ACQUA, SEDE DELLO SPIRITO

L’ACQUA, SEDE DELLO SPIRITO DIVINO

Questa Tavola è stata ispirata dalle affinità che, fin da piccolo, ho sempre avuto con l’acqua. Considero questo elemento « abitat » naturale. La vicinanza del lago che bagna le sponde della nostra città ha sempre suscitato in me un grande fascino; praticamente potrei vivere ovunque, a patto di avere un mare, un lago o un grande fiume a portata di mano.

F. R., Loggia il Dovere, Lugano

La bibliografia dedicata al simbolismo dell’acqua è una fonte inesauribile. Attingere a questa fonte comporta un lungo e affascinante viaggio nel tempo, fin dall’origine del creato. Come non stupirci di fronte all’immensità degli Oceani, sapendo che probabilmente tutto è nato dal mare e che forse tutto vi ritornerà? Nascita, trasformazione, rinascita.

Grandi musicisti sono stati soggiogati dal fascino di questo elemento: Smetana, che celebra il lento, maestoso scorrere della Moldava. Debussy compone per il Mare, per i meravigliosi riflessi di luce che l’acqua ha il potere di creare. Haendel con il suo capolavoro ne esalta i giochi. Strauss affida alla musica il colore del Danubio. L’acqua produce suoni, dà sensazioni, ispira melodie, un insieme di cacofonie che volendo possiamo ascoltare e interpretare. L’acqua fresca di una fonte, mite e gaia quando scorre in un ruscello giocando con i sassi. Impetuosa quando scorre nel greto di un fiume in piena. Maestosa nel suo poderoso infrangersi sugli scogli durante una burrasca. Sorniona quando, spinta dalla brezza, lambisce le rive dei laghi. L’acqua profonda e misteriosa degli abissi. Immensa, a volte pacifica tanto da fondersi con il cielo, oppure violenta, implacabile quando è sferzata dai venti e dalle tempeste. come quelle che si manifestano nell’essere, a volte difficili da dominare. Le acque che albergano nel nostro organismo e che in massima parte lo compongono, a volte sono alquanto agitate, turbolente spinte dai venti delle passioni. Una frase di Apuleio (125 – 170 circa) ci porta a meditare: «….mi accostai al confine dellamorte e calpestai la soglia di Prosèrpina; fui trasportato per tutti gli elementi…»

Alla purificazione concorrono tutti gli elementi. Nella tradizione eleusina ognuno di essi contribuisce ad un determinato grado di purificazione: la Terra è considerata procedimento grossolano; l’Aria purifica in maniera superficiale; l’Acqua agisce in profondità, mentre il Fuoco penetra e consuma fino all’essenza stessa dell’essere. Quattro elementi, quattro diversi stati d’essere. Pesante, materiale in riferimento alla Terra; più leggero, corporeo e animico riguardo all’Acqua e all’Aria. Spirituale, in espansione e ascesa se accostato al Fuoco. L’acqua, come ogni simbolo, palesa evidenti ambivalenze: fonte di vita e di morte, forza che crea e che distrugge. Fluido che unisce, che cancella, che amalgama, che sommerge.

Le acque sotterranee sono state spesso associate al caos originale. Mentre la pioggia che cade dal cielo è considerata benefica, vivificante. Eccola allora divenire simbolo e dono celeste; fecondatrice della Madre-Terra. Ogni teoria scientifica sull’origine dell’Universo assegna all’acqua un ruolo primario, fondamentale. Tutte le civiltà hanno identificato l’elemento-acqua con altrettante divinità. La mitologia mesopotamica, ad esempio, narra del dio Apsu e di Tiamat, sua sposa. Apsu è considerato colui che veglia sulle acque dolci, originarie di un grande mare sotterraneo. Tiamat è la dèa delle acque salate degli Oceani. La loro unione –secondo questa cosmogonia- con la mescolanza delle acque ha generato il caos primordiale e la creazione dell’Universo. Quella che conosciamo come dèa della bellezza, Afrodite, figlia del cielo-Urano è nata dal mare. Citiamo il poeta greco

Esiodo, nato nell’VIII secolo a.C .

«La Terra genera dapprima senza aver provato piacere, Pontos, il mare sterile. Poi unitasi al proprio figlio, Urano, essa genera l’Oceano dagli immensi abissi»

L’Acqua è dispensatrice di vita e di morte; Alimento che nutre, che feconda e fa crescere, che si trasforma, solidificandosi, nelle gelide giornate invernali, fermando il suo moto perenne e antico. Ad essa ci si abbandona, ci si fa trascinare, affascinare ammaliare. Essa lava, purifica, rigenera, avvolge, riscalda e illumina e contrasta il fuoco. Soffio vitale e castigo divino quando sommerge uomini e cose. Sia la tradizione ebraica sia quella cristiana considerano l’acqua la «madre» la «matrice», origine di tutte le cose, Il principio di tutto il Creato, poiché lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Nell’Antico Testamento è palese questa costante che ritroviamo nel Diluvio e nell’ attraversamento del Mar Rosso.
Talete di Mileto sosteneva che: «l’acqua è la migliore delle cose, la sostanza dalla quale tutto ha preso vita». Nell’antico Egitto le acque del Nilo erano oggetto di profonda venerazione; anche per gli egiziani l’acqua era il principio, l’origine di tutte le cose. La fertilità dei raccolti avveniva grazie al dio del Nilo, Canopo. Un inno dedicato al grande fiume recita:

«Salute a te, o Nilo che sei uscito dalla Terra, che sei venuto per far vivere l’Egitto».

Miraggio irraggiungibile nella rovente solitudine di un deserto. Tesoro inestimabile, bene insostituibile. Per l’acqua si sono combattute guerre; forse nel futuro se ne combatteranno ancora. Nel Corano è scritto: «Nessuno potrà rifiutare l’acqua in eccedenza senza peccare contro Allah e contro l’uomo» L’acqua genera, l’acqua annienta. Tutti sappiamo qual è stata la conseguenza di quella che oggi è ancora considerata la catastrofe cosmica per antonomasia: il Diluvio universale, remoto accadimento ricordato da tutte le mitologie e, come detto, dall’Antico Testamento. Una fine del Mondo causata dall’acqua e da una serie di reazioni a catena o effetti collaterali: «Avvenne un gran terremoto e il Sole divenne nero come un sacco di crine e tutta la Luna divenne sangue. Il cielo si ritrasse come una pergamena che venga arrotolata….» In questo accadimento -ricordato da tutte le civiltà- l’acqua assume il ruolo di forza purificatrice, distruttiva di ciò che è impuro, ma anche rigeneratrice di un Mondo nuovo.
L’acqua può vantare miti e dèi: Poseidone, padrone assoluto degli Oceani, che poteva placare o aizzare l’acqua con il suo tridente contro i naviganti. Poseidone che procuravale acque lustrali e che correva sul mare su un carro trainato da veloci cavallucci marini e da delfini.

Leggende e folklore di tutti i tempi si sono ispirati a questo elemento e ai suoi misteri. Innumerevoli le storie che hanno quali protagonisti esseri che popolano l’acqua. Nella Patria del mitico Re Artù, la spada Escalibur viene donata per mano di una fata affiorata da un lago. In Irlanda le Fate dell’acqua hanno ispirato moltissimi scrittori. L’acqua è il dominio dei druidi che -si narra- potevano legarla o slegarla. Essi usavano l’acqua lustrale per sconfiggere i malefizi. L’acqua, simbolicamente, ha il potere di lavare, di purificare di mondare le colpe: Ponzio Pilato fu chiamato a pronunciarsi sulla sorte di Gesù, accusato di blasfemia dal Sinedrio. Pilato volle che fosse il popolo a decidere. Allora si lavò le mani dichiarando che non sarebbe stato responsabile di quel sangue. Oggi, quel gesto -allora simbolico- del «lavarsi le mani» equivale a scaricarsi di responsabilità presunte o tali. L’acqua può lavare il sangue, ma non ha comunque il potere di pulire le nostre coscienze; o, come sostiene Voltaire, «..gli uomini immaginano che si possa lavare l’anima come si lava il corpo»

La tradizione cristiana impone il battesimo, l’immersione nell’acqua, un rituale d’iniziazione per mondarci dal peccato originale. Immersione o aspersione sono presenti in tutte le civiltà, in quelli che vengono definiti «riti dipassaggio». Si lavavano i morti, una specie di battesimo, per purificarli prima che potessero entrare nell’altra vita rigenerati. L’acqua, così come il fuoco, sono considerati elementi atti a purificare, rinnovare. Nei viaggi iniziatici che ci riguardano, acqua e fuoco, assumono funzioni ambivalenti. L’acqua, fonte di vita colma, purifica e rigenera il recipiendario. La sua forza equivale ad un solvente universale.

