FOIBE: VERITA’ NASCOSTA

FOIBE: VERITA’ NASCOSTA

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Tutto si svolge al confine orientale dell’Italia, in un triangolo di terra compreso fra Pola, Fiume e Trieste. Ciò che accadeva era anche perché c’erano stati dei precedenti durante il ventennio. Mussolini aveva voluto infatti lasciare la sua impronta nella storia di quella parte d’Italia e d’Europa; l’avvento del fascismo inaugurava una politica di forzata italianizzazione dell’area giuliano-dalmata nei confronti della minoranza slovena compresa entro i confini italiani. Si trattava di circa 350.000 sloveni, residenti nell’ex litorale austriaco e nella Carnia assegati all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale, in base al Trattato di Rapallo del 1920. Le conseguenze dell’azione nazionalistica fascista furono pesanti: gran parte degli impieghi pubblici furono assegnati all’etnia italiana, e nell’arco di cinque anni tutti gli insegnanti sloveni furono sostituiti con insegnanti italiani nelle scuole fino ad abolire del tutto l’insegnamento della lingua slovena. Lo stesso avvenne per i giornali, banche, istituti di credito e ogni attività legata alla minoranza slava.

Dopo l’8 settembre 1943, firmato l’armistizio con gli alleati, la disgregazione dell’esercito italiano e del regime fascista, entrava in scena il Maresciallo Josip Broz, meglio noto col nome di Tito, che volle restituire agli italiani, alleati dei tedeschi nell’occupazione della Jugoslavia, almeno una parte dei danni ricevuti. Come primo provvedimento eliminò gli Ustascia, i fascisti croati che avevano affiancato gli occupanti stranieri, poi gli altri possibili oppositori interni e infine, dal confine ormai indifeso dal lato italiano i partigiani jugoslavi entrarono nella Venezia Giulia, occupandola militarmente, sventolando bandiere rosse, inneggiando a Stalin e scrivendo sui muri: “Trst je nas” (“Trieste è nostra”). Ora erano le autorità slovene che imposero le loro regole: il coprifuoco e non solo, anche le lancette dell’orologio furono spostate indietro di un’ora per allinearle all’ora jugoslava.

L’arrivo di Tito e del suo esercito in Italia non fu solo una dimostrazione del potere del nuovo padrone vincitore, iniziò infatti anche la carneficina degli italiani della regione. Il 5 maggio 1945 Tito scatenò la rappresaglia contro coloro che avevano dimostrato di essere di sentimenti itali:ani e a Campo di Marte, a Casola Tersotto, lungo le banchine del porto, nella piazza, i cadaveri si ammucchiarono senza sepoltura. Tito e Kardelj portarono avanti il progetto politico jugoslavo in maniera lucida e precisa: al tavolo delle trattative di pace  doveva essere riconosciuta la sovranità di Belgrado sul territorio giuliano-dalmata e per far ciò occorreva che nessuna forza di opposizione contrastasse l’annessione. Per ottenere questo risultato era necessario eliminare chiunque avesse potuto guidare un movimento antiannessionistico e impedire soprattutto che si formassero gruppi italiani antifascisti capaci di mostrarsi agli alleati come possibili interlocutori per il dopoguerra. Sopprimere quindi le personalità di orientamento moderato, colpire all’interno dello stesso Partito Comunista italiano quando si dimostrasse sensibile al richiamo della nazionalità, divenne uno degli imperativi di Tito.

Per procedere all’eliminazione degli ostacoli che si frapponevano al disegno del capo jugoslavo venne scelto, tra gli altri metodi, quello dell’infoibamento; legati a coppia per i polsi col fil di ferro, talvolta uccidendone solo uno con un colpo di pistola, e poi scaraventandoli entrambi nelle foibe (profonde cavità carsiche tipiche del luogo) questo fu il metodo scelto per sbarazzarsi dei contrari al progetto titino. Ad altri toccò una sorte altrettanto tragica: internati in terribili campi di concentramento, in Slovenia (Borowinka) Croazia e Serbia, a migliaia subirono terribili condizioni di detenzione e la maggior parte non rivide mai la loro casa.

