GUGLIEMO TELL

Le notizie di questo personaggio sono in realtà leggendarie, non supportate da documenti storici. La “saga” si colloca tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300. Il personaggio sarebbe nato ai piedi del San Gottardo, in un paese chiamato Bürglen (Canton Uri). Il territorio svizzero era a quel tempo occupato dagli Asburgo, che governavano tramite i balivi. Tell doveva essere un tipo fumantino, l’incarnazione del “rivoluzionario” che combatte per la libertà del suo popolo. Abilissimo nell’uso dell’arco e della balestra, mal sopportava i soprusi di un governo straniero sul territorio elvetico. Un giorno di novembre 1307 Tell si trovò a viaggiare nel capoluogo regionale, ad Altdorf dove, nella piazza pubblica, era stato issato su un’asta il cappello imperiale, simbolo dell’autorità asburgica, che doveva essere riverito da chiunque passasse, pena la confisca dei beni o la morte! Guglielmo Tell però ignorò tale disposizione e il giorno seguente venne citato in piazza, dove doveva esporre le proprie giustificazioni. In cambio della vita, Tell fu costretto a colpire una mela posta sul capo del figlioletto (episodio passato alla storia) ma nel caso avesse colpito il bambino e non il frutto, una seconda freccia era già pronta per uccidere il balivo Gessler. Per tale motivo, Guglielmo venne incatenato, portato via e issato su un barca che doveva condurlo nella prigione di Küssnacht, ma durante la traversata si scatenò una tempesta sul lago. Conoscendo l’abilità di Tell come timoniere, i marinai lo liberarono sperando che egli avrebbe messo in sicurezza l’imbarcazione ma l’intrepido giovane aveva altre mire:con un gran balzo saltò dalla nave verso la riva e spinse al largo il natante. Questo episodio sarebbe accaduto a Ingenbohl (odierno comune in cui si trova la frazione di Brunnen) nel luogo dove sorse, in seguito, una Cappella dedicata all’eroe (Tellsplatte).Direttosi comunque segretamente nei pressi di di Küssnacht, dove si trovava il castello del balivo Gessler, attese il passaggio obbligato del tiranno lungo la Via Cava. Il balivo fu ucciso in un agguato tesogli da Tell il 1 agosto 1308. Guglielmo divenne così l’eroe popolare della liberazione della Svizzera originaria. Da quell’episodio il popolo prese il coraggio di ribellarsi contro la tirannide, cacciando via i balivi dalle loro terre, assediando i castelli e liberando i Cantoni. Guglielmo Tell avrebbe dato manforte nella battaglia di Morgarten, a fianco dei Confederati (Uri, Svitto, Untervaldo) che si concluse con la vittoria di questi contro l’esercito imperiale (1315). Guglielmo Tell visse il resto della propria vita nel rispetto e nella stima di tutti, e sarebbe morto nel 1354, nel tentativo di salvare un bimbo dalla piena del torrente Schàchen.
Fonti scritte
Si deve attendere il 1470 perché la prima fonte scritta parli di lui, ne “Il libro bianco di Sarnen” (redatto dal cavaliere Hans Schriber); che raccoglieva cronache e dati storici della Confederazione elvetica (recentemente il testo è stato digitalizzato). Nel 1545 venne pubblicata la Canzone della fondazione della Confederazione elvetica (autore anonimo), nella quale Guglielmo Tell muore annegato dal tiranno Gessler nel lago di Lucerna. Senza dubbio è però nel “Chronicon Helveticum” (1550, autore Aegidius Tschudi) che si ha la trasmissione della storia più completa di Tell, in cui si riferisce della morte eroica nel fiume Schàchen per salvare la vita a un bambino. Tale episodio fu rappresentato in un affresco del 1582 della Cappella di Bürglen. Esistono leggende simili nei paesi nordici (come nelle Gesta Danorum e la storia norvegese di Eindridi).
Nell’arte, Guglielmo Tell è stato molto rappresentato e ciò ha consentito alla sua figura di giungere fino a noi in tutto il suo fascino. Il drammaturgo tedesco F. Schiller ne scrisse nel suo Wilhelm Tell, 1804), che si radicò fortemente nell’animo svizzero e dal quale G. Rossini trasse l’idea per la celebre opera lirica Guglielmo Tell, nel 1829. Film per il cinema e la tv sono stati prodotti nel corso del tempo, a partire dal 1911, nonché brani musicali, fumetti e testi scolastici. Artisti come Salvador Dalì hanno rappresentato il personaggio in una chiave complessa ed ermetica. In ogni tempo, la figura di Tell fu usata per rappresentare l’unità, l’indipendenza e la libertà della Svizzera, ad esempio nella Guerra dei contadini del 1653 o nel 1798, dopo l’occupazione dell’armata rivoluzionaria francese e dopo la creazione dello Stato Federale del 1948 in cerca di unità e identità. Ancora oggi l’effigie di Tell compare su francobolli e banconote, e come sigillo di qualità su molti oggetti di uso quotidiano.
*Sulle tracce di Tell…
Il primo luogo che siamo andati a visitare, trovandoci in visita a Brunnen, è stata la Tellsplatte (Cappella di Tell). Isolata e prospiciente le acque del lago di Uri (Quattro Cantoni), è una deliziosa costruzione raggiungibile in traghetto o a piedi (dal parcheggio dell’Hotel Tellsplatte (Axenstrasse). La Chiesetta fu realizzata nel punto dove, secondo la tradizione leggendaria, Guglielmo Tell sarebbe balzato giù dalla barca che doveva condurlo nella prigione di Küssnacht, per aver oltraggiato Gessler. Nello stesso luogo si era pensato di erigere una statua colossale dell’eroe, per desiderio del re Ludovico II di Baviera; l’opera doveva ergersi direttamente dall’acqua e doveva essere talmente monumentale che i battelli a vapore vi potessero transitare in mezzo alle gambe! Non se ne fece nulla. In compenso, nel 2001, venne posizionato sopra la Cappella il più grande carillon svizzero che esegue melodie diverse allo scoccare di ogni ora. L’attuale Cappella data al 1879-1880; al suo interno si ammirano quattro bellissimi affreschi dell’artista basilese Ernst Stückelberg che illustrano quattro momenti salienti delle gesta di Guglielmo Tell: “Il giuramento del Grütli”, “Il tiro alla mela”, “Il salto di Tell”, “La morte di Gessler nella Via Cava”.
Portatici, in un altro dei nostri sopralluoghi, a Küssnach am Rigi, ai piedi del Monte Rigi, ci siamo diretti verso l’esplorazione di altri luoghi legati alle gesta di Guglielmo Tell. Il paese è un delizioso borgo adagiato sul Lago dei Quattro Cantoni, a soli 8 km da Lucerna; noto oggi soprattutto come meta turistica ma è stato molto importante per la storia svizzera, per la presenza della “Via Cava” e delle rovine del Castello di Gessler, ancora oggi visitabili. Lo scrittore tedesco J. W. Goethe ebbe modo di fermarsi a Küssnach durante il suo viaggio attraverso la Svizzera, e ne restò incantato.
La Via Cava. (Hohle Gasse) storicamente fu un tratto dell’importante via commerciale tra il Lago di Zugo e quello dei Quattro Cantoni (collega Immensee a Küssnach). Sulle vie d’acqua, sempre meno difficoltose di quelle dei sentieri primitivi, viaggiavano nel Medioevo, verso sud o verso nord, tonnellate di merci come stoffe preziose, spezie, frumento, vino, formaggio e animali produttivi.
La Via Cava divenne nota soprattutto per la leggenda di Guglielmo Tell, dove sarebbe morto il suo nemico giurato, il balivo Gessler (assassinato da Tell stesso). Fu l’opera di Schiller a renderla un luogo commemorativo per la storia nazionale elvetica, ma questo luogo storico venne pesantemente trasformato negli anni tra il 1822-’23 e il 1882 a causa di un ampliamento per facilitare l’accesso dalla stazione di Immensee in seguito all’apertura del Gottardo.
Nel 1930 si fece sempre più forte la richiesta di trasformare il sentiero in una strada interurbana e fu allora che gli animi si ridestarono: si decise di mantenere la Via Cava nella sua forma originale. Gli scolari svizzeri fecero una colletta (potevano acquistare una cartolina illustrata della Via Cava per pochi franchi) e in tal modo si accumulò un notevole patrimonio con cui si finanziarono i lavori. La Fondazione Svizzera per il mantenimento della Via Cava venne istituita nel 1935 e la stessa Via Cava venne riportata nel suo stato di antico sentiero in un anno. Per il traffico motorizzato venne realizzata una strada parallela nel 1937.
La Via Cava è un percorso pedonale breve ma di intensa suggestione! Ai bordi si ergono massi di varia dimensione (non dimentichiamo che era inizialmente un sentiero incassato tra pareti rocciose), ciottoli della pavimentazione fanno ripiombare nel Medioevo e le fronde degli alberi, ripiegate sul sentiero, lo rendono cupo e oscuro, creando un’atmosfera di perfetto misticismo.
All’estremità superiore della Via Cava si erge la Cappella di Tell (Tellkapelle), che commemora – secondo l’opera di Aegidius Tschudi (1530) – il luogo dove Guglielmo Tell avrebbe ucciso il balivo Gessler. La chiesetta venne restaurata completamente una prima volta nel 1638. la dedicazione fu dapprima a Santa Margherita e poi ai Quattordici Santi Ausiliatori. All’esterno si trova un affresco del 1905 che ritrae la scena della morte di Gessler mentre internamente è conservato il dipinto della morte di Tell a Schächenbach. La Cappella è stata restaurata nel 1987; nel 2005 la Via Cava è stata interamente sistemata e riaperta al pubblico, è infatti stata prolungata di 80 m con un sentiero laterale accessibile anche da persone su sedia a rotelle. All’inizio del sentiero si trova una innovativa postazione o padiglione espositivo che offre gratuitamente informazioni premendo un pulsante (parlato anche in italiano!).

Dipinto che illustra idealmente l’annegamento di Guglielmo Tell, dopo aver salvato un bambino (interno della Tellkapelle al termine della Via Cava a Kussnacht)
Il Castello di Gessler (Gesslerburg) si raggiunge a piedi attraverso la Via Cava. Nei pressi, prima di salire il sentiero che porta alle vestigia del maniero, si incontra il pittoresco Knochenstampfe, un mulino ad acqua realizzato nel 1877. Paesaggio fiabesco, che ci fa indugiare parecchio ai bordi di un piccolo laghetto alimentato da una sorgente. Il tempo sembra essersi fermato in quel luogo!
Ci decidiamo ad allontanarci e imbocchiamo il sentiero (Via Cava) per salire all’antica fortezza di Küssnacht, chiamata anche Castello di Gessler. Ne restano soltanto dei ruderi ma assai suggestivi. Le origini del maniero non sono chiare; si sa che esisteva già nel IX secolo perché è citato in un atto di donazione al convento di San Leodegar di Lucerna da parte di un nobile chiamato Recho. Rodolfo I d’Asburgo lo acquistò nel 1291 e da allora passò di mano in mano di famiglie gentilizie. Chi abitava il castello prendeva il titolo di “nobili di Küssnacht”. Nel 1491 sappiamo che la fortezza era di proprietà della casata von Silenen, tra cui ricordiamo Kaspar (1467-1517) , che fu il primo comandante della Guardia Svizzera pontificia (fondata da papa Giulio II a Roma). Kaspar compì però un grave errore: arruolare mercenari in Svizzera, pratica vietata, così venne condannato a morte in contumacia dai Confederati e subì pure la confisca dei beni, tra i quali proprio il Castello di Küssnacht.
Purtroppo quest’ultimo divenne cava di pietre per materiale da costruzione (con esse si realizzò, ad esempio, la parrocchiale della cittadina, XVIII secolo). L’arresto della depredazione avvenne nel 1908, quando la Confederazione elvetica lo acquistò per conservarne la memoria storica nazionale. Tra il 1908 e il 1916 le rovine vennero scavate e riportate in luce e in tal modo si scoprirono importanti reperti di un lungo periodo, datato tra il XIII e il XVII secolo, che consentirono di dedurre che il patrimonio dei castellani dovesse essere cospicuo. Nello stesso periodo vennero eseguiti restauri conservativi e ricostruzioni parziali; tra il 2003-2004 sono stati condotti risanamenti edilizi ed oggi il maniero è accessibile gratuitamente dal pubblico. Fin qui la storia, ma chi ci dice che il castello appartenne anche al balivo Gessler? La prima fonte a parlarne risale al 1512-’13 (“Urner Tellenspiel”), nella quale è scritto che vi aveva abitato il tiranno, cosa che rimarcò anche il già citato storico e statista Tschudi nella sua opera Chronicon Helveticum, aggiungendo che la fortezza funse anche come prigione (dove, secondo la leggenda, doveva essere condotto Guglielmo Tell). Nel 1804 fu Schiller, nel dramma “Wihlelm Tell”, a romanzare la scena in cui l’eroe è sicuro che il balivo passi per la Via Cava, uscendo dal castello, essendo quella l’unica strada percorribile. Così, attendendo il despota che effettivamente passò a cavallo con i suoi sgherri, Tell potè scoccare la freccia mortale, che decretò l’inizio della ribellione della popolazione e l’indipendenza della Svizzera.
Non siamo riusciti a chiarire il mistero della verità storica di Guglielmo Tell e forse è giusto che sia così, ma certamente siamo tornati da questi sopralluoghi con l’entusiastica gioia di aver compiuto l’ennesima avventurosa ricerca di luoghi che spesso sfuggono al turismo di massa o ai visitatori troppo frettolosi. Il nostro suggerimento è di riservare una giornata o più a questo itinerario, se state programmando un soggiorno un po’insolito sul favoloso Lago dei Quattro Cantoni.
Per chi desiderasse approfondire, è disponibile in lingua italiana la guida “Il Castello di Gessler con la Via Cava e la Cappella di Tell”, di M. Bamert, V. Kessler, K. Michel, I Zemp, Società di Storia dell’Arte in Svizzera SSAS, serie 79, n. 790, Berna 2006. Può essere acquistata presso Hohlgässland Tourismus Küssnacht, 6403 Küssnacht am Rigi.

