ANGELA CAPURSO – LA SARDEGNA

 Angela Capurso

Se una settimana appare un tempo troppo breve perché un luogo possa rivelare quello che ha da dire, occorre tener conto che ogni viaggio si dilata tanto nella sua dimensione pregressa quanto seguente, con effetti di lunga durata al rientro in termini di conoscenza, memoria e nostalgia. Il mio pre-viaggio in Sardegna, invisibile spinta al viaggio stesso, è cominciato da un libro. Lettura duale e dinamica, quasi a corrente alternata, quella che oggi adotto, come molti. Direi un lungo itinerario intrapreso a casa: ho lasciato che le immagini richiamate dalla prosa letteraria di Michela Murgia (Viaggio in Sardegna, Undici percorsi nell’isola che non si vede, Milano 2014) entrassero in contatto con altre immagini che scorrono sul monitor, in risposta alle richieste di informazioni sulle compagnie di navigazione, la storia e le foto delle località, le strutture e le disponibilità alberghiere, viabilità e tempi di percorrenza.

Durante il pre-viaggio si vagliano varie ipotesi alla luce di criteri di scelta univoci e razionali, mentre resta sempre prioritario il desiderio di ciascuno. Oltre al fantasticare sulla carta geografica e stradale, il modo alternativo di viaggiare senza fastidi è lasciarsi condurre dai libri di viaggio. Il libro a cui mi affido non suggerisce itinerari, ma undici parole-battistrada per la ricerca di altrettante piste di conoscenza, con luoghi e testimonianze da ritrovare un po’ sparsi tra le regioni storiche sarde. “Undici” , mi sono detta, “non sarà che è proprio il numero dei giorni del percorso degli iniziati al culto della Gran Madre?” Non c’è terra in cui silenzio e mistero siano connaturati come in Sardegna.

Dopo alcuni mesi, finalmente, il viaggio. Rileggo le pagine del diario di D. H. Lawrence, Mare e Sardegna, (1921, rist. Nuoro 2000 e Milano 2007): lo scrittore ha colto, durante la sua visita di appena nove giorni, l’anima di una terra e le relazioni con il mare che la circonda.

La lunga traversata in nave Napoli/Cagliari – complice il beccheggio a contatto con la superficie instabile del mare – dà l’esatta percezione che ci dirigiamo verso un’isola ontologicamente mediterranea, terra essa stessa e perno tra le terre, che gustiamo la giusta attesa dell’arrivo, mentre le prime luci del mattino disegnano i profili aguzzi di rocce color arancio, refrattarie all’azione del vento e dell’acqua, e che tocchiamo il suolo accolti in un porto, il meno frettoloso tra gli abbracci di benvenuto.

L’itinerario si snoda a partire dall’entroterra, dal cuore di roccia e granito del Gennargentu e del Sopramonte. Da Nuoro percorriamo la Barbagia con il bus lungo una strada che asseconda i fianchi di colline a vigneto e vallate. In silenzio. Tra panorami di granito. Lo spettacolo della natura triumphans ci rapisce: forre e cigli selvaggi coperti di lecci, ginepri, roverella per inerpicarsi fin sotto le cime quasi dolomitiche di Oliena, che fa da quinta al paesaggio. Lungo la strada provinciale 58 – da evitare la 22 non messa in sicurezza e priva di segnaletica – s’avverte un’atmosfera di trepidazione e di all’erta mentre ci si addentra nella regione storica barbaricina. Non è un caso che i Romani, con il più formidabile esercito della storia, abbiano rinunciato più che alla conquista, alla penetrazione culturale, lasciando il territorio in balia degli indigeni, ai loro occhi barbari.

La storia costituzionale e amministrativa della Sardegna ha vissuto il periodo più glorioso durante l’epoca dei Giudicati (sec. XI-XV), ma con la legge delle Chiudende (1820), avversata da gran parte della popolazione, ha inizio una fase di grave crisi e lotte per la trasformazione del sistema di sfruttamento collettivo del suolo in proprietà privata. La parcellizzazione delle terre e la crescita demografica divengono inconciliabili. Con lo stato piemontese e poi con quello italiano, i rapporti non trovano sempre equilibrio. La disubbidienza civile, spesso dettata da provvedimenti invisi o male accolti, sfocia nella reazione del banditismo sardo.

Vengono in mente i sequestri, le latitanze, le faide familiari, gli assassinii. Nomi come Graziano Mesina, i fatti di Santulussurgiu, del sacerdote don Graziano Muntoni e numerosi altri suonano minacciosi e inducono di solito il forestiero ad assumere un atteggiamento cauto e rispettoso per celare un più recondito e guardingo sospetto. Sarà una copia sbiadita della sensazione provata dai viaggiatori del Grand Tour nel Mezzogiorno, timorosi e al tempo stesso attratti dal Fra’ Diavolo di turno e dal cliché del sud/terra di banditi, mi viene da pensare.

