Tavola incisa da un Apprendista


della RT LT Concordia all’OrT di Firenze

L’appartenenza alla Massoneria mi ha dato l’opportunità di rileggere il famoso libro conosciuto come “Pinocchio”; ma il cui vero titolo è “Le avventure di Pinocchio”.

Naturalmente ho fatto un po’ di ricerche che non hanno portato alla certezza che Carlo Lorenzini, detto il Collodi , appartenesse alla Massoneria, anche se sono abbastanza significative varie allusioni.

Già l’inizio:

“C’era una volta,..

-un Re…

-No…”

Sembra una provocazione, se si tiene conto che i destinatari sono i “piccoli” lettori, i ragazzi, soli competenti di fiabe e regole fiabesche.

Il “c’era una volta” lo sappiamo è la strada maestra, la parola d’ordine del mondo della fiaba, ma in questo caso la strada è ingannevole, perché appena varcata la soglia di quel regno ci si accorge che, non esiste il Re.

E’ così che poi nel mondo degli “adulti” si cerca di essere tutti il Re, il Principe Azzurro, anche perché solo loro avranno la “principessa”, Ognuno avrà dunque la sua “armatura”, costruita come meglio gli riesce per mascherare difetti del “Principe” che forse non c’è.

A scrutare fra gli interstizi di queste sette parole si scopre subito una favola nella favola, una favola diversa dove il “burattino” deve apparire con tutti i suoi difetti, dove è costretto a superare tutti gli ostacoli che gli si presentano per diventare “uomo”.

Il favoleggiatore ha dato accesso sì al luogo delle fiabe, ma di una fiaba diversa, drammaticamente incompatibile con l’altra regale e antica terra di fiabe, certificata dalla presenza della corona.

Appare ancora attuale il noto giudizio espresso dal Croce su Pinocchio: “Che, cioè, nella sua ingenuità il burattino rappresenta il formarsi dell’uomo secondo un metodico ritmo universale. Più recentemente, dall’orizzonte critico si è levata la proposta interpretativa che in vario modo ha spiato nel libro per dar conto del fascino che esso emana da un suo sottofondo accattivante, provocatorio, e dalla sua singolarità di durare proprio mentre si fa antico, quasi promessa di verità riposte e inconsuete, occhieggianti qua e là non si sa bene dove e quando, magari dappertutto e sempre, come in rilucente luccichio che si spegne se si fissa e si ravviva non appena si guarda con la coda dell’occhio.

In lodevole discrezione ha cercato di scoprirlo, tale fascino, il Servadio, aprendo la struttura dei dati non più con la chiave psicoanalitica, precedentemente usata, ma con quell’esoterica, nella volontà di racchiudere dentro limiti definiti ciò che è qualificato “esoterico”

Ciò che va tenuto presente in tali zone intermedie tra scienza e parascienza è il giudizio del Burckhart, cui il Servadio, si rifà, secondo cui ogni ricerca para o ultra-scientifica, che miri all’aspetto qualitativo della realtà pescando nel fondo, agisce come un uomo che spenga le luci per meglio esaminare l’essenza del buio.

E’ sufficiente aver presente un dato storico esplicativo di fondamentale riferimento che nel pieno e diffuso fulgore dei lumi settecenteschi Lessing indicò, nientemeno che per l’educazione dell’intero genere umano, la ricerca centrata sui meri avvenimenti nei miti e sulle allusioni simboliche. Appunto a tale tipo di ricerca spetta l’aggettivo “esoterico”. Nell’orizzonte critico attuale di Pinocchio l’esoterismo si staglia in modo ipotetico anche quando venga visto nel riscontro analogico come itinerario formativo in vari riti e miti primitivi, saghe leggende, circostanze narrative inerenti a permutazioni; con la catabasi nel ventre di animali, con la crescente coscienza della morte per il contrasto con il senso della vita, e soprattutto con gli usi iniziatici.”

C’è un’immagine, nel racconto, che tutto incastona, coordina, anima: l’immagine della strada. Ma la strada di Pinocchio è quella ideale-eterna descritta da Vico; le “Avventure” scorrono sì nel tempo (il tempo risorgimentale) ma medesimamente in un’atmosfera che non ha tempo, sottofondo armonioso e remoto della più umana della avventure quella del farsi uomo nella liberazione dell’istintivo e dal caudaco secondo una legge, tanto severa quanto provvedente, che condiziona e converge a buon fine la gradualità erronea dei passi.

In quel tempo risorgimentale si sentiva la necessità di conciliare Cristo e Mazzini, le catacombe e le società segrete, La Giovane Italia e l’Italia giovane già largamente Massonica. In particolare dopo che l’adesione di Garibaldi alla Massoneria aveva dissolto molte diffidenze politiche verso quest’ultima, molti Mazziniani, trovano motivo di tranquillizzare la propria coscienza, non immemore dei valori del Cristianesimo, ma contemporaneamente predisposta nell’allargare l’orizzonte in zone di meditazione politicamente disinteressate, in cui l’unione prevaleva sul contrasto.

Ora Collodi fu Mazziniano ed è presumibile che si trovò ideologicamente sul piano inclinato che separava/univa Mazzini alla Massoneria.

Da quest’ultima accolse i principi sapienzali anch’essi inclini all’ermetismo, nonché il metodo di esprimerli in fantasiosità simbolistica, ma nel continuo legame con la tradizione italiana, imbevuta d’acqua battesimale Cristiana.

