L’AMICIZIA di G.Malagnino

L’AMICIZIA

di

G.  Malagnino

“L’amicizia è una religione senza Dio né Giudizio Universale. E non c’è neppure il

diavolo. Una religione che non è estranea all’amore. Ma un amore dove Ia guerra e

 l”odio sono proscritti, dove il silenzio è possibile. Potrebbe essere lo stato ideale  dell’esistenza. Uno stato tranquillo: un legame necessario e raro. Non sopporta impurità alcuna. L’altro, di fronte, la persona che si ama, non è solamente uno specchio che riflette, è anche I’altro se stesso sognato”.

Con queste parole Tahar Ben Jelloun stabilisce il codice dell’amicizia,impregnato della presenza della Grande Madre Mediterranea, che ci accoglie tutti insieme sotto il suo manto protettivo ed unificante. Probabilmente è proprio la mediterraneità che ci consente di costellare i radicali più intimi dell’amicizia, ovverosia quell’amicizia che ci consente di accedere alle sfere della fratellanza prive di formalità, diversamente dai popoli nordici, più sincroni nel vivere il rapporto d’amicizia.

Se nelle parole di Ben Jelloun riecheggia il monito evangelico dell’amicizia, come specularità e reciprocità, evidenziata tra I’altro nella Regola Aurea di Matteo e Luca che recita testualmente”…non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, è pur vero però che durante il nostro cammino spirituale siamo soliti abituarci ad accedere a conoscenze più profonde: a sfiorare quella sfera archetipica che, nel nostro caso, è la luminosità dell’amicizia e della fratellanza. Forse, è per costellare un campo d’energia emozionale, non solo, per accogliere la molteplicità dei volti dell’amicizia e le incongruenze e le follie imposteci dal Dio dell’amicizia, che ci ritroviamo nei nostri templi.

Nell’ antica Grecia, era Zeus che presiedeva all’amicizia ed all’ospitalità. Viceversa, nella cultura ebraica era la Shekinah, laSephirot entro cui Dio concedeva lo stare insieme: Zeus, il principio maschile, e la Shekinah, quello femminile,integravano gli opposti di un ampio excursus di modi dell’amicizia. Se ai profani è concesso dr scegliere un modo o un altro d’essere amici, secondo la loro personale tipologia psicologica, la cosiddetta “equazione personale“, a noi, addetti ai lavori, non è consentita alcuna scelta selettiva: nel nostro cammino alchemico, fratturato tra oratorio e laboratorio, possiamo solo operare una “coniunctio”, una sigizia tra aspetti maschili e femminili dello “stare insieme“, e sperare così nella nascita dell’uomo nuovo.

“Senza Virtù non c’è amicizia possibile. in ogni occasione è impartente

riflettere su ciò che ci si aspetta da un amico e su quanto si à disposti a dargli

Particolare significato assumono i concetti espressi da Cicerone nel “De Amicitia”, un autentico capolavoro teorico dello “stare insieme”.

Ecco che involontariamente stiamo delineando I’itinerario dell’archetipo dell’amicizia: in primis lo “stare insieme”, poiché nella distanza e nel sonno non avviene comunicazione amicale; in secondo luogo “la virtù”, intesa non come retto agire (tra amici si può anche essere crudeli nel disvelamento della verità, pur continuando a volersi bene), bensì come capacità di discesa ai propri inferi, in una interiorità che disvela la natura e I’intensità della propria amicizia.

Il terzo tempo è il “vegliare“, nella duplicità di significato: pensare all’amico e fornirgli prova di costanza con parole e gesti, tenendo ben a mente il mistero che Alcesti invoca nel regime amicale.

Un ulteriore tassello c’è donato da Marguerite Yourcenar che dell’amicizia dice:

“Credo che I’amicizia, come I’amore, del quale ha un po’ la stessa natura,

richieda quasi altrettanta arte di una figura di danza ben riuscita.

Ci vuole molto slancio e molto controllo, molti scambi di parole e molti

silenzi. E soprattutto molto rispetto”.

ed ecco il quarto requisito: il “rispetto“!

Ancora la Yourcenar:

“Il sentimento della libertà degli altri, della dignità degli altri,

l’accettazione senza illusioni, ma anche senza la minima ostilità

o il minimo disprezzo di un essere così com’è; …ci vuole anche

una certa reciprocità” .

Quest’ultima è il nucleo, la cosiddetta “regola aurea”, propugnata da Cristo! Gli altri sono parte di noi e meritano ciò che noi stessi desideriamo e meritiamo, al fine di realizzare quell’Unus Mundus verso cui tendiamo, in un cammino lacerante di Verità.

“…Gli altri sono parte di noi…”. Non a caso queste parole sono pronunciate, non solo nel loro significato misterico, ma anche come indicatore di una follia insita nell’amicizia: nessuno può decidere d’essere amico di qualcun altro, né I’altro può accettare un’amicizia per il proprio diletto; I’amicizia è un dono, e come tale ci viene elargita a prescindere dalla nostra volontà.

L’amicizia è un dono che ci permea, e come tale assume il significato di benedizione, a patto che ci sia in noi la disponibilità ad essere permeati dagli accadimenti amicali.

“Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” dicevano gli antichi, velando proprio la discesa della “grazia” dello stare insieme, tanto che la Chiesa ha assunto ad epifenomeno dell’amicizia la Discesa dello Spirito nella Pentecoste: loro erano semplicemente riuniti e I’Armonia li imprigionò, “vocata atque non vocata”, in una catena d’anime diffusive di sé.

Lo Spirito della Pentecoste è il Paracleto, che nell’antica Grecia era uno strano personaggio che testimoniava e si rendere a garante di ciò che non poteva essere mostrato, cioè I’innocenza di un presunto colpevole; il Paracleto poteva fare ciò, salvare cioè un accusato, in virtù dell’amicizia e della Shekinah che lo dominava.

Il profano è convinto che l’amicizia scaturisce da equazioni personali; il mistico, di contro, dirà invece che si diventa amici per adempiere ad un Senso Arcano. L’iniziato viceversa, si sofferma a considerare l’amicizia come “uno stadio” dell’Opera, e non guarderà all’emozione amicale come una meta conseguita, rna come tappa necessaria di transizione nel cammino di trasformazione individuale e collettivo.

Ogni qualvolta viene evocato Zeus come demiurgo dell’amicizia, disveliamo il “maschile”, il Logos, la direzionalità e, di conseguenza,un inizio ed una fine. Se parliamo di cammino di trasformazione invece, evochiamo Lei, I’Eterno Femminino, la Grande Madre, Ecate, Giunone, le Moire o le Parche, ovverosia la Soror Mistica che nel suo utero conserva, e trasforma,la materia informe.

Se il “maschile” crea, il “femminile” genera. Nello spirito della “Grande Signora” noi ricerchiamo il senso dell’amicizia anche nelle incredibili alleanze che il “materno” sviluppa in un’armonia fusionale con il suo piccolo, ancora uterino, come la fame reciproca, il freddo reciproco, le malattie reciproche.

La Grande Madre Mediterranea, dunque, accoglie in sé i pellegrini e li indirizza verso un unico cammino, nell’attesa, come nei Misteri Eleusini, della rivelazione della Luce mistica…r

da Agorà gennaio – marzo 1999

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