ALCUNE RIFLESSIONI SULLE FAVOLE INIZIATICHE

Riflessioni sulle favole iniziatiche di F. F.

Premessa

        La prospettiva più corretta per affrontare il tema del titolo è, ad avviso di chi scrive, quella di valutare se, comunque, le favole nella loro generalità contengano elementi iniziatici. Ci si propone di dimostrare che l’iniziazione ed il simbolismo iniziatico costituiscano un tratto essenziale delle  favole e delle fiabe.

Etimologia ed origini.

        I termini favola e fiaba, per tradizione, sono ricondotti etimologicamente dai linguisti ad una medesima voce verbale latina, fari, che significa parlare. Secondo altra tesi invece la parola fabula sarebbe un vezzeggiativo di faba, ossia “fava”, il legume col quale i romani si divertivano in un passatempo forse simile al gioco dei dadi. Esse hanno origine popolare e si informano ad una traditio orale.

        Ricercatori nel campo dell’antropologia culturale cominciarono, agli inizi del XIX sec., a trascrivere le tradizioni folkloriche fino ad allora orali, recuperando usanze, superstizioni, proverbi e fiabe.

        Tuttavia, l’interesse degli scrittori per i racconti popolari risale addirittura al XVI sec., come manifestamente attestato dalla raccolta di fiabe di Gian Francesco Straparola, “Le piacevoli notti”, che offrì, insieme alle opere di Giambattista Basile, “Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de ‘peccerille” (1634-36), una preziosa fonte d’ispirazione per il francese Charles Perrault, che, grazie agli autori italiani, rinvenne le trame di Cenerentola, della Bella addormentata nel bosco e del Gatto con gli stivali. A partire dall’800, l’interesse per la fiaba coinvolse tutte le nazioni europee, sancendo, più che una moda, un’esigenza culturale di riscoperta del sapere popolare.

        Elementi indispensabili, caratteristiche costanti e l’analisi di Propp Gioco fantastico e dimensione magica costituiscono la cornice in cui collocare le fiabe. Ma i tratti  comuni non si esauriscono con essi. La rottura della regola, come presupposto di una avventura e di una crescita personale, rappresenta un momento propedeutico ad una iniziazione.

        Pinocchio, il famoso burattino nato dalla penna dello scrittore, insegnante e massone risorgimentale, Carlo Lorenzini da Collodi (1820-90), disobbedendo al padre demiurgo (poiché marina la scuola), si trova a dover affrontare una serie di peripezie, che creeranno le basi per evolversi, migliorarsi ed ottenere un nuovo “passaggio”: da burattino a bambino in carne ed ossa. In precedenza, grazie alle capacità dell’artigiano – demiurgo – padre ed alla LUCE profusa dalla fata, si era già verificato il primo “passaggio” iniziatico: la trasformazione da “pezzo di legno – pietra grezza” in burattino animato .

1   Fiaba ha un’accezione più vasta, nel senso che concerne un racconto maggiormente articolato, rispetto alla favola.

2   Cfr. l’opera dei fratelli Grimm, di H. C. Andersen e di A. Afanasjev

3 La fiaba di Pinocchio sarà analizzata più avanti in modo più approfondito.

        Tre gradi iniziatici, quanti quelli che conducono il profano alla Maestranza massonica, simboleggiata dalla pietra cubica, perfettamente squadrata, da inserire nella edificazione del Tempio A\G\D\G\A\D\U\

        Anche il pesciolino Nemo, eroe della Disney-Pixar, trasgredisce ad un comando paterno, dando così l’abbrivio ad un percorso irto di pericoli, ma che consente una crescita personale ed una evoluzione di segno positivo del proprio rapporto con il papà apprensivo Marlin.

        Cappuccetto Rosso, dal proprio canto, non osserva i consigli materni nella scelta della strada da percorrere: anche in questo caso l’infrazione della regola è il preludio a disavventure, foriere di crescita.

        Per dirla con William Blacke, poeta ermetista, “la via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”.

        Il tema del percorso, del viaggio come iter di crescita, come via iniziativa da percorrere incessantemente, comincia a profilarsi come uno dei concetti portanti del presente lavoro.

