LA SPEDIZIONE DEI FRATELLI BANDIERA

di Sergio Bellezza

LA SPEDIZIONE DEI FRATELLI BANDIERA

Dopo i fatti del 1831 seguì un periodo buio per il con i vari governi che pietrificavano la società italiana, reprimendo sul nascere ogni anelito di libertà; una situazione che spinse de Lamartine a definire il nostro Paese “una terra dei morti” e il Metternich “una semplice espressione geografica”. In realtà il fuoco covava sotto la cenere e nell’estate del 1844 avrebbe sprigionato una fiammata colla sfortunata spedizione dei fratelli Bandiera, la cui fucilazione sollevava lo sdegno generale e fremiti di riscossa tra gli italiani. I poeti li celebrarono coi loro versi, a cominciare da Goffredo Mameli, che gli elevò “[…] un cantico come un sospir d’amore […]”, gli italiani all’estero ne rievocarono la morte, coniando a Parigi una medaglia

commemorativa; un’altra venne forgiata nel 1845 a Londra, in

onore del deputato Duncombe, che nell’aula di Westmister ne

aveva ricordato l’olocausto. Lo stesso Giuseppe Mazzini ne esaltò l’amor di patria, la fede incrollabile nell’avvenire d’Italia, il sublime sacrificio per la sua redenzione. Il loro sacrificio rilanciò il movimento

risorgimentale, lasciando presagire quella “Primavera dei Popoli” i cui moti rivoluzionari nel 1848 sconvolsero l’Europa e trovarono nelle 5 giornate di Milano, la Repubblica romana e la disperata difesa di Venezia i momenti più esaltanti.

Attilio ed Emilio erano figli del barone Francesco Bandiera, uno degli ufficiali più preparati della marina imperiale; tenente di fregata in quella italica, caduto il Regno napoleonico, passava alla marineria austriaca, ligio al dovere e fedele al proprio giuramento. La madre, Anna Marsich, si dimostrava orgogliosa della carriera del marito e

Lapide nei portici di Palazzo dell’Arengo (Palatium comunis), interessata al benessere della famiglia. Attilio, il primogenito, frequentò con successo l’Imperial Regio Liceo di Venezia, che in un attestato, nel settembre 1825, lo definiva lodevole nel comportamento e diligente nello studio. Passò successivamente all’Accademia navale presso il Collegio di Marina Sant’Anna, emulato successivamente dal fratello, di nove anni più giovane, anch’esso bravo scolaro e ottimo allievo in Accademia. Poi per entrambi l’ebbrezza del mare, spesso agli ordini diretti del padre, caratterizzandosi per la loro condotta irreprensibile anche come ufficiali di marina. Nasceva tra i due un sodalizio d’idee che li avrebbe accomunati in ogni momento della loro esistenza.

Nel 1831 la svolta decisiva nella vita di Attilio, che avrebbe coinvolto anche il fratello. I moti insurrezionali, sviluppatisi in Francia e propagatisi poi in varie parti d’Europa, promossero fermenti anche nella Penisola, che assunsero carattere rivoluzionario a Modena e negli Stati della Chiesa.

Conclusisi tragicamente i primi, per il tradimento di Francesco IV, la rivolta si estese a Parma, Bologna, in Umbria e nelle Marche. La discesa delle armate austriache ristabiliva l’ordine, vincendo la resistenza dell’esercito italico, comandato dal gen. Zucchi. Questi, dopo aver difeso tenacemente la capitale felsinea, si ritirava coi più risoluti ad Ancona per l’ultima difesa. Tra questi, figure come Terenzo Mamiani, il conte Carlo Pepoli, il prof. Antonio Silvani, il letterato Francesco Orioli, i patrioti Pio Sarti e Antonio Morandi.

Un accordo col card. Benvenuto, legato del papa, evitava ogni spargimento di sangue, concedendo loro un salvacondotto in cambio della capitolazione. Gregorio XVI però lo disconosceva e toccava alla marineria austriaca, comandata da Francesco Bandiera, bloccare l’Isotta, il brigantino, con cui i patrioti avrebbero dovuto raggiungere