Le assonanze con i rituali Iniziatici sono così evidenti che basta ricordare le iniziazioni studiate dagli antropologi che si presentano in due specie: quelle che avviano i puberi alla vita naturale-sociale, e quelle che avviano i puberi e gli adulti ad una vita superiore alla umana ordinaria. In Pinocchio ricorrono ambedue.

Gran parte iniziatica ha l’albero, anche e/o soprattutto quale simbolo d’ascensione ovvero di un esistenza nuova a guisa di forma umana nuova, o meglio neonatale.

Dal legno-materia prima, allorché è lavorato a regola d’arte, emerge Pinocchio, burattino sì, ma che deve farsi uomo, e che pertanto contiene già la figura umana inserita nel suo corpo di legno. Ecco iniziato quel percorso iniziatico che deve condurre l’uomo ad una profonda trasformazione di tutti. i vari piani del suo essere, trasformazione resa possibile con il morire quale profano e rinascere quale iniziato Libero Muratore.

Non a caso si evidenziano in Pinocchio i diversi Viaggi compiuti durante le cerimonie d’Iniziazione che il Profano compie attraverso i quattro elementi per diventare Apprendista Libero Muratore.

Anche Pinocchio, oltre ad attraversare l’elemento acqua e l’elemento fuoco, viaggiando sul dorso del colombo attraversa l’elemento aria, e poi c’è l’elemento terra quando approda alla sua agognata Spiaggia, nelle vesti di un Pinocchio stanco ma sicuro è ormai pronto a rinascere sotto le sembianze di un Uomo, di un Iniziato, di un Risvegliato.

Ulteriori specifici richiami all’iniziazione ad Apprendista sono rappresentati allorché Pinocchio dopo essere stato impiccato (cioè gli è stata messa una corda al collo) è costretto a bere un calice di bevanda amara, simbolo dell’amarezza dei rimorsi provocati da un non adempimento degli impegni assunti, dai tre medici che simbolicamente rappresentano le tre Luci della Loggia Massonica Maestro Venerabile, I e II sorvegliante), ai quali è dato il compito della “cura” materiale ma soprattutto spirituale.

Alla luce di tali numerosi ed espliciti riferimenti. alla ritualità massonica presenti nel testo di Lorenzini, sorge spontaneo il domandarsi se l’autore di Pinocchio sia o no Libero Muratore, Mentre Coco e Zambrano ipotizzano una tale appartenenza, il Tempesti sembra esserne convinto, dato che solo con l’essere a perfetta conoscenza della Ritualità Massonica è possibile in forma volutamente velata descrivere i tanti episodi presenti nel testo; e considerando l’epoca cui risale il testo era difficile conoscere senza appartenere.

Affermerei che sia difficile trovare un passo, una Costruzione, un modo di interpretare l’opera che non ci faccia pensare alla Massoneria e ai suoi Rituali.

Mi viene in mente l’episodio della sveglia fatta a Pinocchio all’osteria del Gambero Rosso, a Mezzanotte in punto, con tre colpi.

Importante è porre l’accento anche sul fatto che puntualmente emerge la figura psicologica del burattino che è paragonabile a quella dei profano che procede per tentativi senza organizzazione.

Altro incontro a valenza psicologica è quello tra Pinocchio e il Padre-Maestro che avviene nel ventre del pescecane che l’aveva ingoiato; qui sembra proprio di essere nella Camera di Riflessione: al buio, con una lucina.

E forse non è a caso che appena usciti dal ventre-Camera di Riflessione, sul dorso del tonno insieme Maestro e allievo, superando il “mare” dell’inconscio approdano finalmente alla spiaggia che rappresenta la solida percezione del proprio Io. Ed è così che il Burattino-Profano rinasce Uomo-Iniziato.

Se si analizza l’opera del Collodi da un punto di vista simbolico-numerologico, è interessante soffermarsi sul N° 4, numero che è il più ricorrente.

Ed ecco che è per 4 soldi che è venduto l’abbecedario, in sostanza è venduto ciò che simboleggia lo strumento della conoscenza.

Dunque il numero 4:

quattro sono gli elementi , ed è il numero che è capace di indicarci la spazialità terrestre, quindi è simbolo della materia.

Il10 è simbolo della realizzazione spirituale (per Pitagora era il numero perfetto su cui i suoi allievi dovevano giurare) e non è a caso che moltiplicando questo per il 4 si ha 40, e quaranta sono i soldi che Pinocchio regala alla Fata che poi saranno trasformati in 40 zecchini d’oro.

Quando Pinocchio è stato restituito alla sua forma originale dai Picchi silvestri, la Fata gli fa una proposta che parrebbe singolare; “se vuoi rimanere con me tu sarai mio fratellino ed io la tua buona sorellina”. Dichiarandosi sorella la Fata conferma che tanto Pinocchio ha bisogno di lei quanto lei lo stesso di Pinocchio ed ecco che si deve chiedere in che senso essi sono fratello e sorella e la risposta è che sono legati da una fraternità fatale, iniziatica. Le due fraternità collaborano alla loro crescita, anche la fata è legata ad un percorso iniziatico e sembra essere tanto legata alla simbologia Massonica la sua “Morte” che come sappiamo Morte non è.

