Pinocchio ha perso la testa


Se chiedete a un bambino di otto-nove anni, ragionevolmente sveglio, per quale arcano motivo la Fata di Pinocchio abbia i capelli turchini, o perché il Pescatore sia verde, facile che vi risponda: chi se ne frega. Ah, questi innocenti! Per lui Pinocchío – meglio: Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino – è una bella storia: fa ridere e spaventa (spaventa, più che far ridere); strabilia e fa chiedere a ogni pagina: e dopo?

Male, ragazzo mio, male! direbbe Geppetto. E avrebbe ragione: della storia del Burattino inventata da Carlo Lorenzini (in arte Collodi) tutto si può dire, tranne che sia una storiella qualsiasi, dove i particolari sono lasciati al caso. Nessun citrullo potrebbe crederci: sotto la scorza allegra, Pinocchio vuol dire tante cose, alcune molto inquietanti. Ed è meglio che anche i bambini inizino a pensarci, tenendosi bene a mente le minacce del Grillo Parlante: “Povero grullerello! Ma non sai che, così facendo, diventerai da grande un piccolo somaro?”

Carlo Collodi

IL LEGNO FILOSOFALE

Già, ma quali sono i significati nascosti di Pinocchio? A riaprire la querelle sul caso Collodi, ci ha pensato Rodolfo Tommasi, giornalista e critico letterario, autore di Pinocchio. Analisi di un burattino, pubblicato da Sansoni. Già dal titolo, la parola “analisi” mette sull’avviso. Si tratta di una lettura, non peregrina, del capolavoro collodiano che poggia per buona parte sulle “psicologie profonde” di Jung, e per l’altra su interpretazioni esoteriche: “Stiamo parlando” dice infatti “dell’alchimia di Pinocchio, o meglio di un Pinocchio alchemico che fa da struttura portante – anche se ben mascherata – al messaggio lanciato all’infanzia di una nuova morale avventurosa e avveniristica, eversiva perché deve portare alla conoscenza qualunque sia il prezzo che essa richiede”. E ancora: “Il premio dell’umanizzazione altro non è che il fallimento… quando nella grande lotta tra l’Assoluto e l’umano vince l’umano, la Verità muore, muore lo Spirito, comincia la vita”.

Brivido di panico, nella schiena di chi ha sempre creduto che Pinocchio altro non fosse che una “birba di un figliuolo”. O di chi si è scaltrito da tempo a leggere i sensi profondi del Burattino, ricavandone però tutt’altri, cattolicissimi risultati: Pinocchio sciamano? Questo poi no! Ci sarà un equivoco…

Nessun equivoco. Elémire Zolla (che su queste faccende li sa lunga) nel suo ultimo libro Uscite dal mondo dedica anch’egli un capitolo a Collodi, e non lascia scampo: “Questa è la chiave che c’introdurrà nel Pinocchio… Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l’essenza dell’intrattenimento. Era ciò che da loro si voleva. Resterà il pubblico degli innocenti … ” Ed eccolo svelato, il primo arcano: gli innocenti non sono i bambini, ma “gli unici cui valga la pena schiudere i misteri”. Altro che letteratura per l’infanzia: siamo nel bel mezzo di un percorso iniziatico.

D’altronde, sul fatto che Pinocchio non sia “una bambinata” (secondo il noto depistaggio dello stesso Collodi) bensì un vero e proprio Mito, sono tutti d’accordo. E da cent’anni dura anche il dibattito su cosa veramerne tale Mito dica. Lo si è letto (e con molte ragioni) in chiave risorgimentale, come progetto massonico di educazione ai valori della Nuova Italia: una, borghese e anticattolica. Poi lo si è letto in chiave antiborghese, fidando nel parallelo tra i temperamenti anarcoidi e popolani del Burattino e del suo creatore.

Negli anni 40 Piero Bargellini li “battezzò” entrambi, aprendo il filone delle interpretazioni cattoliche, forte del fatto che “in Italia si possono mangiare i preti e dar loro, nell’essenziale, ragione” Infine il cardinale di Bologna Giacomo Biffi, col suo Contro maestro Ciliegia, è andato ancor più a fondo nel “commento teologico”.