Marsiglia. Arrestati, furono condotti a Venezia e qui reclusi, prima nel forte di S. Andrea al Lido e poi nelle carceri di San Severo, trattati in

modo inumano sia durante il viaggio, che nel corso della detenzione. Il tutto sotto gli occhi di Attilio, che simpatizzò nell’occasione coi prigionieri, stigmatizzando l’arroganza dei carcerieri e il comportamento del padre. Uno choc profondo, una ferita mai rimarginata che riemergeva all’atto di salpare per le Calabrie, come si legge nella lettera

scritta alla madre “[…] non abbiamo, io e Emilio, disonorato il nome della famiglia, ma lo abbiamo purificato dall’onta di quel padre che in

passato aveva posto fine ai moti d’indipendenza e per questo definito un fratricida!1” Riemergevano nel giovane sentimenti e passioni sedimentati nel suo animo e sia a scuola che nell’Accademia di una città memore ancora della potenza di Venezia e del grande passato dell’Italia. L’Accademia, con docenti per lo più italiani e allievi quasi tutti veneti, preparava gli ufficiali per la marina, che, anziché austro-ungarica, si denominava “Imperial Regia Veneta” e le cui navi issavano

la bandiera coi colori imperiali, dominati però dal Leone di San Marco; in collegio e in mare, si parlava italiano e circolavano testi, la cui la lettura era proibita, come quelli del Berchet, di Guerrazzi, Pellico e D’Azeglio. Determinante poi per Attilio l’incontro a New York con Piero Maroncelli, durante il quale avrebbe rivissuto le emozioni provate sui banchi di scuola, leggendo quel libro del Pellico Le mie Prigioni, che, a detta del Cancelliere austriaco, costò al regime asburgico più di una guerra perduta. Esso segnò profondamente l’animo del giovane,

che due anni più tardi scriveva al vecchio patriota “[…] Ai soppressi palpiti degli Italiani, che sotto il sole della lor Patria, trascinano le obbrobriose catene della servitù, possano rispondere le energiche e libere voci di chi tanto soffrì e donò […] e accelerarsi la tanto desiderata aurora in cui l’Italia, scontati i debiti e placato il Cielo, possa

sul Sacro suo suolo veder riabbracciarsi i figli che la Tirannia disperse sui lontani lidi […]” Nella stessa lettera la presa di distanza dal proprio genitore “[…] Alla deportazione degli Italiani, succederà quella dei Polacchi di Cracovia. Mio Padre comanderà la spedizione. Non lo crediate a parte dei miei sentimenti. Incanutito sotto la disciplina delle armi, egli non conosce che il Giuramento dato una volta […]”. Missiva che costituiva la prima manifestazione d’italianità di Attilio, che

troviamo poi impegnato nella guerra di Siria, imbarcato sulla nave ammiraglia, come alfiere di fregata e ufficiale di bandiera del padre. Emilio, ancora cadetto, era invece sul “Guerriera”. Fu durante quella campagna, che pensò, con altri commilitoni, d’impossessarsi di un bastimento e far rotta sull’Italia per organizzarvi la rivolta; progetto

fallito per la partenza anticipata dell’unità prescelta dai cospiratori, ma che rappresentava per i fratelli Bandiera l’inizio di quella deriva cospirativa, che li avrebbe spinti a far proseliti in accademia

come a bordo delle navi, con un successo tale che il Maresciallo Zichy, comandante la piazza di Venezia, era costretto ad ammettere “[…] Noi

abbiamo una marina, ma essa non è austriaca, è italiana! […]”. Era il risultato di un lavoro certosino, colla costituzione, all’inizio degli anni ’40, della società segreta Esperia, nome con il quale i greci l’Italia antica. Essa contava ormai centinaia di adepti, soprattutto ufficiali della marina da guerra, convinti, come si legge nello statuto, che “[…] Non è vero che l’Italia sia immatura pel la libertà.

Se su di essa getterassi uno sguardo superficiale s’incontreranno una nobiltà indolente, un clero intollerante, un popolo povero ed ignavio, ma se poco vogliasi approfondare l’investigazione, si sentirà che dalla Trinacria alle Alpi, oltre che la gloriosa rimembranza del passato, ferve dovunque un cupo mormorio che invano i tiranni si studiano di soffocare […]”. Frattanto maturava in Attilio la convinzione che la Carboneria, associazione che egli ben conosceva6, aveva ormai fatto il proprio tempo. Valutazione condivisa da Giuseppe Mazzini, che nel luglio del 1831 aveva fondato a Marsiglia la Giovine Italia. L’intuizione dimostra la profondità di pensiero la capacità d’analisi del Bandiera, che solo nell’agosto del ’42 sarebbe entrato in contatto coll’Apostolo dell’Unità d’Italia “[…] Senza conoscere i vostri principi concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana(e) ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali […]”.

