LA VIA LAICA DELLA TOLLERANZA

La via laica alla tolleranza

di Bent Parodi di Belsito

Giornalista

Il mondo brucia sull’orlo di un abisso senza fondo, roso da un’entropia

fatale. Inquinamento progressivo, sia fisico che morale, globalizzazione, fondamentalismi riemergenti, sono la minaccia più evidente per il futuro della civiltà. Sembra proprio che l’uomo non voglia comprendere la lezione della storia; al dialogo si preferisce il vieto costume delle contrapposizioni ideologiche. Il demone dell’intolleranza si aggira spettrale in ogni parte del pianeta. Sembrano smarrite le chiavi della ragione e del buon senso. Eppure l’uomo d’oggi, frantumato e depotenziato, non ha alternative: perire o sopravvivere, ridursi ad una larva o trasformarsi in superuomo capace di gettare le basi per un nuovo umanesimo, per una rinascenza dei valori perenni.

Urge un surplus di saggezza, uno scatto d’orgoglio che non può che originarsi dalle nostre radici europee. Oggi si parla tanto dell’Unione come possibile ago della bilancia nel complesso scacchiere internazionale; nella generale “confusione delle lingue” le nazioni del vecchio continente sono in grado di svolgere un ruolo di equilibrio e moderazione perché hanno almeno una base comune di reciproca comprensione. E questa capacità di intendersi ha cause ben evidenti, fondate su comuni esperienze di percorso spirituale.

Più volte in tempi recenti il Papa ha lamentato il mancato riferimento nella Costituzione europea al cristianesimo come collante delle genti di Eurolandia. Giusta esternazione, ma al di là di ogni giudizio retrospettivo occorre precisare che molteplici fattori hanno concorso alla formazione di una comune coscienza europea.

Come non ricordare, ad esempio, l’Illuminismo e le grandi rivolte sociali che hanno dato vita agli impulsi riformistici e democratici con la nascita degli Stati laici? Ma si tratta pur sempre di spiegazioni parziali. Chiediamoci: che cos’è che fa sì che popoli così diversi per storia nazionale possano capirsi, cos’è che unisce finlandesi, svedesi, polacchi a francesi, italiani, spagnoli. La risposta è una sola: la comune forma pensiero che ci viene dal pensiero ellenico.

Non ce ne rendiamo conto nella vita e nella prassi quotidiane, ma noi siamo ancor oggi Greci; da essi abbiamo ereditato, una volta e per sempre, le categorie aristoteliche, il Logos platonico: in una parola, le fondamenta del pensiero scientifico. Si badi bene, la ragione discorsiva

e analitica ha certo i suoi meriti, ma anche dei limiti. Nel rigettare la dimensione mitica, essa ha rimosso la conoscenza simbolica senza la quale non sarebbero comprensibili le più antiche civiltà, la stessa coscienza olistica della realtà. Ciò perché il nostro comune modo di ragionare è fortemente selettivo e non sintetico, parcellizza i saperi moltiplicandoli in modo esponenziale e ponendo le premesse per la diaspora delle discipline.

E tuttavia il cosiddetto pensiero razionale, pur rappresentando solo una modalità della conoscenza, ha prodotto ciò che va sotto il nome di civiltà moderna. Pur con tutti i suoi limiti dobbiamo ad essa l’affermazione dei valori laici che in Grecia hanno avuto la loro prima culla nelle agorà delle poleis che videro l’alba della democrazia. Ed è esattamente a queste coordinate spirituali che dobbiamo rapportarci nel tentativo di superare la grande crisi del nostro tempo.

A questo punto sarà utile in linea preliminare una messa a punto degli àmbiti semantici sottesi alla nozione di “laico”. Il greco laikòs è aggettivo dipendente dal termine laòs, “popolo”: dunque, “che appartiene al popolo”. Il vocabolo risale probabilmente all’accadico le’u, parola equivalente a “valoroso”, “capace”, “bravo”, che in Mesopotamia classificava una parte qualificata del popolo.

Il significato originario di laikòs in Grecia era quello di privato cittadino senza cariche pubbliche, poi si contrappose a klerikòs assumendo il senso moderno di “non ecclesiastico”.

