RIFLESSIONI ALL’INGRESSO DEL TEMPIO

Riflessioni all’ingresso del Tempio – o meglio –

sull’ingresso nel Tempio

All’ingresso nel Tempio, cioè nell’area Sacra, il Fr:. Massone è colto da un anelito di trascendenza che si sustanzia in alcuni simboli presenti sulle pareti: la scritta A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:., il Delta Sacro, l’Ara Sacra e il Libro Sacro collocati presso il Trono del Maestro Venerabile; questi citati sono solo esempi, ma che già esprimono l’atmosfera spirituale che avvolge i lavori massonici.

Altri simboli ed altre parole rappresentano i landmarks che segnano il cammino del Fr:. Massone verso la Luce, verso il Grande Architetto Dell’Universo.

Il Tempio è il luogo della ricerca della Verità, oltre che simbolo della tradizione in cui i Fratelli Massoni di oggi continuano il lavoro degli operai del Tempio di Salomone, o dei costruttori di chiese medioevali, è la riproduzione della terra di un modello trascendente.

Ma prima di iniziare i lavori, che si avviano con la apertura della Bibbia alla prima pagina del Vangelo di Giovanni, cioè sul Prologo, che è basato sui simboli della Parola e della Luce, si deve entrare nel Tempio, al cui ingresso si trovano le Colonne B e J di tradizione giudaica, infatti, nel Primo Libro dei Re è scritto: “… allora Salomone fece innalzare le colonne nel portico del Tempio, prima la colonna di destra che chiamò Jachin – che Dio ha stabilito – e poi quella di sinistra che chiamò Boaz – in forza”, che rappresentano un limite fisico e spirituale che introduce al cammino dell’Iniziato.

Cammino che procede tra Luce e Tenebre, come è ben rappresentato dal Bianco e dal Nero delle piastrelle intrecciate sul pavimento del Tempio, a mo’ di scacchiera, in cui le fughe tra una piastrella e l’altra formano un cammino rettilineo che ha, ora a destra, ora a sinistra, il Bianco ed il Nero.

Questo simbolicamente può rappresentare la via stretta del cammino iniziatico.

L’Iniziazione è esperienza esoterica ed intima, e forse è il migliore esempio di ingresso nel Tempio.

Il profano che chiede “la Luce Massonica” non arriva direttamente al Tempio, passa prima nella Camera di Riflessione, nella quale il colore predominante è il nero.

Essa è addobbata con simboli, alcuni di morte (ossa umane, una clessidra – il tempo scorre inesorabile), altri legati all’Antico Testamento come la lucerna e un pezzo di pane secco ed una brocca d’acqua – quest’ultimi mi piace pensare che siano il simbolico nutrimento del profano prima dei quattro “viaggi” dell’iniziazione, infatti Elia, prima di intraprendere il cammino verso il monte Horeb, il monte di Dio, fu nutrito dall’Angelo del Signore con pane ed acqua.

Nella Camera di Riflessione vi sono altresì iscrizioni che predispongono l’animo dell’iniziando ad una rigorosa riflessione sui lati in ombra del proprio Io, sulla propria posizione profana, misto di ottundimento e tribolazione.

V:.I:.T:.R:.I:.O:.L:. – visita le viscere della terra e correggendo il cammino troverai la pietra occulta.

Questo concetto è ulteriormente rafforzato dal “se persevererai sarai purificato, verrai fuori dall’abisso delle tenebre, vedrai la Luce”.

Nella Camera di Riflessione al profano viene chiesto un testamento dei doveri, verso se stessi e verso il mondo, l’ideale lasciapassare per l’ingresso nel Tempio.

Con il Silenzio chiamato dal Maestro delle Cerimonie si crea un’atmosfera di concentrazione e predisposizione interiore, condivisa da tutti, che non è altro che il preludio ad un lavoro per il bene dell’Umanità, il Silenzio viene interrotto dalla voce del Maestro delle Cerimonie che invita i Fratelli Apprendisti ad entrare nel Tempio.

Lontano dalle passioni ed in possesso dell’Arte lavoriamo in serenità

L’arte muratoria è il metodo che, “vissuto” nel Tempio e con i Fratelli più anziani, unitamente allo studio e all’esperienza, educa l’Iniziato alla Virtù e quindi lo libera dalle umane passioni.

L’Iniziazione consegna all’Apprendista gli strumenti dell’Arte, che in lui operano inconsapevolmente, compiendo una specie di “impregnazione del subcosciente”; l’Iniziato non “apprende” qualcosa, ma “avverte un sentimento”, la percezione è diretta, non passa da schemi intellettuali.

In questo senso il segreto è “indicibile”.

Controllare gli istinti e le passioni con la meditazione e l’ascolto di sé stessi permette di agire con Ragione, Giustizia, Prudenza e Temperanza (che sono appunto le quattro virtù cardinali del Quadro di Loggia).

Lo scopo della Massoneria è quello di unire gli uomini in una morale universale governata dalla Tolleranza e dalla Fratellanza senza più alcuna distinzione di razza, ceto o credenza religiosa.

L’amore che ci unisce durante i nostri lavori esalta lo spirito di fraternità che ci caratterizza e che ognuno di noi deve riversare nel mondo per renderlo migliore “chiudendo il cerchio”: far ritornare l’energia, che ha dato vita al mondo, al suo Creatore.

E’ovvio che abbracciando questo nuovo concetto definibile in un trinomio di “fratellanza – amore verso il prossimo – amicizia” vengono per forza escluse dal nostro mondo di massoni, ma anche di profani, gelosie, tavole di accusa per meschine questioni personali, disonestà, furbizie e pseudo-furbizie, arrivismo, avidità per il denaro, vendette, vanità per patacche e riconoscimenti, eccessi di superbia e di superiorità, intemperanze – intolleranze di qualsiasi tipo ed una infinità di altri atteggiamenti e comportamenti che sono tipici proprio del mondo profano, che ci siamo un tempo impegnati proprio a combattere, che dovrebbero fare la “differenza” fra Massone e uomo comune, ma che troppo spesso filtrano invece anche all’interno delle nostre Officine.

Nello stato virtuoso in cui si trova il Libero Muratore, che ha ben compreso l’Arte, risiede invece la ragione fondamentale della sua spontanea tendenza a vivere in armonia non solo con gli altri Fratelli e il mondo massonico, ma con l’Universo intero.

Nel lavoro per raggiungere il citato stato virtuoso, il Maglietto simboleggia la volontà manifestata, la forza della coscienza con cui il Libero Muratore riesce a rimuovere gli ostacoli rappresentati dalle discordie e dalle faziosità tra Fratelli, che spesso, purtroppo, generano malumori e malesseri tali da non poter essere abbandonati neppure all’ingresso del Tempio.

L’autore massonico Leadbeater ricorda che i metalli/passioni impediscono, con il loro essere impuri/e, all’interno del Tempio sacralizzato, la circolazione delle correnti sottili.

E si può tranquillamente aggiungere che essi/e impediscono, altresì, all’energia stessa, di fatto, di creare quella vivificazione del Tempio, che nel contempo ne è suggello appunto della sua sacralità.

Il Tempio vuoto e non sacralizzato è un inutile e spoglio simulacro.

Il Libero Muratore è uomo del dubbio e la sua elevazione morale, spirituale e intellettuale va di pari passo al controllo di tutto ciò che intralcia la sua ricerca della Verità.

L’ira non è in sintonia con il dubbio ed è quindi ostacolo al percorso iniziatico.

La filosofia sufica ricorda che durante il tempo della sua vita un uomo dovrebbe provare ira una sola volta e indignazione cinque.

L’ira, come pure l’indignazione, aggravano il conflitto e sono nemiche della tolleranza e della sempre possibile negoziazione armoniosa.

L’Arte Muratoria deve invece consentire agli uomini di vivere in armonia tra di loro e con la natura che li circonda nel disegno del G.A.D.U.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR,’, Gr.Ts.

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RITUALITA,’ SIMBOLO, TEMPIO

Ritualità, Simbolo, Tempio

Si parla molto e si scrive molto riguardo all’argomento della regolarità e dell’ortodossia Massonica.

Al termine di tutte le riflessioni e le dissertazioni si giunge, comunque, alla conclusione che questa ricercata “ortodossia” Massonica consista innanzitutto nel seguire fedelmente la tradizione, nel conservare con cura i simboli e le forme rituali che esprimono questa tradizione e ne sono veste, e infine nel rifiutare ogni innovazione che sia sospetta di modernismo.

Detto ciò io non penso che il ritualismo debba essere qualcosa di assolutamente immutabile al quale non si possa aggiungere o togliere niente senza macchiarsi di colpe più o meno tremende.

Se così fosse bisognerebbe ammettere che non c’è differenza tra ortodossia tradizionale e stretto formalismo, permettendo, purtroppo, alla ritualità di soggiacere ad un pericoloso dogmatismo che deve essere del tutto estraneo allo spirito Massonico.

La ritualità tradizionale non esclude l’evoluzione e il progresso.

Ciò che, in buona sostanza, voglio dire è che appare assolutamente necessario riprendere con serietà e dedizione quegli studi iniziatici senza i quali il ritualismo (cristallizzato o adattato alle necessità del progresso) è solo un insieme di cerimonie prive si senso, come nelle religioni esoteriche.

Uno dei più importanti bersagli di questi studi è la conoscenza del simbolismo e la sua interpretazione esoterica.

Ma cerchiamo di capire cos’è il simbolismo Massonico e perché la sua completa comprensione è condizione necessaria e sufficiente per compiere il disegno Massonico.

Il simbolismo Massonico è la forma tridimensionale visibile di una sintesi trascendente, astratta, tra principio e oggetto fisico (per esempio: filo a piombo – rettitudine, equilibrio; stella fiammeggiante – illuminazione, gnosi).

Le concezioni che rappresentano i simboli non possono dare origine a nessun insegnamento dogmatico; esse sfuggono a formule concrete di linguaggio parlato e non si riesce a dare di esse una tradizione a parole che sia oggettiva e non invece adatta alla singola personalità e necessità interiore di ognuno.

Si tratta, come tutti sostengono, di misteri che si sottraggono alla curiosità profana, e quindi sono delle verità che lo spirito di ognuno non può veramente afferrare se non dopo essere stato opportunamente preparato.

La preparazione alla comprensione dei misteri è allegoricamente rappresentata dalle prove dei tre gradi fondamentali dell’Ordine, dalla sequenza delle figure rituali da assumere durante i lavori nel Tempio e dalle iniziazioni medesime.

Contrariamente a quanto superficialmente spesso si afferma, tutte queste prove, allegorie, simboli, non hanno lo scopo di tirar fuori il coraggio e le qualità morali, sia del neofita che dell’iniziato, ma raffigurano un insegnamento al soggetto, una metodologia operativa che fondamentalmente è la seguente: osservare, discernere e poi meditare e quindi, senza parole, scegliere; questo nel corso dell’intera propria vita Massonica.

