grave, studiosamente a danno universale conchiudeno l’ignoranza non men vile che boriosa, e non manco perniciosa che celebrata ribaldaria.

Qua molti, che per sua bontà e dottrina non possono vendersi per dotti e buoni, facilmente potranno farse innanzi, mostrando quanto noi siamo ignoranti e viziosi. Ma sa Dio, conosce la verità infallibile che, come tal sorte d’uomini son stolti, perversi e scelerati, cossì io in miei pensieri, paroli e gesti non so, non ho, non pretendo altro, che sincerità, simplicità, verità. Talmente sarà giudicato dove l’opre ed effetti eroici non saran creduti frutti de nessun valore e vani; dove non è giudicata somma sapienza il credere senza discrezione; dove si distingueno le imposture de gli uomini da gli consegli divini; dove non è giudicato atto di religione e pietà sopraumana il pervertere la legge naturale; dove la studiosa contemplazione non è pazzia; dove ne l’avara possessione non consiste l’onore, in atti di gola la splendidezza, nella moltitudine de servi, qualunque sieno, la riputazione, nel meglio vestire la dignità, nel più avere la grandezza, nelle maraviglie la verità, nella malizia la prudenza, nel tradimento l’accortezza, ne la decepzione la prudenza, nel fengere il saper vivere, nel furore la fortezza, ne la forza la legge, ne la tirannia la giustizia, ne la violenza il giudicio; e cossì si va discorrendo per tutto. Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre quel ch’ella mostra aperto; chiama il pane, pane; il vino, vino; il capo, capo; il piede, piede; ed altre parti, di proprio nome; dice il mangiare, mangiare; il dormire, dormire; il bere, bere; e cossì gli altri atti naturali significa con proprio titolo. Ha gli miracoli per miracoli, le prodezze e maraviglie per prodezze e maraviglie, la verità per verità, la dottrina per dottrina, la bontà e virtù per bontà e virtù, le imposture per imposture, gl’inganni per inganni, il coltello e fuoco per coltello e fuoco, le paroli e sogni per paroli e sogni, la pace per pace, l’amore per amore. Stima gli filosofi per filosofi, gli pedanti per pedanti, gli monachi per monachi, li ministri per ministri, li predicanti per predicanti, le sanguisughe per sanguisughe, gli disutili, montainbanco, ciarlatani, bagattellieri, barattoni, istrioni, papagalli per quel che si dicono, mostrano e sono; ha gli operarii, benefici, sapienti ed eroi per questo medesimo. Orsù, orsù! questo, come cittadino e domestico del mondo, figlio del padre Sole e de la Terra madre, perché ama troppo il mondo, veggiamo come debba essere odiato, biasimato, perseguitato e spinto da quello. Ma in questo mentre non stia ocioso, né.mal occupato su l’aspettar de la sua morte, della sua transmigrazione, del suo cangiamento.

Oggi presente al Sidneo gli numerati ed ordinati semi della sua moral filosofia, non perché come cosa nuova le mire, le conosca, le intenda; ma perché le essamine, considere e giudichi; accettando tutto quel che si deve accettare, iscusando tutto quel che si deve iscusare, e defendendo tutto quel che si deve defendere contra le rughe e supercilio d’ipocriti, il dente e naso de scìoli, la lima e sibilo de pedanti; avertendo gli primi, che lo stimino certo di quella religione la quale comincia, cresce e si mantiene con suscitar morti, sanar infermi e donar del suo; e non può essere affetto, dove si rapisce quel d’altro, si stroppiano i sani ed uccidono gli vivi; consegliando a gli secondi, che si convertano a l’intelletto agente e sole intellettuale, pregandolo che porga lume a chi non n’ha; facendo intendere a gli terzi, che a noi non conviene l’essere, quali essi sono, schiavi de certe e determinate voci e paroli; ma, per grazia de dei, ne è lecito, e siamo in libertà di far quelle servire a noi, prendendole ed accomodandole a nostro commodo e piacere. Cossì non ne siano molesti gli primi con la perversa conscienza, gli secondi con il cieco vedere, gli terzi con la mal impiegata sollecitudine, se non vogliono esser arguiti gli primi de stoltizia, invidia e malignitade; ripresi gli secondi d’ignoranza, presunzione e temeritade; notati gli terzi de viltà, leggerezza e vanitade: per non esserse gli primi astenuti dalla rigida censura de nostri giudicii, gli secondi da proterva calunnia de nostri sentimenti, gli terzi dal sciocco crivellar de nostre paroli.

Or, per venire a far intendere, a chiunque vuole e puote, la mia intenzione ne gli presenti discorsi, io protesto e certificó che, per quanto appartiene a me, approvo quello che comunmente da tutti savii e buoni è stimato degno di essere approvato, e riprovo con gli medesimi il contrario. E però priego e scongiuro tutti, che non sia qualcuno di animo tanto enorme e spirito tanto maligno, che voglia definire, donando ad intendere a sé e ad altri, che ciò che sta scritto in questo volume, sia detto da me come assertivamente; né creda (se vuol credere il vero) che io, o per sé o per accidente, voglia in punto alcuno prender mira contra la verità, e balestrar contra l’onesto, utile e naturale, e, per conseguenza, divino; ma tegna per fermo che con tutto il mio sforzo attendo al contrario; e se tal volta aviene ch’egli non possa esser capace di questo, non si determine; ma reste in dubio sin tanto che non vegna risoluto dopo penetrato entro la midolla del senso. Considere appresso che questi son dialogi, dove sono interlocutori gli quali fanno la lor voce e da quali son raportati gli discorsi de molti e molti altri, che parimente abondano nel proprio senso, raggionando con quel fervore e zelo che massime può essere ed è appropriato a essi. Per tanto non sia chi pense altrimente, eccetto che questi tre dialogi son stati messi e distesi sol per materia e suggetto d’un artificio futuro; perché, essendo io in intenzione di trattar la moral filosofia secondo il lume interno che in me ave irradiato ed irradia il divino sole intellettuale, mi par espediente prima di preponere certi preludii a similitudine de musici; imbozzar certi occolti e confusi delineamenti ed ombre, come gli pittori; ordire e distendere certa fila, come le tessetrici; e gittar certi bassi, profondi e ciechi fondamenti, come gli grandi edificatori: il che non mi parea più convenientemente poter effettuarsi, se non con ponere in numero e certo ordine tutte le prime forme de la moralità, che sono le virtudi e vizii capitali, nel modo che vedrete al presente introdutto un repentito Giove, ch’avea colmo di tante bestie, come di tanti vizii, il cielo, secondo la forma di quarant’otto famose imagini; ed ora consultar di bandir quelli dal cielo, da la gloria e luogo d’esaltazione, destinandogli per il più certe regioni in terra, ed in quelle medesime stanze facendo succedere le già tanto tempo bandite e tanto indegnamente disperse virtudi. Or, mentre ciò si mette in esecuzione, se vedete vituperar cose che vi paiono indegne di vitupèro, spreggiate cose degne di stima, inalzate cose meritevoli di biasimo; e per il contrario; abbiate tutto per detto (anco da quei che possono nel suo grado dirlo) indefinitamente, come messo in difficultade, posto in campo, cacciato in teatro, che aspetta di essere essaminato, discusso e messo al paragone, quando si consertarà la musica, si figurarà la imagine, s’intesserà la tela, s’inalzarà il tetto. In questo mentre Sofia presenta Sofia, Saulino fa il Saulino, Giove il Giove; Momo, Giunone, Venere ed altri Greci o Egizii, dissoluti o gravi, quel che essi e qual essi sono, e puote appropriarsi alla condizion e natura che possono presentare. Se vedete seriosi e giocosi propositi, pensate che tutti sono equalmente degni d’essere con non ordinarii occhiali remirati. In conclusione, non abbiate altro per definito che l’ordine ed il numero de soggetti della considerazion morale, insieme con gli fondamenti di tal filosofia, la qual tutta intieramente vedrete figurata in essi. Del resto, in questo mezzo ognuno prenda gli frutti che può, secondo la capacità del proprio vase; perché non è cosa sì ria che non si converta in profitto ed utile de buoni; e non è cosa tanto buona e degna che non possa esser caggione e materia di scandalo a’ ribaldi. Qua, dunque, avendo tutto l’altro (onde non si può raccôrre degno frutto di dottrina) per cosa dubia, suspetta ed impendente, prendasi per final nostro intento l’ordine, l’intavolatura, la disposizione, l’indice del metodo, l’arbore, il teatro e campo de le virtudi e vizii; dove appresso s’ha da discorrere, inquirere, informarsi, addirizzarsi, distendersi, rimenarsi ed accamparsi con altre considerazioni; quando, determinando del tutto secondo il nostro lume e propria intenzione, ne esplicaremo in altri ed altri particulari dialogi, ne li quali l’universal architettura di cotal filosofia verrà pienamente compita, e dove raggionaremo più per modo definitivo.

