L’IMPERO ROMANO FU MINATO DAL PIOMBO

“L’impero romano fu minato dal piombo?”

da Archeo Dossier n° 13/1986 di Luigi Capasso

      Gli archeologi e gli sto­rici hanno probabil­mente amplificato l’effettiva importanza di questi fatti, soprat­tutto in relazione al ruolo svolto dall’in­tossicazione da piom­bo «saturnismo» nel mondo classico. Fra le cause di esposizio­ne prolungata a dosi di piombo sufficienti a produrre la malattia conclamata, solo poche po­tevano essere presenti nell’ antichità classica, nessuna in epoche preceden­ti. L’ingestione di bevande o di cibi inquinati è la principale di esse.

      In effetti, il piombo è stato largamen­te impiegato nella costruzione degli acquedotti urbani già nel mondo ro­mano. Tuttavia vi sono motivi di per­plessità al riguardo, in quanto all’in­terno di tubazioni del genere si forma­no rapidamente patine di sali di piom­bo assai poco solubili in acqua, cosic­ché la quantità di piombo che poteva effettivamente passare ad inquinare le acque potabili era scarsa.

      Resta aperta la questione dell’even­tuale contenuto di piombo nel vino romano. È probabile l’impiego in epoche classiche di recipienti di piom­bo, o internamente rivestiti da una pellicola di piombo, per la fermenta­zione del vino; inoltre sali di piombo venivano forse aggiunti al vino già fermentato, probabilmente per addol­cirne il sapore. In alcune regioni eu­ropee è tutt’oggi in uso la pratica di immergere frammenti di piombo me­tallico nel vino, al fine di evitarne la rifermentazione.

      Tutto ciò rendeva potenzialmente molto elevato il con­tenuto plumbeo del vino romano. Esistono, ovviamente, anche confer­me sperimentali a questo modo di ve­dere. Ad esempio, l’analisi dei vini prodotti in Inghilterra fra il 1770 ed il 1805 d.C. ha dimostrato l’esistenza di contenuti di piombo a livelli ampia­menti tossici. In un classico esperimento eseguito nel 1883, Hoffmann produsse dei vini fermentati seguen­do fedelmente le descrizioni che vari scrittori latini ci hanno lasciato a pro­posito della vinificazione delle uve. La susseguente analisi dei vini così otte­nuti dimostrò un contenuto di piom­bo variabile fra 380 e 781 milligram­mi per litro di vino, a seconda delle metodiche di preparazione delle be­vande: questi livelli di inquinamento sono largamente tossici.

      È certo che l’inquinamento alimen­tare da piombo interferisce con la corretta funzionalità del rene, in quanto esiste una interferenza con il metabolismo dell’ acido urico e degli urati, cosicche è nota una «got­ta saturnina», o «gotta secondaria». Sappiamo che nell’Inghilterra geor­giana (XVIII-XIX secolo d.C.) dila­gava questo genere di gotta, legata al grande consumo di bevande alcoliche fermentate.

      D’altra parte, studi accu­rati degli scritti di Paolo Egineta ci consentono di ammettere che una got­ta del genere in quasi tutta l’Europa produsse delle «epidemie» anche at­torno al VII secolo d.C. Abbiamo ele­menti per credere che la situazione non sia stata granché diversa in epo­ca romana.

      Fortunatamente, il piombo è dosabi­le nelle ossa. Due ricercatori inglesi (Waldron e Wells) hanno recentemen­te esaminato il contenuto di piombo in ben 759 scheletri provenienti da 15 differenti siti ed appartenenti a sog­getti vissuti nell’arco di tempo com­preso fra il 1600 a.C. ed il Medioevo. I livelli più bassi sono stati dimostra­ti nelle ossa più antiche ed è stato os­servato un generale incremento tem­porale del contenuto osseo di piom­bo.

      Tuttavia, le ossa dei campioni di popolazioni vissute durante i periodi romano-bretone ed anglo-sassone hanno mostrato un contenuto di piombo anormalmente elevato. Cer­tamente, questi dati concordano con l’idea dell’inquinamento dietetico da piombo legato al vino ed alle acque potabili urbane.

      Un ulteriore elemento ambientale, pe­rò, potrebbe avere avuto un ruolo: l’impiego di stoviglie di peltro o di al­tre leghe metalliche contenenti piom­bo. Che un fattore del genere potesse contribuire a determinare livelli tos­sici di piombo alimentare sembra or­mai dimostrato: in un cimitero colo­niale americano le inumazioni dei ric­chi proprietari erano separate da quel­le degli schiavi impiegati nelle pianta­gioni; nelle ossa della classe padronale è stato trovato molto più piombo che in quelle degli schiavi. Ciò potrebbe essere una coincidenza, ma è più ve­rosimilmente da mettere in relazione con l’uso quotidiano di stoviglie di peltro, che solo i ricchi potevano permettersi.

      Da questo complesso di indizi non ha mancato di emergere l’ opinione che il diffondersi del saturnismo nelle clas­si dirigenti, più agiate, dell’antica Ro­ma abbia contribuito al declino dell’Impero.

      Ma vi sono ancora molte perplessità che avvolgono l’intera questione ed esistono dubbi metodologici rispetto all’interpretazione del contenuto plumbeo delle ossa di scavo. Ad esem­pio, è stato dimostrato che il piombo ambientale (quello contenuto nel ter­reno di inumazione) tende ad accumu­larsi nella parte superficiale delle os­sa sepolte.

      Ancora, la quantità di piombo sche­letrico è in funzione diretta della lunghezza dell’esposizione, cioè della du­rata della vita.

Questa ed altre circostanze non sono state tenute in conto da tutti i ricer­catori e costituiscono oggi un motivo di perplessità interpretativa. Ciò non­dimeno, vi sono pochi dubbi riguar­do alla validità di un dato sperimen­tale, tanto importante quanto preoc­cupante: le ossa dei Peruviani del 1600 d.C. contengono una quantità di piombo che è mediamente 1/1000 di quella contenuta nelle ossa degli Ame­ricani e degli Inglesi attuali.

      Non vi è alcun dubbio che ciò è collegato an­che all’enorme incremento del piom­bo atmosferico, causato dall’inquina­mento industriale e dalla combustio­ne delle benzine.

“Le  anfore”

Servizio di Lari Mario pubblicato dalle riviste “Scienza e vita” e “Geos”

      La navigazione ha avuto sem­pre una grande importanza fin dall’antichità. In particolare, il trasporto delle merci sull’acqua era notevolmente facilitato rispetto a quello via terra, effettuato con carri trainati da animali e quindi più lento e costoso. Ma le navi che trasporta­vano anfore, dette navi onerarie (one­rarius, che porta peso), a causa de­gli insufficienti strumenti di navigazione, della scarsa manovrabi­lità e dell’assenza di carte nautiche, potevano affondare durante una tem­pesta nei punti più pericolosi, pun­teggiando il Mare Nostrum di innu­merevoli relitti.

      L’archeologia subacquea, scienza relativamente nuova, esiste da quando si è potuti andare sotto le acque con strumenti abbastanza af­fidabili ed ha permesso di aprire al­cuni di questi scrigni giacenti sul fondo del Mediterraneo per ammi­rarne i tesori: Conoscere il passato ha da sempre esercitato un notevole fascino sull’uomo e capire le anfore, saperne distinguere le forme, valu­tarne le caratteristiche e le diffe­renze, significa capire un po’ l’epoca storica in cui furono prodotte e usate. Spesso da uno di questi oggetti si riesce a risalire al contenuto traspor­tato, alla rotta che la nave stava per­correndo, al luogo da cui essa veniva ed anche al luogo dove sarebbe andata.

      Con l’anfora si poteva trasportare di tutto, o meglio tutto ciò che po­teva passare dal suo collo. Si hanno notizie certe che viaggiavano dentro le anfore: salse, olive, pesci, orzo, grano, lumache, miele, formaggio e monete. Ma per.secoli le navi solca­rono i mari portando soprattutto due preziosi liquidi: il vino e l’olio. Quelle eleganti, che servivano per il trasporto del vino, sono state ritro­vate in numerosi relitti sparsi lungo le coste del Mediterraneo. Attra­verso la mappa di questi ritrova­menti e aiutati dai bolli impressi so­pra le anfore, è stato possibile stabilire che il commercio del vino in epoca imperiale univa il Lazio alle coste. della Francia, dove sono state ritrovate anfore identiche con iden­tici bolli, e all’Inghilterra, dove il vino arrivava dopo un viaggio lungo i fiumi francesi.

      Un traffico di enormi dimensioni, che si può spiegare solo pensando alla legge del Senato ro­mano che nel 218 a.C. proibiva agli abitanti della Gallia di coltivare la vite e di produrre il vino: la guerra del vino tra Italia e Francia era già cominciata per colpa dell’imperiali­smo economico romano che voleva proteggere i suoi ottimi vini, quali il Cecubo e il Falerno.

      L’olio consumato dagli abitanti di Roma in età imperiale proveniva in gran parte dalla Spagna, dove nella Betica se ne produceva una qualità pregiatissima. Esso veniva inviato a Roma in anfore costruite sul posto: con la loro presenza in fondo al mare, hanno tracciato la rotta delle navi che le trasportavano. Verso il III° se­colo d.C., a seguito delle invasioni barbariche in Spagna, si registrò una crisi di rifornimenti di olio a Roma, che preferì approvvigionarsi dalle co­ste africane.

      L’olio giungeva così den­tro un nuovo tipo di anfora, co­struita con la tipica argilla rossiccia, e chiamata appunto africana grande, con pareti sottili e piuttosto. fragile, ma con un rapporto peso-contenuto estremamente vantaggioso.

      Non si sa ancora perché le anfore avessero certe forme: per esempio è difficile comprendere perché il vino fosse contenuto in anfore alte e affu­solate, mentre l’olio veniva messo in quelle basse e sferiche. È stata data invece una spiegazione certa alla forma del fondo, che finiva sempre a punta: serviva per infilare il primo strato di anfore nella sabbia della zavorra della nave perché stessero diritte, ma era anche necessario per consentire il trasporto dell’anfora du­rante le operazioni di carico e sca­rico.

      Una sola persona poteva infatti afferrare l’anfora con una mano sull’ansa e con l’altra sul puntale senza fare grossi sforzi. Dopo aver formato il primo strato, le anfore venivano incastrate nello spazio libero tra una e 1’altra, con le anse posizionate a 90 gradi rispetto a quelle precedenti. Era comunque fondamentale, come del resto lo è anche oggi, che il carico non avesse possibilità di movimento e che il tutto costituisse una massa compatta, che in presenza di avverse condizioni del mare non desse problemi.

      I viaggi erano infatti molto pericolosi e le navi non potevano reggere il mare grosso, ma nel caso di un naufragio, non sempre tutto era perduto. Si hanno infatti notizie sicure di recu­peri organizzati dagli urinatores: un vero e proprio corpo di sommozza­tori che ricevevano un compenso pro­porzionale alla profondità dell’im­mersione. Sappiamo anche che di questo corpo fece parte perfino una donna: il suo nome era Aurelia Nais.

