ITALIA, VERSO IL RISORGIMENTO

Italia: verso il Risorgimento

L’impronta napoleonica (vedi capitolo Napoleone: un astro ‘voluto’?) caratterizzò anche la Massoneria dell’epoca in Italia dove a Milano, nel 1805, era sorto il Grande Oriente d’Italia e nel 1806 erano stati messi a punto gli Statuti Generali della Franca Massoneria in Italia. Ma, accanto ai membri dell’Ordine che ammiravano Napoleone o semplicemente si adeguavano alla situazione in atto, andò con il tempo crescendo il numero di coloro che intendevano opporsi alla ‘tirannide’ francese, già affiliati ad altre sette segrete di varia ispirazione ideologica. Tuttavia la Massoneria e tali sette restarono sempre realtà distinte, anche se è stata probabilmente la prima a suggerire alle seconde il modello organizzativo e il simbolismo, così come le abitudini cospirative e l’attivismo erano un’eredità dei club rivoluzionari di fine Settecento. Una delle più importanti sette segrete, almeno per quanto riguarda l’Italia, fu la Carboneria, forse derivata dalla Filadelfìa. Quest’ultima aveva raccolto lo scontento di certi settori dell’esercito e della Massoneria francese e si era diffusa in tutta Europa, penetrando anche con alcuni dei suoi esponenti nelle logge del Regno italico. La Carboneria, di cui è certo che fosse nota alle autorità di governo fin dal 1808, si sviluppò soprattutto nell’Italia meridionale e si infiltrò a sua volta nelle logge napoletane.

Con il passare del tempo al primitivo spirito democratico ed egualitario delle società segrete si sostituì un patriottismo di stampo liberale, avente come obiettivi l’indipendenza e la Costituzione, a proposito della quale si pensava che potesse garantire un assetto politico simile a quello inglese.

Dopo la Restaurazione, avviata dal Congresso di Vienna nel 1815, le sette clandestine continuarono a operare conquistando adepti tra gli ufficiali, gli intellettuali, gli studenti e, in alcune situazioni, anche tra le classi popolari. In Italia alla Carboneria sempre operante nel Meridione, si affiancò al Nord la Società dei Sublimi Maestri Perfetti, che soppiantò l’Adelfìa, attiva negli anni immediatamente successivi alla Restaurazione. È all’interno dei Sublimi Maestri Perfetti che, sotto il controllo di Filippo Buonarroti (1761-1837), si concentravano le posizioni più radicali. Se infatti il conferimento del primo grado comportava soltanto il giuramento alla fede deista, alla fraternità e all’uguaglianza, con il secondo ci si impegnava a combattere per una Costituzione repubblicana e con il terzo per l’abolizione della proprietà privata e la comunione dei beni e del lavoro. Fu però la Carboneria che, a partire dai moti napoletani del 1820, dette a lunghi anni di cospirazione il primo sbocco rivoluzionario concreto. Se il moto napoletano si era posto come obiettivo l’ottenimento della Costituzione, si fecero poi sempre più forti le istanze indipendentistiche, in funzione di quella ‘nazione’ che il movimento romantico celebrava come un valore irrinunciabile. In questo processo, almeno dal punto di vista ideale, ebbe un ruolo di primo piano Giuseppe Mazzini (1805-1872). Di tutti i patrioti italiani è quello che espresse le posizioni più vicine alla concezione dell’uomo e del suo ruolo nel mondo propria della Massoneria. Ebbe infatti contatti con l’esoterico Rito di Memphis-Misraim, in cui aveva grande importanza la tradizione misteriosofica egizia. A tale Rito aderiva anche Giuseppe Garibaldi (1817-1882).

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MASSONERIA

Massoneria «La massoneria si profila come entità e come fenomeno di carattere complesso, non riducibile alla sola dimensione ideologica o sociopolitica né, per contro, alla sola dimensione iniziatica e spirituale.
Ma mentre la prima è esplorabile e analizzabile mediante gli strumenti ben collaudati della ricerca scientifica, la seconda rimane impenetrabile a questi strumenti e richiede l’uso di altri e più adatti mezzi d’indagine.
L’esoterismo è a tutti gli effetti l’universo sommerso e mal visualizzabile della massoneria, suo cuore e midollo, vero filo conduttore unitario attraverso il suo divenire, comune denominatore sotteso alla sua universalità e al suo cosmopolitismo, irresistibile segnale di richiamo per tutti gl’individui che nei tempi e a ogni latitudine hanno varcato le soglie del Tempio.
Nella presente esposizione di esoterismo ben poco si parla, anche se pare di avere già a sufficienza delucidato i motivi di questa apparente contraddizione con quanto or ora affermato in merito al ruolo dell’esoterismo nel contesto massonico, da cui consegue la costante necessità di tenerne presente l’influenza nell’esame del fenomeno muratorio pure laddove l’esoterismo non emerga in forma palese».

Il Mistero delle Origini Le origini della libera muratoria rimangono tuttora avvolte in un fitto mistero. Benché sia stata ipotizzata una continuità tra i collegia fabrorum romani, o corporazioni di mestiere istituite già nella Roma arcaica, e le corporazioni medioevali di muratori, per il tramite di maestranze bizantine o italiche (tra queste, i cosiddetti magistri comacini) operanti nell’alto Medioevo, nessuna prova documentaria è ancora emersa al riguardo.Durante il medioevo, nei principali Paesi europei vennero a costituirsi numerose gilde o confraternite di muratori, in connessione con la ripresa delle costruzioni religiose e civili, in molti casi sotto il patronato o la direzione degli ordini monastici.  Si ha notizia infatti di diversi statuti o carte contenenti una disciplina del mestiere, dei rapporti reciproci tra membri delle corporazioni, tra membri e apprendisti, etc., ma soltanto negli antichi documenti inglesi e scozzesi sono riscontrabili elementi peculiari rinvenibili in seguito nella massoneria moderna, quali le allusioni a segreti del mestiere e a segni o modi di riconoscimento riservati agli operai ammessi nella corporazione. Sono sopravvissute fino a oggi corporazioni di mestiere, tra cui quelle dei muratori e dei carpentieri, denominati rispettivamente compagnons in Francia e steinmetzen in Germania, caratterizzate da un apparato simbolico e da “leggende” del mestiere che presentano affinità con quelle massoniche e che quindi possono essere indicativi dell’appartenenza a un ceppo comune, per quanto remoto. Nondimeno, quando dopo il 1717 si verificò la diffusione della moderna massoneria inglese sul continente europeo, nei diversi Paesi non avvenne alcun travaso dalle preesistenti corporazioni di mestiere alla nuova organizzazione, che era ed è da considerare una diretta filiazione inglese. Nei quasi tre secoli trascorsi dalla fondazione della Gran Loggia di Londra (1717), che segnò formalmente o convenzionalmente l’atto di trapasso dall’antica massoneria di mestiere o operativa a quella moderna o speculativa, sono state proposte varie teorie a spiegazione della specificità di essa rispetto a tutte le altre organizzazioni di mestiere, consistente nel suo patrimonio simbolico ed esoterico. Sono stati chiamati in causa il sacerdozio egiziano, i misteri eleusini, i pitagorici, gli esseni, le sette gnostiche e zoroastriane, il mitraismo, i druidi, il sufismo persiano e arabo, la qabbalah ebraica, i Templari, i catari, i Fedeli d’Amore, gli alchimisti, l’ermetismo rinascimentale, i Rosa Croce: in breve, l’intero retroterra esoterico della civiltà occidentale e del vicino Oriente.  Nonostante una pluralità di sorprendenti affinità e talvolta di coincidenze, nessuna vera prova sussiste in merito a eventuali rapporti di identità o di continuità tra qualcuno di questi supposti antecedenti e la massoneria. Diverso è il discorso per quanto concerne l’influenza che alcuni di essi possano aver esercitato nel processo di formazione della massoneria moderna, con riguardo soprattutto agli ultimi sopra menzionati. Evidenti innesti da talune eredità sapienziali, anche remote, sono ben attestati nella storia della massoneria ed emergono nitidamente dall’esame dei suoi rituali, in particolare per quanto concerne i diversi “sistemi ad alti gradi” che fin dalla prima metà del XVIII secolo vennero a stratificarsi sopra i gradi originari della massoneria di mestiere. La massoneria soggettivamente si richiama a una tradizione iniziatica, trasmessa da uomo a uomo fin da epoche immemorabili, e perciò tale che la sua fondazione non può essere situata in un’epoca storicamente determinata né essere attribuita all’opera di un singolo uomo o gruppo di uomini. Conforme a questi presupposti, le origini della massoneria sono leggendarie o mitiche e, nella sua interna concezione, l’iniziazione muratoria non differisce dalle iniziazioni delle età più antiche, con le quali intrattiene rapporti di singolare somiglianza, al punto che, come si è detto, ne sono state ipotizzate le ascendenze più disparate e remote.Ne consegue che accanto alla storia reale della massoneria, per tale intendendo quella ricostruibile attraverso gli usuali strumenti della ricerca storica, ne sussiste o acquista rilevanza un’altra, anch’essa “storia” ma in senso molto peculiare, o più propriamente metastoria, che prescinde dal dato documentario e s’inscrive in un orizzonte diverso, nel quale i nomi, le date e gli avvenimenti s’inseriscono nella dimensione sacrale del simbolo e acquistano un significato “altro” rispetto a quello profano. Le due “storie” non si escludono reciprocamente, ma confluiscono entrambe in una nozione di tradizione leggibile e decifrabile secondo almeno due ottiche diverse, quella della lettera e quella dello spirito, governate da scritture e da cifre non omogenee.  

Segreto e Riservatezza  

Società iniziatica e non “società segreta”, la libera muratoria si fonda tuttavia su un “segreto”, cioè su un contenuto “non comunicabile” e “non esprimibile”, la cui conoscenza è possibile soltanto attraverso l’esperienza vissuta dell’iniziazione. Il vincolo del segreto sui riti iniziatici è ben attestato dall’antichità pre-cristiana, ma si ritrova anche successivamente. Curiosamente una delle migliori definizioni del segreto iniziatico è dovuta all’avventuriero veneziano Giacomo Casanova, come questi la espose nelle sue Memorie:
Coloro che si determinano a farsi iniziare liberi muratori soltanto per pervenire a conoscere il segreto, possono sbagliarsi, perché può capitar loro di vivere cinquant’anni maestri muratori senza mai giungere a penetrare il segreto di questa confraternita…
Il segreto della libera muratoria è inviolabile per sua propria natura, perché il libero muratore che lo conosce, lo conosce soltanto per averlo indovinato. Egli non lo ha appreso da alcuno. L’ha scoperto a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e di dedurre. Quando egli vi è pervenuto, si guarda bene dal partecipare la sua scoperta a chicchessia, fosse anche il suo miglior amico massone, poiché, se costui non ha avuto il talento di penetrare il segreto, non avrà neppure quello di trarne partito apprendendolo oralmente. Questo segreto sarà dunque sempre un segreto. Tutto quello che si fa in loggia deve essere segreto; ma coloro i quali per una disonesta indiscrezione non si sono fatto scrupolo di rivelare ciò che vi si fa, non hanno certo rivelato l’essenziale. Come avrebbero potuto rivelarlo se non lo conoscevano? Se l’avessero compreso, non avrebbero rivelato le cerimonie. Codesto segreto concerne quindi gli elementi propri dell’iniziazione e del suo apparato simbolico-rituale, e non già ipotetiche attività svolte clandestinamente al riparo del Tempio, inconfessabili perché disdicevoli sotto il profilo morale e giuridico. Altra cosa è la riservatezza, ossia la facoltà di ogni associazione liberamente costituita di pubblicizzare o di non pubblicizzare le sue attività, quando non siano illecite o vietate dall’ordinamento giuridico. A questo riguardo va precisato che comunque pressoché tutti i rituali dei lavori muratori e delle relative cerimonie di iniziazione sono stati stampati in ogni lingua, a partire almeno dal terzo decennio del XVIII secolo, e che i nominativi dei dirigenti, così come le ubicazioni delle logge, sono sempre stati noti.
Lo scopo dichiarato e autentico dell’iniziazione muratoria è il perfezionamento spirituale del singolo individuo. Infatti, essa consiste nell’ammissione del candidato in un Tempio, ossia in un luogo esplicitamente sacro, che si pone a ricordo e a perpetuazione del Tempio di Gerusalemme. Mentre quello era consacrato a YHVH, il Dio dell’Antico Testamento, questo è costruito “alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo”, nomen di sostituzione che si conforma a un tempo all’impronunciabilità del Nome divino, alle origini di mestiere della muratoria e del suo patrimonio simbolico, e all’universalismo proprio dell’esoterismo. Corollari e conseguenza logica di questa primaria finalità sono gli scopi del perfezionamento morale del singolo e l’estensione di siffatta opera di perfezionamento, sul duplice piano spirituale/morale, all’intera società, intesa come “umana famiglia”.
Carattere peculiare ancorché non esclusivo dell’iniziazione muratoria è la sua dimensione collettiva: l’iniziazione è conferita al candidato da una collettività di iniziati e dà initium a un percorso conoscitivo di natura esoterica che prevede periodici momenti di confronto e di lavoro comune nell’unità-loggia, secondo un piano scandito da un preciso rituale e da un apparato di simboli, la cui funzione è quella di rivelarsi gradualmente al singolo iniziato e alla sua comprensione, che va progressivamente affinata mediante sforzi individuali, nei quali è dato avvalersi dell’esempio fornito dagli altri iniziati e, ove necessario e possibile, della loro assistenza. da: “La Massoneria – Storia, Miti e Riti” di Natale Mario di Luca, pubblicato dall’Atanòr nella primavera del 2000.
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TRE “MISTERI” DEI MAESTRI SEGRETI

Tre “Misteri” dei Maestri Segreti

di Athos A. Altomonte

Anche se molti “esoteristi” si dilettano a raccogliere e conservare enigmi del passato, rari sono quelli che si spingono tanto avanti da scoprirne il loro pratico impiego.

Per questo, è compito del ricercatore compiere ogni sforzo per capire l’utilizzazione, pratica e reale, d’ogni ideogramma rituale. Inoltre, scoprirne l’utilità vorrebbe dire “rendere giustizia” ai loro ideatori e a quanti li hanno preservati e trasmessi, attraverso una lunghissima “Catena d’Unione”.

Senza l’ausilio della parola sarà difficile chiarire le complesse concomitanze di questo ideogramma, ma ciò non toglie che riusciremo a testimoniarne alcuni aspetti.

Il cerchio è la determinazione “perfetta” di uno spazio ideale che può essere concepito non solo come un’area specifica, ma come una dimensione astratta di spazio e di tempo. Insomma una dimensione atemporale ed immanente che contiene (regge) un’apparenza specifica, determinata e limitata a se stessa.

Nel caso in questione, il cerchio è una porzione di spazio atemporale che racchiude (regge) la maggiore delle tre Triadi che compongono l’essere umano (v. sul Sito la trattazione delle “Triadi” nella: Esonet Conferenza).

“Espressione materiale” di questa Triade maggiore (la Monade spirituale) è il Pentalfa (la Stella a 5 punte), simbolo di 5 regni naturali che ogni essere umano racchiude in sé, nella propria “Natura”.

Il Pentalfa rappresenta: il regno minerale (le ossa dello scheletro); il regno vegetale (liquidi e umori); il regno animale (la corporalità e l’energia chimica ed ormonale che produce i suoi istinti e passioni); il regno umano (la psiche); il regno spirituale (l’energia nucleare che “anima” la conformazione materiale).

Quando la punta superiore del Pentalfa (il 5° regno, la dimensione ch’è detta: spirituale) arriva a “dominare” i quattro regni inferiori (vedi la trattazione del “Quaternario” sempre nella Conferenza di Esonet), l’essere vivente, fisicamente s’illumina. A questo punto il Pentalfa (illuminato) è detto Fiammeggiante.

Alla lettera “Z” vengono attribuiti diversi significati, a seconda della diverse capacità dell’”osservatore”.

Più spesso prevale l’aspetto simbolico, che vi ravvede la possibile iniziale di una parola ebraica.

E non si capisce il perché di questa scelta, visto che nelle intenzioni iniziatiche l’ideogramma è nato come “strumento di trasmissione” di una conoscenza che non fosse sottoposta alle interferenze dei linguaggi popolari. La scelta di ravvedere in quest’ideogramma un termine ebraico appare quindi come una scelta popolare non consona alle peculiarità iniziatiche. A rafforzare il concetto vediamo come la stessa mistica ebraica si guarda bene dall’uso letterale del proprio linguaggio, che riduce sotto forma di “combinazioni numeriche” (v. Kabbalah). 

Un’esegesi poco comune ravvede in questo ideogramma la raffigurazione del sistema sephirotico (Albero sephirotico), la cui Terza Colonna (spirituale) si estende invisibilmente lungo tutto il pavimento del Tempio massonico: partendo da “Kether”, il Maestro Venerabile, sino a raggiungere “Malkuth”, il Copritore Esterno. La “Z”, allora, sarebbe la raffigurazione del doppio triangolo che caratterizza la struttura portante del sistema sephirotico.

Questo è uno dei “segreti” di questo grado rituale.

Nella confluenza verticale di questo doppio triangolo si ravvedono le cosiddette “Clavicole di Re Salomone”. Il simbolo rappresenta la “confluenza” di una triade maggiore (quella di fuoco-spirito) in un’altra minore (aria, acqua, terra) che, come viene descritto con l’Albero della Vita (A. sephirotico), “discende”  dalla sephira denominata “Kether” sino a quella chiamata “Malkuth”.

L’utilizzazione pratica di questo ideogramma sta nella sua correlazione con la spina dorsale umana (vedi le tavole di Baker). Vale a dire, accostare la “discesa” energetica descritta nell’Albero sephirotico (il macrocosmo celeste, vedi l’Adamo Kadmon) alla sua “ascesa”, com’è mostrata nel Caduceo ermetico (il microcosmo umano, vedi l’Adamo terrestre).

La connessione tra Albero sephirotico e Caduceo ermetico “apre” un tema davvero inaspettato nel quale, come spesso avviene, sarà l’intuito del ricercatore a fornire la chiave d’accesso anche di questo “mistero”.

