ANTONIO DE CURTIS -TOTO’

ANTONIO DE CURTIS (TOTO‟) (Napoli 1898 – Roma 1967)
Nacque a Napoli il 15 febbraio 1898 da una relazione della mamma, Anna Clemente, con Giuseppe De Curtis, figlio del marchese De Curtis, il quale si oppose alle nozze, per cui, non essendo stata riconosciuta la paternità, prese il nome di Antonio Vincenzo Stefano Clemente. All‟età di 14 anni lasciò la scuola, e proprio durante il periodo scolastico una pallonata al volto gli procurò quella deformità del naso che gli “regalò” quella sua espressione caratteristica. Nel 1912 cominciò a frequentare i teatri di Napoli, e, secondo alcune fonti, tra il 1913 e il 1914 debuttò nei teatrini napoletani con lo pseudonimo di Clermont. Durante la prima guerra mondiale coniò la famosa frase “Siamo uomini o caporali?” frase che poi sarà il titolo di quel famosissimo film che lo stesso Totò considerò una sorta di testamento spirituale, e nel quale divise il genere umano in due categorie: i caporali, personaggi arroganti che umiliano ed offendono, e che “non usano mai la ramazza”, ovvero sono privi di virilità, e uomini che, non essendo caporali, subiscono e devono sopportare le avversità della vita e le prepotenze degli altri. Finita la guerra iniziò a lavorare con l’impresario D’Acierno, nella cui compagnia c’erano Eduardo e Peppino De Filippo, Armando Fragna e Cesarino Bixio. Nel 1921, alla morte del marchese De Curtis, la mamma Anna sposò Giuseppe De Curtis. Nel 1922 si trasferì a Roma dove, tra alti e bassi, continuò il suo lavoro di attore, ma già nel 1923 cominciò ad esibirsi nei principali caffè-concerto italiani. Nel 1928 venne legalmente riconosciuto da suo padre, ed intanto continuò sempre ad avere maggiori successi teatrali, recitando specialmente in lavori dialettali, tra cui quelli di Eduardo Scarpetta. Nel 1929 ebbe una relazione con Liliana Castagnola, celebre “chanteuse”, che l’anno successivo, pur di restare accanto a Totò, avrebbe voluto farsi scritturare al Teatro Nuovo, ma Totò aveva già deciso di accettare il contratto offertogli dalla soubrette Cabiria e di partire da solo per la tournée. Nella notte del 3 marzo, Liliana, sentendosi abbandonata, si suicidò; fu sepolta, per volontà di Totò, nella cappella di famiglia. Nel 1931 s‟innamorò di una ragazza fiorentina di 16 anni, Diana Bandini Lucchesini Rogliani, che scappò da casa per andare a vivere con lui. Il 1932 fu il grande momento dell’avanspettacolo, di cui diventò presto uno dei protagonisti. Fino al 1939 dette vita a tutta una serie di proprie formazioni di avanspettacolo, che portò nei maggiori cinema-teatri della penisola in svariate riviste, riscuotendo un grande successo. Nel 1933 il marchese Francesco Maria Gagliardi Focas lo adottò in cambio di un vitalizio, trasmettendogli i suoi titoli. Nel maggio nacque a Roma sua figlia, alla quale, in ricordo della Castagnola, mise nome Liliana. Fu del 1937 il suo debutto cinematografico con “Fermo con le mani”, e nello stesso anno si separò dalla moglie. Dopo vari successi, sia teatrali che cinematografici, nel 1944, per alcune battute esplicitamente riferite ai tedeschi che occupavano Roma, dette durante la rivista “Che si son messi in testa”, modificato dalla censura in “Che ti sei messo in testa”, venne ordinato il suo arresto, che riuscì ad evitare nascondendosi a casa di un amico. Nel 1945 morì suo padre Giuseppe, ma la sera stessa, per rispettare i suoi doveri nei confronti della compagnia, Totò andò in scena. Con sentenza del 18 luglio 1945, il tribunale di Napoli gli riconobbe il diritto di fregiarsi dei nomi e dei titoli di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo, Ducas Comnemo Porfirogenito Gagliardio De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo. Il Film “I due orfanelli” segnò, nel 1947, il suo nuovo e più felice incontro con il cinema e prefigurò la clamorosa fortuna degli anni successivi. Il 10 luglio 1948 ricevette la “Maschera d’argento” per la sua attività artistica. Nel 1949, sempre più assorbito dal cinema, ottenne con “Bada che ti mangio”, il suo ultimo significativo successo nel teatro di rivista, al quale ritornerà nel 1956 con “A prescindere”. Nel 1950 presentò alla radio “TuttoTotò”, idea che sarà ripresa nell’omonimo ciclo televisivo. Conobbe in quel periodo Silvana Pampanini, con la quale ebbe un flirt piuttosto clamoroso. Nel 1951 con “Guardie e Ladri”, accanto ad un grande Fabrizi, vinse il “Nastro d’argento”. Scrisse numerose canzoni, di cui la più celebre è “Malafemmena”. Nel 1952 s‟innamorò di Franca Faldini, che non sposerà mai a causa della differenza d‟età, ma vivranno insieme fino alla sua morte. Il 3 maggio 1956, mentre era in scena a Palermo, ebbe un forte abbassamento della vista, e dopo tre giorni fu costretto a sospendere lo spettacolo. Gli venne diagnosticata una corioretinite emorragica all’occhio destro, il solo col quale vedeva, perché all’altro aveva avuto un distacco di retina operato con esito negativo. Nel 1958, semicieco tornò sul set, interpretando numerosi films, con un ritmo di 5-6 ogni anno; ma sono film di “routine”, tranne alcuni, come “Risate di gioia”, con Anna Magnani. Solo nel 1965 Alberto Lattuada con “La Mandragola” e nel 1966 Pier Paolo Pasolini con “Uccellacci e uccellini”, gli offrirono l’occasione per quelle interpretazioni di qualità alle quali veniva aspirando negli ultimi anni di vita. Intanto si dedicava a numerose opere umanitarie, aiutando ospizi, brefotrofi, associazioni di recupero di ex-carcerati. Per raccogliere cani randagi e sfortunati, fece costruire l’“Ospizio dei poverelli”, un moderno ed attrezzatissimo canile. Nel 1964 pubblicò “A livella”, una raccolta di poesie scritte nell’ultimo decennio. Nel 1966, come già detto, ci fu l’importante incontro con Pasolini il quale, oltre che di “Uccellacci ed uccellini”, lo volle come interprete di due cortometraggi: “La terra vista dalla luna” e “Che cosa sono le nuvole”. Il 3 aprile 1967 fu sul set di “Padre di famiglia” di Nanni Loy, di cui riuscì ad interpretare solo la prima scena, poi fu sostituito da Ugo Tognazzi. Morì il 15 aprile nella sua casa di Roma. Pochi giorni prima, durante un‟intervista, aveva dichiarato: “Chiudo in fallimento, nessuno mi ricorderà”. Alle 16,30 del 17 aprile la salma giunse a Napoli accolta, dall’uscita dell’autostrada alla Basilica del Carmine Maggiore, da una marea di folla. Venne sepolto nella cappella De Curtis al Pianto, il cimitero sulle alture di Napoli. Antonio De Curtis era stato iniziato nella Loggia “Palingenesi” nel 1944; fu fondatore e Maestro Venerabile della Loggia “Ars et Labor all’Oriente di Napoli; conseguì il 30° grado del R.S.A.A

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