LA RINASCITA DELL’ETICA

La rinascita dell’etica nella cultura contemporanea

L’intento di questa Tavola è di presentare alcuni momenti cruciali della riflessione etica del XX° secolo, in particolar modo il passaggio da una fase critica, durata almeno fino alla metà del secolo scorso, fino all’attuale e spettacolare rinascita di questo importante ramo della filosofia.

Parrebbe del tutto lecito parlare dell’esistenza di una crisi della morale, in quanto non c’è settore della società (famiglia, scuola, lavoro, sport…) che non lamenti un calo preoccupante del suo livello. Eppure, non tutti sono convinti di una tale evidenza. Per esempio, il sociologo francese Raymond Boudon, nel suo libro Declino della morale? Declino dei valori? è persuaso che la tesi secondo la quale il passaggio dalla modernità alla postmodernità coincida con lo sgretolarsi dei valori tradizionali come la famiglia, il lavoro, la religione, la politica, l’istruzione, la dignità della persona è smentita dai fatti. Inchieste statistiche relative a questi temi mostrerebbero che i giovani dispongono di un sistema di valori ben strutturato che metterebbe in evidenza una sostanziale continuità con quello delle generazioni precedenti. L’impressione di declino verticale dei valori sarebbe imputabile, secondo Boudon, all’effetto perverso generato dai mass-media che costruirebbero artificialmente realtà distorte. Lo schermo, quindi, lungi dall’essere uno specchio fedele della realtà risulterebbe piuttosto uno strumento mistificatore dei fatti.

Ebbene, se la questione del crollo dei valori morali è piuttosto controversa, la convinzione dell’esistenza di una crisi dell’etica, per almeno una buona parte del XXe secolo, è una constatazione accettata quasi unanimemente. Non si tratta chiaramente di una crisi che concerne la produzione di opere consacrate all’etica; si tratta piuttosto di una crisi relativa ai fondamenti, ai metodi, alla natura della razionalità etica.

Già Nietzsche (1844-1900), interpretando gli ideali morali alla stregua di maschere della volontà di potenza, Freud (1856-1939) considerandoli come sublimazioni dei meccanismi pulsionali e Marx (1818-1883) leggendoli come sovrastrutture dei bisogni economici avevano seminato notevoli sospetti sulla consistenza dell’etica.

Ma la vera e propria crisi fondazionale emergerà a partire dall’inizio del XX secolo. Ne I Principia Ethica di G. E. Moore (1873-1958) del 1903 il filosofo inglese sostiene che il bene, su cui si fonda l’intera etica, è una qualità semplice, come il colore giallo, e che pertanto non può essere definito razionalmente, ma può solo essere intuito. Di conseguenza tutte le etiche che pretendono di fondare le norme morali su una qualsiasi conoscenza, sia essa di tipo fisico o di tipo metafisico, incorrono nella cosiddetta «fallacia naturalistica », cioè commettono l’errore di considerare il bene come un oggetto appartenente alla natura e quindi conoscibile scientificamente. In tal modo Moore inaugura la convinzione del carattere non conoscitivo dell’etica (non-cognitivismo), che dominerà tutta la prima metà del secolo.

Ad analoghi risultati giunge, in un altro ambiente culturale, Max Weber (1864-1920), il fondatore della sociologia come scienza. Questi nel 1904 con il saggio su L’oggettività conoscitiva della scienza sociale (compreso nella raccolta Il metodo delle scienze storico sociali), sostiene che le scienze sociali, per essere oggettive, devono limitarsi a descrivere i fatti, astenendosi dal dare giudizi di valore, cioè devono essere avalutative. L’etica pertanto non può in alcun caso essere una scienza e le scienze, nemmeno quelle sociali, non possono dare alcuna indicazione su come ci si deve comportare.

È chiaro che queste posizioni, ed altre che si potrebbero facilmente aggiungere, sono l’indice di una crisi dell’etica che segna il fallimento del programma illuministico di fondarla unicamente sulla ragione. Di fronte alla constatazione dell’incapacità delle scienze sociali, cioè della razionalità scientifica, di orientare la prassi, si è determinato un nuovo fenomeno, designato come «riabilitazione della filosofia pratica » (Harendt, Leo Strass, Voegelin, Gadamer, Bubner / Riedel, Scwemmer) che costituisce di fatto un ritorno alla concezione aristotelica dell’etica come filosofia pratica cioè alla fondazione dell’etica non sulla scienza (della natura o dell’uomo), ma sulla filosofia, vale a dire ad una forma di conoscenza che non rinuncia a pronunciare giudizi di valore e non si limita ad essere puramente descrittiva.

Molto schematicamente si possono distinguere tre generi di concezioni morali, a dipendenza se esse si focalizzano sulla persona, sull’azione o sugli stati di fatto. Le concezioni che si focalizzano sulla persona, e che si chiamano in generale etiche della virtù, sono prevalentemente concezioni attrattive, le concezioni che si focalizzano sull’azione (cioè le deontologiche) e quelle che si concentrano sugli stati di fatto (cioè le consequenzialiste) sono principalmente delle concezioni imperative.

Ora, dal momento che le versioni assolutistiche dell’etica deontologica così come di quella consequenzialista si sono rivelate problematiche si è pensato di concentrarsi più modestamente su un insieme di fattori pertinenti in una valutazione morale e di valutarne la preponderanza nelle situazioni particolari.

Una lista di questi fattori liberamente costruita potrebbe essere la seguente: le conseguenze (valutate da un punto di vista imparziale e in termini di interesse comune). I diritti generali (non subire aggressione, assicurare determinate libertà). Gli obblighi particolari (promesse, doveri, obblighi relativi ai ruoli di madre padre e figli, giudici, medici, insegnanti…). Gli impegni personali. I sentimenti (la disponibilità, la generosità…). Le intenzioni (la buona volontà…). L’idea non è certo quella di stabilire una scala di valori assoluta; si tratta piuttosto di proporre una prospettiva pluralista e tollerante.

FR.’. D.B.

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