In Francia e in Italia durante l’Ottocento, con uno sviluppo semantico l’aggettivo ha assunto nuovi significati, legati alle vicende storiche e sociali dell’epoca. Da allora laico si contrappone a confessionale, è propriamente chi vuole la separazione fra Chiesa e Stato, la libertà di culto e di critica alle confessioni religiose.

Nel senso originario lo ritroviamo in giudice laico della Corte di Assise, cioè magistrato non togato il cui nome è stato estratto a sorte fra il popolo (laòs). Così anche i membri laici del Consiglio superiore

della Magistratura, perché eletti dal Parlamento, rappresentante del popolo. Acclarati i risvolti filologici, esaminiamo nel merito il significato odierno e consacrato di laicismo che ci risulta evidente per la nostra formazione di uomini liberi e scevri da pregiudizi ideologici. E dunque

non abbisogna di particolari commenti. Essere laici equivale ad avere una visione aperta e flessibile della vita e dei rapporti sociali, in contrapposizione a qualsiasi atteggiamento dogmatico e di cieco fideismo. Ogni costruzione laica è di per sé garantista, rifiuta le certezze

definitive come pericolose ed assicura a ciascuno il pieno diritto ad ogni equilibrato dissenso. In breve, nell’accezione comune laicità e democrazia fanno tutt’uno. All’opposto è la considerazione fondamentalista del mondo; tutti ricordiamo il famigerato motto nulla salus extra ecclesiam, ovvero “non c’è salvezza al di fuori della Chiesa”. Senza voler entrare nel merito dell’altissimo messaggio del Vangelo cristiano è giusto riconoscere il rischio integralista insito in ogni monoteismo storico. La fede attiene alla dimensione intimistica del credente, il sacerdozio organizzato tende inesorabilmente a disciplinarla in griglie rigide. Si potrebbe citare al riguardo un antico detto delle Upanis³ad indù: “Laddove nasce una chiesa lì muore la religione” (e meglio sarebbe parlare di religiosità). L’affermazione è forte ma è innegabile che essa ha un fondamento di indiscutibile verità.

Il laicismo è per sua natura intriso di pluralismo e quindi rispettoso delle diversità, la sua peculiare dimensione è politeistica, in senso ovviamente simbolico, nel segno della psicologia archetipica e funzionale, esemplarmente teorizzata da James Hillman. Gli dèi, infatti, non sono che aspetti particolari dell’anima e non realtà oggettive, benché pienamente rappresentabili nei processi dinamici della Natura. Essi non contraddicono, bensì integrano l’idea dell’unico Assoluto di

là da ogni forma sensibile. Hanno un eminente carattere simbolico.

Tutto ciò sfuggì ad una corretta interpretazione allorché la religione greco-romana fu sopravanzata dall’emergente cristianesimo. Perdute le coordinate simboliche, intese come forma infantile e mendace della creatività dello spirito, i Padri della Chiesa per imporre il culto dell’unico Dio cristiano decisero di fare tabula rasa. Giacché gli antichi avevano divinizzato in ogni suo aspetto la natura, decisero di demonizzarla, perché responsabile dei processi di nascita e rinascita del mondo dei fenomeni umani e vegetali. I primi cristiani aspiravano alla nascita celeste, non a quella terrena, sicché ancor oggi chi festeggia il proprio onomastico non sa che il giorno di riferimento è quello della morte, e non della nascita, del proprio santo. E della stessa donna, colpevole di far figli, si disse che non aveva anima come si afferma nel Vangelo, poi dichiarato apocrifo, di San Tommaso. La sessualità divenne peccato pressoché imperdonabile nella logica corrente del cristianesimo medioevale. Eppure Talete, il padre della filosofia greca, aveva semplicemente affermato che “tutto è pieno di spirito” (panta plére theòn).

Per superare questa demonizzazione della natura, questa caccia alle streghe, abbiamo dovuto attendere 1200 anni. Soltanto la predicazione

di San Francesco ha colmato la cesura fatale. E dire che solo per un soffio egli non fu dichiarato eretico, al pari del contemporaneo Pietro Valdo, fondatore della Chiesa valdese… E, per la verità, di un cristianesimo autentico e compiuto si può parlare nel mondo moderno solo a partire dalla perdita del potere temporale e, ancor più, con l’avvento dello spirito conciliare promosso da papa Giovanni XXIII.