Il suo contrario, il fuoco, elimina la profanità e anima l’uomo nuovo, che come la fiamma, ascenderà verso l’alto. Nelle varie dottrine cosmologiche, segnatamente quelle concernenti il nostro Continente, non si trovano riscontri di un Aldilà acquatico. Nell’America centrale, invece come nella penisola dello Yucatan, nella tradizione Maya e Atzeca, si fa riferimento ad un «Paradiso della pioggia», chiamato Tlalocan, dove i morti per annegamento (acqua) e i colpiti dalla folgore (fuoco) soggiornavano. Ecco di nuovo i due opposti elementi!

E’ nota la venerazione e il timore che l’acqua incuteva nell’antica Grecia. Affrontare il guado di un fiume senza essersi propiziati gli dèi era di pessimo auspicio. Cerimonie e riti venivano celebrati quando si doveva affrontare il mare e durante la stessa navigazione. Le acque agitate venivano considerate come i malvagi. Le acque calme si paragonavano ai buoni, agli spiriti gentili o divini. Le civiltà del passato guardavano con un occhio particolare e con un certo qual timore all’acqua degli stagni, delle pozze, ma e soprattutto dei laghi, luoghi abitati dagli spiriti della natura, ninfee o demoni acquatici che potevano minacciare la vita dell’uomo.

Nel Medio Evo all’acqua veniva delegato il giudizio di vita e di morte nei confronti dei malcapitati accusati di stregoneria. L’ordalia consisteva nell’immergere – legati – gli accusati in un pozzo, cisterna o lago. Se il soggetto -donna o uomo- affondava veniva giudicato non colpevole e quindi «assolto». Se invece galleggiava, l’accusa veniva confermata in quanto si pensava che l’acqua – considerata elemento puro e sacro- non avrebbe mai inghiottito un adepto di Satana. Recuperati dall’acqua l’accusato-a erano condannati al rogo. Altre ordalie legate all’acque erano praticate nel passato. Quella dell’acqua bollente, ad esempio, nella quale veniva gettato un anello. L’accusato doveva immergere la mano e recuperarlo. Recuperato l’anello, all’accusato veniva bendata la mano. Sul bendaggio il giudice apponeva un sigillo. Dopo tre giorni le bende venivano tolte e se sulla mano non apparivano segni di scottatura, l’accusato veniva assolto.

Sull’altipiano arido del Mali vivono i Dogon, comparsi fra il 13. e 15. secolo della nostra era. Prima d’allora di questa tribù non si trovano tracce! E’ nota, quanto stupefacente e inspiegabile, la conoscenza delle stelle tramandata loro dagli stregoni. Alcuni di queste stelle sono state scoperte molto più tardi grazie ai telescopi. Ad esempio «Sirio B», un astro invisibile ad occhio nudo e fotografato solo nel 1970. Per quanto riguarda la genesi del nostro pianeta, anche questa misteriosa popolazione, assegna un ruolo di protagonista assoluta all’acqua definita«seme divino» fecondante la Terra». Secondo le loro tradizioni la Terra è nata grazie all’impasto con l’acqua che definiscono «fonte di vita». Anche la mitologia indiana assegna all’acqua un ruolo determinate poiché -vi si narra- «….da essa sono nati i Mondi!». Wishnu si identifica con le grandi acque o in quello che smuove le acque. Il segno a «V» che appare sulla fronte dei Vishnuiti è il simbolo dell’acqua. Nelle avatar che possiamo tradurre con le incarnazioni -ben dieci quelle operate da Wishnu- si narra che Wishnu incarnatosi in Matsya -il pesce- salvò Manu dal diluvio universale. Manu, nella mitologia indù viene considerato uno dei progenitori della razza umana. Come il tempo l’acqua ha il potere di rimuovere, di cancellare, di lenire anche i dolori che ci paiono insanabili. Sull’acqua non possiamo scrivere, ma ad essa possiamo affidare le nostre emozioni più profonde. Nello Zodiaco che annovera dodici segni, vi figurano quelli di Terra, Fuoco e Acqua. A questo elemento appartengono il Cancro, lo Scorpione e i Pesci. Appartenere ad un segno d’acqua, ci porta ad avere delle affinità con l’elemento? Personalmente ne siamo convinti, per quanto mi riguarda sicuramente e le sensazioni, quel senso di pace e serenità che provo quando solco le rive del nostro lago lo confermano.

L’acqua è donna! La sua femminilità si manifesta nelle sue remote profondità, nelle correnti che possono portarti lontano, travolgerti, dominarti. L’acqua è ricettiva e passiva, può incantare, lusingare, accoglierti e respingerti avvolgerti in un abbraccio passionale, prendersi gioco di te, imprevedibile, insondabile e misteriosa. Sa essere materna quando ti culla nel mare amniotico dove inizia la vita.

L’acqua dei fiumi scorre, così come la storia e il destino degli uomini; è l’immagine del nostro tempo che passa inesorabile e che si avvia verso la sua ultima meta.

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L’AGAPE MASSONICA

L’agape

Caro lettore, in questo periodo di festività, sembrava normale che il dossier dell’ultima edizione dell’anno fosse consacrato alle agapi. Sia nel cuore delle nostre officine che nei circoli profani, il banchetto – rituale e/o conviviale – gioca un ruolo essenziale nelle nostre relazioni con i nostri vicini. Occasione votata a rafforzare i legami personali, opportunità di rifare il mondo o momento dedicato alla riflessione comune senza costrizione formale, l’agape è un momento prezioso della vita massonica e sociale. E come lo mostra l’indagine approfondita di Daniele Bui, Jacques Tornay e Thomas Müller, la sua importanza non è mai stata smentita nel corso dei secoli.

Se dunque “tutto è agape”, come si potrebbe a giusto titolo pretendere, è con i nostri auguri di pieno successo e felicità che tutta l’équipe redazionale dell’Alpina  vi invita ad approfittare di questi rari momenti dove il tempo e lo spazio sono dedicati al semplice piacere di essere con l’altro, dimenticando grattacapi, problemi ed inquietudini che parassitano il presente.

Non sapremmo di conseguenza lasciare che il 2014 termini senza tirare un bilancio dell’anno che si conclude. Nuova formula, nuove rubriche: la rivista Alpina si vuole decisamente aperta all’innovazione. Con la sola ambizione di servirvi, di informarvi e di interessarvi. Per i tempi a venire, il nostro obiettivo non è dunque altro che quello di immaginarvi fedeli all’appuntamento, ogni mese. Sapendo che le vostre critiche, positive o negative, saranno sempre le benvenute, così come i contributi che ciascuno, a titolo individuale o attraverso le Logge, ci farà pervenire.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

L’Agape massonica

Condividere un pasto fa parte di quasi tutte le culture. Pranziamo assieme in occasione di una nascita, un matrimonio, un decesso. Il pasto in comune offre l’occasione di affermare la coesione tra i commensali. Come in ogni società fraterna i banchetti ed i pasti consumati assieme hanno sempre rappresentato un posto importante nella socialità massonica.

Daniele Bui

Il termine deriva dal greco agapé, che vuol dire amore, carità. Derivato di un verbo che significa «accogliere con amicizia», «mostrare dell’affetto per qualcuno», esso rinvia ad una forma di amore singolare, distinto dall’eros. Si tratta di un amore fatto di valori squisitamente massonici come la devozione, la tenerezza e la benevolenza il cui equivalente è la caritas latina. I greci dell’età classica distinguevano tre diverse tipologie di amore: Eros, Philia, Agape. Il primo è l’amore che ci infiamma per una donna, un ideale, un mito … Il secondo è l’amore che ci spinge a comprendere, a penetrare il significato profondo delle cose. Il terzo infine è l’idea di amore che, partendo dalla consapevolezza di appartenenza al tutto, ci permette di entrare in simbiosi osmotica con quanti e quanto ci circonda. Il termine in particolare indica una cerimonia cristiana dei primi secoli incentrata su un banchetto eucaristico. Secondo alcuni studiosi i banchetti massonici deriverebbero appunto dalle agapi cristiane. Il filosofo e massone tedesco Fichte, autore della celebre Filosofia della Massoneria, fa derivare il termine Massoneria da Mase, «tavola», da cui Masonei e quindi Massoni e Massoneria (Compagnia da tavola). L’Agape può essere Bianca oppure Rituale. Quella Bianca si riferisce a convivi informali, organizzati in talune occasioni particolari ed aperte alla partecipazione delle donne e dei profani. Di norma tali occasioni coincidono con i Solstizi. Le Agapi rituali sono organizzate più raramente, e prevedono la partecipazione dei soli Fratelli della Loggia. Ai dignitari vi vengono assegnati posti ben stabiliti, ed uno specifico rituale viene osservato dai commensali sia nella consumazione delle poche e semplici portate previste, sia nell’esecuzione dei vari brindisi, effettuati dal Maestro venerabile o da un Fratello da lui appositamente incaricato.