Vero è che la Massoneria ha un certo modello di uomo-soggetto, che, come si legge nelle Costituzioni, pone alla base di ogni sua azione, di ogni suo pensiero il proprio perfezionamento, la propria elevazioni morale, la ricerca continua ad ogni livello del vero e del giusto.

Si tratta, come la tradizione ci racconta, di un modello che si prefigura come costruttore, muratore, “Libero” Muratore; un costruttore di se stesso e del proprio Tempio Interiore, un costruttore che insegue ostinatamente la perfetta realizzazione di un cantiere che è la sua interiorità.

La ritualità durante i lavori nel Tempio è disseminata di simboli che sono fisicamente legati all’operatività muratoria e quindi all’Architettura delle Cattedrali.

Ma il Tempio, il Tempio Massonico, non nella sua struttura fisica, ma nella sua sostanza esoterica, non è la Cattedrale, e l’0rdine Architettonico del Tempio Massonico non è l’Architettura della Cattedrale; l’uno è il significato simbolico dell’altro.

Questo è vero come è vero che l’ordine matematico, per esempio, che è alla base dell’architettura fisica del Tempio, è l’immagine simbolica dell’ordine cosmico universale, che si rispecchia nel microcosmo interiore, la cui perfezione è lo scopo della vita Massonica.

In buona sostanza, e per spiegare il primo dei simboli legati alla ritualità Massonica, si dovrà cercare di comprendere che il Tempio Massonico nella sua struttura fisica, visibile, rappresenta una verifica tridimensionale di una metodologia operativa, questo per rassicurare l’iniziato che la simbologia visibile è la vera rappresentazione del cammino verso la perfezione.

Ciò almeno in parte mi può permettere di comprendere che il Massone ha scelto un percorso durante il quale costruirà, guidato dalla ritualità e dai simboli, il proprio Tempio interiore, realizzando punto per punto la propria architettura che sarà lo specchio, sebbene per difetto, di un’altra architettura ben più complessa e globale: l’ordine del perfetto organismo universale.

Il Massone, nell’attuazione del proprio compito, e cioè nel tentativo di costruire il proprio Tempio interiore, ha come unico mezzo la Ritualità.

Questa di per se stessa è l’ordine che propizia l’alleanza tra il simbolo del cielo (il cielo terrestre, il cielo del Tempio) e la perfezione dell’Universo, la perfezione del cosmo; essa collega la materia allo spirito, l’uomo fisico, muscolare, all’uomo Massone.

E’ quindi solo con la ritualità che un gruppo di iniziati neofiti si trasforma in una struttura ordinata ed organizzata in cui ciascuno di loro, pur mantenendo la propria individualità, si sentirà investito da una nuova forza funzione; essere la parte di un tutto.

La Ritualità pertanto è lo strumento che trasforma un Tempio Massonico da una somma matematica di Fratelli in un organismo simbiotico che esprime una forza unica, unitaria, per questo molto più grande di un semplice quantitativo numerico.

E’ per questo che la Ritualità è l’unico mezzo con il quale un luogo del mondo qualsiasi, eletto geograficamente o no, architettonicamente definito o no, fornito di simboli guida o no, diviene un Tempio, uno spazio sacro, il centro stesso dell’Universo, ed è questo spazio universalmente perfetto, che rappresenta il simbolo dentro cui cercare la via affinché l’uomo possa realizzare dentro di sé un uguale spazio sacro, un uguale Tempio interiore; possa cioè in una parola sola, tentare di raggiungere la perfezione.

Ma durante questa impresa, che poi è l’unica motivazione dell’essere massone, può accadere che il pensiero rimanga prigioniero delle strutture, che il concetto rimanga prigioniero delle parole.

Può accadere insomma che il linguaggio delle parole sia inadeguato, insufficiente per esprimere pienamente i convincimenti, gli orientamenti di fondo caratteristici della nostra formazione.

Può accadere cioè che le parole ancorché dotte, colte, diventino una prigione per il nostro pensare, cioè appaiano loro stesse l’unica ragione del nostro pensare, e non, come invece sono, un semplice strumento per comunicare il nostro pensiero.

Questo può capitare quando, la nostra coscienza, percorrendo le Tavole tracciate per la costruzione del Tempio interiore si ritrovi, all’improvviso, come sull’orlo di un baratro senza fondo, ad esplorare gli sconfinati abissi dell’anima nostra.

E’ in questo momento allora che il linguaggio universale schematico dei simboli, adoperato come giusto cemento per le componenti architettoniche dell’edificio interiore riesce, solo lui, a fornirci la chiave per interpretare nella giusta direzione il significato di: spazio sacro, perfezione interiore.

Soltanto nel momento in cui il linguaggio delle parole si incontra con quello dei simboli, quindi soltanto attraverso la ritualità che diventa fonte di conoscenza per tutti i Fratelli, siamo in grado di comprendere come la perfezione dell’infinitamente grande, che è rappresentato dal Tempio intorno a noi, sia il solo simbolo da leggere per capire la perfezione dell’Universo che è rappresentato dal Tempio che deve esistere dentro di noi.

Permettetemi ora, Fratelli, una piccola digressione storica.

Fin dai tempi antichissimi il Tempio è certamente l’edificio, che più di ogni altro, possiede le caratteristiche che lo individuano come un’opera che trascende se stessa e la propria natura per divenire simbolo.

In ogni momento storico il Tempio ha rappresentato, comunque, l’aspirazione dell’uomo a raggiungere la perfezione dell’Ordine Universale ed ha contenuto dentro la sua struttura il simbolo del Cielo Stellato, che rappresenta l’immagine fisica della perfezione del Cosmo.

Dal quadrilatero dell’Aruspice di memoria greca, che individuava un rettangolo di cielo e trasferiva sulla Terra la sacralità cosmica, alle vele delle navate ed alle absidi stellate delle cattedrali fino al rettangolo di stelle di questo Tempio, questa è sempre stata l’immagine simbolica ricorrente.

Ed in essa si trova riflessa, con tutto il suo dinamismo, la perfezione architettonica universale.

Quando i Fratelli danno inizio, con ritualità, ai loro lavori architettonici, questo Tempio, fino ad ora così tridimensionalmente limitato, si trasforma in un luogo sacro, nel centro stesso dell’Universo.

Esso rappresenta allora uno spazio celeste, il divenire dell’Architettura Universale, ma anche il divenire dell’interiorità dell’uomo e quindi lo spazio celeste ritagliato nella sacralità del suo tempio interiore.

Qualsiasi impronta lasciata dalla cultura nella storia ci consente sempre di leggere al di sopra di tutto o fra le righe di tutto l’analogia tra macrocosmo e microcosmo, tra interiorità ed esteriorità, tra contenuto dell’uomo e contenuto del Tempio e ciò che è più importante tra percorso verso la perfezione interiore e percorso verso il perfezionamento del comportamento Massonico nel mondo profano.

Il Tempio rimane comunque, quindi, l’ombelico del mondo iniziatico, il tramite che unisce il macrocosmo al microcosmo, il tramite attraverso il quale l’uomo è illuminato, avvicinato alla Verità, fatto ricco di saggezza, poiché la vera ricchezza dell’uomo, come ci ricorda il rituale è: “… lavoriamo senza tregua al nostro miglioramento, perché è solo regolando le nostre inclinazioni ed i nostri costumi che perverremo a dare a noi stessi quel giusto equilibrio che costituisce la saggezza, cioè la scienza della vita” (da una Balaustra del 18 marzo 1989 del GOI).

Pertanto si possono percorrere, Fratelli carissimi, antiche strade oppure nuove, per ricercare quei valori che sono sempre attuali perché fanno parte della natura stessa dell’uomo, e con quelli tentare di costruire il Tempio.

L’uomo medesimo vuole essere il costruttore di se stesso e perciò chiede aiuto in questo alla universalità ed ai simboli nei quali è sicuro di trovare il filo di Arianna per compiere fino in fondo la propria opera.

Piegare la materia è difficile.

Piegare lo spirito per conquistare lo spirito è una battaglia che può essere facilmente perduta senza l’orientamento del trascendente.

Per questo noi chiediamo in prestito all’Ordine Celeste “il modello simbolico”, perché possiamo cominciare ad esistere dentro di noi.

Così coniugando indissolubilmente Ritualità, Simbolo e Tempio avremmo trovato il vero nesso tra esteriorità ed interiorità, tra sembrare Massoni ed essere Massoni.

TAVOLA SCOLPITA DAL FR,’, Gr.Ts.

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INSEDIAMENTO CARICHE

Insediamento Cariche anno 2011

Premetto, anche se superfluo, che in Loggia non esistono compiti più importanti e compiti meno importanti. Esistono solo compiti, e tutti hanno uguale dignità ed uguale valore simbolico. Esistono compiti che i Fratelli hanno affidato ai Fratelli, e che  vanno tutti assolti con il medesimo impegno, con la medesima serietà, con il medesimo senso di responsabilità.

I ruoli in Loggia, infatti, non sono né perpetui, né carismatici; non conferiscono particolari dignità inalienabili ed eterne; non rappresentano titoli onorifici; non hanno il significato dell’unzione. Sono solo “incarichi”.

La Dignità inalienabile, il titolo d’onore, l’unzione, risiedono unicamente nell’Iniziazione, non nel posto che si occupa in Loggia.

E il passare dalla carica di Maestro Venerabile alla carica, ad esempio, di Fratello Elemosiniere o Copritore non é una degradazione ma significa impegno di lavoro lì dove si é chiamati, così come passare dalla carica, ad esempio, di Elemosiniere o di Copritore a quella di Maestro Venerabile non é aumento di importanza, ma diversità di ruolo, identità di impegno, gioia di servizio.

Tutto dipende, dalla serietà e soprattutto dall’umiltà con cui si accettano e si assolvono i compiti che sono stati affidati dalla Loggia e che la Loggia può, nella sua libertà, revocare per attribuirli ad altri senza perciò stesso sentirsi offesi o perseguitati o sminuiti. Tutti i compiti hanno uguale dignità. Tutti in Loggia, purché Maestri, sono in grado di fare il Maestro Venerabile, o il 1° Sorvegliante, o il 2° Sorvegliante, o l’Oratore, o il Segretario, o il Copritore, o l’Ospedaliere: i Fratelli decidono ed é Massonico obbedire.

Occorre però, dicevo prima, serietà nello svolgere il compito, umiltà nel servizio senza assumere l’atteggiamento del Profeta o del Messia, o, a volte, del Martire. Ogni Massone, in Loggia o fuori, é solo Missionario. Ogni carica é simbolo. Ogni Simbolo ha un suo valore.

Voglio ringraziarvi per la fiducia che avete riposto su di me per il terzo anno e che mi adopererò con tutte le forze per non tradire, consentitemi di concludere con uno scritto sul significato della melagrana augurando alla “Guerrazzi” tutto il bene che merita.

