Qumran

Qumran.

Gli Esseni ed i rotoli del Mar Morto

(M. L. – G. N.)

INTRODUZIONE

Questo è un argomento che racchiude in sé le origini del cristianesimo e per questo motivo è stato ed è oggetto di studi profondi da parte di studiosi del campo filosofico scientifico e religioso.

Dopo il rinvenimento dei manoscritti, tutti gli studi fatti su di essi sono stati tenuti per molto tempo segreti. Considerando l’importanza che questi rotoli hanno per le origini cristiane, è molto probabile che vi siano stati tentativi di occultamento e di manipolazioni della verità.

In queste pagine cercheremo di riportare le ipotesi di studiosi ed i diversi punti di vista che tutt’ora dividono chi si interessa di questa materia.

 

ALCUNI  CENNI  STORICI

 

Tra il 26 ed il 36 d.C., Roma era rappresentata in Giudea dal suo procuratore Ponzio Pilato, ma il vero capo della nazione restava il sommo sacerdote: Anna fino al 26, poi Caifa.

Nel 66 d. C. avvenne la prima rivolta contro Roma, quindi nel 70 la distruzione di Gerusalemme (insieme al suo tempio) e nel 73 la caduta di Masada sempre per opera di Tito-Vespasiano.

Quando Ponzio Pilato assunse, per ordine di Tiberio, il governo della Giudea, un giovane predicatore aveva cominciato il suo apostolato lungo la valle del Giordano preparando “La via del Signore” e battezzando i penitenti, dopo che si erano confessati,  nelle acque del fiume. Il suo nome era Giovanni detto il Battista e molti studiosi ritengono che fosse membro della confraternita degli Esseni.

Fu sulla sponda nord-ovest del Mar Morto, fra il II secolo a.C. e il 68 d.C. (anno della conquista ad opera della decima legione di Vespasiano) che sorse e si sviluppò un insediamento monastico.

Si trattava di una setta ebraica che seguiva una dottrina di ascetismo e purezza.  Il fondatore (chiamato Maestro di Giustizia) predicava una vita di povertà, lontana dai fasti di Gerusalemme ed i suoi seguaci, rifugiatisi nel deserto, dividevano comunitariamente il frutto del loro lavoro e si dedicavano allo studio e alla riflessione sulle sacre scritture.

La riscoperta e lo studio di questa comunità è dovuto al ritrovamento occasionale nel 1947 (il racconto tradizionale vuole come protagonista un pastorello) di numerosi rotoli manoscritti contenenti i testi della Bibbia.  Questi rotoli erano conservati in anfore accuratamente sigillate ed erano avvolti singolarmente in bende di lino, segno evidente che si era potuto procedere con calma preoccupandosi della loro conservazione.

In altre grotte, invece, il materiale non era stato trattato con uguale accuratezza, indicando il verificarsi di un evento improvviso che costrinse gli Esseni ad abbandonare in tutta fretta la zona, quasi certamente all’epoca della rivolta giudaica del 66 d.C.

E’ infatti molto probabile che per molti la fuga improvvisa ebbe come destinazione finale la fortezza di Masada e la resistenza, accanto agli Zeloti, alla definitiva conquista romana.

Complessivamente sono stati ritrovati i frammenti di circa 800-850 manoscritti, di questi circa cinquecento provengono dalla quarta grotta, scoperta dai soliti beduini nel 1952. ma purtroppo tra i manoscritti di questa grotta non se n’è conservato nemmeno uno intero, e anzi per la maggior parte sono fortemente frammentati e lacunosi (si contano almeno 15.000 frammenti). Circa 225 manoscritti contengono testi biblici, mentre un certo numero, tra 275 e 300, per il loro pessimo stato di conservazione, con frammenti minutissimi, sono praticamente inservibili. Si deve anche ricordare che parecchi testi sono testimoniati in più di una copia.

I manoscritti sono redatti in antico ebraico o in greco aramaico e sono circa 1000 anni più antichi dei più antichi esemplari in lingua ebraca dell’Antico Testamento noti fino al 1947.  Essi contengono tutti i testi della Bibbia (tranne il libro di Ester), i libri dell’Antico Testamento  non compresi nel canone ebraico (deuterocanonici), alcuni testi apocrifi sempre  dell’Antico Testamento e documenti con le regole e la dottrina della comunità Essena.

Questa comunità, al pari di quella dei Sadducei e dei Farisei, si ritiene  sorta all’epoca di Giuda Maccabeo e sebbene non venga menzionata nella Bibbia o nei Vangeli, sembra che  contasse, all’ epoca di Cristo, circa quattromila adepti.

Il fine dei membri di questa confraternita era quello di preservare una fede ebraica ortodossa e pura, secondo il modello ideale dell’epoca di Mosè, in opposizione agli orientamenti dei sommi sacerdoti del tempio di Gerusalemme, condannati come corrotti e infede

 

 

STORIA  DEI  RITROVAMENTI, STUDIO E PUBBLICAZIONE

 

Non fu un evento senza risonanza anche presso il grande pubblico. Gli studiosi di letteratura ebraica, in particolare della Bibbia, rimasero increduli per il fatto che non si conoscevano manoscritti ebraici anteriori all’era cristiana.

Si comprende quindi lo smarrimento degli esperti quando scoprirono che quelle grotte contenevano i più antichi testi della Bibbia (ad esempio, il libro di Isaia) e lo stupore crebbe sempre più perché, a mano a mano che si procedeva nell’esplorazione delle grotte, uscivano in notevole quantità nuovi testi che sorpassavano di gran lunga, come numero, i testi della Bibbia.

In breve, gli studiosi di antichità giudaiche e delle origini cristiane si trovarono davanti a manoscritti ebraici che li portarono a riscrivere la storia di un periodo di notevolissimo interesse, fino allora poco conosciuto, periodo che si pone tra gli ultimi secoli dell’indipendenza del popolo ebraico e il sorgere del Cristianesimo.

