8 Febbraio 2019

8 Febbraio 2019

Illustrissimo Maestro Venerabile,

Grazie per avermi concesso la parola.

Fratelli all’Oriente, Fratelli fra le Colonne:

E’ con profonda gioia e commozione che mi accingo a pronunciare le mie prime parole in questo nostro Tempio.

Ringrazio l’ex Maestro Venerabile che mi ha iniziato, il Fratello che mi ha presentato e tutti i Fratelli che mi hanno accolto in questa Rispettabile Loggia.

Sono passati più di due anni da quando, col mio ginocchio destro poggiato a terra, il Maestro Esperto guidava la mia mano a infersere i primi colpi alla Pietra Grezza.

Da quel giorno, i miei colpi, prima incerti, inadeguati e imprecisi, grazie all’aiuto di tutti Voi Fratelli, hanno iniziato ad acquisire un po’ di efficacia, hanno prodotto qualche risultato sulla pietra che ha iniziato lentamente a levigarsi, nella consapevolezza che ancora nulla è stato fatto, che il percorso iniziatico intrapreso, appena avviato, è ancora lungo e non può prescindere dal mio costante impegno di migliorare me stesso, dal Vostro aiuto e dal Vostro esempio.

Quel giorno, senza rendermene neppure conto, iniziava un ciclo della mia vita.

Dicono che il presente è l’unica cosa che realmente possediamo; che il passato ed il futuro sono solo una proiezione della mente. Il “qui e ora” dei deterministi, è la sola cosa che conta.

E’ una frase retorica, ne sono ben cosciente, ma se così fosse, dov’è tutta la nostra storia? Del pianeta che ci ospita, della Vita, dell’Uomo, della nostra Istituzione?

Preferisco dare un senso al tempo che passa, e in questo ringrazio ancora con Stima e Riverenza, il Fratello Maestro M.V. per l’emozionante lavoro sul Tempo presentato agli Incontri Giovanili di Ottobre, al quale ho avuto il privilegio di assistere.

In questo ciclo, costituito dal cammino iniziatico, all’interno della nostra Istituzione, all’interno della Melagrana della nostra Loggia, della quale, come tanti Fratelli prima di me hanno narrato il simbolo, noi tutti ne rappresentiamo i semi, nell’unità di intenti dei nostri Architettonici Lavori.

Quando dalla mia vita profana, mi accinsi ad avviare il Percorso iniziatico, non ne avevo una reale coscienza. Comprendevo sì le frasi del nostro Rituale, ma mi era impossibile sentirle intimamente.

Tuttora il mio percorso è  misterioso e, come è giusto che sia, innumerevoli cose ancora non mi sono rivelate.

Tanti anni fa, ancora bimbo, ricordo nitidamente un regalo che ricevetti dalla mia famiglia: Il Grande Libro dell’Astronomia ed un piccolo telescopio.

Ricordo che si trattava praticamente di un giocattolo e quando mi accinsi per la prima volta a guardarvi il cielo, quei puntini luminosi che immaginavo si presentassero al mio oculare come meravigliose galassie, colorate stelle, rimanevano invece puntini luminosi. I misteri del Cosmo necessitavano di ben altre strumentazioni e conoscenze.

E ricordo che allora, sfocando l’immagine, quei puntini luminosi aumentavano il loro diametro e si trasformavano in dischi; sì, più opachi ma che mi facevano immaginare stelle immense. E mi affascinavano i nomi: Aldebaran, Rigel, Sirio, Arturo, e la mia preferita: Antares, Alfa dello Scorpione, la supergigante rossa che rivaleggiava per dimensioni con Betelgeuse, Alfa di Orione. Astri, che nella mitologia, hanno assunto un ruolo importante.

In quegli anni guardavo il cielo perché mi affascinava, ma il mio sguardo fanciullo ben poco sapeva di ciò che, nel passato, il cielo ed i suoi cicli hanno rappresentato per gli uomini che ci hanno preceduto.

Adesso guardiamo il cielo con fascinazione o distrazione, ammirazione o anche malinconia. I nostri antenati lo guardavano anche con paura ma soprattutto lo adoperavano come uno strumento che regolasse i cicli della Vita ed eressero monumenti che glorificassero il misterioso susseguirsi degli eventi celesti.

Dall’alba capirono cosa c’era all’Oriente. Come il Maestro Venerabile, il nostro primo punto di riferimento, siede all’Oriente, così allora compresero la loro posizione nel mondo ed impararono ad “orientarsi”: non solo l’alternanza del buio e della luce ma, dalla variazione della posizione del Sole al suo sorgere, compresero i cicli delle stagioni, del lento assopirsi della vita e della rinascita che nel giorno dei solstizi sancirono.

Dal nostro Satellite impararono i quattro cicli lunari e nelle sue fasi codificarono le settimane; con le stelle impararono a navigare.

Da allora i cicli del cielo hanno regolato il nostro interfacciarsi a ciò che ci circonda, fino a giungere ai giorni nostri.

Ho vissuto da sempre in città e per quanto amassi guardare il cielo non ho mai realmente toccato con mano il mistero dei cicli. Ai miei occhi il Sole sorgeva e tramontava più o meno nello stesso punto, occupato com’era l’orizzonte da costruzioni, palazzi.

Si, certo: come tutti, sapevo bene che l’Est e l’Ovest erano il sorgere ed il tramontare, ma è stato solo qui, nella terra che mi ha accolto tredici anni fa, in questo Oriente, che mi sono emozionato nel vedere che, al Solstizio d’Inverno, il Sole tramonta dietro il punto più basso dell’Elba, tra Capoliveri ed il Volterraio; mentre nel Solstizio d’Estate lo fa tra il promontorio di Piombino e la piana di Venturina.

Quale mistero avrà  rappresentato per i nostri avi questa mutazione prima che la Cosmologia riuscisse a dare una spiegazione a ciò che rappresentava il loro unico orologio di vita?

Quale affascinante meraviglia avranno provato nel vedere le stelle sorgere sempre in un punto diverso? Sotto questa nostra Volta Celeste, sotto le Colonne e i simboli delle Costellazioni, stiamo anche nobilitando tutto questo.

L’osservazione del cielo ha portato a conquiste, pochi decenni prima, neppure immaginabili; ha contribuito all’idea che abbiamo relativamente sulla nostra posizione nello spazio e nel tempo.