LA MELAGRANA

La melagrana, celata da una scorza coriacea, racchiude una notevole quantità di granuli, separatamente individuabili ma uniti tra loro in un corpo unico, contenenti a loro volta più semi piccolissimi.

Così come la melagrana, la filosofia massonica  unisce ed affratella la molteplicità delle singole individualità dei Fratelli e la laboriosità di più Logge diverse in onore di un principio di fratellanza e libertà.

La libertà dell’uomo deve essere rispettata sopra ogni cosa; la Massoneria lascia che ognuno occupi nella società il posto che meglio gli permette di portare a buon termine il suo lavoro. Niente impedisce a chi può farlo di raggiungere i primi posti nella società: è sufficiente esserne degni. Il valore è nel merito: tutto al sapere e non alla fortuna, tutto alla fratellanza e non all’intrigo.

La via del miglioramento passa attraverso la tolleranza, ha il respiro dell’universalità. Il principio che porta il frutto a maturazione è l’unicità d’intenti che soffoca le spinte egoistiche individuali esaltando fertilità ed introspezione.

Il più difficile per noi, non è conoscerci, ma correggerci. Abbiamo molta più intelligenza che coraggio.

Un triplice abbraccio…

Il  Vostro Maestro Venerabile

TAVOLA SCOLPITA DAL FR,’, Gr. Ts.

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SIMPOSIO

Carissimo Fratello Claudio,

sento il bisogno di congedarmi dal nostro Maestro Venerabile esternando a tutta la nostra R. Loggia quello che penso adesso, che è poi quello che ho provato per tutto l’anno passato. Così, visto che hai citato qualcosa che riguarda il Simposio, vorrei anche io rifarmi a quello straordinario momento di dialogo che è, appunto, il Simposio di Platone.

Vorrei, molto brevemente, inquadrare l’ambientazione e lo svolgimento della scena: La cornice è quella del Simposio (dal greco stare insieme) che ha seguito il banchetto offerto dal poeta tragico Agatone per festeggiare la sua vittoria della sua prima tragedia. Fra gli invitati, oltre a Socrate e al suo discepolo Aristodemo, ci sono il medico Erissimaco, che viene eletto “Magister”, il commediografo Aristofane, Pausania l’amante di Agatone e il suo amico Fedro, esperto di retorica. Agatone chiede che il medico Erissimaco scelga il tema da dibattere nel corso del Simposio. Così, partendo dalla sua destra, ognuno di loro, su invito dello stesso Erissimaco, terrà un discorso che avrà per oggetto un elogio di Eros, cioè dell’Amore in ogni sua forma.

Ognuno degli ospiti avanza delle bellissime considerazioni sull’Amore, sugli amanti e sugli amati (maschi e femmine), sulla bellezza, sulla nascita dell’Amore (cioè di Eros), sull’affetto, sull’amicizia, la passione, la devozione. Da ultimo parla Socrate che, naturalmente, diciamo che “vola ancora più in alto, nonostante anche i suoi ospiti avessero fatto considerazioni di altissimo livello.

Dopo che Socrate ha concluso il suo discorso, entra nella sala del banchetto Alcibiade, uno dei discepoli di Socrate, che tesse il più splendido elogio del suo Maestro. Socrate gli è stato maestro, amico, gli ha salvato la vita in battaglia e gli ha fatto attribuire dagli strateghi quei riconoscimenti che avrebbe meritato per sé.

Dice Alcibiade: « Sappiate che a lui non importa nulla se uno è bello, e ne fa così poco conto quanto nessun altro, né gli interessa se è ricco o se ha un altro titolo di quelli che, per la gente, portano alla felicità. Ritiene di ben poco conto tutti questi beni, e passa la sua vita ostentando candore e scherzando, ma quando poi si impegna seriamente e si apre, non so se uno ha mai visto le splendide qualità che ha all’interno: io le ho già osservate, da tempo, e mi apparvero così divine, dorate, belle e meravigliose, da provare che si doveva fare subito quel che Socrate comandava. »

Continua Alcibiade: Si potrebbero dire, senza dubbio, molte altre cose per lodare Socrate e tutte da far meraviglia, ma mentre per ogni altro atteggiamento nella vita, tali cose si potrebbero dire anche di altri, il fatto di non essere egli simile a nessuno degli uomini, né degli antichi, né di quelli di adesso, questa è cosa degna di ogni meraviglia.

Caro Fratello Claudio, fatto mie le parole di Agatone, per dirti che mi ritengo fortunato di aver passato un anno sotto la tua guida ed a quella di tutti i Fratelli Dignitari ed Ufficiali della R.L. Garibaldi. Per me è stato un onore.

TAVOLA SCOLPITA DA FR,’, Mr. Lr.

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COSTITUZIONE DI UNA LOGGIA

COSTITUZIONE DI UNA NUOVA LOGGIA

Come abbiamo verificato dai documenti storici pervenutici, la “loggia” ai tempi dei massoni operativi era il luogo ove facevano base gli operai medievali, ovvero una costruzione ubicata nei pressi del cantiere che permetteva alle maestranze impegnate nei lavori di avere una sede per riposare, riporre i propri oggetti, fare riunioni e decidere il da farsi…
La Loggia Massonica moderna, ossia quella speculativa, non è un luogo identificato nello spazio o nel tempo, ma è, più precisamente, uno stato mentale; quando i massoni si riuniscono in Loggia significa che attraverso opportune e precise movenze dettate da antichi rituali si trasportano su un diverso piano spirituale, utile a dimenticare, ossia mettere da parte, tutto il bagaglio (o fardello) che ciascuno di noi si porta appresso, spesso sulle spalle, durante il vivere quotidiano.
Generalmente i massoni si ritrovano per giungere a questo stato in uno spazio con delle determinate caratteristiche, chiamato appunto “tempio” che, comunque, non è strettamente necessario ad “aprire” i lavori di una Loggia.
Da questa premessa è facile comprendere come la Loggia non sia un luogo fisico, ma sia, più propriamente, un’entità completamente avulsa dalla materialità terrena; più facilmente potremmo definirla come la dimensione dello “spirito”. Infatti ciò che rende “rispettabile” una loggia è la capacità dei propri componenti di elevarsi ad un livello superiore; debbono cioè riuscire ad abbandonare i metalli fuori dal tempio; simbolicamente, con il termine “metalli”, si tende ad indicare l’insieme dei vizi, pregiudizi, stato socio-economico di ciascuno…
Da questa prerogativa, è chiara l’intenzione di eliminare non solamente le differenze di casta, ma anche quelle politiche e religiose, fonti inesauribili di guai e contrasti fra gli uomini.
Coloro che intendono “lavorare” in Loggia debbono quindi tentare di operare “liberamente ed onestamente” con i propri fratelli, partendo ogni volta da zero; senza preconcetto alcuno si stimola il ragionamento ed è possibile seguire la propria “intuizione”, parte fondante del lavoro di Loggia.
Queste caratteristiche, indispensabili al Libero Pensiero, permettono a questo variegato consesso di elevarsi ad ideale via di integrazione fra gli uomini: basti pensare che esistono Logge in cui ebrei, musulmani e cristiani si chiamano, e soprattutto si comportano da Fratelli.
A tal proposito, è sufficiente ricordare il primo degli “Antichi Doveri” tramandatici da Anderson nel 1717:

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PROCESSO A SISIFO

      PROCESSO A SISIFO, FIGLIO DI EOLO E DI AMARETE

  • Giudice supremo: Athena, dea della giustizia e della saggezza
  • Avvocato dell’accusa: Febo-Apollo, dio della poesia e della medicina
  • Avvocato (d’ufficio) della difesa: Dioniso**
  • Testimoni: il messaggero Tanato, le erinni Tisìfone e Megèra, il dio Hermes, il giudice Minosse
  • Giudici popolari, Consiglio

I capi d’accusa

  1. Aver rivelato ad Asopo, che Zeus aveva rapito la di lui bellissima figlia Egina per farla sua sposa, macchiandosi così di colpa gravissima per aver rivelato un segreto degli dei. Lo stesso nostro Signore Zeus scampò a fatica dalla collera di Asopo trasformandosi in un masso.
  2. L’imputato ha poi osato prendersi gioco di Tanato, il messaggero del Signore dell’oltretomba Ade, fratello del sommo Zeus, facendolo ubriacare e lasciandolo in catene.
  3. Aver violentato Anticlea, figlia di Autolico, e moglie di Laerte l’Argivo. Questo avveniva proprio alla vigilia delle sue nozze con Laerte e con la conseguenza che la stessa Anticleagenerò da lui un figlio illegittimo chiamato poi Odisseo.
  4. Aver sedotto sua nipote Tiro, figlia di Salmoneo, erede di Eolo e re della Tessaglia. Averla ingannata facendole credere di essere innamorato di lei ed averla poi costretta a partorire due figli. Tutto questo per l’odio che aveva verso il suo fratelloSalmoneo e per impadronirsi del trono.
  5. Inoltre, quando Tiro si accorse delle sue manovre e capì le sue vere intenzioni, presa dalla disperazione uccise i due figli avuti dall’imputato Sisifo, il quale, preso a pretesto questo fatto, convinse gli abitanti della città che era stato lo stesso Salmoneo a macchiarsi di incesto e quindi ad ingravidare sua figlia Tiro.  Quindi portò i cadaveri dei due poveri ragazzi nella piazza del mercato di Larissa e arringò la folla che si fece convincere ed esiliò Salmoneo dalla Tessaglia facendo diventare re lo stesso Sisifo.
  6. Gli abitanti di Corinto (chiamata anche Efira) lo considerano il peggior furfante della terra, uomo senza scrupoli, dedito all’affarismo ed agli intrallazzi.

L’arringa dell’accusa(avvocato: Febo-Apollo)

Rispettabilissimo giudice supremo Athena, voglio far raccontare i fatti dallo stesso Tanato, messaggero dell’Averno, che chiamo a testimoniare:

Tanato:“Seguendo gli ordini del nostro Signore Zeus, mi recai in Corinto per portare con me nell’Ade il Sig. Sisifo. Mi pre­sentai alla sua reggia come un pellegrino, fingendo di chiedere ospitalità. Sisifo mi ricevette, ma ebbi subito l’impressione che mi avesse riconosciuto. Tuttavia mi offrì ospitalità e mi fece sedere a mensa con lui, offrendomi cibo e vino. Io accettai, per mascherare momentaneamente lo scopo della mia visita, ed anche per riposarmi un poco. Effettivamente bevviun po’ troppo e ben presto mi assalì il sonno. Sìsifo non mi domandò chi fossi e quale motivo mi avesse condotto da lui, ma in tono accattivante mi disse:

– La mia casa è la tua; trattieniti presso di me quanto ti pare. Quando vorrai partire ti fornirò tutto quanto ti possa occorrere e ti darò inoltre un bel dono ospitale, affin­ché tu ti ricordi sempre di me.

-Ti ringrazio – risposi, ma ho fretta; i miei doveri purtroppo mi chiamano altrove.

