IL SIMBOLO, MODO DI PENSARE

Il simbolismo, modo di pensiero
Il simbolismo non è un’appendice del mentale, una specie di escrescenza divertente e inutile della ragione. Modo di riflessione universale, la sua coerenza, sconosciuta al giorno d’oggi, viene tuttavia confermata quando lo si pratica. Il razionalismo, che rifiuta ogni altro processo di approccio alla vita, è estremamente recente in Occidente. Certo le premesse dell’atteggiamento descrittivo, analitico, il principio arbitrario di autorità erano già presenti in Grecia, ma convivevano congiuntamente con un pensiero mitico. Il Rinascimento, e poi dei secoli sempre più «scientisti» hanno imposto l’analisi e rifiutato la tendenza simbolica, che ha tuttavia continuato a vivere. E risorge nella nostra epoca con maggior forza. Quelli che hanno una mentalità meramente discorsiva ritengono che si tratti di un regresso dello spirito, di una perversione ostile al progresso. Invece, conviene ritrovare una concezione più viva, che sia nello stesso tempo profondamente umana e realmente trascendente, per riscoprire una spiritualità che illumini l’uomo liberandolo. L’Occidente inizia a uscire dalla lunga notte che seguì alla grande chiarezza del Medioevo. Il simbolismo, più che un oggetto di studio, è un modo di pensare e di vivere. Il lettore giudicherà con la pratica e vedrà se il cammino delle cattedrali è quello della sua stessa realizzazione.

Qualità metastorica del simbolo
« Nell’epoca romanica,» il significato metastorico del simbolo immerge l’uomo in una realtà sia temporale sia atemporale. Quest’ultima gli permette di comunicare con la conoscenza universale che lo proietta al di là dei confini personali, morali e religiosi.» Osservazione dalle numerose implicazioni, poiché essa cambia lo stato d’animo del ricercatore e gli richiede di fare appello a fonti d’informazione e di riflessione che non rientrano nel campo di uno studio esclusivamente storico. Lo storico, che deve essere razionale per compiere correttamente il suo mestiere, interpreta i simboli del Medioevo secondo i testi dell’epoca. Il simbolista userà lo stesso metodo; ma per esercitare anche lui correttamente il suo mestiere, non si fermerà lì, studierà le interpretazioni più diverse, più opposte, di un simbolo trasmesso da un’epoca all’altra e in contesti diversi. Non si tratta di analogie gratuite e di sapere, per esempio, se un’istituzione egiziana può spiegare la battaglia di Bouvines. È invece importante conoscere l’interpretazione egiziana del pellicano così come quella del Medioevo – la leggenda dell’uccello mitico non è cambiata- e poi andare al di là delle immagini offerte da queste due civiltà per ritradurle in modo contemporaneo. «Se lo (il simbolo) si lega al tempo, la sua caducità appare subito. Nella misura in cui si presenta come un modo di linguaggio che rivela una conoscenza, il simbolo svela una marcia ascendente che rompe col provvisorio. Per questo, esso appartiene a una terra trasfigurata.»

La profusione infinita del simbolo
« Si capisce abbastanza, in ogni caso, perché le ricerche d’interpretazione simbolica sono per l’archeologo nello stesso tempo una necessità e un pericolo, e perché bisogna assolutamente ricorrervi e diffidarne totalmente. Non c’è nulla, nel Medioevo, a cui il clero non sia pervenuto a trovare un senso simbolico, e particolarmente alla fauna reale o immaginaria; a volte parlano della bestia immaginando ciò che può significare, a volte parlano della nozione astratta, virtù o mistero, per cercare quale particolarità zoologica può corrisponderle…» E’ vero che tutto è simbolo di tutto, e che non si esaurirà mai l’essenza dei rapporti simbolici. Gli ordini di realtà corrispondono tra loro, sicché a un certo punto sorge la confusione. Tale è in effetti uno dei pericoli: ammucchiare interpretazioni su interpretazioni, concludere che tutto è in tutto, e infine perdersi in una fioritura mentale non orientata e poco creatrice. Perciò è necessario esaminare in anagogia i simboli-matrice, quelli che hanno attraversato la prova dei tempi e sono rimasti presenti nella coscienza degli uomini: il Re, il Toro, l’Uomo cosmico, la Fenice, ecc., che ritroviamo nei principali monumenti della tradizione occidentale e che comprendono gli stati spirituali fondamentali. La tradizione iraniana, dal canto suo, insistendo sulla profusione dei simboli, ha mostrato come esistesse tuttavia un centro di riferimento: i dodici Imam, cioè, secondo l’interpretazione autentica, le dodici forze creatrici che fanno continuamente nascere l’universo.

