LA QUESTIONE ROMANA – I PATTI LATERANENSI

LA QUESTIONE ROMANA – I PATTI LATERANENSI

Entrati in Roma gli eserciti italiani per la Breccia di Porta Pia e insediatosi il primo governo nazionale, alla frase «A Roma ci siamo e ci resteremo» subito fecero seguito atti regolari politici e amministrativi e, prima di tutto, nel desiderio di una conciliazione ancora lontana con l’Autorità spodestata, fu votata la legge delle guarentigie, che, tra tante altre disposizioni, garantivano onori sovrani al Pontefice  e piena libertà nell’esercizio delle sue funzioni religiose e spirituali. Pio IX — è impossibile dire se per propria volontà o per pressioni della Curia — non accettò e diede origine alla leggenda del povero prigioniero nella misera dimora del Vaticano, che fu fonte di una notevole speculazione psicologica e finanziaria presso le popolazioni cattoliche straniere con abbondante afflusso di oro all’obolo di S. Pietro. Il Pontefice dalla sua prigione con l’invocazione di aiuti stranieri, non mancò di lanciare scomuniche è gravissime minacce contro gli usurpatovi, come già aveva fatto quando gli furono tolte altre regioni dello Stato pontificio e come fecero parecchi pontefici contro la Massoneria, indotti da motivi politici, non religiosi. Ma questi provvedimenti non influirono sulla vita normale: se ne ebbe una prova nella elezione a Sindaco di Roma di Ernesto Nathan, ebreo e capo della Massoneria italiana di Palazzo Giustiniani.

In Italia il contegno della Chiesa e i provvedimenti della Curia non ebbero ripercussioni drammatiche, sia per l’antica avversione al papato in tutte le regioni della penisola, sia perché esito degli avvenimenti appariva a tutti naturale e fatale, sia anche perché i cittadini potevano

seguire liberamente i loro doveri di coscienza e nello stesso tempo adattarsi ad un respiro più ampio  nella Nazione, finalmente unita dall’ Alpi alla Sicilia.

Si sa: i fatti particolari, importanti per sé nello spazio e nel tempo è secondo la parte e la figura degli attori, perdono di interesse nello svolgersi sempre più ampio della vita e dei rapporti nel mondo. La questione romana, incominciata dopo l’occupazione di Roma è protrattasi per oltre cinquant’anni, nonostante vari tentativi di conciliazione, andò però col tempo via via scemando di asprezza e a poco Aa poco estinguendosi nella realtà Senza entrare in particolari, cosa che riuscirebbe qui troppo lunga e inutile, nei cinquant’anni che seguirono all’entrata delle forze e dei poteri regolari nazionali in Roma, le ostilità si attutirono è da parte della Chiesa se ne videro le prove colla fondazione del partito popolare, col consenso ai cattolici di partecipare alla vita pubblica e alle elezioni abbandonando nei fatti l’intransigenza è la commedia della prigionia del Pontefice in Vaticano.

Intanto lo Stato italiano, nonostante l’enorme difficoltà di adattare alla vita di grande nazione la mentalità di uomini abituati a più ristretti problemi regionali, nonostante le crescenti difficoltà economiche, politiche, sociali, internazionali, si andò sviluppando in modo meraviglioso, tantochè nel primo quindicennio del secolo la carta moneta italiana valeva come oro negli scambi internazionali. E crebbe l’audacia con l’ambizione di conquiste coloniali, con la guerra libica e

infine, tra accanite lotte di partiti, di tendenze tra interventisti e filotedeschi e neutralisti, con la partecipazione dell’Italia alla I guerra mondiale, scatenata dalla Germania con il consenso dell’Austria, accanto all’Inghilterra e alla Francia per liberare dalla dominazione austriaca le terre ancora irredente del Trentino, dell’Alto Adige, della Venezia Giulia.

La Chiesa fu nella contesa favorevole all’Austria e il papa del tempo parlò dell’inutile strage, frase atta a indebolire la resistenza. Ma a Vittorio Veneto la guerra fu conchiusa vittoriosamente e gli scopi principali furono raggiunti.