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L’ALBERO DELLA VITA

Di tutto il sistema Lurianico ( Rabbi Luria -Ari il Leone 1534 – 1572 ) è diffusamente noto soltanto lo schema chiamato
“L’Albero della Vita”. Egli esamina invece molti concetti del pensiero mistico giudaico con la tecnicmaieutica del porre domande pertinenti, ma provocatorie. Inoltre da una spiegazione ben specifica del modo di agire delle forze spirituali, in un suo senso del tutto particolare. Cercheremo di esaminare pi profondamente qualche concetto della Cabala. Non si pensi di apire con questo l’ultima Porta della Conoscenza, e di accedere cosi alla Verità. Nella Cabala si parla sempre soltanto di proposte e di ipotesi,che sono da verificare innanzitutto alla luce della conoscenza in generale e poi nella propria coscienza.
L’approccio a tale comprensione consiste necessariamente in un continuum di esperienze fìsiche , intellettuali e spirituali , ricavate da fonti diverse in un lungo periodo di tempo, oltre che di illuminazioni vere e proprie. Il desiderio dell’uomo di comprendere la sua posizione nel mondo e la sua relazione con il Creatore é universale, sebbene si manifesti nella vita pratica in modi diversi, la via della Cabala é una via specificamente adatta alle mentalità scientifiche e mistiche contemporaneamente. Storicamente la Cabala è un Corpus di opere che può ben essere considerato come l’esoterismo giudaico.MTratta dell’ intersezione delle forze cosmiche spirituali e la loro relazione con l’uomo, del concetto di Creazione e delle su conseguenze nella vita. La parola stessa, Cabalà, esprime un’idea di ricezione attraverso la tradizione (infatti il verbo ebraico Le-Kabel signifìca Ricevere), tramandata da generazione in generazione, e ricevuta dagli ebrei come parte della rivelazione del Sinai. L’opera principe della Cabala è lo ZOHAR, un lungo trattato scritto in aramaico, che si presenta come un commentario ai cinque libri di Mosè. La Cabala o Albero
della Vita è la struttura e il diagramma più noto e importante nella dottrina cabalistica, che non può essere considerata come una branca qualunque delle scienze umane, ma è la ” Scienza della Vita e della Morte”. Studiandola l’uomo Mcomincia a comprendere le leggi sacre che governano l’Universo, il suo ruolo, la sua missione nella Vita L’Albero della Vita descrive,la via che unisce ilNCreatore al creato, l’InfinitoNcon il finito, il PerfettoNcon l’imperfetto, l’Eterno Mcon l’ impermanente .NÈ una fonte costante d’ispirazione per chiunque ricerchi la verità interiore, ed è il cuore della tradizione misterica occidentale. Seguendo tale Mvia potremo espandere la consapevolezza al di la dei confini che tutt’ora la restringono e la angustiano. L’Albero Sephirotico è l’insieme degli insegnamenti rivolti a farci conquistare e mostrarci il dono più importante, l’eternità della vita, della consapevolezza. La rappresentazione dell’Albero della Vita è un disegno schematico costituito da dieci entità, chiamate Sephiroth, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro al centro. Il pilastro; centrale si estende al di sopra e al disotto degli altri due. Le Sephiroth non rappresentano solamente importanti concetti metafisici, ma anche situazioni pratiche Med emotive che ognuno di noi attraversa nella vita di ogni giorno: sono infatti dieci stazioni che unificano la complessità della vita umana. Il loro studio esprime la tecnica, i procedimenti operatori, con cui l’Assoluto o Verbo Creatore condiscende alla Sua creatura per innalzarla a sé.
Secondo gli insegnamenti dei Maestri, l’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi, è il piano usato da Dio per rivelare la Sua infinita potenza creatrice, è il cammino di discesa lungo il quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita lungo il quale l’intero creato può ritornare al traguardo a cui tutto anela: l’unità perfetta presente all’interno del grembo del Creatore” secondo una famosa espressione cabalistica.
L’Albero della Vita è la scala di Giacobbe, la cui base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli salgono e scendono in continuazione, insieme alla consapevolezza degli esseri umani. Suo tramite scende il nutrimento energetico che ha origine nei campi di Luce Infinita che circondano la creazione, restringendosi e suddividendosi fino a raggiungere gli esseri che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo di esso salgono le preghiere e le forme di coscienza di coloro che cercano Dio,
per esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell’Essere. Secondo lo ZOHAR (Libro dello Splendore), la
grande novità che l’Albero della Vita ha rivelato nei mondi è la presenza di tre pilastri o vie, grazie alle
quali il mondo viene unito alla MATKALA, la Bilancia superna, sede di tuttol’equilibrio e l’armonia.
Senza tale connessione il mondo non può raggiungere l’eternità, ma deve subire ciclicamente delle
distruzioni catastrofiche. Lo Zohar parla di due creazioni: la prima è chiamata “stare in piedi su di una
gamba sola” e si riferisce ad una situazione nella quale le dieci potenze cosmiche, le Sephiroth, si trovano disposte’lungo una sola linea, ciò è simbolo di instabilità e provvisorietà, cosi come un essere umano non può stare a lungo in piedi appoggiandosi su di un’unica gamba, anche la prima creazione era temporanea e impermanente. Viceversa, esiste una seconda creazione, modellata secondo l’Albero della Vita e la Bilancia superna. I suoi pilastri le conferiscono stabilità, durata e solidità. La sua continuità si estende all’infinito, e permette al mondo di vincere la legge dell’entropia, che nell’essere umano significa la morte.1 tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie iniziatiche: Facile (destra) Difficile (sinistra), Regale (centro). mediana ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Tuttavia anche le altre due vie sono ugualmente portanti e sante, e nessuna creatura può fare a meno di muoversi lungo tutte e tre. Se privato del pilastro centrale l’Albero diventa quello della conoscenza del bene e del male, dal quale proveniva il frutto che portò la morte in Adamo e nel genere umano. L’insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell’Albero della vita rimane quello che, data una qualsiasi coppia di opposti, è sempre possibile trovare un terzo fattore equilibrante, che li integri in un insieme coerente.
Il discorso vale soprattutto per le componenti maschilee femminile della coscienza umana, ma anche per ogni qualsiasi coppia di opposti, sia dal mondo fisico che in quello psicologico come pure in quello spirituale. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente va rintracciato nel fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato di Adamo consiste nell’aver dedicato la sua attenzione e interesse alla dualità e alla separazione, senza prima aver portato tale unità all’interno della sua relazione con Eva. in altre parole Adamo avrebbe dovuto prima di tutto cibarsi dell’Albero della Vita, e solo in seguito di quello della conoscenza. cosi avesse fatto, il primo frutto l’avrebbe irrobustito a sufficienza da far sì che il secondo sarebbe stato innocuo.
Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden, l’umanità non ha più accesso diretto all’Albero della Vita, l’unica vera risposta ai bisogni di infinità, di gioia e di eternità che ci portiamo dentro.
Nella nostra esperienza quotidiana, le due polarità fondamentali dell’esistenza, interagendo continuamente
tra di loro, danno luogo ad una moltitudine di espressioni via via sempre più complesse. L’Albero della Vita esemplifica tale mutevole realtà in dieci componenti principali, chiamate SEPHIROT.
Esse sono l’origine di interi settori del creato, sia nel mondo fisico, che in quello psicologico, che in quello
spirituale. Il primo esempio di divisione in dieci ci viene dalla stessa Scrittura, che nel Sefer Bereshit (Libro dalla Genesi) nomina dieci volte la frase: “va- yomeElohim” (E Dio disse,,,). Ad ognuna di queste espressioni seguì la creazione di dieci diversi gruppi di entità ciascuna corrispondente ad una particolare Sephirah dell’Albero della Vita.
Osservando l’universo fisico, un primo esempio di come L’Albero della Vita sia il piano secondo il quale
la creazione è avvenuta, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la Sephirah chiamata KETER o CORONA, la più alta dell’Albero, dalla quale proviene la luce che
riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti chegirano intorno al Sole rappresentano le altre nove
Sephiroth.
Nello studiare le caratteristiche di ciascuna di esseè possibile vedere emergere una spiccata similitudine
con le caratterstiche astronomiche e astrologiche possedute dal pianeta corrispondente. Si noti come
la struttura dell’Albero già conteneva il posto per i trepianeti più lontani dal Sole, scoperti solo di recente.
Nel caso in cui la scienza rivelasse l’esistenza di un altro pianeta, esso si collocherà al posto dell’undicesima
Sephirah, chiamata DA’AT o CONOSCENZA, una misteriosa Sephirah che pur avendo un ruolo importantissimo nell’Albero non è tuttavia contata insieme alle altre. Nell’ambito umano le dieci Sephiroth
sono dieci stadi della consapevolezza individuale, o le “dieci potenze dell’anima”.
Al primo posto in alto troviamo la condizione per altro raramente sperimentata, di totale trasfigurazione di sé stessi nel trascendente (Keter – Corona). Vi sono poi due forme diverse di conoscenza intellettuale (Chokhmà e Bina, Sapienza e Intelligenza), corrispondenti ai due modi diversi di percepire la realtà, tipici dei due emisferi cerebrali: il primo più artistico e intuitivo, il secondo più logico e razionale. Dopo ciò, vi sono dall’opposizione fondamentale tra CHESED o AMORE e GHEVURAH o FORZA. Queste due Sephiroth corrispondono alla forza dell’attrazione e a quella della repulsione, all’amore e al suo opposto. Infine l’ultima Sephirah (Malkhut – Regno) corrisponde ad uno stato psicologico molto vicino alle contingenze del mondo fisico e delle, sue necessità.
Cercheremo di capire meglio di cosa si parli quando si nomina la parola “Sephiroth”. È questo uno deconcetti più importanti della Cabala, il più popolare e noto tra tutti i concetti di questa disciplina così complessa. La prima delle dieci Sephiroth, contando dal basso, è Introduzione alla Cabala
Malkhut, il Regno. È la stazione di partenza nel cammino di risalita lungo la via dell’Albero della Vita,
per ritornare al luogo ove il potere della morte cessa completamente. Agli inizi Malkhut è solamente una
sensazione di mancanza, di vuoto, di dipendenza e di passività, è la stazione finale della discesa del flusso
luminoso, è il luogo dove il processo deve capovolgersi, e dove le creature devono imparare a trasformare il
desiderio di ricevere in desiderio di dare. Malkhut è per eccellenza la Sephirah “femminile”, il
culmine di ogni processo di ricezione, pur essendo la più bassa e “povera” delle Sephiroth ha un ruolo fondamentale e insostituibile, in quanto raccoglie in sé il significato profondo di tutto l’Albero della Vita.
Pur essendo YESOD al di sopra di MALKHUTH, esso è chiamato “il fondamento”, poiché Mlkhuth
da sola non potrebbe sostenersi. Yesod è il canale nel quale confluiscono tutte le diverse energie e le luci
provenienti dalle varie Sephiroth dell’Albero della Vita, è che le unifica e le concentra, prima di farle
scendere dentro i recipienti inferiori.
Yesod è la prima (dal basso) di un gruppo di sei Sephiroth che costituiscono tutt’insieme il mondo dell’emotività, nelle sue varie tonalità e componenti. Esse sono: Chesed (amore), Ghevurà (forza), Tifereth
(bellezza), Netzach (vittoria), Hod (splendore), Yesod (fondamento). La Cabala dice che esse esemplificano
tutta la possibile gamma delle emozioni umane.
Continuando a percorrere la via della crescita spirituale, il cammino di risalita dal luogo della morte e dell’oscurità a quello della vita e della Luce infìnita, arriviamo alla Sephirah HOD. In Hod siamo animati dal desiderio di trovare la comunità a cui apparteniamo, qui i discepoli si riuniscono intorno al Giusto che genera un tipo particolare di energia. Ciò avviene soltanto se l’amore e l’amicizia controbilanciano le spinte centrifughe che inevitabilmente si creano tra i vari membri di un gruppo. Inoltre, Hod è quel tipo di luce e di energia particolare che esce dalle mani del Gran Sacerdote, tese a benedire il suo popolo, o del maestro mentre sta dando l’ordinazione o l’iniziazione al discepolo. L’Albero della Vita contiene una serie quanto mai vasta di dinamiche interattive tra le varie Sephiroth, sia se considerate nel loro insieme, sia se suddivise in coppie o in triadi.
NETZACH e HOD sono una di tali coppie fondamentali, in quanto si trovano sullo stesso livello e sono posti
l’uno a destra e l’altro a sinistra. Ciò significa che esse posseggono qualità polari e mutuamente integrative.
NETZACH significa ETERNITA’, e consiste nella capacità dell’anima di dare continuità nel tempo alle emozioni positive, la prima delle quali è l’amore. L’altro significato del nome Netzach è: VITTORIA,
possiede infatti sia il senso di ETERNO che di VINCERE. La Vittoria è il premio della perseveranza, della
fedeltà ai propri impegni morali e spirituali, e la vittoria contro la morte stessa.
Dopo HOD e NETZACH, continuando la nostra ascesa lungo l’Albero della Vita, arriviamo alla Sephirah più
centrale, al suo stesso cuore: TIFERETH. la bellezza. Essa è posta a metà del cammino: è il giusto mezzo,
a metà strada tra alto e basso, tra destra e sinistra, è la constatazione e la rivelazione della profonda bellezza Insita nella creazione e quindi nel suo Autore.
Le sette Sephiroth inferiori sono emozioni dell’anima, Tifereth è il sentimento-emozione che il cuore prova
nel l’osservare, nell’ammirare e nel vivere la bellezza.
La Sephira immediatamente al di sotto di Tifareth è Yesod, il Fondamento e la Verità. Dunque Tifereth è la
Bellezza fondata sulla Verità. Le prossime due Sephiroth che esamineremo, GHEVURAH (Forza) e CHESED (Amore) costituiscono una coppia altamente complementare, una essendo il braccio sinistro e l’altra il braccio destro dell’Albero della Vita. Forza e Amore sono le due emozioni basilari
dell’anima. L’importanza del loro interagire si può dedurre dalla metafora che afferma che queste due Sephiroth,sono le due ali dell’essere umano, ciò che lo rende simile agli angeli. Ghevurà è una prova iniziatica molto severa e difficile, è l’accorgersi di essere saliti in alto, è la paura di compiere uno sbaglio che ci faccia cadere rovinosamente, poiché nel cammino spirituale più si cresce e più aumentano le responsabilità. Ghevurà è tutto ciò che pone un limite all’espansione e alla crescita indiscriminata.
nasconde e oscura, nega, giudica e punisce, nulla viene dato gradualmente ma ogni cosa va guadagnata
con fatica e sforzo. Con CHESED raggiungiamo la sesta delle emozioni dell’anima, l’ultima partendo da Yesòd. L’Amore è la forza d’attrazione che tende ad avvicinare e ad unificare a dispetto delle differenze e delle divisioni, è l’elemento fondamentale dell’esistenza, il donare gratuitamente se stessi, è il principio su cui il cosmo intero è basato e trae l’esistenza.
Dopo Chesed, lungo il cammino di risalita dell’Albero della Vita, entriamo in un regno completamente diverso: quello della Triade superiore. BINA è il senso discriminante e indagatore, che permette la percezione dell’intelligenza operativa che anima la realtà naturale, è l’intelligenza di pianificare e di effettuare un processo mirante non solo alla liberazione dell’anima del corpo e dei desideri fisici, ma a trasformare la materia intera in una dimora per il divino “costruendola” in un modo
ben specifico, secondo le istruzioni Divine. La felicità è la caratteristica costante dell’operare di Bina. Essa è madre, è il pensiero che controlla le emozioni, non reprimendole, ma generandole e dirigendole, come una
madre che dà la vita ai suoi figli, li nutre e li educa. Bina è la decisione consapevole di amare ciò che è
bene e di respingere ciò che è male. CHOKMà è la Sephira che si trova all’origine del lato destro dell’Albero della Vita. Bina rappresenta uno stato al di sopra della percezione diretta, Chokhman sottolinea tale trascendenza, inaccessibile al comune intelletto umano, per questo motivo la sapienza è il più raro e prezioso dei doni. Chokhmà è la rivelazione improvvisa e brevissima di una luce, di un’idea troppo potente se essa colpisce direttamente il cervello. È un attimo di visione della verità superiore, Chokhmà é infatti la velocità.
Con DA’AT arriviamo ad una stazione molto misteriosa della nostra ascesa lungo l’Albero della Vita. Pur essendo chiamata “conoscenza” Da’at e ben lungi dall’identificarsi con ciò che i vari tipi di culture umane, intendono con questo concetto. Da’at è una sephira molto paradossale, poiché pur facendo parte dell’Albero della Vita non viene contata con le altre. Dice il Libro della Formazione “dieci e non nove, dieci e non undici”. La presenza di Da’at contraddice la dichiarazione del Libro della Formazione. Com’è possibile che pur avendo detto che le sephirot sono solo e soltanto dieci ne
salti fuori un’undicesima? La risposta alla domanda va trovata nel fatto che Da’atnon è una sephira vera e propria ma soltanto d’unione di tutte le altre. Ogni sephira è costituita da un recipiente che ospita un tipo di luce particolare. Da’at non ha un recipiente suo proprio, ma utilizza quello di Bina. Per questo che “conoscenza” (Da’at) e “intelligenza” (Bina) sono sinonimi. Quando Da’at non funziona in modo sufficiente, la conoscenza cessa di essere unificatrice. Dell’Albero della Vita si dice che era “nel mezzo del giardino”, e dopo di esso si fa menzione dell’Albero della Conoscenza . La differenza tra i due non è così grande. Essi sono vicini: l’Albero della Vita ha la sephira
Da’at rettificata, e funziona su tre pilastri. Il pilastro centrale offre la mediazione continua tra ogni tipo di
opposti , permettendo il riciclaggio dell’energia e il suo Introduzione alla Cabala periodico rinnovamento. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male invece ha solo due colonne, destra e sinistra, la conoscenza è separatrice, il giudizio è la forza dominante. Gli opposti non possono integrarsi e le sephirot restano isolate le una dalle altre. Se Da’at ha dei difetti abbandona il pilastro centrale e si ritira a sinistra nella sephira Bina. Privata della sua radice più importante, la colonna centrale cessa di funzionare.
Keter è troppo in alto per poter far sentire i suoi effetti sul resto dell’Albero, se non tramite Da’at. Il peccato di Adamo-Eva consiste nell’aver preposto la conoscenza separatrice a quella unificatrice.
Siamo così arrivati al culmine del percorso di risalita dell’Albero della Vita, più alta e più perfetta.
Alla radice superiore dell Albero ogni altra sephira è un misto di luce e oscurità, KETER è pura luce.
Keter é il serbatoio di luce infinita che alimenta tutto il creato, la totalità dell’essere, la somma di tutta
l’esistenza e di tutta la non-esistenza. Keter è nel Super-cosciente, onniveggente ed onnicomprensiva,
è il Divino in noi, fiume di energia positiva prodotto dalle buone azioni, dalle lodi e dalle preghiere che
gli esseri umani rivolgono a Dìo, è la sorgente della Luce Diretta che rinnova e mantiene l’intera creazione
istante per istante, e gioisce delle buone azioni e delle preghiere di quelli che sono coscientemente
sulla via del Ritorno e si sono caricati del giogo del Regno dei Cieli.
In Keter non c’è alcuna forma, né movimento, ma soltanto pura Esistenza, Coscienza e Beatitudine.
La mente umana non conoscendo alcun modo di esistere che prescinda dalla forma e dall’attività,
non può formulare nessun concetto adeguato ad uno stato di completa passività, senza forma e tuttavia ben distinto dal Non-Essere.
Questo sforzo va fatto, se non vogliamo rimanere confinati in una perpetua dualità dove Bene e Male si trovano in eterno conflitto. Dobbiamo raggiungere Keter e completare la Grande Opera.
Le buone intenzioni hanno scarso peso nella bilancia della Giustizia Cosmica, saremo riconosciuti e potremo
entrare nel Palazzo del Re soltanto quando sarà completa la Grande Opera. Non esiste Grazia nella Giustizia Perfetta, tranne quella che ci dà il permesso di provare sempre di nuovo.
Gli Apocrifi di Tommaso Se c’è un testo, tra quelli scoperti nella biblioteca