L’Albero sephirotico è l’elaborazione dei dieci stati di coscienza che l’iniziato deve riattraversare per raggiungere l’Iniziazione maggiore e così risalire alla scoperta della propria natura “divina”. E l’itinerario di questo “Viaggio” interiore diviene visibile, congiungendo i significati di due ideogrammi: il Caduceo Ermetico e la Chiave spezzata.

Entrambi i simboli, nella loro accezione iniziatica, corrispondono alla spina dorsale dell’essere umano. È attraverso questa “via” che si svolge tutto il percorso dell’iniziato, dallo stato fisico-animale fino al raggiungimento di quella “Libertà” interiore simboleggiata dalle due ali del Caduceo ermetico.

Il Caduceo ermetico

La tradizione iniziatica mostra nel simbolo del Caduceo ermetico l’ascesa delle tre energie che “animano” l’essere. La via principale di trasmissione è il midollo spinale che dal coccige raggiunge la testa, mentre le altre due vie (il mascolino ed il femminino) salgono avvolgendosi attorno alla prima a mo’ di spirali.

Per il loro particolare moto a spirale i due percorsi vengono rappresentati come due serpenti ignei che, ascendendo verso il capo, si avvolgono attorno al bastone che corrisponde alla Via di Mezzo.

Il bastone (o una canna coi suoi nodi) rappresenta la spina dorsale, la via di mezzo che conduce all’apice, ch’è la mente (testa) dell’Iniziato. Una volta che nella mente siano ascese le tre energie all’iniziato si spalancano le Ali della Libertà (v. simbologia del Compasso massonico).

Le “Ali” (congiunzione di mascolino e femminino), in questo caso, al pari del Compasso massonico, sono la rappresentazione simbolica di quell’apertura di coscienza vista come libertà interiore e spirituale, che nasce dalla “comunione” della triplice essenza umana (fisico-pensiero-spirito) e che viene ritrovata alla conclusione di quel processo di sintesi interiore chiamato Iniziazione maggiore.

Nell’ideogramma i due serpenti rappresentano in modo ermetico due polarità energetiche (+ e – , mascolino-femminino, ossia i due poli dell’elettricità eterica) che si avvolgono, risalendo la corrente principale che scorre lungo il midollo spinale (v. tavole di Baker).

A somiglianza dell’Albero Sephirotico, anche qui alto e basso si uniscono passando per un centro (la sephirot Tiphereth o il suo analogo fisico il centro cardiaco) in cui si congiungono il lato destro, dominato dal lobo cerebrale dinamico (detto mascolino) e quello sinistro, dominato dal lobo cerebrale ricettivo (detto femminino). Tra i due c’è quella che le tradizioni esoteriche hanno chiamato la via di mezzo, ovvero un centro di coscienza, dominio dell’equilibrio interiore. E quest’equilibrio, in sintesi, riesce ad esprimere l’aspetto chiamato: il senso interiore di giustizia.

Ogni qual volta che le due polarità (mascolino e femminino) s’incrociano con l’energia che si trasmette attraverso il midollo spinale confluiscono a formare un unico nodo energetico chiamato: ganglio.

Questo dimostra con sufficiente chiarezza il concetto ermetico del: Tre in Uno che appare quando le due polarità fisiche (mascolino-femminino) si uniscono alla terza, neutra, così che la loro “triplice diversità” (2 + 1) si muta in un’unica sintesi energetica, nella quale è riconoscibile l’UNO.

La confluenza in una sintesi energetica forma un centro che, dalla scienza occidentale, è detto ganglio sensitivo.

L’antica saggezza d’oriente chiamò questo fenomeno “chakra” (in sanscrito: ruota), perché, una volta confluite in un unico punto, le 3 energie, rispondendo ad un impulso centripeto, “ruotano” in senso orario, fino a formare un nucleo dalla triplice essenza. Determinando un mirabile esempio di sintesi ed un processo davvero importante per l’individuo, perché, quest’amalgama energetica annulla e supera in maniera definitiva, un aspetto duale e conflittuale della natura fisico-animale.

Il “mistero” della “Chiave spezzata”

A questo punto non sarà difficile intuire come la ricostruzione della chiave di un libero pensiero in un libero spirito passi attraverso il ricongiungimento di tutte le espressioni energetiche che compongono la coscienza dell’individuo.

Come viene tramandato nei catechismi esoterici: “la chiave si è spezzata e la parola è andata perduta”. Ma, a questo punto, interpretare queste parole non sarà più un azzardo. Soprattutto se, nel rispetto della migliore tradizione ermetica, cominceremo iniziando dalla fine .^.

In mancanza di una mente “luminosa” le idee d’ordine superiore (archetipi) appaiono oscure ed insondabili, per cui, di norma, si procede ad ipotizzarne i significati col risultato di falsarne contenuti e conclusioni.

In questa oscurità la “Parola sembra perduta” (il pensiero archetipo). Invece c’è, anche se non è ancora possibile né vederla, né utilizzarla in maniera profana.

Svelarla attraverso il linguaggio comune è stato per millenni l’arduo compito delle grandi guide spirituali, mentre il compito di conservarne e di trasmetterne il senso ri-velato (velato due volte) nei simboli è stato il compito dei grandi iniziati, che sono i veri Guardiani della Soglia che custodisce il Tempio della saggezza planetaria.

Ma sappiamo con certezza che l’dea primigenia è la Parola sacra dell’iniziatore, ch’egli trasmette col suo “sacrum facere”, illuminando prima la coscienza e poi la mente dell’iniziando.

La conclusione è ora a portata di mano, perché, come è stato insegnato, sappiamo che nessuna trasmissione è possibile: finché la chiave è ancora spezzata.

La chiave, dunque, è la spina dorsale e costituisce l’asse verticale di ogni individuo. E rimane “spezzata” finché, come s’evince dal Caduceo ermetico, non sia completata l’“Unione” tra tutti i gangli che forniscono la “spinta energetica” all’apertura di altrettante dimensioni di coscienza.

Conforta che anche su questo punto ci sia assonanza tra il sapere d’occidente e quello d’oriente.

Difatti, anche la tradizione iniziatica orientale riconosce questo “percorso interiore” ed ha redatto sette diverse filosofie yoga alla conoscenza dei sette maggiori chakras, il cui “risveglio” è la via evolutiva più breve per espandere la coscienza fisica.

L’asse individuale dell’essere umano corrisponde all’asse del mondo e molti “segni” degli Ordinamenti mistici e misteriosofici si accomunano, muovendosi  lungo l’asse verticale corrispondente alla spina dorsale. Un asse che, com’è noto, funziona come un’antenna di ricezione tra la “sfera energetica” individuale e lo spazio esterno che la circonda.

Molti segni ricordano la confluenza in un unico centro (è universale il segno della croce, che appare in ogni tempo e cultura) degli assi orizzontale e verticale (v. sephira Tiphereth e centro cardiaco).

Altri, invece, ricordano le interruzioni nella sua fluidità. Come, ad esempio, il taglio che fa all’altezza della gola il massone in grado d’Apprendista, o quello all’altezza della cintola ch’è il segno distintivo del 3° grado massonico. Sono tutti chiari segni d’interruzione “volontaria”, anche se solo simbolica, del flusso verticale.  Un flusso energetico che, a quello stadio, è ritenuto ancora spurio  e perciò indesiderabile.

Mentre il Segno di Compagno d’Arte è indubbiamente un gesto mistico, che ricorda solennemente l’unione (Ponte o Arco reale) tra “cuore e cielo” dell’iniziato (v. pontifex e l’Ars Pontificia della Massoneria Bianca).

Il “mistero” dei Sette Maestri Segreti

La leggenda dei Maestri Segreti racconta della morte del Maestro Hiram, ucciso dall’iniquità di tre cattivi Compagni che poi ne nascosero il corpo sotterrandolo nella sabbia. Ma dalla terra (elemento terra) “germogliò” un ramoscello d’acacia (simbolo d’incorruttibilità) che permise ai Sette Maestri inviati sulle sue tracce di ritrovarlo.

Questa è la parte di catechismo che dovremo analizzare al fine di trovare le correlazioni con quanto detto finora. Per raggiungere lo scopo, però, bisogna trarre il significato esoterico separandolo dall’impianto exoterico della favola.

Secondo il metodo induttivo, per capire quanto non appare subito evidente, il ricercatore formula delle domande a cui dovrà poi rispondere. Penetrando, così, nei significati sotterranei della rappresentazione exoterica.

In questo caso, anche se il simbolismo offre di più, credo che rispondere a 5 domande sia sufficiente per aprire uno spiraglio sul tipo d’esoterismo che vela la facciata exoterica di questo, al pari di ogn’altro grado della Massoneria iniziatica.

1) Cosa rappresenta il Maestro Hiram.

2) Cosa rappresentano i 3 cattivi Compagni.

3) Cosa cercano i 7 Maestri segreti.

4) Cosa rappresentano i 7 Maestri segreti.

5) Di chi sono gl’inviati di questi 7 Maestri.

Primo: il M. Hiram rappresenta lo “spirito iniziatico” dei Costruttori di Templi, che conoscevano i Segreti dell’Arte di rappresentare il Principio-Dio in forme materiali.

Gli antichi Hierophanti erano i pontefici che costruivano i collegamenti col Divino celeste, consapevoli che le condizioni di terra e cielo, cioè di materia e spiritualità, erano nell’intimo d’ogni appartenente all’umanità e questo li rendeva simili (Figli) all’Uno divino.

Ecco il “mistero dei misteri” che noi andiamo conservando.

Altrove è scritto che ampliando il concetto legato a questa figura, Hiram è il Messia dei Pontefici.

Anch’egli, come ogni altra “figura guida”, nasce senza padre perché, nel codice del simbolismo spirituale, la Madre è la materia (vedova perché priva di Luce spirituale) del suo corpo mentre suo Padre è lo Spirito divino di cui egli è Figlio. Dunque ogni Iniziato è figlio della terra in quanto corpo ma anche Figlio del Divino in quanto Luce spirituale.

La figura ieratica del Maestro rappresenta lo spirito guida di coloro che conservano il “real segreto” che, rivelato (velato due volte) nella volta del Tempio, si riflette sul suo pavimento (v. Camera di Mezzo e Tempio circolare).

Secondo: nell’impianto exoterico, dei tre cattivi Compagni che uccisero il proprio Maestro viene enfatizzato soprattutto l’aspetto catechistico e morale che ne condanna l’orgoglio e la scelleratezza.

Questo mito, che non è frutto dell’immaginario popolare, è stato ideato per trasmettere concetti iniziatici. Per questo sarebbe errato trarre conclusioni da una lettura puramente letterale senza dubitare che vi siano risvolti inavvertibili ad una visione profana, nel qual caso dovremo partire ricordando che il Tempio che il Maestro Hiram stava costruendo è la rappresentazione (v: la Grande Opera: l’iniziato attraverso sé stesso sacralizza la materia planetaria) di un progetto che vede impegnato ogni iniziato: l’opera di levigatura (perfezionare) di una pietra (se stesso) del Tempio interiore. Costruire il Tempio, allora, per l’iniziato assume il significato di Edificare in terra la Spiritualità, restaurando la condizione di Adamo Kadmon.

Non potendo contare su lunghi preamboli e chiarimenti non ci resta che entrare direttamente nel merito dell’esoterismo di queste 3 figure.

Il Tempio simboleggia il progresso umano nella sua accezione spirituale piuttosto che in quella “tecnologica”. La figura di Hiram Habiff rappresenta lo Spirito iniziatico che “tende” a Edificare in terra l’aspetto divino (v. Età dell’Oro). I tre cattivi Compagni, che giungono a lui da direzioni diverse, raffigurano le Tre Ere (argento, ferro e piombo) della sua “caduta terrena”.

Se ne comprende meglio il significato considerando, dal punto di vista esoterico, i punti dove il “Maestro” viene colpito fino a provocarne la morte. I punti colpiti equivalgono ai tre “centri” maggiori dell’essere:

•         il centro del capo (l’intelligenza spirituale)

•         quello della gola (la creatività intellettuale)

•         ed il centro cardiaco (la saggezza dell’amore altruistico).

L’ostruzione di questi tre centri porta alla cecità interiore. La “tenebra” che oscura l’anima e rende l’essere incosciente della propria discendenza divina.

La “coscienza spirituale”, come disegnato dal percorso sephirotico,  è “sepolta” nella terra della componente fisica del proprio corpo materiale (Malkuth) ed il solo segno d’incorruttibilità è dato dalla “saggezza” che, nascosta nell’abisso (sephira Da’ath) di ogni coscienza individuale, deve essere ritrovata e fatta risorgere.

Ecco che tutto il percorso iniziatico serve proprio a produrre questo evento: la resurrezione dello spirito (Hiram) nell’animo di tutti coloro che ne giungono a conoscenza (la vera maestranza iniziatica), oltrepassando in vita il concetto della morte fisica (iniziazione a Maestro), superandola nell’aforisma: l’immortalità mi è nota.

Terzo: è detto che sette Maestri Segreti si muovono alla ricerca di Hiram.

Quarto: questo numero non nasce per caso, perché, i catechismi esoterici raccontano come un numero determinato d’iniziati o magi precorrano sempre un avvento di rilevanza spirituale.

Una costante è che il loro numero è sempre dispari: 3, 5, 7 o 9. Questo perché quei numeri, in realtà, non sono persone fisiche, come si vorrebbe far credere, ma rappresentano delle precise “triangolazioni” che debbono avvenire nel “corpus” coscienziale dell’iniziato prima che questi possa diventare un protagonista dell’evento.

Nel caso dei sette Maestri segreti, trattandosi della ricerca d’una rinascita interiore, è ragionevole l’ermeneutica esoterica che riconosce nei 7 Maestri i sette centri di coscienza trattati nel Caduceo ermetico.

Ecco la natura della loro segretezza. Trattandosi, infatti, di sette dimensioni di coscienza, non sono in alcun modo percettibili all’esterno se non come esito di una progressiva espansione di coscienza (illuminazione) che nell’individuo “svela” la rinascita spirituale di Hiram, Maestro e guida interiore dell’iniziato.

D’altronde è difficile considerare una semplice coincidenza il ricorrere di questo numero in tanti altri temi legati alla dimensione spirituale. Eccone alcuni esempi: 7 sono le note dell’Armonica celeste, come 7 sono i suoi colori e 7 i suoi aspetti energetici; 7 sono i pianeti sacri della volta celeste e 7 i pianeti della Menorah, 7 i nodi del Caduceo ermetico, 7 i centri energetici di questo pianeta e 7 sono i centri della fisiologia occulta dell’essere umano.

Quinto: è noto come ogni “spazio rituale” è speculare ad uno “spazio divino”, e come proprio da questa specularità nasca la sua sacralità, ovvero, il “sacrum facere”.

Per questo presupposto il riflesso soggettivo (mondano) di uno “spazio divino” deve essere considerato l’opposto di quella che è una realtà spirituale. Tant’è che il termine “speculare” indica proprio il riflettersi al contrario di una realtà oggettiva e a sé stante.

Lo “spazio rituale” concepito come campo d’azione dei Maestri segreti è retto da una parte da Salomone, che identifica la “saggezza”, e dall’altra da Adonai-Hiram.

Come è noto, Adonai è uno dei nomi exoterici, e perciò “pronunciabili”, di Yahwè, il Dio del popolo ebraico. Per effetto speculare potremmo giungere alla conclusione che Adonai (il divino Costruttore), attraverso la spiritualità (il Maestro Hiram), illumina di “saggezza” (Salomone) la via ai sette Maestri segreti (i 7 centri) che “vanno” alla Sua ricerca.

Questa versione offre una visione animista del grado, tanto che l’argomento, più che dirsi concluso, potrebbe aprirsi ad una dimensione ben maggiore rispetto ai presupposti iniziali, prendendo con decisione, la direzione di quel macrocosmo che tutti noi intimamente riflettiamo, e che è il presupposto dell’Ars Pontificia.

Athos A. Altomonte

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IL PRIMO RACCONTO DEL TEMPIO DI SALOMONE

Il primo racconto del Tempio di Salomone

1Re 5:1 – 8:11

a cura di Giuseppe Vatri

Chiram, re di Tiro, avendo udito che Salomone era stato unto re al posto di suo padre, gli mandò i suoi servitori; perché Chiram era stato sempre amico di Davide.

Salomone mandò a dire a Chiram:

“Tu sai che Davide, mio padre, non poté costruire una casa al nome del SIGNORE, del suo Dio, a causa delle guerre nelle quali fu impegnato da tutte le parti, finché il SIGNORE non gli mise i suoi nemici sotto i piedi.

Ma ora il SIGNORE, il mio Dio, mi ha dato pace dappertutto; non ho più avversari, e non sono sotto il peso di nessuna calamità.

Ho quindi l’intenzione di costruire una casa al nome del SIGNORE mio Dio, secondo la promessa che il SIGNORE fece a Davide mio padre, quando gli disse: “Tuo figlio, che metterò sul tuo trono al posto tuo, sarà lui che costruirà una casa al mio nome”.

Perciò dà ordine che mi si taglino dei cedri del Libano. I miei servitori saranno insieme con i tuoi servitori. Pagherò il salario per i tuoi servitori secondo tutto quello che domanderai; perché tu sai che non c’è nessuno tra noi che sappia tagliare il legname come quelli di Sidone”.

Quando Chiram udì le parole di Salomone, provò una gran gioia e disse:

“Benedetto sia oggi il SIGNORE, che ha dato a Davide un figlio saggio per regnare sopra questo grande popolo”.

Chiram mandò a dire a Salomone:

“Ho udito il tuo messaggio per me. Farò tutto quello che desideri riguardo al legname di cedro e al legname di cipresso.

I miei servitori li porteranno dal Libano al mare, e io li spedirò per mare legati come zattere fino al luogo che tu m’indicherai; e là li farò sciogliere e tu li prenderai; e tu mi farai il piacere di fornire la mia casa dei viveri necessari”.

Così Chiram diede a Salomone del legname di cedro e del legname di cipresso, quanto ne volle.

E Salomone diede a Chiram ventimila cori di grano per il mantenimento della sua casa, e venti cori d’olio vergine; Salomone dava tutto questo a Chiram, anno dopo anno.

Il SIGNORE diede sapienza a Salomone, come gli aveva promesso; e ci fu pace tra Chiram e Salomone, e fecero alleanza tra di loro.

Il re Salomone reclutò operai in tutto Israele, e furono ingaggiati trentamila uomini.

Li mandava in Libano, diecimila al mese, alternativamente; un mese stavano in Libano, e due mesi a casa; e Adoniram era preposto a questi lavori.

Salomone aveva inoltre settantamila uomini che trasportavano i materiali pesanti e ottantamila scalpellini sui monti, senza contare i capi dei prefetti, che erano tremilatrecento, preposti da Salomone alla sorveglianza di quanti erano addetti ai lavori.

Il re diede ordine di estrarre delle pietre grandi, delle pietre scelte, per fare le fondamenta della casa con pietre squadrate.

Gli operai di Salomone e gli operai di Chiram e i Ghiblei (1) tagliarono e prepararono il legname e le pietre per la costruzione.

Il quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dei figli d’Israele dal paese d’Egitto, nel quarto anno del suo regno sopra Israele, nel mese di Ziv, che è il secondo mese, Salomone cominciò a costruire la casa per il SIGNORE.

La casa che il re Salomone costruì per il SIGNORE aveva sessanta cubiti (2) di lunghezza, venti di larghezza, trenta di altezza.

Il Portico sul davanti del luogo santo della casa si estendeva per venti cubiti rispondenti alla larghezza della casa ed era profondo dieci cubiti sul davanti della casa.

Il re fece alla casa delle finestre a reticolato fisso.

Egli costruì, a ridosso del muro della casa, tutto intorno, dei piani che circondavano i muri della casa, cioè del luogo santo e del luogo santissimo; e fece delle camere laterali, tutto intorno.

Il piano inferiore era largo cinque cubiti; quello di mezzo sei cubiti, e il terzo sette cubiti; perché egli aveva fatto delle sporgenze intorno ai muri esterni della casa, affinché le travi non fossero incastrate nei muri della casa.

Per la costruzione della casa si servirono di pietre già preparate nella cava; così nella casa, durante la sua costruzione, non si udì mai rumore di martello, d’ascia o d’altro strumento di ferro.

L’ingresso del piano di mezzo si trovava sul lato destro della casa; per una scala a chiocciola si saliva al piano di mezzo, e dal piano di mezzo al terzo.

Dopo aver finito di costruire la casa, Salomone la coprì di travi e di assi di legno di cedro.

Fece i piani addossati a tutta la casa dando a ognuno cinque cubiti d’altezza, e li collegò alla casa con travi di cedro.

La parola del SIGNORE fu rivolta a Salomone, e gli disse:

“Quanto a questa casa che tu costruisci, se tu cammini secondo le mie leggi, se metti in pratica i miei precetti e osservi e segui tutti i miei comandamenti, io confermerò in tuo favore la promessa che feci a Davide tuo padre: abiterò in mezzo ai figli d’Israele e non abbandonerò il mio popolo Israele”.

Quando Salomone ebbe finito di costruire la casa, ne rivestì le pareti interne di tavole di cedro, dal pavimento fino alla travatura del tetto; rivestì così di legno l’interno e coprì il pavimento della casa con tavole di cipresso.

Rivestì di tavole di cedro uno spazio di venti cubiti in fondo alla casa, dal pavimento al soffitto; e riservò quello spazio interno per farne un santuario, il luogo santissimo.

I quaranta cubiti sul davanti formavano la casa, vale a dire il tempio.

Il legno di cedro, nell’interno della casa, presentava delle sculture di frutti di colloquintide (3) e di fiori sbocciati; tutto era di cedro, non si vedeva neppure una pietra.

Salomone stabilì il santuario nell’interno, in fondo alla casa, per collocarvi l’arca del patto del SIGNORE.

Il santuario aveva venti cubiti di lunghezza, venti cubiti di larghezza, e venti cubiti d’altezza. Salomone lo ricoprì d’oro finissimo; davanti al santuario fece un altare di legno di cedro e lo ricoprì d’oro.

Salomone ricoprì d’oro finissimo l’interno della casa, e fece passare un velo, sospeso da catenelle d’oro, davanti al santuario, che ricoprì d’oro.

Ricoprì d’oro tutta la casa, tutta quanta la casa, e ricoprì pure d’oro tutto l’altare che apparteneva al santuario.

Fece nel santuario due cherubini di legno d’olivo, dell’altezza di dieci cubiti ciascuno.

Le ali dei cherubini misuravano cinque cubiti ciascuna; tutto l’insieme faceva dieci cubiti, dalla punta di un’ala alla punta dell’altra.

Il secondo cherubino era anche di dieci cubiti; tutti e due i cherubini erano delle stesse dimensioni e della stessa forma.

L’altezza del primo cherubino era di dieci cubiti, e tale era l’altezza dell’altro.

Salomone pose i cherubini in mezzo alla casa, nell’interno. I cherubini avevano le ali spiegate, in modo che l’ala del primo toccava una delle pareti e l’ala del secondo toccava l’altra parete; le altre ali si toccavano l’una con l’altra con le punte, in mezzo alla casa.

Salomone ricoprì d’oro i cherubini.

Fece ornare tutte le pareti della casa, tutto intorno, tanto all’interno quanto all’esterno, di sculture di cherubini, di palme e di fiori sbocciati.

Ricoprì d’oro il pavimento della casa, nella parte interna e in quella esterna.

All’ingresso del santuario fece una porta a due battenti, di legno d’olivo; la sua inquadratura, con gli stipiti, occupava la quinta parte della parete.

I due battenti erano di legno d’olivo. Egli vi fece scolpire dei cherubini, delle palme e dei fiori sbocciati, e li ricoprì d’oro, stendendo l’oro sui cherubini e sulle palme.

Fece pure, per la porta del tempio, degli stipiti di legno d’olivo, che occupavano un quarto della larghezza del muro, e due battenti di legno di cipresso; ciascun battente si componeva di due pezzi mobili.

Salomone vi fece scolpire dei cherubini, delle palme e dei fiori sbocciati e li ricoprì d’oro, stendendolo sulle sculture.

Costruì il muro di cinta del cortile interno con tre ordini di pietre squadrate e un ordine di travatura di cedro.

Il quarto anno, nel mese di Ziv, furono gettate le fondamenta della casa del SIGNORE; e l’undicesimo anno, nel mese di Bul, che è l’ottavo mese, la casa fu terminata in tutte le sue parti, come era stata progettata. Salomone la costruì in sette anni.

Poi Salomone costruì il suo palazzo, e lo terminò interamente in tredici anni.

Costruì la casa detta: “Foresta del Libano”; era di cento cubiti di lunghezza, di cinquanta di larghezza e di trenta d’altezza. Era basata su quattro ordini di colonne di cedro, sulle quali poggiava una travatura di cedro.

Un soffitto di cedro copriva le camere che poggiavano sulle quarantacinque colonne, quindici per fila.

C’erano tre file di camere, le cui finestre si trovavano le une di fronte alle altre lungo tutte e tre le file.

Tutte le porte con i loro stipiti e architravi erano quadrangolari. Le finestre delle tre file di camere si trovavano le une di fronte alle altre, in tutti e tre gli ordini.

Fece pure il portico a colonne, che aveva cinquanta cubiti di lunghezza e trenta di larghezza, con un vestibolo davanti, delle colonne, e una scalinata sul davanti.

Poi fece il portico del trono dove amministrava la giustizia, che fu chiamato: “Portico del giudizio”; lo ricoprì di legno di cedro dal pavimento al soffitto.

La sua casa, dove abitava, fu costruita nello stesso modo, in un altro cortile, dietro il portico. Fece una casa dello stesso stile di questo portico per la figlia del faraone, che egli aveva sposata.

Tutte queste costruzioni erano di pietre scelte, tagliate a misura, segate, internamente ed esternamente, dalle fondamenta ai cornicioni, e al di fuori sino al cortile maggiore.

Anche le fondamenta erano di pietre scelte, grandi: pietre di dieci cubiti, e pietre di otto cubiti.

Sopra di esse c’erano delle pietre scelte, tagliate a misura e del legname di cedro.

Il gran cortile aveva tutto intorno tre ordini di pietre lavorate e un ordine di travi di cedro, come il cortile interno della casa del SIGNORE e come il portico della casa.

Il re Salomone fece venire da Tiro Chiram (4), figlio di una vedova della tribù di Neftali; suo padre era di Tiro. Egli lavorava il bronzo, era pieno di saggezza, d’intelletto e di abilità per eseguire qualunque lavoro in bronzo. Egli si recò dal re Salomone ed eseguì tutti i lavori da lui ordinati.

Fece le due colonne di bronzo. La prima aveva diciotto cubiti d’altezza, e una corda di dodici cubiti misurava la circonferenza della seconda.

Fuse due capitelli di bronzo, per metterli in cima alle colonne; l’uno aveva cinque cubiti d’altezza, e l’altro cinque cubiti d’altezza.

Fece un reticolato, un lavoro d’intreccio, dei festoni a forma di catenelle, per i capitelli che erano in cima alle colonne: sette per il primo capitello e sette per il secondo.

Fece due ordini di melagrane attorno all’uno di quei reticolati, per coprire il capitello che era in cima a una delle colonne; e lo stesso fece per l’altro capitello.

I capitelli, che erano in cima alle colonne nel portico, erano fatti a forma di giglio, ed erano di quattro cubiti.

I capitelli posti sulle due colonne erano circondati da duecento melagrane, in alto, vicino alla sporgenza che era al di là del reticolato; c’erano duecento melagrane disposte attorno al primo, e duecento intorno al secondo capitello.

Egli rizzò le colonne nel portico del tempio; rizzò la colonna a destra, e la chiamò Iachim (5); poi rizzò la colonna a sinistra, e la chiamò Boaz (6).

In cima alle colonne c’era un lavoro fatto a forma di giglio. Così fu compiuto il lavoro delle colonne.

Poi fece il “mare” di metallo fuso, che aveva dieci cubiti da un orlo all’altro; era di forma perfettamente rotonda, aveva cinque cubiti d’altezza, e una corda di trenta cubiti ne misurava la circonferenza.

Sotto l’orlo lo circondavano dei frutti di colloquintide, dieci per cubito, facendo tutto il giro del mare; i frutti di colloquintide, disposti in due ordini, erano stati fusi insieme con il mare.

Questo poggiava su dodici buoi, dei quali tre guardavano a settentrione, tre a occidente, tre a meridione, e tre a oriente; il mare stava su di essi, e le parti posteriori dei buoi erano volte verso il centro.

Esso aveva lo spessore di un palmo; il suo orlo, fatto come l’orlo di una coppa, aveva la forma di un fiore di giglio; il mare conteneva duemila bati (7).

Fece pure le dieci basi di bronzo; ciascuna aveva quattro cubiti di lunghezza, quattro cubiti di larghezza e tre cubiti d’altezza.

Il lavoro delle basi consisteva in questo. Erano formate di riquadri, tenuti assieme per mezzo di sostegni.

Sopra i riquadri, fra i sostegni, c’erano dei leoni, dei buoi e dei cherubini; lo stesso, sui sostegni superiori; ma sui sostegni inferiori, sotto i leoni e i buoi, c’erano delle ghirlande a festoni.

Ogni base aveva quattro ruote di bronzo con gli assi di bronzo; ai quattro angoli c’erano delle mensole, sotto il bacino; queste mensole erano di metallo fuso; di fronte a ciascuna stavano delle ghirlande.

Al coronamento della base, nell’interno, c’era un’apertura in cui si adattava il bacino; essa aveva un cubito d’altezza, era rotonda, della forma di una base di colonna, e aveva un cubito e mezzo di diametro; anche lì c’erano delle sculture; i riquadri erano quadrati e non circolari.

Le quattro ruote erano sotto i riquadri, gli assi delle ruote erano fissati alla base, e l’altezza d’ogni ruota era di un cubito e mezzo.

Le ruote erano fatte come quelle di un carro. I loro assi, i loro quarti, i loro raggi, i loro mozzi erano di metallo fuso.

Ai quattro angoli d’ogni base c’erano quattro mensole d’un medesimo pezzo con la base.

La parte superiore della base terminava con un cerchio di mezzo cubito d’altezza, e aveva i suoi sostegni e i suoi riquadri tutti d’un pezzo con la base.

Sulla parte liscia dei sostegni e sui riquadri Chiram scolpì dei cherubini, dei leoni e delle palme, secondo gli spazi liberi, e delle ghirlande tutto intorno.

Così fece le dieci basi; la fusione, la misura e la forma erano le stesse per tutte.

Poi fece le dieci conche di bronzo, ciascuna delle quali conteneva quaranta bati ed era di quattro cubiti; ogni conca posava sopra una delle dieci basi.

Egli collocò le basi così: cinque al lato destro della casa e cinque al lato sinistro. Mise il mare al lato destro della casa, verso sud-est.

Chiram fece pure i vasi per le ceneri, le palette e le bacinelle.

Così Chiram compì tutta l’opera richiesta dal re Salomone per la casa del SIGNORE: le due colonne, le volute dei capitelli in cima alle colonne, i due reticolati per coprire le due volute dei capitelli in cima alle colonne, le quattrocento melagrane per i due reticolati, a due ordini di melagrane per ogni reticolato, che coprivano le due volute dei capitelli in cima alle colonne, le dieci basi, le dieci conche sulle basi, il mare, che era unico, e i dodici buoi sotto il mare; i vasi per le ceneri, le palette e le bacinelle. Tutti questi utensili, che Chiram fece a Salomone per la casa del SIGNORE, erano di bronzo lucido.

Il re li fece fondere nella pianura del Giordano, in un suolo argilloso, tra Succot e Sartan.

Salomone lasciò tutti questi utensili senza verificare il peso del bronzo, perché erano in grandissima quantità.

Salomone fece fabbricare tutti gli arredi della casa del SIGNORE: l’altare d’oro, la tavola d’oro sulla quale si mettevano i pani della presentazione; i candelabri d’oro puro, cinque a destra e cinque a sinistra, davanti al santuario, con i fiori, le lampade e gli smoccolatoi, d’oro; le coppe, i coltelli, le bacinelle, i cucchiai e i bracieri, d’oro fino; e i cardini d’oro per la porta interna della casa all’ingresso del luogo santissimo, e per la porta della casa all’ingresso del tempio.

Così fu compiuta tutta l’opera che il re Salomone fece eseguire per la casa del SIGNORE. Poi Salomone fece portare l’argento, l’oro e gli utensili che Davide suo padre aveva consacrati, e li mise nei tesori della casa del SIGNORE.

Allora Salomone radunò presso di sé a Gerusalemme gli anziani d’Israele e tutti i capi delle tribù, i prìncipi delle famiglie dei figli d’Israele, per portar su l’arca del patto del SIGNORE dalla città di Davide, cioè da Sion.

Tutti gli uomini d’Israele si radunarono presso il re Salomone nel mese di Etanim, che è il settimo mese, durante la festa.

Quando arrivarono gli anziani d’Israele, i sacerdoti presero l’arca, e portarono su l’arca del SIGNORE, la tenda di convegno, e tutti gli utensili sacri che erano nella tenda. I sacerdoti e i Leviti eseguirono il trasporto.

Il re Salomone e tutta l’assemblea d’Israele convocata presso di lui si radunarono davanti all’arca, e sacrificarono pecore e buoi in tal quantità da non potersi contare né calcolare.

I sacerdoti portarono l’arca del patto del SIGNORE al luogo destinato per essa, nel santuario della casa, nel luogo santissimo, sotto le ali dei cherubini; i cherubini infatti avevano le ali spiegate sopra il sito dell’arca e coprivano dall’alto l’arca e le sue stanghe.

Le stanghe avevano una tale lunghezza che le loro estremità si vedevano dal luogo santo, davanti al santuario, ma non si vedevano dal di fuori. Esse sono rimaste là fino ad oggi.

Nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sul monte Oreb, quando il SIGNORE fece alleanza con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto.

Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo, la nuvola riempì la casa del SIGNORE, e i sacerdoti non poterono rimanervi per farvi il loro servizio, a causa della nuvola; perché la gloria del SIGNORE riempiva la casa del SIGNORE.

Note.

(1). «Ghiblei» è termine di difficile interpretazione. La sua traduzione nella King James version della Bibbia, «giblin», è impiegata come nome tradizionale dei lavoratori della pietra, o Muratori, in molti documenti delle origini.

(2) Misura di lunghezza equivalente a circa 0,5 m.

(3) Un tipo di cetriolo coltivato nell’area.

(4) Questo è il nostro Hiram.

(5) Letteralmente, circa «egli stabilirà».

(6) Letteralmente, circa «in lui la forza».

(7) Misura di capacità corrispondente a circa 40 l.

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IL PERCORSO DI CARLO COLLODI

Il percorso di Carlo Collodi

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Data: 24 ottobre 2002

Oggetto: Rileggere Pinocchio

        Dopo l’uscita del film di Roberto Benigni, Pinocchio sta suscitando un interesse che non solo conferma l’universalità e la modernità del messaggio proposto dall’evoluzione del burattino che si fa uomo, ma soprattutto impone una riflessione sul modello pedagogico che la storia del personaggio collodiano rappresenta.

Non a caso, perciò, la storia del burattino di legno è anche ritenuta un elemento essenziale per comprendere il Risorgimento ed un racconto in cui si può ancora fondere una religione civile laica, da troppo tempo assente nella cultura italiana, europea ed occidentale.

“Aporeo” ritiene di proporre ai Fratelli queste tematiche per sollecitare un contributo sul significato del percorso di Carlo Collodi, che era Massone, iniziando col porre all’attenzione una eccezionale nota di Giovanni Spadolini.

La Redazione

Burattino d’Italia: l’Unità secondo Pinocchio 

Data: 25 settembre 2002

Oggetto: Bianco e Nero

Il nostro pavimento è Bianco e Nero: luce e ombra. Le colonne sono a settentrione (Nadir) e meridione (Zenit). Il M.·.V.·. è ad Oriente (Nascita). Il primo sorvegliante è ad Occidente (Morte). Sole – Luna e tutti i simboli del Tempio stanno ad invocare il dualismo.

Ma l’uomo com’è, bianco o nero? Entrambi, perché dentro ognuno di noi c’è il bianco e c’è il nero: su questo credo che potremmo trovare l’accordo di tutti i Fratelli. Dunque, mi e vi chiedo: l’uomo può essere grigio?

