SI PUO’ UCCIDERE IL MARE ? L’UOMO CI PROVA.

SI PUO’ UCCIDERE IL MARE?

…LUOMO CI PROVA

di

Sergio Conti

Le bolene suicide

Queste frasi verranno distribuite come note evidenziatrici.

Nel 1979 un biologo tedesco di chiara fama, il dottor Gottèif Hempel, si esprimeva nei confronti della situazione biologica dei mari, con queste parole: Dieci anni or sono avreí risposto negativamente alla domanda, se l’uomo potesse inquinare irrimediabilmente iI mare. Oggi direi che è possibile.”

Da anni moltissimi ecologi sostengono il pericolo incombente di una lenta morte del mare, a causa dell’inquinamento provocato dall’azione umana.

La”morte” del mare sarebbe l’inizio di un irreversibile processo, che a sua volta condurrebbe alla”morte” del nostro pianeta.

L’uomo, per millenni, ha considerato il mare con una certa irresponsabile fiducia. per lui il mare è stato sempre un’immensa e meravigliosa distesa di acqua, dalle misteriose e suggestive profondità che, nei suoi abissi, ospita una inesauribile riserva di cibo; una utile e preziosa via di comunicazione; una fonte di ispirazioni poetiche e di leggende. Ma l’uomo non ha mai sospettato – o, forse, nel suo torbido egoismo, non ha mai voluto sospettare – per I’ottusa cecità di non voler guardare oltre il prossimo futuro, che questo vitale, essenziale elemento del nostro globo, potesse un giorno rischiare di perdere le sue caratteristiche per divenire un amorfo, tragico cadavere liquido.

L’umanità lo ha sempre considerato una enorme pattumiera senza fondo, nella quale si poteva scaricare impunemente qualunque scoria, rifiuti e lordure, fidando nelle sue facoltà di assorbimento e di rigenerazione, da sempre ritenute inesauribili. In verità, l’uomo non ha mai preso in seria considerazione il fatto che questa preziosa ed enorme riserva di risorse per la sopravvivenza umana, è strettamente legata ad una catena di trasferimento di energia vitale, che giunge fino all’uomo partendo dai protozoi: turbandone I’equilibrio ecologico, si possono fatalmente provocare fratture irrimediabili, creando soluzioni di continuità che potrebbero portare fatalmente alla sua distruzione.

 Tutti gli ambienti in cui si sviluppa l’attività biologica, sono organizzati in un sistema di scambi di energia e di materia, tantoché anche tra gli organismi che vivono in uno stesso ambiente naturale intercorrono rapporti che si determinano essenzialmente in funzione delle caratteristiche dell’elemento fisico (acqua, aria, suolo), del complesso dei problemi che esso presenta, e dalle sostanze chi miche da cui è costituito.

Questi complessi rapporti che permettono la vita sono detti ecosistemi.   Ognuno di essi è organizzato internamente da un proprio ritmo di vita ed è altresì strettamente legato all’equilibrio generale degli altri ambienti. E’ pertanto fondamentale che lo sfruttamento delle ricchezze naturali sia condotto senza causare sfasamenti o rotture dell’equilibrio ecologico.

Se vent’anni or sono, uno scienziato si faceva portavoce dei risultati della ricerca scientifica ecologica, gettando questo grido di allarme, oggi le cose non sono cambiate. Anzi, nonostante qualche modesto tentativo, la violenza e la quantità degli interventi distruttivi sulle risorse naturali si sono moltiplicate e forse siamo sull’orlo di un abisso, che si sta spalancando sotto i nostri piedi, pronto a distruggerci e a distruggere l’habitàt terrestre.

ll mare  sta morendo

L’ecosistema marino è ovviamente formato dall’insieme degli organismi viventi e dai fattori fisici e chimici, che costituiscono il suo ambiente. Nel caso specifico esse sono: la luce, l’acqua, la temperature, la salinità, le sostanze minerali e tutta la gamma delle espressioni biologiche.

Se è pur vero che esiste una forma di autodifesa delle acque marine, le quali tendono a mantenere inalterate la loro composizione producendo una catena di reazioni chimiche, non bisogna, tuttavia, adagiarsi sull’idea che tale auto depurazione sia illimitata. Il tipo di inquinamento cui sono attualmente soggette ha le caratteristiche più adatte a interrompe per la catena di trasferimento energetico, tendendo così a diminuire gradualmente le facoltà di rigenerazione. Infatti, ogni ambiente dove si svolge l’attività biologica attinge la propria sopravvivenza dall’organizzazione del sistema di scambi di energia e di materia, e di conseguenza anche gli organismi che vivono in tale ambiente, ne fanno parte attiva interagendo nel rapporto dell’ecosistema. Se nel passato gli scarichi che il mare assorbiva nel suo seno, oltre che essere in quantità assai minore, erano per lo più formati da materiali di sostanze organiche e, pertanto, facilmente e naturalmente reintegrabili e fagocitabili, tanto da potersi reinserire nella struttura ecologica marina, oggi (e da vari anni) gli scarichi, che in maniera  macroscopica finiscono giornalmente nelle acque, sono formati in gran parte da prodotti altamente inquinati e velenosi e, per lo più, non biodegradabili.

Nel mare finiscono sempre maggiori scorie di materiali tossici e inorganici, non solubili. I fiumi vi riversano le loro acque (inquinate a tal punto da essere vietato farvi il bagno) sature di tutte le scorie industriali, spesse volte radioattive che, unitamente agli scarti e residui dei materiali plastici, vanno a sedimentare i fondali, con possibilità assai minime di essere assorbite e sostanzialmente distrutte.