 Abbiamo, dunque, qua un Giove, non preso per troppo leggitimo e buon vicario o luogotenente del primo principio e causa universale; ma ben tolto qual cosa variabile, suggetta al fato della mutazione. Però, conoscendo egli che in tutto uno infinito ente e sustanza sono le nature particolari infinite ed innumerabili (de quali egli è un individuo), che, come in sustanza, essenza e natura sono uno, cossì per raggion del numero che subintrano, incorreno innumerabili vicissitudini e specie di moto e mutazione; ciascuna, dunque, di esse, e particularmente Giove, si trova esser tale individuo, sotto tal composizione, con tali accidenti e circonstanze, posto in numero per differenze che nascono da le contrarietadi, le quali tutte si riducono ad una originale e prima, che è primo principio de tutte l’altre, che sono efficienti prossimi d’ogni cangiamento e vicissitudine: per cui, come da quel che prima non era Giove, appresso fu fatto Giove, cossì, da quel ch’al presente è Giove, al fine sarà altro che Giove. Conosce che dell’eterna sustanza corporea (la quale non è denichilabile né adnichilabile, ma rarefabile, inspessabile, formabile, ordinabile, figurabile) la composizione si dissolve, si cangia la complessione, si muta la figura, si altera l’essere, si varia la fortuna; rimanendo sempre quel che sono in sustanza gli elementi; e quell’istesso, che fu sempre, perseverando l’uno principio materiale, che è vera sustanza de le cose, eterna, ingenerabile, incorrottibile. Conosce bene, che dell’eterna sustanza incorporea niente si cangia, si forma o si difforma; ma sempre rimane pur quella che non può essere suggetto de dissoluzione, come non è possibil che sia suggetto di composizione; e però né per sé né per accidente alcuno può esser detta morire; perché morte non è altro che divorzio de parti congionte nel composto; dove, rimanendo tutto l’essere sustanziale (il quale non può perdersi) di ciascuna, cessa quell’accidente d’amicizia, d’accordo, di complessione, unione ed ordine. Sa che la sustanza spirituale, bench’abbia familiarità con gli corpi, non si deve stimar che propriamente vegna in composizione o mistione con quelli: perché questo conviene a corpo con corpo, a parte di materia complessionata d’un modo con parte di materia complessionata d’un’altra maniera; ma è una cosa, un principio efficiente ed informativo da dentro, dal quale, per il quale e circa il quale si fa la composizione; ed è a punto come il nocchiero a la nave, il padre di fameglia in casa ed uno artefice non esterno, ma che da entro fabrica, contempra e conserva l’edificio; ed in esso è l’efficacia di tener uniti gli contrarii elementi, contemperar insieme, come in certa armonia, le discordante qualitadi, a far e mantenir la composizione d’uno animale. Esso intorce il subbio, ordisce la tela, intesse le fila, modera le tempre, pone gli ordini, digerisce e distribuisce gli spiriti, infibra le carni, stende le cartilagini, salda l’ossa, ramifica gli nervi, incava le arterie, infeconda le vene, fomenta il core, inspira gli polmoni, soccorre a tutto, di dentro, con il vital calore ed umido radicale, onde tale ipostasi consista, e tal volto, figura e faccia appaia di fuori. Cossì si forma la stanza in tutte le cose dette animate, dal centro del core, o cosa proporzionale a quello, esplicando e figurando le membra, e quelle esplicate e figurate conservando. Cossì, necessitato dal principio della dissoluzione, abandonando la sua architettura, caggiona la ruina de l’edificio, dissolvendo li contrarii elementi, rompendo la lega, togliendo la ipostatica composizione, per non posser eternamente con medesimi temperamenti, perpetuando medesime fila, e conservando quegli ordini istessi, annidarsi in uno medesimo composto: però da le parti esterne e membra facendo la ritretta al core, e quasi riaccogliendo gl’insensibili stormenti ed ordegni, mostra apertamente, che per la medesima porta esce, per cui gli convenne una volta entrare. Sa Giove che non è verisimile né possibile che, se la materia corporale, la quale è componibile, divisibile, maneggiabile, contrattabile, formabile, mobile e consistente sotto il domìno, imperio e virtù de l’anima, non è adnichilabile, non è in punto o atomo adnullabile, per il contrario, la natura più eccellente, che impera, governa, presiede, muove, vivifica, invegeta, insensua, mantiene e contiene, sia di condizion peggiore: sia, dico (come vogliono certi stolti sotto nome de filosofi) un atto, che resulta da l’armonia, simmetria, complessione, ed in fine un accidente che per la dissoluzione del composto vada in nulla insieme con la composizione; più tosto che principio e causa intrinseca di armonia, complessione e simmetria che da esso deriva; il quale non meno può sussistere senza il corpo che il corpo —che è da lui mosso, governato, e per sua presenza unito, e per sua absenza disperso — può essere senza lui. Questo principio, dunque, stima Giove esser quella sustanza che è veramente l’uomo, e non accidente che deriva dalla composizione. Questo è il nume, l’eroe, il demonio, il dio particolare, l’intelligenza; in cui, da cui e per cui, come vegnon formate e si formano diverse complessioni e corpi, cossì viene a subintrare diverso essere in specie, diversi nomi, diverse forme. Questo, per esser quello che, quanto a gli atti razionali ed appetiti, secondo la raggione muove e governa il corpo, è superiore a quello, e non può essere da lui necessitato e constretto; aviene per l’alta giustizia che soprasiede alle cose tutte, che per gli disordinati affetti vegna nel medesimo o in altro corpo tormentato ed ignobilito, e non debba aspettar il governo ed administrazione di meglior stanza, quando si sarà mal guidato nel regimento d’un’altra. Per aver, dunque, ivi menata vita, per essempio, cavallina o porcina, verrà (come molti filosofi più eccellenti hanno inteso; ed io stimo, che se non è da esser creduto, è molto da esser considerato) disposto dalla fatal giustizia, che gli sia intessuto in circa un carcere conveniente a tal delitto o crime, organi ed instrumenti convenevoli a tale operario o artefice. E cossì, oltre ed oltre sempre discorrendo per il fato della mutazione, eterno verrà incorrendo altre ed altre peggiori e megliori specie di vita e di fortuna, secondo che s’è maneggiato megliore— o peggiormente nella prossima precedente condizione e sorte. Come veggiamo che l’uomo, mutando ingegno e cangiando affetto, da buono dovien rio, da temprato stemprato; e per il contrario, da quel che sembrava una bestia, viene a sembrare un’altra peggiore o megliore, in virtù de certi delineamenti e figurazioni, che, derivando da l’interno spirito, appaiono nel corpo; di sorte che non fallaran mai un prudente fisionomista. Però, come nell’umana specie veggiamo de molti in viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini, buovini; cossì è da credere che in essi sia un principio vitale, per cui, in potenza di prossima passata o di prossima futura mutazion di corpo, sono stati o sono per esser porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano; se per abito di continenza, de studii, di contemplazione ed altre virtudi o vizii non si cangiano e non si disponeno altrimente. Da questa sentenza (da noi, più che par comporte la raggion del presente loco, non senza gran causa distesa) pende l’atto de la penitenza di Giove, il qual s’introduce come volgarmente è descritto: un dio che ebbe de le virtudi e gentilezze, ed ebbe de le dissoluzioni, leggerezze e fragilitadi umane, e talvolta brutali e bestiali; come è figurato, quando è fama, che si cangiasse in que’ varii suggetti o forme, per significar la mutazion de gli affetti suoi diversi che incorre il Giove, l’anima, l’uomo, trovandosi in questa fluttuante materia. Quel medesimo è messo governatore e motor del cielo, per donar ad intendere, come in ogni uomo, in ciascuno individuo si contempla un mondo, un universo; dove per Giove governatore è significato il lume intellettuale che dispensa e governa in esso, e distribuisce in quel mirabile architetto gli ordini e sedie de virtudi e vizii.

 Questo mondo, tolto secondo l’imaginazion de stolti matematici, ed accettato da non più saggi fisici, tra quali gli Peripatetici son più vani, non senza frutto presente: prima diviso come in tante sfere, e poi distinto in circa quarant’otto imagini (nelle quali intendeno primamente partito un cielo ottavo, stellifero, detto da’ volgari firmamento), viene ad essere principio e suggetto del nostro lavoro. Perché qua Giove (che rapresenta ciascun di noi), come da conceputo nacque, da fanciullo dovenne giovane e robusto, e da tale è dovenuto e dovien sempre più e più vecchio ed infermo: cossì da innocente ed inabile si fa nocivo ed abile, dovien tristo, e talor si fa buono; da ignorante savio, da crapulone sobrio, da incontinente casto, da dissoluto grave, da iniquo giusto; al che tal volta vien inchinato da la forza che gli vien meno, e spinto e spronato dal timor della giustizia fatale, superiore a’ dei, che ne minaccia. Nel giorno dunque, che nel cielo si celebra la festa de la Gigantoteomachia (segno de la guerra continua e senza triegua alcuna, che fa l’anima contra gli vizii e disordinati affetti), vuole effettuar e definir questo padre quello che per qualche spacio di tempo avanti avea proposto e determinato; come un uomo, per mutar proposito di vita e costumi, prima vien invitato da certo lume che siede nella specola, gaggia o poppa de la nostra anima, che da alcuni è detto sinderesi e qua forse è significato quasi sempre per Momo. Propone, dunque, a gli dei, cioè essercita l’atto del raziocinio de l’interno conseglio, e si mette in consultazion circa quel ch’è da fare; e qua convoca i voti, arma le potenze, adatta gl’intenti; non dopo cena, e ne la notte de l’inconsiderazione, e senza sole d’intelligenza e lume di raggione; non a diggiuno stomaco, la mattina, cioè senza fervor di spirito, ed esser bene iscaldato dal superno ardore; ma dopo pranso, cioè dopo aver gustato ambrosia di virtuoso zelo ed esser imbibito del nettare del divino amore; circa il mezogiorno, o nel punto di quello, cioè, quando meno ne oltraggia nemico errore, e più ne favorisce l’amica veritade, in termine di più lucido intervallo. Allora si dà spaccio a la bestia trionfante, cioè a gli vizii che predominano e sogliono conculcar la parte divina; si ripurga l’animo da errori, e viene a farsi ornato de virtudi; e per amor della bellezza che si vede nella bontà e giustizia naturale, e per desio de la voluttà consequente da frutti di quella, e per odio e tema de la contraria difformitade e dispiacere.

 Questo s’intende accettato ed accordato da tutti e in tutti gli dei, quando le virtudi e potenze de l’anima concorreranno a faurir l’opra ed atto di quel tanto che per giusto, buono e vero definisce quello efficiente lume; ch’addirizza il senso, l’intelletto, il discorso, la memoria, l’amore, la concupiscibile, l’irascibile, la sinderesi, l’elezione: facultadi significate per Mercurio, Pallade, Diana, Cupido, Venere, Marte, Momo, Giove ed altri numi.