La fata alchemica d’ogni Povero ma amoroso soldo ha fatto zecchino: non la ricchezza indica il tesoro, ma il conseguimento per trasformazione. Il numero 40, numero arcaico, indica come si è detto il numero perfetto, insomma la conclusione del Viaggio.

La forma della trasformazione per noi è la morte: e le ultime righe, che trattano della trasformazione di Pinocchio, raccontano la morte di Pinocchio.

Durante la notte, durante il sonno, Pinocchio ha scelto di morire, ha chiamato a se gli assassini, tutte le forme del fuoco e dell’acqua, l’omino di Burro, i febbroni, i fulmini delle sue nottatacce, il Serpente, il Pescatore verde.

Egli ha usato tutta la sua leggenda, tutto il suo destino per uccidersi: e con il suo suicidio tutti i mostri che esistevano come destino Pinocchio scompaiono per sempre.

Nessuno poteva uccidere Pinocchio se non Pinocchio – se così si chiamerà – di carne.

Pinocchio guarda quel burattino misterioso, meraviglioso e buffo. Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto, Ma quel metro di legno continuerà a sfidarlo.

Ma la trasformazione non tocca solo Pinocchio ma anche Geppetto: nato falegname, è ora promosso a “intagliatore di cornici”, E .. oleografia è la via di transito ai simboli della vita

E vorrei concludere con le riflessioni conclusive del Manganelli sulle Avventure di Pinocchio:

– Parole inesatte, refusi, parole aggiunte da mani distratte, perdute, raccattate, parole impossibili, parole caute, da “dizionario” ci mettono sull’avviso: vi sono righe in cui le parole che vanno lette non sono scritte. Anche il silenzio è parola.

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Riflessioni su Pinocchio

Roberto Cabib (Lab. n. 33. 1997

Al Fratello Carlo Lorenzini, alias Collodi, gior­nalista, educatore, mazziniano — nato a Firenze il 24 novembre 1826 e passato all’Oriente Eterno il 26 ottobre del 1890 — siamo debitori del capolavo­ro de “Le avventure di Pinocchio: Storia di un bu­rattino”, pubblicato in volume nel 1883 e divenuto l’opera della letteratura italiana dell’Ottocento più conosciuta al mondo. Il libro è una storia di grande carica umana in cui sono narrate le peripezie del ragazzo-burattino che va alla scoperta della vita ora dolente, ora gioiosa, in un’altalena di vicende che finiscono per esaltarne l’indomita volontà. Pinocchio si ribella, sbaglia, si pente e cerca giustizia, spera e si disillude, si dispera e cade: ma mai si arrende e sempre risorge dopo ogni naufragio. L’opera di Collodi è un ritratto preciso della situazione sociale e culturale di un’Italia povera e contadina, è un’al­legoria della favolosa condizione infantile; è la ce­lebrazione della libertà e dello slancio della fanta­sia contro le regole del perbenismo borghese.

Fatta l’Italia nel 1861, ancorché non territorial­mente completata, “restavano ancora da fate gli italiani”, secondo le parole di Massimo D’Azeglio. Oltre all’immane compito di formare una coscienza nazionale, vi erano i drammatici problemi del pau­perismo, dell’arretratezza dell’economia e dell’analfabetismo. inevitabilmente il nuovo Stato si scon­trava con la Chiesa, già ostile al processo di unifi­cazione nazionale e timorosa, di vedersi sottrarre il monopolio della gestione delle coscienze, oltre che di perdere i suoi privilegi. Faticosamente lo Stato cercava di affermare la sua sovranità nel campo dell’istruzione popolare ed avviare un’opera di mo­dernizzazione che richiedeva diffusione di nozioni tecniche e scientifiche, insegnamento professionale, scuole d’arti e mestieri, tollerate dalla Chiesa solo nell’ottica di una concezione caritatevole ed assi­stenziale. La borghesia più aperta contribuiva promuovendo ed organizzando le società di mutuo soc­corso, le cooperative di consumo, le banche popolari e, nel campo dell’istruzione, le biblioteche popo­lari ed itineranti, le leghe per l’istruzione dei popo­lo, ed altre iniziative pedagogiche laiche che avrebbero notevolmente contribuito alla riduzione del tas­so di analfabetismo.

“Civiltà Cattolica”, la rivista della Compagnia di Gesù, spiegava bene, nel 1882, l’ostilità cattolica alle varie iniziative educative per emancipare il po­polo, dietro alle quali vedeva, a ben ragione, anche l’importante effetto propulsivo della Massoneria. Secondo i gesuiti, la diffusione dell’insegnamento

scientifico e del concetto del lavoro come mezzo di riscatto — cioè di quell’etica che nell’Ottocento tro­vava espressione letteraria nel “Self-help” di Samuel Smiles — era da condannare nettamente, poiché provocava “l’apostasia della Ragione dalla fede e della Scienza da Dio”. La contrapposizione fronta­le tra i valori laici e la Chiesa cattolica non era destinata, comunque, alla rottura e progressivamen­te sarebbe riaffiorato l’antico istinto al compromes­so da parte di una classe dirigente moderata. Per quest’ultima, l’indebolimento della Chiesa non an­dava protratto oltre il limite che provocasse la per­dita della sua influenza ideologica sulle classi subalterne, poiché essa rappresentava sempre un valido strumento utile come “baluardo contro il risveglio politico delle masse piccole borghesi ed operaie della città”. Era un fenomeno che andava evidenziandosi ancor più sotto il pontificato di Leo­ne XIII (assurto al soglio pontificio nel 1878), quan­do la borghesia moderata si trincerava nel concetto della povertà come dato di fatto insuperabile, svi­luppando, nel contempo, la teoria del “paternalismo organico” nei riguardi dei subordinati, che si basa­va anche sull’uso dell’educazione religiosa come meno di conservazione dell’ordine sociale.

