SIMBOLO E PAROLA

SIMBOLO E PAROLA

La mappa non è il territorio. l simboli non sono la realtà,

Le parole non sono il significato.

Concetto Zen

Probabilmente fu la cultura Sumerica, oltre 3500 anni fa, a donare all’umanità l’ideazione della scrittura, facendo compiere alla civiltà un enorme, epocale salto di qualità, perché consentì di fissare su un supporto fisico stabile e durevole quei concetti € quelle idee che fino ad allora erano affidati solamente all’immediata ma effimera comunicazione dovuta alla percezione della voce umana, ed alla labile conservazione nella non sempre affidabile memoria dell’uomo. La prima modalità di fissazione su un supporto fisico di un’idea fu un’immagine, il disegno, l’ideogramma appunto, la cui rappresentazione esprimeva un intero concetto, un’azione, un’impressione, di cui costituiva sinteticamente un efficace simbolo; da esso progressivamente si sviluppò la scrittura alfabetica, legata anche all’evoluzione dell’espressione linguistica verso contenuti più astratti. Quindi dalla più remota antichità, pa- . role ed immagini sono il – veicolo di trasmissione ed apprendimento che l’uomo adopera per comunicare, ma anche per conoscere; in particolare nel campo della conoscenza iniziatica le parole assumono un valore peculiare, che orientano la comunicazione ben al di 1à del loro significato immediato, proprio perché profondamente connotate simbolicamente. In campo iniziatico simboli e parole non sono infatti separabili ma risultano indissolubilmente congiunti e reciprocamente attinenti; entrambi cooperano alla conoscenza ed avviano sinergicamente alla sempre maggiore comprensione e maturazione dei temi proposti dalla Tradizione. In prima, grossolana approssimazione, possiamo considerare il linguaggio come un sub-insieme dai limiti scarsamente definibili, ma sicuramente assai vasti, forse addirittura infiniti, indicabili solo dalle possibili capacità del pensiero umano, della logica razionale dell’uomo e della sua capacità di comprensione. Nella lingua italiana, il vocabolo “parola” si fa derivare da paraula, lemma della tarda latinità, conservato fino ai giorni nostri in romancio ed in sardo, che significava parabola, fiaba; ma anche insegnamento, discorso, che poi, col sopravvenire del Cristianesimo, passò decisamente ad indicare la Parabola del Vangelo che si legge la domenica a Messa; poi per progressiva attenuazione del senso primitivo passò a significare detto, motto e dunque per estensione anche qualunque voce articolata foneticamente che esprimesse un concetto, in pratica andando verbum; quindi già di per sé, la mera considerazione etimologica della parola ci porta ad evidenziarne una prima, immediata struttura simbolica, capace di collegare il significato immediato e superficiale dovuto alla successione articolata dei fonemi con un senso più profondo ed articolato, legato ad una personale elaborazione mentale, cerebrale ed insieme di coscienza. Collegato alla parola è il vocabolo greco Lagos, che indica sia il discorso che la ragione, da cui non a caso quindi deriva la Logica, ad indicare che l’attività fonetica del discorso parlato e quella razionale sono, o dovrebbero, essere tutt’uno, andare di pari passo, almeno stando alle radici semiologiche del termine. “Verbo” invece, deriva da una radice *yer attestata in area indo-iranica, slava e greca; tale radice appare anche nella forma tematica *yerdho-/uordho– presente, ad esempio nel tedesco da cui anche Wort che già dalle origini sembra aver contenuto la nozione di insegnare, di annunciare, nel senso di parola che indica, che dà un senso a qualcosa; nella Sacra Scrittura cristiana infatti questa parola è usata nel senso di saggezza, che precede quello di Parola e Ragionamento, da cui riduttivamente deriva, in quanto originariamente applicata a designare la Divinità stessa, la Saggezza Eterna.  Nella Tradizione cristiana notoriamente sia la Genesi che il Vangelo di Giovanni mettono all’inizio dell’intera cosmogonia il Verbo, quasi un suono primordiale e primigenio, una altrimenti indefinibile vibrazione di cui si è servita l’Energia del Creatore per far passare il non ancora manifestato alla realtà effettiva del manifestato:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio Vangelo di Giovanni, 1,1