Possibile che nessuna di queste letture abbia un briciolo di vero? E che siano inattendibili anche quelle psicanalitiche che hanno mostrato come, col naso fallico che si ritrova, Pinocchio non può che aggirarsi inquieto nei paraggi incestuosi della Fata Turchina, la mamma sorella? Di interpretazioni, come è noto si vive.

COLLODI E IL GRAN MAESTRO

La più accreditata degli ultimi tempi è però proprio quella gnostíca del “Pinocchio alchemico”, simbolo della rigenerazione dell’essere. Per renderla plausibile tocca rispondere a una domanda: chi era Collodi? Il libro di Tommasi inizia proprio da qui. E lo fa in modo assai sintomatico: procedendo per illazioni. Perché, si chiede l’autore, Collodi ottenne una licenza ecclesiastica per la lettura dei libri posti all’Indice? Non sarà che, sotto l’aria bonaria, coltivasse “segretamente fedi irrazionali, suggestioni misticheggianti, passioni alchemiche?” e “quali erano le sue “Scritture” blasfeme?” Poche, ammette Tommasi, sono le risposte certe. Ma, giusto per questo, perché non ipotizzare un Collodi alchimista, iniziato a una delle tante logge massoniche toscane?

L’azzardo, del resto, non è nuovo. Nel 1984 la casa editrice Atanòr, specializzata in cose di massoneria ed esoterismo, pubblicò un Pinocchio e i simboli della “Grande Opra “: anche qui gli autori, Nicola Coco e Alfredo Zambrano, si diffondevano in una documentata e illuminante (ancorché complicata) interpretazione misteriosofica del libro. Ma avvertivano che “d’altra parte, se si eccettuano poche e frammentarie notizie… l’appartenenza del Lorenzini a una determinata “obbedienza” non risulta materialmente certa”. Aggiungevano inoltre che, se è vero che in Pinocchio “il vero Grande Assente del racconto è il Dio cristiano o il substrato religioso ecclesiale”, e se anche “la frattura con la morale cristiana è palese… diviene sufficiente questo dato per attribuire a Lorenzini la qualità di Fratello o Iniziato ai Misteri della Frammassoneria?” Certo che no. Ma, concludevano gli autori, bisogna leggere e interpretare, per poter giudicare da che parte stava Collodi.

Nell’interpretazione “teologica”del cardinal Biffi, Pinocchio è l’uomo che, nonostante e attraverso le sue continue cadute, giunge alla salvezza, alla felicità, in virtù della grazia che gratuitamente gli è elargita attraverso la presenza materna della Fata-Chiesa.

Per gli esegeti gnostici, dice Zolla, è invece la storia di un’iniziazione intesa come un “liberarsi da se stessi, dalla propria natura di burattini utopisti, ricercatori di soluzioni umane, per rompere i propri limiti”. Pinocchio deve diventare sì un “liberato in vita”, ma nel senso della caduta: “Quando uno spirito muore, diventa uomo. A chi credere? A chi si vuole, naturalnente, se non altro in omaggio al collodiano paese di Acchiappacitrulli, dove è regola che il giusto sia capovolto.

MORIRE AL CAPITOLO QUINDICI

Però Zolla & Co. hanno molte frecce al loro arco: come negare ad esempio che Pinocchio, nascondendo sotto la lingua le monete di Mangiafuoco, compia il rito dei morti che pagavano il traghetto dell’Acheronte? O che il Burattino viaggi tra i quattro elementi della tradizione alchemica (acqua, terra, fuoco, aria)? O che i personaggi del racconto siano gli arcani dei tarocchi (l’Impiccato, la Morte, il Diavolo)? O che l’episodio del serpente verde che sbarra la strada a Pinocchio sia ripreso, pari pari, da una fiaba, dichiaratamente iniziatica, del frammassone Goethe? E che ogni animale risponda a simbologie più esoteriche che cristiane? Le “coincidenze” sono troppe, per poterle chiamare con questo nome. Tanto che, illazione per illazione, Coco e Zambrano ad un certo punto abbandonano il Collodi-autore per attribuire una “così complessa sintesi/gnosi” addirittura “un cenacolo di emanazione”: una ipotetica setta iniziata decisa a divulgare, nell’Italietta post-risorgimentale, il verbo massonico.