Di tale spirito erano espressione, in quegli anni, vari libri di testo o di supporto all’istruzione popo­lare, o di pubblicazioni per la gioventù, che anda­vano ad inserirsi sulla scia del “Giannetto” di Luigi Alessandro Parravicini, tutti tendenti alla concilia­zione ed al compromesso tra aspirazioni nazionali e tradizioni religiose. Tuttavia resisteva e sussultava ancora, negli anni Ottanta, un’altra letteratura per la gioventù, nella quale era assente “la dottrina del parroco” e che aveva i suoi momenti più alti e significativi nel noto “Cuore” di De Amicis e nel­l’opera del nostro Fratello Collodi.

Nel suo “Pinocchio”, infatti, traspare un costan­te ‘fil rouge” che potremmo definire “etica laica”, riassumibile nelle parole del cane Alidoro, quando dice al burattino: “in questo mondo bisogna aiutar­si I ‘uno con l’altro’’; o nel comportamento del Co­lombo che trasporta Pinocchio in riva al mare, alla ricerca del povero Geppetto, e che se ne va via rapidamente, fatto il prezioso servizio, senza atten­dere né sollecitare ringraziamenti. Come altrettanto si può individuare nel concetto del lavoro che alla fine premia e dà i frutti che non potranno mai esse­re dati dai “quattrini rubati”. Come un’etica laica si può scorgere nelle varie invocazioni che Pinocchio esprime durante lo sviluppo del racconto, tutte rivolte verso qualcosa di trascendente, che però non si identifica mai con Dio, ma semmai più gene­ricamente nell’immagine del Cielo.

Ma in “Pinocchio” c’è dell’altro, c’è ancora di più, a ben guardare. All’opera di Collodi sottinten­dono anche altre motivazioni che trascendono i li­miti della letteratura per l’infanzia o dell’indagine sociologica del tempo. Vi sono significati e motiva­zioni nascoste di fronte alle quali chi, come me —che appena qualche ora fa non sapeva “né leggere ne scrivere, ma solo compitare” — può solo cerca­te di intuire, confidando nel benevolo riscontro dei Fratelli del linguaggio esoterico. Ecco trasparire dal romanzo, allora, tutta una serie di simboli a noi familiari: lo scalpello ed il maglietto di (Geppetto. con i quali scolpire la sua pietra grezza, quel tronco di legno datogli da mastro Ciliegia; ecco i cappucci dei conigli che si avvicinano, con la bara, al burat­tino riottoso che non vuole prendere la medicina amara; il cappio a cui il Gatto e la Volpe appenderanno Pinocchio alla Quercia grande; la barba di Mangiafuoco descritta come un grembiale che copriva il petto e le gambe del burattino.

Ed oltre ai simboli, i richiami ai riti iniziatici dell’antichità: il serpente che intralcia la via del burattino, il battente della porta che improvvisa­mente diventa anguilla, il nome Lucignolo, che al­l’epoca era sinonimo di un altro piccolo rettile, la cecilia. Tutti elementi ricollegabili a quelle sette degli Ofiti, dediti al culto del serpente e delle pratiche magiche, che possono catalogarsi nell’ambito di una Gnosi volgare. Un riferimento al culto di Osiride e lside, al quale il prescelto, dopo giorni di digiuno veniva iniziato, potrebbe venire dalla scena del Pinocchio affamato in quella cucina buia, disadorna con gli oggetti virtuali dipinti sulle pareti (perché non un Gabinetto di Riflessione, a cui la sorte riserverà la bruciatura dei piedi durante la notte fredda e buia. Così come il mutamento in asino di Pinocchio, nel Paese dei Balocchi, somiglia all’analoga trasformazione di Lucio, nella “Metamorfosi” o “Asino d’Oro” di Apuleio, scrittore latino iniziato ai culti misterici come il personaggio della sua opera che ritorna uomo grazie all’aiuto della dea Iside, in una vi­cenda allegorica che rappresenta la caduta e la redenzione dell’uomo.

Un altro tentativo di interpretazione potrebbe essere l’individuazione di Pinocchio quale attore di un cammino iniziatico: dal 1° viaggio del Gabinet­to di Riflessione della cucina della casa del falegna­me, ai clamori di spade rappresentanti le passioni c le difficoltà della vita; durante le peripezie di Pinocchio nel 2° viaggio, quando rischia di essere cucinato allo spiedo dal burattinaio; quando incon­tra gli assassini ed è derubato dal Gatto e dalla Volpe e quindi rinchiuso in galera; quando rimane nella tagliola del contadino ed è costretto a rimpiazzare Melampo;  quando corre il rischi di finire ­fritto nella padella del pescatore. Secondo viaggio che termina col ritorno a casa e con la promessa se stesso ed alla Fatina di un sincero ravvedimento e di un riscatto con il profitto nella scuola. Il 3°viaggio di Pinocchio potrebbe essere quello intra­preso con Lucignolo per andare nel Paese dei Ba­locchi. Ritrovato poi Geppetto nella pancia del Pe­sce-cane e definitivamente rimessosi sul cammino della virtù, girando la  macina  ed  intrecciando  cane­stri  per  sostentare  il  povero  padre      (4°  viaggio), il burattino-bambino trova l’equilibrio, lontano dai cla­mori della strada, e compie la definitiva palingenesi diventando un essere umano in carne ed ossa, o se vogliamo, un Fratello dell’Arte muratoria.