Storia, simboli e rituali

Nell’Antichità l’Agape designava più che altro un pasto fraterno di carattere liturgico, nel corso del quale veniva celebrata l’Eucarestia. Quest’uso sarebbe esistito nel I secolo e avrebbe avuto origine dai banchetti dei cristiani di Corinto di cui l’apostolo Paolo denuncia gli eccessi. L’Agape, probabilmente degenerata in bisboccia e abbuffate, fu vietata nel VI secolo per cessare definitivamente nel VII. Nella Cité Antique, il famoso storico Fustel de Coulange ricorda che consumare del cibo preparato su un altare rappresentò la prima forma data dall’uomo all’atto religioso. Questo banchetto esprimeva il bisogno di porsi in contatto e comunione con la divinità, che dopo essere stata invitata veniva naturalmente servita. L’uso di questi pasti pubblici, o banchetti agli Dei, era molto diffuso in Grecia, dove si credeva che la salute della città dipendesse da tale adempimento. Come scrive Irène Mainguy «Nell’Odissea, Omero fornisce la descrizione di uno di tali banchetti sacri che si aprivano e terminavano con libagioni e preghiere. I cittadini invitati alla mensa sacra erano momentaneamente rivestiti della dignità sacerdotale. È innegabile che banchetti del genere avessero carattere di cerimonia religiosa, poiché si effettuavano invocazioni e libagioni, e si cantavano inni. La natura delle vivande e la qualità del vino servito erano regolati dal rituale di ogni città. Tale pratica si ritrova nella Roma antica, in cui il Senato dedicava determinati giorni ai banchetti sacri sul Campidoglio`». Queste antiche tradizioni ci danno un’idea dello stretto legame che univa i componenti di una città, o di un gruppo accomunato dagli stessi ideali e aspirazioni. L’unione tra gli uomini era simboleggiata dal pasto consumato in comune, nel quale si può riconoscere una prefigurazione delle agapi massoniche e del senso della parola compagno (cum e panis chi mangia lo stesso pane). All’inizio dell’era cristiana, Plutarco parla die banchetti spartani, precisando che essi alimentano l’amicizia e l’affetto tra i partecipanti, e da tale descrizione si può dedurre di essere già in presenza di pasti consumati in loggia di tavola.

Il banchetto rituale è pressoché generalizzato, e rappresenta fondamentalmente la partecipazione a una società, a un progetto, a un’associazione di persone unite da forti legami ideologici. L’Agape massonica «è una delle più antiche e solide tradizioni massoniche», possiamo pensare antica quanto la massoneria stessa .Già si fa cenno di banchetti massonici tenuti dopo le riunioni di Gran Loggia nelle Costituzioni  di Anderson risalenti al 1723, che riportano di tale usanza almeno fin dal 1717, ma è probabile che l’abitudine di riunirsi a banchettare dopo il lavori di loggia risalga ai primi anni del XVIII secolo. E’ certo, comunque, che nei decenni successivi a tale data sia in Inghilterra sia nell’Europa continentale, ove la massoneria si andava rapidamente diffondendo, i cosiddetti «lavori di tavola» assunsero una particolare rilevanza tra i Liberi Muratori. Le prime pubblicazioni in Italia sulla libera muratoria così come diversi altri scritti di autori della seconda metà del 700, già dedicano ampio spazio ai banchetti dei Liberi Muratori. Molte pagine vengono dedicate al lessico usato a tavola, ai nomi impiegati per individuare arredi e posateria, ai brindisi, alla forma della tavola ed ai posti assegnati ai commensali nei giorni dell’anno in cui festeggiare con banchetti rituali o agapi d’obbligo. Così ad esempio il «Codice Massonico delle Logge riunite di Francia» (1779) approvato nel Convento di Lione nel 1778 che fu all’origine del Rito Scozzese Rettificato, fa riferimento alle «feste» di San Giovanni Battista (24 giugno), di San Giovanni d’inverno (27 dicembre) e a quella del «rinnovamento dell’Ordine» (6 novembre). Nello stesso periodo appare perfettamente ritualizzata l’agape massonica nell’ambito del Rito Francese altrimenti indicato come Moderno o Riformato, tant’è che per «i lavori di tavola» questi codici o regolamenti sono stampati a uso delle Logge del Grande Oriente di Francia. Così nel 1786 è pubblicato un rituale a stampa utilizzato nell’ambito del Rito Francese quasi contestualmente ad altra pubblicazione (manoscritta) del 1783 utilizzata prima in seno al Grande Oriente di Francia e poi, negli anni successivi, dal Grande Oriente d’Italia. In tale rituale si descrive con estrema precisione la struttura della tavola a ferro di cavallo, il posto occupato dagli Ufficiali di Loggia, dagli ospiti, dai fratelli di loggia secondo il loro grado, le funzioni che ogni fratello massone ricopre durante la celebrazione dell’agape, i nomi usati per indicare bevande, cibi, posaterie e arredi, l’ordine dei brindisi e i soggetti ai quali si brinda, le posizioni da assumere durante i brindisi e le frasi da pronunciare.

Senso dell’Agape

Non si dovrebbe confondere l’Agape con una semplice e allegra riunione conviviale, quasi un momento ricreativo tra amici goliardici; si tratta in realtà di una condivisione sacralizzata, in un tempo e in uno spazio anch’essi sacralizzati, si tratta di un pasto che più che saziare, ha il compito di porsi quale simbolo e momento di riflessione. Troppo spesso non si presta la dovuta attenzione alla «masticazione », concentrandosi piuttosto su ciò che è più o meno gradito ai nostri palati. Il pasto condiviso ritualmente non può soggiacere a queste variabili. Ogni portata infatti ha il suo perché e la sua funzione in un dato momento; ogni gesto, ogni parola è motivato. L’assunzione del cibo è misurata, per far riflettere piuttosto che saziare. Le Agapi contraddistinguono un tempo privilegiato di convivialità che unisce i Fratelli di una loggia intorno a un pasto, frugale o no. Esse consentono di rafforzare quei legami che collegano gli anelli della catena massonica della loggia gli uni agli altri. Trovare l’equilibrio e la misura nella condivisione è spesso difficile; tuttavia, è ragionevole considerare che l’esagerata nutrizione e l’abbondanza sono sinonimo di spreco, cioè di un atteggiamento contrario allo spirito iniziale dell’Agape. Come detto la finalità dell’agape è rappresentata dalla fusione dei cuori nell’amicizia. L’itinerario per arrivarvi passa attraverso un lungo apprendistato e la scoperta della personalità degli altri Fratelli che condividono con noi un’esperienza esistenziale unica.

(Alpina 12/2014)

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UN FARO DI LIBERTA’

Un faro di libertà

Il Grande Oriente d’Italia (GOI) non ha problemi per quanto riguarda il numero di Fratelli. Al contrario: il Gran Maestro, il Fr. Stefano Bisi, sottolinea: “La nostra crescita è significativa e da molto tempo.” In questa intervista si esprime sulle relazioni con il mondo profano, sulle potenze antimassoniche, sul ruolo del GOI nella società di oggi e da ultimo, ma non per minor importanza, sottolinea l’impegno dei Fratelli.

Rispettabilissimo Gran Maestro, potresti informarmi sulla Libera Muratoria in Italia? Qual è l’immagine e l’importanza nella vita pubblica? Com’è organizzata in Italia (obbedienze, numero di membri, ruoli e importanza delle obbedienze)?

«La libera muratoria in Italia è sicuramente in una fase di buona espansione. Secondo una stima molto approssimativa fatta qualche anno fa ci sarebbero oltre 200 Obbedienze. Pochissime sono quelle considerate «regolari» ed eredi di una accertata regolarità d’origine e riconosciute a livello internazionale e tante altre, la maggior parte, considerate spurie. Per non parlare di tanti sedicenti massonerie che prolificano come i funghi. Il GOI è la più antica e numerosa Massoneria italiana visto che è nata nel 1805 e da allora continua a diffondere i principi di Libertà, Fratellanza ed Uguaglianza nel pieno rispetto degli Antichi Doveri e con il riconoscimento di almeno 200 Grandi Logge estere. Ci sono poi altre Obbedienze che hanno un radicamento a livello nazionale, ma sul numero di iscritti bisogna chiedere a loro. Io posso solo guardare in casa mia e dire che i fratelli del GOI di Palazzo Giustiniani sono oltre 23mila. Questa cifra, al di là dei normali e periodici assonnamenti e dei fratelli passati all’Oriente Eterno, è sempre rimasta immutata nel corso degli anni della mia Gran Maestranza. Il GOI, al di là di qualche momento critico come quello vissuto negli anni della P2, e del pregiudizio da parte di qualche forza politica a caccia di streghe e consensi, gode di una buona immagine nella vita pubblica italiana. Alle nostre Gran Logge di Rimini hanno partecipato in qualità di ospiti personalità della politica, del giornalismo, della cultura, e della scienza. Abbiamo avuto il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, lo scrittore Gianrico Carofiglio e anche un astronauta noto a livello internazionale come Paolo Nespoli. E, proprio di recente, alle celebrazioni del XX Settembre al Vascello erano presenti il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi, l’ex presidente della Camera Luciano Violante, l’ex vice presidente del Consiglio e sindaco di Roma Francesco Rutelli, e l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. (…)»

Come è organizzato il GOI?