Di bianco ne esiste uno solo, di nero uno solo, di grigio infiniti, tutti diversi gli uni dagli altri. L’uomo è variegato, differenziato, mobile, non deve essere un’entità statica, ma un divenire, un continuo contrapporsi a sé stesso: tesi-antitesi-sintesi, bianco-nero-grigio.

I fratelli come sono? Tutti bianchi, tutti neri? Non sarebbero fratelli, non sarebbero uomini, sono grigi! Ognuno è a suo modo grigio diverso, contraddittorio con altri; può essere affine, ma non uguale. Cos’è che deve accomunare i fratelli? La libertà, la percezione del bianco e del nero, la consapevolezza di non essere soltanto l’uno o l’altro, ma entrambi.

V.·. I.·. T.·. R.·. I.·. O.·. L.·. : la ricerca del bianco e del nero con la consapevolezza del grigio.

Ma questo bianco e questo nero sono immobili? Secondo me no, ma dalla loro mescolanza può nascere sempre lo stesso grigio pur essendo diversi i punti di partenza. Noi camminiamo, squadriamo i nostri quadrati bianchi e neri, che non sono mai gli stessi, almeno individualmente, ma nella collettività dell’officina sono un’entità univoca tesa al lavoro collettivo; ognuno portando il suo grigio, rappresenta un progetto mutevole che si porta sempre dentro due simboli fondamentali: il bianco ed il nero.

Noi lavoriamo per distinguere il bianco dal nero, ci scontriamo continuamente con la realtà materiale fuori del Tempio e cerchiamo dentro di esso di innalzarci, di staccarci dalla materia, di discriminare i due elementi e portare nel mondo profano i frutti del lavoro svolto per il bene della Fratellanza e dell’Umana Famiglia.

Usiamo dei simboli, lasciamo i metalli fuori del Tempio, ci riuniamo in un punto geografico, geometrico, geodetico noto solo a Noi, in grazia dell’ora e dell’età. Siamo fuori del materiale, siamo fuori del tempo e dello spazio profano. E’ qui che lavoriamo! Lavoriamo per essere meno grigi, per cercare di essere, se non bianchi, almeno sempre più chiari.

Arriveremo ad essere bianchi? Non credo, ma la nostra tendenza è questa, ci proviamo, ci impegniamo, utilizzando le forza collettiva dell’Officina, gli strumenti e le conoscenze che di volta in volta assimiliamo e coaguliamo all’interno di Noi stessi. Questo è il nostro volere collettivo, questa è la nostra volontà .

Un Fratello

Data: 10 settembre 2002

Oggetto: I docenti massoni non potranno insegnare nell’Università Cattolica

Abbiamo ricevuto la segnalazione di gravissimi atti discriminatori cui i massoni sono oggetto in Paraguay. Pubblichiamo l’articolo che segue al fine di darne la più ampia diffusione possibile allo scopo di contribuire ad un’efficace sensibilizzazione su questo caso inquietante.

E’ certo che un professore universitario della ‘Universidad Católica Nuestra Señora de la Asunción’ che appartiene alla massoneria, dev’essere escluso dell’insegnamento dell’UC, segnala una nota inviata dalla CEP (Ndt: Conferenza Episcopale Paraguaiana) al rettorato dell’alto istituto di studi, firmata da Mons. Jorge Livieres Banks, vescovo di Encarnación. Aggiunge che, se vi sono voci, il sospettato deve smentirle per iscritto.

Il documento, in data dello scorso 30 luglio e reso noto solamente ieri, cita due enunciazioni precedenti, una delle quali, la dichiarazione dottrinale della CEP secondo la quale la risposta ufficiale della Chiesa Cattolica è che ” non si può essere massone e cattolico contemporaneamente e, benché si siano attenuate le rivalità, la massoneria è inconciliabile con la fede cristiana ”.

Aggiunge: ” Qualora esistano voci che un docente sia massone e questi non l’ammetta in maniera chiara, gli deve essere chiesta una formale dichiarazione scritta che neghi la sua appartenenza ad una loggia massonica ”.

Soggiunge ugualmente: ” pertanto, si reitera il giudizio negativo della Chiesa rispetto ad associazioni i cui principi sono considerati inconciliabili con la dottrina ”.

Questa stessa dichiarazione puntualizza che vi sono, in effetti, cattolici invitati ad entrare nella massoneria che, ” dentro il clima di dialogo democratico e con la mentalità pluralistica cui ora aspirano i paraguaiani, cercano un’informazione autorevole da parte della Chiesa.

Sebbene il nuovo Codice di Diritto Canonico – afferma – non scomunica ormai in modo concreto i massoni, la Seconda Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983, ha fatto conoscere la dichiarazione” su questo punto.

Si ritiene allo stesso modo a proposito di questa dichiarazione dottrinale che ” è opportuno ricordare nuovamente, come già lo ha fatto la Santa Sede, il Celam (Ndt: Consiglio Episcopale Latinoamericano) e vari vescovi nelle loro rispettive diocesi, la dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica sull’adesione alla massoneria, a partire dal Concilio Vaticano II e secondo le norme canoniche attuali, e ciò particolarmente nel Paraguay ”.

Nella nota inviata alla direzione dell’UC si indica che di fronte all’attività massonica nei differenti campi, ” corroborata da numerosi fatti ”, i vescovi stabilirono di confermare la validità dei pronunciamenti della CEP sull’incompatibilità della condizione di cattolico con la massoneria ”.

CHE COS’È LA MASSONERIA?

Nel dizionario di Scienze Giuridiche, Politiche e Sociali di Manuel Ossorio, pubblicato dalla Editoriale Heliasta, si definisce massoneria la parola che designa un’istituzione mondiale dalle caratteristica molto peculiari, deriva dal termine inglese mason che significa muratore, e va intesa nel senso di costruttore, proposito iniziale della massoneria: Costruire un mondo nuovo, basato sul rispetto, la fraternità e la giustizia”.

Per ciò riconoscono l’esistenza di un ”Grande Architetto dell’Universo”, che investiga sulle leggi della natura che possano fondare la morale e l’etica.

I suoi principi sono: Libertà, uguaglianza e fraternità; il suo motto: Scienza, giustizia e lavoro. Benché sia una società segreta iniziaziatica, il suo svolgimento non lo è, giacché, in pratica, si adatta alle leggi di ognuno dei paesi nei quali si è diffusa.

La prima loggia massonica organizzata fu la Gran Loggia d’Inghilterra, creata a Londra il 24 giugno 1717. Fu la cellula madre di tutte le logge moderne e l’anello iniziale di un’interminabile catena che circonda la totalità del mondo civilizzato.

Le sue prime riunioni furono circondate da un mistero che si prolungò per molti anni. Inoltre, per la sua inclinazione marcatamente scientista e liberale, la massoneria fu considerata, durante i secoli XVIII e XIX, come nemica della Chiesa.

Diario ABC, Asunción, Paraguay, martedi 10 settembre 2002


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LE TRE COLONNE DEL TEMPIO

Il Tempio massonico è la rappresentazione simbolica del pianeta di cui l’uomo è parte vitale, perciò, internamente al suo parallelogramma, si ritrovano tutte le 6 direzioni del suo orizzonte. Le 4 direzioni che dall’epicentro del mondo si dipartono in direzioni antitetiche. Il moto del mondo si mostra per mezzo di antitesi (ed è questo un principio profondamente esoterico). L’epicentro del mondo è quel punto ideale ed invisibile che, per definizione, è noto ai soli Figli della Vedova. Un termine simbolico che sta ad indicare la fisicità dell’uomo nato dalla Mater Materia. Da questo epicentro ideale posto al centro del mondo parte un’antitesi orizzontale che va da est ad ovest e da nord a sud del pianeta, e poi, un’antitesi verticale che va dall’apice dello zenit del cielo al suo Nadir.

Ai lati della Porta del Tempio, sono poste due Colonne. Quella di destra, contrassegnata dalla lettera J , rappresenta il “lato” dinamico e mascolino dell’energia vitale, mentre, quella di sinistra, contrassegnata dalla lettera B, ne rappresenta il “lato” attrattivo e femminino. Al centro, invece, è posta una 3° Colonna che, invisibile agli occhi fisici dei non-introdotti ai Misteri, rappresenta la causa delle due energie fisiche. Causa che è detta: principio spirituale. Come vedremo sviluppando le nostre interpretazioni, quest’energia primaria, unita alle sue due manifestazioni fisiche (mascolino-femminino o attivo-ricettivo), anche se presenti in proporzioni diverse, sono le “colonne portanti” d’ogni struttura vivente, ivi inclusa quella dell’uomo.

Ma queste descritte non sono le uniche colonne del Tempio. Altre 12 Colonne ne circondano il perimetro estremo del Tempio rappresentando, nel microcosmo, le 12 costellazioni dello Zodiaco e nel microcosmo il moto del pianeta attorno al sole che, nello svolgimento delle stagioni, degli equinozi e dei solstizi scandiscono i ritmi ed i tempi della Grande Opera planetaria a cui è legato ogni iniziato.

Tutte le Colonne sono poggiate sulla parte piana del Tempio. Il pavimento, o quadrilungo massonico, rappresenta il piano della ragione concreta sul quale troveranno espressione tutte le possibilità di avanzamento speculativo prima che questo possa, poi, trovare la forza di ergersi nella verticalità dell’avanzamento iniziatico.

Quella di Boaz, passiva, è la Colonna dove prendono posto gli Apprendisti che, tacendo, usano apprendere a riconoscere le proprie attitudini negli strumenti iniziatici della Libera Muratoria. Quella di Jachin, attiva, è invece la Colonna dove seggono i Compagni che, a loro volta, apprendono ad esprimere le proprie attitudini attraverso l’uso degli strumenti muratori.

Le due Colonne, allora, rappresentano una sorta di limite di scorrimento che dovrà essere superato per giungere agli stalli più alti della maestranza massonica. Esse, come le mitiche colonne d’Ercole, delimitano il confine tra il mondo del Tempio conoscibile dai sensi fisici d’un uomo a quello d’uno spazio invisibile, riconoscibile solo dalla coscienza dell’iniziato. Ecco che si dirà:

entrando lasciai me stesso, e infine non trovai null’altro che me stesso!”

Non è forse questo l’impulso che l’Apprendista sente scaturire dal suo intimo, e che lo porta a voler superare tutte le prove che ritroverà in sé stesso? E varcare, superandole, le colonne che delimitano i confini del proprio Tempio interiore ?

Questo limite viene evidenziato durante la prima iniziazione, quella che ci introduce all’opera di levigatura della nostra Pietra interiore. Quando, alla fine d’ogni viaggio, il neofita viene sempre ricondotto tra le due Colonne ma anche idealmente indirizzato sul “filo” della 3° Colonna, quella del sentiero spirituale.

In seguito, superate simbolicamente le prove, il nuovo Apprendista lavorerà sulla Colonna B, quella dell’aspetto passivo della propria energia: la via femminina della propria fisicità. Fisicità che è detta la figlia della Mater Materia.

L’Apprendista, osservando in silenzio il lavoro dei Maestri della propria Officina, lentamente si spoglia delle scorie della mentalità profana. Ciò avverrà attraverso un lavoro assiduo ch’egli compirà su se stesso, amorevolmente guidato dalla saggezza muratoria dei propri Fratelli di Loggia.

Le due Colonne, nell’interpretazione astrologica, rappresentano la costellazione dei Gemelli. E dunque, in quanto tali, si traducono all’insegnamento dell’armonizzazione delle due opposte polarità, che sono nella struttura fisica e mentale di ogni essere vivente.

Come molti comparti della cultura occidentale, anche quelli della moderna Massoneria sono sorti sui fondamenti dall’arcaico immaginifico della tradizione ebraica. Infatti, l’attuale Massoneria, a differenza della più perfetta Tradizione Misterica della Scuola mediterranea (i Misteri orfici, eleusini, delfini, baccanali ecc.), ha preso come proprio modello il Tempio di Gerusalemme concepito da re Davide e costruito dal suo secondogenito re Salomone, in onore del Dio del proprio popolo. La figura di Salomone (che per salire sul trono di re Davide suo padre, ordinò l’uccisione del proprio fratello maggiore fuggito volontariamente in esilio) è rimasta, per certi aspetti, la mitizzazione popolare della “saggezza”. I molti atti riprovevoli che hanno segnato la vita di questo mito popolare, sono rimasti offuscati dal compimento d’un opera colossale quale la costruzione del primo grande Tempio della religione monoteista dell’emisfero occidentale.

Per la tradizione kabbalistica (sorta solo in epoca recente), le due Colonne J & B sono i due aspetti speculari di una pianta allegorica posta al centro del Tempio. Questa pianta è detta l’Albero della Vita o Albero Sephirotico. Questo “albero” è, in realtà, un simbolo che la Kabbala ebraica usa per dimostrare il teorema della “discesa” e la “risalita” nella materia dello spirito originale della divinità creatrice dell’universo. E se la discesa interessa solo l’Opera dello spirito divino, la risalita ed il ritorno alla forma (coscienziale) originale (l’Adamo Kadmon), è il percorso che debbono intraprendere tutte le individualità dei singoli uomini (gli adami terrestri). L’Albero Sephirotico è, allora, una mappatura ermetica del “grande ritorno” dell’uomo verso il modello Archetipo da cui discende. Percorso coscienziale e trasmutativo che, però, va interpretato e ricondotto nei significati dei primi valori arcaici e tradizionali.

La colonna centrale di questo sistema, come è stato già accennato, rappresenta un percorso spirituale che da Malkut (simbolo della più densa fisicità) conduce direttamente a Kether (simbolo dell’ingresso alla parte più sottile del proprio cielo interiore). Questo percorso, a differenza della via larga (lenta ma meno incerta) del profano, è la Via stretta (rapida ma pericolosa) che, per chi sa comprenderne i misteri, porta all’Iniziazione.

L’uomo ha le stesse due colonne del tempio sui lati sinistro e destro del proprio corpo. Ed egli deve equilibrare le due diverse polarità energetiche (mascolino-femminino) attraverso il centro mediatore del cuore (la sephirà Thipheret). Giungendo a rigenerarne l’essenza nella sintesi della terza colonna, quella metafisica e spirituale. Questa terza colonna è il complesso delle correnti energetiche che scorrono lungo la spina dorsale. Un’interpretazione simile a quella offerta dalla simbologia occulta del Caduceo Ermetico.

Il Caduceo Ermetico è l’immagine simbolica che trae origine da un insegnamento più antico ma posto in chiave più chiara e diretta del sistema sephirotico che, forse volutamente, è stato posto sottoforma complessa, macchinosa e di più difficile interpretazione.

Proiettando sul pavimento massonico le 3 Colonne, allora, si visualizzeranno le 3 colonne dell’Albero Sephirotico con i suoi 10 universi (sfere di coscienza) e 22 sentieri  trasversali.

Ma non andiamo oltre.

Per terminare, non possiamo dimenticare di citare due altri simboli delle 2 Colonne del Tempio massonico.

Alla sommità della Colonna J è posto un globo a rappresentare il pianeta come concezione globale della Grande Opera di sacralizzazione della materia.

Sulla Colonna B trovano posto tre melagrane che rappresentano l’umanità, racchiusa in quell’unico contenitore chiamata Mater Mundi, cioè, la Natura madre del mondo.

Ho detto.

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IL TEMA SINDONICO NELLA CULTURA ESSENICO EBRAICA DEL I SECOLO E LA SUA EREDITÁ

Conferenza di

PROFESORESSA MARIA  GRAZIA SILIATO

A cura di Luigi Sessa

Segnalato da Riccardo Corsi             

Il 18 marzo c.a., inaugurando il ciclo degli Incontri Culturali del RSAA del 2002, promosso dall’Ispettorato Regionale del Lazio, in Palazzo Altemps, a Roma, alla presenza del S.G.C., Ven.mo e Pot.mo Fr. Corrado Balacco Gabrieli 33° e del S.G.I.G., Pot.mo Fr. Rosario Morbegno 33° M.A., Ispettore Regionale del Lazio che ha accolto a nome dell’Ispettorato il folto pubblico di FFrr. Scozzesi e di Ospiti, il Pot.mo Fr. Luigi Sessa 33° ha presentato la Prof.ssa Maria Grazia Siliato, archeologa e sindonologa di chiara fama, la quale ha intrattenuto l’uditorio sull’argomento: “Il Tema sindonico nella cultura essenico ebraica del I secolo e la sua eredità”.

Posta una serie di interrogativi, M.G. Siliato seguendo una particolare metodologia, ampiamente fondata sulla “Stilometria”, si è proposta di rintracciare, inseguire e descrivere l’evolversi del Tema sindonico nella cultura essenico ebraica del I secolo, mettendo, altresì, in rilevo anche l’eredità raccoltane nei secoli successivi, fino alla fine del Medio Evo.

Di quali interrogativi si tratta?

– Perché antichi documenti in siriaco dicono che profughi Giudeo Cristiani portarono una Sindon nella lontanissima ed eretica città di Edessa?

– Perché un Principe Bizantino nel 1205 scrive al Papa chiedendo gli sia “restituita la Sindon rubata”?

– Perché una Sindon compare misteriosamente nel XIV secolo in mano al Nipote di un Cavaliere Templare francese?

– Perché alcuni studiosi hanno sostenuto con accanimento che gli scritti essenici di Qumran furono composti intorno agli anni sessanta della nostra Era e non circa due secoli prima?

Per rispondere a questi interrogativi, M.G. Siliato parte dalla scoperta dei Rotoli di Qumran e, dopo una interessantissima escursione su questo argomento, pone l’accento sul fatto che essi, agli esami paleografici, risultano essere i più antichi manoscritti ebraici, risalenti a circa due secoli prima della nostra era.

È interessante, seguendo il filo logico della Siliato, non trascurare il fatto che questa eccezionale scoperta, stranamente, abbia suscitato poco entusiasmo in alcuni gruppi di studiosi.

Proseguendo lungo il suo filone esplicativo, la Siliato si sofferma, poi, dettagliando complicatissimi particolari evolutivi, sulla Bibbia in generale, sulle sue originarie raccolte di testi in ebraico ed in aramaico, su varie compilazioni, da quella dei “Settanta”, a quella di S.Girolamo, a quelle delle Chiese d’Oriente, alla “glagolitica” per le genti croate, alla “gotica” per i popoli del Nord.

Per quanto riguarda l’Occidente Cattolico non può ignorarsi che l’idea stessa di “traduzione” della Bibbia rimase impedita per secoli. La sua libera lettura, si diceva, era la madre di tutte le eresie.

Nel 1300, John Wycliffe, inglese, si provò a tradurre la Bibbia. Fu tale scandalo che il Concilio di Costanza ordinò di bruciarne il cadavere.

Un altro inglese, che si permise di stampare un’altra traduzione, William Tyndale, fu condannato per eresia, strangolato e buttato sul rogo.

La prima edizione a stampa della Bibbia Ebraica si ebbe a Venezia nel 1525.

Ciò offrì la possibilità di cogliere clamorose differenze paragonando le diverse versioni.

L’evoluzione della raccolta biblica, specialmente in Germania, in seguito alla Riforma Luterana, seguiva dei percorsi del tutto nuovi determinanti l’esclusione dei Libri che erano stati aggiunti dai primi cristiani.

Constatata la diversità dei tanti testi, Paolo III stabilì che, per leggere la Bibbia “nella lingua del popolo”, occorresse la licenza dell’Inquisizione.

La prima, storica traduzione italiana della Bibbia, scritta, nel lontano 1600, da un toscano che si chiamava Giovanni Diodati rifugiato a Ginevra, con una mole di commenti dal latino, dal greco, dall’ebraico, poté riapparire liberamente a Roma il 20 settembre del 1870, con i Bersaglieri allorché, come alcuni testimoni scrissero, dietro a loro, arrivò un trasportatore con il suo carretto, pieno di libri proibiti fino al giorno prima.

Per secoli, i fedeli, esclusi pochi specialisti, hanno del tutto ignorato le pesanti differenze, – persino nel numero dei Libri, – poiché le divisioni teologico-politiche impedivano confronti.

Con questi millenari e tempestosi precedenti, continua la Siliato, è comprensibile che, quando si venne a sapere come – a Qumran, – fossero riemersi brani della Bibbia, scritti materialmente prima della nostra Era, alcuni gruppi di studiosi s’inquietassero.

Qumran diventava anche per questa ragione un punto di riferimento, un luogo della testimonianza di fatti non del tutto conosciuti. Un luogo ascetico, quasi inaccessibile in cui, i reperti archeologici lasciano intravedere le tracce di una Comunità dal segreto infrangibile, particolarmente attrezzata per studiare e scrivere.

Un lungo studio, – in cui l’Archeologia si appoggia al Computer Image Enhancement, alla Stilometria Informatica, all’introduzione di migliaia di dati d’ogni tipo in una programmata Griglia Storica, – va facendo luce sulla rete di legami che saldavano la nascita del cristianesimo, la “nova religio”, all’antico mondo spirituale ebraico.

Si può disegnare, con parole di oggi, l’ambiente politico in cui sorsero i cosiddetti Giudeo Cristiani:

all’estrema destra, i “Saddukim”, cioè i “Sadducei”: poche centinaia di aristocratici, ricchi e scetticamente ellenizzati, collaborazionisti con Roma.

Al centro, fluttuava un colto e composito ceto medio, forte di alcune migliaia di individui, fedele alla tradizione: in aramaico i “Perishayya”, in Occidente i “Farisei”.

All’altro estremo, si annidavano gli oppositori ideologici indomabili, in cui l’antica fede ebraica si mescolava alla sete d’indipendenza. Erano gli Uomini del Deserto, gli “Hasidim”, latinizzati in “Esseni”, con almeno quattromila supporters ufficiali; da cui uscivano i futuri rivoltosi, i “Kananaim”, tradotti in greco ” Zeloti”.

Dai Rotoli di Qumran sono uscite informazioni importanti: alcuni gruppi di Esseni vivevano in Jerushalem. La loro sinagoga sorgeva sul Monte Sion, accanto alla millenaria Tomba di Davide. L’archeologia ne ha trovato le tracce, sotto i rifacimenti dei Crociati. Essa portava anche una sala al piano superiore: l’ambiente dove, secondo i Vangeli, s’era celebrata la drammatica Ultima Cena, secondo il rito riscoperto a Qumran.

Oggi, finalmente, afferma la Siliato, si comprende perché gli Ebrei e i Giudeo Cristiani, cioè i cristiani di etnia ebraica, in seguito all’esilio da Jerushalem, decretato da Costantino, si rifugiarono tutti insieme sul Monte Sion. Ora, infatti, sappiamo che lì erano riunite la Tomba di David, la sinagoga essenica e la sala dell’Ultima Cena.

Quando gli scavi hanno riportato alla luce il cimitero essenico di Qumran, si è visto che gli scheletri, erano, contro l’uso consueto, tutti orientati verso Nord.

Anche il sepolcro scavato sul Golgotha, sottolinea la conferenziera, è stranamente orientato a nord, come si può vedere nella Basilica di Jerushalem. Ma a questo fatto non si era posta attenzione alcuna. È, per altro, significativo che uno scritto essenico, recentemente decifrato, dica che i morti debbono venir disposti così perché, a nord, si trova l’Eden, il perduto Paradiso Terrestre.

A Jerushalem, pochi anni prima dell’assedio, l’apostolo Jacob, – i Vangeli lo chiamano: “fratello del Signore” – governava i suoi fedeli come una sinagoga.

Essi vivevano dentro le Leggi religiose ebraiche. Non esisteva una chiesa separata. Non s’erano proclamati dogmi. Sarebbe parso ingiusto separare il messaggio del Maestro dall’antica fede. Infatti, Jacob aveva imposto i Precetti giudaici anche ai proseliti non ebrei.

Ma su questo comportamento di un uomo, che aveva udito l’insegnamento del Maestro dalla sua stessa voce e in quella stessa città, i successori sorvolarono con inquieto disagio.

“I quattro Vangeli sono arrivati a noi scritti in lingua greca. Da sempre, in Occidente, si è sostenuto che così erano nati, e non in ebraico.

La cancellazione delle radici e dei legami fu così rapida che, appena un secolo dopo, un vescovo imbevuto di erudizione classica, – si chiamava Ireneo – che arrivò a Jerushalem, si stupì grandemente.

Si scontrò con idee stranamente diverse da quelle che, negli stessi giorni, s’insegnavano a Roma. In Giudea, i fedeli veneravano il messaggio del Maestro ma osservavano la Legge Mosaica: consideravano giorno santo il Sabato e non la Domenica. E dicevano che Matteo aveva compilato il suo Vangelo, non nel greco che tutti conoscevano, ma nella sua lingua madre, l’ebraico. Chiamavano se stessi “Ebionim”, o “Nazirei”.

Siccome nessuno in occidente si ricordava che “chiesa degli Ebionim” significava: chiesa dei Poveri, si disse che era un’eresia e ci si inventò il suo capo e si disse che si chiamava “Ebion”. E l’invenzione entrò nei libri di storia.

Quanto a “Nazirei”, cioè Votati, Fedeli a Dio, si pensò che significasse: abitanti di Nazareth, città che, ai tempi Biblici, non esisteva.

Nel XVI secolo, da letture più scientifiche, risaltarono nel greco dei Vangeli Sinottici,- cioè quelli di Matteo, Marco e Luca, – alcuni errori rozzi e strani che, osserva la Siliato, non si volle rilevare, anzi gli si cercarono astruse spiegazioni. Nel Seicento, qualcuno addirittura li attribuì alla “Lingua Speciale” dello Spirito Santo.

Solo a fine    , Julius Wellhausen,   conoscitore dell’ebraico, del siriaco-aramaico, dell’arabo, ebbe il coraggio di dire che i Vangeli erano opera di cultura ebraico-aramaica, e poi tradotti in greco con scarsa competenza. Fu attaccato violentemente. Solo oggi, conferma la Siliato, la critica testuale va scoprendo il sottofondo ebraico di quella scrittura. E ulteriori sorprese potrà darci la Stilometria computerizzata.

Per esempio, il greco “Kananaios”, a lungo interpretato come “abitante di Cana”, era la maldestra traduzione dell’aramaico “Kanana”, cioè “impegnato, preso da zelo”, – nomignolo degli Insorti contro Roma,- che giustamente Flavius Josef aveva tradotto nel greco: “Zelota”.

L’ebraico non annotava le vocali. Per i traduttori greci furono problemi. E da ciò derivò una miriade di errori.

Perché gli antichi errori non erano stati riconosciuti né corretti? La dipendenza da un originale ebraico-aramaico era politicamente insopportabile? Perché nacque un così intollerante disprezzo per la lingua usata dal Maestro stesso?

In Oriente, invece, qualcosa aveva continuato a vivere, segretamente, come un fiume carsico.

Quando Jerushalem fu conquistata da Tito, Flavius Josef,- che era vissuto fra gli Esseni, a Qumran, per tre anni,- scrive che gruppi d’Insorti s’aprirono varchi tra i Romani e si dispersero fuggendo “….verso il Deserto.” Perché, nel caos, sottolineò proprio quel dettaglio?

Dove conducevano i cunicoli nelle viscere del Tempio, che mille e cento anni dopo, al tempo delle crociate, i Cavalieri Templari avrebbero tentato di ritrovare e forse, come suggeriscono gli scavi, riscoprirono?

Gli architetti del re Herodes avevano prodotto un’edilizia teoricamente inespugnabile. Avevano assimilato le tecniche costruttive di templi e tombe egizie, i sofisticati meccanismi per mascherare camere e gallerie, i congegni “a caduta” di massi d’ostruzione.

L’enigmatico Flavius Josef, che vide e raccontò quella guerra, parlò degli Esseni, gli Uomini del Deserto, usando cripticamente tutti i verbi al tempo presente: chi “sapeva” doveva capire che, nonostante le stragi, essi continuavano a esistere; anche in luoghi lontani.

Nel IV Secolo, il vescovo Eusebio da Cesarea scese in Egitto e scoprendovi, prima che vi fosse nato il Cristianesimo, una Comunità di vita rigorosissima, si meravigliò perché costoro, non cristiani, praticavano la confessione e dal loro Maestro ricevevano il perdono. Nella massima festa annuale, la Pentecoste, indossando vesti bianche, sedevano in ordine di grado per il Pasto Sacro, dodici intorno al Sacerdote, in cui si distribuivano il Pane e il Vino benedetti.

Poi, nelle Terre Sante arrivò anche Epiphanius, il vescovo di Cipro, che aveva scoperto ben ottanta diverse “eresie” tra la Grecia, la Samaria, la Giudea. Anche lui fu confuso da strani incontri. Comunità religiose che non volevano chiamarsi “christiani”, alla greca, ma Nazirei, “votati a Dio”, “Fedeli”. Epiphanius, che ne storpiò i nomi, scrisse che si chiamavano “Osenios” e non sapeva perché, e che vivevano sulle rive del Giordano, nel luogo dell’antico Battesimo.

In Egitto, vicino a Denderah, intorno all’anno 320, un uomo chiamato Pakhomius fondò il primo “Cenobio”, il primo Ordine Religioso della storia cristiana. Si era sempre creduto che la Regola Monastica di Pakhomius, san Pacomio, fosse la prima e la più antica. Ma quando, come racconta la Siliato, abbiamo scoperto, a Qumran, il Rotolo della “Serekh”, la Legge, si è visto che tutto ciò era stato inventato quasi cinque secoli prima.

Questo testo della Serekh probabilmente, è proprio l’originale di tutte le Regole religioso iniziatiche della storia. E’deteriorato, porta cancellature, inserti e correzioni. Ma gli Esseni lo imballarono e nascosero con amorosa diligenza. Probabilmente vi lavorò l’autore. Per esempio, il testo steso dal copista dice: – … io nasconderò con discrezione la conoscenza agli estranei…- Ma un’altra mano, quella del Maestro, forse, cancella con un tratto la parola limitativa: “nasconderò”, e sovrascrive un paterno: ” con discrezione impartirò….”

Solo quando è riemersa Qumran, si è capito che il termine “Essenoi” o “Asidoi” nei testi greci, “Osenios”, “Ossei” o “Jesseni” nei racconti di Epifanio, “Esseni” nei testi latini, erano le grossolane trascrizioni,- da parte di certi sbrigativi traduttori,- di un’unica parola: “Hasidim”, gli Uomini del Deserto, la società iniziatica che forse risaliva al tempo dei Faraoni.

Molte volte, gli archeologi, in Giudea, in Samaria, in Galilea, in Siria hanno trovato graffito o scolpito su sarcofaghi e tombe, sia ebraici che giudeo-cristiani, un segno incomprensibile: una piccola ascia, a una o due lame. Se ne è trovato uno anche sulla Tomba di un vescovo. Un segno di riconoscimento, un simbolo da società segreta? Solo oggi noi sappiamo che, nel corredo rituale degli Esseni di Qumran, era compresa una piccola “ascia.”

Antichissimi documenti dell’eretica Chiesa Siriana, – che non erano stati né tradotti né studiati, ma chiamati leggende, – dicono che profughi giudeo cristiani, prima dell’assedio di Jerushalem, portarono un oggetto chiamato Sindon nella città di Edessa, attraversando la valle del Mar Morto.

Il regno di Edessa, nella Mesopotamia occidentale, era il più vicino territorio libero per chi fuggisse dal potere di Roma o dall’Impero dei Parti.

Quando, – per l’opera certo non confessionale di Avinoam Danin, paleobiologo della Hebrew University, – si è trovato che l’oggetto archeologico oggi denominato Sindone di Torino portava su di sé i pollini di una pianta specifica del Mar Morto,- la Gundelia spinosa,- e quindi era incontrovertibilmente passato di là, nessuno ha pensato, osserva la Siliato, che padrona di quel territorio era la potente e inafferrabile “Yahad” che aveva scritto i Rotoli di Qumran, la Comunità Essena.

Quale e quanto importante era il rapporto tra gli Esseni e i Giudeo Cristiani in fuga?

Noi oggi sappiamo anche che analisi fisico chimiche, spettro e termografiche hanno dimostrato che l’Impronta sindonica è la reazione della cellulosa del lino al contatto del sebo e il sudore acido della pelle umana. Essa è strutturalmente vicinissima alla cosiddetta “Impronta Volkringer”, la reazione che la linfa di una foglia produce sulla cellulosa della carta di un erbario.

Ma, in quei giorni lontani, l’oggetto con l’Impronta entrò nella miracolistica. Un’icona del V secolo, come rileva la Siliato, ci ha tramandato il momento in cui ufficialmente si aprono ai profughi le porte di Edessa. Il re Abgar Manu dispiega sulle ginocchia il famoso lino, il quale è lunghissimo e segnato al centro dall’Impronta del corpo e del Viso.

Per conservare l’oggetto, fu costruita in Edessa la “Chiesa Grande”, con un pronaos a colonne e una immensa cupola. Ai nostri giorni ne sono state riconosciute le rovine.

Nel 638, cinque anni dopo la morte del profeta Muhammad, Edessa si arrese agli invasori arabi. Secondo la legge islamica, il patto di vassallaggio la scampò dal saccheggio. La Chiesa Grande passò intatta, con la sua reliquia, attraverso la guerra.

Da allora in poi, per parlare della Sindon, si incominciò a usare il termine arabo “Mandil”, grecizzato in “Mandylion” che entrò presto nella Lingua in cui comunicavano tutte le marinerie del Mediterraneo per significare estensivamente fazzoletto grande, asciugamano, tovaglia, lenzuolo.

Solo oggi si sarebbe compreso che tutte le volte in cui antichissimi documenti, in aramaico, paleosiriano, arabo, greco medievale parlavano del Volto Acheiropoietos, del Telo Tetradyplon, dell’Impronta Edessena, l’Apomasso, la Theoteuktos Eikon, il Mandylion, il Sisne, il Sydoine, la Sindon parlavano di un Oggetto solo.

Durante la lunga guerra contro il Califfato islamico di Bagdad, nell’anno 942, i Bizantini attaccarono Edessa e costrinsero il Califfo a chiedere la pace. Da Costantinopoli, il quarantenne Imperatore Costantino VII “Porfirogenito” si disse disposto a trattare, se gli consegnavano la Sindon. L’accordo fu raggiunto. La Sindon arrivò a Costantinopoli.

Noi sapevamo pochissimo di tutto questo, per la millenaria separazione teologico politica tra Roma e Costantinopoli. Ma oggi, i documenti arabi, gli storici bizantini e gli scritti della scomunicata chiesa d’Oriente si leggono con una nuova angolazione.

Gregorio, Metropolita di Santa Sofia, che consegnò materialmente l’Oggetto all’Imperatore, in un Manoscritto dimenticato nella Biblioteca Vaticana, dichiara con lucidità moderna, che la Sindon non era “un miracoloso ritratto”,. E riconosce le due separate caratteristiche: l’Impronta di viso e corpo, e le macchie di sangue del     romano.

In un codice greco, scritto da Giovanni Skylitzes, conservato nella Biblioteca Nazionale di Madrid, una miniatura descrive “to aghiou manduliou”, il santo Mandylion nell’atto della consegna. Ma, sottolinea la Siliato, nessuno nel mondo occidentale, vi aveva mai prestato attenzione.

L’Imperatore, coltissimo bibliofilo, consultò e fece tradurre dal siriaco gli antichissimi documenti di Edessa.

Ma per noi occidentali, rileva la Siliato, tutto questo era rimasto sepolto nei libri della scomunicata chiesa d’Oriente.

Gli imperatori di Costantinopoli ricevettero molti ospiti dall’Occidente e, a tutti, mostrarono la Sindon.

La mostrarono al ventenne Luigi VII di Francia, che s’era imbarcato nell’ennesima inconcludente Crociata, e ad Amaury di Lusignan, re di Gerusalemme, accompagnato da Guillaume di Tiro, gran cancelliere che in latino avrebbe raccontato il viaggio.

Ma, intorno al 1204, un giovane pretendente al trono di Costantinopoli, che si chiamava Alessio, chiese con incoscienza l’aiuto di truppe straniere.