(Barcelona) The Golden Bough – Joseph Mallord William Turner – Tate Britain

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LA MASSONERIA E LE DONNE

 

 

Alla fine del secondo articolo che riguarda i Landmark, ci siamo riservati di analizzare la questione dell’ammissione delle donne in Massoneria.
Perché una donna non dovrebbe poter intraprendere un cammino iniziatico? Perché la soluzione deve essere quella di percorsi collaterali, stimolanti ed importanti quanto si vuole, come quelli delle Stelle d’Oriente, o essere relegate in Logge esclusivamente femminili, e non poter far direttamente Massoneria?

Lo stesso Mackey a commento del diciottesimo Landmark scrive:

Fin dalla nostra entrata nell’Ordine abbiamo trovato certi decreti che stabiliscono che potessero entrarvi solo uomini capaci di affrontare fatiche o di adempire al dovere dei massoni speculativi. Noi abbiamo preso l’impegno solenne di non alterare questi regolamenti che non potrebbero esser cambiati senza una completa disorganizzazione del sistema intero della Massoneria speculativa.

Ovvero, la spiegazione è solo rimandata ad una consuetudine, né ad una tradizione tantomeno vengono addotte delle spiegazioni di natura esoterica.

Sul sito della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, quella che cioè si erge ad arbitro della regolarità, forse solo per aver codificato per prima delle regole, nella pagina delle FAQ, ovvero delle Frequently Asked Questions, si legge:

Are there women Freemasons?
Yes. Whilst UGLE, following the example of medieval stonemasons, is, and has always been, restricted to men, women Freemasons have two separate Grand Lodges, which are restricted to women.

Che tradotto in italiano suona:

Ci sono donne Massoni?
Sì, mentre la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, seguendo l’esempio dei tagliapietre medioevali è, e sarà sempre, ristretta agli uomini, le donne Massoni hanno due Gran Logge separate che sono ristrette alle donne.

Adesso, ci sono almeno due buoni motivi per contestare questa giustificazione.
Il primo è di natura storico. Ci sono diverse testimonianze dell’accettazione di donne nelle corporazioni medioevali di muratori. Alcuni esempi sono molto citati tra coloro che perorano la possibilità di accettare anche le donne.

Già nel 1268 in Francia il ‘Livre des Métiers’ di Etienne Boileau ammetteva le donne anche al grado di Maestro nelle varie corporazioni artigiane, anche quelle legate a mestieri all’apparenza esclusivamente maschili.

La Gilda dei Carpentieri di Norwich negli Statuti del 1375 faceva riferimento a Fratelli e Sorelle.

Lo Statuto della Loggia di York del 1693 recitava:

Colui o Colei che deve esser fatto Massone pone le mani sul Libro ed allora le istruzioni sono date.

Questi gli esempi più citati, ma ve ne sono tantissimi altri. Il motivo di questa tradizione ha una spiegazione molto semplice. I Maestri che non avevano figli maschi potevano assicurarsi il controllo del patrimonio di famiglia ammettendo le proprie mogli o figlie, che nel caso di morte prematura del Maestro, potevano così assumere il controllo della Loggia. Si tratta di un’ammissione non operativa, nella maggior parte dei casi, ma la nostra Massoneria, non è operativa, è solo speculativa.

Questo ci porta al secondo motivo secondo il quale il richiamo alle consuetudini delle corporazioni medioevali di muratori non è assolutamente sufficiente a giustificare il rifiuto di ammettere le donne. I criteri che erano indicati per la Massoneria Operativa sono improponibili nella Massoneria Speculativa. Il passaggio che vieta l’ingresso a chi è “mutilato” è scomparso abbastanza presto, senza che nessuno sia stato accusato di eresia o di irregolarità.

Inoltre, voler ancorare la tradizione Massonica alle sole corporazioni medioevali, risulta senza dubbio riduttivo. Del resto, la posizione critica nei confronti dei Landmark da parte di autori come lo stesso Guénon sono note.

 

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QUESTO LIBRO

 

 

di  Biancamaria Puma

 

 

Questo libro di Biancamaria Puma è un contributo molto importante alla storia culturale e politica del nostro Paese. Esso può avere sugli studiosi il medesimo effetto che ebbe, nell’ultimo anno del secolo scorso, la pubblicazione degli inediti gramsciani. Penso alle celebri Lettere dal carcere di Antonio Gramsci che furono pubblicate, come Lettere 1926-1935 includendo le risposte della cognata Tatiana Schucht, solo nel 1999. Questo libro costituisce un passaggio importante per chi voglia praticare una nuova via di consulenza tra antropologia culturale e religiosa, biomedicina e psicoanalisi. Tale percorso è reso piu agile dal fatto che la psicoanalisi in questione a sua volta mette in atto una propria peculiare forma di ricerca sul campo, se non una vera e propria etnografia autonoma, manifestandosi come una scienza attenta alle persone nella pratica. Quei mondi disciplinari, seppure diversi, condivisero una comune sensibilità conoscitiva nel cogliere l’indole delle pratiche magico-religiose nella dimensione umana, esistenziale, culturale, talora nei rapporti di forza tra istituzioni visibili ed esperienze invisibili, tra materialità e spirito, tra istituzione e persona. E anche grazie a loro che le psico-antropologie odierne possono offrirsi come strumenti utili per comprendere le attuali forme di (ir)razionalismo e di (neo) oscurità, nonché i complessi magismi delle istituzioni e le stregonerie degli Stati nazionali contemporanei. In un percorso di studio e di ricerca di sicuro valore, destinato a sollevare nuovi interessi filologici e storici sulla vicenda peculiare della ricerca psico-antropologica dedicata agli aspetti magico-religiosi del Sud d’Italia, Puma ci mette a disposizione un materiale di grande importanza e lo fa con toni di incisività e chiarezza, con parole di amorevolezza e fiera rivendicazione del ruolo del Maestro. Sentimenti che traspaiono da una scrittura attenta alla documentazione e nondimeno appassionata e partecipe, che possono essere valorizzati alla lettura e che ci consentono di ricostruire, con maggiore dovizia documentale, una fase strategicamente importante della storia politico-culturale del nostro Paese.” (dalla Prefazione di G. Pizza)

