PER IL BENE E IL PROGRESSO DELL’UMANITA’

 “ PER IL BENE E IL PROGRESSO DELL’UMANITA’”

Una riflessione per un Libero Muratore nel tempo sospeso del coronavirus

(Riflessione n° 2)

di C.  S.

Camminando, durante le mie solitarie passeggiate in campagna, guardo frequentemente il suolo, i miei piedi, le mie scarpe, che lentamente progrediscono in avanti, in un continuo duplice movimento di equilibrio e squilibrio. Mi rendo conto che il mio “cammino” è un “equilibrio-instabile”; se mi fermassi casualmente in una qualsiasi posizione, non riuscirei a stare immobile – in surplace – nemmeno per pochi secondi e rischierei di cadere. Spingo in avanti la gamba sinistra ma poco prima che tocca terra, la gamba destra – indipendentemente dalla mia volontà – si solleva e replicando lo stesso movimento impedisce la mia caduta e così via, in un continuo gioco di stabilità e instabilità. Osservando il movimento armonico delle mie gambe e dei miei piedi, mi affiorano alla mente domande singolari. Ad esempio, cerco di capire se questo modo di camminare vuol dire qualcosa di più; cerco una correlazione tra questa banale osservazione e lo svolgersi della vita. Anche la nostra esistenza, infatti, è caratterizzata da un continuo squilibrio; dall’incontro, il più delle volte imprevisto e inaspettato, di “inciampi” che richiedono, per non cadere, di essere rapidamente controbilanciati con altrettante contro-mosse. Simile al camminare è anche il nostro modo di pensare e di parlare, contrassegnato anch’esso da movimenti incessanti della mente che richiedono rapidi aggiustamenti. I nostri pensieri, le nostre parole sembrano camminare su un “crinale”, dove si spostano un po’ di qua e un po’ di là, in un continuo di cadute e di raddrizzamenti. Mentre cammino, mi rendo conto che anche i miei passi avanzano su un crinale…sul margine della strada, e cerco involontariamente di stare in equilibrio sulla “soglia” del mio percorso – il termine “soglia”, non a caso, deriva dal latino sŏlea, che significa “suola, pianta del piede”- dove al di qua ho la strada liscia, ordinata, al di là il terreno brullo, invaso da erba, fiori e arbusti vari. Avanzo lentamente con i miei passi sul ciglio della strada quasi divertito, come quando da bambino camminavo, a Follonica lungo il mare, su uno stretto muretto di mattoni, che al raggiante sole estivo si colorava di rosso-corallo, con una mano tesa a quella di mio padre, pronto a sorreggermi in caso di perdita di equilibrio.

Questo modo di camminare sulla soglia, mi permette, incredibilmente, di vedere in modo chiaro, il tempo presente, passato e futuro. E, in questo tempo sospeso, dovuto all’inaspettato “inciampo” del virus Sars-Cov-2 che ha aperto uno squarcio verticale sul nostro mondo e sulla nostra condizione di specie, la riflessione si fa più cupa. Guardo di là dalla soglia, di là da quello squarcio, e vedo quel mondo, ormai lontano, che era caratterizzato dall’apparente dominio dell’uomo su ogni cosa e dal quel “progresso”, che sembrava, inattaccabile. Adesso quel mondo è stato messo a nudo, smascherato da questo misterioso e silenzioso agente patogeno. Ora, tutto pare essere crollato come un “merlato castello di sabbia”. In fondo, anche l’etimologia della parola “progresso” dal latino progressus, significa: avanzare, composto da pro avanti e gradi “camminare”. Pertanto, anche il progresso dovrebbe avanzare – metaforicamente – passo dopo passo, un po’ come il mio cammino in campagna, con l’accortezza di guardare dove poggia la “suola” del piede, per non cadere e per mantenere ogni volta l’equilibrio e la corretta via. 2

Parlare di “progresso”, mi rievoca l’originale interpretazione della storia e in particolare del “cammino” umano dominato dal progresso, fatta da Walter Benjamin (Filosofo tedesco, 1892-1940) traendo ispirazione da un quadro di Paul Klee (pittore tedesco 1879-1940). Riporto sotto la versione originale (W. Benjamin. “ Tesi di Filosofia della storia” Einaudi, Torino, 1995):

“ C’è un quadro di Klee che s’intitola “Angelus Novus”.

Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi

da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi

spalancati, la bocca aperta, le ali distese.

L’angelo della storia deve avere quest’aspetto.

Ha il viso rivolto al passato. Dove appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”.

Secondo il filosofo tedesco, l’uomo si lascia alle spalle le macerie del “progresso” che ha seminato morte durante il suo “cammino”. L’Angelo di Paul Klee, infatti, guarda con terrore al passato, mentre il tempo…il vento (divino) imbriglia le sue ali, a tal punto che non può più muoversi e non può fare nulla per migliorare la storia stessa…per ricomporre l’infranto, spingendolo così forte da non permettere neppure di girarsi indietro verso il futuro.

