ESOTERISMO E TRADIZIONE

ESOTERISMO E TRADIZIONE

Pietro Nutrizio

Tratto da Rivista di Studi Tradizionali n.1, Ottobre – Dicembre 1961

Che molte parole vadano ai giorni nostri perdendo a poco a poco il loro significato legittimo e originario e che molte altre l’abbiano perso già da tempo, è questo un fatto che non sfugge ai più sensibili dei nostri contemporanei. L’uso che di questi termini si fa correntemente, invece che a una necessità d’ordine intellettuale, obbedisce ormai soltanto più alle esigenze di una superficiale (ma non per questo meno pericolosa) «suggestività», o addirittura non rappresenta più che una comoda acquiescenza ad abitudini di cui non si vede la ragione di sbarazzarsi, quando non siano, per molteplici ragioni, a bella posta intrattenute.

Un tale stato di confusione, che è linguistica soltanto al livello degli effetti e le cui radici si immergono profondamente nella mentalità contemporanea, è il primo degli ostacoli che incontra sul proprio cammino chi voglia tentare un serio scambio d’idee in un qualsiasi ambiente. In uno scambio di questo genere le parole sono il veicolo delle idee, il loro supporto sensibile, se così si può dire, ed è evidente che la mancanza di una intesa preventiva sul valore dei termini usati deve immancabilmente condurre, come minima conseguenza, a dei malintesi che sono poi sempre difficili da sradicare.

Gli argomenti che ci proponiamo di trattare, come del resto si può vedere dal titolo del frontespizio, non hanno con i problemi particolari della linguistica che una relazione molto blanda; tuttavia pensiamo che sia opportuno accennare in primo luogo a questa necessità di chiarezza del linguaggio, perché ciò ci permetterà di non ritornare continuamente a giustificare l’insistenza con cui ci soffermeremo a chiarire, tutte le volte che se ne offrirà l’occasione, quale sia il senso che noi diamo ad alcune parole nel corso di questa breve nota e, beninteso, lungo gli articoli e le traduzioni che compariranno in questa rivista.

Dicevamo che la confusione delle parole e l’incertezza del loro uso hanno cause profonde, aggiungeremo che questa confusione, come tante altre, ha per noi il significato d’un segno; al modo con cui certi stati patologici si rivelano all’occhio del medico attraverso una serie di sintomi, così la mentalità d’un ambiente è rispecchiata da un insieme di manifestazioni esteriori di cui il linguaggio fa parte. Quando certe realtà non intervengono più a sostenere, se così si può dire, i termini che di esse costituivano come la veste esteriore, è allora che comincia il processo di degenerescenza di questi ultimi, simile a quello che deve aver portato alla situazione attuale.

Un tale processo si effettua per gradi ed ha inizio a partire dalle realtà intellettuali la cui sparizione in un determinato ambiente produce l’effetto che in un edificio avrebbe la caduta d’una pietra di volta, permettendo alla confusione d’insinuarsi in campi sempre più vasti senza incontrarvi la resistenza che soltanto dall’alto avrebbe potuto opporglisi.

Non è quindi strano che siano proprio le parole un tempo più ricche di significato ad averlo perduto per prime e più completamente, anzi è perfettamente spiegabile, ed è altrettanto evidente che proprio ad esse bisogna prima di tutto restituire il contenuto legittimo se si vuole in qualche modo contribuire alla ricerca di quella chiarezza che si impone come prima meta a quanti al giorno d’oggi non se la sentano di lasciarsi semplicemente sommergere dal caos che li circonda.

Le parole che costituiscono il titolo di questo nostro articolo introduttivo sono appunto due tra le più abusate, e il cui significato reale pare essere stato, almeno nell’Occidente moderno, completamente dimenticato da diversi secoli; sembra anzi, a giudicare dalle immagini che oggi suscitano nei nostri contemporanei, che una lenta campagna sia stata condotta contro di esse, a partire da una data epoca. Il risultato ottenuto è stato differente nei due casi, questo è vero, ma bisogna tenere conto della diversità dei due contenuti: se «tradere», il verbo latino la cui sostantivazione è stata trasportata integralmente nell’italiano, si può adattare a qualsiasi oggetto, di natura anche esteriore, «esoterismo» è certamente un vocabolo molto più imbarazzante, poiché implica un termine di paragone, essendo termine di paragone esso stesso.