Il simbolo vela e svela
Bisogna per questo dubitare della Sacra Scrittura: poiché, secondo le diverse azioni di una cosa o di una persona, si possono attribuire diversi significati». La dualità che la mente crede di riconoscere nel simbolo è il frutto della sua analisi; se vogliamo capire, non dobbiamo proiettare la nostra ignoranza sulla figurazione che abbiamo davanti agli occhi, né analizzare minuziosamente l’universo in frammenti buoni o cattivi, in positivo e in negativo. E’interpretazione fondata su basi tradizionali conosce le regole del gioco dei contrari e le situa nell’armonia delle loro proporzioni con l’aiuto del Numero doro del pensiero. Così, il velo eterno del simbolo non è più un ostacolo definitivo, «scientificamente irricevibile»; esso fa scaturire un fascio di sensi divergenti per l’uomo separato dalla vita universale, rivelando nello stesso tempo l’unità della creazione all’essere che è in comunione spirituale con il Principio.

Il simbolo e l’esperienza spirituale
« L’esperienza spirituale può manifestarsi solo tramite i simboli. La simbolica è portatrice di segni, indica un senso, dirige, guida, suggerisce. Il simbolo testimonia una realtà, ma esso non è la realtà.» Il simbolo è la guida per eccellenza che dirige la realizzazione spirituale di un individuo così come di una civiltà, senza dubbio perché orna di immagini la realtà invariabile. È contemporaneamente mezzo di accesso e formulazione della spiritualità; l’uomo che giunge a una percezione vissuta dell’universo in creazione ha naturalmente ricorso al simbolo quando vuole esteriorizzarla. Si può dire che sia «un tentativo di avvicinarsi allo spirito che, al di là di tutte le immagini e le pluralità, è uno, e di conseguenza un tentativo di avvicinarsi a Dio».
Marie-Madeleine Davy ha enunciato i rapporti tra il simbolo e l’esperienza spirituale in alcune frasi di una chiarezza avvincente: «La differenza tra gli uomini si riduce a questo: la presenza o l’assenza dell’esperienza spirituale. Sia pur luminosissima, tale esperienza non sarà mai acquisita una volta per tutte, è destinata a successivi approfondimenti, perciò l’uomo in cui essa si adopera (si compie e si realizza) sta attento ai segni della sua presenza, ai simboli che come delle lettere gli insegnano un linguaggio, il linguaggio dell’amore e della conoscenza. L’uomo spirituale viene istruito dai simboli e, quando vuole rendere conto della sua esperienza ineffabile, fa ancora necessariamente ricorso ai simboli».

Il simbolo, supporto di un linguaggio universale
Nella sua ammirevole opera Il gioco delle perle di vetro, Hermann Hesse parla del gioco, origine della vita, simbolo dei simboli, «specie di linguaggio universale, che consentiva ai giocatori di esprimere alcuni valori tramite segni ricchi di senso e di stabilire relazioni tra essi». Troviamo qui una delle basi del pensiero tradizionale: il simbolo è l’elemento maggiore della Lingua sacra. I riti, i testi, i rituali sono le lettere che compongono il Libro dell’universo. I saggi d’Israele hanno sempre considerato quest’alfabeto spirituale la realtà fondamentale e la chiave della creazione. Le diverse componenti della Lingua sacra sono i principi metafisici, gli archetipi, le arti sacre; si raccolgono in una viva sintesi, che è Luce, e invitano gli uomini a sentire che la Parola è atto.
La prima conseguenza di una tale constatazione è la pluralità di sensi inclusi nel simbolo. Ma ce n’è un’altra: il simbolo è lo strumento che consente di parlare della realtà ultima, e cioè della conoscenza della creazione in spirito. Ne deriva una terza conseguenza: essendo un supporto modellato dall’atemporale, è suscettibile di tutte le formulazioni spirituali. Il simbolista, che si appoggia su alcuni documenti per ricostituire al meglio la trama interiore delle epoche che hanno messo in valore questo o quel simbolo, realizza un’osmosi tra il proprio pensiero e il pensiero tradizionale, e da lì nascono nuove interpretazioni relative alle qualità proprie della sua coscienza. Così concepiremo sicuramente dei significati che né gli Egiziani né i medievali avevano immaginato o espresso. Non ci sarà in ciò un tradimento, ma una nuova luce indispensabile alla vita attuale dei simboli, a patto che le nostre proposte restino in armonia con la via tracciata dai nostri predecessori. Secondo San Bernardo, siamo dei nani sulle spalle di giganti. Questi ultimi rappresentano momenti di coscienza eccezionali durante i quali gli uomini ebbero la facoltà di creare simboli; appoggiandosi su questi, è possibile scoprire nuovi paesaggi.