«Il GOI è governato da una Giunta che dura in carica 5 anni ed è composta dal Gran Maestro, da due Gran Maestri aggiunti, dal Primo Gran Sorvegliante, dal Secondo Gran Sorvegliante, dal Grande Oratore, dal Gran Tesoriere e dal Gran Segretario, quest’ultimo viene nominato dal Gran Maestro. Ci sono inoltre il Collegio dei Grandi Architetti Revisori, i Grandi Ufficiali, i Giudici della Corte Centrale, il Consiglio dell’Ordine, ed ancora a livello regionale i presidenti delle Circoscrizioni anche questi eletti dai fratelli ed i presidenti dei vari Orienti. Le logge del GOI attualmente sono oltre 860 e la nostra presenza è ramificata su quasi tutto il territorio della Penisola.»

Diamo un’occhiata allo stato attuale del GOI. Quali sono i suoi punti di forza?

«Come dicevo il GOI gode di un momento di grande espansione, ed in Europa è sicuramente fra le Grandi Logge che non stanno subendo fenomeni di erosione o di mancanza di nuove adesioni. La nostra crescita è significativa e costante. Aumentano i giovani che bussano con frequenza alle porte del Tempio, spesso facendo ricorso anche al nostro sito Web, ma anche le persone più avanti negli anni. Credo che il punto di forza sia dovuto dalla nostra ultracentenaria storia e dalla ricchezza dei fratelli di tutte le estrazioni e professioni sociali presenti nelle nostre officine. Il vero grande ed incommensurabile punto di forza sono loro che con passione, forza e vigore ed in silenzio operano in tutta Italia per il Bene dell’Ordine ed a vantaggio della Società.”»

E i suoi punti deboli?

«Non vedo punti deboli nel GOI. Vedo solo risorse straordinarie da parte di uomini e cittadini che da iniziati lavorano al meglio per la diffusione dei principi massonici e per la loro crescita interiore personale.» E il futuro? Quali sono le sue potenzialità?

«Il GOI in questa fase delicata di perdita dei valori sociali e di oscurantismo ha davanti a se un compito difficile ma necessario: quello di essere un faro di libertà sempre pronto ad illuminare le coscienze ed a battersi per i diritti dell’Uomo. Il fatto che sempre più persone decidono di entrare nel nostro Ordine è rassicurante e dimostra che il ruolo di Istituzioni come la Massoneria è più che mai vitale per garantire la difesa della laicità e il libero pensiero. (…)»

Quali sono le sue minacce?

«Da sempre il vero grande nemico della Massoneria proviene da forze che vogliono sopprimere la libertà e il pensiero dell’uomo, che vogliono sottometterlo a leggi e bavagli che nulla hanno di democratico. Lo fece con violenza (…) il Fascismo negli anni passati e in Italia furono distrutte le logge e l’allora Gran Maestro Domizio Torrigiani fu mandato al confino insieme a tanti altri fratelli. Dobbiamo sempre stare attenti a fenomeni che possono pian piano riemergere e portare il nostro Paese verso deviazioni antidemocratiche dagli effetti disastrosi per tutti. La storia, che è maestra di vita, insegna che quando viene attaccata la Massoneria, forza viva e non sottomessa a nessuno, tutti devono (…) far suonare il campanello d’allarme.»

Come Gran Maestro, hai obiettivi specifici?

«L’obiettivo mio e dei membri della Giunta è quello di far sì che il GOI possa continuare a crescere nel corso del mio secondo mandato dal punto di vista delle risorse interne e qualitativo. Nelle nostre logge, come le ho detto, ci sono forze straordinarie. Il nostro compito è quello di governare con Saggezza, Forza e Bellezza questo patrimonio. (…).»

Potresti fornirci qualche dato della tua vita fuori e dentro la Libera Muratoria?

«Ho fatto il giornalista professionista per tanti anni sino a diventare responsabile del Corriere di Siena, la città in cui sono nato, e anche se adesso sono andato in pensione il mestiere di cronista mi è rimasto dentro. Credo che la Comunicazione sia essenziale e che bisogna informare bene i lettori. Da Gran Maestro ho contatti quotidiani con tantissimi fratelli e mi piace molto ascoltare gli altri. Credo che uno dei grandi problemi della (…) società sia proprio quello che tanta gente non ascolta l’altro con la necessaria e dovuta attenzione. Il dialogo è sempre costruttivo, anche quando le opinioni possono essere diverse. Senza dialogo non c’è crescita e non ci sono opportunità.»

C’è un aspetto che vorresti aggiungere?

«Mi piacerebbe vedere un mondo pieno di ponti di pace da attraversare tutti insieme e in cui non ci siano più discriminazioni e atti contrari alla dignità di ogni uomo. In cui ci sia attenzione, rispetto, Tolleranza, solidarietà e amore verso il prossimo. Un mondo dove la Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza costituiscano le colonne dell’amore universale.»

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LA PAROLA

La parola
(Alpina 3/2015)

La parola – strumento dell’uomo libero ? Assolutamente. In questi tempi inquietanti dove le libertà fondamentali sono minacciate da tutti i pericoli (estremismo, Stato ficcanaso, intrusione degli interessi economici nella sfera privata, spionaggio informatico), è più che mai essenziale ricordare che il diritto alla libera espressione è primordiale e deve restare intangibile. Ciò vale per ciascuno, e a maggior ragione per il massone.

Inutile ricordare in dettaglio che la parola libera è un elemento centrale delle tenute massoniche : che sia per l’apprendista, attraverso la sua trasformazione più arricchente  –  il silenzio – o per il maestro, attraverso la ricerca della Parola smarrita, il Verbo è onnipresente nel Tempio, sia per il suo ruolo creatore che per la sua funzione semplicemente rituale. No, ciò che pone problemi oggi, è proprio la difficoltà di fare capire questa parola nell’assordante trambusto che caratterizza il mondo profano.

Non dimentichiamolo : la grandezza del massone si misura dalla sua facoltà di utilizzare e di rendere operativo, fuori dal Tempio, il proposito dell’uomo libero. Ora non è sufficiente parlare saggiamente affinché il discorso sia efficace. Non è neanche sufficiente dire la verità : in un mondo affidato all’irrazionale, è illusorio voler far trionfare, continuamente e senza scopo, la Verità di parola. No, ciò che ci viene richiesto, è proprio di parlare in modo giusto. Per essere chiari, noi dobbiamo, nella disarmonia generale, essere dei correttori di voci e dunque adattare il nostro discorso alle circostanze umane, troppo umane si potrebbe dire parafrasando Nietzsche. Non è dato a tutti di essere Zarathoustra ; anche, più modestamente, sappiamo adattare la nostra parola a coloro ai quali è destinata : i nostri umani fratelli.

Pierre-Alexandre Joye (traduzione D.B.)

Dossier

È giusto porre dei limiti alla libertà di parola?

Dopo gli eventi drammatici di Parigi sono in molti a chiedersi se è opportuno – e soprattutto se è giusto – porre dei limiti alla libertà di parola. Il problema non è nuovo e si ripresenta ogni volta che una parte di cittadini si sente offesa da certe forme e da certi contenuti espressivi.

Discutendo della strage di Parigi mi è capitato di ascoltare diverse persone affermare testualmente: «Se la sono cercata !». In altri termini secondo loro non ci sarebbe da stupirsi di queste reazioni violente da parte di frange dell’integralismo islamico come risposta al tipo di satira offensiva dei giornalisti di Charlie Hebdo. Ritengono che il massacro si sarebbe potuto facilmente evitare con un minimo di prudenza editoriale. Sono quindi convinti della necessità di porre dei limiti alla libertà di espressione e di sanzionare chi non li rispetta. Anche il governo inglese ha deciso di seguire questa politica preferendo sacrificare la libertà di parola nell’interesse di altri valori come la sicurezza o la sensibilità religiosa all’offesa. Non si tratta, beninteso, di giustificare l’azione dei terroristi ma piuttosto di comprenderla per prevenire aggressività e violenza.

Il nodo della questione

Il perno del problema è quello di capire quali possano essere i limiti precisi a cui fanno allusione. John Stuart Mill nel suo memorabile Saggio sulla libertà aveva sostenuto che in ogni caso una certa moderazione nell’espressione delle proprie idee è auspicabile. Una linea di demarcazione che segna i limiti di un’accettabile libertà di parola è individuato da Mill nella specifica situazione in cui essa diventa un incitamento a far del male ad altre persone. Non tanto un danno psicologico ma fisico. Quando esprimere un’idea costituisce un atto di incitamento «a qualche azione malvagia », allora l’ espressione di tale idea deve essere esclusa in base al «principio del danno». Un famoso esempio di Mill teso ad illustrare questo principio riguarda la contrapposizione tra un articolo di giornale in cui si afferma che i commercianti di grano sono affamatori dei poveri e la stessa opinione espressa ad una folla inferocita riunita davanti alla casa di un particolare commerciante di grano.