Dunque fu il caso a dare il via al più grande rinvenimento nel cam­po della papirologia: il pastore Mohamed ed-Dhib ave­va violato senza saperlo una delle undici grot­te contenenti i testi di Qumran, i famosi rotoli del Mar Morto.

Il materiale iniziò presto a circolare sul mer­cato antiquario e nel novembre del 47, pro­prio nel giorno della proclamazione dello Sta­to di Israele, il professor Sukenik dell’universi­tà ebraica di Gerusalemme riconobbe il gran­de interesse dei rotoli appena scoperti e li ac­quistò per conto del proprio ateneo. Nuovi manoscritti vennero trovati in altre grotte e così iniziò l’esplorazione sistematica del sito archeologico sotto la direzione di due esperti, Harding e De Vaux; furono riportate alla luce le strutture dove una comunità abitò tra la metà del II Sec. a.C. e il 68 d. C., quando l’ esercito romano di ­Tito la cancellò.

Dopo la scoperta della prima grotta e la conferma dell’importanza dei manoscritti in essa trovati, si aprì come una gara nella ricerca di nuove grotte e di nuovi manoscritti, protagonisti ne furono i beduini e gli archeologi. Si può affermare che i beduini ebbero certamente la meglio nel confronto, le grotte più ricche furono infatti scoperte proprio da loro.

La progressiva lettura dei manoscritti e il proseguimento delle campagne di scavo di Qumran ha rafforzato nella maggior parte degli studiosi la convinzione di una stretta relazione tra loro. E ciò ha condotto naturalmente a interpretare le rovine di questo insediamento alla luce di quanto si andava leggendo nei testi scoperti nelle grotte, e delle testimonianze antiche (specialmente di Flavio Giuseppe, Filone, Plinio) sugli Esseni, che si incominciarono  ad identificare con gli abitanti di Qumran. Questi rotoli giunsero nelle mani di due commercianti  di Betlemme. Attraverso di loro i rotoli seguirono vie diverse: quattro rotoli giunsero all’American School of Oriental Research (ASOR), dove furono fotografati da John Trever, e le sue fotografie restano una documentazione fondamentale ed eccellente.

Portati in America dallo stesso Metropolita, infine, nel 1954, furono acquistati per conto dello stato d’Israele da Y. Yadin, ben noto non solo per i suoi meriti scientifici; nel 1955 tornarono in Israele. Gli altri tre rotoli furono acquistati nel novembre del 1947, da Eliezer Sukenik, padre del già citato Yadin, per conto dell’Università ebraica di Gerusalemme.

Tutti questi rotoli furono pubblicati in tempi relativamente brevi. Gli studiosi dell’ASOR, M. Burrows, J. Trever, W.H. Brownlee, lavorando sulle fotografie, pubblicarono tre rotoli nel 1950 e 1951, Sukenik ne pubblicò altri  in ebraico; una versione inglese uscì postuma a cura di Avigad e Yadin nel 1955.

Il rotolo che Trever non ebbe l’autorizzazione di fotografare, fu poi srotolato con grande cautela – per le sue condizioni piuttosto deteriorate – e pubblicato nel 1956 da Avigad e Yadin.

Questi primi rotoli fornirono subito delle informazioni molto importanti, che influenzarono sin dall’inizio la ricerca e il tentativo di identificare i loro autori. In particolare i testi della Regola della Comunità, della Regola della Guerra, gli Inni e il Pesher (presagio/interpretazione – commento) su Abacuc. Si trattava di testi abbastanza lunghi e di manoscritti conservati in condizioni relativamente buone.

Emergeva una comunità fortemente impregnata della spiritualità biblica, intrisa di una fervente attesa escatologica, raccolta intorno alla figura e agli insegnamenti di una forte personalità carismatica, detta il Maestro di Giustizia, in violento contrasto con il sacerdozio di Gerusalemme e con movimenti rivali.

La comunità sembrava dotata di una solida organizzazione interna, di una rigida regola, caratterizzata da una severa osservanza della Torah ebraica e da proprie tradizioni esegetiche. Incominciava anche a delinearsi il quadro complesso di un’attesa messianica in cui accanto al messia regale potevano comparire un messia sacerdotale, un profeta messianico, un redentore celeste.

Resta però la possibilità, suffragata dalla testimonianza di alcuni autorevoli studiosi, che esistano ancora dei rotoli in possesso di privati. Secondo Strugnell si tratta di ben quattro rotoli fra cui un testo completo di  Enoc ed il così detto “Rotolo dell’angelo”.

Ma finora tali rotoli, la cui autenticità  naturalmente deve essere ancora provata, sono rimasti occultati in qualche cassaforte.

A questo punto nasce la più incredibile delle storie di cattiva scienza del nostro tempo.

Fu costituito un team di studiosi di varie nazionalità e convinzioni religiose: in apparenza quanto di meglio si potesse fare per garantire un corretto esame dei reperti.

Il lavoro di analisi proseguì per tutti gli anni cinquanta, quindi incominciò il lentissimo processo della pubblicazione che, e qui arriviamo all’incredibile, non s’è ancora concluso a oltre 50 anni dalla scoperta.

Ancora agli inizi degli anni novanta solo un centinaio di manoscritti (circa il venti per cento) era stato pubblicato.

Le proteste sollevatesi negli anni sarebbero dovute divenire tuonanti col passare del tempo e mostrare al mondo lo scandalo che si protraeva nel tempo ma, fatta eccezione per qualche violenta e sporadica campagna di stampa, lo scandalo si protrasse senza una azione reale, decisa ed unanime del mondo accademico, che ancora oggi si ostina a sostenere la non eccezionalità di questa situazione e a sottolineare la totale inesistenza di motivi non scientifici alla base del ritardo.

Solo intorno al 1990, in modo rocambolesco, un eroe controcorrente, il prof. Robert Eisenmann, riuscì ad entrare in possesso di alcune copie pirata delle foto dei papiri, procedendo alla pubblicazione insieme al dr. Wise e dando inizio ai primi seri e liberi studi sull’argomento.