      Le anfore erano costruite in ar­gilla (il materiale anticamente più reperibile e meno costoso) ed erano formate da sei parti distinte: l’orlo, due anse, il collo, il corpo, il piede. Queste parti venivano preparate se­paratamente al tornio e assemblate prima della cottura in forno. Se l’an­fora era fatta per contenere liquidi, doveva essere impermeabilizzata con resine o bitumi spalmati a caldo. il vino contenuto in queste anfore as­sumeva un gusto particolare e spesso  ricercato, come nel caso di quello contenuto nelle anfore spalmate di bitume di Giudea, che dava al vino un sapore forte e dolciastro.

      Una volta riempita, l’anfora ve­niva chiusa ermeticamente con un tappo che, grazie alla forma a imbuto del collo, non poteva cadere all’interno. Avevano diverse fogge ed erano costruiti in materiali diversi; in terracotta, avvitati nella scanala­tura del collo (sopra i tappi di questo tipo spesso venivano fatti segni che indicavano il contenuto dell’anfora o il nome del proprietario del vino), in sughero, in legno. A volte veni­vano usati come tappi delle pigne. Sopra il tappo veniva poi spalmata cera liquida o pece; per questo è stato possibile ritrovare anfore per­fettamente sigillate, ancora con il vino dentro.

      Una volta arrivate a destinazione e svuotate del loro contenuto, le an­fore spesso non venivano riutilizzate, dato che la loro pulizia interna sarebbe stata problematica ed era più economico distruggerle. A Roma, a poca distanza dall’antico porto fluviale, c’è una collina artifi­ciale formata da cocci di anfore, vuoti a perdere trasportati in quel luogo dagli antichi netturbini romani e da­gli scaricatori delle navi.

      Nel tempo si è formato così il Monte Testaccio; alto circa 50 metri, con un perime­tro di circa 800 e formato da non meno di 40 milioni . di pezzi di an­fora. Le prime file di cocci alla base sono sistemate così accuratamente che non c’è spazio tra l’una e l’altra, tanto che un noto ristorante della zona ha potuto ricavare molti anni fa la sua grande cantina all’interno del monte, senza problemi di stabi­lità delle pareti. Andando verso l’ alto si nota in­vece che i cocci non sono disposti precisi come prima, ma sono stati evidentemente gettati alla rinfusa (siamo nel II-III secolo d.C., quando Roma contava 1,5 milioni di abi­tanti).

       Per la grande maggioranza si tratta di cocci di anfore spagnole che avevano contenuto olio. Il Mons Te­staceus, o monte dei cocci, può es­sere considerato un immenso archi­vio storico all’aperto dei commerci romani, tanto che nel 1873 Enrico Dressel iniziò lo studio sistematico di questi cocci (che a molti sembra­vano tutti eguali) e di quelli prove­nienti dallo scavo del Castro Preto­rio.

      Dressel riuscì negli anni a fare la catalogazione completa di 45 tipi di­versi di anfore, distinguendone le va­rie forme e completando una precisa tabella (che porta il suo nome), usata ancora oggi dagli studiosi. La ste­sura della tabella fu resa possibile attraverso lo studio e la interpreta­zione dei bolli impressi sul collo o sulle anse delle anfore. Anche se an­cora non si è ben capita l’effettiva funzione del bollo, resta assodato che servisse a pubblicizzare la bottega o l’artigiano che produceva l’oggetto, a meno che il produttore del conte­nuto non desiderasse imprimere il suo stesso nome. Lo studio approfondito dei bolli consente anche di capire meglio l’ organizzazione eco­nomica delle aziende.

      Esamineremo adesso alcuni dei tipi più importanti e diffusi di anfore, procedendo per ordine cronologico e descrivendo le loro principali ca­ratteristiche in modo che il visitato­rie di un museo o di un antiquarium possa riconoscerle e capire meglio il loro contesto storico.

      – Le anfore greco-italiche, piuttosto piccole, sono caratteristiche perché contengono le forme delle antiche anfore greche ma con il restringi­mento e allungamento del collo. Sono generalmente attribuite a pro­duzioni della Magna Grecia o sici­liane, vanno dalla seconda metà del IV secolo al II secolo a.C. Erano adibite al trasporto del vino desti­nato alle province galliche e ispani­che. Testimoniano l’espansionismo politico-economico romano.

      – Le Dressel 1, diffusissime, furono impiegate dalla fine del II secolo a.C. alla fine del I secolo a.C. Avevano l’ altezza di circa un metro e la capa­cità di 20-26 litri. Stanno a indicare l’assoluta egemonia del vino italiano sui mercati del tempo, dalle coste mediterranee agli accampamenti mi­litari che presidiavano la frontiera germanica.

      – Le Dressel 2/4, che intorno al I secolo a.C. avevano del tutto sostituito le Dressel 1 fino al II secolo d.C. Si possono riconoscere facilmente perché sono le uniche ad avere le anse bifidi, cioè a doppio bastone. Con esse sfuma un po’ il predominio della produzione italica di anfore nel I secolo d.C. Si diffondono numerosi altri tipi di anfore costruite all’ e­stero, dato che Roma inizia l’impor­tazione di vino dalle province.

– Le Dressel 20 con corpo a globo, collo corto, anse a grosso bastone, sono l’esempio di anfore straniere. Erano prodotte in Spagna, nella Be­tica, servivano per l’ esportazione dell’olio. Sono quelle che hanno contri­buito in gran parte alla formazione del Monte Testaccio a Roma.

– Le africane, che iniziarono ad ar­rivare verso il II secolo d.C. dall’ A­frica del Nord, contenevano soprat­tutto olio e salsa di pesce. Raggiunsero la massima espansione verso il III° secolo d.C., per termi­nare con la decadenza dell’Impero Romano e l’invasione araba dell’ A­frica settentrionale. Rappresenta­rono una vera e propria evoluzione tecnica del modo di costruire le an­fore, dato l’esiguo spessore delle pa­reti e la forma quasi cilindrica. Pesa­vano soltanto 17-18 chili e avevano un favorevole rapporto di peso tra vuoto e contenuto, vicino a 3,5.

      Vicino al Monte Testaccio, c’era l’antico porto fluviale di Roma Au­gustea, con i magazzini: i famosi Hor­rea Galbana e Sulpicia. Lì vicino, proprio dove oggi esiste il mercato di Porta Portese, vivevano duemila anni fa numerosi artigiani con le loro botteghe, pescivendoli, scaricatori di porto, commercianti in cerca di af­fari, ladruncoli, curiosi e operai, in catapecchie sempre minacciate dalle alluvioni. C’erano poi i cantieri na­vali, i magazzini delle merci e gli arsenali delle navi.

      Queste, se molto grosse, non po­tevano arrivare a Roma lungo il Te­vere e il loro carico veniva trasbor­dato su chiatte (le caudicariae) che risalivano il fiume trainate dalla riva sinistra da buoi. La più grande nave oneraria mai scoperta è la nave ro­mana di Albenga, che rappresenta anche il primo esempio di studio e di recupero di un relitto importante.    

      Questa oneraria (meglio definita come myriophoroi) affondò davanti alle coste liguri nel I secolo a.C. men­tre trasportava anfore vinarie Dressel 1. Con le anfore ven­nero in superficie piatti e ceramiche a vernice nera, prodotti nelle stesse zone del vino trasportato, oltre a 7 elmi in bronzo che servivano proba­bilmente a difendere la nave da even­tuali attacchi di pirati. La nave di Albenga, uno dei relitti più interes­santi del Mediterraneo, era lunga 40 metri ed era rivestita esternamente da una lamina di piombo per difen­dere il legno dalla tremenda Teredo navalis: un mollusco che scava gal­lerie nel legno delle navi.

      Un’altra scoperta importante per l’ archeologia subacquea è stata la nave ritrovata davanti alle coste li­guri di Diano Marina. Naufragata nel Isecolo d.C., aveva a bordo po­chissime anfore, ma trasportava 14 grossi orci di terracotta: i dolia. No­tevolmente diversi da tutti i reci­pienti sino allora conosciuti, erano enormi contenitori stivati nella parte centrale della nave: possono essere paragonati ai moderni containers per la loro capacità, che poteva arrivare fino a 3.000 litri. Probabilmente erano destinati a contenere vino nuovo o mosto e seguivano anche loro la via della Gallia. Idolia, a differenza delle anfore, venivano co­struiti con impasti poco depurati per poter ottenere una buona resistenza e, vista la loro grandezza, non pote­vano essere costruiti al tornio, ma venivano fabbricati a mano un po’ per volta in ambienti caldi.

      Uno degli ultimi relitti scoperti lungo le coste italiane è quello esplo­rato recentemente all’Isola del Gi­glio, grazie ai soldi raccolti attra­verso una sottoscrizione pubblica ( e la cosa meriterebbe attente rifles­sioni anche per altre iniziative ana­loghe). La nave, risalente al Isecolo d.C., conteneva anfore africane alte un metro e venti centimetri usate per il trasporto dell’olio dalle coste tunisine e nord-africane. Quelle del Giglio presentavano però all’ interno un rivestimento di pece, segno che avevano contenuto una merce più rinomata e pregiata, anch’essa pro­veniente dall’ Africa: il garum. Era un prodotto basilare per molte ri­cette romane, costituito da salsa di interiora di pesce lasciate a mace­rare ne! sale e nell’olio: un po’ come oggi si preparano le acciughe, ma allora era incredibilmente ricercato e costoso (per le ricette antiche fatte a base di garum, vedi il numero del novembre 1989 di Scienza & Vita).

       Oggi, con i moderni sistemi, è ab­bastanza facile immergersi a note­voli profondità e non è impossibile imbattersi in un relitto di nave one­raria. È però opportuno fare una semplice considerazione: quando si asporta un’anfora da un relitto, ma­gari per abbellire la casa, non ci si rende conto che si recidono dei le­garni che la univano al contesto nel quale essa aveva un ruolo e un signi­ficato. Non può più averli, ridotta a un semplice oggetto ornamentale. che non ha più niente da dire. Mentre lo scavo e il commercio clandestino ta­gliano i ponti con la storia, lo studio delle anfore contribuisce a rico­struire semplici attimi del nostro pas­sato per il futuro dell’uomo.

dal libro: “Relitti di Storia”

Archeologia Subacquea in Maremma

A cura del Ministero per i beni culturali e ambientali

2. Rotte, commerci e porti lungo le coste maremmane

2.1. Importazione ed esportazione di prodotti alimentari: i contenitori.

      Con il termine anfora (latino amphora) si indicava anticamente sia una misura di capacità corrispondente a circa 26 litri, sia un tipo di contenitore di terracotta usato per il trasporto di merci liquide o semiliquide (vino, olio, conserve di pesce e forse di frutta). Non vi fu una sola regione del Mediterraneo, affacciata sul mare o prossima ad esso, che non produsse anfore per commercializ­zare i propri prodotti. L’anfora fu uno dei simboli dell’economia locale o regionale che l’avevano espressa.