In una società libera, tutte le forme di credo dovrebbero essere aperte all’esame, alla critica, alla parodia e potenzialmente al ridicolo.

governo inglese ha deciso di seguire questa politica preferendo sacrificare la libertà di parola nell’interesse di altri valori come la sicurezza o la sensibilità religiosa all’offesa. Non si tratta, beninteso, di giustificare l’azione dei terroristi ma piuttosto di comprenderla per prevenire aggressività e violenza.

Il nodo della questione

Il perno del problema è quello di capire quali possano essere i limiti precisi a cui fanno allusione. John Stuart Mill nel suo memorabile Saggio sulla libertà aveva sostenuto che in ogni caso una certa moderazione nell’espressione delle proprie idee è auspicabile. Una linea di demarcazione che segna i limiti di un’accettabile libertà di parola è individuato da Mill nella specifica situazione in cui essa diventa un incitamento a far del male ad altre persone. Non tanto un danno psicologico ma fisico. Quando esprimere un’idea costituisce un atto di incitamento «a qualche azione malvagia », allora l’ espressione di tale idea deve essere esclusa in base al «principio del danno». Un famoso esempio di Mill teso ad illustrare questo principio riguarda la contrapposizione tra un articolo di giornale in cui si afferma che i commercianti di grano sono affamatori dei poveri e la stessa opinione espressa ad una folla inferocita riunita davanti alla casa di un particolare commerciante di grano. incitamento e perciò passibile di esclusione dal generale «principio del danno».

Se decidessimo di prendere tale ragionevole principio come criterio per stabilire ciò che è permesso esprimere o meno e lo applicassimo al caso delle vignette su Maometto mi sembra che da queste non emerga alcun incitamento da parte dei giornalisti ad esercitare violenza fisica su qualcuno. Da questo punto di vista le vignette non dovrebbero essere sottoposte ad alcuna censura. Gli integralisti islamici potrebbero rispondere sostenendo che le vignette colpiscono quanto loro hanno di più sacro e prezioso per cui è assolutamente intollerabile che possano essere pubblicate.

Personalmente ritengo che l’idea che le credenze religiose dovrebbero ricevere una particolare protezione non dispone di argomenti convincenti. In una società libera, tutte le forme di credo dovrebbero essere aperte all’esame, alla critica, alla parodia e potenzialmente al ridicolo. In effetti alcune credenze paiono a tal punto ridicole che noi ci sentiremmo immorali ed offesi a doverle considerare in modo serio. Perché dovrebbe essere proibito dimostrare avversione per una religione? Perché non si dovrebbe poterlo fare se le credenze di quella religione o le attività svolte in suo nome meritano di essere disapprovate? Se certi insegnamenti o certe credenze religiose sono così antiquati, ipocriti e offensivi per i diritti umani non si vede per quali ragioni non si possa criticarli. Inoltre l’affermazione secondo la quale le autorità sono giustificate a far tacere chi esprime opinioni immorali coinvolge un rischioso assunto di infallibilità che può impedire il progresso umano. Mill cita i casi di Socrate messo a morte per presunta empietà. E Cristo, condannato alla pena capitale in Giudea per ciò che le autorità consideravano un insegnamento immorale. In ambedue i casi la presunta infallibilità dei giudici supera la prova del tempo. La storia ha giudicato Socrate e Gesù degni di essere ascoltati e le loro idee degne di essere discusse. Per la Libera Muratoria riconoscere la propria fallibilità è una condizione per poter affrontare seriamente qualsiasi questione.

Un diritto da difendere

Come ha scritto Noam Chomsky «Una delle lezione più chiare della storia, compresa la storia recente, è che nessun diritto è garantito; i diritti sono sempre conquistati». Come non essere d’accordo con tale affermazione quando anche nelle democrazie apparentemente più solide la libertà di parola è minacciata da organizzazioni criminali che portano a forme di autocensura per paura di eventuali rappresaglie? Posso capire che molti musulmani si siano sentiti ridicolizzati, offesi ed insultati dalle vignette di Charlie Hebdo, ma la causa di questo loro stato d’animo non è la libertà di parola; essa è solamente il veicolo del messaggio. Sembra piuttosto il loro modo particolare di percepire le vignette alla luce di un apparato culturale ideologico che le interpreta come blasfeme e meritevoli di vendetta l’origine della reazione violenta. Il problema non pare quindi la libertà di parola che invece rappresenta il presupposto per ogni democrazia che meriti questo nome. La questione concerne piuttosto il multiculturalismo. Per la Libera Muratoria la buona società è la società aperta, intesa come una società pluralistica fondata sulla tolleranza e sul riconoscimento del valore della diversità. Ma il Multiculturalismo, come ha più volte ribadito Giovanni Sartori, non persegue un’integrazione differenziata, ma una disintegrazione multietnica. La domanda che dobbiamo porci è allora la seguente: fino a che punto la società pluralista può accogliere senza disintegrarsi antagonisti culturali che la rifiutano? D:B. 

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LA RINASCITA DELL’ETICA

La rinascita dell’etica nella cultura contemporanea

L’intento di questa Tavola è di presentare alcuni momenti cruciali della riflessione etica del XX° secolo, in particolar modo il passaggio da una fase critica, durata almeno fino alla metà del secolo scorso, fino all’attuale e spettacolare rinascita di questo importante ramo della filosofia.

Parrebbe del tutto lecito parlare dell’esistenza di una crisi della morale, in quanto non c’è settore della società (famiglia, scuola, lavoro, sport…) che non lamenti un calo preoccupante del suo livello. Eppure, non tutti sono convinti di una tale evidenza. Per esempio, il sociologo francese Raymond Boudon, nel suo libro Declino della morale? Declino dei valori? è persuaso che la tesi secondo la quale il passaggio dalla modernità alla postmodernità coincida con lo sgretolarsi dei valori tradizionali come la famiglia, il lavoro, la religione, la politica, l’istruzione, la dignità della persona è smentita dai fatti. Inchieste statistiche relative a questi temi mostrerebbero che i giovani dispongono di un sistema di valori ben strutturato che metterebbe in evidenza una sostanziale continuità con quello delle generazioni precedenti. L’impressione di declino verticale dei valori sarebbe imputabile, secondo Boudon, all’effetto perverso generato dai mass-media che costruirebbero artificialmente realtà distorte. Lo schermo, quindi, lungi dall’essere uno specchio fedele della realtà risulterebbe piuttosto uno strumento mistificatore dei fatti.

Ebbene, se la questione del crollo dei valori morali è piuttosto controversa, la convinzione dell’esistenza di una crisi dell’etica, per almeno una buona parte del XX° secolo, è una constatazione accettata quasi unanimemente. Non si tratta chiaramente di una crisi che concerne la produzione di opere consacrate all’etica; si tratta piuttosto di una crisi relativa ai fondamenti, ai metodi, alla natura della razionalità etica.

Già Nietzsche (1844-1900), interpretando gli ideali morali alla stregua di maschere della volontà di potenza, Freud (1856-1939) considerandoli come sublimazioni dei meccanismi pulsionali e Marx (1818-1883) leggendoli come sovrastrutture dei bisogni economici avevano seminato notevoli sospetti sulla consistenza dell’etica.

Ma la vera e propria crisi fondazionale emergerà a partire dall’inizio del XX secolo. Ne I Principia Ethica di G. E. Moore (1873-1958) del 1903 il filosofo inglese sostiene che il bene, su cui si fonda l’intera etica, è una qualità semplice, come il colore giallo, e che pertanto non può essere definito razionalmente, ma può solo essere intuito. Di conseguenza tutte le etiche che pretendono di fondare le norme morali su una qualsiasi conoscenza, sia essa di tipo fisico o di tipo metafisico, incorrono nella cosiddetta «fallacia naturalistica », cioè commettono l’errore di considerare il bene come un oggetto appartenente alla natura e quindi conoscibile scientificamente. In tal modo Moore inaugura la convinzione del carattere non conoscitivo dell’etica (non-cognitivismo), che dominerà tutta la prima metà del secolo.

Ad analoghi risultati giunge, in un altro ambiente culturale, Max Weber (1864-1920), il fondatore della sociologia come scienza. Questi nel 1904 con il saggio su L’oggettività conoscitiva della scienza sociale (compreso nella raccolta Il metodo delle scienze storico sociali), sostiene che le scienze sociali, per essere oggettive, devono limitarsi a descrivere i fatti, astenendosi dal dare giudizi di valore, cioè devono essere avalutative. L’etica pertanto non può in alcun caso essere una scienza e le scienze, nemmeno quelle sociali, non possono dare alcuna indicazione su come ci si deve comportare.