Dove dunque era l’Orsa, per raggion del luogo, per esser parte più eminente del cielo, si prepone la Verità; la quale è più alta e degna de tutte cose, anzi la prima, ultima e mezza; perché ella empie il campo de l’Entità, Necessità, Bontà, Principio, Mezzo, Fine, Perfezione: si concepe ne gli campi contemplativi metafisico, fisico, morale, logicale. E con l’Orsa descendeno la Difformità, Falsità, Difetto, Impossibilità, Contingenzia, Ipocrisia, Impostura, Fellonia. — La stanza de l’Orsa maggiore, per causa da non dirla in questo luogo, rimane vacante. — Dove s’obliqua ed incurva il Drago, per esser vicina alla Verità, si loca la Prudenza con le sue damigelle, Dialettica e Metafisica, che ha circonstanti da la destra la Callidità, Versuzia, Malizia, da la sinistra la Stupidità, l’Inerzia, l’Imprudenzia. Versa nel campo della Consultazione. Da quel luogo casca la Casualità, l’Improvisione, la Sorte, la Stracuragine, con le sinistre e destre circonstanti. Da là, dove solo scrimisce Cefeo, cade il Sofisma, l’Ignoranza di prava disposizione, la Stolta Fede con le serve, ministre e circonstanti; e la Sofia, per esser compagna de la Prudenza, vi si presenta, e si vedrà versar negli campi divino, naturale, morale, razionale. — Là dove Artofilace osserva il carro, monta la Legge, per farsi vicina alla madre Sofia; e quella vedrassi versare ne li campi divino, naturale, gentile, civile, politico, economico ed etico particolare, per gli quali s’ascende a cose superiori, si descende a cose inferiori, si distende ed allarga a cose uguali e si versa in se stesso. Da là cade la Prevaricazione, Delitto, Eccesso, Exorbitanza con li loro figli, ministri e compagni. Ove luce la Corona boreale, accompagnandola la Spada, s’intende il Giudizio, come prossimo effetto de la legge ed atto di giustizia. Questo sarà veduto versare in cinque campi di Apprensione, Discussione, Determinazione. Imposizione, Execuzione; ed indi, per conseguenza, cade l’Iniquitade con tutta la sua fameglia. Per la corona, che tiene la quieta sinistra, si figura il Premio e Mercede; per la spada, che vibra la negociosa destra, è figurato il Castigo e Vendetta. — Dove con la sua mazza par che si faccia spacio Alcide, dopo il dibatto de la Ricchezza, Povertade, Avarizia e Fortuna, con le lor presentate corti, va a far la sua residenza la Fortezza, la qual vedrete versar negli campi de l’Impugnazione, Ripugnanza, Espugnazione, Mantenimento, Offensione, Defensione; dalla cui destra cascano la Ferinità, la Furia, la Fierezza; e dalla sinistra la Fiacchezza, Debilità, Pusillanimità; e circa la quale si veggono la Temeritade, Audacia, Presunzione, Insolenza, Confidenza, ed a l’incontro la Viltà, Trepidazione, Dubio, Desperazione con le compagne e serve. Versa quasi per tutti gli campi. — Dove si vede la Lira di nove corde, monta la madre Musa con le nove figlie, Aritmetrica, Geometria, Musica, Logica, Poesia, Astrologia, Fisica, Metafisica, Etica; onde, per conseguenza, casca l’Ignoranza, Inerzia e Bestialitade. Le madri han l’universo per campo, e ciascuna de le figlie ha il proprio suggetto. — Dove distende l’ali il Cigno, ascende la Penitenza, Ripurgazione, Palinodia, Riformazione, Lavamento; ed indi, per conseguenza, cade la Filautia, Immondizia, Sordidezza, Impudenzia, Protervia con le loro intiere fameglie. Versano circa e per il campo de l’Errore e Fallo. — Onde è dismessa l’incatedrata Cassiopea con la Boriosità, Alterezza, Arroganza, Iattanza ed altre compagne che si vedeno nel campo de l’Ambizione e Falsitade; monta la regolata Maestà, Gloria, Decoro, Dignità, Onore ed altri compagni con la lor corte, che per ordinario versano ne li campi della Simplicità, Verità ed altri simili per principale elezione; e talvolta per forza di Necessitade in quello de la Dissimulazione ed altri simili, che per accidente possono esser ricetto de virtudi. — Ove il feroce Perseo mostra il gorgonio trofeo, monta la Fatica, Sollecitudine, Studio, Fervore, Vigilanza, Negocio, Essercizio, Occupazione, con gli sproni del zelo e del timore. Ha Perseo gli talari de l’util Pensiero e Dispreggio del ben popolare, con gli ministri Perseveranza, Ingegno, Industria, Arte, Inquisizione e Diligenza; e per figli conosce l’Invenzione ed Acquisizione, de quali ciascuno ha tre vasi pieni di Bene di fortuna, di Ben di corpo, di Bene d’animo. Discorre ne gli campi di Robustezza, Forza, Incolumità; gli fuggono d’avanti il Torpore, l’Accidia, l’Ocio, l’Inerzia, la Desidia, la Poltronaria, con tutte le lor fameglie da un canto; e da l’altro l’Inquietitudine, Occupazion stolta, Vacantaria, Ardelia, Curiositade, Travaglio, Perturbazione, che esceno dal campo de l’Irritamento, Instigazione, Constrettura, Provocazione ed altri ministri che edificano il palaggio del Pentimento. — A la stanza de Triptolemo monta la umanità con la sua fameglia: Conseglio, Aggiuto, Clemenzia, Favore, Suffragio, Soccorso, Scampo, Refrigerio, con altri compagni e fratelli di costoro e suoi ministri e figli, che versano nel campo de la Filantropia proprio, a cui non s’accosta la Misantropia, con la sua corte: Invidia, Malignità, Disdegno, Disfavore ed altri fratelli di questi, che discorreno per il campo de la Discortesia, ed altri viziosi. — A la casa de l’Ofiulco sale la Sagacità, Accortezza, Sottilezza ed altre simili virtudi abitanti nel campo de la Consultazione e Prudenza; onde fugge la Goffaria, Stupidezza, Sciocchezza con le lor turbe, che tutte cespitano nel campo de l’Imprudenza ed Inconsultazione. — In loco de la Saetta si vede la giudiciosa Elezione, Osservanza ed Intento, che si essercitano nel campo de l’ordinato Studio, Attenzione ed Aspirazione; e da là si parteno la Calunnia, la Detrazione, il Repicco ed altri figli d’Odio ed Invidia che si compiaceno ne gli orti de l’Insidia, Ispionia e simili ignobili e vilissimi coltori. — Al spacio, in cui s’inarca il Delfino, si vede la Dilezione, Affabilità, Officio, che insieme con la lor compagnia si trovano nel campo de la Filantropia, Domestichezza; onde fugge la nemica ed oltraggiosa turba, ch’a gli campi della Contenzione, Duello e Vendetta si ritira. — Là d’onde l’Aquila si parte con l’Ambizione, Presunzione, Temeritade, Tirannia, Oppressione ed altre compagne negociose nel campo de l’Usurpazione e Violenza, va ad soggiornare la Magnanimità, Magnificenza, Generosità, Imperio, che versano ne li campi della Dignitade, Potestade, Autoritade. — Dove era il Pegaseo cavallo, ecco il Furor divino, Entusiasmo, Rapto, Vaticinio e Contrazione, che versano nel campo de l’Inspirazione; onde fugge lontano il Furor ferino, la Mania, l’Impeto irrazionale, la Dissoluzione di spirito, la Dispersion del senso interiore, che si trovano nel campo de la stemprata Melancolia, che si fa antro al Genio perverso. — Ove cede Andromeda con l’Ostinazione, Perversitade e stolta Persuasione, che si apprendeno nel campo de la doppia Ignoranza, succede la Facilità, la Speranza, l’Aspettazione, che si mostraranno al campo della buona Disciplina. — Onde si spicca il Triangolo, ivi si fa consistente la Fede, altrimente detta Fideltade, che s’attende nel campo de la Constanza, Amore, Sincerità, Simplicità, Verità ed altri, da quali son molto discosti gli campi de la Frode, Inganno, Instabilità. — A la già regia del Montone ecco messo il Vescovato, Ducato, Exemplarità, Demonstranza, Conseglio, Indicazione, che son felici nel campo de l’Ossequio, Obedienza, Consentimento, virtuosa Emulazione, Imitazione; e da là si parte il mal Essempio, Scandalo, Alienamento, che son cruciati nel campo de la Dispersione, Smarrimento, Apostasia, Scisma, Eresia. — Il Tauro mostra esser stato figura de la Pazienza, Toleranza, Longanimitade, Ira regolata e giusta, che si maneggiano nel campo del Governo, Ministerio, Servitude, Fatica, Lavoro, Ossequio ed altri. Seco si parte l’Ira disordinata, la Stizza, il Dispetto, il Sdegno, Ritrosia, Impazienza, Lamento, Querela, Còlera, che si trovano quasi per gli medesimi campi. — Dove abitavano le Pleiadi, monta la Unione, Civilità, Congregazione, Popolo, Republica, Chiesa, che consisteno nel campo del Convitto, Concordia, Communione; dove presiede il regolato Amore; e con quelle è trabalsato dal cielo il Monopolio, la Turba, la Setta, il Triumvirato, la Fazione, la Partita, l’Addizione, che periclitano ne’ campi de disordinata Affezione, iniquo Dissegno, Sedizione, Congiura, dove presiede il Perverso Conseglio con tutta la sua fameglia. — Onde parteno li Gemegli, sale il figurato Amore, Amicizia, Pace, che si compiaceno ne’ proprii campi; e quelli banditi menan seco la Parzialitade indegna, che ostinata affigge il piede nel campo de l’iniquo e perverso Desio. — Il Granchio mena seco la mala Repressione, l’indegno Regresso, il vil Difetto, il non lodabile Refrenamento, la Dismession de le braccia, la Ritrazion de’ piedi dal ben pensare e fare, il Ritessimento di Penelope ed altri simili consorti e compagni che si rimetteno e serbano nel campo de l’Inconstanza, Pusillanimità, Povertà de spirto, Ignoranza ed altri molti; ed alle stelle ascende la Conversion retta, Ripression dal male, Ritrazion dal falso ed iniquo con gli lor ministri, che si regolano nel campo del Timore onesto, Amor ordinato, retta Intenzione, lodevol Penitenza ed altri sozii contrarii al mal Progresso, al rio Avanzamento, Pertinacia profittevole. — Mena seco il Leone il tirannico Terrore, Spavento e Formidabilità, la perigliosa ed odibile Autoritade e Gloria della presunzione e Piacere di esser temuto più tosto che amato. Versano nel campo del Rigore, Crudeltà, Violenza, Suppressione, che ivi son tormentate da le ombre del Timore e Suspizione; ed al celeste spacio ascende la Magnanimità, Generosità, Splendore, Nobiltà, Prestanza, che administrano nel campo della Giustizia, Misericordia, giusta Debellazione, degna Condonazione, che pretendeno sul studio d’esser più tosto amate che temute; ed ivi si consolano con la Sicurtà, Tranquillitade di spirito e lor fameglia. — Va a giongersi con la Vergine la Continenza, Pudicizia, Castità, Modestia, Verecundia, Onestade, che trionfano nel campo della Puritade ed Onore, spreggiato da l’Impudenza, Incontinenza ed altre madri de nemiche fameglie. — Le Bilancie son state tipo de la aspettata Equità, Giustizia, Grazia, Gratitudine, Rispetto ed altri compagni, administratori e seguaci, che versano nel trino campo della Distribuzione, Commutazione e Retribuzione, dove non mette piè l’Ingiustizia, Disgrazia, Ingratitudine, Arroganza ed altre lor compagne, figlie ed amministratrici.