La strenua difesa dell’identità territoriale rispetto ad altro portato dal mare, ha fatto sì, come spiega Michela Murgia, che la comunità barbaricina si sia dotata di un codice di comportamento fondato su norme non scritte, a partire dall’età nuragica. Mi vengono in mente i bellissimi confronti letterari di Ismail Kadarè su Eschilo e la vendetta (Eschilo il gran perdente, Nardò 2008) e la scoperta, da parte mia, del Kanun delle montagne albanesi. In effetti a ben leggere, qualcosa in comune con la storia della mentalità barbaricina, segno di radicata continuità della civiltà nuragica, esiste, specie nella concezione del valore della balentìa, “la virtù che consente all’uomo barbaricino, al pastore barbaricino, di resistere alla propria condizione, di restare uomo, soggetto, in un mondo implacabile e senza speranza nel quale esistere è resistere” (Antonio Pigliaru, Il codice della vendetta barbaricina, Milano, 2003, rist.).

Chi porta con sé in viaggio l’ingombrante fardello del pregiudizio, facendo della persona valente il ritratto di un uomo cupo, ostile e vendicativo, dovrà ricredersi e arrendersi dinanzi ad un’accoglienza tutt’altro che ombrosa, come quella che abbiamo ricevuto a Oliena, dove, in un luogo suggestivo e che vale tutto lo sforzo per raggiungerlo (non con l’autobus), abbiamo trascorso la più ospitale delle serate e, al mattino, il più panoramico dei risvegli.

Certo, nella omogeneità culturale delle società globali, il viaggio come ricerca di alterità, lungi dall’essere un faro spento, ne rappresenta, al contrario, una forte spinta. L’alterità dell’Italia interna, dei margini, dei borghi e dei paesi alimenta un turismo meno turistico, che non deve rischiare di divenire anch’esso turistico, pena la perdita dell’autentico. Il viaggiatore attento sa accorgersi della folklorizzazione delle tradizioni e tanto meno si accontenta dei “teatri di cartapesta” dei villaggi turistici o di paesi “non-paesi”, come Porto Cervo, che resta in letargo buona parte dell’anno per poi riprendere la sua happy vita stagionale.

È in paesi come Orgosolo e Oliena, per citare solo i luoghi attraversati con l’idea di rubare un po’ del loro cuore, che distingui con chiarezza la percezione di essere altro rispetto all’Italia che c’è in noi. L’intento didattico – non posso farne a meno – è quello di chiarire rigorosamente la distinzione tra tradizione e atto folkloristico. Il costume tradizionale, ad esempio (e questo avviene sempre meno anche nei paesi lucani più remoti), è indossato per se stessi e non per sfilate ad uso dei turisti. Le donne più anziane si affacciano sulla soglia della loro casa o escono dalle auto avvolte in neri mantelli dalle lunghe frange. Penso a quanto dolore alcune di loro hanno provato. Se si incrocia il loro sguardo, avverti la rapidità di un lampo. Lungo una scalinata una epifania: come Parche silenziose riempiono della loro ieratica e solenne presenza alcune orgolesi, con ampie gonne e mantelli neri. Una scena da fermo immagine. Non da meno gli uomini, di tutte le età, che non calcano più il copricapo dalla foggia singolare, ma i pantaloni di velluto nero a coste sono per vecchi e giovani, estate e inverno, come la tenuta dei giovani cavalieri incontrati lungo il corso Repubblica, pronti per gareggiare nei palii di S. Pietro e di S. Maria Assunta o nel Palio di Oliena (Su Palu de sos Vihinados). Se anche non sono più opera degli abili tessitori sardi, i maistos de pannos, non ha importanza, sta di fatto che rappresentano un capo d’abbigliamento del tutto normale e consueto.

Nella piazza di Orgosolo intitolata a Don Graziano Muntoni, il sacerdote ucciso nel 1998, all’ingresso del centro storico, il primo incontro con una lingua arcaica mette a dura prova ogni mia velleità di seguire le conversazioni dei bambini che giocano e dei passanti. Una forma di alterità si rivela anche nel tenace rispetto della lingua degli avi. Da quel punto dell’abitato, l’attenzione dei visitatori è catturata da una straordinaria fioritura di murales di contenuto civile, politico e storico, sui temi della giustizia e della pace, declinati a livello locale, nazionale e internazionale. Le strade, i vicoli, le piazze di Orgosolo rappresentano il più esteso e articolato libro di storia ed educazione alla cittadinanza all’aperto. La gente del posto sembra non farci più caso, nonostante i murales siano stati realizzati a partire dal 1969 con la partecipata condivisione tra il proprietario della casa e l’artista che individua e sceglie una porzione delle pareti esterne per esprimere il tema che ha ispirato la sua arte. Concedere come supporto fisico alla pittura le mura perimetrali rivolte all’esterno è, a mio avviso, una forma di assenso ideologico e fratellanza d’intenti. E non c’è nulla di più sacro della propria casa.

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