        Pollicino e Hansel & Grethel, due fiabe pressoché identiche, contengono gli elementi dell’abbandono genitoriale; del percorso-cammino (il tracciamento con sassi, prima, e briciole di pane poi); del perdersi nel bosco, ove “passare la linea d’ombra”, quale passaggio iniziatico, che conduce dalla adolescenza alla maturità; dell’orco-strega, che vorrebbe mangiare la coppia o il gruppo di sette fratelli; dell’abilità con cui superare gli ostacoli; dell’oggetto magico (gli stivali delle sette leghe); della sconfitta dell’antagonista; del ritrovamento del tesoro, che consentirà ai poveri genitori o al padre indigente di mantenere nell’agiatezza la prole, che si è guadagnata sul campo il diritto di rimanere in vita e godersi una serenità precedentemente soltanto sognata.

        Spazio e tempo, il più delle volte, rimangono indeterminati. Anche i luoghi naturali, come il bosco iniziatico, acquistano i connotati degli ambienti magici, nei quali si svolgono avvenimenti prodigiosi e inaspettati.

        I personaggi sono facilmente riconducibili ai ruoli fondamentali dell’eroe, dell’aiutante e dell’antagonista, in virtù delle loro caratteristiche costanti, che determinano la netta contrapposizione tra buoni e cattivi. Per adempiere ai propri compiti soprannaturali, l’eroe protagonista si vale di oggetti magici, che trasmettono il potere, così come la spada fiammeggiante trasmette la Sapienza all’interno delle cerimonie lato mistiche.

        Il lieto fine inoltre sancisce l’epilogo o lo scioglimento della vicenda narrativa. Per dirla diversamente, la pietra si fa cubica.

        La presenza di elementi comuni a culture affatto diverse e distanti fra loro fa propendere per una definizione della favola come una sorta di sogno guidato, ad occhi aperti, in cui l’identificazione dei personaggi costituisce una sorta di addestramento simulato, per la fortificazione del carattere del fruitore.

        I temi della partenza, del viaggio alla scoperta di un luogo lontano, del superamento di un ostacolo e del ritorno rappresentano il brodo primordiale, in cui attingono tutti i narratori di fabulae.

        La partenza evoca, nel rituale di iniziazione, la dipartita del profano, che fa testamento, prima di rinascere libero muratore. Il viaggio, intrapreso dal protagonista, o eroe, da intendersi come processo di conoscenza di se stesso (alla stregua dell’iscrizione socratica, che intima a chi accede nel tempio: nosce te ipsum) e del mondo circostante, simboleggia il percorso di emancipazione, caratteristico del passaggio dalla fase adolescenziale alla realizzazione della personalità adulta, compiuto mediante il superamento di conflitti e prove: esso è un tratto comune a tutte le società iniziatiche, dove esso avviene per lo più attraverso i quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco.

        Lo studioso di folklore e filologo Vladimir Jakovlevic Propp, nel suo noto testo “Morfologia della fiaba” , mostra come le azioni poste in essere dai personaggi siano riconducibili ad elementi stabili: Propp le chiama “funzioni”, di cui ne individua 31. Non sempre tutte le funzioni sono riscontrabili nel medesimo testo, tuttavia esse ne tracciano l’andamento narrativo essenziale, cadenzato da alcune tematiche, che sono invece fisse: l’allontanamento dell’eroe da casa, le successive peripezie affrontate per superare gli inganni dell’antagonista, al fine di raggiungere il premio, che spesso consiste nozze con la figlia del re, ottenuto grazie al proprio coraggio, ma anche all’aiuto di un donatore che gli regala un mezzo magico.

        Nelle fabulae s’intrecciano tematiche antichissime e anche filoni narrativi d’origine colta e letteraria, che si prestano a diversificate interpretazioni, in chiave psicanalitica, sociologica ed alchemica. Nella fiaba riportata da VITTORIO IMBRIANI, “Il Mondo Sottoterra”, compare, ad esempio, la figura del gigante, quale personificazione della forza terrestre.

        I quattro elementi tornano come leit motiv delle fiabe e, segnatamente, di quelle con tratti esoterico-iniziatici più marcati.