È chiaro che queste posizioni, ed altre che si potrebbero facilmente aggiungere, sono l’indice di una crisi dell’etica che segna il fallimento del programma illuministico di fondarla unicamente sulla ragione. Di fronte alla constatazione dell’incapacità delle scienze sociali, cioè della razionalità scientifica, di orientare la prassi, si è determinato un nuovo fenomeno, designato come «riabilitazione della filosofia pratica » (Harendt, Leo Strass, Voegelin, Gadamer, Bubner / Riedel, Scwemmer) che costituisce di fatto un ritorno alla concezione aristotelica dell’etica come filosofia pratica cioè alla fondazione dell’etica non sulla scienza (della natura o dell’uomo), ma sulla filosofia, vale a dire ad una forma di conoscenza che non rinuncia a pronunciare giudizi di valore e non si limita ad essere puramente descrittiva.

Molto schematicamente si possono distinguere tre generi di concezioni morali, a dipendenza se esse si focalizzano sulla persona, sull’azione o sugli stati di fatto. Le concezioni che si focalizzano sulla persona, e che si chiamano in generale etiche della virtù, sono prevalentemente concezioni attrattive, le concezioni che si focalizzano sull’azione (cioè le deontologiche) e quelle che si concentrano sugli stati di fatto (cioè le consequenzialiste) sono principalmente delle concezioni imperative.

Ora, dal momento che le versioni assolutistiche dell’etica deontologica così come di quella consequenzialista si sono rivelate problematiche si è pensato di concentrarsi più modestamente su un insieme di fattori pertinenti in una valutazione morale e di valutarne la preponderanza nelle situazioni particolari.

Una lista di questi fattori liberamente costruita potrebbe essere la seguente: le conseguenze (valutate da un punto di vista imparziale e in termini di interesse comune). I diritti generali (non subire aggressione, assicurare determinate libertà). Gli obblighi particolari (promesse, doveri, obblighi relativi ai ruoli di madre padre e figli, giudici, medici, insegnanti…). Gli impegni personali. I sentimenti (la disponibilità, la generosità…). Le intenzioni (la buona volontà…). L’idea non è certo quella di stabilire una scala di valori assoluta; si tratta piuttosto di proporre una prospettiva pluralista e tollerante.

19 luglio 2019

 D.B.

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POVERTA, SOTTOSVILUPPO E IMMIGRAZIONE


Povertà, sottosviluppo e immigrazione   Gli imponenti flussi migratori di cui siamo spettatori attoniti in questi ultimi tempi trovano la loro origine in un divario economico e tecnologico sempre più profondo tra paesi poveri, in gran parte del sud del mondo e i paesi ricchi, situati prevalentemente nel nord del pianeta. Chi pensava che lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe ridotto il divario tra paesi ricchi e poveri non può che ricredersi davanti all’evidenza dei fatti. Non solo non ha saputo assottigliarlo, ma lo ha notevolmente ampliato. Basti pensare che l’80% delle risorse del mondo sono controllate da appena il 20% della popolazione che è concentrata nei paesi dell’Occidente, mentre appena l’1% delle risorse è a disposizione del 25% della popolazione, che è ammassata, in condizioni di vita precarie e disagiate, nei paesi più poveri. Mentre nelle zone ricche ed industrializzate dell’Occidente il progresso scientifico e tecnologico avanza senza sosta, soprattutto nel campo medico sanitario ed in campo digitale apportando notevoli benefici ai suoi fruitori in termini di allungamento e miglioramento della vita, in alcune aree del Terzo Mondo, in particolar modo dell’Africa, si continua a morire a causa della fame e della mancanza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie. L’emigrazione come conseguenza del divario tra paesi ricchi e poveri Un effetto di tale divario è il recente esodo dai paesi colpiti dalla miseria e sovente anche devastati da conflitti etnici e religiosi, verso i paesi ricchi alla ricerca di condizioni di vita più umane e dignitose. Questa massa di disperati che ha perso tutto approda in luoghi che hanno poco della «Terra promessa». Diffidenza, pregiudizi, discriminazioni e ostilità sono spesso gli ingredienti dell’« accoglienza». E la situazione, come detto, tende a peggiorare progressivamente. Per rendersene conto basta soffermarsi su alcuni dati demografici inconfutabili. Nelle aree del Nord del pianeta si assiste ad un vistoso calo delle nascite ed ad un invecchiamento della popolazione, al contrario nei paesi in via di sviluppo si constata degli incrementi demografici inquietanti. Nel Terzo Mondo infatti aumenta vertiginosamente la popolazione che tende ad accalcarsi nelle grandi metropoli che si estendono in periferie sovraffollate sprovviste di qualsiasi servizio e tutela igienico-sanitaria. Megalopoli come Calcutta, Bombay, Nuova Delhy, Giacarta, Rio, San Paolo, Città del Messico… superano notevolmente i 10 milioni di abitanti. Le loro periferie sono ridotte a vere e proprie «bidonvilles», sprovviste di servizi pubblici e strutture sociali elementari. Ancora oggi oltre un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso ad impianti di acqua potabile e 2 miliardi non dispongono di impianti fognari. Allucinante è soprattutto che ben 13 milioni di bambini muoiono ogni anno nei paesi del Terzo Mondo prima di aver raggiunto il quinto anno di età. Tale mortalità infantile è dovuta soprattutto alla mancanza di vaccini, dato che le vaccinazioni di massa programmate dall’O.M.S. non raggiungono il 70% della popolazione mondiale. Inoltre una quantità incredibile di bambini muore per dissenteria, affezioni alle vie respiratorie, paludismo, malaria. Sarebbe sufficiente una vaccinazione su larga scala di queste popolazioni per ridurre drasticamente il fenomeno. Non parliamo poi del problema dell’AIDS che in queste regioni è lungi dall’essere risolto. A questa situazione già di per sé critica bisogna aggiungere le piaghe dell’analfabetismo e della descolarizzazione. Cosa può fare la Massoneria? Non si può agire se prima non si è compreso la dimensione del problema. È difficile pensare di poter risolvere la questione chiudendo le frontiere e trincerandosi dietro barriere artificiali e sistemi di polizia rafforzati. Le improvvise e virulente epidemie che negli ultimi anni sono emerse nei paesi in via di sviluppo possono evolversi in modo incontrollabile e non si arrestano certo davanti a muraglie militarizzate o a riduzioni drastiche delle concessioni di permessi di soggiorno. Personalmente ritengo che la scienza al giorno d’oggi possa disporre di strumenti efficacissimi per far fronte a molti dei problemi summenzionati. Purtroppo di questi progressi ne beneficia unicamente una fetta molto ristretta della popolazione del pianeta e cioè, inutile dirlo, quella più ricca. La Libera Muratoria, come istanza internazionale, dovrebbe far pressione sui governi affinché si coordino investimenti in campagne sanitarie di massa per la prevenzione delle epidemie; mobilizzare persone e mezzi per l’istruzione e l’apprendimento, fattore necessario per ogni progresso significativo e duraturo. Ma soprattutto è necessario rendersi conto che le politiche di indebitamento e degli scambi ineguali nel mercato mondiale attuate dai paesi benestanti nei confronti di ampie regioni dei paesi sottosviluppati – che si traduce in un imponente ed inarrestabile processo di trasferimento di risorse dal Sud povero al ricco Nord – costituiscono le premesse che impediscono qualsiasi miglioramento dei paesi più poveri. La corda sempre più tesa tra un mondo supertecnologico ipnotizzato dal mito del consumismo e un mondo che non ce la fa più e che sta precipitando nel baratro del caos e della disperazione rischia oggi più che mai di spezzarsi con conseguenze tragiche. I fattori del sottosviluppo sono conosciuti. Come già accennato il colonialismo nella forma di una dipendenza politica e militare prima e nella veste economico commerciale negli ultimi decenni. Esso blocca ogni possibile tentativo di porre le basi per un autonomo processo d’industrializzazione e potrebbe alleviarsi solo nel caso di una rinuncia dei creditori occidentali ad una parte del debito, almeno quella relativa agli interessi. Un secondo fattore concerne l’incapacità di molti governi di dotarsi di istituzioni democratiche. Riconquistata l’indipendenza diversi paesi sono degenerati in regimi dittatoriali i quali hanno preso le difese di ristrette cerchie oligarchiche piuttosto che quelle della popolazione. Costretta al margine del progresso tecnologico ed industriale a causa di decisioni poco oculate dei governanti che hanno preferito investire nell’acquisto di armi piuttosto che in programmi di sviluppo tecnologico e industriale, essa non ha potuto sfuggire alla miseria. Per sperare di rilanciare l’economia dei paesi in via di sviluppo servirebbe in primo luogo ridurre la spirale dell’indebitamento e cercare di tener sotto controllo l’esplosione demografica che ha causato una sovrappopolazione rispetto alla scarsità dei mezzi di sussistenza disponibili con conseguente esodo massiccio verso i paesi industrializzati. La Massoneria si dimostra lungimirante sottolineando come la conquista della pace nel mondo passa anche attraverso una più equa distribuzione delle risorse
(GLS 02/2016)
FR.’.. D .B .  
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L’INVESTITURA DEL MAESTRO VENERABILE