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LA LUCE DELLE IDEE NELLA BELLEZZA DELLE AZIONI

Il tema della Gran Loggia 2024 scelto dall’attuale Giunta del Grande Oriente d’Italia guidata dal Gran Maestro Stefano Bisi, sarà: “La luce delle idee nella bellezza delle azioni”. Cogliendolo spunto dal filo conduttore della massima assise massonica italiana, che si terrà a Rimini il 5 e 6 aprile prossimi venturi e che vedrà, tra l’altro, anche la proclamazione del nuovo Venerabilissimo Gran Maestro Antonio Seminario vorreI riportare, in questo mio scritto, alcune brevi riflessioni sulla potenza che la luce delle idee può portare nelle nostre azioni. Il nostro Ordine, specie negli ultimi anni, si è spesso ritrovato a dover riflettere ed agire diviso tra alcuni concetti apparentemente distanti fra loro, se non addirittura, contraddittori. Mi riferisco alla memoria del nostro passato, alla necessaria lettura ed interpretazione del presente ed alla progettazione delle azioni per il futuro. Inoltre, è stato più volte chiamato a dover sciogliere una ambivalenza importante fra due diverse visioni. Una, di matrice prettamente illuminista, aica e laicista della Società, intesa nel senso più profondo del termine, quale autonomia culturale e politica contro ogni forma di clericalismo e di confessionalismo. L’altra, che si rifà, invece, ad una tradizione rituale e simbolica che si richiama alle sue più antiche e profonde radici iniziatiche e spirituali. Se vogliamo veramente lavorare per il bene dell’Umanità, se desideriamo operare per la realizzazione di un latomismo mondiale, di un’unica grande Patria di tutti i Liberi Muratori, una patria trasversale, transnazionale, capace di coagulare, armonizzare ed utilizzare le differenti sapienze figlie dei diversi luoghi della Terra, dobbiamo, nel prossimo futuro, affidarci alla forza delle nostre idee, le quali, come fari nella notte, ci hanno sempre indicato e continuano a mostrarci la strada da percorrere. Dobbiamo guardare al nostro futuro ricordando e facendo tesoro del nostro passato, perché una progettualità senza memoria è il progetto di una casa costruita sulla sabbia. Dovremo esprimere il meglio di noi stessi, tutti assieme, in una fraterna, grande catena di unione, in un egregore universale che isoli ciò che divide, per cogliere il bene presente in tuttele diverse istanze. Dovremo creare un “athanor” ideale che, con il fuoco rappresentato dalle idee fondanti il nostro Ordine, permetta di estrarre la Pietra Filosofale della nuova Massoneria del XXI secolo. E il fuoco di tale opera alchemica per il nostro ordine non può che venire dalla potenza delle nostre idee. II nostro passato, la nostra tradizione non sono affatto concetti statici e cristallizzati, bensì organismi viventi, forze dirompenti in continua evoluzione che ci forniscono le chiavi per aprire le porte del futuro, che ci aiutano a risolvere le grandi sfide che si parano davanti a noi per i prossimi anni. I nostri antichi simboli, nati per superare la mediazione e le limitazioni del linguaggio logico deduttivo, strumenti per creare un imprevedibile, a priori, nuovo intreccio di pensieri ed idee ci dovranno supportare, ancor di più che nel passato, per creare la Massoneria dei prossimi anni, alla ricerca della pietra oscura nascosta all’interno di ciascuno di noi, che dovremo continuare, incessantemente, a sgrossare. Così facendo, una volta ritrovata la nostra vera anima, le antiche idee potranno unirsi alle nuove istanze; la libertà del singolo, all’interno delle regole dell’Ordine, diverranno la libertà di tutti noi. Perché ogni Tempio interiore deve, necessariamente, aprirsi al mondo esterno, ma deve, altresì essere costruito rispettando ferree norme iniziatiche.
La luce delle nostre idee deve illuminare le zone d’ombra della nostra Società, non concorrere a rendere lanotte ancora più lunga e impenetrabile! Noi Massoni, costruttori di ponti, mai di steccati, dovremo ritornare ad essere un faro per la Societàe non, come a volte, purtroppo, avviene, un mero specchio del degrado profano. Dobbiamo ritornare ad essere l’avanguardia laica e spirituale del consesso civile, riprendendo e rafforzando i nostri principi iniziatici, fondamenti del nostro Ordine secolare. Solo così si potrà diventare esempio per il Mondo civile; solo così il sogno dei nostri Padri fondatori che tutti noi abbiamo condiviso al momento della nostra iniziazione, potrà diventare il sogno della Massoneria Universale. Tutti i Fratelli, ciascuno con le proprie diversità, peculiarità ed eccellenze, uniti in egregore, con la condivisa volontà di operare per ilnostro rinnovamento interiore e per il bene dell’Umanità. E’ questa la riflessione che io consegno alla Comunione Massonica, la vera potenza delle nostre idee che dovrà guidare le nostre azioni future

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NASCITA DELLA MODERNA MASSONERIA

NASCITA DELLA MASSONERIA MODERNA

 

 

L’uomo è sempre stato un costruttore e in nessun luogo ha svelato se stesso in modo più significativo che nelle sue costruzioni. Quando ci troviamo dinanzi ad esse – si tratti di una capanna di fango, della casa di un abitante delle scogliere, di una Piramide, del Partenone o del Pantheon – ci sembra di leggere nella sua anima poiché le sue costruzioni rivelano un senso dell’invisibile, le sue speranze, le sue paure, le sue idee, i suoi sogni… hanno sempre un riferimento al sacro, ricorrente in ogni tradizione a partire dall’Antico Egitto fino ad arrivare alle Corporazioni muratorie di età romana (collegia fabrorum) che mantennero la peculiarità di attribuire carattere di sacralità ai suoi membri, agli attrezzi di lavoro e all’Arte che veniva tramandata all’interno della stessa, come è anche attestato dalla simbologia rimasta a testimonianza di antichi riti muratori di morte e di rinascita.

 

Questa forte tradizione muratoria nata in seno ai collegia frabrorum non si perde con la caduta dell’impero romano, anche se per molti secoli sembra tacere. Alle soglie del secondo millennio, infatti, riappare con ancor maggior fulgore, nell’Europa cristiana con l’edificazione di chiese e cattedrali ad opera di liberi muratori che tali erano, pare, in forza di una bolla papale che concedeva loro il privilegio di muoversi liberamente per tutto il continente.

 

Fieri e gelosi di questa libertà così rara e inusitata in quei tempi di servitù e vassallaggio, i maestri muratori dell’XI costituirono vere e proprie gilde indipendenti dalle autorità e, al loro interno, ogni gilda veniva strutturata in tre gradi: gli apprendisti, che imparavano l’arte osservando e preparando i materiali; i compagni d’arte, che operavano fattivamente nell’edificazione delle opere; infine i maestri, che progettavano e sovrintendevano ai lavori.

 

Col passare del tempo, poi, molte gilde accettarono al loro interno anche membri non addetti al mestiere muratorio così che la   Operativa divenne lentamente sempre più ricca di elementi prettamente speculativi, spesso protetti dalla gilda stessa poiché portatori di una cultura non pienamente legittimata dagli ambienti ufficiali. Anche gli eredi della tradizione sapienziale rinascimentale si rifugiano nelle Logge muratorie, rendendole progressivamente delle vere e proprie Accademie in cui studiavano ritualità iniziatiche, arcane proporzioni numeriche tramandate dai Maestri Costruttori, ma anche antiche conoscenze alchemico-esoteriche di svariati Ordini cavallereschi.

 

Se le radici della Massoneria speculativa possono, quindi, farsi risalire all’innesto nelle corporazioni muratorie medievali di elementi ermetici e rosacruciani, la nascita della Massoneria moderna ha una data ben precisa: il 24 giugno 1717, con il costituirsi a Londra della prima Gran Loggia. In realtà, per comprendere come un episodio in fondo banale – il raggruppamento di quattro Logge che decidono di costituirsi in Gran Loggia – sia potuto assurgere a fatto di rilevanza universale, bisogna far riferimento a quel particolare momento storico e culturale che si stava maturando, soprattutto in Inghilterra, tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo con l’avvento della seconda rivoluzione inglese e dei suoi valori di liberalismo politico-economico che sono tutt’oggi alla base della nostra civiltà.

 

È in questo identificarsi con quel clima culturale di “progresso” e di cosmopolitismo che la Massoneria propugna i principi cardine della libertà e della tolleranza, sicché l’uomo, liberato dalla schiavitù politica, dal fanatismo e dai pregiudizi, grazie alla Ragione, sarebbe potuto pervenire alla costruzione di un mondo migliore.

 

La Gran Loggia, dopo un primo periodo di stasi, si sviluppò rapidamente (nel 1725 si contavano 64 Logge) anche oltre l’Inghilterra. La prima notizia di un massone italiano, dopo la stesura delle Costituzioni di Anderson, si ha nel 1732, anno in cui, alla data del 4 agosto, il poligrafo Antonio Cocchi vergò nel suo diario d’essere stato iniziato in Loggia, a Firenze e da ciò possiamo dedurre che a quella data erano già attive delle logge in Toscana.

 

Per la verità la diffusione dovette essere in quel periodo assai rapida anche altrove, se nel giro di pochi anni abbiamo notizia di logge a Napoli, Verona, Roma, Firenze, Livorno, Pavia, Padova, Torino, Modena. La composizione sociale era per lo più di estrazione borghese o nobiliare, come anche in Inghilterra e in Francia: militari, magistrati, funzionari di corte, ecclesiastici vicini al giansenismo, liberi professionisti, commercianti, studiosi ed eruditi si riunivano nelle logge, attratti dall’ideologia liberale e dalle aspirazioni livellatrici ed egalitarie delle logge inglesi, ma anche dal fascino della riscoperta di definizioni e di ritualità di cui si era perso da secoli il ricordo.

 

 

Storia della Gran Loggia D’Italia

 

La Gran Loggia D’Italia si formò nel 1910 sotto la guida dell’allora Luogotenente Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera da un nucleo del Supremo Consiglio di Rito Scozzese Antico ed Accettato che il 24 giugno 1908 aveva lasciato il Grande Oriente d’Italia. All’origine della profonda divergenza, la mancata approvazione al parlamento del Regno d’Italia di una regolamentazione della istruzione religiosa nelle scuole elementari.

 

In realtà, da sempre all’interno del Gran Oriente d’Italia che raggruppava tutte le Logge del territorio nazionale esistevano due tipologie di linee rituali che convivevano: quella del Rito Simbolico propugnata dai massoni più sensibili all’impegno politico e i seguaci del Rito Scozzese Antico e Accettato che erano, invece, profondamente convinti che la massoneria dovesse essere unicamente una società iniziatica ed esoterica, votata, perciò, solo alla crescita di determinati valori umani.

 

Il contrasto, già vivo, si acuì appunto quando il Grande Oriente d’Italia pretese di imporre ai suoi iniziati che professionalmente erano anche deputati al Parlamento l’obbligo di seguire in politica le proprie direttive, spingendosi fino al punto di colpire quanti non si sarebbero adeguati alle stesse, stringendo accordi elettorali con la parte cattolica.

 

Il conflitto divenne acuto quando esplose il problema dell’insegnamento religioso nella scuola pubblica. Il 21 febbraio 1907, l’on. Bissolati presentò una mozione che tendeva ad affermare il carattere laico della scuola elementare, vietando l’insegnamento religioso e il Gran Maestro Ettore Ferrari si impegnò a fondo per far prevalere codesta mozione, minacciando addirittura l’espulsione dalla Massoneria i numerosi Fratelli che sedevano in Parlamento, eventualmente inosservanti di quell’indirizzo.

 

L’Ordine fu così coinvolto in un’aspra lotta politica, rivelando la sua natura di partito, con un anticlericalismo viscerale, spesso sfociato in ateismo e, ancora più frequentemente, in contenuti blasfemi. Saverio Fera, dal vertice del Rito Scozzese, oppose la libertà di coscienza, con conseguente libertà di voto a favore di tutti i parlamentari. Da qui l’inevitabile scissione fra i due Corpi e l’affossamento del progetto della unificazione dei Riti che aveva tanto affaticato le due anime della massoneria italiana. A seguito di questo evento nacque la Gran Loggia d’Italia che nel 1910 portava il titolo distintivo di Serenissima Gran Loggia d’Italia (S.G.L.D.I.) e già nel 1915 contava più di cinquemila fratelli. Fin dal 1912 la Conferenza Internazionale dei Supremi Consigli di Rito Scozzese, riunita a Washington, la riconobbe come unica diretta discendente del Grande Oriente fondato dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato per l’Italia del 1805.

La S.G.L.D.I., come ogni altra obbedienza massonica, fu poi soppressa nel 1925 a seguito della promulgazione della Legge sulle Associazioni del governo di Mussolini. L’Obbedienza rinacque solo il 4 dicembre del 1943 in casa di Salvatore Farina in via Priscilla 56 a Roma, dove fu ricostituito un nuovo Supremo Consiglio ed eletto Sovrano Gran Commendatore p.t. l’avvocato Carlo de Cantellis che rimase in carica fino a quando la Capitale non fu liberata.

Seguirono i confusi anni del secondo dopoguerra, ove Gran Maestri e Sovrani Gran Commendatori si succedettero in un breve lasso di tempo: fra gli altri ricordiamo Pietro Di Giunta, Giulio Cesare Terzani, Ernesto Villa, Domenico Fransoni, Ermando Gatto, Tito Ceccherini. Il 24 giugno del 1962 si riunì a Roma la Grande Assemblea Elettorale che elesse Gran Maestro, con due soli voti contrari, Giovanni Ghinazzi; egli rimase ininterrottamente alla guida dell’Obbedienza fino alla morte, che lo colse il 14 novembre del 1986. Nei suoi ventiquattro anni di mandato Ghinazzi vide fondare 237 Officine, regolarizzarne 14, riemergerne 20. Inoltre, creò dal niente i rapporti fra la Gran Loggia d’Italia e numerose Comunioni straniere.

Il 22 giugno del 1965 la Comunione assunse la denominazione di Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Muratori (G.L.D.I. degli A.L.A.M.). Nella stessa data fu ufficialmente inaugurata le sede centrale di Roma, sita in Palazzo Vitelleschi in Via San Nicola de’ Cesarini 3, Area Sacra di Torre Argentina.