Nasceva così un sodalizio tra le due associazioni, con Attilio ed Emilio Bandiera, che insieme al fido Domenico Moro entravano nella Giovine Italia, mentre Mazzini era proclamato capo supremo anche dell’Esperia. Desiderosi di portare la rivolta nel Sud d’Italia, i Bandiera prendevano poi contatto coi fuoriusciti di Spagna e delle isole Ionie, come pure colla Legione Italica di Nicola Fabrizi, che contava parecchi seguaci in Sicilia e nelle Calabrie. Alla fine del ’43 Emilio fu richiamato a Venezia, come aiutante dell’ammiraglio Paolucci, comandate in capo della Marina imperiale. Anche Attilio, ch’era rimasto in Oriente, appena rientrato a

Smirne, ricevette l’ordine di tornare in patria. La cosa gli apparve sospetta e cominciò a pensare, che fosse arrivata al Governo imperiale qualche soffiata sull’esistenza dell’Esperia e sulla sua attività cospirativa, di cui ritenne responsabile un certo Tito Vespasiano Micciarelli., raccomandato ad Attilio da Mazzini, come suo incaricato di missioni speciali presso gli amici di Corfù, Atene e Costantinopoli.

Conclusa la quarantena, d’obbligo per chi rientrava dall’Oriente, sarebbe dovuto salpare i primi di marzo alla volta di Venezia, ma il 29 febbraio disertava e con una goletta raggiungeva Sitra, nelle Cicladi, accolto da quell’Antonio Morandi, che, fuggito nel 1831 dalle carceri lagunari, aveva raggiunto la Grecia, dov’era diventato ufficiale della Gendarmeria.

Anche Emilio, messo sull’avviso dal fratello, si decise a disertare ancor prima. Il 17 febbraio si portava a Trieste, da cui il 3 marzo del 1844 raggiungeva Corfù, accolto amorevolmente dagli italiani presenti sull’isola, al tempo capoluogo dello Stato Unito delle Isole Ionie, indipendente sotto il protettorato inglese e per questo terra d’asilo.

Attilio invece, lasciata Atene, tra mille peripezie toccava prima Patrasso e poi Cefalonia, per giungere infine a Corfù il 28 di aprile.

Emilio nel frattempo aveva ricevuto la visita della madre, la baronessa Anita, arrivata sull’isola per convincere i figli a rientrare nei ranghi, preoccupata per il loro futuro e per lo scandalo soprattutto, che avrebbe coinvolto il marito. Un incontro-scontro, che segnò profondamente l’animo del giovane, che desolato ne scriveva a Mazzini “[…] Mia madre non m’intende, mi chiama empio, uno snaturato, un assassino, e le

sue lacrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale, ma la desolazione non mi toglie il senno […]”. Nello stesso tempo trovava la forza di scrivere al padre “[…] dispero ch’ella voglia accettare questa mia. L’ira sua deve essere orribile, implacabile, il suo cuore non batterà che di sdegno e di esecrazione per i suoi figli; pure per l’amore di mia madre non distrugga questo, forse mio ultimo lamento […]”.Pure Attilio, informato dal fratello, scriveva alla madre “[…] perdonatemi ancora una volta del dolore, che sono costretto a cagionarvi, ma è meglio la sciagura che l’infamia e nel mio petto ascolto prima le voci di patria che di famiglia […]”. Insieme ripresero l’attività cospirativa, sostenuti da gli altri immigrati, parecchi dei quali nel piedilista della Loggia “La Fenice”, dove anche Attilio

ed Emilio Bandiera furono presto iniziati. Con gli stessi s’incontravano in quella villa, l’Exoria, ancor oggi esistente a Corfù, sulle cui pareti si possono ammirare affreschi patriottici e simboli esoterici. Intanto attraverso fonti se non poco sicure, certamente approssimative, si tenevano informati su quanto accadeva in Italia. Saputo del moto, scoppiato nel marzo di quell’anno a Cosenza, pensarono giunto il loro momento e informarono sia Fabrizi a Malta, che Mazzini a Londra, della loro decisione di accorrere nelle Calabrie. Laconica la risposta del primo “[…] Non solo non approvo né intendo cooperare; ma intendo aver

solennemente dichiarato il mio più aperto disparere dal fatto […]”. Mazzini invece spediva nell’isola il vecchio patriota Nicola Ricciotti, per

rappresentare ai Bandiera la propria contrarietà e dissuaderli dall’iniziativa. L’arrivo di nuove notizie dalle Calabrie, secondo cui gli insorti continuavano a resistere sulle montagne, li convinse a partire. La notte tra il 12 e il 13 su un barcone a vela, lo “Spiritione”, stesso

nome del santo protettore di Corfù, un manipolo di uomini s’avviava verso le Calabrie. Una ventina in tutto: Attilio ed Emilio Bandiera, con altri 17, compreso il Riccioti, che s’era lasciato convincere dal loro entusiasmo, il corso Boccheciampe e una guida calabrese, conosciuta sull’isola come Battistino Belcastro, che si rivelerà poi essere il brigante

Melluso. Indosso un camiciotto azzurro col collare rossoverde, sul berretto spiccava la coccarda tricolore. Erano quasi tutti fratelli massoni

e nel verbali de “La Fenice” si legge “[…] Da questa R:. Loggia si è avviata l’ardita e fatale missione dei F.lli Bandiera”.