Ma, come sempre accadde, le guerre sono e furono allora disastrose: le promesse di benessere non potevano essere mantenute; crebbero le difficoltà della vita quotidiana; centinaia di migliaia di morti si contavano e altrettante di reduci mutilati; aumentò la disoccupazione. Furono tutte cause di tale scompiglio, di tali disordini pubblici continui, che, sebbene nel 1921 il trasporto del milite ignoto a Roma sembrasse segnare una tregua al disordine generale, diedero l’avvio ad una reazione, promossa e stimolata da un uomo intelligente, ma niente scrupoloso, tribuno da piazza, prima socialista rivoluzionario, poi interventista facinoroso, dopo la guerra promotore del movimento che prese il nome di regime fascista che, dopo violenze inaudite ad opera di squadracce bene armate e protette, pervenne al potere, trasformando lo Stato costituzionale in dittatura, causa per un ventennio di tanti guai.

Come accolse la Chiesa l’impensato avvento del fascismo, che appariva e fu di fatto per così lungo tempo l’espressione dell’anti Risorgimento e tutt’altro che disposto, per temperamento del capo e spirito violento dei gregari, ad ossequiescenza alla Madre Chiesa? Da principio infatti la condotta e i clamorosi discorsi del dittatore, la mancanza di scrupoli religiosi e politici e le affermazioni ideologiche destarono una prudente diffidenza, ma col tempo, attenuati i contrasti, più per opportunismi che per convinzione, Papi e Segretari di Stato cercarono di trarre il massimo beneficio dalla nuova situazione e vi riuscirono.

Dopo lunghe e discrete trattative 1’11 Febbraio 1929 tra il regime fascista, rappresentante dittatorialmente dello Stato italiano, e i rappresentanti della Curia romana furono stipulati i Patti Lateranensi, comprendenti un trattato e un Concordato. Il Trattato stabiliva il riconoscimento definitivo di Roma capitale del regno d’Italia e la rinuncia ad ogni diritto territoriale su di essa e la creazione della Città del Vaticano come Stato dove la Chiesa esercitasse con piena indipendenza religiosa, politica, giuridica su tutto il mondo cattolico e nei rapporti con tutti gli altri Stati. Il Concordato comprendeva una quantità di clausole destinate a stabilire i rapporti tra lo Stato italiano

e la Città del Vaticano.

E proprio il Concordato che riaprì l’antica controversia e, direi, l’insanabile avversione tra l’Autorità civile e quella ecclesiastica. La Chiesa pretese troppo e l’altro contraente, non certo per spirito religioso, ma per sperati vantaggi politici all’interno e all’estero, cedette in tutto.

Se ne videro presto le conseguenze in un conflitto aperto che si manifestò da una parte e dall’altra, quando il Capo del regime e dello Stato italiano, davanti a sempre nuove pretese della Chiesa in ogni campo della sua multiforme attività non soltanto spirituale, in un discorso alla Camera, per abbassare la superbia della religione cattolica e ad evitare che il carattere sacro della ” città eterna (come era stabilito nel Concordato), fosse conferito solo in omaggio alla Sede Vescovile del Sommo Pontefice, disse arrogantemente: «Questa religione è nata nella Palestina, ma è divenuta cattolica in Roma. Se fosse rimasta nella Palestina, molto probabilmente sarebbe stata una delle tante sette che fiorivano in quell’ambiente arroventato, come ad esempio, quelle degli Esseni e dei Terapeuti e molto probabilmente si sarebbe spenta senza lasciar traccia».

Le affermazioni della Chiesa, che riecheggiavano pensieri dell’anno mille, non erano meno aspre. In una lettera di Pio X al Cardinal Gasparri era scritto: «… per tal riguardo la Chiesa deve prevalere allo Stato, il quale, se ha l’autorità da Dio come autore della natura, ha per fine immediato il benessere solo terreno e temporale…»

Infatti le disposizioni del Concordato tendevano e tendono a determinare ed imporre l’ingerenza della Chiesa nella famiglia, nella scuola, nelle organizzazioni sociali, che dovrebbero rimanere di assoluta competenza dello Stato.

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