Cavalieri Franchi e marinai Veneziani erano già ammassati per l’impresa di una crociata, voluta da papa Innocenzo III. Ma stavano ferme a Zara, perché i Franchi non avevano denaro, e i Veneziani vedevano a rischio i loro crediti. Il giovane Alessio trovò accoglienze entusiaste, in quanto la sua irriflessiva richiesta legittimava una ricchissima ma spudorata impresa: lasciar perdere la lontana e povera Jerushalem, e indirizzarsi verso la vicina e ricchissima, nonché eretica, Costantinopoli.

Così, l’armata levò le ancore e portò l’esercito a Costantinopoli e Alessio fu incoronato Imperatore e Baroni Franchi e patrizi veneziani chiesero il pagamento per l’aiuto prestato.

Ma le finanze imperiali erano disfatte e il giovane Alessio, per acquistar credito, commise l’errore fatale di invitare i capi alleati nei meravigliosi palazzi di Blachernae. Robert de Clary descrisse l’evento in un suo manoscritto che si trova oggi nella Real Biblioteca di Copenhagen.

Così, noi oggi sappiamo che i suoi occhi furono gli ultimi che, dentro la città di Costantinopoli, videro l’oggetto chiamato Sindon. “Sydoine,” dice Robert nel suo francese antico.

Intanto Alessio non pagava. Fra i Crociati si favoleggiava dei tesori accumulati là dentro in ottocento anni, mentre in Europa l’impero era stato spogliato dai barbari. Scoppiò, così, la battaglia che fu durissima. I latini dilagarono in città. Devastarono i palazzi imperiali; fecero a pezzi i veli d’oro e seta che ornavano Hagia Sophia, diedero la caccia alle Reliquie famose, aprirono le Tombe degli imperatori. Quella di Giustiniano mostrò, dopo quasi sette secoli, il cadavere intatto; e nemmeno questo li fermò, perchè era coperto d’oro. Fusero i bronzi, gli argenti, il vasellame e i calici per farne monete. Ma il nobile Borgognone Othon de la Roche s’impadronì del complesso di Blachernae, dov’era conservata la Sindon, e pose i suoi armati a difenderne l’ingresso.

Nel tumulto, si ebbero violenze e saccheggi. I Capi Crociati comminarono la scomunica e la pena di morte ai trafugatori di reliquie. Molti disertarono e si reimbarcarono per l’Europa.

Circa la Sindon, Robert de Clary, che l’aveva contemplata prima dell’assalto, scrisse: “Nessuno, né Greco né Franco seppe che cosa ne avvenne, quando la città fu presa.” La frase sottintende un’inchiesta, e sicuramente tanto più rabbiosa in quanto quell’Oggetto, di tutte le prede, era il più celebre.

La Siliato continua dando ulteriori particolari sulle vicende del misterioso Oggetto. Era l’inizio del 1205. Le province dell’Impero furono divise fra i vincitori. La città di Atene fu consegnata a Othon de la Roche, colui che per primo era entrato nel complesso di Blachernae.

Nell’anno 1910, nella Biblioteca Nazionale di Palermo fu esposto un Codice, un “Chartularium”, finito in Sicilia insieme agli scampati da Costantinopoli. Esso raccoglieva documenti della Famiglia Imperiale.

Ma nessuno o quasi badò a un breve foglio: la minuta della Supplica che, dopo il saccheggio, un parente dell’ultimo Imperatore Bizantino, di nome Teodoro Angelo Comneno, aveva presentato a Papa Innocenzo.

Diceva: “L’anno scorso, nel mese di aprile, con il falso pretesto di liberare la Terra Santa, l’esercito crociato è venuto a devastare la città di Costantino… Sappiamo che la sacra Sindon è in Atene… I predatori si tengano l’oro e l’argento; noi supplichiamo il Tuo intervento affinché ci sia restituito ciò che è sacro…”

Non siamo in grado di sapere se questa lettera ricevette risposta.

Mentre Othon de la Roche, ne era governatore, il Legato pontificio, Cardinale Benedetto di Santa Susanna, giunse ad Atene e il suo segretario annotò il viaggio con cura. In questo documento, che ha dormito negli archivi per settecento anni, egli scrive che i Crociati erano entrati in Costantinopoli “come ladri” e molte reliquie erano sparite. Ma la Sindone, no.

Mentre Robert de Clary, seguendo l’opinione generale, diceva che era scomparsa, il segretario del Cardinale di Santa Susanna scrisse che il Cardinale e lui l’avevano segretamente veduta.

E ormai lo sapeva troppa altra gente: per Othon de la Roche, sotto l’incubo della scomunica, dovette farsi difficile conservare un tale oggetto.

Così, in quei giorni, un nerbo di Cavalieri Templari, s’imbarcò dalla Siria per raggiungere i Crociati. Ma non arrivarono mai a Costantinopoli, dirottarono sul Pireo ed entrarono in Atene.

Fu forse allora che, – affidandosi a un potere così misterioso e inattaccabile quale l’Ordine Templare, – Othon si liberò della sua sacrilega preda e la cedette, o vendette a gran prezzo.

Abbiamo trovato tracce di un prudente percorso, via san Giovanni d’Acri, dov’era la possente fortezza Templare, e poi l’isola di Cipro, per alcuni anni loro feudo, fino a Marsiglia.

Cent’anni dopo, osserva ancora la Siliato, nel 1307, gli Atti del terribile Processo ai Templari portano fra le accuse che essi covavano al loro interno il culto segreto di un misterioso “Volto” barbuto, la cui breve visione era concessa agli Adepti solo dopo una iniziazione severa.

Durante i feroci interrogatori, il Templare Raul de Gizy confessò, sotto tortura, di aver venerato una testa barbuta che gli faceva paura. Era forse l’Impronta Sindonica, con le sue ombre enigmatiche sul lino bianco, con le palpebre chiuse?

Lo storico inglese Jan Wilson ha portato alcuni riscontri archeologici a questa accusa. Intorno al 1950, in Inghilterra, in un antico edificio appartenuto ai Templari, fu scoperta, dietro un pannello scorrevole, la duecentesca pittura, ancora ben conservata: la copia di un “Volto”, che nessuno al momento seppe decifrare.

E’ logico pensare che, nella tempesta della persecuzione, i Templari cercassero di nascondere, senza distruggerlo, un Oggetto che mescolava la conferma di riti segreti a quella del trafugamento sacrilego.

Se così andò, l’Oggetto poteva essere nascosto solo presso chi, in qualche modo, era già stato complice del segreto.

Così, d’improvviso, settant’anni dopo quei roghi, un nobile francese, di nome Geoffroy, espose nella chiesetta del suo feudo di Lirey, un oggetto chiamato “quondam figura sudarii Domini Nostri….”

L’esposizione provocò un’affluenza alluvionale di fedeli e il Vescovo del luogo cercò informazioni. Geoffroy rispose che gli era stata regalata: “liberaliter”, ma non fece nessun nome.

Il Vescovo aprì un’inchiesta.

Geoffroy si rivolse subito al Legato papale in Francia. Per una coincidenza che molti avevano dimenticato e molti in futuro non avrebbero notato,- costui era il Cardinale Pietro di Santa Susanna, successore nel Titolo, cioè, di quell’altro cardinale che a suo tempo, in Atene, aveva segretamente veduto la Sindon nelle mani di Othon de la Roche.

Non è azzardato immaginare che qualche documento sopravvivesse negli archivi. Certo è che il Cardinale di Santa Susanna autorizzò subito l’esposizione di quell’Oggetto, anche se la provenienza era ignota.

Il vescovo locale, scavalcato, si appellò al Papa. Ma Papa Clemente ebbe di certo altri documenti su cui giudicare: con eccezionale rapidità, fu spedita la bolla pontificia che confermava l’autorizzazione: alla Sindone si dovevano rendere gli onori dovuti non a un’icona ma a una reliquia. E al vescovo s’imponeva di tacere in perpetuo.

Con prudenza, si evitava ogni riferimento all’Oggetto portato milletrecento anni prima,- attraverso mani Giudeo Cristiane o addirittura Esseniche,- in Edessa, la città degli eretici Baradeus e Nestorius. E poi     dai Crociati nella scismatica Costantinopoli. E infine invano richiesto dal cugino dell’imperatore. La Sindon entrava nella nostra cultura, completamente sradicata dal suo passato.

Ma, alla fine dell’Ottocento, fu ripescata nella Senna una strana Placchetta di piombo. All’inizio, non si comprese che significasse. Al centro, è impressa l’Impronta anteriore e quella posteriore di un Corpo disteso, senza vesti, le mani incrociate, i lunghi capelli. In basso sono impressi due stemmi appaiati.

Si capì che era una Placca Souvenir per i Pellegrini. E oggi sappiamo che la fece fabbricare il Geoffroy, sire di Lirey, perché l’araldica ci ha detto che gli stemmi sono il suo e quello di sua moglie.

Su questo punto, concludendo il suo interessante discorso, la. Siliato offre all’attento uditorio un’ultima sua enigmatica riflessione: il casato della moglie di quel Signore di Lirey era celebre; risalendo di quattro generazioni, s’incontra un potente trisavolo: Othon de la Roche, il saccheggiatore di Blachernae.

Ma ancor più celebre era il casato di lui: un altro Geoffroy de Charny, cavaliere Templare, Precettore dell’Ordine in Normandia, era salito sul rogo insieme a Jacques de Molay, Gran Maestro del Tempio.

Alla fine della conferenza, il S.G.C., Ven.mo e Pot.mo Fr. Corrado Balacco Gabrieli 33°, ringraziando la Prof.ssa Siliato, le indirizza parole di vivo compiacimento per la sua pregevolissima relazione.

Il Pot.mo S.G.I.G., Fr. Rosario Morbegno 33° M.A., Ispettore Regionale del Lazio, complimentandosi, a sua volta, con l’illustre Ospite, a nome dell’Ispettorato del Lazio, in segno di stima e di gratitudine, le offre una pregiata Opera editoriale.

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IL SOFFO DEL VENTO

IL SOFFIO DEL VENTO
E’ una sorgente di Vita disponibile per tutti?

Da tempi immemorabili il soffio del Vento è sorgente di Significati per tutti coloro che lo percepiscono. Una sorgente sgorga, perciò il Vento non è soltanto un Significato di un singolo istante. E’un’azione che perdura.

L’attento esploratore sa cogliere con grande sensibilità il Vento che spira. Quando questo avviene non è più necessario usare la bussola. Le pietre miliari dei singoli Significati non servono più per stabilire la rotta. Il Vento prende cura della direzione esatta del nostro cammino.

Il Vento è sempre presente. Perciò è sempre disponibile per tutti. Le sue apparenti assenze e discontinuità dipendono solo dalla nostra incapacità di trovare in noi le risonanze necessarie alla sua percezione. La foresta è un filtro quasi insuperabile. Ma per coloro che hanno saputo superarla, si aprono due strade, entrambe valide.

Nel simbolico bivio che ogni esploratore vorrà affrontare, egli troverà ad attenderlo una nave di colore bianco ed una di colore rosso. Quella bianca è assegnata maggiormente alla rotta da dove veniamo, mentre quella rossa è pronta a salpare per la rotta dove andiamo.

Ricordate sempre che ad ogni simbolo corrisponde un modo di essere e, perciò, un Significato. Considerate la vostra Libertà di scelta in rapporto alla vostra stessa esistenza in quel preciso istante.

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IL TEMPIO SPIEGATO

Il Tempio spiegato

INTRODUZIONE

Un errore molto comune in Massoneria è la confusione fra i termini di Tempio e Loggia, che hanno dei significati filosofici e simbolici molto diversi. Se il Tempio è lo “spazio” dove avviene una ierofania (ritualmente in Nome o alla presenza del G\A\D\U\ ), o discesa di un’influenza spirituale, ed il rituale è il “modo” (o mezzo) con cui questa ierofania avviene, la Loggia ha attinenza con il “tempo” (inteso, naturalmente, nel senso metafisico e metatemporale) nel cui ciclo si compie questa esperienza spirituale.

La Loggia è il primo ed il più importante nucleo massonico. Senza di lei non può esistere la massoneria e da lei deriva ogni gerarchia e regolarità massonica, sia in senso tradizionale sia amministrativo.

La Gran Loggia è il più alto momento rituale delle comunità nazionali massoniche, mentre un Grande Oriente ha un valore esclusivamente amministrativo. La Loggia è per definizione libera, sovrana ed indipendente.

I suoi reali poteri amministrativi sono stati nel tempo sempre più esautorati dall’organizzazione centrale, certamente per motivazioni logiche e giustificate, ma i suoi poteri iniziatici sono oggi in ogni caso integri, dopo l’abolizione dell’illegittimo potere di iniziare sulla spada da parte del Gran Maestro.

Alcuni autori tradizionalisti, come Guénon ed il Reghini ad esempio, hanno visto in questo una deviazione del concetto di gerarchia tradizionale, in cui l’autorità discende dall’alto verso il basso e non viceversa. A riprova di questa tesi è citato lo schema di loggia rituale della massoneria operativa inglese studiata dallo Stretton.

È noto come il passaggio dalla massoneria operativa a quella speculativa risalente al principio del XVIII secolo portò a variazioni, anche importanti, nel rituale e nella disposizione di alcuni simboli che portarono ad incongruenze e lacune fino ad oggi tramandate.

Molte logge inglesi non riconobbero l’autorità della Gran Loggia di Londra e rimasero fedeli alle antiche “Costruzioni Gotiche”, continuando a lavorare sui rituali operativi. Echi e ricordi degli antichi rituali operativi sono stati ritrasmessi nella nostra attuale forma massonica dai rituali Emulation e M\ M\ M \

I rituali operativi della Massoneria della Squadra, come risulta dalla corrispondenza di C. Stretton a J. Yarker, erano svolti contemporaneamente in sette camere rituali corrispondenti ai sette gradi in cui il sistema era composto.

L’apertura dei lavori era competenza del VII° grado e si discendeva da questo a quelli successivi. L’attuale sistema è esattamente l’opposto. Ciò non ha, probabilmente, origine da una degenerazione tradizionale in senso “democratico”, quanto da una confusione effettuata dalla primitiva Gran Loggia di Londra in cui all’inizio, com’è storicamente accettato, non erano conosciuti i rituali superiori a quello d’Apprendista.

Da questo vizio originale deriva la nostra attuale incongruenza di convocare, ad esempio, gli Apprendisti per farli uscire poi dal Tempio poco dopo in caso di elevazione dei lavori al Grado di Compagno etc. Ne risulta evidente come l’ordine dei lavori sarebbe più regolare ed organizzato per convocazioni graduali e successive.

Comunque, di contro al concetto della degenerazione simbolica dell’autorità come gradiente dal basso, si può affermare che una Loggia massonica è un universo iniziatico in sè completo, la cui autorità, libertà e sovranità è incontestabile e che i poteri della Gran Maestranza sono tali per delega amministrativa e non derivano da sua propria ed intrinseca autorità o potere.

I Riti massonici sono un’importante scuola di perfezionamento morale e culturale della Massoneria, ma non sono indispensabili a ciò che è veramente essenziale da un punto di vista iniziatico e cioè l’attrazione di un’influenza spirituale attraverso il rito, che permetta l’iniziazione virtuale dei profani e l’affinarsi progressivo delle qualità del Massone, nel suo avvicinamento ai piani metafisici dell’essere. Questi assiomi, pur necessari all’inquadramento del concetto di Loggia, potranno avere maggiore sviluppo nell’esame delle caratteristiche del Tempio, prima, e del rituale poi.

IL TEMPIO,” SPAZIO” DELLA LOGGIA

D. Quale arte professate?

R. La Massoneria

D. Quali edifici costruite ?

R. Templi e tabernacoli.

D. Dove li costruite ?

R. In mancanza di terreno, noi li costruiamo nei nostri cuori…

(Da Les plus secrets mysterés des Hauts Grades de la Maçonnerie, dévoilès, o le Vraie Rose+Croix, traduit de l’anglais; suivi du Noachite, traduit de l’allemand – a Jerusalem 1768 – pg.127.

L’attuale concezione di spazio (ad esempio i confini di stato) ha un significato politico-economico che, per quanto conosciuto ed applicato anche nel mondo antico, non ne ha più la primitiva connotazione di sacralità ad esso pertinente. Già nell’età storica vediamo come, nel tracciare i confini in senso economico-politico e giuridico, si consideravano anche delle cognizioni e delle prescrizioni di ordine magico-religioso. Bisogna qui notare che la società antica difficilmente contemplava l’attuale divisione fra giurisdizione laica e giurisdizione religiosa.

I confini, per quanto approssimativi, erano comunque conosciuti attraverso dei segni di riconoscimento, una pietra, un palo, una particolarità geografica etc. Un esempio caratteristico di ciò, nel nostro mondo mediterraneo, erano le Erme, dapprima semplici pali o pietre squadrate itifalliche, poi scolpite con i tratti della divinità.

Un altro caratteristico segno di posizione geografica era l’omphalos, una pietra ovoidale, spesso con caratteristiche falliche, che marcava un “Centrum”, un ipotetico centro del proprio mondo, fisico e metafisico assieme. Il simbolismo fallico non aveva caratteristiche di oscena esibizione sessuale, ma dichiarava la maschia potenza del popolo confinario, così come anche oggi nei vari gesti osceni usati ed abusati, si rivela più un atteggiamento aggressivo e marziale che venereo.

Attualmente i confini nazionali sono ben delimitati in quasi tutto il mondo e la “terra di nessuno” o zona neutra consiste in un breve corridoio presso i confini; nel mondo antico – fino al medioevo – fra i vari stati esistevano larghe zone neutre, chiamati marche, divise in sezioni. Ormai scomparse, il termine letterario che le definiva, “marca”, conservò a lungo il significato originario, cioè il passaggio da una zona geografica, sacrale per i suoi abitanti, ad un’altra, sempre sacrale, per chi la abitava. Le marche ebbero un ruolo importante per l’antichità, ed in questi territori si svolgevano mercati, combattimenti, cerimonie religiose. Alcuni territori, pur all’interno di un dato territorio nazionale, avevano carattere di “marca”, per lo svolgersi di attività magico-religiose prima e misteriche dopo.

