DANTE, BABELE E NOI

DANTE, BABELE E NOI

di Giuseppe Cacopardi

Saggista

Quasi tutto il genere umano era dunque convenuto a quell’opera di iniquità: alcuni dirigevano i lavori, altri li progettavano; gli uni costruivano i muri, gli altri li squadravano livellandoli o li intonacavano con le spatole; c’era chi attendeva a spaccare le pietre, chi a trasportarle per mare e per terra; gruppi diversi alle altre diverse mansioni erano addetti; quando dal cielo furono colpiti da così grande confusione che, mentre tutti usavano, in quel cantiere, una sola e identica lingua, differenziati in molte lingue, dovettero rinunciare all’impresa e mai più

poterono ritrovarsi in un’opera comune. Infatti solo a quelli che facevano uno stesso lavoro rimase una lingua identica; cioè una per tutti gli architetti, una per tutti quelli che trasportavano i massi, una per tutti quelli che li lavoravano; e così accadde per ogni gruppo di addetti. Di conseguenza, quante erano all’opera le differenti competenze, altrettanti furono gli idiomi in cui si divise il genere umano, e quanto più importante era il lavoro che si faceva, tanto più cominciarono a parlare una lingua rozza e barbara.

È Dante Alighieri che discute la “variabilità”  del nascente volgare, ma secondo alcuni studiosi allude anche alle liti fra gli “alteri Babilonii”, i fiorentini delle “Arti” o corporazioni di mestiere, per motivi politico- religiosi (guelfi e ghibellini, bianchi e neri); nel brano, pare che spieghi nei particolari come Dio abbia interrotto la costruzione della città e della torre di Babele (Gn.11,7).

Fin da quell’epoca, come pare, ai muratori potevano essere imputate nefandezze e crimini contro l’umanità, il progetto empio e sacrilego di conquistare il cielo, la perdita dell’unica lingua differenziata in molti idiomi con gerghi causa di incomunicabilità e incomprensione.

Venendo a noi, è innegabile che lingue e gerghi creino difficoltà di ogni genere, e che molti si siano impegnati per superarle ma, svaniti finora proposte e progetti di una lingua universale, rimangono quasi universali — oltre gli standards industriali — qualche lingua naturale egemone e i gerghi tecnico-scientifici condivisi dalle  comunità dei matematici, fisici, chimici, logici, informatici.

Un modo di facilitare la comunicazione e comprensione credo sia quello della Massoneria con l’uniformità di alcuni “segni” verbali e gestuali di riconoscimento formale, poiché l’universalità è ritardata da criteri giuridici e ideologici: fra essi la regolarità stabilita con landmarks stimati non superabili, quali il GADU e la territorialità etc.

Con l’odierna mobilità, i massoni, col grembiule nel corredo, potrebbero partecipare all’estero ai lavori scambiandosi i segni tradizionali e qualche parola d’inglese pronunciata alla meno peggio. Ma è utile sapere che i grembiuli sono di molti colori e fogge, numerosi i modi di “formare” il passo, diverse le marce dei tre gradi e le parole o le “grife” manuali etc. Restanounici l’“ordine” e il segno d’Apprendista, per i quali c’è accordo fra rituali antichi e moderni; forse perché non facilmente modificabili non furono coinvolti nelle variazioni subite dagli altri segni rituali quando non c’erano documenti cartacei ma Grandi Logge rivali e la rapida diffusione in Europa e nelle Americhe, variazioni rimaste tradizionali nelle nuove logge, in particolare quelle filiate dalle Grandi Logge F.&A.M. e A.F.&A.M.

Oggi però in qualche Oriente assistiamo a “personali” variazioni anche dei segni unici: detto che non è facile stare a lungo “all’ordine” e che si potrebbe far seguire subito dopo il segno del grado e assumere il segno di fedeltà, penso che sia bene abbandonare le variazioni personali e non

creare disarmonia tra i presenti, con le difformità gratuite. Per evitare equivoci e malintesi preciso che non è in argomento l’ortodossia e conseguente caccia agli eretici: se in Massoneria c’è ortodossia essa sarà altrove, sono regole convenzionali necessarie per recitare rituali e cerimonie  comprensibili da tutti anche senza lingue comuni; ed è escluso l’integralismo che mi pare concetto improprio di uso improprio

in luogo improprio. Nei secoli scorsi i monaci mendicanti, chiedendo l’ospitalità dei conventi lungo le strade osservavano la regola che “non si porta la propria regola nell’altrui convento”: parte dalle radici cristiane “che ci portano”, di essa potremmo profittare specie coi regolarizzati. La descrizione di Dante “[…] una lingua identica per tutti gli architetti, una per tutti quelli che trasportavano i massi, una per tutti quelli che li lavoravano” e così via per ogni gruppo, pare riferirsi a noi coi differenti segni verbali e gestuali da cui traspaiono le provenienze o le culture qualificanti i rituali e le ritualità adottate. Se le provenienze hanno anche un lato giuridico- giurisdizionale che compete al governo dell’Ordine (Gran Loggia, Gran Maestro, Consiglio dell’Ordine, Giunta) le loro culture coinvolgono quotidianamente le logge e tutti noi che udiamo spesso “promozione”, aumento di luce, raramente esaltazione e molta “camera di mezzo” come equivalente a camera di terzo grado. A mio parere possiamo fare a meno di promozione, espressione profana e generica; di  “aumento di luce” e di “esaltazione” perché proprie di due Corpi Rituali indipendenti, per motivi che dirò subito dopo; e camera di mezzo riservarla alla camera parata a lutto in cui vi sono i Compagni d’Arte da elevare Maestri.