– Fa’ come ti piace replicò Sìsifo. – Ma allora dimmi, ti prego: chi sei? Qual è il tuo ufficio? E quale scopo ti ha condotto da me? In che cosa posso esserti utile?

– lo sono Tànato – dissi a quel punto- Zeus mi ha man­dato da te perché è arrivata la fine della tua vita. Me ne duole, ma io devo condurti meco. L’unico modo di renderti utile è quello di prepararti a seguirmi senza farmi indugiare oltre, perché vi sono molti altri che devo visitare.

– Oh! – disse Sìsifo, con aria afflitta – così presto? lo sono ancora giovane! E poi avrei ancora tante cose da sistemare! Tuttavia, se la fine della mia vita è giunta, non mi opporrò a seguirti. Solo, libiamo in onore di Zeus una coppa di vino ancor più odoroso e poi ti darò il dono ospitale che ho scelto per te.

Fece un cenno, e il coppiere, colmata una grande coppa d’oro d’un vino ancora più robusto, me la presentò.Bevvi, ma subito la testa mi cadde sul petto.

Io tentavo di alzarmi. Ma Sìsifodisse :

– Ancora un momento; voglio darti il dono ospitale che t’ho promesso.

Fece un altro cenno, ed ecco avanzarsi quattro robusti servi, evidentemente già istruiti dal loro signore, recanti una grossa catena di ferro e delle manette con il lucchetto. Senz’altro essi si gettarono su di me e mi legarono ben stretto. Quindi mi trasportarono di peso in un sotterraneo della reggia, mi distesero su un giaciglio e se ne andarono.

Quando l’ebbrezza, col sonno fu sfumata,  mi accorsi del tranello giocatomi da Sìsifo. Tentai di scio­gliermi, chiamai, urlai, pregai; ma tutto fu vano: le catene resistettero ad ogni sforzo e la mia voce si perse nella stanza sorda in cui ero rinchiuso. Trascorsero dei giorni, e mi sembrava di vedere Sìsifo che continuava nelle sue occupazioni e nella sua solita vita, come se niente fosse.”

Febo-Apollo:Vostro Onore, ma mi chiedo, come era possibile che Sisifo potesse pensare di continuare così? Infatti ecco cosa successe in seguito.

Chiamo a testimoniare una delle Erinni, Tisìfone. Prego, racconta alla corte:

Tisìfone:“Nell’Inferno si era determinata una situazione molto strana. Caronte vide esaurirsi il suo lavoro, dato che nessun’anima arrivava più dalla terra a chiedere d’essere traghettata, ed io stessa lo vedevo che se ne stava nella sua barca, appoggiandosi al remo, a guardare verso lo sbocco del sentiero per il quale le anime solevano giungere; Cerbero, all’ingresso del regno di Ade, dormicchiava nella sua cuccia e ogni tanto si rizzava sulle gambe, si stiracchiava sbadigliando con le sue tre bocche emettendo qualche breve latrato; il qui presente Minosse, seduto sul suo trono, se ne stava stanco ed annoiato

– Che succede? – si chiedevano tra loro – Non muore più nessuno sulla terra? E’mortoTànato? Zeus ha de­ciso di rendere tutti immortali?

L’inquietudine cresceva; erano inquieti anche Ade e Per­sèfone.

Trascorso qualche altro giorno, il re degli Inferi decise di mandare un messaggero da suo fratello sull’Olimpo per domandare che cosa accadeva. Diede tale ordine proprio a me, ed io spiccai subito il volo verso l’Olimpo.

– Supremo reggitore dell’universo – dissi a Zeus ­il tuo potentissimo fratello Ade mi manda a te per doman­darti che cosa accade sulla terra; che da parecchi giorni nes­suna anima di defunto scende più nei suoi regni. Non muore più nessuno sulla terra?

– Come? – esclamò Zeus, trasecolando. – Non muore più nessuno? E che fa Tànato? Da più giorni non lo vedo; da quando io lo mandai a prendereSìsifo non s’è fatto più vivo. E’ venuto Sìsifo nell’Inferno?

– No – risposi – nessuno di noi laggiù lo ha veduto.

– Ma – esclamò il sommo Zeus – E che ne avrà fatto di Tànato? Presto, Ares, corri a Corinto, ispe­ziona la reggia di Sìsifo, cerca Tànato, e appena lo avrai trovato digli che spedisca immediatamenteall’Inferno quello sciagurato e che riprenda subito il suo lavoro. E rivolgendosi a me: – torna laggiù e rassicura mio fratello che tutto tornerà presto alla normalità.”

Febo-Apollo: Ora vi dico io come devono essere andate le cose:

Appena Sisifo vide il dio Ares, capì che le cose si mettevano male. Ma il suo cervello inventò subito un’altra trappola. Corse da sua moglie Merope e le disse:

– Ascolta, quando Tànato sarà liberato, io dovrò andare. Ma te non rendermi gli onori funebri, fingi di non ricordati neanche di me, anzi datti a feste e banchetti.

Sìsifo raggiunse Ares e questi ben presto scovò Tànato nella sua prigione, spezzò le sue catene e lo liberò. Quindi gli riferì l’ ordine di Zeus e Tànato obbedì con gioia: afferrò Sìsifo e, toltagli la vita, lo spedì velocemente nel mondo dei morti.

Chiamo ora a testimoniare la erinneMegèra, che si trovava alla corte del potentissimo re Ade e della regina Persefone. Chiediamo a lei di riferirci che cosa accadde in seguito.

Megèra:“Quando Caronte vide spuntare l’anima di Sisifo, gli disse: – vieni, che ti traghetto subito, porgi l’obolo -.

– Ahimè! – rispose Sìsifo – non posso pagarti, che là, sulla terra, vive della gente perfida. lo ne sono sde­gnato, anzi, ti prego, fammi credito: lasciami pas­sare, che io vada da Ade a presentar le mie lagnanze e a pregarlo di punire quei malvagi. Ti giuro per gli dèi e per queste sacre acque dello Stige che tornerò indietro, e quando ritornerò ti pagherò doppio obolo. Caronte si lasciò persuadere e lo traghettò. Così pure lo lasciarono passare Cèrbero e Minosse, rassicurati dal giuramento che sarebbe tornato indietro.

Sìsifo giunse così al cospetto di Ade e di Persèfone.

Come Ade scorse quell’anima sperduta ai piedi del suo trono, trasalì.

– Chi sei tu ? – esclamò. – Come sei giunto fin qui ? Che vuoi ? Chi ti ci ha mandato?

– Potentissimi signori dell’ Averno – rispose Sìsifo, tutto umile – non vi adirate se oso presentarmi così a voi, che io non ne ho colpa; anzi vengo per chiedervi giustizia. Tànato m’ha indegnamente spedito quaggiù, fuor di tempo e senza motivo. Egli volle concedersi una vacanza e per ri­posarsi scelse la mia casa, io lo accolsi ospitalmente, com’era mio dovere, e gli imbandii cibi e vini prelibati, ed egli man­giò e bevve tanto che, preso dall’ebbrezza, ha dormito per molti giorni.

– Per questo dunque – interruppe Ade – non moriva più nessuno e da noi non veniva più nessun’anima.

– Precisamente – riprese Sìsifo. – Ora, per rifarsi del tempo perduto, quando s’ è ridestato ha incominciato da me e m’ha spedito d’urgenza nel tuo regno, compensandomi indegnamente della mia ospitale accoglienza. Ma non me ne lamento, dato che non sono io il solo che sia morto giovane, ma vengo a chiederti giustizia contro la mia perfida moglie, la quale, non contenta d’avermi tormentato in vita in mille modi, coi suoi capricci, col suo lusso, con le sue sregolatezze, anche dopo morto m’ha negato il conforto degli onori funebri dovutimi. E mentre Tànato s’impadroniva di me – Va’ – mi disse – va’ all’lnferno, che quando sarai partito, voglio cantare, danzare, ubriacarmi, e lascerò il tuo corpo alla mercè dei cani e dei corvi.

– Oh, che infamia! – esclamarono ad una voce Ade e Persèfone.

– Così mi disse! – continuò Sìsifo. – Or io vi scon­giuro, eccelsi signori delle ombre d’Averno, per il grande amore che vi congiunse, vi scongiuro, lasciatemi tornare per un giorno solo sulla terra, tanto che io possa punire esemplarmente quella perversa donna e chiedere agli altri miei congiunti di seppellire il mio corpo e di rendermi i dovuti onori. Vi giuro che dopo, pago della mia vendetta, tornerò senz’altro quaggiù.

Ade e Persèfone, commossi da quelle parole accorate, aderirono al suo desiderio e, dopo avergli fatto ripetere la promessa di tornare, lo lasciarono andare”.

Febo-Apollo: Quindi, l’anima di Sìsifo, riemersa dall’ Averno riprese possesso del suo corpo, che la moglie non aveva seppellito ed egli ricominciò a vivere come prima. Ma adesso sentiamo la testimonianza del dio Hermes:

Hermes:Quando Zeus apprese che Sìsifo era tornato sulla terra dopo aver ingannato gli dèi dell’Averno ed era di nuovo vivo, si meravigliò altamente e, sdegnato più che mai, mi mandò ad ordinargli di tornar subito nel regno delle ombre.

Ma quando Sìsifo udì l’ ordine di Zeus, disse, tutto compunto :

-. lo sono pronto ad obbedire; solo vorrei sapere una cosa: non è anche la mia vita filata dalle Parche?

– Certo – risposi.

– E non è forse vero che l’uomo muore solo quando la Parca Atropo ha ta­gliato il filo della sua vita?

– Sì, è così.

– Allora, se io son vivo, è evidente che il filo della mia vita non è stato tagliato.

– Ehi! – fece Ermes – piano! Tu stai cercando d’imbrogliare anche me!

– Niente imbrogli – ribattéSìsifo. – lo sono logico, parlo in nome della verità,

– La verità è che tu eri morto, che tu hai detto un monte di bugie ad Ade e che Zeus ti ordina di tornare nell’Averno.

– La mia morte era falsa, ordinata da Zeus indignato, ma non decretata dal Fato, al quale solo obbediscono le Parche. Delle bugie dette ad Ade farò ammenda laggiù quando vi tornerò. E laggiù tornerò quando la Parca avrà tagliato lo stame della mia vita, non un istante prima. Questa è la mia risposta a Zeus, recagliela, ti prego, con l’espressione della mia profonda devozione. Questi sono i fatti e questo è quello che ho visto e sentito.

Febo-Apollo:Ora, sapete tutti come si è comportato Sisifo. Ma non è tutto: sentiamo un po’ che cosa ha da dire lo stesso Minosse che chiamo a testimoniare:

Minosse:Quando fu compiuto il suo fato e la parca Atropo ebbe reciso lo stame della sua vita, arso il suo corpo sul rogo, la sua anima ritornò nell’ Averno. Pagò l’obolo a Caronte (uno solo, che quello precedente – egli disse – non gli era dovuto), e si presentò a me.

