ELOGIO ALL’AMORE

Elogio dell’amore

La più perfetta esperienza che ci fa definitivamente vivere l’unità totale con I ‘altro non è la devozione, è un ‘esperienza più intima e insieme più irresistibile: l’amore.

L’amicizia e la benevolenza riescono a eliminare dall ‘animo umano quella diffidenza sistematica di cui l’individuo suol farsi una corazza, quasi a difesa della propria intimità.

La devozione, poi, ci fa compiere un altro passo innanzi: ci fa scoprire che I ‘unità spirituale con il maestro non costituisce, per il discepolo, un uscir fuori di sé.

L’esperienza dell’amore compie questo ciclo mostrandoci che è possibile realizzare un’unità di vita, completa e perfetta, con l’altro di sé senza che ciò abbia minimamente a ferire l’intimità dell’individuo che si dà all ‘altro.

Affinché venga realizzata l’unità completa di due individui è necessario che si stabilisca fra essi una confidenza totale; e questo esige due condizioni:

l) una profonda simpatia dell’uno verso l’altro, simpatia per lui, nel suo essere concreto, non comunque idealizzato; per lui, con i suoi slanci, le sue capacità, le sue debolezze, i suoi dubbi, le sue paure, le sue piccole ingenuità.

2) un ‘assoluta sincerità, costante, senza eccezioni; sincerità che li porti a

comunicarsi l’un l’altro ogni loro esperienza, ogni sentimento, ogni desiderio, ogni pensiero.

Perché questa comunicazione totale, senza segreti, non ferisce l’intimità dell ‘individuo che ama? Perché la comunicazione con l’amante non è la comunicazione con un individuo qualsiasi; la fiducia più completa dell ‘uno nell’altro li garantisce che, quanto essi si rivelano a vicenda, resterà un segreto per gli estranei.

Essi ne parleranno soltanto fra loro; ne discuteranno come l’individuo suol discutere fra sé e sé intorno a ciò che gli sta più a cuore, ma con il vantaggio di circondare questo loro discorso con un velo di tenerezza, di affettuosa indulgenza che l’individuo non può trovare in sé.

L’intimità non è ferita, perché l’amato non è più un altro per l’amante; è lui stesso in quanto vive le medesime gioie, i medesimi desideri, i medesimi dolori, ma è più di lui in quanto è sempre qualcosa di nuovo per lui; è un essere che si è aperto completamente per lui e che tuttavia, come un essere vivo e concreto, riserva sempre al suo sguardo appassionato qualcosa di non ancora visto, di non ancora approfondito a sufficienza.

È chiaro che noi parliamo qui dell’amore ricambiato. L’altro, quello non corrisposto, si riduce ad un’aspirazione, ad un desiderio; è qualcosa di incompleto, è un ‘ esperienza mancata.

Forse, da un punto di vista psicologico, può risultare più interessante; per questo i poeti si soffermano preferibilmente su di esso. Però, dal punto di vista filosofico, l’esperienza davvero essenziale è l’amore ricambiato, è quella serie illuminata di atti amorosi, per cui due individui riescono a vivere una sola vita, sentire e vibrare all ‘unisono, creare un ‘unità più alta che li supera senza distruggerli.

Non è nemmeno il caso di ricordare, tanto risulta evidente, che l’essere anonimo, l ‘automa, il non individuo non può né amare, né essere amato.

L’amore è un rapporto caratteristico fra persone, è impossibile negare la realtà dell ‘individuo senza negare insieme la realtà dell’esperienza amorosa.

L’inizio della vita individuale è l’opposizione fra il proprio io e quello altrui; la conclusione di essa è l’atto dell ‘amore che elimina fra due individui tale opposizione.

I due amanti erano, prima di amarsi, due individui diversi, erano due esseri cresciuti ciascuno con le proprie esperienze, le proprie lotte, le proprie vittorie o sconfitte.

Ora si sono dati l’uno all ‘altro, hanno provato la gioia sublime di rivelarsi, gioia tanto più viva quanto più di suo ciascuno di essi aveva (di intimo a lui, di non conosciuto agli altri). Due esseri meccanici, due automi, non nascondono alcun segreto, non posseggono nulla e perciò non possono darsi, non sono in grado di amare.

Due essere spirituali che non fossero realmente altri ( che già ab initio fossero un unico essere) non avrebbero nulla di verarnente intimo da rivelarsi, non avrebbero da lottare per vincere i propri limiti, non avrebbero bisogno di trasformarsi a fondo per realizzare fra loro un’unità superiore, anche se l’esperienza amorosa potrebbe essere soltanto un’esperienza illusoria, non realtà.

Ma se fra gli uomini – fra alcuni di essi – l’esperienza amorosa è davvero un’esperienza non illusoria, ciò dimostra a chi ricerca che gli individui umani sono individui reali, particolarizzazioni contingenti di un unico essere sopraindividuale.

La realtà dell ‘amore dimostra che l’unità di due individui è una conquista, difficile c non concessa a tutti, è il punto di arrivo non un punto di partenza.

Tale unità superiore non abbraccia, su questa terra, più di due individui, questo è un fatto che non ammette dimostrazioni dialettiche, ma è semplicemente dato come gli altri fatti del nostro mondo.

Di principio, però, nessun ostacolo teorico impedisce che l’amore si estenda sì da comprendere in sé l’universalità degli uomini.

Il filosofo non può intercalarsi tuttavia di questa nuova unità, se non come un desiderio (desiderio che si esprime, per esempio, nella tradizione cristiana, con I ‘amore fra i beati nella contemplazione di Dio).

Per quanto l’amore terreno sia limitato a due individui, per quanto generi fra loro un ‘intimità che non comunica i propri segreti agli altri, esso però non è in alcun modo fonte di egoismo rispetto a quegli altri. Al contrario, creando nell’individuo una natura sopraindividuale, lo dispone alla comprensione, alla generosità, alla fiducia, alla benevolenza verso tutti.

Una volta apertosi con un altro individuo, una volta compreso quest’altro individuo in tutta la sua profonda e segreta realtà, l’essere umano impara, da un lato, il valore della comunicazione sincera, dall ‘altro, quanti segreti essa riveli, prima nemmeno sospettati, impara perciò il rispetto della personalità altrui e impara – attraverso questo fondamentale rispetto – a trattare più umanamente con tutti gli uomini.

Ma una cosa, sopra tutto, l’individuo impara nell ‘amore: impara ad essere sincero.

Talvolta, per desiderio di essere amato,  qualcuno può fingere di possedere ciò che di fatto non possiede (qualità morali, intellettuali, fisiche che desidererebbe avere, ma non ha); questa finzione lo costringe, però, a controllare continuamente sé stesso e, per il fatto che si controlla, non può abbandonarsi – per la contraddizione che nol consente –

non riesce quindi ad amare e ad essere amato, la parvenza d’amore che crea in se sarà per lui soltanto una fonte di disillusione, di disprezzo e di odio.

Per essere sincero bisogna rinunciare nel modo più assoluto a giocare una parte, bisogna parlare ed agire non in vista degli altri (in vista di ciò che gli altri potranno pensare di noi), ma per esprimere ciò che è veramente in noi.

Ora la società è talmente penetrata di finzioni che spesso l’uomo, educato da essa, non sa essere sincero nemmeno nei suoi pensieri.

Egli non osa pensare per sé; perfino quando discute nel suo animo intorno alle verità che più lo interessano, egli non osa seguire spontaneamente il corso dei propri ragionamenti; all’improvviso si ferma per chiedersi che diranno gli altri di questa mia ricerca? Non parrà loro ingenua? Non rideranno delle mie verità?

Perfino il ribelle riveste il proprio atto di ribellione di una forma artificiosa affinché esso si presenti agli altri nel modo più attraente, più simpatico e, talvolta, più spettacoloso.

Soltanto nell’amore e nella morte non si può fingere; chi nell’amore cerca di fingere può illudersi di amare, ma non ama.

Chi sta morendo non finge più perché ciò che diranno gli altri ormai non lo interessa; egli cessa di pensare per gli altri e riflette unicamente per sé.

L’amore c la morte hanno, dunque, davvero qualcosa in comune, come ritennero molti poeti. Hanno in comune quello stato d’animo d’ebbrezza per cui l’individuo rinuncia totalmente a voler apparire ciò che non è, per cui comprende l’inutilità di persistere nella finzione, la vanità di ogni giudizio che non sia fondato sulla pura realtà.

Il vero amore cerca l’amore effettivo, non la finzione dell’amore, poiché questa non può accontentarlo. Egli deve, quindi, per necessità logica dell ‘amore, essere sincero di fronte all’amato, come è sincero di fronte a sé stesso chi sta per morire.

In questa sincerità completa l’uomo scopre sé medesimo così quale egli è: una realtà diversa da quella che gli altri pensano, inconfondibile con essi, innanzi tutto e sopra tutto individuale.

R. Grll,

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