        Benché J.R.R. Tolkien non è certamente appartenuto alla libera muratoria, non può negarsi che nella Trilogia del Signore degli Anelli, scritta negli anni ’50 del secolo XX, gli elementi simbolici ed iniziatici giocano un ruolo di non secondo momento. Nel primo tomo, Frodo Beggins, hobbit della Contea, lascia la propria casa ed una vita serena, chiamato a compiere una missione ardua, pressoché impossibile: riportare l’anello del potere nell’alveo del monte “Fato”, unico posto in cui

esso possa essere distrutto. L’anello, forgiato nella notte dei tempi da Sauron, signore, emblema e simbolo del Male, è quello che consente il dominio sul mondo: le terre di mezzo. Sauron è il convitato di pietra di ogni avventura: è un occhio posto verticalmente (ossia in senso opposto a

come è iscritto nel triangolo nella simbologia massonica), che vigila sul mondo da Mordor. Siamo al cospetto di un simbolo invertito, utilizzato, pertanto, in chiave negativa.

        Per portare a termine la propria missione Frodo si avvale di compagni di viaggio: un nobile ramingo Aragorn (futuro Re del mondo pacificato e sposo della Regina degli Elfi, che per lui rinuncia alla propria immortalità), un Elfo, altri tre hobbit, un nano, un cavaliere (Boromir) ed un mago: Gandalf il Grigio. Il quale, dopo la scomparsa alla fine del primo episodio, sprofondato nelle tenebre e negli abissi della terra unitamente ad un demone, tornerà ad aiutare Frodo e la Compagnia dell’Anello, essendo però diventato Gandalf il Bianco: riferimenti alchemici ed esoterici non sono, a modesto parere di chi scrive, casuali. La luce, contrapposta alle tenebre di Sauron e dell’apostata Saruman, ha fatto il suo vittorioso corso sul mago Gandalf, il quale ha avuto bisogno di sprofondare negli abissi, per rinascere migliore.

        La compagnia dell’anello è formata, in tutto, da nove membri. Il numero nove, unito al tre della trilogia, è ricorrente nella saga del professore di Oxford. Forse non costituisce un caso. E forse non è una casualità che il secondo tomo sia intitolato “le due torri”: l’analogia con le due colonne del Tempio di Re Salomone, Jakin e Boaz, erette da Hiram di Tiro, appare di solare evidenza.

        Per compiere il viaggio sino a Mordor, Frodo e compagni, debbono passare per il regno sotterraneo di Moria, il regno dei nani, appesantiti (in senso alchemico) estrattori e cercatori di “metalli”. Il viaggio si compie sottoterra: evoca quello del recipendario nel gabinetto di riflessione, il quale viene, per l’appunto, privato dei metalli. Pubblicato a Leningrado nel 1928 Tolkien potè insegnare ad Oxford, solo in  virtù del fatto che poco tempo prima era stato abolito il divieto per i non Anglicani (Tolkien era cattolico) di accedere all’insegnamento nel prestigioso Ateneo.  “La compagnia dell’anello”, “le due torri”, “il ritorno del Re”. L’elemento dell’aria è rappresentato dagli Elfi, forgiatori di armi magiche. L’acqua sarà il trait d’union fra i diversi episodi. Nel corso del primo tomo compare, ad esempio, per sconfiggere, temporaneamente, i nove cavalieri-spettri, che sono sul punto di catturare Frodo e riconquistare l’anello del potere, indispensabile al loro signore Sauron per la conquista del mondo; ovvero per condurre al temporaneo epilogo i nostri eroi.

        La saga si concluderà all’interno del monte Fato, dove Frodo, vincendo le tentazioni del potere, riuscirà a gettare l’anello del dominio all’interno del magma infuocato. In questo frangente è possibile scorgere alcuni elementi simbolici: il fuoco come elemento che completa l’iter dei viaggi iniziatici; la terra da cui tutto parte e tutto torna; i “metalli” (= passioni) quali componenti che appesantiscono il percorso di salvezza (Frodo definisce infatti l’anello “il mio fardello”); il monte Fato, come un Atanor alchemico, che trasforma ed influisce sul destino dell’Opera e sulle sorti del Gioco magico. All’epilogo, Aragorn erede di Aratorn (è un caso che tale nome abbia una assonanza, quasi anagrammatica, con l’ “Atanor” degli alchimisti?), tornerà a sedere sul regno di Gondor.         Indosserà una veste candida (piena di LUCE) e si appresterà a regnare con saggezza sul mondo pacificato e liberato da guerre millenarie. Abbandonati le armi e gli indumenti funerei,  finalmente rasserenato, il Re può tornare, dopo lungo peregrinare da cavaliere errante, alla sua vera casa. Contrariamente a quanto comunemente si ritiene, i valori esaltati da Tolkien non sono quelli della guerra e della forza, bensì l’amicizia, la lealtà, la perseveranza, la tolleranza: “Ci sono esseri che dovrebbero morire ed invece vivono, ed altri che muoiono ma meriterebbero di vivere: non sta a noi, Frodo, stabilire chi debba vivere o morire”, potremmo dire parafrasando il saggio Gandalf.