– Ah, finalmente – gli dissi – E’ tanto che ti aspettiamo! Vieni con me, che facciamo subito i conti, e lo condussi da Ade che lo guardò torvo.

– Ci hai messo un bel po’ – a punire la tua perfida moglie Merope.

– La colpa non è mia – rispose candidamente Sìsifo- lo fremevo dall’impazienza di tornare, ma Àtropo non si decideva mai a troncare il filo della mia vita.

Vidi sussultare Ade sul trono, e tutto l’Inferno ne tremò.

– Senti! – proruppe, rivolgendosi a Sisifo con un gesto d’impazienza -Ora basta! Ci hai preso in giro abbastanza. Visto che hai osato farti gioco degli dei, voglio che il tuo operato sia valutato da loro stessi e che sia la dea Athena a giudicarti anziché, come normalmente avviene, il qui presente Minosse. E mi rimetto al giudizio della dea Athena anche per quanto riguarda tutti gli altri capi d’accusa.

Febo-Apollo: Aggiungo inoltre che, per farvi capire la natura criminale di Sisifo, persino sua moglie Merope, la Pleiade figlia di Atlante, si vergogna tanto di lui e sta minacciando di abbandonare le sei stelle sue sorelle del cielo notturno. Ricordo anche che il nostro imputato ha avuto un figlio, Glauco, che, seguendo evidentemente le orme paterne, fa nutrire le sue cavalle con la carne umana.

La dea Athena: La parola alla difesa.

L’arringa della difesa (avvocato: Dioniso)

Rispettabilissimo giudice Athena, prima di passare al capo d’accusa principale, dato che l’avvocato dell’accusa, il mio collega-dio Apollo ha cercato subito di mettere in cattiva luce il qui presente Sisifo, figlio di Eolo e re di Corinto, voglio per prima cosa sgomberare il campo dalle altre accuse. Quindi:

Per quanto riguarda il punto 3: Nessuno ha detto che Sisifo giunse in quella casa perché il figlio di Hermes, Autolico, ladro patentato, gli rubava ogni notte le bestie della sua mandria. E tante ne aveva rubate fino ad allora mutandole da bianche a nere, oppure a molte altre fece in modo da far crescere le corna a chi non le aveva ed a farle cadere a quelle che le avevano. Il mio assistito Sisifo riuscì a smascherare il ladro solo avendo inciso all’interno degli zoccoli degli animali la sigla SS, che voleva significare “rubata a Sisifo”. Il giorno dopo furono ritrovate le bestie nella stalla di Autolico  e furono riconosciute dagli zoccoli. E poi, io vi dico che fu la stessa Anticlea ad attirare Sisifo nelle sue stanze: forse pensava che, concedendosi a lui, avrebbe salvato le malefatte di suo padre.

Per i punti 4 e 5: Non fu lui ad uccidere i suoi figli. Inoltre si accoppiò alla nipote Tiro perché questo gli venne detto dall’oracolo di Delfi: “genera figli in tua nipote, essi ti vendicheranno”. Lui e solo lui era il vero erede legittimo al trono della Tessaglia, non suo fratello usurpatore Salmoneo.

Per il punto 6: Forse gli abitanti di Corinto hanno la memoria corta e non si ricordano che fu Sisifo a fondare quella città, oltre ad aver poi iluppato il commercio e la navigazione. Signori giudici, voi lo sapete che quelle cose non si ottengono solo con la perizia ed il lavoro, ma bisogna anche cercare amicizie politiche, creare compromessi ecc. Ma allora bisognerebbe imprigionare tutti coloro che cercano di fare affari. L’imputato ha fatto tutto per il bene del suo popolo.

Per quanto riguarda il capo d’accusa che voi considerate il più grave, cioè quello di aver rivelato un segreto degli dei, devo dire che: … (bisogna trovare qualcuno che in qualche modo lo possa giustificare e prendesse le sue difese)

** E’ stato difficile trovare un avvocato disposto a difendere Sisifo, quindi il sommo Zeus ne ha nominato uno di ufficio. In questo caso Dioniso non è visto tanto come dio del vino, bensì come dio legato alla all’esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade. Rappresenta anche la parte primordiale dell’uomo, selvaggia ed istintiva che resta sempre e comunque in parte in tutti gli uomini anche civilizzati.

** Bisogna fare in modo che il giudice e i giurati si ritirono in camera di consiglio e poi formulino la sentenza.

Tratto ed elaborato da:

  • Racconti di mitologia classica – a cura di Francesco Birardi – ed. Le Monnier (FI)
  • Mitologia classica – a cura del Prof. Alice Mills – ed. Il Castello
  • I miti greci – di Robert Graves, a cura di Umberto Albini – ed. Longanesi
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OBLIO E RICORDO

OBLIO E RICORDO

Maestro Venerabile, Fratelli carissimi, si è talvolta accennato in questa Officina al rischio che una aspirazione verso la ricerca del Vero possa in qualche modo essere soffocata o inibita qualora una certa tendenza alla abitudinarietà e alla “divagazione” cominciasse a prevalere in modo rilevante sulla tensione verso il conseguimento di finalità propriamente iniziatiche o, in altre parole, si “dimenticasse” lo scopo dell’iniziazione. Sul tema dell’oblio è forse interessante notare come in Poemi dell’antichità si riscontri sovente il caso di un eroe che, nel corso dei suoi viaggi simboleggianti le tappe del cammino iniziatico, incappa in qualche potenza malefica e seduttrice la quale lo distoglie, per un tempo più o meno lungo, dalla propria missione. Omero nell’Odissea narra come Ulisse e i suoi compagni vennero ammaliati dalla maga Circe e si trattennero a lungo presso quest’ultima del tutto dimentichi della. terra natale. Così, Virgilio, nell’Eneide, racconta che Enea, innamorato di Didone, si scorda del proprio dovere, sancito dall’Oracolo di Apollo, di condurre il suo popolo al “grembo della madre antica”. In entrambi questi esempi si osservai che gli eroi sono infine risvegliati dal loro torpore grazie all’intervento di influenze celesti e, fatto notevole cui varrebbe la penadi riflettere, il loro risveglio prelude alla discesa nel l’Averno ove le finalità. da conseguire e le difficoltà da superare sono esplicitamente rivelate. Nel nostro rituale di iniziazione al primo grado troviamo d’altronde un simbolo che, anche se in una applicazione limitata, si riferisce direttamente al concetto di oblio e ricordo. Questo simbolo e la coppa della bevanda dolce-amara la quale non è altro che l’acqua dei fiumi Leté ed Eunoé le cui sorgenti, non a caso, sono situate d Dante nel Paradiso terrestre, secondo un ottica propriamente “centrale”. Prima di salire ai Cieli, Dante dovrà. immergersi nella fonte Leté per “dimenticare” gli attaccamenti umani e poi nella fonte Eunoé per “ricordarsi” della vera natura dell’Uomo. Considerando tuttavia la questione ad un livello meno elevato, mentre le acque del fiume Eunoé, o Mnemosine (Memoria) come lo chiamavano gli antichi, si riferiscono sempre al ricordo del fine spirituale da raggiungere, quelle del fiume Leté assumono, sempre nel nostro rituale, un carattere malefico; esse diventano un veleno mortale che annebbia totalmente il cuore e l’anima di quanti, per indolenza o incomprensione, tradiscono l’impegno iniziatico di. dedicarsi alla ricerca della Verità; non per nulla quest’ultima parola si dice in greco “aleteia” ove lo a privativo nega il senso di morte e oblio implicito nel termine leté. Si può dire in sintesi, visto quanto sopra, che il “ricordo”, generato dalla bevanda dolce nel cuore dell’iniziato, porta allo sforzo costante verso la perfezione e la conoscenza del Vero, mentre l’oblio, conseguenza della bevanda amara, induce inizialmente ad un rilassamento nell’impegno iniziatico per poi condurre alla dispersione nel molteplice ed al desiderio di perseguire finalità esclusivamente individuali e puramente esteriori. Sono la “via stretta” che conduce al “Pardes” ovvero alla dimora degli Immortali o Terra dei Viventi, secondo diverse denominazioni simboliche dello stato di cui si tratta, e la “via larga” che conduce agli Inferi, intendendo con questa parola in modo del tutto generale uno stato di tenebra e di allontanamento dal Principio. Tutto questo deve indurci a riflettere e ad essere vigilanti poiché l’acqua de Leté viene sempre somministrata con l’inganno e la frode. Fra i vari modi secondo cui forze antitradizionali, entro e fuori di noi, insinuano idee atte a ‘distogliere dalla retta via, ve ne sono de che mi sembra utile mettere in evidenza. Una tecnica è quella di indurre a credere che il termine ultimo del cammino iniziatico è talmente lontano da essere praticamente fuori di portata e scoraggiare così coloro che si impegnano in questo senso a perseverare nello sforzo; l’altra, opposta solo in apparenza, consiste nell’illudere che la Verità sia a portata di mano e che qualunque via uno scelga, sulla base delle proprie preferenze e propensioni individuali, sia ugualmente atta a raggiungere lo scopo. Va da sé che questi due errori sono perfettamente assimilabili giacché perseguendo la ricerca iniziatica nel modo sbagliato si constata, prima o poi, la totale inefficienza dei propri sforzi a conseguire il benché minimo risultato, reale dal punto di vista della conoscenza del Vero e da qui a concludere che il fine stesso della ricerca è irraggiungibile se non addirittura inesistente il passo è assai più breve di quanto non sembri a prima vista È evidente che in casi di questo genere o ci si convince che si sta perdendo del tempo inutilmente (il che beninteso è rigorosamente vero in presenza di tali pregiudizi) e ci si mette in “sonno”, espressione alquanto significativa in relazione al simbolismo cui si e fatto cenno in precedenza, o ci si accontenta di “consolazioni” moralistico-sociali che, grazie alla introduzione di punti di vista totalmente profani, trovano fin troppo di che alimentarsi nella Massoneria attuale . Queste brevi considerazioni non tendono tanto a dare delle risposte quanto a fornire Spunti di riflessione, poiché in un contesto come il nostro, è solo l’apporto di tutti che aiuta a definire “positivamente” le corrette modalità di ricerca, questo beninteso a condizione che i pregiudizi profani e le considerazioni di ordine sentimentale non siano tali da oscurare totalmente il discernimento collettivo o, simbolicamente, che le acque del Leté non abbiano superato i livelli di guardia. Ritengo comunque indispensabile ricordare che, qualunque siano gli orientamenti dei lavori, solo l’approccio esoterico, cioè la concentrazione e lo studio sui simboli, sui riti e sulla dottrina, può nel nostro ambito assicurare una (qualche efficacia agli sforzi che si compiono, giacché la “Luce” non è certamente pane per le sottigliezze degli psicologi, né per la morale degli exoteristi, né per il velleitarismo sociale dei politici. Del resto tutte le Tradizioni insegnano che, anche per quanto concerne l’azione sul piano esteriore, la conoscenza dei Principi consente di ottenere risultati enormemente più validi dal punto di vista spirituale di quanto non facciano le azioni incontrollate di coloro che si limitano ad analizzare l’esteriorità del mondo fenomenici. A questo allude fra l’altro il detto contenuto del Libro della Conoscenza Sacra “cercate innanzitutto il Regno dei Cieli e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” ed è forse anche possibile che, una volta gustato anche poco di quanto è implicito nella espressione di Regno dei Cieli, “tutto il resto” perda molto del suo interesse.