L’aumento di luce è concesso ai Maestri dell’Ordine che hanno scelto di continuare nel RSAA per il contenuto deista e illuminista-intellettualista; l’esaltazione è concessa ai Maestri dell’Ordine che continuano, con gradi aggiuntivi di perfezionamento, la via dell’Arco Reale (versioni “inglese” o del Rito di York, ispirata al teismo e

all’empirismo) con varie tinte cristiane. A mio parere entrambe le espressioni, in senso letterale fuori luogo, nell’Ordine perdono il tradizionale, intimo, gergale valore e significato, e non guadagnano degradate a livello di Apprendista e di Compagno d’Arte.

Oltre che per i suddetti, credo apprezzabili, motivi, la mia preferenza va alle espressioni di aumento di paga per passaggio a Compagno d’Arte o per elevazione a Maestro: precise nel valore gergale e nel significato tecnico, sono lascito della Massoneria operativa, nel XVIII secolo accolto dagli accettati speculativi che insieme fecero la Massoneria moderna ricevuta da noi che la pratichiamo: principalmente descrivono il percorso da Apprendista che lavora fuori dal cantiere col rumore del metallo che martella e scalpella le pietre da farne conci il quale “passa” nella camera dei Compagni d’Arte; questi li levigheranno e porranno in opera. Sul fondo c’è la scala curva di 3-5-7 gradini con cui i Compagni d’Arte meritevoli dell’aumento di paga andranno nella camera di mezzo per essere elevati Maestri.

Un percorso raffigurato dalla squadra da disegno posta in piano col lato lungo verticale: l’ipotenusa, la salita, evoca lo sforzo fisico che genera l’impegno psicofisico necessario per il lavoro intellettuale o spirituale, nesso strutturale — da cemento armato — fra operatività e speculazione. Un inciso esoterico. Ciascuno può duplicarsi come icona mentale gli strumenti affidatigli dal MV all’iniziazione, al passaggio, all’elevazione; la pietra grezza e il concio rifinito, le colonnine delle luci,

etc. Come gli strumenti custoditi in loggia alla sospensione del lavoro, i duplicati vanno custoditi nel tempio interiore come in un teatro di memoria, e con essi, per “strumentare la volontà e i propositi, di tanto in tanto agire col senso morale delle finalità a cui sono applicabili. Ossia al lavoro con martello e scalpello, e col regolo di 24 in.

Rivedere tempo e quantità (quantità di tempo impiegato in rapporto alla qualità del compito); verifica della perpendicolare  dei muri col filo a piombo (rettitudine) e “dell’acqua” delle scale e dei pavimenti

con la livella (linearità di comportamento); congruità degli angoli con la

squadra da muratore (moralità dei costumi); progetti e piani esecutivi

con squadra da disegno, regolo, compasso, matita, tavola di tracciamento e sisaro (se l’edificio è stato lavorato ad amussim).

Aggiornandosi con gli strumenti affidati, che dovrebbero tradursi in prese di coscienza, intuizioni, emozioni, esperienze morali coll’intensità di un’esperienza “drammatica” personale vissuta, ciascuno potrebbe ricordare, ramentare, evocare volti famigliari, promesse fatte, impegni onorati, “insegnamenti” sulla propria pietra ancora  fecondi, quelle che poteva o doveva fare; trovare conforto, aiuto, stimoli nei momenti cruciali della propria vita e, con inventari e bilanci, valutare lo “stato dell’Arte”, se si è impegnato o no quando era tempo di operare e non smettere. Se, diceva Marco Aurelio, si è compiuto il proprio lavoro di uomo. Questo comportamento sarebbe in linea con una ricerca su un campione statistico di circa duemila europei laureati da dieci anni: il risultato era che chi non aveva aggiornato le conoscenze specifiche era

regredito a quelle possedute circa cinque anni prima della laurea.

È chiaro che non penso, non auspico, non sto dicendo che debba regnare l’uniformità negata in linea di principio dall’autonomia delle logge, e di fatto dalla pluralità dei rituali liberamente adottabili; dico che durante i lavori di ciascuna loggia i presenti – in piè di lista o visitatori – dovrebbero adeguarsi alle istruzioni del rituale scelto in quella tornata e, nei limiti del possibile, rispettare usi e costumi di quella loggia. Ciò, se presuppone molta informazione da trasformare in conoscenza, è però necessario per lavorare insieme in armonia di propositi, proposte, progetti e sentimenti arricchiti cogli insegnamenti rituali ed esoterici, e crescere insieme vecchi e giovani puntando al cielo senza torre di Babele. Sarebbero facili le visite fra logge, la reciproca conoscenza e comprensione

 negli Orienti numerosi genererebbe fiducia e stima, la fraternità formale vivrebbe di amicizia fraterna, con beneficio dell’Oriente e dell’Ordine.

Forse le acquisizioni  personali, nel senso della psicologia, i processi di sviluppo di nuovi comportamenti nell’individuo maturati coll’esoterismo in catena d’unione valgono se ispirano progetti congruenti col loro avverarsi per collaborazione di tutti i Fratelli.

Perché credo che il primo scopo della Massoneria sia di unire gli uomini col lavoro,  nel lavoro, per il lavoro in comunicanti “comunità di pratica” (titolo di un libro che ho soprannominato “Manuale teorico-pratico di Massoneria laica) in cantieri dove asceti e mistici non potrebbero svolgere alcuna mansione: forse Hiram Abif sembrò uno di loro…

Tratto da “HIRAM”  2008/4

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