      La diversificazione geografica, e quindi culturale, delle aree di produzione influì sulla forma dei vasi che tuttavia conservarono per secoli caratteristiche determinate in primo luogo dalla funzionalità: un collo fatto in modo da poter essere sigillato con un tappo, una spalla più o meno ampia sopra un ventre di forma per lo più cilindrica, un fondo a puntale (per adagiare il vaso in uno strato di terra o di sabbia) oppure piatto, e infine le anse, generalmente due, di forme spesso molto differenti.

      Poiché le anfore trasportavano prodotti alimentari è evidente che esse consentono di verificare il potenziale di una economia agricola e le sue capacità di commercializzazione. Non ci si accontenterà di sapere che un’anfora conteneva olio o vino ma si vorrà sapere chi produceva quell’olio e quel vino, in quale tipo di azienda agricola, con quale tipo di organizzazione della produzione, quale era lo status sociale del proprietario dell’azienda, dell’armatore navale, se queste due figure s’identificavano in una stessa persona. Tante possono essere le domande suscitate da un semplice vaso utilitario.

      L’oggetto “anfora” finisce per diventare un fossile-guida indispensabile per comprendere la storia economica antica. Ed è dalle diversificazioni in termini di economia verificatesi nelle regioni italiane e nel Mediterraneo che dobbiamo partire per un esame delle merci alimentari e dei contenitori con cui queste venivano trasportate in età romana.

2.1.1. Le merci: il vino.

      Il versante tirrenico dell’Italia aveva conosciuto uno sviluppo nel settore delle colture arbustive pregiate molto tempo prima della romanizzazione: le anfore etrusche, e vulcenti in modo particolare, sono state rinvenute sui fondali di molte isole dell’Arcipelago Toscano, della Corsica e, in Francia, sul litorale della Provenza e nell’interno. Queste esportazioni non si erano virtualmente mai interrotte, ma avevano avuto una drammatica flessione nel corso del V secolo. 

       Ripresero su vasta scala solo a partire dal IV° secolo, quando le anfore etrusche erano ormai state sostituite da anfore di un tipo completamente diverso: le anfore dette “greco-italiche” (FIG. 20, n. lA). Malgrado questa denominazione sia sostanzialmente inesatta, una lontana parentela fra le greco-italiche ed alcuni tipi di anfore delle isole greche è possibile ravvisarla. Quel che interessa, tuttavia, è che le anfore greco-italiche furono prodotte in tutto il versante tirrenico a partire dalla metà del IV° secolo e probabilmente anche in Sicilia. Il relitto di Montecristo illustra assai bene la realtà del tempo: nave etrusca o nave romana?

      A giudicare dalle coppe a vernice nera che accompagnavano le anfore non sussistono dubbi: la nave, ammettendo che avesse caricato le anfore vinarie in un porto campano, imbarcò le ceramiche di accompagno nel Lazio o nell’agro ceretano. Non abbiamo dati che ci consentano di apprezzare quantitativamente il carico. A giudicare dalle dimensioni dell’ancora in ferro che armava la nave, non doveva comunque trattarsi di un piccolo natante per il cabotaggio costiero.

      La storia delle anfore greco-italiche più antiche (IV°- III° secolo a.C.) si lega indissolubilmente alla romanizzazione della penisola: esse trasportarono il vino di proprietari terrieri che andavano migliorando la rendita delle loro piccole proprietà, pur mantenendosi lontani dal conseguire standard produttivi sufficienti ad una commercializzazione su vasta scala.

      Con la conquista della Magna Grecia e della Sicilia, in seguito alla prima guerra punica, i Romani giunsero in contatto con realtà economiche per loro completamente nuove: non campagne popolate da piccoli agricoltori proprietari di appezzamenti a conduzione unifamiliare, che producevano quanto bastava per il consumo interno, ma paesaggi costellati di edifici complessi, circondati da colture di pregio, cioè vigneti ed oliveti (di cui parla Diodoro Siculo). La realtà agricola della Sicilia nel III° secolo a.C. doveva apparire nettamente più avanzata dal punto di vista delle tecniche e della conduzione di quella contemporanea del Lazio.

      Così questa società che andava mutando profondamente ed era affamata di nuove superfici arabili non meno che di nuove tecnologie, grazie alle quali compiere quel salto di qualità ma anche “di quantità” verso una dimensione mercantile, dovette assimilare rapidamente l’esperienza siciliana. Indice delle tumultuose trasformazioni non fu soltanto la lex Claudia del 218 a.C. o il sorgere di insediamenti rurali via via più complessi nel Lazio, ma anche il nascere di un nuovo tipo di anfora greco-italica (FIG. 20, n. 1B): a partire dalla fine del III secolo la forma di questo tipo di contenitore si allunga e finisce per differenziarsi sostanzialmente dal tipo da cui derivava.

      Si è certi dell’area di produzione, che interessava molti dei territori costieri della Campania, del Lazio e dell’Etruria. Nell’agro di Cosa vennero costruite fornaci presso il Portus Cosanus e ad Albinia. Queste produzioni vanno collegate alla nascita di case coloniche come quella di Giardino Vecchio (Capalbio) che, se non possono essere considerate certamente delle ville, tuttavia non si limitavano all’autoconsumo ma producevano anche piccole quantità da vendere sul mercato locale o a mercatores che le commercializzavano oltremare. Anfore greco-italiche del tipo più recente costituivano gran parte del carico del relitto più antico del Grand Congloue. Gli indici di presenza di questo contenitore nelle stratigrafie dei villaggi fortificati della Francia meridionale aumentano progressivamente nel tempo.

      Dal 125 a.C. si registra un nuovo e ancor più sensibile aumento delle anfore italiche in Gallia: l’anfora greco-italica è sostituita dall’anfora detta “Dressel 1 ” (FIG. 20, nn. 2A e 2B), che ne riprende la morfologia generale.

      È questo il periodo in cui si affermano le grandi ville nelle campagne, edifici confortevoli e col tempo sempre più lussuosi, ma anche aziende al centro di ricche piantagioni. I probabili proprietari della villa di Settefinestre, i Sestii, si erano grandemente arricchiti con il vino delle loro proprietà cosane nel corso della prima metà del I secolo a.C. Le anfore Dressel 1 recanti sull’orlo il loro marchio di fabbrica (SES) sono state rinvenute sia presso il portocosano, dove si trovava presumibilmente una fornace, sia in quantità nei relitti affondati presso la costa provenzale (relitto del Grand Congloue più recente, 100- 70 a.C.), nelle valli del Rodano e del Reno.

      La Dressel 1è l’anfora che rappresenta il dilagare del vino italico sui mercati transmarini dell’Occidente. L ‘espansione di questo colossale mercato, che da un punto quantitativo non sarà poi più eguagliato fino al sorgere dei traffici con le Americhe nel XVI° secolo, andò di pari passo con il diffondersi delle ville nelle regioni dell’Italia centrale tirrenica. Iprofitti della mercatura venivano investiti nelle campagne e i profitti ricavati dai vigneti servivano a promuovere ancora nuove azioni commerciali. Il volume dei commerci fra l’età dei Gracchi e quella di Augusto fu impressionante.

      Con gli inizi dell’Impero e forse già qualche anno prima anche le province più ricche, come la Spagna, cominciarono ad esportare i loro prodotti: in particolare il vino e le conserve di pesce, che da allora divennero uno dei pilastri dell’economia iberica. Inun deposito di anfore rinvenuto a La Longarina (Ostia), databile all’età augustea avanzata (10d.C.) si rileva la presenza di contenitori vinari e oleari provenienti da varie località dell’Italia settentrionale, della Spagna e dell’Africa, oltre che contenitori con vini pregiati delle isole greche. Ivini spagnoli provvedevano ormai al fabbisogno delle popolazioni galliche, che fino a pochi anni prima acquistavano esclusivamente il vino italico contenuto nelle Dressel 1. Nella prima metà del Isecolo d.C. anche i territori della Gallia meridionale svilupperanno un proprio contenitore per vino, destinato ad invadere l’Italia nel secolo successivo.  

      L’abolizione del divieto di coltivare vigneti in Gallia e la diffusione delle tecniche mettono le province sempre più in grado di competere con l’Italia. Già il contesto de La Longarina ci dice che le produzioni italiche, per quanto ancora nettamente prevalenti, non sono più le sole protagoniste del mercato.

       Alla Dressel l si affianca, verso la metà del Isecolo a.C., l’anfora detta Dressel 2/4 (FIG. 20, n. 3): gli indici quantitativi di quest’ultima in Gallia sono nettamente inferiori a quelli raggiunti dalla Dressel 1. Il panorama della circolazione delle anfore nel Isecolo d.C. appare sostanzialmente equilibrato e livellato. Non vi sono più protezionismi a favore dei vini italici, non più monopoli, ma una forte tendenza alla concorrenza fra le varie aree produttrici.

      Ciò vale, oltre che per il più vasto ambito mediterraneo, anche all’interno dell’Italia, considerando che nella villa di Settefine­stre sono stati rinvenuti frammenti di anfore Dressel 2/4 sia cosane sia provenienti da altri comprensori dell’Etruria, del Lazio, della Campania, della Spagna Tarraconese e Betica.

      Questo deve far riflettere: nel secolo precedente, sempre a Settefinestre, le anfore Dressel l erano tutte di produzione cosana, cioè locali. La circolazione dei vari tipi di contenitori si fa più variegata, più varia e più capillare, con una maggiore ripartizione delle provenienze fra l’Italia e, al momento, soprattutto la Spagna. Siamo comunque in un momento in cui un qualunque genere di merce può giungere dappertutto: è così che le anfore Dressel 2/4 giungeranno fino in India, mentre i vasi aretini giungeranno fino all’imperatore della Cina.

      Le merci italiche attraverseranno fasi alterne nel corso del Isecolo d.C. Ma sul finire del secolo la crisi è ormai alle porte. Ad Ostia, in età traianea, il 53,5% delle anfore vinarie risulta importato dalla Gallia, mentre soltanto il 15,7 % proviene dalle aree vinicole della costa tirrenica e 18% dalla valle del Tevere. La scomparsa della Dressel 2/4, nei primi anni del IIsecolo d.C. indica spietatamente che la commercializzazione dei vini tirrenici si è interrotta. Del resto, proprio in questi anni, molti dei torchi vinari delle ville vengono smantellati.

      La tradizione vitivinicola delle regioni a più spiccata vocazione sopravvisse, come dimostrano le anforette a fondo piatto circolanti fra l’Etruria, la valle del Tevere e il Piceno nel IIsecolo d.C. (FIG. 22, n. 16). Era l’Italia che non aveva più uno spessore produttivo sufficiente a competere con le province. Produrre un vino che non esce dai limiti di un territorio è un sintomo di debolezza. Il mercato chiedeva principalmente grandi quantità di vini di media qualità. I paesaggi agrari dell’Italia medio-imperiale non avevano spazi né risorse per questo scopo (il che non vieta che producessero vini eccellenti in piccole quantità) ed era questo un chiaro sintomo di fragilità produttiva.

