COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

Commemorazione dei defunti

(E.  R.)

Rispet.mo   M.’.  V .’.     

Carissimi Fratelli,

      la tornata dei lavori di questa  sera  è incentrata sulla commemorazione dei Fratelli  passati all’Oriente Eterno,  fissata dal Regolamento dell’Ordine e dalla nostra tradizione per il 10 Marzo, una celebrazione che ogni anno ci vede riuniti nella sacralità del Tempio, ornati con le insegne a lutto, per rendere un doveroso e sentito omaggio a tutti i defunti, con particolare riguardo a quelli della nostra Loggia.

      Affrontare  il tema della morte è arduo ed impegnativo, riflettere su questo evento  così connaturato alla nostra esistenza ma anche così drammaticamente sentito dal genere umano,  richiede certamente una forte preparazione umanistica, una decisa capacità di analisi filosofica, una spiccata attitudine e abitudine a ragionare su tali argomenti: doti necessarie per non scoraggiarsi di fronte ad un compito tanto difficile.

      Tuttavia , pur non possedendo tali requisiti, cercherò di dare un contributo a questa cerimonia con alcune riflessioni che affido  alla vostra fraterna comprensione; esse vogliono soltanto rappresentare uno stimolo ad una meditazione  profonda da parte di ciascuno di noi, tale da produrre in ognuno un piccolo arricchimento spirituale.

      La morte è stata il e rimarrà l’unico  vero mistero  della condizione umana, inesplorato e forse inesplorabile; la scienza ci ha abituati a continui progressi e successi, affonda sempre di più le proprie conoscenze nell’infinitamente piccolo e spinge le sue indagini  nell’immensità del cosmo, e anche se frenato dallo spazio e dal tempo (elementi che oggi condizionano gli scienziati in modo ritenuto  quasi insuperabile)  il pensiero scientifico ha prodotto ipotesi e teorie che sembrano  poter dare  una risposta  a molti, se non a tutti, i quesiti che l’uomo si pone sia in rapporto alla propria esistenza terrena sia rispetto al complesso fenomeno della nascita dell’Universo, del suo processo attuale e della sua evoluzione  verso una fine  o una regressione dai contorni  non ben definiti.

      Ma di fronte alla morte ogni teoria scientifica si ferma, ogni ipotesi sul destino riservato all’uomo,  alla sua componente spirituale ed animica, dopo tale evento deve fortemente uscire dal campo del razionale  per entrare in quello dell’empirico, del sentimento, della fede.

      Per rendere accessibili alla mente umana i contorni ed i connotati  del periodo che segue alla morte fisica, ogni corrente di pensiero  filosofico o religioso è obbligata ad esprimersi  con concetti per così dire presi pari pari dalla vita, cioè dall’unico evento noto all’uomo e perciò rassicurante, esaltando i fenomeni tanto amati da tutta l’umanità e contrapponendoli in positivo alla durezza dell’esistenza.

      Così, nell’immaginare l’aldilà, fioriscono i valori quali  la suprema armonia, la beatitudine eterna, la visione e la vicinanza di Dio , le oasi ricche di verde e di acqua, l’immortalità dell’anima, in una condizione di felicità assoluta.

      Eppure, nonostante tutti gli sforzi compiuti in tanti secoli per dare all’umanità, se non la certezza, almeno la speranza di un lungo periodo di serenità e bellezza spirituale in contrasto con la vita fisica sofferta e difficile,  l’uomo rifiuta la morte e affronta questo  evento in modo drammatico, sia nei propri confronti  con sentimenti  e pensieri che vanno dalla paura alla indifferenza,  con tutta la gamma di sfumature che raramente si tingono dei colori della serena accettazione, sia nei confronti degli altri  con atteggiamenti di incredulità, di acuto dolore, di profonda prostrazione, di impotenza, a volte anche di risentimento verso un destino tanto crudele quanto invincibile.

      Anche noi,  iniziati a questa grande scuola di vita che è la Massoneria, nel corso della nostra esistenza  ci poniamo a volte  a confronto con questo grande tema e ciascuno trova, o crede di trovare, le risposte più giuste o che comunque gli sono più  congeniali, sulla base della propria esperienza di vita, delle proprie riflessioni interiori, del proprio credo religioso, della propria sensibilità.

      Alcuni maturano la convinzione  (o forse sarebbe più giusto dire la speranza ) che la morte sia una suprema e definitiva Iniziazione, capace di mettere lo spirito in condizione di esplorare finalmente il mistero e di raggiungere  l’assoluta perfezione.  La prospettiva aperta da questa visione  della morte è certamente affascinante, ricca di contenuti esoterici, di riferimenti simbolici a noi comprensibili in quanto nella nostra vita massonica in più occasioni  troviamo spunti di riflessione  forniti dal simbolismo della morte e della resurrezione ad una vita migliore.

      Basti pensare alla cerimonia di iniziazione, nella quale il profano muore spiritualmente per rinascere, da  iniziato, ad una esistenza diversa, più ricca si sentimenti e di amore, intrisa di razionalità e saggezza, che lo proietta in una dimensione nuova e affascinante aprendogli orizzonti smisurati di analisi interiore, di conoscenza di se stesso, capace di fare di lui un uomo veramente libero e affrancato dalle scorie profane in ogni atto e pensiero del suo vivere quotidiano.

      Basti pensare all’elevazione al grado di maestro, della cui cerimonia non posso certamente parlare in questa sede, ma che comunque sviluppa fino ai massimi livelli esoterici il simbolismo della morte.

      Tuttavia la coscienza della morte e l’intuizione della probabili dimensioni che le stanno oltre, continuamente sollecitate, come si è visto, dalla simbologia massonica,  non esonerano il libero Muratore, che ritenga di averli acquisiti alla propria riflessione intima, dal dovere di vivere  e di costruire sulla terra  il proprio tempio interiore.

       Il vero massone ama la vita e tutto ciò che  lo circonda, opera per migliorare l’umanità, il suo lavoro è tutto orientato verso il perfezionamento della condizione umana, in armonia con la natura e con tutto il creato, la sua esistenza deve essere sempre un inno alla gioia e alla vita.

      Un’altra chiave di lettura massonica della morte è rappresentata dal simbolismo delle livella, che ci richiama alla  mente il supremo potere egualitario della morte stessa, che pone sullo stesso piano ogni essere umano e di fronte alla quale le differenze, sempre sottolineate dalla vita, perdono ogni significato fino ad annullarsi.

      A questo tema simbolico si ispirò  il Fratello Antonio de’ Curtis, il grande Totò, scrivendo la poesia dialettale “ ’A Livella”,  nella quale egli si immagina che un marchese, la cui tomba è imponente e impreziosita da ogni orpello, si lamenti con un povero netturbino che si è fatto seppellire, in una tomba misera e spoglia, proprio vicino a lui.

      Quest’ultimo si scusa a nome dei suoi familiari per averlo seppellito lì,  perché lui non si sarebbe mai permesso  di importunare con la sua modesta presenza un nobile, ma lo invita anche ad avere pazienza in quanto ormai  l’errore è stato fatto  ed essi non possono porvi rimedio,

      Ma il Marchese non vuole sentire ragioni, è stizzito, si sente offeso per la vicinanza di una persona di umili natali, tenendo conto che le sue origini sono importanti e altolocate; a questo punto il poveruomo perde la pazienza e così  si rivolge al nobile:

                            “Quali Natali, Pasqua o Epifania !

                            Ti vuoi mettere in capo, dentro ‘a cervella

                            che stai malato ancora ‘e fantasia?

                            La morte, sai cos’è ? .. è  una livella !

                            Un re, un magistrato, un grande uomo

                            passando stù cancello ha fatto il punto

                            che ha perso tutto, la vita e  pure il nome:

                            tu non hai fatto ancora questo conto?

                            Perciò stamme a sentì, non fa ‘o restivo,

                            sopportami vicino – che te  importa?

                            Stè pagliacciate le fanno solo i vivi;

                            noi siamo seri… appartenemo a morti !

      Rivolgendo adesso il nostro pensiero  ai Fratelli di questa Loggia che sono passati all’Oriente Eterno, ci conforta pensare che essi, varcata la soglia del mistero, stiano proseguendo il loro viaggio di perfezionamento attraverso nuove frontiere,  ci consola immaginarli più vicini a quella suprema saggezza che hanno cercato di raggiungere con tutte lo loro forze nel corso della vita massonica.

      Ci commuove pensarli qui, vicino a noi, uniti nella catena fraterna, nelle colonne o all’Oriente,  nei luoghi dove noi li vedemmo scalare  con fatica, al nostro fianco, in questo Tempio, la salita che porta verso la luce.

      Ricordarli in questa serata dedicata a loro assume diversi significati:

–           farli conoscere a coloro che sono entrati da poco nell’Istituzione, ai  Fratelli più giovani, e affidarli      per   sempre  alla loro memoria

–           farli rivivere per un attimo accanto a noi, perché a ogni nome che pronuncerò ciascuno di noi associ un volto, un’immagine, un ricordo, un momento della comune vita massonica

–         far sentire loro, con la potenza e la suggestione dello spirito, che non li abbiamo dimenticati, che li  abbiamo sempre presenti nei nostri cuori, che la catena non si è mai spezzata, che il sentimento di fratellanza che ci univa e che ci unisce a loro rimane incontaminato nel tempo.

      Prego il Rispet.mo   M.’. V .’.  di far alzare i Fratelli facendoli porre all’ordine in segno di lutto.

      Fratelli carissimi, predisponiamoci a celebrare con il deferente rispetto e onore loro dovuti,  tutti i Fratelli di questa loggia passati all’Oriente Eterno, compresi coloro che al momento della morte si trovarono in posizione di sonno, in un momento evidentemente difficile della loro vita massonica, perché erano e rimangono sempre degli iniziati legati a noi dal vincolo della fratellanza.

      Immergiamoci in un profondo, commosso silenzio, a capo chino, assorti nei nostri pensieri e nei nostri ricordi, lasciando che la forza dello spirito muovendosi nella sacralità del Tempio ci avvolga tutti facendo elevare i nostri animi nello spazio senza confini dell’amore fraterno.

      Esprimiamo tutto il nostro dolore e la nostra partecipazione  tributando ai Fratelli defunti una triplice batteria di lutto.

  Che il loro ricordo rimanga per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti.

  Che il loro spirito sia eternamente illuminato dalla luce del G .’.A.’. D.’. U.’.

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RIFLESSIONI DI UN APPRENDISTA

Riflessioni di un Apprendista

(L. M.)

Rispett.mo  M.’.V.’.

Carissimi Fratelli

      E’ trascorso un anno dal giorno in cui ho avuto la fortuna di guardare nei vostri occhi e vedere la luce del vostro amore fraterno.

Il lavoro duro e la severa responsabilità del mio incarico profano non hanno diminuito la mia sete di luce e la mia ansia a partecipare devotamente alla costruzione del Tempio.

      Ho la gioia di dirvi che da quando vi ho conosciuti sono diventato migliore: mi avete insegnato ad amare la verità, la libertà, la giustizia ed il bene, che già avevo fatto norma e scopo della mia vita. Perdonate se oso prendere la parola in vostra presenza, ma la vostra fraternità mi aiuta, la vostra comprensione mi incoraggia a dirvi le meditazioni che ho fatto in solitudine negli scorci di tempo che il lavoro mi lasciava. Chiedo ancora perdono se al vostro orecchio qualche osservazione sembrerà illazione: sono un apprendista e l’ansia di luce mi provoca fremiti forse disordinati.

     Pur accettando l’invito del Fr.’. F. Ba., che mi è stato di sprone, non è sul filo a piombo che ho lavorato; vi prometto di farlo in futuro. E’ invece del simbolo che mi ha fatto provare le prime emozioni da iniziato che voglio parlarvi.

