Garibaldi …chi era costui

“Quello del monumento”, mi rispose laconicamente un giovane studente di tanti anni fa a Roma, senza aggiungere altro. Oggi sarà anche lui anziano e sovvenendomi la banalità della frase, trovo significati e sfumature che invece la qualificano. Per gli Italiani Garibaldi è nato a cavallo. Si può
discutere sulla preferibile identificazione, se in bronzo o nel bianco marmo del Gianicolo, ma la sua dimensione, da sempre, è monumentale: monumentale e astratta. Quasi riduttivo anteporre il nome, Giuseppe, al peso specifico del cognome, perché facendolo si corre il rischio di umanizzarlo.
Può sembrare un’affermazione ad effetto ma, a ripercorrere il suo tempo, ci fu un’omissione generale sulla sua persona, sicuramente leggendaria, ma confinata in alto, nell’Olimpo dei Grandi, sacralizzata come una reliquia. Delle reliquie non si parla e da queste ci si aspetta il miracolo.
Finalità opposte e comunque convergenti, dal Patto di Roma del 21 aprile 1872, apparentemente positivo, suggerirono di sorvolare sull’esame critico del Garibaldi politico, Massone, idealista e libertario, protettore dei deboli, in un mosaico preoccupante di interventi, da Montevideo a Cuba e dopo la spedizione dei Mille, l‘incontro con Bakunin, fuggiasco dall’isolamento siberiano, dove anche lì era atteso il “grande Capo, l’Amico della povera gente: Garibaldov, il liberatore”.

E  l’amicizia fra loro e l’intesa di un’Internazionale dei popoli, da entrambi condivisa e partecipata, diversa e lontana da quella preconizzata da Marx nel Capitale, anticipatrice del bagno di sangue dell’assolutismo sovietico. Troppi gli interessi contrastanti, inevitabili i rischi per l’aristocrazia
al potere da parte del nuovo, coraggioso Tribuno del Popolo, Garibaldi, cittadino del Mondo, condottiero degli umili, la cui idea di Libertà si identificava con l’applicazione della giustizia. Figura preoccupante e scomoda per l’ordine costituito, quanto risolutiva se ben giocata al tavolo dei rapporti d’Oltralpe, da un Cavour avvezzo al servilismo sabaudo.
Se il Parlamento viveva le prime fasi vulcaniche dei tentativi di accesso di una qualche forma di democrazia, imbavagliata da una retorica governativa palesemente dinastica, la Massoneria si trovò a dover arginare la massiccia offensiva clerico-reazionaria, all’insegna dell’Enciclica Humanum genus, fiancheggiata dalle false rivelazioni dell’infame Léo Taxil. Le lotte sociali acquisivano priorità, aggravate dalla forzosa annessione di un Sud impoverito ed oltraggiato che indussero lo stesso Garibaldi, e poi Nino Bixio, ad urlare in Parlamento la loro condanna della barbarie perpetrata dai generali dell’esercito piemontese.
Per questo Giuseppe Garibaldi fu più osannato che capito, più acclamato che ascoltato, più usato che rispettato.
Amareggiato, dopo 32 anni di permanenza alla Camera decise di dimettersi, con la seguente dichiarazione: “Non posso più contare tra legislatori in un paese ove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia…”
Il suo impegno politico attivo durò otto legislature. Ricordando che la prima Legge Agraria del Regno reca la firma di Giuseppe Garibaldi, si ha memoria di suoi importanti interventi, nell’ambito militare: sostituzione dell’esercito permanente con una milizia popolare.
L’abolizione della pena di morte. L’abolizione dei fondi dello Stato a favore del clero, con obbligo di lavoro dei religiosi. Abolizione delle prefetture ed ampliamento del suffragio elettorale. Bonifica del territorio della Gallura in Sardegna ed analogo intervento nell’Agro Pontino. Ammodernamento tecnico e navigabilità del Tevere.
Molteplice, complessa e nel contempo semplice, la sua concezione etica del dovere: “L’Umiltà, patrimonio vero dei grandi uomini”. Le sue vicende meritano d’essere raccontate e conosciute senza alcun tipo di belletto e lo si farà in seguito, entrando nel merito di fatti anche poco conosciuti che tracciano con sobrietà la grandezza del suo animo. Penso che convenga, per completezza d’argomento, chiudere con l’ultima fase dell’ambito politico e la fulminea ripresa della spada, fortemente indicativa della variabilità del vento…
Dopo la caduta della Repubblica Romana del 1849, i suoi Valori dolevano nel cuore di tanti Italiani. Proclamato il Regno d’Italia a Torino nel 1861 lo stesso Francesco Crispi, Presidente del Consiglio, dichiarò un equivoco la delibera su Roma Capitale previa consenso sia del Papa che dei Francesi, votata con entusiasmo per acclamazione all’unanimità in Parlamento… Garibaldi seguiva i fatti a distanza, dalla Sardegna, determinato a rimettersi generosamente in gioco, intuendo la fatalità dell’epilogo che ormai si presentava nitido, costasse anche la vita. Mi sia consentito il “presente”, brevemente, per meglio scolpire la gravita dei fatti e l’indegnità dei mandanti…
Si imbarca nel 1862 per la Sicilia ed a Palermo afferma, fra
l’entusiasmo del popolo: “…Bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro!”.
Dalla Sicilia alla Calabria parte l’iniziativa. Ad Aspromonte si oppongono ai pochi volontari Garibaldini, i soldati dell’esercito italiano, con l’ordine di bloccare la marcia verso Roma e di aprire il fuoco anche contro il Generale Garibaldi, che fu gravemente ferito. Garibaldi fu diffamato come “Nemico della Patria”. Un certo Generale Malla arringò la truppa con termini dispregiativi, fino al punto di proporre al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, il processo contro Garibaldi. Ma fu davvero battaglia di popolo, una delle pagine più sublimi del nostro Risorgimento, di cui i posteri dovrebbero sforzarsi d’essere degni… Il 20 settembre 1870 nasce la Terza Roma, auspicata sia da Dante che da Mazzini e realizzata da Giuseppe Garibaldi, che sancisce la caduta del potere temporale dei Papi e la consegna alla Storia nella sua pienezza di Tempio dell’Arte, Faro del Diritto, Strada Maestra verso la Libertà.
Da ricordare che con Roma Capitale l’Italia stabilì la sua unione, libera finalmente dai lacci stranieri e clericali, ma non di costruire i propri destini Repubblicani e civili, secondo gli ideali Mazziniani, Garibaldini e Massonici…Ideali che apparentemente nulla poterono in precedenza, a salvaguardia della stupenda e brevissima pagina eroica scritta dalla Repubblica Romana, ma divamparono e infiammarono “dentro” il cuore degli Italiani di allora: proseguirono come un fiume carsico incurante della distanza dal Mare e del tempo, consegnandoci intatto lo Spirito Laico che fu alla base dell’apporto Massonico in Epoca Risorgimentale.
Questo è il Testimone che ci chiama a raccolta, in virtù non di una rimembranza confinata e lontana, ma di un continuum spaziotemporale, di quella Progressione Esponenziale che ci accomuna e ci nutre, data dalla nostra capacità di entrare in Risonanza. 10 III 19 Fr. Gian Carlo Lucchi

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