 Con queste parole Giovanni comincia il suo Vangelo; sono parole semplici, ma di una profondità immensa, con le quali si fa risalire il lettore al di là dell’inizio del tempo, fino all’oscurità atemporale della dimensione eterna di Dio; quell’espressione In principio… indica proprio l’inizio assoluto, l’inizio senza inizio, l’eternità appunto, attributo peculiare del mistero della preesistenza Divina: il Verbo possiede un’esistenza eterna, e perciò un’origine che risale ben al di là della nascita del tempo. Prima di qualunque altra cosa, il Verbo era già:… era il Verbo, la Parola (Lògos in greco) era già stata pensata e pronunciata, ma queste attività non erano umane: … il Verbo era presso Dio; questa Parola non era un suono che passa appena pronunciato: … il Verbo era Dio; esiste prima di tutte le cose create, e rimane dopo la loro fine: la Parola, che è Dio, è eterna. Questo versetto che in molte delle nostre Officine il Primo Sorvegliante legge all’apertura dei lavori di Loggia, oltre ad un significato religioso, contiene dunque un messaggio esoterico rilevante, portandoci a considerare il valore della Parola nella complessità delle sue implicazioni. Nell’attuale mondo tecnologico, tanto frettoloso e disincantato, quanto distratto e superficiale, dove tutto sembra perdere senso, recuperare il senso della Parola e non semplicemente il suo aspetto fonico, la sua notazione più immediata, la sua vibrazione più epidermica, ritengo sia una imprescindibile premessa per un qualsiasi progetto di effettivo recupero ed autentica rivisitazione della Tradizione che la renda viva, effettiva, compresa proprio perché attualizzata e storicizzata nel contesto contemporaneo. Gli antichi avevano indubbiamente compreso l’importanza delle parole in un modo assai più profondo e consapevole di quanto siamo abituati a percepire oggi: nell’antico aramaico l’espressione abraq ad habra (parola tradizionalmente considerata “magica” per eccellenza) significa “creo quello che dico”, e d’altra parte la stessa Genesi narra che Dio ha creato il mondo semplicemente pronunciando le parole: Sia fatta la Luce (Genesi, 1,1-5);,. dopo la necessaria rifles-” sione che quest’espressione evoca, la frase: … In principio era il Verbo assume un senso già diverso, ulteriore e vertiginosamente profondo, ‘ Tutta la Tradizione riconosce il potere della Parola, caratteristica ben nota anche nel mondo profano: si pensi ai canti vedici della tradizione indiana, ed all’uso dei mantra, cioè una sillaba, un gruppo di lettere, una frase, che vengono ripetute, anche a livello solamente mentale, e che attraverso la corretta ed appropriata modulazione della vibrazione emessa sono ritenute in grado di liberare la mente dalla realtà illusoria e dalle inclinazioni materiali, favorire la concentrazione ed ottenere effetti benefici a livello fisico e psicologico; il mantra più conosciuto è il famoso Om. Nel processo evolutivo (o forse involutivo), man mano che l’uomo si separa dall’Origine tende così a perdere progressivamente le parole di contatto o i suoni in grado di comunicare con lo Spirito, con il mondo dei Princìpi, ed anche per questo in molti contesti tradizionali si dà ancora un’enorme importanza alla conservazione delle cosiddette lingue sacre, soprattutto durante le celebrazioni liturgiche e rituali. Pitagora approfondì la scienza della Parola, intuendo e studiando il potere del suono, come vibrazione che emana dall’Ente supremo con caratteristiche metafisiche che pur tuttavia operano anche nel sottostante mondo fisico materiale. Lo stesso Platone, che nei suoi Dialoghi ha più volte evidenziato la sostanziale difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di rendere le idee attraverso il linguaggio comune, sentì il bisogno di recarsi in Egitto, seguendo l’esempio di Pitagora, per acquisire un maggiore contatto con la realtà dei Misteri attraverso lo studio e la contemplazione della scrittura geroglifica, che più si avvicinava alla scrittura simbolo propria del linguaggio degli Dei, da cui l’uomo era stato progressivamente separato dal passaggio della scrittura ideogrammatica a quella alfabetica. Molte delle prerogative di ritmo, accento, musicalità e prosodia possedute dagli idiomi primitivi, assai più vicini al Divino si sono snaturate; per questo il simbolo e la parola simbolica, foneticamente