Utopia e pensiero Massonico

(C. S.)

          Al fine di comprendere meglio il significato di utopia in riferimento all’uomo massonico risulta utile differenziare due forme di pensiero utopico:

“L’UTOPIA RAZIONALE e L’UTOPIA DISINCANTATA”; quest’ultima si configura al nostro modo di pensare e di agire.

L’UTOPIA RAZIONALE o il RAZIONALISMO UTOPICO è la pretesa ambiziosa di ottenere razional-mente uno scopo prefissato, credendo che la meta lontana sia stata già raggiunta, scambiando il sogno per la realtà. L’utopista, in questo caso, deve dunque uscire o vincitore o vinto nei confronti dei suoi rivali che non condividono gli stessi ideali, non professando la stessa visione utopistica. L’utopista deve essere molto severo nell’imporre i suoi ideali agli altri, spesso deve usare metodi brutali nell’eliminare e soffocare le posizioni dei rivali. Questo metodo utopistico razionale genera violenza e diventa pericoloso. ”Il sognare una società perfetta è pernicioso” (Popper).

          Le ideologie utopiche rivoluzionarie hanno generato i totalitarismi che in nome di principi come uguaglianza sociale e libertà, si sono proposti di estirpare la violenza con la violenza commettendo delitti ingiustificabili. 

          I Puritani speravano di fondare una società perfetta da un punto di vista morale e religioso ed altrettanto sperava Robespierre, ma quel che essi realizzarono non fu il cielo in terra bensì l’inferno di una spietata tirannide (Popper). Il XX secolo, per quanto riguarda lEuropa, è stato segnato dall’ideologia utopistica tedesca del nazionalsocialismo, dal sogno di ricostituire il Sacro Romano Impero, e di creare una grande potenza in Europa, in grado di competere con l’America e Russia; dall’ideologia utopistica Italiana del Fascismo, dall’ideologia utopistica del riscatto sociale del Comunismo. Ideologicamente volevano la pace ma hanno fatto molte guerre, volevano un’armonica convivenza del genere umano, ma hanno ucciso milioni di persone.

          La fine di queste ideologie totalitarie è liberatoria solo se ci rendiamo conto che i grandi ideali, di solidarietà e di giustizia che erano alla base di quelle utopie, devono essere cercati con più pazienza e modestia, sapendo che l’uomo non possiede nessuna ricetta definitiva. La misura umana è imperfetta e perfettibile. Il mondo non può essere redento una volta per tutte ed ogni generazione deve spingere, come Sisifo, il suo masso per evitare che esso gli rotoli addosso schiacciandolo. -(Sisifo mitico eroe Greco, al quale si attribuiva una grande astuzia, padre naturale di Ulisse,  riuscì ad ingannare perfino il Dio della Morte Ade, riuscendo ogni volta a sfuggire alla morte. Per questo fu condannato da Zeus nell’al di là a rotolare eternamente una pietra per trasportarla su un’altura, donde poi la pietra precipitava ogni volta in basso. Si dice anche lavoro di Sisifo, quando si lavora molto, con grande fatica ma non si ha nessun vantaggio).

          -(Robespierre, 1758 – 1754, deputato all’Assemblea Costituente, esponente di primo piano dei giacobini, chiamato l’incorruttibile per la sua alta moralità, onestà, per i suoi sentimenti democratici e per i suoi programmi di uguaglianza dei diritti umani. Egli si batté perché LUIGI XVI fosse giustiziato. I suoi ideali portarono, durante la Rivoluzione Francese ad un periodo di terrore fino a che egli stesso fu giustiziato insieme ai suoi 82 collaboratori. La Rivoluzione Francese nel revisionismo storico sempre più diffuso, sino a ieri considerata matrice della modernità e della libertà, viene invece bollata oggi come madre dei totalitarismi e le sue violenze fanno sbiadire la memoria di quelle contro cui essa è insorta).

          – (I Puritani che nel 1600-1700 in Inghilterra, ispirati ad un eccessivo rigore morale si opponevano a qualsiasi influenza cattolica all’interno della Chiesa Anglicana, risposero fondando una chiesa separata di tipo calvinista, riuscirono  sotto la bandiera del rigorismo morale ed evangelico a trasformare un progetto religioso puritano evangelico in un progetto politico fino a sfociare nella Rivoluzione Inglese).

           L’UT0PIA UNITA AL DISINCANTO  al contrario di quella razionale, è un modo di pensare più malinconico ma fortemente consapevole della realtà e dei limiti umani. Significa conoscere chiaramente che l’incanto non ci sarà, ma nonostante tutto ci illudiamo di credere che l’incanto può apparire quando meno ci si aspetta. E’ una contraddizione che l’intelletto non può risolvere, è una speranza che dà il senso alla vita, perché esige contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso. Il disincanto è una forma ironica, malinconica e agguerrita della speranza.

          La speranza non nasce da una visione del mondo rassicurante ed ottimistica bensì da una visione reale senza veli dell’esistenza. La speranza è la più grande virtù, proprio perché l’inclinazione umana a disperare è così forte che è difficile riconquistare la fantasia dell’infanzia e credere che domani andrà meglio. La speranza si identifica con lo spirito dell’utopia, che insegna che dietro ogni realtà ci sono altre realtà che vanno liberate. La speranza rischiara il grigiore del presente, fa capire che la realtà non è soltanto piattezza e miseria.

          Nel “DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE, Leopardi mostra la struggente vanità di attendere, alla fine di ogni anno, un anno più felice di quelli passati, anch’essi attesi ogni volta nella fiducia che avrebbero arrecato una felicità che invece non hanno mai portato. Questo breve testo, così inesorabile nella diagnosi del male del vivere, è tuttavia esente dal facile pessimismo apocalittico di tanti autori odierni, compiaciuti di annunziare continuamente disastri e di proclamare che la vita è solo vuoto, errore e orrore.    

Il dialogo leopardiano è pervaso da un amore per la vita e da una utopica e disincantata attesa di felicità “E pure la vita è una cosa bella. “Non è vero?” dice il passeggero leopardiano, che pensa il contrario. ”Cotesto si sa”, risponde il venditore di almanacchi.

DIALOGO DI UN VENDITORE  D’ALMANACCHI  E DI UN PASSEGGERE

(Dalle “Operette morali” di Giacomo Leopardi)

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo, si, certo

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

   Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete alma­nacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

­Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né me­no, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta  io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il prin­cipe, o che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto,  non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il   caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di pri­ma, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quel­la vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e  si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

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