Se allarghiamo la nostra percezione all’età presunta e alla dimensione dell’Universo, la nostra Storia, non è che un battito di ciglia e ci fa pensare di rappresentare nient’altro che una bizzarra casualità negli eventi, ben lontani da quel concetto per pochi, di sentirsi Esseri speciali che ha accompagnato, per secoli, l’evoluzione umana all’interno di un universo antropocentrico.

Tuttavia, è ormai dimostrato che fenomeni e reazioni chimiche avvengono solo in determinate e  precisissime condizioni.

Partendo dall’infinitamente piccolo: la formazione del Carbonio, alla base della nostra vita; pur non essendo uno scienziato, soprattutto un chimico, mi appare stupefacente leggere che è necessaria una precisione nell’ordine del milionesimo di secondo, dacché l’atomo di berillio, che ha tempi di decadenza pressoché istantanei, a sua volta generato da due atomi di Elio in una condizione rarissima – oltre cento milioni di gradi – si combini con un altro atomo di elio, per generare il carbonio, prima che decada. Un infinitesimale ritardo del berillio e il carbonio stesso non si formerebbe.

Allargando la nostra scala di osservazione, verso l’infinitamente grande, non è affascinante pensare alla posizione stessa della Terra all’interno del Sistema Solare, alla sua distanza ideale dal Sole, che ci garantisce la giusta temperatura, all’inclinazione del nostro asse che ci permette di vivere l’alternanza delle stagioni, stabilizzato dalla presenza della Luna e conseguentemente la precessione degli equinozi?

E la presenza del gigante Giove che con la sua gravità attira nella sua orbita oggetti potenzialmente letali per noi? E non è ancora più affascinante pensare all’origine di tutti questi fattori?

Sembra incredibile una volta che il Padre Giove non ha vigilato, ci ha regalato la vita. Come? Un unico evento scatenante lo avrebbe permesso: è ormai accettata l’ipotesi di una collisione tra la Terra primordiale e un pianeta delle dimensioni di Marte che, si presume, abbia poi formato la Luna.E da quello stesso impatto, si sarebbe generata la nostra rotazione, stabilizzandosi progressivamente nelle ventiquattrore che regolano il giorno e la notte, il nostro asse si sarebbe posto nell’attuale inclinazione e dall’energia di quel cataclisma cosmico, i metalli pesanti sarebbero scivolati sempre più in basso formando il nucleo ferroso liquido, generando il campo magnetico che ci scherma dalle radiazioni del vento solare e che impedisce che l’atmosfera venga spazzata via.Solo l’assenza di uno di questi fattori, o anche solo una infinitesimale differenza in questo equilibrio, che noi non saremmo qui. Non è una coincidenza incredibile, la formazione e la coesistenza di tutto questo?    Allora è vero che siamo speciali, e la nostra visione antropocentrica, non è stata poi così sbagliata nel corso dei secoli.

Ma se fossero state proprio le dimensioni dell’Universo ad aver permesso questa combinazione di fattori, nelle sue duecento miliardi di galassie stimate contenutevi, che a loro volta, sembrano contenere ciascuna duecento miliardi di stelle, aperti anche all’idea di un Multiverso?

Quante potenziali Terre non hanno generato la Vita magari solo per la diversa l’inclinazione del loro asse di rotazione, mentre altre variabili lo avrebbero permesso?

Solo in uno spicchio ridotto di Spazio, solo addentrandosi per poche migliaia di Anni Luce che, viste le dimensioni dell’Universo osservabile, praticamente la periferia del nostro Sistema Solare, la Missione Kepler, ha individuato centinaia di pianeti con molteplici caratteristiche. Forse sono proprio i numeri dell’Universo, nelle infinite possibilità che si generano ad aver fatto sì che possiamo essere qui.

Quindi non siamo così speciali se è stata la statistica a permetterlo. O invece forse è proprio per questo che lo siamo?

Citando il fisico Brandon Carter, in quello che poi fu definito il “principio antropico” a lui riconducibile:

Anche se la nostra situazione non e centrale, è inevitabilmente per certi versi privilegiata”.

Il mio lavoro non è certo quello di uno scienziato; semplicemente mi ritengo un appassionato di questi argomenti, e senza conoscenze matematiche, questo lavoro si può riassumere in un breve e dozzinale condensato di letture, documentari televisivi, di un livello amatoriale.

Ma è lecito domandarsi quanto ancora non solo non abbiamo scoperto o intuito, ma non abbiamo neppure immaginato? Già negli anni trenta Edwin Hubble, aveva intuito e dimostrato che l’Universo non sta rallentando la sua espansione: anzi sta accelerando.

Lo spazio vuoto si dilata ad una velocità superiore a quella della luce, ne consegue che non potremo mai osservare i limiti dell’Universo stimato nella sua interezza in quarantasei miliardi di anni luce.

Credendo di aver compreso i misteri dell’Universo, scopriremo, un giorno, di essere dei pesci rossi in una palla di vetro.

Sconforto quindi per la nostra pochezza o grande gioia per l’opportunità che ci viene data di conoscere ciò che ancora non è alla nostra portata?

Apatico disinteresse vista la nostra irrisoria e infinitesimale presenza o fierezza per il ruolo centrale assunto in questo sconfinato universo ancora tutto da scoprire?

Il Grande Architetto dell’Universo, è la nostra risposta.

Quando nel Gabinetto di Riflessione, abbiamo tutti suggellato il nostro eterno Testamento Spirituale a Lui ci siamo rivolti. Non abbiamo posto domande, non abbiamo avuto risposte, abbiamo preso coscienza del nostro dovere. Il nostro Ciclo Iniziatico è da lì scaturito. E se ognuno di noi vive una sola Iniziazione, allora, quando un Fratello passa all’Oriente Eterno, ne subentra uno che entra nel Gabinetto di Riflessione.

E questo, come il giorno e la notte, come le settimane, i mesi e le stagioni, come gli anni, passando dalla precessione degli equinozi, giungendo alla danza delle galassie, rappresenta la nostra ciclicità.

Mantiene viva, salda e più forte che mai la nostra Istituzione, grazie al contributo di chi come tanti di Voi, che anni fa, si sono messi in cammino, prendendo per mano, con loro esperienza, Fratelli, che come me invece vi si sono appena messi.

Questo ciclo si rinnova e la Massoneria ne fa parte, in fondo essendone avvolta, ma al tempo stesso ne è guardiana, vigile delle tradizioni, dei simboli, che, a tutto ciò che la circonda, si ispirano.