La polemica sul ritardo della pubblicazione si è accompagnata negli anni con rivelazioni sul presunto carattere esplosivo delle notizie contenute nei testi inediti e con l’accusa verso i responsabili della pubblicazione di ritardarne appositamente il corso per nascondere testi che avrebbero potuto mettere in crisi l’interpretazione ‘ufficiale’ dei manoscritti e della comunità di Qumran, o persino di mettere in crisi i fondamenti storici del cristianesimo.

 

IMPORTANZA  DEI  ROTOLI

Dal punto di vista archeologico e religioso di maggior rilievo sono i testi biblici. Degli apocrifi sono stati trovati, oltre ai conosciuti, anche molti altri di cui si conosceva solo il nome perché menzionato altrove, ma che ormai erano andati perduti. Ancora, oltre a tutto ciò, una gran quantità di libri assolutamente inediti: Inni, Liturgie, Regole, libri di astrologia ecc. La data della loro nascita, sulla quale ormai gli studiosi sono concordi, va dal III secolo a.C. al I secolo d. C..

         Al III secolo a.C. appartiene un manoscritto qumranico di Samuele e due rotoli completi del profeta Isaia, che diventano perciò i più antichi scritti biblici che si conoscano, quando si pensi che il testo della Bibbia finora usato si basava sul Codice del Cairo e sul Codice di Aleppo della fine del IX secolo. La trasmissione dei testi dell’Antico Testamento viene quindi retrodatata di più di mille anni. Già dal primo esame, venne la sorpresa di poter con­statare che il testo sin’ora disponibile era essenzialmente esatto.

Tutto è in movimento. È possibile che ci attendano nuove scoperte che   permettano di comprendere meglio l’ epoca di Cristo, la vita delle comunità ebraiche “avventiste” e di quelle cristiane nei primi anni di apostolato e di proselitismo. In pratica tutto il periodo più importante e più interessante, dal punto di vista umano, della storia della Palestina.

Ma perché il gover­no israeliano ha mantenuto questo cli­ma di segretezza? Vuole nascondere qualcosa?

Le interpretazioni pos­sibili sono molte. Ulrich, Tov e Puech, i tre unici studiosi ai quali dal 1967 in poi è stato permesso di accedere agli originali, sostengono che non esiste alcun divieto di pubblicazione, ma hanno minac­ciato la biblioteca Huntington di adire le vie legali per violazione della proprietà letteraria.

Dicono che loro stessi sono pronti a pubbli­care tutto, quando avranno finito l’esame dei testi, ma questo esame si è protratto oltre ogni termine ragionevole. Probabilmente un divieto c’è. Forse qualche passo dei rotoli di Qumran modifica certi aspetti della tradizione ebraica che le autorità israeliane vogliono di­fendere.

In pratica, questi mano­scritti sono gli unici coevi a Gesù e quindi le persone che li redassero appar­tenevano allo stesso ambiente sto­rico-culturale in cui predicava Ge­sù. I rotoli di Qumran non nomina­no Cristo e non confermano la sua storicità, però confermano la storicità del suo ambiente, fanno capire che la narrazione evangelica è atti­nente alla realtà. Questo, almeno, è il pensiero della Chiesa Cattolica.

Eisenman e Wise con­cludono che «questi scritti non biblici contengono le più preziose informazioni sul pensiero e le correnti del giudaismo e sull’Ethos che diede origine al cristia­nesimo». E arrivano a tale convinzione tramite concordanze, paralleli; o magari leggendo passi che suonerebbero “da scomunica” verso i seguaci di Cristo.

Seguendo la loro pista, i nostri autori riconoscono addirittura l’autore della scomunica: Giacomo il Giusto (detto nei Vangeli “Fratello di Gesù”) che in un’epistola inclusa nel nuovo Testamento scrisse: “Se uno infrange un solo punto della legge, diventa colpevole di tutto”.

Infatti nel testo intitolato “Il Principe messianico” si legge: “Essi entreranno in giudizio e metteranno a morte il Principe della comunità, il rampollo di Davide… e con ferite, e il sommo sacerdote comanderà”. Secondo gli autori la frase potrebbe anche voler dire “che il Principe della comunità metterà a morte il rampollo di Davide”; e per noi è difficile non pensare alla Passione, al sommo sacerdote, alle ferite di Gesù eccetera.

          Qui fanno la comparsa temi biblici nuovi, quali lo spirito di Dio (in un altro frammento è detto esplicitamente Lo Spirito Santo si poserà sul suo Messia, in parallelo col battesimo di Gesù nei Vangeli), si parla di guarigioni ma soprattutto di risurrezioni dei morti: mentre in altri documenti si accenna all’aldilà, a splendori e luminosità delle dimore celesti, questo è il primo riferimento sicuro alla resurrezione dei corpi, uno dei cardini del messaggio cristiano.

­Ma quali erano i rapporti tra gli Esseni di Qumran e Gesù? Le differenze erano notevoli: Gesù parlava di perdono del nemico, concetto estraneo alla tradizione essena e mutuato piuttosto da certi filosofi greci (come Socrate); inoltre Gesù e i suoi discepoli si mescolavano alla comunità, agivano in essa, gli Esseni scelsero invece di ritirarsi nel deserto; e così via.

Eppure la scoperta di un piccolo frammento in greco nella grotta 7 (il famoso 7Q5), che recentemente è stato attribuito da Padre O’ Callaghan al Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), mostra che la figura e l’opera del Messia furono subito conosciute all’interno degli Esseni di Qumran; e certamente dovette esserci tra di loro chi ne rimase affascinato.

Lo stesso padre O’Callaghan confessò poi di esse­re stato dilacerato fra sentimenti opposti. Da un lato la sua scoperta gli appariva evidente. Dall’altro lato, però, O’Callaghan si rendeva conto delle conseguenze devastanti che una simile realtà avrebbe avuto sulla scienza biblica uffi­ciale, comune ormai a tutti i professori, cattolici e pro­testanti, credenti e increduli.

