REGOLE, FUORI DAL TEMPIO

REGOLE, FUORI DAL TEMPIO

Pare che le “regole di convivenza” sia dei piccoli gruppi che delle più vaste comunità siano dettate da un innata predisposizione di convenienza biologica e sociale. Ci sono regole derivate dai templi massonici che possono contribuire ad elevare la condizione umana? Sì, ma con alcune sibilline e sottacciute riserve.

Rispettare, deriva dal latino e significa osservare.

Dal momento in cui ci affacciamo a questo mondo veniamo educati al rispetto delle regole, prima quelle dei genitori e dei nonni, poi quelle della scuola; il contesto sociale in cui viviamo ci insegna in continuazione regole da rispettare.

Possiamo tranquillamente affermare che le regole sono il fondamento di una civiltà evoluta e complessa che si identifica nel buon comportamento dei cittadini che le accettano e le rispettano.

Fin dall’inizio di tempi, l’uomo ha infatti avvertito la necessità di rapportarsi a qualcuno o a qualcosa che potesse intervenire in aiuto o in sostegno della sua vita quotidiana e della coesistenza con gli altri individui.

Così sono state create le condizioni per l’organizzazione del sistema sociale basato sulle regole fatte dagli uomini, come la nostra Costituzione, e su regole morali e comportamentali emanate da un’entità trascendentale: un esempio in questo senso può essere costituito dai famosi Dieci Comandamenti.

Alcune scuole di pensiero ritengono che l’uomo rispetti le regole non perché esse siano scolpite o scritte su tavole o su testi più o meno importanti e solenni dal punto di vista civile, o più o meno sacri dal punto di vista religioso, ma perché l’uomo stesso sente dentro di se il vincolo naturale di doverle rispettare.

Quando questo vincolo non viene avvertito, come valore morale interiore, quasi sempre la regola viene sfidata e trasgredita.

Altre invece ritengono che il rispetto delle regole passi attraverso il sistema di codifica dell’individuo, della sua soggettività e sensibilità, in ordine alla questione che l’individuo tende a mantenere il rispetto delle regole, soltanto se questo gli permetta di soddisfare i propri bisogni naturali, soggettivamente percepiti.

In altri casi si ritiene che se l’individuo “obbedisce” alle regole, indipendentemente dalla loro percepita giustezza o meno, ed al di là della padronanza di se stesso e della sua capacità intenzionale di rispettare il patto sociale sottinteso da tali regole, ma semplicemente per la paura di un castigo, o perché altrimenti rischierebbe di non poter più soddisfare i propri bisogno o necessità. Per esempio il rischio di essere licenziati se non ci si attiene alle direttive del datore di lavoro (licenziamento che farebbe venir meno il bisogno primario del proprio sostentamento).

Oppure si può essere vincolati al rispetto delle regole essenzialmente dal proprio conformismo sociale, per il timore di violare il simbolismo e lo spirito del proprio gruppo, ed essere eventualmente isolati al suo interno, o, peggio, esserne espulsi (bisogno di affiliazione).

L’individuo tenta di ovviare a tutto questo, immettendo, in maniera quasi del tutto inconsapevole, il proprio sé e la propria responsabilità individuale nel modello dettato da un “capo” (ideologico o spirituale), un leader con il quale si identifica e che lo porta a pensare e agire proprio come penserebbe e agirebbe lui in determinate situazioni.

Questo è il rischio più grande che può causare la frammentazione e l’indebolimento dell’identità individuale.

Dunque, la riflessione sull’ubbidienza all’autorità, ci conduce a ragionare sul particolare momento storico in cui viviamo, dove la disubbidienza e il ribellarsi a norme e regole etiche, in passato condivise, imperversa e appare legittimata socialmente.

Effettivamente, ubbidire è un aspetto di per sé ambiguo. Coloro che spesso suscitano ammirazione, sono persone che hanno saputo trasgredire le regole, porsi ai margini, disubbidire per portare fino in fondo un concetto non facilmente assimilabile dalla massa.

A volte il non rispetto delle regole, infatti, ha portato alla rottura del sistema, a grandi cambiamenti che, in alcuni casi, sono coincisi con miglioramenti per l’intera umanità: si pensi a Galileo Galilei che ha sovvertito il pensiero tolomaico, o a personaggi come Bill Gates e Steve Jobs che, modificando l’uso che si era fatto fino ad allora del computer (mero strumento di archiviazione dati), lo hanno dotato di “finestre” e di infinite nuove possibilità di lavoro e di “pensiero” cibernetico.

In altri casi abbiamo avuto, nella storia, uomini come Giordano Bruno che per le Sue idee sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e sul Cristianesimo, fu incarcerato, giudicato eretico e condannato al rogo dall’Inquisizione della Chiesa Cattolica. Ma proprio questo suo sacrifico ha salvato forse per sempre la libertà di pensiero.

La storia ci ha però anche insegnato che il mancato rispetto delle regole può portare ad anarchia e a disordini sociali.

Anche all’interno del TEMPIO, nella LIBERA MURATORIA esistono delle regole alle quali nessun FRATELLO può sottrarsi, infatti chi le misconosce si chiama fuori.

Personalmente ritengo che una società moderna in grado di regolare i rapporti tra gli individui in modo positivo, debba fondarsi non tanto sui criteri di cieca ubbidienza, tipici delle società non democratiche, ma sui criteri di responsabilità.