Simbolo e trasparenza del mondo
Abbandonati a noi stessi e smarriti nel mondo, cerchiamo una via. Nelle civiltà in cui la spiritualità – e non la vita economica – aveva la parte principale, il simbolo fu sempre proposto come mezzo per capirsi e per capire il mondo. Per l’uomo medievale quest’ultimo ha un senso: proviene dall’Uno e si dirige verso l’Uno. Nei suoi
aspetti multiformi si svelano i principi creatori, più o meno oscurati dalla manifestazione. I simboli sono dei punti di luce, dei momenti di condensazione dell’energia creatrice che, come dei lumi, rischiarano il mondo: «Egli (l’uomo) vede il mondo come un’immensa parabola dove tutto è a somiglianza di Dio, poiché non c’è niente che non sia un’idea di Dio: ogni attività intellettuale, spirituale e artistica del Medioevo sembra così riassumersi in uno sforzo ardente e paziente di chiaroveggenza. Sapendo che vedere chiaro in ogni cosa significa vedere Dio attraverso tutte le cose».

Il simbolo sempre presente e indistruttibile
Il Maestro del Gioco delle perle di vetro medita in questi termini: «La decadenza e la morte di quella lingua non erano tuttavia giunte al nulla, la sua giovinezza, il suo fiore, il suo declino si erano conservati nella nostra memoria, nella conoscenza che noi avevamo di essa e della sua storia, ed essa continuava a vivere nei segni e nelle formule scientifiche, così come nelle definizioni ermetiche del Gioco delle perle di vetro; in ogni momento essa poteva essere ricostituita. Capii improvvisamente che, nella lingua, o perlomeno nello spirito del Gioco delle perle di vetro, tutto aveva effettivamente un senso totale, che ogni simbolo e ogni combinazione di simboli non giungevano a questo o quel punto, a esempi, a esperienze o dimostrazioni isolate, ma al centro, al segreto e all’intimo del mondo, alla scienza fondamentale».
In ogni momento, il simbolo può essere ricostituito nella sua totalità, quando la coscienza desidera assumere questo compito. La possibilità di condurlo a buon fine esiste attraverso la grazia luminosa del simbolo, poiché, «malgrado i rifiuti e le confusioni, i simboli restano vivi, indistruttibili. Nessuna mano, nessuna volontà potrà mai distruggerli… il pensiero simbolico è consustanziale all’uomo orientato verso la luce».L’uomo edifica una cattedrale edificando se stesso.

Il simbolo che libera
Alcuni etnologi hanno sostenuto che la gestazione dei simboli potesse dipendere dall’ambiente geografico o dal clima sociale; opinione giusta per i simboli minori, in rapporto a fatti naturali circoscritti a un paese. Generalmente, il loro senso si smorza. Invece, i simboli-matrice non sono subordinati a fattori terrestri o temporali;
essi dipendono direttamente dal pensiero creatore. Nessun Egiziano, nessun medievale ha mai visto una fenice; osserviamo che le due civiltà hanno ripreso alcuni temi che corrispondono a delle idee essenziali, a una liberazione del pensiero. L’uomo è naturalmente segnato dalla propria epoca e dal proprio paese; però se vi si ferma, egli non pensa, ma è pensato. I simboli aprono un cammino attraverso il quale si impara a condurre lo spirito in funzione dell’uomo universale, della creazione in atto, non secondo dati materializzanti. Scaturito dall’energia stessa che libera le forze cosmiche, il simbolo libera l’iniziato.

