LA CULTURA ARABA E LA DIVINA COMMEDIA

LA CULTURA ARABA E LA DIVINA COMMEDIA

Parlare dell’influenza araba nell’Europa medievale non è facile oggi, alla luce della cronaca che ha sconvolto gli equilibri preesistenti all’11 settembre. Dobbiamo però ammettere che la cultura araba ha contribuito non poco al progresso del genere umano e studiarne le condizioni storiche oggettive in cui si è verificata l’eccellenza della civiltà araba islamica è una strada possibile per tentare di migliorare la convivenza fra Oriente ed Occidente. Infatti, dopo il fallimento dell’invasione araba dell’Europa, dapprima a Costantinopoli nel 717-8 d.C. e quindi a Poitiers nel 736 d.C. ad opera di Carlo Martello, i possedimenti arabi si limitavano alla sola penisola iberica, all’Italia insulare ed a parte della Grecia. La cultura araba continuò a circolare in occidente grazie ai commerci diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo ad opera delle Repubbliche Marinare. Il commercio precedette ogni altro mezzo di comunicazione tra l’Europa e il mondo musulmano. Infatti, dopo l’anno 1000, aumentò l’attività commerciale europea nel mondo mediterraneo, e gli europei affiancarono i musulmani nella navigazione e nel commercio sulle acque di questo mare. E giunsero in Europa le cifre arabe, penetrarono termini commerciali di origine araba come chèque, tariffa, arsenale, dogana ecc. oltre alla ricca terminologia della navigazione e dei prodotti manifatturieri arabi, ad esempio nel campo tessile (damascato, fustagno). A ciò si aggiunsero i pellegrinaggi in Terra Santa che permettevano ai Cristiani di avvicinarsi alla cultura islamica, ma anche grazie al grande contributo di Scuole Universitarie come Padova e Bologna, e di personaggi illuminati, fra cui spiccano due monarchi che furono molto influenti nel panorama culturale medievale. Il primo è Federico II, Stupor Mundi (1194-1250). Questi, forte di una cultura profonda e poliedrica acquisita in Palermo negli anni della formazione giovanile, era di carattere aperto alle influenze delle varie culture che, oltre alla cattolica, vigevano in quella terra. Era in grado di parlare sei lingue fra cui l’ebraico e l’arabo a testimonianza delle sue potenzialità. Aveva, inoltre un atteggiamento filoarabo che gli costò la scomunica di Papa Onorio III e che lo portò a stipulare un accordo con il Califfo di Gerusalemme, nipote del Saladino, concludendo così la sesta Crociata. Favorì in Puglia (Lucera) la colonizzazione di popolazioni di origine araba provenienti dalla Sicilia, diffondendo in questo modo la loro cultura. L’atto più significativo fu la costituzione dell’Università di Napoli destinata a formare la classe dirigente del Regno . L’altro personaggio che ebbe un’influenza determinante nel favorire la diffusione della cultura araba nel mondo occidentale fu Alfonso X, il Saggio, re di Castiglia (1221-1284). La grandezza di questo re risiede nella sua attività culturale che lo portò, fra l’altro, a fondare a Toledo una Scuola di Traduttori che operò trasferendo in latino e castigliano opere arabe ed ebraiche, mettendo a disposizione degli studiosi testi di grande importanza scientifica e filosofica. Fra l’altro la Chiesa, che osteggiava la diffusione di testi in arabo, non trovava nulla da ridire a testi in latino o castigliano. Particolare di non poca importanza è la presenza di Brunetto Latini, amico e maestro di Dante, a Toledo in veste diplomatica. Egli venne a contatto con Alfonso X e soprattutto con la Scuola dei Traduttori e le sue esperienze vennero raccontate nel “Tesoretto”. Ad esempio, la cultura araba è ampiamente presente in tutta l’opera dantesca e la Divina Commedia non fa eccezione. Basta pensare alle figure del Saladino, di Averroè ed Avicenna presenti nel Limbo ed a Maometto e suo cugino Alì localizzati nell’Inferno. In realtà, la cultura araba è presente in tutta la cultura europea medievale. A ricordarci l’importanza della cultura islamica nell’occidente medievale cristiano, nel 1919 apparve un saggio di un arabista spagnolo Miguel Asìn Palacios4 che mise in dubbio l’originalità della struttura della Divina Commedia partendo dall’assunto che Dante conosceva la cultura araba attraverso la sua diffusione europea e che esistono delle forti similitudini fra l’opera dantesca e un’opera medievale araba (X-XI secolo) “Il Libro della Scala”, frutto di una elaborazione fantastica e popolare derivata da un versetto coranico. Il versetto recita: ‹‹Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio sacro al tempio più remoto del quale Noi abbiamo benedetto il recinto, per mostrargli parte dei Nostri segni.