NEL NOME DELL’ARTE

Nel nome dell’Arte

di Fabrizio Alfieri

Saggista

Graduali mutamenti nella percezione della realtà, talora svolte efficaci, inducono a rielaborare incessantemente il significato dell’esperienza umana. Quantomeno, della nostra soggettiva esperienza.

Verificare, apprendere, progredire: sono opzioni da cogliere in maniera dinamica, alle quali è bene non esimersi mai dal fare ricorso, se vogliamo onorare l’impegno di lavorare incessantemente al nostro

perfezionamento interiore e, di riflesso, al bene dell’umanità. Esiste una continua rigenerazione, infatti, che scorre nel divenire in ogni forma di vita. E il suo esprimersi nella libera circolazione delle idee, nel connettere e nel condividere, pertiene alle risorse più elevate

del pensiero umano: l’elaborazione del linguaggio, la capacità d’astrazione e di calcolo, la comprensione di noi stessi e di tutto il mondo intorno. Offrire una griglia interpretativa dell’esistenza,

qual è l’occasione fornita dalla dottrina e dal metodo massonici, implica che ogni processo d’autocoscienza e, poi, di liberazione debba obbligatoriamente venir misurato attraverso di essa? Il vincolo racchiuso in quest’asserzione la rende ardua da sottoscrivere, pur tenendo conto del carattere di universalità della griglia. Tuttavia,

l’impegnarsi a scoprire in prima persona le prerogative di un determinato strumento, affinando le tecniche per il suo impiego, favorisce le condizioni necessarie a trarne realmente profitto, a evitare facili illusioni in ordine ai risultati ottenuti, a gettare buone

fondamenta su cui edificare, insieme ad altri, progetti illuminati da princìpi condivisi. Dobbiamo sforzarci d’imparare l’Arte,  dunque, con il fermo intento di non metterla da parte. È noto che la via massonica s’è fatta tramite privilegiato d’importanti eredità. Affidatele come testimone, da parte di organizzazioni (e in forme) che non sempre

hanno superato la prova del tempo, esse sono divenute elementi preziosi del patrimonio simbolico libero-muratorio. Pensiamo subito, in omaggio alla loro evidenza, alle tradizioni ermetica, pitagorica

ed ebraica: l’una, prodiga d’insegnamenti anzitutto – ma non esclusivamente – nell’«accoglimento» [Reception] dell’Apprendista

Libero Muratore; l’altra (diamo per intesa, anche in seguito, la ripetizione dell’inciso), nel «passaggio» [Passing] del Compagno d’Arte; l’ultima, nell’«elevazione» [Raising] del Maestro Massone. E

pensiamo alle tradizioni cavalleresche, il cui retaggio ha permesso la costituzione dimolti Alti Gradi, in seno al Rito Scozzese Antico ed Accettato (e non solo). Ora, il rintracciare i segni precursori della via muratoria nelle forme sapienziali dell’Occidente, magari lanciando uno sguardo a quel che l’Oriente tradizionale ci ha lasciato – e in alcuni casi conserva ancora,  pur sotto la scorza del merchandising

 esotico o, molto peggio, di fanatici integralismi –, richiede la particolare attitudine dei Massoni che intendono rettamente

l’Arte: «essere uomini buoni e sinceri [to be good Men and true] o uomini di onore e di onestà [or Men of Honour and Honestly],

quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere [by whatever Denominations or Persuasion they

may be distinguish’d1). E il primo segno di onestà, in tale campo d’applicazione, è il riconoscimento delle caratteristiche specifiche

della via muratoria: saper precisare l’approfondimento dei simboli, all’occorrenza, in un ambito strettamente massonico.

È assurdo, di fatto, negare gli apporti tradizionali che hanno offerto all’Arte un vero e proprio arricchimento dottrinale. Ma il far sposare alla perfezione corpi differenti in nuova organica unità richiede un’eccelsa conoscenza delle loro prerogative. Non di rado si assiste, invece, a una sottovalutazione della via muratoria; a una semplicistica tendenza a farla «portatrice di senso» mediante la sovrapposizione superficiale di griglie interpretative ad essa estranee.