A.’.G.’,D.’.G.’.A. ‘.D.’.U.’.

TAVOLA SCOLPITA DAR FR.’. ADRIANO ORLANDO

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I TRE CATTIVI COMPAGNI

I TRE CATTIVI COMPAGNI Venerabilissimo, Rispettabili Fratelli Maestri, “Così morì Hiram. Così deve morire il Compagno d’Arte per rinascere Maestro”. Con queste parole si conclude la narrazione simbolica della morte di Hiram secondo il Rituale. Egli fu ucciso da tre cattivi compagni i quali “insoddisfatti della loro paga” desideravano accedere con qualunque mezzo ai privilegi che, secondo l’ottica limitata del loro grado, erano prerogativa della Maestria. Fanatismo, Ambizione e Ignoranza sono i loro nomi, Regolo, Squadra e Maglietto, i loro strumenti, Gola, Petto e Capo, i punti del corpo di Hiram colpiti dai tre, Occidente, Mezzogiorno e Oriente, le tre “stazioni del sole” verso cui si aprono le porte del Tempio, i luoghi simbolici dove avviene l’aggressione. Molto vi sarebbe da dire per sviluppare questo simbolismo complesso e ricco di corrispondenze; mi limiterò tuttavia ad alcune osservazioni che mi paiono di un certo interesse almeno al momento attuale. I tre cattivi compagni rappresentano evidentemente tutto quanto impedisce o quantomeno ostacola, sia interiormente che esteriormente, il manifestarsi della Maestria. Proviamo a considerarli uno per uno. Il compagno “Fanatismo”, armato di Regolo, è colui che, con la forza, vuole imporre come assoluta la propria visione relativa delle cose; incapace di vedere l’unità dietro alla molteplicità pretende di estendere i suoi propri limiti alla verità stessa. Egli colpisce la gola, “luogo” di emissione della voce, perché deve interdire tutto quanto potrebbe opporsi alla “lettera” della sua legge (il Regolo) la quale diviene pertanto, non come gioco di parole, ma effettivamente, la “lettera che uccide”. La componente di stolto idealismo che lo caratterizza e, in una certa seppur piccola misura, lo riscatta risulta peraltro assente nel compagno “Ambizione”. Questi non ha più in vista, anche se in modo distorto, il bene collettivo, ma agisce esclusivamente avendo in vista il suo vantaggio personale, quella affermazione individuale che ben corrisponde, del resto, agli aspetti negativi del Sole di Mezzogiorno. Alla orizzontalità “generalizzante” del Regolo si aggiunge qui la verticalità “particolizzante” della affermazione volitiva dell’io sugli altri onde ottenere la Squadra, determinando una condizione nella quale il sopruso (non bisogna dimenticare che, avendo il termine ambizione anche un senso legittimo, è di ambizione prevaricatoria che si tratta qui o di “prevaricazione” tout court) può assumere connotazioni anche peggiori che nel caso precedente. Mentre il fanatismo tende alla negazione di quanto lo contrasta fino alla vera e propria soppressione, l’ambizione è piuttosto portata ad asservire ai propri scopi quel che rientra nel proprio raggio di azione; questi rinnega la vita, quella rinnega la libertà. A conferma di ciò, essa, con la Squadra, colpisce il petto il quale, con i suoi moti di espansione e di contrazione determinati dal respiro, rappresenta simbolicamente la libertà relativa concessa ad ogni essere creato per lo sviluppo delle possibilità che questi comporta. I due cattivi compagni fin qui considerati minacciano comunque il corpo e l’anima dei loro avversari, il terzo invece, “l’Ignoranza”, si pone come obiettivo illusorio la soppressione dello Spirito e, armato di Maglietto, strumento necessario, se usato propriamente, a distruggere progressivamente i limiti che impediscono la visione della Luce, tenta, apparentemente riuscendovi, di uccidere la Luce stessa colpendo direttamente l’Occhio della Conoscenza, detto dagli indù l’Occhio di Shiva, al centro fra le sopracciglia. # Chiunque aspiri alla Maestria dovrà prima o poi scontrarsi con questi nemici, ma un fatto curioso è che, nella leggenda, dopo aver ucciso il Maestro, costoro paiono dileguarsi nel nulla senza incorrere nella giusta punizione per il delitto commesso. La spiegazione di ciò potrebbe trovarsi in quella “ambivalenza” simbolica la quale, poiché l’ottica esoterica rifiuta fondamentalmente la dialettica degli opposti “irriducibili”, sovente caratterizza la rappresentazione dei misteri “trasmutatori” (vi sono esempi del genere anche nel Cristianesimo dove, almeno nei primi tempi, il serpente, a seconda del contesto, poteva rappresentare sia il Cristo, sia il Demonio). Da questo punto di vista, abbastanza complesso, si può affermare che i tre cattivi compagnisi esauriscono nel loro atto trasmutandosi poi nelle tre potenze che “unendo le proprie energie” operano la resurrezione del Maestro, le tre Luci: Saggezza, Forza e Bellezza. Da ciò può dedursi che, come nel simbolo estremo orientale dello Yin-Yang dove la macchia nera in campo bianco e quella bianca in campo nero indicano la presenza in ciascuna delle due forze del principio dell’altra, i tre cattivi compagni altro non sono se non la connotazione oscura ed illusoria delle tre Luci e che la negazione di essi permette “tecnicamente”, quasi cadesse una maschera, alle Luci stesse di rivelare il proprio vero volto e di operare la rigenerazione dell’anima. In tal modo il fanatismo diventa “Epifania”, ovvero manifestazione esteriormente riconoscibile del Principio divino nel mondo, restando così, con il Regolo della vera Legge, la Pace e l’Armonia, la prevaricazione diviene espressione attiva della volontà del Cielo che si impone sulle forze disgregatrici rappresentate dagli orgogli individuali e, rettificando con la Squadra, ripristina l’ordine perduto; infine l’ignoranza si trasmuta nel suo opposto, la Sapienza, per virtù del Maglietto, sulla peculiarità metodologica del quale vale la pena di spendere qualche parola. Si può dire infatti che la percussione del maglietto genera vibrazioni sacre o, si passi il termine, “shock” divini atti a provocare nell’anima delle progressive “illuminazioni”, come se i veli che nascondono “l’occhio del cuore” cadessero uno ad uno; questo potrebbe essere l’origine di certe misteriose “crisi” che di tanto in tanto toccano a ciascuno di noi e ci indurrebbero, non opponendovi la dovuta resistenza, ad abbandonare il campo o, meglio ancora, il “cantiere” di edificazione del Tempio. Si può trarre giovamento da questi insegnamenti contenuti nel Rituale abituandosi ad una costante ricerca dei cattivi compagni dentro a noi stessi; il fanatismo con cui difendiamo i nostri pregiudizi profani anche contro l’evidenza, l’ambizione ad occupare posizioni che, per volontà del Cielo, non ci competono e che genera il veleno dell’invidia e soprattutto, radice e tronco pendenti, l’ignoranza che ci impedisce la visione, sulla Tavola da Disegno, del piano d’opera che siamo chiamati ad erigere in Nome e alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo. C’è da chiedersi, Rispettabili Fratelli Maestri, se non sarebbe opportuno intensificare i nostri sforzi nella ricerca di quel che può significare oggi erigere un Tempio che, dato il carattere non confessionale della Muratoria, non può essere che universale. Certamente tale ricerca non sarà agevole, ritengo tuttavia importante non dimenticare che solo impropriamente noi definiamo come Tempio il luogo in cui ci ritroviamo per condurre i nostri lavori; più corretto in effetti è da considerare tale luogo come una “officina” nella quale si apprestano e si marcano le pietre destinate al cantiere ove, secondo un piano tracciato e non arbitrario, si deve erigere un Tempio per l’umanità nel quale regni la Pace illuminata dalla Gnosi e non più turbata dalla presenza minacciosa degli assassini di Hiram, ai quali non possono che essere riservate le tenebre esteriori. A-.G’.D..G.A..D..U.. 21 marzo 1991 e..v..