Presupposto indiscusso e indiscutibile è infatti che i Vangeli che conosciamo sia­no il frutto di una lunga e oscura gestazione, durante la quale la comunità cristiana avrebbe trasformato la «storia di Gesù» in una «predicazione sul Cristo», trasfigurando la cronaca in una riflessione teologica.

Comunque, tutti i cattedratici, an­che religiosi, insegnavano (e tuttora in gran parte insegna­no) che nessuno dei testi evan­gelici che possediamo è ante­riore all’anno 70: data cruciale perché è allora che Gerusa­lemme è rasa al suolo dai Romani e scompaiono i testimoni diretti delle origini cristiane, quelli decisivi perché potevano smentire gli evangelisti

Ora: tutto ciò che si è trova­to nelle grotte di Qumran non può esservi stato depositato dopo il 67 o il 68, anno in cui i Romani occupano la zona e gli Esseni sparisco­no per sempre.

Quei documenti potevano essere, senza troppa fantasia, associati alla cultura ed alla mentalità che regnava nella prima chiesa cristiana: quella fondata da Giacomo il Giusto.

Alcuni di quei documenti, come il Documento di Damasco, gettavano una luce sinistra sulla storia dei primi anni del cristianesimo ed in particolare sulla controversa lotta tra giudeo-cristiani ed il padre del Cristianesimo: Paolo di Tarso.

Questo documento, in particolare, era una prova schiacciante sulla procedura di scomunica cui fu sottoposto il fondatore del pensiero Cristiano, Paolo di Tarso, da parte del capo indiscusso della prima comunità cristiana: il giudeo-cristiano Giacomo il Giusto.

E’ proprio dalla “Regola della Comunità” qumramiana che si parte per questo breve viaggio alla ricerca dei paralleli tra l’essenismo ed il nascente cristianesimo.
Nel governo della comunità fondata da Gesù, 12 membri laici (i discepoli) in analogia ai 12 membri della comunità essena, erano affiancati da 3 membri che possiamo, a ragione, ritenere “sacerdoti”: Gesù stesso, Pietro e Giacomo.

Secondo gli israeliani, che al momento sarebbero impegnati nella pubblicazione del testo, il rotolo contraddirebbe il resoconto tradizionale delle origini del cristianesimo e, per il suo contenuto esplosivo, le autorità religiose avrebbero deciso di mantenere il segreto.

Noteremo subito che, proprio contestualmente alla pubblicazione degli inediti, autori come Eisenman hanno riaffermato le proprie posizioni, che a loro parere trovavano conferma nei nuovi testi. In questi testi secondo Eisenman si parlerebbe dei primi cristiani e in particolare emergerebbe nella sua piena luce il contrasto che divise la corrente di Giacomo e quella di Paolo.

 

Il rapporto fra Cristo e gli Esseni

L’INTERPRETAZIONE  DI  PAOLO  DI  TARSO

 

La rivendicazione di una supremazia trasmessa direttamente da Gesù Cristo, nota come «successione apostolica», è fondata su una versione degli eventi propria della Chiesa cattolica romana che è stata ampiamente screditata dagli studiosi moderni alla luce di un riesame dei fatti riguardanti la Chiesa di Gerusalemme. Oggi ci sono testimonianze consistenti a riprova del fatto che Gesù fu il capo di una setta esclusivamente ebraica, e che a succedergli non fu Pietro, bensì il fratello minore, Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme.

Il ruolo di Giacomo, fratello di Gesù, rappresentò sempre una minaccia agli occhi della Chiesa Cattolica Romana ed essa, fin dalle sue origini, manipolò la storia tacendo i fatti relativi a questa figura estremamente importante. Recentemente (1996) papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in un documento pubblico che Gesù fu l’unico figlio di Maria e che, perciò, Giacomo non era affatto suo fratello, un’affermazione insolita e assolutamente infondata che andava a scontrarsi con le testimonianze bibliche e con le opinioni di gran parte degli studiosi. L’ autorità delle prove oggi acquisite conferma che, pur essendo stato in tutta probabilità alla testa della comunità cristiana a Roma dal 42 al 67 d.C., Pietro non fu certamente il capo della Chiesa. AI contrario, la carica di leader supremo di questa istituzione era ricoperta in quegli anni da Giacomo, fratello di Gesù e vescovo di Gerusalemme.

Nessun biblista serio, per quanto ne sappiamo, ha mai messo in discussione questo fatto, che S.G.F. Brandon ha espresso in termini molto chiari:

“. . . .la realtà della supremazia della Chiesa di Gerusalemme e della sua concezione essenzialmente ebraica emerge affrancata da pericolosi dubbi, proprio come la leadership esclusiva di Giacomo, fratello del Signore. . . . ”

Perfetto successore del fratello crocifisso, Giacomo offrì una guida solida sia alla comunità nota come Chiesa di Gerusalemme sia agli ebrei della Diaspora (la dispersione nel mondo greco-romano ), tra cui per esempio le comunità stanziate a Efeso, in Turchia, ad Alessandria e a Roma stessa.

Circa tre anni dopo la morte di Gesù, Paolo, un ebreo della Diaspora originario della città di Tarso nella Turchia meridionale, giunse in Israele. Grazie alla «storia» falsa divulgata oggi, molti credono che quest’uomo si chiamasse Saul all’epoca in cui perseguitava i cristiani e che avesse cambiato il proprio nome in Paolo quando si convertì improvvisamente al cristianesimo, dopo esser rimasto accecato sulla via di Damasco.

La realtà è completamente diversa. Tanto per cominciare, nel periodo in questione i cristiani ancora non esistevano; la Chiesa di Gerusalemme era ebraica e la religione detta «cristianesimo» sarebbe sorta soltanto molti anni dopo come esclusivamente romana. L ‘uomo che gettò le fondamenta di questa religione aveva sostituito il proprio nome ebraico, Saul, con il romano Paolo quando aveva acquisito la cittadinanza romana, perché voleva un nome che suonasse simile a quello originario.