Io credo che questa riflessione sul “progresso dell’umanità“ sia di grande attualità; perché è difficile resistere alla tentazione di pensare che anche nella primavera del 2020 (difronte a 22.745 deceduti e 172.434 infettati, solamente in Italia al 17 aprile) la storia ha di nuovo portato orrore e morte. Inoltre, questo tema s’inserisce nell’odierna discussione sul rapporto “progresso” / “pandemia”. Infatti, ci sono alcuni che vedono nel progresso la causa della pandemia, sono i così detti “misantropi”, sono quelli che hanno un’avversione nei confronti dell’uomo e nei confronti del progresso (L’antropologo francese Bruno Latour, ha dichiarato: “L’agente patogeno la cui terribile virulenza ha modificato le condizioni di esistenza di tutti gli abitanti della pianeta, non è affatto il virus , ma sono gli esseri umani”; l’ambientalista Valdava Schiva ha detto che: “ L’emergenza sanitaria Covid 19 è legata alla perdita delle biodiversità, alla scomparsa delle foreste e al clima…tutta colpa di una visione del mondo antropocentrica in cui l’uomo è superiore”. Lo scrittore Erri De Luca afferma che, d’ora in poi, ci sarà “una nuova alleanza tra uomo e natura”; il francese Yannick Jadot correla le cause della pandemia ”alla deforestazione, alla predazione della fauna selvatica e all’agricoltura industriale”. Una rivista inglese ha scritto: “Un virus angoscia l’Europa e il suo vettore è il capitalismo”. Inger Andersen, direttore del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha dichiarato che “la natura ci sta inviando un messaggio”; anche il giornalista inglese George Monbiot ha scritto che “ il Covid-19 3

è il campanello d’allarme della natura per la nostra civiltà ”). Altri, al contrario, non sono anti-progresso; sono i così detti “antropocentristi”. Essi continuano a mantenere una visione dell’uomo al centro di Tutto, includendo anche i suoi risultati tecnologici/scientifici. Se correliamo, invece, il momento storico attuale con alcune concezioni filosofiche, esso sembra rientrare nel normale dispiegarsi degli eventi cosmici. “Il mondo – diceva Michel de Montaigne (Filosofo francese, 1533-1592) è un’altalena perenne”, come il “cammino”, dove tutto avanza altalenando, dove nulla è stabile, tutto vacilla e nulla sprofonda. Tutto evolve e si trasforma, si destabilizza, ma nulla si annienta. Questo mondo è fragile e instabile, ma è indefinitamente in movimento e questo incessante fluire universale costituisce il supremo enigma: la fonte di tutte le nostre gioie e di tutti i nostri dolori. Anche Arthur Schopenhauer (Filosofo tedesco, 1788 -1860) sosteneva che: “ noi apparteniamo a un mondo interamente mosso da un vivere cieco e senza finalità; ed è nell’essenza di tutte le cose, dalla materia inerte fino agli uomini, passando per le piante e gli animali”. Questo concetto è anche alla base della filosofia leopardiana, in particolare, è espresso con chiarezza nell’operetta morale: “ Dialogo tra la Natura e l’islandese”, dove egli pone l’accento sul fatto che la natura è indifferente alla felicità o alle disgrazie degli uomini, a tal punto che fa dire alla Natura: “ Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei “; l’Uomo – sosteneva il poeta di Recanati – è semplicemente inserito in un Tutto (Cosmo), in un ciclo perpetuo di produzione e distruzione.

Termino la mia riflessione, riprendendo l’allegoria del “Mito della caverna” che rappresenta uno dei principali aspetti della filosofia platonica (Platone. Libro VII de La Repubblica, 514 b-520 a.) Anche qui, si parla d’“immobilità” e di “cammino”, che richiama il tema da cui sono partito: la mia camminata solitaria in campagna. In questo mito ci sono degli uomini (prigionieri) dentro una caverna fin dall’infanzia, “immobili”, con il collo e le gambe incatenate. Essi non si muovono, non camminano e del mondo conoscono soltanto delle immagini di persone o di oggetti, che gli passano dietro, proiettate davanti a loro, dalla poca luce che illumina la caverna, sotto forma di ombre; una sorta di ombre cinesi. Essi scambiano le ombre come cose reali. Per loro quella è la sola verità e non conoscono nulla del mondo esterno, quello fuori della caverna. A un certo momento, un prigioniero è liberato e, fino allora immobile, comincia a camminare, a dirigersi verso la luce, ascendendo lungo l’aspro sentiero che porta fuori dalla caverna. Il suo sguardo all’inizio non sopporta la luce esterna, ma lentamente si adatta e comincia a vedere la realtà che lo circonda… in tal modo riesce ad acquisire la cosiddetta: “Conoscenza”. In seguito, egli decide di ritornare, di scendere nella caverna, per non lasciare i suoi compagni nell’ignoranza, nell’ingiustizia e nell’illusione e per far si che l’esperienza da lui appresa e trasmessa permetta di migliorare la loro vita collettiva. Tutto nella caverna deve essere riorganizzato secondo il principio della Verità. Questo duplice cammino compiuto da questo “uomo platonico”: di “ascesa” verso la Luce e di “discesa” verso il bene e il progresso della sua comunità, mi fa riflettere sul cammino che dovrà, inevitabilmente, compiere l’“Uomo” dal 2020 in poi. Egli ha sperimentato da questa tragica pandemia la cagionevolezza umana, la fragilità della scienza, la debolezza della politica e della globalizzazione e, adesso, dovrà rivedere e migliorare tutto. L’occasione è unica per rilanciare il “progresso” e costruire un futuro migliore all’umanità intera.

Scarlino, 20 aprile 2020, ore 2:09

Questa voce è stata pubblicata in Lavori di Loggia. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *