Squadra e compasso – Lo spazio sacro

Squadra e compasso – Lo spazio sacro

 

Premessa.

Il novecento ha visto un apparente prevalere della scienza sulla “Tradizione”, dando l’impressione che quest’ultima fosse confinata in ambiti angusti.

In realtà le ricerche e i traguardi scientifici, mentre spiegano sempre meglio l’architettura del mondo e la struttura dell’uomo, ampliano nel contempo la domanda di senso delle cose e dell’esistere.

Paradossalmente più conosciamo e più scopriamo la dimensione del mistero; entro questa dinamica la scienza accentua di fatto il fondamento razionale della Tradizione.

Il limite della scienza è quello di aver occupato lo spazio del sacro costruendo degli assoluti terreni tipici delle diverse espressioni del materialismo, del positivismo, dell’ateismo esistenzialista e della psicoanalisi.

Tuttavia il Novecento filosofico non ha soltanto consegnato la negazione della metafisica ma ha anche posto le basi per demolire lo scientismo e smantellare le pretese di costruire teorie assolute; è Karl Popper a mostrare che la scienza è fallibile perché umana.

L’uomo non si presenta padrone di senso ma è mendicante di senso; in tale contesto opera la Nostra Istituzione che vive e trasmette la Tradizione utilizzando come principale strumento il simbolo.

La simbolica.

Il simbolo è un veicolo di senso dissimile dal linguaggio discorsivo.

A differenza della parola, il simbolo mal si accorda alla ratio, poiché è intuitivo e sintetico. E’ un supporto alla meditazione, ausilio dell’iniziato alla metafisica, il simbolo vanta una storia antica quanto la civiltà.

Per ritrovarne esempi vivi, gli studiosi orientati ad una lettura del simbolo compatibile con il suo ruolo originario, quali Eliade – Guénon – Coomaraswamy – Daniélou, si rivolgono frequentemente alla tradizione indù, nella quale la tradizione del sacro è tuttora collegata alla simbolica, tra i tanti simboli che questa tradizione offre è stato particolarmente studiato il mandala, peraltro molto conosciuto in occidente.

Mandala è un termine sanscrito che letteralmente significa cerchio.

In pratica si tratta di un diagramma geometrico con funzioni rituali; esso è un disegno composto di motivi geometrici e talvolta di figure, che focalizza l’attenzione del meditante per immergerlo estaticamente al suo interno.

Nello svolgimento della meditazione il mandala diventa uno strumento anagogico che, se ben vissuto, offre la possibilità del superamento dei vari blocchi psichici che emergono nel processo ed è un sostegno tecnico di conoscenza e trasformazione del viaggio del meditante.

Dunque la meta da raggiungere è la conoscenza, fine comune all’intera metafisica indiana e non solo.

Una conoscenza altra, al di là dell’umano, impossibile da ottenere se non sulla base di tecniche che dilatino i limiti della coscienza ordinaria. Nel complesso, si tratta di un sistema di trasformazione integrale dell’individuo, al fine di trasferirlo su un altro livello di esistenza, purificandolo. Non a caso, il mandala accompagna il meditante dall’esterno verso il centro verso il punto di origine.

L’iniziando, penetrando il mandala – così come quando deambula intorno al tempio indù e si eleva osservando le sculture -, realizza la pienezza del suo essere focalizzandosi sui simboli universali della tradizione: il loto, la croce, la spirale, il cerchio il quadrato.

Lo scopo è ricongiungersi al punto, da cui tutto nasce e a cui tutto fa ritorno compresa la vita terrena; l’origine della quale secondo la tradizione, certo non è terrena.

A questo punto: i Fratelli esausti si chiederanno “sì va bè ma che ci azzecca?”

Io credo che la Tradizione sia sostanzialmente unica e che, non attraverso il sincretismo, ma attraverso la sintesi delle sue varie manifestazioni se ne possa riconoscere la unicità, risalendo il suo fluire per giungere alla fonte.

Ciò premesso ritegno che quanto sin qui detto sul simbolo e più specificatamente sul mandala possa e debba essere applicato come possibile lettura e forse come esperienza dei Nostri Lavori nel Tempio.

