FELICITA’

FELICITA’

TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. EROS ROSSI

      Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più mobili e difficili da catturare, ma è anche il più immediato e irrinunciabile. A che cosa possono aspirare gli esseri umani se non alla felicità? Gli individui desiderano star bene, realizzare le proprie aspirazioni e vivere al meglio la loro vita; ma come possiamo vivere e sentirci attivi e padroni di noi stessi, se siamo nel dolore o nella desolazione?                                  

      Alcune morali, come quella cristiana, hanno incoraggiato invece l’autorepressione o la coltivazione d’alcuni sentimenti, come quelli di mitezza e di compassione, e una disposizione al sacrificio e alla rinuncia o alla moderazione o alla vera e propria soppressione di altri sentimenti, rivolti alla realizzazione della propria natura. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere la virtù o la santità; ma c’è posto, all’interno di questa visione, per la felicità?

      E’ pure vero che noi, esseri umani, non vorremmo neppure essere obbligati alla felicità a tutti i costi, come idealizzato nelle cosiddette società perfette nelle quali si materializzano, come tristi incubi, affermazioni utopiche sull’impossibilità di provare dolore o avere apprensione per il domani o nutrire desideri non realizzati, che possono portare al paradosso di desiderare per sé il “diritto ad essere infelici”!

      Esiste, nel meccanismo della felicità, la necessità del contrasto, del passaggio da una condizione dello spirito ad un’altra; ci appaga il confronto, la comparazione dei sentimenti. E’ per questo motivo che la felicità si palesa, spesso, solo in momenti isolati, per brevi attimi, in modo quasi fugace; la sua condizione duratura, quella che appartiene alle abitudini acquisite e agli stili di vita, sembra sempre di una qualità inferiore rispetto alla luce cristallina che ci avvolge in certe rare circostanze. Il ricordo vivissimo di un oggetto particolare, di un volto, di un gesto, di un attimo d’amore, di un piacere intenso balza alla nostra mente e si differenzia da tutto il resto della nostra esistenza, riempiendo completamente il nostro animo.

      Secondo lo psicoanalista Aldo Carotenuto, la felicità si vive soltanto quando si è in relazione con gli altri, mentre si prova infelicità quando si è soli.

       La felicità ha, infatti, come propria caratteristica fondamentale, la effusività, ossia lacapacità di portare colui che la sta sperimentando a sentirsi in armonia con sé stesso, con gli altri e con l’ambiente che lo circonda. La felicità può quindi essere vista come un abbraccio, un sentimento accogliente nel quale siamo, contemporaneamente, accolti e accoglienti, abbracciati e abbraccianti; essa è sia un moto di espansione sia un moto d’inclusione.

      La felicità si sviluppa fondamentalmente nell’accoglienza dell’altro, non nella distruzione dell’altro, e quindi nel crescere insieme; se non esistesse questa dimensione di crescita condivisa, si arriverebbe certamente alla delusione. La felicità vista quindi come frutto del saper accogliere, del saper accettare, che perciò non si può produrre in modo strumentale ma sarà sempre raggiungibile solo entrando in sintonia con gli altri.

      Molte volte noi dimentichiamo che la felicità non sta soltanto nelle grandi cose, nella vertigine della grandezza, ma irrompe qua e là, nelle semplici cose della vita.

      Jean Jacques Rousseau, portabandiera di una visione della felicità realizzata con il ritorno alla sintonia con la Natura e con l’innocenza del mondo naturale, scriveva: “Veniamo al dunque. Noi non siamo venuti al mondo per scrutarlo a fondo. Eh, no davvero! Noi non siamo preparati, attrezzati per questo tipo d’indagini! No! La cosa migliore è quella di mandare all’inferno i grandi contesti. La morte colpisce all’improvviso. E all’improvviso si spalanca l’abisso, all’improvviso infuria la tempesta e la catastrofe ci sovrasta. Noi tutto questo lo sappiamo, ma ci rifiutiamo di pensare a queste cose sgradevoli. Il male strappa le catene e vaga nel mondo come un cane impazzito e tutti ne siamo contaminati. Nessuno vi sfugge, perché la vita è fatta così. E’ questo il motivo per il quale dobbiamo cercare di essere felici e quando lo siamo dobbiamo essere gentili, generosi, teneri, buoni; proprio per questa ragione è necessario e tutt’altro che vergognoso essere felici, gioire di questo nostro mondo, della buona cucina, dei dolci sorrisi, degli alberi da frutta che sono in fiore ed anche della musica che accarezza l’anima”.

      Nella ricerca della felicità è quindi fondamentale il saper donare, lo spandere intorno un profumo soave di gioia; in quest’ottica, soltanto chi è realmente ricco è capace di donare e la ricchezza consiste non in quello che si possiede, ma nella volontà di donare quello, poco o tanto, che si ha.

      Occorre abbandonarsi alla felicità, una volta raggiunta, con la semplicità di un bambino, lasciarsi scivolare in essa come se si fosse trasportati da una dolce corrente, tenere per mano e portare con noi le persone amate lasciando che anche loro gustino insieme a noi quel frutto delizioso, sapendo che la sua durata può essere breve, e mettersi alle spalle i momenti tristi della vita che spesso ci aspettano ancora a valle del fiume della felicità, per aggredirci di nuovo.