      Per questo motivo, dal II secolo d.C. in poi, i territori della costa maremmana rappresentano una sorta di osservatorio privilegiato: tutte le merci dell’Impero raggiungevano i porti di Cosa, di Albinia, di Talamone, di Salebro, dell’Ombrone e del Giglio. Ma questo non era un segno di prosperità. Al contrario, la schiacciante preponderanza delle merci provinciali indicava che ormai la Maremma, come tante altre regioni d’Italia, era costretta a comprare fuori quello che non riusciva più a produrre a costi accettabili (come se oggi a Scansano o nel Chianti risultasse più conveniente comprare il vino della California).

Una notevole quantità di anfore ispaniche documenta il flusso di vini della Tarraconese (Dressel 2/4: FIG. 20, n. 4) e della Betica (Haltem 70: FIG. 21, n. 5) verso l’Italia a partire dall’età augustea. Il vino più conveniente, da acquistare in grandi quantità, divenne fra il I e il III secolo d.C. quello della Gallia (anfore Gauloise 4: FIG. 22, n. 15).

       Fra i vini più ricercati vi erano quelli prodotti nelle isole egee: vini salati e passiti in modo particolare. Quasi a voler mantenere uno stretto legame con le tradizione passate, questi vini erano esportati in anfore che per la loro forma richiamano alla memoria alcuni dei contenitori greci di età ellenistica. Rodi e Cos, in particolare, ebbero anche nella prima età imperiale loro propri contenitori: l’anfora Camulodunum 184 (FIG. 22, n. 13) e l’anfora detta “di Cos” (FIG. 22, n. 12), ispirata allo stesso prototipo da cui era nata la Dressel 2/4 italica.

      Nella tarda antichità vini vennero infine importati anche dall’Oriente (Palestina, Egitto).

2.1.2. Le merci: l’olio

      I territori apuli esportarono olio nel II° – I° secolo a.C. utilizzando le anfore dette “di Brindisi” come contenitori. Ben presto, tuttavia, l’olio fu per la penisola un alimento da importare. Nel I secolo d.C. discrete quantità provenivano dalla Tripolitania (anfore Tripolitana I, II e III: FIG. 22, n. 14) . Contemporaneamente l’olio spagnolo arrivava dalla Betica nelle anfore Dressel 20 (FIG. 22, n. II) in quantità destinate ad aumentare nel II° secolo.

      Nel corso del II giunsero in Italia anfore olearie tunisine: i loro indici quantitativi saliranno poi sensibilmente nei decenni centrali del secolo (anfora Africana I: FIG. 23, n. 18). Nella media e nella tarda età imperiale il fabbisogno di olio dell’Italia sarà ancora soddisfatto dalla Spagna, dalla Tripolitania e dalla Tunisia.

dal catalogo della mostra: “La villa di Settefinestre a Cosa”

………………Si tratta dunque, per la Valle d’Oro, di aziende cospicue. Il para­gone con quelle dell’ America     schiavistica   è fuorviante, visto che le prime si fondano su una varietà di colture intensive, mentre le secon­de sono caratterizzate dalla «monocultura» estensiva (come i latifondi schiavistici siciliani?).

      D’altra parte una completa specializzazione delle colture è concepibile solo in società i cui territori siano omoge­neamente pervasi da una rete di efficienti comunicazioni, da un «mer­cato nazionale», in cui cioè il commercio abbia condizionato integral­mente la produzione, per cui tutto può comprarsi e tutto può vender­si: ciò avviene soltanto con il capitalismo (in Italia a partire dalla fine del secolo scorso). I fondi delle ville romane – quindi anche dell’agro cosano – dovevano pertanto sempre presupporre delle coltu­re promiscue, da articolarsi fondamentalmente in due settori: a) desti­nato al consumo locale (della villa) e b) destinato al mercato mediter­raneo.

      Il consiglio catoniano di vendere, ma di non comprare (2, 7) e il carattere chiuso ( da caserma), della villa, si spiegano appunto con il fatto che all’interno stesso di questa struttura produttiva si rispecchia la doppia realtà del mondo romano di quest’epoca: ora chiuso nella produzione di derrate essenziali ( cereali), cioè nell’autosufficienza, ora invece aperto alla produzione di derrate di qualità (vino), cioè verso il mercato transmarino. La villa insomma deve cercare di essere autosufficiente, proprio nella misura in cui vuole esportare i suoi pro­dotti migliori.

      Nell’agro cosano la derrata scelta a diventare merce era, appunto, il vino: «vinea est prima» (Catone, I, 7). Ce lo dicono i torchi e il serbatoio vinario connesso con la cantina della villa di Settefinestre, il grande scarico delle anfore vinarie di Ses(tius) al porto marittimo di Cosa e il forno ceramico, producente anfore vinarie, al porto flu­viale dell’Albegna.

      D’altra parte l’astratta dimensione di 500 iugeri nulla ci dice, di per sé, circa la dimensione vera e propria del vigneto e quindi circa l’aspetto manifatturiero-commerciale di queste aziende schiavistiche. Quest’ultimo dato può essere ricavato soltanto sottraen­do all’intera superficie del fondo quella relativa alla coltura dei cerea­li, direttamente necessaria alla sussistenza dell’instrumentum: dagli schiavi agli animali.

      Dagli agronomi romani possiamo ricavare alcuni dati di fonda­mentale importanza (che possono essere confrontati con l’esperienza, assai più dettagliata, che abbiamo dell’agricoltura italiana dell’età moderna).

 a)Uno schiavo poteva coltivare fra i 2 e i 2,5 ettari di vi­gna e poco più di 6 ettari coltivati a grano.

 b) Occorrevano kg. 32,5 di grano per seminare un quarto di ettaro. c) Il seme rendeva di me­dia quattro volte. d) Un campo veniva seminato a grano ad anni al­terni, per la pratica del maggese o della rotazione con leguminose fer­tilizzanti. e) Ogni sei ettari ce ne volevano 0,8 destinati alla produzio­ne di legna, canne e vimini (per il sostegno delle viti). f) La resa me­dia di un vigneto era di 890 litri di vino a quarto di ettaro. g) Ventisei litri di vino avevano un valore minimo di partenza di 15 sesterzi. h) Una nave quale quella di Giens (Tchemia-Pomay-Hesnard 1978) pote­va trasportare 6500 o 8500 anfore. i) La razione annuale di grano per uno schiavo era di kg. 331, mentre per il fattore e la fattoressa era di kg. 273 ciascuno. l) La razione annuale di vino per uno schiavo era di lt. 262.

      Da questa serie di dati possiamo ricostruire, attraverso una serie di calcoli che non è qui il caso di riprodurre, un modello ideale per una proprietà di circa 125 ettari di terreno arativo – quale quella di Settefinestre – finalizzata alla produzione di vino per la vendita sul mercato mediterraneo. a) Il fondo doveva essere lavorato da circa 42 schiavi (compresi il fattore e la fattoressa), 11 buoi; vi pote­vano inoltre pascolare (almeno nelle stagioni fredde) 112 pecore. b) Dei 125 ettari, 50 erano destinati a vigneto, 7,5 alla produzione di legna, canne e vimini, 66 alla coltura dei cereali, al prato, all’oliveto e infine 1,5 ai fabbricati e ad altre attività. c) Il fondo poteva produrre annualmente lt. 122.616 di vino, di cui lt. 11.004 servivano per l’auto­consumo e lt. 111.612 per la vendita, per un valore complessivo di 63.900 sesterzi.

      Tre torchi ( quali quelli della villa di Settefinestre) era­no in grado di spremere le vinacce di tale vigneto. Il vino da esporta­re poteva riempire per tre quinti o per metà una nave quale quella di Giens, o per intero una di dimensione più piccole. Tale quantità di vino poteva inoltre alimentare per un anno 426 lavoratori adulti, pari a circa 213 famiglie.

      Sul terreno che serviva alla sussistenza dei 42 schiavi – 66 ettari a cereali, prato e oliveto e 4 a vigneto, per un totale di 70 ettari – avrebbero potuto vivere 40 famiglie contadine e circa 160 individui di diversa età. La sussistenza di uno schiavo sarebbe pertanto sostanzialmente equivalente a quella di una tradizionale fa­miglia contadina………

……………i Sesti erano dunque non solo produttori di vino, ma anche di contenitori (mezzi di trasporto) intesi come valori di scambio, cioè funzionali non soltanto alle proprie vigne, ma vendibili a qualsiasi al­tro produttore, come a un certo L. Titius, il cui nome appare sui tap­pi di anfore bollate SES(ti) rinvenute nel relitto navale del Grand Congloue.

      E’ possibile pertanto in questo caso farci un’idea sulle seguenti questioni.

 l)    La dimensione della produzione vinaria di un fondo (probabil­mente) della famiglia senatoria romana dei Sesti e il suo sistema di lavorazione in una villa durante un secolo circa.

2)   La strada, la laguna e il porto attraverso cui questa merce vina­ria raggiungeva i mezzi da trasporto transmarini. In particolare, la natura e la localizzazione dei contenitori anforici collegabili alla fa­miglia dei Sesti e grosso modo il numero di navi necessarie a traspor­tare la vendemmia di un anno (sappiamo che P. Sestio possedeva una ricca flotta).

3)   Le rotte commerciali e la distribuzione geografica dei centri di consumo del vino prodotto nei fondi dei Sesti.

      Si tratta, come si vede, di una delle fortunate e rare occasioni in cui l’archeologia riesce a ricostruire un intero processo produttivo. Molti sono però ancora i punti interrogativi e tanto il lavoro che resta da fare.

      La crisi di questa produzione vinaria si collega alla crisi dei ceti imprenditoriali e dirigenti romani, che si compie in età giulio-claudia (Syme 1958). Un bollo di Luni ci restituisce il nome di un ultimo membro della famiglia dei Sesti: P. Sextius Quirinalis, forse il figlio di L. Sestius Quirinalis, console del 23 a.C. Con questo personaggio raggiungiamo probabilmente l’età tiberiana. Non conosciamo altri se­sti dopo di lui, o altre famiglie che possano aver svolto un ruolo ana­logo a partire dalla tarda età giulio-claudia. Plinio ci ha tramandato un elenco dei vini più pregiati d’Italia (N H, 14,59- 72): fra questi quel­lo di Cosa è, non a caso, assente (Manacorda 1978, c.s. e c.s.a).

      I dati delle fonti letterarie ben si accordano con quelli della cultu­ra materiale della Valle d’Oro. Nel giro di tre o quattro generazioni questo caso di sviluppo – uno dei tanti del miracolo economico roma­no – finisce, come gli altri, in un vicolo cieco. Il lavoro razionale degli schiavi scompare con la fine della vita di lusso in villa. Mutamenti di proprietà, mentalità e cultura – prima ancora che la concorrenza dei vini provinciali d’occidente – portano a quel caso irreversibile di sot­tosviluppo che si chiama latifondo (imperiale), che si chiama Marem­ma tardo-antica.

