RIFLESSIONI DI FINE STAGIONE

RIFLESSIONI DI FINE STAGIONE di E. Enrico Tauber

Nel_le discussioni che hanno accompagnato (e che, se fossero state vissute e sincere non sarebbero cessate di botto appena svoltesi le elezioni amministrative) l’iter legislativo, tuttora in corso, delle nuove disposizioni in materia di commercio, detenzione ed uso di droghe psicoattive, si è detto tutto ed il contrario di tutto. Meno un dettaglio, non proprio trascurabile, che però non è mai stato menzionato né da coloro che sono favorevoli alla posizione più spiccatamente punitivo-repressiva, né da quelli che, all’opposto, ritengono preferibile una posizione più pratica (liberalizzare per capitozzare il traffico illegale): la responsabilità del consumatore di droghe.


Tutti sono d’accordo che la tossicomania non è malattia né dipende (salvo qualche raro caso veramente eccezionale) da uno stato di malattia ma è, fondamentalmente, conseguenza di una scelta personale. Siamo stati addentro alla questione abbastanza per renderci conto che queste scelte, pur non essendo obbligate, tante, tantissime volte non possono neppure essere considerate libere. Intanto il candidato tossicomane è quasi sempre persona caratterialmente debole, frequentemente con deficit culturali e/o intellettuali, carenze affettive, insufficiente capacità di giudizio critico, immerso in quello che i sociologhi chiamano disagio esistenziale — che tante volte è costituito da vere e reali difficoltà, ma tante altre da semplice infingardaggine, da un rifiuto della fatica di (e per) vivere. (E ovvio che i motivi di protesta, ideologici, degli anni sessanta sono lontani anni luce).

Tante volte, veramente, tutto è sbagliato alle spalle del tossicomane: la famiglia, la scuola — e con ciò l’educazione e la formazione del cittadino — il mercato del lavoro e le strutture sociali e di conseguenza, l’inserimento. Ma tutti questi fattori non sono, e non sono mai stati ideali per chicchessia, Ed allora il «chiamarsi fuori», con tutto ciò che può averlo propiziato e per quanto anche pesantemente condizionato quanto si voglia, è e rimane non una fabulata generica «colpa della società», ma una scelta. Scelta, perché oggi nessuno ignora cosa significhi e cosa comporti, scelta di cui nessuno oggi più ignora le implicazioni e conseguenze. Scelta che, per il soggetto che la compie,

potrebbe anche rientrare tra quelle proprie della sfera della libertà individuale di disporre di sé (in Italia il tentativo di suicidio non è reato) se non fosse per un suo particolare aspetto: quello della sua antisocialità. Il tossicomane divenuto tossicodipendente, nella generalità dei casi, non è in grado di guadagnarsi in modo legittimo quanto gli occorre per vivere e soprattutto per finanziare il suo fabbisogno di droga. E di conseguenza viene a pesare sulla collettività con la maggioranza di tutti i reati globalmente commessi nella Repubblica, senza contare quelli non denunciati, come gli abituali depredamenti e maltrattamenti dei genitori. Poi bisogna mettere in conto la prostituzione, la diffusione di virosi (soprattutto, ma non solo, l’epatite e l’ AIDS) ed altre malattie cui consegue un pesante e straordinario consumo di risorse del Sistema Sanitario Nazionale — già insufficiente per le fondamentali esigenze della collettività — consumo destinato a continuare ad incrementarsi in modo esponenziale con il diffondersi dell’AlDS. Ciò si verificherebbe, sia pure forse in forma meno drammatica, anche se la droga fosse disponibile a prezzi controllati I

Questa, della disattesa del principio di responsabilità personale, pare sia diventata una norma della nostra società italiana: la sottomurano le sanatorie, i ripianamenti dei deficit straripanti degli enti pubblici, i periodici condoni ed amnistie, certe depenalizzazioni per politici e pubblici amministratori.

In questo generale ordine di idee siamo giunti al punto — e mi riferisco ad un episodio di questi giorni — in cui dei genitori rifiutano di riconoscere e di occuparsi del loro neonato perché anormale (mongoloide nella fattispecie). La legislazione italiana non ne prevede la possibilità, ovviamente, nel caso di nato da un matrimonio — anche se un caso conclusosi proprio secondo le intenzioni dei genitori ci è noto personalmente ed è avvenuto già parecchi anni fa, e con l’intervento della magistratura minorile, in una città dell’Italia settentrionale.

 Il discorso, ma su un piano molto diverso e limitato, dovrà essere affrontato prima o dopo anche per i fumatori ed i forti bevitori che, come frequentemente esitanti in malattie gravi (cancro del polmone ed epatopatia alcoolica) vengono a pesare sulla collettività, ma praticamente mai sono portati alla delinquenza — mi riferisco ovviamente agli alcolizzati.

Ora nessuno desidera un figlio minorato — anche se l’attesa più razionale e modesta è solo quella di un figlio non eccezionale, ma almeno medio-normale. Si può essere addetti ai lavori e provare ancora dopo decenni un senso del meraviglioso in presenza di un bambino nato senza difetti di formazione e senza segni di sofferenza: Si può aver vissuto tante volte la tragedia di quando non è così, e non si può mai fare a meno di essere emotivamente coinvolti. E si conoscono bene le difficoltà, la solitudine personale e sociale, la disperazione quotidiana e spesso inevitabilmente ingravescente di tanti genitori, specie oggi che si riesce a far vivere (ma tante volte si tratta solo di sopravvivenza piuttosto che di vita nel suo senso pieno) intralciando, sforzando, doverosamente, il corso della natura — molti che ancora pochi anni fa non sarebbero sopravvissuti tanto a lungo.


Vogliamo anche dire che casi estremi da Cottolengo ce ne sono sempre stati, casi in cul un allevamento in famiglia è veramente impossibile. E non vogliamo certo ergerci a giudicare chicchessia. Ma noi che abbiamo raccolto, vissuto la coraggiosa disperazione di tanti genitori, con i loro saltuari desideri di suicidio e di figlicidio — e che li avremmo comunque tenuti in onore in qualsiasi evenienza; a noi che gli abbiamo sempre visto riprendere con coraggio e rassegnazione il loro calvario, ecco, un rifiuto totale, immediato, assoluto, del figlio come di una cosa estranea, indifferente, non ci sentiamo di ritenerlo accettabile. Nessuno, uomo, legge, dio, possono validare un comportamento del genere che può sì avere lontane radici biologiche e forse istintuali, ma a cui appunto si oppone tutto quanto ci differenzia dal resto del regno animale. Conclusioni? Una sola, ed abbastanza breve.

Che ciascuno nella sua sfera personale, familiare, sociale, cerchi di ricordarsi sempre che non vi sarà progresso — su alcuno di questi piani — quando resti disatteso il principio della responsabilità personale; accettata e vissuta con umiltà e consapevolezza e con il maggior rigore di cui si sia capaci. Soprattutto da chi si professa massone. 1 valori fondamentali della vita non sono cambiati neanche alle soglie del XXI secolo: operosità, impegno personale, affidabilità, onestà (intellettuale innanzitutto), senso di appartenenza e solidarietà sociale, disponibilità all’assunzione — ed all’assolvimento — di responsabili61

tà, controllo e contenimento di fatue ambizioni personali e di fuorviante sete di potere, incorruttibilità, tolleranza ed apertura verso i bisogni del prossimo; impegno per la preservazione del nucleo familiare (anche a costo di sacrifici, economici ed affettivi) educazione dei figli intesa come un ‘amorevole, attenta, discreta ma solida e coerente offerta di aiuto nell’acquisizione della autonomia delle scelte, libera, spoglia di pregiudizi e consapevole — soprattutto attraverso l’esempio ancor prima che attraverso le parole.

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