Dove incurvava l’adunca coda e stendeva le sue branche lo Scorpione, non appare oltre la Frode, l’iniquo Applauso, il finto Amore, l’Inganno, il Tradimento, ma le contrarie virtudi, figlie della Simplicità, Sincerità, Veritade, e che versano ne gli campi de le madri. — Veggiamo ch’il Sagittario era segno della Contemplazione, Studio e buono Appulso con gli lor seguaci e servitori, che hanno per oggetto e suggetto il campo del Vero e del Buono, per formar l’Intelletto e Voluntade, onde è molto absentata l’affettata Ignoranza e Spenseramento vile. — Là dove ancora risiede il Capricorno, vedi l’Eremo, la Solitudine, la Contrazione ed altre madri, compagne ed ancelle, che si ritirano nel campo de l’Absoluzione e Libertà, nel quale non sta sicura la Conversazione, il Contratto, Curia, Convivio ed altri appartinenti a questi figli, compagni ed amministratori. —Nel luogo de l’umido e stemprato Aquario vedi la Temperanza, madre de molte ed innumerabili virtudi, che particolarmente ivi si mostra con le figlie Civilità ed Urbanitade, dalli cui campi fugge l’Intemperanza d’affetti con la Silvestria, Asprezza, Barbaria. — Onde con l’indegno Silenzio, Invidia di sapienza e Defraudazion di dottrina, che versano nel campo de la Misantropia e Viltà d’ingegno, son tolti gli Pesci, vi vien messo il degno Silenzio e Taciturnitade che versano nel campo de la Prudenza, Continenza, Pazienza, Moderanza ed altri, da quali fuggono a’ contrarii ricetti la Loquacità, Moltiloquio, Garrulità, Scurrilità, Boffonaria, Istrionia, Levità di propositi, Vaniloquio, Susurro, Querela, Mormorazione. — Ove era il Ceto in secco, si trova la Tranquillità de l’animo, che sta sicuro nel campo de la Pace e Quiete; onde viene esclusa la Tempesta, Turbulenza, Travaglio, Inquietitudine ed altri socii e frategli. — Da là dove spanta gli numi il divo e miracoloso Orione con l’Impostura, Destrezza, Gentilezza disutile, vano Prodigio, Prestigio, Bagattella e Mariolia, che qual guide, condottieri e portinaii administrano alla Iattanzia, Vanagloria, Usurpazione, Rapina, Falsitade ed altri molti vizii, ne’ campi de quali conversano, ivi viene esaltata la Milizia studiosa contra le inique, visibili ed invisibili potestadi; e che s’affatica nel campo della Magnanimità, Fortezza, Amor publico, Verità ed altre virtudi innumerabili. — Dove ancor rimane la fantasia del fiume Eridano, s’ha da trovar qualche cosa nobile, di cui altre volte parlaremo, perché il suo venerando proposito non cape tra questi altri. — D’onde è tolta la fugace Lepre col vano Timore, Codardiggia, Tremore, Diffidenza, Desperazione, Suspizion falsa ed altri figli e figlie del padre Dappocagine ed Ignoranza madre, si contemple il Timor, figlio della Prudenza e Considerazione, ministro de la Gloria e vero Onore, che riuscir possono da tutti gli virtuosi campi. — Dove in atto di correre appresso la lepre, avea il dorso disteso il Can maggiore, monta la Vigilanza, la Custodia, l’Amor de la republica, la Guardia di cose domestiche, il Tirannicidio, il Zelo, la Predicazion salutifera, che si trovano nel campo de la Prudenza e Giustizia naturale; e con quello viene a basso la Venazione ed altre virtù ferine e bestiali, le quali vuol Giove che siano stimate eroiche, benché verseno nel campo de la Manigoldaria, Bestialità e Beccaria. — Mena seco a basso la Cagnuola, l’Assentazione, Adulazione e vile Ossequio con le lor compagnie; ed ivi in alto monta la Placabilità, Domestichezza, Comità, Amorevolezza, che versano nel campo de la Gratitudine e Fideltade. — Onde la Nave ritorna al mare insieme con la vile Avarizia, buggiarda Mercatura, sordido Guadagno, fluttuante Piratismo ed altri compagni infami, e per il più de le volte vituperosi, va a far residenza la Liberalità, Comunicazione officiosa, Provision tempestiva, utile Contratto, degno Peregrinaggio, munifico Transporto con gli lor fratelli, comiti, temonieri, remigatori, soldati, sentinieri ed altri ministri, che versano nel campo de la Fortuna. — Dove s’allungava e stendeva le spire il Serpe australe, detto l’Idra, si fa veder la provida Cautela, giudiciosa Sagacità, revirescente Virilità; onde cade il senil Torpore, la stupida Rifanciullanza con l’Insidia, Invidia, Discordia, Maldicenza ed altre commensali. — Onde è tolto con il suo atro Nigrore, crocitante Loquacità, turpe e zinganesca Impostura, con l’odioso Affrontamento, cieco Dispreggio, negligente Servitude, tardo Officio e Gola impaziente, il Corvo, succedeno la Magia divina co le sue figlie, la Mantia con gli suoi ministri e fameglia, tra gli quali l’Augurio è principale e capo, che sogliono per buon fine esercitarsi nel campo de l’Arte militare, Legge, Religione e Sacerdozio. — D’onde con la Gola ed Ebrietade è presentata la Tazza con quella moltitudine de ministri, compagni e circonstanti, là si vede l’Abstinenza, ivi è la Sobrietade e Temperanza circa il vitto, con gli lor ordini e condizioni. — Dove persevera ed è confirmato nella sua sacristia il semideo Centauro, si ordina insieme la divina Parabola, il Misterio sacro, Favola morale, il divino e santo Sacerdocio con gli suoi institutori, conservatori e ministri; da là cade ed è bandita la Favola anile e bestiale con la sua stolta Metafora, vana Analogia, caduca Anagogia, sciocca Tropologia e cieca Figuratura, con le lor false corti, conventi porcini, sediciose sette, confusi gradi, ordini disordinati, difformi riforme, immonde puritadi, sporche purificazioni e perniciosissime forfantarie che versano nel campo de l’Avarizia, Arroganza ed Ambizione; ne li quali presiede la torva Malizia, e si maneggia la cieca e crassa Ignoranza.

13 Con l’Altare è la Religione, Pietade e Fede: e dal suo angolo orientale cade la Credulità con tante pazzie e la Superstizione con tante cose, coselle e coselline; e dal canto occidentale l’iniqua Impietade ed insano Ateismo vanno in precipizio. — Dove aspetta la Corona australe, ivi è il Premio, l’Onore e Gloria, che son gli frutti de le virtudi faticose e virtuosi studi, che pendeno dal favore de le dette celesti impressioni. — Onde si prende il Pesce meridionale, là è il Gusto de gli già detti onorati e gloriosi frutti; ivi il Gaudio, il fiume de le Delicie, torrente de la Voluptade, ivi la Cena, ivi l’anima

Pasce la mente de sì nobil cibo,

Ch’ambrosia e nettar non invidia a Giove.

Là è il Termine de gli tempestosi travagli, ivi il Letto, ivi il tranquillo Riposo, ivi la sicura Quiete. Vale

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

PITAGORISMO E MASSONERIA

Pitagorismo e Massoneria

Denys Roman

Tratto da René Guénon et les Destins de la Franc-Maçonnerie

Éditions Traditionnelles

Sul Pitagorismo

Pitagorismo e massoneria

Tradizione pitagorica e massoneria

La fortezza della luce

Su Reghini

Un Pitagorico dei nostri tempi

Su Roman

Denys Roman

Tra le molteplici organizzazioni iniziatiche di cui la Massoneria rivendica l’eredità, una delle più frequentemente citate è l’Ordine Pitagorico. Si sa che la ragione di tale pretesa è la presenza, nel simbolismo massonico, di emblemi utilizzati dai discepoli del maestro di Samo: tra questi, quelli più comunemente citati sono la stella a cinque punte per quanto riguarda la Massoneria latina e il gioiello di Past Master per quanto riguarda quella di lingua inglese. Quest’ultimo gioiello riunisce in realtà due simboli pitagorici importanti: da una parte raffigura la dimostrazione grafica del teorema sul quadrato dell’ipotenusa, e dall’altra questa dimostrazione viene fatta con l’ausilio del triangolo 3-4-5 (1), di cui è nota l’importanza nel Pitagorismo.