Uno dei maggiori fattori, che costituiscono costantemente un mortale pericolo per il mare, è il petrolio. Ve ne è una continua massiccia immissione. Le oltre duemila petroliere che fanno “toilette” liberandosi di tutti i residui dei loro serbatoi; le piattaforme per la trivellazione in mare aperto (oltre tremila); l’affondamento delle petroliere stesse, riversano migliaia e migliaia di tonnellate di petrolio nelle acque. Molti anni fa fu calcolato che finivano in mare circa dieci milioni di tonnellate all’anno. Negli ultimi anni, la quantità è notevolmente e pericolosamente aumentata.

Questa immissione nelle acque crea un velo oleoso e persistente sulla superficie del mare, che in maniera sempre più dilagante ostacola la evaporazione, producendo un’azione coibente nell’ambiente acqueo con il conseguente perdurare della stasi delle sostanze venefiche. col ritardo del riassorbimento, si creano irregolarità di distribuzione delle piogge nei continenti, con gravi ripercussioni sulla vita e sugli ecosistemi dei continenti stessi. Anche l’equilibrio interno dei mari viene minato, e le interruzioni nella catena energetica di trasferimento ostacolano fatalmente la riproduzione del fitoplancton.

In effetti, l’uomo sembra non vedere lo sfacelo che va provocando e sembra non udire le voci d’allarme che, se pur fioche e sparute, si levano da molte parti. Il medico teologo alsaziano Albert Schweitzer scrisse : ” Forse l’uomo ha perso (se mai l’ha posseduta) l’attitudine a provvedere e così sta per distruggere la Terra.”

L’inquinamento, prodotto dall’uomo, non è forzato solo dalle cause testé accennate, e la cui portata è evidente anche per chi non vuol vedere, ma nella diuturna normale attività di ciascun individuo vi è un costante contributo alla demolizione degli ecosistemi.

Cominciando dall’inquinamento adducibile a sostanze organiche, come i rifiuti urbani, scaricate nelle acque che, seppur potenzialmente

reinseribili in quanto atte a subire il processo di degradazione, in grandi concentrazioni sottraggono l’ossigeno necessario alle vitali funzioni degli abitanti marini. A questo tipo di inquinamento sono spesso soggette le zone costiere, i golfi e i mari chiusi. L’inquinamento chimico, poi, che è in massima parte causato dai rifiuti industriali, proviene anche dai centri urbani e dalle terre coltivate, sotto forma di residui di detersivi, insetticidi, diserbanti ecc. A tutto ciò si aggiunge I’azione deleteria dell’inquinamento radioattivo e termico, che interessa i corsi d’acqua in cui vengono scaricate le acque di raffreddamento delle centrali nucleari e termoelettriche.

Gli effetti più immediati del degrado dei mari, e di evidente realtà per tutti, sono le decimazioni subite dai pesci e dagli uccelli marini, che di questi si nutrono. Da anni vengono notate forti alterazioni biologiche e di comportamento in alcune specie della fauna marina, e notevoli quantità di pesci presentano evidenti formazioni cancerose. Oltre a questo è impressionante la rapidità con la quale la balena azzurra (balenottera), la più grande tra le specie di questo cetaceo, va incontro all’estinzione, nonostante sia un animale protetto.

Il comportamento delle balene desta veramente impressione. Molti anni or sono fu scoperta una spiaggia, dove molti di questi animali andavano a “suicidarsi” . La balena, come è noto, è un animale notoriamente solitario. Questo strano e insolito aggrupparsi, unitamente al lasciarsi morire su spiagge deserte, ove giungono come strani naufraghi a esalare I’ultimo respiro, denotano un cambiamento sostanziale di quelle che sono le caratteristiche comportamentali di una determinata specie e ciò non può che essere riconducibile alle profonde alterazioni subite dal loro “habitat” naturale. Le balene si nutrono di plancton. Di conseguenza, lo squilibrio e l’alterazione di tale sostanza vitale, provocati dall’inquinamento, possono averne stravolto la natura, trasformandolo in un nutrimento insufficiente e contaminato, tanto da influire sul sistema neurovegetativo dell’animale, con le conseguenti instabilità e mutabilità di comportamento.

Questa situazione, che va sempre più aggravandosi, sconvolge lentamente tutto il sistema ecologico, con la grave conseguenze che un mare inquinato perde progressivamente la sua funzione di produttore di ossigeno e di riserva di alimenti, fino a trasformarsi in un “mare morto“, con il conseguente ed inevitabile inizio dell’agonia di tutto il pianeta.

Possono sembrare dichiarazioni eccessivamente esagerate e riguardanti giorni lontani a venire. Ma non c’è molto da illudersi.

Lo scienziato francese Jacques Yves Cousteau, un trentina d’anni or sono, affermò che nel 1985 i mari sarebbero arrivati allo “stato di morte” . Ciò non si è verificato, ma non c’è da rassegnarsi troppo.

Il cammino verso la distruzione, seppur più lento di quello che aveva previsto Cousteau, è un cammino inesorabile ed impietoso, che avanza fra l’indifferenza della gente e, soprattutto, fra inadeguate strutture di difesa e la scarsa preoccupazione dei Governi e dei Centri di potere, che si perdono, come sempre avviene, in pompose dichiarazioni polemiche e incostruttive.

E’ da chiedersi veramente, se si volge uno sguardo al panorama desolante dello sconvolgimento ecologico, i cui aspetti tangibili giungono fino alle nostre case e ai nostri giardini, se I’umanità si sia veramente resa conto del tragico orrore verso il quale il nostro pianeta sta scivolando, come condannato da un lento irreversibile e inesorabile destino.

L’uomo sembra non darsi pensiero ditutto ciò… Dunque si può uccidere il mare? E’evidente che l’uomo, con il suo comportamento, ci sta riuscendo…

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