      L’emozione maggiore l’ho provata al momento che mi vidi cingere col grembiule bianco alla fine della cerimonia della mia iniziazione, l’assistere altre volte durante l’anno massonico alla stessa cerimonia ha rinnovato in me ogni volta la stessa emozione.

      I chiarimenti diretti che ho trovato sui libri riguardo al grembiule non hanno soddisfatto appieno la mia sete di sapere, in quanto venivano dati significati, peraltro altissimi, solo morali; ho creduto di trovare significati più profondi andando a cercare cose molto lontane da noi nel passato.

      Convinto che quanto più le meraviglie del passato ci rivelano i loro segreti attraverso scavi di monumenti, di interpretazioni di antiche scritture, tanto più dobbiamo persuaderci che ogni fatto umano è vecchio come è vecchio il mondo.

In alcune tombe egiziane della diciottesima dinastia da circa trentacinque secoli esistono rappresentazioni grafiche di uno dei misteri che più hanno appassionato in tutte le nazioni gli eruditi.

      Sulle pareti di alcune di queste tombe si nota un uomo accoccolato come il feto nell’utero, sopra una slitta trainata da serventi guidati da un sacerdote di Anubi; nella scena successiva si assiste allo sgozzamento e spellamento di un caprone.

      Con questa pelle viene poi rivestito l’apprendista, e mentre vengono bruciati il cuore della vittima e i capelli dell’apprendista, dalla fiamma si levano verso il cielo l’immagine dell’uomo e la pelle della vittima.

      Se dal misterioso antico Egitto si passa alla non meno misteriosa antica India, si  ritrova in un rito discendente dai 4 libri Veda  una cerimonia chiamata Diksa che serve alla deificazione dell’uomo. Questa cerimonia si svolge facendo entrare in una capanna il neofita ricoperto con una pelle di antilope e cinto da un cordone di seta rossa; l’interpretazione che i Bramini davano agli elementi del sacro rito è la seguente: il neofita rappresenta il feto, la pelle è la placenta, la cintura è il cordone ombelicale e la capanna è l’utero. Presso gli Esseni nessuno poteva essere ammesso nella comunità se non subiva un anno di noviziato, al termine del quale il novizio veniva autorizzato a compiere le abluzioni rituali dopo di che gli si consegnava un grembiule che doveva coprirlo per decenza.

           La civiltà classica Greca ci ha tramandato, in miti e leggende, analoghe cerimonie: il vello d’oro, la pelle di leone indossata da Ercole durante le 12 fatiche. Non meno importante del grembiule è la cintura che secondo l’iconografia religiosa significa lavoro, forza, castità.

           Nel Medio Evo tutti indistintamente indossavano la cintura ed esserne privati era segno di degradazione, d’incapacità di compiere certi obblighi, di rinuncia a certi diritti, i debitori insolventi venivano obbligati ad abbandonare la cintura, mentre le vedove deponevano la loro sulla tomba del marito quando rinunziavano alla successione.

           Le idee madri sono una tradizione unica e comune per tutta l’Umanità. è per questo che i misteri in tutte le religioni, in tutte le scuole iniziatiche hanno sempre un unico denominatore comune, è per questo che anche in Massoneria ritroviamo il rito del grembiule di pelle bianca, che è di materia animale perché la natura perfeziona la materia con cose che sono dello stesso regno naturale, così che l’animale genera l’animale, la pianta riproduce la pianta; la pelle è un contenitore di materia animale in continua trasformazione, è una forma di guscio per salvaguardare l’essere che in esso compie il suo ciclo di vita.

           Pertanto io vedo nel mio grembiule il simbolo del corpo fisico, dell’involucro materiale del quale lo spirito deve rivestirsi per partecipare all’OPERA della COSTRUZIONE UNIVERSALE.

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GLI UOMINI DEL FUOCO

Gli uomini del Fuoco

(M. L.)

      Qualcuno di voi forse ricorderà l’ultima immagine della serie di diapositive che abbiamo visto tempo indietro nella Sala dei Passi Perduti: si trattava di un uomo che, in piedi sopra una carbonaia, aveva uno strumento di lavoro in mano e guardava la sua opera (la carbonaia appunto) che stava lentamente procedendo nella combustione. Tutto intorno c’era del fumo e l’atmosfera era abbastanza surreale. Il commento della foto parlava di questo mestiere che andava scomparendo, di un mestiere appunto, “rubato una notte al Dio Vulcano”.

      Anche adesso si parlerà di un mestiere ormai quasi scomparso, esercitato egualmente con il fuoco rubato agli Dei e portato tra gli uomini da un essere ardimentoso. Questi era il Fabbro che lo usò per fondere i minerali, creare il metallo e quindi tutti gli arnesi utili all’uomo. Sono uomini del fuoco quindi quelli dei quali parlerò, ma non solo per discendenza o perché usano e maneggiano questo elemento per le loro necessità, ma soprattutto perché partecipano alla sacralità del Fuoco stesso.

      L’articolo descrive la tecnica metallurgica della popolazione dei Matakam, nel Camerun, tecnica ormai quasi scomparsa ma che è interessante analizzare per i molteplici aspetti rituali e simbolici che contiene. Tutto il lavoro viene ordinato secondo il susseguirsi di operazioni che comportano una sapienza esoterica trasmessa di padre in figlio, che l’Apprendista riceve dopo un tirocinio laborioso, a cominciare dalla fanciullezza, quando accanto al padre il ragazzo impara a maneggiare il mantice o a battere il martello.

      Analizzando tutto il complesso di riti che portano dal minerale grezzo all’oggetto finito, credo che si possano individuare tre fasi diverse, tre gradi attraverso i quali avviene una graduale purificazione, un affinamento continuo ottenuto con Strumenti di lavoro di volta in volta diversi.

      Alla prima fase appartiene la ricerca e la raccolta del minerale, scegliendolo scrupolosamente tra la sabbia dei fiumi. Contemporaneamente viene costruita una carbonaia per ottenere il combustibile necessario all’impianto. Il legno usato per questo scopo è quello di Acacia, probabilmente perché ha un potere calorifero superiore agli altri tipi di legno, ma ormai quasi scomparsa.

      Il forno dove verrà fuso il minerale, è una costruzione abbastanza semplice, ma osservandola bene si capisce che non è solo una macchina industriale, ma contemporaneamente un luogo sacro e un Altare per sacrifici.

      Costruito in argilla a ridosso di una roccia verticale naturale, ha una forma antropomorfa femminile con occhi, naso, bocca ed un grosso ventre dal quale verrà “partorito” il metallo.

      E’ qui dunque dove la materia si trasforma una prima volta.

      La facciata anteriore del Forno si prolunga superiormente oltre lo sperone naturale di appoggio formando un muretto-balaustra. Dietro il muretto, in alto seduto sulla roccia, rimarrà a dirigere l’opera per tutta la durata della lavorazione, l’artefice, la mente di tutto il complesso: il Fabbro-Sacerdote.

      Questo Maestro ha tre collaboratori che agiscono secondo quanto precedentemente stabilito in merito all’organizzazione del lavoro, guardando sempre a Lui come al loro punto di riferimento. Ci sono comunque alcune operazioni che vengono fatte esclusivamente da questo Fabbro dato che rivestono un carattere di sacralità: in particolare è lui che, una volta costruito il Forno, lo riveste in superficie impastando argilla con erbe e tuberi che solo lui conosce, per dare consistenza e protezione nello stesso tempo; è lui che, con gesti rituali, impasta sette blocchetti di argilla per farne altrettanti cornetti triangolari da porre sulla sommità del muretto-balaustra. Ed è ancora il Fabbro – sacerdote che effettua tutti i sacrifici propiziatori    consumati direttamente sul cornetto centrale.

      Questi cornetti hanno un significato spirituale preciso: rappresentano la sede della divinità più elevata dei Matakam che sarà invocata a protezione del lavoro e degli uomini, nel momento solenne del sacrificio.

      L’ultima operazione prima dell’accensione del forno consiste nell’introduzione dalla bocca inferiore del Forno di un grosso tubo in argilla che viene fissato sospeso, in modo che l’aria dei mantici azionati dai Fabbri-assistenti possa circolare all’interno del forno in ogni sua parte. L’apertura viene poi sigillata con mattoni di argilla sovrapposti uno ad uno; nel collocarli il Fabbro-muratore sputa su ogni mattone e lo leva al cielo tre volte invocando il Dio Creatore. Così, dopo aver costruito questa struttura che ha assunto la funzione di luogo sacro, dopo averla consacrata con riti e sacrifici, aver selezionato il miglior minerale ed averlo preparato separandolo dal materiale inerte, si esaurisce la prima fase del lavoro degli Uomini del Fuoco.

      Più tardi gli assistenti, ad un ordine del Fabbro-sacerdote, immettono nel Forno una carica di brace accesa per incendiare il carbone che si trova all’interno. Nello stesso tempo gli addetti ai mantici cominciano ad insufflare aria perché la combustione inizi subito senza problemi e continui poi in modo uniforme.

      L’operazione viene ripetuta più volte mentre il lavoro dei mantici aumenta gradatamente di intensità: adesso sembra che questo ammasso di argilla che sino ad ora era inerte, inizi pian piano a prendere vita seguendo il soffio dei mantici ed infine che cominci lui pure a respirare ansimando.

      E’ giunto ora il momento cruciale di carica del minerale, l’operazione più importante del ciclo lavorativo. Ma non è pensabile intraprenderla se il Maestro non avrà compiuto, nei modi prescritti dalla tradizione degli Avi, il più solenne dei Riti: il sacrificio di un pollo.

      Il sangue della vittima deve bagnare il forno per dargli vita e forza così ch’esso crei nuova vita a sua volta. Soltanto adesso, quando tutto sembra “Giusto e Perfetto”, si carica il forno con il minerale perché solo ora è aperta la strada ad un lavoro propizio.

      Altre cariche di minerale e carbone seguiranno, ma anche se le cose adesso sembrano avviate senza problemi, tutto deve procedere secondo i modi prescritti e senza distrazioni: per questo il Fabbro-sacerdote controlla attentamente ed è pronto a riprendere colui che potrebbe compromettere il lavoro di tutti. Viceversa, se ognuno lavorerà per quello che deve essere lo scopo comune, si creerà un’atmosfera di perfetta armonia tra i partecipanti, al punto che saranno intonati canti e suonati strumenti musicali così da lavorare in un clima di intensa espressività partecipativa.

      Un’altra operazione eseguita personalmente dal Fabbro Maestro è quella del controllo della massa incandescente e della scorficazione eseguita in più riprese.

      Per questo nel muretto di argilla viene praticata una fessura di controllo dalla quale usciranno poi le scorie mentre il metallo, più pesante, andrà a depositarsi sul fondo.

      Dopo diverse ore, durante le quali nessuna donna è ammessa nel luogo, tutto cessa: ognuno scende dal suo posto e tutti si raccolgono davanti alla bocca del forno. Il Maestro del Fuoco rompe con una zappa il diaframma di chiusura mettendo a nudo il frutto del lavoro. Ed è a questo punto, che dopo aver usato l’argilla per costruire il forno, il fuoco per incendiare il carbone e l’aria per far proseguire la combustione, il Fabbro si serve di un quarto elemento: l’acqua, impiegata ora per raffreddare la massa incandescente e poterla poi maneggiare. Questa spugna di ferro, mista ancora ad impurezze, viene ridotta in pezzi onde permettere la separazione delle scorie ulteriori dai “frustoli” di metallo che vengono puliti uno ad uno e raccolti religiosamente insieme alla briciole in una ciotola di terracotta.

      Si chiude così la seconda fase del lavoro, mentre il frutto di tanta fatica viene portato nel chiuso della capanna—officina dove si completerà l’opera con una trasformazione: da metallo grezzo a oggetto finito.

      In questo luogo un masso piatto serve da incudine, un maglio in pietra lavorata ed arrotondata, funge da martello. La forgia o “Fossa del Fuoco” è già pronta insieme a due mantici simili a quelli usati per il forno. Altri arnesi del fabbro sono una tenaglia, uno scalpello, un martello in ferro ed uno, più piccolo, in pietra.

      Accanto alla forgia c’è una cavità piena d’acqua a disposizione per effettuare la tempera. Le piccole noci o “Frustoli” di ferro vengono sbriciolati con il pesante maglio di pietra e di nuovo liberati dalle impurità. Quello che si ottiene viene quindi raccolto un po’ per volta in una scodella e messo direttamente sul fuoco dove, sotto l’azione del calore e dei mantici, avverrà la fusione del metallo fino a formare dei blocchetti incandescenti. Il fabbro li prenderà volta per volta e lavorando con forgia e martello ne ricaverà il prodotto finito: zappa, coltello, falce, ecc…  

      L’oggetto viene poi rifinito con la tempera dell’acqua che ne assicura la durezza. Gli arnesi che il fabbro usa sono considerati sacri e spesso su di loro viene prestato giuramento. La stessa fucina, consacrata precedentemente con il sacrificio di un pollo, è luogo considerato divino, un luogo dove, secondo la tradizione degli Avi, nacque tutta la civiltà, dove il Fabbro primordiale istituì le più importanti pratiche della vita sociale ed economica della popolazione. Addirittura in altre tribù dell’Africa, la Fucina è il luogo dove il primo Fabbro avrebbe creato l’Uomo ricavandolo dal ferro della sua zappa, mentre in Nigeria questo è il luogo Sacro dei giuramenti e delle riunioni maschili.

      Possiamo quindi dire che questo luogo non è solo laboratorio, ma anche fucina di idee e di uomini; è simbolicamente, il “Centro del Mondo”. Intanto, proprio nella fucina, il lavoro procede in maniera precisa e regolare: i colpi del martello del Fabbro sono intercalati dal soffio dei mantici, così che l’atmosfera risulta scandita da un ritmo musicale, quasi magico.

      Termina qui, in questa officina, il “Viaggio” di questo metallo, raccolto un giorno allo stato di minerale tra le sabbie sterili e trasformato sapientemente fino a divenire un oggetto quasi vivo, destinato a strumento indispensabile di una cultura in estinzione. Certamente alcuni di noi (e tra questi anche io), sono abituati ormai da anni ad assistere ad enormi colate di acciaio fuso ed a lavorare circondati da montagne di ferro, tanto che questo sembra possa venir prodotto con estrema facilità (adesso sembra perfino che in commercio ce ne sia troppo). Certamente, se pensiamo a quanto c’è a Piombino, ai grandi altiforni e alle acciaierie che sono sempre in funzione, ci viene da sorridere pensando a quanta fatica è occorsa a questi Uomini del Fuoco per fare, in fondo, una quantità così esigua di ferro.

      Tuttavia, se riflettiamo bene, noi stessi, se siamo arrivati a questo stadio di civiltà e di benessere, lo dobbiamo soprattutto a tutti gli altri Uomini del Fuoco che ci hanno preceduto qui, su questo stesso territorio, e che per 2.500 anni, ininterrottamente, hanno saputo usare la loro Arte tramandata all’inizio solo a pochi iniziati. Credo quindi che sia importante volgere il pensiero indietro verso le nostre origini, perché è solo così che possiamo scoprire le vere radici della nostra cultura e rispondere almeno in parte, all’interrogativo “DA DOVE VENIAMO ?“.

      Le Considerazioni di Interesse Iniziatico, gli Aspetti Simbolici e le Ricerche di tipo Esoterico che si potrebbero fare su questo articolo, oltre a quelle già accennate, credo che siano innumerevoli. Personalmente proverò a fare alcune riflessioni, certo già fin d’ora che ciò che avrò saputo cogliere sarà poca cosa in confronto a quanto Fratelli più esperti di me potranno dire su questo argomento. Principalmente credo che sia da mettere in risalto l’individuazione delle tre fasi durante le quali assistiamo ad una continua trasformazione della Materia. In questi stadi intervengono direttamente i Quattro Elementi del Quaternario che sono gli stessi artefici della morte e della rinascita: così la legna si è trasformata in carbone, il minerale prima in massa informe di scorie e metallo, quindi in ferro puro.

      La Sacralità del Ferro stesso è presente durante il lavoro di questi uomini che lo considerano talmente prezioso da reputarlo dono degli Dei. Forse è per questo che lo vediamo raccogliere con tanta religiosità per separarlo dalle impurezze e si può facilmente rimanere suggestionati dall’atmosfera con la quale viene seguito “il parto” del Ferro dal ventre del Forno, quasi fosse una cosa viva.

Ecco, potremmo a questo punto dire che tramite i Quattro Elementi del Quaternario: il Fuoco, la Terra, l’Acqua, l’Aria, così come avvenne un tempo, qualcosa di inerte ha preso vita.

      Un’altra considerazione potrebbe essere fatta a proposito del ferro o meglio dell’alone di vitalità che lo accompagna: idealmente esso compie un viaggio, diviso in tre stadi, durante i quali, oltre a trasformarsi ogni volta, si purifica, si migliora liberandosi da ogni scoria fino a quando, reso più forte immergendolo nell’acqua, quasi come un antico Battesimo, diventa idoneo per essere usato come strumento. Sembra in questo modo di assistere al Viaggio Iniziatico attraverso i Tre Gradi: da Profano scelto nella massa, ad Apprendista, quindi a Compagno d’Arte attraverso la purificazione (cioè gettando via le scorie), fino al grado perfetto, del Maestro.

      Oppure si potrebbero accostare le tre Fasi distinte a quelle della lavorazione della Pietra che ognuno di noi farà (o ha già fatto) attraverso il suo Personale Viaggio: da Pietra Grezza a Pietra Squadrata e quindi a Pietra Cubica. Ed ancora, parlando del ferro, viene spontaneo riferirsi alla sua durevolezza, alla sua forza e quindi alla figura che in Loggia ne è il Simbolo e che insieme a quella della Saggezza e della Bellezza ispira i Nostri Architettonici Lavori.

      Il Forno. Dal punto di vista simbolico, credo si possano identificare due funzioni essenziali in questa costruzione: una è quella della Fecondità, della Forza Creativa che si esprime sia nella configurazione stessa dell’esterno costruito come figura antropomorfa femminile come a richiamare il Grembo della Grande Madre Terra, sia nel Soffio vitale che emana al momento dell’introduzione della brace accesa con l’avvio dei mantici.

      La seconda funzione è quella di luogo sacro, che per i molteplici aspetti simbolici può essere assimilato alla Loggia stessa. Intanto potremmo dire che lo stesso numero dei componenti, il Fabbro—Sacerdote e due Sorveglianti, riconduce alle tre Luci del Tempio; inoltre i Sette Cornetti triangolari di argilla richiamano il numero di Fratelli necessari per avere una Loggia Giusta e Perfetta.

      Nello stesso modo, ma invertendo le due cose, ritroviamo nel Simbolismo Alchemico la Loggia rappresentata con l’Athanor: un Forno a temperatura costante e a giusto regime di fuoco per la cottura dei metalli e  della Materia Prima da trasformare. Ed ancora possiamo assimilare il Forno alla Parte Femminile che per produrre ha bisogno di essere in perfetta simbiosi con la Parte Maschile che è rappresentata dal Fuoco. L’incontro tra queste due parti si concretizza con l’introduzione nel ventre del Forno della tubiera in argilla contenente il minerale che, attraverso appunto il calore del Fuoco, verrà fecondato ed uscirà prendendo vita.

      Possiamo adesso dire che tutto il ciclo del lavoro è contrassegnato da aspetti simbolici e rituali che in qualche modo aiutano le varie operazioni: tuttavia queste non potrebbero compiersi, o meglio non potrebbero essere perfette, se non ci fosse una sapiente regia che le coordina e le dirige. Ecco quindi la figura di Colui che conosce l’Arte di maneggiare il Fuoco, di modellare il Forno con la creta, Colui che segue ed ispira il lavoro stando seduto sulla balaustra, Colui che partecipando alla Sacralità del Fuoco del quale è il Maestro, acquista un carisma che lo rende punto di riferimento per tutti i partecipanti: il Fabbro.

      L’accostamento con i Lavori di Loggia e l’identificazione della figura del Fabbro con quella del Maestro Venerabile nel Tempio, è a questo punto chiara e doverosa.

      Arrivato alla fine di questa mia serie di considerazioni, vorrei chiudere facendo un ultimo accostamento tra i fattori preminenti del lavoro profano che abbiamo seguito sino adesso e quelli presenti nel Lavoro Rituale-Esoterico che noi tutti svolgiamo nella Loggia.

Io credo cioè che potremmo identificare:

–  Il Fuoco, insieme alla sua Vitalità ed al suo Apporto di Calore, con l’Apprendista.

–  Il Ferro, più volte depurato e trasformato da abili mani, con il Compagno.

– Il Fabbro, Costruttore Perfetto oltre che regista ed ispiratore del Lavori, con il Maestro nel Tempio.

      Se tutto questo funzionerà in armonia e ci sarà un giusto dosaggio dei Singoli Elementi, così nel Forno o nella Fucina, come nella Loggia, potremo veramente riuscire tutti insieme a mettere in opera numerosi Mattoni per la costruzione del Nostro Tempio alla Virtù, ALLA GLORIA DEL GRANDE ARCHITETTO DELL’UNIVERSO

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INIZIAZIONE AL GRADO DI COMPAGNO

Iniziazione al Grado di  Compagno d’Arte del Fr.’. G. Ba.

(E.  R.)

      La cerimonia cui abbiamo assistito è stata semplice nella sua rituale essenzialità, ma non per questo meno profonda e di minore valore esoterico.

      Sottopongo alla vostra meditazione alcune sintetiche  riflessioni, per dare un senso e  un significato a questa elevazione al grado  di Compagno del carissimo Fr.’.  G..

      Il 2° grado è forse poco studiato e approfondito in quanto considerato, a torto , un grado di transito o di passaggio, nel quale i Fratelli rimangono in attesa di salire al grado di Maestro.

      In realtà il grado di Compagno si ricollega agli antichi misteri  per la massa di cognizioni che esso contiene; è una specie di ricapitolazione culturale (arti liberali, stili architettonici, i grandi iniziati “storici”)  e nello stesso tempo si caratterizza per un forte richiamo al lavoro, che dovrà essere più impegnativo e più orientato verso una dimensione intuitiva.

      La problematica del grado di Compagno risiede nella multiforme possibilità del numero cinque:

  • i pitagorici vi riconoscevano il segno della intelligenza umanamente esplicabile.
  • Il numero cinque è l’unione del binario, simbolo di dubbio, di dualismo, di alternanza e del ternario, simbolo di perfezione .
  • Numero nuziale (somma del due “femmina” e del tre “maschio”).
  • Plutarco: immagine della causa prima del mondo perché per moltiplicazione produce incessantemente numeri che terminano alternativamente con se stesso e con lo zero.
  • Il Compagno compie cinque passi, tre in linea retta come l’Apprendista e due obliqui (il primo a destra  e il secondo a sinistra) a significare che egli può allontanarsi dalla direzione normalmente tracciata,  se ciò serve allo scopo  di ricercare la verità ovunque si nasconda, purché non si lasci disorientare  troppo da queste deviazioni e torni sulla linea  retta.
  • Il Compagno sale, per compiere il proprio lavoro, una scala curva di cinque gradini; in questo simbolo, oltre al numero cinque, si individuano almeno altre due chiavi di lettura:
  • il Compagno inizia ad usare, limitatamente, il  compasso  e questo uso limitato non gli consente  ancora di completare la figura perfetta del cerchio, ma solo una parte di esso che è appunto la scala curva
  • il salire una scala curva, che per sua natura ci svela un gradino alla  volta (si pensi a una stretta scala a chiocciola) richiede più coraggio e determinazione  nel voler salire e quindi una volontà di conoscere  e scoprire più forte rispetto a chi si appresta a salire una scala dritta, che al primo colpo d’occhio appare nella sua interezza .