Beninteso, il fatto che il pentagono stellato non sia necessariamente associato al nome di Pitagora, e che molti dei Massoni latini ignorino perfino che il tracciato di questa figura costituisse il segno di riconoscimento dei Pitagorici, mentre, al contrario, il teorema sul quadrato dell’ipotenusa è universalmente conosciuto sotto il nome di teorema di Pitagora, questo fatto, dicevamo, ha portato alla conseguenza che la Massoneria anglosassone ha mantenuto molto più vivo il ricordo della sua connessione con il Pitagorismo di quanto non abbia fatto la Massoneria latina. La cosa era loro del resto facilitata, perché alcuni degli antichi documenti chiamati Old Charges fanno espressamente menzione di Pitagora come di colui che ha introdotto la Massoneria in Europa. – Eppure, è un Massone italiano oggi deceduto, Arturo Reghini, che ha pubblicato, sui rapporti tra Massoneria e Pitagorismo, la sola opera di valore di cui abbiamo avuto conoscenza (2).

Prima di dire tutto ciò che di positivo pensiamo su questo libro dobbiamo formulare una critica, e una critica grave. Il suo autore ignorava totalmente cosa fosse il Cristianesimo, nonostante avesse l’opportunità, grazie alla sua posizione, di conoscerlo bene, almeno sotto una delle sue forme. Ed è troppo poco dire che lo ignorava, poiché ne dava in realtà un’immagine che è una vera e propria caricatura. Come esprimersi altrimenti quando si vede l’autore stigmatizzare «la hantise (3) sessuale che pervade le religioni derivate dall’ebraismo e che nel cristianesimo compare ad esempio nella circoncisione cui è dedicato il primo giorno dell’anno, e nel dogma dell’immacolata concezione» (4)?

Questo passaggio è veramente incredibile. È quasi impossibile accumulare più errori in così poche parole. Se i calendari cristiani occidentali portano alla data del 1° gennaio la menzione «Circoncisione», non è per consacrare l’intero anno a un’osservanza mosaica che il Cristianesimo ha, da parte sua, abolito, ma semplicemente perché il Cristo, essendo nato tradizionalmente il 25 dicembre, è stato circonciso, secondo la legge, il 1° gennaio, e perché tutte le Chiese cristiane usano celebrare gli avvenimenti della vita del loro fondatore (5). E la circoncisione è così poco l’effetto di una «ossessione sessuale» d’origine israelitica, che essa è praticata non soltanto dagli Ebrei e dai Musulmani, ma dai popoli più diversi, civilizzati o selvaggi. In Australia, per esempio, al momento dei «riti di pubertà» certe tribù praticano la circoncisione, mentre in alcune tribù si usa cavare un dente; ma non ci pare che le prime di queste tribù siamo più «ossessionate» sessualmente che le seconde. E per quanto riguarda l’Immacolata Concezione, che del resto non è un dogma che nel Cattolicesimo romano, non vediamo in che modo il fatto di credere che la madre di Cristo sia stata esentata dal peccato originale possa avere un qualunque legame con la sessualità.

Queste riserve, che ogni uomo di spirito tradizionale fa in modo del tutto naturale, e che un Massone dovrebbe fare a fortiori perché, rispettando tutte le religioni, deve rispettare particolarmente quella a cui appartiene l’immensa maggioranza dei Massoni, non devono impedire di riconoscere i meriti eccezionali del libro di Arturo Reghini. L’autore, se conosceva male il Cristianesimo e la «tradizione monoteista» in generale, aveva per contro una notevole conoscenza delle scienze matematiche (profane e tradizionali), della letteratura e della tradizione greco-latina, e del Pitagorismo in particolare. Aveva anche studiato l’Ermetismo e l’opera di Dante e dei «Fedeli d’Amore». E grazie a questo ha potuto, prima di morire, scrivere quest’opera preziosa, indispensabile a chiunque si interessi tanto alla scienza dei numeri quanto alla dottrina massonica.

***

Beninteso, un libro di questo genere, che comporta numerose dimostrazioni matematiche e figure geometriche, non si può riassumere. L’autore studia la Tetraktys pitagorica (che assimila al Delta luminoso della Massoneria) (cap. I), il pentalfa (stella a cinque punte) (cap. IV) e la tavola tripartita (che è la tavola di tracciamento) (cap. VI), ossia tre dei simboli fondamentali dei gradi simbolici. Egli esamina a lungo, inoltre, questioni come quella dei «numeri sintetici» (cap. II), dei numeri primi (cap. III), delle potenze aritmetiche (cap. V), della Grande Opera e della palingenesi (ultimo capitolo).

Reghini compara lungamente il ternario 1-2-3, che è il solo ternario di numeri successivi nel quale la somma dei due primi numeri (1+2) è uguale al terzo (3), con il «ternario egizio» 3-4-5, solo ternario di numeri successivi in cui la somma dei quadrati dei due primi numeri (9+16) è uguale al quadrato del terzo: 25. Seguono delle considerazioni sulla geometria a una dimensione (simbolo della manifestazione «lineare») e su quella a due dimensioni (simbolo della manifestazione «di superficie» che conduce alla «presa di possesso» della terra). L’autore inoltre spiega tramite il passaggio dal ternario 1-2-3 al ternario 3-4-5 il fatto che le Logge di 1° grado sono «illuminate» dal «Delta luminoso» a tre punte, mentre quelle di 2° grado lo sono dalla «Stella fiammeggiante» a cinque punte (6).

Altre considerazioni sono possibili sui numeri 3, 4 e 5, le cui figure geometriche corrispondenti sono il triangolo, il quadrato e il cerchio. In effetti, gli Arabi, che hanno trasmesso la loro numerazione al mondo occidentale, raffigurano la cifra 5 con un cerchio. Nell’«Atalanta fugiens» del rosicruciano Michael Maier, queste tre figure vengono associate al problema ermetico della «quadratura del cerchio», e, secondo alcuni antichi testi, esse sarebbero state particolarmente venerate dai Massoni operativi. È del resto probabile che sia questa la ragione per cui i «quattro santi coronati» furono scelti come patroni secondari della Massoneria, in ragione dei rapporti del numero 4 con il quadrato, della parola «santo» con il triangolo (con riferimento al Dio «tre volte santo») e della corona con il cerchio.

L’autore fornisce interessanti dettagli sulla Tetraktys, «nella quale sono compresi tutti i numeri in principio»: si sa che è su di essa che i Pitagorici prestavano giuramento (7).

René Guénon ha così spesso parlato di questa figura, «fonte e radice della Natura eterna», che noi ci limiteremo a menzionare, a seguito di quanto riporta Reghini, una domanda tratta dall’«istruzione» dei Pitagorici Acusmatici: «Che cosa vi è nel santuario di Delfi? – La santa Tetraktys, perché in essa è l’armonia in cui risiedono le Sirene». E l’autore precisa che le Sirene, in un’epoca molto remota, simboleggiavano «l’armonia delle sfere» (8).

Sul pentalfa, o stella a cinque punte, il libro che stiamo analizzando mette in luce i rapporti numerici degni di nota che legano tra loro i diversi elementi di questa figura e che le «imprimono il marchio», se così si può dire, della «legge d’armonia». – Questi rapporti sono tali che ogni elemento del pentalfa è la «sezione aurea» di un altro elemento. E l’autore, citando Cantor, sottolinea che questa sezione aurea aveva una grande importanza nell’architettura prima di Pericle.

Il capitolo VI contiene estese considerazioni sulla tavola di tracciamento, o tavola tripartita, che è anche la «chiave delle lettere» (9). L’autore vi riconosce la tavola del matematico Teone da Smirne e mostra i suoi legami con questo sistema di numerazione dei Greci. E, ricordando che la pietra bruta, la pietra cubica e la tavola di tracciamento sono i tre «gioielli immobili», aggiunge che tutti e tre si riferiscono «alla costruzione dei templi che, secondo il rituale, è il compito della massoneria». La tavola di tracciamento «ricorda che questa costruzione esige la conoscenza dei numeri sacri, e, con la sua stessa forma, essa sottolinea l’importanza speciale della divisione ternaria» (p. 116).

L’autore prosegue: «notiamo in fine che la tavola da tracciare dell’antica corporazione muratoria si può associare se non identificare in un modo molto semplice e naturale ma generico e di scarso significato con l’antico abbaco (10) pitagorico, il “deltos”, o “mensa pythagorica”, più tardi confusa con l’antica tavola pitagorica che sino a pochi anni fa si insegnava ancora nelle scuole elementari» (p. 121). E termina questo passaggio indicando che presso i Romani la parola «mensa» significa allo stesso tempo tavola per il calcolo e tavola per il cibo (11).

A. Reghini ricorda anche che la tavola di tracciamento, secondo il rituale d’Apprendista, simboleggia la memoria, ed aggiunge: «La dea della memoria, Mnemosine, è alla testa delle nove muse, le muse che dimostrano le orse a Dante condotto da Apollo mentre Minerva spira (Paradiso, cap. 2). Mnemosine nel mito orfico-pitagorico dei due fiumi o del bivio è la fonte vivificatrice, l’Eunoè dantesco, opposta alla fonte letale del Lete. Inoltre nella concezione platonica la comprensione non è altro che una anamnesi, un ricordo. Se non si tiene presente questo significato della memoria secondo gli antichi, non si vede perché la memoria debba avere per simbolo la tavola da tracciare» (pp. 123).