       L’Italia centrale tirrenica, che aveva fornito i ceti dirigenti e im­prenditoriali dello stato romano – chiusosi in meno di quattro secoli il movimento ascendente e discendente della sua floridezza – tende or­mai a perdere il suo primato. La morte di questa radice comporterà, in un secondo tempo, la morte di tutta la pianta: la caduta dell’impe­ro romano.

      Le statistiche basate sui materiali ostiensi indicano lo svolgimento storico seguente: sviluppo nel II° secolo a.C. ed ancor più nel I, quindi graduale decadenza nei primi due secoli dell’età imperiale. Muore così un ceto dirigente, un modo di lavorare schiavistico, una produzione rurale e cittadina basata sulla cooperazione forzata di molti uomini e sulla esportazione di un gran numero di merci. Entra in crisi anche la stessa produzione letteraria, figurativa e culturale dell’Italia romana.

      La Penisola riacquisterà una posizione centrale nel Mediterraneo solo nel tardo medioevo. Più tardi lo stesso Mediterraneo non potrà più essere considerato come l’ombelico del mondo. Nelle campagne lo schiavo cede il passo al colono dipendente, da sorvegliare al momento del raccolto – se la rendita è in natura – ma non più durante tutto l’anno, come accadeva per gli schiavi nel costoso sistema della villa.

      Il lavoro torna a fondarsi esclusivamente sulla famiglia contadina, sul piccolo lotto assegnatole, e la rendita sullo sfruttamento sempre più brutale dei poveri più che non su una manodopera schiavistica, spe­cializzata e disciplinata. I contadini vivono di nuovo sparsi nelle cam­pagne o raccolti in paesi, ma non più nelle ville-caserme. Essi regola­no la loro vita e la loro attività non più sui manuali di agricoltura bensì sulla memoria tradizionale e parcellizzata del lavoro familiare nei campi.

      Le ville non servono assolutamente più. Vengono semmai usate in modo improprio o piuttosto cadono in rovina. Non si produ­ce più per mercati lontani, ma in primo luogo per la propria sopravvi­venza e per le necessità immediate di un padrone assente. Il capitale commerciale e il lusso fuggono la campagna e si ritirano nuovamente nelle mura cittadine. Il contadino si riappropria del possesso (non della proprietà) della terra su cui vive e degli strumenti che gli servo­no per coltivare e allevare. Si assiste così ad una nuova ruralizzazione di campagne un tempo fortemente urbanizzate. Proprietà e città per­dono in questo modo il ruolo imprenditoriale e produttivo di un tem­po per tornare ad essere fonti di consumo e di spreco. Ma in condi­zioni assai più degradate (Carandini 1979 a).

dal libro “Anfore antiche”

di Alessandra Caratale – Isabella Toffoletti

Il contenuto delle  anfore:  vino e  olio

Vino

      Il vino era la bevanda principale nella dieta mediterranea. La sua produzione risale ad epoca molto antica e si diffuse in numerose regioni del Mediterraneo. I Greci amavano particolarmente questa bevanda che veniva consumata in quantità notevole ed anche ampia­mente esportata. La qualità pregiata del vino greco fece sì che esso continuasse ad essere richiesto anche quando si diffusero i prodotti italici e delle regioni occidentali.

      Dopo la vendemmia, che in Grecia avveniva nel mese di settembre, i cesti di uva erano portati sul luogo della pigiatura; il pavimento sul quale si svolgeva questa operazione era leggermente sollevato dal suolo e inclinato in modo che il liquido defluisse per essere raccolto in recipienti appositi. Il mosto così prodotto rimaneva sano a lungo ed era di buona qualità.

Una seconda spremitura avveniva con l’uso di torchi e pro­duceva un vino di qualità inferiore. Il mosto era immagazzinato nelle cantine per la fermentazione entro grandi vasi di terracotta detti pithoi. La fermentazione durava sei mesi durante i quali il liquido ve­niva costantemente schiumato. Nella primavera successiva il vino era travasato in altri recipienti, come le anfore, in modo da essere trasportato e venduto.

      La maggiore difficoltà per il commercio era rappresentata dall’instabilità dei vini: la consumazione generalmente avveniva entro tre o al massimo quattro anni. Un problema connesso con quello del­la conservazione era quello dell’acidità, che si tentava di correggere trattando il prodotto con acqua di mare, pece, resina, gesso o erbe aromatiche.

In Italia, nonostante il suolo fosse adatto alla cultura della vite, la produzione del vino ebbe inizio, in maniera intensiva, solo dal III secolo a.C., anche grazie alla politica statale che favorì le attività agricole. In questo periodo, infatti, si formarono impianti industriali sempre più articolati all’ interno di grandi latifondi, proprietà di aristocratici.

      I vini italici divennero in breve tempo tra i più apprezzati ed esportati in tutte le regioni del Mediterraneo. La circolazione di queste qualità era ingente ed è testimoniata dal rinvenimento di anfore da vino italiche in scavi e relitti di tutte le regioni costiere e dell’Eu­ropa interna.

      Il fabbisogno di vino continuò a crescere soprattutto per sod­disfare le necessità della capitale Roma, dove in epoca imperiale la distribuzione gratuita del prodotto alla plebe divenne una consuetu­dine e un aspetto importante della politica degli imperatori.

      In epoca augustea sappiamo dalle fonti letterarie che Roma consumava un mi­lione e mezzo di ettolitri di vino l’anno. Per soddisfare gli enormi fabbisogni divenne necessario ricorrere all’importazione del vino spa­gnolo, in particolare della Tarraconese (regione centro-settentrionale della Spagna), prodotto di media qualità, adatto al consumo quotidiano.

      Le tecniche di produzione erano analoghe a quelle del mondo greco. I Romani curavano in modo particolare la fermentazione, che spesso avveniva in recipienti lasciati all’aria aperta. Una volta termi­nata questa fase si procedeva al travaso nelle anfore. Per evitare un ‘ul­teriore fermentazione durante l’immagazzinamento, il vino poteva essere filtrato e poi riscaldato. L’ effetto di quest’ultimo trattamento era quello di affrettare la fine della fermentazione e di sterilizzare il vino, con una specie di pastorizzazione.

      Un trattamento particolare era praticato sul vino gallico: generalmente esso era lasciato invec­chiare in contenitori disposti su soppalchi al di sopra di fuochi di legna. Pare che questa operazione ne affrettasse l’ invecchiamento e conferisse alla bevanda un sapore affumicato, piuttosto gradito.

      In antico esistevano, ovviamente, numerose qualità di vino.

      I più pregiati, oltre ai vini greci erano quelli italici e gallici. Molto noto era l’Albano, del quale esistevano due varietà, una dolce e una aspra. Il Cecubo, prodotto nella zona di Fondi, era un vino molto forte e invecchiato. Il Falerno, invecchiato più di dieci anni, era un vino bianco secco o abboccato, il cui pregio aumentava con il tempo. Tra i vini dolci si ricorda il Passum, prodotto da uve moscato, molto buono e profumato. Un vino particolare era l’ Adsinthium, accostabile al nostro Vermuth.

      Un trattamento particolare riservato all’interno delle anfore vinarie era la resinatura, che permetteva una maggiore impermeabilità dell’argilla e garantiva una migliore conservazione dei liquidi. Il proce­dimento “consisteva nel riscaldare all’interno del recipiente della resi­na di larice o di abete, sino a portarla allo stato liquido; a questo punto si muoveva l’ anfora sino a che ogni parte interna fosse coperta dal rivestimento e in ultimo si faceva solidificare”. Questo procedimento doveva certamente dare al vino un forte aroma di resina e un sapore particolare, ancora oggi caratteristico del vino “resinato” greco.

Olio

      L’olio rappresentava uno dei cardini dell’alimentazione sia dei ceti meno abbienti (contadini, militari, ecc.), sia di quelli più ricchi. Il suo consumo risale ad età antichissima, così come il suo commer­cio; veniva usato anche per l’illuminazione – le lucerne, infatti, fun­zionavano ad olio – nella cosmesi, per unguenti e balsami, e nella medicina.

      La diffusione dell’ olivo in Italia è dovuta alle città della Magna Grecia che avevano impiantato estese coltivazioni nelle zone costie­re. Con il tempo la cultura si diffuse verso il nord, lungo il versante adriatico e anche l’olio italico divenne famoso e apprezzato ovun­que: quello migliore era prodotto nel territorio di Venafro nel Sannio, ai confini con la Campania.

      Anche il consumo dell’ olio era ingente a Roma: è stato calco­lato che in età imperiale la città consumava circa 25.000 tonnellate annue anche grazie alle distribuzioni gratuite alla plebe. Il trasporto veniva curato da negotiatores o mercatores oleari che lavoravano per conto dello Stato.

       Generalmente dopo la raccolta le olive venivano lasciate ri­posare per alcuni giorni; la spremitura avveniva poi in un trapetum, un tipo speciale di mola costruita in modo che la distanza tra la pietra superiore e quella inferiore fosse regolabile. Il succo colava in un contenitore di ceramica e in questa fase si verificava la separazione tra olio e amurca. Il liquido era poi passato in un torchio simile a quello per il vino e il succo risultante veniva lasciato sedimentare per qualche tempo.

      I diversi tipi di olio sono descritti dalle fonti antiche: quello vergine di prima qualità era detto olei flos e derivava dalla prima spremitura delle olive, con una pressione leggera; il prodotto della seconda spremitura, di qualità inferiore, era detto oleum sequens;  l’ olio, di qualità ordinaria, che proveniva dalle residue spremiture era l’ oleum cibarium. Gli autori antichi parlano anche di prezzi: le tre varietà indicate costavano rispettivamente 40, 24 e 12 denari il sestario (misura di capacità corrispondente a circa 0,545 litri). L’olio poteva essere “acerbo”, ossia prodotto in ottobre con le olive bianche ancora non mature, oppure “verde” prodotto alla fine del mese di ottobre, con le olive già scure.

      Per la sua produzione esistevano ovviamente officine specia­lizzate, alcune delle quali per la loro importanza e notorietà sono ri­cordate dalle fonti antiche. La regione più famosa per l’ olio era la Betica, che nei primi tre secoli dell’ Impero provvide al fabbisogno delle diverse zone del Mediterraneo occidentale. Le fonti epigrafiche menzionano a proposito di quest’ area mercatores oleari hispani, diffusores olearii ex Baetica, o negotiatores. Tali personaggi eserci­tavano le loro attività lungo le rive navigabili del Guadalquivir, stru­mento veicolare provvidenziale per l’economia, in quanto consenti­va un rapido trasporto delle merci verso le regioni del nord e verso i porti di imbarco. Il controllo del commercio fluviale era affidato a funzionari incaricati di vigilare sulle condizioni del fiume e di man­tenere la sua buona navigabilità.