      Un simbolo assai importante legato  al grado di Compagno è rappresentato dalla “stella  fiammeggiante” o “pentalfa” del quale forniremo alcune chiavi interpretative ed esplicative, senza            pretendere di esaurire  la materia in modo da lasciare al neo-Compagno spazi di ricerca individuale:

  • Presso gli egizi era l’immagine del figlio di Iside e del sole, artefice delle Stagioni ed emblema del movimento; di quell’Horus, simbolo della materia prima, sorgente inesauribile di vita, germe universale di tutti gli esseri.
  • Il pentalfa  era il simbolo favorito  dei pitagorici, i quali tracciavano questo simbolo nelle loro lettere  a mo’ di saluto e di augurio che equivaleva alla parola latina “vale” (sta bene); era chiamato anche “ugeia” dal nome della dea della salute Igea.
  • Il pentalfa per i greci significava “vita e salute” e spesso veniva accostato alla croce ansata degli egizi  (croce della vita)
  • Il pentalfa  si trova  su un gran numero di antichissime pietre incise e fu un segno magico riferentesi ai  poteri della volontà umana. Gli architetti del Medio Evo  davano una particolare importanza  a questa figura, per le misteriose proporzioni che forniva loro.
  • Per i massoni la stella  fiammeggiante è l’emblema del genio, che innalza l’uomo alle grandi cose; è il centro da cui si irradia la vera luce. E’ un simbolo di grandissima ampiezza di cui il Compagno deve scrutare tutti i misteri.
  • Il pentalfa  rappresenta l’uomo, la testa in alto e i quattro arti a formare le altre estremità  (Leonardo da Vinci  “Codice trivulziano”: ogni omo sempre si trova al centro del mondo…. ).

      Per concludere vorrei sottolineare come il passaggio dalla perpendicolare (Apprendista) alla livella (Compagno) rende possibile al Fratello che lo compie di integrare le forze dell’attività e della passività, la potenza dell’intelletto e la bellezza dell’immaginazione, la meditazione e l’intuito, in modo da raggiungere attraverso la loro confluenza un perfetto equilibrio.

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FAMIGLIA E PROFESSIONE O LOGGIA

“Famiglia e professione o Loggia”

(G. T.)

            Famiglia, lavoro e Massoneria: tre impegni, tre “attività” che richiedono, ognuna, tempo, passione e dedizione.

Ogni ambito, sia esso familiare, lavorativo o massonico, preso a sé, potrebbe costituire un’occupazione a tempo pieno.

Come dunque conciliare i tre compiti, tutti, nessuno escluso, di massima e vitale importanza? Ecco la domanda che ogni Fratello dovrebbe analizzare e tentare di dare una risposta.

Nella vita ogni persona, presto o tardi, si trova a doversi confrontare con dei doveri, degli impegni, degli obblighi; arriva il momento di impegnarsi professionalmente, di formare una famiglia, ma anche di evolvere interiormente.

Occorre fare delle scelte? Fissare delle priorità? O conciliare le diverse attività?

Sono profondamente convinto che i vari impegni, tutti ugualmente importanti nelle vita dell’Uomo, siano interdipendenti e complementari, e che nessuno possa escludere l’uno dagli altri.

Il lavoro è indispensabile per il mantenimento e il benessere della famiglia, d’altra parte lo sviluppo interiore della persona, ossia, la coltivazione e la pratica delle virtù, è altrettanto fondamentale sia per lo svolgimento onesto di una professione, sia per la costituzione amorevole e duratura di una famiglia.

C’è tempo per tutto, se volontà, impegno, convinzione, intelligenza e amore uniscono in armoniosa simbiosi le parti in causa.

Il lavoro e la famiglia hanno i loro “momenti” e si regolano da sé.

L’evoluzione interiore non invade alcuno spazio; si coltiva in silenzio in ogni luogo e in ogni momento.

Per il Massone non sarà dunque mai una questione di scelta, bensì un modo più intenso e profondo di vivere sia gli impegni familiari, sia quelli della vita professionale e sociale.

Ma ricordiamoci che non esiste soltanto la Massoneria; la maturazione interiore si sviluppa anche tramite l’arte, la musica, la natura, l’istruzione ecc.; lo spirito massonico ne è una parte preziosa, discreta, presente ovunque.

In Massoneria è sempre più diffusa l’opinione che occorra una maggiore apertura verso l’esterno; con ciò non si intende né di aprire le porte del Tempio ai non-iniziati, né di fare i “predicatori” nel mondo profano.

Però, qualche informazione mediatica, competente e mirata, sulla storia e sui principi massonici, sarebbe sicuramente cosa utile per chiunque.

Ma il vero coinvolgimento massonico nella professione e nella famiglia, senza chiedere né tempo, né sacrifici a nessuno, è, soprattutto, quello dell’esempio: comportarsi da Massone senza nascondere la propria appartenenza all’Ordine, che, tutto sommato, è sicuramente un grande privilegio e onore.

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COMUNICAZIONE E MASSONERIA


“Comunicazione e Massoneria”

Simbolismo / Filosofia / Storia / Società

IL GRANDE FRATELLO

E IL GRANDE ARCHITETTO

Con quali strumenti i “piccoli fratelli” potranno opporsi al Grande

Fratello mediatico?

Tavola del fr:. A:. M:.

Il Grande Fratello ed i reality show della televisione stanno sferrando un’offensiva sempre più intensa al mondo reale. Ogni giorno milioni di persone, come in una saga tolkeniana, infilano il proprio dito nella moderna versione dell’anello di Frodo – il telecomando – e spariscono in un mondo virtuale, fatto di ombre ed illusioni.

Ed ogni giorno aumentano le persone che non fanno più ritorno da quella dimensione subdola e narcotizzante (adolescenti che si perdono in un videogioco e credono di essere veramente un personaggio elettronico;

oppure commesse e massaie che trasferiscono totalmente le proprie sfere emotive ed affettive in una soapopera, diventando assenti ed insensibili nella sfera reale della propria famiglia o delle proprie amicizie).

Nuove sindromi mettono a dura prova gli psicologi. Per alcuni sociologi, poi, perfino la crescita dell’odio e dell’intolleranza nei confronti dell’Occidente da parte del Terzo e Quarto Mondo sembra alimentata dalle soap-opera, che globalizzano immagini e valori di facile ed eccessivo benessere, rendendo sempre più stridente il contrasto con la grama vita reale di tante masse diseredate.

Il Virtuale avanza, sospinto dai nuovi “media” e dalle nuove tecnologie. La società Reale sta subendo pesanti trasformazioni, Non tutte come si è visto in senso positivo. I nuovi mass media diffondono indubbiamente molta più cultura, molta più informazione. Ma pare che nello stesso tempo introducano anche nuove, indesiderate, “tossine” sociali e culturali. Banalizzando valori, sentimenti, pensieri della vita reale, talvolta perfino il senso religioso delle persone.

Cosa accadrà, quando questa sfida raggiungerà le porte dei Templi dedicati al Grande Architetto? Con quali strumenti i “piccoli fratelli” potranno opporsi al Grande Fratello mediatico?

I timori sono giustificati, visto i già considerevoli danni che i mezzi di comunicazione tradizionali (la stampa) hanno arrecato, nel tempo, all’immagine della Massoneria.

Fra Massa (e relativi Media) e Massoneria (e relativi Simboli) sembrano esservi inconciliabili antinomie. E come non accorgersi che in queste antinomie sono in gioco forze davvero notevoli e potenti. E’ in gioco soprattutto il confronto basilare fra l’individualità massonica ed il resto del mondo.

Il Tempio unisce o separa il massone dai suoi simili? Se la Massoneria è davvero la fonte inesauribile di sentimenti universali – quali Amore, Fraternità, Eguaglianza e Libertà – perché è così racchiusa in se stessa?

Dal mondo profano giungono certamente pericoli e minacce, e la Massoneria ha sempre dovuto difendersi da incomprensioni, dogmatismi e vere e proprie persecuzioni. Ma questo può bastare a giustificare la sua separatezza e la ritrosia a manifestarsi ed a comunicare se stessa al resto della società?

Secoli di sangue versato proprio in nome degli ideali più sacri ed universali dell’uomo, custoditi all’interno delle Logge, suggeriscono certamente una risposta affermativa.

 Il Tempio dunque è un confine. Un confine penetrabile ed impenetrabile al tempo stesso; nel senso che chiunque può in realtà oltrepassarne la soglia, ma quando ne uscirà non sarà più la stessa persona. Quindi il profano/profanatore non esisterà più. Di fatto questo lo rende impenetrabile.

La stessa sorte accomuna la Parola. La parola è lo strumento basilare della Comunicazione. Ed il Massone, più di ogni altro possiede la Parola, in tutte le sue più alte e complesse dimensioni.

Il LOGOS, la parola, è il fondamento stesso della Massoneria. Non a caso costituito e costruito dagli strumenti fondamentali della Libera Muratoria: il lambda “_”, ed il gamma “_”, il compasso e la squadra.

Ma varcando la soglia del tempio – in un senso o nell’altro – la Parola stessa si trasforma, muta contesto e significato, cambiano le stesse vibrazioni con cui la mente umana la percepisce sensorialmente ed intellettualmente. Probabilmente nasce proprio da ciò, la sostanziale incomunicabilità della Massoneria.

I suoi segreti sfuggono inesorabilmente ad ogni divulgazione perché vertono su verità di un ordine filosofico così elevato che la Parola stessa è impotente a tradurli. Per questo la filosofia iniziatica non è mai stata formulata in un linguaggio adatto all’orecchio (O. Wirth).

Sembra infatti non esistere alcun linguaggio umano adatto a tale scopo. Gli Antichi pensavano che la lingua di Dio, quella con cui parlava ad Adamo, potesse essere quella degli uccelli, creature alate come gli angeli, per loro natura più vicini al cielo ed ai suoi segreti. Sulla terra, forse solo la musica sembra potersi avvicinare a tale funzione espressiva.

Eppure nel nostro animo, si avverte quasi una ribellione a questa incomunicabilità, se è davvero tanto forte in ogni fratello l’amore per il prossimo, ed il desiderio di rendere il mondo migliore.

Ecco allora che le stesse possenti Colonne del tempio, acquisiscono un significato particolare. Non più solo Boaz e Jachin, ma Scilla e Cariddi, Abila e Càalpe, le celebri Colonne d’Ercole. Un limite per l’Uomo. Ma anche un confine da sfidare e da varcare.

La simbologia di Ercole è fortemente presente nel Tempio. I segni zodiacali, ripercorrono le sue fatiche iniziatiche. E le colonne sacre sembrano porsi come monito e confine, per avvisarci e renderci coscienti delle trasformazioni irreversibili che subiremo oltrepassandole.

Eppure sono state più volte oltrepassate. E più volte spostate. Ogniqualvolta che l’Uomo si è sentito pronto per varcarne la soglia senza naufragare, le sue conoscenze si sono ampliate ed il suo confine esistenziale si è spostato. E nuove colonne sono state poste di fronte al suo cammino.