                                                                                                                  a.f.

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La concezione del tempo per un libero muratore

L’ottimo imperatore Traiano, arrivato sulle sponde dell’Eufrate con le sue legioni, ebbe a dire: “fino ad ora ho sconfitto numerosi popoli ed eserciti, avrei voluto andare oltre, sulle orme di Alessandro, ma ho trovato un nemico contro il quale non ho scampo: il Tempo”.  Meno di un anno dopo Traiano morì. 

Anticamente il tempo era qualcosa di vago e di misterioso circondato da un’aurea di magia, ma ancora oggi non sappiamo come questo funzioni. La sua natura resta il mistero forse più grande. Strani fili lo legano agli altri misteri aperti: la natura della mente, l’origine dell’universo, i buchi neri, il funzionamento della vita. Una cosa è certa: non sappiamo quasi niente di lui, anzi, fisici e filosofi asseriscono che il tempo semplicemente “non esiste”.

Quindi da dove partire per parlare con voi del tempo? Proviamo ad aprire una finestra sul mondo di ieri e di oggi: la nostra vita è sempre di più regolata dallo scorrere veloce e continuo del tempo. Lo possiamo vivere, contare, sprecare e perfino trasformare in denaro, ma della sua natura non sappiamo niente e il tempo non è sempre per tutti uguale, tanto è vero che parliamo di tempo “che non passa mai” o del tempo che “ci sfugge”. Ed il tempo che abbiamo a disposizione può essere diverso da un essere vivente ad un altro. Per esempio c’è un piccolo insetto che vive solo poche ore, mentre alcuni animali vivono tranquillamente più di 100 anni.

Affacciandoci a quella finestra che dicevo prima, ci rendiamo conto di quanto il novecento sia stato il secolo che ha fatto della velocità prima un traguardo, poi un’ossessione. Ovviamente le premesse c’erano state da molto tempo prima con la rivoluzione industriale e lo sviluppo della tecnica. L’esaltazione della velocità arriva però nel momento in cui l’uomo occidentale realizza che “il tempo è denaro”.

L’automobile è stato il simbolo di un nuovo mito, quello di correre sempre di più, quasi ci si potesse allontanare in fretta dal passato e raggiungere più facilmente il futuro. Poi ci sono state le comunicazioni, i giornali, le Tv, il telefono, internet, i social ecc. Le notizie si sono diffuse sempre più velocemente, fino a raggiungere il così detto “tempo reale”. Gli scambi di informazioni o merci corrono oggi con e su strumenti sempre più sofisticati e sempre più veloci.

Sembra insomma che noi desideriamo (e facciamo di tutto perché sia così) che il tempo viaggi sempre più veloce. Questo ha due gravissimi effetti: il primo è che l’esperienza non rimane più. Il passato non ci insegna più niente, perché viene superato, diventa inutile. Prendiamo i vecchi, (come me per esempio) quelli che un tempo trasmettevano saggezza: oggi non hanno più nulla, o così crediamo, da insegnare. Chi di noi nonni non ha ricorso almeno una volta alle conoscenze dei figli o più ancora dei nipoti per risolvere un qualche problema al cellulare o al computer? A me succede abbastanza spesso e vi garantisco che un po’ mi dispiace, dato che vorrei che le parti fossero invertite.

Il secondo aspetto è che noi finiamo per non avere più immaginazione. Non possiamo, non ne siamo capaci. Semplicemente ci limitiamo ad osservare, lasciamo che accada. Non ce ne rendiamo conto ma è così. Non ce la sentiamo di azzardare una previsione. Viene meno la fantasia.

I cellulari ed ancor più i social si sono dimostrati deleteri.  Hanno distolto dalla lettura di libri non solo un numero incredibile di adolescenti, ma anche tantissimi uomini e donne adulte. Si è disimparato a scrivere a mano e, ancor più grave, a dimenticare la nostra vera, bellissima, lingua italiana. Oggi non facciamo più caso agli errori grammaticali, anzi li giustifichiamo dicendo semplicemente che la frase era stata scritta troppo in fretta oppure che con il cellulare resta un po’ complicato correggere.

Noi ci diciamo che non abbiamo tempo per pensare troppo al tempo. Normalmente lo viviamo inconsapevolmente, identificandolo con le lancette dell’orologio o con l’agenda del telefonino. Poi, quando ci capita qualcosa che ci costringe a pensare (una malattia, la morte di una persona cara, la visita di un’opera d’arte, qualcosa capace di metterti in contatto con il divino) ci ritroviamo sperduti. Ma subito dopo ricominciamo a correre, a consumare il tempo, a riempirlo con mille affari utili, ma più spesso con cose inutili. Insomma, noi possiamo anche non occuparci del tempo, ma è certo che lui, prima o poi, si occuperà di noi. Invece di allungare la vita bisognerebbe allargarla. Il tempo senza emozioni è solo un orologio.

Nel suo “De brevitate vitae” Seneca sostiene che la vita appare breve solo a chi non ne sa afferrare la vera essenza, a chi si disperde in futili occupazioni. Di fronte alla massa di persone assediate da attività inutili, Seneca propone un modello diverso. Il Saggio che decide di dedicarsi all’Otium trova nella riflessione filosofica il metodo per recuperare la salute dello spirito e l’arricchimento intellettuale. Parla così il nostro Seneca:

“Molti rimangono impantanati a desiderare la bellezza altrui o a preoccuparsi per la propria. Ci sono quelli sempre scontenti della meta verso cui dirigersi, ma la morte li coglie di sorpresa. Cosa dobbiamo mettere sotto accusa? Il fatto che vivete come se doveste vivere in eterno e mai vi soccorre il pensiero della vostra fragilità, non vi rendete conto di quanto tempo sia già trascorso, lo scialacquate come se poteste attingere ad una sorgente colma e abbondante, mentre, intanto, può darsi che proprio quel giorno che viene regalato, sia l’ultimo. L’apprendistato della vita dura per tutta la vita e tutta la vita è un apprendistato della morte. Tanti grandi uomini, messe da parte tutte le distrazioni, dopo aver rinunciato alle ricchezze, agli obblighi sociali, ai piaceri, si spensero confessando di non aver ancora raggiunto tale conoscenza”.

E durante uno dei numerosi scambi epistolari tra lui ed il suo amico poeta Lucilio, il filosofo fa un’altra considerazione e chiede all’amico: “Lucilio, dammi un consiglio per farmi vivere più a lungo, insegnami come si fa ad allungare il tempo”.