›› (Corano, XVII, 1) . La tradizione popolare prende spunto da questo misterioso rapimento notturno del Profeta dalla Moschea della Mecca ad un’altra Moschea reale, come quella di Gerusalemme, o ideale, come la Gerusalemme Celeste, e costruisce un viaggio immaginario nel mondo dell’oltretomba. Di questo viaggio esistono varie versioni: secondo una di queste si ipotizza un viaggio molto particolare. Il Profeta viene portato nel regno infernale dove incontra gli infedeli non musulmani, sottoposti ad efferati supplizi, sulla montagna del purgatorio le anime destinate a scontare la propria punizione prima della salvazione ed infine, salendo una scala dorata, al paradiso dove incontrerà alla fine Dio, sotto le specie di una luce abbagliante. Anche in questo racconto esiste una guida, l’Angelo Gabriele, che vince le iniziali ritrosie del Profeta, lo protegge da due voci melliflue (la religione ebraica e quella cristiana) e da una donna lasciva (i piaceri sensuali) che cercano di distrarlo dal suo cammino predestinato, e quindi lo conduce attraverso l’inferno ed il purgatorio fino al paradiso, salendo la scala dorata fino all’empireo. Come è evidente, anche se mancano le finalità escatologiche e filosofiche che Dante inserisce nella sua opera, molti elementi che Dante utilizzerà sono presenti nel testo arabo . Come comprensibile, fin dalla prima uscita la tesi di Asìn Palacios non trovò credito in Italia e per molti anni venne rigettata e misconosciuta. In pratica, lo studioso iberico basava la tesi che Dante avesse ampiamente ispirato alla tradizione medievale islamica la sua Commedia, sul fatto che tali tradizioni erano molto note nell’occidente medievale europeo. Inoltre, Dante aveva probabilmente conosciuto le fantastiche elaborazioni popolari del versetto coranico, come ampiamente provato dalle similitudini rinvenibili nei due testi, a partire dalla costruzione architettonica e finire nella visione della Luce Divina. Nel 1949 un elemento significativo ulteriore venne portato alla luce tramite la ricerca di un orientalista napoletano, Enrico Cerulli, che riuscì a trovare due traduzioni medievali del “Libro della Scala”: il “Livre de l’Eschiele Mahomet” e il “Liber Scalae Machometi”, rispettivamente conservati nella Bodleian Library di Oxford e nella Bibliothèque Nationale de France di Parigi. La traduzione in francese ed in latino, oltre che in castigliano, venne curata a Toledo da un notaio senese, certo Bonaventura, presente a quell’epoca alla corte di Alfonso X il Saggio. Queste versioni sono in latino e francese, mentre la traduzione in castigliano ci è pervenuta solo attraverso il riassunto di un frate spagnolo, Pedro Pasqual, testo che ebbe una grande diffusione alla fine del Duecento Cerulli non si limitò a reperire e pubblicare i testi. In uno studio molto approfondito cercò riferimenti al testo islamico in vari manoscritti trecenteschi, trovando numerosi riscontri e documentando quindi la diffusione del lavoro originale. In questo modo il Cerulli trova l’anello mancante, il trait d’union fra “Il Libro della scala” e la Divina Commedia . La ricerca di Cerulli del 1949 e la successiva pubblicazione dei manoscritti duecenteschi stimolò tutta una serie di riflessioni critiche che condussero a ritenere plausibile l’ipotesi di contaminazione della Divina Commedia sul modello arabo. Ma il concetto di plausibilità non poteva permettere di affermare con certezza che Dante avesse trasferito il modello del “Libro della Scala” nella sua opera. È invece più veridico che il nostro Poeta, che si è formato nello studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa, della latinità classica, primo fra tutti Virgilio, e della mitologia greco latina, abbia potuto trarre ispirazione anche dalla tradizione popolare araba o direttamente (ed è comunque da provare) o indirettamente attraverso qualche opera intermedia che non conosciamo. Negli anni ’90, anche in seguito ad una critica con impianto più rigoroso, si giunse a conclusioni più realistiche e meno partigiane. Quando due culture entrano in contatto, come accadde tra quella islamica e quella medievale