Esoterico (e cioè interiore, nascosto) era detto l’insegnamento che talune scuole greche impartivano ai discepoli che erano giunti ad accedervi; esoterica era la dottrina che si trasmetteva in questi centri intellettuali, e di essi tutto quel che trapelava all’esterno era un adattamento, in questo caso filosofico, che veniva ad assumere, rispetto alla dottrina interiore, il ruolo di un «exoterismo», vale a dire di qualcosa di esteriore.

Questa dottrina filosofica, esteriore od exoterica, implicava dunque la dottrina e l’insegnamento interiori come qualcosa che la produceva e la garantiva allo stesso tempo, ed aveva quindi nei suoi confronti un ruolo subordinato; è forse questa una delle ragioni per cui in un’epoca così superficiale come la nostra, in cui la realtà è stata ridotta ad una fantasmagoria di movimento e di immagini, evocare un termine che richiama qualcosa di profondo e di realmente esplicativo è, come dicevamo, particolarmente imbarazzante. Prima di tutto può far venire in mente a troppi che le spiegazioni che la scienza fornisce della realtà non siano sufficienti, e poi, quando questo dubbio sia accettato come valido, può porre qualcuno nell’alternativa di cercare qualcosa che si è accorto di non avere, e qualcun’altro nella triste condizione di riconoscere che, per quanto faccia, non ha nulla da dargli.

«Tradizione», dicevamo, è invece meno compromettente; e infatti se la parola «esoterismo» è praticamente scomparsa dal vocabolario – o permane solo più sulle labbra di qualche eccentrico, o peggio, in cerca di un «successo» intellettuale a buon mercato – di usanze, costumi, credenze tradizionali si sente ancora parlare relativamente sovente. A parte che anche in questi casi l’aggettivo ha assunto una sfumatura ambigua, sovente di sprezzo per le cose a cui viene applicato, specialmente nella sua modificazione «tradizionalista», non è certo di questo tipo di tradizione che noi intendiamo occuparci; il fatto è che in realtà, e malgrado le apparenze, questa parola, nelle accezioni che corrispondono ai suoi significati più profondi e più legittimi, in altri termini più intellettuali, è scomparsa anch’essa, e ciò che di essa rimane, salvo rare eccezioni, è proprio soltanto più una veste sonora che si presta a dipingere certe manifestazioni di senilità mentale sopportate ancora, bontà sua, dallo «spirito progressista» moderno.

A noi interessa l’unica vera Tradizione, la quale è strettamente in relazione con l’esoterismo e perciò con l’intellettualità pura. Abbiamo accennato all’esoterismo di certe scuole greche, del quale tutto quello che si sa è che sia esistito, ma questo concetto d’una dottrina al cui insegnamento soltanto pochi possono accedere e il cui scopo ultimo è la conoscenza sempre più profonda della realtà, era diffuso presso tutti i popoli dell’antichità, anche in Occidente, ed è ancora conosciuto attualmente in Oriente.

Tale restrizione dell’insegnamento a un’élite, per definizione poco numerosa, non è né un capriccio né tanto meno obbedisce a ragioni di «predominio» o di «egoismo», come il sentimentalismo occidentale è sempre tanto incline a pensare quando si trovi in presenza d’un ordine gerarchico legittimo ed efficiente. Imprestando a tutte le epoche e a tutti i popoli la propria mentalità e le proprie reazioni psicologiche, nonché la propria mancanza di principi, da cui in definitiva derivano tutte le altre manchevolezze, gli Occidentali moderni sono presi dal panico quando vengono in contatto con la realtà sotto una qualsiasi delle sue manifestazioni, e in perfetta buona fede, almeno nella maggioranza dei casi, trovano iniquo ed illegittimo che non sia buono per tutti ciò che è buono per qualcuno.

Meno empirici (anzi assolutamente non empirici, e quindi rigorosamente scientifici, per usare un’altra parola di cui si è ampiamente travisato il senso normale) ed estremamente realistici, gli antichi sapevano che esistono differenze tra gli uomini, ed è proprio in questa coscienza della diversità delle condizioni attraverso le quali passa l’umanità, differenziandosi nello spazio e nel tempo, che ha le sue radici profonde il concetto di Tradizione.