Il simbolo, via dell’umiltà
Si è creduto, talvolta, che i simbolisti fossero persone tracotanti, che lavoravano su argomenti riservati a una cerchia di eletti. Questa convinzione veniva dal fatto che i documenti fossero confinati nelle biblioteche o accuratamente conservati in poche mani. In questi ultimi anni ci è stata concessa una più ampia diffusione dell’informazione simbolica; benché non siano perfette, le traduzioni di testi tradizionali si moltiplicano e sono ora ricevute con meno settarismo. Infine, noi speriamo di mostrare che il messaggio è alla portata di tutti; basta incontrare con uno sguardo nuovo i monumenti edificati sul nostro suolo.
La simbolica vieta di premettere la propria opinione; essa propone un pensiero di natura collettiva,elaborato dalla coscienza di una civiltà e non da un individuo. Condurre alla vera umiltà è una missione naturale del simbolo; le società tradizionali avevano riconosciuto che i propri difetti impedivano all’uomo di comunicare direttamente con lo spirito della creazione. Esse offrivano i simboli come dei ponti, delle scale, dei passaggi fra l’uomo individuale e l’uomo compiuto. Il vanitoso espone il suo pensiero e lo impone come un valore sicuro; l’uomo tradizionale modella il proprio pensiero sul simbolo.

Il simbolo in noi
I simboli sono tanti sguardi animati, tante mani piene di tesori. L’importante è sapere che essi sono in noi e intorno a noi, che aspettano pazientemente di essere riconosciuti. Se essi non rappresentassero che un acquisto intellettuale da ottenere, avrebbero l’interesse di una teoria qualsiasi. Ma essi sono per prima cosa un universo da conquistare; poi, quando lo spirito del ricercatore si sveglia, diventano interiori. Essi raffigurano degli stati di coscienza, dei concetti fondamentali. Integrandoli e assimilando lo spirito che li anima, si giunge a poco a poco a conoscere l’architettura spirituale della vita, e si arde dal desiderio di realizzare in sé le parole di Cristo: «Che colui che cerca non smetta di cercare fino a quando non trova, quando troverà, sarà turbato, ed essendo stato turbato, si meraviglierà, ed egli regnerà sul Tutto… il Regno è dentro di voi e fuori di voi… quando avrete fatto di due uno, e avrete reso l’interiore come l’esteriore e l’esteriore come l’interiore, allora entrerete nel Regno».

Il simbolo, modo di realizzazione del Sé
Il simbolo è un’espressione totalmente impersonale che non tiene in nessun conto l’individuo, o è il supporto di un’interpretazione qualsiasi? La domanda è mal formulata, essa nasce da un processo discorsivo. Si può comunque fornire una risposta: «Questa rivelazione possiede nello stesso tempo un carattere personale e impersonale. Personale, poiché la rivelazione legata al simbolo dipende dal livello di colui che la riceve. Impersonale, poiché essa è sempre uguale e non muta nel tempo». Il simbolo è presenza della coscienza cosmica, atemporale nella coscienza umana. Fa sbocciare un essere vero che vive nel cuore delle cose, delle creature, e orienta la sua esistenza secondo il senso che essa si dà spontaneamente. Il Vangelo secondo san Tommaso precisa che la luce nasce da se stessa; la via del simbolo è quella di uno stato di attenzione a questo flusso divino. Ritroviamo, passo dopo passo, le funzioni del simbolo che avevamo rilevato precedentemente: ponte fra l’uomo e la creazione, linguaggio atemporale, realizzazione cosciente della Luce. Se per analizzare abbiamo dovuto scomporre, è in pratica impossibile isolare questi diversi attributi; essi vivono in perfetta unità e, a loro immagine, l’uomo tenta di unificarsi. Il simbolo gli rivela l’importanza del rapporto armonico; i costruttori non calcolavano. Edificavano in funzione delle proporzioni affinché il monumento vivesse al di là di loro stessi. Un compagno ci parlava un giorno del suo modo di scegliere le pietre giuste. Io non misuro, diceva, poso la mano sulla pietra e la vivo. Riconosco allora la sua natura, la prendo o la rifiuto.

Il simbolo, viatico del viaggiatore
La via spirituale implica la congiunzione di una scienza e di un’arte. Queste due tecniche sono indissolubilmente legate nel simbolo, il cui studio necessita di un certo sapere e della padronanza di un’arte, quella di costruirsi a immagine della Gerusalemme celeste. Sulla strada che vi conduce, i simboli sono un nutrimento altrettanto indispensabile se si vuole che il pensiero si trasformi all’infinito. Viverli, permette di sfuggire ai pericoli della mente, a quelli della sensibilità leziosa, alla vanità di credere che un giorno si sarà trovato, si sarà capita ogni cosa.