E ciò vale per l’aspetto storico, oggettivo, delle nostre considerazioni. Ma  sul piano più propriamente teoretico qual è il paradosso, la contraddizione intima di ogni monoteismo? L’aver confuso l’Essere con l’Ente, facendo dell’unico Dio l’Ens mentre gli enti (anche quello supremo) non possono che procedere per molteplicità: l’unità dell’Essere si esprime analogicamente nella moltiplicazione 1x1x1x1x1x1, ecc., che dà sempre uno, mentre l’unità molteplice degli enti è cosa ben diversa e corrisponde in matematica a 1+1+1+1+1, ecc., somma che dà valori progressivamente ben diversi dall’unità.

Si è trattato, storicamente, di una vera “catastrofe metafisica”, ciò che ha fatto sì che l’Essere che porta-ad-essere ogni esistente, dunque di là da ogni ente, sia divenuto tutt’uno con l’Esistente, quale valore assoluto. L’esistenza, invece, discende dal latino exsistere, “emergere, uscire fuori da”, e – rispetto all’Essere – è paragonabile ad un’onda (o a una serie di onde) che increspa il mare per lasciarlo alfine in stato di quiete, quello proprio dell’Essere. L’ex-sìstere, oltretutto, presuppone una successione logica (e non cronologica) che fa dell’Essere, in quanto tale, solo un precedente dell’esistere. “Ciò che è” non equivale necessariamente a “ciò che esiste”, le due affermazioni possono coincidere, ma anche non coincidere. Già la definizione ontologica è di per sé monca. In verità si va ben oltre, il monoteismo religioso sembra aver dimenticato i grandi mistici, l’insegnamento di Platone e di Plotino secondo i quali l’Assoluto è “al di là dell’Essere” (epékeina tés ousìas). La divinità, infatti, è tale solo se supera le frontiere dell’Essere, se essa – insomma – è anche Non-Essere, cioè la “virtualità”, o – come affermava René Guénon – la “Possibilità universale” (nozione, questa, familiare alla metafisica orientale, ma quasi sconosciuta all’Occidente che ha saputo elaborare solo una metafisica dell’Essere, relegando il non Essere a sinonimo di “nulla”, un’aberrazione del pensiero europeo).

A partire dal primo monoteismo storico, quello ebraico, Dio è stato fatto coinci-re esclusivamente con l’Essere: Jahvé, manifestandosi a Mosé sul Sinai, avrebbe detto “Io sono colui che è”, o – piuttosto -rispettando il testo israelitico “l’Essere è l’Essere” (‘Ehieh ‘Aser ‘Ehjeh).

A far data dall’ontologia del roveto ardente, si è andata stabilendo l’equazione Dio-Essere, che successivamente ha influenzato inmodo determinante anche l’intero pensiero filosofico occidentale.

Ben diversamente il politeismo classico e preclassico: nelle sue forme

più pure la presenza di vari dèi non escludeva affatto il principio della divinità unica; una cosa era in Grecia la theòtes (divinità), altra cosa erano i theòi (gli dèi). Nell’antico Egitto era familiare la nozione di nether Ua, il “Dio uno”, l’“Unico che si è fatto milioni” (come affermano i testi

sapienziali). Al di là delle tante figure divine, nel mondo mediterraneo antico si parlava di un theòs àghnostos, un “Dio sconosciuto”, “senza nome”, prefigurazione simbolica della theòtes universale: gli è che per