Si dice che Paolo fosse un fanatico della Legge ebraica, cosa che lo indusse a vessare la Chiesa di Gerusalemme, a suo giudizio meritevole di annientamento in quanto setta israelitica infedele agli insegnamenti religiosi. Addirittura si parla di un suo coinvolgimento nella lapidazione di Santo Stefano, il primo martire cristiano. Questa, comunque, va intesa soltanto come una controversia tra sette ebraiche in un’ epoca in cui la Chiesa di Gerusalemme, guidata da Giacomo, era esclusivamente ebraica e nulla faceva pensare che Gesù fosse più che un martire israelita, morto nel tentativo di offrire un’ opportunità di autogoverno alla propria gente.

A un certo punto, sedotto dalla natura sacrificale della morte di Gesù, Paolo entrò in dissenso con Giacomo, restio a riconoscere nel fratello un dio.  nella Lettera ai Galati, l’apostolo esprime la sua piena indipendenza dalla Chiesa di Gerusalemme o da qualsiasi intervento umano all’epoca della sua conversione soltanto con grande difficoltà, attribuendo le proprie accese convinzioni all’intervento diretto di Dio. Sostiene Paolo:

” . . . . . . .Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre. . . si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani. . . .” 

Adesso scopriamo che si apre una nuova possibile interpretazione del rapporto intercorso fra Cristo dei vangeli e il Battista, anzi, fra la comunità dei seguaci di Cristo e quella dei seguaci di Giovanni, che spesso nei vangeli sono indicate come due gruppi distinti. Cristo, aspirante alla carica messianica era un cittadino della Palestina settentrionale, del Golan per l’esattezza, il quale, ad un certo punto della sua carriera di leader del movimento zelotico fondato dal famoso Giuda il Galileo, si introdusse nell’ambiente esseno e venne riconosciuto dalla confraternita di Qumran come il destinatario delle profezie messianiche.

Ovviamente egli sollecitò i confratelli esseni alle ragioni concrete della causa, richiamandoli ad un interventismo che, secondo la concezione dei cosiddetti “galilei”, non poteva ancora lasciare il posto a semplici attese e speranze.

Insomma, in qualche modo di cui non possiamo permetterci di chiarire i dettagli perché mancano le basi storiche per farlo, questo momento della vita comunitaria dei qumraniani vede un’alleanza o addirittura una fusione simbiotica fra i monaci del deserto di Giuda e i capi zeloti provenienti da Gamala; mentre il battesimo di Cristo da parte di Giovanni non è che la rappresentazione letteraria di una cornice di immagini sacrali, come la discesa della colomba dello Spirito e la voce del Padre che si compiace del suo figlio. “Egli ha in mano il ventilabro…” avrebbe affermato Giovanni il Battista, “Egli brucerà la pula con un fuoco inestinguibile…”, avrebbe gridato con parole che sembrano estratte dal Rotolo della Guerra, cercando così di convincere i confratelli esseni che l’atteso ricostruttore del Regno di Yahweh era lui.

Paolo ha sentito sbocciare in sé i germogli di una colossale sintesi sincretistica, che cercava di sposare la sapienza biblica con quella ellenistica e con quella orientale e ha avuto la visione del “salvatore autentico”. Non autentico nella storicità, ma autentico nell’universalismo del messaggio di liberazione e di salvezza. Un salvatore che assomigliava ai molti dei incarnati che morivano e risuscitavano.

Questo salvatore e il suo insegnamento avevano la capacità di suscitare un riscontro nell’animo di milioni di persone, non solo nelle poche migliaia di ebrei esaltati che erano disposti a rinunciare ad una vita normale per esiliarsi fra le pietre arrostite del deserto, ad attendere e a preparare una improbabile rivolta messianica.

La salvezza messianica degli esseno-zeloti prometteva sì un mondo ideale, dove gli uomini sono fratelli e amano il prossimo come sé stessi, dove la superbia dei ricchi è solo il ricordo di un passato scomparso, dove la distinzione dell’abito non conta e dove regnano la verità e la giustizia; ma la via per realizzarlo passava attraverso una lotta risolutiva in cui la “pula doveva essere separata dal grano”, e i nemici della giustizia, i “figli delle tenebre”, dovevano essere letteralmente sterminati.

Paolo, che inizialmente si era trovato nella condizione di contrastare questo messaggio, ha operato da esso una distillazione, recuperando l’idea di un regime di giustizia e scorporando quella di una causa nazionalistica da combattere con la violenza e con le astuzie della guerriglia.

In essa Gesù deve apparire come il figlio di Dio, non deve appartenere a sette e organizzazioni che gli preesistono, né rappresentare alcuna ideologia di fattura umana (tantomeno con implicazioni politiche) e, soprattutto, egli deve essere il fondatore del cristianesimo che, ovviamente, non poteva esistere… prima di lui.

I suoi seguaci (gli apostoli, San Paolo, gli evangelisti, i Padri della Chiesa…) devono apparire come gli artefici della continuità e linearità della tradizione cristiana, eredi di una derivazione autentica dai suoi insegnamenti originali. Essi avrebbero operato in tutto l’ambiente mediterraneo e molti di loro, fra cui San Pietro stesso, avrebbero propagato la dottrina a Roma, affrontando un impatto difficoltoso, e talvolta tragico, con l’autorità imperiale. La retorica vittimistica delle persecuzioni deve essere il leit motiv di questa immagine leggendaria.

Ma valide ragioni ci inducono a pensare che la continuità e la linearità della tradizione cristiana, di cui gli Atti degli Apostoli vogliono essere il documento garante, siano in realtà un presupposto fittizio, antistorico, che deve cedere spazio alla piena consapevolezza che ci sono importanti e significative discontinuità in questo processo.