Nel compimento del faticoso percorso, Pinoc­chio dimostra di possedere quell’arduo metodo esoterico della ricerca libera, intimistica. Egli ha voluto sbagliare con la sua testa, piuttosto che accettare i consigli prefabbricati del Grillo par­lante, aspirante muratore, è soggetto di desiderio e di curiosità non disposto a sacrificare la sua ansia di conoscenza all’accettazione acritica di consigli che rassomigliano a precetti di religione rivelata o a disvelamenti di ierofante (supremo sacerdote addetto a mostrare oggetti o formule sacre) . La perseve­ranza dimostrata lo porterà al premio finale, dopo aver calcato quel pavimento a quadri bianchi e neri che è la vita nella sua eterna contraddizione tra il Bene e il Male. Male e Bene, inoltre, che si camuffano a prima vista, invertendo addirittura i loro ruoli per meglio ingannare colui che si fer­ma alle apparenze.

Mi piace lumeggiare, in conclusione, proprio l’antinomia più evidente del racconto Collodiano:

quella che sorge dalla comparazione tra le figure del truculento Mangiafuoco e dell’Omino tenero come una palla di burro” che guida la carrozza verso il Paese dei Balocchi. Ma nonostante le apparenze. quanta umanità si rivelerà, infine, nel primo e quanta efferatezza nel secondo! Appro­priate a descrivere l’effimera apparenza tornano allora giuste le parole messe in bocca a Mangiafuoco dal regista Luigi Comencini nel Pinocchio televisivo di qualche anno fa, quando il buratti­naio commosso al pensiero delle sofferenze di Geppetto, regala cinque zecchini d’oro alla ma­rionetta, dicendogli: “Pinocchio, diffida sempre di chi ti sembra troppo buono e ricordati che anche in chi sembra cattivo c’è sempre qualcosa di buono”. Ecco … Mangiafuoco, che al volgo pare cattivo e tenebroso, ma poi si rivela pieno di umanità … perché non identificarlo nel Libero Muratore? E l’Omino “palla di burro” che parla con voce suadente, sottile e carezzevole … non as­somiglia, costui, ad uno di quei monopolisti della bontà che si spacciano come unici intermediari del­l’accesso alla verità, per meglio attirare nella loro trappola teologica un’umanità impaurita?

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DIRITTO ALLA FELICITÀ

DOVERE DI ESSERE FELICI


Diritto alla felicità.

È il diritto di vivere intensamente, il diritto di sentirsi liberi e di poter disporre del nostro personale libero arbitrio per vivere felicemente. E’ il diritto di scegliere il nostro futuro sereno e tranquillo senza coercizioni di sorta, sia politiche che psicologiche. Ogni uomo nella sua sfera culturale e individuale, familiare o in relazione con gli altri uomini, ha diritto di scegliere secondo le sue esigenze e i suoi bisogni, sempre che non invada il campo altrui offendendo la libertà degli altri. Il diritto alla felicità è quindi legato strettamente a quello della libertà, fino a creare un binomio inscindibile. Ovviamente esso deve coniugarsi nell’ambito della legalità, di quelle leggi che la comunità locale, nazionale o internazionale si è data per non cadere nell’anarchia.

Per un massone è questo il diritto di ricercare la felicità interiore secondo il proprio individuale e liberamente scelto percorso iniziatico, diverso anche dal fratello che ti siede accanto. La diversità è data dalla coscienza di ognuno, dalle inclinazioni e i livelli culturali che sono personali e che devono essere sempre rispettati senza invasioni di campo gratuite.

La diversità di ognuno in campo massonico deve però essere accomunata dalla consapevolezza che chi ti siede vicino è veramente tuo fratello ed è pronto a dartene una prova di questa fratellanza, aiutandoti se chiedi aiuto, aprendoti se bussi alla sua porta, dimostrandoti comprensione, saperti ascoltare, trovare il tempo da dedicarli se i momenti che passi non sono proprio come vorresti.

Già il mondo esterno corre freneticamente alla ricerca di una falsa felicità, che rende falsamente felici, nell’istituzione occorre invece trovare tutto il tempo che occorre e magari fermarsi anche un po’.

La Massoneria è una sintesi nelle diversità, che presuppone però frequenza attiva, impegno e disponibilità a riflettere personalmente e con gli altri. E’ evidente che se un fratello frequenta solo sporadicamente il tempio, senza giustificazioni credibili, è lui per primo che non dà certezze e né può pretenderle e il suo diritto alla felicità interiore avrà un percorso solitario e incostante, difficile da comprendere ed eventualmente difficile da soccorrere.

Dovere di essere felici.