La risposta è molto bella. Dice Lucilio a Seneca: “il tempo è davvero il bene più prezioso che abbiamo e non dovremmo affatto sprecarlo. Giorni fa si festeggiava il compleanno del banchiere Pomponio Sabino: compiva 90 anni. Io – dice Lucilio – nel fargli gli auguri, gli ho chiesto quanti sesterzi sarebbe stato disposto a pagare per tornare ai suoi 20 anni, e lui, con la massima serietà, mi ha risposto: “Tutto il denaro che ho per tornare ai miei 89”. Purtroppo non è possibile tornare indietro, seppure di un solo giorno. Non ci resta, allora, che evitare gli sprechi. L’unico modo che conosco, invece, per raddoppiare il tempo, potrebbe essere quello di partecipare alle gioie e ai dolori di un amico, in modo da vivere contemporaneamente la sua vita e la mia. Addio”

Sembra incredibile come un testo che risale alla metà del I secolo d.C. possa essere, ancora oggi, di estrema attualità ed importanza. È una verità che non si può contradire quella di Seneca, perché nemmeno l’uomo più ricco del mondo può fermare le lancette di un orologio; ad ognuno di noi, ogni giorno, viene “regalato” lo stesso ammontare di tempo, 1440 minuti, non uno in più, non uno in meno. Come spendiamo questo tempo è una nostra scelta.

Io stesso che mi interesso continuamente di storia antica e che resto affascinato da tutto ciò che fa parte di un passato il più possibile remoto, mi chiedo se, facendo questo, io cerchi di fermare in qualche modo il tempo, o addirittura tornare indietro di secoli. E concordo con la definizione che un giornalista ha dato della Storia: “La storia è come uno specchietto retrovisore: non è indispensabile per andare avanti, ma serve quando si fa manovra” e basterebbe riflettere sulle cause della caduta dell’Impero Romano per capire che dovremmo riflettere di più.

Carissimi Fratelli, è proprio perché non sappiamo utilizzare il tempo nel modo moralmente giusto che la vita ci sembra così breve. Tuttavia, noi che siamo degli iniziati, abbiamo il dovere di riflettere su tutto questo. Non dobbiamo perdere di vista quei valori che ci permettono di vivere tolleranti fraternamente. Non dobbiamo limitarci a “galleggiare”: siamo Massoni Scozzesi e dobbiamo dimostrare di essere protagonisti. Noi, in quanto iniziati, abbiamo assunto degli obblighi e degli impegni. Uno degli impegni principali è proprio la conoscenza delle nostre origini, che ci porta ad avere la consapevolezza di appartenere ad un Ordine che ha ed ha sempre avuto come unico scopo il miglioramento interiore individuale per partecipare al progresso dell’umanità.

E poi, se prendessimo più “tempo” per ascoltare i ritmi della natura o dell’universo intero, ci ritroveremmo più ricchi, quantomeno più riflessivi, più propensi all’ascolto degli altri, forse meno aggressivi; sapremmo apprezzare di più ciò che la natura e il mondo intero ci regala sistematicamente. Basti pensare alle infinite opere d’arte che chi ci ha preceduto ha voluto regalarci ma che, visto l’uso che ne facciamo, non ci meritiamo proprio. Uno scrigno pieno di regali disinteressati. Eppure basterebbe poco per nutrirsi del bello che ci circonda e che non aspetta altro che noi. Il nostro Fratello Claudio ha detto più volte che dobbiamo saperci emozionare, dovunque e senza vergogna. Io sono completamente d’accordo con lui e dico quindi che il nostro tempo dovrebbe essere fatto sempre di più di momenti pieni di emozione.

Insomma, Fratelli, la Massoneria e soprattutto il R.S.A.A. ci chiede di essere testimoni del nostro tempo: impariamo quindi a vedere il mondo con occhi diversi, cerchiamo di “sprecare” un po’ del nostro preziosissimo tempo per tentare di conoscere di più noi stessi. Cerchiamo di essere maestri di vita almeno per i nostri figli ed i nostri nipoti, facciamo in modo che essi attivino tutti i loro sensi verso la bellezza, che poi è pura felicità, è amore. E così potremo dire di vivere veramente e chiudere con un sorriso questo breve cerchio che è la vita.

APPENDICE

Nel passato si sono occupati del tempo filosofi, scienziati, religiosi, poeti, pittori ma anche la mitologia greco-romana ha molti racconti con i quali si riflette sul tempo, la sua fugacità o la ricerca del superamento delle sue barriere. Così troviamo Sisifo che imprigiona Tanathos, Orfeo che scende nell’Ade per riportare sulla terra Euridice ed anche molti altri, ma forse quello al quale mi sono più affezionato è il mito di Admeto ed Alcesti che, oltretutto, è una straordinaria storia di amore e di amicizia. Per chi non la conoscesse, la ripropongo in appendice.

M. L.

Le fonti:

  • Carlo Rovelli: L’ordine del tempo – Adelphi
  • Armando Torno: La truffa del tempo – Mondadori
  • Remo Bodei: La scacchiera della memoria – Laterza
  • Luciano de Crescenzo: Il tempo e la felicità – Mondadori
  • Robert Graves: I miti greci – Longanesi
  • Euripide: Tutte le tragedie – Rusconi
  • Seneca: De brevitate vitae – Mondadori
  • Seneca: lettere a Lucilio – Mondadori

Euripide: Admeto ed Alcesti

Nella reggia del re di Iolco, in Tessaglia, si radunarono i pretendenti per Alcesti, la bella figlia del re. Tra questi c’era Admeto, re di Fere, che appena vide la fanciulla, così bella, capì di essere disposto a tutto pur di averla. Il padre disse che avrebbe concesso la mano di sua figlia a colui che avrebbe guidato un carro trainato da un leone e un cinghiale. Un’impresa assai ardua perché i due animali messi a contatto si sarebbero azzuffati. Ma il re voleva per la figlia un uomo eccezionale. Davanti a questa prova Admeto si scoraggiò e tornato a casa si confidò con l’anziano padre che, dopo avergli ribadito che lui era la luce dei suoi occhi e che per lui si sarebbe buttato nel fuoco per l’immenso bene che gli voleva, gli consigliò di fare affidamento sul dio Apollo che era ospite nel loro regno come punizione per aver ucciso un ciclope, e quindi bandito dal regno degli dei.