Alla morte di Giovanni Ghinazzi si susseguirono diverse reggenze durante le quali furono fondate la casa editrice EDIMAI e la rivista ufficiale denominata Officinae, fino all’attuale Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro Luciano Romoli, eletto il 30 novembre del 2019. Ciascun Sovrano ha offerto il proprio contributo navigando al meglio in acque spesso travagliate per un antimassonismo da sempre radicato nel Paese.

 

Gran Loggia d’Italia degli

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LIBERTÀ E MASSONERIA NELLA SOCIETÀ IN EVOLUZIONE


MESSAGGIO Dl PRESENTAZIONE
DEL GRAN MAESTRO DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA
VEN. FR. VIRGILIO GAITO
Carissimi Fratelli,
In parecchie Nazioni esiste una tendenza a considerare la Massoneria soltanto da un punto di vista filantropico, di associazione che si occupa di soccorrere i poveri, i malati, gli afflitti e questo è senz’ altro una delle cose più belle che la nostra Istituzione possa fare.
Ma dobbiamo riportarci alle nostre antiche tradizioni che si riallacciano alle Corporazioni dei Liberi Muratori costruttori dei templi di pietra. Ad esse sono subentrate le Logge speculative nelle quali i Massoni operano per la costruzione del Tempio ideale in cui l’iniziato si purifica e, giorno dopo giorno, raggiunge sempre più elevati gradi di perfezione e di conoscenza.
E proprio in virtù di questa particolare conoscenza noi siamo in grado di operare realmente al servizio dell’Umanità. Questa – e in particolare i giovani – ha oggi più che mai bisogno dei nostri Ideali.
Veniamo dalle spaventose esperienze di due guerre mondiali, di conflitü atomici, di deportazioni, genocidi, esperimenti scientifici sconvolgenti, stragi, conflitti etnici e religiosi che hanno pressoché annientato l’ alü•uismo, la generosità, lo spirito di solidarietà.
Viviamo dunque in un mondo caratterizzato dall’ edonismo, dal consumismo, dalla ricerca dell’ effimero e dalla sete sfrenata di dominio, non solo politico, ma soprattutto delle coscienze e delle scelte economicosociali dei popoli.
La libertà e la dignità dell ‘uomo vengono disinvoltamente calpestate e la mancanza di cultura rende intere popolazioni facile preda di furbi manipolatori dell’ opinione pubblica e dell ‘ andamento dei mercati.
Noi Massoni, che fin dalla prima esperienza dell ‘ Apprendista abbiamo imparato a distinguere attraverso l’ insegnamento del Maestro Venerabile quale sia la vera Luce, sappiamo che questa significa conoscenza e quindi cultura.
6 Agorà aprile-giugno 1997
E la cultura è ricerca continua della propria interiorità.
Ma tale ricerca può essere compiuta soltanto se si possiede la libertà.
Ma la libertà non può dissociarsi dalla dignità che si fonda sul rispetto profondo di se stessi e degli altri e su un convinto spirito di tolleranza.
Sono dunque queste conquiste straordinarie che un uomo può raggiungere nella sua vita e sono quelle che lo pongono in una posizione superiore e distaccata da cui egli può osservare con estrema obiettività tutte le problematiche del mondo che lo circonda individuandone gli aspetti negativi e le possibilità di soluzione.
Questa nostra caratteristica peculiare ci carica di una responsabilità verso l’ Umanità perché quell’ altruismo al quale ci ha esortato il Maestro Venerabile al momento della nostra Iniziazione deve spronarci a mettere a disposizione, non solo degli altri Fratelli, ma dell ‘ intero mondo profano, il patrimonio di conoscenze sublimi acquisito e di indicare con l’autorevolezza della straordinaria forza morale conquistata, la via del miglioramento e della salvezza degli uomini.
E questo compito deve essere sentito da ciascuno di noi in tutti gli aggregati sociali di cui facciamo parte apportando in essi il nostro equilibrio, la nostra preparazione, il nostro senso dello Stato. Ma in ogni nostra azione dobbiamo evitare di coinvolgere la nostra Istituzione come tale.
La Massoneria infatti non deve essere mai coinvolta in questioni di politica partitica o istituzionale, né in dispute religiose o teologiche perché essa deve rappresentare il centro di aggregazione di tutti gli uomini liberi e dediti al bene e al progresso dell’ Umanità.
In questo senso appare sempre valido il principio elaborato da Anderson che vieta le discussioni di politica e di religione nelle Logge. Tuttavia, poiché viviamo nel cosiddetto VILLAGGIO GLOBALE dove aspirazioni, bisogni, regole di convivenza sono ormai comuni a una moltitudine di uomini, i Massoni puri, che si riconoscono nella pratica e nella credenza degli stessi ideali, hanno il dovere di scambiarsi notizie, opinioni, suggerimenti per aiutarsi a vicenda nella ricerca delle soluzioni più idonee a beneficio di tutti.
Queste riflessioni, che già esprimemmo al II Convegno nazionale dei Gran Maestri tenutosi a Lisbona nel settembre 1996, sono oggi alla base del Simposio che il Grande Oriente d’Italia ha organizzato a Roma per i giorni 14, 15 e 16 novembre 1977.
In preparazione del III Congresso che avrà luogo a New York nel maggio 1998, abbiamo ritenuto molto importante che il Simposio di Roma dibatta principalmente il tema della “Libertà e Massoneria nella società in evoluzione” perché la libertà è connaturata al modo di essere del Massone ed è il bene ineludibile sul quale si fonda da sempre ogni società.
Poiché però il mondo del Terzo Millennio sembra avviato verso traguardi che non consentono l’ eguale realizzazione, con pari dignità, delle legittime e pure aspirazioni degli individui e dei popoli verso un mondo migliore e qualificato da vera fraternità, è indispensabile ed urgente che i Massoni riflettano sulla necessità che il valore essenziale della libertà venga difeso e fatto entrare nella coscienza di tutti a difesa del reale progresso dell ‘umanità.
Siamo certi che ognuno dei partecipanti al Simposio porterà il contributo della propria esperienza e dei propri saggi suggerimenti affinché la Massoneria possa essere sempre più apprezzata come apportatrice di pace, amore e unione nell’uguaglianza.
Arrivederci dunque a Roma a novembre. Fraternamente e sinceramente,

GRAN MAESTRO

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DARWINISMO E EVOLUZIONE

di
Silvio Nascimben
“L’evoluzionismo è solo un’ipotesi e la fede non è contraria. Non deve essere letta, però, in chiave materialista”. Con questo messaggio di Karol Wojtyla, alla Pontificia Accademia delle Scienze, viene ufficializzato il “darwinismo” e con esso tutte le teorie evoluzionistiche che fino ad oggi erano bandite dalla Chiesa.
In verità, già nell’ enciclica “Humani generis”, fu Pio XII ad affermare che il concetto di evoluzionismo era una “ipotesi seria” e non in contrasto con la fede cristiana, se non adottata come dottrina. Alla luce delle dichiarazioni di Giovanni Paolo II “che se ad originare il corpo umano è la materia vivente, e solo Dio può conferire all’ essere l’ anima spirituale”, di notevole interesse sono state le dichiarazioni di filosofi, scienziati, teologi e storici, concordi tutti, in buona sostanza, nel riconoscere lo storico ritardo con cui la Chiesa arriva, ancor oggi, ad ufficializzare le conquiste della scienza, nonostante l’eclatante scalpore che fece la riabilitazione di Galileo.
Ma cosa si intende per “darwinismo”?
Per darwinismo non deve intendersi il solo concetto di evoluzione della specie, concetto già enunciato nel Settecento e successivamente condiviso da J.B. Lamarck, nell’Ottocento, ma la spiegazione meccanicistica delle mutazioni spontanee, proposta da Darwin, e della loro ereditarietà. Sebbene l’ interpretazione darwinista sia stata molto contrastata, all’epoca della sua enunciazione, è oggi riconosciuta dalla scienza ufficiale.
Nel gioco dell’ evoluzione, la teoria darwinista nega l’intervento di qualsiasi fattore “interno” riducendo l’ immenso complesso delle mutazioni avvenute, nel corso dei millenni, ad un processo automatico di mutazioni, piuttosto complesso, che dà origine ad esseri viventi, in possesso di più adatti requisiti all’esistenza.
La teoria della adattabilità della sopravvivenza, secondo il principio evoluzionistico di Darwin, deve sostenere, però, l’impatto con strutture complicate che hanno creato non poche perplessità nei biologi. A causa della loro persistenza in varie specie viventi, essi sono stati costretti a considerare la presenza, nel processo evolutivo, di un principio “interno”. Un’ altra considerazione, che ha messo in crisi la teoria “darwinistica”, è la “non adattabilità” all’ ambiente che spesso non è in stretto rapporto con la “mutazione” più favorevole alla sopravvivenza. E’ il caso, ad esempio, di alcune mutazioni avvenute in alcuni rettili: gli arti anteriori divenuti “ali”. Pur nell ‘ adempimento di un miglior adattamento ambientale, la loro mutazione non è certo avvenuta dall’oggi al domani, bensì nel corso di millenni e con trasformazioni frazionate, dirette nella stessa direzione, che si sono successivamente addizionate presentando un arto che da zampa era diventato ala. La teoria darwinistica, a questo punto, va a farsi benedire perché nell’ affermazione del principio della “più favorevole adattabilità all’ ambiente”, non riesce a spiegare lo “status quo” di un essere vivente, il rettile, durante i millenni necessari alla completa trasformazione.
Non disponendo di arti, ormai lontani dalla originaria identità e prossime “potenziali ali”, quindi imperfette e inservibili, come ha potuto, il mutante, superare le non poche difficoltà di sopravvivenza e di ridotta adattabilità all’ ambiente, per le sopravvenute mutazioni? Il verificarsi di questo particolare stato di inadattabilità, nell’ uomo non avrebbe creato, come del resto è già avvenuto, situazioni al limite dell’estinzione per la sua innata predisposizione alla suddivisione dell’umanità, fin dalle origini, in classi sociali, selezionando gli intelligenti, i forti, coloro che erano più validi, e schiavizzando i più deboli, coloro che, non più utili, andavano eliminati per non intralciare il processo selettivo della specie.
Stessa considerazione, in contrasto col concetto di Darwin, è che per effetto delle mutazioni evolutive spesso il figlio non è più intelligente del padre, ovvero più forte e, quindi, più valido.
L’accettazione di questi principi, nonché la dimostrazione della impossibilità del passaggio della cellula vivente all’uomo, per sole mutazioni casuali, sia pure dopo milioni di anni, dimostrata dai matematici con il calcolo delle probabilità, comporterebbe una radicale rivoluzione della concezione della vita e della impossibilità della sua ricostruzione scientifica, mediante il processo meccanicista.
La unica e grande verità è che l’essere vivente vuole vivere ed è pronto, per la sopravvivenza, a sfruttare ogni occasione propizia pur di vivere al meglio, nel suo ambiente.
La verità, che nessuno potrà giammai confutare, è l’ ansia che scaturisce dall’attaccamento alla
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sopravvivenza, propria degli esseri viventi e, oserei dire, dei non viventi a causa della natura originaria, come la forza di gravità. Molto significativa fu la risposta di Edison, a chi gli chiese cosa fosse l’elettricità: “Non lo so, ma funziona”. Potremmo, a questo punto, concludere che scienza non è che “la scienza di utilizzare le cose, di cui si ignora la natura originaria, e farle funzionare”. L’ Uomo, stanco ormai di favole e di quelle leggende, che ebbero origine in un periodo molto confuso dell ‘umano genere, allora immerso in un mare infinito di ignoranza e superstizione, sebbene siano servite a frenare la violenza e i ben noti istinti umani di sopraffazione e di egoismo, si ritrova alle soglie del 3 0 millennio con un bagaglio di irrisoluti interrogativi. Pur plaudendo alla ennesima tardiva “conciliante assoluzione” della Chiesa, nei confronti di coloro che in nome della “scienza” hanno sfidato i suoi dogmi, l’ Uomo del nostro secolo, volgendo lo sguardo al cielo, continua a chiedersi: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”•

Da “Pensieri che vibrano ‘
Viale dei Tigli

Quel viale infinito, nel caldo pomeriggio di un ‘estate, tanti ricordi lontani e… un intenso profumo di tigli… Mi rivedo bambino, allegro, saltellante e Voi, che mi seguivate con lo sguardo, ancor turbati e muti per quel passato incerto, rosso di sangue e di tante privazioni, mentre accarezzavate, per noi figli, ambite mete. Come eran dolci, allora quelle carezze piene di amore, di sogni e di speranze, distratte poi, dal corso degli eventi. Si, ritornerò in quel caro viale, per riascoltar il canto, di quel fanciullo antico, ingenuo e spensierato così com’ero. E poi mi chiederanno, in molti, cosa ne è stato del passato e se il futuro esiste, o se il presente è solo un grande imbroglio
e se vivere, in verità, è una gran pena… Solo adesso, m’ accorgo, che il mio cuore è stanco, mi piace correr dietro al sogno di ritornar laggiù, per ritrovare voi, mano nella mano, come eravate allora giovani e belli, ed io, bambino, saltellante e gaio, corrervi intorno. .. Ma nell ‘immenso viale ora è già sera e solo il silenzio ricorda i nostri passi…
M’ accorgo tristemente, solo adesso, che il passato è già lontano e mai più torna. Volgo lo guardo intorno, incerto, e vedo solo ombre passeggiare in questo buio e infinito viale, mentre al cielo sale, intenso, come allora, il soave profumo di quei tigli…
Silnas

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LO SCOPO DEI SAGGI È LO SCOPO FINALE DELL’UMANITÀ


Ciò che vuole l’uomo saggio e virtuoso, ciò che è il suo scopo, è lo scopo finale dell’umanità. L’unico scopo dell’esistenza umana sulla terra non è né cielo né inferno, ma solo l’umanità, che quaggiù portiamo in noi, e la sua massima possibile perfezione. Diversamente da questo nulla conosciamo: e ciò che noi chiamiamo divino, diabolico, bestiale, null’altro è che umano. Quanto non è contenuto nello scopo della perfezione più grande possibile, quanto non si riferisce ad esso, o non ha rapporto con esso né qual parte né quale mezzo, non può costituire lo scopo di nessun uomo, c l’uomo saggio c virtuoso non può proporselo come scopo sia nel più generale che nel più particolare dei casi: ciò che sta sopra 0 sotto all’umanità, giace anche fuor della cerchia del suo pensiero, dei suoi sforzi, del suo agire. In una qualsiasi misura quello scopo viene alla luce in tutti gli uomini, senza che essi chiaramente lo pensino e lo perseguano di proposito, semplicemente pervia della loro nascita, c vien pure conseguito mediante la loro vita nella società: sembra come se non fosse il loro scopo, bensì un scopo unito a loro.
Ma l’individuo cosciente lo pensa chiaramente, esso è il suo scopo, ed egli se lo pone qual meta cosciente di tutto il proprio agire.” Come viene esso perseguito nella grande società umana? Forse tutto opera in favore suo direttamente e
senza deviazioni, con forze associate? Non pare. {La società] non pensa né lavora con la chiarezza e con la consapevolezza proprie dei singoli saggi: su lei pesano le colpe del mondo trascorso, e occupata com’è di questi peccati, essa appena ha tempo di lavorare per una posterità che a sua volta avrà da lavorare per un’altra. Essa deve sostenere la sua gran lotta con la natura ostinata e con il tempo infingardo; essa vuole acquistar vantaggio su entrambi, e intanto la sua attività È sottoposta a una condizione svantaggiosa, ma inevitabile: essa ha divisa in parti l’insieme dell’evoluzione umana, se ne è distribuite le varie branche e attività, e a ciascuna condizione sociale ha assegnato il suo campo speciale di collaborazione. Come in una fabbrica si risparmiano tempo c spese con ciò che il singolo
operaio per tutta la sua vita fa soltanto quella data forma di molla, di chiodo, ruota, o recipiente, dà soltanto quel dato colore, sorveglia e guida solo quella data macchina, c ciascun altro del pari per tutta la sua vita eseguisce la tal altra forma di lavoro, cui da ultimo riunisce in un tutto un capomastro
sconosciuto a tutti loro: egualmente procede [la cosa] nella grande officina dell’evoluzione umana. Ciascuna classe lavora e produce alcunché per tutte le altre, oltre a ciò che ciascuno dovrebbe fare per la propria parte e per la sua stessa persona: e quelle producono alla lor volta anche per lei ciò per cui
non ha né tempo né attitudine l’uomo ben altrimenti occupato per il loro benessere.
Al benessere e al perfezionamento del tutto guida ogni opera dei singoli l’invisibile mano della provvidenza. Così scende il dotto nelle profondità dello spirito e della scienza, per evocare alla luce ciò che dopo alcune epoche sarà a tutti facile e giovevole, mentre il contadino e l’operaio lo nutrono e lo vestono; l’impiegato dello stato fa valere il diritto, che senza di lui dovrebbe applicare la comunità
stessa, e il guerriero difende l’inerme, che lo nutre, contro la potenza straniera.
L’evoluzione umana vien posta in pericolo dalla divisione del lavoro
Ora, ciascun singolo si forma in grado eminente soltanto per la condizione che ha scelto.
Dalla giovinezza in poi egli viene per sua scelta e per circostanze accidentali determinato verso una
formadi vita, e viene tenuta in conto della migliore quell’educazione che prepara il ragazzo per la sua
futura vocazione nella maniera più conforme allo scopo; rimane posto in disparte tutto ciò che sta nella
piùstretta relazione con quella, 0 ciò che in lui non può, come s’usadire, essere utilizzato. Il giovinetto
destinato a diventare un dotto impiega tutto il suo tempo a imparare le lingue e le scienze, e proprio con
preferenza per quelle che sono necessarie per guadagnarsi il pane in avvenire, quindi con minuziosa
esclusione di quelle che richiede la formazione del dotto in generale. Tutte le altre forme di vita e
attività gli sono estranee, com’esse [del resto] sono estranee l’una all’altra. Il medico ha rivolto tutta la
sua attenzione alla sola medicina, il giurista alla legislazione del suo paese, il mercante a quel
determinato ramo del suo commercio, il fabbricante alla sola produzione del suo manufatto. Nel suo
campo egli sa quanto occorre, e anzi con maggiore chiarezza e fondatezza: questo [sapere] gli è quindi
particolarmente caro, e lo considera come sua proprietà acquisita; in esso vive come nella sua casa
paterna. E tutto questo è bene, ciascuno fa in ciò il proprio dovere, e il tenore contrario non solo
sopprimerebbe tutti i vantaggi della società, ma sarebbe dannoso anche al singolo, come altutto.
Madaciò sorge in tutti necessariamente una certa incompiutezza e unilateralità, che, se non proprio
necessariamente, almeno però abitualmente si trasforma in pedanteria. La pedanteria, che
ordinariamente si confonde con la sola classe erudita, forse perché essavi è più visibile, forse perché vi
si dimostra maggiore intolleranza, domina in tutte le classi sociali e il suo principio fondamentale è
dappertutto il medesimo, cioè il seguente: di tenere in conto di educazione generalmente umana
l’educazione appropriata al proprio stato particolare, e fare ogni sforzo per realizzarla. Così l’erudito
pedante stima solo la scienza e deprime ogni altro valore; le sue lezioni e conversazioni in società di
gente mista procedono allo scopo di comunicare ai suoi uditori una particella della sua dottrina e farli
bramosi della precisione di pensiero ch’egli possiede. Il mercante pedantesco sprezza per contro
l’erudito e proclama: «non vi è che computo e denaro! il denaro è la soluzione [del problema] della vita
ragionevole e felice». Il guerriero sprezza l’uno e l’altro, stima soltanto forza fisica e agilità, coraggio
bellico e difesa dell’onore com’egli la intende, e non gli rincrescerebbe arruolare tutti quelli che sanno
battere il tempo di marcia. I teologi in modo eminente (poiché la loro classe ha ottenuto fra tutte il
maggior influsso, o per amore del cielo o per timore dell’inferno) si affaticano, da quando hanno
esistenza, a educare in tutti gli uomini, fino giù ai ragazzi del villaggio, dei teologi ben fondati e dei
dogmatici di polso. «Mirate avanti tutto al regno di Dio, il resto è cosa meschina!» dicono i teologi, c
conloro tutte le altre classi sociali, e sappiamo bene quello che intendonoperil regno di Dio.
Così domina dappertutto una grande unilateralità, ora utile e ora dannosa: così ciascun individuo non è
soltanto un dotto, ma teologo 0 giurista o medico, non è soltanto uno spirito religioso, ma cattolico o
luterano, ebreo o maomettano, non è soltanto un uomo, ma politico, mercante, guerriero; e così
dappertutto si impedisce, con l’educazione di classe più alta possibile, la più alta possibile evoluzione
dell’umanità, il sommo fine dell’esistenza umana; anzi essa deve restar impedita, perché ciascuno è
gravato dall’ineliminabile dovere di educarsi il più perfettamente possibile per la sua particolare
occupazione, e questo è quasi impossibile se nonsi affrontail rischio dell’unilateralità.
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In seno alla divisione del lavoro una società particolare non può avere alcun compito
Ritorniamo ora, seguendo queste premesse, alla Frammassoneria, per non staccarcene più, ©
costruiamovi sopra alcune durevoli conseguenze.
La Massoneria invero non può proporsi nessuno degli scopi, a cui si dedica già notoriamente ©
apertamente qualcuna delle classi, degli indirizzi e ordinamenti esistenti nella società umana; essa non
può voler attraversare la strada, né procedere accanto ad alcun’altra associazione: poiché in tal caso
essa sarebbe superflua, in quanto volesse fare già quel che già accade senza di essa. Né potrebbe
addurre a propria scusail fatto che la pubblica istituzione, di cui volesse mettersi a fianco e adottare lo
scopo, fosse manchevole e difettosa. È cosa di mera usurpazione il voler far meglio in via di
occupazione secondaria ciò che altri non possono far meglio come loro occupazione principale; è una
pazzia il pronunciare sentenza di condanna sopraistituzioni, che forse si conoscono soltanto secondoil
loro aspetto esteriore, e non secondole inevitabili difficoltà che esse trovano nell’oggetto della loro
attività. Ciascuna di queste istituzioni in senoallo stato porta in se stessa il germe del miglioramento e
tende alla perfezione: per la Massoneria può solo presentarsi, in generale, il problema, se vi è
un’istituzione per un certo scopo, c non come essa vi soddisfa; poiché di ciò altri hanno a curarsi. Se
essa volesse attivamente invadere un piano d’azione estraneo, non farebbe che diffondere il disordine, c
in pari tempo disturberebbe e devierebbe la sua attuazione: sarebbe anzi sommamente nociva, in quanto
dovrebbe oltre tutto far ciò in segreto, poiché pubblicamente non si conosce alcun singolo ramo
dell’incivilimento umano ch’ella potesse intraprendere.
L’uomo savio e virtuoso non potrebbe sostenere una tal società, qualora essa volesse occuparsi di
questioni ecclesiastiche 0 politiche, filosofiche erudite 0 commerciali: egli dovrebbe anzi, una volta
conosciuta la sua esistenza perturbatrice, giudicarla a fondo. E non occorrerebbe altra maggiore fatica
che di farla conoscere; poiché è supremo interesse dell’intera società umana e di ciascun suo ramo,
dello stato, della Chiesa, del pubblico dotto c commerciante, di annientare una tale associazione,
tostoché essa venga conosciuta.
Così resterebbe interamente c incondizionatamente escluso dalla Massoneria ogni scopo di cui già si
occupi una qualche classe sociale; e sarebbe egualmente pazzesco € ridicolo che i suoi membri si
occupassero in segreto di fare buone scarpe, che di riformare nel tutto 0 nelle parti lo stato. Ogni
Massone, che volesse negare ciò, porrebbe in non cale non solo il suo buon volere e la sua intelligenza
massonica, mail suo stesso buon senso.
Maun qualche scopo essa deve però averlo: altrimenti sarebbe un vano, vuoto scherzo, © l’uomo savio
e virtuoso tanto poco potrebbe occuparsene, quanto se essa si proponesse il suddetto scopo dannoso.
Ma questo può essere solo uno scopo di tal genere, che la maggiore società umana non abbia per esso
alcuna speciale istituzione; uno scopo per cui ella, giusta la natura dello scopo stesso e quella della
società, non possa avere alcuna speciale istituzione.
Poiché se la società potesse avere una tale istituzione, all’uomo savio € virtuoso meglio converrebbe
accogliere questa istituzione in seno della grande società e famela anzi scaturire, piuttosto che voler
promuovereil suo fine mediante una separazione da questa socictà. La natura della grande società c
dello scopo pertinente alla sua cerchia esigerebbe incondizionatamente che egli richiamasse attenzione
dello stato sopra questo ramo sin qui dimenticato, e quasi non si riesce a concepire come, della sua
attività; allo stato egli dovrebbe poi, e di nuovo incondizionatamente, lasciar pienalibertà di pensare 0
no alle istituzioni corrispondenti; in nessun caso potrebbe egli segregarsi con una società per dedicarsi
attivamente a questo scopo, perché gi nonè fatto, assolutamente, per questa forma di attività.
Si domandaora se può darsi un siffatto scopo, razionale e buono, peril quale la maggiore società non
possa, giusta la sua natura, avere alcuna istituzione particolare, e quale sia questo scopo: © l’unico
scopo possibile della Massoneria (considerata nel suo puro aspetto di società «separata») sarebbe così
trovato. Vediamo.
Lo scopo di una società particolare può essere soltanto quello di risollevare a cultura umana universale l’unilateralità delle classi sociali
Verrò tosto a illuminare più da presso la vostra congettura che io pensi in qualche modo di porre la
Frammassoneria come fine a se; stessa, quando vi avrò posto innanzi, come chiave di volta di questa
serie di riflessioni, la seconda conseguenza della nostra precedente considerazione su la maggiore
società umana.
Abbiamo riconosciuto essere un male, che la cultura che si svolge dentro la maggiore società e a suo
vantaggio vada sempre del pari congiunta con una certa unilateralità e incompiutezza, la quale si
oppone alla evoluzione più alta possibile, ossia puramente umana, e impedisce il singolo uomo, come
intera umanità, di procedere felicemente verso la meta.
Ci è dato ora un scopo, che la maggior società umana nonpuò affatto prender di mira, in quanto esso le
sta benal di sopra e vien posto primieramente per l’esistenza della società [stessa]: uno scopo che può
venir conseguito solo uscendo dalla società e segregandosi da Ici, lo scopo di annullare gli svantaggi
della forma educativa nella maggiore società, e assorbire la cultura unilaterale per una particolar
condizione nella cultura generalmente umana, nella [cultura] universale dell’uomo tutto quanto come
uomo.
Questo scopo è grande, poiché ha per oggetto ciò che per l’uomo assume il massimo interesse; esso è
razionale, poiché esprime uno dei nostri più sacri doveri; è possibile, in quanto è possibile tutto ciò che
noi dobbiamo fare: ed è [invece] quasi impossibile, o almeno estremamente difficile, a conseguirsi
nella grande società, perché la condizione, la forma di vita, le relazioni [sociali] avvincono l’uomo di
legami sottili ma saldi, e lo attraggono, senza che egli se ne accorga, in una cerchia[invalicabile],
laddove egli dovrebbe procedere innanzi. Pertanto [tale scopo] è raggiungibile solo mediante una
segregazione dalla società: ma non mediante una segregazione perpetua, perché ne sorgerebbe una
nuovauniteralità, e perché con ciò andrebbero perduti per la società i vantaggi della cultura puramente
umana in qualche modo acquisita, e perché a questo soltanto si vuol mirare, a fondere insieme
entrambe le forme educative, c così innalzare la necessaria cultura di classe; bensì mediante il ritiro
nella solitudine, poiché questa rafforza la nostra unilateralità più che non la sopprima, e ricopre il
nostro cuore d’una corteccia egoistica; dunque soltanto con l’aderire a una società separata dalla
[società] maggiore, ma che non nuoce a nessuna delle nostre relazioni dentro a quella e che haricevuto
in sorte l’ufficio di metterci di tempo in tempo davanti agli occhi ed a cuore il fine dell’umanità, per
farne il nostro [scopo] pensato, e che lavora con mille espedienti a straniarci dalle nostre scostumanze
professionali e sociali, ad elevare la nostra culturaa [cultura] puramente umana.
Questo, o nessun altro, è lo scopo della società frammassonica, in quanto è certo che si occupano di
essa uomini saggi e virtuosi. Il Massone, che nacque uomo ed è passato attraverso l’educazione della
sua classe, attraverso lo stato c le sue rimanenti relazioni sociali, deve essere su questo terreno
nuovamente educato da capo a fondo per essere uomo. Ma ciò può essere soltanto lo scopo di una
società «separata»; e risponde quindi, per noi, al problema che avevamo impostato: che cosa è l’Ordine
Frammassonico in sé e per sé? Ovvero, se preferite, che cosa può essere?
«Peraltro, voi dite, questo scopo è da una parte troppo ampio, dall’altra troppo ristretto. Troppo ampio,
perché può essere conseguito per altre vie, con la meditazione, i viaggi, l’affaccendarsi in mezzo agli
uomini e nella vita sociale; troppo ristretto, perché nessuna società di qualsiasi specie può, secondo la
sua natura, operare il perfetto raggiungimento di esso». Quanto al primo punto, sul quale soltanto in
seguito verràtutta la luce necessaria, io rispondo perora sol brevemente così: l’uomo può staccarsi dal
cammino prefissato e prendere un atteggiamento che esorbiti dalla sua condizione; può imparare a
cancellare dalla sua personalità esteriore la pedanteria, ed elevare il suo modo di pensare a una
maggiore universalità che non prima. Mail suo intima rimane da tutto questo imperturbato: egli
continua sulla sua vecchia strada, pur dietro a siepaglie ed eleganti pareti. Mediante la mera riflessione
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egli può forse cancellare dentro di sé lo spirito di classe, ma anche conferire al suo carattere
individuale, che ancor più è diverso da quello della pura umanità, tanto maggiore caparbietà. Ciò che
deve essere qui operato in tutta serictà può avvenire solo in una società separata come noi l’abbiamo
dedotta, e come voi presto la concepirete, in mia compagnia, secondo la sua complessiva attività.
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Limiti di questa determinazione dello scopo: educazione alla libertà etica o alla sensibilità morale?
La seconda obiezione che avete accennata è più importante; e io aggiungo alla mia precedente
definizione dello scopo [massonico] questa significativa limitazione: in quanto una tale cultura
possibile mediante una società espressamente indirizzata a questo fine.
Vi è, infatti, una forma di cultura generalmente umana, in forza della quale ciascuno prende soltanto se
stesso, la sua coscienza e Dio per testimoni e giudici: è l’educazione alla libertà etica. Voi conoscete la
mia convinzione a questo riguardo. «Ciascuno che si creda onesto di fronte a se stesso, così scrivevo
altrove, alcuni anni fa, deve instancabilmente osservare se stesso e lavorare pernobilitarsi: il che deve
essergli diventato, in forza dell’esercizio, affatto naturale». Ma questa occupazione non sembra, giusta
la sua natura, esser capace di alcuna comunicazione.
Andai da un pittore, chio volevo veder lavorare: ed egli mi mostrò tutti i suoi dipinti, perfino quelli
ancora incompiuti; ma per quanto lo pregassi, egli non vi volle por mano sottoi mici occhi, e affermava
che le opere del genio riescono solonella solitudine. Questo mi trasse a considerare l’opera del genio
morale dentro di noi, e intuii la verità, che anche in ciò bisognava essere soli; trovai sempre più
confermato [il concetto] che il vero sforzo per nobilitarsi è assai timido e vergognoso, anzi si ritrae in
se stesso e non può affatto comunicarsi [ad altri]. Giammai avevo posto in questione il mio
miglioramento innanzi à me stesso: come potevo desiderare di metterlo tuttavia in discorso innanzi ad
altri! Bastava che io agissi diversamente, e che i mici amici, come io medesimo, conoscessero la
crescita della pianta solo dai suoi frutti. Pertanto non si deve mai portare alla luce il proprio
miglioramento, né abbassarsi mai a una mera confessione dei propri difetti, ma estirparli. Dobbiamo
provarne nausea: allora non staremo più a rigirarli per un verso e per l’altro, per esprimerli con esatte
ed eleganti determinazioni. Qualora si volesse, per un malinteso sentimento del dovere, obbligare anche
a questo, per un certo spirito eroico nell’amicizia (0 a favore di un fine sociale), si verrebbe soltanto a
prender confidenza con essi, a renderseli cari, per lo meno a non paventare più l’esistenza di difetti che
si sono così clamorosamente condannati, per lo meno a infiacchirsi nella confessione, in quanto la si
mettesse in conto di miglioramento ». E così è. Formare la propria educazione alla libertà etica per una
data condizione sociale, parlarne con altri, lasciarsi trascinare da loro al rendiconto e confessarsi a loro
o farsi confessare, scompiglia l’animo da capo a fondo: poiché ciò trae a deporre il santo pudore, a
diventare il più peccaminoso tipo di ipocrita, l’ipocrita verso se stesso; e unasocietà che si ingerivadi
questo condusse effettivamente al più tetro ascetismo monacale. Pertanto la Massoneria non ha niente a
che fare con questa forma di educazione alla pura umanità: come {non ha niente a che fare con essa]
nessuna società che non sia compostadi fanatici e che abbia compreso l’Oraziano:
Insani sapiens momen ferat, aequus iniqui,
Ultra, quam satis est, virtutem si pelai ipsa.!
tutto ciò che accade secondo una qualsiasi distinzione fra gli uomini, sia che miri alla capacità tecnica o
a conoscenze o alla virtù, è profano di fronte alla Massoneria: madi fronte a ciò che riguardala libertà
etica, la Massoneria stessa è profana e irreligiosa: poiché quella è il santo dei santi, in paragone del
quale il santo stesso è volgare. Questo solido concetto, interamente determinato e chiaro in sé,
dovremmo elevarlo assolutamente a canone della Massoneria e a principio di unacritica di ogni cosa
massonica, qualora avessimo da impiantare una critica siffatta.

