VITTORIO ALFIERI


VITTORIO ALFIERI (Asti 1749 – Firenze 1803)
Nacque da antica e ricca famiglia patrizia. Rimasto orfano di padre molto piccolo, la madre, di stirpe savoiarda, all‟età di 10 anni lo inserì nell‟ Accademia Militare di Torino, dalla quale uscì nel 1766 con il grado di porta insegna del reggimento provinciale di Asti. Secondo quanto lui stesso scrisse, questi otto anni di vita militare furono “d’ineducazione e di sofferenze” per la mancanza di libertà e per la ferrea disciplina, stile di vita che era in netto contrasto con il suo carattere, già allora ribelle alle imposizioni delle tradizioni ed ai pregiudizi del tempo. Congedatosi precocemente, approfittando del patrimonio di famiglia, iniziò a viaggiare, prima in Italia, poi all‟estero: Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Germania e Russia. Non si trattò di viaggi di studio o di cultura, ma, come lo definì lui stesso, il suo viaggiare era “molto simile ad un inquieto vagabondaggio”. Ritornò a Torino nel 1772 ed iniziò a frequentare teatri e letterati; lesse Rousseau, Montesquieu, Voltaire, e trovò in questi filosofi la spiegazione generica alle sue insofferenze nei confronti dell‟ambiente politico, sociale e culturale, sia piemontese sia europeo, ad eccezione di quello liberale inglese, tanto da “piangere di dolore e di rabbia,… per essere nato in Piemonte, ed in tempi e governi ove niuna altra cosa non si potea né fare né dire, ed inutilmente appena si poteva sentire e pensare”. Cominciò a farsi strada in lui il concetto che le monarchie, illuminate o meno, rappresentano un ostacolo insormontabile alla libertà personale, quella libertà in nome della quale aveva già rifiutato la carriera politica a lui destinata date le sue nobili origini; il suo più intenso istinto giovanile fu quello di difendere la sua “beata indipendenza”. Il suo genio letterario si manifestò nel 1775 con la rappresentazione della sua prima tragedia: “Cleopatra”. Quantunque il pubblico avesse accolto con applausi le prime due rappresentazioni, l‟Alfieri non volle che fosse messa in scena una terza sera, comprendendo che il successo era effettivamente superiore ai pregi del lavoro. Da allora iniziò un periodo di intenso studio e di traduzioni, soprattutto dal latino, che durò fino al 1790, per recuperare quella educazione letteraria che aveva ricevuto insufficientemente prime tra le mura domestiche, poi nell‟accademia militare. E‟ dalla lettura di Plutarco che l‟Alfieri deriverà in gran parte l‟ideale umano ed eroico della sua vita e delle sue tragedie, che frattanto si affacciavano confusamente al suo spirito. Lesse Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, e tradusse le tragedie di Seneca. Nel 1777 fu in Toscana nel tentativo, come lui stesso disse, di “spiemontizzarsi”, ed avvezzarsi a “parlare, udire, pensare e sognare in toscano, altrimenti mai più”; ed a Firenze incontrò quella che doveva essere la compagna definitiva della sua vita, Luisa Stolberg, contessa d‟Albany, moglie di Carlo Edoardo Stuard, pretendente al trono d‟Inghilterra. Durante il suo soggiorno toscano abbozzò le tragedie “Filippo”, “Polinice”, “Antigone”, “Agamennone”, “Oreste”, “Don Garzia”; nel 1787 stese il suo trattato “Della Tirannide”, nel quale evidenziò tutto il suo dissenso nei confronti della monarchia, augurandosi che questa manifestasse quanto prima tutta la sua ferocia, perché “quanto più reo e scellerato è il tiranno, quanto più oltre spinge manifestamente l’abuso dell’abusiva sua illuminata autorità, tanto più lascia egli a sperare che la moltitudine finalmente si risenta, e che ascolti ed intenda e s’infiammi del vero, e ponga quindi solennemente fine per sempre a un così feroce e sragionevol governo”. Ma le leggi piemontesi obbligavano di sottoporre i libri da stampare all‟approvazione della censura, ed inoltre era necessaria una licenza scritta per assentarsi dallo Stato; lo spirito ribelle dell‟Alfieri gli fece prendere la decisione di liberarsi definitivamente e completamente da tali vincoli: fece dono di tutti i suoi averi alla sorella Giulia, riservando per se solo un piccolo vitalizio e lasciò il Piemonte, fissando la sua dimora in Alsazia, dove la stabilità sentimentale e la tranquillità pratica stimolarono la sua più intensa produzione letteraria con la stesura di diciannove tragedie. Nel 1789 era a Parigi, quando lo sorprese la rivoluzione francese, di cui cantò le promesse e le speranze di libertà nell‟ode “Parigi sbastigliata”, nella quale condannò il regime di terrore della monarchia francese, e giustificò le violenze della rivoluzione quali espedienti necessari al consolidamento della libertà. Ma la delusione non tardò ad arrivare, e nell‟agosto del 1792, dopo la decapitazione di Luigi XVI, fuggì da Parigi per ritornare a Firenze, profondamente trasformato e privo di fiducia nelle rivendicazioni della borghesia, che definirà “la nuova plebe”. Egli non riconobbe più nel nuovo corso storico la libertà alla quale aspirava, che era la libertà interiore e di pensiero. L‟arrivo dei Francesi in Toscana nel 1798 rinvigorì il suo odio verso la Francia e verso i “liberti fatti tiranni”. Non si allontanò più da Firenze, dove morì l‟otto ottobre 1803 e dove riposa nella chiesa di Santa Croce. L‟Alfieri ebbe un ruolo non solo nelle arti e nelle lettere attraverso i suoi numerosissimi componimenti, ma anche nella storia d‟Italia; con le sue opere contribuì a risvegliare negli Italiani l‟amore per la libertà e a dare loro una coscienza nazionale, sì che dai patrioti e liberali italiani fu considerato il padre della vera italianità. Vittorio Alfieri era stato iniziato massone alla Loggia “Della Vittoria” all’Oriente di Napoli nel 1782.

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