È il dovere che, per dirla con Dante, ti stimola a “non vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Dovere di essere attivi e non essere codardi, di aver rispetto di sé e degli altri. E’ il dovere che ti spinge ad organizzarti per raggiungere i traguardi di felicità che ti sei prefissato, è il dovere che ti fa sentire utile alla vita e impegnato nel migliorarla

Il dovere alla felicità mi piace inquadrarlo in una dimensione sia interiore che esteriore. La prima comprende il rispetto di sé, imporsi obiettivi e tenere intimamente alla propria persona, cosa ben diversa dal proprio tornaconto, desiderio di affinarci le proprie capacità e educare le proprie inclinazioni, acquisire un metodo di lavoro per migliorarsi, sapersi mettere in gioco per ricominciare sempre, non considerare mai finita la strada da percorrere, volontà costante di scoprire in continuazione cose nuove. L’uomo in generale e il massone in particolare deve sentirsi in dovere di vivere felice e in modo appagante nel profondo del suo animo, indipendentemente dal suo grado d’istruzione, dalla religione o razza d’appartenenza, dal lavoro che esercita.

La seconda dimensione, quella esteriore, comprende l’impegno profuso per gli altri, per la dimensione sociale in cui uno vive. Anche qui inedia o impegno sporadico cozzano con la vita come la intendiamo noi massoni, che vale sempre e ottimisticamente la pena di essere vissuta. Anche il Massone quindi ha il dovere d’essere felice, di impegnarsi per raggiungere sempre nuovi traguardi; anzi di questa ricerca, con l’impegno personale e di gruppo, ne ha fitto una bandiera Resta alquanto difficile infatti, se non impossibile, pensare una Massoneria clandestina per sua scelta o avulsa dalla situazione sociale in cui opera giornalmente.

I suoi affiliati non possono non figurare in una èlite che governa i problemi e non li subisce, uomini che preventivamente sanno indicare ad altri uomini la rotta da percorrere e mai a traino come gregge. E tutto ciò deve avvenire all’insegna di sani principi democratici, nel rispetto delle leggi che regolano la società umana nel suo complesso.

Uomini, i massoni, che sono pronti sempre a combattere le dittature di ogni colore, le sopraffazioni, le scelte dogmatiche imposte e tutto ciò che non prevede la centralità dell’uomo.  Se c’è necessità di dar vita a un nuovo Risorgimento occorre come nell’800 essere e sentirsi nuovamente disponibili, noi massoni, a combattere la nostra guerra, con le anni che ci sono proprie, quelle della cultura che combatte l’ignoranza, quelle dell’ospitalità, dell’accoglienza e dell’integrazione contro il cieco scontro fra culture ed etnie diverse, contro ogni fondamentalismo a cominciare da quello religioso, con le armi delle idee e delle parole spese in difesa della laicità dello stato e dei diritti civili.

Quello che i massoni devono perseguire è una società più giusta e più democratica, nel rispetto delle idee e delle sensibilità di ciascuno, all’insegna dei principi inalienabili di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Il perseguimento di questi obiettivi difficili, ma possibili, anche nelle nostre piccole comunità locali, non può esaurirsi con il vedersi ritualmente una volta al mese. Bisogna quindi pensare a come vivere, diversamente e vicini, nei trenta giorni di intervallo fra tornata e tornata, non accontentandosi mai e guardando sempre verso orizzonti lontani ma alla nostra portata.

Pensiamo a quali iniziative prendere,a quali impegni ci possiamo sottoporre, a come attualizzare i sani principi che ci animano da oltre tre secoli, qual è il nostro carico di mattoni che possiamo portare. E per il numero dei mattoni da portare in dote non dobbiamo temere e non dobbiamo mai affliggerci: c’è chi li porterà più di uno e chi ne avrà uno solo sottobraccio. Anche quello però è indispensabile, magari è quello angolare e particolarmente prezioso. Tutti dobbiamo essere pronti nell’impresa che ci aspetta per costruire la cattedrale che ci è stata commissionata. Ognuno farà quello che può e sa fare, basta che si abbia chiara l’intenzione concreta di costruire il nostro tempio, di passare dalla teoria alla pratica e dal passato al presente e al futuro.

Non mi sottraggo a lanciare qualche idea e a mettere sul tavolo da lavoro delle iniziative. Siamo da anni gemellati con due logge,l’Arcadia di Napoli e la Jefferson di Milano. Un gemellaggio da oltre 4 anni purtroppo dimenticato. Uno scambio operativo di vedute con questi fratelli di latitudini diverse su questi temi o su altri che si riterranno più opportuni sarebbe forse utile e ci schiuderebbe degli orizzonti oggi un po’ troppo angusti. Ricordo ai fratelli che in particolare nell’Arcadia di Napoli figurano fratelli di religione ebraica e musulmana. In attesa della lodevole Fondazione culturale che abbiamo intenzione di far nascere, forse una iniziativa simile potrebbe aiutarci ad ampliare le nostre vedute spesso ristrette al massimo nei limiti del nostro piccolo oriente.

Ancora. E’ uscito di recente (dicembre 2006) un ottimo libro sulla Massoneria sugli Annali Einaudi della Storia d’Italia, con una critica sembra assai lusinghiera: potremmo incaricare un fratello di farci prossimamente una relazione e, se occorre, invitare l’autore prof. Gian Mario Cazzaniga dell’Università di Bologna a rispondere ai nostri dubbi e alle nostre sollecitazioni.

Ultima proposta concreta che purtroppo mi riguarda anche personalmente. Tutti i fratelli sanno che esiste nel nostro oriente una associazione onlus di bambini disabili che offre con tante difficoltà gratuitamente a 30 di loro un servizio di ippoterapia ben organizzato e lodevole sotto ogni aspetto.