Un altro dato fa riflettere. Come tutti sanno, o forse no, la prima stesura del Pinocchio terminava molto prima: al capitolo quindici, con la morte di Pinocchio impiccato alla quercia. Collodi non voleva andare oltre. Il cardinale Biffi, a proposito, spiega: “Era una fine amara se si vuole, ma anche suggestiva: il burattino di legno toccava il vertice dell’umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte”. Inoltre prosegue, prima di morire “Pinocchio aveva intravisto la salvezza”.

Una salvezza però, impersonata dalla Bambina Turchina “come un’immagine di cera” che dice, ancor più inquietante degli assassini che inseguono il Burattino: “Sono morta anch’io. Aspetto la bara che venga a portarmi via”. Perché mai Collodi, anche da cristiano inconsapevole, avrebbe voluto terminare il racconto su questa visione di morte? Sul Giornale dei bambini, il 27 ottobre 1881 la parola “fine” sigillava la cupa morte dell’eroe. Era un racconto per bambini? E se sì, che razza di racconto?

Le uniche interpretazioni proibite son quelle banali. Come, forse, quella che fece Walt Disney, buonanima, nel suo film a cartoni. A meno che… non avesse capito tutto anche lui. Ma in tal caso, cosa intendeva dirci? L’illazione continua.

Da massone a freudiano. Che cosa hanno detto di lui

PINOCCHIO MASSONE – Geppetto di Cavour ” Gli anni cari di Collodi, di De Amicis…in cui l’Italietta aveva incominciato a farsi le ossa, a trovare uno stile, a trovare una misura dì vita e di civiltà”.  Giovanni Spadolini  “Dirozzare le menti delle classi meno agiate, sottraendole all’ignoranza ed alla speculatrice superstizione… nell’intendimento di togliere i fanciulli dalle ugne dei clero”.  Rivista della massoneria italiana, 1873  
PINOCCHIO CATTOLICO – Geppetto e Dio “Carlo Collodi ebbe la gran ventura di inserirsi, con la sua fantasia, nel filone della verità. Anche Pinocchio, come tutti i capolavori italiani, ha fondamento nella verità della dottrina cattolica”. Piero Bargellini “L’agonia di Pinocchio , appeso all’albero da tre ore… di Cristo in croce riecheggia, perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!… se tu fossi qui”.. Giacomo Biffi  
PINOCCHIO FREUDIANO – Come è lungo quel naso “Non starò a dire quali interpretazioni abbia suggerito alla critica psicanalitica il fatto che a Pinocchio il naso cominci a crescere proprio davanti a Fatina!”  Gianni Turcheda “Ravvisato quindi un collegamento iniziatico-sacrale Pan-Priapo-Pinocchio, diviene ora più agevole… comprendere la fisionomia rino-fallica del Burattino”.  Nicola Coco-Alfredo Zambrano  
PINOCCHIO ESOTERICO/Falegname o stregone  “Solitario, in quella stanza simile a un antro magico… l’opera di Geppetto non è stata opera di intaglio… Il suo è stato un lavoro di alchimia”.  Rodolfo Tommasi  “Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l’innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinanzi in una radura sacra… introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora-degli-animalì”.  Elémire Zolla  
PINOCCHIO POLITICO – L’anarchico di legno  ” E la sera… si sentiva passare, rassicurante, sul sonno di tuttì, il calmo passo doppio dei carabinieri. Non ridete; dietro a Pinocchìo io rivedo la piccola Italia onesta di re Umberto”  Pietro Pancrazi  “Nel paese degli Acchiappacittulli sono gli onestì, che vengono senz’altro condannati… Un episodio che la dice lunga sulle venature anarcoidi e sulla sfiducia nelle istituzioni di Collodi”.  Gianni Turchetta  

(da “Il Sabato” del 2 maggio 1992 pagg. 56-58)

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