Apollo, che era diventato buon amico di Admeto per la sua grande generosità e fedeltà, ascoltò il suo problema e lo rassicurò che lo avrebbe aiutato, bastava che si procurasse un leone e un cinghiale. Il giorno fissato per la prova Admeto si presentò coi suoi animali e grazie al dio Apollo fu l’unico che riuscì a domare le due bestie e chiedere la mano della bella Alcesti e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze.

Il dio Apollo fece ritorno sull’olimpo e per ringraziare ancora l’amico sincero, decise di fargli un dono; andò dalle Moire, coloro che hanno in mano la vita dei mortali, e dopo averle fatte ubriacare si fece promettere che quando fosse arrivato il momento di morire, Admeto si sarebbe potuto salvare se qualcuno fosse morto al suo posto pronunciando la frase “Muoio al posto di Admeto!”.

Passati alcuni mesi Thanatos, il dio della morte, si presentò da Admeto..

-E’ giunta la tua ora, le Moire ti concedono una giornata per trovare il tuo sostituto-.

Admeto andò dal padre, gli raccontò l’accaduto. Il padre restò indifferente e neanche il ricordo delle sue amorevoli parole dette al figlio qualche tempo prima lo impietosirono perché non era giunta la sua ora. Admeto si rivolse alla madre che, come il marito, non volle saperne e gli consigliò di ordinare a qualcuno dei suoi sudditi di morire al suo posto, ma quello doveva essere un gesto spontaneo per avere valore. Si recò su un campo di battaglia dove avrebbe trovato dei feriti che forse si sarebbero sacrificati per lui. Sul campo trovò molti morti e quando trovò un ferito, questi morì tra le braccia del re prima di aver capito quale frase pronunciare. Tornato a palazzo ormai verso sera si rassegnò al suo destino. Andò dalla moglie per salutarla per l’ultima volta ma questa stava già pronunciando la frase:

  • Muoio al posto di Admeto.-

  La rappresentazione che Euripide ci dà degli ultimi momenti di Alcesti ha toni commoventi e tocca il suo vertice quando la donna, dopo aver pregato gli dei, dà l’addio al letto nuziale, simbolo di una vita in comune che ora, bruscamente, verrà spezzata. Non riesce a trattenere la commozione e scoppia in lacrime: la sua morte – ella dice – è l’estrema testimonianza del suo amore per lo sposo; nessun’altra donna saprà essergli altrettanto fedele. Le ultime preoccupazioni sono per i figli: Admeto non dovrà contrarre nuove nozze, per evitare che essi debbano sottostare a una matrigna che non li ama. Poi Alcesti muore. Admeto si rade il capo in segno di lutto profondo e bandisce per sempre dal palazzo feste, banchetti e musica. Ma il giorno seguente arriva a palazzo l’amico Ercole e Admeto, pur di non venir meno ai suoi obblighi di ospitalità, tiene segreto il suo lutto: accoglie l’eroe e ordina che gli si prepari un abbondante pasto. Rimasto solo, Ercole banchetta e si abbandona a sonori schiamazzi, ma a un certo punto nota l’aria afflitta dello schiavo che lo sta servendo e da lui apprende che Alcesti è morta. L’eroe prova vergogna per il suo comportamento e vuole dare ad Admeto un segno tangibile della sua amicizia: farà di tutto per strappare Alcesti a Thanatos e restituirla al marito.

Dopo che Ercole si è allontanato, fa ritorno Admeto, reduce dal funerale. È un uomo distrutto: ora che Alcesti è morta, nessuno più gli verrà incontro salutandolo affettuosamente al suo rientro in casa; tutto gli sembrerà vuoto; intorno a lui ci sarà solo il pianto dei figli; ed egli avrà fama di vile, avendo permesso che sua moglie morisse al suo posto.

Ma ecco ricomparire Ercole che, dopo aver rimproverato Admeto per non avergli detto subito la verità, gli mostra la donna che ha con sé, il cui volto è coperto da un velo: è una schiava ‒ così egli dice ‒ vinta come premio in una gara, e vorrebbe che il re la tenesse con sé fino al ritorno dalla ‘fatica’ cui sta per accingersi. Admeto prega però Ercole di affidare la donna ad altri: la sua presenza, infatti, gli ricorderebbe quella di Alcesti, cui la fanciulla assomiglia in tutto, e ciò aumenterebbe il suo dolore; né egli potrebbe portarsela nel suo letto, perché verrebbe meno al giuramento fatto alla moglie. Ma Ercole insiste ed infine, dopo molti rifiuti, Admeto acconsente a portarla a casa. A questo punto Ercole toglie il velo alla fanciulla, che, con grande sorpresa di Admeto, si rivela essere proprio Alcesti: l’eroe, appostatosi presso la sua tomba, dopo una dura lotta è riuscito a strapparla a Thanatos che era venuto a bere il sangue delle vittime sacrificali. Restituita al marito, Alcesti potrà continuare a vivere felice con lui.

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FARSI ATLETI DELLA VITA

“FARSI ATLETI DELLA VITA” :

Una raccomandazione di un Maestro Libero Muratore  Scozzese

rivolta ai giovani

di  C. S. 

Questa lettura è stata effettuata in occasione del “ II Incontro Giovanile per la Formazione Umana”, svoltosi a Orbetello dal 13 al 15 Settembre 2017. L’evento, rivolto esclusivamente ai giovani, ha come unico scopo quello di offrire una “ riflessione intorno all’uomo ” per cercare di comprendere, con leggerezza, che cosa sia l’uomo e per meditare sulla sua forza intellettiva ma anche sulla sua debolezza, sulla sua precarietà e sulla sua finitezza. Pertanto, l’intendimento di questo incontro culturale è di favorire, quello che noi abbiamo definito, in modo arbitrario, la “crescita umana”.