La più importante è senz’altro quella che oppone inconciliabilmente l’opera e la predicazione del fariseo Shaulo di Tarso (San Paolo) all’opera e alla predicazione degli apostoli diretti (Simone e Giacomo), ed è proprio su tale questione che si gioca tutto il senso dell’indagine storica sulla figura di Gesù Cristo.

Il cristianesimo del primo secolo non era affatto quello che esso è oggi, a duemila anni di distanza.

I rotoli di Qumran finiscono per mostrare loro malgrado, con innegabile chiarezza, l’esistenza di un grave conflitto fra una corrente giudaizzante (identificata nelle persone come Simone e Giacomo, i fratelli di Gesù) e una corrente riformista con aperture ellenistiche (identificata nelle persone come Paolo e i suoi seguaci).

Altro che divisione di competenze! La verità è che Simone, Giacomo e lo stesso Gesù erano legati alla concezione messianica di derivazione maccabea, ovvero al patriottismo nazional-religioso degli esseno-zeloti, ostile per natura al mondo gentile; mentre Paolo aveva già sparso i semi di una filosofia di apertura al pensiero extragiudaico, al punto da rappresentare il suo Gesù Cristo con caratteristiche che appartenevano assai più agli dei incarnati e risuscitanti delle teologie gentili che non alla figura messianica delle profezie giudaiche.

Ora, la quasi totalità dei cristiani nega che il Cristo giustiziato da Ponzio Pilato, con l’accusa di avere militato per diventare “re dei Giudei”, avesse l’intenzione di diventare realmente “re dei Giudei” e abbia mai avuto a che fare col messianismo nazional-religioso degli esseni e degli zeloti. E supportano questa loro irremovibile convinzione sulla base della tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, che contraddice alcune caratteristiche del pensiero ebraico messianista.

Ma il meccanismo non è questo! Il punto falso non risiede in quelle accuse di militanza esseno-zelota, bensì nell’immagine del Cristo apolitico, demessianizzato, addirittura quasi degiudaizzato, che propone nell’imminenza della Pasqua ebraica, ad una assemblea di giudei, cerimoniali di sapore nettamente gentile (l’eucarestia teofagica come rito sacrificale del dio incarnato), una immagine costruita a posteriori dalla scuola di San Paolo. E naturalmente non è legittimo dimostrare che il Cristo era un pacifista, che non era il Messia, che era estraneo ai movimenti esseno-zelotici, utilizzando a questo scopo i documenti che furono costruiti apposta per sostenere l’ideologia antimessianista e per alterare la figura di Cristo.

I Vangeli sono il manifesto antimessianista (e quindi anti-Cristo-della-storia) che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti di Cristo e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l’ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica.

FRAMMENTO 7Q5

 

Fra le testimonianze testuali più significative si pone il più antico frammento di papiro del Vangelo di Marco, sco­perto nel 1955 nella grotta 7 a Qumran e ca­talogato come fram­mento 7Q5. Nel 1972 il frammento venne identificato dal papirologo spagnolo Jose O’Calla­ghan quale parte del Vangelo di Marco (cap. 6, 52-53). Nella mostra “Dalla terra alle genti” il 7Q5 è esposto insieme a tutti i diciotto frammenti della grotta 7, con il vaso che venne ritrovato in tale grotta, recante per due volte, in caratteri dell’alfabeto ebraico, la scritta “Ro­ma”: l’indicazione della provenien­za di questi rotoli della Scrittura e quindi la prova della provenienza dai cristiani di Roma dove sarebbe stato composto il Vangelo di Marco.

Altri autorevoli studiosi attribuiscono invece le tre lettere:  RWM ad un probabile nome proprio o, più verosimilmente ancora, ad una località, ad esempio Ruma Galilea. Inoltre, per molti altri, è improbabile che quel “francobollo” possa con certezza essere un brano del Vangelo.

Nessuno, allora, sospet­tava che quel misero bran­dello avrebbe addirittura minacciato di rovinare la carriera di alcuni dei più os­sequiati biblisti del mondo. In effetti, per dirla subito e in sintesi: se quelle lettere sono davvero ciò che mol­ti affermano con sempre maggior convinzione, crolla­no i presupposti sui quali è stata costruita la presunta «scienza biblica» che da decenni si presenta come la so­la seria e attendibile.

 

ROTOLO  DELL’ANGELO

Secondo gli israeliani, che al momento sarebbero impegnati nella pubblicazione del testo, il rotolo contraddirebbe il resoconto tradizionale delle origini del cristianesimo, e per il suo contenuto esplosivo le autorità  religiose avrebbero deciso di mantenere il segreto. Si ripropone qui l’antica tesi del “complotto”, che già  ha avuto tanto spazio nelle polemiche nate intorno ai rotoli del Mar Morto.

La coincidenza tra i contenuti del rotolo e quella del messaggio cristiano sarebbe tale da mettere in dubbio l’originalità  del cristianesimo e del messaggio di Gesù, lasciando l’impressione che egli sia stato fortemente influenzato e persino membro del movimento esseno dal quale proviene il rotolo.

ANALOGIE  CON  LA  MASSONERIA

DELLA  “REGOLA DELLA COMUNITA’”

Questo rotolo ci racconta come, 390 anni dopo che Nabucodonosor distrusse Gerusa­lemme, Dio suscitò in Israele un movimento di penitenza organizzato sotto un Maestro di Giustizia. Con questo movimento Dio stabilì una vera e propria Nuova Alleanza, ripetendo probabilmente così il patto già fatto con Abramo.

Grazie a questa Nuova Alleanza, Dio avrebbe messo a parte gli adepti dei segreti della cono­scenza. I Figli della Luce, cioè i monaci che avessero mantenuto fede al patto, avrebbero avuto la vita eterna, mentre i Figli delle Tenebre sarebbero stati distrutti «senza che nulla resti di loro».

 

A prescindere dall’ interesse culturale e storico e dal clamore suscitato in tutto il mondo dalla scoperta dei rotoli, esaminiamo quale può essere il rapporto analogico con la Libera Muratoria. Uno dei manoscritti con­siderato tra i più importanti è il cosiddetto “Manuale di Disciplina”, la “Regola” cioè della Comunità essenica che abitava a Qumran.