i Greci tutta la natura – la physis, ovvero il “processo generativo dell’Essere” – era divinità, vita, spirito. Per reazione il Cristianesimo, erede del Giudaismo riformato, demonizzò il mondo naturale: sicché i démoni divennero demòni. Ma il paradosso del Dio-Essere fattosi Ente supremo non ha potuto eliminare di fatto l’esigenza esistenziale delle varie teofanie e ciò perché l’unità della theòtes implica, necessariamente, la pluralità dei theòi, così come l’unità dell’Essere presuppone la pluralità degli Enti. Questo processo, a livello interiore e individuale, si svolge -per dirla con l’iranista Henry Corbin, nell’ambito del mundus imaginalis, il “luogo” privilegiato della psiche ove nascono e si formano le rappresentazioni ideoplastiche che fondano la vita dell’anima. L’insopprimibilità delle epifanie funzionali divine ha coinvolto anche il Cristianesimo con l’istituzione dei numerosissimi santi della Chiesa cattolica, ciascuno dei quali patrono ideale di un’attività peculiare. E con tutto il rispetto dovuto alla nozione della santità è difficile non stabilire un rapporto analogico con gli “dei funzionali” descritti dalla storia comparata delle religioni. Così a stretto rigore il Cristianesimo, che è piuttosto una “triunità modalista” (Padre, Figlio, Spirito Santo) ha ereditato, suo malgrado, la concezione del cosiddetto “paganesimo”. In realtà, da un punto di vista strettamente

morfologico, l’unico autentico monoteismo rigido appare essere l’islamismo, che vieta le immagini divine ed è tutto compreso dall’affermazione del tawhid, ovvero l’unità assoluta di Allah.

Che poi questa religione sia oggi al centro di una tragedia planetaria è tutt’altro discorso e attiene al degrado delle relazioni umane fomentato dalle spinte del neofondamentalismo postmoderno.

In realtà, il mondo sta mutando con ritmi frenetici. A partire dall’annuncio nietzscheano della “morte di Dio” si sta manifestando lo

sgretolarsi di un intero universo culturale e, nell’individuo, di un unico

modello ideale. L’atteggiamento monoteistico va perdendo il suo fondamento; “sembra che sopraggiunga il caos, il dominio del nulla. Per tutti invece si dischiudono i luoghi degli dei e delle dee che ritornano in una varietà di cosmi policromi e policentrici” (si veda Il nuovo politeismo– Miller-Hillman, Edizioni di Comunità, Milano, 1983).

Siamo dunque al collasso della nostra civiltà? Non mancano molteplici e tragici segni premonitori come ci attestano le cronache quotidiane. Tutto è offuscato da una violenza continua. Occorre ripristinare d’urgenza la forza della ragione per ritrovare la solidarietà delle ragioni. Vivere in pace con gli altri non dovrebbe essere impresa impossibile, a condizione ovviamente di correggere e invertire il flusso delle polarità contrarie. Come abbiamo potuto ridurci ad un simile stato di inselvatichimento? Il processo patologico parte, ormai, da lontano con la progressiva massificazione della società planetaria. Valgano le parole d’un grande interprete della sapienza greca, Giorgio Colli (Dopo Nietzsche): […] L’individuo e la collettività si sono allontanati con il trascorrere dei secoli, lungo cammini divergenti, e continuano perciò

ad allontanarsi. Ciò che la collettività si attende dall’individuo, presuppone in lui, è sempre diverso da quello che egli scopre in se stesso come autentico, sorgivo. E chi è qualcosa di più che una formica,

chi vuol lasciare dietro di sé una traccia durevole tra le apparenze, il

suo strascico di cometa o di lumaca, viene frantumato dal mondo umano, non dalla sua ostilità, ma semplicemente dalla sua estraneità, dalle sue regole, dai suoi comportamenti, dalle sue consuetudini.

Nella collettività l’espressione dell’individuo non riecheggia, non rifulge più, è perduta l’armonia del mondo antico […]

Un filosofo ha detto che “soltanto la bellezza potrà salvare il mondo”. Ma ci vuole anche verità, come dire la ricerca del senso. Bisogna rinserrare le fila, costituire uno stuolo di eletti cavalieri disponibili a mettere in gioco se stessi per riaffermare i valori del pluralismo e della tolleranza contro ogni forma di fanatismo e di violenza.

Sono qui fra noi e ad essi non va che ricordato il supremo invito, che Leonardo da Vinci consegnò nelle sue Memorie: Fa tale opera, o mortale, che tu da morto abbia somiglianza di perfetto vivo. Non renderti col sonno in vita simile ai tristi morti. E solo così il mondo potrà trasformarsi in un Tempio di giustizia.

HIRAM

2/2008

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