Si tratta di un fenomeno che rischia d’indurre al ripetersi meccanico dei singoli elementi simbolici e rituali, incompresi nella loro specificità e, quindi, a rischio d’alterazione. Forse, al fine di contenerne il pericolo, un gesto utile per la formazione dei nuovi iniziati può essere quello di lasciar loro, in grado d’Apprendista, il tempo di familiarizzare con un linguaggio e una «cosmologia» massonicamente circostanziati,

filologicamente fondati; e questo, rimandando al momento opportuno le comparazioni utili all’indagine dei «profondi misteri della natura e della scienza [hidden mysteries of nature and science]» indicati

espressamente in alcune Istruzioni  anglosassoni2) come «peculiari oggetti di ricerca» [peculiar objects of research] del grado di Compagno; a maggior ragione, evitando una lettura soltanto «emozionale» dei simboli, surrogato di una penetrazione davvero «intuitiva» (nel senso elevato del termine) per la quale è necessario, invece, l’esercizio di una certa Maestria.

Proviamo a considerare l’Arte, in un’accezione non aliena all’intendimento liberomuratorio, come strumento volto ad «appagare le esigenze dello spirito, ossia secondo Platone, accordare e intonare i nostri modi distorti di pensiero alle armonie del cosmo, affinché, citando le sue stesse parole, “per l’assimilazione del conoscente

con il conosciuto, cioè con la natura archetipica, noi si possa attingere a quel ‘meglio della vita’ concesso all’uomo dagli Dèi in questo e nell’altro mondo”»3). Questa possibilità non esclude, certo, altre interpretazioni. Ma cosa la rende interessante, applicata alla via massonica? Essa scioglie ogni riserva sulla necessità di prenderla in considerazione dal punto di vista simbolico. Nulla di nuovo, diciamo: l’Arte concerne il perfezionamento di se stessi e, negli effetti, dell’ambiente circostante; gli utensili occorrenti al suo corretto esercizio, dispensati attraverso la ritualità, sono strumenti intellettuali, supporti sensibili a idee d’ordine universale. Veniamo al punto, allora: quale relazione intercorre fra tali strumenti e le realtà che essi rappresentano? Ne costituiscono altrettanti simboli,

a vari livelli di concezione ed espressione. Come in qualsiasi altra forma tradizionale, si potrebbe aggiungere.

C’è un elemento, però, che conferisce una particolare efficacia proprio alla via massonica: il fatto di essere iniziazione di mestiere. Se la si medita e comprende in quanto tale, essa diviene irriducibile a ogni

deriva spiritualistica o misticheggiante: simbolismo, ritualità e metodo muratori, infatti, sono esplicitamente coordinati e finalizzati

non a vane elucubrazioni, ma alla costruzione di se stessi.

Per questo è bene coltivare gli studi massonici e ragionarne anche a Loggia aperta, in maniera sobria e concisa, non dispersiva, ma sempre seria e documentata.

Perché un «vuoto semantico» lascia spazio non solo – com’è evidente – ai tentativi di colmarlo in maniera improvvisata e approssimativa, tentativi del resto agevoli da smascherare; un tale «vuoto» lascia spazio anche ad apporti «esperienziali» presentati non come espressioni simboliche, ma come vere e proprie «realtà».

È vero che l’Arte non va considerata con mentalità esclusivistica, anzi: gli elementi costitutivi delle varie forme tradizionali sono sviluppati con maggiore o minore ampiezza in rapporto a esigenze differenti; e

un lavoro comparativo può rivelarsi molto fruttuoso al fine di sceverarne, tra i possibili, il corretto e pieno significato. Ma è pur

vero che alcune «interpretazioni del sacro» non di rado inducono a immaginarle secondo le modalità descritte. Ripetiamo: non come espressioni simboliche, alternative o complementari a quelle massoniche, ma come «realtà», indiscutibili nel senso deleterio del termine. Quest’approccio è condivisibile da un uomo del dubbio?