È costituito da cinque strisce di pergamena di centottanta centimetri per venticinque, fu sottoposto all’ esa­me del C 14 e risultò stilato attorno al 200 a.C. Gli esperti di lingue orientali considerano però il documento una copia “tarda” di un testo più antico andato distrutto.

Il “Manuale di Disciplina” ci rivela una Confraternita, di indubbio carattere iniziatico, con regole e doveri analoghi a quelli della Massoneria così come sono compendiati nella nostra “Carta fondamentale dell’ Arte”.

Il “Manuale di Disciplina” enuncia altre norme con le quali è possibile identificare una analogia con la nostra Costituzione e i nostri Regolamenti. Di seguito ne trascriviamo alcune:

         Amore verso il prossimo.

          Tra gli scopi della “Regola” vi è quello di indurre coloro che hanno offerto se stessi, onde mettere in pratica i precetti di Dio, ad entrare in una ” Alleanza” di inestinguibile amore.

Il Maestro Venerabile si rivolge all’ Apprendista massone – al momento della sua iniziazione –  al termine  del quarto viaggio, dopo la prova del fuoco, con queste parole:

        – “Possa il vostro cuore infiammarsi  d’Amore per i vostri simili; possa questo amore, simboleggiato dal fuoco, improntare le vostre parole, le vostre azioni, il vostro avvenire”.

     La Dottrina.

          Nel “Manuale” è scritto: “… Tutti coloro che hanno offerto se stessi per fare trionfare la Sua Volontà, porteranno ogni loro scienza e forza e ricchezza alla Comunità “.

Continuando sull’ argomento dottrinario si legge nella “Regola” :

 

– ” Il dovere del Maestro è di far comprendere a tutti i Figli della Luce e di ammaestrarli nella storia di tutti i Figli dell’Uomo per quanto riguarda tutte le specie dei loro spiriti, con le loro caratte­ristiche distintive e le loro opere di generazione in generazione “.

– ” … dal Dio di sapienza procede tutto ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà. Prima che nasces­simo Egli stabilì a tutti il loro destino… “.

– “… queste sono le vie del mondo, cioè le opere che l’Uomo deve compiere come un dovere: splendere nel cuore dell’Uomo e spianare dinanzi a lui le vie della vera giustizia”.

– “… infondere uno spirito di umiltà e lentezza all’ira aborrendo da tutti gli idoli e comportan­dosi con prudenza in tutte le cose e celando la verità dei Misteri di Conoscenza”.

Sono molto simili alle  norme che il Maestro Venerabile impartisce al neofita al momento dell’Iniziazione.

          L’Iniziazione.

 

         La cerimonia di Iniziazione non differisce, nella sostanza, dalla nostra. Norme precise e rigorose stabilivano l’ ammissione di nuovi Fratelli, tra l’ altro:

“Questa è la Regola – si legge nel Manuale di Disciplina – per gli uomini della Comunità che si sono offerti di abbandonare volontariamente il male e di tenere fede a ciò che Egli il capo dell’Alleanza ha ordinato, rispondendo alle domande della maggioranza degli uomini che vigilano all’Alleanza”.

“L ‘impegno del silenzio è categorico con coloro – i profani – che non sono annoverati nell’Alleanza”.

– “… chiunque venga nel Concilio della Comunità dovrà entrare nell’Alleanza alla presenza di tutti coloro che si sono offerti volontariamente – cioè i Fratelli iniziati – e s’impegna con giuramento che lo obblighi a tornare alla legge di Mosè “.

“Ed egli s’impegnerà ad essere separato da tutti gli uomini dell’errore … “.

Il parallelo con le nostre “regole” appare evidente: i due testi, quello essenico e quello massonico si potrebbero definire sinottici, al pari dei Vangeli che sono attribuiti a Matteo, a Marco e a Luca.

          L’ organizzazione.

Più che l’organizzazione profana, interessa mettere in evidenza le norme che sintetizzano le cono­scenze esoteriche dell’ Alleanza e, in particolare, quelle che hanno attinenza con la Massoneria. Ecco quanto apprendiamo dal “Manuale di Disciplina”;

– ” Essi – i membri – saranno iscritti nella Regola secondo il loro intelletto e le loro opere, in modo che ognuno obbedisca al suo prossimo, obbedendo l’inferiore al superiore.

– “… e in modo che essi siano sottoposti ad una indagine – esame – per quanto riguarda i loro spiriti e le loro opere anno per anno, cosicché ciascuno sia innalzato secondo il suo intelletto e la perfezione della sua condotta “.

– “… nessuno parlerà al Fratello con ira o risentimento, con superbia o con cuore duro, e così non lo accuserà davanti ai Maestri senza prima averlo rimproverato al cospetto di testimoni “.

Come in Massoneria, anche tra la Comunità essenica, i membri si chiamavano Fratelli tra di loro. Tale appellativo è adoperato da secoli anche nelle organizzazioni religiose ma, diversamente da quelle, l’Alleanza essenica e la Libera Muratoria sono comunità iniziatiche laiche e in ciò sta tutta la sostanziale differenza.

          Ammissione nell’Alleanza.

Nella “Regola” leggiamo: – “Chiunque si offra volontariamente per entrare a far parte del Concilio della Comunità sarà esami­nato dall’uomo, posto a capo dei Maestri, sul suo intelletto e sulle sue opere.

         Se egli comprende il Regolamento e se lo accetta, quegli lo porterà nell’Alleanza affinché si voti alla verità e abbandoni ogni errore. Gli saranno spiegate tutte le regole della Comunità e, più tardi, quando egli – il bussante – rientrerà per stare al cospetto dei Maestri, essi, tutti, dovranno rispondere sul conto suo. E secondo quanto sarà deciso dal Concilio dei Maestri egli sarà accettato o respinto “.

 Comportamento.