Nella più remota antichità le Colonne d’Ercole erano probabilmente poste nel Canale di Sicilia, in quella che allora era la cortina di ferro fra Mondo Greco e Mondo Fenicio. Poi con l’espandersi del primo ed il tramonto del secondo, il mito (e soprattutto il cartografo alessandrino Eratostene nel secondo secolo a.C.)

aggiornò la sua geografia e pose il nuovo limite dell’Uomo alle porte dell’Oceano Atlantico, laddove ancora se ne conserva il ricordo ancestrale, a Gibilterra.

Ed ecco Ulisse, Erik il Rosso, probabilmente le Flotte templari prima ancora di Colombo, ecco l’Uomo pronto a raccogliere la nuova sfida, pronto a mettersi totalmente in gioco, a morire e rinascere Uomo Nuovo per varcare il nuovo limite.

In tempi più vicini a noi, le Colonne d’Ercole sono state nuovamente spostate, questa volta probabilmente fra le stelle. Ed è significativo il fatto che a raggiungerle ed oltrepassarle di nuovo, abbiano contribuito tanti Fratelli impegnati nei progetti spaziali (come non intravedere tale presenza nella scelta simbolica dei nomi delle varie serie di veicoli per la conquista del Cosmo: Mercury, Gemini, Apollo, sinonimi della Sapienza, della Fratellanza, e del dio della Luce e della Verità; la capsula di Alan Shepard si chiamò “Libertà”, quella di Gus Grisson “Statua della Libertà”, quella di John Gleen “Amicizia”, quella di Gordon Cooper “Fede”; erano tutti fratelli, come lo erano Neil Armstrong e Edwin Aldrin, i primi astronauti ad aver posato il piede sul suolo lunale, “un piccolo passo per l’Uomo, un grande passo per l’Umanità”).

Ecco dunque le Colonne d’Ercole, come le Colonne del Tempio, potrebbero essere un confine mobile, una porta dimensionale attraverso cui l’Uomo attraversa diversi stadi evolutivi (come nell’Officina l’iniziato si evolve da apprendista in compagno, da compagno in maestro).

Più propriamente tali Colonne potrebbero essere dei catalizzatori dell’evoluzione. Come gli obelischi egiziani. Come gli inquietanti monoliti dell’opera di Arthur C.Clarke: sentinelle e segnali dei gradi di evoluzione raggiunti dall’uomo, ed al tempo stesso “strumenti” di passaggio ad ulteriori stati di conoscenza (“Odissea nello Spazio”).

Lo stesso Massone è per sua natura un catalizzatore di cambiamento. Egli per primo l’ha subito, trasformandosi in un essere che non appartiene più a se stesso. Egli è diventato a tutti gli effetti un Operaio della trasmutazione universale del male in bene, un Artigiano illuminato del Progresso, un costruttore in grado di contribuire al piano del G.A.D.U. (O. Wirth)

Ma per quanti spostamenti subiscano le Colonne della conoscenza, anche ad opera dell’incessante esplorazione iniziatica portata avanti dagli stessi Liberi Muratori, il mistero è destinato a persistere. Nonostante tutti gli sforzi compiuti per svelarlo, il suo dominio si allarga ed arretra, a mano a mano che si avanza per scoprirlo (id.). Per questo è tanto difficile “comunicare” all’esterno la reale identità e l’essenza della Massoneria. Sappiamo che la Luce non è negata a nessun uomo, ma al tempo stesso può essere concessa solo a pochi, solo a chi la cerca veramente, ed è disposto a sopportare dure fatiche per conquistarla. Eppure c’è da chiedersi se chi si è posto a custode della Luce stessa, abbia realmente la volontà di diffonderla a tutti gli uomini.

Talvolta sembra che il Massone sia destinato a girare per il mondo con la tenue fiamma di una candela, e che per evitare che venga spenta da qualsiasi flebile vento, la debba proteggere tenendola sempre avvolta nel palmo della propria mano. In questo modo, però, la Luce di quella fiammella rimarrà sempre circoscritta, e saranno pochi a scorgerne il bagliore.

Così anche le più intime e fondanti Verità dell’essere umano e della sua trascendenza divina, da sempre, hanno dovuto essere difese da un velo protettivo per evitare contaminazioni della loro purezza. E questa protezione, da sempre, è stata offerta dai Simboli, “verità velate” per eccellenza.

La Massoneria è maestra nell’uso dei Simboli. Così come, con un faticoso e lungo apprendistato, essa rende i suoi membri abili nell’uso degli strumenti necessari per il lavoro nell’Officina e per costruire una società più giusta e fraterna.

Eppure la stessa Massoneria appare frastornata di fronte agli strumenti della Comunicazione di Massa (i mass media), quasi incapace di servirsene e di utilizzarli.

La Loggia possiede indubbiamente tutti gli strumenti per perfezionare l’individuo e la società, ma sembra che nessuno di essi sia adeguato per “comunicare” al proprio esterno, nel mondo moderno.

Anzi, sembra accrescersi nel tempo, una per altro giustificata diffidenza. Soprattutto verso alcuni rischi di degenerazione che l’esasperazione di talune tecnologie potrebbe arrecare sia nella sfera individuale che in quella sociale dell’uomo.

Questo soprattutto perché la Comunicazione, con i propri strumenti, sta creando sempre più alacremente un “suo” mondo particolare, un Mondo Virtuale, che sta acquistando sempre più spazio e potere, sottraendolo al Mondo Reale. E molti, fra gli iniziati ed anche fra gli studiosi profani più avveduti, cominciano ad avvertire il pericolo che questo dualismo possa prima o poi spezzare la catena dei reali rapporti umani.

 La tendenza evolutiva più comune e condivisa fra tutti i generi della comunicazione moderna (stampa, televisione, internet, ecc.) è infatti quella di proiettarsi verso metodologie on demand, ovvero verso mezzi e contenuti destinati ad un uso il più possibile “personalizzato” ed “individuale”.

Sembra stia inesorabilmente finendo il tempo in cui tutta la famiglia si riuniva di fronte allo stesso televisore, od il tempo ancora più lontano quando nei bar, nei circoli, od anche semplicemente dai barbieri, i giornali venivano letti e commentati tutti insieme fra i clienti e gli avventori …

D’altro canto, una volta, si doveva scegliere fra uno, al massimo due canali.

Oggi, nel più comune televisore domestico, si ricevono normalmente 30-40 canali terrestri, e circa 400 canali satellitari.

Presto (in Italia a partire dal 2006, al massimo, con le solite proroghe, nel 2008-2010) assisteremo al rivoluzionario avvento della cosiddetta TV “Digitale Terrestre”… Il che significa che le 40 frequenze “analogiche” ricevute attualmente dalle normali antenne terrestri (della nostra zona), si moltiplicheranno almeno per 4 volte: ogni televisore sarà infatti in grado di ricevere 4 nuovi canali digitali per ciascuna frequenza del vecchio sistema analogico. La qualcosa significherà ricevere almeno 160 diversi palinsesti (da altrettante TV locali e nazionali).

Di fronte ad una scelta così vasta di opzioni, le emittenti ed i produttori di programmi televisivi dovranno affrontare un dilemma sostanziale: come farsi “scegliere” e “riconoscere” fra tanti canali (un problema esiziale anche per gli investimenti pubblicitari).

E’ probabile che solo le emittenti che già ora sono più conosciute e ricercate (le reti RAI o quelle Mediaset, la 7, o le più grosse ed importanti televisioni locali) potranno mantenere un assetto generalista.

Quasi certamente tutte le altre saranno costrette ad assumere connotati più specialistici: prolifereranno così i cosiddetti “canali tematici”, ovvero il canale dei cacciatori, quello dello sport, quello dei viaggi, il canale della cucina, il canale dedicato ai documentari, quello dedicato agli animali, e così via …

Il televisore di casa assomiglierà pertanto sempre di più ad un’edicola: dove accanto a non più di una decina di quotidiani generalisti, vi sono centinaia, forse migliaia, di riviste specializzate (moda, armi, antiquariato, giardinaggio, ecc. ecc.).

A questo punto l’ascolto televisivo sarà ancora più “spezzettato” ed “individualizzato”, per la gioia dei pubblicitari che potranno “mirare” con una precisione mai conosciuta prima i propri target di specifici consumatori.

Ad ogni telespettatore la “sua” televisione su misura? Ad ogni prodotto e ad ogni pubblicitario il “suo” telespettatore preferito? Tutti felici e contenti? Forse sì, ma solo fino ad un certo punto, perché dietro a tutto ciò si cela una grossa incognita di tipo sociale …

E’ innegabile infatti che già ora la televisione ed internet ci stanno chiudendo sempre di più nelle nostre case, come spettatori solitari di un flusso continuo di immagini e suoni, che paradossalmente ci mantengono legati (solo virtualmente, però) a tutto il resto del mondo.

Ed all’interno delle stesse case, si compie un’ulteriore fase di isolamento: non si guarda più la televisione nella stessa stanza, ma ciascuno dei familiari tende a crearsi un proprio “spazio” riservato di visione, in singole stanze, davanti a singoli televisori (è sempre più raro che moglie e marito guardino lo stesso programma insieme ai loro figli).

Robert Putnam parla addirittura di “solitudine elettronica”, di “demos indebolito” da troppa realtà virtuale e televisiva.

 Gli studi di questo scienziato americano evidenziano infatti una preoccupante e crescente “perdita di comunità”, una continua erosione di “capitale sociale”, ovvero un inesorabile allentamento dei legami di vicinato e dei vincoli di collettività.

Il sociologo Giovanni Sartori osserva infatti che la televisione ed internet stanno creando una “folla solitaria” anche fra le pareti domestiche.

Le relazioni umane sono sempre più “catodiche” e “digitali”; non hanno più calore, sapore, non hanno più odore.

Anche il rito collettivo di assistere ad uno spettacolo cinematografico è destinato a subire profonde trasformazioni, con l’avvento della TV digitale.

Attraverso i decoder digitali che ogni televisore dovrà presto possedere (forse ci sarà una colossale rottamazione di tutti i vecchi modelli) sarà infatti possibile compiere un’altra sostanziale rivoluzione: la convergenza fra la televisione ed internet, e la totale “interattività” del sistema.

Questo significherà che i telespettatori del prossimo (IMMINENTE) futuro potranno richiedere uno specifico programma quando e come vorranno. Potranno anche “scaricare” film in DVD direttamente da internet, e “goderseli” (?) sul grande schermo al plasma appeso, come un quadro, ad una parete del salotto, con tutti gli effetti sonori dell’home theatre (lo standard “casalingo” del sistema di amplificazione con effetto dolby sorround del sonoro delle sale cinematografiche)

Per ora si avverte un solo limite tecnico: la durata. Quella dei film digitali domestici dovrà essere ridotta (da un’ora e mezza, a circa 40-45 minuti). Mentre le sale collettive (quelle degli attuali cinematografi) saranno riservate agli “eventi speciali”, ovvero ai film di durata tradizionale.

Probabilmente di ogni film si faranno due o più versioni: una ridotta per l’uso domestico, un’altra con scene aggiuntive per la visione nei cinematografi tradizionali (che comunque subiranno anch’essi trasformazioni tecnologiche: spariranno le tradizionali “pizze” di pellicola, sostituite da megabites digitali distribuiti tramite il satellite).

C’è di più: i film ad uso domestico potranno prestarsi ad una fruizione interattiva; potranno avere cioè più finali, o trame modificabili dallo stesso telespettatore.

A questo punto quale sarà il “vero” film? Quale sarà il vero significato dell’opera d’arte cinematografica?

Quello che potrà dargli qualsiasi telespettatore modificandone scene e sequenze a suo piacimento, o quello che aveva pensato il regista?

La cinematografia sembra così destinata ad assomigliare sempre di più ad un videogioco, dove lo spettato re giocatore può seguire diversi percorsi e disegnare trame diverse.