Al di là che, cosa non secondaria, il Presidente di questa associazione sia un fratello, non vedrei male, diciamo, una nostra visita diretta a questo centro ippico e una adozione da parte nostra di questo servizio ippoterapico in modo tale da garantire con iniziative mirate la sua continuità nel tempo.

 Per completezza di informazione vi informo che l’associazione Anffas è regolarmente iscritta alle associazioni onlus presso l’Ufficio Regionale delle Entrate e che per qualsiasi contributo viene rilasciata regolare ricevuta, deducibile nella dichiarazione dei redditi.

Ringrazio i Fratelli della tolleranza mostrata nell’avermi ascoltato e mi scuso se sono stato un po’ prolisso. Non era nelle mie intenzioni elargire ricette miracolose, che non ho, sul nostro futuro di massoni del terzo millennio e offro questa tavola alla riflessione e alla pazienza dei fratelli.

                                                                         Corti  Massimo

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Vocabolario per persone colte di MIMMO

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SOLI A NATALE

La porta della chiesa è aperta appena
e qualche donna anziana con il velo
si reca a recitare una novena,
pensando all’uomo suo che volò in cielo.

All’ombra, solitaria è una panchina,
d’un platano già spoglio e malandato:
il freddo viene giù dalla collina,
e invade la piazzetta del sagrato.

Seduto è, come statua indifferente,
un uomo dalla barba non curata.
La sigaretta brucia lentamente,
e sembra assorto o forse addormentato.

E’ il giorno di Natale e lui sta solo,
i figli ed i nipoti son lontani,
la donna sua, da anni, ha preso il volo
ed anche lui la seguirà un domani.

Son lì che guardo e penso al mio futuro:
qualcuno passa, guarda e resta muto,
come se avanti agli occhi avesse un muro,
ma io mi fermo e piano lo saluto.

Solleva il volto ed è meravigliato.
La sigaretta, consumata e spenta,
gli cade, rotolando sul selciato.
Lui guarda, pensa ma par che non senta.

Poi mi sorride, mentre siedo accanto,
e nei suoi occhi sembra luce nasca …
“Fa freddo, dico, e pioverà anche tanto…”
Ma lui sorride con le mani in tasca.

“Che vuoi che importi” e, quasi bisbigliante,
“insieme all’acqua che vien giù a fatica,
in questa solitudine assordante,
la voce tua è la sola voce amica.”

MIMMO

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PER SORRIDERE UN PO’ …

di MIMMO


Regno delle due Sicilie
Canzone … semiseria

Ahi servo Sud, dell’Italia orpello,
già Regno di Sicilie in gran tempesta,
le tue regioni fanno un gran bordello,
con lo federalismo in sulla testa!

Quell’anima gentil di Federico
te fece magna con li suoi castelli,
ma, al fresco stesa sotto a un verde fico,
ti pascoli di pecore e di agnelli.

E como, pien d’arsura, lo terreno
risugge l’acqua per ristorazione,
così lo cittadino aspetta il fieno
c’arriva da lassù, dalla nazione.

Lo desiderio poi di un terremoto,
che porti l’euri a li poveri cristi,
cor tempo l’aiutare resta voto
e spera in San Gennaro che l’assisti.

Lo Regno de le due Sicilie è morto,
ma c’è chi aspetta la resurrezione,
como, se per miracolo, risorto,
devien de ratto ricco ogni garzone.

Lo sai, sudista, che la terra è bassa
e che li pomodori van raccolti ?
Ma, se aspettiamo, poi lo tempo passa
sanza che niun li colga e che rivolti

la terra per piantare fave e ceci;
si manca all’orecchiette rossa salsa,
ci tocca metter schiavi a far le veci,
como succede in certa terra balsa.

Qualcuno c’è lassù con lo spadone:
è il bel Matteo, con l’Umberto appresso,
che, da Pontida, urla col vocione:
“io dai terrun non mi fo’ fare fesso” !

I torti veri non li ha tutti certo,
ma noi dobbiamo tosto dimostrare,
sanza lo deretano allo scoperto,
che non ci manca voglia a lavorare.

Le origini diverse al sud Italia
ci fa bastardi da generazioni,
ma la cultura che ci tenne a balia
ci ha fatto omini e donne coi co…ni !!!

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ORIGINE DELL’UNIVERSO …. secondo io