Squadra e compasso. Lo spazio sacro.

Sia nell’ esoterismo occidentale che in quello cinese, il compasso associato alla squadra è un importante simbolo cosmogologico.

L’immagine espressa in un dipinto di William Blake, intitolato Il Vecchio dei giorni misura il tempo, rappresenta un vecchio nel disco solare che tende verso il mondo un immenso compasso.

Coomaraswamay e Guènon hanno accostato questo simbolo alla misura o determinazione dei limiti del Cielo e della Terra, di cui parla il Veda, e hanno evocato il ruolo dell’architetto celeste Vishvakarma, come anche quello del Grande Architetto dell’Universo.

Dante ha cantato il Dio Architetto come:

Colui che volse il sesto

allo stremo del mondo, e dentro ad esso

distinse tanto occulto e manifesto (Paradiso 19, 40-42).

In Occidente come in Cina, il compasso e la squadra evocano rispettivamente Cielo e Terra.

Il maestro Massone, posto fra squadra e compasso, svolge un ruolo di mediatore simile a quello del praticante taoista; in Occidente, inoltre, il compasso e la squadra sono attribuiti rispettivamente alle due metà – maschile e femminile – androgino ermetico Rebis, corrispondenti al sole e alla luna.

I gradi dell’apertura del compasso rappresentano nella tradizione massonica le possibilità e i gradi della conoscenza.

La Massoneria limitando l’apertura del compasso a 90° riproduce la squadra, ma noi sappiamo che la squadra è il simbolo della materia, il compasso è il simbolo dello spirito e del suo potere sulla materia. Il compasso aperto a 45° indica che la materia non è completamente dominata, mentre l’apertura a 90° realizza integralmente l’equilibro fra le due forze. Il compasso diventa squadra giusta.

Le posizioni diverse del compasso e della squadra manifestano i diversi stati nei quali si trova l’Operaio in rapporto alle forze materiali e spirituali: se la squadra è posta sul compasso, la materia domina lo spirito, se i due strumenti di intersecano, le due forze si equilibrano; se il compasso è posto sulla squadra, questo è il segno del dominio spirituale, se infine l’apertura del compasso coincide con quello della squadra, si è realizzata l’armonizzazione suprema dei due piani, materiale e spirituale.

Per definire lo spazio sacro a cui squadra e compasso alludono e nel col contempo definiscono, riporto un breve passo di Guènon che ritengo illuminante:

“Nel simbolismo massonico, in conformità con questa corrispondenza (terra cielo) il compasso è normalmente posto in alto e la squadra in basso; tra i due in genere è raffigurata la Stella Fiammeggiante, che è un simbolo dell’Uomo più precisamente dell’uomo rigenerato, e completa cosi la rappresentazione della GrandeTtriade. Inoltre è detto che un maestro Massone si trova sempre tra squadra e compasso e cioè esattamente nel luogo che è propriamente l’invariabile Mezzo; il Maestro e dunque in tal modo assimilato all’uomo vero, posto fra terra e cielo a esercitare la funzione di mediatore, e questo è tanto più esatto in quanto almeno simbolicamente e virtualmente se non effettivamente il grado di Maestro rappresenta il compimento dei piccoli misteri, di cui lo stato di uomo vero costituisce il termine…

Le parole di Guènon possono trovare completamento in un passo di un antico rituale: La stella fiammeggiante è il simbolo del Massone risplendente di luce in mezzo alle tenebre del mondo profano.

Non si può non cogliere l’allusione alle parole del Vangelo di Giovanni: et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt

A questo punto dopo questo lungo errare (se volete in tutte le accezioni del termine) voglio offrire alla riflessione dei Fratelli Apprendisti e Compagni un brano di Plotino che mi auguro possa essere, a loro, ausilio e guida per il cammino che li attende e che mi auguro vorranno e potranno percorrere:

“Se vogliamo cercare e trovare ogni altra cosa,

è giusto che ricerchiamo chi é colui che ricerca:

desiderando così di cogliere

l’amorosa visione delle cose supreme” (Enneadi IV 3,1).

 

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