TAVOLA SCOLPITA DAL FR,’. ADRIANO ORLANDI

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IL MOMENTO DELLA TRACCIATURA DEL QUADRO DI LOGGIA

IL  MOMENTO DELLA TRACCIATURA DEL QUADRO DI LOGGIA

Il  momento della tracciatura del Quadro di Loggia nei tre gradi Alcune considerazioni simboliche e storiche Venerabilissimo, Rispettabili Maestri, le considerazioni che mi accingo ad esporre vogliono inserirsi nel ciclo dei lavori che scaturiscono dal tema che abbiamo adottato e che ci siamo proposti di sviluppare, ovvero: “Il Libero Muratore, il suo mondo e il mondo”. In particola modo, desiderano essere un sviluppo, ovviamente parziale, del tema “Il Libero Muratore, il suo mondo e il mondo”, avendo soprattutto in vista la messa a punto di alcuni momenti del nostro rituale, al fin e di dare ad esso una maggiore coerenza simbolica, in modo che il simbolo ed il rito non diventino per noi un linguaggio quasi indecifrabile. L’argomento trattato è in stretta relazione con la questione della qualificazione del tempo e dello spazio, in quanto ritengo che non sia indifferente il momento in cui si mette in atto un determinato rito o si espone un determinato simbolo, così come non è indifferente la collocazione spaziale dei Dignitari e Ufficiali di Loggia e dei Fratelli di ogni grado. Queste due considerazioni, ritengo, siano essenziali e determinanti per il regolare funzionamento del rito, condizioni che sono comunque richieste dalla Tradizione Muratoria per il regolare funzionamento dei Lavori di Loggia, affinché, così operando, gli effetti del rito siano ottimali per coloro che partecipano ai Lavori nella disposizione dovuta. Considero opportuno, prima di inoltrarmi in merito all’argomento, soffermarmi brevemente – su alcuni aspetti simbolici e storici del Quadro di Loggia. Il rito della tracciatura del Quadro di Loggia, che rientra in quella categoria di simboli visivi, denominati yantra dagli indù, pare fosse effettuato anche nell’antica Massoneria Operativa, la quale considerava tale operazione molto importante in quanto rito essenziale e centrale. Sembra che il Quadro di Loggia venisse tracciato durante l’apertura dei lavori, e cancellato ultimati questi. Bisogna forse vedere in ciò lo stretto legame che unisce intimamente il rito al simbolo, sicché il secondo non ha più ragione di sussistere visivamente al di fuori del primo. La tracciatura del Quadro di Loggia rappresentava, per l’antica Massoneria Operativa, e rappresenta per la Massoneria attuale, la fissazione di un gesto rituale che è l’insieme dei movimenti occorrenti ad effettuare il disegno richiesto. Si tratta, dunque, di un vero e proprio rito che, come tutti gli altri nostri riti, ha il compito di procurare in noi determinati effetti! Il Quadro di Loggia rappresenta la sintesi di tutta la Loggia riunita in un determinato grado. Infatti la stessa denominazione di “Quadro” indica abbastanza chiaramente questo concetto, in quanto esso racchiude nella sua cornice di “Nodi d’ Amore” un cosmo ordinato, quale è di fatto la Loggia, rappresentato dai precisi e determinati simboli che vengono disegnati, i quali garantiscono la possibilità di una regolare apertura dei Lavori. No bisogna dimenticare che questi simboli sono il supporto ed il veicolo dell’Influenza Spirituale del G.’. A.’.D.’.U.’. . Nel XVIII secolo, periodo storico e ciclico di particolari adattamenti tradizionali da ciò che era l’antica Massoneria Operativa a quel che diventò la Massoneria attuale, l’importanza del Quadro di Loggia, con i suoi determinati simboli, ebbe la sua massima evidenza, e questo ritengo per i motivi citati prima. Le Logge che operavano in quel contesto storico avevano le loro riunioni  rituali, in Francia, nelle sale private di qualche Fratello ed, in Inghilterra, presso alcune locande. Questi luoghi occasionali, non fissi, ma variabili di volta in volta, a seconda delle necessità e disponibilità, ovviamente non avevano i simboli fissi come quelli che si vedono nei nostri Templi attuali. Non per questo venne meno la validità rituale e simbolica e la continuità iniziatica!’®. I nostri Fratelli del XVIII secolo usavano per le loro riunioni rituali dei candelieri mobili, un tavolino che fungeva da altare, sul quale veniva aperto il Libro della Sacra Legge ed intrecciati squadra e compasso, e tracciavano il Quadro di Loggia su lavagna, oppure su carta, o sul pavimento; mentre, in caso di necessità, utilizzavano Quadri di Loggia già disegnati su drappi di tela che venivano esposti al momento dovuto. La disposizione dei Dignitari, Ufficiali e Fratelli di ogni grado era praticamente medesima a quella attualmente in vigore. Si desume, da tutto ciò, l’importanza del Quadro di Loggia e dei simboli in esso rappresentati, i quali sono così essenziali da permettere di poter fare a meno di quelli fissi ripetuti nell’ambiente del Tempio, i quali forse hanno una funzione accessoria di armonia ambientale. I simboli del Quadro di Loggia sono la rappresentazione sensibile-visiva degli Archetipi ed Agenti mediante i quali il G.’. A.’.D.’.U.’. manifesta il cosmo. Il disegno del simbolo, infatti, è sempre il medesimo, in quanto rappresenta un Archetipo. Se questi simboli sono disegnati una volta per tutte di un drappo o un quadro, che verrà poi esposto più volte, si potrà vedere in questa fissità simbolica l’immutabilità e l’intemporalità di tali Archetipi ed Agenti. Il tracciare i simboli mette, invece, in evidenza l’aspetto dinamico della Manifestazione che si sviluppa dal suo Principio alla manifestazione del Cosmo. Il Libero Muratore che deve coscientemente partecipare al piano intemporale del G.’. A.’.D.’.U.’., rappresentato dai simboli, Archetipi ed Agenti del Quadro di Loggia, mediante il sacrificio o rinuncia incruenta della propria individualità, dovrà dunque adeguarsi a tale disegno in modo temporale, ossia esplicando di volta in volta le possibilità che saranno da esaurire, le quali possono essere simboleggiate dalle infinite variazioni nella tracciatura del simboli del Quadro di Loggia. Si comprende, anche da queste ragioni di carattere simbolico, la grande importanza del supporto della tracciatura del Quadro di Loggia nei simboli che trovano in esso la loro coerente collocazione in quanto Archetipi ed Agenti del G.’. A.’.D.’.U.’. visti intemporalmente in Principio (in Divinis) e le variazioni indefinite, inevitabili ed indispensabili in quest’ottica, nel tracciare tali simboli, sempre gli stessi (a seconda del grado, naturalmente), che mettono particolarmente in luce le indefinite possibilità insite nei simboli medesimi ed anche, per estensione logica, le possibilità che dovranno, come già accennato, esplicarsi nel corso di ognuna delle varie tornate, sia collettivamente che singolarmente. Ritengo che, in casi del tutto eccezionali, motivati da importanti ragioni, si possa, in quanto non viene infirmata la regolarità dei Lavori, esporre anche un Quadro di Loggia già disegnato, tenendo però presente che questo riduce, ovviamente, la qualità dei nostri lavori. A questo punto, chiarite le ragioni simboliche attestanti l’essenzialità del Quadro di Loggia e l’importanza di eseguirne la tracciatura, è bene esaminare in quale modo si procede nei tre gradi alla sua tracciatura, nel senso di dove questa operazione viene effettuata nel conteso rituale, non disgiungendola da altre operazioni rituali che, come si vedrà in seguito, sono strettamente legate fra di loro e cioè: l’apertura del Libro della Sacra Legge, la sovrapposizione della Squadra e del Compasso, la dichiarazione di apertura dei lavori e l’accensione delle Luci. Per le suddette operazioni, attualmente, nei tre gradi, si procede rispettivamente nel seguente modo:

1° grado  Apertura del Libro della Sacra Legge e sovrapposizione della Squadra e del Compasso; dichiarazione di apertura dei lavori nel grado e accensione delle Tra Luci, tracciatura

2° grado Decorazione del Tempio con accensione di due luci supplementari ed accensione, ad Oriente, della Stella Fiammeggiante; tracciatura del Quadro di Loggia; intreccio della Squadra e del Compasso sul Libro della Sacra Legge; dichiarazione di apertura dei lavori nel grado.

3° grado Decorazione del Tempio con accensione di sei luci supplementari; tracciatura del Quadro di Loggia; sovrapposizione del Compasso e della Squadra sul Libro della Sacra Legge; dichiarazione di apertura (ripresa) del lavori nel grado. Da questo breve esame emerge in tutta evidenza l’illogicità e l’incoerenza simbolica nell’eseguire; in 2° ed in 3° grado, il rito della tracciatura del Quadro di Loggia, contenente i simboli dei rispettivi gradi, prima che i Fratelli si siano fatti conoscere come Liberi Muratori nel grado in cui si lavora. Emerge, inoltre, che il Quadro di Loggia nel 1° grado viene tracciato dopo la dichiarazione di apertura dei lavori. Come ho detto prima, i simboli del Quadro di Loggia sono supporti e veicoli dell’Influenza Spirituale del G.’. A.’.D.’.U.’., ragione per cui, anche da questo punto di G.’. A.’.D.’.U.’. vista, è, a mio avviso, incoerente la tracciatura del Quadro di Loggia dopo l’avvenuta apertura dei lavori.. Infatti 1 simboli del Quadro di Loggia, proprio perché supporti e veicoli dell’Influenza Spirituale, devono essere presenti prima dell’apertura dei lavori, come premessa necessaria e supporto predisposto affinché l’apertura dei lavori sia il logico, coerente e regolare atto conclusivo che permette alla Loggia di aprirsi alle influenze celesti direttamente emanate dal Principio reggitore del nostro Rispettabile Ordine: il G.’. A.’.D.’.U.’.. Nel 2° e nel 3° grado, la tracciatura del Quadro di Loggia avviene, si, prima dell’apertura dei Lavori, ma è troppo anticipata perché viene effettuata prima del riconoscimento dei partecipanti e perché sovrasta una operazione rituale quale l’intreccio della Squadra e del Compasso sul Libro della Sacra Legge, la quale è un’altra operazione centrale del rituale di apertura. Da quanto è possibile conoscere riguardo al modo di procedere nel rito di apertura dei Lavori dei nostri Fratelli che ci hanno preceduti, ed anche in vista di quanto avviene attualmente in diverse Logge italiane, francesi ed inglesi che hanno adottato rituali più prossimi a quelli in vigore durante il XVIII secolo, il modo più coerente di procedere nel rito di apertura dei lavori risulta avere la seguente dinamica:

1) Assicurarsi che il Tempio sia al coperto e che tutti i presenti siano Liberi Muratori.

2) Funzioni di Loggia, ossia posto occupato in Loggia e relativi doveri dei Dignitari ed Ufficiali che adempiono attivamente al rito di apertura.

 3)Dichiarazione dell’ora e dell’età e scopo delle riunioni.

4) Predisposizione dei simboli, ossia apertura del Libro della Sacra Legge, sovrapposizione della Squadra e del Compasso e tracciatura del Quadro di Loggia.

5) Invocazione e dichiarazione di apertura dei lavori ed accensione delle Tre Luci!” A questo punto è indubbiamente evidente che il rito della tracciatura del Quadro di Loggia è un rito il quale, per la sua essenzialità e centralità, non può essere disgiunto da altre operazioni rituali egualmente centrali, quali l’apertura del Libro della Sacra Legge e la sovrapposizione della Squadra e del Compasso. Ritengo che, per essere coerenti con quanto ci siamo proposti, ossia migliorare per quanto possibile, mirando alla più rigorosa osservanza della Tradizione Muratoria, l’aspetto tecnico derituale, sul punto in oggetto, sarebbe opportuno eseguire il rito della tracciatura del Quadro di Loggia immediatamente dopo il rito dell’apertura del Libro della Sacra Legge e della sovrapposizione della Squadra e del Compasso, procedendo naturalmente nello stesso modo nei tre gradi. Termino questo lavoro nella speranza che le considerazioni in esso contenute possano costituire un ulteriore contributo al perfezionamento dei nostri Lavori Rituali, ed aumentare quel decoro che fa di questa Loggia un esempio di ordine ed esattezza nella Comunione. La saggezza dei Rispettabili Maestri, componenti questa Camera di Mezzo,  saprà  certamente,  con  l’assistenza spirituale  del   G.’. A.’.D.’.U.’.,  prendere le decisioni più opportune in merito alle proposte avanzate e operare, come di consueto, per il bene della Loggia ed A.’.G.’.D.’.G.’.A.’.D.’.U.’.

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RITUALITA’, SIMBOLO, TEMPIO

Ritualità, Simbolo, Tempio

Si parla molto e si scrive molto riguardo all’argomento della regolarità e dell’ortodossia Massonica.

Al termine di tutte le riflessioni e le dissertazioni si giunge, comunque, alla conclusione che questa ricercata “ortodossia” Massonica consista innanzitutto nel seguire fedelmente la tradizione, nel conservare con cura i simboli e le forme rituali che esprimono questa tradizione e ne sono veste, e infine nel rifiutare ogni innovazione che sia sospetta di modernismo.