      Sant’Agostino affermava, con sublime intuito, che si è attratti dalla felicità, che si è trascinati dalla felicità. Non siamo noi che la raggiungiamo, ma essa ci prende come se fosse un vortice. La celebre formula che Agostino usò per esprimere questo concetto era: “Raptim quasi per transitum” , ossia: la felicità ci prende “improvvisamente” e “quasi di passaggio”, ci trascina con sé.

      La Massoneria, con il suo complesso e affascinante messaggio simbolico, rivolto solo agli iniziati, sviluppa nel massone una concezione della vita e del rapporto con l’umanità tesa alla ricerca della sintonia, dell’armonia, della serenità, della gioia, tutte sensazioni che sono chiare espansioni della felicità.

      La Massoneria esalta la pratica della virtù, non come semplice sacrificio, ma più compiutamente come comprensione e corretta gestione dei propri desideri, come razionale freno alle pulsioni innate nell’uomo e dovute alla sua materialità, in altre parole come capacità dell’uomo di utilizzare correttamente e sapientemente la propria potenza, la propria libertà. Infatti virtù deriva dal greco areté , da cui il latino ars, ossia “arte”; possiamo quindi concepire la virtù come l’arte di vivere e, in questo contesto, il virtuoso è felice non perché sarà premiato per i suoi sacrifici, ma per aver trovato nella vita un “metodo” per raggiungere la felicità e sarà la virtù stessa a dare la felicità in quanto fornirà l’abilità per conseguirla.

      La virtù infatti è un lievito per la vita del massone, la sviluppa continuamente dal di dentro, la matura, produce una dimensione illimitata di crescita; ma non è nel vertice della crescita che si raggiunge la felicità, bensì nel continuo della vita. In questo senso la virtù è matrice di felicità, perché  felice, in senso stretto, può esserlo solo una  vita intera, durante

la quale gioie e dolori sono funzionali alla crescita. Questa è, a mio avviso, una delle dimensioni più profonde della felicità.

      L’insegnamento massonico spinge a migliorare se stessi, con l’affettuoso aiuto dei fratelli; noi cresciamo, tutti insieme, intimamente e intellettivamente grazie alle nostre abilità, alle nostre virtù, alla capacità di modulare l’esistenza, al reciproco dono che ci scambiamo con il nostro vivere. Il viaggio iniziatico si colora di momenti nei quali riusciamo a vincere, a superare gli ostacoli, a lenire il dolore, a percepire che la felicità non si trova nell’esterno, ma nel profondo dell’animo e nella costante opera di far lievitare infinitamente la propria vita.

      Vale la pena di citare, in questo contesto, un pensiero di Nietzche: “Non bisogna interpretare la felicità soltanto come soddisfazione. L’uomo è felice non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria”. La soddisfazione è un’idea sonnolenta della felicità, la quale invece va interpretata come ascesa, come capacità di vincere il proprio dolore; allora nel superare se stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza si ha un’idea più alta e più forte della felicità, che cessa di essere quella dell’attimo perché titolare della felicità diventa la vita intera.

      Vorrei chiudere questa mia tavola con una sublime poesia di Eugenio Montale, nella quale, con la splendida capacità di sintesi del poeta, si avverte tutta la fragilità e la precarietà della felicità tanto faticosamente conquistata:

“Felicità raggiunta

si cammina

per te sul fil di lama.

Agli occhi sei

barlume che vacilla

al piede teso

ghiaccio che si incrina”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Citazioni “citabili”

(dagli elaborati premiati nel Concorso della Loggia  dal titolo “FELICITA’ E’…….)

  • “ Felicità è qualità interiore, è libertà, è provare gioia nel dare, è uno spazio non circoscritto come il mare, come l’infinito del cielo”. (Rosa Cristiano – Ist. Tecn. Comm. “Fibonacci”   Follonica)
  • “Felicità è amare gli altri, è amare il nostro esistere su questa terra”. (Giacomo Campinoti – Istituto Professionale “Leonardo da Vinci”   Follonica)
  • “Ogni uomo nella vita cerca la felicità, della quale ha dentro di sé un lontano sentore, un ricordo atavico che lo spinge al bene. Solo inseguendo questa percezione d’estasi insita in lui, potrà ritrovare se stesso, la sua serenità, la sua interiore armonia”. (Barbara Giardelli – Liceo Scientifico “Cattaneo”  Follonica)
  • “La felicità è vivere! Essa non è nelle cose, ma dentro di noi: è necessario percepire con emozione che ogni giorno, ogni ora, ogni attimo sono doni di un mistero meraviglioso che si chiama vita”. (Cristian Verniani – Liceo Classico “Albizzeschi”   Massa Marittima)
  • “Ognuno di noi ha certamente un rapporto personale con la felicità e sceglie un proprio percorso, perché l’uomo ha assoluta necessità di credere di poter essere felice almeno una volta nella sua vita”. (Ilaria Caruso – Liceo Classico “Carducci Ricasoli”   Grosseto)
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