Un classico esempio è quello di Delfi che godeva di alcuni diritti di extraterritorialità conseguenti al suo essere uno dei più grandi santuari internazionali dei suoi tempi, tanto che molti stati avevano in deposito il tesoro nazionale presso il santuario. Da ciò deriva che il rito di passaggio nella “marca” aveva per i nostri antenati un carattere particolare oggi dimenticato; consisteva nell’essere o nel considerarsi avulsi non solo dai due mondi fisici separati, ma dalla stessa realtà materiale .

Un qualsiasi luogo, politico o sacrale che fosse, non aveva quasi valenza geografica se non era definito nei suoi confini e tale definizione non aveva senso, se non fosse stata compiuta ritualmente. Relativamente alla definizione di uno spazio sacro si può suddividere il rituale in tre momenti fondamentali.

a) purificazione preliminare;

b) tracciamento di uno spazio sacro;

c) aggregazione della comunità a tale spazio attraverso un rito sacrificale

Quando non esistono spazi “stabili”, il rituale comporta il rovesciamento od inversione del rito (chiusura dei lavori), per restituire al mondo profano od alla “marca” uno spazio reso provvisoriamente sacro. Prima di comparare tali parametri con quelli della ritualità massonica può esser utile far notare come, nell’antico significato, “landmark” non significa pietra di termine di per sé. o i principi ideologici qualificanti una data organizzazione, ma la presenza di uno spazio sacrale delimitato.

In Massoneria si definisce ritualmente uno spazio sacro attraverso la cosiddetta marcia rituale. Il Rituale pubblicato nel 1969, cioè quello attualmente in uso, la indica così: in testa il M\ V\ ., preceduto dal 1° Diacono e seguito dal 1° Sorv\ ., 2° Diacono, 2° Sorv\ ., Oratore, Segretario, Tesoriere, Maestro delle Cerimonie, 1° Esperto; tutti gli altri Fratelli. Infine, il Copritore Esterno che chiude la porta restandone a custodia.

La marcia nel Tempio segue il senso antiorario; raggiunti i loro posti, il M\ V\ ed il 1° Diacono, il 2° Diacono precedono il 1° Sorv\ , e conduce la marcia fino allo scanno di quest’ultimo; installati ai loro posti il 1°Sorv\ ed il 2° Diacono, il 2° Sorvegliante che conduce la marcia, raggiunge il suo posto. Successivamente, tutti gli altri Fratelli, i quali restano in piedi fino a che il M\V\dice: “Fratelli sedete”.

Si comprende chiaramente come il deambulare nel Tempio lo “marca”, definendolo come spazio sacro, ed accompiendo quindi la seconda delle universali regole rituali, mentre la prima, purificatoria, è stata attuata definitivamente attraverso il rituale d’edificazione del Tempio.

René Guénon scrive che, nella massoneria operativa, l’ubicazione di un edificio era determinata, prima di intraprenderne la costruzione, da quello che si chiama il metodo dei cinque punti, che consisteva nel fissare innanzi tutto i quattro angoli, ove si dovevano porre le prime quattro pietre, poi il centro che, siccome la sua base era di norma quadrata o rettangolare, rappresentava il punto d’incontro delle sue diagonali; i pioli che segnavano questi cinque punti erano chiamati Landmarks e questo è probabilmente il senso primo ed originario di tale termine massonico. Nel rituale il simbolismo principale è la costruzione del Tempio che avviene nel tempo indefinito ed atemporale della Loggia.

Il Tempio, il cui collocamento spaziale si pone infinitamente nella lunghezza fra Oriente ed Occidente, nella corrispondente larghezza da Settentrione a Mezzodì, e nella profondità della terra e nell’altezza del cielo, è misurato quindi nell’unico modo possibile, nella determinazione, cioè, di un centro od “omphalos” in cui si possa determinare una teofania, quella presenza del G\A\D\U\che rappresenta quella chiave di volta che inserita nel giusto punto porterà a compimento, alla fine dei tempi, la costruzione del Tempio, uno spazio immateriale e perfetto.

Vi è quindi un’inversione del procedimento della determinazione materiale di uno spazio costruttivo, in cui gli angoli determinano il centro, mentre nella costruzione interiore solo il ritrovamento del centro, l’essenza, permette, attraverso la determinazione degli angoli, la realizzazione di una forma superiore, la pietra squadrata.

IL TEMPIO EMULATION

pianta del tempio Emulation

Dal Rituale Emulation, Ed.Stampaleader Srl 1995, Roma.

Note sul rituale e sulle procedure

Disposizione del Tempio

Il tempio del rituale Emulation su fonda sulla forma della disposizione di Loggia presente nei Templi della Freemasons’ Hall, Great Queen Street, Londra. Poiché essi sono sotto il diretto controllo dell’amministrazione della Gran Loggia, si ritiene che questa sia la disposizione ordinaria per la Libera Muratoria inglese, quando le condizioni del luogo di riunione rendono possibile seguirla.

In questi Templi il tappeto a scacchi copre l’intero centro della stampa ed i tre scranni sono posti in modo da essere appena fuori del tappeto, ad E, S, e O, Per avvicinarsi al Venerabile ed ai Sorveglianti, come nel caso delle marce, degli affidamenti e delle prove, è perciò necessario, per seguire correttamente il sistema Emulation, stare fuori del tappeto ed in piedi accanto ai seggi.

Dato però che il tappeto copre tutto il pavimento, di fatto ogni marcia si compie sul tappeto, salvo quando il candidato è ai seggi del MV e dei Sorveglianti.

I riferimenti al candidato condotto sul “pavimento della Loggia”, significano che egli è condotto sul tappeto, in genere per completare una marcia. Analogamente, le porte del Tempio sono al lato ovest della Loggia, per lo più a nord della sedia del Copritore interno, rendendogli facile svolgere i suoi compiti dal suo posto normale, a nord del 1° Sorvegliante.

La sedia del 1° Diacono si trova all’estremità est della colonna del nord, di fronte all’altra parte della Loggia (non di là dall’angolo) – benché, nelle dimostrazioni della Loggia “Emulation”, il 1° Diacono sia nella sua antica posizione alla destra del M\ V\ , di fronte alla Loggia per il lungo, un posto oggi normalmente occupato dal Grande Ufficiale di rango più elevato

.La sedia del 2° Diacono è posta al lato sud del 1° Sorvegliante. La sedia del 2° Diacono è al lato sud del 1ø Sorvegliante, di fronte alla Loggia per il lungo (anche qui non dall’altra parte dell’angolo).

Laddove le caratteristiche del Tempio e le dimensioni del tappeto rendono impossibili alcune di queste condizioni, le Logge che desiderano lavorare nel sistema Emulation non avranno difficoltà nel mantenersi più aderenti possibile alla disposizione, ed usare completamente l’area disponibile fra il M\ V\ ed i Sorveglianti, ecc., per le marce.

IL TEMPIO EMULATION

Dal Rituale del Libero Muratore d’Inghilterra, Riv. Acacia, Roma, 1949.

– (omissis) La pianta della Loggia, la posizione degli Ufficiali, degli Operai e delle decorazioni, differiscono notevolmente da quelle in uso fra di noi. Da una vasta stanza esterna (onter room) si passa nella stanza di preparazione (vedi Tav.I), sulla quale dà la porta d’ingresso del Tempio: d’innanzi alla porta sta il Copritore interno ed il Tegolatore.

Il Tempio, rettangolare, ha l’ingresso sul lato occidentale, non al centro della parete, ma in prossimità della parete settentrionale. Oltrepassata la soglia, a sinistra, sta la colonna J. e vicina a questa, il seggio del Copr\ .Int\ . Di fronte, all’Oriente, è situato il trono del Maestro Venerabile, elevato su tre gradini; dinanzi a lui vi è un’ara (pedestal) alta circa 90 cm., su cui, durante i lavori, è posto il “Volume della Legge Sacra”, aperto, secondo la tradizione, alla pagina propria a ciascun grado; ci sono sovrapposti la Squadra ed il Compasso combinati nel modo previsto.

Vi è anche il Quadro di Loggia, cioè una tela dipinta con i diversi strumenti dei Muratori; ogni grado ha un proprio Quadro. Tanto la posizione del Compasso, quanto il Quadro di Loggia, indica in quale grado la Loggia lavora. Entrambe le punte del Compasso sono sotto la Squadra nel primo grado, una punta sopra e l’altra sotto nel secondo grado; mentre, nel terzo grado, entrambe le punte sono sopra la Squadra. Alla sinistra del Maestro Venerabile siede l’ex-Venerabile che lo ha preceduto nell’ufficio; può avere dinanzi un’ara. Alla sinistra del Primo Ex-Venerabile siede, se c’è, il Cappellano e gli altri Ex-Venerabili della Loggia. La destra del Maestro Venerabile è riservata ai visitatori di riguardo.

Il 1° Sorvegliante siede all’Occidente, esattamente di fronte al Maestro Venerabile, su una predella rialzata di due gradini; il 2° Sorvegliante al Mezzodì, su una predella rialzata di un gradino. Davanti ad entrambi c’è un’ara (pedestal) sulla quale è posta una piccola colonna; sul pavimento, a destra dell’ara, c’è una colonna più grande che rappresenta l’Ordine architettonico attribuito a ciascun Sorvegliante e che è usata come candelabro; la colonna del 2° Sorvegliante è dorica, quella del 2° Sorvegliante è corinzia.

Anche il M.V. ha una colonna, d’ordine jonico ed una candela. Quando la Loggia lavora, nel 1° e 2° grado le tre luci sono sempre accese; quando i lavori si tengono nel 3° grado è accesa soltanto la candela del Maestro Venerabile per dare la “mezza luce”.

La stella del Maestro Venerabile deve essere sempre accesa, durante i lavori, in qualunque grado. Le due colonnine dei Due Sorveglianti hanno un uso peculiare nelle cerimonie britanniche: quella del 1° Sorvegliante è alzata quando la Loggia lavora, mentre quella del 2° Sorv\ è abbassata: viceversa, mentre la Loggia è in ricreazione, od è chiusa, si abbassa la colonnina del 1ø Sorvegliante e si alza quella del 2°.

Il Maestro Venerabile ed i due Sorv\ .hanno un mazzuolo ciascuno, con il quale richiamano all’Ordine i Fratelli. I colpi sono dati col mazzuolo sopra le are che stanno di fronte a questi tre ufficiali; però, in certi momenti, il 2° Sorv dà i colpi sul suo guanto, affinché‚ non si sentano fuori della porta della Loggia.

Il Primo Diacono siede allineato con l’angolo destro della predella del Maestro Venerabile.: il 2° Diacono con l’angolo destro della predella del Primo Sorvegliante; il Tesoriere ed il Segretario siedono a Mezzodì, prossimi all’Oriente. La Loggia è decorata col pavimento a scacchi; al centro del quale vi Š la Stella Fiammeggiante. La pietra grezza è posta presso l’orlo del pavimento a mosaico, vicino al 2° Sorv\ ., al mezzodì; la Pietra cubica è sospesa ad un piccolo argano, con un’Ulivella ,verso l’Occidente.

Ogni Loggia è distinta da un nome e da un numero, riceve la Bolla di Fondazione, (warrant) dalla Gran Loggia, Bolla che deve essere esposta, durante i Lavori. La Loggia si deve aprire e chiudere in 1° grado: anche se poi si apre nel 2°, o nel 3° grado, deve alla fine, chiudersi in 1°. Prima dell’apertura e dopo la chiusura è uso cantare un inno.

IL TEMPIO DEGLI OPERATIVI

Diamo qui lo schema (Tav. III) di un’Officina operativa appartenente alla Massoneria della Squadra.

E’ importante notare che tutte le sette camere lavorano contemporaneamente (in linea di principio) anche se poi, de facto, la mancanza del numero sufficiente di liberi muratori di un certo grado comportava ovviamente l’impossibilità di aprire ritualmente la corrispondente loggia.

In un’Officina operativa o “assemblage”, la cui orientazione è basata su quella del Tempio di Salomone, i tre G\ M\ , se presenti, siedono ad Ovest, in modo di da poter “segnare” (mark) il Sole nascente, il Primo Sorv. ad Est. per” indicare” il Sole al suo tramonto ed il Secondo Sorv. a Nord, per “indicare” il sole al suo “meridiano” (Rituale Emulation).

Si può poi rilevare in proposito che la consuetudine Emulation di porre gli Apprendisti nell’angolo nord-est del Tempio, presso la pedana del Venerabile, si spiega perfettamente se si pensa che questa è, in effetti, la loro posizione in una loggia operativa, vicino alla colonna B. e l’ingresso, nonché l’angolo di posa della prima pietra nella costruzione di un edificio.

Altro punto notevole connesso con quello dell’orientazione è la questione del senso della “circuambulazione” rituale che è, normalmente, solare – segue cioè il movimento apparente del Sole intorno alla terra, mentre è polare – marcia della stella attorno al Polo – nel rituale operativo.

Un interessante simbolismo polare, più primordiale, com’è noto, di quello solare, presente in quest’ultimo è il seguente: una lettera G è raffigurata al centro della volta della Camera del VII° grado, nel punto stesso corrispondente alla stella polare; un filo a piombo, sospeso a questa lettera G, cade direttamente al centro di uno swastica tracciato nell’impiantito e rappresentante così il polo terrestre: è il filo a piombo del Grande Architetto dell’Universo che, sospeso al punto geometrico della Grande Unità, discende dal polo celeste al polo terrestre, ed è in tal modo la figura dell’Asse del Mondo . Volendo ora confrontare i sette gradi degli operativi con quelli degli speculativi, avremo grosso modo le seguenti corrispondenze:

1° grado: Apprendista – molto simile a quello speculativo, ma con rituale più tecnico; vedi, ad esempio, l’uso del “cable-tow” che evoca l’impegno iniziatico ed il legame dell’iniziando con la madre loggia.

Una “antient charge” afferma che ogni massone deve essere presente ai lavori se distante meno di un “cable-tow”

2° grado: Compagno (d’Arte) – molto simile a quello speculativo, ma con rituale più tecnico.

3° grado: Marcatore – molto simile alla prima parte (Mark Man) del grado di Mark Master Mason (Rito inglese)

4° grado: Costruttore – molto simile alla seconda parte del grado di Mark Master M.A.S.C.I. In effetti i rituali della moderna Mark Masonry attestano chiaramente che i lavori si svolgono nelle cave e cantieri di Re Salomone e che il grado è conferito al fine di poter presiedere una loggia di massoni operativi.

5° grado: Sovrintendente dei lavori – corrispondente ai Dignitari di Loggia.

6° grado: Maestro – corrispondente all’Ex-Venerabile ed al Maestro Eletto, se non ancora insediato.

7° grado: (Gran) Maestro Massone – corrisponde al Collegio dei Venerabili , all’installazione rituale dei Venerabili ed alla apertura e chiusura di un Capitolo dell’HFL (tenuto in privato fino al 1902) da parte dei tre Gran Maestri Massoni.

Il terzo grado della massoneria simbolica, che non ha rapporti con alcuno dell’operativa in particolare, si rifà invece al Dramma Sacro della consacrazione della Morte di H. che si svolge il 2 ottobre di ogni anno.

Mentre la massoneria speculativa sviluppò il tema della morte e resurrezione e della perdita della parola sacra, nell’operativa il sacrificio di H. preserva il segreto che i quindici massoni infedeli volevano ingiustamente carpire. Inoltre nella cerimonia speculativa è il candidato che alquanto illogicamente impersona H. ed è ucciso per non aver rivelato un segreto che non ancora conosce, e che non è svelato veramente neppure in seguito; mentre in quella operativa è proprio il terzo G\M\M\ che in quanto H. è ucciso; ritrovata la salma gli sarà accordato un solenne funerale e la sua carica sarà assunta da A.

Non bisogna poi dimenticare che il mito di H. è trattato come un vero dramma teatrale o – meglio – come un mistero medioevale (costumi, dialoghi ecc.) particolarità che si ritrova, fra gli speculativi, solo in certi rituali irlandesi ed in quello Bristol. Alcuni importanti drammi sacri sono quelli connessi alla Fondazione del Tempio (Maggio) e della Dedica del Tempio (30 Ottobre) e che sono stati in parte ripresi da i rituali della Massoneria della Marca e dell’Arco Reale.

Nel primo, che è più pertinente al 4° grado, vediamo l’applicazione tecnica del “sistema dei cinque punti” che permette di tracciare la base di un edificio di forma quadrata o rettangolare andando dal centro alle quattro estremità, utilizzando la proprietà del triangolo rettangolo 3,4,5, come descritto da Vitruvio: “Se prendiamo tre stecche, la prima lunga tre piedi, la seconda quattro piedi e la terza cinque piedi e le uniamo in modo che le loro estremità si tocchino così da formare una figura triangolare, avremo un angolo retto…”

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GIUSEPPE GARIBALDI, UN MITO

Negli oltre 2000 anni di storia che l’Italia ha attraversato dai ad oggi, ci sono stati numerosi eventi e tantissimi personaggi che per vari motivi hanno significato e rappresentato momenti importanti nella vita italiana, qualche volta in positivo e altre volte in negativo.

Sappiamo ad esempio che dopo la grandezza e la fastosità di Roma e dell’Impero Romano, è seguito un periodo di decadenza e di degrado del nostro paese durato quasi 20 secoli che si è concluso nel 19esimo secolo, ovvero nel 1800.

Il merito di questa “liberazione” è da attribuire in massima parte a Giuseppe Garibaldi che secondo gli storici è stato senza dubbio il personaggio più importante del Risorgimento Italiano, o quantomeno uno dei personaggi più importanti e più determinanti di quel periodo storico e universalmente riconosciuto come uno degli artefici del processo di unificazione dell’Italia.

La maggior parte di Noi che siamo nati in Italia ed abbiamo frequentato le scuole nel nostro paese, abbiamo sentito parlare di Lui e delle sue gesta sui banchi di scuola; abbiamo studiato la sua vita, commemorato le sue battaglie e osannato le sue vittorie.

Per tutti gli altri, invece, Garibaldi è solo uno dei tanti eroi del passato vissuto nel secolo scorso: ma non è così.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sui libri di testo per descriverci le gesta “dell’eroe dei due mondi” a tutti i livelli, da quello elementare fino a quello universitario.

Del Garibaldi Generale, Condottiero e Politico quindi sappiamo tutto o quasi tutto: mentre del Garibaldi Massone e Gran Maestro della Loggia Massonica Italiana invece, sappiamo poco o niente.