(1) «porti il sapiente nome di stolto, e il giusto di iniquo quando egli ricerchi la virtù stessa virtù più di quanto occorre.»]. Il saggio si attira nome di pazzo, e Aristide diventa ingiusto, «tosto che egli pratichi stessa virtù più del giusto » [Wieland]; ovvero: quando egli ricerca la virtù stessa affannosamente per false vie
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Altra cosa è certamente, per accennare in breve anche questo, l’educazione dello spirito e [altra]
l’aspirazione alla sensibilità morale, la formazione dei costumi esteriori e dell’esteriore osservanza alla
legge. Questa appartiene senza dubbio alla Massoneria.
Ora voi avrete presente all’animo immagine della Massoneria, come essa è in sé e per se stessa, o può e
deve essere unicamente. Ma aggiungerò ancora alcuni tratti a questa immagine. Qui si raccolgono
invero, liberamente, uomini di tutte le classi e portano ad un sol cumulo la cultura che ciascuno poté
acquistare secondo la propria individualità, nella sua condizione. Ciascuno porta © dà quello che
possiede: la testa pensante concetti chiari e precisi, l’uomo d’azione capacità e agilità nell’arte del
vivere, il religioso la sua religiosità, l’artista il suo entusiasmo artistico. Ma nessuno dà [il suo
contributo] nella stessa maniera, in cui egli l’ha ricevuto nella sua classe sociale e nella sua classe lo
trapianterebbe.
Ciascuno lascia del pari da parte l’elemento singolo e specifico, c mette fuori ciò che egli ha realizzato
nel suo intimo come risultato: si sforza di dare il suo contributo in modo che possa pervenire a ciascun
membro della società: e l’intera socictàsi affatica a sostenere questo suo conato e a conferire appunto
così utilità generale e universalità alla sua cultura, fin qui unilaterale. In tal colleganza ciascuno riceve
nella stessa misura di quello che dà; appunto per via di questo, che egli dà, gli viene dato; ©
precisamente la capacità di poter dare.

Può valere la Frammassoneria come fine a se stessa?
Ora soltanto rispondo alla vostra domanda: “Non si può porre la Frammassoneria come scopo a se
stessa”; semplicemente perché essa mi porge l’occasione per alcune determinazioni complementari.
Voi siete giunti a questa idea, come da voi medesimi comprendete, paragonando la Frammassoneria
con la religione. Si può domandare, quale sia il fine della Chiesa: il propagamento della religione?
Senza dubbio, proprio di questa, poiché essa è meramente il risultato, l’esigenza dello spirito e del
cuore nella loro armonia, il frutto della nostra saggezza, il più alto fiore della nostra ragione, la dignità
della nostra natura. A che cosa deve essa ancora valere, o servire qual mezzo, che [altro] deve proporsi
a scopo finale? Così l’Ordine dei Liberi Muratori esiste per mantenere, per conservare la
Frammassoneria; essa pure non è buona per alcunché, ma buonain sé e per sé, non già mezzo per un
qualsiasi scopo. A che altro deve mai ancora mirare? Ciò ch’essa opera e può operare, ciò che essa ha
generato in lui e anche in altri deve generare, questo deve conoscere il vero Massone: e questo è
Frammassoneria.
Pertanto sarebbe vano, in generale, il ricercare un suo fine, come il rispondere a tal richiesta e
l’impostare il concetto d’un siffatto fine (come noi abbiam fatto); essa verrebbe adesistere in forza di
se medesima, dovrebbe assolutamente essere e sarebbe unaparte costitutivadell’assoluto.
E vi è un certo senso, in cui si può benissimo concepire questatesi e nel quale essa è vera e importante;
ma essa non sembra essere espressa in forma sufficientemente determinata. Si parla spesso, non
preciserò qui se con esattezza filosofica, di un senso ampio e amplissimo, ristretto e strettissimo delle
parole e delle proposizioni nella filosofia. Sicché ciascuno potrebbe dire: «se io chiamo la Massoneria
fine a se stessa, penso alla Massoneria nel suo significato più ristretto. Ma questa è per me appunto
quella cultura comune [a tutti], puramente umana, che tu hai posto come fine della Massoneria. Quindi
per me il suo fine è essa medesima».
Ciò è giusto in sostanza, ma le parole sono un po” oscure a comprendersi. L’uomo è fine ase stesso e
quella cultura puramente umana è una maniera di essere dell’uomo assolutamente postulata, quindi una
parte costitutiva di ciò che è fine a se stesso, ossia dell’assoluto. Ma si doveva pur da ognuno
riconoscere per espressioni equivalenti Massoneria e cultura universalmente umana? La sentimentalità
sonica (dopo che si abbia cioè spiegato a bella prima l’espressione nel modo teste concesso) può
essere chiamata fine a se stes ma suona poi tanto Massoneria, Ordine Frammassonico, quanto
sentimentalità massonica? La Massoneria non è una cultura o un sentimento, ma una società 0
colleganza. Non posso dire: il Fratello N. N. ha compiuto secondo la sua Frammassoneria questa
lodevole azione, ma essa è una provadei suoi buoni sentimenti massonici; ovvero: il signor N. N. ha in
sé la Frammassoneria, senza essere accolto nell’Ordine, sebbene egli può possedere la vera (massonica)
sentimentalità di una cultura universalmente umana. Ma poiché ora la parola «Massoneria» indica
associazione, essa non può essere chiamata fine a se stessa, ma soltanto mezzo, poiché l’associazione
peril fine prefisso è solo mezzo e non deve essere in senso assoluto, ma solo sotto la condizione di una
certa situazione del mondo, quale essa è pur ora presente.
Invero, soltanto perché lo scopo, che la società separata si propone, non può essere conseguito nella
grande [società] come essa è presente, verrà fondata la società: separata. Ma la più grande società non è
necessariamente così come essa è: può venir pensata nel campo della ragione affatto diversamente, per
lo meno senza la condizione più sopra indicata nella formazione dell’individuo: deve piuttosto
progredire del continuo verso il meglio, e questo meglio consiste, affatto particolarmente, anche
nell’uguaglianza e armonia della cultura di tutti gli individui. Se essa fa questo, nella stessa misura
appunto ch’essa in ciò progredisce la società, separata diventa meno necessaria; e quando quella ha
raggiunto la sua meta, [questa è ormai] superflua e inconsistente. Ora, di una cosa tanto relativasi può
dire che sia parte costitutiva dell’assoluto.
ma;
Si potrebbe replicare, che sia scopo di tutta l’umanità costituire un’unica grande colleganza, come
presentemente dovrebbe essere quella massonica. Ma la stessa mera esistenza della Massoneria
dimostra che ciò, che noi abbiamo chiamato fine in sé, non è ancora affatto conseguito.
L’esempio, di cui si fa uso per quella tesi, deve porre in più chiara luce il suo opposto. Si dice: nonsi
potrebbe ricercare un fine della religione (o più precisamente: della religiosità, del sentimento
religioso), ma invece un fine della Chiesa. Benissimo! solo che al concetto della religiosità appunto
corrisponde non già il concetto della Massoneria, mapiuttosto quello della cultura puramente umana; a
quello della Chiesa per contro [corrisponde] proprio quello della Massoneria, 0 (che poi è lo stesso)
dell’Ordine dei Liberi Muratori.
Massoneria significa dunque (per riassumere tutto in breve) nonil sentimento, bensì associazione: ma
questa, per generare quel sentimento, e condizionata da alcunché di accidentale, che appunto per questo
non potrebbe nemmeno essere € nel fatto non dovrebbe essere. La Massoneria non è quindi fine a se
stessa, tanto poco quanto, secondo quella particolare opinione, la Chiesa; e per l’una come per l’altra si
può, con tutti i diritti filosofici, ricercare i loro fini c determinarli in forma chiara e precisa.
Questo spero di aver fatto nei riguardi della Massoneria. Ma non siamo ancoraalla fine: non solo
dobbiamo ancora indagare che cosa e come operi la Massoneria tanto verso i suoi membri che verso il
mondo, ma altresì distinguere compiutamente lun dall’altro i principi fondamentali più sopra affermati
e applicarli più largamente, affinché essi diventino atti e sufficienti alla valutazione della situazione
presente della Massoneria e dell’attività massonica.