      Un altro olio particolarmente apprezzato era quello africano, la cui diffusione nei mercati mediterranei avvenne intorno al III se­colo d.C. Ciò è da mettere in relazione con l’ascesa al trono dell’im­peratore Settimio Severo, originario di Leptis Magna, nell’ attuale Li­bia.

      Dallo studio dei bolli sulle anfore africane, infatti, si è potuto evincere che le grandi aziende produttrici erano di proprietà dell’ im­peratore o di personaggi legati alla sua famiglia. Non è un caso, poi, che proprio Settimio Severo avesse reso le distribuzioni gratuite alla plebe quotidiane e regolari ed estese a tutte le popolazioni italiche.

da A.V. n°19: 

“Il relitto di Baratti”

L’amore per il vino: a proposito delle anfore vinarie ritrovate sul relitto

      Per i Romani della tarda età repubblicana e dell’Impero, il vino era divenu­to ormai un elemento fondamenta­le dell’alimentazione. Negli agglo­merati urbani e nelle campagne le classi abbienti potevano permet­tersi il lusso di acquistare vini pre­giati provenienti da ogni parte dell’Italia e della Grecia, che fino al 146 a.C., momento in cui divenne provincia romana, deteneva il pri­mato per i vini di qualità. I soldati bevevano normalmente una be­vanda chiamata posca, formata da una miscela di acqua e aceto, men­tre gli schiavi che lavoravano nelle ­campagne utilizzavano in sostitu­zione del vino una bevanda chia­mata lora, che si otteneva facendo filtrare acqua sui sedimenti rimasti dopo la spremitura. Si sa dagli autori che vi erano numerose qua­lità di vino.

      Naturalmente i vini invecchiati, non quelli di annata, erano i più pregiati. A questo proposito è inte­ressante notare come siano atte­stati alcuni casi di anfore, in cui le iscrizioni segnalano non solo la data della vendemmia ma anche quella in cui il vino era stato messo nell’anfora, dopo un periodo di invecchiamento, che poteva durare anche 5 anni.

      Esisteva un preciso legame tra la gerarchia sociale e quella dei vini. Emblematico a que­sto riguardo è il caso, narrato da Plutarco, di Marco Antonio che, durante le persecuzioni effettuate da Mario, si era rifugiato a casa di un amico, coraggioso ma plebeo. Quest’ultimo, non rassegnandosi a fargli bere il vino d’annata – con­siderato troppo popolare per un personaggio di quel livello – nell’adoperarsi per procurare del buon vino, alla fine fa scoprire il rifugio di Marco Antonio .

      Le anfore di terracotta, rivestite all’interno con uno strato di pece bollente, erano considerate di nor­ma i contenitori più adatti al tra­sporto del vino ed impermeabili all’aria più delle botti di legno. Come chiusura erano provviste di un tappo di terracotta oppure di sughero, a volte rivestito di pozzo­lana. Le anfore rinvenute nel cari­co del relitto B o del Pozzino nel Golfo di Baratti appartengono al tipo 1 A della tipologia elaborata per questo tipo di contenitori da Dres­sel. Queste anfore sono oggi consi­derate in genere i primi contenitori da trasporto che possono essere definiti più propriamente romani.

      Esse sostituiscono, infatti, tra il 145 e il 135 a.C. le anfore del tipo detto «greco-italico», che avevano dominato i mercati del Mediterra­neo dalla fine del IV° sec. a.C. in poi. È probabile che questa sostitu­zione debba essere messa in rela­zione anche con le nuove esigenze di trasporto e di commercio, non­ché con la diversa natura dei desti­natari dei vini.

      Il grande sviluppo delle espor­tazioni di vino italico, riscontrato fino dalla seconda metà del I sec. a.C., è stato infatti, messo in rap­porto con le straordinarie possibili­tà offerte dal mercato della Gallia. Ricerche recenti sottolineano la ne­cessità di approfondire anche gli aspetti metrologici (misure lineari, peso, capacità) di queste anfore, di fondamentale importanza per gli antichi nell’ adozione o meno di un determinato tipo .

      La Dressel 1IA doveva rappre­sentare un contenitore pesante e molto robusto – che senza dubbio Plinio avrebbe classificato, lodan­dolo, sotto l’etichetta della firmitas contrapponendolo alla tenuitas – ­particolarmente adatto per affron­tare non solo i viaggi marittimi, ma anche i più accidentati percorsi ter­restri. I luoghi di produzione delle anfore Dressel 1 A sono stati indivi­duati lungo tutta la costa tirrenica dell’ Italia centrale e forse anche in parte di quella meridionale.

      Alla fine dell’Ottocento Dres­sel, studiando alcuni frammenti di anfore di questo tipo che recavano iscrizioni dipinte, riconobbe i nomi dei vini di Fondi, del Cecubo, del Falerno e probabilmente anche di quello di Formia e di Reggio, vini famosi menzionati anche nelle fon­ti antiche. Studi recenti hanno lo­calizzato alcune delle produzioni di questo tipo di anfore anche nell’E­truria settentrionale, a Cosa e ad Albinia, oltre che in Campania, ad esempio, a Mondragone. Per il mo­mento, in attesa di ricerche più approfondite e dei risultati delle analisi, è possibile in via di ipotesi attribuire – sulla scorta di un primo esame delle argille ed anche in considerazione degli stretti legami che univano Populonia alla Campania, e a Pozzuoli in particolare – alla Campania le anfore di questo tipo, rinvenute nel relitto del Pozzino .

      Tra il materiale del carico della nave sono stati recuperati anche un ‘anfora intera e due frammenti di anse, con bolli impressi a rilievo, pertinenti ad un’anfora dello stes­so tipo, sicuramente prodotte nel­l’ isola di Rodi, oltre ad alcune lagy­noi ascrivibili anch’esse alla pro­duzione rodia o più genericamente greco-orientale. Tra i vini greci i migliori erano, secondo la testimo­nianza di Plinio, quelli prodotti nel­le isole di Chio, di Lesbo e di Taso, mentre quelli di Rodi e di Cos, pur costituendo qualità eccellenti, era­no pur sempre considerati vini non ordinari.

      Plinio nella sua Naturalis Histo­ria, classificava i vini in tre catego­rie: vina generosa, vina generosa transmarina e vini salsi genera. Il vino di Rodi rientrava in quest’ulti­ma categoria poiché, come sappia­mo da alcuni autori antichi, esso veniva prodotto con un ‘ aggiunta di acqua di mare prima della fer­mentazione.

Note varie da “Archeo” e da “Archeologia Viva”

La via della pece

………………………Un frammento di anfora di 32 cm. di lunghezza ha permesso di ripercorrere la «via della pece». Questa materia resinosa, in antico, non serviva solamente a ren­dere impermeabili le barche: le sue migliori qualità, quella macedone e quella bruzia, originaria cioè dell’attuale Calabria, erano adoperate per il trattamento del vino, del quale favorivano l’invec­chiamento.

      Sul frammento di anfora, rinvenuto a Pompei nella casa di G. Giulio Poli­bio in via dell’ Abbondanza e studiato da Stefano De Caro, si conserva il bollo che ne dichiara il contenuto: PIX ­BRUT, facilmente integrabi­le ed interpretabile come «pece bruzia» . La scoperta completa e chiarisce le anali­si chimiche recentemente ef­fettuate su anfore ritrovate nella villa B di Oplontis, ri­sultate anch’esse contenenti pece.

      Dall’insieme si evince che l’economia pompeiana della produzione di vino si integrava con il commercio della pece bruzia, che giun­geva nella città vesuviana in anfore esclusivamente desti­nate ad essa, come ora indica senza possibilità di dubbio il bollo. Questo commercio procurava beneficio all’era­rio pubblico romano, pro­prietario dell’intera Sila, la famosa foresta calabrese nel­la quale la raccolta della pe­ce era una delle principali risorse………………

………………Il rivestimento interno delle anfore con pece veniva fino a qualche tempo fa interpretato come avente lo scopo di aromatizzare il vino, per cui il ritrovamento di anfore recanti internamente tracce di pece veniva invariabilmente accostato al vino ed al suo commercio.

      Oggi, alla luce di diversi ritrovamenti di questi ultimi anni, si è arrivati a capire che la resina all’interno delle anfore serviva all’impermeabilizzazione delle stesse e che quindi il loro contenuto poteva anche non essere vino………..

da Archeo n° 5 Archeologia subacquea

………………A quello di Diano si sono aggiunti gli scavi di altri tre relitti di navi con il medesimo carico, due in Francia al Grand-Ribaud e al Petit Congloue presso Marsiglia, e uno a Ladispoli, a nord di Roma. All’incirca coevi di quello di Diano, essi hanno dato con­ferma della nuova sistemazione di ca­rico con i dolia stivati nella parte cen­trale della nave, mentre gli spazi più stretti di poppa e di prua erano riem­piti con anfore vinarie di forma Dres­seI 2-4.

      Anche i dolia quasi certamente contenevano vino, generalmente quel­lo dell’Italia meridionale destinato al­la Gallia e alla Spagna, e seguivano la medesima rotta commerciale in pre­cedenza percorsa – come si è visto al­l’inizio – da navi cariche di migliaia di anfore di un tipo più antico.

      Al commercio dell’olio, invece, si ri­feriscono i due relitti francesi di Pla­nier III e di Port- Vendres II. Il primo, a 28 metri di profondità, è uno dei tanti individuati intorno all’isolotto di Planier, al largo di Marsiglia. Il suo scavo fu intrapreso nel 1968 da An­dre Tchernia, come primo intervento della allora nuova Direction des Re­cherches Archeologiques Sous­marines, e portato poi avanti in varie riprese fino al 1975.

      Il carico era com­posto da anfore vinarie campane (Dressel 1) e da anfore da olio di Brin­disi. Molte di queste recavano impres­so il timbro con il nome di Marcus Tuccius Galeo, nel quale è stato op­portunamente identificato un impren­ditore commerciale più volte menzio­nato nell’epistolario di Cicerone (Ad Atticum, XI, 12,4; Ad Familiares, VIII , 8,1 ) e del quale lo stesso Cice­rone divenne erede nel 47 a.C…………….

da A.V. notizie del relitto del Giglio

………Dovunque, sul luogo, si contava­no semi d’olive a migliaia. Scoprim­mo che queste erano trasportate nelle anfore etrusche: la metà di un’anfo­ra etrusca recuperata durante il se­condo anno fu trovata rovesciata con noccioli d’oliva. Le olive, oggi, non hanno un ruolo significativo nella nostra società, ma in antico erano di indubbia importanza: a buon merca­to, costituivano una risorsa abbon­dante di cibo coltivata su terreni po­veri, l’olio estrattone serviva anche come fonte di luce e grasso da cu­cina.  Ho trovato interessante la pre­senza di tante olive sul relitto. Que­ste olive volevano dire che c’era un’ industria stabile etrusca di questo prodotto nel tardo VII sec. a.C. Po­teva infatti esserci stata un’industria di olive così ben organizzata da por­tarne ai mercati greci? Poteva essere questa la ragione per cui Solone di Atene, al tempo della nave di Giglio Campese, esentava l’olio d’oliva da proibizione di esportazione di pro­dotti attici agricoli? Era accaduto qualcosa perché ci fosse competizio­ne nascente da oltremare? ………

da A.V. Il porto di Populonia

……………………L’origine di Populonia è anti­chissima: affonda le sue radici nell’ Eneolitico, e le prime testimonian­ze parlano infatti di installazioni villanoviane.