Il processo di deitalianizzazione dell’area giuliano-dalmata progettato da Tito fu né più né meno, come lo chiameremmo oggi, che una pulizia etnica (come sarebbe toccato poi a parte degli stessi jugoslavi nella terribile guerra del 1992-95) al fine di far sorgere la settima repubblica della confederazione jugoslava sulle macerie dei precedenti territori italiani nel Friuli orientale (sino al fiume Tagliamento) e nella Venezia Giulia. Con il Trattato di Parigi del 1947 venne stabilito che l’Italia avrebbe consegnato alla Jugoslavia un’ampia parte del territorio richiesto da Tito, rinunciando, oltre a parte della provincia di Gorizia, all’Istria, alle isole del Carnaro, Zara e la Dalmazia. Prima che si concludesse il trattato di pace vi fu una fuga di massa degli italiani dalle zone in procinto di divenire jugoslave. Circa 20.000 persone lasciarono case, terreni ed ogni loro avere per rientrare nella loro patria nonostante l’opposizione dei comunisti italiani al loro arrivo, motivata coll’opinione di considerare fascisti chi voleva fuggire da una realtà socialista. Anche Togliatti, “il migliore” come veniva chiamato, invitava i partigiani comunisti italiani a collaborare con i partigiani comunisti jugoslavi, nel solco dell’internazionalismo comunista che univa i due schieramenti e con la benedizione di Stalin da Mosca. Nonostante l’aria che tirava in quel momento storico, anche tra i partigiani comunisti italiani vi furono dissensi sul progetto annessionistico titino, presto domati tuttavia come nel caso del fatto di Porzus, dove nello scontro con i partigiani jugoslavi venne ucciso il fratello di Pier Paolo Pasolini, anch’egli partigiano e comunista.

Che il tema delle foibe non sia stato soltanto un problema storico di vendetta, per quanto orribile e di ritorsione per le precedenti malefatte fasciste, lo dimostra il fatto che la negazione di questo problema, noto agli storici sin dagli anni ‘60, ci fa comprendere quanto fosse invece essenzialmente politico: non aver voluto ammettere mai, da parte comunista, che la stragrande maggioranza di coloro che furono infoibati non fossero fascisti ma semplici cittadini italiani, incappati senza via di scampo in un disastro di cui non erano responsabili, era una precisa scelta politica sostenuta in omaggio all’internazionalismo comunista, schieramento a cui per altro, dopo pochi anni, Tito voltò le spalle per fondare il movimento dei paesi non allineati. In fondo il tragico epilogo della questione delle foibe è tutto qui: non si poteva e non si voleva ammettere la responsabilità di quella scelta che costò tanti morti e la perdita di vaste zone profondamente italiane da secoli, come Zara e la Dalmazia dove già la Repubblica veneziana aveva esercitato il suo dominio.

A dimostrazione di questo scarico di responsabilità, cui hanno contribuito generazioni di storici comunisti, ancora pochi anni fa Achille Occhetto, segretario dell’ultimo Partito Comunista erede di Gramsci, dichiarava sbalordito di aver sentito parlare delle foibe solo a partire dal 1989; in tempi ancora più recenti l’allora sindaco di Roma, Ignazio Marino, toglieva dal bilancio comunale il capitolo di spesa relativo alla commemorazione studentesca degli italiani vittime delle foibe. I morti stimati in questa terribile vicenda politica, non caduti in guerra combattendo, ma uccisi senza possibilità di difesa, sono circa 27.000. Morti solo per essere italiani, uccisi dal sospetto di una possibile opposizione al progetto annessionistico titino.

In questo caso, uno dei tanti che dimostrano l’inumanità dell’uomo, la stoltezza delle guerre, la capacità di diventare dei “volenterosi carnefici” senza chiedersi né come né perché si agisce in un certo modo, a cosa è servito tutto ciò? Come si può credere a un ideale costruito sulla morte di migliaia e migliaia di persone? La storia ci conferma una volta di più che il “sonno della ragione genera sempre mostri”.

M. D’O.

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