Debbo confessarVi che anch’io, fino a poco tempo fa, ignoravo che Egli avesse fatto parte della Massoneria, così come tanti altri personaggi importanti di quel particolare periodo storico; personaggi come Aurelio Saffi, Maroncelli, Manin e finanche Giuseppe Mazzini, tanto per citarne qualcuno.

Fratelli, è incredibile a dirsi ma è vero: in tutti i libri e le pubblicazioni che ho consultato per completare questa mia ricerca ( e non sono stati certo pochi ) non ho trovato alcun cenno, alcun riferimento neanche velato, al fatto che Garibaldi fosse stato Massone e Gran Maestro della Massoneria in Italia.

Quest’atto di censura contro la Massoneria messo in atto non solo dagli storici di quel tempo, ma anche da quelli contemporanei, non ha nessuna giustificazione logica nessuna ragione politica nessuna motivazione storica e la dice lunga sulla campagna diffamatoria e antimassonica in atto in Italia.

Ma ritornando a questa mia ricerca, con essa cercherò di evidenziare, specialmente per i Fratelli più giovani nati in questo paese, chi era Giuseppe Garibaldi e che cosa ha significato per l’Italia, in modo semplice e comprensibile; spero di riuscire in questa impresa.

Questa mia ricerca si divide in due direzioni ben distinte tra loro, così come fu la vita di questo grande personaggio:

da una parte il Garibaldi soldato, generale, eroe risorgimentale universalmente riconosciuto ed osannato;

dall’altra, il Garibaldi massone, che in questa sua veste è stato ed è tuttora ignorato dalle masse, avversato dagli storici e dai politici e snobbato perfino dagli stessi Fratelli Massoni.

Ma chi era veramente Giuseppe Garibaldi?

Cercherò di rispondere a questo interrogativo senza dilungarmi oltre il consentito in pesanti ricognizioni e riferimenti storici sul passato nel quale Garibaldi operò. Riferimenti, che appesantirebbero questo mio scritto con tutto un elenco di date, di località e di nomi di personaggi, in gran parte sconosciuti ai più.

Tuttavia, per inquadrare il personaggio e per capire meglio le motivazioni che portarono Garibaldi a diventare il paladino di un popolo, è però necessario illustrare il contesto sociale e politico del periodo storico in cui tutto ciò accadde.

Ci troviamo nella prima metà del 1800 in pieno Risorgimento e con il termine Risorgimento si è soliti denominare quel particolare periodo di storia italiana nel quale si crearono le condizioni nazionali ed internazionali per la nascita, lo sviluppo e l’affermazione di un movimento politico-popolare finalizzato alla realizzazione di uno stato indipendente ed unitario.

Importanti trasformazioni nel resto dell’Europa, ma specialmente in Francia, con l’avvento al potere della borghesia dopo la rivoluzione francese e la radicale trasformazione dei rapporti di produzione in Inghilterra, modificarono il quadro di tutta la storia del tempo e influirono in maniera determinante sull’arretrata realtà italiana di quegli anni.

Tanto per fare un quadro riassuntivo di come era configurata l’Italia in quel periodo storico possiamo dire che essa era così suddivisa:

al nord, il Piemonte sotto la supremazia francese; il Friuli e parte della Lombardia sotto l’Austria; il Granducato di Milano e le repubbliche di Genova e Venezia autonome; al centro, lo stato Pontificio, il Granducato di Toscana e il Granducato di Modena; mentre al sud, il regno di Napoli, il Regno delle due Sicilie, e il Regno di Sardegna.

I momenti più significativi del Risorgimento Italiano si possono identificare con le 3 Guerre d’Indipendenza contro l’Austria: la prima avviene negli anni 1848 -1849; la seconda nel 1859 e la terza e definitiva guerra nel 1866, che vede l’Italia in parte vittoriosa e l’Austria in parte sconfitta, ma decisamente ridimensionata nelle sue ambizioni territoriali.

Questo il quadro politico economico e sociale dell’Italia nel secolo 19esimo e in questo contesto nasce cresce e si fa largo un personaggio nuovo:

Giuseppe Garibaldi

Le sue origini sono abbastanza umili. Egli nacque a Nizza, nel territorio della Savoia, ora francese, ma all’epoca territorio italiano, il 4 Luglio del 1807.

Il padre Domenico possedeva una piccola barca con la quale praticava il cabotaggio, ovvero il trasporto di merci lungo le coste dell’Italia e nel bacino del Mediterraneo.

Egli avrebbe voluto che Giuseppe, il secondo dei suoi due figli, facesse un mestiere diverso dal suo; magari quello di avvocato, oppure di medico o finanche prete, tutto purché svolgesse un lavoro meno duro e massacrante di quello marinaro.

Sfortunatamente per lui, Giuseppe amava poco gli studi mentre amava il mare e l’avventura e le ambizioni del padre svanirono di fronte all’accanimento del figlio per la vita all’aria aperta, il mare e l’avventura.

Tant’era la sua determinazione che vedendosi contrastato dal padre in questa sua vocazione, solo 13enne tentò di fuggire per mare verso Genova ma venne fermato e ricondotto a casa.

A 25 anni divenne capitano di una piccola nave mercantile e durante uno dei suoi tanti viaggi verso l’oriente incontrò casualmente un genovese, un certo Gianbattista Cuneo, che pare lo iniziò alla Giovane Italia, un movimento clandestino che tentava di liberare l’Italia dagli oppressori.

Decisivo per Garibaldi fu l’incontro con Giuseppe Mazzini nel luglio del 1833.

Rimase colpito dagli ideali di libertà e di ribellione di quel piccolo gruppo di uomini che all’epoca era considerato “sovversivo” e quindi fuorilegge, ideali che Garibaldi in cuor suo condivideva pienamente.

Dopo aver aderito alla carboneria e militato in essa al fianco di Mazzini per qualche tempo, Garibaldi venne condannato a morte come rivoluzionario nel 1834 e per sfuggire alla forca fuggì in America Latina dove rimase per 12 anni.

Quei 12 anni di vita americana furono il suo tirocinio come uomo d’azione e quì si distinse per valore e capacità di condottiero.

Incontrò Anita, una bella e avvenente brasiliana che per amore suo lasciò il marito seguendolo nelle sue imprese militari, diventando successivamente sua moglie e regalandogli 2 figli.

Mentre Garibaldi si trovava ancora in America, giungevano intanto dall’Italia notizie di tumulti e agitazioni patriottiche cominciate a Roma dopo l’ascensione di Pio IX al trono papale.

Per un cumulo di sventure che durava da secoli, l’Italia era la nazione più avvilita e disprezzata che vi fosse in Europa; il destino le invia Garibaldi non soltanto il suo liberatore, ma la prima ideale figura di uomo e di eroe.

E nessun eroe fu più moderno di lui poichè egli sapeva obbedire quanto comandare.

Garibaldi servì Re e repubbliche comandando eserciti in battaglie cruente e sanguinose; eppure questo campione di tutte le cause giuste fu più ammirato che compreso, più acclamato e festeggiato, che aiutato nel compimento dei suoi grandi disegni sociali e ideali di riforma.

Partecipò con successo alla battaglia per la difesa di Roma dalle truppe francesi nel 1848 e per la prima volta si ritirò nell’isola di Caprera nel 1857.

Pur relegato volontariamente nella piccola isola, Garibaldi non perse mai l’interesse per la politica nazionale.

Successivamente si avvicinò alla monarchia sabauda incontrando Vittorio Emanuele e Cavour prendendo sempre più le distanze da Mazzini.

Il concetto dell’unità Italiana, fino a quel momento era stato una dolce e poetica astrazione di menti elette come Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Niccolò Macchiavelli, senza mai divenire però coscienza di popolo.

In quel tempo, oltre a Garibaldi ci furono anche altri uomini, egregi nel pensiero e nell’azione, che si stavano impegnando nella stessa battaglia; tuttavia essi agivano localmente e separatamente l’uno dall’altro, senza interessarsi minimamente di quanto accadeva in altre zone d’Italia.

Fuochi sparsi, quindi, fuochi di paglia, destinati a esaurirsi in breve tempo senza lasciare traccia se non nella cronaca del tempo

Poi ci fu la svolta determinante: lo sbarco in Sicilia dei Mille capitanati da Giuseppe Garibaldi.

Partiti con due navi dallo scoglio di Quarto, una località vicino a Genova nel 1860, fu questo manipolo di volontari, appunto 1000, ad aprire la strada verso l’unità nazionale dell’Italia.

Al grido di: «qui si fa l’Italia o si muore», Garibaldi guidò le sue camice rosse di battaglia in battaglia fino alla vittoria e alla conquista prima della Sicilia, e poi alla liberazione dell’intera Italia del sud.

Il 26 ottobre del 1861 avvenne lo storico incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele:

«Saluto in Vittorio Emanuele il primo Re d’Italia» con queste parole Garibaldi di fatto consegnò al Re piemontese tutta l’Italia meridionale.

Visto l’entusiasmo e la popolarità che la sua persona scatenava nelle folle deliranti per le sue imprese, Garibaldi avrebbe potuto approfittare di questa sua posizione per ottenere privilegi personali, onori e denaro per se e per i suoi figli.

Ma egli non volle alcun favoritismo nè alcun riconoscimento.

Si ritirò invece con un sacco di sementi e pochi soldi nella sua amata Caprera dove rimase per la vecchiaia e dove morì il 2 giugno del 1882.

Una delle caratteristiche del pensiero e della propaganda di Garibaldi fu la sua ostilità verso il clero, che indicò come il principale fattore di corruzione del popolo italiano ed il papato la rovina dell’Italia.

Anche su questo terreno, però, egli era incapace di qualsiasi azione violenta per la fondamentale bontà d’animo; riconosceva che non tutti i preti erano uguali ed esaltava quelli attenti al bene comune.

Vagheggiava una religione senza dogmi e senza culto, con Dio al di sopra di tutto e una legge morale con l’amore per l’uomo e la natura quali concetti fondamentali per una vita felice.

Fu Gran Maestro della Massoneria Italiana nel 1864 anche se la sua reggenza durò pochissimo a seguito di disaccordi con gli altri Fratelli, che gli fecero rassegnare le dimissioni dalla carica, e Gran Maestro Onorario “ad vitam”.

Non sono ben chiari i motivi che portarono Garibaldi a rassegnare le dimissioni da Gran Maestro della Massoneria Italiana, nè possiamo in questa sede azzardare ipotesi che potrebbero non corrispondere alla realtà dei fatti.

Sta di fatto che qualunque siano stati i motivi del dissidio tra l’Eroe e gli appartenenti al “parlamento” massonico del tempo, essi divennero insanabili.

Negli anni che seguirono la morte di Garibaldi, ci furono tante occasioni per ricordare la figura dell’eroe; ma tracciare il suo profilo storico avrebbe comportato inevitabilmente di definire e chiarire la parte avuta nella vita dell’Ordine dalla sua tormentata ricostituzione fino al momento delle dimissioni volontarie di Garibaldi da Gran Maestro.

I vari Gran Maestri che si susseguirono nel tempo cercarono in tutti i modi di evitare pericolose prese di posizione utilizzando il solo rimedio possibile: l’oblio.

Garibaldi non è mai stato visto di buon occhio dai Fratelli Massoni del suo tempo: i motivi di questa diffidenza vanno ricercati nelle motivazioni storiche di quel tempo.

Infatti, all’epoca in cui Garibaldi venne eletto Gran Maestro nel 1864, Massoneria e Politica camminavano di pari passo. Il presidente del Consiglio Francesco Crispi si vociferava fosse Massone, così come numerosi altri politici e parlamentari dello stesso periodo.

Tutti noi sappiamo che politica e Massoneria non possono nè convivere nè conciliarsi tra loro nè tantomeno percorrere strade parallele se non in difesa di diritti etici e morali dell’uomo, come avvenne con l’Illuminismo che condusse alla rivoluzione francese.

Giuseppe Garibaldi fa eccezione in questo: eletto la prima volta al parlamento piemontese nel 1848 rimase parlamentare fino al 1876 per ritirarsi definitivamente a Caprera dove morì.

Egli utilizzò il parlamento della nuova e giovane Italia non per soddisfare ambizioni personali o per illeciti arricchimenti come fu per altri parlamentari, ma come cassa di risonanza per la divulgazione delle proprie idee.

Egli si impegnò con generosità in battaglie sociali a favore delle classi povere e di quella parte della società meno previlegiata, soprattutto per le popolazioni del Sud dell’Italia a lui tanto care.

Avversava sia i preti che la chiesa romana (e con ragione: non dobbiamo dimenticare che fino al 1870 il potere temporale dei Papi aveva influenzato in negativo la storia e lo sviluppo dell’Italia e del popolo italiano), mentre certe sue affermazioni ce lo dipingono come credente:

«Semplice bella e sublime è la religione del vero; essa è la religione di Cristo poiché tutta la religione di Cristo si poggia sull’eterna verità. L’uomo nasce uguale all’uomo.

Quindi non fate ad altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi e solo chi non ha mai fallito può gettare la prima pietra »

Questo brano tratto dal suo testamento autografo è un chiaro simbolo di fratellanza e di perdono; dottrine che se praticate dagli uomini costituirebbero a suo modo di vedere, quel grado di perfezione e di prosperità al quale l’uomo dovrebbe arrivare.

Garibaldi fu un vero Massone, interprete cioè della coscienza dell’umanità.

“I benefattori dell’umanità non nascono in tempi felici, nè la loro infanzia è cullata sulle ginocchia dei grandi e dei potenti.

Cristo, il Redentore, nasce fra un popolo schiavo sulle tracce della Roma imperiale dei Cesari, oppresso da falsi sacerdoti, scribi e farisei e la sua parola diventa promessa di redenzione per tutte le genti”.

Nelle sue memorie autografe, cioè scritte di suo pugno, abbondano le prove di privazioni e fatiche da Lui sopportate che avrebbero ucciso qualunque altro uomo non dotato di altrettanta eccezionale vigoria fisica e morale.

Quando si trattò di giudicare un suo persecutore, invece di rivalersi sul rivale e accanirsi contro di Lui per i tormenti subiti, egli lo mandò libero.

«Non voglio neppure vederlo – disse – avrei paura che la sua presenza, ricordandomi tutto il peso delle sofferenze subite a causa sua, mi facesse commettere un’azione indegna di me e del mio nome italiano»

L’intima costituzione psicologica di un uomo è come un brillante sfaccettato, che non si può ben conoscere se non lo si osserva prima da ogni lato singolarmente, per raccogliere poi nella mente la sua immagine complessiva.

Un altro dei fattori importanti della figura di Garibaldi, fu una specie di misticismo naturale, una tendenza alla meditazione continua, che pur senza le manifestazioni esteriori di questo o quel culto religioso, si espande libera per tutta la natura    e circonda gli uomini e le cose di una dolce aureola di poesia e di idealismo, fecondo di energie morali.

Afferma l’eroe: «Adottai la formula religiosa e Dio, perché è la più comprensibile per le masse. Ma i veri sacerdoti, per me sono i Copernico, i Newton, i Franklin ed i Galileo, poiché sono  gli uomini di genio e di intelligenza i veri preti dell’umanità ».

Garibaldi fu un guerriero vero che non amava la guerra e ricorreva alle armi come estrema risorsa, come il chirurgo che incide le membra per salvare la vita del malato.

Non era entrato in nessuna scuola e non si chiuse mai in una sola politica: sapeva che la guerra è necessità della morte, quindi vi serviva per gli altri e ne usciva senza aver odiato il nemico, non chiedendo al vincitore che la libertà del vinto.

«Venite – egli diceva ai suoi volontari – o generosi cui da ribrezzo l’oppressione del giogo della servitù. Venite, io non posso offrirvi nè caserme nè munizioni: vi offro fame, freddo, sole, battaglie e morte. Chi ama la Patria mi segua» e migliaia di giovani e meno giovani lo seguivano.

E se queste parole squillavano formidabili ai nemici, se sconvolgevano l’Italia come una tempesta, se mettevano fiamme nelle vene dei prodi, ciò accadeva perché brillava in esse la più santa luce del sincero altruismo, perché l’uomo che così parlava era l’incarnazione di un’epoca, di un intero popolo, che si ribellava ai ceppi dell’oppressore straniero e voleva risorgere nella sublime Pasqua della Libertà.

Garibaldi era notoriamente povero: visse tutta la sua vita rifuggendo il denaro e gli onori per morire umilmente e dignitosamente povero.

Questa è stata la sua grande forza, il suo carisma e questo è stato “anche” il suo peggior difetto.

Eh si, perché i politici, i potenti, i suoi avversari e finanche i suoi Fratelli massoni avevano paura di Lui.

Temevano la sua lealtà, temevano la sua intransigenza di uomo giusto, temevano la sua incorruttibilità di uomo onesto e non gli perdonavano queste doti che lo ponevano al di sopra della mediocrità degli altri individui.

Diceva Cavour: “Come ci si può fidare di un potente che ama mangiare con la truppa o come accettare come capo supremo un uomo che invece di raccogliere onori e consensi, ama ritirarsi in un’isoletta come Caprera per coltivare la terra?”

Inconcepibile certo per la personalità ambiziosa di Camillo Benso Conte di Cavour. Eppure sono proprio questi tratti che rendono Giuseppe Garbaldi un mito che oltrepassa la leggenda del guerriero, che marca tutto il periodo del Risorgimento e in generale tutto il secolo scorso.

Ma in fondo questo è il destino riservato ai grandi: per diventare un mito, una leggenda, un sogno, un richiamo, un eco, un riflesso, un ricordo, ogni grand’uomo, in ogni epoca, ha sempre dovuto fare i conti con l’invidia e la gelosia degli altri. E in questo Garibaldi non fa eccezione.

Faceva paura e soggezione quel gigante di virtù: meglio quindi scordarsi di Lui, o meglio, conveniva lasciarlo cadere nell’oblio o addirittura tacere la sua esistenza.

Ecco il perché di questo imbarazzante e fastidioso silenzio che circonda la figura mistica di questo nostro grande e indimenticato Fratello Massone.

Con questa mia ricerca, anche se limitata, spero di avergli reso almeno in parte giustizia.

Grazie

Paolo Agostini and Antonio Maiorana

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