      Ma, per quanto Servio attribui­sca la sua fondazione al popolo che abitava la Corsica (Commentari ad Aen. X, 172), la nascita di Popu­lonia ed il suo sviluppo si deve indubbiamente agli Etruschi che la chiamarono Popluna o Fufluna, nome derivante probabilmente dal­la corruzione di quello del dio Fufluns  che era il corrispondente etrusco del greco Dioniso, nome abbastanza pertinente se è vera la notizia che ci giunge da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, che cioè nel territorio di Populonia si producesse una notevole quantità di vino, ottenuto da vitigni che non venivano mai potati e che cresce­vano, a volte, fino a diventare alberi, tanto che, riferisce ancora il naturalista latino, «nella città (Po­pulonia) si trovava una statua di Giove, intagliata in legno di vite». D’altra parte, semi di vite rinve­nuti in tombe nell’area del Chianti dimostrano che furono gli Etruschi ad introdurre in Italia, dall’Orien­te, e ad acclimatarvela, la vite………

 

da: A.V.  Notizie varie  

………………….A Creta era famoso l’olivo che si trovava già nelle foreste insieme ad altri alberi. Le olive venivano macinate e spremute per estrarre l’olio che era la maggiore risorsa dell’isola. Ma c’era anche il vino. La vite selvatica cresceva nei boschi delle regioni orientali del Mediterraneo e qualcuno scoprì che questa poteva essere presa e trasportata vicino a casa per essere innestata con viti già esistenti. Ebbe così inizio un processo che porterà alle moderne viti.

Gli archeologi sostengono che l’addomesticamento della vite dovrebbe aver avuto inizio nel VI-V millennio a.C.

      Fin dall’VIII° sec. a.C. si iniziano a trovare nelle tombe etrusche corredi formati da vasi o ciottole per bere vino. E’ probabile che la vite selvatica fosse stata utilizzata anche prima di questo periodo, in ogni caso la coltivazione della stessa fu episodio più tardo e probabilmente avvenne per mano dei Greci che nel VII sec. a.C. avevano rapporti frequentissimi con gli Etruschi. A partire dal VI sec. a.C. si iniziano a trovare nei corredi tombali le anfore etrusche per il vino. Queste provenivano soprattutto da Vulci che sembra essere stato il maggior centro di produzione, probabilmente perché questa città produceva molto vino……….

      – Vicino a Pompei è stata scoperta la fattoria di Boscoreale, sommersa dalla eruzione del 79 d.C. specializzata nella produzione del vino. E’ stata ritrovata la cantina con 18 grandi dolia che dovevano contenere 12.000 litri di vino. All’esterno è stata trovata anche una parte della vigna ed i  buchi di circa 100 viti. Inoltre sono stati recuperate alcune decine di acini d’uva e, nonostante il tempo trascorso ed il calore dell’eruzione del Vesuvio, si è potuto analizzare il D.N.A. di questi. Adesso si sta cercando di riprodurre questi semi e quindi clonare le viti originarie. Si spera, in questo modo, di poter piantare queste viti e di arrivare  ad una vera e propria vendemmia in modo poi di assaggiare il vino del 78 d.C.

      – Si sa che una volta il ricco Trimalcione fece servire ai suoi ospiti del “Falernum Optimianum annorum centum” mentre Plinio nella sua “Naturalis Historia” (XIV, 55) conferma i vini vecchi anche di due secoli.

      – Alcune qualità del vino Falerno erano (C.I.L. XV, 2, 4537 e segg.) Faustianum, Massicum, Cecubo, Fundanum, Helveolum, Geminum o Gemellum, Formianum, Tudernum.

C’era anche un tipo di vino cotto: il Defrutum.

dal libro: “Civiltà degli Etruschi”

di Mauro Cristofani

………………Per quanto siano ancora scarsamente utiliz­zate, per l’età storica, le tecniche di rileva­mento paleobotanico, molteplici indicazio­ni sulla produzione agricola ci provengono dalle evidenze archeologiche o dalle fonti letterarie latine, che si riferiscono però a tempi recenti. Non c’è dubbio che la pro­duzione cerealicola costituì l’aspetto fonda­mentale delle coltivazioni, e che ad un più razionale sistema di sfruttamento dei suoli contribuirono opere di ingegneria idrauli­ca, rilevate soprattutto nel meridione, con­sistenti in cunicoli sotterranei per la cattura e la conservazione delle acque piovane, sca­vati nel terreno tufaceo, esito di uno sforzo collettivo, direttamente organizzato dal­l’autorità politica.  

      Si affiancarono a queste, già nel trentennio finale del VII° secolo, produzioni di tipo speculativo, come quelle della vite e dell’olivo, forse importata dalla Grecia. I contenitori di questi liquidi, anfo­re da trasporto (6.9) e unguentari (6.10) rinvenuti anche al di fuori dell’Etruria (8.7) attestano l’esistenza di una sovrapproduzio­ne destinata probabilmente anche al com­mercio estero. Contemporaneamente si as­siste a uno sviluppo dei mezzi di produzio­ne. Le rappresentazioni dell’aratro (6.3-5) o quelle di attrezzi con zappe, falci e bidenti (6.7) mostrano la notevole articolazione della strumentazione agricola, adatta sia alla coltura dei cereali che a quella dei vi­gneti.

      Il consumo dell’olio e del vino, prodotti nella Grecia propria e nella Grecia dell’Est, appare limitato inizialmente, nel VII° secolo a.C., al ceto “principesco”: nella prima metà del secolo la documentazione è concen­trata a Cerveteri, che ha restituito un’anfora euboica, due attiche SOS, una chiota ed una corinzia A e che detiene, per tutto l’arco cronologico di oltre duecento anni sopra in­dicato, l’indiscusso primato di presenze. Nella seconda metà del VII°, che registra una netta preminenza rispettivamente delle SOS e delle chiote, sopraggiungono tipi di altre fabbriche (Samos, Grecia orientale), ri­scontrabili pure in contesti tombali di rilie­vo, oltre che a Caere, a Veio e Vulci.

      Anche nel VI° secolo a.C., quando pure l’Etruria ha una sua produzione di anfore e del relativo contenuto, avviata dall’ultimo quarto del secolo precedente e massiccia­mente attestata a Vulci (con non poche oc­correnze in tombe di medio e modesto livel­lo), le necropoli sia ceretane che vulcenti continuano a restituire contenitori di fab­bricazione greca, che ora aggiungono, con maggiore addensamento nella prima metà del secolo stesso, anfore “à la brosse”, “cla­zomenie”, laconiche, corinzie E; queste ul­time, come le “ionico-marsigliesi” e le mas­saliote, compaiono inoltre, benché in nove­ro assai ridotto, a Tarquinia. D’altro canto, i primi risultati degli scavi condotti dal Cen­tro di studio per l’archeologia etrusco-­italica  nell’area urbana di Caere ( 1983-84) sembrano confermare che l’im­portazione di vino greco perdura nel corso del VI° secolo, anche a discapito di quello etrusco, che ha il suo epicentro produttivo a Vulci, e orientano quindi ad assegnare ai più meridionali approdi di Caere la funzio­ne di centri di smistamento in Etruria del­l’olio e del vino greci………………..

…………………Le anfore qui raggruppate rappresentano alcuni dei principali tipi usati in epoca ar­caica per il trasporto del vino, che dalla fine del VII° secolo a.C., quando ne comin­cia la produzione su larga scala, è il perno di un sistema organizzato di scambi, volti all’acquisizione di materie prime. Insieme a ceramica dipinta di imitazione corinzia, a vasellame di bronzo, ma soprattutto a broc­che e vasi potori in bucchero (qui esemplifi­cati da un kantharos), probabilmente desti­nati alle aristocrazie locali, questi conteni­tori, il cui centro primario di fabbricazione è stato riconosciuto a Vulci, si diffondono numerosi nell’area tirrenica, in Sicilia e in particolare nella Francia meridionale.

      L’ec­cezionale quantità di anfore vinarie e buc­chero restituita tanto dai numerosi relitti lungo le rotte costiere che dagli insedia­menti della Linguadoca e della Provenza fino alla Catalogna – punti di approdo con probabili funzioni di redistribuzione verso l’interno e in certi casi addirittura stabili basi – attesta fra le popolazioni celto-liguri una forte presenza di commercianti etru­schi fra la fine del VII° secolo a.C. e la seconda metà del VI°……….

Dal libro “L’Italia prima dei romani”

di Roberto Bosi

“L ‘Etruria aveva diritto alla terra”

      Fin dai primordi della storia etrusca si apprende che gli abitanti delle fertili colline della Toscana, del Lazio e delle vallate fluviali del Tevere e del Chiana erano agricoltori. Lo stesso mito delle ori­gini del popolo etrusco e delle prime fondazioni di città ci dice che il legame con la terra era per gli Etruschi antico e primario. Ma c’è ancora una cosa da aggiungere: molto presto, rispetto agli altri po­poli italici, gli Etruschi organizzeranno la loro agricoltura entro un ampio e ben regolato sistema di proprietà private, piccole e grandi. Una ultima considerazione, che si ricava anche dalla traduzione del Cippo di Perugia, è che “L’Etruria aveva diritto alla terra” e poiché questo diritto era stato promesso agli Etruschi da Tinia, suprema divinità, la legge che lo regolava era sacra. Sacri quindi erano i con­fini, sacre le disposizioni delle autorità.

     A questo concetto si riallac­cia anche la leggenda di Romolo che uccide Remo perché, per ol­traggio, aveva scavalcato i confini dell’Urbe appena tracciati, il ce­lebre “solco”. In particolare, la suddivisione della terra in tante pic­cole proprietà contadine avvenne dalle colline in riva all’ Arno, a sud della linea Fiesole-Arezzo e a ovest della dorsale Cortona-Peru­gia-Todi, per giungere fino a Falerii Veteres (Civita Castellana), spingendosi fino alla Maremma, all’ Amiata, alle colline metallifere. La principale produzione degli agricoltori etruschi era data dai cereali, che venivano anche esportati: ne dà testimonianza a più ri­prese Tito Livio quando ci dice che, se c’era carestia a Roma, si ri­correva ai rigurgitanti depositi delle città etrusche.