***

L’opera contiene un gran numero di considerazioni interessanti sulla musica e sui legami che uniscono quest’arte alla scienza dei numeri. Vi si cita una tradizione riportata da Diogene Laerzio che racconta come Pitagora, «ascoltando i suoni emessi dai martelli di un fabbro che batteva sopra l’incudine, osservò che l’altezza di questi suoni dipendeva dalla grossezza dei martelli, e poi esperimentando con corde egualmente tese tratte da una stessa corda, trovò che al diminuire della lunghezza della corda il suono si elevava, e che si ottenevano dei suoni di cui l’orecchio percepiva l’accordo quando i rapporti delle lunghezze delle corde erano espressi da rapporti numerici semplici» (p. 56).

A. Reghini fa notare qui che i rapporti numerici più semplici sono quelli che hanno per elementi i numeri della Tetraktys: 1, 2, 3 e 4, e che le corde della lira di Orfeo o tetracordo di Filolao erano in rapporto 1/2 2/3 3/4. Ma conviene anche notare che la leggenda riportata da Diogene Laerzio attribuisce un’origine «metallurgica» alla musica e particolarmente alla lira, la stessa lira con la quale Apollo regolava i movimenti degli astri, Orfeo appianava la discordia, Arione incantava i delfini e sfuggiva al naufragio e Anfione edificava le mura di Tebe (12).

***

Dobbiamo ora affrontare un’altra questione. Si sa che la stella a cinque punte o pentalfa era il segno di riconoscimento della scuola pitagorica, cioè il loro simbolo più importante. A. Reghini ricorda che i membri di questa scuola facevano corrispondere a ciascuna delle sommità della figura una delle lettere della parola u g i e i a (salute). E l’autore aggiunge che la salute è per il corpo ciò che l’armonia è per l’essere totale (p. 93); ciò è vero, ma egli sembra non aver notato una particolarità curiosa: ciascuna delle lettere che compongono la parola u g i e i a è una lettera pitagorica:

Y, ypsilon (i greca), lettera pitagorica per eccellenza, simbolo delle «due vie della destra e della sinistra», e sotto una forma exoterica, del mito di Ercole tra la virtù e il vizio» (13).

G, gamma, la lettera G della Massoneria, che ha la forma della squadra, simbolo essenziale (con la spirale) del secondo grado, della quale Guénon ha scritto che «rappresenta i due lati dell’angolo dritto del triangolo 3-4-5, che ha (…) un’importanza tutta particolare nella massoneria operativa» (14).

I, iota, simbolo universale dell’Unità (15).

EI, ossia l’iscrizione misteriosa incisa sulla porta del tempio di Delfi, e che, in risposta all’ingiunzione: «Conosci te stesso», formula esplicitamente la dottrina «solare» dell’Identità Suprema (16).

Infine A, alfa, elemento costitutivo del pentalfa, prima lettera dell’alfabeto, che rappresenta il «ritorno alle origini».

Il simbolismo della successione di queste sei lettere sarebbe interessante da studiare. Notiamo che esse sono disposte attorno alla stella a cinque punte secondo il senso polare, cosa perfettamente normale in quanto il pitagorismo procede dalla tradizione iperborea (17). D’altra parte, nella Massoneria di lingua inglese, la «preparazione del recipiendario» al secondo grado sembra indicare che i viaggi di questo grado dovevano essere compiuti in senso polare, come del resto era il senso dei viaggi nell’antica Massoneria operativa.

Quello che abbiamo detto sulla ragione probabile della scelta della parola à i e i a non ci impedisce di riconoscere l’importanza tutta particolare che aveva la salute, e, generalmente, lo sviluppo corporale, per i Pitagorici. Si sa che lo stesso Pitagora non disdegnava concorrere ai Giochi Olimpici (18), ed il «Padre della Medicina», Ippocrate, stabilì la sua scienza su basi pitagoriche, come lui stesso dichiara espressamente. La scienza di numeri (teoria dei «giorni critici») svolge un importante ruolo in questa medicina che, del resto, era un’ «arte sacerdotale» (esattamente come l’Ayur-Véda degli Indù, con il quale potrebbe essere interessante compararla); e il «giuramento d’Ippocrate», prestato su quattro divinità (Apollo, Esculapio, Igea e Panacea) è esattamente forgiato sulle obbligazioni iniziatiche e comporta, come il giuramento massonico in particolare, tre elementi essenziali: invocazione, impegno, imprecazione (19).

Pensiamo che potrebbe essere interessante comparare queste due scienze ereditate dal Pitagorismo: la medicina ippocratica e la Massoneria. E se qualcuno dei nostri lettori trovasse strane queste considerazioni, gli domanderemmo come si potrebbe spiegare il fatto che ogni Loggia operativa contava obbligatoriamente, tra i membri «accettati», un medico (20).

***

Arturo Reghini cita a più riprese un’espressione dei rituali italiani in cui si parla dei «numeri sacri conosciuti dai soli Massoni», e vi vede molto giustamente l’indizio di una filiazione pitagorica. In Francia, dove non si trova l’espressione citata, crediamo si trovi però un’altra formula altrettanto significativa. Si tratta del saluto che deve essere utilizzato da un Massone quando scriva a uno dei suoi fratelli: «Vi saluto con i numeri misteriosi che conoscete».

Questa formula indica chiaramente che i Massoni conoscono la «scienza dei numeri», e che questi numeri non sono i numeri «volgari» dei profani, bensì quei numeri «misteriosi» nei quali i Pitagorici vedevano l’essenza di tutte le cose.

Ma, si potrebbe obiettare, la «scienza dei numeri» non appartiene in modo speciale al Pitagorismo, dal momento che la Kabbala e l’esoterismo islamico ne fanno un uso costante. Ciò è vero ma, come ha fatto notare René Guénon, le tradizioni ebrea e musulmana considerano il numero «aritmeticamente», mentre il Pitagorismo, nato in seno a un popolo sedentario e quindi costruttore, li considera in quanto legati alle forme geometriche: triangolo, cubo, ecc. E lo stesso avviene, evidentemente, nella Massoneria.

***

A. Reghini cita ancora il silenzio come elemento comune agli Ordini pitagorico e massonico; a dire il vero, quello del silenzio è un tratto comune a tutte le organizzazioni iniziatiche, ma è un fatto che i neofiti pitagorici restavano 3 anni, a volte 5, in silenzio mentre compivano la loro istruzione (21). E questi numeri possono ricordare le «età» dell’Apprendista e del Compagno, che sono soggetti al silenzio durante il loro periodo di probazione.

Occorre anche notare che ciascuno dei cinque viaggi del secondo grado è detto rappresentare uno degli anni di studio del neofita.

***

Cosicché la Massoneria ha, tra i suoi simboli e i suoi usi, molti elementi in comune con il Pitagorismo: Delta, stella fiammeggiante, tavola di tracciamento, triangolo 3-4-5, importanza data al teorema sul quadrato dell’ipotenusa, scienza dei numeri, silenzio di cinque anni, uso dei pasti rituali, importanza data alla salute del corpo (22). Si comprende come l’autore del libro che stiamo esaminando faccia sua l’affermazione dell’arciprete Domenico Angherà: «L’Ordine massonico è la stessa cosa, assolutamente la stessa cosa, dell’Ordine pitagorico». A. Reghini, del resto, sapeva bene che esistono elementi giudaici, gioanniti, templari, rosicruciani, ermetici nella Massoneria; ma, nel suo entusiasmo per il Pitagorismo, egli considera tutti questi elementi come delle aggiunte inutili, e perfino nocive. E questo lo porta a non tenere nella dovuta considerazione il grado di Maestro, nel quale gli elementi salomonici, come si sa, sono predominanti (23).

Da un altro lato, quando si considera che tutte le parole sacre della Massoneria sono ebraiche; che l’era e il calendario massonici sono specificamente giudaici; che il presidente di una Loggia è detto occupare il seggio del re Salomone, e che i suoi due assistenti rappresentano Hiram, re di Tiro e Hiram-Abiff; che le leggende del 3° grado e dei gradi seguenti vertono interamente sugli avvenimenti che hanno preceduto, accompagnato o seguito la costruzione del Tempio di Gerusalemme, si è portati a pensare che il carattere «salomonico» della Massoneria non dia adito ad alcun dubbio.

Attraverso il Pitagorismo, la Massoneria si ricollega all’Orfismo e alla tradizione iperborea conservata a Delfi. Ma, nel corso delle epoche, gli apporti della tradizione giudaica prima, e di quella cristiana poi, hanno impresso a essa i suoi caratteri definitivi. Le «leggende» di Salomone, dell’uccisione di Hiram-Abiff e della grande maestria dei due san Giovanni ne sono la testimonianza. E questa «impregnazione» giudaica e soprattutto cristiana ha preparato la via alle numerose eredità che doveva ricevere l’Ordine massonico, eredità di cui la più illustre, la più nobile e la più preziosa è quella dei Templari.

Pubblicato in Lavori di Loggia | Lascia un commento

IL RELITTO DI BARATTI

Il relitto di Baratti

L’amore per il vino: a proposito delle anfore vinarie ritrovate sul relitto

      Per i Romani della tarda età repubblicana e dell’Impero, il vino era divenu­to ormai un elemento fondamenta­le dell’alimentazione. Negli agglo­merati urbani e nelle campagne le classi abbienti potevano permet­tersi il lusso di acquistare vini pre­giati provenienti da ogni parte dell’Italia e della Grecia, che fino al 146 a.C., momento in cui divenne provincia romana, deteneva il pri­mato per i vini di qualità. I soldati bevevano normalmente una be­vanda chiamata posca, formata da una miscela di acqua e aceto, men­tre gli schiavi che lavoravano nelle ­campagne utilizzavano in sostitu­zione del vino una bevanda chia­mata lora, che si otteneva facendo filtrare acqua sui sedimenti rimasti dopo la spremitura. Si sa dagli autori che vi erano numerose qua­lità di vino.

