DANTE ALIGHIERI, POETA ED INIZIATO

DANTE ALIGHIERI, POETA ED INIZIATO

 di Aristide Pellegrini

Molto è stato scritto sulle possibili interpretazioni esoteriche della complessa figura umana ed artistica del Sommo Poeta, e della sua notevole produzione letteraria, la cui opera principale resta il momento centrale di tutta la nostra letteratura, nonché uno dei capisaldi della nostra lingua. La critica dantesca ufficiale, accademica, ha spesso glissato sui temi propriamente esoterici, limitandosi al livello meramente allegorico della simbologia dantesca, e dedicandosi prevalentemente agli aspetti estetici, linguistici e propriamente poetici delle sue opere. Tuttavia, non sono mancati studiosi che hanno tentato di approfondire lo studio degli aspetti più profondi delle opere di Dante, anche in direzione esoterica, cercando di colmare certe tradizionali lacune della critica, tra le quali ad esempio la scarsa attenzione, se non addirittura la rimozione, ai possibili riferimenti a testi, mitologie e temi di origine islamica (ad esempio, la concezione di un Impero Universale legittimato spiritualmente da una Religione, idea fortemente sostenuta da Dante, non è esclusiva del Ghibellinismo a lui contemporaneo, ma è chiaramente attestata nell’Islam), lacuna forse imputabile ad un malinteso senso della italianità di Dante e ad un altrettanto malintesa percezione della cattolicità del Poeta. Chi conserva ancora qualche ricordo degli insegnamenti liceali, può attestare che l’esegesi tradizionale della Divina Commedia tende ad inquadrare globalmente il poema come una specie di enciclopedia del Cattolicesimo, sottolineandone una lettura assolutamente convenzionale e pienamente allineata all’ortodossia religiosa dell’intero poema; insomma, pare che la critica dantesca corrente abbia tentato di  normalizzare ogni manifestazione della originale, specifica genialità poetica di Dante all’interno di uno schema esegetico quantomeno semplicistico, mirante a ricondurre ogni aspetto nell’alveo del cristianesimo ortodosso, sperando di fatto una sostanziale opera di censura riguardo ai significati simbolici ed esoterici dell’opera dantesca. A mero titolo di esempio, una comprensione almeno minimamente consapevole e meditata di Dante e delle sue poesie della Vita Nova, non può prescindere dalla cognizione dell’appartenenza del poeta fiorentino alla schiera dei Fedeli d’Amore, di cui egli parla diffusamente in quei componimenti, che se letti in un’ottica che non tenga conto di tale presupposto di appartenenza ideologica ed esoterica, potrebbero essere scambiati per un alquanto banale coacervo di ripetitive, stereotipate e spesso oscure invocazioni e lodi a femmine idealizzate, scritte certo con perizia, ma di significato alquanto limitato. Eppure Dante stesso avverte che le sue poesie sono comprensibili solo tenendo presente questo aspetto:

E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; e a coloro che vi sono è manifesto  ciò che solverebbe le dubitose parole.  (Vita Nuova, Paragrafo XIV)

Quelli dei Fedeli d’Amore, di cui facevano parte Dante ed altri famosi poeti Stilnovisti del suo tempo (Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Cecco d’Ascoli), era una organizzazione iniziatica di ispirazione templare, i cui adepti celavano in sembianze di donna il principio della propria anima, e tutti deprecavano la corruzione allora imperante nella Chiesa, e ne auspicavano un profondo rinnovamento; costoro avevano individuato nella rosa la sapienza spirituale, per cui per loro cantare la rosa significava esaltare la saggezza segreta capace di condurre a Dio, significava amare la vergine Sophia, ossia la santa Sapienza, che era capace di condurre l’uomo dalla terra al cielo e dalla morte alla vita. Per i Fedeli d’Amore la donna era l’equivalente della rosa mistica dei Sufi e simbolo della Dottrina segreta; potevano invocarla con il nome di monna Beatrice o di monna Teresa, ma il nome era solo un modo per poter esaltare i valori della sapienza segreta sotto forma apparente di omaggio ad una donna, evitando così di incorrere nelle negative conseguenze della repressione ecclesiastica che non tollerava neppure un accenno a saggezza segreta o ad un percorso interiore, che giudicava pienamente eretici, quindi da reprimere assolutamente, perché la mera ammissione della possibilità di un dialogo personale con Dio avrebbe messo in discussione l’indispensabilità della mediazione della Chiesa come intermediaria tra l’uomo e il cielo. A causa della durezza con cui la Chiesa perseguitava i suoi oppositori e qualunque forma di eresia, vera o presunta, gli oppositori del Papato usavano la massima prudenza, adottando un linguaggio criptico, che potesse essere compreso dagli Iniziati, ma il cui senso profondo potesse sfuggire all’occhio dell’Inquisizione. Lo schema del viaggio cantato nella Divina Commedia ricalca i simboli della Tradizione ermetico-alchemica: il centro della Terra, il Monte, il Cielo, le Stelle; lo stesso inizio del Poema, in cui il Poeta si trova smarrito nella selva oscura, descrive la crisi spirituale che coglie colui che si avvia a seguire la Via, esperienza che viene resa superabile solo grazie all’intervento ed all’aiuto di un Maestro, Virgilio, sotto la cui guida Dante entra nell’Inferno, compiendo così un viaggio al centro della Terra, cioè l’esperienza denominata VITRIOLUM, ben nota anche a chi ha frequentato il Gabinetto di Riflessione. In alchimia corrisponde all’opera al nero, è un’impresa con cui l’anima deve sganciarsi dal peso delle incrostazioni terrene e mondane, delle proprie passioni ed egoismi; e le varie anime di dannati che Dante incontra sono rappresentazioni simboliche di tali umanissimi aspetti, del caos della natura terrena. Il Purgatorio invece corrisponde all’alchemica “opera al bianco”, ossia alla purificazione delle scorie, che Dante descrive come l’ascesa ad un monte, all’inizio faticosissima, ma che nel proseguimento della salita si fa progressivamente più lieve, consensualmente alla progressiva liberazione delle anime dal peso del peccato: per quanto il loro legame con la pregressa vita terrena sia ancora forte, è ben diverso da quello della Cantica precedente, ed è caratterizzato da una effettiva comprensione delle azioni compiute e degli effettivi limiti umani; anche la loro sofferenza, per quanto sia comunque notevole, ha un significato assolutamente differente, in quanto prelude alla liberazione, al superamento delle conseguenze del peccato ed al conseguimento della perfezione celeste. Il Paradiso corrisponde all’opera al rosso degli alchimisti, esperienza di per sé in larga misura ineffabile, come avverte subito il Poeta:

Nel ciel che più de la sua luce prende fu’ io,

e vidi cose che ridire né sa

né può chi di là sù discende

(Paradiso, Canto I, 4-6)

Lo spirito umano è giunto al massimo livello di coscienza, alla propria definitiva espansione, ha conseguito il contatto con la Luce, tanto da mutare sostanzialmente la propria natura:

Trasumanar significar per verba

non si poria; però l’essemplo

basti a cui esperienza grazia serba.

(Paradiso, Canto I, 71-73)

Trasumanar è un neologismo usato da Dante per significare come il cammino iniziatico l’abbia portato ad andare al di là dei limiti della natura umana, esperienza che le parole non possono comunicare, superandola per aderire ad una natura più alta, quella divina: tradizionalmente l’esegesi corrente spiega la cosa in coerenza con la visione cristiana ortodossa del ricongiungimento finale di ogni uomo, creato da Dio, con la divinità creatrice, ma non credo possa sfuggire ad una disamina più attenta e perspicace, la possibile valenza decisamente eterodossa e francamente ereticale, di proporre una trasformazione della natura umana in divina, inammissibile per la Religione ufficiale. Molto si è anche scritto sul Templarismo di Dante, di cui a mio avviso l’interpretazione più prudente, e forse perciò stesso più verosimile, è che il Poeta condividesse con i Cavalieri rossocrociati un patrimonio di esperienze e conoscenze di origine ebraica ed araba, insieme al sogno di una Religione universale, conseguita col superamento delle differenze confessionali; come altrettanto verosimile è che Dante condividesse con i Templari una malcelata ostilità nei confronti dell’egemonia teocratica della Chiesa, la cui eccessiva attenzione agli aspetti materiali e temporali induceva alla marginalizzazione dei contenuti dottrinali e spirituali. Non sembra improbabile quindi supporre che anche la Divina Commedia, opera dominata da vivo senso del divino e considerata espressione di fede profondissima nel Cattolicesimo, possa invece nascondere tracce dell’eresia o per lo meno dell’affiliazione di Dante ad una società segreta. E d’altronde è lui stesso che ci avverte:

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani.

 (Inferno, canto IX, 61-63)

Perciò è ragionevole pensare che sotto il senso letterale della Commedia si nasconda un misterioso simbolismo, comprensibile solo a chi è un adepto, le cui origini si perdono nella Tradizione esoterica propria di gruppi Iniziatici, tra i quali i più noti dell’epoca sono sicuramente i Templari, che nel Medioevo hanno tra l’altro costituito un importante collegamento tra Oriente ed Occidente. D’altra parte sembra ancora del tutto condivisibile la felice intuizione di Guénon, che vide nella visione iniziatica dei tre regni oltremondani, l’anticipazione di molti dei contenuti simbolici che poi la Massoneria farà propri, fenomeno da inserire senz’altro nell’ambito di una visione sostanzialmente unitaria dei contenuti della Tradizione, che attraversano epoche e culture diverse, ad esse adattandosi, ma sempre conservando il proprio peculiare carattere e la propria forza induttrice di benefiche modificazioni nell’animo di chi, Iniziato, voglia seguire quella Via.

RIVISTA  “HIRAM “ 2/2010

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