LA MORTE PER UN MASSONE

La Morte per il Massone

            Vita e Morte camminano fianco a fianco. Ci accompagnano, mano nella mano, sulla sottile linea del destino. Alla vita ci si affida con totale fiducia, certi della promessa del domani. Alla morte questa fiducia viene negata; il suo “domani”, il dopo, è incerto.

Siamo portati a considerare la promessa di una esistenza ultraterrena, da viversi in una dimensione spirituale, troppo labile per affidarci serenamente alla morte. Il “fiume” che ci apprestiamo ad attraversare è troppo impetuoso, l’altra sponda è nascosta dalle brume, l’ignoto ci terrorizza. Ma se avessimo la certezza che su quella sponda potremo proseguire nel nostro cammino, la morte non ci farebbe più paura.

            La morte è innaturale solo se la si considera la fine assoluta di tutte le cose, di ciò che è positivo, vivo: un essere umano, un animale, una pianta, una relazione, un periodo, un’ epoca.

Noi consideriamo la morte come il simbolo distruttore dell’esistenza; sforziamoci di pensarla invece come vettore capace di proiettarci in un’altra dimensione, dove, abbandonato l’involucro corporale, lo spirito possa volare libero e vivere un’esistenza forse migliore di quella che ci siamo lasciati alle spalle. Dovremmo considerare la vita terrena come il preludio di un grande viaggio, una lunga navigazione che ci permetterà di uscire dalle dimensioni cosmiche, alla ricerca dell’immortalità, isola in un mare di Luce.

            Nell’Antico Egitto era profondamente radicata la convinzione che l’uomo, nascendo sulla Terra, moriva per il mondo dell’Aldilà. Le potenzialità sovrumane di cui era dotato, subivano una specie di battuta d’arresto; per rigenerarsi era necessaria una nuova nascita, che poteva avvenire solo con la morte terrestre. Ciò equivaleva alla rinascita dello spirito, al ringiovanimento dell’go profondo. Il defunto diveniva allora un nuovo nato nella “piena Luce del Giorno”. Per l’iniziato egiziano la morte fisica non era altro che la logica metamorfosi della coscienza.

L’anima varcava la soglia e iniziava il cammino dell’evoluzione per penetrare nei Mondi dell’Aldilà. Nel mito di Osiride gli egiziani vedevano il pegno di una vita eterna, aldilà della morte. Credevano che l’uomo sarebbe vissuto eternamente nell’altro mondo se i suoi cari avessero fatto per il suo cadavere quello che gli dèi avevano fatto per il cadavere di Osiride.

            Noi, seppur inconsciamente, facciamo le stesse cose, con analoghi intenti; ricomponiamo i nostri morti; celebriamo le esequie con un riguardo particolare, tenendo sempre ben presenti le abitudini, i gusti, le preferenze di coloro che ci hanno lasciati. Da qualche parte, anche se celata negli angoli più profondi del nostro subcosciente, non c’è forse la speranza che tutto ciò serva a facilitare “il passaggio”, a favorire la “metamorfosi” di quel corpo che stiamo per seppellire o affidare alle fiamme? E non ci siamo mai domandati, in quelle circostanze, se è mai possibile che tutto finisca lì, sotto qualche metro di terra o in una manciata di cenere?

Per poterci rigenerare, dobbiamo compiere il “rito di iniziazione”. Con la morte ci si libera di ciò che è terreno, comprese le pene e le preoccupazioni che la vita terrena comporta; abbandonato questo stato di “imperfezione”, si inizia un processo di rinnovamento, al quale possiamo accedere solo se iniziati. Dobbiamo permettere che la metamorfosi si compia; l’iniziazione consiste nella accettazione della morte come “rito di passaggio”; dobbiamo abbandonare l’involucro (vita profana), per accedere ad una dimensione totale di Luce; dobbiamo levarci la benda.

Facciamo nostre le parole di Wirth: “Il profano deve morire per rinascere alla vita superiore”.

            Il richiamo costante della Luce deve essere per noi Massoni motivo di profonda riflessione. Se è vero che nella nostra simbologia la Luce ha un’importanza essenziale, proprio perché la identifichiamo con lo spirito, con l’intelletto, non dobbiamo dimenticarci che la Luce, per noi, significa anche rinascita, vita e salvezza.

San Bonaventura definiva la Luce “forma sostanziale di ogni corpo”.

E San Giovanni: “Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Quella Luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.

Un canto attribuito ad Amenofi IV, sposo di Nefertiti, recita così: “Lodiamo il Signore Uno, padre della cosa Una e amiamo l’acqua che ci disseta e chiamiamo sorella la belva della notte, chiamiamo fratello il fuoco che distrugge e amica sorella Morte che ci riporta alla Luce del Signore, padre della cosa Una.”

            Se l’uomo vivesse in simbiosi con la natura, se osservasse i miracoli quotidiani che essa sa produrre e se, soprattutto, si sentisse parte integrante di questo processo, i suoi dubbi sulla possibilità di una “rinascita” aldilà della morte fisica, potrebbero essere fugati.

Il seme che muore e si moltiplica, il suo simbolismo che prevarica i ritmi stessi della vegetazione, non sono forse un esempio dell’alternanza dei ritmi di vita e di morte? I riti di iniziazione non hanno forse lo scopo di liberare l’anima da questa alternanza e di fissarla nella Luce? Sofocle chiama tre volte beati coloro che in Elèusi hanno raggiunto e contemplato il tèlos: “Soltanto per loro -afferma- c’è vita nella morte.”

            La morte ci annienta, ma coloro che sono morti in pace e tranquillità dopo una vita spesa in favore della tolleranza, della solidarietà e dell’amore verso i propri simili, come insegna la nostra filosofia libero-muratoria, potranno finalmente, ed eternamente, assidersi all’Oriente Eterno.

La speranza nella vita è fondata esclusivamente nell’atto salvifico, non su una dottrina dell’anima. Noi Massoni abbiamo la certezza che la vita non è solo posta nel futuro, ma è con noi, nell’animo, come libertà.

-“Vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi non è morire”.        (T.Campbell)

-“Le persone che vivono intensamente non hanno paura della morte”.    (A.Nin)

-“La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione.

   Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita”.

                      G. T.                                                                                                             (A.Einstein)

-“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per cosa si vive”

                                                                                                                                  (F.Dostoievski)

-“Soltanto una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena di vivere”.   (A.Einstein)

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