      Naturalmente i vini invecchiati, non quelli di annata, erano i più pregiati. A questo proposito è inte­ressante notare come siano atte­stati alcuni casi di anfore, in cui le iscrizioni segnalano non solo la data della vendemmia ma anche quella in cui il vino era stato messo nell’anfora, dopo un periodo di invecchiamento, che poteva durare anche 5 anni.

      Esisteva un preciso legame tra la gerarchia sociale e quella dei vini. Emblematico a que­sto riguardo è il caso, narrato da Plutarco, di Marco Antonio che, durante le persecuzioni effettuate da Mario, si era rifugiato a casa di un amico, coraggioso ma plebeo. Quest’ultimo, non rassegnandosi a fargli bere il vino d’annata – con­siderato troppo popolare per un personaggio di quel livello – nell’adoperarsi per procurare del buon vino, alla fine fa scoprire il rifugio di Marco Antonio .

      Le anfore di terracotta, rivestite all’interno con uno strato di pece bollente, erano considerate di nor­ma i contenitori più adatti al tra­sporto del vino ed impermeabili all’aria più delle botti di legno. Come chiusura erano provviste di un tappo di terracotta oppure di sughero, a volte rivestito di pozzo­lana. Le anfore rinvenute nel cari­co del relitto B o del Pozzino nel Golfo di Baratti appartengono al tipo IA della tipologia elaborata per questo tipo di contenitori da Dres­sel. Queste anfore sono oggi consi­derate in genere i primi contenitori da trasporto che possono essere definiti più propriamente romani.

      Esse sostituiscono, infatti, tra il 145 e il 135 a.C. le anfore del tipo detto «greco-italico», che avevano dominato i mercati del Mediterra­neo dalla fine del IV° sec. a.C. in poi. È probabile che questa sostitu­zione debba essere messa in rela­zione anche con le nuove esigenze di trasporto e di commercio, non­ché con la diversa natura dei desti­natari dei vini.

      Il grande sviluppo delle espor­tazioni di vino italico, riscontrato fino dalla seconda metà del I sec. a.C., è stato infatti, messo in rap­porto con le straordinarie possibili­tà offerte dal mercato della Gallia. Ricerche recenti sottolineano la ne­cessità di approfondire anche gli aspetti metrologici (misure lineari, peso, capacità) di queste anfore, di fondamentale importanza per gli antichi nell’ adozione o meno di un determinato tipo .

      La Dressel IA doveva rappre­sentare un contenitore pesante e molto robusto – che senza dubbio Plinio avrebbe classificato, lodan­dolo, sotto l’etichetta della firmitas contrapponendolo alla tenuitas – ­particolarmente adatto per affron­tare non solo i viaggi marittimi, ma anche i più accidentati percorsi ter­restri. I luoghi di produzione delle anfore Dressel I A sono stati indivi­duati lungo tutta la costa tirrenica dell’ Italia centrale e forse anche in parte di quella meridionale.

      Alla fine dell’Ottocento Dres­sel, studiando alcuni frammenti di anfore di questo tipo che recavano iscrizioni dipinte, riconobbe i nomi dei vini di Fondi, del Cecubo, del Falerno e probabilmente anche di quello di Formia e di Reggio, vini famosi menzionati anche nelle fon­ti antiche. Studi recenti hanno lo­calizzato alcune delle produzioni di questo tipo di anfore anche nell’E­truria settentrionale, a Cosa e ad Albinia, oltre che in Campania, ad esempio, a Mondragone. Per il mo­mento, in attesa di ricerche più approfondite e dei risultati delle analisi, è possibile in via di ipotesi attribuire – sulla scorta di un primo esame delle argille ed anche in considerazione degli stretti legami che univano Populonia alla Campania, e a Pozzuoli in particolare – alla Campania le anfore di questo tipo, rinvenute nel relitto del Pozzino .

      Tra il materiale del carico della nave sono stati recuperati anche un ‘anfora intera e due frammenti di anse, con bolli impressi a rilievo, pertinenti ad un’anfora dello stes­so tipo, sicuramente prodotte nel­l’ isola di Rodi, oltre ad alcune lagy­noi ascrivibili anch’esse alla pro­duzione rodia o più genericamente greco-orientale. Tra i vini greci i migliori erano, secondo la testimo­nianza di Plinio, quelli prodotti nel­le isole di Chio, di Lesbo e di Taso, mentre quelli di Rodi e di Cos, pur costituendo qualità eccellenti, era­no pur sempre considerati vini non ordinari.

      Plinio nella sua Naturalis Histo­ria, classificava i vini in tre catego­rie: vina generosa, vina generosa transmarina e vini salsi genera. Il vino di Rodi rientrava in quest’ulti­ma categoria poiché, come sappia­mo da alcuni autori antichi, esso veniva prodotto con un ‘ aggiunta di acqua di mare prima della fer­mentazione.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

ANFORE ANTICHE

antique terracotta amphoras dated from fifth century common era

dal libro “Anfore antiche”

di Alessandra Caratale – Isabella Toffoletti

Il contenuto delle  anfore:  vino e  olio

Vino

      Il vino era la bevanda principale nella dieta mediterranea. La sua produzione risale ad epoca molto antica e si diffuse in numerose regioni del Mediterraneo. I Greci amavano particolarmente questa bevanda che veniva consumata in quantità notevole ed anche ampia­mente esportata. La qualità pregiata del vino greco fece sì che esso continuasse ad essere richiesto anche quando si diffusero i prodotti italici e delle regioni occidentali.

      Dopo la vendemmia, che in Grecia avveniva nel mese di settembre, i cesti di uva erano portati sul luogo della pigiatura; il pavimento sul quale si svolgeva questa operazione era leggermente sollevato dal suolo e inclinato in modo che il liquido defluisse per essere raccolto in recipienti appositi. Il mosto così prodotto rimaneva sano a lungo ed era di buona qualità.

Una seconda spremitura avveniva con l’uso di torchi e pro­duceva un vino di qualità inferiore. Il mosto era immagazzinato nelle cantine per la fermentazione entro grandi vasi di terracotta detti pithoi. La fermentazione durava sei mesi durante i quali il liquido ve­niva costantemente schiumato. Nella primavera successiva il vino era travasato in altri recipienti, come le anfore, in modo da essere trasportato e venduto.

      La maggiore difficoltà per il commercio era rappresentata dall’instabilità dei vini: la consumazione generalmente avveniva entro tre o al massimo quattro anni. Un problema connesso con quello del­la conservazione era quello dell’acidità, che si tentava di correggere trattando il prodotto con acqua di mare, pece, resina, gesso o erbe aromatiche.

In Italia, nonostante il suolo fosse adatto alla cultura della vite, la produzione del vino ebbe inizio, in maniera intensiva, solo dal III secolo a.C., anche grazie alla politica statale che favorì le attività agricole. In questo periodo, infatti, si formarono impianti industriali sempre più articolati all’ interno di grandi latifondi, proprietà di aristocratici.

      I vini italici divennero in breve tempo tra i più apprezzati ed esportati in tutte le regioni del Mediterraneo. La circolazione di queste qualità era ingente ed è testimoniata dal rinvenimento di anfore da vino italiche in scavi e relitti di tutte le regioni costiere e dell’Eu­ropa interna.

      Il fabbisogno di vino continuò a crescere soprattutto per sod­disfare le necessità della capitale Roma, dove in epoca imperiale la distribuzione gratuita del prodotto alla plebe divenne una consuetu­dine e un aspetto importante della politica degli imperatori.

      In epoca augustea sappiamo dalle fonti letterarie che Roma consumava un mi­lione e mezzo di ettolitri di vino l’anno. Per soddisfare gli enormi fabbisogni divenne necessario ricorrere all’importazione del vino spa­gnolo, in particolare della Tarraconese (regione centro-settentrionale della Spagna), prodotto di media qualità, adatto al consumo quotidiano.

      Le tecniche di produzione erano analoghe a quelle del mondo greco. I Romani curavano in modo particolare la fermentazione, che spesso avveniva in recipienti lasciati all’aria aperta. Una volta termi­nata questa fase si procedeva al travaso nelle anfore. Per evitare un ‘ul­teriore fermentazione durante l’immagazzinamento, il vino poteva essere filtrato e poi riscaldato. L’ effetto di quest’ultimo trattamento era quello di affrettare la fine della fermentazione e di sterilizzare il vino, con una specie di pastorizzazione.

      Un trattamento particolare era praticato sul vino gallico: generalmente esso era lasciato invec­chiare in contenitori disposti su soppalchi al di sopra di fuochi di legna. Pare che questa operazione ne affrettasse l’ invecchiamento e conferisse alla bevanda un sapore affumicato, piuttosto gradito.

      In antico esistevano, ovviamente, numerose qualità di vino.

      I più pregiati, oltre ai vini greci erano quelli italici e gallici. Molto noto era l’Albano, del quale esistevano due varietà, una dolce e una aspra. Il Cecubo, prodotto nella zona di Fondi, era un vino molto forte e invecchiato. Il Falerno, invecchiato più di dieci anni, era un vino bianco secco o abboccato, il cui pregio aumentava con il tempo. Tra i vini dolci si ricorda il passum, prodotto da uve moscato, molto buono e profumato. Un vino particolare era l’ adsinthium, accostabile al nostro vermuth.

      Un trattamento particolare riservato all’interno delle anfore vinarie era la resinatura, che permetteva una maggiore impermeabilità dell’argilla e garantiva una migliore conservazione dei liquidi. Il proce­dimento “consisteva nel riscaldare all’interno del recipiente della resi­na di larice o di abete, sino a portarla allo stato liquido; a questo punto si muoveva l’ anfora sino a che ogni parte interna fosse coperta dal rivestimento e in ultimo si faceva solidificare”. Questo procedimento doveva certamente dare al vino un forte aroma di resina e un sapore particolare, ancora oggi caratteristico del vino “resinato” greco.