Detto ciò io non penso che il ritualismo debba essere qualcosa di assolutamente immutabile al quale non si possa aggiungere o togliere niente senza macchiarsi di colpe più o meno tremende.

Se così fosse bisognerebbe ammettere che non c’è differenza tra ortodossia tradizionale e stretto formalismo, permettendo, purtroppo, alla ritualità di soggiacere ad un pericoloso dogmatismo che deve essere del tutto estraneo allo spirito Massonico.

La ritualità tradizionale non esclude l’evoluzione e il progresso.

Ciò che, in buona sostanza, voglio dire è che appare assolutamente necessario riprendere con serietà e dedizione quegli studi iniziatici senza i quali il ritualismo (cristallizzato o adattato alle necessità del progresso) è solo un insieme di cerimonie prive si senso, come nelle religioni esoteriche.

Uno dei più importanti bersagli di questi studi è la conoscenza del simbolismo e la sua interpretazione esoterica.

Ma cerchiamo di capire cos’è il simbolismo Massonico e perché la sua completa comprensione è condizione necessaria e sufficiente per compiere il disegno Massonico.

Il simbolismo Massonico è la forma tridimensionale visibile di una sintesi trascendente, astratta, tra principio e oggetto fisico (per esempio: filo a piombo – rettitudine, equilibrio; stella fiammeggiante – illuminazione, gnosi).

Le concezioni che rappresentano i simboli non possono dare origine a nessun insegnamento dogmatico; esse sfuggono a formule concrete di linguaggio parlato e non si riesce a dare di esse una tradizione a parole che sia oggettiva e non invece adatta alla singola personalità e necessità interiore di ognuno.

Si tratta, come tutti sostengono, di misteri che si sottraggono alla curiosità profana, e quindi sono delle verità che lo spirito di ognuno non può veramente afferrare se non dopo essere stato opportunamente preparato.

La preparazione alla comprensione dei misteri è allegoricamente rappresentata dalle prove dei tre gradi fondamentali dell’Ordine, dalla sequenza delle figure rituali da assumere durante i lavori nel Tempio e dalle iniziazioni medesime.

Contrariamente a quanto superficialmente spesso si afferma, tutte queste prove, allegorie, simboli, non hanno lo scopo di tirar fuori il coraggio e le qualità morali, sia del neofita che dell’iniziato, ma raffigurano un insegnamento al soggetto, una metodologia operativa che fondamentalmente è la seguente: osservare, discernere e poi meditare e quindi, senza parole, scegliere; questo nel corso dell’intera propria vita Massonica.

Vero è che la Massoneria ha un certo modello di uomo-soggetto, che, come si legge nelle Costituzioni, pone alla base di ogni sua azione, di ogni suo pensiero il proprio perfezionamento, la propria elevazioni morale, la ricerca continua ad ogni livello del vero e del giusto.

Si tratta, come la tradizione ci racconta, di un modello che si prefigura come costruttore, muratore, “Libero” Muratore; un costruttore di se stesso e del proprio Tempio Interiore, un costruttore che insegue ostinatamente la perfetta realizzazione di un cantiere che è la sua interiorità.

La ritualità durante i lavori nel Tempio è disseminata di simboli che sono fisicamente legati all’operatività muratoria e quindi all’Architettura delle Cattedrali.

Ma il Tempio, il Tempio Massonico, non nella sua struttura fisica, ma nella sua sostanza esoterica, non è la Cattedrale, e l’0rdine Architettonico del Tempio Massonico non è l’Architettura della Cattedrale; l’uno è il significato simbolico dell’altro.

Questo è vero come è vero che l’ordine matematico, per esempio, che è alla base dell’architettura fisica del Tempio, è l’immagine simbolica dell’ordine cosmico universale, che si rispecchia nel microcosmo interiore, la cui perfezione è lo scopo della vita Massonica.

In buona sostanza, e per spiegare il primo dei simboli legati alla ritualità Massonica, si dovrà cercare di comprendere che il Tempio Massonico nella sua struttura fisica, visibile, rappresenta una verifica tridimensionale di una metodologia operativa, questo per rassicurare l’iniziato che la simbologia visibile è la vera rappresentazione del cammino verso la perfezione.

Ciò almeno in parte mi può permettere di comprendere che il Massone ha scelto un percorso durante il quale costruirà, guidato dalla ritualità e dai simboli, il proprio Tempio interiore, realizzando punto per punto la propria architettura che sarà lo specchio, sebbene per difetto, di un’altra architettura ben più complessa e globale: l’ordine del perfetto organismo universale.

Il Massone, nell’attuazione del proprio compito, e cioè nel tentativo di costruire il proprio Tempio interiore, ha come unico mezzo la Ritualità.

Questa di per se stessa è l’ordine che propizia l’alleanza tra il simbolo del cielo (il cielo terrestre, il cielo del Tempio) e la perfezione dell’Universo, la perfezione del cosmo; essa collega la materia allo spirito, l’uomo fisico, muscolare, all’uomo Massone.

E’ quindi solo con la ritualità che un gruppo di iniziati neofiti si trasforma in una struttura ordinata ed organizzata in cui ciascuno di loro, pur mantenendo la propria individualità, si sentirà investito da una nuova forza funzione; essere la parte di un tutto.

La Ritualità pertanto è lo strumento che trasforma un Tempio Massonico da una somma matematica di Fratelli in un organismo simbiotico che esprime una forza unica, unitaria, per questo molto più grande di un semplice quantitativo numerico.

E’ per questo che la Ritualità è l’unico mezzo con il quale un luogo del mondo qualsiasi, eletto geograficamente o no, architettonicamente definito o no, fornito di simboli guida o no, diviene un Tempio, uno spazio sacro, il centro stesso dell’Universo, ed è questo spazio universalmente perfetto, che rappresenta il simbolo dentro cui cercare la via affinché l’uomo possa realizzare dentro di sé un uguale spazio sacro, un uguale Tempio interiore; possa cioè in una parola sola, tentare di raggiungere la perfezione.

Ma durante questa impresa, che poi è l’unica motivazione dell’essere massone, può accadere che il pensiero rimanga prigioniero delle strutture, che il concetto rimanga prigioniero delle parole.

Può accadere insomma che il linguaggio delle parole sia inadeguato, insufficiente per esprimere pienamente i convincimenti, gli orientamenti di fondo caratteristici della nostra formazione.

Può accadere cioè che le parole ancorché dotte, colte, diventino una prigione per il nostro pensare, cioè appaiano loro stesse l’unica ragione del nostro pensare, e non, come invece sono, un semplice strumento per comunicare il nostro pensiero.

Questo può capitare quando, la nostra coscienza, percorrendo le Tavole tracciate per la costruzione del Tempio interiore si ritrovi, all’improvviso, come sull’orlo di un baratro senza fondo, ad esplorare gli sconfinati abissi dell’anima nostra.

E’ in questo momento allora che il linguaggio universale schematico dei simboli, adoperato come giusto cemento per le componenti architettoniche dell’edificio interiore riesce, solo lui, a fornirci la chiave per interpretare nella giusta direzione il significato di: spazio sacro, perfezione interiore.

Soltanto nel momento in cui il linguaggio delle parole si incontra con quello dei simboli, quindi soltanto attraverso la ritualità che diventa fonte di conoscenza per tutti i Fratelli, siamo in grado di comprendere come la perfezione dell’infinitamente grande, che è rappresentato dal Tempio intorno a noi, sia il solo simbolo da leggere per capire la perfezione dell’Universo che è rappresentato dal Tempio che deve esistere dentro di noi.

Permettetemi ora, Fratelli, una piccola digressione storica.

Fin dai tempi antichissimi il Tempio è certamente l’edificio, che più di ogni altro, possiede le caratteristiche che lo individuano come un’opera che trascende se stessa e la propria natura per divenire simbolo.

In ogni momento storico il Tempio ha rappresentato, comunque, l’aspirazione dell’uomo a raggiungere la perfezione dell’Ordine Universale ed ha contenuto dentro la sua struttura il simbolo del Cielo Stellato, che rappresenta l’immagine fisica della perfezione del Cosmo.

Dal quadrilatero dell’Aruspice di memoria greca, che individuava un rettangolo di cielo e trasferiva sulla Terra la sacralità cosmica, alle vele delle navate ed alle absidi stellate delle cattedrali fino al rettangolo di stelle di questo Tempio, questa è sempre stata l’immagine simbolica ricorrente.

Ed in essa si trova riflessa, con tutto il suo dinamismo, la perfezione architettonica universale.

Quando i Fratelli danno inizio, con ritualità, ai loro lavori architettonici, questo Tempio, fino ad ora così tridimensionalmente limitato, si trasforma in un luogo sacro, nel centro stesso dell’Universo.

Esso rappresenta allora uno spazio celeste, il divenire dell’Architettura Universale, ma anche il divenire dell’interiorità dell’uomo e quindi lo spazio celeste ritagliato nella sacralità del suo tempio interiore.

Qualsiasi impronta lasciata dalla cultura nella storia ci consente sempre di leggere al di sopra di tutto o fra le righe di tutto l’analogia tra macrocosmo e microcosmo, tra interiorità ed esteriorità, tra contenuto dell’uomo e contenuto del Tempio e ciò che è più importante tra percorso verso la perfezione interiore e percorso verso il perfezionamento del comportamento Massonico nel mondo profano.

Il Tempio rimane comunque, quindi, l’ombelico del mondo iniziatico, il tramite che unisce il macrocosmo al microcosmo, il tramite attraverso il quale l’uomo è illuminato, avvicinato alla Verità, fatto ricco di saggezza, poiché la vera ricchezza dell’uomo, come ci ricorda il rituale è: “… lavoriamo senza tregua al nostro miglioramento, perché è solo regolando le nostre inclinazioni ed i nostri costumi che perverremo a dare a noi stessi quel giusto equilibrio che costituisce la saggezza, cioè la scienza della vita” (da una Balaustra del 18 marzo 1989 del GOI).

Pertanto si possono percorrere, Fratelli carissimi, antiche strade oppure nuove, per ricercare quei valori che sono sempre attuali perché fanno parte della natura stessa dell’uomo, e con quelli tentare di costruire il Tempio.

L’uomo medesimo vuole essere il costruttore di se stesso e perciò chiede aiuto in questo alla universalità ed ai simboli nei quali è sicuro di trovare il filo di Arianna per compiere fino in fondo la propria opera.

Piegare la materia è difficile.

Piegare lo spirito per conquistare lo spirito è una battaglia che può essere facilmente perduta senza l’orientamento del trascendente.

Per questo noi chiediamo in prestito all’Ordine Celeste “il modello simbolico”, perché possiamo cominciare ad esistere dentro di noi.

Così coniugando indissolubilmente Ritualità, Simbolo e Tempio avremmo trovato il vero nesso tra esteriorità ed interiorità, tra sembrare Massoni ed essere Massoni.

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