        Dalla saga di Tolkien alla notte dei Tempi. Nella epopea del Signore degli Anelli, come in quasi tutte le fiabe, vivono tutti gli elementi  simbolici tipici delle fiabe, che, Secondo Vladimir Propp, risalgono addirittura all’ epoca preistorica e si ricollegano agli usi ed alle credenze delle popolazioni primitive, legate alla cerimonia di  iniziazione, l’insieme di riti magici religiosi, cui venivano sottoposti i fanciulli nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

        Il giovane veniva condotto nella foresta dove doveva superare alcune prove per conquistare la maturità. Dopo le prove poteva tornare al villaggio, cacciare con gli uomini e sposarsi.

        Nelle fiabe si ritrovano molti elementi dell’antico rito: l’allontanamento, il bosco, la magia, le prove da superare, il ritorno, le nozze. Elementi peraltro già visti nei testi già analizzati.

        Da Pinocchio e Dante alle conclusioni. Nella storia di Pinocchio la madre non c’è: il succedaneo è rappresentato dalla Fata turchina.

        Alla stregua di Sara, che era morta per il dolore, mentre Isacco passava il suo rito iniziatico sulla montagna, così la madre-sorella di Pinocchio muore per il dolore per la morte del figlio – fratello. “… si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: “QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI – MORTA DI  DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO” Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto…… E piangendo diceva: “O Fatina mia, perché sei morta?”.

        La fiaba di Pinocchio non è l’unica saga iniziatica in cui muore la sorella, in luogo della madre. Anche ne “I dodici fratelli” dei Fratelli Grimm è la sorella che rimane muta (= morta) per sette anni, onde consentire ai fratelli di resuscitare. Così ne “I sei cigni” la sorella è quella che lotta per far resuscitare i fratelli.

        Dopo il dolore per la dipartita della madre–sorella, Pinocchio deve tornare ai fratelli. Trova un Colombo, che lo conduce al mare, onde poter andare in aiuto di Geppetto, che è nel ventre della balena.

        In gettarsi in mare equivale a riapprestarsi a morire e rinascere, questa volta dal padre invece che dalla madre. Il Colombo è equivalente al simbolo del genitale che appare nello stesso contesto di riti d’iniziazione puberale, come nel mito biblico di Noè, che manda la colomba dall’Arca, per vedere se sia già stato perdonato dal Padre.         Ugualmente lo stesso elemento uccello = genitale = rito iniziatico (circoncisione) = rinascita, appare nelle fiabe “Il brutto anatroccolo” e “I sette corvi”. Nell’incontro di Pinocchio con il serpente, il mostro fallico femminile, che gli eroi arcaici dovevano esorcizzare, come Mosè, Orfeo, Ercole, Perseo, l’Apollo di Ovidio, San Giorgio e Tamino del Flauto Magico di Mozart: “Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta… Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare. Che sia morto davvero?…— disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza… fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso, come una molla… e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra.        E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria”. Lo stesso fango della Madre Terra, da cui era emerso il Pitone che Apollo, il dio iniziatico, era stato costretto a trafiggere con mille frecce

        Il clou del rito si ha con la rinascita, e la piena identificazione con i padri torturatori. Per dirla con il Reik: “Riconosciamo in tutti questi riti la forte tendenza a distaccare i giovani dalle madri, a incatenarli più fermamente alla comunità degli uomini e a sanzionare più strettamente l’unione fra padre e figlio che era stata allentata dall’inconscia tendenza incestuosa del giovane”.

        Il teatro, la trasformazione in asino, l’entrata nel ventre della balena… sono i mezzi con cui Pinocchio riesce a superare gli ostacoli e le difficoltà fino a giungere ad una prima forma di maturità quale può essere la “vera vita”. Va, poi, considerato lo stretto rapporto che lega il racconto con la simbologia numerica, la quale, come nel “viaggio” dantesco (ad esempio, con i numeri 3 e 33), ne diventa una fondamentale parte costituente, utilizzata per meglio comprendere l’iter di formazione dell’eroe, quel ‘burattino’, già pezzodilegno-pitragrezza, che siamo ciascuno di noi.