Per quanto ci è dato di capire, v’è una   debita corrispondenza tra i simboli e ciò di cui costituiscono un’espressione figurativa, sonora o motoria (allorché, messi in azione, divengono rito). Non è una convenzione arbitraria a legare «rappresentante» e «rappresentato». È la partecipazione reciproca, a un certo livello, della loro rispettiva natura. Ma, detto questo, sembra ragionevole affermare che i simboli non sono ciò cui alludono; non possono esserlo, a meno di appiattirli in una prospettiva del tutto letteralistica.

Questa considerazione, se valida, ha per il Massone una gravità enorme, perché invita a restringere drasticamente la pretesa di vivere la dimensione rituale in funzione d’indeterminati misteri ultramondani; al tempo stesso, porta a maturazione la consapevolezza del lavoro da fare (e da subito) sulla propria pietra per eliminarne

tutte le asperità, senza affidarsi a chimerici interventi «dall’esterno».

Un po’ di sano pragmatismo, insomma, ci vuole. Anche a costo di apparire dissacranti. Per questo, pur auspicando sempre che i Fratelli perseverino a livello personale nel seguire la propria ricerca della verità, ovvero «lasciando ad essi le loro particolari opinioni [leaving their particular Opinions to themselves4), non mancano i buoni motivi

per mettere in risalto soprattutto la tradizione massonica durante i Lavori, non solo nelle «tornate d’istruzione». Anzitutto, si tratta di evitare un impoverimento del simbolismo libero-muratorio:  ancora nel secolo scorso, la commistione tra forme tradizionali (e tendenze

 occultistiche) si è spinta fino a consentire revisioni pressappochistiche dei  rituali, ivi compresi quelli in uso presso le

principali Obbedienze5). In secondo luogo, il marcare puntualmente la dimensione operativa dell’Arte – pochi dati, ma espliciti e argomentati -predispone la ragione, chiarificata, a ricevere e promuovere quelle intuizioni che hanno fatto dell’ambiente iniziatico in genere, e anche di quello massonico, un vero e proprio laboratorio intellettuale nella storia dell’umanità: non dimentichiamo, infatti, che un altro elemento privilegiato dell’appartenenza all’Ordine, oltre al metodo di perfezionamento interiore, è quello riguardante la connessione d’intelligenze e la condivisione delle idee. Da una parte, quindi, occorre insistere pervicacemente nel lavoro sulla pietra individuale; dall’altra, è necessario esercitarsi, attraverso il confronto con gli altri, nel tentativo di ampliare i propri orizzonti. Naturalmente, i due momenti sono inseparabili, e anzi il primo sembra precedere –in senso logico – il secondo: non è possibile aprire la mente, finché la si mantiene  schiava di affanni e pregiudizi. Per concludere, non rimane che porre l’accento su un’ultima questione, anch’essa in rapporto con le considerazioni di carattere generale espresse sinora: agli occhi del Massone, l’aspetto interessante dell’iniziazione muratoria – anzi, di ogni iniziazione, a qualsiasi grado – è la qualità del lavoro svolto ispirandosi ai suoi princìpi, la cui misura  è assegnata dagli esiti ai quali ha saputo dare luogo. Fermo restando il beneficio interiore che ne può risultare per coloro che vi abbiano preso parte (ciò che li riguarda in maniera del tutto personale ed essenzialmente inesprimibile), non sono le singole individualità a dover esser «glorificate». Ma l’opera in sé. È questo, forse, il più puro significato di un lavoro svolto nel nome dell’Arte.

1 The Charges of a Free-Mason, I, «Concerning God and Religion», Londra 1723

2 The Lectures of the three Degrees in Craft Masonry, Privately Printed for A. Lewis, Londra 1801,«Second Degree, First Section».

3 A. K. Coomaraswamy, «Why Exhibit Works of Art», in «Journal of Aesthetics», Fall Issue,

New York 1941.

4 The Charges of a Free-Mason, I, «Concerning God and Religion», cit.

5 Basti pensare, per esempio, a come l’impianto interpretativo del lavoro svolto dagli Apprendisti e dai Compagni d’Arte risulti a dir poco viziato dall’inversione tra gli attributi dei rispettivi

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