 

“Cultura” è sete di conoscenza, è stimolo alla riflessione critica, è “ricerca disinteressata della verità”. Una ricerca continua rivolta non solo all’esterno, verso la realtà che ci circonda, ma anche all’interno, verso noi stessi, verso la parte più profonda, più spirituale.  Quindi, cultura è, non sola “ricerca accademica”, su temi razionali, scientifici e umanistici”, ma è anche “ricerca sapienziale” – termine non facilmente esprimibile- una forma di conoscenza superiore che ha come scopo quello di permettere  una riflessione sul senso della vita, sui principi supremi, sulla “posizione dell’uomo nel cosmo” – concetto caro a Max Scheler ed a tutta la filosofia antropologica- , una riflessione sul senso del Sacro, sul “Motore Primo Immobile”, secondo la definizione Aristotelica. La sapienza è l’arte di vivere di un “Maestro”. Sapienza non è solamente avere conoscenza, ma è anche essere in grado di applicarla/utilizzarla nella vita pratica. Entrambe, cioè la ricerca accademica e quella sapienziale, devono dialogare e integrarsi per migliorare la nostra formazione; perché solo così possiamo raggiungere una “libertà di pensiero; solo così possiamo diventare “Uomini Liberi” e per Libero, intendo, colui che è fine a se stesso, colui che non è sottomesso ad altri. “Libero” è colui che ubbidisce solo alla sua “coscienza” e non gli altri uomini.

 

Penso che sia necessario acquisire questo tipo di “educazione culturale” per affrontare, nel migliore dei modi, gli “inciampi” del vivere; per affrontare la “contraddizione sempre crescente” – come ci ricorda un breve scritto hegeliano ( Georg Wilheim Friedrich Hegel. Libertà e destino, abbozzo preparatorio, quaderno 13-1799-1800) – insita in tutti noi, tra l’ignoto ed inconsapevole desiderio di una vita migliore, e la vita reale,  la vita che il destino ci offre.

 

Io credo che l’“uomo post moderno” debba “lottare” quotidianamente per superare le difficoltà che la vita costantemente e beffardamente gli dona, e per fare ciò sia necessario farsi: “ ATLETI DELLA VITA”. Infatti, l’etimologia del termine “atleta” ha un origine greca “ἀθλητής” («athletés»), evoluzione di “âthlos” che significa «lotta» e per lotta si intende un combattimento individuale a corpo a corpo tra noi ed il nostro avversario; dove vengono utilizzate mosse e contromosse, al fine di proteggerci.  La “lotta”, in questa situazione, è la metafora della vita; cioè una lotta tra i nostri sogni, tra i nostri desideri, le nostre passioni, le nostre idee, le nostre speranze e tutto ciò che ostacola la loro realizzazione. Il tutto porta ad un avvicendamento di momenti di sottomissione-ribellione, obbedienza-disubbidienza, sconfitta-vittoria. Simile al cammino di un bambino che compie i primi passi; che cade senza cadere, ma sempre si rialza e riparte. E solamente dopo cadute e ricadute riesce a mettersi definitamente in piedi, a raddrizzarsi e camminare. Il “pensiero”  stesso, opera come il camminare; i nostri pensieri è come se camminassero; sono in un continuo movimento, pieni di inciampi e di raddrizzamenti. Le nostre idee possono cadere, quando sono messe alla prova dalla vita, dall’esperienza del vivere: ciò che si credeva una certezza può perdere sicurezza per poi ottenere nuove ed apparenti verità.  Per questo, se desideriamo uscire da questo scontro senza le ossa rotte, dobbiamo essere dei veri atleti della vita; perché un “atleta”, non è solo chi corre una maratona sotto tre ore ma tutti quelli che s’impegnano con volontà d’animo, con dedizione, con sacrificio e con coraggio estremo per un ideale. Un atleta della vita è colui che non ha paura di essere quello che  è, con le sue debolezze e le sue fragilità. Tutti noi siamo degli atleti, ma la differenza è che alcuni sono allenati e altri no.  Un “atleta vero” è chi si allena intensamente, indipendentemente dai risultati, perché sa benissimo che essi potranno o non potranno realizzarsi.  L’importante non è la meta; come ci insegna, in modo esemplare, la poesia di Konstantinos Kafavis “Itaca”: << Quando partirai, diretto ad Itaca, che il tuo viaggio sia lungo ricco di avventure e di conoscenza…non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze. Itaca ti ha già dato un bel viaggio, senza Itaca tu non saresti mai partito. Essa ti ha già dato tutto e null’altro può darti. Se alla fine troverai che Itaca è povera , non pensare che ti abbia ingannato>>. Un “Atleta della vita “ è chi è capace di distaccarsi dalla materia; chi è capaci di andare oltre, di “volare con la mente”, di avere grandi “ideali”, il più delle volte inscrivibili in vere e proprie utopie. L’utopia, pur essendo una cosa “apparentemente insensata”, è necessaria per l’uomo, sia per la crescita personale, sia per quella collettiva; se non avessimo creduto nelle nostre “utopie” saremmo sempre all’età della pietra. Nella storia del pensiero umano; nella storia delle grandi scoperte scientifiche e umanistiche, prima sono nate le “idee”, che sono state quasi sempre utopiche, ed in seguito, talvolta anche dopo molti secoli, si sono concretizzate.

 

Dobbiamo essere ben consci che le nostre idee e di conseguenza i nostri atti, da un punto di vista cronologico, potranno realizzarsi in tempi brevi o in tempi lunghissimi; ed è per questo motivo, che dobbiamo educarci; dobbiamo allenarci; dobbiamo acquisire la capacità  di vedere lontano; di  “farsi, per quanto è possibile, immortali ed eterni”. Questo concetto  “di farsi immortali”  di straordinaria nobiltà, lo ritroviamo in Aristotele nella Metafisica ( IV 2, 1003 b 22-32) dove afferma che l’’intelligenza è la cosa più elevata e la vita secondo l’intelligenza è vita divina, e scrive addirittura che: “ Non bisogna seguire quelli che consigliano che, in quanto noi siamo uomini, , dobbiamo tendere a cose umane , e che, in quanto siamo mortali , a cose mortali, invece per quanto è possibile , dobbiamo farci immortali  e fare di tutto per vivere secondo la parte più elevata che è in noi”. Questa “edificante intuizione”, che da significato alla nostra vita, è stata tracciata in modo chiaro e sintetico, anche dalla mente illuminata del Sommo Poeta nel XV Canto dell’Inferno, quando si rivolge al suo ex Maestro, Brunetto Latini, e gli dice: Voi “ M’insegnavate come l’uom s’etterna” . L’illusoria prospettiva d’immortalità è indispensabile per l’uomo, altrimenti non produrrebbe nulla, nè scienza, né cultura, né arte. Essa stimola a credere nel futuro ed è stato questo il modo di pensare che ha caratterizzato, secondo me, i “Grandi Atleti della Vita”, i “Grandi Iniziati della storia del pensiero umano”, coloro che hanno pensato in senso “eterno”, in “sub specie aeternitatis”, come Platone, Socrate, Gesù, Maometto, Seneca, Eraclito, Dante, Giordano Bruno  etc. uomini aperti a conoscenze superiori. Un “ Iniziato” è colui che crede in modo irremovibile alle proprie idee, ai propri principi, ai propri valori, alle proprie passioni e le protegge, le difende, le vigila, le cura, senza un’impellente necessità temporale per la loro realizzazione, come se fosse un uomo immortale, come se vivesse in un mondo senza tempo, eterno.