Il console austriaco a Corfù, messo sull’avviso da un certo Domenico De Nobili, condannato in Italia per reati comuni, ne informava l’ambasciatore asburgico a Napoli, quello napoletano il Capo della polizia borbonica. L’11 Emilio aveva scritto sia alla madre “[…] L’insurrezione italiana cominciò. Noi corriamo a prendervi parte […] Iddio ci proteggerà […]”, che al padre “[…] Probabilmente soccomberemo, ma saremo benedetti da tutti i buoni, compatiti dagli indifferenti, vilipesi dai tristi […] Voi […] sarete inesorabile a perseguitarci colla vostra maledizione? Oh, no, voi non siete capaci di odiare nessuno e non vorrete odiare due figli che, se hanno errato, lo fecero per troppo vibrato sentire […]”. Insieme a Ricciotti informava poi Mazzini: “[…] Le notizie di Calabria […] giungevano favorevoli

[…] Convenimmo correr sorte. Fra poche ore partiremo […]”. Il 16 sbarcavano sulle sponde del Neto da cui lanciavano un Proclama ai Calabresi: “[…] dalla terra d’esilio siam venuti a schierarci fra le vostre file, a combattere le vostre battaglie […] Vinceremo o moriremo con voi[…] scopo comune è di costituire l’Italia […] in nazionalità libera, una, indipendente […] l’Italia resa grande ed indipendente chiamerà la vostra la benedetta delle sue terre, il nido della sua libertà, il primo campo delle sue glorie.”

Appreso che la rivolta era da tempo sedata, non vollero rinunciare all’impresa e si diressero verso  la Sila, lasciandosi dietro il Boccheciampe, che corse a denunciarli nel posto di polizia di Crotone.

Un tradimento che accese di sdegno i fratelli de “La Fenice”, il cui Tribunale massonico condannò il corso, ancora Compagno d’Arte, ad essere “bruciato tra le colonne”; sentenza eseguita il 3 giugno 1846.17

Una certa inquietudine s’era intanto diffusa tra la popolazione locale, preoccupata “[…] che il bandito Giuseppe Melluso di San Giovanni in

Fiore, (che) da molti anni rifugiò in Corfù, sia disbarcato nelle marine del Marchesato, con un mediocre numero di persone abbigliate alla militare e introdottisi in un tenimento […] limitrofo a questo capoluogo col disegno di perturbare la pubblica quiete”. La guardia civica borbonica sorprese il manipolo proprio in vicinanza dell’abitato; ne seguì uno scontro a fuoco, dove perirono Giuseppe Miller e Francesco Tesei; arrestati tutti gli altri, ad eccezione del brigante calabro. Processati dalla corte marziale, furono tutti condannati a morte. Fu allora che Attilio Bandiera scrisse a Ferdinando II cercando di sensibilizzarlo alla causa italiana e di farne, prima ancora di Carlo Alberto e di casa Savoia, il campione dell’indipendenza nazionale.

Il Borbone si dimostrò però indifferente, confermando la condanna a morte per i fratelli Bandiera ed altri sette loro compagni: Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli. Una lettera di Attilio al Procuratore del re dimostra tutta la loro delusione “[…]Il sogno di chi

scrive […] era di spirare sul campo di battaglia, combattendo chi non permette che l’Italia diventi nazione […] Ah! non saranno le baionette tedesche, saranno le palle italiane bensì, che lo ricongiungeranno

a Dio! Quale disinganno! E quale dolore? Essere sconosciuto ed oppresso da tale che si stimava fratello! […]” Il 25 luglio l’esecuzione nel Vallone di Rovito dalle parti di Cosenza: una gragnola di colpi che

soffocava loro in gola il grido di “W l’Italia”. Nel settembre del ‘60 Nino Bixio, con una schiera di camice rosse, scendeva in quel luogo di martirio per rendere omaggio al loro ricordo “[…] noi

che non ci inchiniamo che dinanzi a Dio e a Garibaldi, ci inchiniamo dinnanzi a fratelli Bandiera-

TRATTO DA MASSONOCAmente  11/2018

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