        Pinocchio, nella sua ingenuità, evoca il formarsi dell’uomo secondo un metodico ritmo universale. Questo iter formativo trova conforto nei miti primitivi, in saghe e leggende, con la crescente coscienza della morte, con il senso della vita e gli usi iniziatici. Il racconto ha come elemento costante una immagine fondamentale: quella della strada.

        Le “Avventure” scorrono in un’atmosfera senza tempo. A far da cornice vi è la più umana delle avventure: quella dello sviluppo umano nella liberazione dall’istinto e dal caduco. In merito al (Cap.XXIII)  (Metamorfosi, I, 435-445) rito iniziatico, esso può essere posto in stretta analogia con Dante, anch’esso è protagonista di un’avventura e come tale viene presentato da Beatrice a Virgilio. Oltre a sperimentare certi stati fisici ed interiori, ascoltare giudizi e consigli, conoscere vicende ordinarie e straordinarie, subisce la prova, iniziatica per eccellenza, del passaggio attraverso il centro della terra per mezzo della sua”advenio” (venire verso, avvenire). La favola iniziatica per eccellenza è quella di Apuleio, Le Metamorfosi, nota altrimenti come l’asino d’oro. Scritta quasi 2000 anni fa, la vicenda narrata appare quale paradigma iniziatico. La curiosiotà dello sperimentare, la trasformazione in asino, la successiva nuova trasformazione in essere umano, sono le tappe di chi muore simbolicamente per rinascere migliore (v., tra l’altro, Biancaneve, e La Bella Addormentata nel Bosco). Nell’asino d’oro vi è un momento splendido, costituito dalla “favola di Amore e Psiche”. Si tratta di un lungo racconto che si sintetizza alla buona. L’ultima di tre figlie di Re, Psiche, è bellissima, tanto da suscitare la venerazione degli uomini e la gelosia di Venere, la quale prega Cupido, suo figlio e dio, di ispirare alla fanciulla una passione disonorevole per l’uomo più vile della terra.       Tuttavia, lo stesso Cupido, alias Amore, si invaghisce della ragazza, e la trasporta nel suo palazzo. Qui Psiche è servita e riverita come una regina da ancelle invisibili. Ogni notte, il dio, senza mai palesarsi, le procura amplessi inenarrabili.

        Psiche deve stare attenta a non vedere il viso del misterioso amante, a rischio di rompere l’incantesimo. Per combattere la solitudine, la giovane ottiene di far venire nel castello le sue due sorelle. Esse, vinte dall’invidia, insinuano che il suo amante sia in realtà un serpente mostruoso: allora, Psiche, armata di pugnale, si avvicina al suo amante.    Ma il dio Amore, che dorme, si rivela alla povera Psiche in tutto il suo fulgore: i capelli profumati di ambrosia e le ali rugiadose di luce, il candido collo e le guance di porpora. Dalla faretra del dio, Psiche trae una saetta, che la punge e la fa innamorare perdutamente dell’Amore stesso. Dalla lucerna di Psiche una stilla d’olio cade sul corpo di Amore, che si desta. Egli fugge da Psiche, che ha violato il patto.

        L’incantesimo è rotto e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell’amato. Vaga per le contrade dell’Ellade, passando di Polis in Polis.        Quindi, deve affrontare l’ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove, l’ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti e il farsi dare da Persefone un vasetto. Di ritorno dagli Inferi, Psiche dovrebbe consegnare il vaso a Venere senza aprirlo, ma la curiosità è invincibile. La fanciulla è allora avvolta in un sonno mortale, ma interviene Amore a salvarla. Per giunta, il dio farà sì che Giove le doni l’immortalità e la dia in sposa all’Amore stesso. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata Voluttà. La discesa agli Inferi è elemento costante, il viaggio nell’elemento terra, che evoca morte e rinascita.

        Gli elementi delineati nel corso di questa faticosa tavola ricorrono con puntualità estrema in tutte le favole seppur sommariamente analizzate. Con un pizzico di presunzione, possiamo affermare che la tesi del prologo appare confortata: ogni favola ed ogni fiaba contengono elementi inziatici, simbolici e tradizionali: passaggio della linea d’ombra, morte e rinascita, crescita e salvezza. Sono parte integrante del patrimonio culturale della società occidentale, cui l’associazionismo lato mistico fa riferimento ed ne è garanzia di ulteriore tradizione.

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