europea, le idee, i vocaboli, i concetti di una si intrecciano a quelli dell’altra. Questa che potremmo definire, modernamente, liquidità creativa impronta l’epoca di Dante ed influenza la sua produzione letteraria sia a livello lessicale, filosofico (la lezione aristotelica di Averroè ed Avicenna): in una parola ideativo. Se esaminiamo le similitudini fra la Commedia ed il Libro della Scala, queste appaiono notevoli. Oltre l’impianto architettonico, ad esempio, la presenza dei tre elementi disturbanti all’inizio e le tre fiere; la guida soprannaturale, l’Angelo Gabriele e Virgilio. Forse uno degli elementi più inquietanti è la similitudine delle pene secondo la legge del contrappasso: ad esempio, ai dannati colpevoli di portare “discordia tra le genti” vengono tagliate le labbra con forbici infuocate (Libro della Scala, cap. LXXIX) mentre i “seminatori di scandalo e scisma” nella nona bolgia vengono mutilati con la spada. Man mano però che saliamo verso il Paradiso le similitudini si attenuano. La materialità dei supplizi islamici poteva costituire un modello per l’Inferno, e quello immaginato da Dante in particolare. Ma la sensualità e la umanità dei piaceri del Paradiso di tradizione coranica mal si conciliavano con la visione cristiana, punto di riferimento e colonna portante della Commedia. Rimane solo il concetto di Luce intesa metafisicamente. Del resto, Dante ha ben presente nei Vangeli, la visione luminosa di Dio come nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù di fronte ai discepoli (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36). Ma Dante in questo caso utilizza un espediente che usa spesso quando descrive fenomeni non facilmente spiegabili razionalmente. Ci dice che di fronte a tale luce abbacinante perde la vista e questa Luce non cade più sotto il senso della vista ma viene percepita con il cuore: lo stesso espediente viene utilizzato nel “Libro della Scala”. La critica odierna tende quindi a riconoscere che Dante adoperò le sue conoscenze per dare sfogo alla sua esigenza di trasmettere i suoi sentimenti di amore e libertà ai suoi lettori. Fornì quindi tutta una serie di informazioni, in modo più o meno velato, in modo che solo i suoi lettori più colti ed introdotti nel simbolismo proprio dell’élite culturale, potessero comprendere il suo messaggio pienamente. Gli altri non iniziati potevano leggere, godere della poesia, ma si fermavano solo ai primi livelli, quelli letterale e didattico. Ma a chi dunque era diretto il messaggio d’amore massimo nascosto nei versi? Forse ai Fedeli d’Amore, i Poeti del Dolce Stil Novo, amici, compagni, fratelli con cui aveva a lungo discettato su questi temi e condiviso una gran parte della vita. Il Valli ricostruisce un vero e proprio linguaggio criptico attraverso il quale Dante comunicava il suo pensiero solo a chi era in grado di intenderlo. Come è noto, i Fedeli d’Amore professano l’amore verso la Sapienza (la Santa Sofia), l’umanesimo delle arti, delle lettere e delle scienze, il Rinascimento dell’Uomo. Secondo i Fedeli, gli imperi assolutistici e i governi di stampo religioso devono cadere ed è necessario costruire una comunità universale degli uomini “cortesi”, dove solo la saggezza, il buon governo, l’amicizia, le scienze e le arti siano alla base della sconfitta del potere assoluto e della rinascita definitiva dopo le tenebre dell’Età più oscura. Questa interpretazione, non da tutti condivisa, apre ampi squarci esoterici nel velame che avvolge i versi danteschi. Certo quello che oggi dobbiamo riconoscere è che Dante era uomo del suo tempo, con i pregi ed i difetti dei suoi contemporanei. Resta però indubbio che la sua apertura culturale non era limitata da barriere religiose o regionalistiche. Pur essendo profondamente cristiano non amava affatto la Chiesa temporale e le sue pastoie. Nel Duecento si poteva dunque guardare oltre Tevere ed affacciarsi sul mondo, senza tenere conto di zavorre: la modernità di Dante è quindi nell’aver colto nelle varie culture la simbologia che gli era necessaria per dar corpo al suo sentire, ed aver trasfuso in essa la sua arte. Poco importa da dove ha tratto ispirazione, ha fatto sue le idee e le ha rese immortali con la sua arte.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’.LUIGI PORTALONE

Tratto dalla RIVISTA HIRAM 3/2020

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