MASSONERIA E CRISI DEI VALORI

Massoneria e crisi dei valori

Parrebbe del tutto lecito parlare dell’esistenza di una crisi della morale, in quanto non c’è settore della società (famiglia, scuola, lavoro, sport…) che non lamenti un calo preoccupante del suo livello. A conferma di questa evidenza si possono inoltre aggiungere i numerosi episodi di scandali e corruzione che regolarmente travolgono personalità dalle quali ci si aspetta, per il posto che occupano, un comportamento irreprensibile ed esemplare.

D. B.

Eppure non tutti sono convinti di una tale evidenza. Per esempio il sociologo francese Raymond Boudon, nel suo libro Declino della morale ? Declino dei valori ? è persuaso che la tesi secondo la quale il passaggio dalla modernità alla postmodernità coincida con lo sgretolarsi dei valori tradizionali come la famiglia, il lavoro, la religione, la politica, l’istruzione, la dignità della persona è smentita dai fatti. Inchieste statistiche relative a questi temi mostrerebbero che i giovani dispongono di un sistema di valori ben strutturato che metterebbe in evidenza una sostanziale continuità con quello delle generazioni precedenti. L’impressione di declino verticale dei valori sarebbe imputabile, secondo Boudon, all’effetto perverso generato dai mass-media che costruirebbero artificialmente realtà distorte.

La crisi dei fondamenti dell’etica

Ebbene, se la questione del crollo dei valori morali è piuttosto controversa, la convinzione dell’esistenza di una crisi dell’etica, per almeno una buona parte del XX° secolo, è una constatazione accettata quasi unanimemente. Non si tratta chiaramente di una crisi che concerne la produzione di opere consacrate all’etica; si tratta piuttosto di una crisi relativa ai fondamenti, ai metodi, alla natura della razionalità etica.

Già Nietzsche, interpretando gli ideali morali alla stregua di maschere della volontà di potenza, Freud considerandoli come sublimazioni dei meccanismi pulsionali e Marx leggendoli come sovrastrutture dei bisogni economici avevano seminato notevoli sospetti sulla consistenza dell’etica. Ma la vera e propria crisi fondazionale emergerà a partire dall’inizio del XX secolo. Ne I Principia Ethica di G. E. Moore del 1903 il filosofo inglese sostiene che il bene, su cui si fonda l’intera etica, è una qualità semplice, come il colore giallo, e che pertanto non può essere definito razionalmente, ma può solo essere intuito. Di conseguenza tutte le etiche che pretendono di fondare le norme morali su una qualsiasi conoscenza, sia essa di tipo fisico o di tipo metafisico, incorrono nella cosiddetta «fallacia naturalistica», cioè commettono l’errore di considerare il bene come un oggetto appartenente alla natura e quindi conoscibile scientificamente. In tal modo Moore inaugura la convinzione del carattere non conoscitivo dell’etica (non-cognitivismo), che dominerà tutta la prima metà del secolo. Ad analoghi risultati giunge, in un altro ambiente culturale, Max Weber, il fondatore della sociologia come scienza. Questi nel 1904 con il saggio su L’oggettività conoscitiva della scienza sociale sostiene che le scienze sociali, per essere oggettive, devono limitarsi a descrivere i fatti, astenendosi dal dare giudizi di valore, cioè devono essere avalutative. L’etica pertanto non può in alcun caso essere una scienza e le scienze, nemmeno quelle sociali, non possono dare alcuna indicazione su come ci si deve comportare. Anche uno dei principali seguaci della fenomenologia, Max Scheler, si muove in direzione di un’etica non-cognitivista. Nell’opera Il formalismo dell’etica e l’etica materiale dei valori (1916) critica l’etica kantiana per il suo carattere formalistico, che rende indifferenti ai contenuti delle azioni e rischia di causare conseguenze pericolose, per cui propone in alternativa un’«etica materiale», nel senso di fornita di contenuti, quali sono appunto i valori. Questi, secondo Scheler sono oggetto di un’intuizione, cioè di una conoscenza immediata, diretta, non giustificabile razionalmente. È chiaro che queste posizioni, ed altre che si potrebbero facilmente aggiungere, sono l’indice di una crisi dell’etica che segna il fallimento del programma illuministico di fondarla unicamente sulla ragione.

Il contributo della Massoneria alla rinascita dell’etica

Da questa situazione di crisi l’etica è uscita a partire dagli anni 50-60 facendo leva su fattori di differente natura. Si è attaccato la divisione tra conoscere ed agire che era alla base delle filosofie non-cognitiviste della prima metà del secolo facendo notare che essa rischia di giustificare le concezioni etiche e politiche più arbitrarie. In particolare la sociologia avalutativa di tradizione weberiana è stata contestata dalla «sociologia critica» della scuola di Francoforte, la quale l’ha accusata di essere semplicemente una celebrazione della realtà sociale esistente, in quanto chi rinuncia, in nome della scientificità, a pronunciare giudizi di valore, rinuncia a qualsiasi critica, e quindi rinuncia a cambiare lo stato delle cose.

Gli scopi e i valori etici e politici, lungi dal ridursi a semplici preferenze soggettive, possono venir razionalmente argomentati.

Di fronte alla constatazione dell’incapacità delle scienze sociali, cioè della razionalità scientifica, di orientare la prassi, si è determinato un nuovo fenomeno, designato come «riabilitazione della filosofia pratica» (Harendt, Leo Strass, Voegelin, Gadamer, Bubner / Riedel, Scwemmer) che costituisce di fatto un ritorno ad una concezione simile a quella massonica dell’etica come filosofia pratica cioè alla fondazione dell’etica non sulla scienza (della natura o dell’uomo), ma sulla filosofia, vale a dire ad una forma di conoscenza che non rinuncia a pronunciare giudizi di valore e non si limita ad essere puramente descrittiva.

In contrapposizione alle filosofie che hanno cercato di liquidare l’etica come impresa puramente emotiva e arazionale, la Massoneria ha sempre contribuito a difendere un’etica guidata dalla ragione sostenendo:

Che l’ambito della ragione non si riduce a quello della scienza o della teoria, ma concerne anche la prassi.

Che gli scopi e i valori etici e politici, lungi dal ridursi a semplici preferenze soggettive, possono venir razionalmente argomentati.

Che la ragione filosofica non ha una semplice funzione descrittiva, ma anche una portata normativa, in quanto serve ad orientare l’azione.

Che etica e politica risultano strettamente connesse, poiché a tenerle separate si perviene soltanto ad una morale astratta e individualistica

Se è vero che l’etica si sviluppa soprattutto nei momenti in cui manca o tende a svanire un quadro ben delineato del patrimonio dei valori e dei costumi tradizionali, allora il messaggio del nostro Ordine risulta più attuale che mai.

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