Olio

      L’olio rappresentava uno dei cardini dell’alimentazione sia dei ceti meno abbienti (contadini, militari, ecc.), sia di quelli più ricchi. Il suo consumo risale ad età antichissima, così come il suo commer­cio; veniva usato anche per l’illuminazione – le lucerne, infatti, fun­zionavano ad olio – nella cosmesi, per unguenti e balsami, e nella medicina.

      La diffusione dell’ olivo in Italia è dovuta alle città della Magna Grecia che avevano impiantato estese coltivazioni nelle zone costie­re. Con il tempo la cultura si diffuse verso il nord, lungo il versante adriatico e anche l’olio italico divenne famoso e apprezzato ovun­que: quello migliore era prodotto nel territorio di Venafro nel Sannio, ai confini con la Campania.

      Anche il consumo dell’ olio era ingente a Roma: è stato calco­lato che in età imperiale la città consumava circa 25.000 tonnellate annue anche grazie alle distribuzioni gratuite alla plebe. Il trasporto veniva curato da negotiatores o mercatores oleari che lavoravano per conto dello Stato.

       Generalmente dopo la raccolta le olive venivano lasciate ri­posare per alcuni giorni; la spremitura avveniva poi in un trapetum, un tipo speciale di mola costruita in modo che la distanza tra la pietra superiore e quella inferiore fosse regolabile. Il succo colava in un contenitore di ceramica e in questa fase si verificava la separazione tra olio e amurca. Il liquido era poi passato in un torchio simile a quello per il vino e il succo risultante veniva lasciato sedimentare per qualche tempo.

      I diversi tipi di olio sono descritti dalle fonti antiche: quello vergine di prima qualità era detto olei flos e derivava dalla prima spremitura delle olive, con una pressione leggera; il prodotto della seconda spremitura, di qualità inferiore, era detto oleum sequens;  l’ olio, di qualità ordinaria, che proveniva dalle residue spremiture era l’ oleum cibarium. Gli autori antichi parlano anche di prezzi: le tre varietà indicate costavano rispettivamente 40, 24 e 12 denari il sestario (misura di capacità corrispondente a circa 0,545 litri). L’olio poteva essere “acerbo”, ossia prodotto in ottobre con le olive bianche ancora non mature, oppure “verde” prodotto alla fine del mese di ottobre, con le olive già scure.

      Per la sua produzione esistevano ovviamente officine specia­lizzate, alcune delle quali per la loro importanza e notorietà sono ri­cordate dalle fonti antiche. La regione più famosa per l’ olio era la Betica, che nei primi tre secoli dell’ Impero provvide al fabbisogno delle diverse zone del Mediterraneo occidentale. Le fonti epigrafiche menzionano a proposito di quest’ area mercatores oleari hispani, diffusores olearii ex Baetica, o negotiatores. Tali personaggi eserci­tavano le loro attività lungo le rive navigabili del Guadalquivir, stru­mento veicolare provvidenziale per l’economia, in quanto consenti­va un rapido trasporto delle merci verso le regioni del nord e verso i porti di imbarco. Il controllo del commercio fluviale era affidato a funzionari incaricati di vigilare sulle condizioni del fiume e di man­tenere la sua buona navigabilità.

      Un altro olio particolarmente apprezzato era quello africano, la cui diffusione nei mercati mediterranei avvenne intorno al III se­colo d.C. Ciò è da mettere in relazione con l’ascesa al trono dell’im­peratore Settimio Severo, originario di Leptis Magna, nell’ attuale Li­bia.

      Dallo studio dei bolli sulle anfore africane, infatti, si è potuto evincere che le grandi aziende produttrici erano di proprietà dell’ im­peratore o di personaggi legati alla sua famiglia. Non è un caso, poi, che proprio Settimio Severo avesse reso le distribuzioni gratuite alla plebe quotidiane e regolari ed estese a tutte le popolazioni italiche.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento

DEI DOVERI DELL’UOMO

Dei  Doveri dell’Uomo”

Giuseppe Mazzini (1805-1872)

Dio

L’origine dei vostri Doveri sta in Dio. La definizione dei vostri Doveri sta nella Sua Legge. La scoperta progressiva, e l’applicazione della sua Legge appartengono all’Umanità.

DIO esiste.

Noi non dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo, ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo  follia. Dio esiste, perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’Umanità, nell’Universo che ci circonda. La nostra coscienza lo invoca nei momenti  più solenni di dolore e di gioia. L’Umanità ha potuto trasformarne, guastarne, non mai sopprimerne il santo nome. L’Universo lo manifesta coll’ordine, coll’armonia, colla intelligenza dei suoi moti e delle sue leggi. Non vi sono atei fra noi: se ve ne fossero, sarebbero degni non di maledizione, ma di compianto. Colui che può negare Dio davanti ad una notte stellata, davanti alla sepoltura de’ suoi più cari, davanti al martirio, è grandemente infelice o grandemente colpevole. Il primo ateo fu senz’alcun dubbio un uomo che aveva celato un delitto agli altri uomini e cerca, negando Dio, liberarsi dall’unico testimonio a cui non poteva celarlo, e soffocare il rimorso che lo tormentava: forse un tiranno che aveva rapito colla libertà metà dell’anima a’ suoi fratelli e tentare sostituire l’adorazione  della Forza brutale alla fede nel Dovere e nel Diritto immortale. Dopo lui vennero qua e là, di secolo in secolo, uomini che per aberrazione di filosofia insinuarono l’ateismo; ma pochissimi e vergognosi: – vennero, in momenti non lontani da noi, moltitudini che per una irritazione contro un’idea di Dio falsa, stolta, architettata a proprio beneficio da una casta o da un potere tirannico, negarono Dio medesimo; ma fu un istante, e in quell’istante adorarono, tanto avevano bisogno di Dio, la dea Ragione, la dea Natura.  Oggi, vi sono uomini che aborrano da ogni religione perché vedono la corruzione nelle credenze attuali e non indovinano la purità di quelle dell’avvenire; ma nessuno tra loro osa dirsi ateo: vi sono preti che prostituiscono il nome di Dio ai calcoli della vanità, o al terrore dei potenti; vi sono tiranni che lo imposturano invocandolo a protettore delle loro tirannidi; ma perché la luce del sole  ci viene spesso offuscata e gusta da sozzi vapori, negheremo il sole o la potenza vivificatrice del suo raggio sull’universo? perché dalla libertà i malvagi possono talvolta  far sorgere l’anarchia, malediremo alla libertà?  La fede in Dio brilla d’una luce immortale attraverso tutte le imposture e le corruttele che gli uomini addensano intorno al suo nome. Le imposture e le corruttele passano, come passano le tirannie: Dio resta, come resta il Popolo, immagine di Dio sulla terra. Come il Popolo attraverso schiavitù, patimenti e miserie, conquista a grado a grado coscienza, forza, emancipazione, il nome santo di Dio sorge dalle rovine dei culti corrotti a splendere circondato d’un culto più puro, più fervido e più ragionevole.

Io dunque non vi  parlo di Dio per dimostrarvene l’esistenza, o per dirvi che dovete adorarlo; voi lo adorate, anche non nominandolo, ogni volta voi sentite  la vostra vita e la vita  degli esseri che vi stanno intorno: ma per dirvi  come  dovete adorarlo – per ammonirvi intorno a un errore, che domina le menti di molti tra gli  uomini delle classi che vi dirigono, o per esempio loro, di molti tra  voi: errore grave o rovinoso quanto è l’ateismo. Questo errore è la separazione, più o meno dichiarata di Dio, dall’opera sua, dalla Terra sulla quale voi dovete compiere un periodo della sua vita.

Senza Dio, voi, a qualunque sistema civile vogliate appigliarvi, non potete trovare altra base che la Forza cieca, brutale, tirannica. Di qui non s’esce. O lo sviluppo delle cose umane dipende da una legge di Provvidenza che noi tutti siamo incaricati di scoprire e d’applicare, o è fidato al caso, alle circostanze del momento, all’uomo che sa meglio valersene. O dobbiamo obbedire a Dio, o servire ad uomini, uno più non importa. Se non regna una Mente suprema su tutte le menti umane, chi può salvarci dall’arbitrio  dei nostri simili, quando si trovino più  potenti di noi? Se non esiste una Legge santa inviolabile, non creata dagli uomini, qual norma avremo per giudicare se un atto è giusto o non è?  In nome di chi, in nome di che protesteremo contro l’oppressione e l’ineguaglianza?  Senza Dio, non vi è altro dominatore che il Fatto: il Fatto davanti al quale i materialisti s’inchinano sempre, abbia nome Rivoluzione  o Bonaparte: il Tatto del quale i materialisti anch’oggi, in Italia e altrove, si fanno scudo per giustificare l’inerzia, anche dove concordato teoricamente coi nostro principi.  Or comanderemo noi loro il sacrificio, il martirio in nome delle nostre opinioni individuali?  Cangeremo, in virtù solamente de’ nostri interessi, la teorica in pratica, il principio astratto in azione?  Disingannatevi.          Finché

parleremo individui, in nome di quanto il nostro intelletto individuale ci suggerisce, avremo quel ch’oggi abbiamo: adesione a parole, non opere. Il grido che suonò in tutte le grandi rivoluzioni, il grido, “Dio lo vuole, Dio lo vuole” delle Crociate, può solo convertire gli inerti in attivi, dar animo ai paurosi, entusiasmo di sacrificio  ai calcolatori, fede a chi respinge col dubbio  ogni umano concetto. Provate agli uomini che l’opera d’emancipazione e di sviluppo progressivo alla quale voi vi chiamate, sta nel disegno di Dio; nessuno si ribellerà. Provate loro che l’opera terrestre da compirsi quaggiù è essenzialmente connessa colla loro vita immortale:  tutti i calcoli del momento spariranno  davanti all’importanza dell’avvenire. Senza Dio, voi potete imporre, non persuadere: potete essere tiranni alla vostra volta, non educatori ed apostoli.

Pubblicato in Varie | Lascia un commento