 

         Le norme di comportamento che sono vigenti nel rituale massonico quali la discipli­na, il chiedere e l’ accordare la parola, il silenzio imposto agli Apprendisti, il permesso di parlare dato al Compagno, la facoltà del Maestro di insegnare, spiegare, discutere gli affari di Loggia “sembrano” essere stati tratti dal “Manuale di Disciplina” che testualmente dice:

– “… egli” – l’ Apprendista – “non toccherà cibo consacrato dai Maestri” – ossia non gli sarà concesso di parlare – “finché non sarà trascorso un anno intero. Quando sarà trascorso un anno i Maestri saranno interrogati sul suo conto e se viene stabilita la sua ammissione nell’Assemblea la sua mercede sarà messa a disposizione dell’incaricato alla supervisione sulle mercedi dei Maestri, ma non la spenderà per i Maestri

Questo passo corrisponde  a quello che noi massoni chiamiamo “aumento di salario”. Non solo, ne compenetra anche lo spirito dell’ esoterismo.

Nel “Manoscritto” si accenna anche ad un Alto Personaggio: l’Eletto del Tempio, che può essere paragonato al Gran Maestro, al quale tutti gli appartenenti alla Comunione devono rispetto e obbedienza.

 

CONSIDERAZIONI

Molto ci sarebbe ancora da dire a commento del “Manuale di disciplina” e delle analogie con la Massoneria che in esso sarebbe possibile rilevare, ma a far risaltare quanto ci lega alla “Regola” essenica, valga quanto è descritto nel rotolo del profeta Habacuc a proposito della morte del “Maestro di Giustizia” che si può, senza alcun dubbio, identificare con Hiram: la spiegazione di ciò, riguarda l’empio Sacerdote che ha perseguitato il Maestro di Giustizia fino ad ucciderlo nel momento del suo furore.

Troveremo, però, un suggerimento storico: che il Nuovo Testamento, la cui datazione come abbiamo già spiegato è molto più tarda dei rotoli, non fu un’invenzione letteraria, ma fu il frutto di una tradizione in sintonia con la cultura, l’immaginario, la spiritualità del tempo in cui visse Gesù.

Infine, per chi ama i segreti, i manoscritti di Qumran, sezione Inni e misteri, contengono testi sapienzali, esoterici di grande bellezza che riaffiorano nella letteratura cabalistica dei primi secoli ed anche oltre.

A cinquanta anni dalla scoperta molto lavoro è stato compiuto, molto resta da fare. Ci si è aperta una porta su di un mondo sconosciuto, e ci siamo accorti che quel mondo che già pensavamo di conoscere nascondeva porte che non ci potevamo neanche immaginare.

RIFLESSIONI

1)- Perché, se il Cristo è stato veramente quello descritto da Paolo nei Vangeli non viene mai nominato (né lui né i suoi discepoli) nei rotoli di Qumran che sono stati scritti con assoluta certezza quando Gesù era ancora vivo?. Perché non si trova traccia del nome di Gesù in nessuna altra parte tranne che nei Vangeli?

 

2)- E’ possibile che, pur riconoscendo la realtà storica del periodo durante il quale vennero scritti, le cose non siano andate esattamente come ce le ha raccontate Paolo? D’altra parte lui era un estraneo alla Chiesa di Gerusalemme.

 

3)- E’ possibile che Gesù sia stato un personaggio che voleva solo in qualche modo sollevare il suo popolo contro i Romani e che sia stato crocefisso proprio per questo?

 

4)- E’ possibile che il racconto dei suoi miracoli sia una esagerazione di Paolo? Oppure che, parlando di resurrezione dei morti si intendesse l’ingresso nella setta, cioè una sorta di iniziazione, come una morte simbolica e resurrezione, così come il trasformare l’acqua in vino si poteva intendere elevare le persone ad una condizione superiore?

 

5)- Ma, se il frammento 7Q5 è stato ben interpretato, allora ci troviamo di fronte a Vangeli scritti in un periodo coevo a Gesù. Tuttavia molti studiosi sostengono che questo frammento non sia affatto ben identificabile perché contiene in tutto solo 20 lettere delle quali solo 11 sicure e non esiste neanche una parola intera certa.

 

6)- In sostanza esiste una controversia di fondo tra Giudeo/Cristiani e Paolo di Tarso.

 

7)- C’è però chi sostiene che anche i nuovi testi trascritti ed interpretati non fanno altro che avvalorare la veridicità del Nuovo Testamento.

 

8)- L’episodio di Giovanni che battezza Gesù nelle acque del Giordano è emblematico dell’ingresso di Gesù stesso nella setta degli Esseni i quali erano gli unici a praticare questo tipo di rito sconosciuto a Gerusalemme ed invece punto focale nella comunità essena. Sembra molto probabile che Gesù, entrando a far parte degli Esseni, cercò di coinvolgerli alle ragioni della causa alla lotta vera contro gli invasori romani.

 

9)- D’altra parte è difficile capire che Cristo, dopo aver vissuto per 3 anni accanto ai suoi 12 apostoli ed aver affidato loro i propri insegnamenti, decida, dall’alto dei cieli, di lasciare l’eredità del suo apostolato a chi non l’aveva mai visto né conosciuto, anzi, a chi ha arrestato e giustiziato i suoi fedeli, a chi si è sempre posto in conflitto arrogante con loro, al punto da professarsi depositario di insegnamenti giunti direttamente dal cielo.

 

10)- Attraverso alcune ipotesi, molte delle quali assurde come il riconoscere dal microscopico frammento 7Q5 il Vangelo di Marco, si è cercato di puntellare alcune tesi religiose, primo fra tutto cercando di negare l’esistenza storica di una guerra aspra che impegnò i giudeo/cristiani (probabili discendenti degli Esseni) insieme a Giacomo, fratello o fratellastro di Gesù che era il capo di Gerusalemme, contro il fondatore unico del pensiero cristiano: Paolo di Tarso (e non Pietro come si crede).

AGDGADU

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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