Mi piace concludere con questa frase: “A teacher effects eternity. He can never tell where his influence stops” (M. Albom in “Tuesdays with Morrie”, 2004) in cui viene sottolineato il ruolo educativo di un insegnante, di un Maestro , il cui effetto è eterno. Nessuno potrà mai dire, dove finisce la sua influenza. Un “Maestro” è colui che insegna ed il termine “insegnare” significa “lasciare il segno”. Personalmente credo che un “Maestro” sia colui che si accorge dell’altro; l’altro che ti passa vicino; l’altro che vuole essere scoperto, accettato, compreso; il suo compito è, infatti, di affiancare il discente durante il suo arduo cammino e di insegnarli come “ l’Uom s’etterna “.

 

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L’amplesso del mare

L’amplesso del mare

La sera il mare calmo, con la brezza,
lambisce lieve la sua amata riva.
Ogni riflusso sembra una carezza
per chi gli è accanto come amante viva.

Se poi le onde le rinforza il vento,
carezze audaci sono di passione,
quasi un amplesso fatto con l’intento
di far la riva sua con aggressione.

Il mare a volte bacia come amante
che aspetta ansante il ritornar dell’onda,
per riprovar carezze e sono tante

che arrivano alle dune impertinenti:
e questo ansar dell’onde la feconda,
se bacia la sua spiaggia coi frangenti.

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Ode a Taranto

Ode a Taranto

Taranto mia, su due mari posta,
chi da lontane terre a te vi giunge
l’azzurro del tuo mare ammira e sosta.

Il ponte che t’unisce al vecchio borgo
superbo s’apre e transita il Vespucci:
e bianche vele col pavese io scorgo.

San Pietro con San Paolo fan corona
alle tue coste laboriose e antiche,
dove il sudore la ricchezza dona.

Gli antichi legni che dall’Ilio mare
vennero a te, fondendosi agli eroi
di Sparta terra e a dispensare

antiche tradizioni e le culture,
nel sangue del Salento a rossa terra
onore son per le genìe future.

Antiche gesta delle greche genti
ti fece altera e principe in Messapia
che, delle tue virtù, porta sementi.

Riprendi con orgoglio le tue vesti
di fulgida città nella tua terra,
come s’addice e come tu vorresti.

Le due colonne di Poseidone
sono la porta per la Conoscenza:
risorgi allora, senza esitazione!

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Chi è vecchio, chi è giovane

Chi è vecchio, chi è giovane

Autore: Sunrise Magazine

Traduttore: Angelita La Spada

di Jim Belderies

 

Patros e Odis erano dei pescatori di Delo, l’isola in cui nacque Apollo. Com’era consuetudine, essi vennero inviati a fare i barcaioli sul Lago Averno. Era un onore – e le loro teste vennero incoronate con l’alloro. Eppure, in solo sette settimane sarebbero stati sostituiti – poiché quello non era un compito piacevole: essi traghettavano i passeggeri fino alla Caverna delle Anime Agonizzanti, la strada per l’Ade.

Odis era un abile uomo di mare, giovane, forte e pieno di salute. “I vecchi e i malati mi prosciugheranno l’energia”, diceva a se stesso, “e li eviterò il più possibile”. Provvedeva a traghettarli con estrema rapidità, senza mai pronunciare una parola di conforto. Del resto, il mese successivo avrebbe fatto ritorno a Deli dimenticandosi di tutta quella miseria.

Patros, era invece più avanti negli anni. Il vigore e la robustezza  della gioventù erano in declino e compiva la traversata molto lentamente. Ma invece di sentirsi oppresso dall’ambiente circostante, qualcosa nella sua gioiosa natura lo rendeva tranquillo. Infatti, parlava liberamente con i suoi passeggeri, sorridendo gentilmente, distribuendo qualche carezza, come se non ci fosse assolutamente motivo di dolersi. Era così disarmante che i vecchi e i malati dimenticavano la loro tristezza e si allietavano. “Siete mai stati qua prima di adesso?” egli domandava loro. “Quest’imbarcazione adesso si ferma ma voi dovete proseguire sulla sponda opposta.”

All’approdo della Caverna c’era posto per una barca alla volta. E così un giorno che Patros era arrivato per primo, Odis dovette rimanere in attesa, mentre Patros aiutava a sbarcare i suoi passeggeri uno ad uno, accomiatandosi da ognuno in modo affettuoso. Ma Odis considerava tutto questo una gran perdita di tempo, finché non perse la pazienza: “In nome di Plutone, perché ci metti così tanto tempo, vecchio uomo? Sbrigati!”

Allora Patros si fece impassibile. “Vecchio uomo!” ridacchiò. “Plutone è vecchio, non io.”

Ma Odis non era in vena di frivolezze e si irritò. “Va’ tu stesso da Plutone” egli urlò. “E portati dietro questo omaggio!” ed egli gettò a riva la sua corona d’alloro. All’improvviso un assalto d’indignazione riempì il cielo, si scatenò una turbolenza così violenta che entrambe le imbarcazioni vennero scaraventate a riva. La tempesta fu così implacabile nella sua furia – come se gli elementi fossero distruttivi– che ognuno fu costretto a cercare l’unico rifugio: la Caverna delle Anime Agonizzanti.

E così Odis si trovò in mezzo ai vecchi e ai malati. Inquietudine, Malattia, Decrepitezza e Sofferenza – tutti i demoni che potevano privarlo dell’energia – abbatterono su di lui le loro ombre ed egli intraprese la discesa verso gli Inferi.

Egli scese nelle recondite profondità, lungo il Fiume del Dolore, e ancora sempre più giù oltre il Fiume del Lamento…e lì la corrente si fermò: i cancelli di Plutone avvilupparono la sua mente ed egli si terrorizzò.“ Tutto è perduto”, disse tra sé e sé e si rassegnò a morire.

Proprio allora egli udì la voce di Patron che urlava il suo nome: “Odis! Non vuoi tornare indietro con me? Sei arrivato qui prima del tuo tempo.”