       Le località che fornivano grano a Roma erano in particolare le zone intorno a Pe­rugia, Chiusi, Cere, Arezzo, Roselle e Volterra. Lo scrittore Var­rone nei suoi Rerum Rusticarum Libri dice che il ricavo di un campo d’Etruria era di quindici volte il seminato, mentre Plinio il Vecchio nella Storia Naturale parla del farro  (un frumento che dava farina molto usata per fare minestre) che raggiungeva ventisei lib­bre per moggio. Ovidio, inoltre, suggeriva alle signore del suo tempo di incipriarsi il naso con la farina etrusca, il cui candore era inarrivabile. Una specie di frumento tenero, che i Romani chiama­vano siligo, e che gli Etruschi coltivavano nella Val di Chiana, era importato dai Romani per cuocere il pane di tipo raffinato.

      Per quel che riguarda il vino, siamo ben informati: lo scrittore greco Ateneo afferma che gli stessi Greci amavano molto il vino etrusco, mentre Dionisio di Alicarnasso e il poeta Marziale ci nar­rano che i vini etruschi non erano secondi a nessun vino del Medi­terraneo. Anche oltre l’ Appennino, nei territori raggiunti dall’e­spansione etrusca verso l’ Adriatico e il Delta del Po, si piantavano ottime vigne: ne è conferma un passo di Plinio che ricorda le vigne di Cesena, in Romagna, e di Adria, a Nord delle bocche del Po. Sembra inoltre che il palato degli Etruschi preferisse il vino dolce, del tipo che oggi chiameremmo “moscato”. Ma come lo sap­piamo? Perché scrittori romani, fra cui ancora Plinio, citano il vino “apiano”, chiamato così perché ne sarebbero state ghiotte le api; giustamente però, Jacques Heurgon suggerisce che tale nome ve­niva, forse, da quello di un produttore. Ci è noto, infatti, per la zona di Fiesole, secondo una testimonianza di documenti interpre­tati da Massimo Pallottino, il nome di un Avle Apianas. Altrove, a Todi ad esempio, si beveva il tudernis; ad Arezzo il talpona, nome, anche questo, di una illustre famiglia.

      Le colline di Chiusi e della attuale zona fra Chianciano, Pienza, Buonconvento e Monte Oliveto Maggiore erano celebri nell’anti­chità per i loro vigneti, come, del resto, lo sono ancora oggi: Plinio avverte che tale vitigno era stato importato dalla Campania, al tempo in cui gli Etruschi vi avevano cercato scali commerciali. Forse, per questo, il vino prodotto in queste località veniva chia­mato “pompeiano”. Una coltura importante, che mancava in Etru­ria, era invece quella dell’ulivo: tant’è che una iscrizione, in cui vengono nominati gli askà eleivàna, cioè i “vasi per olio”, si riferisce a prodotti di importazione greca.

“Il museo del vino di Forgiano”

di Mimmo Coletti

      Bacco arrivò danzando a bordo di una barca trascinata dalla pigra corrente del Tevere. Pampini d’uva alle orecchie e un corteo di suoni, colori e grida, il figlio di Zeus scrutò la valle ricca di verde, dolce di ondulazioni, fertile e amica. Gli piacque quel posto, al primo sguardo. E il dio della gioia decise di fermarsi un poco e lasciare un segno del suo passaggio. Fu così, recita l’antica leggenda di un poeta dimentica­to, che Torgiano ebbe in sorte il dono di vendemmie abbondanti, raccolti sempre benigni e mai guastati dalle meteore inclementi, un nettare dolce e forte che scendeva nelle gole riarse a vivificare umori e dar vigore a forze appassite, ed insieme quel lieve stato di euforia capace di far   dimenticare gli affanni e rendere ogni cosa leggera come piuma. Scendendo dalla leggenda per arrivare al tempo d’oggi e alla fatica non più scansata dal cenno benevolo dell’immortale protettore dei vigneti, Torgiano ha continuato nel tempo nella sua missione fino a divenire un cen­tro rinomato, un’area ben indivi­duabile in una regione che di zo­ne simili, pur con diverse caratteristiche, ne ha millanta.

      E visto che la vicenda di questa terra è remota ed ha lasciato segni che emergono spesso quando gli aratri fanno lo scrimo ai campi, ecco sbocciare l’idea. Geniale, insolita, affascinante dato che riunisce le memorie in una fiorente gamma espressiva: il museo del vino, appunto. Na­to nel 1974 per volontà di Giorgio e Maria Grazia Lungarotti nel monumentale palazzo dei Baglioni, è un punto di riferimento privilegiato, una mèta ambitissima, un luogo dove si radunano oggetti tra i più pre­ziosi e rari d’ogni tempo e stile, tutti legati al linguaggio enologico.

      Quattordici ambienti poi divenu­ti diciannove nel maggio scorso, criteri espositivi che permettono una lettura facile, un legame sempre stretto con gli ambienti, settori ben descritti attraverso una vasta documentazione e re­perti di spicco che vanno dall’archeologico allo storico; dal tecnico all’artistico e al folklore. ­Non è un semplice museo agri­colo, anche se legato per molti versi alla concretezza della fati­ca e del lavoro. La sua destina­zione si sposa alla modernità: sale convegni con traduzione simultanea e mezzi audiovisivi, archivio fornitissimo e specializzato, biblioteca, attività didattica svolta nella vecchia fornace a legna. In più l’ubicazione proprio al centro del paese che rende facile e immediato l’arrivo al visitatore.  Il vanto maggiore è, ovviamente, quello che si apre sulle ceramiche e sulle incisioni: oggetti di pregio, culminanti le prime in uno stupendo piatto istoriato con l’ infanzia di Bacco, redatto nel 1528 da Mastro Giorgio (uno dei maghi rinascimentali del ramo) le altre in una serie di grafiche uniche per compattez­za e vibratilità di tocco, unifica­te da quel sentimento dell’ armo­nia che è alla base di ogni colle­zione di riguardo.

      Le raccolte si aprono con il ri­chiamo alle origini medio-orien­tali delle viticoltura e alle vie mediterranee del commercio. E meraviglie sgranate: vasi ittiti, un corredo funebre etrusco, ve­tri romani, anfore vinarie. Non si dimentica certo di descrivere il sistema di viticoltura medie­vale, il ciclo annuale, poi la sala dei torchi monumentali e, accan­to, i mestieri collegati, che sono moltissimi: bottai, d’accordo, e poi barlettari, bigonciari, fabbri, cestari, tavernieri accompagnati dagli strumenti del loro lavoro, dagli emblemi delle corporazio­ni, da ordinativi di lavoro, paga­menti. Iriflettori si accendono giustamente anche su Torgiano, su passato e futuro.

      Né si passa sotto silenzio la par­te etnografica, quella artigiana­le, la storica, comprendente quest’ultima una significativa batteria di ritrovamenti estratti dagli insediamenti agricoli che ingemmavano la campagna in epoca romana. L’ itinerario non accusa flessioni o pause. Con la ceramica si entra nel Medioevo, quindi nell’era rinascimentale e barocca con maioliche di tradi­zione colta e popolare, da esposizione e d’uso quotidiano. Ma­nufatti delle più note produzioni nazionali, tecniche raffinate co­me il graffito emiliano o fre­sche, spontanee e zampillanti dei vasai umbri.

      Un’apertura sulla realtà di tutti i giorni, dal lato religioso e profa­no, è data da una vasta, straordi­naria collezione di ferri da cial­de che riguardavano il vino per la preparazione e il consumo dei dolci. Infine l’ultimo strepitoso capitolo: la grafica.

      Vitigni e numi tornano a sorri­dere sotto un cielo variegato di nubi e costellato di amorini. Oltre seicento opere che partono dal Baccanale con Sileno di Mantenga e si concludono con l’opera di Ricasso. Un volume da sfogliare con attenzione ma anche con impeto, perché le sor­prese vengono una dopo l’altra, davvero come i chicchi di un grappolo enorme.

      Per conclude­re. Sala degli ex libris dal sapore quasi numismatico, quindi l’edi­toria antiquaria. Un’agile guida accompagna il turista, tre ponde­rosi cataloghi divisi per argo­mento e stampati dalla Regione, illustrano in profondità ogni co­sa.

      Questo è un vero museo multi­plo perché si allarga in cento d­irezioni partendo dal cuore fondamentale del liquido di Bacco. Altri ne esistono sparsi per l’Eu­ropa ma ognuno teso ad illustrare la sola realtà territoriale, dalla Francia all’Ungheria. Le raccol­te nelle sale mormoranti di pa­lazzo Baglioni sono una prova autentica: qui il vino è sovrano e padrone incontrastato. Di stile, di linguaggio, e di segreti. Dalla notte del mondo ad oggi, un filo rosso nel nome dell’uomo.

Gusto, mito, profumo e medicamento. Tutto in un calice di ottimo rosso

      Raggiungere Torgiano è facile. Chi viene da nord, deve lasciare l’autostrada del Sole a Valdichiana e proseguire per il raccordo autostradale Bettolle-Perugia. Superato il capoluogo si prende la via di Todi sul raccordo Terni-Roma. Dopo un po’ c’è l’indicazione. Da sud si deve lasciare l’autostrada a Orte e si prosegue verso Perugia. Tra il materiale presentato c’è anche una suddivisione del vino per argomenti. Il nettare di Bacco diventa alimento (boccali, misure, borracce, fiasche), medicamento (vasi farmaceutici e antichi testi su pozioni ricavate da erbe dissolte nel vino), una cura empirica che si è tramandata nei secoli tanto da avere tutt’oggi una sua credibilità sia pure parziale. E poi la mitologia con Dionysos in testa, protagonista di mille richiami su un ‘area amplissima. Da sottolineare che pure le firme più note della storia ceramica si sono soffermate sul tema. Oltre a Mastro Giorgio è presente anche un gran tondo di Giovanni della Robbia. Curiosità aggiuntiva:  un’opera di Deruta con un francescano genuflesso di fronte ad una botte. Anche la gola vuole la sua parte.

«Chi non beve scrive lettere anonime» Così i grandi bocciarono gli astemi

      Tutti i grandi hanno parlato del vino. E Angelo Valentini, enologo delle cantine Lungarotti e uomo di cultura, ha raccolto alcune perle. Ecco le più significative.

“E dove non è vino, non è amore né alcun altro diletto hanno i mortali”  (Eschilo, Le Baccanti).

      “Il vino è per l’uomo come l’acqua per le piante che in giusta dose le fa stare bene erette, mentre in eccesso le fa cadere”  (Platone).

      “II vino conforta la speranza”  (Aristotele)

      “Che sarebbe la vita senza il Vino? Bevuto in tempi e quantità giuste è gaiezza del cuore, gioia dell’anima” (Antico Testamento, Ecclesiaste, III o II  a.C.).

      “Una coppa di vino livella la vita e la morte, e mille cose ostinate a non farsi capire” (Li T’ Ai Po, 700 d.C.).

      “Dell’acqua sole bevere  chi non have del  Vino”  (Jacopone da Todi).

      “Et  però credo che molta felicità sia agli uomini che nascono dove trovano i vini buoni” (Leonardo).

      “Chi non beve vino scrive lettere anonime”  (Brandimarte ).

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