E’ una rivoluzione già in atto da tempo. Molti avranno infatti notato che le “trame” dei film hollywoodiani si stanno sempre più elementarizzando; molti avranno notato che gli effetti speciali digitali stanno assumendo un’importanza sempre più rilevante.

Questo proprio perché il mercato si sta rivolgendo prevalentemente proprio al pubblico dei videogames: il pubblico degli adolescenti, che altro non sono che i telespettatori-consumatori di domani …  Per addomesticare in questo modo la realtà, per cambiare la trama ed i comportamenti di un attore, bisogna però disporre di una tecnologia che permette di modificare movimenti, espressioni, frasi, ecc.  Ecco dunque comparire sulla scena gli ATTORI DIGITALI: attori che non esistono, interamente disegnati al computer, più realistici di un attore in carne ed ossa, ai quali, comunque, il computer può far compiere qualsiasi azione.

Ecco dunque ricreato in chiave moderna il GOLEM cabalistico.

 Tutta questa ambiguità fra reale e virtuale – nella fiction – sarebbe di per sé ancora accettabile, senza grossi problemi culturali.

Il vero problema è che questa nuova frontiera tecnologica pone grossi interrogativi etici soprattutto per quanto riguarda la percezione stessa della realtà nell’informazione.

L’immagine televisiva od una fotografia, non possono e non potranno più essere considerate prove irrefutabili della realtà. Perché anche un’intervista o le immagini di un telegiornale, già oggi con le più aggiornate tecnologie di broadcasting professionale, possono essere facilmente e verosimilmente alterate in mille modi.

Perfino gli avvenimenti sportivi in diretta rischiano di subire un processo di alterazione ed estraniamento dalla realtà: c’è infatti già ora chi studia di trasformare le telecronache dei Gran Premi di Formula Uno in una specie di videogioco, nel quale il telespettatore può inserirsi con una propria vettura virtuale nella gara vera e propria …

A questo punto, dunque, cambierà profondamente anche l’etica e la percezione dell’informazione e della realtà nei mass media.

Un problema già aperto oggi, prima del definitivo ingresso della società nell’ipersfera della realtà virtuale, dal momento che un giovane, grazie alla televisione (cartoni animati, telefilm, ecc.), prima di aver terminato le scuole elementari, assiste in media a ben 8mila omicidi ed a 100mila atti di violenza (come è riportato, nella raccolta di saggi “Cattiva Maestra Televisione” di Karl Popper, John Condry e Charles S. Clark).

Può quindi non stupire il fatto che il medesimo bambino non rimanga poi impressionato più di tanto quando la morte e la sofferenza, quelle “vere” e drammatiche di esseri umani reali, affiorano crudamente nelle immagini di qualche Telegiornale.

Per quel bambino è quasi impossibile percepire la differenza fra realtà e finzione del Dolore (sempre più spesso accanitamente evidenziato come elemento spettacolarizzante della stessa informazione televisiva, costretta anch’essa a sottomettersi alle ciniche leggi dell’audience – cfr. Luc Boltanski “Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica” – Cortina Editore).

L’aderenza alla realtà fisica dei fatti e delle persone rischia di diventare sempre meno rilevante.

Inoltre la moltiplicazione dei canali, delle fonti, delle versioni e delle manipolazioni, rischia anche di creare una sorta di bulimia informativa, alla quale probabilmente potrà essere posto riparo solamente con una nuova cultura esercitata soprattutto a distinguere la finzione dalla realtà.

Una cultura calata nell’Umano. Una cultura che preservi i valori di una vita degna di essere vissuta, e non soltanto “guardata” o “riprodotta” in una sfera di esistenze edonistiche e virtuali, in cui la finzione (o “fiction” come si dice oggi nel gergo dei media) possa appagare ogni esigenza o lenire ogni insoddisfazione.

Nel Tarocco, la carta dell’Innamorato, sembra rappresentare proprio questa scelta morale. In essa, l’Iniziato compare fra due donne che sembrano disputarsi il suo cuore. Un’allegoria che richiama il mito e le colonne d’Ercole che avevamo citato all’inizio. Ad Ercole infatti, quando ebbe finito il suo apprendistato, si presentarono due magnifiche donne, la Virtù ed il Piacere, la prima promettendogli di farlo trionfare in tutte le prove della vita, l’altra di risparmiargli la pena di lottare. Il figlio di Alcmena non esitò, rifiutò di abbandonarsi senza gloria alle dolcezze, e scelse un vita di incessante e penoso lavoro a profitto dell’umanità (O.W.)

Ed è la scelta che compie ogni Fratello, ogniqualvolta accede al tempio passando fra la colonna dorica e ionica, che gli ricordano appunto l’essenza del proprio impegno di un incessante lavoro di perfezionamento, per difendere se stesso e gli altri dalle insidie di vane adulazioni materiali.

La saggezza della Libera Muratoria è stata in questo senso alquanto preveggente, dotando i fratelli di un’arma di difesa, la Spada, che trasformandosi nel Tempio da lama rigida in lama ondulata, fiammeggiante, acquista la caratteristica di un’arma vivente, simbolo dell’irraggiamento del Verbo massonico, considerato nel suo ruolo di protettore e custode del carattere peculiare della Libera Muratoria.

In magia la punta della spada tiene lontano le larve e dissolve le coagulazioni fluidifiche dei fantasmi.

E per chi non è schiavo della Lettera Morta, ciò significa che la Ragione che vigila non può essere ingannata dai miraggi dell’immaginazione (O.W.)

Particolarmente significativa, in questo contesto, la similitudine simbolica fra la spada e l’antenna ricevente di un moderno mass media. Come se la saggezza del Tempio volesse sottolineare l’esigenza di “difendersi” e “filtrare” tutto ciò che viene captato dall’etere mediatico, i cui segnali devono appunto essere intercettati dalla spada, e tramite la mano sinistra che l’impugna (parte difensiva-passiva) essere veicolati alla mente illuminata che dovrà vagliarli, e quindi scorrere nella mano destra (parte delle azioni attive) per riedificare il mondo reale, rigenerare l’amalgama dell’umanità, alzare steccati fra il Vero ed il Falso, con gli strumenti muratori che gli sono propri (in particolare il maglietto e la cazzuola).

Una preveggenza che viene da lontano. Già nel 1775 un piccolo trattato intitolato “La Grande Opera svelata a favore dei Figli della Luce“, sembrava prevedere il contrasto moderno fra Reale e Virtuale, e vi si leggeva:”La vita è troppo corta per gli uomini che pensano. E’ troppo lunga per quelli che non pensano. Il tempo passa rapidamente quando si è occupati, lentamente quando non si fa nulla. La vita consiste unicamente nell’azione. Senza l’azione la vita non differisce in nulla dalla morte. Vivere oziosi non è vivere, è vegetare. Non occuparsi che di sé, è vivere a metà. Interessarsi del benessere universale degli uomini ed agire di conseguenza, è veramente vivere e sentire che si vive“.

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RIFLESSIONI DI UN MASSONE

Riflessioni di un Massone

(A. B.)

Rispet.mo   M .’. V .’.      

Carissimi Fratelli,

      tempo fa mi trovavo a parlare con il  Fr.’. che mi portò in Massoneria. Egli si domandava se in questo momento era giusto avvicinare profani. Le amarezze che spesso ci circondano, l’arrivismo di alcuni FFr.’. spesso ci impongono di riflettere di più nel fare entrare nuove persone. In quel momento gli dissi che se mettessimo la Massoneria sui piatti di una bilancia, i lati negativi e quelli positivi, essa sarebbe a favore di quelli positivi.

      In seguito riflettei su ciò che aveva detto.

      Ora vorrei esprimere quello che provo, i miei sentimenti, cosa ho ricevuto entrando in questa Officina. Innanzi tutto voglio dirvi, grazie di cuore, un abbraccio triplicemente fraterno. La timidezza spesso mi ha chiuso in me stesso, così facendo ho fatto degli errori di valutazione e di sentimenti; parlandone con i  FFr.’.

ho capito dove sbagliavo e con i loro consigli ho potuto capire il mio IO, scavare e liberare i miei pensieri.

      L’abbraccio dei FFr.’. quando ci si trova in Loggia è il calore più bello che un Uomo possa ricevere.

      L’interpretazione dei simboli, ma non tanto per quello che essi rappresentano, ma la morale ed i momenti meravigliosi che essi danno, mi hanno fatto scrivere questo mio modesto lavoro.

I GUANTI BIANCHI.

      Già il M.’. V.’. all’atto della consegna esorta a “NON OFFUSCANRE MAI IL CANDORE” e  “LE MANI DI UN LIBERO MURATORE DEVONO RIMANERE SEMPRE PURE”; oltre a questo simbolo di perenne purezza, essi evocano nel Massone il ricordo dei suoi impegni. Anche quelli che i FFr.’. danno al neofita per “COLEI CHE RAPPRESENTA LA PERFETTA POLARITÀ’ CONTRARIA”, sono di inestimabile valore.   

      Spiega WIRTH:  “La donna che glieli mostrerà allorché egli si trovi nel punto di mancare, gli apparirà come la sua coscienza vivente, come la guardiana del suo onore.”

      WOLFGANG GOETHE, dopo la sua iniziazione, così scriveva alla Sig.ra VON STEIN “Un regalo, all’apparenza esiguo, Vi attende al vostro ritorno. Ha però questo di meraviglioso, che io lo posso donare una sola volta nella mia vita ad una donna.”

Oltre ad un simbolo essi sono oggetti rituali.

      Ebbene in questo ho provato tutto l’amore, la fiducia ed il rispetto che ognuno di noi ha verso la sua donna. Ma nello stesso tempo i sentimenti che esprime il M.’. V.’. nel darli al neofita, che confuso, frastornato, emozionato dal momento, forse non riesce a percepire.

      Così noi stasera, giovani neofiti, riceviamo dai nostri FFr.’. anziani dei GUANTI BIANCHI, ma che hanno 20 ANNI di lavoro; essi nonostante il tempo sono rimasti sempre puri e candidi, come i loro animi quando fondarono questa Rispettabile LoggiaI.

      Nonostante le avversità e l’incomprensione del mondo profano e non, i momenti amari che hanno trovato nel loro cammino, nonostante ciò essi hanno continuato imperterriti il loro lavoro di muratori per la costruzione di questo Tempio, affinché esso sia sempre una LUCE per tutta l’Umanità.

      Per questi sentimenti, lasciatemi ancora una volta dire con animo commosso al mio presentatore: grazie di questa opportunità.

      A Voi pionieri di  questa  splendida Loggia.  un Triplice Fraterno Abbraccio per la tanta gioia che mi avete dato nell’accogliermi fra Voi.

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COMMEMORAZOINE DEI DEFUNTI

Commemorazione  dei defunti

(E.  R.)

Rispet.mo   M .’. V .’.     

Carissimi Fratelli,

      stasera, in questa serata dedicata alla Commemorazione dei defunti, il nostro primo pensiero è rivolto alla memoria del Fratello  Lando Conti,  nell’anniversario  dalla sua tragica morte per mano di feroci assassini.

      Il mese scorso si sono svolte a Firenze le commemorazioni ufficiali, con orazioni e interventi autorevoli; noi, più semplicemente, lo ricordiamo con commozione e sincera partecipazione nella sacralità di questo Tempio,  in tutto simile a quello che il Fratello Lando frequentava, nel quale era stato iniziato  e dove ha percorso il suo cammino  massonico così brutalmente interrotto.

      Egli, in quanto libero muratore, più di ogni altro uomo amava la giustizia e la tolleranza, operava per il bene e il progresso di tutta l’umanità, esecrava l’odio e la violenza; come è successo a tanti uomini illustri, Lando Conti è caduto sotto i colpi di coloro che hanno scelto di vivere nelle tenebre, che privilegiano l’aggressività, che vogliono demolire la società civile e che nella loro cecità colpiscono uomini con doti morali  e spirituali così elevate che la persona uccisa diviene un simbolo più forte e carico di significati  di quello che essi volevano distruggere.