Che cosa opera la cultura massonica nel Massone: l’immagine dell’uomo maturo
Il nostro primo quesito sarà pertanto: che cosa opera l’Ordine nel Massone? Il secondo [invece]: quale
azione esercita esso sul mondo? Mi stringerò in breve, e potrò così accontentarmi di [dare] fruttuosi
accenni.
Se l’associazione non è intieramente vana ce inattiva, colui che vi si trova deve però, senza dubbio, stia
pure egli a quel livello della cultura che più gli talenta, avvicinarsi alla maturità assai più che non
avrebbe fatto lo stesso individuo, fuori dell’associazione. Nel caso dell’uomo sveglio e pronto ciò vale
anzi per ogni nuova relazione in cui egli entra. Io prendo qui maturità e pienezza di cultura
universalmente umana per termini equivalenti, e a buon diritto. La cultura unilaterale è sempre
immaturità: quand’anche da una parte dovesse essere eccesso di maturità, dall’altra però sarebbe
certamente, appunto atal uopo, aspra e acerba immaturità.
Il principale segno distintivo della maturità è la forza mitigata dalla grazia. Tutti quei suoi potenti
corrucci, quei larghi impeti e assalti sono le prime e anche necessarie tirate e scosse della forza che si
sta sviluppando; maessi non si constatano più, dopo che è compiuto lo sviluppo e si è pienamente
realizzata la bella forma spirituale. O per dirla coi termini retorici della scuola: una volta venuta la
maturità, l’ardita poesia si disposa alla chiarezza della mente e alla rettitudine del cuore, e la bellezza
entra in connubio conla saggezza e la fortezza.
Questa è l’immagine dell’uomo maturo ed evoluto, qual io lo concepisco: la sua mente è del tutto
chiara e libera da pregiudizi d’ogni specie. Egli signoreggia il regno dei concetti e stende il suo sguardo
sul dominio della verità umana più lungi ch’è possibile. Ma la verità è per lui, interamente, soltanto
una, solo un tutto unico ec indivisibile; nessuna parte di essa egli antepone ad un’altra. Anche la stessa
cultura dello spirito è tuttavia perlui solo una parte dell’intera cultura: e tanto poco gli va a genio di
farla finita esclusivamente con quella, quanto meno gli verrà in mente di fame a meno. Vede
benissimo, e non si fa ritegno di convenirne, quanto altri siano in ciò più addietro di lui; ma nonsi sdegna per questo, poiché sa quanto dipenda anche in ciò dalla fortuna. Non impone a nessuno la sua
luce, e tanto meno la mera apparenza della sualuce; sebbene egli sia sempre pronto a darne, secondo le
sue capacità, a ciascuno che lo desideri, e a darglicla in quella singola forma che gli è più gradita.
Tuttavia egli si tiene contento anche quando nessuno ha bramadei suoi lumi. È integralmente retto;
coscienzioso, forte contro se stesso nel suo intimo, senza dare esteriormente la minima importanza alla
sua virtù, né imporne agli altri la contemplazione mediante affermazioni della propria onorabilità c
sacrifici clamorosi e affettazione di alta serietà. La sua virtù è tanto priva di artificio e, direi quasi,
pudica, quanto la sua sapienza; il suo sentimento dominante presso le debolezze degli altri uomini è di
benevola compassione, non già, affatto, di sdegnoso corruccio. Egli vive fin di quaggiù nella fede in un
mondo migliore, e questa fede soltanto conferisce agli occhi suoi valore, significato e bellezza alla sua
vita su questa terra; ma egli non impone menomamente questa fede a nessuno, bensì la porta in sé,
come un tesoro nascosto.
Questa è l’immagine dell’uomo perfetto, Videale del Massone. Né egli bramerà una perfezione
maggiore di quella che l’uomo possa raggiungere, né vorrà vantarsene: la sua perfezione non può
essere altro che umana, e l’umana. Ciascun uomo deve esser compreso del dovere di accostarsi sempre
più sicuramente a questa mèta; se l’Ordine ha anche soltanto un poco di attività, ciascun membro deve
essere preso da questo moto di accostamento in forma ognorpiù visibile e con piena coscienza; questa
immagine deve ondeggiargli innanzi come ideale prefisso e ben prefisso e ben vicino al suo cuore:
dev’essere parimenti la natura in cui egli vive c respira.
È ben possibile che non tutti, anzi forse nessuno singolarmente di coloro, che si chiamano massoni,
raggiungano questa perfezione. Ma chi ha mai misurato la bontà di un ideale, o anche solo di
un’istituzione, da ciò che effettivamente ne conseguono gli individui?
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L’importante si è ciò che questi possono conseguire nelle condizioni stabilite; quanto poi l’istituzione
vuole e addita con ogni mezzo asuadisposizione, questo i suoi membri debbono conseguire.
Né io affermo che i massoni siano necessariamente migliori di altri uomini: tanto meno che nonsi
possa conseguire la medesima perfezione anche fuori dell’Ordine. Ben sarebbe possibile che un uomo,
nonmai entrato a far parte dell’associazione dei Liberi Muratori, somigli all’immagine sopra delineata:
e proprio in questi istanti ondeggia innanzi agli occhi della mia mente la figura di un uomo, nel quale io
la trovo eccellentemente attuata, e che pure conosce l’Ordine tutt’al più di nome. Malo stesso uomo, se
fosse diventato nell’Ordine, e per mezzo di questo, ciò che egli è diventato nella grande società umana,
sarebbe meglio capace di innalzare anche altri allo stesso suo grado, e tutta la sua cultura sarebbe più
socievole, più comunicabile e quindi anche nell’intimo suo essenzialmente modificata. Ciò che sorge
nella società ha maggior vita e forzaperla prassi che non quanto vien generato nella solitudine.
Questi sono gli accenni che volevo dare intorno all’attività dell’associazione dei Liberi Muratori soprai
suoi membri. E essa, deve operare il felice avvicinamento all’ideale più sopra determinato, 0 nulla
[deve] affatto: [perché] quanto sta più in alto di quello non può in generale essere attuato, e quanto sta
più in basso, può dappertutto essere attuato. Masi capisce da sé che i membri debbono essere sensibili
al suo benefico influsso; e, del pari, che le istituzioni debbono essere di tal natura, che tanto il più
quanto il meno sensibile si avvantaggi però e progredisca nella sua giusta proporzione.
E ora si presenta ancora il problema, se questa associazione operi anche sul mondo.

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CHE COSA OPERA LA CULTURA MASSONICA NEL MASSONE: L’IMMAGINE DELL’UOMO MATURO

Il nostro primo quesito sarà pertanto: che cosa opera l

‘Ordine nel Massone? Il secondo [invece]: quale azione esercita esso sul mondo? Mi stringerò in breve, e potrò così accontentarmi di [dare] fruttuosi accenni.

Se l’associazione non è interamente vana ce inattiva, colui che vi si trova deve però, senza dubbio, stia pure egli a quel livello della cultura che più gli talenta, avvicinarsi alla maturità assai più che non avrebbe fatto lo stesso individuo, fuori dell’associazione. Nel caso dell’uomo sveglio e pronto ciò vale anzi per ogni nuova relazione in cui egli entra. Io prendo qui maturità e pienezza di cultura

universalmente umana per termini equivalenti, e a buon diritto. La cultura unilaterale è sempre immaturità: quand’anche da una parte dovesse essere eccesso di maturità, dall’altra però sarebbe certamente, appunto a tal uopo, aspra e acerba immaturità.

Il principale segno distintivo della maturità è la forza mitigata dalla grazia. Tutti quei suoi potenti corrucci, quei larghi impeti e assalti sono le prime e anche necessarie tirate e scosse della forza che si sta sviluppando; ma  essi non si constatano più, dopo che è compiuto lo sviluppo e si è pienamente  realizzata la bella forma spirituale. O per dirla coi termini retorici della scuola: una volta venuta la maturità, l’ardita poesia si disposa alla chiarezza della mente e alla rettitudine del cuore, e la bellezza entra in connubio con la saggezza e la fortezza.

Questa è l’immagine dell’uomo maturo ed evoluto, qual io lo concepisco: la sua mente è del tutto chiara e libera da pregiudizi d’ogni specie. Egli signoreggia il regno dei concetti e stende il suo sguardo sul dominio della verità umana più lungi ch’è possibile. Ma la verità è per lui, interamente, soltanto una, solo un tutto unico e indivisibile; nessuna parte di essa egli antepone ad un’altra. Anche la stessa cultura dello spirito è tuttavia per lui solo una parte dell’intera cultura: e tanto poco gli va a genio di farla finita esclusivamente con quella, quanto meno gli verrà in mente di fame a meno. Vede benissimo, e non si fa ritegno di convenirne, quanto altri siano in ciò più addietro di lui; ma non si sdegna per questo, poiché sa quanto dipenda anche in ciò dalla fortuna. Non impone a nessuno la sua luce, e tanto meno la mera apparenza della sua luce; sebbene egli sia sempre pronto a darne, secondo le sue capacità, a ciascuno che lo desideri, e a dargliela in quella singola forma che gli è più gradita.

Tuttavia egli si tiene contento anche quando nessuno ha brama dei suoi lumi. È integralmente retto; coscienzioso, forte contro se stesso nel suo intimo, senza dare esteriormente la minima importanza alla sua virtù, né imporne agli altri la contemplazione mediante affermazioni della propria onorabilità e sacrifici clamorosi e affettazione di alta serietà. La sua virtù è tanto priva di artificio e, direi quasi, pudica, quanto la sua sapienza; il suo sentimento dominante presso le debolezze degli altri uomini è di benevola compassione, non già, affatto, di sdegnoso corruccio. Egli vive fin di quaggiù nella fede in un mondo migliore, e questa fede soltanto conferisce agli occhi suoi valore, significato e bellezza alla sua vita su questa terra; ma egli non impone menomamente questa fede a nessuno, bensì la porta in sé, come un tesoro nascosto.

Questa è l’immagine dell’uomo perfetto, ideale del Massone. Né egli bramerà una perfezione maggiore di quella che l’uomo possa raggiungere, né vorrà vantarsene: la sua perfezione non può essere altro che umana, e l’umana. Ciascun uomo deve esser compreso del dovere di accostarsi sempre più sicuramente a questa mèta; se l’Ordine ha anche soltanto un poco di attività, ciascun membro deve

essere preso da questo moto di accostamento in forma ognora più visibile e con piena coscienza; questa immagine deve ondeggiargli innanzi come ideale prefisso e ben prefisso e ben vicino al suo cuore: dev’essere parimenti la natura in cui egli vive c respira.

È ben possibile che non tutti, anzi forse nessuno singolarmente di coloro, che si chiamano massoni, raggiungano questa perfezione. Ma chi ha mai misurato la bontà di un ideale, o anche solo di un’istituzione, da ciò che effettivamente ne conseguono gli individui?

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L’importante si è ciò che questi possono conseguire nelle condizioni stabilite; quanto poi l’istituzione vuole e addita con ogni mezzo a sua disposizione, questo i suoi membri debbono conseguire. Né io affermo che i massoni siano necessariamente migliori di altri uomini: tanto meno che non si possa conseguire la medesima perfezione anche fuori dell’Ordine. Ben sarebbe possibile che un uomo, non mai entrato a far parte dell’associazione dei Liberi Muratori, somigli all’immagine sopra delineata: e proprio in questi istanti ondeggia innanzi agli occhi della mia mente la figura di un uomo, nel quale io la trovo eccellentemente attuata, e che pure conosce l’Ordine tutt’al più di nome. Malo stesso uomo, se

fosse diventato nell’Ordine, e per mezzo di questo, ciò che egli è diventato nella grande società umana, sarebbe meglio capace di innalzare anche altri allo stesso suo grado, e tutta la sua cultura sarebbe più socievole, più comunicabile e quindi anche nell’intimo suo essenzialmente modificata. Ciò che sorge nella società ha maggior vita e forza perla prassi che non quanto vien generato nella solitudine.

Questi sono gli accenni che volevo dare intorno all’attività dell’associazione dei Liberi Muratori sopra i suoi membri. E essa, deve operare il felice avvicinamento all’ideale più sopra determinato, o nulla [deve] affatto: [perché] quanto sta più in alto di quello non può in generale essere attuato, e quanto sta più in basso, può dappertutto essere attuato. Masi capisce da sé che i membri debbono essere sensibili al suo benefico influsso; e, del pari, che le istituzioni debbono essere di tal natura, che tanto il più quanto il meno sensibile si avvantaggi però e progredisca nella sua giusta proporzione.

E ora si presenta ancora il problema, se questa associazione operi anche sul mondo.

 

 

 

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