Non avrebbe infatti nessun senso parlare di qualcosa che si trasmette di epoca in epoca se non si attribuisse a ciò che era all’inizio una superiorità su quanto si potrà trovare in seguito. Ed è infatti proprio questa la realtà riposta sotto il termine di Tradizione: l’esistenza d’uno stato umano originario caratterizzato da condizioni intellettualmente diverse da quelle delle epoche posteriori e in cui l’uomo era in rapporto cosciente con l’intelligenza cosmica e con il suo Principio, e la possibilità, per individualità che ne posseggano le qualificazioni, di ricostruirlo per se stessi effettivamente, risalendo in qualche modo il ciclo fino alle sue origini; i mezzi da mettere in opera a questo scopo e la dottrina, riflesso mentale dello stato di ordine e di conoscenza che caratterizzavano questa epoca scomparsa, sono il contenuto di questa trasmissione, nonché l’insieme delle leggi esteriori destinate a mantenere l’ambiente e gli esseri umani in armonia con le leggi cosmiche, di cui esse non sono che una particolarizzazione e una applicazione, e le scienze speciali, applicazioni anch’esse della dottrina puramente metafisica all’ordine contingente.

In tutte le civiltà normali è presente tale idea di un compito di importanza primordiale per l’uomo, che non si può adempiere senza un aiuto che risalga all’origine stessa dell’umanità, simbolicamente e letteralmente. La concezione biblica dell’Eden altro non è che la raffigurazione di questa realtà, e a tal proposito nulla si potrebbe citare di più chiaro nel suo simbolismo che questo passo di Ciuang-Tsé: «…Dono del Cielo è la natura ricevuta alla nascita. Compito dell’uomo è di cercare, partendo da quel che sa, d’apprendere quel che non sa; di mantenere la propria vita fino alla fine degli anni assegnatigli dal Cielo senza abbreviarla per colpa propria. Saper ciò ecco l’apogeo. E quale sarà il criterio di queste asserzioni la cui verità non è evidente? Su cosa riposa la certezza di questa distinzione del celeste e dell’umano nell’uomo?… Sull’insegnamento degli ‘Uomini Veri’. Da essi proviene il ‘Vero Sapere’»

Quel Vero Sapere che, espresso in forme diverse per un adattamento alle diverse condizioni di tempo e di luogo è, come dicemmo, presente al fondo di tutte le civiltà tradizionali, detenuto da un’élite che lo amministra e lo trasmette, in obbedienza a leggi cicliche da essa conosciute, ad individualità che per la propria costituzione psichica e fisica sono in grado di trarne profitto sviluppando le proprie virtualità e risvegliando le proprie facoltà intellettive più profonde, al fine di diventare a loro volta Uomini Veri e di mettersi in contatto cosciente con gli Stati superiori del proprio essere.

Non pretendiamo certo con queste poche considerazioni di aver reso conto nella loro complessità degli argomenti che formeranno l’oggetto dei nostri studi; la nostra unica intenzione è stata di dare un’idea dei soggetti che si troveranno trattati in questa rivista, ma più che altro del punto di vista da cui essi saranno presi in considerazione. Si tratta di un punto di vista insolito per i nostri giorni, ed è per questa ragione che ci è parso utile insistere un po’ su certe distinzioni linguistiche; sappiamo per esperienza come sia difficile e faticoso uscire dal cerchio chiuso dei pregiudizi e delle opinioni correnti, il più delle volte intellettualmente insignificanti, e ci rendiamo conto che quest’inerzia mentale è particolarmente favorita dalla confusione verbale a cui accennavamo all’inizio.

È facile screditare dottrine e punti di vista, soprattutto quando danno fastidio, servendosi di quattro parole ben aggiustate e completamente prive di significato; l’unico mezzo per prevenire e controbattere questo metodo spiccio, e purtroppo al giorno d’oggi efficace, di… analisi («spirito critico» è detto il mobile di tale particolarissimo modo d’agire) è di fornire, a chi possa esserne interessato, gli elementi perché possa trarre da se stesso conclusioni e giudizi. Questo abbiamo intenzione di fare in queste pagine, fornendo traduzioni di testi tradizionali, ripubblicando articoli già apparsi altrove e di cui il pubblico italiano non è, salvo rare eccezioni, venuto a conoscenza, ed infine illustrando e chiarendo nei limiti delle nostre possibilità punti non ancora trattati, sempre ed esclusivamente alla luce della Dottrina tradizionale, al di fuori della quale ogni spiegazione è per noi illusoria ed ogni tentativo di approfondimento, vano.

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