Discriminazione uomo-donna

Discriminazione uomo-donna

La Massoneria e la discriminazione Uomo-Donna.

Non nascondo a me stesso e quindi a voi tutti,carissimi fratelli, che questa riflessione sulla discriminazione uomo-donna, fra tutte quelle affrontate e da affrontare in questo anno massonico (discriminazione religiosa, razziale e quella sui diversamente abili prevista per il mese di novembre) è sicuramente quella per me più difficile e impegnativa, e che inizialmente mi sembrava anche quella più imbarazzante.

Come può infatti il Massone accettare discriminazioni religiose o razziali nei suoi ambiti esoterici e nella vita profana? Non è nemmeno pensabile!

Parimenti un fratello come può accettare nella vita massonica e non la pur piccola parvenza di discriminazione nei confronti dei diversamente abili? Non è possibile! Vita massonica e vita profana si sovrappongono, hanno ( e devono avere ) una sola voce e un solo intendimento, sono conseguenziali e animate da un unico filo conduttore. Sul problema della discriminazione uomo-donna no, vi sono dei distinguo da fare, due diversi modi di approccio al problema: quello più propriamente politico, laico, etico-sociale e culturale da una parte e quello storico-esoterico e rituale dall’altro.

E i distinguo sono talvolta difficili da interpretare e accettare e spesso sono soggetti a radicali cambiamenti di rotta a seconda dei periodi storici che si vivono.

Ecco perché quello di questa sera lo considero un argomento difficile e impegnativo che da un lato non può essere liquidato con imbarazzo e dall’altro non è accettabile né superficialità o qualche sorriso.

Sono però contento di averlo inserito nel programma di questo anno massonico della nostra Camera Capitolare, perché mi offre l’occasione per un approfondimento di cui sentivo la mancanza. E dove, se non nel Rito, possiamo affrontare un argomento così” attuale,aperto e scottante” ?

Ambito politico, laico,etico-sociale e culturale.

Ritengo quasi superfluo ribadire che il massone, nella sua qualità di uomo libero e di buoni costumi, debba stare sempre dalla parte della parità fra gli uomini, senza distinzione alcuna relativamente al sesso, latitudini, fede religiosa, condizione sociale e culturale. Ritenere giustificato il contrario è come tradire il giuramento fatto sul Libro Sacro, ivi compresa l’osservanza della legge e della Costituzione.

Mi piace pensare invece che fin dal 1946 in occasione del primo referendum dell’Italia post fascista (che per la prima volta estese il voto anche alle donne) e successivamente in materia dei diritti civili, il massone sia stato sempre dalla parte del progresso e dell’abbattimento di ogni steccato anacronistico.

Il capitolo dei diritti delle donne andrebbe scritto nell’ambito di un più generale capitolo dei” diritti sociali” e il terreno di verifica ed il punto di osservazione dell’affermazione e della realizzazione dei diritti delle donne si può collocare nell’area dei rapporti di lavoro e delle relazioni professionali. (vedi allegato: Uomo-Donna:Cosa si intende per discriminazione).

L’ attuale fase di sviluppo delle problematiche relative ai diritti umani, attenta agli aspetti più collegati alla “qualità della vita”, e non solo direttamente della vita umana, ma anche dell’ambiente, al quale quella è strettamente legata, che Bobbio definisce fase dei “diritti umani della terza generazione”, dopo la fase dei diritti umani “civili e politici” e quella dei diritti sociali, sembra la più adatta a percepire tutte le sfumature della “questione femminile” e forse a dare una svolta decisiva, in senso giuridico e soprattutto in senso culturale, a quel settore delicatissimo delle relazioni umane, che è il rapporto fra i due sessi, le cui valenze e implicazioni non sono solo private o solo pubbliche, ma in cui i due piani di interferenza, pubblico e privato, si intersecano continuamente.

Basti pensare che la dipendenza economica delle donne è stato senza dubbio il principale fattore che ne ha ostacolato l’autonomia e il pieno sviluppo della personalità, l’handicap più grave al processo di crescita delle donne come persone: è questo il motivo per cui il tema del lavoro, con tutte le implicazioni che comporta sul piano dell’educazione e dell’istruzione scolastica, costituisce uno dei temi centrali della questione femminile.

E d’altra parte il ruolo prioritario della donna come ruolo familiare-domestico è stato ed è perfettamente complementare alla dipendenza economica ed alla marginalità della presenza femminile nel mondo del lavoro.

Non si è trattato certo di un ruolo voluto come espressione di un bisogno interiorizzato o biologicamente più confacente all’essere femminile, come tanta letteratura retorica, anche scientifica, ha per lungo tempo lasciato credere: recenti studi antropologici hanno viceversa evidenziato il ruolo produttivo della donna fin dalle epoche primitive e ancora oggi in comunità nomadi di cacciatori, dove il lavoro femminile procaccia il cibo ben oltre il 70% attraverso la raccolta della frutta, larve ecc., mentre il rimanente 30% deriva dalla caccia, prerogativa degli uomini.

Il ruolo della donna di moglie-madre, proprio della società patriarcale e della famiglia borghese classica, in cui le ragazze venivano socializzate ad un unico ruolo definito, nonché la dimensione affettiva del ruolo femminile, iniziata con l‘affermazione della maternità come valore sociale e culturale, sono entrate in crisi nella famiglia contemporanea.

Le funzioni che la famiglia moderna ha perso rispetto a quella tradizionale, per un maggiore sviluppo dei servizi sociali ed un diverso modo di organizzazione della vita domestica dovuta anche al consumismo, non giustificano più un ruolo della donna confinato solo nell’ambito privato della famiglia.

La stessa attività procreativa si è temporaneamente contratta intorno ai trentacinque-quaranta anni; eppure permane una esclusione più o meno persistente e programmata della donna dalla vita sociale e produttiva.

 

M. C.

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