“No!” gridò Odis. “È troppo raccapricciante guardare i demoni durante il tragitto.”

Ma Patros irremovibile disse: “Vieni, figlio mio. Non è arrivato il momento di rimanere sulla sponda opposta.”

“No, no, no!” disse Odis singhiozzando. “Non mi attendo nulla dalla vita solo malattia e vecchiaia”.

Ma Patros non si dissuase. Tirò fuori dal mantello la corona di alloro che Odis aveva gettato via: “Non c’è nulla che ti sei lasciato alle spalle di cui hai ancora bisogno?”

Non appena Odis vide la corona d’alloro, qualcosa dentro di lui si smosse: quella era la corona donatagli dalla sua famiglia e dai suoi amici e che gli avevano posto sulla fronte. Perfino nell’oscurità degli Inferi si sentì risplendere per le attenzioni. E quando la prese tra le mani e chinò il capo, si sentì incoronato di luce. “Voglio tornare indietro”, disse, “da coloro di cui ho ancora bisogno.”

Così, a braccetto, sostenuti dalla speranza e guidati dalla loro amicizia, risalirono sulla terra. Camminarono lungo il Fiume del Dolore, con indulgenza e comprensione. I demoni dei mali vennero sconfitti con la forza interiore, senza mostrare la minima paura. Ed essi passarono in mezzo ai vecchi e ai malati come se fossero degli amici e dei compagni di viaggio.

Non appena Odis vide finalmente la luce del giorno, Patros si girò verso di lui e sorrise. “Adesso, figlio mio, vedi che idee sbagliate ti sei fatto? Il Fiume della Vita è sempre in movimento, ma noi proviamo a fermarne la corrente con le illusioni che la nostra vita termina quando il corpo muore.  Ognuno di noi può indossare la corona di Apollo sul proprio capo, se solo noi troveremo la sua luce dentro il nostro cuore, la quale ci indicherà chi siamo realmente. In tal modo potremo essere guidati attraverso gli oscuri pensieri della morte: rinvigorendoci l’un l’altro in compagnia della speranza. La luce che brilla all’interno di ognuno di noi è sempre giovane. Solo le tenebre sono vecchie.”

da Sunrise magazine, aprile/maggio 1993

 

Sunrise Magazine

 

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Il senso della vita

Il senso della vita

 

Chiudi gli occhi un attimo

e già sei lontano,

pochi istanti di oggi

valgono spesso un’eternità.

Cerco un senso alla vita

mentre scivola verso il nulla,

negli occhi degli altri

guardo il mio esistere.

Nei colori del mondo

nei fiori sui prati,

nel volo di uccelli

cerco un sentiero di gioia,

nelle mie braccia al cielo

afferro il domani.

Viverla è l’essenza

dei miei passi fra l’erba,

che cambia i miei sogni,

come le stagioni mutano i venti.

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CICERO

CICERONE

 

1 Il povero lavora
2 il ricco sfrutta il povero
3 il soldato li difende tutte e due
4 il contribuente paga per tutti e tre
5 il vagabondo si riposa per tutti e quattro
6 l’ubriacone beve per tutti e cinque
7 il banchiere li imbroglia tutti e sei
8 l’avvocato l’inganna tutti e sette
9 il medico li accoppa tutti e otto
10 il becchino li sotterra tutti e nove
11 IL POLITICO CAMPA ALLE SPALLE DI TUTTI E DIEC

In questo momento e’ bene ricordare la teoria politica di CICERONE
(106 a.C. 43 a.C.

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Tramonto sullo stretto di Messina

Tramonto sullo stretto di Messina

Tramonto il sole là, verso Messina
col rosso fuoco, come se Vulcano,
con l’Etna e lo Stromboli in combina,
lanciassero il colore a piena mano.

Bagliori arcani di color cangianti,
riverberi iridati giù nel mare,
raccontan di sirene i naviganti
che a Scilla ed a Cariddi san cantare.

C’è pur Fata Morgana, la divina,
che inganno tende a chi varcare vuole
il mare che da Reggio va a Messina.

Natura a volte esplode nei colori
e stimola emozioni nella mente
che fan vibrar la pelle e pure i cuori.

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Palindromi – Curiosità letterarie

Palindromi – Curiosità letterarie

I Tropici: Mamma, mi ci porti?
O Sole giammai geloso
Sorelle dell’eros
Amo Roma
Eco vana voce
E se l’apocope è poco palese?
E’ fedel, non lede fé
I topi non avevano nipoti

Palindromi in latino

– In girum imus nocte et consumimur igni
“Andiamo in giro di notte, e siamo consumate dal fuoco”
Questo verso, che risale probabilmente al II secolo ed è attribuito all’insigne grammatico Terenziano Mauro (ma alcuni affermano essere stato composto addirittura da Virgilio), si riferisce alle falene e ad altri insetti notturni i quali, svolazzando senza sosta intorno alla fiamma di candele e lucerne, finivano per esserne bruciate.

– “SI SEDES NON IS; SI NON SEDES IS” = “Se stai fermo, non vai; se non ti arresti procedi”: codesta frase palindroma è incisa, insieme molte altre iscrizioni, spesso oscure, ma certamente riferibili ai processi dell’alchimia, -sia quella operativa, sia quella di contenuto simbolico-mistico-, presenti sugli stipiti e sull’architrave della celebre “Porta Ermetica” che si trova a Roma e fu eretta tra il 1655 e il 1680;

– “ROMAM, SUMMUS AMOR”, – “Roma, mio grandissimo amore”-
è una frase trovata a Roma inscritta sia nel “Macellum” (mercato) di Livia, sia nell’ipogeo di S. Maria Maggiore.

– Ma senza dubbio la più misteriosa, -oltre che la più celebre-, frase palindroma in latino è “ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR”, -più nota nella forma “SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS” (peraltro meno antica)-, le cui parole sono disposte nella stesura grafica in modo da comporre un “quadrato magico”. Tale quadrato si riscontra inciso, dipinto o tratteggiato in numerose epigrafi su pareti e mosaici pavimentali sparsi in diverse aree d’Europa, nonché su alcuni codici e in opere pittoriche; ma non manca neppure in Africa settentrionale e in Vicino oriente in regioni un tempo soggette al dominio romano.
“Il seminatore tiene attentamente le ruote”. E’ questa una delle più plausibili tra le ipotesi di interpretazione proposte.

Nota: Il palindromo è una parola o una frase che può essere letta da sinistra a destra e viceversa.

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