Il simbolo, modo di trasmissione
Le teorie si inaridiscono, le ideologie si vanificano rivelandosi illusorie e muoiono. Il simbolo, prima ancora di trasmettere delle idee, accorda una maniera d’essere. Se la si rifiuta si nega il simbolo, che resta lettera morta. Andando nel senso delle cose, si ritrova la catena ininterrotta degli archetipi imperituri che costituiscono le modalità essenziali della creazione. I simboli permettono di raggiungere una visione del mondo imperniata sulla realizzazione dell’essere. Si capisce così la frase di Maestro Eckhart: «Simbolo vuol dire sacramento».
La simbolica, maturata e lavorata attraverso i secoli da un lavoro a volte cosciente, a volte non consapevole, fu lo strumento privilegiato dalla virtù, grazie al quale l’uomo del Medioevo unificò le differenze e le contraddizioni dell’esperienza. L’essenza di tale metodo consiste nel riconoscere la validità simultanea dei livelli d’interpretazione; non si perviene alla verità che accettando il legame che esiste fra loro, senza preferire l’uno o l’altro. Perciò essi ci conducono a scoprire il Sé, il Principio in noi e negli altri, in ogni particella della natura. I simboli non sono nulla di per sé, mala congiunzione dello spirito di colui che cerca di viverli al pensiero universale ne fa scaturire una molteplicità di sensi, mai prima immaginati.

Istruzioni ai Fr∴Apprendisti


Parte 2

Fratelli carissimi, l’occasione dell’iniziazione del Car.mo Fr. A. G., che mi ha visto direttamente coinvolto ed in qualche misura “responsabile”, sia come presentatore che come affezionato familiare del neofita, mi costringe, ancor più che ad una istruzione sui simboli o sul loro valore e significato esoterico, ad una riflessione, su quello che ritengo – e so di non essere solo in questo pensiero – il valore fondamentale che trascende dal rito di trasformazione del profano in neofita: il valore della coerenza.
Invito tutti a rileggere con attenzione il rituale, a fare scorrere il proprio pensiero e la propria attenta meditazione sulle parole, sui simboli, sulle concettualità che vengono espresse dalle sue fasi: il testamento, le prove, la promessa solenne.
E’ chiaro che non abbiamo inventato nulla! Questo simbolismo, variamente manifestato, questi concetti, sono propri di tutte le grandi filosofie, delle religioni, dei movimenti di pensiero, delle unioni di uomini: creare un uomo nuovo, rinnovato da un rito iniziatico, comunque lo si voglia chiamare, è un patrimonio comune delle religioni e delle culture universali.
Dov’è allora la differenza che rende il nostro rito unico e ambito? Quella differenza sottile che dovrebbe rendere il massone veramente un uomo nuovo e diverso in senso fisico e metafisico? Quella peculiarità che ci rende corpo iniziatico?
Le nostre risposte sono in effetti consuete e mi sembrano semplici, forse abitudinarie: la ricerca iniziatica, la costruzione del proprio tempio interiore, l’agire nel mondo profano seguendo principi e comportamenti appresi o approfonditi durante la vita massonica e la ritualità sacrale dei lavori di Officina.
Ma queste restano e sono solo vuote parole e concetti artificiosi se non si legano in maniera indissolubile al valore della coerenza. La coerenza intesa quindi come espressione esterna del proprio essere interno, come manifestazione visibile e tangibile della propria qualità di uomini, come comportamento sociale dell’uomo iniziato.
Un grande pensatore tedesco di questo secolo, di matrice cattolica, Bonhoeffer, ucciso nei campi di concentramento, scrisse pagine meravigliose che proverò in un prossimo futuro, se il M:.V:. è d’accordo, a commentarvi, sull’uomo di qualità e sulla sua solitudine: la solitudine del massone nella società, uomo controcorrente perché coerente nella vita con i principi che ispirano il suo essere iniziato. La nostra deve essere una vita di qualità, nella quale la coerenza fra i principi professati e le azioni nel mondo profano è la sua impalcatura. Credo che tanto maggiormente viviamo la coerenza fra valori iniziatici e le azioni operative nel mondo, tanto più costruiamo quel tempio interiore e diamo sostanza all’azione della nostra Officina.
Ed è questa la sede propria per rammentare questo valore: il rito di iniziazione, quando tutti sosteniamo di averlo rivissuto ciascuno un po’, ma che deve essere momento, sprone e pungolo soprattutto per verificare quanto mettiamo realmente in pratica proprio il valore della coerenza.
Fuori e dentro la nostra Istituzione.

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