      Insieme a Lando Conti ricordiamo e onoriamo tutti i Fratelli che sono passati all’Oriente Eterno, tributando loro una batteria di lutto.

      Vorrei ora sviluppare alcune brevi riflessioni  sui significati della Commemorazione dei defunti, che si colloca nel calendario massonico in un periodo dell’anno nel quale le tenebre prevalgono ancora sulla luce, ma solo per poco, in quanto   il 21 Marzo con l’equinozio di Primavera la notte ed il giorno saranno di eguale durata e subito dopo avremo finalmente  l’inizio del periodo di  prevalenza della luce, che avrà il suo culmine con il solstizio d’Estate.

      Nel corso dell’anno massonico la tornata dedicata ai defunti deve rappresentare, a mio avviso,  un momento di pausa per i nostri lavori, un momento di riflessione intima, realizzata attraverso un lungo silenzio simbolico durante il quale  sviluppare una profonda meditazione.

      Questo è uno dei significati più importanti di una ricorrenza come quella  che noi stasera celebriamo: una sosta nel cammino iniziatico, nella quiete del Tempio, nella sacralità di questo luogo; una sosta indispensabile per riordinare le idee e fare un bilancio  del cammino fin qui percorso, diverso per ciascuno di noi sia perché diversi sono i momenti della partenza, sia perché ognuno imprime un suo ritmo più o meno veloce al progredire sulla strada maestra alla ricerca della luce, sia infine, perché diversi e di varia natura sono gli ostacoli che troviamo nel nostro procedere.

      L’uomo, quando giunge al termine del suo viaggio terreno e si trova di fronte la morte, cerca con tutte le sue forze di sviluppare nella propria mente le immagini del film della sua vita e vorrebbe poter scartare quelle mal riuscite e conservare soltanto quelle belle;  ma non può farlo, tutto il film è suo ed è stato interamente sviluppato ed è troppo tardi per rivedere e correggere alcune sequenze.

      Il nostro viaggio iniziatico  invece, non è ancora finito, né ci è dato sapere quanto a lungo durerà, e utilizzando sul piano esoterico l’immagine simbolica che abbiamo appena descritto, ci è consentito di scartare o di tenere le nostre esperienze spirituali e morali, di correggere gli errori commessi, di fare tesoro di tutto ciò che abbiamo sinora incontrato lungo il nostro cammino.

      Per far ciò, per trovare il tempo di girarsi indietro e di valutare seriamente il passato, sono indispensabili delle pause nei nostro architettonici lavori, dei momenti di serena meditazione  che dobbiamo saper cogliere nel loro profondo significato:  una lucida introspettiva,  una visita all’interno di noi stessi nel corso della  quale analizzare i nostri più reconditi sentimenti e  rettificando continuamente il nostro pensiero, ottenere la pietra filosofale:  cioè la vera saggezza.

      Un’altra riflessione suggerita da questa tornata è rappresentata dal significato simbolico della morte e dalle sue implicazioni esoteriche.

      La storia dell’umanità è certamente ricca di questo simbolo; i primi uomini, meditando sui fenomeni naturali cui assistevano e in modo particolare  sul ciclo lunare (nascita, crescita, pienezza, decadenza, scomparsa ) tanto simile al ciclo di vita delle creature, e osservando, nella loro esperienza agreste, che per far nascere una nuova pianta  occorreva che il seme  morisse e marcisse, ricavarono le teorie e i simbolismi sulla morte, sulla purificazione, sulla rigenerazione, e immaginarono che la fine del corpo rappresentasse il termine di un piccolo periodo e l’inizio di un lungo periodo successivo, più bello e più luminoso del primo;  teoria diffusa sotto forme diverse presso quasi tutti  i popoli della terra e che ritroviamo nella maggior parte  dei culti da noi conosciuti.

      Forse nella storia dell’umanità, su questo tema, senza voler fare un discorso religioso ma basandosi solo sui fatti narrati dalle Sacre Scritture, il simbolo più profondo e complesso è rappresentato dalla morte di Cristo,  per il modo nel quale essa è maturata e si è compiuta  e per l’accostamento  con l’altro grande simbolo della resurrezione.

      Simbolo profondo  in quanto nel suo divenire  porta con sé molti valori (negativi e positivi) sui quali ponderare e riflettere: il tradimento, la vittoria apparente e momentanea dell’ignoranza e del potere sull’intelligenza e sullo spirito, la sofferenza purificatrice, il dubbio che assale dolorosamente  e la faticosa ricerca della verità.

      Simbolo complesso perché ne racchiude molti altri: la salita lunga e penosa sul monte Golgota, fra insulti e flagellazioni, a rappresentare un sofferto e consapevole viaggio iniziatico, la croce  formata dall’incrocio fra la perpendicolare e la livella, con la quale si possono, con spostamenti dei due assi verticale e orizzontale,  costruire altri simboli quali la squadra, la lettera “Tau”  (T).

      La nostra Istituzione, nella sua profonda matrice iniziatica e filosofica, sente tutta la forza spirituale del simbolo rappresentato dalla morte e ce lo propone in questa e in molte altre occasioni, offrendolo alla nostra meditazione  e alla nostra capacità  di liberarlo  dai molti veli che lo coprono.

      Togliendo anche soltanto uno   di questi veli, ci rendiamo subito conto che la morte di cui si parla è quella morale e spirituale,  è quella dell’intelligenza e della ragione, è quella dell’amore e della tolleranza; questa è la morte che noi massoni dobbiamo più temere e contro la quale dobbiamo lottare con tutte le nostre forze.

      Appena ci rendiamo  conto che la fiamma ideale che  l’iniziazione ha acceso nel nostro animo  si sta affievolendo, dobbiamo essere pronti  ad alimentarla di nuovo con tutti i mezzi disponibili, non rinunciando a chiedere il conforto e l’aiuto dei Fratelli.

      La morte spirituale è spesso il risultato della nostra indifferenza di fronte all’immortalità, di fronte alle enormi capacità e potenzialità  della psiche umana, tuttora non completamente esplorata.

      A ciascuno di noi il compito di  rinnovare questa indifferenza, di far scaturire da questo momento di meditazione una forza morale e spirituale capace di rigenerare il nostro animo, di farci proseguire con vigore i nostri lavori, di ridare slancio e serenità al nostro cammino iniziatico.

      Così operando possiamo dare un senso concreto e compiuto a questa ricorrenza, che altrimenti avrebbe solo toni celebrativi e malinconici, e rendere più solida la nostra catena di amore alla quale stasera si sono di nuovo uniti i Fratelli defunti, in uno spirito di comunione  e di affetto ancorato alla più genuina tradizione iniziatica della nostra Istituzione

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INIZIAZIONE DEI FRATELLI L.M. E M.S.

Iniziazione dei profani

L. M. e M. S.

(E.  R.)

Carissimi Fratelli L. e M.,

      questa sera per darvi il benvenuto nella nostra Istituzione ho scelto la forma della lettera aperta, perché mi consente di adoperare un tono più confidenziale, meno freddo e distaccato, quale forse non si addice completamente alla austerità e sacralità della cerimonia appena conclusa, ma è certamente intonato al sentimento di simpatia e  di stima che io provo nei vostri confronti, e che credo sia reciproco,e che in questa Loggia è destinato a trasformarsi in amore fraterno.

      Carissimi Fratelli, avete bussato alla porta del Tempio con l’animo pieno di emozione, percorrendo con passo incerto e con gli occhi bendati lo spazio piccolo sul piano fisico ma enorme su quello spirituale, che divide il profano dall’iniziato.

      Vi siete affidati fiduciosi ad una mano sconosciuta che vi accompagnava, avete seguito con docilità la voce misteriosa  che  guidava i vostri passi, forti soltanto del vostro spirito, del vostro desiderio di conoscenza e con il conforto delle poche cose indicatevi dal Fratello che vi aveva avvicinato.

      La vostra emozione è cresciuta varcando, dopo aver bussato con forza, una porta che vi conduceva in un posto ignoto, sentendo intorno a voi la presenza di altre persone, udendo lontana una voce che vi poneva domande; forse avrete  provato anche un senso di vergogna per il vostro abbigliamento scomposto, per la corda che vi legava il collo, per quel procedere a tentoni in mezzo al rumore.

      Eravate in un tunnel buio, misterioso, appoggiati a quella mano che vi sorreggeva e nel contempo vi esortava a muovervi e avete compiuto un lungo viaggio  fatto di tappe, di soste, di prove da superare con momenti di intensa partecipazione emotiva.

      Poi la voce che veniva dal  fondo della stanza, di fronte a voi, ha cominciato a descrivere le virtù che deve possedere un libero muratore, avete udito la formula del giuramento, avete avvertito che la cerimonia acquistava,  nel suo sviluppo, sempre maggiore solennità, avete cominciato a intuire lo scopo di tutto quello che vi stava accadendo.

      Avete iniziato questa cerimonia scrivendo un testamento spirituale, siete stati purificati passando attraverso i quattro elementi primari (terra, acqua, aria, fuoco),  una corda vi teneva serrato il collo e venivate trascinati, come nell’antichità si rappresentava la discesa agli Inferi.

      Stavate morendo spiritualmente e rinascendo ad una nuova vita, lasciavate il mondo profano sino ad ora conosciuto ed entravate  in un mondo iniziatico ed esoterico tutto da scoprire; sentivate però che le poche cose che a mano a mano  vi erano palesate portavano con sé valori fondamentali per l’Uomo, capaci di risvegliare in voi i sentimenti più nobili e di accendere di entusiasmo il vostro animo.

      Ora il turbinio di emozioni che aveva invaso il vostro cuore si è calmato, sentite intorno a voi la gioia di tutti i Fratelli per il vostro arrivo in mezzo a loro; vi guardate intorno e cercate di comprendere il senso  delle cose che vi circondano e di dare un preciso significato ai simboli che vi appaiono.

     Sarebbe assurdo pensare di soddisfare stasera la vostra curiosità,  di dare una risposta a tutte le domande che vi ponete; a chi è stato per un lungo periodo di tempo a digiuno  non si può offrire subito una gran quantità di cibo, in quanto il suo organismo lo rifiuterebbe.

      Il cibo spirituale ed esoretico che questa Istituzione può darvi e la preziosa linfa della conoscenza e della verità, dovranno essere assorbiti  dal vostro spirito e dalla vostra mente in modo graduale, cercando di assimilare il distillato di saggezza che man mano riuscirete a fare vostro attraverso lo studio e l’approfondimento, condito dei valori iniziatici e la frequenza assidua ai lavori di Loggia.

      In questi primi momenti di vita massonica  è opportuno quindi darvi soltanto una sintesi dei valori fondamentali e dei principi che stanno alla base della nostra Istituzione: 

      «la Massoneria è un innato orientamento interiore che si  manifesta con il continuo tendere allo sviluppo di tutte le qualità  che possono elevare l’uomo e l’umana famiglia ad un superiore livello  spirituale e Morale».

      «Essa stimola ed insegna la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l’amore per il prossimo, ricerca tutto ciò che unisce gli uomini e i popoli, per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale».

     «La Massoneria è in primo luogo di natura morale, filosofica e umanitaria e pur esigendo tradizionalmente dai suoi membri  una credenza nell’Ente Supremo non è , né  intende essere, una religione né un suo sostitutivo».

      «Ogni suo membro, al fine Fr.’. M  e .L. propri impegni, deve prestare solenne promessa su di un volume della Legge Sacra, espressione del credo religioso di ciascuno».