Per l’investitura a Maestro Venerabile
Fratelli carissimi tutti di ogni ordine e grado, l’articolo 20 della Costituzione recita: “Il Maestro Venerabile ispira, presiede e rappresenta la Loggia”. Il Regolamento precisa inoltre che “viene eletto, tra gli aventi diritto, il Fratello che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti”. Viene di fatto confermata la presenza, nella Loggia, di quel sereno e necessario conflitto di tesi contraddittorie che è indispensabile per una pulsione dinamica. Anche nella vita profana della politica si auspica, per il buon reggere della convivenza civile, la presenza di una opposizione forte e costruttiva. Sul piano iniziatico, questo punto di vista può anche essere messo in dubbio, ma ciò non toglie che, in una libera, ponderata e saggia manifestazione elettiva, da parte del Maestro Venerabile eletto si debbano tenere nel giusto conto le aspettative di chi, nella Loggia, ha delle preferenze o degli orientamenti alternativi. Questo è indispensabile per quella necessaria analisi che permetta di poter dare alla Loggia, di conseguenza, quella ispirazione che viene richiesta dalla Costituzione. Diceva il Fratello 1° Sorvegliante: l’assunzione delle cariche, ed in particolare di quelle di Dignitario, possono essere viste come un tipo di iniziazione. Mi sembra vero. Questa è la ragione per cui le votazione devono essere fatte sempre perché, a differenza del plebiscito a voto palese, rendono maggiormente partecipi gli elettori a questa manifestazione esoterica. Siamo certi che, in Bccasione del rinnovo annuale delle cariche, le eventuali antinomie dialettiche relative alla rosa dei candidati rimarranno, secondo la consuetudine, come semplice scambio di idee tra fratelli, a livello di trasparente “brain storming”. Questa sera è stata fatta “l’installazione” delle cariche di Loggia. Il termine installazione non mi entusiasma. Preferirei “investitura” perché questa parola rende di più l’idea della figura virtuale del singolo dignitario dentro la quale si calano di volta in volta i fratelli prescelti. E’ un abito di un surreale tessuto elastico che si adatta perfettamente alla forma-illusione di chi ricopre quella determinata carica. | È elastico ma, cometutti i materiali elastici, ha un coefficiente di deformabilità limite che non può essere superato. In caso contrario la deformazione è permanente ed allora non c’è più compatibilità tra contenente e contenuto. Poc’anzi dicevo: ricopre questa carica! Ricoprire = coprire di nuovo. Come recita la Costituzione, la figura virtuale, ad alto contenuto iniziatico, del vero Maestro Venerabile copre, ricopre, la figura fisica del Maestro Venerabile eletto che ne subisce così una trasmutazione. Di conseguenza “nell’esercizio del Magistero la sua autorità è sacra ed inviolabile”. Il Venerabilato impone al Maestro Venerabile, per poter meglio sentire, per poter meglio percepire le aspettative della Loggia, un nuovo momento di silenzio, di tipologia diversa da quello dell’apprendista perché in questo caso deve essere liberamente da Lui scelto e non deve essere imposto da regole del gioco. i Il Maestro Venerabile dovrebbe, prima di parlare, assicurarsi che quello che sta per dire sia vero, sia utile e non faccia male ad alcuno. Sarebbe un modo certo per non parlarsi addosso.
La Loggia continuerà sempre a tenere in fondamentale considerazione l’obbiettivo della la ricerca esoterica, nell’accezione più lata del termine, privilegiandola su altri aspetti che potrebbero Jasciare intravedere una larvata, anche se più che comprensibile, forma di autocompiacimento. Questo non significa che si debba tralasciare di fare conoscere all’interno dell’Istituzione la nostra dinamicità ed il nostro modo di lavorare in modo che possa essere considerato come un esempio. Ciò ci obbligherà a migliorare sempre di più la qualità dei nostri lavori. Ipotesi della scelta di un tema. L’orientamento del consiglio delle luci, tenuto conto di quanto emerso nella tornata del 25 settembre u.s. è quello di continuare sulla strada attuale e cioè di permettere ad ognuno, nel rispetto della saggezza della loggia, la scelta del contenuto delle tavole in modo da lasciare spazio alle idee ed alle opinioni di tutti, soprattutto se di tematiche diversificate. Il tocco di una maggiore personalità, caldamente auspicato, nell’estensione delle tavole gioverà al contenuto delle stesse. Sarà l’opportunità ai Fratelli con minor anzianità nell’Istituzione per esprimere in modo libero e consapevole le proprie esperienze e i propri sentimenti. Questa sarà la chiave di lettura con la quale la Loggia, nella sua saggezza, saprà interpretare la forma ed il contenuto delle tavole che ne scaturiranno. Sarà per tutti noi un eventuale esercizio di tolleranza che ci aiuterà a cogliere nelle parole degli altri quel contenuto di saggezza nascosta che non sempre abbiamo pazienza, © voglia, di ricercare. Saranno sempre gradite le tavole di carattere storico interpretate, come sino ad oggi è accaduto, con un particolare occhio esoterico. Sarà bene, per quanto attiene ai Fratelli Compagni d’Arte, che le tavole da loro scolpite vengano preliminarmente sottoposte, come da prassi già consolidata, al Maestro Venerabile Mi auguro che prosegua e si approfondisca quella interessante ricerca dei F.ili Sacchi e Bolatto che ha trovato giusto spazio nelle pagine del libro fatto stampare dal Fratello Ex Venerabile “Le antiche costituzioni della libera muratoria”. Chiederò ai carissimi Fratelli Adalberto Baggia e Gian Franco Cammerucci di sintetizzare e commentare quanto potrà emergere da quel breve questionario fatto circolare dall’ex Maestro Oratore durante l’agape del Solstizio di Estate 1997 ed ancora in attesa di risposta da parte di qualche (solo qualche?) Fratello. Saranno, come per il passato, previste visite ad altre Logge il cui modo di lavorare sia affine al nostro. Sarà un reciproco osmotico travaso di preziosa ricchezza esoterica. Tutti i suggerimenti saranno graditi. Per non turbare il ritmo dei lavori, queste visite saranno di preferenza effettuate in occasione delle tornate informali. 1 rapporti con la Rispettabile Loggia van Tongeren n° 204 all’oriente di Ùtrecht continueranno secondo la linea già tracciata senza che venga turbato il rispetto delle reciproche e libere volontà. Sarà prezioso l’aiuto ed il supporto logistico dall’Ex Maestro Venerabile Riteniamo interessante, ad esempio, un progetto di studio comparato tra i diversi rituali. 1l commento musicale ai lavori di Loggia sarà di competenza dell’Ex Maestro Venerabile che non avrà certamente bisogno di uno stage appropriato. Sarebbe quasi giusto e quasi perfetto se i Fratelli in sonno Repetto e Valabrega rientrassero tra le colonne. E’ una ipotesi di lavoro per il Maestro Venerabile
Dopo l’assunzione del maglietto e al termine di questa breve tavola, mi guardo intorno con la mente e mi rivedo tra le colonne. È in questa veste di Ex Oratore, quasi in uno sdoppiamento della personalità, che vorrei concludere dicendo, come ho fatto fino a ieri, nel rivolgermi all’Oriente, ho detto Venerabile Maestro. Ma da oggi, fino a quando il mandato non sarà scaduto, non potrò più dire questa frase. Ho un po’ di nostalgia. Carissimi Fratelli! Pace e bene a tutti noi.

8 gennaio 1998 dell’e.’.v.’

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. EMILIO SCIONDO.

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ORAZIONE PER L’INIZIAZIONE DEL FR.’. G.F.