di MIMMO


Lezione numero 1 Nel principio …
– quale principio?
Niente domande per ora! Nel principio non c’era NIENTE. E non avendo niente da fare si annoiava. Allora decise: Facciamo qualcosa.
– Facciamo? Ma se non c’era nessuno ancora …
Zitti e ascoltate!
E così il Niente fece Qualcosa. E siccome Qualcosa era sola e s’annoiava a morte, allora incominciò a spezzettarsi: un po’ qui, un po’ là e un po’ più in là. Nacque una confusione del diavolo.
– Il diavolo c’era di già?
Ma no, facevo per dire, insomma c’era un casino.
– C’era già il casino?
Porca miseria, zitti e mosca !
– Accidenti c’erano già le mosche?
– Viaaaaaaaaaaaa! Dietro la lavagna !!!
Dicevo che c’era un po’ di confusione tra tutti i pezzi di qualcosa che si urtavano l’un l’altro e si sa che, per attrito, ci si riscalda. Così nacque il sole che era contento, col freddo che c’era allora. Non c’era ancora il riscaldamento centralizzato e il Niente non aveva ancora inventato il petrolio per riscaldamento. Fu allora che a qualche pezzo di qualcosa gli giravano perché aveva un freddo cane.
– Allora i cani c’erano?
NO, ho detto zitti che ora che viene il bello. Fu così che qualche qualcosa incominciò a girare intorno al sole, giusto per riscaldarsi. Alcuni pezzi di qualcosa, i più freddolosi, giravano più vicini e si bruciacchiarono il pelo.
– Avevano il pelo i qualcosa?
Ma no, facevo per dire … Ma volete stare zitti?
Un pezzo di qualcosa era fatto di terra e si chiamò TERRA. Stava ad una certa distanza dal sole e stava non c’è male. Solo che la notte cadeva la nebbia e l’umidità incominciò a cadere e, notte dopo notte, venne giù tanta di quella nebbia che si raccolse nelle buche. In quelle piccole nacquero i laghi e nelle bucone nacquero i mari e gli oceani. Voi potreste chiedermi: ma come mai tutti i pesci che bevevano non prosciugarono i laghi e i mari? Domanda da ignoranti. I pesci bevono, ma poi sputano l’acqua che serve solo a sciacquarsi i denti dopo aver mangiato l’alga per togliere quella rimasta attaccata alle ganasce.
Un giorno un pesce uscì dall’acqua e vide che, considerato tutto, non si stava poi tanto male. Non c’era l’alga, però c’era la cicoriella di campagna e i fichi d’India.
– I fichi d’India? Allora c’erano già gli indiani?
Noooo dovevano ancora nascere, ma i fichi c’erano già.
Il pesce si adattò alla spiaggia, incominciò ad assaggiare le arselle, le cozze e le trovò buone. Conobbe altri pesci più grandi ed esperti ed anche uno che aveva studiato ingegneria genetica. Un giorno chiamò gli amici della zona e disse: facciamo l’uomo così ci fa le cozze alla marinara e gli spaghetti con le arselle ! Ci fu un’ovazione generale di batti-pinne. Allora il Pescio, l’ingegnere genetico, prese un po’ di creta, ci sputò sopra e disse, svegliati, figlio di buona madre! Non si è mai capito perché ce l’avesse con la madre, visto che l’aveva fatto lui e che le madri non le avevano ancora inventate. Ma gli ingegneri genetici son fatti così. Ma cosa fu o non fu, la creta si mosse e nacque Adamo. Appena sveglio, mise le cose in chiaro: io non so cucinare, le cozze le mangio crude come fate voi. Se volete gli spaghetti allo scoglio, dovete inventare una donna. A questo punto si capisce che la donna nacque per necessità. Adamo non sapeva fare nemmeno un uovo sodo. L’ingegnere genetico, cavò una costola a Adamo, che imprecò notevolmente. Non erano state inventate ancora le bestemmie. Il Pescio manovrò e si divertì un po’ esagerando con la creta nella parte superiore. Era un giocherellone di palla ovale. Difatti, quando doveva fare il canaletto di scolo davanti … aveva già finito la creta. Bisogna dire che Eva, la donna costolare di Adamo, gli venne da dio! Messa alla prova, cucinò subito alla brace una spaghettata ai frutti di mare che non vi dico. Beh, come sono nati gli omosex, ve lo dico un’altra volta. Ehì tu, Vieni fuori da dietro alla lavagna che debbo interrogarti per vedere se hai capito.
(Continua ? Non chiedetemelo. Sono in attesa di Scomunica ..

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Angelica

DI MIMMO

La pelle s’ambra al carezzar del vento
e il corpo annudi con molta eleganza,
per evocar sensuale turbamento
sembrando un passo di un’arcana danza.

Profumi, tra le pieghe dei tuoi veli,
inondano i cuscini dell’alcova
e, mentre con movenze lente sveli
le forme tue, ognun amor ritrova.

E’ il desiderio che l’Amor ribelle,
nel caldo amplesso, sazia lietamente
e inonda dei suoi fremiti la pelle.

Tu vergine ed ancella di Afrodite,
Angelica tu voli nella mente,
svegliando le emozioni più sopite.

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L’amplesso del mare

di MIMMO

La sera il mare calmo, con la brezza,
lambisce lieve la sua amata riva.
Ogni riflusso sembra una carezza
per chi gli è accanto come amante viva.

Se poi le onde le rinforza il vento,
carezze audaci sono di passione,
quasi un amplesso fatto con l’intento
di far la riva sua con aggressione.

Il mare a volte bacia come amante
che aspetta ansante il ritornar dell’onda,
per riprovar carezze e sono tante

che arrivano alle dune impertinenti:
e questo ansar dell’onde la feconda,
se bacia la sua spiaggia coi frangenti.

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La fratellanza è solo un falso ?

La fratellanza è solo un falso ?

Bruciati sono i sogni
con le delusioni,
che amare sono e fanno ancora male.

Crollati i falsi miti e le illusioni,
mortificato il trepido ideale,
t’accorgi che la fratellanza
è spesso un falso,
che, nella realtà,
è solo un’eco in lontananza.

L’indifferenza ti ha tarpato l’ali
e tu, l’orgoglio per un po’ messo da parte,
triste ti prostri a chiedere la vita,
con rassegnazione,
ma dentro urla muta
la dignità perduta
e sogni ancora per il tuo futuro:
forse un riscatto,
ma non è sicuro,
se il Cielo, ch’è di tutti,
forse ti darà.

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