e musicalmente ancorati al suono archetipale e cioè alla lingua sacra, diventano gli elementi maggiormente in grado di creare un ponte con l’ineffabile, con l’incommensurabile. È sul valore sacrale assunto dalla parola che Papato ed Impero costruirono il loro potere nel Medioevo, tramite l’emissione di solenni bolle ed ordinanze, in cui la legittimazione stessa di ogni forma di potere era data dalla stessa parola, nei suoi aspetti più squisitamente ontologici e sacrali, che esplicitamente rimandavano all’evangelico … verbum caro factum est; la parola quindi come parte intima € costitutiva del Potere, che veniva plasmato e conservato attraverso documenti in cui la parola, accessibile all’epoca solo a pochissimi, proprio per la sua inaccessibile ermeticità si prestava bene a simboleggiare e conservare un’autorità assoluta, una potestà indiscussa ed indiscutibile. Quindi parola come vibrazione, come avviamento alla comprensione della Trascendenza, ed insieme come accesso al potere di intervenire e modificare il reale, a partire dall’individuo, ovviamente iniziato € consapevole: questa è l’impostazione che troviamo nella Tradizione, mentre assai diversa è la percezione della Parola nell’attuale quotidianità, in cui la Parola è ormai limitata a mero veicolo di informazioni tra le persone, finalizzando e subordinando la comunicazione a scopi quasi esclusivamente utilitaristici, di mantenimento di condizioni legate all’occupazione lavorativa ed alla conservazione dell’attuale modello culturale ormai prevalente. La cultura diventa di massa parcellizzandosi in microsegmenti settoriali con propri linguaggi gergali, spesso esclusivi perché semanticamente significativi solo per una ristretta cerchia di addetti ai lavori, di fatto unici fruitori di quello specifico vocabolario, ed in generale il linguaggio parlato al di fuori delle ristrette aree “tecniche” evidenzia una scoraggiante povertà terminologica, che va di pari passo con il consensuale impoverimento della comunicazione verbale, ormai superata definitivamente dall’immediatezza e dalla capacità aggressiva della comunicazione visiva dei sempre più invadenti mezzi telematici, e dall’inarrestabile quanto definitiva avanzata nella comunicazione scritta di nuove modalità sintetiche, quasi stenografiche, ma sempre più lontane dal “normale” linguaggio: basta pensare al gergo dei messaggi SMS dei giovani, di solito impenetrabile a chi non lo è più. Le parole servono ormai quasi esclusivamente ad esprimere bisogni immediati e concreti, e sempre meno riescono a veicolare sentimenti, aspirazioni, sogni, idee, perché manca il tempo,e forse anche la voglia, di fermarsi a dedicare le nostre sempre minori energie a – tali attività, di cui  l’uomo contemporaneo non sembra più capace di apprezzare il significato, visto che non ne vede l’utilità immediata. In fondo la materializzazione della società è drammaticamente esposta proprio dalla pressoché totale assenza nella nostra giornata di ogni elaborazione mentale che non sia direttamente rivolta ad un aspetto concreto, tangibile ed immediato della nostra esistenza: questa è la riflessione forse tra le più inquietanti che possiamo concepire e valutare, La parola, che trae la sua stessa origine dall’incontenibile necessità di esprimere contenuti comunicativi e relazionali, ma soprattutto dall’interiore bisogno di dare forma all’interiore mondo spirituale dell’Uomo, è quindi sostanzialmente ridotta a strumento di scambio dati, espressiva prevalentemente di rapporti, situazioni e concetti legati al mondo materiale ed incombente. E quindi se ciò che si comunica è prevalentemente, se non esclusivamente, riferito alla materialità del mondo tangibile, ne discende direttamente l’impoverimento, l’appiattimento e la ipersemplificazione dell’apparato verbale, in verità molto limitato, che risulta sufficiente allo scopo; non a caso praticamente nessuna delle parole oggi comunemente usate riesce a comunicare qualcosa di più di una sensazione, di un’emozione, di un’impressione: nessuna poi tra le parole di uso comune riesce realmente a far riflettere, ad innescare qualcosa che non sia destinato a restare irrimediabilmente relegato allo stato più superficiale della nostra coscienza. Credo che questa elementare considerazione che ho sinteticamente tentato di esporre possa