Orazione per iniziazione del Fr.’.G. F. G.
Carissimo fratello Gian Franco, a nome di tutti, benvenuto in questa strana camera, CON l’augurio, anche da parte © di aver fatto l’ingresso in Massoneria accompagnato dai fuochi di artificio: questo fatto non è previsto dai nostri rituali. Più silenziosamente ti do il benvenuto in mezzo a noi. Voglio rifarmi alla tua nuova esperienza. Hai appena girato l’angolo e se ti volti indietro vedrai che le formalità preparatorie precedenti l’iniziazione in tempio, nell’antico lunghe ed in sotterranea solitudine, sono state sostituite da un breve soggiorno in un simbolico “Gabinetto di Riflessione”. Nella stanza, impenetrabile alla luce del sole, illuminata da una candela, hai trovato dei simboli che ti hanno costretto ad un esame interiore in condizioni ambientali che non ti sono state certamente congeniali. Hai incontrato la morte. La Libera Muratoria considera l’idea della morte come il miglior insegnamento per scorgere, purificato, l’idea della vita iniziatica. Di fronte a questo pensiero le vanità umane spariscono e tu ti sei trovato in presenza di quell’interrogativo che rappresenta l’aldilà. Hai letto: “Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene!”. Da oggi saprai che la Libera Muratoria si preoccupa di essere utile, con i suoi saggi precetti, piuttosto che di piacere. Ti ispirerà a reprimere l’amore per le cose futili di cui il, mondo profano è ricchissimo. Hai letto: “Se la tua anima ha sentito lo spavento, non andare più oltre”. Negli antichi misteri se il profano si arrestava, vinto dalla paura, restava chiuso nei templi sotterranei per il resto della vita. Oggi è importante che tu ricordi che il coraggio è spesso necessario nelle prove della vita e che può diventare indispensabile per il compimento dei tuoi doveri verso l’Ordine in momenti di intolleranza e di persecuzione. La formalità del testamento che hai scritto, ti ricorda che devi essere sempre pronto ad abbandonare l’Oriente della vita e che ogni tua azione deve sempre essere regolata in modo da lasciare non tanto un buon ricordo quanto soprattutto un esempio da imitare. Hai lasciato fuori del tempio i tuoi metalli. È un modo per farti comprendere che tuo unico sostegno dinanzi al nostro consesso sono solo i tuoi meriti personali e per insegnarti che si deve attribuire ai metalli il loro giusto valore, che sarà in definitiva quello che tu attribuirai loro. Anche da questa monetizzazione dipenderà il tuo cammino iniziatico. Hai avuto gli occhi coperti e sei stato solo parzialmente vestito per provare alla Libera Muratoria che ti sei posto nelle sue mani in piena umiltà. La benda ti rammenta inoltre gli errori e i pregiudizi che dominano il mondo profano. La pochezza dei vestiti vuole indicare che la virtù, solo ornamento dell’uomo, resta sovente incompleta senza il soccorso della luce iniziatica.
Hai poi vissuto i quattro elementi. La Terra l’hai conosciuta nel Gabinetto di Riflessione, poi hai sentito il soffio dell’Aria, sei stato immerso metaforicamente nell’ Acqua e sei stato purificato dal Fuoco. Tu sei i quattro elementi e i quattro elementi sono in te. Forse un giorno ne avrai consapevolezza, e quando l’avrai raggiunta, avrai visto quella parvenza di luce che è alla fine di un lungo corridoio, proprio lì, appena dietro l’angolo che hai appena girato. Pace e bene a te ed un fraterno triplice abbraccio.
A.’.G.’.D.’..G.’.A.’.D.’.U.’.
8 giugno 1995 dell’e.’.v.’.

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INIZIAZIONE DEL Fr.’. C.

Orazione per l’Iniziazione del Fr.’. C. B. È un piacere vedere la colonna degli apprendisti nuovamente ornata di fratelli. Ben arrivato fra noi. | La tua relativamente giovane età ti permetterà, se sarai perseverante, di avere una lunga vita massonica. Questo mi fa pensare alla relazione o meno tra quantità e qualità. Un’emozione intensa, istantanea, immediata, bruciante, può essere capace di annullare, in una infinitesima frazione di tempo, un lungo spazio di vita bovinamente incolore. E meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora, si dice. E’ vero; è molto bello ed è molto più entusiasmante. È l’apoteosi della qualità. Ma ……. | Ma anche qui si nasconde il pericolo perché sovente è più difficile vivere l’asprezza dei cento anni da pecora che l’illusione del giorno del leone il quale, nella realtà, si riposa per lunghe ore all’ombra di una pianta per attendere che, alla sera, la leonessa vada a caccia e gli procuri il cibo. Chi aveva scritto la famosa frase certamente non era un etologo! La nostra vita è fatta dai tanti cento giorni da pecora che, da una parte rappresentano il logorio del tran tran quotidiano essendo, in altre parole, il simbolo della profanità e da un’altra, quando sono vissuti con consapevolezza, con accettazione e nella loro pienezza, possono essere altrettanto ricchi del giorno da leone. Ad un certo istante della vita ne prendo consapevolezza ed allora ne voglio uscire e desidero inconsciamente i cento giorni da ……. non me la sento più di dire da leone. E allora? Molto più semplicemente! Desidero il momento, quel lungo momento, da iniziato che è molto meno comodo del giorno da leone e che è molto più difficile dei cento giorni da pecora. Sull’altare sacrificale. del mio cuore, al momento dell’iniziazione, faccio il sacrificio della mia pecora da macello, della mia profanità, e mi troverò a portare il fardello della conoscenza della differente tipologia dei due modi di vita. Volente o nolente sarò costretto ogni giorno a confrontarmi con me stesso, a porre in comparazione le mie giornate è correrò anche il rischio di non avere più voglia di combattere, di fare confronti, di prendere atto della stupidità di quei metalli che un giorno ho lasciato alla porta del tempio e dai quali però non sono mai riuscito totalmente a staccarmi. Cosa ti potrà dare la Massoneria? Quello che tu darai alla Massoneria. Il segreto è tutto qui: ognuno ha la Massoneria che si merita. Si riceve per quanto si dona, ma soprattutto, cerca di non volere ricevere il cambio di quello che hai dato. Mi scuso: l’orazione avrebbe dovuto essere più didascalica, per illustrarti quello che oggi tu, forse, non potresti capire e che io, quasi certamente, non sono ancora stato capace di possedere, ma la penna mi ha preso la mano e, come al solito, ho divagato. Che tu possa conoscere te stesso. Che tu possa dare te stesso. Che tu possa essere te stesso. Pace e bene!
A.’.G.’.D.’.G.’.A.’.D.’.U.’.
1° febbraio 1996 e.’.v.’.
TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. EMILIO SCIOLDO

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INIZIAZIONE DI CARLO

Orazione per l’Iniziazione del Fr.. Carlo

È un piacere vedere la colonna degli apprendisti nuovamente ornata di fratelli. Ben arrivato fra noi. La tua relativamente giovane età ti permetterà, se sarai perseverante, di avere una lunga vita massonica. Questo mi fa pensare alla relazione o meno tra quantità e qualità. Un’emozione intensa, istantanea, immediata, bruciante, può essere capace di annullare, in una infinitesima frazione di tempo, un lungo spazio di vita bovinamente incolore. E meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora, si dice. E’ vero; è molto bello ed è molto più entusiasmante. È l’apoteosi della qualità. Ma ……. | Ma anche qui si nasconde il pericolo perché sovente è più difficile vivere l’asprezza dei cento anni da pecora che l’illusione del giorno del leone il quale, nella realtà, si riposa per lunghe ore all’ombra di una pianta per attendere che, alla sera, la leonessa vada a caccia e gli procuri il cibo. Chi aveva scritto la famosa frase certamente non era un etologo! La nostra vita è fatta dai tanti cento giorni da pecora che, da una parte rappresentano il logorio del tran tran quotidiano essendo, in altre parole, il simbolo della profanità e da un’altra, quando sono vissuti con consapevolezza, con accettazione e nella loro pienezza, possono essere altrettanto ricchi del giorno da leone. Ad un certo istante della vita ne prendo consapevolezza ed allora ne voglio uscire e desidero inconsciamente i cento giorni da ……. non me la sento più di dire da leone. E allora? Molto più semplicemente! Desidero il momento, quel lungo momento, da iniziato che è molto meno comodo del giorno da leone e che è molto più difficile dei cento giorni da pecora. Sull’altare sacrificale. del mio cuore, al momento dell’iniziazione, faccio il sacrificio della mia pecora da macello, della mia profanità, e mi troverò a portare il fardello della conoscenza della differente tipologia dei due modi di vita. Volente o nolente sarò costretto ogni giorno a confrontarmi con me stesso, a porre in comparazione le mie giornate è correrò anche il rischio di non avere più voglia di combattere, di fare confronti, di prendere atto della stupidità di quei metalli che un giorno ho lasciato alla porta del tempio e dai quali però non sono mai riuscito totalmente a staccarmi. Cosa ti potrà dare la Massoneria? Quello che tu darai alla Massoneria. Il segreto è tutto qui: ognuno hala Massoneria che si merita. Si riceve per quanto si dona, ma soprattutto, cerca di non volere ricevere il cambio di quello che hai dato. Mi scuso: l’orazione avrebbe dovuto essere più didascalica, per illustrarti quello che oggi tu, forse, non potresti capire e che io, quasi certamente, non sono ancora stato capace di possedere, ma la penna mi ha preso la mano e, come al solito, ho divagato. Che tu possa conoscere te stesso. Che tu possa dare te stesso. Che tu possa essere te stesso. Pace e bene!
A.’.G.’.D.’.G.’.A.’.D.’.U.’.
1° febbraio 1996 e.’.v.’.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’ EMILIO SCIOLDO

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