Ubbidire o disubbidire, quindi, rimanda al concetto dell’individualismo, poiché, è sempre l’individuo che disubbidendo a principi regolatori che ritiene negativi, mostra spirito di iniziativa, coraggio e, dunque, responsabilità.

C’è da chiedersi se la Massoneria può fornire “regole” per l’iniziato nel contesto profano.

Più che “regole”, la Massoneria fornisce soprattutto “principi”, valori con i quali orientare il nostro cammino anche nella comunità profana. Valori che la tradizione ha tradotto in impegni solenni che ciascun massone assume consapevolmente e volontariamente fin dalla sua iniziazione (ed anzi ancor prima, già nel vergare il proprio testamento profano nel Gabinetto di Riflessione) e tramite le successive “promesse solenni” pronunciate e sottoscritte ad ogni passaggio di grado.

Sempre al momento dell’iniziazione, tramite il cangiante sapore, da dolce ad amaro, della Coppa delle Libagioni, ci viene chiaramente indicato il destino ed il castigo dello spergiuro.

Ma quali sono gli “impegni infranti” che ci potrebbero rendere spergiuri ed indegni della nostra stessa iniziazione?

Ponendoci questa domanda entriamo però in un sibillino dualismo fra regola e principio… Infatti se in realtà la nostra stessa promessa solenne da Apprendisti sembra dettare regole precise di comportamento (ricordate? percorrere incessantemente la via iniziatica tradizionale, avere sacri la vita, la libertà, l’onore e la dignità di tutti; soccorrere e confortare i miei Fratelli; difendere chiunque dalle ingiustizie; non professare princìpi contrari a quelli della Libera Muratoria Universale; rispettate scrupolosamente la Carta Costituzionale della Repubblica e le leggi che alla stessa si conformino; adempiere fedelmente i doveri ed i compiti relativi alla nostra posizione e qualifica nella vita civile… ), tutti i successivi insegnamenti appresi nel tempio sembrano invece porci in guardia soprattutto dall’accettazione supina e passiva di qualsiasi “regola” che possa tradire o svilire i grandi principi generali della Massoneria stessa.

Insomma anche “rispettando le regole” la Massoneria ci invita a vigilare costantemente sulle conseguenze e sulle relazioni con il tempo, il luogo e la situazione in cui viviamo. Prima il principio, poi la regola (sembra essere questa l’unica vera “regola” dell’Istituzione).

Facciamo alcuni esempi pratici: abbiamo promesso, cosa che per noi equivale ad un vero e proprio giuramento, di rispettare la nostra Costituzione Repubblicana… ben venga certamente finchè si tratta di questa Costituzione (che noi massoni abbiamo in gran parte contribuito a scrivere), ma sarebbe giusto mantenere questo giuramento se ad esempio la nostra Costituzione da laica diventasse teocratica, magari islamica (con l’introduzione della sharia nel nostro sistema giudiziario)? Un’ipotesi che si è recentemente affacciata con clamore nella letteratura contemporanea (cito il caso del discusso romanzo “Sottomissione” di Michel Houellebecq, pubblicato recentemente in Francia, in cui si narra appunto il progressivo avvento del potere islamico in quel paese).

E come dovremmo comportarci, da Massoni, se l’integralismo religioso (in questo caso anche cattolico) facesse abrogare leggi come l’aborto, il divorzio, l’eutanasia?

O se la scuola pubblica fosse soppiantata da quella confessionale?

E non battersi (politicamente… nella vita profana, s’intende) per difendere i capisaldi dello stato laico (scuola pubblica, sanità pubblica, giustizia ed eguaglianza sociale, libertà di pensiero, libertà di ricerca…) può essere considerata “diserzione” rispetto ai nostri principi massonici?

Può essere considerato un simile tradimento anche non difendere la massoneria quando viene vilipesa da qualcuno, solo per il timore che così possa essere riconosciuta la nostra appartenenza ad essa (eppure dovremmo essere pronti a versare perfino il mostro sangue per l’Istituzione, in fondo abbiamo promesso anche questo)?

La massoneria ci spinge incessantemente a compiere la fatica mentale di farci un’idea personale un po’ su tutto, senza accettare supinamente verità precostituite… ebbene forse anche qualsiasi atteggiamento di passività o di neutralità (in altre parole di conformismo) potrebbe essere una violazione della regola… O no?

“Infrangere la regola” potrebbe riguardare inoltre anche aspetti apparentemente più banali dei comportamenti e degli insegnamenti che abbiamo appreso in Loggia: c’è ad esempio l’impegno della solidarietà e del soccorso ai fratelli in difficoltà, ed al prossimo in generale: dovrebbe essere un “gradito dovere”, ma noi quanto osserviamo fino in fondo questo dovere?

Quanto di “nostro” (tempo, danaro, soprattutto disponibilità personale) sacrifichiamo davvero per il prossimo?

Non farlo, o farlo poco, è da considerarsi una “regola”, chiamiamola pure un “voto massonico”, infranto?

E, per fare un altro esempio: non ascoltare “davvero” il prossimo come abbiamo imparato a fare fra fratelli, soprattutto nel nostro prezioso periodo silenzioso d’Apprendista… oppure soverchiare o non rispettare il nostro interlocutore durante un dialogo o una discussione… potrebbero essere anche queste regole massoniche infrante?

E se l’inizio della Fine della nostra società dipendesse proprio da un discorso non ascoltato?

Ho detto

A:. G:.

2 Aprile 2015 e.v

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