dare ragione di una delle tante difficoltà che nel mondo moderno incontra la conservazione dell’autentica continuità della Tradizione Esoterica, che parla un linguaggio assai diverso da quello così immediato, diretto e spiritualmente così poco impegnativo come quello che siamo abituati ad usare nella società profana contemporanea, che sembra avere tempo ed attenzione solo per ciò che si può toccare, comprare e vendere; ma questa è contemporaneamente anche una delle principali ragioni per cui ritengo sia addirittura indispensabile tentare con tutte le nostre forze di ristabilire il valore della parola come elemento costitutivo dell’intero patrimonio esoterico che ci viene dalla Tradizione, e che nel nostro Ordine ha ormai da secoli potuto ritrovare opportuna sistemazione ed adeguata tutela. Il mondo di valori di cui la Libera Muratoria è testimone e portatrice è tanto più necessario oggi di quanto forse non lo sia mai stato nella storia, perché mai come adesso l’umanità sembra così perversamente attratta e conquistata solo dagli elementi materiali ed effimeri, mostrando indifferenza, se non addirittura ostentando derisione, verso l’intera esperienza iniziatica. Noi che abbiamo superato un’iniziazione, e che abbiamo ’ in qualche modo intrapreso la personale via verso la luce, sappiamo che questa esperienza ha profondamente segnato la nostra esistenza, facendo cambiare radicalmente il nostro modo di vedere la vita e l’esperienza umana, e portandoci ad un grado decisamente più consapevole di conoscenza e di apprezzamento della vita, dei rapporti tra le persone, dei sentimenti e delle passioni; siamo insomma diventati uomini capaci di riflettere, di soffermarci su dati meno immediati e sensibili di quelli cui eravamo abituati, di chiederci il “perché” delle cose e di coltivare la saggezza del dubbio quando tutto il mondo sembra non averne affatto, o viceversa averne troppi. Siamo diventati uomini che l’esperienza iniziatica ha plasmato con il suo messaggio costruttivo e tollerante, rendendoci differenti da ciò che eravamo prima nel mondo profano, nel quale continuiamo ovviamente a vivere, a lavorare, ad interagire, ma con consapevolezza, sensibilità e capacità nuove, tanto che, senza alcuna presunzione, non mi sembra affatto eccessivo dire che adesso, quando ci troviamo tra i nostri simili, siamo uomini migliori; e lo siamo anche perché abbiamo appreso dai Testi, dai Rituali, dalle‘ Parole dei Fratelli nelle tornate di Loggia, a ponderare il valore della parola e cogliere un senso più  profondo dalle espressioni verbali che diversamente, restando profani, avremmo continuato a percepire come sonorità espressive di situazioni meramente materiali, e non come elementi capaci di veicolare sensi ulteriori e di stimolare progressi spirituali.   Nel mondo profano le persone usano le parole senza porre troppa attenzione a ciò che viene detto, senza preoccuparsi troppo delle possibili conseguenze provocate dal proprio parlare; nel mondo iniziatico invece l’uso esoterico della parola comporta sia il trasferimento di una “conoscenza”, cioè dell’informazione semantica connessa, ma anche la trasmissione di una qualità intrinseca al carisma iniziatico stesso, che conferisce al suono della parola quel potere che le è peculiare in quel contesto; ciò naturalmente non può che derivare dal conseguimento di un adeguato controllo della parola nell’ambito di una Tornata Rituale, sia da parte di chi la pronuncia, che da parte di chi l’ascolta. In conclusione, per noi Massoni la parola non è solo uno strumento di comunicazione e di scambio di informazioni, ma è soprattutto veicolo di conoscenza interiore e di progresso iniziatico, da usare con prudenza e ponderazione, studiandone e comprendendone appieno il senso, il valore, il potere, così da farne quel buon uso che la Tradizione esige da un iniziato, come chiunque di noi ha potuto sperimentare al conseguimento del Grado di Compagno, quando gli è stato conferito il permesso di poter usare la parola nel Tempio, scoprendone così tutto il valore liberatorio ed insieme sacrale, che viene sempre percepito ogni volta che ci : Viene concessa la parola, per dare il nostro piccolo, personale contributo all’azione esoterica comune.

 TAVOLA SCOLPITA DAL FR.’. ARISTIDE PELLEGRINI

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