      « La  Massoneria, però, non pratica riti religiosi, ma lavora con metodi propri, mediante l’uso di rituali e simboli come interpreti dei principi, degli  ideali,  delle aspirazioni, delle idee e propositi connaturati con la sua essenza iniziatica ».

      « La Massoneria è apolitica. Così, mentre impone a ciascuno dei suoi membri i doveri della lealtà civica,  vietando loro di appoggiare qualunque azione intesa a sovvertire la pace e il buon ordine della società, riserva all’individuo il diritto di avere una propria opinione riguardo agli  affari pubblici. Essa tuttavia non consente a nessun adepto di parlare di politica e di religione, nè in Loggia nè in qualsiasi altro posto  ove egli prenda la parola a nome della Massoneria ».

      Riflettete, Fratelli L. e M., sulla profondità di questi principi, che affondano le loro radici  in una tradizione secolare e cercate di farli vostri, in concreto nel vivere quotidiano, a testimonianza del vostro essere massoni ; rifiutate qualsiasi dogma e usate sempre la ragione di fronte ai problemi della vita.

      Studiate a fondo i simboli, cercate di capire il profondo e complesso messaggio che  ciascuno di loro nasconde sotto l’ingannevole semplicità della propria rappresentazione ; essi sono dei preziosi strumenti  messi  a disposizione di tutti noi per compiere quel lavoro che, se completato a regola d’arte, porta alla realizzazione del proprio Tempio interiore.

      Concludo questa mia lettera aperta, carissimi fratelli L. e M., con l’augurio che il vostro cammino iniziatico sia ricco di risultati e di soddisfazioni, che la luce prevalga sempre sulle tenebre, che le pietre bianche siano più numerose di quelle nere, nella pienezza dell’amore di tutti i Fratelli,nella  serenità e nella  gioia, per il bene dell’Umanità e

A .’. G .’. D .’. G .’. A .’. D .’. U .’.

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TAVOLA DI UN MAESTRO ALL’APPRENDISTA

Tavola di un Maestro all’Apprendista

(Gilio Bottoni)

Rispett.mo M.’. V.’.

Carissimi Ospiti,

Fr.’. tutti,

      Permettete che all’inizio di questo mio modesto lavoro, per prima cosa, senta la necessità ed il desiderio di rivolgere alcune riflessioni ai FFr..’. Apprendisti.

Voi FFr.’. che occupate un posto nlla prima fila a sinistra dell’entrata del Tempio, ricordateVi, come noi ci ricordiamo, che essa è una fila molto importante e molto onorata.

      Essa, sia nel passato come nel presente, ci ha ospitato tutti, ha sentito il nostro scalpitare, la nostra impazienza e spesse volte ha ascoltato le nostre menti contestare, o prendere posizioni, con atteggiamenti molto leggeri e senz’altro vicini ad essere profani, trascurando e dimenticando  le dovute e giuste riflessioni.   

      Vi dico questo, perché a me onestamente qualcosa è accaduto, e penso non per diminuire eventuali mie non giuste valutazioni, ma perché ritengo umano che ciò possa accadere.

      Noi tutti veniamo dall’oscurità, ed è con questa oscurità nel cuore, che noi entriamo a far parte ed a frequentare questa nobile e perfetta “scuola iniziatica”; ed è qui che noi, con la nostra assidua presenza, con il desiderio di imparare e con la nostra volontà di annullare per sempre i nostri difetti profani, che aspiriamo nella correttezza, nello studio, a meritarsi, un giorno non lontano, una giusta fiducia da parte della famiglia, per poter comprendere anche noi questa verità, questo vero concetto della saggezza.

      FFr.’. Apprendisti, la sincera raccomandazione che vi rivolgo, è che cerchiate sempre di applicarvi con buona volontà, alla lettura che riguarda la nostra Istituzione e quella importante che riguarda il nostro simbolismo.

Non dimenticate mai di analizzare con scrupolosità ogni incertezza, ogni vostra incomprensione ed a ogni domanda che la vostra coscienza vi chieda, cercate sempre, con la vostra personale e libera ricerca, che la risposta che darete sia rivolta al bene ed all’unità di tutta la famiglia.

      Abituatevi a dialogare spesso con altri Fratelli, domandate chiarimenti e conferma alle vostre prime valutazioni, non chiudetevi mai in Voi nel Vostro io ancora turbato e confuso dal rumore dei metalli. Ascoltate con molta attenzione e con la massima fiducia i consigli e le giuste raccomandazioni che i FrT, le “LUCI” o altri Saggi FrT. possono darvi e siate più che certi che le loro risposte saranno sempre molto obbiettive e non saranno mai viziate da comuni pettegolezzi oppure da principi fondati sull’orgoglio profano.

      La Massoneria, ricordiamoci FFr.’., oltre al bene ed all’unità fraterna,  oltre al nostro umano ed importante lavoro che noi svolgiamo con dedizione e gioia, significa anche: TEMPERANZA, forza d’animo, prudenza e soprattutto VERITÀ’ e giustizia.

      FFr.’. Apprendisti, avete visto, letto e riflettuto sull’importanza che il nostro Trinomio LIBERTÀ’ — FRATELLANZA — UGUAGLIANZA assume su di noi.

      Queste tre parole racchiudono in sé profondi concetti e tanta speranza per tutti gli uomini che aspirano e lottano per poter raggiungere una società migliore dove tutti abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri.

      Ma ricordiamoci che ci sono altre due parole, che meritano di essere tenute sempre presenti : “L’UMILTÀ’ e la TOLLERANZA”.

      Se il loro alto significato viene da tutti noi accettato, compreso e custodito nelle nostre coscienze, possiamo senz’altro affermare di aver conquistato un più rapido sviluppo alla nostra preparazione massonica.

      Ma se tutto ciò non si realizza, se noi le trascuriamo, le ignoriamo, se noi non riusciamo a recepire tutte le loro sagge Virtù, allora bisogna, e con dispiacere, riconoscere che tutto il nostro lavoro di apprendista si è interrotto, si è fermato.

      Perciò, penso che queste utilissime e forti parole siano sempre presenti nel cuore di tutta la Fratellanza.

      Ricordasi sempre che, soltanto con l’Umiltà nel cuore, si crea, si forma il saggio massone.

      E che noi siamo tenaci ricercatori del sapere e dobbiamo sempre, come nostro primo principio, tentare costantemente e con tenacia di avvicinarci alla Verità ed alla Luce.

      FFr.’. Apprendisti, ho tralasciato di parlarvi del nostro simbolismo, perché altri FFr.’. più preparati di me lo faranno.

     Vi ho voluto citare queste semplici, ma abbastanza importanti indicazioni, perché possiate meglio svolgere il vostro lavoro di costruzione interna, cioè partendo dalla prima pietra, depositata nelle vostre fondamenta, perché credetemi, senza questi onesti principi nel cuore, la vostra nuova personalità crescerebbe senza nessuna base di sostegno e basterebbe un soffio di vento (cioè di contraddizioni) per far crollare il tutto nella profanità.

      Per farVi comprendere meglio per quale fine noi lavoriamo, vi leggerò una riflessione scritta da un nostro insigne Fratello; essa dice: “La Massoneria, appartiene alla storia dei tempi, ha compiti eterni e allo stesso modo sempre vivi nei nostri cuori. Essa attende e lavora perché il giorno della speranza dove tutta l’umanità, anche quella parte che per disgrazia è meno progredita, avrà raggiunto e conseguito la sua indipendenza e la sua libertà.

      Quando la povertà e le dittature che tengono prigioniero il pensiero umano, quando tutti gli altri mali che affliggono la terra, scompariranno per sempre, quel giorno per la Massoneria sarà la realizzazione   della grande LUCE, cioè, la vera e totale fratellanza universale.”

      M.’. V,’. il nostro lavoro di apprendistato continua il suo modesto e lento cammino, ognuno nella propria coscienza, cerca di comprendere e fissare il valore e l’importanza delle virtù Massoniche.

      Tutti noi cerchiamo come primo impegno di escludere dalla propria mente, dalla propria persona, l’ARROGANZA e l’assurdo puntiglio, sostituendoli con la morale della riflessione e del giusto ragionamento, imparando così una delle prime virtù della saggezza.

      Perciò con serenità dobbiamo sentire il dovere morale di ricercare e analizzare ogni pensiero. La nostra severa attenzione, la nostra calma ci dà la sicurezza di ogni nostra decisione e rafforza in noi la convinzione di essere molto diversi dalle riflessioni che può svolgere l’uomo profano.

      Noi siamo certi, dopo aver giustamente ben meditato e svolto con tutto il nostro impegno le nostre doverose e personali ricerche, che questo nostro comportamento ci indica più facilmente la giusta direzione che ci porta ad avvicinarsi alla Verità.

      Penso, con umiltà, che nessuno, della fratellanza, può ergersi e pretendere che soltanto lui abbia la priorità di custodire il deposito del giusto pensiero.

      Senza ricordarsi che tutti possiamo sbagliare e cadere nell’errore. Ma se ciò dovesse accadere, noi saremmo sempre disposti a correggersi ed a riconoscere la nostra precedente errata interpretazione. Questo nostro onesto comportamento ci rende onore e questa è senz’altro vera preparazione Massonica.

M.’. V.’., in questo nostro sacro Tempio, interpretando il Vostro ed il pensiero di Loggia, deve sempre brillare l’armonia, la correttezza, la serietà del nostro pensare e soprattutto delle nostre veritiere affermazioni.

      A testimonianza di quanto detto, una nostra vecchia massima ci ricorda, anzi ci ammonisce e ci dice: “Che ogni torto, ogni pregiudizio, fatto da un uomo ad un suo simile che riguarda la sua  onorabilità, e tutto ciò non viene attestato dalla  sicura verità, egli arreca offesa alla legge della giustizia Massonica”.

      Nel concludere è mio desiderio portare a conoscenza dei Fr.. che ancora non lo avessero letto, un alto pensiero del fu Fr.. A. PIKE dove ci indica oltre al normale lavoro di apprendista, il dovere di cercare nella nostra applicazione e di andare sempre più avanti nel nostro importante libro del sapere, perché una cosa è certa, la strada che noi percorriamo sarà molto lunga nella coscienza del nostro imparare. Egli dice: “Voi Fr.’., avete fatto il primo passo attraverso la soglia, il primo passo verso il cuore del Tempio. Voi siete sul cammino che ascende alla montagna della verità e dipende dalla vostra capacità di mantenere il segreto della Vostra obbedienza, della Vostra fedeltà alla famiglia.

      Non pensate di diventare un buon Massone, solo imparando ciò che viene chiamato lavoro, o acquistando famigliarità con le nostre tradizioni. La Massoneria è vero ha una   storia, una letteratura e una filosofia, i suoi simboli insegnano le più profonde verità, le sue tradizioni vi insegneranno molto, ma più ancora dovete cercare altrove. I fiumi della conoscenza che ora fluiscono pieni, ampi, devono essere risaliti su fino alle sorgenti e molto al di là, del remoto passato, lì troverete l’origine ed il vero valore del significato della Massoneria.”

      MT VT, riflettiamo e cerchiamo insieme, con la nostra buona volontà, di costruire e perfezionare sempre al meglio le nostre coscienze augurandoci di poter raggiungere quel punto centrale, dove ci faccia sentire veramente diversi da come eravamo.

      Alcuni Fr.. meritatamente sono riusciti ad avvicinarsi a questa meravigliosa sensazione, ma per molti di noi essa è ancora molto lontana. Perciò bisogna lavorare seriamente e con molto impegno, ognuno sulla propria pietra grezza, perché la riflessione, la saggezza e soprattutto la nostra fedeltà verso l’Istituzione ci faccia comprendere meglio la LUCE che viene continuamente irradiata dall’antica bellezza della tradizione del  libero muratore

Grazie per avermi ascoltato

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